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  • Gucci Made in China.

    Sembra incredibile come le strategie che hanno portato alla crisi del lusso vengano ancora una volta adottate come ricette salvifiche per uscirne.

    La crisi del lusso nasce da una sostanziale incapacità di leggere il mercato da parte dell’intera classe manageriale che ha gestito le aziende negli ultimi vent’anni, unita ad una insaziabile ingordigia degli azionisti che hanno azzerato il valore stesso del brand per ottenere la massima resa finanziaria dei propri investimenti.

    Non c’era alcun dubbio che anche questo nuovo AD avrebbe adottato questa medesima e disastrosa strategia che azzera il valore del made in Italy legato al marchio Gucci, prediligendo la delocalizzazione produttiva e conseguentemente lo svilimento nei prossimi anni dello stesso Brand Gucci.

    Chiunque è in grado di trovare nuova marginalità delocalizzando in Cina, quindi  anche De Meo. Se veramente l’obiettivo fosse quello di gestire e rilanciare un marchio come Gucci sarebbe allora necessario dimostrare  cultura anche umana, di certo non potrebbe risultare assolutamente insufficiente un semplice approccio economicistico. In più, con l’abbassamento della soglia economica  di accesso al mondo Gucci, e quindi sperando solo nella crescita di un consumo aspirazionale,  se può assicurare volumi, distrugge la percezione del valore del brand che verrebbe trasformato in un prodotto di largo consumo.

    Cosi facendo la fine è dietro l’angolo e se poi ci si volesse addentrare nella analisi della calzatura, emerge evidente come, in mancanza di una visione stilistica identificativa, si punti ancora sulla saturazione visiva del brand. Per la  pelletteria tradizionale (come una borsa da viaggio o un bauletto Ophidia), infatti, il nastro web serve a “spezzare” la monotonia della tela geometrica, viceversa applicato ad una scarpa sportiva concentra troppi codici visivi in pochissimo spazio .

    Questa combinazione sulle sneaker trasforma un simbolo di artigianalità storica in un “cartellone pubblicitario” da indossare,
    trasformando la scarpa stessa da simbolo di eleganza ad elemento di pura ostentazione, classica espressione del consumatore aspirazionale.

    In questo modo la calzatura diventa il simbolo  di un’estetica puramente hypebeast, pensata per essere immediatamente riconoscibile a metri di distanza.

    Ed è proprio cosi che si azzera quel fascino di lusso discreto (quiet luxury) che oggi è invece molto ricercato .

  • Brand in fuga da Mosca

    Di giorno in giorno si allunga la lista delle aziende che interrompono i business con la Russia, sia per testimoniare la vicinanza al popolo ucraino sia per motivi economici, visto che il conflitto sta causando anche gravi interruzioni della catena di approvvigionamento e delle condizioni commerciali. Come spiega Ikea, ultima in ordine di tempo ad aver sospeso oggi tutte le operazioni con Mosca e anche con la Bielorussia.

    Dal settore automobilistico a quello dell’hi-tech, da quello dell’intrattenimento a quello della moda e delle spedizioni, a quello petrolifero, è fuga dal “regno” di Vladimir Putin. Dall’Italia, il settore bancario riflette sul da farsi mentre Sace (che opera nel settore assicurativo-finanziario) lancia un allarme sul “rischio di credito delle controparti pubbliche e private” di Mosca dopo le sanzioni imposte da numerosi Paesi che ostacolano i pagamenti nelle relazioni commerciali con l’estero e avverte anche su un “rischio espropri come ritorsione». Assicurazioni Generali ha deciso di lasciare i tre posti nel board di Ingosstrakh, la compagnia russa di cui detiene il 37,5%: escono Paolo Scaroni, Luciano Cirinnà, responsabile dell’area Austria Centro Est Eurpa e Russia del Leone Giorgio Callegari, ex numero uno di Generali Russia. Il gruppo italiano chiude inoltre l’ufficio di rappresentanza a Mosca e le attività di Europ Assistance nel Paese.

    Il gruppo Intesa Sanpaolo che conta 28 filiali ed oltre 900 dipendenti in Russia ha detto che la sua presenza lì “è oggetto di valutazioni strategiche”. Anche Unicredit monitora la situazione e ribadisce che la banca in Russia rappresenta circa il 3% dei ricavi e del capitale allocato del gruppo. Da Leonardo, che con la Russia non ha relazioni commerciali per le attività nella Difesa, fanno sapere che nel civile seguiranno ogni indicazione del governo. Pirelli fa un monitoraggio costante della situazione ma allo stato attuale non prevede di fermare la produzione in nessuno stabilimento mentre Michelin ha sospeso alcune attività in impianti in Europa per difficoltà logistiche.

    Fabbriche chiuse e numerose interruzioni di attività nei giorni scorsi da parte di diversi big internazionali di vari settori economici. Oggi si è fatto indietro anche il colosso svedese dell’arredamento Ikea, che ha sospeso produzione, vendita, import ed export, con un impatto diretto su 15.000 collaboratori in Russia e Bielorussia. Si fermano altre fabbriche come quella dell’auto Volkswagen che sospende anche le esportazioni in terra russa; blocco anche dalle principali case automobilistiche giapponesi da Toyota per criticità legate all’approvvigionamento delle forniture nello stabilimento di San Pietroburgo (100.000 veicoli all’anno), a Honda che ha deciso di fermare l’invio delle proprie auto in Russia per le difficoltà nel sistema dei pagamenti in quanto le vetture vengono trasferite dagli Stati Uniti, a Mazda che bloccherà le forniture di parti di ricambio.

    Attività commerciali sul territorio russo e on line chiuse da Apple e Nike, mentre Eni ha deciso di vendere la sua quota nel gasdotto Bluestream con Gazprom. Nel settore energetico Bp era stata la prima a rompere le fila annunciando di voler dismettere la sua quota di quasi il 20% in Rosneft, anche a fronte di una perdita stimata in 25 miliardi di dollari. Shell vuole uscire dalla joint venture con Gazprom e ha preso le distanze da Mosca anche Exxon pianificando una uscita graduale dal paese. La norvegese Equinor ha cessato le partnership con Rosneft, e ha detto addio a Putin anche la danese Orsted.

    Sul fronte della grande industria a fare un passo indietro sono state da Boeing che ha sospeso supporto tecnico e manutenzione dei suoi aerei alla compagnie russe a Bmw che ha bloccato le esportazioni, passando per Ford e Mercedes che hanno sospeso le attività, a Renault che ha chiuso l’impianto di Mosca, Daimler Truck ha interrotto la partnership con Kamaz e si è fermata anche la tedesca Siemens.

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