Tribunale

  • In attesa di Giustizia: DJ set

    Un DJ set è per il DJ quello che per il musicista è il concerto, ovvero lo spettacolo in cui l’artista presenta al pubblico la musica da lui selezionata utilizzando più volte la tecnica del mixaggio… e mercoledì 27 gennaio ne andrà in scena uno assai atteso dagli addetti ai lavori del settore della Giustizia: parliamo dello show a Camera e Senato del più celebre dei Disc Jockeys nostrani: quel Fofò cui – incomprensibilmente – è affidata la guardiania dei Sigilli della Repubblica.

    Relazione sullo stato della Giustizia, che potrebbe riassumersi in una sola parola: “disastroso” e così sollevando deputati e senatori dal tormento di ascoltare frottole ammannite con quell’inestinguibile sorriso che evoca il detto latino risus abundat in ore stultorum.

    Invece, chissà cosa toccherà sopportare: forse la magnificazione del processo a distanza, il cui impiego è stato rivolto ad incombenti giudiziari che sarebbe stato preferibile – e possibile senza grandi difficoltà dal punto di vista del garantito distanziamento sociale – celebrare in presenza omettendone, invece, una quantità che si sarebbero potuti agevolmente svolgere da remoto. Forse tratterà il tema della attenzione alla salute dei cancellieri destinati allo smart working seppure in mancanza degli strumenti idonei a fare alcunchè da casa tranne la moka per trasformare incolpevolmente tutta la giornata in una pausa caffè. O, chissà mai, la generosa opzione di sospendere i termini di redazione e deposito delle sentenze: proprio un’attività che, a regola, si svolge dal domicilio.

    Sua Eccellenza il Ministro attenderà, magari, la prima salva di applausi dalla claque delle truppe cammellate e giallovestite subitanemente imitate dai colleghi del PD atterriti all’idea che possa aggravarsi la crisi con il rischio di perdere il cadreghino prima dell’inizio del salvico semestre bianco perchè la parola d’ordine è una e una sola: resistere fino a giugno.

    Ma la musica non è finita: può immaginarsi il silenzio sulla epocale riforma della prescrizione? Non sia mai e dalla dorata consolle fluiranno le note che parlano della incessante battaglia che il condottiero trapanese ha vinto debellando la criminalità diffusa nel Paese che si affidava alle infinite astuzie di quegli azzeccagarbugli degli avvocati per far trascorrere il tempo sottraendo i propri assistiti al magli della giustizia secolare: una battaglia, questa e come altre, che ha avuto il supporto di media autorevoli come Il Fango Quotidiano, pardon, Il Fatto Quotidiano, e di celebrati orfani dell’inquisizione come Piercamillo Davigo.

    Tutte frottole ma poco importa e qui non è escluso che dai banchi dell’alleato di governo il plauso si intiepidisca ma non di molto: infatti è già stato redatto un disegno di legge (a firma, tra gli altri, Orlando Andrea, non Vittorio Emanuele) di modifica della legge e che ripristina il corso della prescrizione ma con tempistiche che possono soltanto definirsi truffaldine, probabilmente ritenute buone solo a salvare la faccia tentando di spendersi come garantisti.

    Il tormento potrebbe essere di lunga durata e Dio non voglia che vengano magnificate le doti – facendone anche i nomi dei partecipanti – delle diverse cabine di regia allestite al Ministero della Giustizia per fronteggiare l’emergenza: potrebbero essere attesi sotto casa per un’ovazione finale da parte di operatori del diritto e cioè a dire un cospicuo lancio di uova marce.

    Nulla, invece, vi sarà da attendere quanto alla ignominiosa condizione in cui versa ormai da tempo il Tribunale di Bari (quello chiuso perchè pericolante) o il dubbio, già aleggiante, che – dopo aver dilapidato milioni in monopattini e banchi da luna park –  vi siano le risorse per pagare gli stipendi ai neo Magistrati che stanno per entrare in ruolo.

    L’elenco delle disfunzioni sarebbe ancora molto lungo ma – certamente – non vi sarà fatto cenno e non per ragioni di sintesi: Socrate, tra l’altro, ricordava che l’intelligenza dell’uomo si rivela nella sintesi e non è certo questo il caso.

  • In attesa di Giustizia: la parola alla difesa ai tempi del grande freddo

    Succede anche questo, e della deriva cui sembra avviato il processo penale di Appello se ne è trattato di recente proprio in questa rubrica.

    Siamo a Milano, alla Seconda Sezione della Corte d’appello sez. 2 Milano, udienza in presenza – cioè con la richiesta dei difensori di andare in aula e discutere invece che affidarsi alla lettura degli atti senza contraddittorio da parte della Corte – e come dal ruolo d’udienza risultano solo tre cause “in presenza” fissate a distanza di quindici minuti una dall’altra, indipendentemente dalla delicatezza degli argomenti da trattare, a seguire una decina di processi “cartolarizzati”: si dice così di quelli in cui è stata rinunciata l’oralità…che dovrebbe essere il cuore del processo penale.

