mercato

  • Il mercato dei ricordi vale quasi 500 miliardi di dollari

    Esiste un’economia della memoria che non conosce crisi. Il mercato globale dei collectibles, oggetti da collezione che spaziano dalle card alle action figure, dai gadget alle edizioni speciali, dal vinile ai videogiochi fisici, ha superato i 496 miliardi di dollari nel 2025 e, secondo le analisi di Market Decipher, società di ricerca di mercato specializzata in settori emergenti, è destinato a raggiungere i 628 miliardi entro il 2031. Un mercato trainato da un appeal trasversale alle generazioni, dalla scarsità e dal brivido della ricerca che, anno dopo anno, smette di essere una nicchia per diventare uno dei fenomeni economici e culturali più rilevanti del decennio. Ma la nostalgia, oggi, è un fenomeno più complesso di quanto sembri. Come emerge dalle ricerche di GWI (Global Web Index), il 77% degli americani la considera una fonte di conforto nei momenti di incertezza, e l’84% ritiene che i ricordi nostalgici aiutino a ricordare ciò che conta davvero nella vita. Non è sentimentalismo: è un meccanismo psicologico profondo che le ultime generazioni stanno riscoprendo con una forza inattesa. Il 92% dei consumatori ritiene che la nostalgia renda la comunicazione più relatable, e i brand che la utilizzano registrano incrementi dell’engagement fino al 60%. Eppure, nonostante questi numeri, meno del 3% delle campagne pubblicitarie oggi contiene elementi nostalgici. Uno spazio enorme, quasi tutto ancora da occupare. Il dato più sorprendente riguarda però la Gen Z: cresciuta tra algoritmi, contenuti generati dall’AI e ottimizzazione infinita, sta cercando qualcosa che il presente digitale non riesce a offrire: autenticità, lentezza e fisicità. La nostalgia per la Gen Z è meno il desiderio di rivivere il passato e più un modo di fare i conti con il presente. Il 70% dichiara di apprezzare contenuti media di decenni precedenti, secondo quanto emerge dal Culture Next 2026 di Spotify, e l’80% vorrebbe che i brand riportassero in vita stili estetici del passato. C’è persino un termine per descrivere questa nostalgia per epoche mai vissute: anemoia. L’estetica degli anni ‘90 e dei primi 2000 risulta attraente non perché familiare, ma perché offre un’alternativa alle visuals iper-ottimizzate di oggi e un rifugio dall’algoritmo, non un salto nel passato. E l’animazione giapponese, in questo quadro, è forse l’icona più potente: universale, visivamente forte, carica di un immaginario che ha attraversato generazioni senza invecchiare.

  • La Commissione autorizza l’acquisizione di Eni Plenitude da parte di Eni e Ares

    La Commissione europea ha approvato, a norma del regolamento UE sulle concentrazioni, l’acquisizione del controllo comune di Eni plenitude S.p.A. Società Benefit (“Eni plenitude”) da parte di Eni S.p.A, entrambe italiane, e della statunitense Ares Management Corporation (“Ares”).

    L’operazione riguarda principalmente il settore dell’energia.

    La Commissione ha concluso che l’operazione notificata non solleverebbe problemi sotto il profilo della concorrenza, dato che il nuovo azionista che esercita il controllo congiunto non opera sullo stesso mercato dell’impresa comune o su mercati ad esso collegati verticalmente. L’operazione notificata è stata esaminata nell’ambito della procedura semplificata di esame delle concentrazioni.

  • Vendite di veicoli industriali in crescita nella prima metà dell’anno

    A giugno le immatricolazioni di veicoli industriali si attestano a 2.716 unità, in crescita del 6,5% rispetto alle 2.551 registrate nello stesso mese del 2025. Il risultato riflette andamenti differenziati tra i segmenti: il comparto dei pesanti oltre le 16 tonnellate resta stabile, con l’incremento dei trattori stradali (+6,2%) compensato dalla flessione dei carri (-8,7%). Nelle altre fasce di peso, i veicoli da 3,51 a 6 tonnellate registrano un calo del 13,0%, mentre i mezzi tra 6,01 e 15,99 t segnano un deciso incremento del 92,3%. Il primo semestre si chiude così con 15.065 immatricolazioni complessive, in aumento del 4% rispetto alle 14.485 unità dei primi sei mesi del 2025.

