scontri

  • Considerazioni

    Nell’apparente assenza delle solite polemiche tra forze politiche l’ottantunesima ricorrenza del 25 aprile è stata invece segnata, nelle varie strade e piazze, da ignobili insulti alla Brigata Ebraica, dallo strappo della bandiera ucraina e dal folle gesto di chi ha sparato, fortunatamente con poche conseguenze, sul corteo, per non parlare di tutti gli altri episodi di grave intolleranza che, in  più luoghi, hanno dimostrato quanto violenza ed odio vivano tra di noi nonostante le tante volte nelle quali, proprio i violenti, hanno parlato e parlano di pace e libertà.

    Avrebbe dovuto essere un giorno di riflessione, un momento per pensare anche a tutti quei popoli che soffrono sotto dittature più o meno travestite, per ricordarci che libertà e democrazia sono beni preziosi che vanno difesi ogni giorno e che non ci può essere libertà vera, democrazia compiuta se c’è ancora tanto odio, rancore, violenza ed ingiustizia.

    Speriamo nell’anno prossimo?

  • La Premier Meloni sugli episodi nei cortei del 25 aprile: “Direi che abbiamo un problema”

    Dopo gli episodi verificatisi in occasione dei cortei svoltisi a Roma e Milano per il 25 aprile la Premiere Meloni ha dichiarato, su Facebook: “Ricapitolando. Durante alcune delle manifestazioni per il 25 aprile, cioè manifestazioni che dovrebbero celebrare la libertà contro ogni oppressione: aggressioni contro chi portava una bandiera ucraina (tra cui anche esponenti politici), cioè la bandiera di un popolo che combatte per la sua libertà contro un invasore. Si sono viste addirittura immagini indegne di un anziano a cui viene impedito di partecipare alla manifestazione; sindaci democraticamente eletti, di ogni schieramento politico, contestati e insultati; cartelli e targhe in ricordo delle Foibe imbrattati; la Brigata ebraica insultata in piazza e costretta ad allontanarsi dal corteo sotto scorta delle Forze dell’ordine. Se questi sono quelli che dicono di difendere libertà e democrazia, direi che abbiamo un problema”.

  • La gravità delle cose: la pagliuzza e la trave

    Ci sono cose gravi che accadono ogni giorno, anzi gravissime, ed alle quali è data pochissima importanza, o sono semi ignorate, altre che diventano più gravi per l’impulso mediatico e partitico che le stigmatizza e da loro risonanza.

    Ci sono cose gravissime delle quali non si va a fondo per capire il perché accadono, per cercare di impedire che si ripetano.

    È gravissimo quanto accade, da ormai quattro anni in Ucraina, senza che certi benpensanti, paladini della libertà e del diritto, dedichino un po’ del loro tempo per radunarsi in piazza e marciare contro la vigliacca e barbara guerra di Putin, quegli stessi che, in gran parte pacificamente ma insieme a violenti facinorosi, hanno marciato per Gaza.

    E’ gravissimo che anche i morti contino meno se sono uccisi da Putin, al quale ancora troppa parte dell’occidente strizza l’occhio ed una parte ne ha preso o continua a prendere soldi.

    È gravissimo che durante i tanti cortei pro Pal si siano fatti molti danni ad infrastrutture pubbliche e private e ferito centinaia di poliziotti e carabinieri senza che vi sia stata una vera e ferma condanna degli organizzatori dei cortei, l’allontanamento dei delinquenti, un impegno alla vigilanza ed al controllo, un abbassamento dei toni della politica partitica di gran parte della sinistra e di Landini.

    È particolarmente grave non siano state riportate dalla stampa, con sufficiente clamore e perseveranza, le informazioni sull’iter giudiziale, se mai c’è, di coloro che in più occasioni, in quei cortei, hanno inneggiato ad Hamas, festeggiato la strage del 7 ottobre, ribadito che gli ebrei devono morire. Grave per il futuro di tutti noi, non solo degli ebrei, grave perché quelle persone sono delinquenti abituali o incoscienti succubi di altri violenti e perciò potenziali futuri delinquenti, grave anche perché, se non saranno adeguatamente puniti, si sentiranno legittimati a continuare sulla stessa strada di odio e violenza.

