Media

  • In attesa di Giustizia: grandi vecchi, poteri occulti e mandanti

    Un’indagine condotta con solerzia e – pare – con efficace fiuto investigativo ha condotto all’arresto dei presunti attentatori di Ranucci ma non ha sopito le attese dei cercatori di ectoplasmi, perché non bastano i nomi, non bastano gli arresti, non basteranno neppure i processi e le sentenze di condanna (se vi saranno): i dietrologi vogliono «la verità», che tradotto significa che vogliono quella loro, una verità orrifica fatta di retroscena inquietanti in cui si muovono mandanti cauti ed insidiosi che vestono i grembiulini dei massoni, le barbe finte di servizi segreti deviati, ma anche potenze straniere ed ostili e un immancabile grande vecchio, che non si comprende a cosa debba la sua grandezza, perché sia vecchio ed alla sua età non vada a godersi la pensione.

    Parliamo di soggetti che sono tutt’altro che professionisti che con le loro teorie del complotto infestano la politica e la cronaca: non hanno mai scoperto nulla, il loro contributo al giornalismo e alla verità resta al di sotto dello zero, ma questa verità ricercata ossessivamente per loro continua a essere una priorità che non deve scoraggiare se difficile da svelare perché si colloca ad un piano superiore, forse, due, magari tre, poi in soffitta, in orbita… a livelli occulti, deviati, indicibili: anche se poi, con il loro linguaggio diventa dicibile e narrabile: perché quella del mandante è una funzione narrativa che serve a non chiudere (mai) una storia, proprio come fanno a Report.

    Sia chiaro: massima solidarietà a Ranucci, vittima di un attentato ma nessuna al suo metodo di fare giornalismo. Giustizia ed indagini sono un’altra cosa…

    In questi giorni le reazioni agli sviluppi investigativi sembravano proprio i contenuti di una puntata delle sue: un parlamentare grillino ha invitato subito a «risalire ai mandanti», un capogruppo dei Verdi alla loro «individuazione» e al biasimo per i «continui attacchi della destra contro Report».

    Tra i tanti merita menzione l’uomo con la scorta più inutile d’Italia: Sandro Rutolo, ex reggicoda di Michele Santoro oggi teoricamente «responsabile informazione, cultura e memoria» (chissà “responsabile della memoria” cosa significa…) di Elly Schlein che  ha fatto un comunicato in cui ha avuto il buongusto di citare anche se stesso quale improbabile obiettivo della camorra (come Ranucci) per via di un suo servizio del 2013 poi rivelatosi falso («Inferno atomico» che ipotizzava che in Campania avessero sepolto scorie nucleari) che indignò tanta gente normale, ma anche un camorrista che, sfortunatamente intercettato, lo minacciò.

    Nel 2019 il governo (di sinistra) preannunciò la revoca della scorta a Ruotolo per inattualità del rischio e l’inferno atomico lo fecero il sindacato unitario giornalisti, Articolo 21, pezzi del Pd e grillini non mancando di incolpare pure la «bestia» salviniana.

    Così la scorta è ancora lì, a fare status. Ma chi voleva togliere la scorta a Ruotolo? Fuori i mandanti, si sveli il grande vecchio marionetta della sezione Operazioni Coperte della CIA e sia fatta giustizia.

  • Il silenzio sull’Albania in attesa di adesione all’UE, tra corruzione, mafia e poteri forti

    In un articolo di Ennio Raso su L’Espresso si cita l’intervista rilasciata dal magistrato Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, nel libro ‘Gli invincibili’. Gratteri afferma tra l’altro: «non è un’esagerazione definire l’Albania un narcostato, una sorta di eldorado del cash-flow».

    Secondo i dati, usciti in varie parti del mondo, il clan degli albanesi controlla molte delle piazze di spaccio a Londra e sono noti gli ormai decennali rapporti tra ‘ndrangheta italiana e mafia albanese.