    «Il mercato si conferma in territorio positivo anche a giugno, sebbene i comparti dei carri pesanti e dei veicoli leggeri sotto le 6 tonnellate continuino a evidenziare segnali di debolezza. Ad ogni modo, il ritmo di rinnovo del parco circolante resta ancora gravemente insufficiente, con un’età media dei truck in Italia pari a 14,5 anni e oltre il 43% dei veicoli ante Euro IV”, commenta Giovanni Dattoli, presidente della Sezione Veicoli Industriali di UNRAE. «In questo contesto, – aggiunge Dattoli – il Fondo pluriennale per l’autotrasporto, le cui risorse sono state stanziate già lo scorso ottobre, è ancora in attesa del Decreto attuativo necessario a renderlo operativo. Ne sollecitiamo una rapida adozione, per scongiurare una battuta d’arresto degli investimenti nel secondo semestre dell’anno. Per favorire in modo più incisivo il rinnovo dei mezzi pesanti, sarebbe inoltre opportuno riservare una quota specifica ai veicoli a zero emissioni di massa superiore alle 16 tonnellate».

    Sul fronte degli incentivi, le PMI di autotrasporto in conto proprio e in conto terzi potranno beneficiare dei contributi previsti dal DPCM 10 giugno 2026 per l’acquisto di veicoli N2 fino a 7,2 t, modulati in funzione della massa e dell’alimentazione del mezzo, tradizionale o a zero emissioni. La prenotazione degli ecobonus avverrà tramite la Piattaforma Invitalia, non ancora resa operativa. Quanto agli aiuti al settore, dopo il ritorno delle accise alle aliquote ordinarie in vigore prima della fase emergenziale, le imprese di autotrasporto potranno contare su un credito d’imposta da 300 milioni di euro a compensazione dei maggiori costi sostenuti tra marzo e giugno 2026. Anche per questa misura, tuttavia, resta da adottare il relativo Decreto attuativo del MIT.

  • Cultura di mercato inferiore ai concorrenti, così la produzione italiana finisce in mani straniere

    Dalla fine del 2007, nel giro di 18 anni, l’Italia ha perso quasi un quarto della produzione industriale, vuoi perché il tessuto produttivo è caratterizzato da un  ampio numero di imprese familiari nate nel dopoguerra con capi-azienda giunti ormai a 70-80 anni che devono passare l’attività ai figli e hanno difficoltà (anche psicologiche) ad aprirsi a nuovi azionisti e quotarsi in Borsa, vuoi per la difficoltà di reperire i finanziamenti necessari per investire in innovazione e restare sul mercato. Il volume dei prestiti alle imprese tra il dicembre 2011 e lo stesso mese del 2024, in Italia è sceso da 929 a 641 miliardi di euro (-31%), mentre in Francia è aumentato da 880 a 1.491 miliardi (+70%) e in Germania da 910 a 1.391 miliardi (+53%). E le quotazioni in Borsa nel 2025 sono state una ventina di imprese a fronte di 29 addii.

