scontri

  • Proteste degli studenti che continuano da sette giorni

    Giunge un momento in cui la protesta non è più sufficiente: dopo la filosofia è necessaria l’azione.
    Victor Hugo, da
    “I miserabili”, 1862

    La mattinata di martedì scorso, il 13 ottobre, davanti al ministero dell’Istruzione si sono radunati molti studenti delle varie università di Tirana, che hanno ribattezzato il ministero come ministero dell’Emigrazione, perché per tante mancanze reali, soprattutto finanziarie, continua a spingere gli studenti ad emigrare all’estero. A loro si sono uniti anche studenti delle scuole superiori della capitale. Gli studenti chiedevano che i loro diritti non venissero ignorati dalle autorità competenti. Da allora le proteste degli studenti continuano ed oggi è la settima giornata.

    Di fronte agli studenti si sono schierate subito le strutture speciali della polizia di Stato, nonché delle autobotti che lanciano acqua a pressione. Gli studenti hanno però continuato a proclamare le loro richieste ed i loro diritti. Invece le strutture speciali della polizia di Stato, in palese violazione della legge e degli appositi regolamenti in vigore, hanno cominciato a lanciare gas lacrimogeni ed acqua a pressione dalle potenti pompe delle autobotti. L’effetto soffocante del gas lacrimogeno si sentiva in una vasta area, dove si trovano anche delle abitazioni.

    Ovviamente gli studenti hanno reagito contro la violenza della polizia di Stato. Una reazione quella che, soprattutto durante le serate dei primi giorni, poteva essere evitata. Sì, perché gli studenti, irritati e sofferenti per quello che hanno subito durante la giornata, hanno distrutto le vetrine di alcune agenzie bancarie, nonché dei negozi che si trovavano nei dintorni.

    In questi giorni ci sono state delle proteste degli studenti anche in alcune città dell’Italia. E prima ancora anche in Francia. Proteste che continuano e che spesso sono anche violente. Le forze dell’ordine hanno reagito, ma in pieno rispetto delle leggi in vigore. Sì, perché sia in Italia che in Francia funziona lo Stato di diritto ed i principi della democrazia. Invece in Albania, che ormai è considerato il primo narcostato in Europa e da alcuni anni è stato restaurato e si sta consolidando un nuovo regime dittatoriale, il primo ministro ignora la Costituzione e le leggi in vigore. Lui ormai si comporta come se “la legge è solo lui”, parafrasando il re Luigi XIV che affermava convinto che “L’État, c’est moi” (Lo Stato sono io; n.d.a.). Benjamin Franklin, uno dei Padri fondatori che nel 1776 ha firmato la Dichiarazione d‘Indipendenza degli Stati Uniti d’America, affermava però, convinto, che ribellarsi ai tiranni significa obbedire a Dio. In Albania ne è proprio il caso!

    Bisogna sottolineare altresì che le strutture della polizia di Stato in Albania durate questi sette giorni di protesta hanno maltrattato gli studenti ed altri cittadini che si trovavano per caso nei dintorni. Delle immagini trasmesse in diretta dalle reti televisive, quelle non controllate dal primo ministro e/o da chi per lui nonché dei filmati fatti dai cittadini con i loro telefoni cellulari, ne sono una inconfutabile testimonianza. Da quelle immagini si vedono degli studenti ed altri manifestanti che, non avendo dimostrato nessun segno di “pericolosità” pubblica, sono stati comunque vistosamente picchiati brutalmente dai poliziotti, spesso non in uniforme e senza neanche il loro numero di identificazione, che per legge sono obbligati a tenere ben in vista.

    Ci sono alcuni casi, trasmessi in diretta televisiva, che rappresentano una testimonianza toccante e molto significativa del barbaro comportamento dei “poliziotti”. Sono state trasmesse anche delle immagini di un cittadino che stava da solo, dopo che quella sera i manifestanti si sono spostati in altre parti della capitale. Ebbene, ad un certo momento si vede un “poliziotto” che si avvicina al cittadino e lo spinge. Lui cade a terra ma il “poliziotto”, invece di applicare quanto prevede in un simile casso il regolamento, e cioè di immobilizzarlo, continua a colpirlo con i calci sul corpo. Poi lo colpisce anche sulla tibia che, come si è saputo dopo dai suoi famigliari, è stata rotta. Ma la polizia di Stato e neanche i suoi dirigenti, nelle loro comunicazioni, hanno detto niente.