    Il Patto Sociale da molti anni pubblica, settimanalmente, reportage riguardo l’intricata vicenda politica albanese, alcuni componenti della quale sono sotto processo o sotto inchiesta.

    Anche nel libro ‘Operazione Pig’ di Albert De Bonnet, pubblicato nel 2024 da Europa Edizioni, si parla in modo esplicito dei rapporti internazionali che la mafia albanese ha intessuto in tutto il mondo e in speciale modo con la Ndrangheta

    Stupisce come notizie di stampa, anche albanese, sembrino passare inosservati agli occhi sia della Ue che del governo italiano.

    Inoltre nelle ultime settimane nel Paese delle aquile vi sono state molte affollatissime manifestazioni di piazza: A Tirana il 20 giugno scorso si sono riunite decine di migliaia di persone davanti alla sede del primo ministro Edi Rama. Le sempre più numerose manifestazioni traggono origine dal progetto di costruzione, sostenuto dal primo ministro albanese, di un maxi resort di lusso nella laguna di Vjosa-Nata, un’area protetta di oltre 20mila ettari nella quale vivono specie rare come fenicotteri rosa, tartarughe marine e foche monache.

    Il maxi resort, con una serie di super ville circostanti, dovrebbe essere costruito da una cordata collegata all’imprenditore Jared Kushner, genero di Trump, e corrisponderebbe al desiderio della moglie, figlia del presidente americano, che, recatasi in Albania in alcune occasioni, sarebbe rimasta colpita dalla bellezza della località e dalle sue potenzialità turistiche per i super ricchi, anche se il progetto porterebbe alla distruzione di un patrimonio naturale che appartiene a tutti

    Il libro di Nello Trocchia, ‘Gli invincibili’, sulla mafia albanese alla conquista del mondo, è uscito, edito da Rizzoli, a febbraio scorso e riporta molti di quei collegamenti che dovrebbero indurre la politica ed i media a occuparsi in modo approfondito di un tema che invece, e appare strano, è stato oggetto solo di rare e superficiali attenzioni.

    La forza della mafia albanese si è fatta ormai consistente anche in Sudamerica, in Ecuador, Colombia e Brasile mentre la potenza economica e finanziaria di questa malavita ha portato a investimenti che hanno radicalmente cambiato le città albanesi, anche distruggendo, a colpi di cementificazione selvaggia, la maggior parte delle coste più attraenti.

    Su questi temi è bene che rifletta l’Unione Europea prima di procedere nell’auspicata, un domani, adesione dell’Albania che non può avvenire prima di avere risolto i problemi di collusione tra mafia e poteri forti, di qualunque genere.

  • In attesa di Giustizia: vinca il peggiore

    Altro che diritto di cronaca, quello che ormai viene definito circo mediatico poco o nulla ha a che fare con il dovere di informazione e con il controllo dei cittadini sull’andamento della giurisdizione (La legge è amministrata in nome del popolo italiano…): come ha osservato la Corte d’Assise d’Appello di Milano nel caso di Alessia Pifferi questo fenomeno costituisce un vero e proprio corto circuito giuridico e culturale che perviene sino alla soglia della lapidazione verbale dell’accusato nell’ambito di quella metamorfosi del processo penale che lo ha trasformato in un genere televisivo di intrattenimento: una spettacolarizzazione che distrugge i principi di civiltà giuridica.

    L’ultima vittima di questo indegno fenomeno di costume è stata la madre di Andrea Sempio che ha tentato il suicidio: una reazione inquietante, estrema, ma pur sempre comprensibile dopo la devastazione della vita del figlio e di tutta la famiglia, due anni di scempio di ogni regola umana, costituzionale, penale e giornalistica.

    Garlasco è uno strano caso ma sta diventando anche il benchmark della cronaca nera e giudiziaria in crowdsourcing, affollato di Youtuber, podcaster, influencer ed improbabili esperti (anche di qualche improbabile leguleio) che alimenta la tradizionale catena di demonizzazione.

