Pace

  • Speranze per il nuovo anno

    Eccoci, ancora insieme, ad augurarci buon Natale e buon anno.

    Il tempo vola inesorabile e tanti progetti e speranze sono rimaste lì ad aspettare un nuovo anno, in ogni caso, con tutte le difficoltà ed i problemi di tutti, Il Patto Sociale ha cercato di darvi informazioni corrette, commenti ed analisi non di partito preso, insomma abbiamo cercato di essere uno strumento utile mantenendo ad ogni costo la nostra totale indipendenza.

    Pensiamo di interpretare il vostro pensiero elencando alcune delle speranze che il nuovo anno dovrebbe rendere realtà concreta.

    Una pace giusta e dignitosa per l’Ucraina e la condanna per tutti coloro che, partendo da Putin, si fanno beffa delle leggi internazionali e dei diritti delle persone.

    Una società che non dipenda dall’intelligenza artificiale ma dall’intelligenza degli esseri umani capaci di non diventare, inconsapevolmente, schiavi delle macchine e della tecnologia, capaci di non cedere alla tentazione del profitto ad ogni costo.

    Un ritorno al rispetto reciproco, all’empatia, alla consapevolezza che se non si ha cura di tutto quanto è intorno a noi rischiamo di perdere la nostra stessa vita perché l’ecosistema non è una cosa astratta ma la vita di ciascuno dipende dalla vita degli altri, uomini, animali, alberi, terra, aria, acqua.

    Uno sguardo più attento, che ci faccia poi agire concretamente, per aiutare i tanti che hanno bisogno di aiuto.

    E tutto il resto che sappiamo se guardiamo dentro il nostro cuore, auguri ed un abbraccio,

    Cristiana Muscardini e Il Patto Sociale

  • La pace non passa dalla violenza

    Siamo sempre stati, nel corso dei decenni e nel presente vicini ad Israele condannando in modo chiaro coloro che, in un modo o nell’altro, sono stati, consapevolmente o meno, supporter di Hamas.

    Temiamo e combattiamo, per quanto è il nostro ruolo, il pericolo di un terrorismo e di un antisemitismo che è diventato più diffuso e continuiamo a credere che per rendere giustizia ai tanti morti innocenti la strada per la pace e la convivenza non possa che passare dalla consegna delle armi di Hamas e dalla punizione dei colpevoli.

    Detto questo siamo anche fermi nella condanna di quei coloni che distruggono le case e gli uliveti tradendo, nell’abbattere e bruciare gli alberi, anche il lavoro dei primi pionieri israeliani che impiegheranno la loro vita per rendere coltivabile un terreno arido e difficile.

    La pace, il diritto alla propria sicurezza, non può passare dalla violenza contro inermi e dalla distruzione delle piante di ulivo.

  • Ogni cosa ha un prezzo

    Ogni cosa ha un prezzo e più l’obiettivo è importante più il prezzo sale.

    Se pace veramente sarà a Gaza, quando e come vedremo, il prezzo è stato per tutti altissimo sia per i civili palestinesi, morti a decine di migliaia per le bombe di Israele e per essere stati usati da Hamas come scudi umani, che per gli israeliani, sia quelli massacrati il 7 ottobre che gli altri, tenuti prigionieri e molti morti od uccisi durante la detenzione.

    Una pace che pesa per le condizioni che vedranno i pochi ostaggi israeliani rimasti, alcuni vivi ed altri cadaveri, restituiti a Israele mentre in cambio centinaia e centinaia di terroristi di Hamas saranno liberati, queste sono le condizioni, e facilmente questi torneranno, prima o poi, al loro turpe mestiere.

    Chi darà la garanzia che i tunnel saranno tutti distrutti, che saranno identificati tutti i depositi di armi, che i finanziamenti iraniani non continueranno a finanziare gli islamisti, che Hamas non continui ad arruolare nuove leve e a ricattare e terrorizzare la popolazione?

    Certamente il presidente Trump, e chi ha collaborato con lui nel difficile percorso che ha portato al cessate il fuoco ed aperto la strada al percorso di pace, ha dimostrato una volontà ed una capacità di mediazione ed intervento, con coprotagonisti i paesi arabi, che ci consente di sperare.

