Islam

  • Quebec ban on religious symbols causes international outcry

    Two groups of Canadian activists have filed an appeal against a Quebec judge’s decision to ban the wearing of religious symbols by public employees.

    The decision issued by Quebec’s Superior Court prohibits teachers, police, judges, prison guards, and all public servants from wearing any religious regalia including as yarmulkes (kippahs), hijabs, and crosses. The ruling also bans face coverings while providing public services, which would seriously impact the growing number of Muslim women that work as teachers.

    Private civil liberties groups, the National Council of Canadian Muslims, and the Canadian Civil Liberties Association appealed the decision only hours after it passed in the hope that they could keep the measure from taking effect until it could be publicly debated.

    According to the group, the decision contains major legal as it discriminates against people based on how they dress

    “This is both absurd and abhorrent – it has no place in a society that values justice, equality and freedom,” said Noa Mendelsohn Aviv, equality program director of the Canadian Civil Liberties Association.

    The decision has caused an international outcry, as well as condemnation from Canadian politicians who argue that the law violated fundamental freedoms protected by the Canadian Constitution.

  • Smentita la fuga in massa dal Niger sudorientale dei cristiani minacciati da Boko Haram

    Riceviamo e pubblichiamo una nota di Anna Bono di “Nuova Bussola Quotidiana” del 17.06.2019 riguardante le persecuzioni  di Boko Haram  contro i cristiani nel  Niger Sudorientale

    Il 7 giugno Boko Haram, il gruppo jihadista nigeriano, ha rapito una donna cristiana nel villaggio di Kintchendi, nella regione sudorientale di Diffa, in Niger. L’ha poi rilasciata con una lettera indirizzata ai cristiani che vivono nell’area. “Lasciate la città entro tre giorni o sarete uccisi”, diceva il messaggio. Nei giorni successivi fonti locali hanno riferito all’organizzazione non governativa Open Doors USA che ai cristiani di Diffa era stato detto di trasferirsi nella capitale Niamey e che già diverse famiglie erano in procinto di andarsene. Tuttavia il 14 giugno la notizia dell’imminente partenza è stata smentita da monsignor Anthony Coudjofio, vicario generale di Niamey. “I cristiani sono minacciati – ha spiegato all’agenzia Fides – ma è falso che abbiano iniziato ad abbandonare in massa l’area”. La comunità cristiana di Diffa ha confermato al presule di aver ricevuto il messaggio contente la minaccia: “hanno detto che il fatto è certamente inquietante – riporta monsignor Coudjofio – ma hanno aggiunto che le forze di sicurezza stanno pattugliando l’area, proteggendo le chiese. I fedeli cattolici, sia pure spaventati, non hanno lasciato le loro case. È una notizia priva di fondamento”. È dal febbraio del 2015 che Boko Haram è presente nella regione di Diffa, che confina con la Nigeria e con il Ciad. Vi ha messo a segno diversi attentati il più recente dei quali risale alla fine di marzo quando due donne si sono fatte esplodere nel mercato di un villaggio uccidendo dieci persone.

  • Autista islamico non fa salire un’algerina in minigonna su un autobus di Parigi