    Solo due giorni dopo un altro clamoroso caso, sempre testimoniato dalle immagini trasmesse in diretta dalle reti televisive non controllate dal primo ministro. Si vede un altro cittadino aggredito brutalmente da un “poliziotto”. In serata, dopo che la protesta si era spostata dal ministero dell’Educazione in altre parti della capitale, un cittadino stava da solo nel viale presso il ministero senza fare niente. Ad un certo momento si vede un “poliziotto” con un grosso scudo, che correndo contro di lui, lo colpisce spostandolo in aria, per poi cadere a terra. Ma il “poliziotto” non si ferma e continua colpirlo con forza. Lo stesso hanno fatto anche altri “poliziotti” che si erano avvicinati. Ma anche questo caso è stato coperto dal silenzio dei massimi dirigenti della polizia di Stato, che interrogati più volte dai giornalisti, non hanno risposto. I famigliari del cittadino aggredito però, in seguito hanno affermato che lui si trova in una grave situazione, avendo avuto delle fratture sulla testa ed in altre parti del corpo.

    Sono molto significative anche le immagini trasmesse in diretta televisiva, partendo da giovedì scorso, in cui si vedono chiaramente molti “poliziotti” che lanciavano pietre contro gli studenti ed altri manifestanti, compresi anche tanti minorenni. Un comportamento in palese violazione dei regolamenti che gestiscono il comportamento delle forze della polizia di Stato. “Poliziotti” che si divertivano a lanciare pietre contro i manifestanti!

    Sabato scorso, per la prima volta, sono stati usati dalle strutture speciali della polizia di Stato anche i proiettili di gomma, abusando palesemente di quello che prevedono e stabiliscono le leggi ed i regolamenti in vigore in Albania, nonchè le normative internazionali. Chi fa uso dei proiettili di gomma deve colpire solo e soltanto la parte inferiore del corpo. Invece sabato scorso hanno colpito, mirando volutamente, la parte superiore del corpo, viso compreso. Ci sono stati molti casi di persone ferite dai proiettili di gomma sabato scorso. Ma ovviamente anche di quello non hanno detto una sola parola gli alti dirigenti della polizia di Stato durante le loro poche apparizioni pubbliche! Da allora i proiettili di gomma sono stati regolarmente usati. Le immagini televisive hanno testimoniato proprio la presenza, sulle strade, dei bossoli di questi proiettili.

    Nelle loro poche comunicazioni pubbliche, i più alti dirigenti della polizia di Stato non hanno detto niente neanche della dismisura dell’uso dei gas lacrimogeni, di ignota fabbricazioni e composizione chimica. Non hanno detto niente dell’acqua lanciata con pressione dalle potenti pompe delle autobotti della polizia. Acqua con peperoncino, ma anche acqua di colore blu, che era piena di sostanze chimiche tossiche.

    Bisogna evidenziare anche che durante le proteste degli studenti, con tante studentesse in prima linea, ci sono stati sempre dei “poliziotti” senza uniforme e senza un numero di identità come prevede ed obbliga la legge. Le cattive lingue dicono che si tratta di rappresentanti attivi delle organizzazioni criminali che collaborano strettamente con il primo ministro. Proprio quelle organizzazioni che gli hanno garantito anche le “vittorie elettorali”. Nel frattempo i più noti media internazionali stanno continuamente trattando le proteste degli studenti in Albania. Invece il primo ministro, il diretto responsabile di questa situazione, si trova di nuovo in vistose difficoltà.

    Chi scrive queste righe continuerà ad informare il nostro lettore sugli sviluppi delle proteste degli studenti. Nel frattempo però bisogna ricordare quanto affermava Victor Hugo nel suo ben noto romanzo “I miserabili”. E cioè che giunge un momento in cui la protesta non è più sufficiente; dopo la filosofia è necessaria l’azione. Un’affermazione che ben si adatta alla situazione in Albania.