    Mentre a Gaza riprendono gli aiuti umanitari, per la popolazione allo stremo, non possiamo nascondere una realtà antica e sempre nuova, Hamas sarà veramente sconfitto, e messo in grado di non nuocere più, solo se il popolo palestinese saprà, nel suo insieme e singolarmente, riconoscere il diritto all’esistenza ed alla vita di Israele e costruirà un percorso di vita democratica mettendo al bando ogni terrorista.

    Una strada che per ora è un sentiero pieno di incognite ma che bisogna avere il coraggio di intraprendere, tutti, abbandonando quegli atteggiamenti che, anche in Europa ed in Italia, danno fiato all’antisemitismo.

  • Accordi di pace

    Sappiamo che il Presidente americano Trump ha un forte ego e ama attribuirsi soluzioni miracolose per le situazioni politiche ed economiche più complicate che altri non hanno saputo risolvere. Chi ha potuto ascoltare la conferenza stampa che ha tenuto con il Primo Ministro israeliano Netanyahu avrà notato come il Tycoon abbia sottolineato almeno due volte che la crisi in Medio Oriente, che dura da almeno duemila anni abbia, grazie a lui, finalmente trovata una risposta positiva e definitiva. Gli ostaggi a Gaza saranno liberati entro 72 ore, l’esercito di Israele si ritirerà dalla Striscia in successive ondate, un nuovo Governo provvisorio che lui stesso coordinerà gestirà il mantenimento dell’ordine e dei servizi essenziali mentre la ricostruzione programmata consentirà a tutti i palestinesi del posto di ritornare (se lo vorranno) nel loro territorio. Un’aggiunta molto importante che ha giustamente tenuto a evidenziare ha riguardato il fatto che tutti i Paesi arabi e musulmani hanno concordato sul piano di pace da lui proposto e collaboreranno alla futura gestione dell’area. Il tono e le parole usate sono state scelte sicuramente in accordo con Netanyahu, che ha confermato tutto quanto detto dal Presidente. Mentre Trump non ha fatto alcun accenno alla questione della Cisgiordania affollata da coloni israeliani abusivi, il Primo Ministro ha però ribadito che la nascita di uno Stato palestinese è inaccettabile poiché costituirebbe un costante pericolo per la sicurezza di Israele.

    Che la possibile soluzione negoziata del conflitto a Gaza, così come presentata, sia un’ottima cosa e perfino il massimo ottenibile vista la situazione attuale resta indiscutibile. Che ciò rappresenti la risposta definitiva ai conflitti medio-orientali e sistemi una diatriba secolare è, tuttavia, una grossolana millanteria basata sul nulla. Diamo pure per buona l’idea che uno Stato di Palestina possa rappresentare un pericolo per la sopravvivenza dello stesso Israele, ma come la si mette allora con tutti i palestinesi che oggi vivono in Cisgiordania? Non sono decine, né centinaia, bensì milioni di persone a molti dei quali è stata sottratta con la forza bruta la terra che coltivavano e le case in cui abitavano. Anche chi di loro ancora può vivere del proprio raccolto e abitare nella propria casa come si organizzerà? L’ANP è screditata ma, pure se non lo fosse, quale governo potrebbe gestire una regione con pezzettini di terra distribuiti a macchia di leopardo e con difficoltà di collegamento tra l’uno e l’altro?

    A tutti noi piacerebbe che quanto detto in conferenza stampa a Washington costituisca davvero la fine dei secolari problemi tra ebrei e arabi in quelle terre ma qualche dubbio non minore rimane. Il problema della convivenza tra ebrei e musulmani non è mai esistito nella storia. A differenza di ciò che hanno fatto i cristiani verso i seguaci di Abramo attraverso pogrom, emarginazioni, persecuzioni ed esilio forzato, gli Stati a maggioranza musulmana li hanno sempre accolti pacificamente e la coesistenza delle due religioni sullo stesso territorio non ha mai creato problemi di alcun genere, tanto è vero che quando gli ebrei furono cacciati dalla Spagna cattolica la maggior parte di loro trovò rifugio e benessere proprio ove a comandare erano i musulmani. Il vero problema è cominciato solo quando i sionisti hanno preteso la creazione dello Stato di Israele e l’ONU ne ha stabilito la nascita formale. Fu allora che, nonostante l’Arabia Saudita in un primo momento e su pressioni inglesi accettasse quella decisione, gli Stati arabi della zona si ribellarono e iniziò la prima delle sanguinose guerre tutte poi vinte da Israele.