    C’è voluto un poeta algerino, Kamel Bencheikh, per denunciare l’intolleranza che si sta diffondendo a Parigi, dove l’abbigliamento femminile può portare a discriminazioni. L’intellettuale nato a Setif, in Algeria, che si definisce «militante anti-islamista» e che su Facebook aveva scritto «rivendico di essere islamofobo» ha denunciato quel che a sua figlia 29enne è stato impedito di salire su un autobus, nel XIX arrondissement, zona nordest della capitale, perché indossava una minigonna. «Intorno alle 23 mia figlia Élise aspettava l’autobus della linea 60 con un’amica, alla fermata Botzaris vicino al parco delle Buttes Chaumont. Quando è arrivato, l’autista si è fermato, le ha guardate, ed è ripartito senza aprire le porte». Pochi metri più avanti il bus ha dovuto fermarsi a un semaforo rosso, le ragazze lo hanno raggiunto e hanno chiesto all’autista perché non le avesse fatte salire. «Pensa a vestirti come si deve», ha risposto il conducente alla figlia di Bencheikh, prima di ripartire. Secondo il racconto della ragazza, l’autista dell’autobus aveva l’aspetto maghrebino e la barba sul mento tipica di alcuni musulmani. Non l’ha fatta salire sul bus perché vestita in modo sconveniente rispetto all’islam salafita, applicando un legge religiosa che non ha motivo di esistere nella sfera pubblica. «Questa persona che guida un autobus pagato con le mie tasse ha impedito a mia figlia, che ha un abbonamento in regola e non ha mai avuto niente da rimproverarsi, di salire, solo perché portava una gonna» ha denunciato il padre.

    «Se i fatti sono confermati è uno scandalo! Chiedo alla Ratp di fare luce sulla vicenda», ha commentato Valérie Pecresse, presidente della regione Île-de-France (la Ratp è l’azienda di trasporti della regione parigina, che ha annunciato di avere identificato l’autista e di avere avviato un’inchiesta interna). Riportando la notizia, il Corriere della Sera segnala che Samy Amimour, uno dei terroristi islamici del Bataclan, è stato un autista Ratp dal 2010 al 2012 e che nel 2015, dopo l’attentato, sono arrivate le testimonianze su autisti radicalizzati che rifiutano di stringere la mano alle colleghe al cambio del turno o non vogliono sedersi al posto di guida se a occuparlo prima di loro era una donna.

