Islam

  • L’estrema destra dà fuoco al Corano, s’infiamma la Svezia

    L’estrema destra provoca e la Svezia si infiamma nel weekend di Pasqua. Vi partecipano poche centinaia di persone, ma l’immagine che trasmettono al mondo è di una sommossa: da Örebro a Norrköping e Linköping, da Malmö a Stoccolma, tre giorni e tre notti violenti scontri oppongono polizia e manifestanti che lanciano sassi e bottiglie molotov e bruciano auto, pneumatici, cassonetti della spazzatura e tutto quanto capita loro a tiro, con un bilancio provvisorio di almeno 26 poliziotti e una quindicina di manifestanti feriti, alcuni colpiti di rimbalzo da proiettili di avvertimento sparati dagli agenti, varie decine di arresti. Il tutto in risposta a un ‘tour’ del leader di estrema destra danese Rasmus Paludan, che brucia pubblicamente copie del Corano, il testo sacro dell’Islam, in ogni centro della Svezia dove risieda una forte comunità di musulmani.

    La polizia svedese non ha per ora descritto la provenienza politica dei manifestanti, che però dalle testimonianze che si accumulano sui media appaiono comprendere cittadini musulmani, militanti antirazzisti e, in alcuni casi, dice la polizia, anche delinquenti comuni.

    Dopo essere iniziati venerdì a Örebro, nella domenica di Pasqua gli scontri sono tornati per la seconda volta a Norrköping, dopo essersi spostati nella vicina Linköping sabato, seguendo l’itinerario delle provocazioni di Paludan, ma approdando anche alla capitale Stoccolma.

    Domenica il leader di estrema destra ha rinunciato polemicamente al pubblico rogo del Corano dopo che la polizia lo ha obbligato a spostarlo a un luogo isolato, come aveva già fatto sabato, relegando la sua provocazione dal centro della cittadina di Lanskroma alla periferia della vicina città di Malmö, la terza più grande della Svezia, nel sud, in un parcheggio recintato da barriere. Su Facebook Paludan ha scritto polemicamente che la polizia e il governo svedesi “hanno dimostrato di essere assolutamente incapaci di proteggere se stessi e me. Se io venissi ferito gravemente o ucciso per colpa dell’inadeguatezza dell’autorità di polizia, sarebbe veramente triste per gli svedesi, i danesi e altri popoli del Nord”.

    Politico e avvocato danese di 40 anni, ma anche con passaporto svedese, Rasmus Paludan vuole lanciarsi in politica in Svezia nelle elezioni di settembre con il partito di estrema destra anti-immigrati e islamofobo Stram Kurs (Linea Dura) da lui fondato nel 2017, che si autodefinisce il “partito più patriottico della Danimarca”.

    Il governo socialdemocratico svedese della premier Magdalena Andersson ha duramente condannato tanto le dimostrazioni di Paludan, quanto le violenze di reazione, tenendo fermo il punto che uno dei principi fondanti della democrazia svedese è la libertà totale di espressione. Principio che Stoccolma ha difeso di fronte alla grandinata di proteste provenienti dai Paesi a maggioranza islamica del mondo contro “l’offesa deliberata al sacro Corano”, dall’Iraq all’Egitto, dagli Emirati arabi alla Giordania. Chi scatena la violenza nelle strade, ha fatto capire Andersson, si presta al gioco dell’estremista Paludan e della sua agenda razzista. Il ministro della Giustizia, Morgan Johansson, si è rivolto ai dimostranti invitandoli ad “andare a casa”, dopo aver definito Paludan un “buffone di estrema destra il cui unico fine è la violenza e la divisione”, ma ricordando come la Svezia sia una democrazia e che in democrazia “anche i buffoni hanno libertà di parola”.

