Tribunale

  • In attesa di Giustizia: finché c’è Cuno c’è speranza

    Cuno Tarfusser, classe 1954, meranese: è un Magistrato che ha iniziato la sua carriera come avvocato (il che, forse, spiega molte cose…) e dal 1985 l’ha proseguita come Sostituto Procuratore della Repubblica a Bolzano dove nel 2001 è divenuto Procuratore Capo. In quella veste ha diminuito i costi ed aumentato l’efficienza dell’Ufficio tagliando le spese per le intercettazioni e ottenendo fondi europei per assicurare la liquidità necessaria al funzionamento ottimale della Procura che lo Stato non gli garantiva; la sua gestione è stata presa come modello…parrebbe non seguito da molti.

    Nel 2009 è stato eletto giudice della Corte Penale Internazionale, su proposta del Governo Italiano,  e dopo una dozzina d’anni circa passati a L’Aja, ora è Sostituto Procuratore Generale a Milano.

    Cuno Tarfusser è l’arkè socratico del Magistrato, è uno di quelli che offrono conforto alle speranze di chi è in attesa di Giustizia e a chi – giustamente – pensa che non tutti sono come Piercamillo Davigo o i compagni di merende dell’Hotel Champagne le cui gesta sono state svelate da Luca Palamara: anzi, è uno che si è detto onorato perché il C.S.M. lo ha escluso dalla “corsa” al ruolo di Procuratore Capo di Milano perché definito un “eretico” (in realtà perché non inserito in alcuna corrente).

    Da quando è a Milano, sia pure in un ruolo diverso, ha fatto molto parlare di sé anche se quasi solo negli ambienti giudiziari: al di fuori se ne sa poco, ma vediamo di riassumere con qualche esempio cosa è stato in grado di fare ultimamente contribuendo a ridare credibilità ad un Ordine Giudiziario in totale dissesto.

    Tarfusser è colui che – nel 2021 – era talmente convinto della innocenza di alcuni imputati per traffico di farmaci avariati (condannati in Tribunale a pene pesantissime) che ne chiese lui stesso l’assoluzione quando il processo giunse in Appello e contro la sentenza di conferma della Corte propose anch’egli ricorso per Cassazione allineandosi alla difesa: cosa assolutamente inusuale ma che dovrebbe essere una regola se si vuole essere organo di giustizia e non un inquisitore vincolato al ruolo a prescindere. E la sentenza è stata annullata dalla Suprema Corte come chiedeva Tarfusser.

    Nel mese di agosto sempre del 2021 fu mandato per un brevissimo periodo a Lecco in veste di Procuratore Capo facente funzioni: il C.S.M. infatti tardava a nominare il nuovo vertice dell’Ufficio ed al termine del suo incarico scrisse una durissima lettera indirizzata proprio al Consiglio Superiore ed inoltrata tramite il Procuratore Generale di Milano: un “addio ai monti” che fotografava lo stato di abbandono di quell’Ufficio Giudiziario definito in  “una situazione desolante… nel disinteresse di chi dovrebbe ovviarvi…paradigmatica del fallimento del cosiddetto autogoverno della magistratura: un organismo del tutto incapace di gestire in modo anche solo decente i suoi amministrati in modo da metterli in grado di garantire un servizio giustizia degno di questo nome”. In undici punti elenca, poi, tutte le manchevolezze registrate durante la sua permanenza a Lecco concludendo con un ringraziamento a tutti coloro che con lui hanno collaborato affrontando difficoltà di ogni genere nel rispetto e considerazione che si devono ai cittadini. Poi è inutile chiedersi perché al C.S.M. non è particolarmente amato.

    Pochi giorni fa è intervenuto in merito al programmato sciopero proclamato dalla Associazione nazionale magistrati per protestare contro le riforme della Ministra Cartabia (che, pure, dice non piacergli particolarmente) definendolo “sovversivo” perché è la protesta di chi esercita un potere dello Stato contro un altro potere dello Stato.

    Afferma ancora che “è come se in vista di un processo che non sta procedendo verso l’esito atteso, il Governo o il Parlamento decidessero di scioperare contro la magistratura” e conclude considerando anche che “le modalità con cui oggi i magistrati si autovalutano non so se sono più ridicole o vergognose”.

    Finchè c’è Cuno c’è speranza, quindi: e come lui ve ne sono molti altri, è giusto dirlo e che si sappia: altri che – magari – hanno l’unico difetto di non essere iscritti alla corrente giusta, o alla Loggia Ungheria o, comunque, di non avere potenti padrini (o padroni).

  • In attesa di Giustizia: Odeon, tutto quanto fa spettacolo

    S’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo…quella tra uffici giudiziari è una tenzone che sembra non conoscere tregua nell’offrire uno spettacolo desolante.

    La settimana scorsa, in questa rubrica, abbiamo commentato talune, purtroppo tradizionali, inefficienze, questa volta, con una cronaca sintetizzata, ai lettori sarà offerto, selezionato fior da fiore, qualcosa di peggio tra le ultime notizie. Perché al peggio non c’è limite.

    Sia ben chiaro, innanzitutto, che non spetta alla Lombardia, con la decaduta Procura di Milano, il triste primato di magistrati inquisiti: da qualche tempo glielo contende la Puglia dove ben quattro sono stati arrestati, ed alcuni anche già ritenuti responsabili di reati infamanti.

