Islam

  • Mali in bilico tra estremismo islamico e sostegno della Russia ai militari golpisti

    Non c’è solo la Nigeria dove sono intervenuti gli Usa a Natale tra i Paesi africani afflitti dall’estremismo islamico. Il Mali è teatro da anni di un’insurrezione jihadista giunta a minacciare direttamente la capitale Bamako. Per settimane il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim), affiliato ad Al Qaeda, ha bloccato l’afflusso di cisterne di carburante a Kayes e Nioro, due località al confine con il Senegal, come risposta alla decisione della giunta militare di tagliare i rifornimenti nelle aree più remote del Paese, dove trovano rifugio i jihadisti stessi. Il blocco è stato imposto inizialmente lungo la fascia che dal Mali prosegue lungo il confine con Mauritania e Senegal fino a Sikasso, località a sud del Paese, vicino al confine con Guinea e Costa d’Avorio. All’origine dell’embargo jihadista c’è la convinzione che alcune aziende collaborino con le Forze armate maliane (Fama) del generale Assimi Goita, il leader della giunta militare che regge il Paese dal doppio colpo di Stato del 2020 e 2021, a danno dei jihadisti.

    La carenza di carburante ha obbligato a ridurre i trasporti pubblici fino al 70% e ha reso complicato raggiungere il posto di lavoro. Il ministero dell’Istruzione ha chiuso le scuole per due settimane e il ministro della Sicurezza, generale Daoud Aly Mohammedine, ha annunciato “misure forti” per garantire l’approvvigionamento del Paese. La giunta golpista di Bamako fa affidamento sulla Russia, che ha promesso la consegna di 160-200mila tonnellate di carburante al mese ma il blocco del carburante è solo una delle strategie messe in atto dai jihadisti nel tentativo di far collassare le strutture statali del Paese. Lo scorso 23 settembre gli jihadisti hanno anche sequestrato alcuni ostaggi, due emiratini e un iraniano che hanno rilasciato il 29 ottobre in cambio di un riscatto compreso tra i 50 e i 70 milioni di euro e di equipaggiamento militare. I tre uomini erano stati catturati lo scorso 23 settembre in un aeroporto privato nel comune di Sanankoroba, a circa 30 chilometri da Bamako. Secondo il giornalista Wassim Nasr, che collabora con “France 24”, in cambio del rilascio le autorità maliane hanno consegnato ai jihadisti diverse tonnellate di equipaggiamento militare, tra cui veicoli e armi. Secondo diverse fonti, si sarebbe anche verificato uno scambio di prigionieri. Lo Jnim ha rivendicato inoltre il sequestro di due ostaggi egiziani sospettati di collaborare con la giunta al potere a Bamako, per il cui rilascio ha chiesto un riscatto di 5 milioni di dollari, mentre ha negato il sequestro di un pilota statunitense.

    Dal luglio scorso, inoltre, diversi attacchi hanno preso di mira siti industriali e minerari, in particolare nella regione di Kayes, che rappresenta l’80% della produzione aurifera del Mali, la sua principale fonte di ricchezza. Tra gli esempi figurano la Diamond Cement Factory, dove sono stati rapiti tre ingegneri indiani, e diverse miniere nella regione di Kayes, dove sono stati rapiti una decina di dipendenti cinesi. Anche la miniera di litio di Bougouni, gestita dalla società britannica Kodal Minerals, è stata oggetto di diversi raid. Una strategia, quella jihadista, che rischia di contagiare l’intera area del Sahel, da tempo finita nell’orbita russa dopo la serie di colpi di Stato che – oltre al Mali – hanno interessato anche i vicini Burkina Faso e Niger.  Il rischio, ora, è che la crisi in Mali si allarghi ai vicini Niger e Burkina Faso. Secondo quanto riferito dal centro di ricerca e monitoraggio sul jihadismo Menastream, i vertici del Jnim stanno infatti invitando – tramite i loro media affiliati – i suoi sostenitori in Niger e Burkina Faso ad aderire al loro jihad, mentre nel vicino Mali si rafforza l’azione islamista contro la giunta al potere a Bamako. Viene segnalato, in particolare, un appello rivolto dal comandante dello Jnim, Cheikh al Bani, ai leader musulmani in Niger e quello di due riferimenti del gruppo per le comunità etniche Gourmantché e Kurumba, che con messaggi nelle rispettive lingue hanno esortato i combattenti delle regioni orientali e settentrionali del Burkina Faso ad unirsi ai miliziani. L’insurrezione jihadista in Mali è una crisi complessa e prolungata iniziata nel 2012, quando un gruppo di ribelli tuareg riuniti nel Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (Mnla) – si sollevò contro il governo centrale chiedendo l’indipendenza dell’Azawad, la regione desertica settentrionale. Ben presto, tuttavia, l’insurrezione fu guidata da gruppi jihadisti affiliati ad Al Qaeda, che riuscirono a occupare le principali città del nord: Timbuctù, Gao e Kidal. Dopo gli accordi di pace Algeri, siglati nel 2015 dal governo e i gruppi ribelli tuareg, la crisi ha assunto una dimensione prevalentemente etnica e comunitaria, che ha finito per alimentare un ciclo di vendette, massacri e sfollamenti di massa.

