Tribunale

  • Nudi alla meta?

    La recente decisione del presidente della sezione civile del tribunale di Trieste di mandare via un uomo, presentatosi per un’udienza di separazione dalla moglie, perché in abiti sconvenienti (bermuda e infradito), segue altri fatti verificatisi nel corso del tempo per abbigliamenti indecorosi utilizzati sia in sedi istituzionali, in uffici pubblici e nelle vie delle città. Il senso del decoro è sicuramente cambiato nel tempo e l’abbigliamento si evolve ma un conto è l’evoluzione dei costumi, un altro conto è esibire a sproposito le proprie nudità. In una società che difende la libertà è bene ricordarci che la libertà di ciascuno trova un limite sia nella libertà altrui sia nel rispetto dei luoghi che si frequentano. Il caldo sicuramente spinge ad atteggiamenti ed abbigliamenti i meno formali possibile ma questo non può significare girare per le città o negli edifici pubblici semiscalzi o mostrando parti del corpo che vanno esibite solo all’interno della propria abitazione. Siamo tutti accaldati ma canottiere anche colorate, infradito, top di bikini o mutande spacciate per calzoncini non devono essere consentiti laddove c’è un rapporto con gli altri, se non in luoghi deputati alla balneazione o allo sport. 

    Il problema dell’abbigliamento non è fine a se stesso, ma dimostra un lento e inesorabile scivolamento verso il basso, verso la mancanza di rispetto verso se stessi e di conseguenza verso gli altri. E questo è un problema sul quale meditare e intervenire perché è proprio dalla mancanza di rispetto che nascono anche fake news, attività illecite, che lentamente sfociano in una vera criminalità, indifferenza sostanziale verso i ruoli che si ricoprono, ignorando la responsabilità che questi ruoli rappresentano. Non è solo una questione di lassismo ma proprio una decadenza dell’educazione e della cultura che ci porta lentamente non a migliorare i livelli di vita, anche di coloro che vorremmo integrare, ma che ci porta semmai a inselvatichirci, quasi fossimo dei coatti. Questo è dimostrato anche dall’eccessivo ricorso ai tatuaggi, come se ciascuno avesse bisogno di appartenere a una tribù per essere se stesso. Un desiderio di omologazione che nasce dall’incapacità di avere una propria individualità.

  • In attesa di Giustizia: voci stonate nel coro

    La tragica vicenda legata all’omicidio del vice brigadiere dei Carabinieri, Mario Cerciello Rega, continua ad alimentare polemiche e prese di posizione cui non si vorrebbe assistere anche per non turbare e meno che mai condizionare il lavoro di chi sta svolgendo indagini rivelatesi più complesse del previsto nella ricostruzione non solo degli antefatti ma anche della stessa dinamica omicida.
    Non senza costernazione si sono registrate, sia attraverso gli organi di informazione che sui social media, le opinioni di alcuni “avvocati” – ma, forse, sarebbe meglio definirli co-iscritti al medesimo Albo professionale – che hanno invocato soluzioni giudiziarie tanto drastiche quanto contrarie ai basilari principi su cui si fonda l’esercizio di una professione nobile e che rimane tale anche quando si assiste il presunto colpevole di un crimine efferato.
    Il ministero del difensore, su queste colonne lo si è ricordato in più occasioni, non consiste nella omologazione alle scelte criminali eventualmente optate da coloro di cui assumono la difesa: essenzialmente si sostanzia nel presidio alle garanzie che il diritto assegna al cittadino a fronte della pretesa punitiva dello Stato, nella assicurazione che sia sottoposto ad un giusto processo e, se dichiarato colpevole, lo sia per il reato effettivamente commesso e condannato ad una pena giusta, giammai esemplare.
    Si sono udite voci inneggianti tanto al ripudio delle regole processuali quanto alla celebrazione di processi sommari, persino alla reintroduzione nel sistema della pena capitale, a tacere delle giustificazioni inaccettabili offerte in merito a quanto contestualizzato dalla foto che ritrae uno degli arrestati bendato e ammanettato durante l’interrogatorio o, quantomeno, la fase che immediatamente lo ha preceduto: il che, per una regola processuale espressa, potrebbe vanificare totalmente l’attendibilità della confessione resa.
    Eppure simili esternazioni provengono da soggetti che dovrebbero essere tecnicamente attrezzati ma, soprattutto, moralmente impegnati da un giuramento che hanno scelto liberamente di pronunciare quando hanno indossato la Toga: “Consapevole della dignità della professione forense e della sua funzione sociale mi impegno ad osservare con lealtà, onore e diligenza i doveri della professione di avvocato per i fini di giustizia e tutela dell’assistito, nelle forme e secondo i principi del nostro ordinamento ma altresì e ancora di più, con alcuni fondamentali principi deontologici”.
    A prescindere dal tenore della formula di impegno, vi è anche il Codice Deontologico che stabilisce che “L’avvocato, anche al di fuori dell’attività professionale, deve osservare i doveri di probità, dignità e decoro, nella salvaguardia della propria reputazione e della immagine della professione forense”.
    E non è un bello spettacolo che avvocati, pubblicamente e al di fuori dell’attività professionale, auspichino processi sommari se non condanne senza processo, magari anche senza avvocato: è un inquietante segnale di decadimento morale della figura dell’Avvocato; e alzi la mano chi – laddove necessario – si farebbe difendere da uno che ha espresso siffatti convincimenti da quali discende la preoccupazione che il populismo giudiziario stia travolgendo anche l’avvocatura: se così mai fosse prima ancora che l’attesa di Giustizia sarebbe vanificato il complesso di garanzie al cui rispetto è deputata, sarebbe la fine dell’ultimo baluardo della libertà.

