Tribunale

  • Alle elezioni per l’Anm vince la corrente progressista dei magistrati, giù il gruppo di Davigo

    Le toghe progressiste di Area sono prime, ma tallonate da Magistratura Indipendente, la corrente che ha avuto a lungo come punto di riferimento Cosimo Ferri e che ha pagato il prezzo più alto al caso Palamara, con tre consiglieri del Csm costretti alle dimissioni. Dimezza la propria rappresentanza Unità per la Costituzione, di cui è stato a lungo leader di fatto il pm romano radiato dalla magistratura per lo “scandalo” delle nomine. E va male anche Autonomia e Indipendenza, il gruppo fondato da Piercamillo Davigo, che alle scorse elezioni aveva fatto il botto, ma che stavolta sconta l’assenza del suo leader: prende gli stessi seggi degli esordienti “Articolo 101”, la neonata formazione che si pone in antitesi alle correnti tradizionali, ma i cui rappresentanti sono già stati in passato all’Anm sotto le insegne di “Proposta B”. E’ il quadro composito che emerge dalle elezioni per il rinnovo dei trentasei componenti del Comitato direttivo centrale dell’Anm, il “parlamentino delle toghe” che già il 7 novembre prossimo è chiamato ad eleggere il nuovo presidente e la nuova giunta destinate a guidare il sindacato dei magistrati per i prossimi quattro anni.

    Ma c’è un altro dato da non sottovalutare. Ed è il calo sensibile dei votanti, che tradisce la “disaffezione” di una parte dei magistrati al sistema delle correnti, uscito con le ossa rotte dal caso Palamara. Nonostante per la prima volta si votasse con modalità telematica, sono stati solo 6.101 magistrati a scegliere i rappresentanti al Comitato direttivo centrale dell’Anm, pari al 85,92% dell’elettorato attivo. Un migliaio in meno (7100) di quelli che si erano registrati nelle scorse settimane e quasi due migliaia in meno rispetto alle elezioni del 2016.

    Area è dunque la vincitrice con 1785 voti e suo è anche il primo degli eletti, con 739 preferenze: il presidente uscente dell’Anm Luca Poniz, che ha spinto per una linea intransigente nei confronti di tutti i magistrati protagonisti della riunione sulle nomine all’hotel Champagne con Palamara, Ferri e il dem Luca Lotti, ma dialogante sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, alla guida di una coalizione formata da Area, Unicost e Autonomia e Indipendenza, con Magistratura Indipendente all’opposizione.  Numeri che dovrebbero portare il gruppo a 11 seggi, 2 in più di quelli che aveva ottenuto nel 2016. Ottimo risultato anche per Magistratura Indipendente, nella cui lista si erano presentati sotto l’insegna di Movimento per la Costituzione, anche ex esponenti di Unicost (come Antonio Sangermano, in passato pm del caso Ruby): incassa 1648 voti, che dovrebbero portarla a 10 seggi (+2 rispetto a 4 anni fa). Per Unità per la Costituzione – la cui dirigenza ha preso da subito le distanze da Palamara e ha sposato una linea intransigente – invece la batosta è netta. Anche se il suo presidente Mariano Sciacca vede comunque un progresso rispetto alle elezioni suppletive del Csm. Nel 2016 era stata la prima corrente, oggi i suoi consensi si fermano a 1212, con una contrazione di seggi notevole: dai 13 di allora, dovrebbe accontentarsi di soli 7. In calo considerevole anche Autonomia e Indipendenza: dopo il bagno di voti del 2016 trainato essenzialmente da Davigo ottiene 749 preferenze e così gli stessi seggi di “Articolo 101” che di voti ne ha presi 651.Tra i suoi, il primo degli eletti è l’ex consigliere del Csm Aldo Morgigni.

    Difficile capire che prospettive si aprono per il “governo” del sindacato dei magistrati. “Come quattro anni fa il nostro obiettivo è la giunta unitaria”, assicura il segretario di Area Eugenio Albamonte. Ma l’accordo tra tutte le correnti non sembra un traguardo facile.

  • In attesa di Giustizia: emergenza continua

    I contagi, purtroppo, segnano una curva in decisa risalita: è in arrivo la seconda ondata, quella in cui nessuno credeva sebbene se ne fosse anticipato il rischio. Non diversamente da quello che sembra accadere nel settore della sanità, invece che lavorare d’anticipo per prevenire i problemi, anche in quello della giustizia si corre ai ripari con un certo ritardo. Piuttosto che niente è meglio piuttosto, si dirà ed è di pochi giorni fa la notizia di un accordo tra Ministro di Giustizia e sindacati del comparto sulla organizzazione di uno smart working lontano dalla versione caricaturale praticata in fase di lockdown, e purtroppo anche oltre, con uffici giudiziari che, se va tutto bene, funzionano tutt’ora a due cilindri (nemmeno a tre…).

