mercato

  • Cina più produttiva: produzione industriale su del 35% mentre l’impiego di lavoratori frena

    La produzione industriale e le vendite al dettaglio hanno avuto in Cina un’impennata a gennaio-febbraio, rispettivamente del 35,1% e del 33,8%, aggiungendo note di ottimismo a una ripresa economica che non è “ancora consolidata”.

    La prudenza mostrata dall’Ufficio nazionale di statistica poggia su diversi fattori, a partire dalla disoccupazione che nelle aree urbane, quelle di fatto attentamente monitorate, è risalita nello stesso periodo al 5,50%, a fronte del 5,20% di dicembre. A distanza di un anno dall’esplosione della pandemia del Covid.19, l’occupazione giovanile stenta a decollare: i senza lavoro di età compresa tra i 16 e i 24 anni è pari al 13,1%, allo stesso livello del primo trimestre del 2020, nel pieno della crisi del nuovo coronavirus. Il premier Li Keqiang ha ribadito l’ambizioso obiettivo di nuovi posti di lavoro creati nell’ esercizio in corso oltre quota 11 milioni, parlando la scorsa settimana in conferenza stampa alla fine della sessione annuale del parlamento cinese.

    L’accorpamento bimestrale delle statistiche, in più, amplifica il balzo del 2021 visto che sullo stesso periodo del 2020 hanno pesato sia il fermo delle attività per il Capodanno lunare, spalmato su gennaio, sia l’emergenza sanitaria.

    La produzione industriale, tuttavia, continua il percorso positivo dopo il +7,3% di dicembre, a fronte di un consensus degli analisti a +30%. In forte avanzata le attività minerarie (+17,5% da +4,9% di dicembre), le utility (+19,8% da +6,1%) e manifatturiero (+39,5% da +7,7%), ancora grazie alla spinta del comparto medicale legato al Covid-19 destinato all’export.

    Le vendite al dettaglio, invece, accelerano sul +4,6% di dicembre e il +32% atteso dai mercati, grazie ai consumi legati allo scorso Capodanno lunare. E’ ancora presto per dire se i consumi sono ai livelli sperati per attuare la ‘doppia circolazione’, il nuovo modello di sviluppo appena ratificato dal nuovo piano quinquennale 2021-25: la grande circolazione domestica è il pilastro dell’economia e con quella internazionale c’è una promozione reciproca.

    Gli investimenti fissi, inoltre, salgono del 35%, a 4.520 miliardi di yuan (circa 700 miliardi di dollari), a gennaio-febbraio 2021, a fronte del +2,9% del 2020 e del 40% stimato dagli analisti. Il trend è sostenuto dalla componente pubblica in aumento del 32,9% (+5,3% nel 2020), mentre quella privata vede una accelerazione del 36,4% (da +1%).

    Altro capitolo delicato è quello dei prezzi delle nuove case: il monitoraggio nelle 70 principali città del Paese segnala a febbraio una crescita del 4,3% annuo, più ampia del 3,9% di gennaio e al passo più rapido da ottobre 2020, malgrado i tentativi del governo centrale e delle autorità monetarie di raffreddare il settore. Con un’inflazione a -0,2% e un tasso sui depositi allo 0,35%, la temperatura immobiliare è alta e resta un fattore di instabilità.

  • Lo scenario economico e del mercato digitale nel 2021

    Il Ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili Enrico Giovannini e l’on. Irene Tinagli, Presidente della Commissione Problemi Economici Monetari del Parlamento Europeo intervengono alla web conference

    Lo scenario economico e del mercato digitale nel 2021
    Previsioni di Ripresa e Recovery Fund – Verso la “Nuova Normalità”
    organizzata da The Innovation Group, il 25 marzo, nell’ambito del Digital Italy Program 2021.

    Tanti i temi da affrontare: dal PNRR – Piano Nazionale Ripresa e Resilienza- Next Generation Italia che offre grandi opportunità e sfide importanti all’industria ICT e al mercato, agli interventi prioritari che potrebbero beneficiare dei fondi per la ripresa.

    Quali i punti di snodo più critici nei percorsi di modernizzazione e quali impatti sul Mercato Digitale 2021? Quali politiche industriali per facilitare l’aumento della produttività e della competitività delle nostre imprese? In che modo le imprese ICT possono contribuire con i loro prodotti e servizi a ottimizzare gli investimenti previsti nel nostro sistema produttivo e nella nuova organizzazione del lavoro che caratterizzerà la “Nuova Normalità”?

