Lombardia

  • Lombardia: finanziamenti per ricerca e sviluppo alle PMI

    La Lombardia è da sempre in prima linea quando si parla di finanziamenti per l’innovazione e l’internazionalizzazione delle Pmi. In questi giorni si stanno discutendo due provvedimenti che puntano a promuovere l’attività delle imprese piccole e medie: queste valgono complessivamente 37 milioni.

    Il primo, atteso a breve in pubblicazione, è il nuovo bando Frim Fesr 2020 «Ricerca e Sviluppo», gestito da Finlombarda, che vale 30 milioni: finanzia ricerca e innovazione delle Pmi e dei liberi professionisti. A disposizione ci sono risorse regionali, statali e del Por Fesr 2014-2020 per i progetti collegati alle aree di specializzazione della «Strategia regionale di specializzazione intelligente per la ricerca e l’innovazione-S3» (settore aerospaziale, agroalimentare, industrie creative) e alle tematiche delle «smart cities» (infrastrutture, costruzioni intelligenti, sicurezza). I finanziamenti sono a medio-lungo termine, di durata da tre a sette anni (di cui massimo due di preammortamento) con tasso fisso nominale dello 0,5% e importo tra 100mila euro e un milione. È finanziabile fino al 100% degli investimenti di almeno 100mila euro in attività di ricerca industriale, sviluppo sperimentale e innovazione, realizzati entro 18 mesi (più sei di possibile proroga) dal decreto di concessione. Sono ammissibili nel finanziamento spese per tecnici e ricercatori, costi di ammortamento o canoni per l’acquisto in leasing di impianti e attrezzature nuovi o usati, i costi della ricerca contrattuale, delle competenze tecniche e dei brevetti, la consulenza per l’attività di ricerca, i materiali necessari alla realizzazione del progetto, le spese generali forfettarie, i costi per il deposito e la convalida dei brevetti durante il periodo di realizzazione del progetto. Sarà possibile presentare domanda online dal 6 giugno fino a esaurimento delle risorse.

    Si apre invece il 22 maggio lo sportello della «linea internazionalizzazione» di Regione Lombardia, gestita da Finlombarda, che finanzia i progetti integrati di internazionalizzazione e sviluppo internazionale delle Pmi lombarde attive da almeno due anni. Lo stanziamento iniziale è di 7 milioni a valere su risorse del Por Fesr 2014-2020 con il cofinanziamento regionale e statale. Sono previsti finanziamenti di medio-lungo termine a tasso zero, di importo compreso tra 50 e 500mila euro e durata da tre a sei anni (di cui massimo due di preammortamento). I finanziamenti coprono fino all’80% degli investimenti in programmi di internazionalizzazione, che siano realizzati entro 18 mesi dalla concessione dell’agevolazione e di importo minimo di 62.500 euro. Sono finanziabili le spese sostenute per la partecipazione a fiere internazionali, per la promozione dei prodotti in showroom o spazi espositivi temporanei all’estero, per servizi di consulenza, per l’ottenimento di certificazioni estere e per il personale impiegato nel progetto di internazionalizzazione. Le imprese potranno fare domanda online, fino a esaurimento delle risorse.

    Resterà aperto fino al 17 giugno, invece, il bando Fashiontech della Regione Lombardia per la sostenibilità delle piccole e medie imprese del settore moda. In base al bando, aperto il 30 aprile, sarà possibile presentare progetti “di ricerca e sviluppo finalizzati all’innovazione del settore Tessile, moda e accessorio, secondo il principio della sostenibilità, dal punto di vista ambientale, economico e sociale”. Il budget del bando è di 10 milioni di euro. Possono partecipare al partenariato pmi, grandi imprese, organismi di ricerca pubblici e privati o Università. Le imprese devono avere sede operativa attiva in Lombardia alla data della prima richiesta di contributo. Vengono comunque solo riconosciute le spese sostenute presso la sede in Lombardia.