  • In attesa di Giustizia: Perry Mason e il cliente povero

    Non è propriamente una novità: nell’ultimo decennio la Banca d’Italia ha offerto un contributo tecnico essenziale alle indagini di natura economico – finanziaria distaccando alla Procura di Milano cinque dipendenti ed un funzionario che hanno realizzato per i P.M. alcune centinaia di consulenze. Gratuitamente. Nei  giorni scorsi, questo genere di collaborazione è stato formalizzato con la firma di un Protocollo d’Intesa tra la Procura della Repubblica di Milano e Bankitalia.

    In sostanza, esperti della Banca d’Italia e Magistrati indagheranno fianco a fianco scambiandosi informazioni e istituendo così una sorta di nucleo di polizia giudiziaria ad altissima specializzazione: il primo in una sede giudiziaria.

    Questa collaborazione, ormai decennale, con la sigla del protocollo si trasforma in un vero e proprio ufficio distaccato della Banca d’Italia all’interno della Procura, ove i dipendenti -ovviamente- dovranno essere soggetti qualificati.

    Sembra una buona notizia, ma forse non lo è se si considera innanzitutto il fatto che i soggetti che supporteranno i Pubblici Ministeri, anche in inchieste autonome rispetto alla Banca d’Italia, di quest’ultima potranno utilizzare dati e informazioni e alla medesima potranno, eventualmente, riversare ciò che è stato accertato.

    Ebbene,  secondo il codice etico di Bankitalia i dipendenti devono improntare la loro opera ad indipendenza e imparzialità e viene da chiedersi se alla luce di tali principi una collaborazione, in pianta stabile con la Procura, pur apprezzabile per altri versi perché è corretto avvalersi di esperti in materia, possa minare questi stessi principi, creando condizionamenti e divulgazioni di notizie riservate in possesso della Banca.

    Ma c’è un altro profilo su cui ragionare: il possibile ulteriore sbilanciamento del rapporto tra accusa e difesa laddove la prima è in grado di mettere in campo, a costo zero (o a carico dello Stato) “artiglieria pesante” nelle indagini mentre la seconda deve fare i conti con il portafoglio dei propri assistiti che non sempre consentono di ingaggiare consulenti e periti di chiara fama o di ingaggiarli del tutto.

    Non sembra corretto che l’esito dei processi possa essere condizionato da uno sbilanciamento fra le parti processuali che si pone in contrasto con i principii dell’art. 111 della Costituzione: dunque, se non sarebbe corretto neppure depotenziare la Procura è necessario trovare un rimedio affinché la difesa, anche del “cliente povero” si possa battere ad armi pari.