    La prima udienza è fissata alle 9.15 ma la Corte si palesa con mezz’ora di ritardo: quella mezz’ora in cui si era già previsto di “sbrigare” un paio di pratiche. Inutile dirsi che nessuna giustificazione né – men che mai – scusa del ritardo viene offerta.

    A Milano andiamo un po’ meglio che a Bari dove si facevano le udienze nelle tende da campeggio perché il Tribunale è risultato edificio abusivo (e fatiscente in maniera pericolosa) o a Genova il cui Palazzo di Giustizia risiede in una struttura destinata ad un ospedale ed ora non garantisce i livelli di aereazione necessari per la prevenzione del contagio: dunque le udienze si fanno dove capita, altrove.

    Bene, dunque, ma non benissimo nel capoluogo lombardo ma nell’aula i microfoni non funzionano, le porte – chissà perché –  vengono lasciate aperte, entrano aria fredda e rumori esterni, il frastuono dell’androne del primo piano.

    Il processo è per bancarotta, le pene sono elevate si capisce che in primo grado è durato anni e vi sono sette capi di imputazione e un’infinità di questioni processuali e l’avvocato inizia ad illustrare con la attenzione necessaria ma dopo una manciata di minuti – sì, qualcuno in più del quarto d’ora complessivo che si voleva dedicare a questa vicenda – il Sostituto Procuratore Generale di udienza interviene ed interrompe lamentandosi che fa freddo, c’è corrente d’aria e troppo rumore…già le porte aperte che, forse bastava chiudere. Quindi chiede alla corte di intervenire per togliere la parola al difensore: “Tanto avvocato, il suo dotto appello possiamo leggerlo tutti. E poi ci sono altri processi. E poi il diritto alla salute viene prima del diritto di difesa!”.

    Già, fa freddo e allora ecco il presidente (donna) annuire vistosamente approvando le richieste del Sostituto Procuratore Generale e dice: “avvocato c’è il covid, possiamo leggerlo il suo appello, le manderemo la sentenza via pec entro stasera”. Già, magari farlo anche decidere da un algoritmo a computer.

    Per chi non lo sapesse, oltre il 40% delle sentenze vengono riformate in secondo grado, sarà per questo che l’appello è così inviso? E per chi ci crede ancora, l’attesa di giustizia continua…

  • In attesa di Giustizia: profondo rosso

    Ne abbiamo appena parlato ma, sfortunatamente, si deve tornare in argomento: nulla è cambiato a dispetto di promesse e proclami e l’amministrazione della Giustizia si avvia al tracollo finale, sopraffatta anch’essa dalla seconda  ed ampiamente prevista ondata di contagi.

    I rimedi e gli interventi annunciati – e non solo nel settore di cui si occupa questa rubrica – quando ci sono  (e non è scontato) nel migliore dei casi sono tardivi e nel peggiore raffazzonati se non entrambe le cose come a proposito della estensione del metodo di celebrazione del processo a distanza la cui disciplina è stata inserita nei decreti “ristori” con una tecnica legislativa bizzarra per la assoluta disomogeneità degli argomenti.

    Questa non è, peraltro, una novità assoluta né un primato dell’attuale maggioranza di Governo: anni fa venne modificato il Testo Unico sugli Stupefacenti con un decreto legislativo che conteneva disposizioni sulla celebrazione delle Olimpiadi Invernali di Torino: c’è voluto un po’ ma quella modifica è stata sbriciolata dalla Corte Costituzionale per eccesso di delega creando, tuttavia, una serie di problemi non indifferenti a causa delle decine di migliaia di processi per droga celebrati, nel frattempo e per anni, con una “legge illegale”.

    Nessuno, allora, ebbe la decenza di ammettere – scusandosi in qualche modo – la commissione di un errore pacchiano per il c.d. “legislatore”: ma da sempre, quando si tratta di riconoscere i propri  errori, la nostra classe politica ha un comportamento simile (per chi lo ricorda…) a quello di Fonzie di Happy days a cui si attorcigliava la lingua proprio in quel momento cruciale.

    Ogni tanto viene anche da chiedersi se – con qualche lodevole eccezione – gli accademici assurti ai sogli della politica nazionale non abbiano conseguito i propri titoli con un concorso in cui sono richiesti i punti fragola dell’Esselunga.