  • Scontri tribali in Sudan

    La guerra in corso tra le Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf) ha favorito una larga diffusione di armi tra i civili e la formazione di milizie tribali in tutto il Sudan. Il fenomeno appare ancora più grave nelle aree controllate dalla cosiddetta Sudan Founding Alliance, guidata dalle Rsf e dal Movimento popolare di liberazione del Sudan-Nord (Splm-N), dove la struttura tribale delle forze armate contribuisce ad alimentare ulteriori tensioni. In questo contesto, numerose tribù dispongono di armi leggere e di medio calibro, utilizzate nei conflitti locali che si sviluppano in diverse regioni del Paese. Il 30 maggio scorso sono scoppiati violenti scontri tra le tribù Bani Halba e Salamat, che hanno causato decine di morti e lo sfollamento di centinaia di persone dalle aree di Kubum e Markondi, nello Stato del Darfur meridionale, sotto controllo delle Rsf. Particolarmente significativo il fatto che anche membri delle Rsf appartenenti alle stesse comunità tribali abbiano preso parte agli scontri, utilizzando armi leggere e indossando uniformi ufficiali.

    Secondo il sito di monitoraggio degli sfollati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), tra il 2 e il 3 giugno scorsi circa 1.520 persone sono state costrette a sfollare dalle località di Kubum, Markondi e dal villaggio di Umm Labassa in seguito agli scontri intercomunitari tra le tribù arabe Bani Halba e Salamat. Gli sfollati si sono rifugiati nelle aree di Nyala Shimal, Rehaid Albirdi e Shattaya, sempre nel Darfur meridionale. Il rapporto indica inoltre che l’episodio si inserisce in una precedente ondata di violenze che il 30 maggio aveva già causato circa 350 sfollati. Nella stessa giornata del 30 maggio, le Rsf avrebbero inoltre attaccato le aree di Al-Murra e Umm Saadoun, nella località di Gharb Bara, nello Stato del Kordofan Settentrionale, provocando la morte di oltre 50 persone appartenenti alla tribù Dar Hamid. Il ministero degli Esteri sudanese ha condannato l’attacco contro i villaggi di El Murra e Umm Saadoun, denunciando la morte di numerosi civili e chiedendo alla comunità internazionale, alle Nazioni Unite, al Consiglio di sicurezza, all’Unione africana e alle organizzazioni per i diritti umani di assumere una posizione chiara contro quella che definisce una strage, chiedendo inoltre di individuare i responsabili e rafforzare la protezione dei civili. In risposta, il governatore del Kordofan per l’alleanza Tasis, Hamad Mohamed Hamed, ha accusato il Movimento islamista di tentare di trascinare la regione in una guerra civile attraverso l’incitamento tribale e ha affermato che i tentativi di mobilitare la tribù Dar Hamid contro le Rsf, spingendola a combattere a fianco delle Saf, rappresentano un crimine contro il tessuto sociale sudanese.

    Il monitoraggio dell’Oim segnala inoltre che già il 28 maggio circa 160 persone erano state sfollate dal villaggio di El Murra, sempre nel Kordofan Occidentale, a causa del deterioramento della sicurezza. Anche nelle aree del Kordofan Meridionale controllate dal Splm-N guidato da Abdulaziz Al-Hilu, come Bayami e Dabi Kauda nella località di Heiban, si sono registrati scontri mortali tra le tribù Atoro e Shawaya, già a partire dallo scorso marzo. In una dichiarazione del 2 giugno 2026, il segretario generale del Splm-N, Ammar Amoun Daldoum, ha riconosciuto vittime e perdite materiali tra le due comunità, precisando che lo Stato maggiore del movimento è intervenuto per contenere la situazione e ha istituito una commissione d’inchiesta. Secondo quanto riportato, la tribù Shawaya avrebbe collaborato con la commissione, mentre parte della tribù Atoro avrebbe rifiutato di incontrarla, accusando lo Splm-N di coinvolgimento nella crisi. Daldoum ha inoltre dichiarato che all’inizio di maggio il conflitto si è esteso alle aree di Payam e Kauda, causando gravi conseguenze, tra cui uccisioni di civili e il saccheggio delle sedi dello Splm-N, delle autorità civili e dell’Agenzia sudanese per il soccorso e la ricostruzione (Srra), oltre che di alcune organizzazioni operanti nella regione. Il segretario generale ha infine invitato gli ufficiali del movimento che si sono rifiutati di collaborare con la commissione a presentarsi per chiarire la propria posizione.

