Internet

  • La Svezia multa con 7 milioni di euro Google per violazione del “diritto all’oblio”

    L’autorità svedese per la protezione dei dati (DPA) ha deciso di imporre un’ammenda di 75 milioni di corone svedesi (7 milioni di euro) a Google per non aver rispettato il diritto all’oblio come previsto dal regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR).

    La normativa europea del 2014 sul “diritto all’oblio” è stata progettata per aiutare le persone a eliminare determinate pagine Web che contengono informazioni potenzialmente “dannose”. Da quando è entrato in vigore, Google ha ricevuto milioni di richieste simili, ma meno della metà è stata soddisfatta.

    Dopo un audit del 2017, che mirava a valutare la gestione da parte di Google dei diritti delle persone a rimuovere le schede dei risultati di ricerca che includevano il loro nome, il DPA ha concluso che un certo numero di schede dei risultati di ricerca deve essere rimosso e ha ordinato a Google di farlo.

    L’audit di follow-up di DPA nel 2018 ha rilevato che Google non aveva rispettato gli ordini di rimozione degli elenchi di ricerca e ha dichiarato perciò che avrebbe emesso una multa nei confronti dell’azienda.

    Un portavoce ha riferito ai media che Google non è d’accordo con la decisione e ha pianificato di presentare ricorso. Il colosso americano del web adesso ha tre settimane di tempo per farlo, prima che la decisione entri in vigore.

  • Troppi timori intorno a Internet, i ragazzi italiani sono i meno abili a navigare

    Nel 2010 solo il 4% dei ragazzi usava lo smartphone per navigare su internet. Oggi, dieci dopo, la percentuale è dell’84%. Ma se il tempo trascorso online è raddoppiato in molti Paesi (in Italia la media è di 2,6 ore al giorno su Internet), sono ancora molti i giovani che non ricevono un’educazione all’uso sicuro e responsabile della rete da genitori, insegnanti o gruppo dei pari. Ciò nonostante, quando hanno un’esperienza negativa su internet, i ragazzi dichiarano di parlarne soprattutto con i loro genitori o con gli amici. Raramente si affidano a insegnanti o educatori. E’ il quadro che emerge dall’ultimo report di EU Kids Online realizzato sui ragazzi europei di 19 Paesi in cui è stata condotta l’indagine che ha coinvolto 25,101 bambini e adolescenti fra l’autunno 2017 e la primavera 2019.

    I ragazzi usano lo smartphone ‘tutti giorni’ o ‘praticamente sempre’. Rispetto alla survey EU Kids Online del 2010, infatti, si registra un aumento significativo sia nel numero dei ragazzi che lo possiede, sia nel tempo trascorso online. In Italia, l’indagine di EU Kids Online è stata realizzata da OssCom – Centro di ricerca sui media e la comunicazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

    Due dati italiani, in particolare, fanno riflettere: “Le competenze informative dei ragazzi italiani sono sotto la media europea: solo il 42% degli intervistati ritiene facile verificare se le informazioni che ha trovato online sono vere. Quindi cresce il tempo trascorso su internet, aumentano le attività online, ma in proporzione aumentano poco le competenze digitali. Questo si spiega anche con il tipo di mediazione che i ragazzi ricevono: tendenzialmente, i genitori consigliano come usare Internet in modo sicuro, gli insegnanti danno regole su cosa è lecito fare su internet a scuola. Solo un quinto dei ragazzi riferisce di essere stato incoraggiato dai propri genitori o dagli insegnanti a esplorare e a imparare cose in autonomia su internet” – spiega Giovanna Mascheroni, docente di Sociologia dei media in Università Cattolica e responsabile italiana di EU Kids Online e fra gli autori del report.

    La rilevazione comparativa a livello europeo ha ricostruito le esperienze online di bambini e ragazzi, incluso il cyberbullismo, l’esposizione a contenuti inappropriati e violenti, i rischi di privacy, l’uso eccessivo di internet, il sexting, l’hate speech e gli incontri offline con persone conosciute online. I dati mostrano come le attività sul web non siano definibili come del tutto positive o negative: al contrario, la stessa attività può avere conseguenze positive per un bambino e negative per un altro. Un esempio è costituito dagli incontri offline con persone conosciute online.