    Una cultura di mercato non così ampiamente diffusa e recepita lascia aperte le porte agli stranieri, che con quella cultura hanno maggior dimestichezza. Secondo l’indagine annuale dell’area studi di Mediobanca, negli ultimi tre anni le aziende medio-grandi a controllo estero hanno un peso sempre maggiore: a fine 2022 rappresentavano il 29,7% del fatturato, salito al 34,5% nel 2024. Kpmg inoltre rileva che nel solo 2024 le operazioni di fusione e acquisizione di realtà italiane da parte di fondi o imprese straniere sono state 429 per un valore record di 36,2 miliardi. Una parte importante, è realizzata da fondi di investimento, di solito interessati a restare 5-6 anni per poi vendere, spesso a proprietà industriali estere. Tra le aziende più rappresentative del Made in Italy che in questi tre anni sono passate o stanno passando in mani straniere troviamo Iveco group (veicoli commerciali): la divisione Difesa andrà all’italiana Leonardo, mentre tutto il resto è in corso la finalizzazione con gli indiani di Tata Motors. E ancora: Comau (sistemi di automazione industriale e robotica avanzata), il 51% della quale è stato venduto da Stellantis al fondo di investimento Usa One equity partners; Piaggio Aerospace, storico costruttore aeronautico italiano, acquisito dalla società turca Baykar, specializzata in droni e sistemi aerospaziali; Cvs Ferrari, produttrice di attrezzature industriali, passata all’americano Taylor Group; Sifi spa, venduta da 21 Invest alla spagnola Faes Farma; Bialetti, acquisita dalla cinese Nuo capital. Ip italiana petroli sta passando alla Socar (Azerbaigian). Il gruppo francese Axa ha acquisito la quota di controllo del 51% di Prima, compagnia italiana delle assicurazioni. Golden Goose, la società delle sneaker di lusso se la sono presa i fondi Hsg (cinese) e Temasek (Singapore) per un valore stimato di 2,5 miliardi: closing nel 2026.  Il gruppo della moda Etro è diventato al 100% straniero l’anno scorso con l’uscita della famiglia italiana che lo aveva fondato.  La quota di maggioranza della rete fissa Tim è passata al fondo americano Kkr. Ita Airways è detenuta al 41% da Lufthansa che a giugno porterà la sua partecipazione al 90%, mentre sull’ex Ilva ci sono trattative in corso per vendere al fondo americano Flacks.

    Al di là del fatto che l’Italia fa parte del mercato unico europeo e che dunque la proprietà da parte di chi non sia italiano ma comunque è comunitario non può fare grande differenza in termini legali (così come non può fare alcuna differenza il fatto che un’azienda di una parte d’Italia sia detenuta da un padrone che sta in tutto’altra parte dello Stivale), gli investitori stranieri hanno spesso saputo rivitaliazzare marchi del Made in Italy mantenendo la produzione in Italia, come è avvenuto per Lamborghini (controllata da Audi), o Andldo Breda (asset di Hitachi rail). Non è però sempre così: nella farmaceutica l’importante centro di ricerca oncologica Nerviano Medical Sciences (NMS), è stato acquisito per il 90% da un fondo cinese nel 2018, poi passata al 100% nel 2024 e nel 2025 ha aperto una filiale a Shanghai per rafforzare il mercato asiatico, e annunciato di mandare a casa i ricercatori italiani.

    A fianco della cultura di mercato pesano sulle prospettive della produzione italiana anche il costo dell’energia e il peso della cosiddetta politica industriale e quindi dello Stato (sotto forma sia di prelievo fiscale che di incentivi e aiuti finanziari vari), in generale la competitività del sistema Paese, come si dice. Prima dell’impennata dei prezzi dovuta al blocco dello stretto di Hormuz Confindustria stimava che in Italia l’approvvigionamento energetico per far funzionare stabilimenti e impianti costasseil 30% in più rispetto alla media europea, un chiaro ostacolo alla competitività di chi opera in Italia rispetto a chi opera in Paesi con bollette più basse. Il piano Transizione 5.0 da 6,3 miliardi lanciato a marzo 2024 con fondi del Pnrr ha introdotto per le imprese compensazioni fino al 45% degli investimenti tramite credito d’imposta ma i fondi messi a disposizione sono calati di anno in anno. Per i prossimi tre anni c’è la Zes Unica, una misura che deve favorire gli investimenti e lo sviluppo del Mezzogiorno, ma come sempre quando si tratta di fondi c’è un limite alla liquidità che lo Stato può mettere sul piatto mentre la par condicio che ispira il provvedimento fa sì che quanti più saranno i richiedenti, tanto minore sarà la quota di fondi che ciascuno riceverà.

  • La Commissione presenta la proposta per EU Inc. per sfruttare appieno il potenziale del mercato unico per gli imprenditori europei

    La Commissione europea ha presentato la sua proposta per EU Inc., un nuovo insieme unico di norme societarie destinato a costituire la pietra angolare e il punto di partenza per il 28° regime dell’UE. EU Inc. si configura come un quadro societario europeo opzionale e digitale per definizione. L’obiettivo è rendere più semplice per le imprese avviare le proprie attività, operare e crescere in tutta l’Unione, incentivandole a restare in Europa e incoraggiando il rientro di quelle che in passato hanno guardato altrove.

