Internet

  • Le tariffe del 2026 per usare Internet se si viaggia all’estero e fuori dall’Europa

    La normativa del Roaming Like at Home, attiva dal 2017, consente di usare la SIM del proprio cellulare e parte dei Giga della tariffa mobile nazionale nei Paesi Ue e dello Spazio Economico Europeo (SEE). Fuori da questi confini, invece, occorre valutare le offerte mobile dedicate all’estero proposte dagli operatori italiani o le alternative disponibili. Il nuovo monitoraggio dell’Osservatorio tariffe di Segugio.it analizza le soluzioni a disposizione dei viaggiatori italiani per restare connessi all’estero, confrontando i dati 2026 con quelli del 2025.

    Il Roaming Like at Home consente di usare la propria tariffa mobile italiana senza costi aggiuntivi nei 27 Paesi UE e nei tre Paesi SEE (Islanda, Liechtenstein, Norvegia). Restano esclusi Svizzera, Regno Unito (salvo eccezioni di alcuni operatori) e Paesi come Albania e Serbia. Gli operatori possono però offrire più Giga del minimo previsto e anche, in alcuni casi, estendere la normativa a Paesi extra SEE come Regno Unito, Svizzera e Ucraina. Minuti e SMS restano illimitati.

    Per le destinazioni fuori dal Roaming Like at Home, gli operatori propongono tariffe dedicate da 1, 7, 10 o 30 giorni. Il confronto 2026 vs 2025 mostra, in generale, più Giga disponibili e costi giornalieri in calo. Per gli Stati Uniti la dotazione media sale da 0,64 a 0,82 GB al giorno (+28%) con un costo che scende da 2,02 a 1,76 euro al giorno (1,18 euro al giorno per le tariffe da almeno 7 giorni, +40% di Giga).  Per la Svizzera i Giga passano da 0,63 a 0,64 GB al giorno (+2%) con un costo che scende da 1,57 a 0,56 euro al giorno; sulle tariffe da almeno 7 giorni il costo sale invece a 0,76 euro al giorno.

    Da segnalare anche le tariffe per l’Ue, che offrono in media 1,18 GB al giorno (+155%) a 0,63 euro al giorno. Chi va all’estero può sempre comprare una SIM prepagata sul posto (ad esempio in aeroporto) oppure attivare una eSIM internazionale acquistabile online. Le tariffe italiane non sono sempre le più convenienti, soprattutto per chi necessita di molti Giga: vale la pena confrontare tutte le opzioni prima di partire.

  • Individuare prima i modi corretti per l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale

    Dal 3 agosto la carta di identità sarà elettronica, il che può essere un vantaggio se chi comanda e decide non proseguirà una corsa troppo veloce, come è stato in questi anni, per rendere digitali tutti i servizi e non troverà il modo di semplificare effettivamente procedure che al momento rimangono complesse ed ostiche a tanti.

    Diciamolo con chiarezza, tutti i servizi promessi spesso non funzionano e quando funzionano richiedono una padronanza degli strumenti tecnologici che non hanno né molti anziani né persone che vivono in contesti lontani dall’informatizzazione a tutto campo.

    Usare lo spid, mettere la firma digitale, dialogare con un disco che ti invita a premere vari numeri prima di riuscire a trovare un operatore in carne ed ossa, cercare di conoscere la tua esatta posizione, dall’INPS al Fisco, non è sempre agevole come ci vogliono far credere.

    In verità la maggior parte delle persone comuni trova molte difficoltà e segnala una significativa perdita di tempo, forse si saranno eliminate lunghe code agli sportelli ma nella realtà non si sono risolti i problemi legati all’espletamento di diverse pratiche e in troppi casi le risposte che si ottengono sono contrastanti, insufficienti, a volte sbagliate, con le ovvie negative conseguenze.

