Pace

  • La Libia cerca una tregua e pensa a elezioni a marzo ma Haftar non accetta

    La cautela è d’obbligo dopo nove anni di guerra civile alternati da periodi di tregua più o meno
    lunghi. Ma nel cammino accidentato della Libia post-Gheddafi torna ad affacciarsi la possibilità di una svolta: le autorità rivali del governo di Tripoli e del parlamento di Tobruk hanno annunciato un cessate il fuoco duraturo e, soprattutto, la convocazione di elezioni a marzo. Con il plauso della comunità internazionale. Anche se per il momento l’uomo forte dell’Est, il generale Khalifa Haftar, tace.

    La notizia di una cessazione delle ostilità è arrivata dopo settimane di intensi negoziati tra le parti, sotto la regia dell’Onu. Favoriti dallo stallo prolungato sulla linea del fronte Sirte-Jufra, dove a giugno la controffensiva delle truppe fedeli al premier Fayez al Sarraj si era fermata per la
    resistenza delle milizie di Haftar.  A rompere gli indugi è stata Tripoli in una nota in cui Sarraj “ha ordinato a tutte le forze militari di osservare un cessate il fuoco immediato in tutti i territori libici”. Come atto di “responsabilità politica e nazionale”, ma anche in considerazione “dell’emergenza coronavirus”. Sarraj ha inoltre formalizzato la “richiesta di elezioni presidenziali e parlamentari a marzo sulla base di un’adeguata base costituzionale su cui – ha affermato – le parti concordano”. In un comunicato distinto anche le autorità della Cirenaica hanno dichiarato il cessate il fuoco e previsto elezioni “prossimamente”. “Cerchiamo di voltare pagina”, ha detto Aguila Saleh, il leader del parlamento di Tobruk che ha costituito il braccio politico di Haftar nella sua lunga e infruttuosa campagna per prendere il controllo di Tripoli.  L’accordo, se dovesse essere finalizzato, porterebbe finalmente alla piena ripresa dell’attività petrolifera, vitale per l’economia libica. Ripresa già in qualche modo avviata nei giorni scorsi da Haftar, che ha riaperto i pozzi della Mezzaluna dopo 7 mesi. Nel frattempo i ricavi dell’export di greggio saranno congelati nella banca dell’ente nazionale, la Noc.

    La possibile svolta nel conflitto libico è stata accolta con unanime sollievo. Dall’Onu alla Lega Araba, dagli Stati Uniti all’Italia.  I nodi nel percorso di pace, tuttavia, restano. Almeno a leggere per esteso le dichiarazioni dei due schieramenti. Tobruk, ad esempio, non ha esplicitato una data delle elezioni, al contrario di Tripoli. C’è poi la questione Sirte, che Sarraj vorrebbe “smilitarizzata”. Mentre Saleh a questo non ha fatto accenno, anzi ha rilanciato proponendo che la città natale di Muammar Gheddafi, a metà strada fra Tripoli e Bengasi, diventi la capitale di un nuovo governo. Entrambi hanno fatto riferimento alla necessità dell’uscita dal paese di “forze straniere e mercenari”, ma Tobruk ha insistito anche sullo “smantellamento delle milizie”. Che di fatto sono state la rete protettiva di Sarraj. Dopo 48 ore di silenzio, però lo stato maggiore di Khalifa Haftar ha messo in chiaro che i giochi in Libia sono tutt’altro che chiusi. Il suo portavoce ha liquidato l’annuncio del cessate il fuoco proclamato da Tripoli come “marketing mediatico” per nascondere un attacco a Sirte con il sostegno turco.

    Il portavoce di Haftar, Ahmed al Mismari, ha affermato che “la Turchia con le sue navi e fregate si prepara ad attaccare Sirte e Jufra”, dove le milizie dell’est sono asserragliate dopo aver arrestato la controffensiva dei governativi. Mismari ha aggiunto che “delle forze sono state trasferite da Misurata alle zone di Al Hicha, a sud est della città, dopo una riunione tra il capo di stato maggiore turco e un numero di ufficiali e capi milizia di Misurata”. Ossia il gruppo di combattenti più preziosi per Tripoli, che grazie al decisivo sostegno di mezzi militari turchi e dei combattenti siriano filo-Ankara sono riusciti a riconquistare il nord-ovest del Paese. Secondo Mismari, “è prevedibile che le forze e le milizie che avanzano ora si preparino ad attaccare le nostre unità a Sirte e Jufra, per avanzare poi verso la zona della Mezzaluna petrolifera, a Brega e Ras Lanuf”. E se ciò avvenisse, ha avvertito, “le nostre forze armate sono pronte a fronteggiare il nemico”.

