Sembra incredibile come le strategie che hanno portato alla crisi del lusso vengano ancora una volta adottate come ricette salvifiche per uscirne.
La crisi del lusso nasce da una sostanziale incapacità di leggere il mercato da parte dell’intera classe manageriale che ha gestito le aziende negli ultimi vent’anni, unita ad una insaziabile ingordigia degli azionisti che hanno azzerato il valore stesso del brand per ottenere la massima resa finanziaria dei propri investimenti.
Non c’era alcun dubbio che anche questo nuovo AD avrebbe adottato questa medesima e disastrosa strategia che azzera il valore del made in Italy legato al marchio Gucci, prediligendo la delocalizzazione produttiva e conseguentemente lo svilimento nei prossimi anni dello stesso Brand Gucci.
Chiunque è in grado di trovare nuova marginalità delocalizzando in Cina, quindi anche De Meo. Se veramente l’obiettivo fosse quello di gestire e rilanciare un marchio come Gucci sarebbe allora necessario dimostrare cultura anche umana, di certo non potrebbe risultare assolutamente insufficiente un semplice approccio economicistico. In più, con l’abbassamento della soglia economica di accesso al mondo Gucci, e quindi sperando solo nella crescita di un consumo aspirazionale, se può assicurare volumi, distrugge la percezione del valore del brand che verrebbe trasformato in un prodotto di largo consumo.
Cosi facendo la fine è dietro l’angolo e se poi ci si volesse addentrare nella analisi della calzatura, emerge evidente come, in mancanza di una visione stilistica identificativa, si punti ancora sulla saturazione visiva del brand. Per la pelletteria tradizionale (come una borsa da viaggio o un bauletto Ophidia), infatti, il nastro web serve a “spezzare” la monotonia della tela geometrica, viceversa applicato ad una scarpa sportiva concentra troppi codici visivi in pochissimo spazio .
Questa combinazione sulle sneaker trasforma un simbolo di artigianalità storica in un “cartellone pubblicitario” da indossare,
trasformando la scarpa stessa da simbolo di eleganza ad elemento di pura ostentazione, classica espressione del consumatore aspirazionale.
In questo modo la calzatura diventa il simbolo di un’estetica puramente hypebeast, pensata per essere immediatamente riconoscibile a metri di distanza.
Ed è proprio cosi che si azzera quel fascino di lusso discreto (quiet luxury) che oggi è invece molto ricercato .