    Stasi e Sempio, grazie anche alla contrapposizione dei ruoli tra condannato senza prove e presunto colpevole senza processo, sono diventati il pretesto ideale per dare vita ad una battaglia senza quartiere tra vecchi e nuovi padrini e padroni del linciaggio mediatico, è il sonno della ragione che genera mostri trasmutando financo il principio costituzionale secondo il quale le sentenze vengono pronunciate in nome del popolo Italiano nelle aule di giustizia e non dal Popolo Italiano con il televoto nel corso di sguaiati talk show.

    Siamo di fronte ad una deriva che – tristemente – non mostra segni di recupero, tutt’altro, con buona pace del giusto processo cui ha diritto ogni imputato ma che in certi casi soffre l’impatto distorsivo dei mass media che esercitano una pressione alla quale è estremamente difficile sottrarsi evitando gli effetti della ignobile gara per ottenere il maggior numero di like, di ascolti, di copie vendute

    Vincerà, come sempre, il peggiore: il più spietato.

  • Distrattori di masse

    Ci sono persone che, in silenzio, progettano, lavorano, costruiscono sperando di fare qualcosa di utile per tutti, di sconfiggere gli opportunismi, le doppie verità, le ingiustizie, persone che, in genere, non ottengono molto spazio sui media.

    Ci sono persone che operano, in qualunque campo, con l’obiettivo di far parlare di sé, di avere la maggior visibilità possibile, che non pensano alle conseguenze che le loro azioni o parole possono portare alla collettività, al futuro comune, e queste sono quasi quotidianamente citate dagli organi di informazione.

    Ci sono persone così incentrate su sé stesse che diventano incapaci di avere dubbi, di ammettere errori, di confrontarsi con gli altri.

    Il mondo della politica, ma anche della cultura e dell’informazione, abbonda di personaggi che si credono depositari della verità mentre la realtà ci dimostra, purtroppo, che la pochezza delle idee va di pari passo con la presunzione.

    Dare visibilità a questo tipo di persone non aiuta la democrazia a difendersi dai costanti attacchi delle più o meno grandi oligarchie, dai nuovi ducetti, magari ammantati di antifascismo, ma fa diventare personaggi pubblici persone che, se fossero ignorate, finirebbero nel dimenticatoio.

    Abbiamo assistito allo squillar di trombe e trombette che hanno accompagnato, molti anni fa, i primi passi della Lega e in seguito di Grillo e dei Cinque Stelle, agli osanna che sono stati attribuiti a Renzi, ed oggi vediamo le ben diverse percentuali di consensi che li accompagnano.

    Abbiamo visto le cadute, nel tempo, di straordinarie montature create da quella informazione dedita a pompare le notizie, a creare i personaggi, più che a registrare le realtà effettive, i contenuti, per questo siamo convinti che ogni parola di troppo dedicata alle istrioniche performance dell’ex generale non portino vantaggio che a lui stesso ed ulteriore confusione in genere.

    Sembra una prassi consolidata, degli ultimi decenni, far crescere chi, prima o poi, diventerà ininfluente, intanto per alcuni manovratori l’obiettivo è stato raggiunto e cioè cercare di distrarre gli italiani dai loro reali problemi e dal comprendere la pochezza di chi vorrebbe essere guida e non è in grado neppure di fare la sentinella.

  • Tacere diventa connivenza

    I giorni si accavallano, c’è poco tempo per riflettere e pensare all’immensità del male che ci circonda.

    I morti, le distruzioni delle guerre, la vampiresca sete di potere di Putin e le tragiche conseguenze delle dissennate scelte di Trump si intrecciano con l’orrore per gli omicidi di una bambina di due anni, dopo le sevizie della madre e dal suo compagno, e di quattro extracomunitari bruciati vivi in una macchina.

    Ci può essere fine all’orrore che ogni giorno ci sono riportate dai media?