    Il numero di ragazzi che ha incontrato di persona qualcuno conosciuto su internet varia dal 5% (Francia) al 25% (Serbia) – il 9% in Italia. Per la maggior parte dei ragazzi, conoscere di persona un contatto online è stata un’esperienza positiva e entusiasmante. Il 52% in Slovacchia, l’86% in Romania e il 56% in Italia ha detto di essersi sentito felice dopo l’incontro. La stessa esperienza, però, può causare stress o turbamento a qualche ragazzo/a (meno del 5% si è sentito abbastanza o molto turbato dopo l’incontro). Il numero di ragazzi che ha riferito di essere stato turbato da qualcosa su internet nell’ultimo anno varia dal 7% (Slovacchia) al 45% (Malta). In Italia, il numero di ragazzi e ragazze di 9-17 anni che hanno fatto qualche esperienza su internet che li ha turbati o fatti sentire a disagio raddoppia, dal 6% registrato nel 2010 al 13%. Fra quest’ultimi, la maggior parte ha detto che si è trattata di un’esperienza sporadica. Gli amici (47%) e i genitori (38%) sono le principali fonti di sostegno a cui si rivolgono i ragazzi italiani nel caso di esperienze negative. Solo il 2% dei ragazzi italiani ha parlato di quanto accaduto su internet con un insegnante, mentre un ragazzo su quattro (25%) non ne ha parlato con nessuno.

  • FBI report says Jews are the target of most religion-based hate crimes

    A recent FBI report revealed that in 2018 Jews and Jewish institutions were the main targets of religiously motivated hate crimes in the United States.

    In its annual report on hate crime statistics, the FBI found that the total number of hate crimes decreased slightly in 2018 after three consecutive years of growth, totalling 7,120 cases. Although crimes that targeted religious groups were down 8% from 2017, in 2018, nearly 60% of the hate crimes in 2018 were directed against Jews and Jewish institutions.

    “It is unacceptable that Jews and Jewish institutions continue to be at the centre of religion-based hate crime attacks,” said Jonathan Greenblatt, the CEO of the Anti-Defamation League, which publishes its own annual Audit of Anti-Semitic Incidents. “We need to take concrete action to address and combat this significant problem.”

    Following the report, the Anti-Defamation League called on American lawmakers and law enforcement officials to take action to address the deeply disturbing climate of racial and religious hatred that has grown in the United States since Donald J. Trump became president three years ago.

    “We strongly urge Congress to immediately pass the Khalid Jabara and Heather Heyer National Opposition to Hate, Assault, and Threats to Equality (NO HATE) Act. By improving hate crime training, prevention, best practices, and data collection, we can stem hate crimes nationwide,” said ADL CEO Greenblatt.

    The report notes that race-related crimes were the most common type of hate crime, followed by religious hate crimes.  Almost 50% of hate racial crimes were directed against African-Americans, while religious hate crimes accounted for almost one in five (18.6%) of all hate crime cases. Sexual orientation bias accounted for 16.9% of all hate crimes.

    In 2018, 24 hate crimes were committed, the highest since the FBI began tracking and reporting similar cases in 1991. The crimes included a deadly massacre at the Tree of Life Synagogue in Pittsburgh in October 2018, an attack that saw 11 Jews were killed by an anti-Semitic shooter.

    “The fact that such a small percentage of the population has seen such a large percentage of hate crime incidents should be worrying for all of us,” said Ira Forman, a former State Department anti-Semitism envoy from 2013 to 2017 and now a senior adviser on anti-Semitism to Human Rights First.

    “You see numbers like this or worse in European countries like France where hate-crimes against Jews are way out of proportion to the overall number of Jews in France,” Forman added.