    Gli americani, il cui sistema giudiziario – ancorché si tenda ad emularlo – presta il fianco a non poche critiche, dicono che è meglio essere ricchi, bianchi e colpevoli che neri, poveri e innocenti: un corollario al processo che sarebbe preferibile non dover trasferire al nostro dove l’attesa di Giustizia è già legata a sin troppe variabili senza che debbano essere ulteriormente divaricate le distanze tra le parti.

  • Il tribunale dell’Ue respinge il ricorso della catena alberghiera Marriott contro il Milan

    Il Tribunale dell’Ue ha respinto il ricorso della catena alberghiera Marriott contro il Milan ritenendo che non vi è alcun rischio di confusione tra il marchio della AC Milan e quello AC Hotels by Marriott. Nel 2013 la AC Milan, ha ottenuto, presso l’organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (WIPO), la registrazione del segno figurativo AC MILAN e l’ha notificata all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) per farlo valere anche come marchio europeo per tutta una serie di beni e servizi, tra cui i servizi alberghieri. Nel 2014, la Marriott Worldwide Corp. si è opposta alla registrazione di tale segno come marchio dell’Unione europea facendo valere dei suoi propri marchi anteriori. Nel 2017, l’EUIPO ha respinto il ricorso, la Marriott ha impugnato la decisione al Tribunale dell’Unione europea, e oggi il Tribunale Ue respinge l’impugnazione escludendo che vi sia «qualsivoglia rischio di confusione, dal punto di vista visivo, fonetico o concettuale».

  • In attesa di Giustizia: la parola alla legittima difesa

    I casi in cui si tratta di legittima difesa arrivando sino al processo, come abbiamo avuto modo di registrare in precedenti articoli, sono pochissimi: un primo indicatore della sostanziale superfluità della riforma fortemente voluta dal Ministro dell’Interno perché la disciplina tradizionale è perfettamente adeguata e funziona.

    Se ne è avuta una ulteriore dimostrazione proprio pochi giorni fa quando la Procura di Arezzo ha chiesto l’archiviazione per Fredy Pacini, un piccolo imprenditore di Monte San Savino che, ferendone mortalmente uno, il 28 novembre scorso aveva sparato a due rapinatori che avevano preso di mira la sua azienda con un’intrusione notturna.

    A quanto è dato sapere sono stati decisivi gli esiti della consulenza balistica disposta dal P.M. insieme ad altri accertamenti investigativi di una certa complessità ma esauriti nel giro di pochi mesi: Pacini, vittima di precedenti ruberie si era determinato a dormire nel suo magazzini e, armato di pistola, aveva esploso numerosi colpi ma in direzione degli arti inferiori dei malviventi attingendo l’arteria femorale di uno di essi con esiti letali.

    Oltre che nel corso della scorreria, l’uomo si è potuto difendere adeguatamente sin dall’inizio dalla incolpazione di eccesso colposo in legittima difesa riuscendo in un lasso di tempo ragionevolmente breve a far valere la sua tesi: legittima difesa putativa, cioè a dire che è risultato ragionevole il convincimento circa un’aggressione che avrebbe messo a repentaglio la sua incolumità e proporzionata la reazione sebbene i banditi siano risultati, in seguito, disarmati.

    La recente riforma, si badi, non ha svolto alcuna funzione nell’esito di questa vicenda che ora dovrà ottenere una scontata “parola fine” dal Giudice per le Indagini Preliminari cui è affidato il compito di decidere sulla richiesta di archiviazione: nei confronti di Fredy Pacini si è applicata la normativa tradizionale dimostrandone la duttile struttura in uno con la possibilità di rapida fuoriuscita dal circuito giudiziario.

    In compenso, l’imprenditore esce umanamente provato dalla esperienza ma non per avere subito indagini a suo carico ma per la consapevolezza di aver ucciso un uomo disarmato che voleva rubare delle gomme e delle biciclette.

