mercato

  • Boom a Wall Street: successo o trappola?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 23 gennaio 2020

    Nei giorni scorsi l’indice azionario Dow Jones della borsa di Wall Street ha raggiunto i massimi storici con ben 29.400 punti. Forse potrebbe salire ancora. Ad agosto registrava 25.500 punti.

    Ci si deve domandare, però, se ciò sia un positivo sintomo di salute del sistema finanziario ed economico americano, oppure sia l’indice di un possibile devastante futuro sconquasso. Come accadde nel 2008, ciò che avviene negli Stati Uniti, di solito, determina conseguenze globali.

    A nostro avviso, l’andamento di Wall Street è la riprova che il sistema, drogato dalle politiche di grande liquidità e dai tassi d’interesse molto bassi, addirittura negativi in certe parti del mondo, non può più vivere senza le necessarie dosi di droga. Proprio come accade per gli abituali consumatori di stupefacenti.

    È la trappola del tasso d’interesse zero!

    Dopo le politiche monetarie espansive della Federal Reserve, che avrebbero dovuto rimettere in moto l’economia e portarla fuori dalle paludi della recessione, Washington ha provato a «pilotare» il sistema monetario e bancario verso la normalità. Perciò i tassi d’interesse base della Fed a un certo punto sono saliti.

    Ma, dall’inizio del 2019, se non già prima, il mondo della politica e della finanza statunitense si è duramente scontrato sull’opportunità di abbassare o no il costo del denaro e ritornare a inondare il sistema con nuova liquidità.

    La svolta definitiva si ebbe il 17 settembre scorso quando il cosiddetto mercato finanziario overnight andò in tilt. Il costo dei crediti interbancari a brevissimo termine, necessari per coprire le emergenze di certe banche e di altri istituti finanziari, schizzò dal 2 al 10%. Mancò la liquidità richiesta o l’indispensabile fiducia reciproca? Pensiamo, in verità, entrambe.

    Per sopperire a tale improvvisa scarsità di liquidità intervenne la Fed, che, di conseguenza, nel giro di 4 mesi ha fatto crescere il suo bilancio di oltre 400 miliardi di dollari!

    L’andamento del bilancio della Fed, che riflette la liquidità riversata nel sistema, balza dagli 800 miliardi del 2008 ai 4.500 del 2018, per poi scendere a 3.800 miliardi nell’agosto 2019. Adesso è di circa 4.200 miliardi di dollari. Questi dati fanno comprendere meglio la situazione.

    L’economia reale ha visto poco o niente di questa recente nuova liquidità. È rimasta nel sistema bancario e finanziario ed è andata a gonfiare la bolla della Borsa valori. Se per i passati 4 mesi sovrapponiamo la curva dell’espansione monetaria della Fed e quella dell’indice S&P 500, che da ottobre è cresciuto di oltre il 12%, le due curve combaciano. A dimostrazione che gli indici di Wall Street dipendono dalla nuova liquidità della banca centrale. Al riguardo, è opportuno notare che le banche too big to fail sono sempre più concentrate nel riacquisto delle proprie azioni e nella speculazione sugli indici azionari.

    Tra i vari derivati otc sembra che nell’ultimo periodo siano aumentati quelli riguardanti le private equity, le azioni. Secondo il terzo rapporto trimestrale 2019 dell’agenzia governativa americana Office of the Comptroller of the Currency (Occ) che controlla il sistema bancario, le banche che hanno fatto trading con i derivati azionari hanno guadagnato 1,8 miliardi di dollari. La JPMorgan in particolare.

    Sono sempre più numerosi gli economisti (e non solo) che temono lo scoppio della bolla a Wall Street. Che cosa succederebbe se lo stimolo monetario non potesse più essere fermato? Fino a quando si può continuare a gonfiare la bolla? Che cosa succede in un mondo in cui la maggioranza dei titoli obbligazionari ha un tasso d’interesse negativo? Quale potrebbe essere l’effetto di qualche sconquasso geopolitico oppure di qualche rinnovato scontro sui dazi o sulle monete? Tutti interrogativi cui non è facile dare risposte rassicuranti.