    Oltre al Ministro Giovannini e all’On. Tinagli hanno già confermato la propria presenza:

    Elio Catania, Senior Advisor e Consigliere per la politica industriale, Ministero dello Sviluppo Economico
    Carlo Bozzoli, Global Chief Information Officer, Enel
    Andrea Provini, Presidente, AUSED e Global CIO, Bracco
    Giuseppe Roscioli, Vicepresidente Vicario, Federalberghi
    Gianluigi Viscardi, Presidente Digital Innovation Hub Lombardia e Coordinatore Nazionale della Rete dei DIH, Confindustria.

  • Dopo Tiffany Lvmh punta a Birkenstock

    Portati a casa i gioielli d’Oltreoceano di Tiffany ai primi di gennaio, Lvmh vorrebbe inserire nel gruppo del lusso i sandali dalla suola di sughero d’antica tradizione tedesca, i Birkenstock. E già per marzo. La notizia di stampa segue quelle che già poco dopo la metà di gennaio avevano visto tra gli ipotetici pretendenti due fondi britannici, Permira e Cvc Capital Partners. Con relativa replica a negare da parte di quello che è uno dei maggiori produttori calzature tedeschi, il 1 febbraio: “Ipotesi e speculazioni”. Eppure ora l’ipotesi di una vendita a L Catterton, già avanzata su quotidiani tedeschi una decina di giorni fa, si fa strada e protagonista sarebbe il colosso francese di Bernard Arnault. Ciò attraverso il fondo di private equity L Catterton, creato nel 2016 unendo la società di investimenti Catterton con il segmento private equity di Lvmh, e che gestisce oltre 22 miliardi di dollari di asset. L’offerta per acquisire Birkenstock, debiti compresi, sarebbe tra i 4 e i 4,5 miliardi di euro. Non viene inoltre esclusa una partecipazione di minoranza diretta, per una piccola quota, della stessa Lvmh, che alcuni analisti indicano comunque come potenzialmente vantaggiosa.

    Le trattative, che non sarebbero ancora state abbandonate dall’offerente, con Cvc Capital Partners erano state quotate per cifre analoghe alle attuali. L’altro nome messo in campo da voci di stampa, Permira, aveva intanto agito nel campo delle calzature giusto un anno fa, quando aveva annunciato di volere la maggioranza di Golden Goose, con le sue sneaker di lusso acquisite nel marzo 2017 da The Carlyle Group. Altra operazione intanto nel settore calzature sempre per Permira la seconda settimana di gennaio: lo sbarco in Borsa per Dr Martens.

    Fatto è che da Birkenstock, sulle ipotesi di cessioni, non era arrivata altro che una sottolineatura del proprio valore, come “marchio di lifestyle a livello mondiale con un grande fascino e un ulteriore potenziale di crescita. Questo successo sostenibile e continuo – era stato evidenziato – sta suscitando ripetutamente l’interesse degli investitori a esaminare opportunità di collaborazioni strategiche, anche in combinazione con la partecipazione finanziaria. L’attuale situazione di mercato, nel complesso molto caratterizzata da consolidamenti e mutamenti, offre ovviamente molti terreni fertili per accese speculazioni”. Il gruppo tedesco inoltre resta concentrato sull’ampliamento della produzione in Germania, come annunciato una settimana fa, per soddisfare la domanda di prodotti, forte nonostante le restrizioni dovute alla pandemia.

  • La Molisana ed il terrorismo mediatico

    La furia iconoclasta, espressione del peggiore e fetido talebanismo identificabile nel “politicamente corretto”, sta massacrando il pastificio italiano
    ‘La Molisana’ per avere inserito all’interno della descrizione delle proprie varietà di paste dei riferimenti al littorio ed al periodo coloniale. E’ evidente anche per un bimbo come questa strategia di comunicazione non rappresentasse alcuna intenzione di proporre una apologia di quei periodi, semplicemente si intendeva offrire un riferimento storico (la storicità rappresenta un plus nella comunicazione) per un pastificio che da sempre utilizza solo grano italiano e rappresenta l’eccellenza del made in Italy nel mondo.