    Pacini non parla ma tramite il suo difensore lancia un messaggio pieno di umanità e sofferenza: “Sconsiglio a chiunque di tenere armi in casa: dopo quello che è accaduto a me non si vive più”.

    La riforma inutile ma pericolosa per lo slogan che l’accompagna è ormai entrata in vigore per quanto la sua promulgazione da parte del Capo dello Stato sia stata munita di un insolito messaggio ai Presidenti delle Camere e del Consiglio dei Ministri in cui si rilevano improprietà tecniche della complessiva disciplina cui porre tempestivamente rimedio e rischi di incostituzionalità laddove erroneamente interpretata e applicata.

    Nei termini chiariti dal Presidente della Repubblica è logico attendersi che l’attesa di Giustizia in casi come quello di Fredy Pacini e molti altri analoghi non resterà vana ma, forse, da Sergio Mattarella sarebbe stato auspicabile un atto di maggiore coraggio prima di apporre quella firma su una legge da lui stesso, senza mezzi termini, considerata sbagliata.

  • In attesa di Giustizia: giustizia e gestanti

    Che si sappia, era già successo un anno fa circa a Livorno: un’avvocata (come si usa dire adesso) di Pisa in stato di gravidanza considerata a rischio aborto aveva presentato con buon anticipo un’istanza di rinvio di udienza per legittimo impedimento rappresentando l’impossibilità di indicare un sostituto poiché si trattava di un incombente importante cui avrebbe dovuto presenziare lei in quanto titolare dell’incarico difensivo.

    Nonostante fosse corredata di certificato medico la richiesta è stata ritenuta inammissibile perché sarebbe stato indicato solo genericamente il rischio cui si esponeva la professionista. Tale provvedimento aveva determinato una risoluta presa di posizione da parte delle Camere Penali locali e della Associazione dei Giovani Avvocati.

    Non è dato sapere che sviluppi abbia avuto questa vicenda né se ve ne siano state altre (una sarebbe già di avanzo…) almeno fino a pochi giorni fa quando la storia si è ripetuta a Roma davanti al Tribunale Civile che, dopo aver differito un’udienza senza fornire spiegazioni del motivo ha rigettato la richiesta di rinvio presentata da un’avvocata perché la nuova data coincideva sostanzialmente con quella per lei prevista per il parto. O meglio, il Giudice nel suo provvedimento ha riservato ogni valutazione “all’esito delle determinazioni della controparte attesa la natura del procedimento e gli interessi sottesi”. Come dire: se ne parlerà direttamente quel giorno senza che la richiedente il rinvio possa partecipare al contraddittorio.

    Quello che non si è detto è che si trattava di una ordinaria causa di separazione tra coniugi.

    L’accaduto ha generato indignazione ed una durissima risposta del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma che in una nota ha ricordato al Tribunale (che le norme le dovrebbe conoscere) che proprio la legge di bilancio del 2018, coordinandosi con i codici di procedura civile e penale, ha disciplinato la possibilità per gli avvocati in stato di gravidanza di chiedere rinvii nei due mesi anteriori alla data del parto e nei tre successivi.

    Fatto sta che, se non altro, in questo caso vi è stata una retromarcia e il rinvio è stato concesso senza nulla togliere all’obbrobrio della prima determinazione.

    Questi episodi ne richiamano alla mente un altro, di qualche anno fa, sempre “romano”: ancora una volta un’avvocata apprende, di domenica, della scomparsa improvvisa della madre che viveva a Chieti: prima di partire per l’Abruzzo avverte i suoi collaboratori dell’accaduto e passa dallo studio per lasciare tre istanze di rinvio per altrettante udienze del lunedì subito successivo. Risultato: un’udienza rinviata, un’altra no perché non era stato documentato il decesso del genitore, la terza nemmeno perché tardivamente richiesta.

    Come dire: in questo Paese, in perenne attesa di una Giustizia che viaggia a passo di lumaca, si può essere persino privati del diritto di coltivare salute e  sentimenti. Siano essi quello di una vita in arrivo da tutelare o un dolore lancinante e improvviso.

  • In attesa di Giustizia: moderate le parole!