    Si ricordi che, nella Grande Crisi finanziaria ed economica appena passata, l’indice Dow Jones era sceso dai 14 mila punti di ottobre 2007 ai 6.600 del marzo 2009. Un crollo superiore al 50% che, com’è noto, accompagnò l’onda della recessione.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Tiffany passa a Lvmh per 14,7 miliardi di euro

    Dopo settimane di trattative, Lvmh, colosso francese del lusso, ha raggiunto l’accordo per l’acquisto Tiffany & Co., la storica catena di gioielleria americana. La transazione, riferisce una nota del colosso francese guidato da Bernard Arnault, vale per Tiffany circa 14,7 miliardi di euro, ossia 16,2 miliardi di dollari: l’acquirente Lvmh pagherà un prezzo di 135 dollari per ogni azione di Tiffany.

    Il corteggiamento a Tiffany è andato avanti per un mese. L’offerta iniziale presentata a fine ottobre dal colosso del lusso francese era di 120 dollari per azione, per una transazione valutata circa 14,5 miliardi di dollari. Ma per aggiudicarsi l’iconica gioielleria Arnault ha dovuto alzare il tiro. L’acquisto di Tiffany, si legge nella nota, rafforzerà la posizione di Lvmh nell’alta gioielleria e accrescerà la sua presenza negli Stati Uniti. Con l’acquisto della catena di gioiellerie resa immortale dalla pellicola ‘Colazione da Tiffany’ – con Audrey Hepburn nei panni della naive Holly Golightly in tubino Givenchy – il colosso francese del lusso va ad arricchire il suo portafoglio di brand tra i quali annovera ben 75 maison.

    «Siamo felici di accogliere Tiffany nella famiglia Lvmh – afferma il presidente di Lvmh, Bernard Arnault – . E’ un’azienda che vanta un’heritage e un posizionamento unici al mondo nel settore dell’alta gioielleria. Tiffany ci ispira un immenso rispetto e una grande ammirazione. Abbiamo l’ambizione di far brillare questo marchio emblematico con tutta la determinazione e la cura che abbiamo saputo mettere in campo per tutte le altre maison che si sono unite a noi nel tempo. Siamo fieri che Tiffany si unirà alle griffe del gruppo».

    Spiega Alessandro Bogliolo, amministratore delegato di Tiffany: «Tiffany si è concentrata sulla realizzazione delle sue priorità strategiche per garantire una crescita sostenibile. Questa operazione, che arriva in un momento in cui il nostro marchio è impegnato in un importante processo di trasformazione, fornirà supporto, risorse e slancio aggiuntivi per raggiungere questi obiettivi. A Parigi miriamo a diventare la maison dell’haute joaillerie della nuova generazione. Nel gruppo Lvmh, Tiffany raggiungerà nuovi traguardi facendo affidamento sulla sua esperienza, competenza senza pari e sui suoi valori molto forti».

    Soddisfatto dell’accordo raggiunto anche il presidente del cda di Tiffany, Roger N. Farah: «A seguito di un esame strategico che comprende una revisione interna approfondita e una consulenza di esperti esterni – sottolinea Roger N. Farah – il consiglio di amministrazione di Tiffany ha concluso che questa transazione con Lvhm apre prospettive molto promettenti. Si tratta di un gruppo che apprezza i punti di forza di Tiffany e saprà investire nei suoi team e nelle sue attività uniche, offrendo al contempo un prezzo interessante e un certo valore ai suoi azionisti».

    Fondata nel 1837 da Charles Lewis Tiffany, la gioielleria americana ha aperto il suo primo negozio nel centro di Manhattan. Con i suoi 300 punti vendita nel mondo, oggi Tiffany è tra i maggiori gioiellieri al mondo.