    In una precedente dichiarazione, il segretario dello Splm-N nella regione dei Monti Nuba, Hashim Abdullah Ibrahim, aveva definito “ribelli” i gruppi che rifiutano di sottoporsi alla leadership del movimento, spiegando che le tensioni sarebbero legate a dispute sulla demarcazione dei confini tribali e sulla proprietà delle terre, sfociate in scontri anche con l’Esercito Popolare di Liberazione del Sudan (Spla). Nel complesso, la molteplicità di conflitti tribali e scontri tra comunità e forze armate nelle regioni del Kordofan Meridionale e Settentrionale e del Darfur Meridionale evidenzia le profonde difficoltà che la cosiddetta “Sudan Founding Alliance” incontra nel tentativo di stabilire un sistema di governance stabile nei territori sotto il proprio controllo. Resta aperta la questione se tali fragilità possano essere superate o se finiranno per indebolire ulteriormente l’alleanza.

  • Considerazioni

    Nell’apparente assenza delle solite polemiche tra forze politiche l’ottantunesima ricorrenza del 25 aprile è stata invece segnata, nelle varie strade e piazze, da ignobili insulti alla Brigata Ebraica, dallo strappo della bandiera ucraina e dal folle gesto di chi ha sparato, fortunatamente con poche conseguenze, sul corteo, per non parlare di tutti gli altri episodi di grave intolleranza che, in  più luoghi, hanno dimostrato quanto violenza ed odio vivano tra di noi nonostante le tante volte nelle quali, proprio i violenti, hanno parlato e parlano di pace e libertà.

    Avrebbe dovuto essere un giorno di riflessione, un momento per pensare anche a tutti quei popoli che soffrono sotto dittature più o meno travestite, per ricordarci che libertà e democrazia sono beni preziosi che vanno difesi ogni giorno e che non ci può essere libertà vera, democrazia compiuta se c’è ancora tanto odio, rancore, violenza ed ingiustizia.

    Speriamo nell’anno prossimo?

  • La Premier Meloni sugli episodi nei cortei del 25 aprile: “Direi che abbiamo un problema”

    Dopo gli episodi verificatisi in occasione dei cortei svoltisi a Roma e Milano per il 25 aprile la Premiere Meloni ha dichiarato, su Facebook: “Ricapitolando. Durante alcune delle manifestazioni per il 25 aprile, cioè manifestazioni che dovrebbero celebrare la libertà contro ogni oppressione: aggressioni contro chi portava una bandiera ucraina (tra cui anche esponenti politici), cioè la bandiera di un popolo che combatte per la sua libertà contro un invasore. Si sono viste addirittura immagini indegne di un anziano a cui viene impedito di partecipare alla manifestazione; sindaci democraticamente eletti, di ogni schieramento politico, contestati e insultati; cartelli e targhe in ricordo delle Foibe imbrattati; la Brigata ebraica insultata in piazza e costretta ad allontanarsi dal corteo sotto scorta delle Forze dell’ordine. Se questi sono quelli che dicono di difendere libertà e democrazia, direi che abbiamo un problema”.

  • La gravità delle cose: la pagliuzza e la trave

    Ci sono cose gravi che accadono ogni giorno, anzi gravissime, ed alle quali è data pochissima importanza, o sono semi ignorate, altre che diventano più gravi per l’impulso mediatico e partitico che le stigmatizza e da loro risonanza.

    Ci sono cose gravissime delle quali non si va a fondo per capire il perché accadono, per cercare di impedire che si ripetano.

    È gravissimo quanto accade, da ormai quattro anni in Ucraina, senza che certi benpensanti, paladini della libertà e del diritto, dedichino un po’ del loro tempo per radunarsi in piazza e marciare contro la vigliacca e barbara guerra di Putin, quegli stessi che, in gran parte pacificamente ma insieme a violenti facinorosi, hanno marciato per Gaza.

    E’ gravissimo che anche i morti contino meno se sono uccisi da Putin, al quale ancora troppa parte dell’occidente strizza l’occhio ed una parte ne ha preso o continua a prendere soldi.

    È gravissimo che durante i tanti cortei pro Pal si siano fatti molti danni ad infrastrutture pubbliche e private e ferito centinaia di poliziotti e carabinieri senza che vi sia stata una vera e ferma condanna degli organizzatori dei cortei, l’allontanamento dei delinquenti, un impegno alla vigilanza ed al controllo, un abbassamento dei toni della politica partitica di gran parte della sinistra e di Landini.