  • Afghanistan e i corsi e ricorsi storici

    Nella primavera di 20 anni fa il comandante Massoud, con incontri anche al Parlamento europeo, aveva invano chiesto all’Occidente le armi necessarie per combattere il Mullah Omar, i talebani e il loro alleato: l’organizzazione terrorista guidata da Bin Laden. Ovviamente non fu ascoltato nonostante gli si riconoscesse di essere non solo un eroe ed uno stratega militare ma anche un uomo politico capace di far convivere l’Islam con le riforme. Massoud aveva progetti urbanistici, voleva che le donne non fossero più segregate ed umiliate, credeva che il suo paese dovesse essere libero ed indipendente dal terrorismo come da certi signori della guerra che anche oggi, accordandosi con gli attuali talebani, controllano parti del territorio e della coltivazione dei papaveri. Il comandante fu ucciso il 9 settembre da due terroristi, provenienti da Bruxelles che, fintisi giornalisti, riuscirono ad ottenere un’intervista e si fecero esplodere davanti a lui. Due giorni dopo vi fu l’attacco alle due torri, il tragico 11 settembre che, di riflesso, cambierà anche le nostre vite.

    Vent’anni sono passati nei quali l’Occidente in Afghanistan ha speso molte vite, mezzi economici e militari per tentare di portare nel paese una parvenza di democrazia e legalità. Anche molti afgani sono morti negli attentati terroristici organizzati dai talebani mentre in tante città, non solo europee, l’Isis, il terrorismo, hanno distrutto altre centinaia di vite. Ora tutto è finito, si ritorna al passato, in molti muoiono tentando di fuggire da Kabul, molti sono giustiziati, imprigionati, torturati e le donne stanno subendo più di tutti il nuovo potere dei talebani. Vent’anni e ancora una volta un nome rappresenta, dalla valle del Panshir l’unica forma di resistenza, Massoud, il figlio dell’eroe che aveva costretto alla ritirata gli invasori sovietici, che bambino aveva visti partecipare al funerale del padre più di 100.000 persone, ha anche lui chiesto armi per difendere la propria gente, per dare una speranza di libertà all’Afghanistan. E nuovamente la risposta non c’è stata e le armi le hanno invece i talebani. La storia si ripete nella sua drammaticità e nel silenzio di quelle potenze i cui governi in parte ignorano proprio la storia ed in gran parte, per interessi geopolitici ed economici, sono disposti ad ogni indegna trattativa. Inutile nascondere la testa: in ballo ci sono interessi immensi dalle terre rare, presenti sul territorio, al commercio di droga ed armi, agli equilibri tra paesi imperialisti o che imperialisti vorrebbero diventare e non ultimo c’è il califfato, quello che è il sogno non solo di Erdogan. Le diverse etnie che compongono l’Afghanistan, uno stato nato circa 300 anni fa, hanno dimostrato più volte di non tollerare invadenze straniere sul loro territorio e, nello stesso tempo, di non riuscire, tra di loro, a trovare una strada per una convivenza civile nel rispetto dei più elementari diritti umani. Se a questo sommiamo la legge coranica interpretata in modo da schiavizzare intere popolazioni si capisce bene che seguire gli interessi economici porta su una strada diversa da quella che intraprende chi crede nel rispetto della vita e della libertà.

    Certamente se il giovane Massoud continuerà nella resistenza ai talebani ci saranno scontri sanguinosi ma la libertà ha sempre un prezzo e dovranno essere gli stessi afgani a decidere se vogliono diventare un popolo ed una nazione. Massoud potrebbe essere colui che può aiutare a riunificare le diverse etnie riunendo in se parte delle qualità di Cavour, Mazzini e Garibaldi ma l’Occidente saprà aiutarlo e l’Oriente lo consentirà?

  • La Corte di giustizia europea giudica lecito vietare il velo islamico sul luogo di lavoro

    Il divieto di indossare il velo islamico al lavoro “può essere giustificato dall’esigenza del datore di lavoro di presentarsi in modo neutrale nei confronti dei clienti o di prevenire conflitti sociali”, tuttavia “tale giustificazione deve rispondere a un’esigenza reale del datore di lavoro”. E’ quanto ha deciso la Corte di giustizia dell’Unione europea pronunciandosi sul ricorso di due cittadine musulmane in causa con i propri datori di lavoro per il loro abbigliamento.