  • Esce ‘Gli Stangati’, per imparare a navigare nel fosco mare degli investimenti finanziari

    C’è chi ha subito un raggiro finanziario o una truffa e chi ha effettuato investimenti sbagliati. Entrambe le categorie in questione sono state vittime, più o meno inconsapevolmente, di una stangata sul proprio patrimonio investito, frutto di risparmi anche di una vita intera. A tutti loro, e non solo, Stefano Elli, giornalista de Il Sole24 Ore dedica un libro, Gli stangati, disponibile in libreria, e con il noto quotidiano economico, dal prossimo 11 luglio. Da trent’anni anni impegnato a raccontare, attraverso le sue inchieste e i suoi articoli, storie di abusivismo finanziario e operazioni truffaldine che hanno coinvolto migliaia di italiani, nel suo nuovo volume Elli offre uno spaccato sistematico di storie di imbrogli e investimenti traditi, raccogliendoli per tipologia, metodo e modalità operative. L’obiettivo è quello di dare al lettore uno strumento per tutelarsi ed evitare comportamenti che possano mettere a repentaglio il proprio denaro. L’educazione finanziaria è uno dei temi fondamentali de Il Sole 24 Ore, quotidiano da sempre garanzia di un’informazione trasparente, veritiera e utile. Con la pubblicazione di questo volume autore ed editore intendono perseguire un obiettivo comune: contribuire a rendere i lettori meno vulnerabili ed esposti ai comportamenti a rischio raccontando le vicissitudini di coloro che, cedendo alle lusinghe dei gatti e delle volpi 4.0, non sono riusciti a evitarli.

    Il messaggio che si evince è forte e chiaro: leggete quanto è accaduto ad altri per evitare che capiti a voi. Imparate a controllare sempre a chi affidate il vostro risparmio, informatevi prima di fare un investimento, perché i truffatori sono sempre attivi e spesso utilizzano modalità già viste in altre occasioni. Il tono del messaggio non vuole essere moralistico e in questo aiuta la capacità di Stefano Elli di scrivere con taglio ironico e stile veloce e leggero, ma sempre chiaro e preciso.

  • Made in Italy: avanti piano e sempre nella direzione errata

    L’Italia rappresenta l’unico Paese al mondo nel quale la storia non insegna nulla, ma proprio nulla. Durante il governo Renzi si è assistito ad una esilarante quanto inutile e velleitaria iniziativa definita ‘Italian taste’, sintesi delle professionalità di Calenda e Martina che ovviamente è attualmente e per fortuna finita nel dimenticatoio (https://www.ilpattosociale.it/2018/05/10/made-in-italy-lennesima-sconfitta/).

    Il governo ora in carica, mediando il medesimo approccio al mercato, propone lo Stellone della Repubblica italiana in aggiunta logo Made in Italy a conferma della italianità del brand a cui già ora viene attribuita una delle massime credibilità nel mondo. Alla assoluta inutilità di queste iniziative (del governo Renzi come del Governo attuale) si aggiunge inoltre un aspetto paradossale in quanto questa ultima iniziativa (il famoso stellone) è persino a pagamento e non invece espressione di un nuovo protocollo di certificazione della filiera italiana. Queste due iniziative a distanza di quattro anni l’una dall’altra risultano simili in quanto espressione della medesima ignoranza dei mercati esteri, evidentemente sconosciuti, e delle relative aspettative dei consumatori che li compongono. Sembra incredibile come non vengano tenute in assoluta considerazione le opinioni dei buyer internazionali che sono portatori del sentiment dei consumatori internazionali.

    Se avessero infatti dimostrato un minimo di umiltà, gli autori di queste due iniziative, del 2015 e del 2019, avrebbero avuto sicuramente la possibilità di comprendere come il mercato internazionale chieda, ed ora esiga, semplicità ed immediatezza, da sempre espressione del brand Made in Italy, e venga quindi interpretata come negativa qualsiasi aggiunta di loghi legati all’‘italian taste’ come all’odierno Stellone della Repubblica.