    A tacere della tecnica e della topografia normativa, ritornando in maniera più mirata alla soluzione, accettabile a talune condizioni, di celebrare i processi a distanza è appena il caso di dire che ci sono sedi giudiziarie che la primavera scorsa non avevano gli strumenti tecnologici necessari e che non li hanno tutt’ora e non parliamo di scienza missilistica: con buona pace della criticità data dal dover far spostare avvocati, testimoni, periti ed imputati anche da una regione rossa ad un’altra. I rinvii delle udienze sono la conseguenza scontata.

    L’On. Bonafede, che al Ministero della Giustizia occupa la scrivania che fu di di Zanardelli, Rocco, Vassalli e Conso (per citarne alcuni che si rivoltano nella tomba), qualche settimana fa aveva annunciato trionfalmente la distribuzione in corso di migliaia e migliaia di computer nuovi che avrebbero consentito a cancellieri e funzionari amministrativi di lavorare da casa con aumento della produttività e riduzione del rischio di contagio.

    Interpellato in proposito un Dirigente del Tribunale Penale di Milano ha così risposto: “se crede anche a Babbo Natale, visto il periodo, gli scriva la letterina e veda se, almeno per me, un computer per il collegamento da remoto me lo fa avere…”.

    Processi rinviati, Tribunali senza connessione, personale amministrativo a casa a non lavorare, incolpevolmente… cancellerie semi deserte, il vuoto delle aule affidato all’isolato passaggio di un Carabiniere a guardia del nulla: è l’immagine del lock down di una Giustizia in profondo rosso ma, lo può ben spiegare Rocco Casalino – memore dell’esperienza del confessionale del Grande Fratello – anche la solitudine può essere un momento di beatitudine.

  • In attesa di Giustizia: giustizia in rosso

    Ci siamo: almeno in alcune regioni è di nuovo zona rossa e molte attività  sono state chiuse,  la libertà di movimento grandemente limitata. Il governo, tra le altre cose si è occupato delle aule scolastiche, ma ha sostanzialmente dimenticato quelle in cui si amministra Giustizia. Cosa tutt’altro che insolita.

    O meglio: un decreto legge in cui si tratta di giustizia c’è ma è anteriore al DPCM che distingue il Paese in fasce di rischio contagio e si basava su una situazione di fatto che, oggi, potrebbe valere forse per le zone arancioni, ma non per quelle rosse.

    Sarebbe infatti davvero singolare che, vietate le lezioni in presenza a 20 alunni, si consentisse la celebrazione di processi con più avvocati, magistrati, cancellieri, testimoni ed imputati in ambienti in cui spesso il ricircolo dell’aria è problematico. Del resto, il concetto di aula non cambia se muta la natura dell’attività svolta al suo interno.

    Intanto già si moltiplicano i rinvii dei procedimenti già fatti slittare durante il lockdown di primavera perché, come era immaginabile, con i servizi amministrativi adibiti ad un “lavoro agile” sprovvisto degli strumenti necessari ad evitare che fossero in realtà ferie retribuite, un numero sgomentevole di notifiche non è stato fatto o lo è stato in maniera irregolare.

    Una soluzione che si sta riproponendo per evitare che le esigenze di sicurezza e prevenzione del contagio confliggano con quelle di prosecuzione della attività giudiziaria è quella che prevede – per tempi  e materie definite – la trattazione da remoto: che convince poco anche per la permanente mancanza di strumenti tecnologici adeguati, ma rappresenta (almeno per le zone rosse) un’alternativa prudentemente praticabile.

    Anche in questo caso, come è accaduto nel settore della sanità, vi è stato il tempo per allestire le migliori condizioni di lavoro e di supporto logistico volte a fronteggiare la prevedibilissima “seconda ondata” facendo tesoro dell’esperienza maturata nei primi mesi dell’anno e invece…

    …invece abbiamo i proclami del Guardasigilli a proposito della distribuzione di migliaia di nuovi computer portatili che renderanno finalmente possibile l’assolvimento delle funzioni di cancelleria anche in smart working ma – per ora – non se ne sono ancora visti e ci sono uffici che neppure dispongono di una casella pec. Il raffinato giurista, peraltro, è di buonumore a giudicare dall’espressione ridente scolpita in permanenza sul volto: forse perché ha letto la bozza del decreto “ristori bis” nella quale, tra le molte perle, in merito al processo penale di appello, si prevede che la trattazione “fisica” dell’udienza debba essere richiesta dagli avvocati almeno 25 giorni prima della data prevista per la celebrazione.

    Senonché la legge prevede che l’avviso di fissazione sia notificato almeno 20 giorni prima della medesima data.

    Forse è questo che alimenta il buonumore di Bonafede: dal processo da remoto si sta passando al processo per veggenti ed una classe forense dotata di capacità predittive sarà anche in grado di pronosticare l’esito dei processi evitando di iniziare o proseguire quelli il cui destino è già noto.