    I movimenti politici, e spesso anche quelli culturali, sembrano ignorare tre aspetti fondamentali: 1) una società giusta opera in modo da evitare che una parte della popolazione sia di fatto emarginata se non ha parenti più giovani che li aiuta o i mezzi economici per pagarsi chi la può assistere in certe incombenze, 2) ogni progresso, specie tecnologico, deve prevedere i tempi di adattamento necessari all’essere umano per adeguarsi ed il continuo sostituire una nuova tecnologia alla precedente crea confusione e dispendio economico inutile e dannoso, 3) l’esperienza di quanto avvenuto con la Rete, strumento meraviglioso ma spesso utilizzato per commettere atti criminali, nata senza regole e diventata incontrollabile, dovrebbe indirizzare i legislatori ad individuare prima i modi corretti per l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale che invece ormai è, senza consapevolezza, alla portata di tutti e nelle scuole porterà all’inarrestabile atrofia del cervello dei più.

  • La mafia ora si mette in mostra vantando il proprio appeal su TikTok

    Anche la mafia si adegua ai tempi e dai pizzini passa alle comunicazioni digitali dopo aver rapidamente intuito il flusso degli affari che si sarebbe mosso anche nel dark web. Uno studio della Fondazione Magna Grecia segnala che la criminalità organizzata è arrivata su TikTok. E lo ha fatto «perché è su TikTok che si sono spostati i giovani», spiega Nicola Gratteri, capo della Procura di Napoli. «È a loro che le mafie parlano per aumentare il loro consenso in una dimensione ibrida –  tra reale e virtuale – ormai impossibile da ignorare».

    Ne è prova l’omicidio commesso a Palermo da Gaetano Maranzano, figlio di Vincenzo (condannato a 10 anni per tentato omicidio) che poco dopo aver sparato, sapendo che sarebbe stato arrestato, ha pubblicato su TikTok un video con la sua foto e in sottofondo l’audio di un passaggio della fiction “Il capo dei capi”, in cui Totò Riina sfida il poliziotto che lo sta arrestando. Un segnale che va letto con la logica del marketing che oggi guida le mafie su TikTok, dove «la criminalità organizzata si comporta come un vero e proprio brand e, al pari di un brand, si fa pubblicità», aggiunge Gratteri. Usando i mezzi tipici della piattaforma – musica, video, coreografie, hashtag – la criminalità spettacolarizza il lato “bello” del prodotto mafia (potere, soldi, lusso, fratellanza) e ne sminuisce la violenza e la portata criminale, facendo apparire la vita mafiosacome desiderabile e il boss come qualcuno da imitare.

    Marcello Ravveduto, professore di Digital Public History all’Università di Salerno e curatore della ricerca della Fondazione Magna Grecia su più di 6mila contenuti spiega che «tutto ruota attorno al concetto di “mafiosfera”, ovvero un ecosistema comunicativo parallelo che vive dentro l’informazione online, ma è in grado di capovolgerne i principi». In questo spazio la criminalità organizzata ha acquisito la capacità di suggestionare un pubblico sempre più ampio grazie a un nuovo protagonista: il “mafiofilo”. Prosumer (produttore-consumatore), non per forza coinvolto direttamente in attività illecite, il mafiofilo ha un’affinità emotiva e culturale verso la mafia. È lui che, come un curatore di immagine, la “veste” per esporla in vetrina. E per farlo usa codici visivi e sonori distintivi – musica neomelodica e trap, scene di lusso ostentato, abiti griffati, citazioni di serie di successo – con cui la spoglia di violenza e la trasforma in intrattenimento. In fiction, melodramma, dissolvendone la gravità morale. La mentalità mafiosa finisce con l’essere normalizzata e diventa più familiare al grande pubblico. Più pop. Mentre la natura criminale viene nascosta dietro la performance, divenendo attrattiva per i giovani. Acquistabile con un click: che è consumo in superficie, potere e controllo in profondità.