    Oggi, per troppi imprenditori e aziende innovative, espandersi oltre i confini nazionali dell’UE significa confrontarsi con un panorama giuridico societario frammentato. Le imprese innovative europee si trovano infatti ad affrontare 27 sistemi giuridici nazionali e oltre 60 forme societarie diverse. Una complessità che può ritardare la costituzione di un’impresa di settimane, se non mesi, frenando la crescita, aumentando i costi e scoraggiando l’espansione.

    EU Inc. rappresenta il cuore della risposta della Commissione a queste sfide: sotto forma di regolamento, offrirà un insieme unico e armonizzato di norme societarie, che le imprese potranno scegliere in alternativa ai diversi regimi nazionali, liberando così il vero potenziale del mercato unico.

  • Trump realizzerà un resort di ville e campi da golf da 1,5 miliardi di dollari in Vietnam

    Il primo ministro del Vietnam, Pham Minh Chinh, ha partecipato il 21 maggio alla cerimonia di posa della prima pietra del complesso “Trump International Hung Yen”, un progetto da oltre 1,5 miliardi di dollari che sorgerà nella provincia settentrionale di Hung Yen, nel delta del Fiume Rosso. Alla cerimonia hanno preso parte anche Eric Trump, vicepresidente della Trump Organization e figlio del presidente statunitense Donald, l’ambasciatore degli Stati Uniti a Hanoi Marc Knapper e altri funzionari di alto livello dei due Paesi. Il progetto, il primo in Vietnam a portare il marchio Trump, si estenderà su quasi mille ettari e includerà un campo da golf esclusivo da 54 buche, ville di lusso, un moderno complesso urbano e strutture ricettive di standard internazionale. L’iniziativa è frutto di una collaborazione strategica tra la Trump Organization e la Hung Yen Company, affiliata del gruppo vietnamita Kinh Bac City Development. Nel suo intervento, il premier Chinh ha sottolineato il valore simbolico del progetto per il rafforzamento del partenariato strategico globale tra Vietnam e Stati Uniti. Ha evidenziato l’importanza della presenza di Eric Trump e di sua moglie, un “segnale positivo” per gli investimenti statunitensi nel Paese. Chinh ha inoltre invitato le autorità locali a fornire il massimo sostegno per completare l’opera entro due anni, in tempo per il vertice Apec del 2027 che si terrà in Vietnam.

    Il capo del governo ha ricordato che durante il suo primo mandato presidenziale Donald Trump ha visitato il Vietnam due volte, e ha espresso l’auspicio di nuove visite nell’ambito dell’approfondimento della cooperazione bilaterale. Eric Trump, da parte sua, ha definito il Vietnam uno dei mercati più promettenti al mondo e si è detto orgoglioso di portare il marchio Trump in un Paese in rapida crescita. Ha assicurato l’impegno degli investitori a completare il progetto entro due anni, affinché diventi “l’invidia dell’Asia e del mondo”. Il presidente del gruppo Kinh Bac, Dang Thanh Tam, ha infine dichiarato che l’obiettivo è trasformare Hung Yen in una delle principali destinazioni asiatiche per il golf e il turismo di alto livello.

  • Un terzo degli europei ha fatto uso di stupefacenti in vita sua

    L’Europa è invasa più che mai dalle droghe. Un terzo degli europei le ha provate, con cannabis e cocaina in testa. In particolare, il 15% dei giovani adulti nell’Ue ha fatto uso di cannabis (la pianta della marijuana) nell’ultimo anno, mentre il 2,5% ha fatto uso di cocaina. Lo rivela lo ‘European Drug Report 2024: Trends and Developments’ (Relazione europea sulla droga 2024: tendenze e sviluppi) che presenta l’ultima analisi dell’EMCDDA (il centro di informazione sulle droghe dell’Unione europea) sugli Stati membri dell’Ue più Turchia e Norvegia, recentemente pubblicato.

    Quello che i dati restituiscono è che l’impatto delle droghe illecite è ormai visibile quasi ovunque: praticamente tutto ciò che ha proprietà psicoattive ha il potenziale per essere usato come droga, perciò, sottolinea il rapporto, chiunque, direttamente o indirettamente, può essere colpito dall’uso di droghe illecite e dai problemi connessi.