  • I cristiani perseguitati e il silenzio dei pastori del gregge

    E’ incomprensibile questo silenzio dei vescovi verso le stragi di cristiani che si verificano regolarmente, senza sosta, da qualche anno a questa parte. Che si tratti di Boko Haram in Nigeria o di terroristi-kamikaze in questa o in quella località del pianeta, il silenzio è di prammatica. “Come mai?” – si chiede l’ex direttore del Wall Street Journal, Gerard Baker. Il massacro dello Sri Lanka attesta quanto possano essere autodistruttive le nostre élite. Quella tragedia doveva indurre la dirigenza cristiana a parlare in difesa della propria gente. Invece il silenzio ha coperto questo orrore e non ha espresso alcun segno di solidarietà e di pietà nei confronti delle più di trecento vittime. “Come mai?” – ripetiamo anche noi, increduli che questo martirio non abbia lasciato tracce nel cuore e nell’intelligenza dei vescovi. E allora, perché il silenzio? Forse la paura di vendette? Forse il timore di interrompere i buoni rapporti con le autorità islamiche? Forse la preoccupazione di non turbare le personalità politicamente corrette che controllano i media e l’establishment culturale ? Comunque sia, il silenzio è uno scandalo ed è uno scandalo ancor più grave che non si abbia il coraggio di dire chi sono gli stragisti e da chi sono animati. La testa sotto la sabbia non ha mai giovato a nessuno e contribuire a ignorare il radicalismo islamico, non lo farà certamente scomparire. Che questo atteggiamento di rifiuto della realtà possa collocarsi nei meandri talvolta oscuri della politica può essere comprensibile (fino a un certo punto), ma è assolutamente incomprensibile che il silenzio e il vuoto arrivino anche nelle preghiere e nelle liturgie. Nella “preghiera universale” dopo il Vangelo e prima della recita del Credo, nella messa cattolica si prega per tutti e per tutto, persino per motivazioni talmente astratte da non far capire per chi si prega. Mai una volta che queste preghiere siano rivolte ai fratelli di fede martirizzati dal fondamentalismo islamico. Nel recente  libro di Giulio Meotti “La tomba di Dio”- La morte dei cristiani d’Oriente e l’abbandono dell’Occidente – si documenta l’ampiezza di una tragedia la cui portata storica e morale ci mette a confronto con la nostra coscienza. “Nel corso delle settimane, dei mesi, degli anni, pagina dopo pagina, si sprigiona verso l’Occidente – afferma l’autrice della prefazione, Bat Ye’or – l’appello al soccorso dei cristiani e di altre minoranze massacrate dai jihadisti. Ma il soccorso non arriva mai. Gli occhi restano ciechi, le orecchie sorde, le bocche mute. L’Europa dei diritti dell’Uomo, così tenera, così compassionevole verso i migranti musulmani, così votata a soddisfare le richieste reclamate dai suoi protetti favoriti, i Palestinesi, rimane impassibile se non ostile a questi cristiani del mondo islamico, il cui sterminio l’importuna e si contrappone alle sue ambizioni di super potenza economica e politica mondiale”. Che muoiano in silenzio questi cristiani e non disturbino il nostro tran-tran di tolleranza con questi fondamentalisti! Di fronte a questo dramma umano di grandezza terrificante, che Meotti stende davanti a noi, ci si chiede: perché questo sradicamento selvaggio di popolazioni tranquille ed innocenti? “I cristiani d’Oriente – scrive Meotti – sono trattati come i rappresentanti di una religione che sarebbe fondamentalmente estranea alla regione, dalla quale gli ultimi rappresentanti dovrebbero essere espulsi, mentre il cristianesimo trova proprio lì la sua culla e la sua origine. Anche i loro luoghi di culto, le loro croci, i loro libri, le loro tombe, i loro rosari, le loro icone, tutto viene distrutto per cancellare anche solo il ricordo della loro presenza. Come se la loro fine sia in qualche modo naturale”. Date, nomi, luoghi, fatti, nulla è inventato. Tutto è verificabile. E l’Occidente? Che fa l’Occidente? E l’Europa dei diritti umani? Che fa questa Europa sorda e muta? Il quotidiano israeliano “Israel Hayom” del 28 aprile scorso si chiede: “L’Europa crede ancora che seppellire la testa nella sabbia sia il modo migliore per affrontare la sfida posta dall’islam radicale? Il problema peggiorerà alla luce del fallimento dell’Europa nel riassorbire le ondate di immigrazione musulmana nel continente. Questi immigrati rappresentano attualmente meno del 5 per cento dell’intera popolazione europea, ma questa percentuale potrebbe raggiungere il 20 per cento e persino un quarto della popolazione a causa del basso tasso di natalità tra gli europei nativi. In Europa nessuno è pronto a riconoscere questa sfida e ad affrontarla”.  E il silenzio sulla persecuzione dei cristiani  contribuisce a nascondere questa sfida e, quindi, a non affrontarla. La crudele sorte dei cristiani in certe aree del mondo è anche una vergogna dell’Occidente rinunciatario e nihilista, che non s’accorge del suo declino.