    Grave, molto grave che in una sede giovanile di Fratelli d’Italia, il 28 ottobre, tre, quattro ragazzi abbiano cantato inni del ventennio fascista, grave perché dimostra che in gran parte quei ragazzi non conoscono la storia recente né hanno tenuto conto del danno che, facendo quella che per loro era una bravata, procuravano alla parte politica rappresentata in quella piccola sede e della quale, probabilmente, conoscono ben poco.

    Altrettanto grave che a un episodio, svoltosi al chiuso, in pochi metri quadri, per responsabilità di alcuni ragazzi, sia stata data, a livello nazionale, sui media, più risonanza di quanto dato invece alle centinaia che, in più occasioni, hanno sfilato lanciando oggetti contundenti, incendiando e devastando vari luoghi, ferito le Forze dell’Ordine e, quello che è ancor più importante e pericoloso, inneggiato ad Hamas condividendo i crimini di terroristi organizzati militarmente i quali, dopo aver ucciso e mutilati centinaia di israeliani, hanno tenuto in ostaggio il popolo palestinese facendo subire ai civili distruzione e morte.

    Grave per l’atteggiamento della stampa ma soprattutto per le solite vaneggianti dichiarazioni di quei politici la cui unica ragion d’essere sembra quella di poter individuare un pericolo fascista ad ogni piè sospinto.

    Grave che un mondo di centro sinistra si accanisca, per un fatto importante ma marginale nella realtà italiana, ancora una volta contro il governo invece di verificare seriamente quanti al loro interno, iscritti o simpatizzanti, si siano macchiati di frasi e azioni razziste e antisemite.

    Grave, gravissima la mancanza di cultura, di rispetto degli altri, di capacità di moderato confronto oggettivo che dominano la nostra società, grave che ci sia sempre una doppia verità, una informazione non sempre coerente con la realtà.

    D’altra parte è noto, per chi ha avuto un minimo di insegnamenti e li ricorda, che è sempre più facile vedere la pagliuzza nell’occhio del vicino che la trave nel nostro.

  • In Irlanda del Nord continuano le tensioni per la Brexit

    Tornano a salire in Irlanda del Nord le fiammate, metaforiche e non, delle tensioni settarie, sullo sfondo d’un dopo Brexit che minaccia di far materializzare i fantasmi più temuti del passato. Per ora sono episodi circoscritti, ma il fuoco che da sempre cova sotto la cenere lassù non richiede chissà quali inneschi per poter dilagare e il clima dell’ultima settimana spaventa ormai quasi tutti nei palazzi del potere: da quelli locali di Stormont, sede del litigioso esecutivo regionale di grande coalizione guidato dalla first minister unionista del Dup, Arlene Foster, con al fianco come vicepremier l’alleata-nemica repubblicana dello Sinn Fein, Michelle O’Neill; a quelli londinesi del governo centrale (Tory e brexiteer) di Boris Johnson.

    Dopo varie nottate di scontri e violenze sparpagliatesi da Derry (Londonderry per i pretoriani lealisti del legame con Londra e la monarchia) ad altre località simbolo di quella che fu la sanguinosa stagione dei Troubles prima della storica pace del Venerdì Santo 1998, l’ennesimo tumulto è scoppiato a Belfast. A partire dai quartieri a maggioranza protestante e con corredo di cariche di polizia, aggressioni a giornalisti, assalto a un bus urbano incendiato nel cuore delle tenebre, coinvolgimento di attivisti radicali anche dalla trincea contrapposta delle roccaforti cittadine cattolico-repubblican-nazionaliste. Uno scenario da avvisaglie di guerriglia urbana che da quelle parti sarebbe avventato sottovalutare. E che ha indotto i leader politici delle fazioni rivali a convocare una riunione d’emergenza del governo locale per provare finalmente a contribuire ad abbassare i toni; prima di coordinarsi con il ministro britannico per gli affari nordirlandesi, Brandon Lewis, spedito urgentemente come plenipotenziario di Johnson a Belfast un po’ per mediare, un po’ per sopire, un po’ per ammonire.