    Un po’ quello che avevano pensato gli autori e sceneggiatori di Minority Report solo che nel nostro caso sono gli autori dei testi a far pensare ad una minoranza, o meglio ad una minorazione. Quella mentale, con buona pace di una Giustizia perennemente in rosso, dimenticata da tutti la cui attesa inizia ad apparire disperata.

  • Alle elezioni per l’Anm vince la corrente progressista dei magistrati, giù il gruppo di Davigo

    Le toghe progressiste di Area sono prime, ma tallonate da Magistratura Indipendente, la corrente che ha avuto a lungo come punto di riferimento Cosimo Ferri e che ha pagato il prezzo più alto al caso Palamara, con tre consiglieri del Csm costretti alle dimissioni. Dimezza la propria rappresentanza Unità per la Costituzione, di cui è stato a lungo leader di fatto il pm romano radiato dalla magistratura per lo “scandalo” delle nomine. E va male anche Autonomia e Indipendenza, il gruppo fondato da Piercamillo Davigo, che alle scorse elezioni aveva fatto il botto, ma che stavolta sconta l’assenza del suo leader: prende gli stessi seggi degli esordienti “Articolo 101”, la neonata formazione che si pone in antitesi alle correnti tradizionali, ma i cui rappresentanti sono già stati in passato all’Anm sotto le insegne di “Proposta B”. E’ il quadro composito che emerge dalle elezioni per il rinnovo dei trentasei componenti del Comitato direttivo centrale dell’Anm, il “parlamentino delle toghe” che già il 7 novembre prossimo è chiamato ad eleggere il nuovo presidente e la nuova giunta destinate a guidare il sindacato dei magistrati per i prossimi quattro anni.

    Ma c’è un altro dato da non sottovalutare. Ed è il calo sensibile dei votanti, che tradisce la “disaffezione” di una parte dei magistrati al sistema delle correnti, uscito con le ossa rotte dal caso Palamara. Nonostante per la prima volta si votasse con modalità telematica, sono stati solo 6.101 magistrati a scegliere i rappresentanti al Comitato direttivo centrale dell’Anm, pari al 85,92% dell’elettorato attivo. Un migliaio in meno (7100) di quelli che si erano registrati nelle scorse settimane e quasi due migliaia in meno rispetto alle elezioni del 2016.

    Area è dunque la vincitrice con 1785 voti e suo è anche il primo degli eletti, con 739 preferenze: il presidente uscente dell’Anm Luca Poniz, che ha spinto per una linea intransigente nei confronti di tutti i magistrati protagonisti della riunione sulle nomine all’hotel Champagne con Palamara, Ferri e il dem Luca Lotti, ma dialogante sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, alla guida di una coalizione formata da Area, Unicost e Autonomia e Indipendenza, con Magistratura Indipendente all’opposizione.  Numeri che dovrebbero portare il gruppo a 11 seggi, 2 in più di quelli che aveva ottenuto nel 2016. Ottimo risultato anche per Magistratura Indipendente, nella cui lista si erano presentati sotto l’insegna di Movimento per la Costituzione, anche ex esponenti di Unicost (come Antonio Sangermano, in passato pm del caso Ruby): incassa 1648 voti, che dovrebbero portarla a 10 seggi (+2 rispetto a 4 anni fa). Per Unità per la Costituzione – la cui dirigenza ha preso da subito le distanze da Palamara e ha sposato una linea intransigente – invece la batosta è netta. Anche se il suo presidente Mariano Sciacca vede comunque un progresso rispetto alle elezioni suppletive del Csm. Nel 2016 era stata la prima corrente, oggi i suoi consensi si fermano a 1212, con una contrazione di seggi notevole: dai 13 di allora, dovrebbe accontentarsi di soli 7. In calo considerevole anche Autonomia e Indipendenza: dopo il bagno di voti del 2016 trainato essenzialmente da Davigo ottiene 749 preferenze e così gli stessi seggi di “Articolo 101” che di voti ne ha presi 651.Tra i suoi, il primo degli eletti è l’ex consigliere del Csm Aldo Morgigni.

    Difficile capire che prospettive si aprono per il “governo” del sindacato dei magistrati. “Come quattro anni fa il nostro obiettivo è la giunta unitaria”, assicura il segretario di Area Eugenio Albamonte. Ma l’accordo tra tutte le correnti non sembra un traguardo facile.