    Ogni iniziativa normativa e d’immagine che vada a sovrapporsi al reale valore percepito (sostanzialmente queste due iniziative rappresentano un semplice e puro gioco di immagine e di visibilità per chi le propone) arrecano un danno al valore espressione del Made in Italy e soprattutto confondono il consumatore finale il quale, viceversa, richiede affidabilità e certificazione reale. Inoltre l’applicazione dello Stellone della Repubblica avrebbe anche la terribile conseguenza di togliere valore stesso al logo Made in Italy a tutti quei prodotti di aziende italiane che non intendono pagare per la sua applicazione. Ancora una volta uno dei pochi quanto sicuri asset di sviluppo economico e soprattutto industriale legati ad una comprovata aspettativa dei consumatori internazionali verso  prodotti che risultino espressione della filiera italiana viene sottoposta ad una ulteriore ridicola e dannosa sovrapposizione normativa. L’unico augurio è che anche questa dimostrazione di presunzione venga dimenticata velocemente come quella del governo Renzi.

    Tuttavia si continua nel percorso di confusione relativa alla tutela della filiera produttiva italiana legata al Made in Italy quando il mercato chiede solo chiarezza, quest’ultima invece espressione del declino culturale che emerge da queste due iniziative legislative.

     

  • Il negazionismo evolutivo

    Quello che distingue qualsiasi teoria economica dagli effetti reali nella sua applicazione viene  rappresentato dalla natura e dall’entità  degli aspetti e dei contesti  dell’evoluzione continua e costante del mercato globale all’interno del quale tale teoria viene applicata in forma di  strategia economica.

    In altre parole, per quanto possa sembrare di difficile definizione la teoria dovrebbe attualmente, al suo interno, racchiudere anche uno spazio “evolutivo” e quindi un margine di forte incertezza in relazione ai molteplici effetti  condizionati da un mercato globale  in continua evoluzione. Basti pensare agli scarsissimi effetti della politica “monetaria espansionistica ” della BCE (Tltro e quantitative easing) la  quale intendeva offrire un sostegno ad un sistema economico europeo in crisi e dal raggiungimento di  inflazione al 2% risultasse fondamentale (come da  teoria) inondare il mercato di liquidità. Non avendo previsto, per esempio, come il fattore concorrenziale di un mercato globale determini un livellamento dei prezzi al ribasso (conseguenza dell’eccesso di offerta) contro il quale qualsiasi politica monetaria perda ogni effetto.

    Di conseguenza risulta evidente come il contesto economico reale determini  una forte modificazione dei risultati previsti che le teorie economiche propongono. Questo fattore di incertezza legato alle future evoluzioni di un mercato sempre più complesso, a partire dai numerosi ed incontrollabili fattori che lo influenzano, dovrebbe cambiare o quantomeno procedere ad una evoluzione delle teorie economiche e soprattutto delle loro applicazioni. Un aspetto molto importante specialmente quando l’applicazione di tali e semplicistiche teorie determini a sua volta un aumento del debito pubblico.

    Una delle giustificazioni che il governo in carica avanzava per giustificare la scelta di quota 100 con un conseguente aumento del debito pubblico attorno ai 10 miliardi era relativa alla creazione di nuovi posti di lavoro per la sostituzione dei nuovi pensionati che lasciavano il ciclo economico e produttivo. Ora emerge dai dati come solo il 24,7% delle aziende afferma di voler sostituire (e solo parzialmente) le uscite incentivate da quota 100: dati attesi tanto banali quanto espressione di un incompetenza economica evidenti. Va ricordato infatti come nell’attuale momento economico le imprese stiamo investendo in tecnologia digitale la quale offre una diminuzione dell’intensità di manodopera  per  milione di fatturato. Questa tendenza inevitabile, e giustamente  incentivata fiscalmente, ha  l’obiettivo principale di rendere più competitivo il sistema industriale italiano in un contesto di concorrenza globale. Inoltre offre un altro  effetto parallelo tanto nel medio quanto nel lungo termine perché  diminuendo appunto il costo della manodopera per milione di fatturato a causa della minore intensità, automaticamente renderebbe sempre più vantaggioso il reshoring produttivo, specialmente in un momento storico di forte criticità commerciale tra Stati Uniti e Cina (https://www.ilpattosociale.it/2019/05/22/tempo-reale/).