  • Animali e padroni sepolti insieme, in Lombardia adesso si può

    In tema di animali ancora notizie buone e notizie cattive, dalla  Lombardia arriva una buona notizia per gli amanti degli animali, il Consiglio Regionale ha approvato a febbraio una legge, in materia di servizi funerari, che include la possibilità di far tumulare il proprio animale nella tomba del padrone. E’ il primo provvedimento in Italia che affronta questo argomento, ovviamente vi sono delle clausole da rispettare, l’animale deve essere cremato e può essere sepolto, in una teca separata, nello stesso loculo del suo padrone o nella tomba di famiglia, su espressa volontà del defunto o dei suoi eredi. Una possibilità che va incontro a molte richieste di amanti degli animali. La notizia è buona ma potrebbe diventare cattiva se male applicata ed interpretata la legge, infatti sarà necessaria una stretta sorveglianza ed attenzione per evitare che gli eredi, non volendo mantenere il cane o il gatto del defunto, si affrettino a far concludere la vita anche all’animale del morto, basta la solita puntura e l’animaletto incenerito sarà bello e pronto per essere tumulato con il suo umano. Inoltre è stata anche premura della presidente della commissione Sanità far votare un ordine del giorno che impegna la giunta a farsi portavoce presso i comuni affinché sulle lapidi non vi siano né riferimenti né fotografie dell’animale tumulato. Già gli antichi egizi, e non solo loro, venivano tumulati con i loro animali, purtroppo spesso vivi, speriamo che la nuova legge rappresenti una tappa di civiltà e di maggiore attenzione verso le persone che amano gli animali e verso gli animali e non diventi un nuovo business o peggio la scusa per sopprimere animali rimasti “orfani”.

    Dal Lazio la buona notizia di una nuova azione dei carabinieri che hanno sventato, vicino a Cerveteri, un traffico illegale di cani rubati. I malviventi rapivano cani di razza, in molti casi cani da caccia, e li rivendevano nella provincia e quando non riuscivano a smerciarli li uccidevano. Nel sequestro, avvenuto in due terreni agricoli, sono stati rinvenuti 54 cani dei quali 15 cuccioli. I sequestratori espiantavano  i microchip per evitare che i cani potessero essere riconducibili ai loro legittimi proprietari. Durante l’azione i carabinieri hanno anche sequestrato farmaci per uso veterinario, bisturi, siringhe, collari elettrici e anche armi e munizioni. Inoltre sono state trovate le carcasse di vari animali morti. Se buona è la notizia dell’intervento dei carabinieri rimane la pessima notizia che per fare soldi facili spesse volte sono presi di mira anche i nostri animali e più volte sono stati rapiti cani per farli partecipare ai combattimenti  o meglio ancora agli addestramenti dai quali, ovviamente, usciranno solo morti e a brandelli. Da troppo tempo in questo settore la criminalità organizzata aumenta le proprie entrate.

  • Milano e la Lombardia trascinano il settore culturale

    Milano e la Lombardia rafforzano la loro leadership nei settori della cultura e del turismo. Più di 24 miliardi di euro e 350.000 addetti: due dati che collocano la Lombardia ai vertici del panorama culturale italiano. Milano, in particolare, si conferma prima su entrambi gli indicatori economici, con incidenze intorno ai 10 punti percentuali. Fra le altre province lombarde, spicca Monza-Brianza, tredicesima per valore aggiunto (7,2%) e addirittura settima per occupazione (7,3%). La Lombardia è prima nella produzione di valore aggiunto nelle filiere dell’editoria (3,9 miliardi), del software e videogame (3,4 miliardi), dell’architettura e design (2,6 miliardi), della comunicazione (2 miliardi), e delle performing art (1,8 miliardi).

    Sono solo alcuni dei dati presentati nel Rapporto “Io sono cultura – L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi” elaborato da Symbola e Unioncamere. La cultura è ovviamente uno dei motori trainanti dell’economia italiana, uno dei fattori che esaltano maggiormente la qualità e la competitività del made in Italy.