  • In attesa di Giustizia: emergenza continua

    I contagi, purtroppo, segnano una curva in decisa risalita: è in arrivo la seconda ondata, quella in cui nessuno credeva sebbene se ne fosse anticipato il rischio. Non diversamente da quello che sembra accadere nel settore della sanità, invece che lavorare d’anticipo per prevenire i problemi, anche in quello della giustizia si corre ai ripari con un certo ritardo. Piuttosto che niente è meglio piuttosto, si dirà ed è di pochi giorni fa la notizia di un accordo tra Ministro di Giustizia e sindacati del comparto sulla organizzazione di uno smart working lontano dalla versione caricaturale praticata in fase di lockdown, e purtroppo anche oltre, con uffici giudiziari che, se va tutto bene, funzionano tutt’ora a due cilindri (nemmeno a tre…).

    Come si è annotato in precedenti articoli, il personale distaccato a casa non era autorizzato ad accedere ai registri ordinariamente accessibili dall’ufficio ed alla rete protetta: uno smart working all’amatriciana, insomma. Ora, sebbene nulla di preciso si sappia della gara per la fornitura, dovrebbero essere consegnati migliaia di computer portatili, con licenza di accesso ai dati riservati agli uffici. Bene, una volta tanto e se funzionerà, il sistema potrà costituire senz’altro un valore aggiunto anche trascorsa la fase emergenziale.

    Nessuna notizia, peraltro, sul corrispondente accesso smaterializzato degli avvocati agli uffici giudiziari. Male, anzi malissimo perché non servono strumenti tecnologici nuovi ma solo una normativa che autorizzi l’uso della pec per depositare gli atti difensivi: ora, invece, si è costretti ad andare in Tribunale, facendo lo slalom tra divieti, file in assembramento, prenotazione di accessi concessi con evidente fastidio come se l’ingresso fosse facultato a degli untori.

    Vero è che il deposito telematico di atti presuppone una riorganizzazione della fase ricettiva degli stessi, ma è un problema banale da risolvere.

    Massima comprensione per quelle che sono le priorità di chi ci governa, ma oltre ai diritti sindacali, pur legittimi, il diritto di difesa dei cittadini non può essere trascurato prima che questo attivismo a senso unico, sollecitato dalla previsione della possibile ricaduta in condizioni di grave emergenza sanitaria, determini una ulteriore emergenza nell’emergenza.

    E, a proposito di emergenza, sarebbe anche giunto il momento per avere una informazione univoca, chiara e trasparente sui dati reali del fenomeno epidemico, dalla cui dimensione dipenderanno scelte cruciali nelle prossime settimane (tra le quali, dunque, anche quelle relative allo svolgimento dell’attività giudiziaria).

    Lungi da ogni forma idiota di negazionismo, anzi, sono da considerare grottesche le resistenze pseudo-libertarie alle regole di distanziamento sociale ed all’uso della mascherina: ma non si può più negare il dato di una torbidità della informazione sulla epidemia. Anche un analfabeta in matematica, comprende la totale arbitrarietà della comunicazione di numeri dei contagi in valore assoluto, accompagnati a mezza bocca dalla variabile dei tamponi effettuati, come se fosse informazione di contorno.

    Perché si insiste nella diffusione di dati privi del benché minimo rigore statistico?

    Le informazioni di rilevanza pubblica non sono un patrimonio che il Governo di un Paese democratico possa amministrare in modo inspiegabilmente arbitrario, oscuro, nebuloso: ne risentono la vita sociale, l’economia, ovviamente la dislocazione di presidi sanitari e non può trascurarsi il settore della giustizia la cui attesa, altrimenti, con l’aggiunta delle criticità portate dalla epidemia l’attesa diventerà infinita. Insomma, dateci informazioni, invece di dare i numeri.

  • In attesa di Giustizia: No mercy

    Nessuna pietà, questa è la traduzione dall’inglese del titolo dell’articolo di questa settimana: l’anglicismo è voluto perché quello che si andrà a raccontare si addice di più alle regole di ingaggio dettate al Team Six dei Navy Seals quando viene mandato in missione per stanare terroristi dell’ISIS che non alla amministrazione della Giustizia di un Paese che si definisce civilizzato e culla del diritto, quel diritto romano che la definiva ars boni et aequi e quella cultura che – invece – conosceva la pietas anche se con un’accezione un po’ diversa da compassione e misericordia.

    Quindi, va bene dire no mercy se si vuole definire il comportamento recente di un paio di magistrati della Repubblica. Casi, quelli che verranno citati tra gli ultimi ma che non isolati ed eccezionali.

    Non è importante sapere esattamente dove accadono questi misfatti e neppure i nomi dei protagonisti: sono semplicemente accadimenti del tutto inaccettabili.

    Il primo riguarda un avvocato – tra l’altro procuratore speciale del proprio assistito, il che rende infungibile la sua partecipazione ad un’udienza essendo l’unico con la facoltà di operare determinate scelte – colpito da un grave lutto famigliare: la morte della madre le cui esequie si sarebbero dovute celebrare proprio il giorno in cui era fissato l’incombente processuale per cui era indispensabile la sua presenza con la relativa procura. Per di più, la funzione si sarebbe tenuta a ragguardevole distanza (almeno duecento chilometri) da Tribunale ove l’avvocato era impegnato.