    Ne abbiamo trattato alcuni numeri addietro: dal 12 gennaio i Giudici di Pace sono in sciopero, si astengono cioè dal celebrare le udienze, per protesta contro il trattamento economico – previdenziale previsto per la categoria; in quell’articolo, insieme alla fondatezza di quelle lagnanze, si era evidenziato come l’amministrazione della Giustizia non possa prescindere dal contributo dei Magistrati Onorari, tra questi i Giudici di Pace, sebbene qualche rilievo negativo sia possibile sulla loro preparazione di base, sui criteri di reclutamento e sulla formazione offerta prima di attribuire le funzioni.

    Una vicenda piuttosto singolare in cui tutti i protagonisti (Giudice di Pace, imputato e persona offesa) sono avvocati può risultare paradigmatica di quanto affermato: con atto di querela è stata chiesta la punizione di un professionista per il reato di diffamazione che sarebbe consistito nell’utilizzare, all’interno di un atto giudiziario, la frase “la difesa della controparte,  con affermazioni denigratorie sulle quali si sorvola, vuole far credere…” .

    Sorprende, innanzi tutto, che il Pubblico Ministero assegnatario del fascicolo abbia disposto la citazione a giudizio per un modo di esprimersi che, evidentemente, non offende la reputazione: tutt’al più può ritenersi che l’espressione sia aspra ma niente più, tenendo anche conto del fatto che, fisiologicamente, negli scritti difensivi del processo civile si tende a svilire le ragioni avversarie sostenute dall’avvocato di parte e questo vale per entrambi i contendenti.

    In sede processuale, invece, il P.M. (quello di udienza, sicuramente diverso da quello titolare delle indagini) ha chiesto l’assoluzione ma il Giudice di Pace è stato di diverso avviso e ha condannato ritenendo integrata la diffamazione.

    Morale: qualche biglietto da cento euro di multa e più o meno altrettanti di risarcimento danni. Da noi si fanno processi per questo tipo di problemi e per ottenere risultati simili: ma non è finita qui, infatti il condannato ha – giustamente – ritenuto di impugnare una sentenza quanto meno molto originale ed altrettanto giustamente, potendolo fare,  ha fatto ricorso diretto in Cassazione invece che appello.

    In quattro pagine di motivazione, la Corte ha fatto letteralmente a pezzi la decisione del Giudice di Pace, affrontando la tematica sotto ogni punto di vista possibile, compreso quello secondo la quale la sussistenza di un reato non può in ogni caso essere ancorata alla sensibilità o suscettibilità della presunta persona offesa e soprattutto che ciò che rileva è la obiettiva capacità offensiva delle espressioni usate da valutarsi in base al significato socialmente condiviso delle parole. Concetti, questi ultimi, che senza necessità di approfondimenti  giurisprudenziali e di dottrina ma con l’impiego di ordinario buon senso avrebbero potuto evitare persino il rinvio a giudizio con risparmio di tempo, risorse, energie.

    La Corte di Cassazione, per vero, ha affrontato anche tutti questi aspetti e l’estensione e spessore della motivazione suonano un po’ come bacchettate al Giudice di Pace e al P.M. della fase delle indagini e, perché no? anche del querelante. Ammesso che mai abbiano la curiosità o l’occasione di controllare come è andata a finire una vicenda che insegna molte cose: che il non adirarsi è sintomo di grande saggezza, come ricordava Plutarco, che le querele sono comunque cose serie da trattare con attenzione anche se portano a modestissime conseguenze sul piano economico e che la Giustizia (se tutto va bene, ovviamente) prima o poi arriva.

  • In attesa di Giustizia: in assenza di giustizia

    Da qualche settimana a questa parte si parla molto – lo abbiamo fatto anche qui – di legittima difesa, contrasto alla corruzione, prescrizione, riforma del processo penale e molti altri argomenti – come sempre, come tutti quelli che riguardano il settore giustizia forieri di polemiche.

    Giustizia, appunto: è ciò di cui tratta questa rubrica, un po’ polemicamente richiamandone un’attesa che non di rado è assai lunga, talvolta addirittura vana come nel caso, che sembra dimenticato, del Tribunale di Bari.