    L’interpretazione malevola e figlia di una mentalità malata, che trova la sponda anche all’interno del parlamento in tale Boldrini Laura, ha spinto la direzione marketing del pastificio addirittura a chiedere scusa per il riferimento, quando avrebbe dovuto tranquillamente ribadire il valore del semplice riferimento storico senza nessun riferimento ideologico. Per esplicita responsabilità di questi integralisti vengono esposti ad un ulteriore fattore di rischio, oltre a quello rappresentato dalla concorrenza nel mercato globale, i 207 dipendenti del pastificio ‘La Molisana’, con le rispettive famiglie, a causa delle follie terroristiche mediatiche che il politicamente corretto ormai esprime. Proprio i ridicoli esponenti di questa nuova politica integralista individuano un soggetto sulla base della propria follia ideologia con l’obiettivo di serrare i ranghi dei fedeli ed ottusi seguaci contro un nuovo nemico che oggi è rappresentato da ‘la Molisana’ e domani magari dal Maggiolino Volkswagen voluto e fabbricato su suggerimento di Adolf Hitler.

    La pochezza culturale di questi esponenti rappresenta la metastasi culturale di persone e leader che non trovando argomenti degni di una elementare attenzione preferiscono combattere l’esistente con il fine cosi anche di omettere la propria incapacità di proporre valori e tematiche attuali e contemporanee.

    Mai come oggi “credere, obbedire, combattere” rappresenta il motto della nuova versione di questo pericoloso movimento politico “politicamente corretto” che si manifesta come una semplice e viscida espressione del vuoto culturale. Ormai il nuovo fascismo viene rappresentato da questo integralismo talebano espressione della furia iconoclasta dei periodi più bui dell’oscurantismo culturale.

  • Mercato europeo dell’auto ancora fermo a giugno, tranne che in Francia

    Nuova pesante frenata del mercato delle quattro ruote in Europa. Secondo i dati diffusi da Acea (European Automobile Manufacturers Association), a giugno sono state immatricolate 1.131.843 auto, con una flessione del 24,1% rispetto allo stesso mese del 2019. Pesa ancora – nella fase post lockdown – l’effetto Covid. Arrivano però anche i primi segnali di ripartenza: la flessione infatti è inferiore a quella di maggio, quando si era registrato un crollo del 56,8%. I risultati di giugno del mercato europeo dell’auto – che include l’area Ue, più il Regno Unito e i Paesi Efta – non riescono però a invertire la tendenza. “Il mercato europeo dell’auto in giugno è ripartito, ma una vera ripresa è ancora lontana e per colmare il divario con il 2019 il percorso è lungo e accidentato”, ha commentato Gian Primo Quagliano, presidente del centro studi promotor. Tutti i principali mercati europei hanno messo a segno un declino, ad accezione della Francia che incassa un incremento dell’1,2% su base annua. Si tratta del primo effetto del massiccio piano di incentivi varato dal governo del presidente Emmanuel Macron che ha destinato al sostegno dell’auto 8 miliardi. Guardando agli altri Paesi, riportano tutti una contrazione delle immatricolazioni a doppia cifra: la Spagna perde il 36,7%, la Germania il 32,3% e l’Italia il 23,1%. Per Fca – che mercoledì ha svelato il nome del gruppo che nascerà dalla fusione con Psa, cioè ‘Stellantis’ e ha confermato che l’operazione sarà ultimata entro la fine del primo trimestre 2021 – la quota di mercato in Europa si è ristretta passando dal 6,1 al 5,7 per cento in un anno. Per quanto riguarda i brand, le registrazioni di Fiat sono 47 mila per una quota del 4,2%, quelle di Lancia 3.500 con una quota stabile allo 0,3%, le vendite di Alfa Romeo sono oltre 3.200 e la quota è dello 0,3% mentre Jeep, infine, immatricola quasi 10.800 vetture ottenendo una quota dell’1%. Dopo il lungo periodo di forte rallentamento di vendite a causa dalla pandemia da coronavirus, a giugno la situazione è iniziata a tornare alla normalità. Ma lo scenario è ben diverso rispetto al 2019. La chiusura a partire dall’11 marzo di concessionarie e punti vendita di automobili ha influito molto negativamente sulle vendite. La progressiva e parziale riapertura da metà di maggio delle attività commerciali non ha ancora permesso di raggiungere i livelli precedenti alla pandemia. Allargando lo sguardo ai primi sei mesi del 2020, il bilancio del mercato auto Ue si chiude con un calo che sfiora il 40% – per la precisione -39,5% – e riflette ribassi storici registrati in quattro mesi consecutivi. Nel consuntivo anche il mercato della Francia è ancora in profondo rosso, come d’altra parte quelli degli altri quattro paesi che insieme allo Stato d’Oltralpe si aggiudicano il 68,7% delle immatricolazioni dell’area. Il bilancio di metà anno vede infatti cali del 50,9% in Spagna, del 48,5% nel Regno Unito, del 46,1% in Italia, del 38,6% in Francia e del 34,5% in Germania.