    Dunque, con un giorno di anticipo, l’avvocato trasmette una istanza di rinvio giustificandone la ragione. Risposta: “visto, si rigetta, non trattandosi di legittimo impedimento”. Vero, fino a un certo punto, perché il legittimo impedimento dovrebbe consistere nella impossibilità assoluta di partecipare ad un’udienza e, in teoria, un figlio potrebbe ben rinunciare al funerale della madre in favore di impegni professionali. Ma, senza chiamare in causa la pietas, già da anni la Cassazione ha affermato che nell’ipotesi di legittimo impedimento rientrano “gravi situazioni sotto il profilo umano e morale”.

    Il giudice in questione, peraltro, ha poi deciso diversamente il giorno dell’udienza, rinviandola dopo aver letto i necrologi sulla stampa. Come a dire: degli avvocati non mi fido, pronti a tutto, anche a simulare un lutto pur di avere un rinvio ma forse – avidi come sono – non disposti a spendere dei soldi per un necrologio falso. Dunque, non è proprio tutto bene quello che finisce bene.

    E passiamo al secondo caso: poco prima di un’udienza civile un avvocato ha avuto un malore ed è svenuto in aula. Sopraggiunti i soccorsi, l’uomo è stato trasportato al Pronto Soccorso per accertamenti. Rinvio? Ma neanche a parlarne: i colleghi presenti avevano nel frattempo chiamato un altro professionista dello studio per informarlo e quest’ultimo, accorso per sincerarsi delle condizioni dell’avvocato colpito da malore è stato fermamente sollecitato dal giudice a sostituirlo, visto che il fascicolo (tra l’altro, sporcatosi di sangue a causa di un trauma cranico con ferita riportato in occasione dello svenimento) era rimasto comunque sul posto. Alternative? Pare nessuna e la giustizia ha proseguito il suo corso.

    Poi ci si lamenta dell’attesa di Giustizia: meno male che c’è chi ha ormai ben capito quanto callidi siano questi legulei, pronti a tutto, anche a rompersi la testa per ottenere un rinvio…no mercy.

  • In attesa di Giustizia: porte girevoli

    Se ne parla da sempre: della inopportunità che vi siano commistioni tra magistratura e politica. In particolare sono da evitare giri di giostra dalla magistratura alla politica e ritorno che riportano alle più belle pagine di Sciascia. Chi amministra giustizia non ha solo il dovere della imparzialità ma deve anche apparire tale: il che non può essere, dopo avere operato scelte di campo e di schieramento nette, soprattutto laddove ci si debba occupare di uomini che appartengono alla categoria degli avversari politici.

    La notizia non è recentissima, risale a qualche settimana addietro, ma è l’ultima che illustra plasticamente quella inopportunità di cui si è parlato all’inizio: in argomento abbiamo il Dott. Nicolò Marino, già nella Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta, ora approdato a Roma, dove è Giudice per le Udienze Preliminari dopo una parentesi come assessore all’energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana nella Giunta Crocetta e del quale, in quel segmento di vita, si trovano prese di posizione taglienti contro questo o quel personaggio.

    Ed è lui il GUP che, contraddicendo la Procura della Capitale, ha rinviato a giudizio Luca Lotti: uno dei nomi eccellenti della maxi-indagine sul caso Consip.

    Marino aveva assunto l’incarico di assessore regionale nel dicembre del 2012 e ha ultimato l’incarico di governo il 14 aprile 2014. Sedici mesi in cui la toga è rimasta piegata nell’armadietto del palazzo di giustizia, mentre di lui rimangono agli atti decine di articoli e di dichiarazioni politiche. Particolarmente entusiasta agli esordi, è entrato poi in rotta di collisione con il governatore Crocetta. Con i Dem, peraltro, ha un rapporto equivoco, un amore incompreso. È stato in seguito ad un input di Pierluigi Bersani che il PD, con Crocetta, propose un modello inedito, una Giunta fatta di volti nuovi e certamente strutturati, tra i quali appunto un magistrato antimafia come assessore alle utilities. Con Matteo Renzi – nel 2014 – prova a dialogare, e aggancia il renziano Davide Faraone, come risulta dal verbale di una audizione resa da Nicolò Marino – in veste di ex assessore regionale e non di magistrato, o forse entrambe – davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

    Ed eccoci ai giorni nostri, quando non più assessore ma giudice, Nicolò Marino si  ritrova con l’ex pretoriano di Renzi in aula per il quale il P.M. aveva già chiesto l’archiviazione e in udienza sentenza di non luogo a procedere: ma l’ex ministro Luca Lotti dovrà andare a giudizio ugualmente per rivelazione di segreto d’ufficio.