    Proprio per questo motivo, vale la pena rinfrescare la memoria anche dei lettori: alle soglie dell’estate scorsa, il Tribunale del capoluogo pugliese è stato dichiarato inagibile, pericolante, qualcuno ha parlato anche di edificazione abusiva (!) della struttura che  – peraltro  – avrebbe dovuto originariamente ospitare tutt’altri uffici pubblici. Infissi cadenti, infiltrazioni di umidità, impianti elettrici allo scoperto e forse neppure a norma, buchi nei muri e quant’altro possa identificare una costruzione fatiscente erano ormai una realtà sotto gli occhi di tutti da anni ma nessuno ha fatto nulla fino a quando non si è raggiunto il punto di non ritorno che ne ha determinato la chiusura.

    Ma se il Tribunale è chiuso, le udienze dove si fanno e la Giustizia come si amministra? Dapprima fu  l’obbrobrio della tendopoli installata dinanzi al tribunale e le udienze celebrate, a seconda, sotto il solleone piuttosto che i temporali estivi…intanto è arrivato un decreto legge: si faranno solo i processi con detenuti, tutti gli altri no fino a che non si troverà una sistemazione, sospendendo il corso della prescrizione sebbene la responsabilità del rinvio sia della Pubblica Amministrazione. Decreto incostituzionale ma passato indenne dal visto del Quirinale.

    Sono passati mesi nei quali una soluzione non sembra neppure abbozzata: i processi di cui è prevista la celebrazione non si fanno più sotto le tende ma dove capita, secondo le disponibilità di altri edifici come il vecchio Tribunale (che ospita ancora la Corte d’Appello e uffici giudiziari diversi) o quelli di sedi distaccate. Nel frattempo si registrano smarrimenti continui di fascicoli, deterioramento e perdita di parte degli atti contenuti, i servizi di cancelleria funzionano con i limiti che si possono immaginare e l’arretrato sta incrementando a livelli insostenibili e richiederà anni ed anni per essere smaltito una volta tornati – chissà quando –  alla normalità: l’intero settore logistico legato al settore è semi paralizzato.

    Intanto, le Forze dell’Ordine non sanno nemmeno come regolarsi con gli arresti perché non si sa chi se ne possa interessare con la tempestività dovuta: il tutto in un territorio ad alta densità criminale ma anche interessato da attività imprenditoriali rilevanti e massicci flussi turistici. Si è posto il focus sull’area penale perché è quello che ostenta le più evidenti criticità ma, va da sé, anche quello civile risulta coinvolto nel disastro.

    Di Bari e della sua condizione di assenza di Giustizia sembra davvero che tutti si siano dimenticati e l’impatto è micidiale sotto il profilo economico anche in considerazione del fatto che a questo sfacelo sopravviveranno solo alcuni studi legali, sia pure a costo di ridurre significativamente la struttura con perdita di posti di lavoro: soprattutto gli avvocati più giovani sono destinati a chiudere l’attività con conseguente perdita di anzianità ai fini contributivi e pensionistici e a rimettersi in gioco ricercando un’occupazione diversa e per la quale non dispongono della inclinazione e professionalità di base.

    Come dire, altre centinaia di persone senza futuro, non meno della giustizia, travolti da un incomprensibile oblio.

  • In attesa di Giustizia: riservatezza a due velocità

    In questo bizzarro Paese dove prosperano trasmissioni televisive votate alla anticipazione di condanne e i quotidiani riempiono le colonne con intercettazioni telefoniche anche estranee all’oggetto delle indagini suona come stonata l’iniziativa della Procura di Brescia che ha indagato per “istigazione alla violazione del segreto d’ufficio” un cronista di giudiziaria del quotidiano locale che ha subito la perquisizione e il sequestro dello smartphone e del tablet, contenenti verosimilmente notizie e informazioni coperte da segreto professionale.

    “Istigazione alla violazione del segreto d’ufficio”, così meglio dettagliando una accusa di istigazione a delinquere  presuppone oltre ad un istigatore ci sia, necessariamente, un istigato che a sua volta è sensibile alla sollecitazione.