    L’ultimo, in ordine di apparizione, è Giuseppe De Benedictis (ex Giudice per le Indagini Preliminari di Bari non nuovo a guai giudiziari) che è stato condannato a nove anni e nove mesi di reclusione in sede di giudizio abbreviato: il che significa che, senza la riduzione della pena prevista per chi sceglie quel rito, staremmo parlando di una sentenza vicina ai quindici anni di carcere.

    Corruzione: in ipotesi di accusa (sostenuta anche dal contenuto di intercettazioni ambientali) il signor giudice, molto semplicemente, “vendeva” arresti domiciliari e libertà al miglior offerente ed in particolare ad un avvocato di Bari, Giancarlo Chiariello, anch’egli sanzionato in egual misura.

    C’è invece chi in galera ci va ingiustamente ed il legislatore è dovuto di intervenire con una legge, recentemente e finalmente applicata, a chiarire che il risarcimento per una carcerazione ingiustificata spetta anche ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere.

    Questa opportunità, per quanto sancita dalla Costituzione, è stata a lungo strumentalizzata con bizantine giustificazioni per non riconoscere neanche un euro di ristoro. Uno dei Distretti di Corte d’Appello che anche prima della riforma ha dovuto  riconoscere il maggior numero di riparazioni per ingiusta detenzione è quello di Catanzaro: per fare un esempio, nel 2018 furono 182, il doppio rispetto a Roma, mentre a Bolzano ce ne fu una sola. Sarà una fortuita combinazione ma è il territorio in cui Nicola Gratteri fa fioccare le ordinanze di cattura salvo poi vedersele annullare “a mazzi da dodici”.

    A Potenza, invece, accadono altre cose quantomeno stravaganti: c’è un Pubblico Ministero che, sospettando – non si sa bene in base a cosa – che sia falso un certificato medico spedito da un avvocato per giustificare l’impossibilità a partecipare ad un’udienza determinandone il rinvio, manda successivamente le Forze dell’Ordine insieme ad un medico per sottoporlo ad accertamenti, a tentare una sorta di maldestra perquisizione in studio e lo indaga; nemmeno questo è dato sapere a quale titolo: il Tribunale aveva già ritenuto legittimo l’impedimento a comparire

    Il commento a margine è uno solo: se fossimo un paese civile questo magistrato andrebbe rapidamente buttato fuori a calci dall’Ordine Giudiziario e la stanza da lui occupata purificata con la calce viva e con il fuoco prima di assegnarla a qualcun altro.

    A Potenza, invece che dilettarsi con manifestazioni muscolari da Repubblica delle Banane, dovrebbero  studiare di più sia i P.M. che i Giudici.

    In quattro diversi  – omettiamo i nomi per carità cristiana – non sono riusciti a capire una cosa che (con l’eccezione sicura di Alfonso Bonafede)  sanno gli studenti del primo anno di giurisprudenza: che le persone giuridiche – cioè le aziende – sono una cosa diversa dalle persone fisiche, cioè gli esseri umani.

    Non stiamo parlando di scienza missilistica ma in quattro, tra giudici e pubblici ministeri, hanno impiegato cinque anni per dare la risposta sbagliata: se un procedimento in base alla legge sulla responsabilità, appunto, delle persone giuridiche si dovesse fare a carico di un Consorzio (risposta esatta) o del suo Presidente, morto nel frattempo di covid (risposta sbagliata). Gli svarioni assommati in questa indagine sono anche molti altri ma questo è grossolano al punto da far credere di essere su Scherzi a Parte: la legge di riferimento è del 2001 e in ventun anni c’è persino chi completa un corso di studi e si laurea: a Potenza non sono riusciti a studiare decentemente una legge prima di tentare, malamente, di applicarla.

    Tuttavia, un futuro questo quartetto lo ha in ogni caso: se candidati con i Cinque Stelle potrebbero senz’altro  aspirare al Ministero di via Arenula.

    Negli anni Ottanta c’era una deliziosa trasmissione televisiva sulla RAI: “Odeon, tutto quanto fa spettacolo”, un misto tra Paperissima e Lo Show dei Record e come si vede anche nel settore della Giustizia lo spettacolo non manca mai ma è indecente.

  • In attesa di Giustizia: Venerdì Santo

    Siamo, è vero, in periodo di Quaresima ma per talune amministrazioni dello Stato, il venerdì è sempre da santificare come a Pasqua.

    Prendiamone uno qualsiasi, a caso: 25 marzo, una tiepida giornata di primavera più che mai suggestiva per una gita fuori porta, una boccata d’aria buona senza mascherina che, al chiuso, invece è ancora d’obbligo.

    Ecco allora che si può assistere alla desertificazione dei Palazzi di Giustizia; anche in questo caso prendiamone uno a campione, ma che sia un campione significativo: il tribunale penale di Roma, per esempio, che è il più grande d’Europa con dieci sezioni, più di cento magistrati addetti, e personale delle cancellerie in numero imprecisabile ma almeno il quadruplo. Sono tanti, poverelli, e si farà fatica a pagarli ad aprile con la eliminazione temporanea delle accise sulla benzina per finanziare le guerre Puniche; giusto, quindi che si prendano un po’ di meritato riposo. C’è anche il caso che tutto ciò sia dovuto all’apprezzabile intenzione di meglio garantire l’integrazione di migranti di fede musulmana, mostrando loro che anche da noi il venerdì è di festa.