    Indipendenza dalla Procura ovvero questa decisione ha a che vedere con antagonismi politici non sopiti? Non lo sapremo mai, certezze non ve ne sono e non è affatto da escludere che la scelta del giudice Marino sia frutto solo di un giudizio sereno e privo di fattori di inquinamento;  tuttavia sarebbe decisamente meglio evitare anche l’insorgere del dubbio e gli strumenti ci sono: l’astensione per motivi di opportunità oppure, come ha fatto Gianrico Carofiglio, dimettersi dalla magistratura dopo avere ricoperto incarichi politici e dedicarsi ad altro. Ecco, in attesa di Giustizia, magari leggetevi un suo libro: Carofiglio è stato un ottimo magistrato, un senatore scopertosi poco avvezzo ai palazzi del potere (dai quali non è stato particolarmente amato) e al di là delle trame che possono piacere o no, scrive in un italiano impeccabile. Un uomo da cui c’è molto da imparare.

  • In attesa di Giustizia: sbatti il mostro in prima pagina

    Un cane che morde un uomo non è una notizia: lo è il contrario e così nulla vi è di più ghiotto – per chi si occupa di cronaca giudiziaria – di un operatore del settore del diritto che finisce sotto processo.

    Accadde così un paio di anni fa, e ne trattò anche questa rubrica, che l’avvocato romano Francesco Tagliaferri venisse indagato per rapporti suppostamente illeciti con esponenti della criminalità organizzata; autentico galantuomo, penalista di grande esperienza e notorietà del Foro di Roma, Tagliaferri fu messo immediatamente alla gogna da parte dei media che – come da consuetudine – più che riferire una notizia trattavano l’argomento con ampio risalto in termini che, sostanzialmente erano l’anticipazione di una sentenza di condanna. Comunque sia, Tagliaferri fu pubblicamente crocifisso per colpe tutt’altro che dimostrate.

    Per fortuna in questo Paese l’attesa di Giustizia non è sempre caratterizzata da tempi biblici e neppure le sentenze sono frutto del “modello Venezia” di cui abbiamo parlato proprio la settimana scorsa: già decise, con tanto di motivazione, prima ancora che si celebri il processo: il percorso giudiziario di Francesco Tagliaferri è stato abbastanza celere e si è di recente concluso con un’assoluzione. Assoluzione di cui nessuno ha parlato, non una riga neppure sui quotidiani della Capitale, qualcosa – tutt’al più – si trova sulla free press o setacciando Google sebbene il suo difensore abbia inviato un brevissimo comunicato stampa alle agenzie ed alle testate giornalistiche (soprattutto quelle che si erano avventate sulla notizia di un avvocato che “si vende l’anima per soldi” diventando favoreggiatore di una banda di narcotrafficanti).

    Gli avvocati, del resto, si sa che non sono esattamente dei beniamini dell’opinione pubblica e meno di tutti lo sono i penalisti che vengono sovente dipinti come complici dei loro assistiti, dunque il silenzio è il minimo che ci si debba aspettare quando viene ristabilita la verità e restituito l’onore a chi si è tentato di toglierlo con accuse azzardate e ingiustificato clamore mediatico.

    Nel frattempo a Piacenza un magistrato di grande valore ed esperienza, il Procuratore Grazia Pradella, al termine di un’indagine delicatissima condotta con largo impiego di tecnologie audio – video ne ha illustrato i contenuti e commentato gli arresti di tutti i Carabinieri, compreso il sottufficiale in comando, appartenenti ad una stazione dell’Arma che è stata messa – caso unico nella storia – sotto sequestro. I militari sono accusati di reati molto gravi, talune evidenze appaiono piuttosto solide (filmati e intercettazioni ambientali) e, comunque, vale anche per loro la presunzione di non colpevolezza.

    Il seguito delle investigazioni ed il processo accerteranno le responsabilità di ognuno, se vi sono; nel frattempo, tuttavia, c’è qualcuno che non ha perso l’occasione di parlare a sproposito dimenticandosi di collegare la bocca al cervello, ammesso che in quest’ultimo abiti almeno uno sperduto neurone.

    Non facciamo nomi, sebbene il soggetto in questione sia stato in proposito anche intervistato in un programma radiofonico molto seguito: basti dire che si tratta di un ex deputato M5S privo di qualsiasi competenza in materie giuridiche in ragione del suo differente percorso di studi, anche questo verosimilmente seguito alle scuole serali ma al buio.