    Tornando alle ridicole elaborazioni  economiche che hanno ispirato questa strategia del governo in carica si può tranquillamente ricordare come, al di là delle dottrine economiche da cui scaturiscono le conseguenti strategie elaborate, non considerare il contesto evolutivo rappresenti un errore di dimensioni epocali. Questo negazionismo evolutivo si conferma come un ulteriore aspetto di un approccio assolutamente insufficiente alle complesse problematiche  economiche. Un atteggiamento frutto di una ormai datata erudizione economica priva di ogni contatto con i diversi fattori che contribuiscono a rendere il contesto  evolutivo economico imposto dal mondo globale sempre più articolato.

  • Esselunga sempre più vincente nelle vendite on line e al dettaglio

    Vendite in negozio e e-commerce in crescita per Esselunga. Nel 2018 il Gruppo meneghino ha realizzato vendite per 7.914 milioni di euro, in crescita del 2,1% rispetto al 2017 (7.754 milioni). “Un risultato ottenuto mantenendo costanti i prezzi a scaffale (quindi inflazione zero), così confermando il primato di convenienza di Esselunga e nonostante un contesto di mercato negativo caratterizzato soprattutto nella seconda parte dell’anno da un calo dei consumi”, analizza l’azienda in una nota. L’e-commerce ha superato i 236 milioni di euro, registrando +28% rispetto al 2017: oramai ogni 100 euro di ricavi, 3 sono realizzati on-line. Il risultato è ancor più rilevante alla luce delle analisi di R&S di Mediobanca, secondo le quali nel 2018 il giro d’affari dell’e-commerce di prodotti alimentari incide ancora solo per il 4% della domanda e-commerce italiana, sebbene sia  cresciuto del 34% rispetto al 2017 raggiungendo un valore di 1,1 miliardi di euro (gli acquisti online di prodotti alimentari da supermercato hanno raggiunto nel 2017 un valore superiore ai 200 milioni di euro con un incremento di oltre il 50% rispetto all’anno precedente), perché gli italiani spendono in media per acquisti alimentari online 500 euro annui contro i 1.850 euro registrati in Francia.

    Nel frattempo, l’operatore della grande distribuzione fondato da Bernardo Caprotti ha dimezzato i debiti: al 31 dicembre 2018 la posizione finanziaria netta è risultata pari a -436 milioni di euro (era -848 milioni di Euro a fine 2017) grazie a una forte generazione di cassa.

  • L’Italia in crisi nel mercato delle automobili

    Il mercato automobilistico sta vivendo sicuramente un periodo molto complesso ed articolato. Con le grandi città che sembrano sempre più ostili verso le auto diesel e benzina, i consumatori si sentono sempre più frastornati in un mercato che ultimamente offre tantissime alternative ma non sempre di livello. Tutto questo si ripercuote ovviamente sulle vendite finali del settore.

    Il 2018 del mercato automobilistico si è concluso con un sostanziale pareggio in Europa, con l’Italia che si caratterizza per una battuta d’arresto più marcata che altrove.

    L’Acea, l’associazione dei costruttori a livello continentale, ha diffuso il bilancio dello scorso anno chiudendo la rilevazione con dicembre. Le immatricolazioni di auto nell’Europa dei 28 più Paesi Efta (Svizzera, Islanda e Norvegia) sono stabili nel 2018 rispetto all’anno precedente: 15.624.486, lo 0,04% in meno del 2017. L’anno si chiude però con un nuovo dato negativo: a dicembre sono state vendute 1.038.984 vetture, l’8,7% in meno dello stesso mese dell’anno precedente.