  • Boom a Wall Street: successo o trappola?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 23 gennaio 2020

    Nei giorni scorsi l’indice azionario Dow Jones della borsa di Wall Street ha raggiunto i massimi storici con ben 29.400 punti. Forse potrebbe salire ancora. Ad agosto registrava 25.500 punti.

    Ci si deve domandare, però, se ciò sia un positivo sintomo di salute del sistema finanziario ed economico americano, oppure sia l’indice di un possibile devastante futuro sconquasso. Come accadde nel 2008, ciò che avviene negli Stati Uniti, di solito, determina conseguenze globali.

    A nostro avviso, l’andamento di Wall Street è la riprova che il sistema, drogato dalle politiche di grande liquidità e dai tassi d’interesse molto bassi, addirittura negativi in certe parti del mondo, non può più vivere senza le necessarie dosi di droga. Proprio come accade per gli abituali consumatori di stupefacenti.

    È la trappola del tasso d’interesse zero!

    Dopo le politiche monetarie espansive della Federal Reserve, che avrebbero dovuto rimettere in moto l’economia e portarla fuori dalle paludi della recessione, Washington ha provato a «pilotare» il sistema monetario e bancario verso la normalità. Perciò i tassi d’interesse base della Fed a un certo punto sono saliti.

    Ma, dall’inizio del 2019, se non già prima, il mondo della politica e della finanza statunitense si è duramente scontrato sull’opportunità di abbassare o no il costo del denaro e ritornare a inondare il sistema con nuova liquidità.

    La svolta definitiva si ebbe il 17 settembre scorso quando il cosiddetto mercato finanziario overnight andò in tilt. Il costo dei crediti interbancari a brevissimo termine, necessari per coprire le emergenze di certe banche e di altri istituti finanziari, schizzò dal 2 al 10%. Mancò la liquidità richiesta o l’indispensabile fiducia reciproca? Pensiamo, in verità, entrambe.

    Per sopperire a tale improvvisa scarsità di liquidità intervenne la Fed, che, di conseguenza, nel giro di 4 mesi ha fatto crescere il suo bilancio di oltre 400 miliardi di dollari!

    L’andamento del bilancio della Fed, che riflette la liquidità riversata nel sistema, balza dagli 800 miliardi del 2008 ai 4.500 del 2018, per poi scendere a 3.800 miliardi nell’agosto 2019. Adesso è di circa 4.200 miliardi di dollari. Questi dati fanno comprendere meglio la situazione.

    L’economia reale ha visto poco o niente di questa recente nuova liquidità. È rimasta nel sistema bancario e finanziario ed è andata a gonfiare la bolla della Borsa valori. Se per i passati 4 mesi sovrapponiamo la curva dell’espansione monetaria della Fed e quella dell’indice S&P 500, che da ottobre è cresciuto di oltre il 12%, le due curve combaciano. A dimostrazione che gli indici di Wall Street dipendono dalla nuova liquidità della banca centrale. Al riguardo, è opportuno notare che le banche too big to fail sono sempre più concentrate nel riacquisto delle proprie azioni e nella speculazione sugli indici azionari.

    Tra i vari derivati otc sembra che nell’ultimo periodo siano aumentati quelli riguardanti le private equity, le azioni. Secondo il terzo rapporto trimestrale 2019 dell’agenzia governativa americana Office of the Comptroller of the Currency (Occ) che controlla il sistema bancario, le banche che hanno fatto trading con i derivati azionari hanno guadagnato 1,8 miliardi di dollari. La JPMorgan in particolare.