    Innanzitutto quelli di salute e dunque sanitari – tra cui la gestione dei disturbi psichiatrici – ma anche quelli politici, come i senzatetto, e di sicurezza, con un aumento segnalato della criminalità in particolare giovanile. Su quest’ultimo aspetto, l’analisi sottolinea i maggiori livelli di violenza e corruzione guidati dal mercato della droga in alcuni Paesi e i contraccolpi su governance e sviluppo in molte Nazioni a basso e medio reddito, che vanno ad aggiungersi alle già considerevoli sfide di salute pubblica e sicurezza da affrontare.

    Un altro elemento critico messo in luce dall’analisi è che la disponibilità di droghe rimane elevata per quasi tutti i tipi di sostanze, anzi addirittura si amplia rispetto al passato la gamma di sostanze reperibili sul mercato, oltretutto spesso disponibili ad alta potenza o in purezza o in nuove forme, miscele o combinazioni. Tra queste rientrano sostanze nuove, delle quali consumatori e studiosi ancora non hanno ancora molti dati sui rischi per salute.

    Il consumo simultaneo di più droghe, anche involontariamente, è sempre più comune, aumentando il rischio di overdose e complicando le risposte sanitarie. Inoltre, la diversificazione dei prodotti, come edibili e tecnologie di svapo, rende più difficile prevedere i rischi associati al consumo.

    Le droghe sintetiche, come i cannabinoidi e gli stimolanti prodotti in laboratorio, sono motivo di particolare preoccupazione perché è difficile per le autorità nazionali identificare i composti problematici, quindi vietarli e fermare i trafficanti abbastanza rapidamente.

    La cannabis, in particolare sotto forma di erba o resina, rimane la droga illegale più consumata in Europa, con una prevalenza stimata di consumo circa cinque volte superiore a quella dell’altra sostanza più vicina. Secondo i dati dell’Ue, tra tutti gli adulti il consumo è più alto nella Repubblica Ceca, in Italia, in Francia e in Spagna, e più basso a Malta, in Turchia e in Ungheria.

    Nel 2023 l’uso di cannabis tra la popolazione Ue di età compresa tra 15 e 34 anni è stimato al 15% (15,1 milioni), con un’incidenza doppia tra gli uomini. Tra i 15 e i 24 anni, si stima che il 18,6% (8,8 milioni) abbia fatto uso di cannabis nell’ultimo anno e il 9,7% (4,6 milioni) nell’ultimo mese.

    Si stima inoltre che circa l’1,3% (3,7 milioni) degli adulti di età compresa tra 15 e 64 anni e il 2% (2 milioni) tra i 15 e i 34 anni siano consumatori di cannabis giornalieri o quasi giornalieri (ovvero hanno fatto uso della droga per 20 giorni o più nell’ultimo mese).

    Alcuni Stati europei stanno sperimentando nuove politiche per regolare l’uso ricreativo di questa droga. Germania, Malta e Lussemburgo hanno introdotto leggi per consentirne la coltivazione domestica. I Paesi Bassi, dove la coltivazione, la vendita e il possesso di cannabis rimangono reati penali ma dove la vendita di piccole quantità nei ‘coffeeshop’ è stata tollerata per decenni, stanno testando una filiera di approvvigionamento legale per superare la dipendenza dal mercato illegale. La Repubblica ceca ha annunciato piani per un sistema di distribuzione regolamentato e tassato, mentre la Svizzera ha iniziato ad autorizzare sperimentazioni pilota di vendite o altri sistemi di distribuzione per residenti specifici in determinate città.

    La cocaina è la seconda droga illecita più consumata, con differenze tra i Paesi: il consumo è più alto nei Paesi Bassi, in Spagna e in Irlanda, e più basso in Turchia, Portogallo, Polonia e Ungheria. Secondo i dati, 2,5 milioni di giovani tra i 15 e i 34 anni (il 2,5% di questa fascia di età) l’hanno usata nel 2023. Sebbene i livelli di prevalenza e i modelli di consumo differiscano notevolmente tra gli Stati, la disponibilità di questa droga è in aumento da diversi anni, come conferma il sequestro nel 2022 di 323 tonnellate, un record per il sesto anno consecutivo.