  • Brucia il simbolo dell’anima cristiana e della bellezza umana

    Tutto il dolore del mondo libero concentrato sulla cattedrale di Notre Dame che brucia – titola un periodico. Mille anni distrutti in pochi minuti. E’ l’11 settembre dell’Europa cristiana. Nell’inferno di Notre Dame. Teatro di una tragedia della coscienza individuale e collettiva. Se ne va il simbolo della cultura europea. Perdere il bello, un dolore infinito. Islamici in festa: “Vendetta di Allah”. “Distrutta una parte di noi”. La gente piange e si inginocchia. “Spettacolo che stringe il cuore”. Sono alcuni dei titoli che scorriamo in fretta sui quotidiani. Ovunque dolore, tristezza, sgomento, incredulità, consapevolezza di una grande perdita, di una distruzione irrecuperabile, di un vuoto che ci arriva dal Medio Evo. Chi osa affermare ancora che il Medio Evo era un’epoca oscura? Da allora non sono state più fatte bellezze di questa incommensurabile grandezza. E’ stato il bello ad essere colpito a morte. Fatalità o mano criminale dell’uomo? Incuria o atto voluto? Sarà difficile trovare le prove dello scatenamento del violento, violentissimo incendio, che in poco tempo, annullando i miseri tentativi dei pompieri, ha fatto crollare il tetto e schiantare in pochi minuti la guglia di oltre 90 metri. I commenti erano unanimi. Notre Dame non era solo il simbolo della cristianità, ma rappresentava la storia, la cultura, il bello e il genio della Francia. Ha resistito per oltre otto secoli alle sfide del tempo e della pazzia degli uomini. Nemmeno la rivoluzione della fine Settecento è riuscita, dopo averci tentato, a farla sparire. E’ sopravvissuta all’ultima guerra mondiale, con i bombardamenti aerei e l’invasione dei carri armati. Ed ora, in pochi minuti, un patrimonio di tale valore stava scomparendo dalla vista degli uomini, non certamente da quella del cuore. Nonostante la lenta ed inesorabile crisi del cristianesimo nel paese, la Francia, considerata fino a poco tempo fa  “figlia prediletta dalla Chiesa”, nonostante il sovvertimento di valori avvenuto in questi ultimi tempi, Notre Dame era rispettata anche dai non credenti, era la testimonianza accettata della cultura e della storia di Francia, il simbolo di un insieme di valori che hanno caratterizzato non solo il popolo francese, ma anche quello europeo, anzi, diremo di più, di molti popoli del mondo. Ogni anno, non a caso, i visitatori della cattedrale raggiungevano i 13 milioni ed erano in costante crescita. Notre Dame parlava a tutto il mondo e simboleggiava quanto di bello e buono l’uomo ama. Un dubbio, tuttavia, ci assale. E se fosse stato proprio questo simbolo che si voleva far scomparire? Un simbolo troppo forte, troppo potente, più forte e potente di qualsiasi ideologia, contenente in sé i valori di una religioni e della stessa laicità. Un simbolo difficile da distruggere culturalmente, ma facile da colpire con un falò. D’altronde quello portato alla cattedrale di Parigi non è il primo attacco a una chiesa. Gli attacchi alle chiese francesi si contano a centinaia. Solo nel 2018 ne sono state vandalizzate 875, secondo le cifre diffuse dalla polizia francese (oltre mille stando a quanto riporta il Gatestone Institute, +17 per cento rispetto al 2017), e si contano 47 attacchi, anche incendiari, nel solo mese febbraio di quest’anno. Il 17 marzo scorso un incendio, doloso, ha colpito proprio a Parigi la chiesa di St. Sulpice, nel quartiere latino, d’architettura barocca. È la seconda chiesa di Parigi per grandezza dopo Notre-Dame ed è la sede della Compagnia dei Sacerdoti di San Sulpizio. Una domanda viene spontanea: anche tutti questi incendi sono stati casuali o determinati da lavori di restauro in corso? La risposta non giungerà mai ed il dubbio non verrà dissolto. Ma l’interrogativo rimane e logora la mente ed il cuore. Ma è mai possibile tanto accanimento e tanto odio? Sarebbe il deserto della ragione e dei sentimenti, una landa smisurata di solitudine. Con Charles Peguy vogliamo invece chiudere con una preghiera: Ciò che dappertutto altrove è solitudine/Qui non è che un vivace e forte germoglio. (…) Ce ne han dette tante, regina degli apostoli./Abbiamo perso il gusto per i discorsi/Non abbiamo più altari se non i vostri/Non sappiamo nient’altro che una preghiera semplice”.