  • La Corte di giustizia Ue circoscrive il diritto all’oblio su Google

    La Corte di giustizia dell’Unione Europea ha recentemente stabilito che Google non deve garantire in ogni parte del mondo il diritto all’oblio, ossia la possibilità di vedere rimossi contenuti che persone direttamente interessate ritengano dannosi e ormai datati. Nello specifico, la sentenza afferma che «non c’è obbligo, per un motore di ricerca che risponde alla richiesta di de-indicizzazione di una persona di condurre questa ricerca in tutte le versioni del suo motore di ricerca». La sentenza garantisce di fatto la possibilità di continuare a visualizzare risultati indesiderati sulle pagine di Google al di fuori dell’Unione Europea.

    La sentenza affonda le proprie radici nel 2014, quando, a causa di un pronunciamento della stessa Corte, Google aveva iniziato a rimuovere i contenuti segnalati da tutte le versioni europee del sito, ma non da quelle appartenenti a Paesi terzi. Nel 2016, poi, la Commission nationale de l’informatique et des libertés francese aveva sanzionato Google, poiché il popolare motore di ricerca non aveva rimosso globalmente i contenuti che un utente aveva ritenuto indesiderati: il diritto all’oblio era stato, infatti, sostanzialmente violato. La questione era stata, infine, posta all’attenzione di un tribunale francese, che ha sospeso il procedimento per chiedere un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia.

    Nonostante la sentenza della Corte di Giustizia vada in direzione opposta alla posizione delle istituzioni europee, in alcuni Stati membri sono stati pronunciati verdetti contrari al “global removal”, in base all’idea che non sussista l’extraterritorialità del diritto. Pur essendo inserito nel Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), il diritto all’oblio non è, quindi, esportabile.

    Antonello Soro, garante italiano per la privacy, si è espresso su tale questione, sottolineando che la «barriera territoriale appare sempre più anacronistica».

  • Gli acquisti per la scuola fatti online costano anche il 33,3% in meno

    Chi ha comprato online ad agosto quanto serve per l’anno scolastico ha conseguito risparmi fino al 33,3%. Lo rivela un’analisi condotta da idealo, portale internazionale di comparazione prezzi leader in Europa, sui prodotti scolastici necessari per gli studenti di tutte le età (elementari, medie e scuole superiori).

    Tra i prodotti maggiormente scontati vi sono gli zaini scuola, che online arrivano a costare il 40,1% in meno (i dieci brand preferiti dagli italiani per gli zaini scuola sono Seven, Invicta, Ergobag, Scout, Herlitz, Santoro, Giochi Preziosi, McNeill, Nikidom, Panini).

    Analizzando 15 categorie di prodotti legati al mondo della scuola come astucci, diari e quaderni, idealo evidenzia che il mese più conveniente è quello di settembre, mentre quello più caro è gennaio.

    Sempre più spesso per la scuola ci si avvale anche di notebook o tablet, a volte utilizzando anche e-book reader. Secondo idealo, per queste tre categorie di prodotti, è possibile risparmiare online, verificando però prima qual è il mese più conveniente: notebook -13,6% acquistando a dicembre, tablet -15,7% acquistando ad Agosto e e-book reader -12,6% effettuando l’acquisto a novembre. In generale, il mondo dell’informatica presenta importanti opportunità di risparmio massimo medio a dicembre: -28,5% se si acquista in quel mese.

  • Individuati 222 siti web di false assicurazioni

    Un’indagine, diretta dal procuratore della Repubblica di Milano Francesco Greco e coordinata dal procuratore aggiunto Eugenio Fusco e dal sostituto procuratore Christian Barilli, ha portato a individuare e oscurare 222 siti web che proponevano assicurazioni online senza rispettare le prescrizioni del codice delle assicurazioni private. Il Nucleo Speciale Tutela Privacy e Frodi Tecnologiche della Guardia di Finanza ha dato seguito a provvedimenti di perquisizione locale, informatica e conseguente sequestro nei confronti di persone ritenute responsabili di truffe online con le quali sono stati raggirati centinaia di cittadini, cui sono state vendute delle false polizze assicurative.