    Roma, per intenderci, è la sede giudiziaria nella quale solo durante il primo lockdown, quello tosto di inizio pandemia, in un paio di mesi si è assistito al rinvio di oltre 25.000 processi. Ma venerdì 25 marzo c’era il sole e la situazione (con la pioggia, probabilmente, nulla sarebbe cambiato) proponeva quindici aule rigorosamente sbarrate: altre decine di processi che non si faranno mai…salvo poi sostenere che è colpa degli avvocati che si inventano ogni possibile nequizia per ritardarli e fare prescrivere i reati.

    Reati che, con la geniale riforma del buffo Guardasigilli del Governo grillino, potrebbero non prescriversi mai: e, allora, perché celebrarli? Tanto c’è tempo e c’è il sole di primavera.

    Il Paese reale, tuttavia, offre anche esempi di implacabile dedizione al lavoro anche durante il week end, mostrando insensibilità assoluta alle lusinghe del clima mite. Prendiamo un altro esempio a caso: Pavia.

    Solerti servitori dello Stato, infatti, hanno notificato ai difensori la citazione a giudizio di un morto: Lazzaro, alzati e cammina, senza fretta mi raccomando, tanto l’udienza sarà a febbraio 2023.

    E, si badi bene, il morto non è uno qualsiasi, ma un morto piuttosto famoso proprio a Pavia: Youns El Boussettaoui, ucciso il 20 luglio scorso a Voghera durante una misteriosa colluttazione con l’assessore Massimo Adriatici…misteriosa anche perché il Pubblico Ministero non voleva mettere a disposizione degli avvocati della famiglia della vittima i filmati delle telecamere di sorveglianza che, per ottenerle, si sono dovuti rivolgere al Giudice per le Indagini Preliminari che ne ha ordinato la consegna: e poco ci è mancato che dovessero intervenire i Carabinieri perché il Pubblico Ministero non voleva proprio mollare la presa su quelle riprese nemmeno di fronte a un provvedimento giudiziario.

    Cosa ci sarà mai in fotogrammi così gelosamente custoditi? Forse lo sapremo quando si farà il processo. Certo…se mai si farà, se il buon Dio, in attesa di Giustizia ci avrà conservato in questo mondo.

  • Achtung, binational babies: I segreti dello psicologo e le menzogne teutoniche

    La settimana scorsa abbiamo spiegato come in Germania nelle separazioni binazionali vengono usati alternativamente alcuni stratagemmi, a seconda che la madre o il padre sia il genitore italiano e straniero in genere (qui). In questo articolo desideriamo mostrare come anche l’ascolto del minore non sia un elemento che assicura l’imparzialità delle decisione, o meglio il raggiungimento di quella che dovrebbe essere la finalità nei procedimenti familiari, l’interesse superiore del bambino. L’ascolto, così come avviene in Germania, è un ulteriore strumento di quel sistema per allontanare il bambino dal suo genitore non tedesco. Attenzione dunque ad avvocati e psicologi italiani che pensano di potervi dare dei consigli in questo ambito, potrebbero mettervi in ulteriori difficoltà perché la prassi italiana è completamente diversa. Analizziamo il caso di una perizia disposta dal tribunale. In Italia, oltre al perito nominato dal giudice (CTU o Consulente Tecnico d’Ufficio), è permesso alle parti di nominare ognuna un consulente appunto detto di parte (CTP o Consulente Tecnico di Parte). Il bambino incontrerà i tre consulenti che potranno tra di loro interagire, suggerendo anche le domande da porre. Gli incontri vengono registrati (audio o video) e saranno a disposizione delle parti. In Germania la figura del Consulente di Parte non è prevista, mentre le registrazioni audio e video sono, nella maggior parte dei casi vietate, e comunque mai accessibili alle parti.

    Alleghiamo a riprova la risposta di un perito forense, nominato dal tribunale, che testualmente dice al genitore che chiede tali documenti: “Con riferimento al suo fax del 3 marzo 2020, desidero precisare quanto segue: Come già informato con mia lettera del 16 ottobre 2019, tutti i documenti relativi al suo caso familiare sono già stati distrutti – comprese le registrazioni video e audio.

    Pertanto non possono essere consegnati. Inoltre ogni professionista renderebbe tali registrazioni disponibili solo al tribunale in quanto committente, ma non alle parti coinvolte.

    I dati personali dei suoi figli sono stati trattati nel corso della perizia – lei aveva segnalato il suo consenso a questo proposito. Dopo la conclusione del procedimento peritale, come già detto, i dati sono stati cancellati e non sono stati raccolti altri dati.

    Cordiali saluti (segue timbro e firma)” – Il documento è l’immagine che pubblichiamo:

    In questo modo, con perizie e audizioni completamente segrete e praticamente sempre arbitrarie, si può dare parvenza di legalità a qualsiasi decisione. Se non è possibile motivare la decisione di allontanamento con la nazionalità del genitore è invece estremamente agevole costruire motivazioni apparenti manipolando il bambino con domande suggestive, o addirittura – caso per nulla raro – completare a piacimento le risposte del bambino. Poiché non esiste neppure la trascrizione di quanto è stato chiesto e risposto e solo un riassunto compare nel fascicolo (il riassunto esiste solo se l’audizione è fatta dal giudice stesso e non da un perito) è facile comprendere come, nel riassumere, si possa modificare il senso di ogni affermazione.