    Come si è annotato in precedenti articoli, il personale distaccato a casa non era autorizzato ad accedere ai registri ordinariamente accessibili dall’ufficio ed alla rete protetta: uno smart working all’amatriciana, insomma. Ora, sebbene nulla di preciso si sappia della gara per la fornitura, dovrebbero essere consegnati migliaia di computer portatili, con licenza di accesso ai dati riservati agli uffici. Bene, una volta tanto e se funzionerà, il sistema potrà costituire senz’altro un valore aggiunto anche trascorsa la fase emergenziale.

    Nessuna notizia, peraltro, sul corrispondente accesso smaterializzato degli avvocati agli uffici giudiziari. Male, anzi malissimo perché non servono strumenti tecnologici nuovi ma solo una normativa che autorizzi l’uso della pec per depositare gli atti difensivi: ora, invece, si è costretti ad andare in Tribunale, facendo lo slalom tra divieti, file in assembramento, prenotazione di accessi concessi con evidente fastidio come se l’ingresso fosse facultato a degli untori.

    Vero è che il deposito telematico di atti presuppone una riorganizzazione della fase ricettiva degli stessi, ma è un problema banale da risolvere.

    Massima comprensione per quelle che sono le priorità di chi ci governa, ma oltre ai diritti sindacali, pur legittimi, il diritto di difesa dei cittadini non può essere trascurato prima che questo attivismo a senso unico, sollecitato dalla previsione della possibile ricaduta in condizioni di grave emergenza sanitaria, determini una ulteriore emergenza nell’emergenza.

    E, a proposito di emergenza, sarebbe anche giunto il momento per avere una informazione univoca, chiara e trasparente sui dati reali del fenomeno epidemico, dalla cui dimensione dipenderanno scelte cruciali nelle prossime settimane (tra le quali, dunque, anche quelle relative allo svolgimento dell’attività giudiziaria).

    Lungi da ogni forma idiota di negazionismo, anzi, sono da considerare grottesche le resistenze pseudo-libertarie alle regole di distanziamento sociale ed all’uso della mascherina: ma non si può più negare il dato di una torbidità della informazione sulla epidemia. Anche un analfabeta in matematica, comprende la totale arbitrarietà della comunicazione di numeri dei contagi in valore assoluto, accompagnati a mezza bocca dalla variabile dei tamponi effettuati, come se fosse informazione di contorno.

    Perché si insiste nella diffusione di dati privi del benché minimo rigore statistico?

    Le informazioni di rilevanza pubblica non sono un patrimonio che il Governo di un Paese democratico possa amministrare in modo inspiegabilmente arbitrario, oscuro, nebuloso: ne risentono la vita sociale, l’economia, ovviamente la dislocazione di presidi sanitari e non può trascurarsi il settore della giustizia la cui attesa, altrimenti, con l’aggiunta delle criticità portate dalla epidemia l’attesa diventerà infinita. Insomma, dateci informazioni, invece di dare i numeri.

  • In attesa di Giustizia: No mercy

    Nessuna pietà, questa è la traduzione dall’inglese del titolo dell’articolo di questa settimana: l’anglicismo è voluto perché quello che si andrà a raccontare si addice di più alle regole di ingaggio dettate al Team Six dei Navy Seals quando viene mandato in missione per stanare terroristi dell’ISIS che non alla amministrazione della Giustizia di un Paese che si definisce civilizzato e culla del diritto, quel diritto romano che la definiva ars boni et aequi e quella cultura che – invece – conosceva la pietas anche se con un’accezione un po’ diversa da compassione e misericordia.

    Quindi, va bene dire no mercy se si vuole definire il comportamento recente di un paio di magistrati della Repubblica. Casi, quelli che verranno citati tra gli ultimi ma che non isolati ed eccezionali.

    Non è importante sapere esattamente dove accadono questi misfatti e neppure i nomi dei protagonisti: sono semplicemente accadimenti del tutto inaccettabili.

    Il primo riguarda un avvocato – tra l’altro procuratore speciale del proprio assistito, il che rende infungibile la sua partecipazione ad un’udienza essendo l’unico con la facoltà di operare determinate scelte – colpito da un grave lutto famigliare: la morte della madre le cui esequie si sarebbero dovute celebrare proprio il giorno in cui era fissato l’incombente processuale per cui era indispensabile la sua presenza con la relativa procura. Per di più, la funzione si sarebbe tenuta a ragguardevole distanza (almeno duecento chilometri) da Tribunale ove l’avvocato era impegnato.

    Dunque, con un giorno di anticipo, l’avvocato trasmette una istanza di rinvio giustificandone la ragione. Risposta: “visto, si rigetta, non trattandosi di legittimo impedimento”. Vero, fino a un certo punto, perché il legittimo impedimento dovrebbe consistere nella impossibilità assoluta di partecipare ad un’udienza e, in teoria, un figlio potrebbe ben rinunciare al funerale della madre in favore di impegni professionali. Ma, senza chiamare in causa la pietas, già da anni la Cassazione ha affermato che nell’ipotesi di legittimo impedimento rientrano “gravi situazioni sotto il profilo umano e morale”.