    La violenza e la crudeltà, purtroppo, sono sempre esistite nella storia dell’uomo ed esseri malvagi hanno spesso condizionato la vita di tutti gli altri, costringendo anche i più miti a dover ricorrere alla forza per difendersi, a soccombere o ad accettare e subire la legge del più forte.

    Come molti speravamo che i progressi tecnologici e scientifici avrebbero anche portato ad un progresso morale, alla capacità di avere rispetto degli altri, a contrastare ingiustizie, ad impedire le nefandezza delle quali ogni giorno siamo informati.

    Purtroppo proprio il progresso ha aumentato la capacità di esercitare la violenza come dimostrano i tanti social che portano ragazzini ad usare il coltello contro coetanei o insegnanti, genitori a trascurare i figli o ad usarli come strumento di osceno piacere, proprio od altrui, capi di Stato a comportarsi come capi di associazioni criminali, uomini, di vera o presunta cultura, ad usare la parola e l’informazione per seminare altro odio, come se non bastasse quello che già è intorno a noi.

    I giorni scorrono veloci, non lasciamo che scorrano così veloci da impedirci di vedere il male e di tentare, ciascuno per quel che può, di contrastarlo perché anche tacere diventa connivenza.

  • In attesa di Giustizia: lo spettacolo del cuore

    Sul numero della scorsa settimana era stato “minacciato” un articolo su aspetti per nulla conosciuti ed emersi nel corso della attuale indagine sull’omicidio di Chiara Poggi: qualcosa di diverso che potrebbe valere non tanto ad indizio nei confronti di Andrea Sempio, di cui saranno altri ad occuparsi e non certo questa rubrica,  quanto ad alibi postumo ad elevato valore scientifico aggiunto per Alberto Stasi, utile nell’auspicato processo di revisione…e, invece, no: forse un’altra volta, forse mai perché è molto più confortante dedicarsi più che alla spettacolarizzazione del processo allo spettacolo del cuore offerto da uno scritto ritrovato di una valentissima Collega del Foro di Napoli, Valentina Varano, che ha i “quarti di nobilità” essendo figlia e sorella di due grandi penalisti partenopei…una famiglia di Avvocati con la A maiuscola. E passo la parola a Valentina.

    “La prima volta che ho varcato le porte del Tribunale di Napoli ero minorenne, entrai con un permesso speciale richiesto da papà per farmi partecipare a un processo per duplice omicidio, Corte di Assise. Gli imputati erano nella gabbia, uno dei tre aveva gli occhi più brutali che avessi mai visto, e, forse è ancora così.

    Erano morti due fidanzatini, lei era minorenne e lui, ricordo avesse 20 anni.
    Si erano appartati per un po’ di intimità sulla spiaggia del Granatello, ed in un tentativo di furto del vecchio motorino del ragazzo ne nacque una sparatoria. I due innamorati restarono nella sabbia con un colpo in testa. Una brutalità senza fine, ed inutile: forse lui aveva cercato di proteggere la fidanzatina, aveva estratto l’arma che deteneva in qualità di guardia giurata e di lì la tragedia. Aveva cercato di proteggere la sua fidanzatina mentre oggi le ragazze si devono proteggere da chi le tiene per mano.

    Racconto questa storia perché sono passati 30 anni forse, ma io ho stampata nella mente un’immagine che non sfuma nei contorni, nonostante il passaggio del tempo.
    La mamma della ragazza era in aula, ad ogni udienza: una statua di sale, un viso senza tempo, guardava nel vuoto, e aveva gli occhi che mi ricordavano la descrizione di quello dello squalo, proprio come nel film: vuoti, fissi, una pallina nera.

    Ricordo che nonostante papà fosse impegnato nella durissima difesa di uno degli imputati, non potei che avvicinarmi a quella donna, perché sapevo di non poter capire del tutto il suo dolore.

    Ero una ragazzina, ma volevo che sapesse che io la rispettavo per quel suo dolore e per la dignità con cui partecipava a ogni udienza, per chiedere giustizia per la sua bambina.
    Oggi dopo trent’anni vedo mamme a cui ammazzano le figlie andare in tv, registrare i video su tik tok, partecipare a desolanti trasmissioni pubblicitarie con la foto della figlia morta sulla maglietta.