    Gli utenti, convinti di sottoscrivere assicurazioni vantaggiose per il proprio veicolo o la propria casa o barca si sono in realtà ritrovati senza alcuna copertura. La truffa consisteva infatti nell’utilizzare indebitamente i loghi delle più note compagnie di assicurazione attive in Italia riportando anche l’indicazione di un numero RUI (Registro Unico degli Intermediari assicurativi) così da indurre a credere nella  veridicità di quanto reclamizzato online (mentre in realtà il RUI era contraffatto).

    L’indagine, realizzata in collaborazione con l’IVASS (Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni), ha permesso di identificare 74 persone fisiche per le quali è stato ipotizzato il reato di esercizio abusivo dell’attività di intermediazione assicurativa e truffa aggravata.

  • I siti della pubblica amministrazione italiana sono più pericolosi di Facebook per la privacy

    Altro che Facebook, la vera minaccia per la tutela dei nostri dati sono i siti web dello Stato italiano! Cinquantaquattro compagnie che si occupano di pubblicità online hanno infatti accesso ai dati di quanti utilizzano le pagine web di strutture pubbliche, dal Ministero dell’Economia e Finanze al Comune di Milano. A segnalare il pericolo, che rappresenta anche una violazione del regolamento europeo sulla tutela dei dati personali Gdpr, è l’azienda danese Cybot che ha passato in rassegna pagine web di 22 siti della pubblica amministrazione italiana. La strutturazione di tali siti, secondo l’indagine, è stata fatta con estrema imperizia: nel cercare di facilitare la navigazione all’utente si sono lasciate aperte possibilità di accesso che non dovrebbero esserci e che risultano ignote (o ignorate) agli enti a cui i siti fanno capo. Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e Agenda Digitale risultano di contro siti che tutelano pienamente la privacy di chi vi accede.

     

  • I nostri amici a quattro zampe non acquistiamoli on line

    Continuano le truffe via internet, comprese quelle legate al traffico illegale di cuccioli di cani di razza, come abbiamo già scritto, in altre occasioni, sul Patto Sociale. Dopo i vari interventi delle forze di polizia sia nel nord est che nel centro Italia questa volta è toccato ai carabinieri forestali di Torino di  intervenire dopo la denuncia di un cittadino che aveva acquistato, via internet, un cucciolo di bulldog francese deceduto, il giorno dopo la consegna, tra forti sofferenze. Dal marzo dello scorso anno i carabinieri hanno indagato sul traffico di animali e, nei giorni scorsi, su mandato della procura torinese hanno proceduto a diverse perquisizioni nelle città e nelle province di Torino e di Asti. Il cucciolo di bulldog, la morte del quale ha portato chi lo aveva acquistato a presentare denuncia, non aveva microchip e i documenti che lo accompagnavano erano tutti falsificati. A seguito della denuncia, dopo accurate indagini, sono stati trovati  diversi casi simili ed i carabinieri hanno potuto identificare sei persone coinvolte nel raggiro e scoprendo dodici cuccioli importati illegalmente e senza le vaccinazioni obbligatorie  e timbri, vaccini e documentazione falsa. il traffico si svolgeva, come nelle altre occasioni, utilizzando macchine private, i truffatori si recavano nei paesi dell’est Europa, principalmente Slovenia ed Ungheria, dove caricavano nel bagaglio, ammassandoli, più cuccioli strappati precocemente alla madre e perciò non in grado di viaggiare, cuccioli di poche settimane, non vaccinati. I cuccioli erano pagati agli pseudo allevatori dell’est cinquanta euro l’uno e quelli che sopravvivevano al terribile viaggio erano poi rivenduti in Italia a un prezzo superiore  di più di dieci volte. Gli acquirenti italiani, ignari della truffa nella quale stavano cadendo, erano raggiunti via internet e erano mostrate loro foto di cani veri e sani, non dei  veri genitori dei cuccioli e non certo quelle dei piccoli zombi malati che si sarebbero visti recapitare. Tutti i documenti d’accompagnamento erano falsi così come le attestazioni ed i certificati delle vaccinazioni. Una delle persone coinvolte nei traffici era già stato condannato dalla polizia ungherese per maltrattamento di animali e tutti i soggetti coinvolti risultano pregiudicati per gli stessi reati, dalla truffa, all’esercizio abusivo di professione. Nonostante le segnalazioni che più volte sono state fatte per avvertire chi desidera acquistare un cane di rivolgersi solo ad allevamenti riconosciuti o almeno conosciuti per poter vedere i genitori del cucciolo e assicurarsi non solo della regolarità dell’acquisto ma anche sia del carattere dell’animale che del fatto che sia rimasto il tempo necessario con la madre (due mesi dalla nascita) per imparare a socializzare, ancora molte persone si rivolgono ad internet e cadono nella truffa. Un cane non è un vestito, non è un oggetto che possiamo scegliere su un qualsiasi sito, un animale è fatto di carne e di sentimenti e fino a che qualcuno, pensando di risparmiare, continuerà a cercarlo sulla rete ci saranno sempre malviventi disposti a proseguire in questo business per il quale tanti cuccioli muoiono inutilmente e con molte sofferenze. Non è necessario avere un cane di razza pura, il cane non è uno status symbol, se non si può o non si vuole spendere ma si vuole un compagno di vita vi sono decine di associazioni private e di canili pubblici che hanno meravigliosi meticci ed anche cani di razza abbandonati sia da grandi  che da cuccioli.