    Il giudice in questione, peraltro, ha poi deciso diversamente il giorno dell’udienza, rinviandola dopo aver letto i necrologi sulla stampa. Come a dire: degli avvocati non mi fido, pronti a tutto, anche a simulare un lutto pur di avere un rinvio ma forse – avidi come sono – non disposti a spendere dei soldi per un necrologio falso. Dunque, non è proprio tutto bene quello che finisce bene.

    E passiamo al secondo caso: poco prima di un’udienza civile un avvocato ha avuto un malore ed è svenuto in aula. Sopraggiunti i soccorsi, l’uomo è stato trasportato al Pronto Soccorso per accertamenti. Rinvio? Ma neanche a parlarne: i colleghi presenti avevano nel frattempo chiamato un altro professionista dello studio per informarlo e quest’ultimo, accorso per sincerarsi delle condizioni dell’avvocato colpito da malore è stato fermamente sollecitato dal giudice a sostituirlo, visto che il fascicolo (tra l’altro, sporcatosi di sangue a causa di un trauma cranico con ferita riportato in occasione dello svenimento) era rimasto comunque sul posto. Alternative? Pare nessuna e la giustizia ha proseguito il suo corso.

    Poi ci si lamenta dell’attesa di Giustizia: meno male che c’è chi ha ormai ben capito quanto callidi siano questi legulei, pronti a tutto, anche a rompersi la testa per ottenere un rinvio…no mercy.

  • In attesa di Giustizia: porte girevoli

    Se ne parla da sempre: della inopportunità che vi siano commistioni tra magistratura e politica. In particolare sono da evitare giri di giostra dalla magistratura alla politica e ritorno che riportano alle più belle pagine di Sciascia. Chi amministra giustizia non ha solo il dovere della imparzialità ma deve anche apparire tale: il che non può essere, dopo avere operato scelte di campo e di schieramento nette, soprattutto laddove ci si debba occupare di uomini che appartengono alla categoria degli avversari politici.

    La notizia non è recentissima, risale a qualche settimana addietro, ma è l’ultima che illustra plasticamente quella inopportunità di cui si è parlato all’inizio: in argomento abbiamo il Dott. Nicolò Marino, già nella Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta, ora approdato a Roma, dove è Giudice per le Udienze Preliminari dopo una parentesi come assessore all’energia e ai servizi di pubblica utilità della regione siciliana nella Giunta Crocetta e del quale, in quel segmento di vita, si trovano prese di posizione taglienti contro questo o quel personaggio.

    Ed è lui il GUP che, contraddicendo la Procura della Capitale, ha rinviato a giudizio Luca Lotti: uno dei nomi eccellenti della maxi-indagine sul caso Consip.

    Marino aveva assunto l’incarico di assessore regionale nel dicembre del 2012 e ha ultimato l’incarico di governo il 14 aprile 2014. Sedici mesi in cui la toga è rimasta piegata nell’armadietto del palazzo di giustizia, mentre di lui rimangono agli atti decine di articoli e di dichiarazioni politiche. Particolarmente entusiasta agli esordi, è entrato poi in rotta di collisione con il governatore Crocetta. Con i Dem, peraltro, ha un rapporto equivoco, un amore incompreso. È stato in seguito ad un input di Pierluigi Bersani che il PD, con Crocetta, propose un modello inedito, una Giunta fatta di volti nuovi e certamente strutturati, tra i quali appunto un magistrato antimafia come assessore alle utilities. Con Matteo Renzi – nel 2014 – prova a dialogare, e aggancia il renziano Davide Faraone, come risulta dal verbale di una audizione resa da Nicolò Marino – in veste di ex assessore regionale e non di magistrato, o forse entrambe – davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

    Ed eccoci ai giorni nostri, quando non più assessore ma giudice, Nicolò Marino si  ritrova con l’ex pretoriano di Renzi in aula per il quale il P.M. aveva già chiesto l’archiviazione e in udienza sentenza di non luogo a procedere: ma l’ex ministro Luca Lotti dovrà andare a giudizio ugualmente per rivelazione di segreto d’ufficio.

    Indipendenza dalla Procura ovvero questa decisione ha a che vedere con antagonismi politici non sopiti? Non lo sapremo mai, certezze non ve ne sono e non è affatto da escludere che la scelta del giudice Marino sia frutto solo di un giudizio sereno e privo di fattori di inquinamento;  tuttavia sarebbe decisamente meglio evitare anche l’insorgere del dubbio e gli strumenti ci sono: l’astensione per motivi di opportunità oppure, come ha fatto Gianrico Carofiglio, dimettersi dalla magistratura dopo avere ricoperto incarichi politici e dedicarsi ad altro. Ecco, in attesa di Giustizia, magari leggetevi un suo libro: Carofiglio è stato un ottimo magistrato, un senatore scopertosi poco avvezzo ai palazzi del potere (dai quali non è stato particolarmente amato) e al di là delle trame che possono piacere o no, scrive in un italiano impeccabile. Un uomo da cui c’è molto da imparare.