    Dopo i due colpi di Stato del 2020 e del 2021, che hanno portato al potere una giunta guidata da Assimi Goita, il nuovo governo militare ha interrotto la cooperazione militare con la Francia e ha espulso l’operazione a guida francese Barkhane e la Missione delle Nazioni Unite in Mali (Minusma), sostituendole con l’aiuto del gruppo mercenario russo ex Wagner (oggi Africa Corps). In seguito ai colpi di Stato, la coalizione tuareg ha sospeso, e poi abbandonato, gli accordi di Algeri del 2015, facendo tornare il Paese a una vera e propria guerra aperta tra le ex forze ribelli e il governo militare di Bamako. Il risultato è stato un riavvicinamento tra i ribelli tuareg – nel frattempo riorganizzatisi sotto il Coordinamento dei movimenti dell’Azawad (Cma) – e i jihadisti, che ha reso la situazione ancor più esplosiva. Le forze maliane, assistite dai russi, hanno lanciato una serie operazioni militari contro i ribelli tuareg, tra cui l’occupazione delle basi Onu (molte delle quali si trovavano in territori controllati dalla Cama) e, soprattutto, la riconquista della città di Kidal, nel nord del Paese, che per anni era rimasta sotto il controllo della coalizione tuareg. La violenza si è estesa ai Paesi vicini, in particolare Burkina Faso e Niger, creando una crisi regionale che rischia ora di sfuggire di mano.

  • Jihadists ‘summarily executed’ 127 people in Niger, says rights group

    Nearly 130 people have been “summarily executed” by Islamist insurgents in Niger in separate attacks since March, a report by Human Rights Watch (HRW) says.

    The rights group says gunmen carried out a series of brutal attacks, including a mass murder at a mosque in the western Tillabéri region in June, where more than 70 worshippers were shot dead during prayers.

    “There were bodies everywhere, one on top of the other,” a local woman, who lost three of her sons in the attack, was quoted by HRW as saying.

    The spate of attacks is a major blow to the credibility of Niger’s military junta, as it promised to curb the insurgency when it took power after deposing President Mohamed Bazoum in 2023.

    About 1,600 civilians have been killed by Islamic State (IS) group fighters in Niger since the coup, HRW says, citing figures collected by the conflict monitoring group Acled.

    The jihadist groups have also destroyed schools and religious sites, and have imposed severe restrictions on the freedoms of people based on their interpretation of Islam, HRW said.

    “Islamist armed groups are targeting the civilian population in western Niger and committing horrific abuses,” said Ilaria Allegrozzi, a senior researcher at HRW.

    “Nigerien authorities need to do more to protect people living in the Tillabéri region,” she added.

    The army has not yet commented on the HRW report.

    Five men and two boys were killed in May when fighters attacked Dani Fari area and burned at least a dozen homes, the report said.

    “The bodies were scattered … riddled with bullets. There wasn’t a single body out there that had fewer than three bullet holes. The bullets had hit people in the back, arms, head,” a herder told HRW.

    “We found the bodies of the two children lying on their backs,” the herder added.

    Witnesses said the army “did not adequately respond to warnings of attacks, ignoring villagers’ requests for protection”, HRW reported.

    No group has claimed responsibility for the five attacks documented by the rights group, but eyewitnesses blamed IS fighters, who, HRW says, are identifiable by the red-banded turbans they wear.

    The Tillabéri region borders Burkina Faso and Mali, and has been a focal point of the insurgency for the past decade.