    Io non mi riconosco in questa epoca dal sapore pacchiano, volgare, dove il dolore non ha più dignità, in cui tutto è spettacolo, uno spettacolo deplorevole e dai toni sempre più bassi.

    Abbiate rispetto dei morti, del dolore, facciamo silenzio. Non mi riconosco in questa epoca, rimpiango di non essere nata decenni fa e che i miei dolcissimi figli vivano un mondo così tracotante di vuoto”.

    Questa struggente riflessione è lo spettacolo del cuore, il cuore che batte nel petto dei difensori, quelli che esercitano il loro ministero ogni giorno, con impegno, in silenzio, lontano dai riflettori ma vicini a chi – imputato o vittima di un crimine – si ritrova, in attesa di giustizia, solo al cospetto del Potere dello Stato.

  • Di nuovo proteste

    Giunge un momento in cui la protesta non è più sufficiente: dopo la filosofia è necessaria l’azione.
    Victor Hugo, I miserabili, 1862

    Erano le 11:52 del 1° novembre 2024 quando è crollata la tettoria della stazione ferroviaria di Novi Sad. Un crollo che, riferendosi ai dati ufficiali, ha causato 16 vittime, tra le quali un bambino di sei anni, nonché molti feriti. E subito dopo quel drammatico evento, il 3 novembre 2024, in diverse città della Serbia sono cominciate le proteste contro il governo, accusato, tra l’altro, di appalti truccati, di mancanza di trasparenza obbligatoria per legge e di corruzione.

    Da allora delle massicce proteste, organizzate dagli studenti universitari, alle quali hanno partecipato sempre anche decine di migliaia di cittadini, agricoltori con i loro trattori ed altri, si sono svolte a Belgrado ed in altre città della Serbia. “La corruzione uccide” è stato uno dei primi slogan usati durante queste proteste. Riferendosi a quanto è accaduto alla stazione ferroviaria di Novi Sad, i manifestanti sono convinti che quella della stazione sia “un crimine, non una tragedia”. E questa loro convinzione viene annunciata durante le proteste.

    Novi Sad, la seconda città più grande della Serbia, si trova nel nord del Paese, dove passa anche la ferrovia che collega Budapest con Belgrado. L’entrata in funzione della linea ferroviaria ad alta velocità che collega queste due capitali è prevista per non oltre i primi mesi del prossimo anno. E proprio nell’ambito di questo progetto, già dal 2021, sono stati previsti ed avviati anche i lavori di ristrutturazione della stazione ferroviaria di Novi Sad.

    Bisogna sottolineare che il progetto viene finanziato dalla Cina, nell’ambito di quella che è nota come la Belt and Road Initiative (Iniziativa Cintura e Strada, riconosciuta come la Nuova Via della Seta; n.d.a.). Si tratta di un programma strategico del governo cinese, reso pubblicamente noto nel 2013, che finanzia con più di 1000 miliardi di dollari statunitensi molti investimenti infrastrutturali in diverse parti del mondo, compresa anche l’Europa. Bisogna altresì sottolineare che il Ministero delle Costruzioni, Infrastrutture e Trasporti in Serbia ha affidato i lavori per la ricostruzione della ferrovia e della stazione di Novi Sad ad un consorzio di ditte cinesi.

    In seguito alle continue proteste in Serbia legate al tragico evento di Novi Sad, il primo ministro serbo ha presentato le sue dimissioni il 28 gennaio scorso. Lo stesso ha fatto anche il sindaco di Novi Sad. Mentre altri due ministri, quello delle Costruzioni, Infrastrutture e Trasporti ed il suo collega del Commercio, si sono dimessi rispettivamente il 4 ed il 20 novembre scorso. Ma nonostante ciò le proteste continuano sempre massicce a Belgrado ed in diverse città della Serbia. I manifestanti chiedono giustizia per le vittime, trasparenza nei contratti pubblici, la pubblicazione dei documenti relativi alla ricostruzione della stazione di Novi Sad, la fine della repressione contro gli studenti ed altri manifestanti, nonché l’aumento del 20% del budget per l’istruzione superiore. Il nostro lettore è stato informato di queste proteste a tempo debito (Proteste massicce che stanno mettendo in difficoltà un regime; 17 marzo 2025).