  • In attesa di Giustizia: sbatti il mostro in prima pagina

    Un cane che morde un uomo non è una notizia: lo è il contrario e così nulla vi è di più ghiotto – per chi si occupa di cronaca giudiziaria – di un operatore del settore del diritto che finisce sotto processo.

    Accadde così un paio di anni fa, e ne trattò anche questa rubrica, che l’avvocato romano Francesco Tagliaferri venisse indagato per rapporti suppostamente illeciti con esponenti della criminalità organizzata; autentico galantuomo, penalista di grande esperienza e notorietà del Foro di Roma, Tagliaferri fu messo immediatamente alla gogna da parte dei media che – come da consuetudine – più che riferire una notizia trattavano l’argomento con ampio risalto in termini che, sostanzialmente erano l’anticipazione di una sentenza di condanna. Comunque sia, Tagliaferri fu pubblicamente crocifisso per colpe tutt’altro che dimostrate.

    Per fortuna in questo Paese l’attesa di Giustizia non è sempre caratterizzata da tempi biblici e neppure le sentenze sono frutto del “modello Venezia” di cui abbiamo parlato proprio la settimana scorsa: già decise, con tanto di motivazione, prima ancora che si celebri il processo: il percorso giudiziario di Francesco Tagliaferri è stato abbastanza celere e si è di recente concluso con un’assoluzione. Assoluzione di cui nessuno ha parlato, non una riga neppure sui quotidiani della Capitale, qualcosa – tutt’al più – si trova sulla free press o setacciando Google sebbene il suo difensore abbia inviato un brevissimo comunicato stampa alle agenzie ed alle testate giornalistiche (soprattutto quelle che si erano avventate sulla notizia di un avvocato che “si vende l’anima per soldi” diventando favoreggiatore di una banda di narcotrafficanti).

    Gli avvocati, del resto, si sa che non sono esattamente dei beniamini dell’opinione pubblica e meno di tutti lo sono i penalisti che vengono sovente dipinti come complici dei loro assistiti, dunque il silenzio è il minimo che ci si debba aspettare quando viene ristabilita la verità e restituito l’onore a chi si è tentato di toglierlo con accuse azzardate e ingiustificato clamore mediatico.

    Nel frattempo a Piacenza un magistrato di grande valore ed esperienza, il Procuratore Grazia Pradella, al termine di un’indagine delicatissima condotta con largo impiego di tecnologie audio – video ne ha illustrato i contenuti e commentato gli arresti di tutti i Carabinieri, compreso il sottufficiale in comando, appartenenti ad una stazione dell’Arma che è stata messa – caso unico nella storia – sotto sequestro. I militari sono accusati di reati molto gravi, talune evidenze appaiono piuttosto solide (filmati e intercettazioni ambientali) e, comunque, vale anche per loro la presunzione di non colpevolezza.

    Il seguito delle investigazioni ed il processo accerteranno le responsabilità di ognuno, se vi sono; nel frattempo, tuttavia, c’è qualcuno che non ha perso l’occasione di parlare a sproposito dimenticandosi di collegare la bocca al cervello, ammesso che in quest’ultimo abiti almeno uno sperduto neurone.

    Non facciamo nomi, sebbene il soggetto in questione sia stato in proposito anche intervistato in un programma radiofonico molto seguito: basti dire che si tratta di un ex deputato M5S privo di qualsiasi competenza in materie giuridiche in ragione del suo differente percorso di studi, anche questo verosimilmente seguito alle scuole serali ma al buio.

    Ebbene, trattando dell’arresto di questi Carabinieri il sociologo dell’ultim’ora ha messo in evidenza come si tratti di sei meridionali su sei ed ha annotato che – sebbene essere meridionale non significhi essere delinquente – vi è sicuramente una predisposizione genetica a fare del male in chi è nato in un Sud arretrato dal quale proviene la maggior parte dei delinquenti: come esempio ha citato la mancanza di valtellinesi dediti a sciogliere i bambini nell’acido.

    Sociologia criminale di infimo livello alimentata da una notizia che, anche questa volta, si assimila a quella dell’uomo che morde il cane e non viceversa: chi è estraneo alla vicenda, non conoscendo gli atti, dovrebbe astenersi da ogni commento e meno che mai da analisi di impronta vagamente lombrosiana. Ma tant’è: a margine vi è solo da rallegrarsi che il nostro già disastrato sistema giustizia non disponga del processo con giuria se il rischio è che ci finiscano personaggi simili.

    In ogni caso e per trarne le dovute conclusioni, sappiano i lettori de Il Patto Sociale che io sono meridionale. Ma ho anche tanti difetti.