    Sono sempre più numerosi gli economisti (e non solo) che temono lo scoppio della bolla a Wall Street. Che cosa succederebbe se lo stimolo monetario non potesse più essere fermato? Fino a quando si può continuare a gonfiare la bolla? Che cosa succede in un mondo in cui la maggioranza dei titoli obbligazionari ha un tasso d’interesse negativo? Quale potrebbe essere l’effetto di qualche sconquasso geopolitico oppure di qualche rinnovato scontro sui dazi o sulle monete? Tutti interrogativi cui non è facile dare risposte rassicuranti.

    Si ricordi che, nella Grande Crisi finanziaria ed economica appena passata, l’indice Dow Jones era sceso dai 14 mila punti di ottobre 2007 ai 6.600 del marzo 2009. Un crollo superiore al 50% che, com’è noto, accompagnò l’onda della recessione.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Tiffany passa a Lvmh per 14,7 miliardi di euro

    Dopo settimane di trattative, Lvmh, colosso francese del lusso, ha raggiunto l’accordo per l’acquisto Tiffany & Co., la storica catena di gioielleria americana. La transazione, riferisce una nota del colosso francese guidato da Bernard Arnault, vale per Tiffany circa 14,7 miliardi di euro, ossia 16,2 miliardi di dollari: l’acquirente Lvmh pagherà un prezzo di 135 dollari per ogni azione di Tiffany.

    Il corteggiamento a Tiffany è andato avanti per un mese. L’offerta iniziale presentata a fine ottobre dal colosso del lusso francese era di 120 dollari per azione, per una transazione valutata circa 14,5 miliardi di dollari. Ma per aggiudicarsi l’iconica gioielleria Arnault ha dovuto alzare il tiro. L’acquisto di Tiffany, si legge nella nota, rafforzerà la posizione di Lvmh nell’alta gioielleria e accrescerà la sua presenza negli Stati Uniti. Con l’acquisto della catena di gioiellerie resa immortale dalla pellicola ‘Colazione da Tiffany’ – con Audrey Hepburn nei panni della naive Holly Golightly in tubino Givenchy – il colosso francese del lusso va ad arricchire il suo portafoglio di brand tra i quali annovera ben 75 maison.

    «Siamo felici di accogliere Tiffany nella famiglia Lvmh – afferma il presidente di Lvmh, Bernard Arnault – . E’ un’azienda che vanta un’heritage e un posizionamento unici al mondo nel settore dell’alta gioielleria. Tiffany ci ispira un immenso rispetto e una grande ammirazione. Abbiamo l’ambizione di far brillare questo marchio emblematico con tutta la determinazione e la cura che abbiamo saputo mettere in campo per tutte le altre maison che si sono unite a noi nel tempo. Siamo fieri che Tiffany si unirà alle griffe del gruppo».

    Spiega Alessandro Bogliolo, amministratore delegato di Tiffany: «Tiffany si è concentrata sulla realizzazione delle sue priorità strategiche per garantire una crescita sostenibile. Questa operazione, che arriva in un momento in cui il nostro marchio è impegnato in un importante processo di trasformazione, fornirà supporto, risorse e slancio aggiuntivi per raggiungere questi obiettivi. A Parigi miriamo a diventare la maison dell’haute joaillerie della nuova generazione. Nel gruppo Lvmh, Tiffany raggiungerà nuovi traguardi facendo affidamento sulla sua esperienza, competenza senza pari e sui suoi valori molto forti».

    Soddisfatto dell’accordo raggiunto anche il presidente del cda di Tiffany, Roger N. Farah: «A seguito di un esame strategico che comprende una revisione interna approfondita e una consulenza di esperti esterni – sottolinea Roger N. Farah – il consiglio di amministrazione di Tiffany ha concluso che questa transazione con Lvhm apre prospettive molto promettenti. Si tratta di un gruppo che apprezza i punti di forza di Tiffany e saprà investire nei suoi team e nelle sue attività uniche, offrendo al contempo un prezzo interessante e un certo valore ai suoi azionisti».

    Fondata nel 1837 da Charles Lewis Tiffany, la gioielleria americana ha aperto il suo primo negozio nel centro di Manhattan. Con i suoi 300 punti vendita nel mondo, oggi Tiffany è tra i maggiori gioiellieri al mondo.