    Ma le proteste degli studenti e dei cittadini in Serbia contro il regime corrotto, come lo chiamano loro, non si sono placate neanche durante questi ultimi mesi estivi. Le ultime sono cominciate il 12 agosto scorso e sono continuate anche la scorsa settimana. Si tratta sempre di proteste massicce che adesso sono state affrontate duramente dalle forze dell’ordine, nonché da numerosi paramilitari ben armati e determinati, come riportano i media non controllati dal governo serbo, ma anche i molti media internazionali.

    Contro quelle proteste massicce il presidente serbo e i suoi stretti collaboratori ultimamente hanno concepito e stanno attuando una nuova strategia. Si tratta di contro-proteste alle quali partecipano i militanti del Partito Progressivo Serbo (in serbo Srpska napredna stranka – SNS; n.d.a.). Si tratta di un partito nazional-conservatore costituito nell’ottobre 2008 e che, dal 2012 fino al 2023, ha avuto come dirigente Aleksandar Vučić, l’attuale presidente della Repubblica di Serbia. Proprio colui che però ha cominciato la sua vera carriera politica nel 1998, quando diventò ministro dell’Informazione dell’allora Repubblica Federale di Jugoslavia (composta dalla Serbia e dal Montenegro; n.d.a.). Una Repubblica, quella, che aveva in quel tempo come presidente Slobodan Milošević. L’attuale presidente della Serbia, quando era ministro dell’Informazione è stato anche l’ideatore di una famigerata legge proprio sull’informazione. Una legge che violava apertamente la libertà d’espressione dei media oppositori del regime di Slobodan Milošević e prevedeva delle pesanti sanzioni a tutti i media critici. Ragion per cui l’allora ministro dell’Informazione, l’attuale presidente della Serbia, è stato inserito nella Black Lists (Lista nera; n.d.a.) di accesso nei Paesi dell’Unione europea.

    Ebbene, proprio nell’ambito della strategia dell’uso delle contro-proteste per sminuire le influenze delle proteste massicce degli studenti e dei cittadini serbi, cominciate il 3 novembre scorso dopo il crollo della tettoria della stazione ferroviaria di Novi Sad, sabato scorso, 23 agosto, è stata resa pubblica una notizia. Si annunciava che il Partito Progressista Serbo, realmente diretto dall’attuale presidente serbo, appoggiava i raduni dei cosiddetti “cittadini che si contrappongono ai blocchi”. E si fa riferimento ai blocchi causati dalle proteste massicce contro il governo ed il presidente serbo. Si annunciava che quei raduni cominciavano in più di 80 città serbe a partire dalle 18:30 di sabato scorso. La propaganda a servizio del presidente ha cercato di far apparire tutto come un’iniziativa spontanea dei cittadini. Lo stesso presidente serbo ha dichiarato che quei raduni “…non sono contro le proteste in sé, ma contro i blocchi”, cercando così di liberarsi da ogni responsabilità legata alla drammatica realtà causata dal malgoverno e dalla diffusa corruzione.

    Dopo quell’annuncio molti militanti e simpatizzanti del Partito Progressista Serbo sono scesi in piazza in diverse città della Serbia. E ai manifestanti, in una cittadina vicina a Belgrado, si è unito anche il presidente della Serbia. Lui ha dichiarato ai giornalisti presenti che i raduni dei “cittadini che si contrappongono ai blocchi” sono stati “…. regolarmente annunciati e autorizzati, a differenza di quelli del movimento degli studenti, e che si tengono in modo del tutto pacifico e senza alcun episodio di violenza”. E così ha voluto accusare di violenza gli studenti e i cittadini. Ma, fatti accaduti alla mano, sono stati proprio i reparti della polizia e i tanti paramilitari armati che hanno aggredito gli studenti e i cittadini, soprattutto durante le proteste cominciate il 12 agosto scorso in diverse citta della Serbia. Un fatto questo riportato anche dai media internazionali.