    In questo contesto, Fiat Chrysler ha immatricolato 1.021.311 auto nel 2018 nell’area, facendo peggio del mercato con un calo del 2,3% sul 2017. La quota è pari al 6,5% a fronte del 6,7%. Tra i brand del gruppo registra un balzo del 55,6% Jeep (168.674 unità vendute). A dicembre la tenuta è stata invece migliore: le auto vendute da Fca sono 60.926, con una flessione del 2,5% e la quota è pari al 5,9% (era 5,5%).

    Ai risultati deludenti dell’Italia si somma il calo di Germania (-0,2%) e Regno Unito (-6,8%) che si contrappone alla crescita di Francia (+3,0%) e Spagna (+7,0%). A sostenere il mercato ed ad evitare un calo ancora più consistente ci sono poi i buoni risultati Romania (+23,1%), Ungheria (+17,5%) e Polonia (+9,4%). Il sesto mercato continentale, il Belgio, segna invece un +0,6%.

    Al primo posto troviamo Volkswagen Group con un +0,4% che deriva dal +2,7% del marchio capofila Volkswagen, dal +3,4% di Skoda, dal +12,8% di Seat e dal -12,4% di Audi. Secondo e in forte crescita è il gruppo PSA che mette a segno un poderoso +32,5%; il merito è del +156,2% di Opel, mentre Peugeot e Citroen si attestano entrambi su un più fisiologico +5,0%. Terzo e in leggero miglioramento è il Gruppo Renault (+0,8%) che contrappone il +11,7% di Dacia al meno entusiasmante -3,9% del marchio Renault classico.

    A riflettere su questi dati sono gli esperti del Centro Studi Promotor, per i quali il bilancio 2018 del mercato auto dell’area Unione Europea e paesi dell’Efta può essere considerato “sostanzialmente positivo”.

    Il presidente Gian Primo Quagliano ha ricordato come ci siano stati fattori che hanno trascinato al ribasso il mercato nel corso dell’anno: “In primo luogo la congiuntura economica, pur rimanendo positiva, è gradualmente peggiorata. In secondo luogo l’introduzione dal primo settembre del nuovo sistema di omologazione Wltp ha fatto si che diverse case avessero problemi di fornitura. In terzo luogo ha pesato sulle vendite la demonizzazione del diesel per motivazioni più ideologiche che di reale tutela dell’ambiente”.

    Il risultato del 2018 – sottolinea il Csp – non è negativo anche perché chiude in crescita la maggior parte dei mercati nazionali e in sostanziale pareggio (-0,8%) il gruppo dei cinque maggiori mercati che valgono il 71,7% delle immatricolazioni dell’area.

    Proprio per il mercato italiano, Promotor sottolinea che il 2018 segna un battuta d’arresto. Al calo maggiore che negli altri Paesi, Gran Bretagna a parte, si somma che le previsioni per il 2019 non sono positive sia per l’andamento dell’economia sia per le misure sull’auto recentemente adottate dal Governo.

    Il sistema di bonus-malus, secondo il Centro Studi Promotor, determinerà un calo delle immatricolazioni.

    Resta da vedere quali incentivi saranno introdotti per il rilancio di tutto il settore.

  • Dazi danno per la Cina e boomerang per gli Usa, i due giganti cercano un’intesa

    Cina e Stati Uniti si sono dati tempo fino al 2 marzo per chiudere un nuovo trattato, secondo quanto il presidente Usa Donald Trump, e quello cinese, Xi Jinping hanno concordato a Buonos Aires, a margine del G20, per evitare una nuova ondata di tariffe su 267 miliardi di dollari di prodotti cinesi. 

    Il round tenutosi a Pechino tra le delegazioni dei due Paesi nei giorni scorsi attesta quantomeno buona volontà su entrambi i versanti. Pechino, infatti, deve fare fronte a un calo di appeal dei suoi prodotti sui mercati mondiali e i dazi americani certo non aiutano, Washington di contro deve fare i conti col fatto che proprio l’adozione dei dazi ha spinto chi commercia con la Cina ad accelerare gli scambi, prima di incorrere in nuove misure penalizzanti varate dall’amministrazione americana.