  • I soldi del Qatar ai centri islamici in Italia e in Europa

    Il settimanale TEMPI, nel suo numero del 3 aprile scorso, annuncia che in Francia esce Qatar Papers con la presentazione di 45 progetti finanziati con 22 milioni di euro dall’emirato islamico in Italia. Nel 2014, inoltre, il Qatar – annuncia la pubblicazione francese – ha finanziato con 71 milioni di euro 113 moschee e centri islamici in tutta Europa, di cui l’Italia è la maggiore beneficiaria con il sovvenzionamento dei 45 progetti sopra indicati. Gli autori dei Papers sono due giornalisti francesi che hanno avuto accesso a migliaia di documenti interni della “Qatar Charity”, la fondazione controllata dall’emiro del Qatar. TEMPI cita inoltre l’esperto internazionale di terrorismo, Lorenzo Vidino, che su La Stampa scrive che “analizzare cosa fa il Qatar è fondamentale perché l’emirato, pur non essendo l’unico del Golfo Arabo a farlo, negli ultimi anni è diventato il principale finanziatore di moschee e centri islamici in Europa, perlopiù istituzioni legate ai Fratelli Musulmani”, che sono una delle più importanti organizzazioni islamiste internazionali con un approccio di tipo politico all’Islam. Furono fondati nel 1928 da al-Ḥasan al-Bannāʾ a Ismailia, poco più d’un decennio dopo il collasso dell’Impero Ottomano. Sono stati dichiarati fuorilegge, in quanto considerati un’organizzazione terroristica, da parte dei governi dei seguenti paesi: Bahrain, Egitto, Russia, Siria, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Tagikistan e Uzbekistan. Godono invece di cospicui finanziamenti e protezione più o meno esplicita da parte dei governi di Turchia e Qatar.

    Dove sono finiti in Italia tutti questi soldi arabi? Soprattutto al Nord (Saronno, Piacenza, Brescia, Alessandria), anche se la Regione dove il Qatar ha finanziato più progetti è la Sicilia (ben 11). Vidino riferisce che i beneficiari sono in larga misura organizzazioni legate all’Ucoi (Unione delle comunità islamiche d’Italia). Tra i documenti originali pubblicati nel libro, però, si trova anche una lettera di raccomandazione del 27 gennaio 2015 e firmata da Yussuf al Qaradawi, in cui lo sceicco elogia il Coordinamento delle Associazioni islamiche di Milano, Monza e Brianza (Caim) ed esorta i destinatari a donare generosamente ai suoi rappresentanti Yassine Baradei e Davide Piccardo, noti esponenti dell’islam lombardo, per sostenere il loro progetto di costruire “un nuovo grande centro islamico a Milano, con una moschea e vari centri educativi, un progetto che ha bisogna di sostegno”.

    Al Qaradawi – scrive TEMPI – non è un religioso islamico qualunque. Egiziano di nascita, voce onnipresente sull’emittente del Qatar Al Jazeera, è il leader spirituale dei Fratelli Musulmani e si è distinto per le sue posizioni altamente controverse. Approva la pena di morte per gli apostati che abbandonano l’islam, ha elogiato Hitler ed esaltato l’uccisione degli israeliani da parte dei palestinesi, è convinto che i musulmani conquisteranno Roma e l’Europa attraverso il proselitismo.

    Queste identiche idee estremiste, anticamera del terrorismo islamico, vengono insegnate in molti centri islamici in tutta Europa e – continua Vidino – “vengono regolarmente promosse dai network legati ai Fratelli Musulmani e amplificate attraverso i massicci finanziamenti del Qatar”. Ecco perché – secondo l’esperto di terrorismo – bisogna cominciare a riflettere se approvare una legge che vieti “ogni finanziamento estero” delle moschee, soprattutto se proveniente dal Qatar. “Visto il flusso di fondi del Qatar diretto nella nostra penisola, sarebbe opportuno che anche la nostra classe politica affrontasse la questione”.