    Haftar attraverso i suoi ha fatto sapere di respingere una “iniziativa” di pace “scritta da un’altra capitale”. Un’iniziativa che rischia di far tramontare definitivamente la sua stella, tanto più se lo stesso Saleh dovesse scaricarlo, prendendo atto che la sua campagna per cacciare Sarraj da Tripoli debba essere archiviata una volta per tutte. Sarraj, del resto, ha più volte ripetuto che nel futuro della Libia “non c’è posto per chi ha le mani sporche di sangue”. Ossia Haftar.

    Gli sponsor dei vari contendenti, nel frattempo, restano alla finestra. E non è detto che, bizze di Haftar a parte, Paesi come Turchia, Egitto o Russia siano pronti a rinunciare alla loro influenza sulla Libia. Nonostante gli auspici di Tripoli e Tobruk “sull’uscita delle forze straniere e dei mercenari”.

  • Nuova gelata tra le due Coree

    La Corea del Nord chiuderà le comunicazioni con la Corea del Sud, un nuovo passo indietro nei rapporti tra i due Paesi divisi dal trentottesimo parallelo. La mossa è scaturita dopo le polemiche per la propaganda anti-nordcoreana, condotta con i volantini, definiti “diffamatori” dal Nord, dei gruppi di dissidenti del regime che si sono rifugiati al Sud: una “marmaglia”, ha tuonato Pyongyang, che con le sue azioni ha causato una “catastrofe”. “Siamo giunti alla conclusione che non c’è bisogno di sedersi faccia a faccia con le autorità sudcoreane e che non ci sono questioni da discutere con loro”, è la secca posizione di Pyongyang, che definisce Seul “un nemico”. I volantini erano trasportati da alcuni palloni fatti volare da disertori e attivisti e accusavano il leader nordcoreano Kim Jong Un per le violazioni dei diritti umani e la politica sul nucleare.

    La Corea del Nord “taglierà completamente e chiuderà la linea di comunicazione con il Sud, che sono state mantenute attraverso l’ufficio di collegamento”, a partire dal 9 giugno, come “primo passo” per porre fine a tutti i contatti, prosegue il comunicato dell’agenzia di stampa del regime Kcna, che cita il vice presidente del Partito dei Lavoratori, Kim Yong-chol, e Kim Yo-jong, la sorella del dittatore Kim Jong-un. La tensione era palpabile già da quando la Corea del Nord non ha risposto ad una chiamata telefonica del Sud, per la prima volta dal 2018, quando venne istituito l’ufficio di collegamento. Pyongyang ha risposto, però, ad una successiva più tardi. Il 9 giugno, invece, ha confermato Seul, non ci sono stati contatti.

    La mossa del regime sembra mettere a repentaglio la fase di “disgelo olimpico”, alla quale seguirono tre summit tra Kim e il presidente Moon Jae-in e due vertici tra il leader nordcoreano e il presidente Usa, Donald Trump, da cui non è però nato un accordo per la denuclearizzazione della penisola: i lanci di materiale propagandistico che “hanno danneggiato la dignità della leadership suprema” nordcoreana sono, per il regime, una violazione degli accordi presi con Seul nell’aprile 2018. “Non baratteremo mai la dignità della nostra leadership suprema per qualsiasi cosa, ma la difenderemo a costo delle nostre vite”, si legge nel comunicato. Una risposta pacata è arrivata da Seul, che non si mostra sorpresa della decisione. Il ministero per l’Unificazione ha promesso di continuare a lavorare per “la pace e la prosperità” della penisola, mentre la Casa Blu, l’ufficio presidenziale, ha scelto di non commentare e di non convocare il Consiglio di sicurezza nazionale. “Il governo ha già espresso la propria posizione tramite il ministero dell’Unificazione”, ha tagliato corto un funzionario, e Seul è in contatto con Washington. Fa da pompiere la Cina, che spera che le due Coree possano “continuare a collaborare attraverso il dialogo.