    È particolarmente grave non siano state riportate dalla stampa, con sufficiente clamore e perseveranza, le informazioni sull’iter giudiziale, se mai c’è, di coloro che in più occasioni, in quei cortei, hanno inneggiato ad Hamas, festeggiato la strage del 7 ottobre, ribadito che gli ebrei devono morire. Grave per il futuro di tutti noi, non solo degli ebrei, grave perché quelle persone sono delinquenti abituali o incoscienti succubi di altri violenti e perciò potenziali futuri delinquenti, grave anche perché, se non saranno adeguatamente puniti, si sentiranno legittimati a continuare sulla stessa strada di odio e violenza.

    Grave, molto grave che in una sede giovanile di Fratelli d’Italia, il 28 ottobre, tre, quattro ragazzi abbiano cantato inni del ventennio fascista, grave perché dimostra che in gran parte quei ragazzi non conoscono la storia recente né hanno tenuto conto del danno che, facendo quella che per loro era una bravata, procuravano alla parte politica rappresentata in quella piccola sede e della quale, probabilmente, conoscono ben poco.

    Altrettanto grave che a un episodio, svoltosi al chiuso, in pochi metri quadri, per responsabilità di alcuni ragazzi, sia stata data, a livello nazionale, sui media, più risonanza di quanto dato invece alle centinaia che, in più occasioni, hanno sfilato lanciando oggetti contundenti, incendiando e devastando vari luoghi, ferito le Forze dell’Ordine e, quello che è ancor più importante e pericoloso, inneggiato ad Hamas condividendo i crimini di terroristi organizzati militarmente i quali, dopo aver ucciso e mutilati centinaia di israeliani, hanno tenuto in ostaggio il popolo palestinese facendo subire ai civili distruzione e morte.

    Grave per l’atteggiamento della stampa ma soprattutto per le solite vaneggianti dichiarazioni di quei politici la cui unica ragion d’essere sembra quella di poter individuare un pericolo fascista ad ogni piè sospinto.

    Grave che un mondo di centro sinistra si accanisca, per un fatto importante ma marginale nella realtà italiana, ancora una volta contro il governo invece di verificare seriamente quanti al loro interno, iscritti o simpatizzanti, si siano macchiati di frasi e azioni razziste e antisemite.

    Grave, gravissima la mancanza di cultura, di rispetto degli altri, di capacità di moderato confronto oggettivo che dominano la nostra società, grave che ci sia sempre una doppia verità, una informazione non sempre coerente con la realtà.

    D’altra parte è noto, per chi ha avuto un minimo di insegnamenti e li ricorda, che è sempre più facile vedere la pagliuzza nell’occhio del vicino che la trave nel nostro.

  • In Irlanda del Nord continuano le tensioni per la Brexit

    Tornano a salire in Irlanda del Nord le fiammate, metaforiche e non, delle tensioni settarie, sullo sfondo d’un dopo Brexit che minaccia di far materializzare i fantasmi più temuti del passato. Per ora sono episodi circoscritti, ma il fuoco che da sempre cova sotto la cenere lassù non richiede chissà quali inneschi per poter dilagare e il clima dell’ultima settimana spaventa ormai quasi tutti nei palazzi del potere: da quelli locali di Stormont, sede del litigioso esecutivo regionale di grande coalizione guidato dalla first minister unionista del Dup, Arlene Foster, con al fianco come vicepremier l’alleata-nemica repubblicana dello Sinn Fein, Michelle O’Neill; a quelli londinesi del governo centrale (Tory e brexiteer) di Boris Johnson.

    Dopo varie nottate di scontri e violenze sparpagliatesi da Derry (Londonderry per i pretoriani lealisti del legame con Londra e la monarchia) ad altre località simbolo di quella che fu la sanguinosa stagione dei Troubles prima della storica pace del Venerdì Santo 1998, l’ennesimo tumulto è scoppiato a Belfast. A partire dai quartieri a maggioranza protestante e con corredo di cariche di polizia, aggressioni a giornalisti, assalto a un bus urbano incendiato nel cuore delle tenebre, coinvolgimento di attivisti radicali anche dalla trincea contrapposta delle roccaforti cittadine cattolico-repubblican-nazionaliste. Uno scenario da avvisaglie di guerriglia urbana che da quelle parti sarebbe avventato sottovalutare. E che ha indotto i leader politici delle fazioni rivali a convocare una riunione d’emergenza del governo locale per provare finalmente a contribuire ad abbassare i toni; prima di coordinarsi con il ministro britannico per gli affari nordirlandesi, Brandon Lewis, spedito urgentemente come plenipotenziario di Johnson a Belfast un po’ per mediare, un po’ per sopire, un po’ per ammonire.