    Già, la nostra classe politica! Nel mese d’ottobre dell’anno scorso il nostro ministro degli Interni e vice presidente del Consiglio si è recato nel Qatar per firmare alcuni importanti accordi di collaborazione tra l’Italia e l’emirato del golfo Persico. Da un punto di vista economico, le cose stanno andando molto bene tra noi e il Qatar. Come ricorda La Verità, i dati sull’interscambio commerciale sono molto interessanti e il volume d’affari ha raggiunto 2,35 miliardi di euro nel 2017, “con un aumento dell’ 8,7% rispetto all’anno precedente e che nuove partnership tra aziende italiane e realtà qatariote si sono sviluppate in vista della Coppa del mondo del 2022”. Non va dimenticato il ruolo fondamentale del settore della Difesa: nel 2016, il Qatar ha firmato un accordo con Fincantieri per la consegna di sette unità navali per un costo complessivo di cinque miliardi di euro. E anche i nostri produttori agricoli hanno registrato un aumento dell’export, con un volume di esportazioni quadruplicato negli ultimi 10 anni e certificato dall’ultimo accordo siglato da Coldiretti con l’emirato per la distribuzione dei prodotti italiani.

    Su che cosa dovrebbe riflettere la classe politica italiana? Sugli affari o sui finanziamenti del Qatar agli islamisti italiani? Voi lettori che risposta date? Io l’ho già data, dentro di me, e sono certo che non coincide con quella della classe politica. Di fronte al proselitismo dei musulmani in Italia,  finanziato in abbondanza dal Qatar, nessuno muoverà un dito. Non potendo contare sulle riflessioni dei politici,  prego solo che sia S. Pietro a non permettere l’invasione della sua basilica!

  • Turkey braces for regional elections amid growing polarisation

    Turkey is holding local and regional elections on 31 March in what polls suggest could see the ruling Justice and Development Party (AKP) of President Recep Tayyip Erdogan lose ground across all major urban centres, including Ankara and Istanbul.

    Observers have noted that the election is being seen by many a referendum of Erdogan’s Islamist rule.  As that question further polarises society, the opposition could find itself capturing several key elections in places where they’re had little success in recent years.

    The opposition-backed candidate running for mayor of Turkey’s capital Ankara, Mansur Yavas, said on Sunday that he is leading eight points ahead of the AKP-backed Mehmet Özhaseki.

    In an effort to draw attention from the country’s worsening economic situation, Erdogan has launched an all-out assault on the secular elements of society by leading a deeply divisive religious campaign where he has resorted to showing images of the Christchurch Mosque massacre and made suggestions that he plans to turn the former Byzantine basilica of Hagia Sofia back into a mosque, “so that everybody can visit it without charge.”

    The 1,500-year-old UNESCO heritage site, once the largest cathedral in the Christian world, has been a museum since 1935.

    AKP government ministers and dignitaries have ramped up the “West versus Turkey” rhetoric by saying they could resort to an old third-world tactic where they would question the election results if the AKP loses.

    Members of the opposition have been openly threatened with prosecution and imprisonment by Erdogan and AKP, with Foreign Minister Mevlut Cavusoglu accusing Nation Alliance candidates of links to terrorist organisations.

  • Understanding where democracy stands in the Muslim world

    In December 2010 a series of dramatic anti-government protests and uprisings became outright rebellions across the Middle East. In what later became known as “the Arab Spring”, those protests led many outside observers – most of whom were far from regional experts – to draw comparisons between the upheaval in the Middle East with the wave of pro-democracy revolutions that swept aside Soviet-led Communism in Eastern Europe in late 1989.

    With the sole exception on Tunisia, however, those protests were largely unsuccessful due to a powerful counter-revolutionary backlash that took different forms depending on the country.

    The rise of radical Islamist movements like the Muslim Brotherhood and its many regional offshoots, as well as Egypt’s Abdel Fatah el-Sisi led to bitter infighting amongst the region’s liberal opposition and exposed the Arab World’s lack of political acumen and ultimately doomed the Arab Spring nearly from the start.