    Anche per questo non si può parlare in Germania di “interesse superiore del bambino” (in tedesco, beste Interesse des Kindes) così come tutelato dalle convenzioni internazionali, ma esclusivamente di bene della comunità dei tedeschi attraverso il bambino, ciò che nei documenti tedeschi viene indicato come Kindeswohl. Chiunque sia passato per un tribunale di famiglia tedesco potrà ritrovare questa parola nei suoi documenti, purtroppo quasi sempre tradotta erroneamente in italiano.

    Membro della European Press Federation
    Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus – Roma
    Membro dell’Associazione European Children Aid (ECA) – Svizzera
    Membro dell’Associazione Enfants Otages – Francia

  • In attesa di Giustizia: a che punto è la notte

    La Corte Costituzionale si è pronunciata sulla ammissibilità dei referendum di iniziativa popolare: degli otto quesiti, tutti in materia di giustizia,  cinque sono stati ammessi e i tre che non hanno superato il vaglio sono relativi alla responsabilità civile dei magistrati, la liberalizzazione dell’uso delle droghe leggere e l’eutanasia.

    Al deposito delle motivazioni il ragionamento seguito sarà chiaro e, ovviamente, in linea con la struttura della nostra Costituzione che guida le decisioni della Corte…magari con un aiutino in termini di  interpretazione in determinati casi. E valga il vero: in un Paese con radicata tradizione cattolica le problematiche di fine vita sono ancora un tabù non meno che l’uso di cannabis e marijuana anche se sono in vendita, blandamente regolamentata, intrugli alcoolici di cui viene fatto largo uso e che per la salute sono altrettanto – se non ancora più – dannosi. Per non parlare della responsabilità dei magistrati.

    Se pure si terranno – in alternativa vi è un intervento legislativo-correttivo del Parlamento sulle materie oggetto di  referendum – le consultazioni popolari residue non sembra, tuttavia, che avranno la capacità di immutare significativamente il quadro anche perché, a seguire, sarà data nuovamente la parola alle Camere per gli “aggiustamenti” del caso: e qui, con un legislatore che definire sciatto ed approssimativo è ancora eufemistico, non c’è molto da sperare.

    Un segnale, tuttavia, c’è stato e non è da sottovalutare e riguarda – almeno apparentemente – il superamento da una parte dei cittadini di quella populistica affezione ai giudici vendicatori.

    Proprio nei giorni del trentennale di “Mani Pulite”, la coincidenza appare sintomatica.

    In effetti, grandi celebrazioni per questa ricorrenza non ve ne sono state: tra i protagonisti superstiti, in larga misura silenti o silenziati, ha fatto notizia Piercamillo Davigo perché è stato rinviato a giudizio per la vicenda legata alla propalazione di verbali secretati della Procura di Milano ricevuti con modalità opache dal P.M. Storari il quale, nel medesimo processo, ha chiesto di essere giudicato con rito abbreviato e per il quale è già stata chiesta la condanna.

    Il popolo italiano questa volta non è sceso in strada a commemorare l’evento con deliranti striscioni (all’epoca, in più in voga, recavano scritto: “Di Pietro, Davigo, Borrelli, fateci sognare”): troppo in basso è precipitata la credibilità di quella magistratura che ha dato l’avvio alla notte della Repubblica; con micidiale tempismo – cui non sono estranee ragioni di marketing editoriale – sono usciti in sequenza il secondo libro a firma Sallusti/Palamara e “Giustizia ultimo atto: da Tangentopoli al crollo della magistratura” di Carlo Nordio.

    Qualcuno, poi, di tanto in tanto torna ad auspicare, come vera ed incidente riforma della Giustizia, il diritto dei cittadini stessi di giudicare il proprio concittadino dotandosi di giurie popolari di stampo anglosassone che – a loro volta – affondano le radici in quelle previste dal diritto romano e  che potevano decidere, ad esempio, sulle accuse di malversazioni dei governatori provinciali, entro il Comitium, con dei  processi comiziali; ma, Il trial by jury  (perdonate: il latino, purtroppo, sta diventando desueto) può essere davvero il  rimedio alla tirannide dei Giudici di professione?

    Francamente vi è da dubitarne: se qualche segnale di ripresa della coscienza civile si annota, troppo diffuso è ancora il populismo giustizialista anche in settori culturalmente evoluti della società. Provate a immaginare l’equilibrio una giuria popolare in cui, facilmente, confluirebbero abbonati de Il Fatto Quotidiano, elettori dell’indimenticato Fofò Bonafede Ministro senza portafoglio della ilarità fuor di luogo, adoratori del pensiero unico “alla Gratteri”. Tanto per citarne alcuni.

    Qualcosa, forse, si muove per le riforme ma bisognerà misurarne la qualità: per ora ci si può solo domandare a che punto è la notte.