    Gli esperti chiamano questo modo di usare i social mobstering: basta un selfie con posa intimidatoria, una didascalia in dialetto, un riferimento a un boss locale per entrare a far parte del gioco. Un esempio? Nel novembre 2023 a Pianura (Napoli), in seguito all’arresto di giovani spacciatori, familiari e amici hanno caricato video su TikTok con messaggi di sostegno come «La galera è il riposo del leone» o «Ti aspetto fuori, vita mia», mostrando così fedeltà al clan e disprezzo per le forze dell’ordine. C’è poi chi questa estetica la usa con maggiore maestria. È il caso del mobinfluencer, il volto più raffinato e pericoloso del marketing mafioso. Si legge nello studio: «Si tratta di un personaggio pubblico che cura meticolosamente il suo profilo, enfatizzando gesti di generosità verso la comunità e rimandando un’idea più glamour della vita criminale». Segue una narrativa rassicurante in cui la mafia si presenta come un marchio di identità collettiva, dotata di una personalità quasi umana, riconoscibile e desiderabile. Ne sono dimostrazioni eloquenti Crescenzo Marino, figlio di un boss napoletano, che ha raccolto migliaia di follower mostrando vacanze a Mykonos, Ferrari e champagne. O Tina Rispoli – vedova di camorra e oggi influencer – che ha usato la sua immagine per creare consenso e ottenere legittimazione come notabile locale.

    Il fenomeno però non è solo italiano, e lo studio ha il merito di raccontare anche l’evoluzione social dei cartelli messicani del narcotraffico, veri pionieri nella colonizzazione di YouTube prima e TikTok dopo. Con una differenza di fondo rispetto al nostro Paese: la propaganda mafiosa messicana infatti ruota attorno alla figura del ganginfluencer, molto più diretto e spettacolare nell’ostentazione della violenza. Il criminale messicano non cerca approvazione morale, ma dominio simbolico: i suoi video sono affermazioni di potere, scontri virtuali tra bande, provocazioni territoriali e rituali di appartenenza. In Italia le emoji sono metafore di valori – lealtà la catena, forza e coraggio il leone, potere la corona – per i cartelli messicani invece sono codici di affiliazione. La pizza per esempio, usata dopo “ch” (chapizza) indica chiaramente la vicinanza al Cartello di Sinaloa, richiamando la figura di El Chapo Guzmàn. Entrambe le pratiche però condividono la stessa logica: usare i social come arene di consenso e appartenenza, dove l’immaginario criminale diventa un prodotto culturale da consumare, imitare e diffondere. Gli algoritmi poi fanno il resto: amplificano i contenuti più virali, premiano le storie più estreme e annullano la distanza critica dello spettatore.

    In un mondo dominato dalla visibilità, anche il mafioso non si nasconde più: si racconta manipolando la verità, si espone e si vende addirittura come icona di potere e libertà. E le mafie non sono più soltanto denaro, trame e violenza, «ma sono sempre più ibride e algoritmiche, si muovono tra server, blockchain, social media e dark web», dice Antonio Nicaso, esperto di fenomeni criminali e docente alla Queen University del Canada. Che fare allora? Nicaso rilancia la lezione di Giovanni Falcone, aggiornata però all’era digitale: «Lui suggeriva di seguire il denaro per comprendere, intercettare e contrastare la criminalità organizzata». Questo Rapporto ci fa capire invece «che bisogna seguire i flussi, leggere sequenze nascoste, interpretare mondi digitali visibili e invisibili». “Follow the Flow”, insomma, potrebbe essere la nuova strategia nel contrasto alle mafie. Un concetto che Nicola Gratteri traduce in azione: «Urge svecchiare i protocolli d’indagine, dotarsi di personale altamente qualificato, omologare la strategia normativa».

  • Australian pleads guilty to creating deepfake porn in landmark case

    An Australian teenager has pleaded guilty to creating deepfake pornography, in a landmark case.

    William Hamish Yeates, 19, is the first person to be charged under a new national law which criminalises the manipulation of sexual images and carries a maximum penalty of seven years in prison.

    Experts says deepfake pornography – often created through artificial intelligence technology, and overwhelmingly targeting women and girls – is the new frontier of gendered, image-based abuse and school bullying.

    Yeates did not comment as he left court after admitting four offences on Wednesday. He will return for a hearing in April.