    The numerous counter-revolutionary forces that emerged in the wake of the 2010-2011 protests returned to power the sort of anti-democratic governments that had dominated the Middle East since the end of the Second World War.

    By successfully crushing the Arab Spring’s democratic ambitions, both the Islamists and the region’s strongmen dictators, once again, quashed any attempt by reformists to fundamentally revitalise the Near East’s countless moribund economies or breathe new life into the political culture of countries who have suffered under the brutal weight of dynastic dictatorships and corrupt bureaucracies for most of their modern existence.

    For those who had become familiar with the political and social dynamics of the Middle East, one of the main casualties in the post-Arab Spring landscape was the final deathblow to both the ideology of national liberation-style demagogues like Gamal Abdel Nasser and the Arab Socialist movements of Hafez Assad.

    Those two strains of Arab political discourse, which had dominated the region for nearly half a century, were mortally wounded by the US’ disastrous invasion of Iraq in 2003. The sectarian bloodletting that followed in Iraq and the post-Arab Spring savagery of the Syrian Civil War – two nations that were once strongholds of rival Ba’athist ideologies – as well as the overthrow of two of the of 20th century’s archetypes for Middle East dictatorship, Libya’s Muammar Gaddafi and Zine El Abidine Ben Ali in Tunisia, was a definitive postscript for a particular era of modern Middle East history.

    What has followed has been anything but a flowering of a truly democratic and pluralistic Middle East. Rather, the rise of Islamism in Syria and Iraq, a return to de-facto military rule in Egypt, and the outbreak of sectarian civil war in Yemen, Syria, Iraq, Libya has left the region in chaos, with little change of cultivating any semblance of a democratic process in the countries where stability and the growth of civil society are most needed.

    This has posed a fundamental question as to where the Middle East is headed nearly a decade after undergoing the regions’ last major political upheaval first began.

    Syed Kamall a centre-right European parliamentarian from the UK, says there is a need for “increased political, economic, and civic engagement” from the world’s Muslim nations if they hope to transition to becoming fully-fledged democracies sometime in the future.

    Now, more than ever, Kamall says, the world’s leading and long-established democratic states need to come together to support the democratisation process in the Middle East and the wider Muslim world to help stem the tide of sectarian conflict and extremist politics that have swept across the region since the Arab Spring began.

    Those examples, however, are often overshadowed by pessimistic sentiments that generally come from countries where democracy has been tried but whose population were left with a weak central government prone to infighting.  This has left many regional experts asking themselves how they can encourage some of the Muslim nations to embrace democracy.

    “As the leader of one of the largest political groups in the European Parliament and a Muslim, I see no inherent contradictions between Islam and liberal democracy…There are elements which criticise democracy as being anti-Islamic. Those of us, who are Muslim, have faced criticism for taking part in elections. Many Middle Eastern governments say that as long as they provide wealth, jobs, and food, people don’t care about elections or politics,” said Kamall.

    Though authoritarian governments remain in the Middle East, Kamall noted that in other areas of the Muslim world, democratic elections and peaceful transfers of power have taken places in countries as diverse as Afghanistan, Indonesia, Malaysia, the Maldives, Pakistan, and Tunisia.

    Nearly 10 years after the early heady days of the Arab Spring, the hope for the political future of the Muslim world is that the next decade presents an opportunity for the next generation of Muslim reformers to fulfil the democratic promise of their successors.

  • Decathlon under fire for introducing and then withdrawing Islamic sports attire plans for French market

    French sporting goods retailer Decathlon has controversially decided to withdraw plans to launch a line of clothing with an Islamic veil for Muslim sportswomen after the products’ marketing sparked a major controversy among French politicians.

    The company said on February 26 that it made “a conscious decision” to no longer advertise the product in France. The decision came after the company sparked an earlier row by launching a special hijab, or headscarf, for Muslim women joggers, which reignited the debate over the personal freedoms for observant Muslim women and France’s strict laws that guard the country’s mandated secularism.