    Con gli Accordi di Abramo era sembrato che ci si incamminasse verso una soluzione pacifica ma il problema dei palestinesi era rimasto in sospeso in attesa di (im)possibili nuovi sviluppi. Perfino Riad si stava preparando ad aderirvi e, probabilmente, gli attacchi di Hamas del 7 ottobre furono scatenati proprio per impedirlo. La comprensibile reazione israeliana ha rimesso in discussione persino quell’Accordo già raggiunto rendendo impraticabile la sua continuazione. Ora, se veramente finirà la carneficina di Gaza con l’intesa tra tutti gli Stati coinvolti, gli Accordi di Abramo potrebbero anche rinascere e allargarsi. Non va, tuttavia, sottovalutato il fatto che né a Washington né a distanza, alcun rappresentante dei palestinesi sia stato direttamente coinvolto.

    Dire quindi, come hanno fatto in conferenza stampa, che si “apre una storica pace definitiva” per tutto il problema medio-orientale può essere utile a un Trump che pretende di ottenere il premio Nobel per la pace, ma a chi osserva con obiettività i fatti sembra una vanteria più che esagerata. Forse, se non ci saranno colpi di coda di Hamas (destinata ad auto-annullarsi, cioè “suicidarsi”, secondo le intese annunciate da altri) la popolazione di Gaza potrà tirare un sospiro di sollievo, ma come la metteremo con l’insieme di tutti i palestinesi e della Cisgiordania in particolare?

  • Costruire la pace significa sapersi opporre alle violazioni dei diritti umani di tutti non solo di alcuni

    Ora le forze politiche, con toni diversi ma più o meno tutte, condannano i vandalismi e le aggressioni avvenuti durante le manifestazioni per Gaza.

    Dimenticano che il linguaggio aggressivo e violento, che gran parte di loro ha usato negli ultimi anni, ha fortemente contribuito all’escalation di sentimenti di odio non solo in quei gruppi che già in passato avevano aggredito la polizia, i carabinieri e proferito serie minacce contro gli avversari politici, ormai identificati come nemici da abbattere.

    A prescindere dalle ovvie considerazioni che non saranno gli scioperi e le manifestazioni a salvare i civili di Gaza, a fermare il premier israeliano e ancor di più a far desistere Hamas dal trattenere gli ostaggi ed usare gli abitanti di Gaza come scudo umano, ci sorge spontanea la domanda “perché non ci sono state manifestazioni contro Hamas sia dopo il 7 ottobre che a seguito di tutte le innumerevoli volte nelle quali abbiamo capito che è responsabilità dei terroristi di Hamas che tanti civili perdono la vita?”.

    Ed ancora: cosa ha impedito ed impedisce a Landini e company di sfilare contro l’aggressione continua all’Ucraina, l’uccisione di uomini, donne, vecchi, bambini, la loro deportazione, la distruzione sistematica di infrastrutture, ospedali, scuole, case, gli sconfinamenti di velivoli russi sul suolo dei paesi Nato che dimostrano la volontà di Putin di creare quell’incidente che può significare l’inizio di una guerra globale?

    Come può progredire in pace una società nella quale, ormai a livello globale, si vive di odio, potere, sopraffazione delle idee e poi delle vite altrui? Una società nella quale i popoli, cloroformizzati dai social, diventano una massa amorfa non più un insieme di individui pensanti capaci di comprendere, accettare, anche il pensiero che non condividono.