    Il sistema produttivo culturale-creativo (Spcc), costituito da imprese, pubblica amministrazione e no profit, genera più di 92 miliardi di euro e smuove altri settori dell’economia. L’intero settore arriva a muovere 255,5 miliardi di euro, il 16,6% del valore aggiunto nazionale: il dato comprende il valore prodotto dalle filiere del settore, ma anche di quella parte dell’economia che beneficia di cultura e creatività e che da queste viene stimolata, a cominciare dal turismo. Una ricchezza che si riflette in positivo anche sull’occupazione: il solo sistema produttivo culturale-creativo dà lavoro a 1,5 milioni di persone, che rappresentano il 6,1% del totale degli occupati in Italia. È un sistema in espansione: il valore aggiunto prodotto nel 2017 è aumentato del 2%, gli occupati (1.520.000) dell’1,6% (+1,1% il dato dell’economia generale).

    “Cultura e creatività sono la chiave di volta in tutti i settori produttivi di un’Italia che fa l’Italia – commenta Ermete Realacci, presidente di Fondazione Symbola – e cresce il loro ruolo nell’economia. La bellezza è uno dei nostri punti di forza. Tanto che, secondo un’indagine della rivista US News e dell’Università della Pennsylvania, siamo addirittura il primo Paese al mondo per la influenza culturale. Proprio questo intreccio caratteristico dell’Italia, tra cultura e manifattura, coesione sociale e innovazione, competitività e sostenibilità, rappresenta un’eredità del passato ma anche una chiave per il futuro”.

    “Abbiamo sostenuto progetti culturali in grado di generare sviluppo e opportunità di lavoro come ben dimostra il progetto Distretti culturali, caso unico in Italia e in Europa”, aggiunge Arnoldo Mosca Mondadori, membro del consiglio di amministrazione Fondazione Cariplo. “Non solo recupero dei beni, ma riscoperta e rinascita del territorio attraverso il rilancio di processi economici, turistici e sociali che mettano al centro il patrimonio artistico e architettonico. L’intervento di Fondazione Cariplo ha portato a intervenire su oltre 400 beni storico-architettonici con un investimento di quasi 90 milioni di euro. Questa visione si basa sulla convinzione che il patrimonio culturale rappresenti un’opportunità unica di sviluppo economico e sociale, il patrimonio si trasforma così in occasione di crescita per le imprese e le comunità”.

    Il Spcc italiano conta, a fine 2017, 414.701 imprese, che incidono per il 6,7% sul totale delle attività economiche del Paese. Le imprese che operano nei settori direttamente collegati alle attività culturali e creative (core culture), sono 289.792. Più del 95% delle imprese operanti nel core culture appartiene a due ambiti: culturale (148.000 imprese, il 51,1% del totale) e creativo (127.849 imprese, il 44,1% del totale). Rispetto al 2016, il Spcc cresce in tutti i settori, eccezion fatta per l’industria creativa (-0,8%), e il comparto editoria e stampa (94.604 imprese, -1,7% sul 2016).

  • Il ruolo dell’Italia nella Nuova Via della Seta

    Si svolgerà mercoledì 13 marzo dalle ore 11, nella sala Congressi della Regione Lombardia a Milano (via Taramelli, 26) il convegno L’Italia sulla Nuova Via della Seta organizzato da MoviSol. All’evento, moderato da Claudio Celani, giornalista dell’EIR e vicepresidente MoviSol e aperto dai saluti del Presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana, parteciperanno Helga Zepp-LaRouche, presidente dello Schiller Institute, Michele Geraci, sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico, Massimo R.Kolbe Massaron che leggerà l’intervento del Sen. Tony Iwobi, l’Ing. Franco Bocchetto, direttore tecnico di Bonifica e relatore sul progetto Transaqua per il Lago Ciad (Italia-Cina), Liliana Gorini, presidente di Movisol (www.movisol.org).

    Il convegno sarà un’occasione per raccontare come e perché il futuro dell’Italia, del Mediterraneo e dell’Europa stia nella collaborazione fattiva con il progetto della Nuova Via della Seta, il grandioso programma di corridoi infrastrutturali lanciato dalla Cina col nome di “Belt and Road Initiative”, detto anche “La Nuova Via della Seta”, che potrebbe rappresentare per l’Italia un’occasione unica e irripetibile di agganciare quella che è diventata la locomotiva dell’economia mondiale e al tempo stesso di svolgere un ruolo guida nello sviluppo del continente africano, aprendo la strada ad una nuova cooperazione e distensione alternativa alla geopolitica dei blocchi contrapposti.