    Le due ricorrenti, impiegate presso società di diritto tedesco in qualità di educatrice specializzata l’una e consulente di vendita e cassiera l’altra, indossavano un velo islamico sul loro rispettivo luogo di lavoro. Considerando che l’uso di un tale velo non corrispondeva alla politica di neutralità politica, filosofica e religiosa perseguita nei confronti dei genitori, dei bambini e dei terzi, la Wabe eV, datore di lavoro della prima, le ha chiesto di togliere il velo e, a seguito del rifiuto di quest’ultima, l’ha provvisoriamente sospesa, per due volte, dalle sue funzioni, rivolgendole nel contempo un’ammonizione. La Mh Muller Handels GmbH, datore di lavoro della seconda ricorrente, da parte sua, a fronte del rifiuto di quest’ultima di togliere il velo sul luogo di lavoro, l’ha dapprima assegnata a un altro posto che le consentiva di portare il velo, poi, dopo averla mandata a casa, le ha ingiunto di presentarsi sul luogo di lavoro priva di segni vistosi e di grandi dimensioni che esprimessero qualsiasi convinzione religiosa, politica o filosofica.

    Dopo i ricorsi ai tribunali nazionali, i due casi sono finiti alla Corte di giustizia. In particolare, alla Corte è stato chiesto se una norma interna di un’impresa, che vieta ai lavoratori di indossare sul luogo di lavoro qualsiasi segno visibile di convinzioni politiche, filosofiche o religiose costituisca, nei confronti dei lavoratori che seguono determinate regole di abbigliamento in ragione di precetti religiosi, una discriminazione diretta o indiretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali; a quali condizioni l’eventuale differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali che discende da una tale norma possa essere giustificata e quali siano gli elementi da prendere in considerazione nell’ambito dell’esame del carattere appropriato di una tale differenza di trattamento.

    Nella sua sentenza, pronunciata in Grande Sezione, la Corte precisa in particolare a quali condizioni una differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali, derivante da una tale norma interna, possa essere giustificata.

    La Corte rileva che il fatto di indossare segni o indumenti per manifestare la religione o le convinzioni personali rientra nella “libertà di pensiero, di coscienza e di religione”. Peraltro, la Corte ricorda la sua giurisprudenza in base alla quale una tale norma non costituisce una discriminazione diretta ove riguardi indifferentemente qualsiasi manifestazione di tali convinzioni e tratti in maniera identica tutti i dipendenti dell’impresa, imponendo loro, in maniera generale e indiscriminata, una neutralità di abbigliamento che osta al fatto di indossare tali segni.

    La Corte ritiene che tale constatazione non sia rimessa in discussione dalla considerazione che taluni lavoratori seguono precetti religiosi che impongono di indossare determinati indumenti. Infatti, se è vero che una norma come quella summenzionata è certamente idonea ad arrecare particolare disagio a tali lavoratori, detta circostanza non incide in alcun modo sulla constatazione in base alla quale tale medesima norma, che rispecchia una politica di neutralità dell’impresa, non istituisce in linea di principio una differenza di trattamento tra lavoratori basata su un criterio inscindibilmente legato alla religione o alle convinzioni personali.

    Nel caso di specie, la norma controversa sembra essere stata applicata in maniera generale e indiscriminata, dato che il datore di lavoro interessato ha del pari chiesto e ottenuto che una lavoratrice che indossava una croce religiosa togliesse tale segno. La Corte giunge alla conclusione che, in tali condizioni, una norma come quella controversa nel procedimento principale non costituisce, nei confronti dei lavoratori che seguono determinate regole di abbigliamento in applicazione di precetti religiosi, una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali. In secondo luogo, la Corte rileva, anzitutto, che la volontà di un datore di lavoro di mostrare, nei rapporti con i clienti, una politica di neutralità politica, filosofica o religiosa può costituire una finalità legittima. La Corte precisa, però, che tale semplice volontà non è di per sé sufficiente a giustificare in modo oggettivo una differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali, dato che il carattere oggettivo di una siffatta giustificazione può ravvisarsi solo a fronte di un’esigenza reale di tale datore di lavoro. Gli elementi rilevanti al fine di individuare una tale esigenza sono, in particolare, i diritti e le legittime aspettative dei clienti o degli utenti e, più nello specifico, in materia di istruzione, il desiderio dei genitori di far educare i loro figli da persone che non manifestino la loro religione o le loro convinzioni personali allorché sono a contatto con i bambini.