    Niger – along with its two neighbours, which are also ruled by the military – have formed an alliance to fight the jihadists and have scaled back ties with the West, turning to Russia and Turkey instead for their security needs.

    But the violence has continued, putting them under pressure to come up with more effective strategies to tackle the violence.

  • La Francia scopre che la laicità è stata debellata dalla Sharia

    Un paese che si pensava laico, razionale, europeo, sta oggi misurando l’avanzata di un progetto di islamizzazione che non ha bisogno di bombe per detonare, scrive Il Secolo dItalia. I Fratelli musulmani — nati nel 1928 a Ismailia, sobborgo egiziano sulle rive del canale di Suez — non si sono mai nascosti: «Noi siamo come una grande sala nella quale ogni musulmano può entrare da qualsiasi porta per cercarvi ciò che desidera. Desiderasse il sufismo, lo troverebbe. Desiderasse il combattimento e la lotta armata, le troverebbe. Siete venuti a noi con la preoccupazione per la “Nazione”. Dunque vi do il benvenuto», diceva Hassan al-Banna, il fondatore del gruppo islamista.

    Un rapporto di 73 pagine, pubblicato in esclusiva da Le Figaro e redatto da un prefetto e da un ambasciatore su incarico del ministro dell’Interno Bruno Retailleau, ha consegnato al governo francese la diagnosi di una malattia avanzata. Quello che l’on Cristiana Muscardini aveva preconizzato nel suo saggio Politeisti & Assassini (Ulisse Edizioni) è ora realtà, documentata in un atto ufficiale d’Oltralpe.

    Non si tratta più di cellule isolate, ma di un ecosistema: 139 luoghi di culto direttamente riconducibili ai Musulmani di Francia — la maschera legale della “Fratellanza” — frequentati ogni venerdì da 91mila fedeli. Altri 68 luoghi «vicini». In totale, il 7% del totale nazionale. La vera forza non è nei numeri, ma nella strategia. Un progetto a doppio binario: islamizzazione dal basso, ispirata ai salafiti, e conquista dall’alto, come nelle università d’élite — Sciences Po in testa. Gli autori del rapporto parlano senza timori: «L’obiettivo finale è far inginocchiare l’intera società francese alla legge della sharia».

    Nel settembre 2023, 21 istituti scolastici erano identificati come parte dell’universo frériste, a cui si aggiungono 815 scuole coraniche per 66.050 minori. Le bambine iniziano a portare il velo a cinque anni. Lezione di religione, ginnastica separata, ramadan obbligatorio: si «incornicia la vita del musulmano dalla nascita alla morte». A Lille, il liceo Averroès — punta di diamante dell’insegnamento confessionale — è oggetto di una richiesta di revoca del contratto statale: tra i testi didattici si ritrovano gli Hadith che legittimano la pena di morte per apostasia.

    Nel mondo parallelo costruito dalla Fratellanza, c’è tutto: carità (Humani’Terre è sotto inchiesta per presunto finanziamento a Hamas), istruzione, impresa halal, finanza islamica, associazionismo. L’«entrismo» passa anche da lì. Non serve imporsi con la violenza se si può offrire assistenza sociale dove lo Stato è assente. «Radicandosi nei quartieri a maggioranza musulmana generalmente poveri, rispondono ai bisogni della popolazione», si legge. E in cambio ottengono consenso, adesione: rafforzano l’identità.

    Il concetto stesso di «islamofobia» viene impiegato come clava, in chiave difensiva e offensiva. Il Collectif contre l’islamophobie en France, sciolto nel 2020, è risorto come Collectif contre l’islamophobie en Europe (Ccie) a Bruxelles. Lo stesso Marwan Muhammad — ex direttore, oggi in Canada — viene indicato come uno degli influencer di punta della nuova «predicazione 2.0».

    L’ideologia è nota: l’islam è totalità. Non solo religione, ma politica, legge, costume, finanza, educazione. Già negli anni ’50, la Fratellanza cominciava a costruire le sue fondamenta in Francia, grazie a intellettuali come Mohammed Hamidullah, erudito indiano e primo predicatore della moschea Daawa di Parigi, e Saïd Ramadan, genero di Hassan al-Banna e fondatore del Centro islamico di Ginevra. Oggi la rete europea è consolidata. Il Consiglio dei musulmani europei è il pilastro, attorno al quale ruotano enti di fatwa, ong come Islamic relief, e circuiti finanziari. Bruxelles, Parigi, Berlino, Londra, Sarajevo, Milano: l’Europa è la nuova Mecca politica della Fratellanza. Il Medio Oriente — scrive il rapporto — è in ritirata, l’Europa è la L’Austria è oggi l’unico paese europeo ad aver bandito i Fratelli musulmani. La Francia, malgrado il rapporto, non ha ancora preso una decisione. La Svezia ha giusto ieri annunciato una mappatura del fenomeno. Gli altri tacciono. In nome della tolleranza, si tollera tutto. Fino a trasformare la laicità in neutralità passiva.