  • In attesa di Giustizia: la guerra dei trent’anni

    C’è probabilmente chi il suo San Valentino lo festeggia il 17 febbraio. Penso a Marco Travaglio e Piercamillo Davigo: una cenetta intima per celebrare il trentennale di Mani Pulite nel giorno in cui – anno 1992 – fu arrestato Mario Chiesa. Una data perfetta per gli eterni innamorati delle manette mentre, combinazione vuole, il 14 febbraio è l’anniversario fondativo della Unione delle Camere Penali.

    Una ricorrenza che, viceversa e con quanto di continuo accade, può solo evocare lo sfacelo della nostra giustizia e la inarrestabile deriva delle garanzie dei cittadini di fronte alla pretesa punitiva dello Stato.

    E’ doveroso contrastare la corruzione ed il malaffare in generale e punirne i responsabili ma uno Stato di diritto non abdica ai suoi principi: le folle plaudenti davanti al Palazzo di Giustizia (?) di Milano, i capannelli animati da morbosa curiosità davanti alla porta carraia di San Vittore per vedere sfrecciare le volanti che portano in carcere il potente del giorno sono state le prime manifestazioni di populismo, che hanno contribuito a che si disperdesse il valore della separazione dei poteri ed il rispetto delle regole di giudizio, trasformando una Procura della Repubblica nella Repubblica della Procura.

    Cosa c’è da festeggiare? Gabriele Cagliari che si suicida infilando la testa in un sacchetto di plastica dopo essere stato rassicurato sul suo destino da un P.M. che, finito l’interrogatorio in carcere, è andato in ferie dimenticandosi di lui? Raul Gardini che prima si suicida e poi rimette la pistola sul comodino? E come loro altri che – se non la vita, ma in molti casi anche quella – hanno perduto libertà, onorabilità, lavoro, famiglia, perché c’era chi, investito da sacro furore inquisitorio e sobillato da un’opinione pubblica miope e pronta solo al lancio delle monetine, ha proclamato l’intenzione di “rivoltare l’Italia come un calzino” e chi ha spiegato che “non è vero che incarceriamo gli indagati per farli confessare ma è vero che li scarceriamo se confessano”.

    Ma cosa c’è da festeggiare se è vero come è vero che unici frutti maturati sono una  magistratura con un ego espanso sino a delegittimarsi e una politica debole e subalterna al potere giudiziario mentre la corruzione, tutt’altro che debellata, ha solo elevato le tariffe a fronte di un rischio aumentato?

    Il diritto penale, che dovrebbe avere una funzione meramente sussidiaria di controllo sociale, è diventato  strumento primario in luogo della prevenzione con un abbassamento progressivo delle garanzie come dimostrato da incessanti casi di cronaca caratterizzati anche dalla lentezza del sistema.

    Basta chiedere, per fare qualche esempio tra i più recenti (e in questa rubrica non mancano), a Fausta Bonino, infermiera di Livorno, arrestata nel 2016 con l’accusa di aver ucciso almeno dieci pazienti con massicce dosi di eparina, che nel 2109 era stata condannata all’ergastolo. Pochi giorni fa è stata assolta per non aver commesso il fatto: «Sono stati – ha detto – sei anni da incubo, con il peso dell’infamia». E il marito ha aggiunto: «Ci hanno distrutti sia emotivamente che economicamente».

    Chiedete a Flavio Briatore che tredici (!) anni fa si è visto abbordare lo yacht dai finanzieri spediti da un magistrato per una esibizione militare ridicola ma di sostanziosa efficacia mediatica. Con l’accusa di evasione fiscale, la barca è stata sequestrata e data in custodia. Poche settimane fa la Corte d’Appello ha assolto l’imprenditore perché il fatto non costituisce reato, ha annullato il sequestro e disposto la restituzione del natante. Peccato che questo, nel frattempo e commettendo un grossolano errore, fosse stato messo all’asta e venduto sottocosto. La “majesté de la loi”, come la definiva ironicamente Anatole France, era arrivata in ritardo.

    Accanto a queste altre decine di inchieste hanno deturpato la nostra storia giudiziaria e logorato vite umane: certo è che la storia è piena di errori giudiziari, perché la nostra imperfetta natura non ci ha programmati per giudicare il prossimo, visto che a malapena riusciamo a farlo con noi stessi. E del resto la nostra civiltà nella sua costituzione scientifica, filosofica e religiosa poggia su tre processi conclusi con sentenze inique: Galileo, Socrate e Gesù ne sono testimoni. Ciò che invece dobbiamo chiederci è se il nostro sistema faccia il possibile per ridurre questo rischio mortale. E la risposta è nettamente negativa.

    Ridurre al minimo i tempi dei procedimenti e limitare al massimo la carcerazione preventiva sarebbero un primo passaggio fondamentale: esattamente il contrario dell’insegnamento di Mani Pulite che ci hanno regalato  trent’anni di strisciante guerra civile.

  • In attesa di Giustizia: Sporting theory of trial

    Con questa definizione, negli Stati Uniti, ci si riferisce al processo penale visto come un agone sportivo nel quale “vince il migliore”. Non necessariamente la giustizia: del resto la giustizia degli uomini è per sua natura fallace, motivo per cui – nonostante l’avversione di molti  – il nostro ordinamento prevede tre gradi di giudizio come la maggior parte dei sistemi democratici.