  • Terrorista islamico arrestato a Salerno

    Era stato in Siria nel 2012 e si era arruolato nelle file di al-Nusra, braccio armato di al-Qaeda, poi quando il Califfato aveva preso terreno sotto la guida di Abu Bakr al-Baghdadi, aveva deciso di continuare a combattere per lo Stato islamico, di cui era diventato uno dei capi militari. Afia Abderrahman, più noto tra i foreign fighter con il nome di battaglia di Abu al-Bara, 29 anni, marocchino, è stato catturato dalla polizia a Lago, in provincia di Salerno. Su di lui, fanno sapere le autorità, pendono le accuse di associazione a delinquere finalizzata alla preparazione e alla commissione di atti di terrorismo, detenzione illegale di armi da fuoco, attività collettiva avente fine di attentare all’ordine pubblico e raccogliere fondi per il finanziamento di atti di terrorismo. A firmare il mandato d’arresto è stato il procuratore generale presso la Corte di appello di Rabat, in Marocco, il 28 giugno scorso. La misura è poi stata estesa a livello internazionale l’8 luglio.

    La cattura dell’ex foreign fighter è avvenuta grazie alla collaborazione tra l’intelligence italiana, marocchina e l’Interpol, che attraverso una minuziosa attività di osservazione, controllo e pedinamento, grazie anche all’uso di tecnologie all’avanguardia, sono riusciti a localizzare l’uomo vicino a un bar in Campania, mentre si trovava lì con altri cittadini extracomunitari. A quel punto è scattata l’operazione che ha portato all’arresto del 29enne, a carico del quale risultano segnalazioni nella banca dati Schengen inserite da Spagna e Francia. L’uomo era inoltre già emerso all’attenzione del Comparto sicurezza nel 2018, in quanto segnalato dall’intelligence come combattente jihadista. Adesso è detenuto nel carcere di Salerno, a disposizione dell’autorità giudiziaria in attesa del perfezionamento della procedura per l’estradizione.

  • Sri Lankan Cabinet approves proposed ban on burqas in public

    COLOMBO, Sri Lanka (AP) — Sri Lanka’s Cabinet on Tuesday approved a proposed ban on wearing full-face veils including Muslim burqas in public, citing national security grounds, despite a U.N. expert’s comment that it would violate international law.

    The Cabinet approved the proposal by Public Security Minister Sarath Weerasekera at its weekly meeting, Weerasekara said on his Facebook page.

    The proposal will now be sent to the Attorney General’s Department and must be approved by Parliament to become law. The government holds a majority in Parliament and the proposal could easily be passed.

    Weerasekara has called burqas, a garment that covers the body and face worn by some Muslim women, a sign of religious extremism and said a ban would improve national security.

    Wearing of burqas was temporarily banned in 2019 after Easter Sunday suicide bomb attacks killed more than 260 people. Two local Muslim groups that had pledged allegiance to the Islamic State group were blamed for the attacks at six locations — two Roman Catholic churches, one Protestant church and three top hotels.

    Last month, Pakistani Ambassador Saad Khattak tweeted that a ban would hurt the feelings of Muslims. The U.N. special rapporteur on freedom of religion or belief, Ahmed Shaheed, tweeted that a ban would be incompatible with international law and the right to free religious expression.

    Muslims make up about 9% of Sri Lanka’s 22 million people, with Buddhists accounting for more than 70%. Ethnic minority Tamils, who are mainly Hindus, comprise about 15%.