    Allo stesso modo, è cresciuta la preoccupazione che i costi sanitari e sociali associati a questa droga stiano aumentando in modo significativo. Anche perché, sottolinea il rapporto, l’uso di cocaina, e in particolare quello di crack, sembra diventare più comune, soprattutto tra alcune comunità emarginate. Il che contrasta con la percezione pubblica di una droga utilizzata da persone socialmente integrate e benestanti, e pone nuovi problemi.

    Quanto alle altre sostanze, l’anfetamina, la metanfetamina e i catinoni sintetici sono largamente presenti in Europa, con una produzione sempre più localizzata, in particolare in Polonia: si tratta di una minaccia in crescita.

    Una menzione a parte va per l’MDMA, il secondo stimolante illecito più comunemente utilizzato in Europa, chimicamente correlato alle anfetamine ma con effetti leggermente diversi. La sua particolarità sta nel fatto che viene assunto principalmente in modo episodico, nel contesto della vita notturna e degli ambienti di intrattenimento: in pratica è la droga della vita notturna. Infatti il suo uso è diminuito in pandemia per poi rimbalzare con la fine delle restrizioni. A differenza di altri tipi di droghe, l’Europa – soprattutto nei Paesi Bassi o nei dintorni – è un polo di produzione di questa sostanza, sia per il consumo interno che per l’esportazione verso mercati extra-Ue. Lo conferma il maggior numero di laboratori di MDMA smantellati nell’Unione: 48 nel 2022, erano 25 nel 2021.

    Altra particolarità è che le compresse di MDMA sono solitamente disponibili in molti design, spesso repliche colorate dei loghi dei marchi e in formati più innovativi, come gli edibili (caramelle, gelatine e lecca-lecca): si tratta di prodotti che pongono difficoltà nella regolazione del dosaggio e aumentano il rischio di consumo involontario, in particolare se vengono consumati da minorenni.

    Non si possono poi tralasciare gli oppioidi, che restano una delle principali cause di overdose in Europa: su tutti l‘eroina è ancora il più comunemente utilizzato ed è responsabile di una quota consistente del carico sanitario attribuito al consumo di droghe illecite. Si stima che lo 0,3% della popolazione adulta dell’Ue, ovvero circa 860mila persone, abbia fatto uso di oppioidi nel 2022.

    E se da una parte la sua disponibilità potrebbe calare a causa della diminuzione della produzione in Afghanistan, dall’altra si teme un aumento degli oppioidi sintetici, come i nitazeni, che rappresentano un rischio significativo per la salute pubblica.

    Non mancano poi le nuove sostanze psicoattive (NPS), in continua evoluzione: i produttori continuano a crearne di nuove per eludere i controlli legali, ad esempio nel 2022 sono state rilevate 400 nuove sostanze. Tra queste, i cannabinoidi sintetici rappresentano una preoccupazione particolare, perché spesso sono venduti come cannabis adulterata, aumentando il rischio di avvelenamenti acuti.

    In Europa inoltre vengono utilizzate numerose altre sostanze con proprietà allucinogene, anestetiche, dissociative o depressive: tra queste, LSD, funghi allucinogeni, ketamina, GHB e protossido di azoto, comunemente noto come gas esilarante.

    Alcune di queste sostanze sembrano essersi consolidate in alcuni Paesi, città o popolazioni specifiche, sebbene nel complesso la loro prevalenza relativa possa rimanere bassa rispetto ad altre classi di droghe più note. La ketamina ha rappresentato il 9% della quantità di nuove sostanze psicoattive sequestrate.

  • La Cina balza al secondo posto mondiale per le riserve di litio

    La Cina ha compiuto notevoli progressi nell’esplorazione dei depositi di litio, emergendo come il secondo maggiore detentore di riserve di litio al mondo. Il China Geological Survey, alle dipendenze del ministero delle Risorse naturali cinese, ha riferito oggi che le riserve di litio nazionali sono aumentate dal 6 al 16,5 per cento del totale globale, portando il Paese dalla sesta alla seconda posizione nella classifica mondiale. Il balzo riflette la stata scoperta una cintura di depositi di litio spodumene di classe mondiale che si estende per 2.800 chilometri nell’ovest della Cina.