    E mentre il presidente serbo ha ottimi rapporti con il suo omologo russo e quello cinese, riesce a ricevere un comportamento “diplomaticamente corretto” anche da alcuni “grandi dell’Europa”, e si sa anche il perché. Ma giovedì scorso il presidente serbo ha personalmente annunciato che aveva avuto un “colloquio telefonico buono e sostanziale” con il presidente del Venezuela Nicolás Maduro, pubblicamente noto come un dittatore. Il presidente serbo ha affermato che Maduro è un “grande amico della Serbia (Sic!). Ma i saggi latini ci insegnano che similes cum similibus congregantur.

    Chi scrive queste righe sta seguendo sia le proteste massicce degli studenti e dei cittadini in Serbia, sia le contro-proteste dei militanti e i simpatizzanti del Partito Progressista Serbo. Egli pensa che gli studenti e i cittadini serbi devono far propria l’affermazione di Victor Hugo. E cioè che giunge un momento in cui la protesta non è più sufficiente; dopo la filosofia è necessaria l’azione.

  • Finanziamenti per un importo di 7,4 milioni di euro a sostegno dell’informazione indipendente dei media sugli affari europei

    La Commissione europea ha pubblicato un invito a presentare proposte, destinando 7,4 milioni di euro a sostegno dell’informazione indipendente sugli affari dell’UE nelle redazioni a livello di Unione.

    Poiché la necessità di un dibattito sulla sfera pubblica europea rimane urgente, l’invito sostiene i media che desiderano informare collettivamente sugli affari europei e dare ai cittadini d’Europa una prospettiva transfrontaliera sugli eventi in corso.

    I finanziamenti saranno concessi per 2-4 progetti, che saranno avviati all’inizio del 2026 per un periodo di 24 mesi e riguarderanno l’elaborazione e la gestione delle notizie e la programmazione fattuale. Il termine per presentare candidatura è il 29 settembre.

    Si tratta del secondo invito a sostegno dei poli di media, dopo l’avvio positivo nel 2022 e lo sviluppo di tre progetti mediatici. Questo invito a presentare proposte rientra tra le azioni multimedia, che finanziano la produzione e la distribuzione di informazioni, notizie e programmi dell’UE per i cittadini da una prospettiva europea.

  • Chi si dimostra in grado di interpretare le aspettative della società civile?

    Molto spesso si indica nella crisi della politica e di chi la rappresenta la sostanziale distanza tra le priorità espresse dalle istituzioni con quelle della società civile. Una tesi assolutamente corretta che trova una ulteriore conferma quando tali aspettative della società civile vengono espresse all’interno di un contesto internazionale così problematico come quello attuale.

    Dal dopoguerra ad oggi, andrebbe sempre ricordato, non si è mai vissuto un periodo così complicato sotto il profilo politico ed economico, in più con tre guerre in corso il cui esito, anche geopolitico, avrà sicuramente delle conseguenze: russo-ucraina, israelo-palestinese, tra Israele Iran e che ora sembra estendersi persino alla Siria.

    Questi conflitti rappresentano ormai la normale quotidianità, ai quali andrebbero comunque aggiunti la guerra sottotraccia tra lo Yemen e l’Arabia Saudita, che coinvolge anche gli Stati Uniti d’America, ed i vari focolai come quello rappresentato da India e Pakistan, anche in considerazione degli arsenali nucleari. Soprattutto andrebbe sempre tenuta nella dovuta considerazione la prospettiva futura più volte confermata dalla Cina di una possibile invasione di Taiwan.