  • Il separatismo religioso e le scuole francesi

    La notizia è di quelle che fanno riflettere. Oltre il 59% degli insegnanti francesi dichiara di essersi imbattuto in una forma di separatismo religioso nel proprio istituto attuale e il 24% dichiara di sperimentare regolarmente o di tanto in tanto veementi sfide nei confronti delle loro modalità di insegnamento. Il dato è aumentato di 9 punti rispetto al 2018. I dati appartengo ad un sondaggio sul separatismo scolastico in Francia condotto da Iannis Roder, professore associato di storia dal 1999 in un liceo a Seine-Saint-Denis e responsabile dell’Osservatorio sull’istruzione della Fondation Jean Jaurès, ripreso da La Nuova Bussola Quotidiana il 18 gennaio. Il rapporto rivela che i casi coinvolgono tutta la Francia, e non più solo periferie e banlieu. Nell’articolo, che riporta alcuni episodi accaduti in varie cittadine della Francia, in cui gli insegnati sono stati costretti a fare i conti con minacce dei genitori e atteggiamenti di sfida degli alunni, si legge che molti docenti “per evitare una possibile destabilizzazione della classe e le manifestazioni di protesta di vario genere, preferiscono tacere ed evitare di affrontare determinati argomenti. È paura? Secondo chi ha redatto il rapporto, sì.  Più spesso perché si sentono abbastanza soli nell’eventuale battaglia. È sorprendente notare che il 16% degli insegnanti afferma di non denunciare gli incidenti di cui sono stati testimoni. D’altronde solo il 56% dichiara alla propria dirigenza le forme di separatismo, e quindi di rifiuto della Francia e delle sue leggi, cioè poco più di 1 su 2”. E si legge ancora: “ciò che l’indagine ha inteso per ‘separatismo religioso’ è qualsiasi atto o manifestazione che si traduca in un rifiuto di attività, una richiesta specifica, una sfida all’educazione in nome delle convinzioni religiose. Il rapporto contiene discussioni circa i programmi e persino le discipline. Sono elencate per esempio le infinite controversie sull’educazione fisica avanzate da ragazzine cui l’islam impone un certo tipo di comportamenti e abbigliamento negli spogliatoi e nello sport. E poi le mense halal, le gite scolastiche e il velo. Il 49% degli insegnanti solo delle scuole secondarie afferma di essersi già auto-censurato durante le lezioni. Osservazione sconvolgente per gli analisti francesi se si considera che l’ultimo studio IFOP per la Fondazione Jean-Jaurès è stato realizzato in occasione del sesto anniversario dell’attentato a Charlie Hebdo. Un dato da evidenziare con l’assassinio di Samuel Paty perpetrato lo scorso ottobre e che è aumentato di 12 punti in meno di tre anni”.

  • In Nigeria Boko Haram sgozza 110 contadini nei campi

    Trucidati e sgozzati dai terroristi di Boko Haram almeno 110 civili ieri nel villaggio di Koshobe, nel nord est agricolo della Nigeria. Secondo quanto ha riferito il coordinatore umanitario dell’Onu in Nigeria, uomini armati sono arrivati in moto e hanno colpito in modo brutale donne e uomini che si trovavano al lavoro nei campi del villaggio, ha spiegato Edward Kallon.

    Il massacro ha avuto luogo il giorno delle elezioni locali nello Stato, la prima che si è tenuta dopo l’inizio della rivolta di Boko Haram nel 2009. Da allora, più di 36.000 persone sono state uccise e più di 2 milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro case. “Nel primo pomeriggio del 28 novembre, uomini armati sono arrivati in motocicletta e hanno compiuto un brutale attacco contro uomini e donne che lavoravano nei campi a Koshobe”, ha detto Kallon. “Almeno 110 civili sono stati uccisi a freddo e molti di più sono stati feriti in questo attacco”, ha aggiunto, in quello che ha definito “l’attacco più violento dell’anno contro civili innocenti”.