    Le risorse di litio note nei laghi salati dell’altopiano Qinghai-Tibet sono aumentate a loro volta in misura sostanziale, posizionando la Cina come la terza più grande base di risorse di litio da laghi salati a livello globale. Inoltre, i ricercatori cinesi hanno superato importanti sfide tecniche nell’estrazione del litio dalla lepidolite, un minerale ad alto contenuto di litio che finora ha presentato sfide in termine di costi di lavorazione. Il litio è un elemento cruciale per una vasta gamma di settori emergenti, tra cui veicoli elettrici, sistemi di stoccaggio energetico, comunicazioni mobili, trattamenti medici e combustibile per reattori nucleari.

  • Il mercato smart

    Nel “lontano” 2007 Apple reinventò completamente il telefono, destinato a diventare in pochi anni uno strumento di connessione globale anche attraverso l’introduzione della tastiera touch.

    In pochi anni i due leader del mercato di inizio millennio, Nokia e BlackBerry, incapaci di leggere le potenzialità della nuova tecnologia, hanno visto ridursi in poche stagioni la propria quota di mercato, fino alla loro inevitabile uscita dal mercato.

    Attualmente, nel solo primo trimestre del 2024,le spedizioni globali di smartphone sono aumentate del 7,8% rispetto allo stesso periodo del 2023, con 289,4 milioni di dispositivi, e  sono Samsung ed Apple a detenere le maggiori quote del mercato globale.

    Nel 1997, Toyota lanciò la Prius, prima autovettura elettrica in pochi anni diventata una icona del politicamente corretto e delle forze politiche che amano definirsi “progressiste e moderne”. Del successo “naturale” (inteso come semplice scelta dei consumatori), ad oltre ventisette anni dall’inizio di una potenziale elettrificazione della mobilità su gomma, la quota di mercato detenuta dalla trazione elettrica si aggira attorno al 10% delle vendite globali.

    Tuttavia questa quota di mercato (10%) è stata raggiunta unicamente attraverso l’impegno di migliaia di miliardi dei bilanci pubblici, finalizzati a favorirne la produzione da una parte e dall’altra la vendita di queste autovetture.

    Paradossale, poi, se si considera che buona parte della produzione di autoveicoli elettrici provenienti dalla Cina veda non solo le prime cinque aziende partecipate direttamente dallo Stato, ma soprattutto l’utilizzo di quella energia necessaria per la produzione direttamente fornita dalle centrali a carbone.

    Prova ne  sia che attualmente alla Repubblica cinese venga attribuita una quota di emissioni superiore a tutta quella del mondo occidentale.

    Risulta quindi, non solo finanziariamente, suicida continuare in questo cieco ed ideologico sostegno, e con risorse pubbliche, a favore di una transizione elettrica in quanto aumentano le emissioni globali, una follia che vede la propria massima espressione nel divieto nel 2035 imposto dalla Comunità europea della vendita dei motori endotermici.

    Per di più, uno sforzo che ha come ridicolo obiettivo quello di ridurre una quota già risibile dell’inquinamento totale, cioè il solo 1% che viene imputato all’autotrazione (*). Prova ne è che il punto di pareggio in relazione alle emissioni tra il ciclo produttivo delle auto elettriche e quelle a motore endotermico trova il punto di equilibrio solo una volta raggiunti i 100/120.000 km. Senza dimenticare come la composizione di queste emissioni da autotrazione risulti per lo più attribuibile  soprattutto alla resistenza al rotolamento dei pneumatici ed all’utilizzo dei freni piuttosto che alle emissioni dei motori endotermici.

    Tornando, quindi, al quadro comparativo queste semplici considerazioni relative ai diversi esiti nelle scelte del mercato sulle due tipologie di innovazione (ammesso e non concesso che l’auto elettrica rappresenti una innovazione) dimostrano come il processo di elettrificazione della mobilità risulti solo l’espressione di un disegno politico ed ideologico al quale si aggiunge quello speculativo.

    Un processo che ha fatto della auto elettrica l’icona di  una parte dello schieramento politico europeo, quello stesso orfano da decenni di una ideologia massimalista di riferimento dopo la caduta del muro e Berlino, e della quale si è appropriata.