    Mentre ci astraiamo dalla realtà postando le immagini delle nostre vacanze o dei piatti che mangiamo al ristorante, mentre altri consumano la loro vita leggendo le storie, più o meno vere, dei personaggi noti ed altri si accaniscono sulla tastiera lanciando messaggi di odio e parlando di cose che non conoscono, mentre i ragazzi sono bulli violenti o vittime di bullismo e perdono la vita in sfide create dall’intelligenza demenziale di un sito, la realtà, che non è mai la nostra verità, è che in una società, sempre più brutale ed indifferente, sfilare per la pace non serve a nulla se non siamo in pace con noi stessi e con gli altri intorno a noi.

    Costruire la pace significa potersi e sapersi opporre alla violenza, ai soprusi, alle violazioni delle leggi e dei diritti umani di tutti non solo di alcuni, chi non lo fa è complice dei tanti tiranni che, attraverso le oligarchie o le pseudo democrazie, ogni giorno, ormai da troppo tempo, erodono un po’ della nostra libertà.

  • Parcere victis debellare superbos

    Dopo Il nuovo devastante bombardamento russo sulla capitale ucraina, le centinaia di bombe e missili guidati e le migliaia di droni che Putin ha fatto sganciare contro l’Ucraina e l’inerzia del presidente americano, capace solo di parole, tutti coloro che credono nella giustizia e nella libertà, senza le quali non ci può essere pace, identificano, ad oggi, in Trump il più importante alleato di Putin.
    Altri avranno dato a Putin armi e soldati mercenari o schiavi di regime, altri gli avranno consentito affari con il gas ed il petrolio ma oggi il vero alleato di Putin è Trump che con i suoi silenzi, le dichiarazioni a sproposito, i tentennamenti, le false incazzature, le promesse di armi, mai inviate al tempo giusto, ha consentito a Putin in questi ultimi mesi di avanzare ulteriormente in territorio ucraino distruggendo ospedali, case, scuole ed uccidendo ancora ed ancora adulti e bambini.
    Non odiamo il popolo russo, anzi lo sentiamo per certi aspetti vicino e lo compiangiamo per  tutti coloro che non sono in grado di difendersi, di difendere la Russia da un criminale assetato di potere e preda di gravi turbe emotive rimastegli dalla sua infanzia, dai suoi numerosi complessi, e dalla scuola del Kgb.

    A quest’uomo che si bagnava in acque gelide, cavalcava a torso nudo, si professava campione di arti marziale per cercare di sembrare più alto, più forte, più indomito conquistatore, a quest’uomo oppresso dalle ombre che gli fanno vedere nemici ovunque e ammanta la sua vita di misure di sicurezza proprie di un tiranno cosa dobbiamo sinceramente augurare?
    Parcere victis debellare superbos dicevano i latini e chi è più superbo di Putin e più pericoloso in questo momento?
    A noi europei possiamo solo augurare di capire in fretta, ed agire di conseguenza, che Trump non è la strada per la pace e la libertà dell’Ucraina e neppure per la nostra!

  • Congo e Ruanda siglano la pace, ma sull’accordo non c’è la firma delle milizia M23

    Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, la sottosegretaria per gli Affari politici, Allison Hooker, e il consigliere senior Massad Boulos hanno ospitato, il 27 giugno a Washington, la firma ministeriale dell’accordo di pace tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda. La ministra degli Esteri Therese Kayikwamba Wagner ha firmato per conto della parte congolese e il ministro degli Esteri Olivier Nduhungirehe per la parte ruandese, con Rubio in qualità di testimone. Lo riferisce un comunicato del dipartimento di Stato statunitense, aggiungendo che alla cerimonia erano presenti anche il presidente dell’Unione africana, Mahmoud Ali Youssouf, il ministro degli Esteri del Togo, Robert Dussey, per conto dell’Ua, e il ministro di Stato del Qatar, Mohammed bin Abdulaziz al Khulaifi, in qualità di osservatori.

    L’accordo è entrato in vigore al momento della firma e gli Stati Uniti ribadiscono il loro impegno a sostenerne la piena e tempestiva attuazione, in stretto coordinamento con l’Unione africana, il Qatar e il Togo. “Nelle prossime settimane ci auguriamo di ospitare un vertice dei capi di Stato alla Casa Bianca per promuovere ulteriormente la pace, la stabilità e la prosperità economica reciproca”, si legge nella nota. La firma “segna una pietra miliare storica nel perseguimento della pace e della prosperità per la Repubblica Democratica del Congo, il Ruanda e, più in generale, la regione africana dei Grandi Laghi”, sottolinea il dipartimento di Stato, ricordando che l’accordo è il frutto di mesi di negoziati, guidati dal consigliere Boulos.