  • Taliban in Kabul for prisoner exchange

    A three-member Taliban team has arrived in Kabul to begin a prisoner exchange process, agreed in the US-Taliban peace deal signed last month.

    The move is likely to kick-start talks between the group and negotiators named by the Afghan government to end the 18-year war. The US-Taliban deal also sets out an exchange of 6,000 prisoners held by the Afghan government and the group.

    “Our three-member technical team will help the process of prisoners’ release by identification of the prisoners, and their transportation”, a Taliban spokesman told the media on Tuesday, and added: “In this regard, they will do a kind of deal with the opposite side. Their practical work would start in coming days “.

    The Taliban had previously refused to speak to the Afghan government directly. The country’s president Ashraf Ghani has been locked in a feud with his main political rival Abdullah Abdullah. Ghani last week announced his 21-member team to negotiate peace with the Taliban, but Abdullah rejected it.

    The talks finally received a boost when the team was endorsed by Abdullah. “The formation of an inclusive negotiation team is an important step towards facilitating intra-Afghan negotiations”, Abdullah tweeted.

    US Secretary of State Mike Pompeo called the developments “good news”: “We’ve seen a team identified. Looks like it’s pretty inclusive, pretty broad. We’re happy about that”, Pompeo said.

  • Accordo con gli Usa, i talebani aiutano Trump a ottenere un secondo mandato

    Donald Trump incassa un successo di politica estera prezioso per le elezioni presidenziali di novembre: la storica firma di un accordo di pace tra Stati Uniti e talebani getta le basi per riportare a casa le truppe Usa dall’Afghanistan e per mettere fine ad una guerra che dura da 19 anni, la più lunga della storia americana.

    Un’altra “promessa mantenuta”, può vantarsi il presidente, dopo i risultati finora incerti e in parte deludenti su altri fronti, dalla Corea del Nord all’Iran, dalla Siria al Medio Oriente. L’accordo è stato siglato in un hotel di Doha, sede dei negoziati da oltre un anno, dopo una settimana di “riduzione della violenza” concordata con Washington.

    Il segretario di Stato Mike Pompeo ha detto che l’intesa “crea le condizioni per  consentire agli afghani di determinare il loro futuro”, la comunità internazionale, dal segretario generale  dell’Onu Antonio Guterres alla Farnesina, dalla Nato alla Ue, plaude: “E’ un importante primo passo in avanti nel processo di pace, un’occasione da non perdere”, ha osservato l’Alto rappresentante Josep Borrell, auspicando “una soluzione politica che comprenda il rispetto dei diritti umani e dei diritti delle donne”.

    Mentre si svolgeva la cerimonia a Doha, il capo del Pentagono Mark Esper era a Kabul per una dichiarazione comune col governo afghano in cui gli Usa ribadiscono il loro impegno a continuare a finanziare e sostenere l’esercito dell’Afghanistan. Il segretario alla difesa Usa ha anche ammonito che se i talebani non onoreranno i loro impegni “gli Stati Uniti non esiteranno ad annullare l’accordo”.

    Quella firmata dall’inviato americano per l’Afghanistan, Zalmay Khalilzad, e dal mullah Abdul Ghani Baradar, vicecapo dei talebani ed esponente dell’originario governo degli insorti, in effetti non è più che una sorta di roadmap soggetta a verifica. Gli Usa si impegnano a ritirare in 135 giorni circa 5000 dei 12mila soldati presenti e gli altri in 14 mesi, anche se resterà un contingente per combattere i gruppi terroristici. I talebani però dovranno rispettare i patti: dovranno rompere con tutte le organizzazioni terroristiche, a partire da quella Al-Qaeda che dopo l’11 settembre costrinse gli Usa ad invadere il Paese, e avviare dal 10 marzo negoziati con il governo afghano, finora escluso da ogni trattativa. L’obiettivo è quello di arrivare ad una tregua durevole e ad una intesa per la condivisione del potere. Ma non c’è alcun fermo impegno dei talebani a difendere i diritti civili e quelli delle donne, brutalmente repressi quando erano al potere e imponevano la sharia. Gli Usa hanno promesso anche di liberare 6000 prigionieri talebani prima dell’inizio dei colloqui tra le parti e la rimozione delle sanzioni.

