Dalla fine del 2007, nel giro di 18 anni, l’Italia ha perso quasi un quarto della produzione industriale, vuoi perché il tessuto produttivo è caratterizzato da un ampio numero di imprese familiari nate nel dopoguerra con capi-azienda giunti ormai a 70-80 anni che devono passare l’attività ai figli e hanno difficoltà (anche psicologiche) ad aprirsi a nuovi azionisti e quotarsi in Borsa, vuoi per la difficoltà di reperire i finanziamenti necessari per investire in innovazione e restare sul mercato. Il volume dei prestiti alle imprese tra il dicembre 2011 e lo stesso mese del 2024, in Italia è sceso da 929 a 641 miliardi di euro (-31%), mentre in Francia è aumentato da 880 a 1.491 miliardi (+70%) e in Germania da 910 a 1.391 miliardi (+53%). E le quotazioni in Borsa nel 2025 sono state una ventina di imprese a fronte di 29 addii.
Una cultura di mercato non così ampiamente diffusa e recepita lascia aperte le porte agli stranieri, che con quella cultura hanno maggior dimestichezza. Secondo l’indagine annuale dell’area studi di Mediobanca, negli ultimi tre anni le aziende medio-grandi a controllo estero hanno un peso sempre maggiore: a fine 2022 rappresentavano il 29,7% del fatturato, salito al 34,5% nel 2024. Kpmg inoltre rileva che nel solo 2024 le operazioni di fusione e acquisizione di realtà italiane da parte di fondi o imprese straniere sono state 429 per un valore record di 36,2 miliardi. Una parte importante, è realizzata da fondi di investimento, di solito interessati a restare 5-6 anni per poi vendere, spesso a proprietà industriali estere. Tra le aziende più rappresentative del Made in Italy che in questi tre anni sono passate o stanno passando in mani straniere troviamo Iveco group (veicoli commerciali): la divisione Difesa andrà all’italiana Leonardo, mentre tutto il resto è in corso la finalizzazione con gli indiani di Tata Motors. E ancora: Comau (sistemi di automazione industriale e robotica avanzata), il 51% della quale è stato venduto da Stellantis al fondo di investimento Usa One equity partners; Piaggio Aerospace, storico costruttore aeronautico italiano, acquisito dalla società turca Baykar, specializzata in droni e sistemi aerospaziali; Cvs Ferrari, produttrice di attrezzature industriali, passata all’americano Taylor Group; Sifi spa, venduta da 21 Invest alla spagnola Faes Farma; Bialetti, acquisita dalla cinese Nuo capital. Ip italiana petroli sta passando alla Socar (Azerbaigian). Il gruppo francese Axa ha acquisito la quota di controllo del 51% di Prima, compagnia italiana delle assicurazioni. Golden Goose, la società delle sneaker di lusso se la sono presa i fondi Hsg (cinese) e Temasek (Singapore) per un valore stimato di 2,5 miliardi: closing nel 2026. Il gruppo della moda Etro è diventato al 100% straniero l’anno scorso con l’uscita della famiglia italiana che lo aveva fondato. La quota di maggioranza della rete fissa Tim è passata al fondo americano Kkr. Ita Airways è detenuta al 41% da Lufthansa che a giugno porterà la sua partecipazione al 90%, mentre sull’ex Ilva ci sono trattative in corso per vendere al fondo americano Flacks.
Al di là del fatto che l’Italia fa parte del mercato unico europeo e che dunque la proprietà da parte di chi non sia italiano ma comunque è comunitario non può fare grande differenza in termini legali (così come non può fare alcuna differenza il fatto che un’azienda di una parte d’Italia sia detenuta da un padrone che sta in tutto’altra parte dello Stivale), gli investitori stranieri hanno spesso saputo rivitaliazzare marchi del Made in Italy mantenendo la produzione in Italia, come è avvenuto per Lamborghini (controllata da Audi), o Andldo Breda (asset di Hitachi rail). Non è però sempre così: nella farmaceutica l’importante centro di ricerca oncologica Nerviano Medical Sciences (NMS), è stato acquisito per il 90% da un fondo cinese nel 2018, poi passata al 100% nel 2024 e nel 2025 ha aperto una filiale a Shanghai per rafforzare il mercato asiatico, e annunciato di mandare a casa i ricercatori italiani.
A fianco della cultura di mercato pesano sulle prospettive della produzione italiana anche il costo dell’energia e il peso della cosiddetta politica industriale e quindi dello Stato (sotto forma sia di prelievo fiscale che di incentivi e aiuti finanziari vari), in generale la competitività del sistema Paese, come si dice. Prima dell’impennata dei prezzi dovuta al blocco dello stretto di Hormuz Confindustria stimava che in Italia l’approvvigionamento energetico per far funzionare stabilimenti e impianti costasseil 30% in più rispetto alla media europea, un chiaro ostacolo alla competitività di chi opera in Italia rispetto a chi opera in Paesi con bollette più basse. Il piano Transizione 5.0 da 6,3 miliardi lanciato a marzo 2024 con fondi del Pnrr ha introdotto per le imprese compensazioni fino al 45% degli investimenti tramite credito d’imposta ma i fondi messi a disposizione sono calati di anno in anno. Per i prossimi tre anni c’è la Zes Unica, una misura che deve favorire gli investimenti e lo sviluppo del Mezzogiorno, ma come sempre quando si tratta di fondi c’è un limite alla liquidità che lo Stato può mettere sul piatto mentre la par condicio che ispira il provvedimento fa sì che quanti più saranno i richiedenti, tanto minore sarà la quota di fondi che ciascuno riceverà.