    Yeates was previously facing 20 Commonwealth charges, but the Commonwealth Director of Public Prosecutions (CDPP) withdraw some of them after he pleaded guilty to creating or altering sexual material without consent and distributing it, as well as using a carriage service in a harassing or offensive way.

    The court heard Yeates had distributed images of his alleged victim across multiple X accounts without her consent.

    A spokesman for Commonwealth prosecutors previously confirmed it was the first prosecution of its kind, though some states also have their own laws relating to deepfake material.

    Australia’s internet regulator, the eSafety Commission, has been warning of the rising threat of AI manipulated material, and has been fighting to ban apps that ‘nudify’ subjects in Australia.

    “There is compelling and concerning data that explicit deepfakes have increased on the internet as much as 550% year on year since 2019,” Julie Inman Grant wrote after advising parliament on the new laws in 2024.

    “It’s a bit shocking to note that pornographic videos make up 98% of the deepfake material currently online and 99% of that imagery is of women and girls.”

  • How Iranians are evading internet blocks to contact family abroad

    On the Iran-Turkey border a man sells a service that helps Iranians outside their country keep in touch with loved ones inside.

    His secret is two phones – one connected to the Iranian phone network and one to the Turkish. It’s necessary because international calls into Iran are blocked.

    Customers outside Iran call his Turkish phone on WhatsApp and he then dials their loved ones on his Iranian mobile.

    He holds the two together so people desperate to hear from their families inside Iran can speak to them.

    As he’s on the border, the man can connect to both the Turkish and Iranian mobile networks at the same time.

    It is one of the ways Iranians are circumventing the blocks on internet and phone connections authorities have put in place during the war with the US and Israel – but these services are expensive and patchy.

    Calling abroad rarely works the first time and calls usually last two or three minutes before cutting out.

    And BBC Persian has found that, with money transfer fees, it costs about £28 ($38) for a four- or five-minute call.

    But customers feel it’s a price worth paying.

    Ava (whose name, like the other people quoted in this article, has been changed) was due to get married this week. Her fiance lives in Canada and was due to fly to Tehran for the ceremony before the war brought air travel to an abrupt halt.

    “I’m paying a huge amount of money to be able to connect to the internet to talk to him right now,” she says.

    Hamid also lives in Tehran and has been desperate to find ways to keep in touch with his wife and other relatives abroad.

    “In these past days I tried everything just to connect,” he says. “The cost didn’t matter to me, even though it was a financial burden. I just wanted them to feel a little calmer.”

    He’s been using a virtual private network (VPN), which can bypass the restrictions the Iranian authorities have put on the internet, allowing people to message and call abroad.

    Hamid says the cost of VPNs has “skyrocketed” to around £15 ($20) for a gigabyte of data – a considerable amount given the monthly minimum wage in Iran is only $100 – and that the connection was still “extremely unstable”.

    If the connection cuts out while he is using the VPN, he adds, the data he has bought is gone and cannot be refunded.

    “Whenever I managed to connect to the internet, even briefly, I would message everyone and ask them to send me their families’ phone numbers so I could check on them and send news back,” he says.

    “When I call a mother and mention the name of the child who asked about her, the sound of her laughter and excitement changes my whole world.”

    Negar, who lives in Toronto, Canada, says her family have been managing to make short calls to reassure her they are okay, knowing how anxious she was during the deadly anti-government protests in Iran in January. These have done little to allay her worries.

    “The worst part of the story is that they are under heavy bombardment, yet they call me and say: ‘We’re fine, don’t worry about us.’ That is what is killing me.”

    Shadi lives in Melbourne, in Australia, but her parents’ home is in a neighbourhood of Tehran known as “the hornet’s nest”. It’s close to a major oil depot hit on 7 March and other sensitive sites such as the Ministry of Defence.

    They, too, gather news from relatives and neighbours so it can be passed on to family abroad when they are able to connect, she says.

    Shadi says her father has stopped going for walks after “black rain” fell on him following the nearby oil depot strike.

    Zahra lives in Europe and is anxiously staying in touch with her brother in Iran, who uses a VPN to access Telegram.