  • Comunicare condividendo

    Si intitola Comunicare è condividere il nuovo libro dello scrittore e giornalista Agostino Picicco in cui, con l’attenzione che da sempre caratterizza la sua scrittura, rivolge uno sguardo attento alla realtà quotidiana affrontando i cambiamenti ai quali le nuove comunicazioni ci hanno indotti. In particolar modo Picicco pone alcune riflessioni sul mondo della comunicazione oggi e su quanto questa influisca su abitudini e stili di vita a causa dell’onnipresenza della rete a tal punto che ogni tanto diventi necessario, se non vitale, disconnettersi per favorire una maggiore serenità personale e consentire relazioni reali e un rinnovato impegno verso l’aggiornamento e lo studio che garantirebbero il miglior uso della nuova tecnologia.

    Da un lato le considerazioni di Picicco invitano a prendere consapevolezza dei benefici della rivoluzione tecnologica, dall’altro a tenere presenti alcuni effetti negativi da eliminare. Il totalitarismo cibernetico rischia di soffocarci, per questo va ripensato e magari riproposto con alcuni accorgimenti, nella consapevolezza che quando la tecnologia avanza non bisogna essere nostalgici del passato, ma protagonisti e progettisti di futuro.

    Un paragrafo del libro è poi dedicato a quale uso dei social avrebbe fatto don Tonino Bello del quale Picicco è un grande conoscitore.

  • L’hacker che ha rubato milioni di dati in Italia è finito nella rete, degli investigatori

    E’ finito nelle rete degli investigatori ed è stato arrestato il 24enne hacker che  è riuscito ad accedere nei server di ItaliaOnline rubando i dati di 1,4 milioni di utenti dei servizi mail Libero e Virgilio: è un giovane studente di Giurisprudenza che voleva ottenere la ricca ricompensa in Bitcoin promessa da un canale Telegram. L’hacker si era recato presso la sede di ItaliaOnLine ad Assago e tramite un portatile e una antenna capace di agganciare il Wi-Fi di ItaliaOnLine, una volta ottenuti i privilegi per il download è riuscito a trafugare i dati sensibili per i quali era stata promessa la ricompensa.

    Per gli utenti dei servizi che sono stati penetrati il consiglio è quello di cambiare la password utilizzata per il servizio mail, soprattutto ove utilizzino la stessa password per altri servizi (carte di credito anzitutto). Italiaonline ha fatto sapere che «allo stato, non ci sono utenti che abbiano segnalato accessi indesiderati alla propria posta» ma comunque ha notificato a tutti quelli coinvolti di procedere al cambio delle password delle mail. Il Garante della privacy ha provveduto, come prevede il nuovo regolamento UE, a effettuare una ispezione presso la sede dell’azienda che ha subito l’attacco.

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