    La dichiarazione del coordinatore dell’Onu non fa riferimento al gruppo jihadista Boko Haram, o alla sua fazione, lo Stato islamico dell’Africa occidentale (Iswap), che sta intensificando la violenza nella regione e controlla parte del territorio nigeriano. L’attacco è avvenuto in una risaia a meno di 10 chilometri da Maiduguri, capoluogo della provincia di Borno, epicentro dell’insurrezione islamista. Il mese scorso, 22 contadini erano stati uccisi nei loro campi non lontano dalla città. Agricoltori, pescatori e boscaioli sono regolarmente presi di mira dai jihadisti, che li accusano di trasmettere informazioni all’esercito o di non pagare la “tassa” jihadista, che è obbligatoria per svolgere attività economica in alcune zone di Borno. Anche il capo della diplomazia europea Josep Borrell, su Twitter, si è detto scioccato: “Sono profondamente scioccato da questo ennesimo terribile attacco contro civili innocenti nel nord-est della Nigeria”, ha scritto.

    Il conflitto, che dura da più di un decennio, ha creato una drammatica crisi umanitaria, recentemente esacerbata da scarsi raccolti e dalle restrizioni del coronavirus. Circa 4,3 milioni di persone erano a rischio di insicurezza alimentare nel giugno 2020, durante la stagione di magra. L’Onu prevede che il prossimo anno questa cifra aumenterà del 20% nello stesso periodo.

  • Essere con la Francia

    Mentre la Francia e l’intero mondo sono sconvolti da una pandemia, che non vede ancora una soluzione vicina, il ras turco incita, di fatto, il mondo musulmano alla guerra Santa. Il presidente Macron che, dopo la decapitazione del professore francese, atto di una violenza ed efferatezza degna solo di criminali sanguinari per i quali non vi può essere perdono né in terra né nell’aldilà, aveva giustamente difeso la libertà di espressione come uno dei pilastri della democrazia, è diventato il bersaglio delle ire islamiste, e con lui la Francia. Erdogan, l’uomo che, a detta di molti accreditati analisti ed osservatori, si è organizzato un colpo di stato per rendere il suo potere ancora più assoluto in una Turchia controllata da forze di polizia e dove è azzerato ogni spazio di libertà di pensiero, ha dato il via, contro la Francis, ad un vero e proprio appello al mondo mussulmano. Già diversi inquietanti segnali dimostrano come si sia vicini ad una escalation di manifestazioni e violenze non solo verso Macron ed il suo paese ma, di fatto, contro l’Europa dove, già in passato, molti paesi hanno subito sanguinosi attentati. La Francia, come noi e qualunque altro Stato europeo, è messa in grave pericolo dal proclama di Erdogan e lo stesso deve ormai essere considerato, per sua scelta, il mandante, non solo morale, di qualunque azione che porti a nuove violenze e vittime, non soltanto sul suolo europeo. Siamo diventati, a casa nostra, il bersaglio di sciagurati dittatori, di gruppi di massacratori in cerca di potere il cui obiettivo, come l’Isis ha dimostrato, è di distruggere civiltà e libertà.

    Ci appelliamo ancora una volta a quella maggioranza del mondo mussulmano che crede nella convivenza e nel rispetto gli uni degli altri affinché vi sia una definitiva presa di posizione, questo mondo deve alzare più forte la propria voce altrimenti i violenti prevarranno ancora ed il silenzio diventerà connivenza. E’ già molto tardi ma c’è ancora il tempo per evitare che tutti si finisca nel baratro. Un baratro sempre più vicino se Erdogan non sarà isolato, se gli estremisti continueranno a fare proseliti e godranno di impunita o addirittura di complicità, se alcuni governi, come quello italiano, continueranno a tacere inerti ed inermi. Sia chiaro per tutti, quello che tocca oggi la Francia tocca ogni paese europeo, per prima l’Italia che da troppi anni ha una politica estera almeno ambigua.

  • Sahel summit agrees need to intensify campaign against jihadists

    International and regional powers on Tuesday agreed to intensify their military efforts against Islamist militants in the West African Sahel region.

    The leaders of the G5 Sahel nations, as well as EU leaders, including French president Emmanuel Macron, took part in a summit in the capital of Mauritania, Nouakchott. The G5 Sahel framework for coordination of regional cooperation was formed in 2014. Its members are Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania and Niger.

    “The heads of State stressed the need to intensify the fight on all fronts by national and international forces against terrorist groups”, a communique said.