    L’accordo presenta tuttavia alcuni problemi. Anzitutto, ufficialmente Repubblica Democratica del Congo e Ruanda non erano in guerra: il Ruanda è accusato di aver inviato i propri militari in Congo a sostegno dell’M23, un gruppo paramilitare che combatte contro l’esercito regolare congolese e che da gennaio controlla varie zone nell’est del paese. Il presidente ruandese Paul Kagame però ha sempre negato sia di aver inviato l’esercito in Congo, sia di appoggiare l’M23 in altri modi (per esempio finanziariamente o con addestramenti).

    L’altro problema riguarda il fatto che l’M23 non ha partecipato ai negoziati che hanno portato all’accordo (sebbene abbia partecipato ad altre trattative). Di fatto quindi la parte sul disarmo e sull’integrazione nell’esercito regolare, che lo riguarda direttamente, non è stata approvata dal gruppo, che infatti ha detto: «Qualsiasi [accordo] che ci riguarda e che è fatto senza di noi, è contro di noi». Non sembra quindi che l’M23 abbia intenzione di rispettarlo, e non è chiaro se si ritirerà dalle zone occupate e cosa ne sarà dei suoi miliziani (oltretutto l’M23 nacque nel 2009 proprio da una frangia dissidente di un precedente gruppo paramilitare, contraria all’epoca al patto col governo congolese che avrebbe previsto l’integrazione nell’esercito).

    Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno portato avanti anche delle trattative con il Congo per garantirsi l’accesso alle sue ingenti risorse minerarie, che sono concentrate soprattutto nelle regioni controllate dall’M23. Il Ruanda è accusato di sfruttarle in modo illecito, ossia usando i legami con l’M23 per importare illegalmente i minerali nel paese e poi esportarli in tutto il mondo. Non si sa cosa stiano concordando gli Stati Uniti, ma un eventuale ritiro dell’M23 dalla zona potrebbe facilitare l’accesso statunitense a queste risorse.

  • Per prevenire le guerre e avere la pace

    Per avere la pace bisogna agire per prevenire lo scoppio delle guerre, poi tutto altrimenti diventa veramente difficile.

    Per prevenire le guerre bisognerebbe che ogni nazione vivesse in sistemi democratici nei quali la volontà popolare impedisce che dittatori violenti e megalomani pensino di essere al di sopra delle leggi e di poterle modificare secondo il loro interesse.

    Per prevenire le guerre tutti i leader politici dovrebbero rispettare il diritto internazionale e la carta universale dei diritti dell’uomo.

    Per prevenire le guerre bisogna che ogni stato abbia materiale sufficiente a difendersi in caso di aggressione e che le alleanze tra i vari Stati, per la difesa comune, sia chiara senza tergiversare e negare gli aiuti nei momenti più cruciali.

    Israele è costretta a difendersi dopo che per decenni la sua esistenza è stata, da alcune nazioni e realtà politiche, negata anche sulla carta geografica mentre non si può negare ed ignorare che vi sono stati sempre più attacchi contro cittadini ebrei in varie parti del mondo.

    Le Nazioni Unite hanno dimostrato, anche con la guerra in Ucraina voluta e portata avanti, con irragionevole crudeltà e determinazione, da Putin, di non essere, così come attualmente strutturata, all’altezza del compito, occorre una riorganizzazione al passo con la realtà.

    La popolazione iraniana da troppi anni subisce le violenze di un governo integralista che oltre a portare morte, nelle carceri e sul patibolo, a tanti suoi cittadini finanzia varie organizzazioni terroriste, partendo da Hamas, e fomenta la distruzione dei civili ucraini fornendo migliaia dei propri droni alla Russia.

    Come tutti vogliamo la pace, per avere la pace occorre prevenire le guerre, per prevenirla bisogna qualche volta intervenire drasticamente per distruggere armi di distruzione massa ed impedire che governi sanguinari prevalgano e distruggano la libertà sul proprio e degli altrui popoli.