    A fare da avanguardia ai disordini sono stati alcuni gruppi di unionisti ultrà: infuriati per la recente decisione della polizia locale (Psni) di non procedere penalmente contro la plateale violazione della restrizioni anti Covid perpetrata il mese scorso da centinaia di reduci e dirigenti repubblicani (Michelle O’Neill inclusa) in occasione del funerale d’uno storico ex esponente di spicco del braccio politico di quella che fu l’Ira. Episodio tutto sommato minore cui la stessa Arlene Foster aveva dato fiato gridando alle dimissioni del comandante della Psni, Simon Byrne, e gettando benzina sul fuoco. Ma che il Dup e lo Sinn Fein hanno alla fine accantonato, partorendo dopo il meeting straordinario di governo un comunicato congiunto in cui hanno condannato all’unisono come “assolutamente inaccettabili e ingiustificabili le devastazioni, la violenza, le aggressioni ai poliziotti”, promettendo sostegno alla Psni.

    Sullo sfondo, oltre al caso del funerale, restano però a far da autentico detonatore potenziale le conseguenze della Brexit: in particolare i rancori del fronte unionista verso l’accordo ad hoc firmato dal governo Johnson con Bruxelles per garantire il mantenimento del confine aperto fra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda – previsto dalle intese del Venerdì Santo – anche a costo di accettare controlli amministrativi doganali sulle merci europee in transito alla frontiera interna fra Ulster e resto del Regno Unito: controlli dai quali Downing Street ha di fatto finora svicolato, tanto da spingere l’Ue ad avviare un’azione legale, ma che secondo le paure unioniste proiettano comunque un’ombra sulla sovranità britannica a medio-lungo termine sull’Ulster. Inquietudini che Lewis non ha esitato a dire di “comprendere da parte della comunità lealista”, non senza giurare sul rispetto di tutte le ‘linee rosse’ essenziali a tutela dell’unità fra Belfast e Londra e dell’integrità territoriale del Regno. Ma invocando pure “il dialogo e il processo democratico” quali uniche chiavi per salvaguardare, oltre gli interessi comuni, una pace pagata a caro prezzo. E per lasciarsi alle spalle una buona volta sia “la violenza settaria scatenata da una piccola minoranza”, sia l’incubo mai rimosso “del ricordo dei Troubles”.

  • Scontri in Venezuela tra l’opposizione e la polizia di Maduro

    Scontro tra le forze di sicurezza venezuelane fedeli al presidente Nicolas Maduro e i manifestanti guidati dal leader dell’opposizione Juan Guaido nella capitale del paese, Caracas.

    Dopo aver contestato la controversa rielezione di Maduro nel 2018, Guaido si è proclamato presidente provvisorio del paese ed è stato sostenuto da quasi 60 paesi, tra cui UE, Stati Uniti e Regno Unito. Tale mossa aveva scatenato numerose proteste ontro il governo socialista di Maduro.

    “Oggi torniamo di nuovo in piazza, lo spazio in cui i cittadini sono liberi”, è stato il commento di Guaido, aggiungendo che i manifestanti sono la legittima rappresentazione del popolo venezuelano.

    I manifestanti chiedono nuove elezioni. La polizia ha sparato gas lacrimogeni sulla folla. Nel frattempo, il partito al potere ha invitato il Paese ad un’altra mobilitazione in concomitanza con quella dei sostenitori di Guaido.

    Sotto la guida di Maduro, il Venezuela ha subito un collasso economico. Più di 4 milioni di cittadini sono fuggiti dal paese, molti in Colombia. Coloro che rimangono affrontano carenze di elettricità, cibo e medicinali.

    Gli attivisti per i diritti umani hanno ripetutamente condannato la situazione e gli attacchi del governo Maduro contro manifestanti e giornalisti.

     

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