  • Italia ultima in Europa per appeal verso gli investitori

    L’Italia è il Paese dell’Unione europea con più ostacoli agli investimenti, secondo quanto rileva la Commissione Ue nei Country Reports sulle economie dei Ventotto, mettendo a confronto le carenze negli investimenti dei diversi Stati membri in 19 settori, dal mercato del lavoro alla pubblica amministrazione, dalla finanza alla ricerca.

    L’Italia detiene il record negativo con barriere agli investimenti in 16 aree, in particolare nella pubblica amministrazione e nell’ambiente imprenditoriale. Le carenze riguardano elevati onere amministrativi e normativi, inefficienza del sistema giudiziario, ma anche ritardo nella digitalizzazione. In Italia “sono necessari investimenti adeguati per rafforzare la capacità amministrativa, il capitale umano e l’innovazione, nonché per ridurre le disparità regionali”, scrive la Commissione. Relegate in fondo alla graduatoria anche la Romania, con ostacoli in 15 settori, la Spagna e il Portogallo (14). A trainare gli investimenti in Ue sono invece le economie di Svezia, Danimarca ed Estonia, che presentano barriere limitate rispettivamente a tre e quattro aree.

    Assumendo la presidenza di Eusalp per il 2019 ((fondata nel 2013 da Italia, Francia, Germania, Austria e Slovenia nonché da Svizzera e Liechtenstein, Eusalp coordina un totale di 48 regioni con circa 80 milioni di abitanti), l’Italia ha annunciato – tramite il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, l’assessore regionale all’Ambiente Raffaele Cattaneo e il presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti – che la presidenza italiana (coordinata dalla Regione Lombardia, coadiuvata da Piemonte e Provincia Autonomia di Bolzano) porrà al centro della sua iniziativa il tema delle infrastrutture, insieme alla sostenibilità e all’innovazione. Durante l’anno di presidenza, la Lombardia cercherà di valorizzare la green economy e lo sviluppo sostenibile dei territori coniugando le tecnologie più avanzate con le tradizioni dei territori. “Ci crediamo – ha sottolineato il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana – e valorizzeremo la macroregione puntando sull’imprenditoria giovanile e sul il turismo dei nostri territori, sfruttando quell’infrastrutturazione e quei supporti tecnologici che consentono di rendere attrattiva la nostra economia. Inizia un’anno estremamente importante, anche nell’ottica di un nuovo rapporto con l’Ue anche per quanto riguarda il nuovo riparto dei fondi».

  • Nel 2018 i fallimenti aziendali sono calati del 5,9% rispetto al 2017

    Nel 2018 i fallimenti delle imprese italiane sono diminuiti del 5,9% rispetto al 2017 (da 11.939  a 11.233), con cali più significativi nel settore industriale (-8,1%, 2.010 aziende fallite) e più contenuti nell’edilizia (-2,3%), dove le imprese a chiudere i battenti sono state 2.248. È quanto emerge dall’Analisi dei fallimenti in Italia condotta da CRIBIS, società del Gruppo CRIF specializzata nella business information. 

    L’analisi di CRIBIS ha rilevato nel 2018 3.475 fallimenti nel settore “commercio” (-6,4%) e 2.609 nei “servizi” (-6,7%). Negli ultimi 10 anni il 2014 è stato l’anno con più imprese fallite nel settore “commercio” (4643), “industriale” (3.343) ed “edilizia” (3.343), mentre il 2015 è stato l’anno nero per il settore servizi (3.019). Dall’analisi sui fallimenti in Italia negli ultimi 10 anni, si evince ancora che le aziende che hanno portato i libri in tribunale lo scorso anno sono quasi il 20% in più rispetto al 2009 (9.384). Tra 2010 e 2009 il numero di imprese costrette alla chiusura è cresciuto del 16%: l’incremento più elevato del decennio seguito da quello rilevato tra 2012 e 2013 (+15,6%).