    “If he goes offline for more than half an hour or an hour, all kinds of frightening thoughts start running through my mind,” she says.

    Her brother said her family rarely leaves the house given the “terrifying” sounds of fighter jets and explosions.

    She recalls him saying: “Outside, there are also patrols everywhere, standing at every intersection, staring into your eyes. If they don’t like the way you look, they stop you.”

    Being able to work across different platforms and use technical tricks to evade the restrictions has made it hard for less tech-savvy relatives to stay in touch.

    The only person Pooneh, who lives in London, can contact is her sister – “maybe because she is more comfortable with technology and finds ways to make the call”, she explains.

    “I can’t call [my family],” Pooneh adds. “Even this simple thing creates a strange feeling, as if nothing is in my control.”

    Like many, she and her sister have a two-way exchange, the person inside Iran passing on family messages and the one abroad giving updates about the war not available in Iran due to government censorship.

    “It feels as if each of us is missing part of the story, and we have to piece it together through each other.”

  • India orders social media firms to remove unlawful content within three hours

    India has introduced new rules that make it mandatory for social media companies to remove unlawful material within three hours of being notified, in a sharp tightening of the existing 36-hour deadline.

    The amended guidelines will take effect from 20 February and apply to major platforms including Meta, YouTube and X. They will also apply to AI-generated content.

    The government did not provide a reason for reducing the takedown window.

    But critics worry the move is part of a broader tightening of oversight of online content and could lead to censorship in the world’s largest democracy with more than a billion internet users

    In recent years, Indian authorities have used existing Information Technology rules to order social media platforms to remove content deemed illegal under laws dealing with national security and public order. Experts say they give authorities wide-ranging power over social media content.

    According to transparency reports, more than 28,000 URLs or web links were blocked in 2024 following government requests.

    The BBC has contacted the ministry of electronics and information technology for comment on the latest changes. Meta declined to respond to the amendments. The BBC has also approached X and Google, which owns YouTube, for a response.

    The amendments also introduce new rules for AI-generated content.

    For the first time, the law defines AI-generated material, including audio and video that has been created or altered to look real, such as deepfakes. Ordinary editing, accessibility features and genuine educational or design work are excluded.

    The rules mandate that platforms that allow users to create or share such material must clearly label it. Where possible, they must also add permanent markers to help trace where it came from.

    Companies will not be allowed to remove these labels once they are added. They must also use automated tools to detect and prevent illegal AI content, including deceptive or non-consensual material, false documents, child sexual abuse material, explosives-related content and impersonation.

    Digital rights groups and technology experts have raised concerns about the feasibility and implications of the new rules.

    The Internet Freedom Foundation said the compressed timeline would transform platforms into “rapid fire censors”.

    “These impossibly short timelines eliminate any meaningful human review, forcing platforms toward automated over-removal,” the group said in a statement.

    Anushka Jain, a research associate at the Digital Futures Lab, welcomed the labelling requirement, saying it could improve transparency. However, she warned that the three-hour deadline could push companies towards full automation.

    “Companies are already struggling with the 36-hour deadline because the process involves human oversight. If it gets completely automated, there is a high risk that it will lead to censoring of content,” she told the BBC.

    Delhi-based technology analyst Prasanto K Roy described the new regime as “perhaps the most extreme takedown regime in any democracy”.

    He said compliance would be “nearly impossible” without extensive automation and minimal human oversight, adding that the tight timeframe left little room for platforms to assess whether a request was legally appropriate.

    On AI labelling, Roy said the intention was positive but cautioned that reliable and tamper-proof labelling technologies were still developing.

    The BBC has reached out to the Indian government for a response to these concerns.

  • Social media content restricted in Afghanistan, Taliban sources confirm

    Restrictions have been placed on content on some social media platforms in Afghanistan, Taliban government sources told BBC Afghan.

    Filters have been applied to restrict certain types of content on sites including Facebook, Instagram and X, the sources at the Ministry of Communications and Information Technology said.

    It is not clear exactly what sort of posts are subject to filtering. Some social media users in Kabul told the BBC that videos on their Facebook accounts are no longer viewable, while access to Instagram has also been restricted.