  • Esce ‘Gli Stangati’, per imparare a navigare nel fosco mare degli investimenti finanziari

    C’è chi ha subito un raggiro finanziario o una truffa e chi ha effettuato investimenti sbagliati. Entrambe le categorie in questione sono state vittime, più o meno inconsapevolmente, di una stangata sul proprio patrimonio investito, frutto di risparmi anche di una vita intera. A tutti loro, e non solo, Stefano Elli, giornalista de Il Sole24 Ore dedica un libro, Gli stangati, disponibile in libreria, e con il noto quotidiano economico, dal prossimo 11 luglio. Da trent’anni anni impegnato a raccontare, attraverso le sue inchieste e i suoi articoli, storie di abusivismo finanziario e operazioni truffaldine che hanno coinvolto migliaia di italiani, nel suo nuovo volume Elli offre uno spaccato sistematico di storie di imbrogli e investimenti traditi, raccogliendoli per tipologia, metodo e modalità operative. L’obiettivo è quello di dare al lettore uno strumento per tutelarsi ed evitare comportamenti che possano mettere a repentaglio il proprio denaro. L’educazione finanziaria è uno dei temi fondamentali de Il Sole 24 Ore, quotidiano da sempre garanzia di un’informazione trasparente, veritiera e utile. Con la pubblicazione di questo volume autore ed editore intendono perseguire un obiettivo comune: contribuire a rendere i lettori meno vulnerabili ed esposti ai comportamenti a rischio raccontando le vicissitudini di coloro che, cedendo alle lusinghe dei gatti e delle volpi 4.0, non sono riusciti a evitarli.

    Il messaggio che si evince è forte e chiaro: leggete quanto è accaduto ad altri per evitare che capiti a voi. Imparate a controllare sempre a chi affidate il vostro risparmio, informatevi prima di fare un investimento, perché i truffatori sono sempre attivi e spesso utilizzano modalità già viste in altre occasioni. Il tono del messaggio non vuole essere moralistico e in questo aiuta la capacità di Stefano Elli di scrivere con taglio ironico e stile veloce e leggero, ma sempre chiaro e preciso.

  • Made in Italy: avanti piano e sempre nella direzione errata

    L’Italia rappresenta l’unico Paese al mondo nel quale la storia non insegna nulla, ma proprio nulla. Durante il governo Renzi si è assistito ad una esilarante quanto inutile e velleitaria iniziativa definita ‘Italian taste’, sintesi delle professionalità di Calenda e Martina che ovviamente è attualmente e per fortuna finita nel dimenticatoio (https://www.ilpattosociale.it/2018/05/10/made-in-italy-lennesima-sconfitta/).

    Il governo ora in carica, mediando il medesimo approccio al mercato, propone lo Stellone della Repubblica italiana in aggiunta logo Made in Italy a conferma della italianità del brand a cui già ora viene attribuita una delle massime credibilità nel mondo. Alla assoluta inutilità di queste iniziative (del governo Renzi come del Governo attuale) si aggiunge inoltre un aspetto paradossale in quanto questa ultima iniziativa (il famoso stellone) è persino a pagamento e non invece espressione di un nuovo protocollo di certificazione della filiera italiana. Queste due iniziative a distanza di quattro anni l’una dall’altra risultano simili in quanto espressione della medesima ignoranza dei mercati esteri, evidentemente sconosciuti, e delle relative aspettative dei consumatori che li compongono. Sembra incredibile come non vengano tenute in assoluta considerazione le opinioni dei buyer internazionali che sono portatori del sentiment dei consumatori internazionali.

    Se avessero infatti dimostrato un minimo di umiltà, gli autori di queste due iniziative, del 2015 e del 2019, avrebbero avuto sicuramente la possibilità di comprendere come il mercato internazionale chieda, ed ora esiga, semplicità ed immediatezza, da sempre espressione del brand Made in Italy, e venga quindi interpretata come negativa qualsiasi aggiunta di loghi legati all’‘italian taste’ come all’odierno Stellone della Repubblica.

    Ogni iniziativa normativa e d’immagine che vada a sovrapporsi al reale valore percepito (sostanzialmente queste due iniziative rappresentano un semplice e puro gioco di immagine e di visibilità per chi le propone) arrecano un danno al valore espressione del Made in Italy e soprattutto confondono il consumatore finale il quale, viceversa, richiede affidabilità e certificazione reale. Inoltre l’applicazione dello Stellone della Repubblica avrebbe anche la terribile conseguenza di togliere valore stesso al logo Made in Italy a tutti quei prodotti di aziende italiane che non intendono pagare per la sua applicazione. Ancora una volta uno dei pochi quanto sicuri asset di sviluppo economico e soprattutto industriale legati ad una comprovata aspettativa dei consumatori internazionali verso  prodotti che risultino espressione della filiera italiana viene sottoposta ad una ulteriore ridicola e dannosa sovrapposizione normativa. L’unico augurio è che anche questa dimostrazione di presunzione venga dimenticata velocemente come quella del governo Renzi.