  • In attesa di Giustizia: cucchiaio di legno

    Il cucchiaio di legno è il trofeo destinato alla nazionale di rugby che si classifica ultima nel torneo chiamato Sei Nazioni e deriva il suo nome da una antica tradizione dell’Università di Cambridge secondo la quale gli studenti con i voti di profitto più bassi veniva scherniti con la consegna di un simile utensile da cucina: da inizio millennio la nostra nazionale di palla ovale lo ha vinto già quattordici volte.

    Se un analogo riconoscimento ci fosse anche per l’amministrazione della Giustizia, non avremmo rivali: durante il question time  l’ineffabile Bonafede ha rilevato la impraticabilità a breve – per motivi burocratici e di logistica – del reimpiego degli immobili (chiusi ed inutilizzati) delle sedi giudiziarie soppresse al fine di aumentare il numero delle udienze, assicurando il distanziamento fisico ed aggredendo l’arretrato enorme che si è creato durante il lockdown. Certo, tutto ciò è inevitabile se ci si pensa solo adesso… peraltro, il Guardasigilli si è autocelebrato affermando di aver affrontato degnamente la crisi e di aver fatto il possibile per far uscire la Giustizia dalla paralisi dovuta al Covid – 19. A fonte della accertata Caporetto del sistema il cucchiaio di legno è meritatissimo come il suggerimento di cambiare pusher: evidentemente gli vende roba di cattiva qualità.

    Nel frattempo, invece che dedicarsi a qualcosa di più costruttivo nel settore, sembra che il Senato sia impegnato nell’esame di un disegno di legge che prevede di istituire una giornata di commemorazione delle vittime di errori giudiziari, Enzo Tortora in primis. Inutile dire che PD e M5S hanno votato contro e vi è da presumere che la posizione del Guardasigilli corrisponda a quella del suo partito.

    Sarà…ma la giornata di celebrazione degli errori dello Stato in danno dei cittadini è una di quelle cose che, se non ci fosse da piangere, dovrebbe far ridere.  Purtroppo – anche per i soldi sborsati dai contribuenti in risarcimenti – non c’è proprio nulla da ridere.

    A voler cercare il pelo nell’uovo (ed il legislatore certe cose dovrebbe saperle), il nome scelto non è neppure corretto: errore giudiziario è quello che definisce una sentenza irrevocabile che si scopre, in seguito ad un procedimento di revisione, essere sbagliata, non un arresto seguito da assoluzione. Tortora non c’entra nulla perché alla fine, fu assolto e le sentenze soggette a revisione non sono moltissime come le carcerazioni preventive ingiustificate.

    Sono, invece numerosi – se ne è trattato in altre occasioni su queste colonne –  i casi di arresti ingiusti, seguite da riparazioni economiche che, tra l’altro, pesano sul bilancio dello Stato. Forse si dovrebbe chiamare “giornata delle misure cautelari sbagliate”:  cacofonico, ma renderebbe meglio l’idea.

    Così facendo, però, dovremmo interrogarci su un sacco di cose, a cominciare dalla facilità con la quale si emettono i provvedimenti restrittivi e, inevitabilmente, rendersi conto che servono una riforma del codice e dell’ordinamento giudiziario (compresa la responsabilità civile dei magistrati), altro che una inutile giornata della memoria.

    Insomma, per esemplificare: se quello che leggiamo è tutto vero, errore giudiziario è la condanna di Silvio Berlusconi. Il caso Tortora, invece e semmai, è la prova che, a volte, le cose funzionano: lentamente ed anche con il sacrificio della libertà. Da noi l’attesa di Giustizia ha i suoi tempi, spesso pagando il prezzo di milioni di euro all’anno di risarcimenti e richiami della CEDU per i più disparati motivi: in compenso è sempre garantita la vittoria di un cucchiaio di legno del settore.

    Manuel Sarno

  • In attesa di Giustizia: non guardate nell’abisso

    Qualcuno ricorderà la vicenda di Martina Rossi, studentessa genovese ritrovata morta dopo essere precipitata dalla camera dell’hotel di Palma di Maiorca ove stava trascorrendo un periodo di vacanza e che – secondo l’accusa – stava cercando di sfuggire ad un tentativo di stupro raggiungendo un terrazzo adiacente.

    Il fatto è di nove anni fa e poteva essere comprensibile non serbarne memoria, se non fosse che – con i tempi della nostra giustizia – si è celebrato un paio di settimane fa il giudizio di appello per i due imputati richiamando l’attenzione sulla cronaca giudiziaria con una vicenda obiettivamente grave ed un processo delicato, senza contare la penuria di notizie in questo settore in periodi di covid – 19 e sostanziale chiusura dei Tribunali.

    Infatti, sin dalle prime ore del mattino e sebbene in ruolo ci fossero altri giudizi da trattare, nell’aula destinata e nella area antistante si andava allestendo una selva di microfoni e telecamere che avrebbe accompagnato il processo, con buona pace del divieto di assembramento…per non parlare delle condizioni in cui rischiava di versare l’indipendenza del Giudice: al sicuro quanto l’aplomb di un ultras quando l’arbitro fischia un rigore al novantesimo contro la sua squadra del cuore.