    L’avanzo commerciale della Cina con il mondo si è ridotto lo scorso anno a 351,76 miliardi di  dollari in calo di oltre il 16% dal surplus di 422,51 miliardi del 2017 quando si era contratto del 17%, secondo i dati diffusi dalle Dogane cinesi, le esportazioni totali cinesi nell’anno sono aumentate del 9,9% a 2.480 miliardi mentre le importazioni sono aumentate del 15,8% attestandosi a 2.140 miliardi. In controtendenza, lil surplus commerciale della Cina con gli Usa, grazie alla robusta domanda americana di beni cinesi, ha raggiunto, i 323,32 miliardi nel 2018, con un balzo del 17% rispetto all’anno precedente.

    Come rilevato da Il Transatlantico di Andrew Spannaus seguendo il round negoziale sino-americano dei giorni scorsi, «Sullo sfondo di trattativa e guerra di parole rimangono le domande più importanti, sul futuro della politica economica cinese. Queste riguardano prima di ogni altra cosa le prospettive di apertura del mercato agli investimenti esteri, da cui dipendono in parte le riforme del sistema cinese. L’apertura del settore bancario e finanziario, ad esempio, innescherebbe un profondo cambiamento nelle attività d’investimento in Cina e nelle attività cinesi all’estero. Il presidente Xi ha già annunciato da tempo tale apertura, ma le resistenze sono ancora molte. Come minimo si dovrà attendere la fine delle trattative commerciali con Washington (che dietro le quinte riguardano da vicino anche questo punto), per vedere cambiamenti sostanziali. Sulla stessa onda viaggiano le speranze e le aspettative delle riforme industriali in Cina. Da un lato Pechino vuole affrontare un cambiamento epocale e divenire realmente competitiva su un piano di respiro globale; dall’altro Washington vuole assicurarsi i vantaggi, che in parte già possiede, necessari per continuare a essere il principale partner commerciale della Cina e sfruttare in modo espansivo un mercato potenziale di oltre un miliardo di consumatori».

  • Il Natale torna a far girare l’economia in Lombardia

    A Natale, si sa, siamo tutti più buoni. Nonostante le promesse di non spendere troppo, ognuno di noi alla fine non rinuncia mai ad un regalo per i propri parenti e amici, e spesso anche per se stessi.

    Nonostante le stime a livello nazionale parlino di un Natale con i consumi sottotono, in Lombardia il trend sembra realmente diverso. Sono 66mila le imprese lombarde legate al Natale, il 14% delle 473mila aziende che in tutta Italia fanno affari durante le feste natalizie.

    Il business nazionale mensile è di circa 5 miliardi di euro, ma in Lombardia il giro d’affari mensile è di 1,5 miliardi, di cui circa 1 milardo generato a Milano. Questo vuol dire che il 20% del business natalizio a livello nazionale si concentra nel capoluogo lombardo. E’ quanto emerge da un focus della Camera di Commercio di Milano dedicato al business del Natale, ricerca basata sui dati del Registro Imprese relativi al terzo trimestre 2018.

    La ristorazione è il settore con più imprese legate al Natale: sono 51mila le aziende della ristorazione in Lombardia, circa 338mila in Italia. Seguono gli alloggi con oltre 4mila imprese in Lombardia su 53mila in Italia; tour operator e agenzie viaggi con 2,4 mila posizioni su 16mila in Italia. A seguire commercio di fiori e piante (2mila in Lombardia), gioiellerie (1,7 mila), profumerie (1,4 mila). Il settore che cresce di più, sia in Lombardia che in Italia è quello della pasticceria fresca: +8,2% su scala nazionale e +6,4% in regione.

    La provincia che in Italia conta il maggior numero di imprese dell’aggregato natalizio è quella di Roma (41mila), ma a livello regionale domina la Lombardia che con le sue 66mila aziende stacca Lazio (52mila), Campania (47mila), Veneto (36mila). Da notare la differenza tra imprese presenti sul territorio e business creato dalle stesse, dove abbiamo visto che la Lombardia è ancora senza rivali.