    La terminologia usata dagli americani appare forse eccessiva, peraltro, non si deve dimenticare che il modello processuale adottato negli U.S.A. è un “accusatorio puro”, cioè a dire un processo di parti nel quale Pubblico Ministero e Difesa sono effettivamente sullo stesso piano e un giudice terzo ed imparziale funge solo da arbitro del dibattimento garantendo il rispetto delle regole, il giudizio finale è affidato alla giuria che deve valutare, molto laicamente ed oltre ogni ragionevole dubbio, la consistenza delle prove dell’accusa e non affermare l’innocenza o la colpevolezza dell’imputato: tanto è vero che la formula di proscioglimento è “not guilty”, non colpevole, a significare semplicemente che il Public Prosecutor non è riuscito a dimostrare la fondatezza della propria tesi, non necessariamente che l’accusato sia innocente.

    Tra le parti, accusa e difesa, a regola – oltretutto – c’è molto fair play: vinca il migliore (o giù di lì) è quindi una terminologia che, ben interpretata, ci può stare.

    Da noi non è così: a parte il fatto di avere un sistema processuale dove vengono impiegati termini come “giusto processo” e “giudice terzo” “ragionevole dubbio”, nella prassi si tratta di enunciazioni prive di contenuto effettivo e l’amministrazione della giustizia penale soffre, in larga misura, delle nostalgie di un ordine giudiziario che si sente orfano dell’inquisitorio e di Procure che mal digeriscono le sconfitte.

    Qualche esempio? Torino, già capitale del Regno, ne offre un paio veramente inquietanti e recentissimi, a margine del giudizio di appello sulla cosiddetta “Rimborsopoli del Consiglio Regionale” che si sta nuovamente celebrando dopo un massiccio annullamento delle precedenti condanne da parte della Cassazione.

    Uno degli imputati, l’ex Consigliere Regionale Angelo Burzi, nel frattempo e pur assolto, si è suicidato non reggendo più la tensione generata da dieci anni di processo che gli hanno rovinato la vita ed, a fronte delle manifestazioni di solidarietà e cordoglio pervenute da più parti, il Procuratore Generale di Torino, Saluzzo, respingendo le accuse di persecuzione giudiziaria e disparità di trattamento ha invitato a moderare i toni perché si rasentava il “vilipendio della magistratura”. Fuori luogo è dir poco.

    Gli Intoccabili…ma ci sono ancora? Sembrerebbe di no, ma dipende da che parte arrivano le critiche: nel corso della requisitoria nel medesimo processo il Sostituto Procuratore Generale, Avenati Bassi, nel criticare la sentenza della Cassazione di annullamento delle condanne ha sostenuto che chi l’ha decisa e chi l’ha scritta non capisce niente di diritto e non avrebbe neppure dovuto superare il concorso in Magistratura.

    Avenati Bassi, invece, sembra che abbia superato il concorso in Magistratura Democratica: infatti, dopo aver chiesto – sempre nella stessa  indagine – la condanna degli esponenti di centrodestra e l’assoluzione di quelli di centrosinistra non ha ritenuto inopportuno accettare la designazione del PD come consulente per la Commissione Parlamentare di inchiesta sulle banche.

    Una vita fa c’era almeno un buon gusto maggiore: un Presidente di Sezione della Corte d’Appello di Milano, a metà anni ’90, scrisse – ma con toni garbati e riservatamente – al Primo Presidente della Cassazione lamentando il numero, secondo lui eccessivo, di annullamenti di sentenze della sua Sezione…e il Primo Presidente, sempre educatamente, rispose: “Dica ai suoi giudici di scriverle meglio”.

  • In attesa di Giustizia: la Corte Regolatrice

    Con questo appellativo viene anche chiamata la Cassazione, sottintendendone una funzione cruciale: quella di offrire interpretazione certa della legge, possibilmente con una certa uniformità.

    La Corte, per quanto riguarda il settore penale, è suddivisa in sette Sezioni con attribuzione di competenze specifiche: la Prima Sezione, per esempio,  tratta i gli omicidi (ma non solo quelli), la Seconda criminalità organizzata e reati contro il patrimonio, la Terza i reati tributari e le violenze sessuali, la Quinta bancarotte e reati contro l’ordinamento economico…alla Settima vengono destinati solo i ricorsi che, ad un primo esame che viene effettuato dalla Procura Generale appena i ricorsi arrivano, appaiono evidentemente inammissibili; la Settima  tiene udienza senza che neppure partecipino le parti: decide sulla base dei ricorsi e delle richieste scritte di un Sostituto Procuratore Generale (che spesso consistono in semplici crocette apposte su una specie di questionario a risposta multipla).

    Da qualche anno a questa parte in Cassazione accade che si sia ridotto enormemente il numero dei ricorsi che vengono accolti; è vero che la qualità degli avvocati – bisogna ammetterlo – è scaduta tuttavia soprattutto il numero delle dichiarazioni di inammissibilità appare patologico e succedono anche altre strane cose: per esempio che su questioni di diritto identiche la stessa Sezione decida in maniera differente…con buona pace della uniformità di interpretazione e della certezza del diritto. E non è detto che se ne venga a sapere perché la pubblicazione delle sentenze – che passa dall’inoltro ad un ufficio che si chiama Massimario – avviene secondo oscuri criteri, non scritti, seguiti dai singoli Presidenti: come dire, una forma di eugenetica giurisprudenziale.