    “I dati sui fallimenti 2018 – commenta Marco Preti, amministratore delegato di CRIBIS – confermano un trend positivo che va avanti dal 2015 e che vede il numero delle aziende costrette a chiudere i battenti ridursi sempre più. Tra 2016 e 2017 (-11,3%) abbiamo rilevato il calo maggiore mentre in termini assoluti l’anno più negativo del decennio è stato proprio il 2014, quando ben 15336 aziende sono state costrette a portare i libri in tribunale. Il numero di fallimenti registrato lo scorso anno, è inferiore a quanto avevamo rilevato nel 2011, quando le imprese costrette a chiudere per il cattivo andamento del business erano state 11.840”. 

    La Lombardia, motore economico dell’Italia, è la regione dove si registra il più elevato numero di fallimenti (2.433, 21,8% del totale), seguita dal Lazio (1417, 12,7%) e dalla Toscana (933, 8,3%). Poco più distante il Veneto (902, 8,1%), che precede Campania (854, 7,6%), Sicilia (749, 6,7%) ed Emilia-Romagna (745, 6,6%). In Piemonte il numero di aziende costrette a chiudere i battenti (720) è più elevato del 43% rispetto a quello che CRIBIS ha rilevato in Puglia (493) ed è più del doppio rispetto a Marche (328), Sardegna (285) e Calabria (272).

  • In Lombardia frena la crescita

    I dati del quarto trimestre non sono del tutto negativi, ma è lo sguardo in prospettiva a preoccupare. Il 2019 si profila come un anno difficile per imprese lombarde, in salita per produzione, domanda interna e commesse internazionali.

    I dati raccolti nel monitoraggio trimestrale di Unioncamere Lombardia vanno tutti in questa direzione, segnalando una regione che viaggia ancora ad una velocità superiore rispetto alla media nazionale ma che inevitabilmente, trimestre dopo trimestre, perde slancio.

    Nella media annua la produzione cresce del 3% (+0,8% rispetto alla media italiana), un dato in calo rispetto al +3,7% dell’anno precedente. Il rallentamento è visibile anche negli ordini interni ed esteri, che restano positivi (2,3 e 3,3%) ma con valori dimezzati rispetto a quanto accadeva ad inizio anno. Un rallentamento che si riflette anche nell’ambito occupazionale, con un saldo negativo dello 0,3% tra ingressi e uscite, ma che soprattutto fa preoccupare in ottica futura. In linea con quanto accade per l’indice di fiducia monitorato dall’Istat, in calo costante dallo scorso luglio, anche in Lombardia abbiamo dati analoghi.

    Per la domanda interna il saldo tra ottimisti e pessimisti è in rosso ormai da tre rilevazioni ma ciò che più preoccupa è il cambiamento di umori in termini di produzione. Qui il saldo tra ottimisti e pessimisti è ormai quasi azzerato, toccando un punto di minimo mai registrato dal 2014. Nel quarto trimestre a prevedere un calo dei ricavi superiore al 5% è un quarto del campione, anche in questo caso il valore più elevato registrato dalla fine del 2016.

    C’è da segnalare anche un preoccupante calo degli investimenti, motore della ripresa nel biennio 2017-2018 in Italia così come in Lombardia. In questi anni è sicuramente stata importante la massa di incentivi messa in campo dai precedenti governi, utilizzata in media dal 69% delle imprese industriali che hanno investito. Ad investire lo scorso anno è stato il 61% del campione, in lieve frenata rispetto all’anno precedente, risultato di valori estremamente variegati rispetto alle dimensioni delle aziende: l’87% per le aziende oltre i 200 addetti, il 45% per quelle tra 10 e 49. Valori comunque destinati a ridursi, se le attese delle imprese dovessero tradursi in modo lineare in scelte concrete.

    Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, si dice preoccupato per questo scenario e che chiede al Governo una decisa inversione di rotta nella politica economica. “Quanto più tarderà – chiarisce – tanto più pesanti dovranno essere gli sforzi per tentare il recupero. C’è preoccupazione per il 2019 ed è un fattore determinante per chi fa impresa: la fiducia, che nell’immediato si ripercuote su occupazione e investimenti”.

    “Valuto con moderato ottimismo – spiega Attilio Fontana, presidente di Regione Lombardia – i segnali di crescita fatti registrare dalla Lombardia. La nostra regione, con le sue imprese, sta puntando su innovazione, tecnologia e digitalizzazione, elementi che ci consentono di fronteggiare un momento storico poco favorevole, sia a livello nazionale, sia internazionale”.