  • La Tunisia proroga per l’intero 2025 lo stato d’emergenza antiterrorismo

    In Tunisia lo stato d’emergenza per i rischi legati al terrorismo è stato prorogato fino alla fine del 2025, in virtù del decreto numero 74 del 29 gennaio 2025, pubblicato in Gazzetta ufficiale. Una misura introdotta per la prima volta nel 2015 a seguito degli attentati che hanno preso di mira un autobus della guardia presidenziale in Avenue Mohamed V a Tunisi, un gruppo di turisti a Sousse e al museo del Bardo, e da allora regolarmente estesa. Lo scorso dicembre lo stato d’emergenza era stato prorogato per un mese. La sera del 24 gennaio scorso, una persona si è data fuoco e ha aggredito alcuni membri delle forze di sicurezza di stanza nei pressi della Grande Sinagoga di Tunisi, in via Lafayette. L’operazione si è conclusa con la morte dell’uomo e il ferimento di un secondo agente di polizia che ha poi aperto il fuoco per proteggere il collega, rimasto ferito per le ustioni ed è stato trasportato in ospedale. Il ministero dell’Interno di Tunisi non ha parlato di attacco terroristico, ma bensì di “incidente”, affermando che a darsi alle fiamme sarebbe stato un tunisino con problemi di salute mentale. L’ultimo vero e proprio attentato nel Paese nordafricano risale al maggio 2023, quando diverse persone sono state uccise e ferite in un attacco a una sinagoga nella località turistica di Djerba, patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Almeno due attacchi con coltello sono stati registrati nel 2022 che hanno avuto come target agenti di sicurezza o civili. Operazioni delle forze di sicurezza contro organizzazioni terroristiche hanno luogo regolarmente nei governatorati di Kasserine, Le Kef, Jendouba, Beja e Sidi Bouzid, ma rimane il rischio di attentati anche in altre zone del paese, compresa la capitale.

    Il 26 dicembre 2024, un poliziotto è rimasto ferito in modo grave a Moknine, governatorato nordorientale di Monastir, durante un’operazione di sicurezza. Secondo fonti giudiziarie, il giovane fratello di un ricercato, classificato come terrorista, ha accoltellato l’agente durante il tentativo di arresto. Il 20 dicembre un’altra operazione antiterrorismo è stata condotta invece dalla Guardia nazionale tunisina, che ha catturato due soggetti considerati elementi di spicco di organizzazioni estremiste. A Douz, nella regione meridionale di Kebili, le unità speciali hanno catturato un uomo ricercato dalle autorità giudiziarie di Tunisi. L’arrestato, condannato in contumacia a 52 anni di carcere, era accusato di far parte di un’organizzazione estremista. Altri due individui, invece, sono stati arrestati a Kasserine il 12 dicembre 2024 per aver sostenuto pubblicamente gruppi terroristici e per aver incitato alla violenza dopo la caduta di Bashar Al Assad in Siria. Le autorità hanno agito in seguito a indagini di intelligence. Secondo il portavoce dei tribunali di Kasserine, Imed Laamari, le due persone arrestate inneggiavano a gruppi terroristici come Al Qaeda, auspicando che lo scenario in Siria con l’ascesa di Hayat Tahrir Al Sham, possa ripetersi in Tunisia e Algeria. L’azione della polizia e della Guardia nazionale, in collaborazione con le forze armate, si inserisce in un contesto più ampio di lotta al terrorismo, che vede la Tunisia impegnata in prima linea con il sostegno dei suoi partners regionali come Italia e Stati Uniti.