    Ci auguriamo che il popolo iraniano possa tornare alla libertà scacciando per sempre i tiranni che la opprimono e trovi con Israele, e gli altri paesi della regione, accordi stabili per la reciproca sicurezza, così come siamo e saremo, a prescindere dai governi, con Israele perché possa vivere in pace senza il continuo timore di attacchi alla sicurezza dei suoi cittadini ed alla integrità del suo territorio.

  • L’Ambasciata di Svizzera di Roma apre le porte ai quattro film cui ha conferito il Premio per la Pace

    Cinema e Diritti umani sono i temi di cui si è discusso il 29 maggio presso l’Ambasciata Svizzera di Roma. Per la prima volta sono stati proiettati insieme gli estratti dei 4 film vincitori del Premio per la Pace: EN CAMINO di Isabella Cortese, ÇERX di Metîn EWR, STAI FERMO LÌ di Clementina Speranza e SHALOM – SALAAM – PEACE di Alexia Tsouni.

    Il Premio per la Pace è nato nel 2021 e viene rilasciato dall’Ambasciata Svizzera in Italia, all’interno del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, all’autore del film che meglio interpretata il valore della Pace.

    “L’Ambasciata è lieta di sostenere il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli già da qualche anno ed è lieta di sostenerlo in futuro anche assegnando un Premio per la Pace – dichiara Roberto Balzaretti, Ambasciatore Svizzero -. Il riconoscimento è frutto di collaborazione tra il Festival e l’Ambasciata, e noi ci auguriamo che diventi parte integrante del festival stesso. Assegnando questo premio desideriamo sottolineare la necessità di rispettare i diritti umani per ottenere una pace durevole e sostenibile. I 4 film che hanno vinto il nostro premio parlano di temi diversi: libertà di espressione e protezione delle minoranze, rispetto dei diritti delle donne e dei diritti umani per la promozione della pace specialmente nella prevenzione dei confini. I film premiati raccontano storie di disuguaglianze, di discriminazioni, di violenze, di impunità, di mancanza di diritti fondamentali. Sono onorato di poter celebrare il talento dei registi, degli autori e di rendere omaggio a chi attraverso l’arte stimola il dibattito pubblico. Loro sanno che la comunicazione attraverso le immagini crea un ponte tra lingue e culture diverse, sanno che abbattono barriere, promuovono empatia e solidarietà. Pertanto meritano il nostro rispetto e il nostro sostegno”.

    All’evento organizzato dell’Ambasciata Svizzera di Roma si è parlato quindi di pace, libertà e giustizia sociale, temi veicolati attraverso il cinema. Il talk è stato moderato dall’Ambasciatore Balzaretti e hanno preso parte Maurizio Del Bufalo, Direttore del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, e la regista-giornalista Clementina Speranza, vincitrice del Premio per la Pace 2023.

    “Ringrazio ancora l’Ambasciata Svizzera in Italia per il riconoscimento e desidero sottolineare che nella motivazione del premio c’è il nome di Babak ed è il suo racconto ad aver vinto, la sua incredibile storia, la sua resilienza, la sua forza di rialzarsi, i suoi messaggi di pace e speranza. Ringrazio anche Nino Carè, uno dei montatori che oggi è qui presente in sala”, esordisce Clementina Speranza. La regista ha parlato anche dei pregiudizi e degli stereotipi verso i rifugiati politici. “Dante Alighieri, Niccolò Machiavelli, Victor Hugo, Albert Einstein, Sigmund Freud, Frederyk Chopin, Richard Wagner, Marlene Dietrich, Freddie Mercury, anche lui iraniano, erano personaggi che si sono distinti nell’arte e nella scienza. E tutti rifugiati politici, ma lo stereotipo di rifugiato politico nell’immaginario collettivo, purtroppo per ignoranza, è diverso. In tanti pensano siano clandestini, privi di competenze e miseri. Il diritto alla dignità viene violato quando si è giudicati in base a pregiudizi e si è discriminati. Il film vuole anche smentire lo stereotipo: Babak è colto, parla 6 lingue, è un artista e ama indossare la giacca. Anche il pregiudizio è violazione dei diritti umani”, ha concluso Clementina Speranza.