    A fare da avanguardia ai disordini sono stati alcuni gruppi di unionisti ultrà: infuriati per la recente decisione della polizia locale (Psni) di non procedere penalmente contro la plateale violazione della restrizioni anti Covid perpetrata il mese scorso da centinaia di reduci e dirigenti repubblicani (Michelle O’Neill inclusa) in occasione del funerale d’uno storico ex esponente di spicco del braccio politico di quella che fu l’Ira. Episodio tutto sommato minore cui la stessa Arlene Foster aveva dato fiato gridando alle dimissioni del comandante della Psni, Simon Byrne, e gettando benzina sul fuoco. Ma che il Dup e lo Sinn Fein hanno alla fine accantonato, partorendo dopo il meeting straordinario di governo un comunicato congiunto in cui hanno condannato all’unisono come “assolutamente inaccettabili e ingiustificabili le devastazioni, la violenza, le aggressioni ai poliziotti”, promettendo sostegno alla Psni.

    Sullo sfondo, oltre al caso del funerale, restano però a far da autentico detonatore potenziale le conseguenze della Brexit: in particolare i rancori del fronte unionista verso l’accordo ad hoc firmato dal governo Johnson con Bruxelles per garantire il mantenimento del confine aperto fra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda – previsto dalle intese del Venerdì Santo – anche a costo di accettare controlli amministrativi doganali sulle merci europee in transito alla frontiera interna fra Ulster e resto del Regno Unito: controlli dai quali Downing Street ha di fatto finora svicolato, tanto da spingere l’Ue ad avviare un’azione legale, ma che secondo le paure unioniste proiettano comunque un’ombra sulla sovranità britannica a medio-lungo termine sull’Ulster. Inquietudini che Lewis non ha esitato a dire di “comprendere da parte della comunità lealista”, non senza giurare sul rispetto di tutte le ‘linee rosse’ essenziali a tutela dell’unità fra Belfast e Londra e dell’integrità territoriale del Regno. Ma invocando pure “il dialogo e il processo democratico” quali uniche chiavi per salvaguardare, oltre gli interessi comuni, una pace pagata a caro prezzo. E per lasciarsi alle spalle una buona volta sia “la violenza settaria scatenata da una piccola minoranza”, sia l’incubo mai rimosso “del ricordo dei Troubles”.

  • Scontri in Venezuela tra l’opposizione e la polizia di Maduro

    Scontro tra le forze di sicurezza venezuelane fedeli al presidente Nicolas Maduro e i manifestanti guidati dal leader dell’opposizione Juan Guaido nella capitale del paese, Caracas.

    Dopo aver contestato la controversa rielezione di Maduro nel 2018, Guaido si è proclamato presidente provvisorio del paese ed è stato sostenuto da quasi 60 paesi, tra cui UE, Stati Uniti e Regno Unito. Tale mossa aveva scatenato numerose proteste ontro il governo socialista di Maduro.

    “Oggi torniamo di nuovo in piazza, lo spazio in cui i cittadini sono liberi”, è stato il commento di Guaido, aggiungendo che i manifestanti sono la legittima rappresentazione del popolo venezuelano.

    I manifestanti chiedono nuove elezioni. La polizia ha sparato gas lacrimogeni sulla folla. Nel frattempo, il partito al potere ha invitato il Paese ad un’altra mobilitazione in concomitanza con quella dei sostenitori di Guaido.

    Sotto la guida di Maduro, il Venezuela ha subito un collasso economico. Più di 4 milioni di cittadini sono fuggiti dal paese, molti in Colombia. Coloro che rimangono affrontano carenze di elettricità, cibo e medicinali.

    Gli attivisti per i diritti umani hanno ripetutamente condannato la situazione e gli attacchi del governo Maduro contro manifestanti e giornalisti.

     

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