    Per quanto riguarda i lavoratori, infine, su circa 1,8 milioni di addetti totali in Italia, la Lombardia copre il 19% con 347mila persone coinvolte; poi ci sono Veneto (187 mila), Emilia Romagna (185 mila) e Lazio (171 mila).

    Negli ultimi anni hanno contribuito ad aumentare questi numeri anche i numerosi mercatini natalizi che si sono moltiplicati in tutta la regione. Alle fiere più importanti e famose come l’Artigiano in fiera, si sono aggiunte diverse manifestazioni sempre più frequentate dai cittadini. Oggetti da regalo, lavorazione artistica di marmo, pietre, ceramica e vetro, bigiotteria e gioielleria, orologi, prodotti tessili ma anche casalinghi, arredamento e cosmetici: sono quasi 21mila, al terzo trimestre 2018, le attività di artigiani e ambulanti di prodotti artistici presenti in Lombardia e legate ai mercatini di Natale di questi giorni, il 12,5% del totale italiano.

    Gli ambulanti sono più di 16mila, concentrati maggiormente nella vendita di tessuti, abbigliamento e calzature (nel complesso 8.400 imprese) e nel commercio al dettaglio ambulante di chincaglieria e bigiotteria (1.900), si contano quasi 1.800 sarti e circa 1.300 designers in tutta la Lombardia.

    Nei settori dell’artigianato artistico lombardo a crescere di più sono le attività di design di moda e design industriale, +5,2% in un anno e le attività di fabbricazione di strumenti musicali, +3% in un anno.

    In Italia sono quasi 167mila le imprese coinvolte nei mercatini. Prima Napoli con 14.865 imprese (+0,7%), poi Roma (10.501, +1,1%) e Milano (9.119), seguite da Caserta (6.118, +0,8%), Torino (5.196), Palermo (5.109), Salerno (4.641).

    In Lombardia, come provincia, Milano pesa per il 44% del settore, Brescia e Bergamo il 10% circa e Monza l’8%%. In crescita Sondrio (+2,3%).

  • Commission hopes euro can challenge greenback’s reserve currency status

    As part of its effort to bolster its international standing amid spats with the United States of tariffs and foreign policy, the European Commission is hoping to promote the euro as an alternative to the supremacy of the dollar for all international transactions, including those involving energy, commodities, and aircraft manufacturing, as well as in derivative operations.

    As part of the drive, the Commission also announced that will also strive to convince African states to denominate their public debt in euros in what would be the first serious challenge to Washington’s economic leadership, which Brussels sees as a way to counter the unilateralist “America First” policies of the Donald J. Trump administration.

    Europe’s efforts to establish a clearinghouse known as a Special Purpose Vehicle (SPV) to safeguard the 2015 Iran nuclear deal – which the US pulled out of earlier this year after accusing Tehran of being in violation of the terms of the agreement, which prompted Washington to re-impose crippling economic sanctions on the Islamic Republic – have fallen completely flat.

    The main guarantors of the Iran nuclear deal – Germany, France, and the UK – have refused to host the proposed clearinghouse, which could be used to help match Iranian oil and gas exports against purchases of EU goods in a barter arrangement that would circumvent the US’ sanctions. This would expose to the three European powerhouses to being subject to stiff penalties imposed by the Americans that would have a potentially devastating effect on the French, German, and British economies, while at the same time severely strain relations with the United States.

    Pressure has also been brought to bear on Austria, Luxembourg, and Belgium to host the SPV, but the three governments have serious misgivings about the practical purpose of the Special Purpose Vehicle, particularly as they fear the depth of the US’ expected retaliation.

    Initially, the European Commission hopes to begin closing energy contracts that are denominated in euros as a way to gradually promote the spread to other international commodities that could be traded in Europe’s common currency. At present, more than 80% of contracts for EU energy imports are priced and paid for in dollars, which currently trades at $1.13 to €1.

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