    Trentadue minori tunisini sono stati coinvolti in attività terroristiche, reclutati e radicalizzati attraverso la rete nel 2024, come ha riferito il tenente colonnello Mohamed Lazhar Khelifi, a capo delle operazioni tecniche della direzione antiterrorismo della Guardia nazionale. Secondo il tenente colonnello Khelifi, i terroristi sfruttano i social media per reclutare e indottrinare i più giovani, trasformandoli in potenziali minacce. E’ stata anche smantellata una rete criminale che operava all’interno di aziende locali. Il brigadiere generale Houssem Eddine Jebabli, portavoce della gendarmeria tunisina, ha confermato che il gruppo era coinvolto in attività di phishing su larga scala e in altre frodi informatiche. Le indagini, ancora in corso, hanno portato alla luce legami con movimenti sociali e tensioni interne al Paese, equiparabili ad “attività terroristiche”. Gli inquirenti hanno anche accertato altri reati, tra cui l’intercettazione di chiamate internazionali che normalmente transiterebbero attraverso le reti nazionali. In particolare, sarebbe stato scoperto un reato elettronico che ha causato un malfunzionamento durante i pagamenti a distanza (Tpe) e i trasferimenti di denaro, senza lasciare traccia nel trattamento e consentendo così l’appropriazione indebita di ingenti somme.

  • Il velo e la sigaretta

    Sui nostri media si parla e si scrive spesso della ribellione di alcune donne iraniane nei confronti dell’obbligo di portare un velo che nasconda i capelli. Quando ne riferiscono, tutti i nostri giornalisti (cui si aggiungono alcuni politici) criticano con vigore le repressioni violente attuate dal Regime contro la volontà di quelle figlie o mogli di scegliere liberamente come abbigliarsi. Purtroppo, va da sé che le capacità intellettive di noi giornalisti (e della maggior parte dei politici) non siano particolarmente brillanti e confesso di non stupirmi se anche in questo caso non si sia capita la vera sostanza del problema e cioè il semplice desiderio di chi ha la responsabilità di governare di evitare che la società diventi una palude immorale. Cercherò allora di spiegarlo.

    Tutti concorderanno che gli omniscienti Ayatollah di Teheran e dintorni sappiano interpretare il Corano in modo corretto e se hanno deciso che il dettame che impone alle donne di non “sedurre” artatamente gli uomini imponga loro di coprirsi il capo ciò deriva certamente dagli studi approfonditi sull’argomento che hanno approfonditamente sviluppato. Qualcuno tuttavia continuerà a domandare: perché le reprimono, le picchiano, le imprigionano e non le lasciano libere di vestirsi come vogliono?

    Le risposte sono due. La prima: lo fanno per impedire loro di peccare e, quindi, per il loro bene. Scoprirsi il capo, oltreché un atto inutile e magari foriero di danneggiare la salute, è agire contro la volontà del profeta e di chi lo ha ispirato. È naturale che chi è stato chiamato a governare su tutti i cittadini faccia di tutto per garantire loro, se non proprio l’attuale, almeno un futuro benevolo per dopo la morte. La seconda: la religione è sempre stata in ogni parte del mondo il modo migliore per ottenere una società ordinata, coesa e soprattutto “morale”. Consentire pubblicamente a delle invasate anticonformiste di infrangere le regole che mantengono “puro” l’ambiente in cui vivere significherebbe aprire all’anarchia e fare un danno gravissimo a tutti gli altri cittadini rispettosi delle regole e amanti del proprio benessere spirituale. Cosa conta, dunque, una misera libertà individuale davanti al pregevole compito di chi comanda di occuparsi del bene individuale e collettivo?

    La giunta Sala di Milano non è, lo presumiamo, orientata religiosamente ma, almeno alla pari dei benemeriti Ayatollah, si preoccupa del benessere fisico e spirituale dei propri cittadini. Nessuno invochi lo “Stato etico” o la violazione di qualche libertà quando il Sindaco ha preso la decisione di impedire a qualche incallito tabagista di fumare all’aperto in qualunque posto pubblico. Si tratta di una misura doverosa al fine di tutelare gli individui e tutta la comunità. Così come in Iran lo si fa per garantire la moralità pubblica, a Milano ci si preoccupa della salute dei singoli fumatori e delle conseguenze di ciò che viene chiamato “fumo passivo”. Già la città è quotidianamente inquinata dagli scarichi dei riscaldamenti e delle auto, perché aggiungervi anche il fumo di sigaretta? Come ha ben spiegato una assessora di quella altruistica giunta si tratta anche di evitare l’ascesa in cielo di sostanze inquinanti che sicuramente contribuiscono in maniera determinante al cambiamento climatico. È la scienza che ce lo dice, visto che qualcuno ha perfino calcolato (lo afferma sempre l’assessora) che il fumo di tabacco contribuisce almeno al 7% dell’aria inquinata che circola a Milano (È vero, qualche miscredente dubita di chi e come abbia fatto questi calcoli ma io sono certo che un’assessora non menta mai). Chi vuole continuare a delinquere lo faccia dunque in casa, ma con le finestre chiuse per non ammorbare l’aria esterna. Tutti sappiamo che, se non aiutato nelle proprie scelte, il milanese è per natura immaturo e masochista e, per quanto compito ingrato, è un dovere di chi comanda indirizzarlo sulla retta via. Non lo si fa anche coi bambini?