    “It is our desire to Europeanise the fight against terrorism in the Sahel. When France gets involved, it’s Europe that gets involved”, Macron said. In January, Macron hosted a summit to help secure a stronger public commitment from the G5 Sahel nations, after France lost 13 troops in a helicopter crash.

    Earlier this month, French military forces killed the top al-Qaeda leader in North Africa, Abdelmalek Droukdel. “We are all convinced that victory is possible in the Sahel. We are finding our way there thanks to the efforts that have been made over the past six months”, Macron said.

  • Simbolo, avvertimento o patente di immunità per il nostro Paese?

    Silvia Romano è tornata in Italia, siamo contenti specialmente per i suoi genitori. E non c’è dubbio che abbia tutti i diritti di convertirsi all’Islam come a qualunque altra religione od ideologia  è di vestirsi come ritiene. Detto questo rimangono alcune considerazioni che è bene fare subito evitando future polemiche.

    Silvia Romano è arrivata indossando, sopra un abito africano, un mantello verde con cappuccio, verde è il colore dell’Isis, il colore della bandiera islamista. Salutando gli astanti, al suo arrivo, aveva gli avambracci nudi, il che è un anomalia per chi conosce usanze e costumi delle donne che indossano vesti e copricapo che dovrebbero, secondo la religione mussulmana, proteggerle dalla vista di altre persone, specie uomini. Non è apparsa con un burqa tradizionale o con un copricapo tipico delle donne africane o con un velo di garza come molte somale ma la sovraveste verde. La giovane  Romano ha dichiarato di essere sempre stata trattata con rispetto, a differenza di altri rapiti, alcuni dei quali hanno perso la vita, e di questo siamo tutti contenti.  Le autorità italiane hanno ringraziato i servizi di intelligence somali e turchi, pur comprendendo la necessità politica di essere accomodanti nessuno può ignorare che se c’è un servizio di intelligence che non esiste è quello somalo  che non è in grado di prevenire  neppure gli attentati che periodicamente colpiscono la loro capitale Mogadiscio. Per quanto riguarda i turchi è nota la loro interessata simpatia politica per i Fratelli musulmani, grandi protettori degli shabaab,i carcerieri della Romano nonché i terroristi che hanno perpetrato efferati attentati non solo in Kenya.

    I turchi hanno grande interesse per la Somalia non solo per il petrolio ma specialmente per la posizione strategica del paese che può essere un avamposto per  cercare di riportare l’Egitto verso quelle posizioni integraliste che il presidente al Sisi ha stroncato e per impedire che paesi come il Kenia continuino nella tradizione della laicità dello stato. L’Italia ha il dovere di mettere insieme tutte le energie per riportare a casa cittadini italiani che siano stati rapiti  vale però ricordare che qualunque riscatto pagato ai terroristi è di fatto un finanziamento alle loro attività criminali, molte delle quali sono state e saranno perpetrate in Europa e che ogni pagamento dà il via libera ad altri rapimenti, come è stato a lungo per le navi sequestrate nei mari del corno d’Africa. L’Italia, che non ha mai speso una parola per ricordare le segnalazioni fatte sul terrorismo dall’ambasciatore somalo alle Nazioni Unite Yusuf  Ismail Bari Bari, vissuto e laureato a Bologna e ucciso dagli shabaab a Mogadiscio proprio per la sua indefessa lotta contro il terrorismo islamista, è bene si interroghi oggi sulla sovraveste verde di Silvia Romano per capire se è un simbolo, un avvertimento o una patente di immunità, almeno per un po’, per il nostro Paese. credo inoltre che si debba affrontare anche il tema delle associazioni, di qualunque estrazione, che inviano cooperanti in paesi nei quali, per un motivo o per un altro, esistono situazioni a rischio, il ministero degli Esteri dovrebbe essere informato di ogni progetto e partenza per dare il suo parere, perché se è vero che uno stato democratico e civile deve riportare a casa i suoi cittadini che si trovano in difficoltà è anche vero che ciascuno di noi, come contribuente, ha il diritto di sapere se l’attività, la missione che ha comportato un rischio o un danno al proprio connazionale, e all’intero paese, è stata o meno condivisa dalle istituzioni italiane.

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