    Alla vigilia della cerimonia i talebani avevano cantato vittoria: “Da questo storico hotel sarà annunciata la sconfitta dell’arroganza della Casa Bianca di fronte al turbante bianco”, aveva twittato il capo dei social dei guerriglieri postando una foto dello Sheraton. Ma Pompeo li ha invitati a moderare i toni: “So che ci sarà la tentazione di dichiarare vittoria ma essa potrà essere raggiunta solo se gli afghani potranno vivere in pace e prosperità”.

  • Incubi e pretese irredentistiche

    La violenza non risolve mai i conflitti, e nemmeno
    diminuisce le loro drammatiche conseguenze.

    Papa Giovanni Paolo II

    Giovedì scorso, 8 novembre, una cerimonia religiosa ortodossa di sepoltura, in un villaggio in cui vive in pace una minoranza greca in Albania, è stata trasformata in una manifestazione violenta antialbanese. Tutto dovuto ad interventi offensivi, intollerabili e legalmente condannabili di gruppi organizzati paramilitari di estremisti ultranazionalisti greci, venuti appositamente dalla Grecia. Espressione arrogante di pretese, incubi e richiami di irredentismo covati e mai nascosti, da più di un secolo. Mentre le frontiere tra l’Albania e la Grecia sono state definitivamente delineate dal Protocollo di Firenze delle grandi potenze del 27 gennaio 1925 e in seguito sancite, il 30 luglio 1926 a Parigi, dalla Conferenza degli Ambasciatori delle grandi potenze (Patto Sociale n.330). Ciò nonostante, le pretese greche su determinati territori albanesi continuano e si manifestano, come una costante, di volta in volta. Si tratta però, di pretese che non solo non hanno credibili fondamenta storiche, ma che, purtroppo, non di rado sono state appoggiate anche da coperture e manipolazioni religiose.

    Da più di settanta anni, un fatto storico ha offerto un cavillo alla diplomazia greca e non solo, per sancire le loro rivendicazioni irredentistiche. Ai greci sono venuti in aiuto gli scontri militari tra loro e l’esercito italiano. Il 28 ottobre 1940 cominciò quella che è stata riconosciuta come la campagna italiana in Grecia. Nel frattempo l’Italia aveva invaso l’Albania nell’aprile 1939. Da allora, Vittorio Emanuele III, oltre ad essere Re d’Italia e Imperatore d’Etiopia si proclamò anche il Re dell’Albania. Dal territorio albanese il Regio Esercito italiano cominciò l’offensiva contro la regione greca dell’Epiro. Ma la campagna italiana contro la Grecia risultò subito un totale fallimento. Le forze greche, in poco tempo, cominciarono un vasto contrattacco, respingendo le truppe italiane oltre frontiera. Ma non si fermarono lì. Per i greci era rappresentata una ghiotta occasione per entrare e occupare dei territori albanesi. Territori che, per i greci, facevano parte di quella regione per la quale avevano coniato il nome “l’Epiro del Nord”. L’esercito italiano comunque riuscì, a fine febbraio 1941, a tener testa all’avanzata greca. Poi tentarono una massiccia controffensiva per respingere i greci dall’Albania, che purtroppo si concluse con un altro sanguinoso fallimento. Nel frattempo la Germania, con degli interventi ben organizzati e attuati, riuscì ad invadere sia la Jugoslavia che la Grecia. Paesi che subito sono stati costretti ad accettare la capitolazione. Soltanto grazie all’intervento tedesco, la campagna italiana in Grecia si concluse il 23 aprile 1941 come vittoriosa nel finale, nonostante sia stata considerata come un grave insuccesso politico e militare.

    Per la Grecia l’importanza storica del conflitto armato con l’Italia è talmente grande che come Festa Nazionale è stata proclamata non la fine della Seconda Guerra Mondiale, bensì l’inizio del conflitto con l’Italia, cioè il 28 ottobre. Una data questa che, da un anno a questa parte, è entrata ufficialmente anche nei rapporti tra l’Albania e la Grecia. In seguito anche il perché.