    D’altra parte, Sala e i suoi non fanno che adeguarsi a una politica sempre più diffusa in tutta Europa. Se il suddito  cittadino non ha la maturità e l’intelligenza di fare da solo ciò che è vero e giusto, è compito di chi governa di spiegargli e, se necessario, imporgli di fare ciò che deve. E non basta! Se un singolo è talmente stupido da rimanere vittima di propaganda di chi l’Occidente ha deciso di definire come nemico (per esempio la Russia), è bene censurare tutti i media di quest’ultimo e annunciare la verità chiamando fake news tutto ciò che non collima con essa.  Comunque, la società sana non perde nulla di importante eliminando le voci diverse da quella che è, e non può che essere, la Verità! Mi auguro, sempre per il bene comune e per sottolineare la nostra appartenenza al benemerito Occidente, che chi ha il dovere di comandare ci liberi definitivamente da quella sotto-cultura affatto europea che arriva da Mosca da fin troppo tempo attraverso i vari Tchaikovsky, Rimskij-Korsakov, Gogol, Dostoevskij, Puskin e via dicendo.

    Già che si è all’opera, credo sia condivisibile anche la giusta eliminazione (mi raccomando: non fisica – almeno per ora) di tutti i negatori delle cause antropiche del cambiamento climatico. Se poco più di cento pazzi professori universitari (e qualche premio Nobel) scrivono che il cambiamento climatico non è causato dall’attività umana è giusto, per il bene collettivo e in nome della Vera scienza, emarginarli e mai menzionarli, affinché si chiuda così la loro immeritata carriera.

    Certamente ci sarà sempre qualche irriducibile anti-sociale che si lamenterà, ma con tali malvagi peccatori insensibili ai sacrifici di chi vuole solo tutelarli, basta continuare con il già applicato metodo della rana bollita: aumentare la temperatura (vedi repressione) poco per volta senza che nemmeno se ne possano accorgere.

    Approviamo, dunque, l’esempio degli Ayatollah e ben vengano i benefattori, gli altruisti, i dolci dittatori. Se noi non siamo abbastanza intelligenti per gestirci da soli ci obblighino loro a prenderci cura di noi stessi. Noi sappiamo che non lo fanno per ubriacatura da comando bensì per il bene nostro e di tutta l’umanità.

  • Il Comune di Ancona accetta il ripudio di una moglie in base alla formula del rito islamico

    Il Comune di Ancona ha registrato come valido il ripudio che un marito bengalese ha formulato secondo il rituale islamico, il talaq, nei confronti di una moglie che accusava di tradimento. La vicenda è stata scoperta dagli avvocati ai quali la donna si era rivolta per ottenere il divorzio secondo i crismi della legge italiana.

    L’uomo aveva ottenuto già dal 2013 documentazione tradotta e certificata dall’ambasciata a Dhaka che certificava la fine dell’unione secondo la volontà dell’uomo stesso e in accordo con quanto prevede la religione islamica, la quale tuttavia non ha valore ai fini del diritto di famiglia italiano.

    A dispetto del fatto che tale ripudio non sia riconosciuto dalla normativa italiana, il Comune di Ancona aveva riconosciuto come valida la documentazione fornita dall’uomo e aveva quindi riconosciuta come cessata l’unione tra l’uomo e la moglie già prima che quest’ultima chiedesse, nelle forme previste dalla legge italiana, lo scioglimento del vincolo matrimoniale.