    These restrictions on social media content come a week after internet and telecommunications services were cut off across the country for two days.

    The move caused widespread problems for citizens and its end was greeted with celebration.

    The 48-hour blackout disrupted businesses and flights, limited access to emergency services and raised fears about further isolating women and girls whose rights have been severely eroded since the hardline Islamist group swept back to power in 2021.

    Social media users in Afghanistan have been complaining about limited access to different platforms in various provinces since Tuesday.

    A Taliban government source said: “Some sort of controls have been applied to restrict certain types of content on platforms such as Facebook, Instagram, and X.

    “We hope this time there wouldn’t be any full ban on internet.

    “The filtering is almost applied for the whole county and most provinces are covered now.”

    There is no formal explanation from Taliban government officials for the restrictions.

    Cybersecurity organisation NetBlocks said “restrictions are now confirmed on multiple providers, the pattern shows an intentional restriction”. Social sites have been intermittently accessible on smartphones, according to news agency AFP.

    A man who works in a government office in eastern Nangarhar province told the BBC he could open Facebook but could not see pictures or play videos.

    He said the “internet is very slow as a whole”.

    Another user in southern Kandahar province, who runs a private business, said his fibre optic internet had been cut off since Tuesday but mobile phone data was working, with Facebook and Instagram being “severely slow”.

    The Taliban government has not given an explanation for the total shutdown last week. However, last month, a spokesperson for the Taliban governor in the northern province of Balkh said internet access was being blocked “for the prevention of vices”.

    Since returning to power, the Taliban have imposed numerous restrictions in accordance with their interpretation of Islamic Sharia law.

    Afghan women have told the BBC that the internet was a lifeline to the outside world since the Taliban banned girls over the age of 12 from receiving an education.

    Women’s job options have also been severely restricted and in September, books written by women were removed from universities.

  • Resettare tutto e ricominciare daccapo?

    Riceviamo e pubblichiamo la lettera che il Signor Stefano Cagnetta ci ha inviato dopo la lettura dell’articolo dell’On. Cristiana Muscardini ‘Politiche sui siti sessuali e ragazzi che si suicidano aiutati dalla rete’ pubblicato lo scorso 1 settembre

    Cara Onorevole,

    io non ho tutte le risposte ai quesiti da lei rappresentati, ma ho il piacere di condividere con lei quelli che potrebbero essere, senza peccare di presunzione, pensieri comuni inerente l’argomento da lei rappresentato e che al sottoscritto colpisce vivamente:

    Mi soffermo solo su quest’ultimo decennio laddove internet è entrato quasi di soppiatto, forse inaspettatamente, ma con tanta facilità nelle case di ognuno di noi dandoci la parvenza di un qualcosa di buono, che può agevolarci nella vita di tutti i giorni, insomma sembrava un’innovazione tecnologica utile e raccomandabile. Per certi versi sì, ma come per tutte le cose, il troppo storpia ed ecco il lato oscuro di questa innovazione tecnologica uscire allo scoperto e fare da padrona: l’utilizzo incontrollato dei social che sono sempre più a portata di mano di chiunque ma ahimè soprattutto dai minorenni. Inutili le “raccomandazioni” (che per Legge devono fare), da parte di queste piattaforme verso i minori che per loro è vietato iscriversi se non sotto la supervisione dei genitori, ma parliamoci chiaramente, la supervisione del genitore è praticamente impossibile… ma c’è anche l’escamotage della data di nascita, basta cambiarla ed il gioco è fatto. E nessuno se ne accorge. Un po’ come la vendita di sigarette e dei gratta e vinci: c’è scritto che nuoce gravemente alla salute (per la serie “io te l’ho detto”), ma è sempre lo stesso Stato che ha emesso il messaggio di pericolo che li vende ricavandoci ingenti profitti di cui non poter assolutamente rinunciare e, come se non bastasse, sia per i gratta e vinci che per le sigarette ve ne sono di tutti i tipi e per tutti i gusti, evidentemente si vuole soddisfare la richiesta di tutti… eppure c’è scritto “nuoce gravemente alla salute” …

    Il male c’è e si vede, ma nessuno fa davvero qualcosa di coraggioso e/o drastico per bloccare tutto ciò. I profitti, come per le sigarette e i gratta e vinci, sono più importanti. Tutto gira intorno al denaro, causa primaria di tanti mali cui non sto qui ad elencarli.