    Ebbene, trattando dell’arresto di questi Carabinieri il sociologo dell’ultim’ora ha messo in evidenza come si tratti di sei meridionali su sei ed ha annotato che – sebbene essere meridionale non significhi essere delinquente – vi è sicuramente una predisposizione genetica a fare del male in chi è nato in un Sud arretrato dal quale proviene la maggior parte dei delinquenti: come esempio ha citato la mancanza di valtellinesi dediti a sciogliere i bambini nell’acido.

    Sociologia criminale di infimo livello alimentata da una notizia che, anche questa volta, si assimila a quella dell’uomo che morde il cane e non viceversa: chi è estraneo alla vicenda, non conoscendo gli atti, dovrebbe astenersi da ogni commento e meno che mai da analisi di impronta vagamente lombrosiana. Ma tant’è: a margine vi è solo da rallegrarsi che il nostro già disastrato sistema giustizia non disponga del processo con giuria se il rischio è che ci finiscano personaggi simili.

    In ogni caso e per trarne le dovute conclusioni, sappiano i lettori de Il Patto Sociale che io sono meridionale. Ma ho anche tanti difetti.

  • In attesa di Giustizia: cucchiaio di legno

    Il cucchiaio di legno è il trofeo destinato alla nazionale di rugby che si classifica ultima nel torneo chiamato Sei Nazioni e deriva il suo nome da una antica tradizione dell’Università di Cambridge secondo la quale gli studenti con i voti di profitto più bassi veniva scherniti con la consegna di un simile utensile da cucina: da inizio millennio la nostra nazionale di palla ovale lo ha vinto già quattordici volte.

    Se un analogo riconoscimento ci fosse anche per l’amministrazione della Giustizia, non avremmo rivali: durante il question time  l’ineffabile Bonafede ha rilevato la impraticabilità a breve – per motivi burocratici e di logistica – del reimpiego degli immobili (chiusi ed inutilizzati) delle sedi giudiziarie soppresse al fine di aumentare il numero delle udienze, assicurando il distanziamento fisico ed aggredendo l’arretrato enorme che si è creato durante il lockdown. Certo, tutto ciò è inevitabile se ci si pensa solo adesso… peraltro, il Guardasigilli si è autocelebrato affermando di aver affrontato degnamente la crisi e di aver fatto il possibile per far uscire la Giustizia dalla paralisi dovuta al Covid – 19. A fonte della accertata Caporetto del sistema il cucchiaio di legno è meritatissimo come il suggerimento di cambiare pusher: evidentemente gli vende roba di cattiva qualità.

    Nel frattempo, invece che dedicarsi a qualcosa di più costruttivo nel settore, sembra che il Senato sia impegnato nell’esame di un disegno di legge che prevede di istituire una giornata di commemorazione delle vittime di errori giudiziari, Enzo Tortora in primis. Inutile dire che PD e M5S hanno votato contro e vi è da presumere che la posizione del Guardasigilli corrisponda a quella del suo partito.

    Sarà…ma la giornata di celebrazione degli errori dello Stato in danno dei cittadini è una di quelle cose che, se non ci fosse da piangere, dovrebbe far ridere.  Purtroppo – anche per i soldi sborsati dai contribuenti in risarcimenti – non c’è proprio nulla da ridere.

    A voler cercare il pelo nell’uovo (ed il legislatore certe cose dovrebbe saperle), il nome scelto non è neppure corretto: errore giudiziario è quello che definisce una sentenza irrevocabile che si scopre, in seguito ad un procedimento di revisione, essere sbagliata, non un arresto seguito da assoluzione. Tortora non c’entra nulla perché alla fine, fu assolto e le sentenze soggette a revisione non sono moltissime come le carcerazioni preventive ingiustificate.

    Sono, invece numerosi – se ne è trattato in altre occasioni su queste colonne –  i casi di arresti ingiusti, seguite da riparazioni economiche che, tra l’altro, pesano sul bilancio dello Stato. Forse si dovrebbe chiamare “giornata delle misure cautelari sbagliate”:  cacofonico, ma renderebbe meglio l’idea.

    Così facendo, però, dovremmo interrogarci su un sacco di cose, a cominciare dalla facilità con la quale si emettono i provvedimenti restrittivi e, inevitabilmente, rendersi conto che servono una riforma del codice e dell’ordinamento giudiziario (compresa la responsabilità civile dei magistrati), altro che una inutile giornata della memoria.

    Insomma, per esemplificare: se quello che leggiamo è tutto vero, errore giudiziario è la condanna di Silvio Berlusconi. Il caso Tortora, invece e semmai, è la prova che, a volte, le cose funzionano: lentamente ed anche con il sacrificio della libertà. Da noi l’attesa di Giustizia ha i suoi tempi, spesso pagando il prezzo di milioni di euro all’anno di risarcimenti e richiami della CEDU per i più disparati motivi: in compenso è sempre garantita la vittoria di un cucchiaio di legno del settore.

    Manuel Sarno

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