    “In termini prospettici – aggiunge il presidente di Unioncamere Lombardia Gian Domenico Auricchio – la crescita del comparto manifatturiero lombardo nel 2019 lascia trasparire qualche difficoltà, legata da un contesto nazionale ed internazionale dominato da rischi di revisione al ribasso, ad un mutato clima di fiducia e alle mutate prospettive per gli investimenti, previsti in peggioramento. È pertanto opportuno mantenere alta l’attenzione sulle comuni strategie di intervento legate alla competitività”.

    Strategie che d’ora in poi potranno basarsi anche su una collaborazione inter-regionale, come previsto dal recente accordo siglato tra le Unioni regionali delle Camere di Commercio di Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto, protocollo d’intesa che ha proprio l’obiettivo di supportare l’economia dei territori a cogliere le opportunità offerte da una dimensione territoriale più ampia e dall’integrazione delle strategie.

    Una macro-area che comprende 30 Camere di commercio e più di 2 milioni di imprese attive iscritte ai registri camerali, che genera 750 miliardi di valore aggiunto (il 48% del totale nazionale) e 290 miliardi di export, i due terzi del totale in Italia.

     

  • In Kazakistan un gulag sovietico grande quanto Lombardia e Piemonte

    A Karaganda, in Kazakistan, esisteva un campo di lavoro grande quanto Lombardia e Piemonte insieme. Attivo dal 1918, fu utilizzato dapprima, all’indomani della Rivoluzione russa, per deportarvi preti, suore e quant’altri si opponevano al nuovo corso e poi per le purghe di Stalin: chi sopravviveva al freddo (che arrivava fino a -50 gradi), veniva impiegato nelle miniere. Il risultato furono 2,5 milioni di morti su 5-6 milioni di detenuti, nell’arco di un solo biennio.

    La Banca di Piacenza organizza ora visite al campo, nel quale furono deportati anche 3mila italiani che vivevano in Crimea, nonché soldati italiani del corpo di spedizione in Russia nella Seconda Guerra Mondiale (un 96enne sopravvissuto dell’Armir vive tutt’oggi a Piacenza), insieme a detenuti di altre 139 nazionalità e di qualsiasi età (anche donne e bambini), in collaborazione con don Pierluigi Callegari, italiano, che della Diocesi di Karaganda è vescovo.

  • Il Natale torna a far girare l’economia in Lombardia

    A Natale, si sa, siamo tutti più buoni. Nonostante le promesse di non spendere troppo, ognuno di noi alla fine non rinuncia mai ad un regalo per i propri parenti e amici, e spesso anche per se stessi.

    Nonostante le stime a livello nazionale parlino di un Natale con i consumi sottotono, in Lombardia il trend sembra realmente diverso. Sono 66mila le imprese lombarde legate al Natale, il 14% delle 473mila aziende che in tutta Italia fanno affari durante le feste natalizie.

    Il business nazionale mensile è di circa 5 miliardi di euro, ma in Lombardia il giro d’affari mensile è di 1,5 miliardi, di cui circa 1 milardo generato a Milano. Questo vuol dire che il 20% del business natalizio a livello nazionale si concentra nel capoluogo lombardo. E’ quanto emerge da un focus della Camera di Commercio di Milano dedicato al business del Natale, ricerca basata sui dati del Registro Imprese relativi al terzo trimestre 2018.

    La ristorazione è il settore con più imprese legate al Natale: sono 51mila le aziende della ristorazione in Lombardia, circa 338mila in Italia. Seguono gli alloggi con oltre 4mila imprese in Lombardia su 53mila in Italia; tour operator e agenzie viaggi con 2,4 mila posizioni su 16mila in Italia. A seguire commercio di fiori e piante (2mila in Lombardia), gioiellerie (1,7 mila), profumerie (1,4 mila). Il settore che cresce di più, sia in Lombardia che in Italia è quello della pasticceria fresca: +8,2% su scala nazionale e +6,4% in regione.