    Nelle piattaforme dei social tutto è amplificato all’ennesima potenza: un video, una notizia, un fatto si ripete centinaia, migliaia se non milioni di volte (il numero dei like e delle visualizzazioni, portano anche bei profitti a quanto pare) e un soggetto e/o il fatto stesso è alla mercè di tutti. Questa potenza è incontrollabile. Può fare del bene o del male ma lo fa ad ogni modo all’ennesima potenza. Dunque, se una persona fragile viene offesa all’interno di queste piattaforme, il fatto ha un ridondanza mostruosa e l’offesa sale a dismisura. Se un fatto poteva essere circoscritto ad un numero ristretto di persone, adesso no, rimbomba come un eco perpetuo dappertutto e neanche chi ha cominciato a divulgarlo sa fin dove potrebbe protrarsi, senza poi considerare minimamente gli effetti di quel messaggio lanciato in rete; per qualcuno potrebbe essere un vero e proprio inferno…potrebbe essere motivo di farla finita.

    Penso al piccolo Paolo, un bellissimo ragazzino come tanti in mezzo a noi, troppo giovane per chiudersi nel suo oblio, troppo giovane per pensare di farla finita, troppo giovane per terminare la sua vita. E adesso mi ritorna in mente anche la piccola Sarah Scazzi e della sua tragica fine … Sempre e soltanto a causa di cosa gli altri potrebbero credere, pensare o chissà cosa… Un tempo questo poteva essere considerato un motivo futile ma adesso che i tempi sono cambiati, pare sia un motivo plausibile per uccidere o per suicidarsi.

    L’opinione degli altri a quanto pare conta troppo per qualcuno. E’ un male incurabile questo. Non abbiamo più una nostra vita, è sempre condizionata dagli altri!

    Paolo, Sarah e tutte quelle piccole anime che hanno terminato la loro vita troppo presto a causa “degli altri” potrebbero essere i nostri stessi figli!

    Come possiamo fermare tutto ciò? Noi genitori se pur attenti e scrupolosi non possiamo attenzionare i nostri ragazzi 24 ore su 24, certamente possiamo parlare con loro, cercare di stare attenti il più possibile, ma ora più che mai, non possiamo entrare nella testa dei nostri ragazzi e vedere cosa pensano realmente. Troppo silenziosi? Troppo estroversi? Qual è il segnale che deve preoccuparci? Oltre ad essere genitori che lavorano preoccupati e attenti all’andamento della propria famiglia forse dovremmo essere anche psicologi – poliziotti – terapeuti…. Io non lo so. So solo che come mezzi di comunicazione abbiamo la televisione che oggi offre troppi programmi inutili, dove si evidenzia sempre l’apparire e non l’essere, film che propongono costantemente violenza estrema o scene di bassezza inaudita, per non parlare delle innumerevoli parolacce e volgarità che si sentono ogni giorno e poi c’è l’evoluzione della televisione con il tanto agognato smartphone che altro non è che  una finestra aperta sul mondo, tutto praticamente gratuito, senza tabù, libero, … ed ecco fomentarsi il troppo che storpia…

    Per non parlare dei telegiornali che fanno a gara per chi elenca le peggiori notizie di cronaca in circolazione. Un bollettino di guerra, ora più che mai, nel vero senso della parola.

    Il nocciolo del problema forse sta proprio in questo: gli innumerevoli e costanti input che entrano nella nostra testa, un bombardamento costante di annunci, notizie, fatti che non sempre ci fanno bene ma attenzione! Noi siamo persone adulte che hanno avuto un passato sicuramente più quieto rispetto a questo presente (che sarà il passato dei nostri ragazzi), sappiamo gestire le emozioni, sappiamo reagire difronte a queste notizie ma loro, i nostri ragazzi, hanno capito come funziona? Riescono a schermarsi davanti a questo strano mondo con tutte le sfaccettature che offre? Sanno distinguere il virtuale dal reale?