    Stranamente però, la Grecia mantiene tuttora lo “stato di guerra” con l’Albania, mentre da tempo non lo ha più con l’Italia! E questo perché la sopracitata campagna greca cominciò dal territorio albanese! Un ragionamento questo che fa acqua da tutte le parti, ma che la diplomazia greca porta ancora avanti. Nonostante l’Albania e la Grecia abbiano anche ratificato un Trattato di Amicizia tra di loro, che è entrato in vigore il 5 febbraio 1998. Tutti questi sopramenzionati fatti storici e ufficiali non bastano però a placare, una volta per sempre, i piani irredentistici della Grecia verso determinati territori albanesi.

    Parte integrante di questi piani, sembrerebbe sia anche la presenza di alcuni cimiteri militari dei caduti greci in territorio albanese durante la controffensiva del 1941. Cimiteri distribuiti nel sud e sud-est dell’Albania, in seguito a lunghe trattative tra l’Albania e la Grecia. Ma secondo credibili testimonianze storiche e/o di anziani abitanti, spesso nei luoghi scelti per i cimiteri non è stato mai combattuto! In questo ambito non sono mancati neanche gli scandali. Scandali condannabili non soltanto legalmente, ma soprattutto moralmente. Si è trattato di consapevoli riempimenti di bare non con le ossa dei soldati greci, bensì con scheletri di bambini e donne. Scandali che sono diventati ancora più clamorosi perché sono stati coinvolti anche alcuni preti ortodossi, sia albanesi che greci, e altri rappresentanti delle due chiese. Fatti gravi, evidenziati e resi pubblici in diverse parti del territorio albanese, sempre nell’ambito della costruzione dei cimiteri militari per i caduti greci. Da una delibera del 13 dicembre 2017 del governo albanese è stata stabilita anche la data della ricorrenza: ogni 28 ottobre. Tutto questo e altro ancora è storia vissuta.

    Tornando alla realtà di queste ultime settimane, il 28 ottobre scorso, durante la ricorrenza per i caduti greci del 1941, in un villaggio della minoranza greca nel sud dell’Albania, un abitante ha provocato e ha sparato con un mitra, prima in aria e poi verso una macchina della polizia. Dopo alcune ore, continuando a non consegnarsi e sparando contro i poliziotti, l’aggressore è stato ucciso dalla polizia albanese. Si è saputo in seguito, secondo fonti mediatiche, che la vittima era un estremista e ben addestrato per l’uso delle armi e non solo. Tutto ciò è diventato subito un caso diplomatico tra i due paesi. A gettar benzina sul fuoco è servita anche una irresponsabile dichiarazione del Primo Ministro albanese. E, guarda caso, un giorno dopo le tante discusse dimissioni del ministro degli Interni. Un’ottima opportunità per spostare l’attenzione pubblica e mediatica.

    Dopo le dovute verifiche e le procedure legali, è stato dato anche il nulla osta per la sepoltura. La cerimonia ha avuto luogo nel villaggio natale della vittima, l’8 novembre scorso. Un villaggio di pochi abitanti ormai. Ma durante la cerimonia, oltre ai familiari, i parenti e i compaesani erano in tanti, alcune migliaia, quelli venuti dalla Grecia. E, purtroppo, si trattava di persone con degli obiettivi ben definiti e che poco avevano a che fare con la pacificità e la sacralità della cerimonia di sepoltura. I manifestanti, tenendo delle gigantesche bandiere della Grecia, gridavano “ascia e fuoco contro i cani albanesi”. Altri tenevano dei grandi manifesti offensivi nei quali, tra l’altro, era scritto “Qui è Grecia”. Inequivocabili incitamenti dell’odio nazionale e testimonianze dell’offesa nazionale. In seguito sono arrivate le dovute reazioni diplomatiche da entrambe le parti. La faccenda non è chiusa ancora, almeno mediaticamente.

    Chi scrive queste righe, riferendosi a quanto sopra e ad altri precedenti avvenimimenti, considera quanto è accaduto una grave e aggressiva offesa fatta alla dignità nazionale albanese sul proprio territorio. Egli è convinto anche dell’incapacità dei politici albanesi, e soprattutto del primo ministro, di affrontare come si deve situazioni del genere. Essendo altresì convinto che, come diceva Papa Giovanni Paolo II, la violenza non risolve mai i conflitti, e nemmeno diminuisce le loro drammatiche conseguenze.

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