    L’attesa era, ovviamente, per una conferma della sentenza di condanna: la morte tragica di una giovane impone che ci sia un colpevole, anche un colpevole purchessia perché questo è il Paese dove – secondo la linea di pensiero propugnata da Piercamillo Davigo – innocenti non ve ne sono ma solo malvissuti che riescono a farla franca.

    Non era difficile prevedere che se la Corte avesse pronunciato una sentenza di proscioglimento si sarebbe scatenato l’inferno. E così è stato, nonostante le pressioni mediatiche e della folla in fermento: assoluzione.

    Occasione ghiottissima per dare sfogo a reti unificate alla solita sceneggiata giustizialista in cui si strumentalizza la sofferenza delle vittime e dei loro parenti per sostenere che le tesi dell’accusa sono verità rivelate e che i processi e le sentenze sono, nel migliore dei casi, inutili orpelli pretesi da quei complici occulti degli imputati che sono i loro difensori.

    Sulla notizia si è anche avventata una trasmissione che fa audience proprio con i dolori altrui: e quando tutto questo va in onda sul Servizio Pubblico, senza che vi sia una conoscenza puntuale degli atti ed in mancanza di una motivazione della sentenza è, tutto sommato, un’aggravante.

    Nell’attesa dei cittadini, quelli in nome dei quali viene amministrata la giustizia per dettato costituzionale, non c’è, evidentemente, un argomento razionale che spieghi per quale ragione questa sentenza, come mille altre in precedenza, sarebbe stata giusta solo se avesse condannato qualcuno.

    Il nostro sembra essere diventato l’unico paese al mondo nel quale ogni assoluzione è vissuta come una sconfitta della Giustizia, una infamia intollerabile. Non si conosce il processo bensì solo una decisione ancora priva di argomenti a sostegno ma se non si getta in pasto alla pubblica opinione una condanna e, quel che più conta, un condannato l’armageddon manettaro si mette in moto inesorabile. D’altronde e non a caso, Davigo una poltrona nei salotti televisivi la trova sempre, e di rado con dei contraddittori, nella incessante semina del pensiero unico forcaiolo.

    E’ notizia di questi giorni che sono stati arrestati alcuni “indignati speciali” che si aggiravano armati di coltello nei pressi delle abitazioni dei due imputati assolti con intendimenti più che chiari.

    Forse è inutile aspettare Giustizia, se questo è l’abisso di inciviltà giuridica in cui siamo precipitati ed al quale sarebbe meglio non guardare perché, poi, l’abisso guarderà dentro di noi.

    Manuel Sarno

     

     

  • In attesa di giustizia: falsa ripartenza

    Nei giorni scorsi si è riunito per la prima volta il tavolo di lavoro convocato dal Ministro della Giustizia il cui compito è studiare le migliori modalità di ripresa dell’attività giudiziaria nella seconda fase dell’emergenza sanitaria ma anche su un progetto di riforma dell’ordinamento giudiziario e del funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura.

    Con il lock down ormai alle spalle l’attività nei Tribunali sarebbe dovuta riprendere, in particolare la celebrazione delle udienze, ma tutto ciò si è verificato solo in misura minima.

    Ferma restando la disomogeneità sul territorio delle linee guida alla riapertura dei palazzi di giustizia (di cui abbiamo già trattato), sono molti i problemi che continuano a frapporsi al ritorno ad un regime normale di funzionamento che – quando tutto va bene – è a tre cilindri: è tutt’ora necessario chiedere appuntamenti  via mail, non sempre riscontrate, per poter accedere alle cancellerie e alle segreterie – aperte con orario e personale ridotto – e l’attività di udienza non supera il 15 – 20% dei ruoli.

    Lo stallo deriva per larga misura dal collocamento in smart working della maggior parte del personale amministrativo che, peraltro, da casa non può accedere né ai fascicoli né ai registri essendo precluso l’accesso all’intranet ministeriale per motivi di sicurezza. Più che di smart working si dovrebbe parlare di no working  o ferie retribuite…ma dirlo pubblicamente non è politicamente corretto e delude i fautori dell’“andrà tutto bene”; si aggiunga che i sindacati dei funzionari amministrativi fanno resistenza ad un ritorno alla normalità lamentando pericoli persistenti per la salute connessi al ritorno sul posto di lavoro “fisico” e accusano la lobby degli avvocati di fare pressioni in senso contrario a tutela dei propri interessi economici.

    Certo gli avvocati, in assenza di uno stipendio fisso ma con costi, invece, costanti vorrebbero tornare a lavorare, ma non hanno obiettato nulla nei momenti di maggiore criticità e migliaia di loro negli ultimi cento giorni si sono dovuti accontentare (chi è riuscito ad ottenerla) della elemosina da 600€.