    Ma le stranezze non finiscono qui: se si vanno ad esaminare – per esempio – i dati del primo semestre del 2020 si scopre che in tre casi su quattro, alla Seconda Sezione penale, i ricorsi degli imputati hanno avuto esito negativo e ne è stato dichiarato inammissibile il 67% e rigettato l’8%; solo un quarto del totale ha trovato accoglimento. Stupisce la percentuale delle inammissibilità (tradotto: il ricorso contiene autentiche bestialità giuridiche, inguardabili ed inascoltabili), che è di gran lunga prevalente sull’esito rigetto o accoglimento e viene da chiedersi come mai quei ricorsi abbiano superato quel filtro iniziale di cui si è detto, dedicato espressamente a “scremare” le impugnazioni che appaiono a prima vista inammissibili.

    Altrettanto, seppur diversamente, interessante è il dato della Quinta Sezione dove quasi un ricorso su due ha esito positivo per il ricorrente: ben un 45% di annullamenti con varie formule.

    Se ne deve dedurre che la Quinta Sezione è quella più garantista insieme alla Sesta che – pure – ha numeri più fisiologici e confortanti? E i numeri, di solito, non mentono.

    Certo si è che, ormai da molti anni, per gli operatori del settore prevedere che un proprio ricorso possa essere destinato alla Seconda (e in molti casi la previsione è agevolata dal fattore “competenza per materia”) è scoraggiante, la notifica dell’avviso di fissazione delle udienza proprio a quella sezione fa passare persino la voglia di guardare l’orario delle Frecce Rosse o degli aerei per raggiungere Roma, allo sventurato cliente non si sa come dare (o confermare) la pessima notizia.

    La domanda è: come mai tra le altre anomalie che caratterizzano il funzionamento della (presunta) Corte Regolatrice spicca la statistica della Seconda? Secondo i malpensanti dipende dalla lunga militanza di Davigo – anche come Presidente – in quella sezione. Sicuramente una malignità ma è anche vero che a pensar male si fa peccato ma spesso non si sbaglia.

  • In attesa di Giustizia: fantasia al potere

    Settimana abbastanza tranquilla sul fronte giudiziario, nella misura in cui i magistrati non si sono arrestati tra di loro e sembra che sia avviata alla conclusione la storia infinita della nomina del Procuratore Capo di Roma mentre quello di Milano – Francesco Greco – ha festeggiato il settantesimo compleanno e con esso la pensione che comporta anche l’esaurirsi automatico di un procedimento disciplinare che fu avviato, un paio di mesi addietro, mancando già dei tempi tecnici per arrivare ad una decisione proprio per l’imminente pensionamento; nel frattempo, l’indagine cui era sottoposto a Brescia si avvia all’archiviazione.

    Insomma, tutto è bene quello che finisce bene, ma non per tutti: come per Riccardo Fuzio, già Procuratore Generale della Cassazione che aveva confidato a Luca Palamara l’esistenza dell’inchiesta aperta a Perugia nei suoi confronti, e che era stato assolto dalle accuse di rivelazione di segreto d’ufficio.

    Contro questa sentenza si è, però, appellata in questi giorni la Procura Generale di Perugia (sede giudiziaria competente per i magistrati romani) e, parrebbe, con un certo fondamento: Fuzio, infatti, era stato prosciolto motivando che in occasione delle prime confidenze non vi era stata ancora secretazione degli atti: come se una delle più alte cariche del sistema giudiziario non sia comunque tenuto al riserbo a prescindere dalla esistenza di un passaggio meramente formale.

    La porzione più fantasiosa della motivazione è – però – quella che riguarda la rivelazione di altre notizie, quelle in seguito coperte dal segreto istruttorio: è stato, infatti, ritenuto che il fatto sia di particolare tenuità, quindi irrilevante dal punto di vista penale; si dice in sentenza che Palamara già sapeva qualcosa e che, quindi, si trattava di  innocenti ed innocui chiacchiericci tra vecchi amici e colleghi…senza considerare – tra l’altro – che i due, per accordarsi sul dove come vedersi e parlarne, a riprova che non fossero proprio sciocchezzuole, usassero telefoni a loro non riconducibili e stratagemmi vari per mantenere quegli incontri e i loro contenuti riservati.

    Il premio fantasia della settimana spetta però, ancora una volta e con pieno merito, al nostro legislatore. Albert Einstein diceva che il segreto della creatività è nel saper tenere nascoste le proprie fonti: il nostro Parlamento dispone, evidentemente, di fonti ispiratrici sulle quali è meglio stendere un velo pietoso. Ed è in ogni caso difficile individuarle tutte, salvo qualche celebre esponente del furore giacobino.

    La creatività, allora, si traduce non di rado in sciatteria normativa; d’altronde, come ricordava Cordero: «a terminologie esatte corrisponde chiarezza di idee». E di idee chiare non se ne segnalano molte, partitamente in materia di giustizia e legislazione.