    Inevitabilmente questa complessa situazione internazionale richiederebbe tanto dalla politica quanto dalla società civile una capacità “terza” di analisi (intesa come capacità non schierata politicamente) in modo da affrontare non solo nell’immediato gli effetti, ma soprattutto dimostrarsi in grado di esprimere delle strategie per porre rimedio alle cause scatenanti, magari adottando anche un minimo di autocritica relativamente alle scelte politiche del decennio passato (*).

    In questo processo sarebbe molto interessante poter coinvolgere anche una parte di quella società civile, la quale ormai difficilmente trova un proprio riferimento tanto nel corpo dei giornalisti quanto nello scenario nazionale delle diverse associazioni, anche di categoria o meno, le quali invece sembrano impegnate ad acquisire un ruolo politico e soprattutto si adoperano per mantenere la struttura.

    Anche le stesse fondazioni, in particolare quelle che si rifanno al pensiero dei padri fondatori della Repubblica Italiana, potrebbero avere un ruolo decisivo, qualora si dimostrassero in grado di esprimere competenze idonee alle problematiche dell’ultimo trentennio, dalla caduta del muro di Berlino in poi.

    Viceversa, ancora una volta, queste si rivelano come organi autoreferenziali e si dimostrano incapaci di affrontare la complessità economica e politica internazionale, tanto da non comprendere neppure l’opportunità della tempistiche relative a proprie iniziative di carattere espressamente politico. “Da Fondazione Einaudi proposta per reintrodurre immunità parlamentare. E’ stata presentata stamane in Cassazione, 15 luglio 2025” (fonte Ansa). Si può anche discutere dell’opportunità politica relativa ad una reintroduzione dell’immunità parlamentare, ma farlo ora, in un contesto internazionale così complesso, dimostra semplicemente la pochezza di chi l’ha presentata e della stessa fondazione che in modo improprio intenderebbe interpretare il pensiero di un padre fondatore della nostra Repubblica e società.

    Anche la società civile meriterebbe dei migliori interpreti delle sue priorità.

    (*) Una facoltà assolutamente sconosciuta alle maggiori istituzioni occidentali come la Nato e l’Unione Europea.

  • Nuovo polo dell’Osservatorio europeo dei media digitali per Ucraina e Moldova contro la disinformazione

    Con il sostegno della Commissione europea è stato istituito un nuovo polo regionale dell’Osservatorio europeo dei media digitali (EDMO) concernente l’Ucraina e la Moldova.

    Il polo, FACT, aiuterà l’Ucraina, la Moldova e i paesi dell’UE della regione a rendere la società più resiliente nei confronti delle ingerenze straniere e della disinformazione, grazie a una comunità multidisciplinare dedicata a individuare e analizzare le campagne di manipolazione e disinformazione, in particolare la disinformazione russa. Nell’ambito della sua missione, FACT condurrà anche un monitoraggio dedicato durante il prossimo periodo elettorale in Moldova, contribuendo a garantire l’integrità elettorale.

    Il varo di questo nuovo polo porta a 15 il numero totale di poli nazionali o multinazionali della rete dell’Osservatorio europeo dei media digitali, che copre tutta l’UE e oltre.

    Sono inoltre stati messi a disposizione finanziamenti per sei poli dell’Osservatorio esistenti i cui contratti di finanziamento scadranno nel 2025, affinché possano continuare il loro lavoro nelle rispettive aree geografiche.

    Le sette proposte relative a questi poli dell’Osservatorio sono state selezionate da un gruppo di esperti indipendenti e beneficeranno di circa 8,8 milioni di € di sostegno finanziario a titolo del programma Europa digitale per un periodo compreso tra 30 e 36 mesi.

    L’Osservatorio europeo dei media digitali e i suoi poli regionali sono indipendenti da qualsiasi autorità pubblica nazionale o dell’UE e comprendono organizzazioni che aderiscono ai più elevati standard di integrità professionale, condotta etica e indipendenza.

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