    I problemi, tuttavia, sono ben altri e tutte le rappresentanze dell’Avvocatura li hanno evidenziati durante la consultazione dal Ministro della Giustizia, sottolineando come l’attuale contesto con la leva del motore della giustizia su “avanti adagio” sia privo di giustificazione, viste le modalità generali della ripresa delle attività nel Paese e la concreta situazione epidemiologica. L’organizzazione giudiziaria è un servizio pubblico e il suo sostanziale fermo si risolve in una negazione dei diritti ai cittadini. La babele dei tanti provvedimenti dei capi degli Uffici – ed a cascata dei singoli giudici – si è rivelata una risposta inadeguata al ripristino della funzione.

    Curiosamente, a questo tavolo di lavoro non hanno partecipato rappresentanti della Associazione Nazionale Magistrati che, forse, avrebbero potuto collegarsi da remoto (soluzione che piace tanto alla magistratura associata) almeno durante l’ora d’aria.

    L’Unione delle Camere Penali ha sollecitato un intervento diretto da parte del Governo per consentire – mentre già incombono le ferie giudiziarie –  in tempi rapidi il ritorno alla normalità sia pure nel rispetto delle regole sanitarie che valgono per tutti, con l’ulteriore previsione della possibilità di tenere udienze ovunque anche nel pomeriggio, recuperando se del caso la giornata del sabato e financo  il periodo ordinariamente coperto dalla sospensione feriale: misure necessarie per aggredire da subito l’enorme arretrato, acuito dalla chiusura. Il Ministro si è riservato di adottare l’iniziativa politica dopo avere ascoltato ragioni, critiche  e suggerimenti. Vedremo che ne sarà, certo è che l’attesa di Giustizia sta allungando i tempi e di molto meglio per gestire l’emergenza si sarebbe potuto fare già durante il lock down. Ne riparleremo.

  • In attesa di Giustizia: libertà di insulto

    I pazienti lettori di questa rubrica, forse, si aspettavano una nota dedicata al contenuto delle ultime intercettazioni emerse nell’affaire “Palamara” da cui si ricavano inquietanti – sebbene non inaspettati – retroscena alla nomina del Procuratore Capo di Roma: ma, ormai, è acqua (quasi) passata, lasciamo stare nell’ossequio di quel detto popolare secondo il quale una certa sostanza organica più la si rimesta e più puzza. O, più probabilmente, si sarà immaginato un commento a margine del feroce scontro in atto tra il cosiddetto Guardasigilli e il Magistrato Di Matteo – ora al CSM – a proposito di altri poco edificanti retroscena alla nomina a dirigente in importanti Dipartimenti del Ministero della Giustizia: uno dei due con certezza mente (perché è impossibile che due antagonisti, dialetticamente agli antipodi uno dell’altro, dicano entrambi la verità), magari mentono entrambi ed il riserbo in argomenti delicatissimi sembra essere un optional; così i contorni della vicenda rimangono opachi, racchiusi tra atti di indagine resi noti parzialmente, mere ipotesi e suggestioni; il tutto “a scoppio ritardato”, due anni dopo i fatti…chissà perché? Trascuriamo anche questo tema: troppo nebuloso il contesto.

    Questa settimana, invece, l’argomento è strettamente allineato alla denominazione della rubrica: si parla di una Giustizia la cui attesa non si è fatta attendere ed il messaggio è che – dunque – volendo si può. Sembrerebbe una buona cosa…

    Accade a Caltanissetta, Sede competente per i reati di cui risultano vittime o accusati i Magistrati di Palermo, e tutto molto ma molto velocemente: notizia di reato di novembre e, ad oggi (in tempi, oltretutto di lock down rigoroso anche per gli Uffici Giudiziari) non solo si sono già concluse le indagini, ma abbiamo già una richiesta di archiviazione.

    Questi i fatti: siamo a Palermo, come detto, uffici della Procura Distrettuale Antimafia – forse la più blindata d’Italia – e un uomo tenta di accedervi senza qualificarsi in alcun modo. Un sottufficiale dei Carabinieri del Servizio Scorte chiede allora, ad una persona a lui sconosciuta, i documenti ottenendo un implicito rifiuto da colui che avrebbe potuto essere chiunque. Il soggetto, infatti, volta le spalle al militare e tira dritto, provocando la reiterazione della domanda. Chiedere è lecito, rispondere è cortesia, rispondere “ma va affa…”  e proseguire oltre in una zona delimitata e presidiata non è proprio in linea con il galateo, certamente lo è con il codice penale che prevede il reato di oltraggio a Pubblico Ufficiale.

    Il fatto è avvenuto in presenza di altri Carabinieri, tutti in divisa e tutti in servizio, in un territorio dove la mafia fa brillare le autostrade, a rischiare la vita per tutelare quella degli altri: anche del Pubblico Ministero che si è rifiutato di mostrare un documento. Si trattava, infatti, di uno dei Sostituti Procuratori: si è difeso ammettendo i fatti e lamentando, stizzito, la circostanza di non essere stato riconosciuto e – pertanto – ha sostenuto di essere lui vittima di un atto arbitrario cui si è  giustamente ribellato.