    Tuttavia si continua nel percorso di confusione relativa alla tutela della filiera produttiva italiana legata al Made in Italy quando il mercato chiede solo chiarezza, quest’ultima invece espressione del declino culturale che emerge da queste due iniziative legislative.

     

  • Il negazionismo evolutivo

    Quello che distingue qualsiasi teoria economica dagli effetti reali nella sua applicazione viene  rappresentato dalla natura e dall’entità  degli aspetti e dei contesti  dell’evoluzione continua e costante del mercato globale all’interno del quale tale teoria viene applicata in forma di  strategia economica.

    In altre parole, per quanto possa sembrare di difficile definizione la teoria dovrebbe attualmente, al suo interno, racchiudere anche uno spazio “evolutivo” e quindi un margine di forte incertezza in relazione ai molteplici effetti  condizionati da un mercato globale  in continua evoluzione. Basti pensare agli scarsissimi effetti della politica “monetaria espansionistica ” della BCE (Tltro e quantitative easing) la  quale intendeva offrire un sostegno ad un sistema economico europeo in crisi e dal raggiungimento di  inflazione al 2% risultasse fondamentale (come da  teoria) inondare il mercato di liquidità. Non avendo previsto, per esempio, come il fattore concorrenziale di un mercato globale determini un livellamento dei prezzi al ribasso (conseguenza dell’eccesso di offerta) contro il quale qualsiasi politica monetaria perda ogni effetto.

    Di conseguenza risulta evidente come il contesto economico reale determini  una forte modificazione dei risultati previsti che le teorie economiche propongono. Questo fattore di incertezza legato alle future evoluzioni di un mercato sempre più complesso, a partire dai numerosi ed incontrollabili fattori che lo influenzano, dovrebbe cambiare o quantomeno procedere ad una evoluzione delle teorie economiche e soprattutto delle loro applicazioni. Un aspetto molto importante specialmente quando l’applicazione di tali e semplicistiche teorie determini a sua volta un aumento del debito pubblico.

    Una delle giustificazioni che il governo in carica avanzava per giustificare la scelta di quota 100 con un conseguente aumento del debito pubblico attorno ai 10 miliardi era relativa alla creazione di nuovi posti di lavoro per la sostituzione dei nuovi pensionati che lasciavano il ciclo economico e produttivo. Ora emerge dai dati come solo il 24,7% delle aziende afferma di voler sostituire (e solo parzialmente) le uscite incentivate da quota 100: dati attesi tanto banali quanto espressione di un incompetenza economica evidenti. Va ricordato infatti come nell’attuale momento economico le imprese stiamo investendo in tecnologia digitale la quale offre una diminuzione dell’intensità di manodopera  per  milione di fatturato. Questa tendenza inevitabile, e giustamente  incentivata fiscalmente, ha  l’obiettivo principale di rendere più competitivo il sistema industriale italiano in un contesto di concorrenza globale. Inoltre offre un altro  effetto parallelo tanto nel medio quanto nel lungo termine perché  diminuendo appunto il costo della manodopera per milione di fatturato a causa della minore intensità, automaticamente renderebbe sempre più vantaggioso il reshoring produttivo, specialmente in un momento storico di forte criticità commerciale tra Stati Uniti e Cina (https://www.ilpattosociale.it/2019/05/22/tempo-reale/).

    Tornando alle ridicole elaborazioni  economiche che hanno ispirato questa strategia del governo in carica si può tranquillamente ricordare come, al di là delle dottrine economiche da cui scaturiscono le conseguenti strategie elaborate, non considerare il contesto evolutivo rappresenti un errore di dimensioni epocali. Questo negazionismo evolutivo si conferma come un ulteriore aspetto di un approccio assolutamente insufficiente alle complesse problematiche  economiche. Un atteggiamento frutto di una ormai datata erudizione economica priva di ogni contatto con i diversi fattori che contribuiscono a rendere il contesto  evolutivo economico imposto dal mondo globale sempre più articolato.

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