    I legali della donna hanno fatto ricorso contro il ripudio stesso, anche perché quest’ultimo non prevede obblighi di mantenimento a carico dell’uomo, quali invece possono scaturire dalle procedure di rescissione matrimoniale previste dalla legge italiana. Il Comune di Ancona intanto, tramite il dirigente dei servizi anagrafici ha dichiarato legalmente insussistente «la possibilità di rifiutare un’annotazione perché contraria all’ordine pubblico italiano» e ha pure aggiunto che «se troverà una formula legittima per annullare l’annotazione del ripudio, lo farà». La spiegazione non ha convinto i legali della donna, secondo i quali l’accettazione del ripudio viola i principi internazionali, il municipio ha insistito nel dichiarare che «il Comune non ha il potere di discernere o rifiutarsi di annotarlo. Tocca al governo normare, ma intanto lo status della residente cambia».

  • China changed village names ‘to erase Uyghur culture’

    China has changed the names of hundreds of villages in Xinjiang region in a move aimed at erasing Uyghur Muslim culture, Human Rights Watch (HRW) says.

    According to a report by the group, hundreds of villages in Xinjiang with names related to the religion, history or culture of Uyghurs were replaced between 2009 and 2023.

    Words such as “sultan” and “shrine” are disappearing from place names – to be replaced with terms such as “harmony” and “happiness”, according to the research, which is based on China’s own published data.

    The BBC contacted China’s embassy in London about the allegations.

    In recent years, Chinese authorities have been radically overhauling society in Xinjiang in an attempt to assimilate its minority Uyghur population into mainstream Chinese culture.

    Researchers from HRW and Norway-based organisation Uyghur Hjelp studied the names of villages in Xinjiang from the website of the National Bureau of Statistics of China over the 14-year period.

    They found the names of 3,600 of the 25,000 villages in Xinjiang were changed during this time.

    While the majority of these name changes “appear mundane”, HRW said, around one fifth – or 630 changes – remove references to Uyghur religion, culture or history.

    Words freighted with meaning for China’s Uyghur population – including Hoja, a title for a Sufi religious teacher, and political or honorific titles such as Sultan and beg – have been replaced with words HRW claims reflect “recent Chinese Communist Party ideology”, including “harmony” and “happiness”.

    In one example highlighted by the report, Aq Meschit (“white mosque”) in Akto County, a village in the southwest of Xinjiang, was renamed Unity village in 2018.

    growing body of evidence points to systematic human rights abuses against the country’s Uyghur Muslim population. Beijing denies the accusations.

    Most of China’s Uygur Muslims live in the north-west of the country, in areas such as Xinjiang, Qinghai, Gansu and Ningxia.

    There are roughly 20 million Muslims in China. While China is officially an atheist country, the authorities say they are tolerant of religious freedom.

    However, in recent years observers say they have witnessed a crackdown on organised religion across the country.

    According to HRW, while the renaming of villages and towns appears ongoing, most of the place names were changed between 2017 and 2019.

    The group claims this coincides with an escalation in hostilities against the Uyghur population in Xinjiang.

    China has used the threat of “violent terrorism, radicalisation and separatism” in the past to justify the mass detention of the country’s minority Uyghur population.

    Maya Wang, the acting China director at Human Rights Watch, said: “The Chinese authorities have been changing hundreds of village names in Xinjiang from those rich in meaning for Uyghurs to those that reflect government propaganda

    “These name changes appear part of Chinese government efforts to erase the cultural and religious expressions of Uyghurs,” she added.

    The research follows a report published last year in which HRW accused the Chinese state of closing, destroying and repurposing mosques in an effort to curb the practise of Islam in China.

  • Per 7 giovani arabi su 10 in Germania il Corano viene prima della legge

    Il Corano è più importante della legge tedesca secondo un sondaggio tra i giovani arabi pubblicato dalla ‘Bild Zeitung’ e rilanciato da Italia Oggi. I ragazzi che hanno partecipato al sondaggio, condotto dal Kriminologische Forschung Institut, l’Istituto di ricerca criminologica, nel Land della Bassa Sassonia, hanno in media 15 anni, frequentano dunque il ginnasio o una scuola professionale, conoscono la lingua, non sono profughi giunti da poco.