    “I rifugiati non hanno soltanto la preoccupazione di trovare una casa e di salvare la propria vita una volta arrivati nel Paese che li accoglie, ma c’è un problema che viene denunciato attraverso i film da tantissimi autori: nonostante gli venga offerto un tetto, del cibo, queste persone hanno bisogno di esprimersi, continuare a fare il loro lavoro, ma tutto questo viene spesso impedito dai regolamenti dell’ospitalità di grandi Paesi come la Germania, la Danimarca, l’Olanda…Ci arrivano film che sono denunce di queste persone e ci dicono ‘noi non riusciamo a stare fermi’, e anche il messaggio del film ‘Stai fermo lì’ è questo: devi stare fermo, non devi disturbare, ti diamo già da vivere. Un modo molto triste di affrontare il problema dell’ospitalità”, afferma Maurizio del Bufalo, direttore del Festival.

    In sala l’Ambasciatore dell’Ecuador in Italia Esteban Assar Moscoso Bohman, parlamentari, avvocati, giornalisti e molti personaggi del mondo del cinema, come le attrici Livia Bonifazi e Isabel Russinova, quest’ultima con il marito regista Rodolfo Martinelli Carraresi, Alina Trabattoni direttrice artistica del Festival Atena Nike e Alexia Tsouni, regista del film SHALOM – SALAAM – PEACE, Babak Monazzami protagonista di STAI FERMO LÌ, Cristiano Gassani esperto di immagine e comunicazione, Piero Pacchiarotti direttore dell’International Tour Film Festival (ITFF) grazie al quale il documentario di Clementina Speranza è stato proiettato anche al Museo di Arte Moderna di Ulsan con sottotitoli in coreano.

  • Parlare di pace è facile, costruirla mentre infuriano guerre e stragi è complesso

    Marciare, radunarsi, chiedere che i civili di Gaza abbiano cibo, acqua, medicine, è giusto e va fatto ed è stato fatto.

    Marciare, radunarsi in decine di migliaia per chiedere che Hamas si ritiri dal potere che esercita contro i civili di Gaza, usandoli come scudi umani, sottraendo il loro cibo, esponendoli ad ogni tragedia di morte e riconsegni ad Israele gli ostaggi che ancora detiene, sarebbe giusto fosse fatto e non è stato fatto.

    Ai pacifisti non sempre pacifici, e quasi sempre lontani dalla realtà ed immersi nelle loro utopie ed ideologie, non viene in mente, neppure dopo più di tre anni di morte e distruzione in Ucraina, di sfilare e chiedere alla Russia, a Putin di cessare il fuoco, di sedersi ad un tavolo di trattative serie, senza le ridicole telefonate con Trump nelle quali, probabilmente, parlano più di possibili affari che di decisioni necessarie a salvare la vita e la libertà di milioni di persone, russi compresi.

    Parlare di pace è facile, costruire la pace mentre infuriano guerre e stragi è complesso e richiede un impegno costante ed una conoscenza profonda delle realtà antiche e presenti e delle psicologie di coloro che per scelta o per destino sono diventati i protagonisti di questi anni sciagurati, doti che al momento non appaiono.

    Costruire la pace significa anche sapere quali sono i presupposti e necessari per poterla mantenere una volta raggiunta ed è certo che senza il rispetto del diritto internazionale, della libertà dei popoli, della sicurezza territoriale, dell’integrità nazionale qualunque pace diventa effimera.

    Certo non vi sarà nessuna pace tra Russia ed Ucraina fino a che Trump continuerà a porsi come mediatore e a comportarsi come un ondivago, inconcludente, supporter di Putin, quando il presidente degli Stati Uniti paragona  Putin  e Zelensky a due ragazzini che litigano nel parco mentre continua la strage di civili in Ucraina è ormai evidente quanto sia scoordinato dalla realtà e costretto ad accettare che non è in grado di imporre la pace promessa ed è incapace di aiutare l’Ucraina come sarebbe suo dovere.

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