    La provincia che in Italia conta il maggior numero di imprese dell’aggregato natalizio è quella di Roma (41mila), ma a livello regionale domina la Lombardia che con le sue 66mila aziende stacca Lazio (52mila), Campania (47mila), Veneto (36mila). Da notare la differenza tra imprese presenti sul territorio e business creato dalle stesse, dove abbiamo visto che la Lombardia è ancora senza rivali.

    Per quanto riguarda i lavoratori, infine, su circa 1,8 milioni di addetti totali in Italia, la Lombardia copre il 19% con 347mila persone coinvolte; poi ci sono Veneto (187 mila), Emilia Romagna (185 mila) e Lazio (171 mila).

    Negli ultimi anni hanno contribuito ad aumentare questi numeri anche i numerosi mercatini natalizi che si sono moltiplicati in tutta la regione. Alle fiere più importanti e famose come l’Artigiano in fiera, si sono aggiunte diverse manifestazioni sempre più frequentate dai cittadini. Oggetti da regalo, lavorazione artistica di marmo, pietre, ceramica e vetro, bigiotteria e gioielleria, orologi, prodotti tessili ma anche casalinghi, arredamento e cosmetici: sono quasi 21mila, al terzo trimestre 2018, le attività di artigiani e ambulanti di prodotti artistici presenti in Lombardia e legate ai mercatini di Natale di questi giorni, il 12,5% del totale italiano.

    Gli ambulanti sono più di 16mila, concentrati maggiormente nella vendita di tessuti, abbigliamento e calzature (nel complesso 8.400 imprese) e nel commercio al dettaglio ambulante di chincaglieria e bigiotteria (1.900), si contano quasi 1.800 sarti e circa 1.300 designers in tutta la Lombardia.

    Nei settori dell’artigianato artistico lombardo a crescere di più sono le attività di design di moda e design industriale, +5,2% in un anno e le attività di fabbricazione di strumenti musicali, +3% in un anno.

    In Italia sono quasi 167mila le imprese coinvolte nei mercatini. Prima Napoli con 14.865 imprese (+0,7%), poi Roma (10.501, +1,1%) e Milano (9.119), seguite da Caserta (6.118, +0,8%), Torino (5.196), Palermo (5.109), Salerno (4.641).

    In Lombardia, come provincia, Milano pesa per il 44% del settore, Brescia e Bergamo il 10% circa e Monza l’8%%. In crescita Sondrio (+2,3%).

  • Olimpiadi 2026: sempre più Lombardia e Milano e meno Cortina

    Considero l’opportunità di organizzare e svolgere le Olimpiadi Invernali nel 2026, o una parte di esse, a Cortina d’Ampezzo come un’ottima opportunità per ridare non solo smalto ma proprio linfa economica alla località ampezzana come al territorio cadorino bellunese.

    Il traguardo dello svolgimento dei giochi  olimpici potrebbe infatti rappresentare l’occasione  per ricreare un centro sportivo ed agonistico del bob italiano che con una “modica” spesa di 30 milioni per l’aggiornamento della pista di bob già esistente (a Cesana ne costò 115 per Torino 2006) ne rappresenterebbe un classico esempio (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/24/olimpiadi-cortina-2026-i-tre-fattori-del-successo/). Anche in considerazione del fatto che gli atleti della nazionale di bob adesso si vedono costretti a lunghi spostamenti verso la Germania per le proprie sessioni di allenamento.

    Recentemente avevo espresso dei forti dubbi in merito alla scelta di far disputare la discesa libera e supergigante lungo la  bellissima e molto tecnica pista Stelvio di Bormio lasciando i soli gigante e speciale sulle piste della Conca ampezzana. Allora avanzai delle fortissime perplessità relative  alla capacità politica strategica ma soprattutto negoziale della Regione Veneto, come del comitato promotore, i quali stavano perdendo di vista l’obiettivo principale. Quello, va ricordato, di offrire un’opportunità per il rilancio d’immagine, comunicazione e quindi anche economico  alla località di Cortina d’Ampezzo: un obiettivo che assume una doppia valenza anche in considerazione dei disastri di poco più di un mese fa che hanno flagellato il Cadore e l’interno bellunese.

    Questo tipo di impostazione e soprattutto di sbilanciamento e considerazione a favore di Milano rispetto a Cortina d’Ampezzo è stato successivamente confermato dalla scelta del logo nel quale la località ampezzana viene rappresentata semplicemente da una scia sulla neve mentre dal logo  stesso emergono evidenti le guglie del Duomo di Milano.