    Forse, ma sicuramente utopia totale, sarebbe eliminare ciò che ha causato questo male. Bloccarlo. Fermarlo. Spegnere tv e smartphone. Resettare tutto e ricominciare daccapo.

    Cordiali saluti,

    Stefano Cagnetta

  • Via le restrizioni per i minori sui social di Zuckerberg

    Alcuni dipendenti ed ex dipendenti di Meta hanno accusato la multinazionale di avere deliberatamente soppresso le attività di ricerca tese a scoprire eventuali rischi per la sicurezza di bambini e adolescenti sulle sue piattaforme e durante l’utilizzo dei suoi dispositivi per la realtà virtuale. Lo scrive il “Washington Post”, che ha ottenuto una serie di documenti e dichiarazioni inviate dai dipendenti al Congresso lo scorso maggio. A seguito di una serie di audizioni parlamentari nel 2021, lo staff legale di Meta avrebbe iniziato a “rivedere, modificare o anche vietare” attività interne di ricerca dedicate ai rischi per i giovani derivanti dall’utilizzo di dispositivi per la realtà virtuale. L’articolo del “Washington Post” fa riferimento a un episodio specifico avvenuto in Germania nel 2023, quando un adolescente avrebbe detto a due ricercatori di Meta di avere “incontrato di frequente adulti” durante l’utilizzo di dispositivi per la realtà aumentata. Il ragazzo avrebbe aggiunto che suo fratello, di nemmeno 10 anni di età, avrebbe ricevuto “proposte di natura sessuale” durante le stesse attività. Jason Sattizahn, uno dei due ricercatori, ha detto al quotidiano che la leadership di Meta avrebbe ordinato di cancellare la registrazione del colloquio avuto in Germania, così come tutta la documentazione scritta sulle sue affermazioni.

    Un rapporto interno successivamente pubblicato sulla ricerca ha evidenziato che i genitori tedeschi sono preoccupati per il rischio di adescamento sulle piattaforme di Meta, senza però includere riferimenti specifici all’episodio. Secondo quanto riferito dai dipendenti al Congresso, lo staff legale di Meta avrebbe soppresso le attività di ricerca di questo tipo con l’obiettivo di stabilire una “negazione plausibile” agli effetti negativi derivanti dai dispositivi e dalle piattaforme dell’azienda. I documenti condivisi con i parlamentari includono linee guida che spiegano ai ricercatori “come gestire temi sensibili” che potrebbero portare alla pubblicazione di articoli di stampa che metterebbero la società in cattiva luce. In uno scambio risalente al 2023, un avvocato di Meta avrebbe detto a un ricercatore di “evitare” di raccogliere dati sull’utilizzo dei dispositivi per la realtà aumentata prodotti dall’azienda da parte dei bambini, per motivi “regolamentari”.

  • La Commissione consulta i cittadini sulle crescenti minacce poste dal bullismo online

    La Commissione ha avviato una consultazione pubblica e un invito a presentare contributi per sostenere l’elaborazione del piano d’azione dell’UE contro il bullismo online, atteso per l’inizio del 2026.

    Circa un adolescente su sei riferisce di essere stato vittima di episodi di bullismo online, mentre uno su otto ammette di esserne stato l’autore. Come annunciato negli orientamenti politici della Presidente von der Leyen, la Commissione è impegnata a combattere il bullismo online e a elaborare una strategia globale a livello dell’UE. Il piano previsto sarà incentrato sulla protezione dei minori e terrà conto anche di altri elementi, come la dimensione di genere e la maggiore vulnerabilità di alcuni gruppi di giovani fino ai 29 anni di età.

    La consultazione e l’invito a presentare contributi sono aperti fino al 29 settembre 2025. A settembre sarà avviata anche una consultazione a misura di minore attraverso la piattaforma dell’UE per la partecipazione dei minori.

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