    L’ultima perla partorita dalle Camere si rinviene nel nuovo codice della strada pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 9 novembre: per tutelare gli automobilisti ed evitare distrazioni alla guida viene introdotto il divieto di affiggere lungo le strade pubblicità con messaggi sessisti, discriminatori, lesivi delle diversità, dell’orientamento politico e religioso…concetti molto vaghi che riecheggiano i contenuti del d.d.l. Zan senza che sia ben chiaro a chi verrà assegnato il compito di valutare (e con che criteri) i cartelloni, tutti i cartelloni che fiancheggiano le decine di migliaia di chilometri di statali, provinciali, autostrade, tangenziali, strade urbane ed extraurbane e piste ciclabili, naturalmente. Come se, fino ai giorni nostri, se ne fossero visti molti.

    E’ vero, probabilmente e per esempio, che fu fatto molto peggio quando anni fa fu inserita una modifica della legge sul traffico di droga all’interno del decreto legislativo con cui venivano dettate disposizioni per l’organizzazione delle Olimpiadi invernali del Sestrière (poi dichiarate incostituzionali per eccesso di delega a distanza di anni, creando un putiferio per rimettere ordine nella infinità di processi celebrati e conclusi nel frattempo con pene tecnicamente illegali): che sia da considerare un segnale positivo? Ai posteri e a chi dovrà giudicare i “consigli per gli acquisti” l’ardua sentenza.

  • In attesa di Giustizia: silenzio stampa

    Il Consiglio dei Ministri nei giorni scorsi ha approvato il decreto legislativo che recepisce la Direttiva Europea sulla presunzione di innocenza che, tra le altre cose, impone notevoli restrizioni alle modalità di comunicazione delle autorità giudiziarie con lo scopo di impedire la formazione nell’opinione pubblica di pregiudizi nei confronti di chi sia sottoposto ad un processo senza che vi sia ancora stata una sentenza.  La notizia ha avuto un’eco modesta, sebbene faccia con un’altra – altrettanto recente – che conferma la bontà del provvedimento normativo: il proscioglimento di numerosi giornalisti querelati per diffamazione avendo osato commentare in termini negativi un singolare accadimento del 2015.

    Qualcuno ricorderà la vicenda legata al video del furgone del muratore accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio che risultò essere una ricostruzione confezionata dai Carabinieri concordata con la Procura e realizzata per “esigenze di comunicazione”, come ammesso dal Comandante del Raggruppamento di Parma, Giampiero Lago, nel corso dell’interrogatorio da parte dei difensori di Massimo Bossetti.

    In due parole, un falso marchiano che – soprattutto sui giudici popolari, poteva avere influenza; e questa vicenda ha anche almeno un’altra sorta di “parente lontano” in quella del bazooka piazzato nel 2010 davanti alla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria per minacciare l’allora Capo dell’Ufficio, Giuseppe Pignatone. Ai giornalisti, in conferenza stampa, ne fu mostrato uno salvo poi ammettere che non era quello effettivamente trovato (che nessuno ha pubblicamente mai visto).

    In due parole: la nuova legge proibisce i processi mediatici, poiché creati con prove non vagliate da nessuno e di origine incerta se non decisamente opaca ed attraverso i quali si tende a prefigurare l’esito di un processo vero e proprio. Parliamo di un’informazione giudiziaria ridotta ad acritico cagnolino da riporto di chi, per dirla con Leonardo Sciascia, amorevolmente accompagna le notizie fin sulla porta del proprio ufficio facendovi meritare bassissima considerazione.

    Considerazione che in certi casi, se possibile,  è ancor più bassa: sul giornale di Travaglio – tanto per fare un esempio che non stupirà – è di recente stato pubblicato, movimento per movimento, l’estratto conto di Matteo Renzi tratto da una informativa della Guardia di Finanza…per il primo che commenta che è giusto così e che Renzi se lo merita “perché va in Arabia” è in palio un cartonato a grandezza naturale dell’indimenticabile Ministro Danilo Toninelli e per i primi dieci che farfuglieranno qualcosa dell’affossamento del d.d.l. Zan il cartonato sarà pure autografato.

    Poco spazio, invece ha avuto la notizia che un creativo P.M. lodigiano aveva trovato il tempo di indagare Mattia Maestri – meglio noto come Paziente Uno – per epidemia colposa, anche se non era certamente il primo contagiato dal Covid 19, anche se non aveva violato nessun protocollo di prevenzione ma era stato dimesso dal pronto soccorso e rimandato a casa prima di un definitivo ricovero. Anche se del Coronavirus fino al 21 febbraio 2020 nessuno al di fuori di Palazzo Chigi sapeva niente sebbene – anche questo nel silenzio stampa – già da fine gennaio fosse stato proclamato lo stato di emergenza; così come nulla più si sa della inchiesta della Procura di Bergamo che lambiva molto da vicino Giuseppe Conte & C. per identiche possibili, e forse più sostenibili, imputazioni.

    Informazione troppo spesso ad corrente alternata a seconda di chi indaghi, e chi sia indagato e perché.

    Per Maestri, all’incubo del contagio e della sottoposizione a terapie totalmente sperimentali (fortunatamente andate a buon fine) si è aggiunto, sino alla recente archiviazione, il tormento di essere inquisito da qualcuno che ha ritenuto negligenza penalmente rilevante tornare a casa perché così deciso dai sanitari a fronte di sintomi di una malattia sconosciuta ma equivocabili con quelli di altre patologie note. Fantasia al potere (giudiziario), e così è se vi pare.

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