    In altre parole, in rapporto alle risorse pubbliche utilizzate a favore di questa elettrificazione (sia per quanto riguarda la produzione che l’acquisto) e gli esiti del mercato probabilmente la sanità sarebbe stata un settore molto più strategico verso il quale dirottare queste ingenti risorse pubbliche, le quali stanno continuando a diminuire, specialmente del nostro Paese.

    Questa deriva elettrica assolutamente ideologica e priva di una sostenibilità economica, la cui produzione non fa che aumentare le emissioni, porterà inoltre ad una ulteriore desertificazione industriale e conseguente perdita del posto di lavoro in quelle economie occidentali le quali ancora oggi detengono i piu importanti primati nei motori endotermici e che assicurano oltre 1.000 miliardi di tasse e milioni di posti di lavoro.

    Il mercato, in altre parole, non avendo recepito la visione ideologica e politica di una classe politica in relazione alla mobilità elettrica e falsamente sostenibile, ha già dimostrato di essere molto più “smart” dell’intera classe politica italiana ed europea.

    (*) https://amp24.ilsole24ore.com/pagina/AE8MlslB

  • La delocalizzazione intellettuale

    Dagli anni ‘90 l’intera classe accademica, ed in particolare quella bocconiana, affermava come le delocalizzazioni produttive verso i paesi a basso costo di manodopera rappresentassero la soluzione ideale in quanto le professioni ad alto valore aggiunto sarebbero rimaste all’interno dei paesi occidentali più evoluti.

    Questa banale strategia ideologica ha aperto le porte ad un’infinita possibilità di posizioni speculative, come conferma l’attuale scelta di Stellantis, perfettamente in linea con quella di Google e di altre grandi aziende internazionali che smentiscono clamorosamente la infantile dottrina accademica e definiscono quello che potrebbe essere chiamato il ritardo culturale ed economico dell’intero mondo accademico e politico italiano.

    Il lavoro e il suo prodotto, indipendentemente dal contenuto tecnologico, rappresentano una sintesi di molteplici apporti professionali complessivi e proprio per questo la loro tutela non può che risultare complessiva.

    La esternalizzazione di determinate produzioni o servizi ha rappresentato sicuramente il modo per ridurre i costi fissi e parallelamente aumentare la flessibilità in rapporto alla complessità dei mercati.

    Tuttavia, questo processo ha creato anche delle filiere talmente complesse e distribuite nel mondo le quali ora, all’interno di una crisi legata agli eventi bellici come la guerra russo-ucraina e nel medio oriente, risultano insostenibili anche economicamente.

    A queste problematiche si aggiunge ora anche l’opportunità fornita dalla digitalizzazione dei sistemi nel loro complesso, la quale, di fatto, favorisce l’avvio di un processo di delocalizzazione intellettuale relativa a quelle professionalità che il miope mondo accademico aveva assicurato sarebbero rimaste all’interno dei paesi evoluti occidentali.

    In altre parole, la stessa definizione e distinzione delle diverse fasi di realizzazione di un prodotto o di un servizio in rapporto ad un diverso valore aggiunto nella fase di realizzazione di per sé rende impossibile la tutela complessiva del prodotto finale e quindi delle medesime professionalità utilizzate nel ciclo produttivo.

    La complessità di un prodotto, infatti, si rivela come l’espressione di articolate fasi e rappresenta, come si diceva prima, una sintesi di diverse professionalità ognuna delle quali assolutamente meritevole di tutela giuridica e normativa, in quanto espressione dei più diversi contributi professionali.

    L’inconsistenza strategica dimostrata dalla classe politica e da quella accademica che hanno, invece, sempre sostenuto questa “valutazione” del lavoro e in base a questa decidere quale fosse meritevole di una tutela, si rivela come il più grande fallimento economico e strategico nel mondo occidentale in relazione al proprio futuro.

    Il mercato globale può rappresentare un’occasione di sviluppo se e solo se i diversi attori che vi partecipano si dimostrano in grado di tutelare la propria cultura industriale ed economica.

    Viceversa, senza queste tutele ogni traguardo culturale e sociale delle singole Nazioni viene azzerato e con loro lo stesso futuro economico, favorendo così le posizioni speculative.

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