    Per i Colleghi di Caltanissetta va bene così: il sottufficiale avrebbe dovuto capire chi aveva di fronte anche se non lo conosceva, il “vaffa” se lo è andato a cercare. E da ora in avanti l’Arma dovrà istituire corsi di arte divinatoria per impedire che si ripetano episodi di lesa maestà.

    Esemplare, tornando alle considerazioni iniziali,  la velocità con cui il procedimento è stato trattato e per di più da un Ufficio situato in un territorio ad alta densità criminale, oberato dai fascicoli, dalle necessarie priorità da  offrire ai processi con detenuti, a quelli per reati gravi, per fatti di criminalità organizzata.

    Ma anche il prestigio di un Magistrato costituisce una priorità non trascurabile: con un carico pendente potrebbe persino subire dei rallentamenti nell’avanzamento di carriera, una condanna potrebbe essere fatale in un successivo disciplinare e lo stipendio ne risentirebbe. Per fortuna la Giustizia non sempre ha tempi biblici, magari è un po’ ad assetto variabile ma prendiamo quello che c’è di positivo (se c’è…) da questa vicenda in attesa che sia il Giudice delle Indagini Preliminari a valutare la richiesta di archiviazione. Intanto, a voi i commenti.

  • In attesa di Giustizia: attesa fatale

    Poco prima di Pasqua è mancato il Maresciallo Orazio Castro, divorato da una lunga ed inesorabile malattia; chi era Orazio Castro, cui solo qualche testata ha dedicato un ricordo?

    Un servitore dello Stato, di lui il Colonnello De Caprio, alias capitano Ultimo ha scritto: “in silenzio muore il Maresciallo Orazio Castro, comandante della stazione dei Carabinieri di Aci Sant’Antonio. Festeggiano le jene sui cadaveri dei leoni uccisi pensando di avere vinto ma le jene rimangono jene e i leoni, leoni. Lui combatte, lui vive”.

    Per quasi tre lustri questo militare pluridecorato è stato perseguitato dalla giustizia: un uomo che – ricoprendo anche incarichi di rilievo nella DIA – si è speso per l’intera vita a difendere ideali di giustizia e per contrastare la mafia, proprio lui è stato imputato in un processo per associazione mafiosa,  bersagliato dalle accuse provenienti  da cosiddetti collaboratori di giustizia.

    Collaboratori di giustizia che, non di rado, per acquisire maggior credito e meriti agli occhi degli inquirenti non esitano a coinvolgere personaggi di spicco sebbene estranei al lor milieu criminale. Oppure, più semplicemente, regolano conti in sospeso con avversari a quali non possono più opporsi con una raffica di Kalashnikov.

    Collaboratori di giustizia da cui le Procure dipendono e di cui tendono a tutelare all’estremo la credibilità: se ritenuti inattendibili riguardo ad un accusato “eccellente”, il rischio è che l’ombra della calunnia  comprometta l’impianto accusatorio di un intera indagine.

    E così contro la assoluzione, giunta già in primo grado, di Orazio Castro è stato fatto appello dal P.M. e avverso la sentenza della Corte che confermava quel proscioglimento la Procura Generale ha fatto ricorso per Cassazione incappando in una pronuncia di inammissibilità; che, tradotta,  equivale a dire impugnazione campata per aria.

    La giustizia ha trionfato, si dirà: considerazione corretta se non fossero stati necessari tredici anni per arrivare alla parola fine, se non ci si fosse dovuti confrontare con l’ottusa insistenza dei Pubblici Ministeri e della loro rarefatta equidistanza dalle parole di malfattori asseritamente pentiti.

    Tredici anni di sofferenze che hanno minato il fisico di un militare che nella vita non ha avuto paura di nulla ma ferito a morte dagli attacchi alla sua moralità, come uomo e Carabiniere.

    Ha vinto le sue battaglie, Orazio Castro: anche la prima con un cuore malridotto dalle angosce indotte dalla esperienza giudiziaria, ma una attesa di giustizia infinita ha avuto la meglio su di lui. E una giustizia troppo lenta non è giustizia. Nel dolore e nello sconcerto per come questa vicenda umana e processuale si è sviluppata,  resta una sola consolazione: l’immagine che ricorderemo è quella di un valoroso e di un martire. Di attesa di giustizia si muore;  l’insegnamento è inequivocabile e da Enzo Tortora in avanti gli esempi sono molti, e quasi tutti  sono meno conosciuti.

    Come scriveva Checov: l’onore non può essere tolto da nessuno, si può solo perdere. Con  Orazio Castro ci hanno provato, ma il suo onore lo ha conservato pagandone con la vita il prezzo a quello Stato ed a quelle Istituzioni che non ha mai smesso di servire e rispettare anche quando ne è stato abbandonato.

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