    The move from Decathlon, which can be seen as a business decision, raises the question of what happens when the religious freedom of the individual comes head to head with backlash from certain political quarters. According to Decathlon, the launch and Islamic sports garment in France followed a request by the company’s female customers in Morocco, where the product is already being sold.

    The modified sports veil gives female runners “extra comfort and breathability” whilst still “covering their neck and heads” in accordance with certain Islamic laws governing the covering of a woman’s head.

    Intolerance in politics

    Leading French politicians, however, have lined up to criticise the move, including Health Minister Agnès Buzyn, who told French radio that he “would have preferred that a French brand not promote the veil”. Buzyn’s comments were supported by Nicolas Dupont-Aignan, founder of France’s Eurosceptic nationalist party Debout La France also criticised Decathlon and even asked French shoppers to stop buying the company’s products.

    “I’ve got two daughters who don’t want to live in a country where a woman’s place in society regresses in the same way as it has in Saudi Arabia,” Dupont-Aignan tweeted, adding, “I’m calling for a boycott of the Decathlon brand for promoting this type of clothing”.

    France’s former justice minister, François Bayrou, also joined the chorus of those who called Decathlon’s move ‘provocative’ and suggested that the introduction of a sports hijab was unnecessary. “Muslim women who want to exercise put a knit cap on”, Bayrou said.

    One of the few public figures coming to Decathlon’s defence has been Angélique Thibault, the head Decathlon’s Kalenji jogging range, who said she was inspired to design the piece in the hope that “every woman can run in every district, in every city, in every country, regardless of her sporting level, her state of fitness, her shape, and her budget. And regardless of her culture”.

    The controversy over the status of Islamic cultural norms in France is only the latest in a series of political rows that have centred around the dress code of Muslim women in a country with nearly 10 million Muslims, roughly 6.6% of the population.

    The conservative government of former President Nicolas Sarkozy banned full-face coverings in France in 2010 and was accused by rights groups of stigmatising Muslim women.

    That original ban was followed six years later when scores of mayors in French coastal towns issued beach bans on “burkinis” – full-body swimsuits worn by some Muslim women.

    The bans were swiftly ruled illegal by France’s highest administrative court, but the controversy surrounding the appearance of Islamic beachwear sparked an intense political debate about the French principle of laïcité – secularism built on the strict separation of church and state.

  • Asia Bibi è libera ma deve rifugiarsi in un luogo sicuro

    I giudici della Corte Suprema del Pakistan, riuniti in udienza il 29 gennaio, hanno respinto l’istanza di revisione della sentenza che lo scorso ottobre ha assolto Asia Bibi dall’accusa di blasfemia. La donna adesso  è libera di rivedere i suoi famigliari dopo nove anni e mezzo di carcere ma i problemi per lei, purtroppo non sono finiti. Le proteste e le violenze dei fondamentalisti del partito Tehreek-e-Labaik, che alla vigilia della sentenza avevano minacciato i giudici (e i loro famigliari) affinché non assolvessero Asia Bibi, non si faranno attendere. Già accusano infatti il governo di Imran Kahn di essere “al soldo” dell’Occidente. La sentenza giunge infatti  in un momento di apertura alla minoranza cristiana: lo scorso 25 dicembre è stato festeggiato il Natale, con tanto di auguri da parte del governo ai cristiani in Pakistan, ed è stato assolto un altro cristiano “blasfemo”, la cui famiglia è stata però distrutta negli ultimi anni. Piccoli passi che fanno pensare positivamente, anche se con tutte le cautele del caso, ad un periodo di apertura. Nel frattempo però  Asia Bibi deve allontanarsi dal Pakistan e rifugiarsi in un luogo sicuro con tutta la sua famiglia per non correre rischi.

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