    “Quasi la metà dei ragazzi, il 45,8%, è convinta che uno Stato Islamico sia la miglior forma di governo – si legge su Italia Oggi – Il 35,3 ha comprensione per atti di violenza contro coloro che hanno offeso Allah o il profeta Maometto. Per il 31,3% è giustificata la reazione violenta contro il mondo occidentale che minaccia i musulmani. Il 67,8%, quasi i due terzi, ritiene che le regole dettate dal Corano siano più importanti delle leggi tedesche. Per il 51,5% solo l’Islam è in grado di risolvere i problemi del nostro tempo”.

    Christoph de Vries, cristianodemocratico, esperto per le questioni interne, ha dichiarato che “la ricerca dimostra che l’Islam ha lasciato tracce profonde nella nostra società. Gli adolescenti hanno queste convinzioni perché sono indottrinati. L’illusione del multiculturalismo si è dimostrata sbagliata. Bisogna accettare la realtà”.

  • In Congo 23 persone uccise dagli islamisti ugandesi

    Almeno 23 civili sono stati uccisi in un attacco da parte di ribelli armati nella travagliata regione orientale della Repubblica Democratica del Congo. Il sindaco di Oicha, cittadina nella regione di Beni, ha attribuito gli omicidi alle Forze Democratiche Alleate (ADF).

    L’ADF, gruppo armato ugandese con sede nella Repubblica Democratica del Congo orientale, ha giurato fedeltà allo Stato islamico e perpetrato frequenti attacchi. A giugno, i militanti dell’ADF hanno ucciso 42 persone, tra cui 37 studenti di una scuola superiore nell’Uganda occidentale. Anche la morte di due turisti e della loro guida in un parco nazionale nel sud-ovest dell’Uganda la scorsa settimana è stata attribuita alle ADF.

    Due anni fa l’Uganda e la Repubblica Democratica del Congo hanno lanciato un’operazione militare congiunta per cercare di sradicare gli insorti. L’esercito dell’Uganda ha dichiarato il mese scorso di essere riuscito a uccidere più di 560 combattenti e a distruggere alcuni dei loro accampamenti.

  • Kenyan publisher recalls book after uproar over Prophet Muhammad image

    A Kenyan publisher has withdrawn a school book that included a drawing depicting Prophet Muhammad following an outcry by Muslim leaders and parents.

    They complained that it was blasphemous to draw the prophet and to ask pupils to colour in the illustration.

    Mentor Publishing Company said it regretted the “grave” mistake in the book on Islamic studies for pupils in the second year of primary school.

    About 11% of Kenyans are Muslims, the second largest religious group.

    Depictions of the Prophet Muhammad can cause serious offence to Muslims, with most of Islamic religious leaders saying that tradition explicitly forbids images of Prophet Muhammad and Allah (God).

    A Muslim scholar from the coastal city of Mombasa, Sheikh Rishard Rajab Ramadhan, told the BBC that the book “dangerously” misled young children.

    “No-one should imagine, leave alone attempt, to draw Prophet Muhammad. This can even cause war,” Mr Ramadhan said.

    In a letter to the Muslim community, the publisher said it had come to its attention that the content in one of its books, Mentor Encyclopaedia Grade 2, was “sacrilegious to the Islamic faith”.

    The drawing had been “inadvertently inserted” in the book, and “mistakenly identified it as the image of Prophet Muhammad”, said Mentor director Josephine Wanjuki.

    “We sincerely and wholeheartedly apologise for the error and we commit to ensure that such an error will never be repeated,” she added.

    The publisher said it would immediately remove the offensive drawing from all subsequent editions and has committed to work with the Muslim Education Council to review all its books.

    All teachers, students and school administrators holding copies of the book have been advised to return them to the publisher.

    Mr Ramadhan welcomed the move to recall copies of the book, but urged publishers to consult Muslim leaders before publishing Islamic books.

    Religious studies are part of the curriculum in Kenyan schools.

    The issue of depicting Prophet Muhammad has been a long-running controversy and has inflamed tensions, especially in Europe.

    In 2020, a school teacher in France’s capital, Paris, Samuel Patywas was beheaded after using cartoons of the Prophet Muhammad during a lesson about freedom of speech.

    In 2021, a teacher at a school in the British town of Batley was suspended after protests from Muslim parents for showing an “inappropriate” cartoon of Prophet Muhammad.

    The teacher was later reinstated. An investigation found the teacher did not intend to cause offence by showing the image.

    There is no specific or explicit ban in the Quran, the holy book of Islam, on images of Prophet Muhammad.

    But there is a reference to not depicting Allah and many Muslims believe the same applies to Prophet Muhammad.

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