    Ora emerge invece un’altra preoccupante problematica relativa allo svolgimento delle gare di sci alpino. Già nella trattativa con Milano la regione Veneto aveva tradito, per lo svolgimento delle gare di fondo, il sostegno alla candidatura della località di Asiago che storicamente rappresenta la patria del fondo, senza ottenere peraltro nessun tipo di concessione a fronte della propria rinuncia.

    A tale azzeramento delle giuste e condivisibili ambizioni ed aspirazioni della località asiaghese, per il quale ripeto la Regione Veneto non ha ottenuto in cambio assolutamente nulla, ora si giunge ad un altro inquietante scenario che dimostrerebbe ancora una volta l’incapacità della Regione Veneto come del comitato promotore di Cortina 2026 rispetto alla stessa regione Lombardia e Milano che rappresenterebbero gli unici e soli gestori  delle Olimpiadi stesse.

    Sembrerebbe confermato infatti in ambito della Fis (federazione internazionale di sci alpino) che a causa di una norma che tenderebbe a disincentivare la migrazione dei Giochi Olimpici tra una località ed un’altra non solo la discesa libera e il supergigante verrebbero svolti sulla pista Stelvio di Bormio ma tutte le gare di sci alpino maschile. Viceversa a Cortina d’Ampezzo verrebbero svolte le gare olimpiche del solo sci alpino  femminile.

    Se venisse confermata, come sembra, tale impostazione risulterebbe evidente l’assoluta incapacità negoziale nella gestione di una trattativa politica della Regione Veneto come del comitato promotore di Cortina 2026. Inoltre aprirebbe anche uno scenario economico di maggiore difficoltà nel reperimento degli sponsor privati necessari  anche alla semplice gestione delle manifestazioni olimpiche ora limitate alle sole gare femminili. Risorse economiche private che dovrebbero sopperire alla totale assenza e disinteresse del governo in carica  per le Olimpiadi del 2026 il quale non perde occasione per confermare la propria assoluta indisponibilità anche ad una minima copertura con risorse statali.

    In altre parole, Cortina d’Ampezzo verrebbe relegata ad un ruolo assolutamente marginale e comprimario all’interno dello svolgimento dei  sempre meravigliosi giochi olimpici del 2026.

    Quindi, come ampiamente anticipato dal sindaco di Milano, viene confermato il ruolo centrale e a questo punto preminente della città meneghina come anche della regione Lombardia la quale ha ottenuto anche le gare di snowboard a Livigno anche o soprattutto a causa del risibile spessore manageriale espresso dalla Regione Veneto come dal comitato Cortina 2026. Credo, anzi sono convinto, che tutta l’operazione miri a marginalizzare la posizione di Cortina d’Ampezzo e di conseguenza a rendere minimi se non addirittura nulli  tutti i vantaggi economici, logistici , comunicativi e strategici per l’intera conca capezzana ed a maggior ragione per il Cadore e la provincia di Belluno che molto hanno sofferto nell’ultimo periodo e per le quali le Olimpiadi potevano diventare un’opportunità importante di rilancio.

    Alla luce di tale evoluzione in ambito negoziale, Cortina d’Ampezzo viene utilizzata come elemento caratterizzante l’olimpiade stessa quando invece i veri interessi economici strategici stanno andando in altre zone di competenza del sindaco di Milano e della Regione Lombardia, a cominciare da Bormio come da tutta la Valtellina (località e valli stupende comunque).

    L’organizzazione di questo importante evento mondiale dovrebbe rappresentare l’occasione per porre in campo, anche sotto il profilo delle risorse umane, le migliori capacità professionali delle quali evidentemente il Veneto, considerati i risultati, non dispone.

    L’inconsistenza negoziale della pattuglia veneta nelle elaborazioni delle complesse decisioni strategiche ed operative che sottendono la scelta delle diverse località montane dove si svolgeranno le competizioni olimpiche risulta imbarazzante ed addirittura offensiva in considerazione del patrimonio mondiale che le Dolomiti nella loro interezza rappresentano.

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