    E in questo caso chi sarebbe il soggetto istigato se non  la stessa Procura della Repubblica, attraverso i suoi uffici, o la Polizia Giudiziaria?

    Qui, per fortuna, non corro rischi perché mai documento e commento fatti che non siano già di dominio pubblico o – comunque – non coperti da segreto istruttorio.

    La questione è allora un’altra: un giornalista è legittimamente alla ricerca di notizie e dispone di  fonti di informazione che nel caso della cronaca giudiziaria, o “nera” che dir si voglia, sono interne agli uffici giudiziari e alle Forze dell’Ordine che, per conto loro, dovrebbero invece mantenere il massimo riserbo su attività investigative non ancora approdate al dibattimento o – comunque – private della opportuna secretazione.

    Ciò premesso, è possibile che questi soggetti possano essere considerati  idonei a subire istigazione e non piuttosto custodi – a volte infedeli – di informazioni riservate e sensibili che non dovrebbero divulgare?

    Nel frattempo il giornalista ha visto violati i suoi archivi di lavoro informatici e non contenenti sicuramente altri dati coperti dal segreto professionale che gli è attribuito e diverse da quelle che avevano dato avvio a sospetti e un’indagine così impattante e della quale bisognerà verificare se vi fossero i presupposti per attività così invasive della sfera privata di un professionista.

    Fermo restando che deve essere stigmatizzata ogni pubblicazione illegale di atti di indagini in corso, l’idea che un cronista possa essere indagato per essersi procurato informazioni o averne sollecitato la condivisione a fonti per prime non avrebbero dovuto fornirle appare un po’ ipocrita.

    Ma tant’è: e se è vero che deve rifiutarsi l’idea del processo mediatico che lede la dignità delle persone accusate prima ancora che si giunga anche solo a una sentenza non definitiva, una iniziativa del genere di quella descritta, oltre alla considerazione già spesa sulla sua natura ipocrita lascia spazio alla domanda: chi custodisce i custodi?

  • In attesa di Giustizia: l’uovo di Colombo

    Nelle scorse settimane abbiamo segnalato – e siamo stati tra i primi, dianzi che diventasse uno scandalo nazionale – la situazione in cui versa il Tribunale di Bari, a rischio crollo che ha costretto gli operatori a ricercare non facili soluzioni alla criticità.

    Dopo avere ipotizzato di trasferire le attività in una sede distaccata dismessa dopo la soppressione si è arrivati all’allestimento di una tendopoli a fungere da aule in cui si celebrano processi; il tutto mentre ancora si discuteva sulla formazione di un esecutivo e, quindi, con un Ministro sul piede di partenza e uno non ancora insediato. Non potendo – anche per motivi di sicurezza – portare i detenuti nel campeggio giudiziario, per questi ultimi si sono riutilizzate aule della vecchia struttura anni trenta (perfettamente agibile e stabile) situata in centro città e ancora adibita a sede della Corte d’Appello.

    Intanto, la situazione nella tendopoli mostra tutti i suoi limiti, sia per la logistica destinata all’utenza che per il clima che arroventa ogni giorno di più, sia perché è complesso avere la fornitura di energia elettrica che serve per il funzionamento di microfoni e impianti di registrazione. Così si è tornati all’impiego a tutto tondo degli amanuensi.

    Giustamente, l’Unione delle Camere Penali ha deliberato una astensione di protesta – lunedì, martedì e mercoledì di questa settimana – e una manifestazione a Bari per denunciare una situazione che oscilla tra il paradossale e, amaramente, il ridicolo. Nel frattempo, però, si è formato il nuovo Governo e…voilà, la tanto agognata soluzione è subito stata trovata: un bel decreto legge che sospende tutti i processi (e il corso della prescrizione) a Bari fino a settembre quando – almeno questo – farà più fresco e, nelle more, si auspica l’individuazione di un immobile in cui trasferire gli uffici in condizioni di sicurezza. Sicurezza che deve intendersi anche con riguardo ai fascicoli non solo per evitarne l’esposizione ai fattori atmosferici ma proprio per la conservazione con il dovuto rispetto dei dati sensibili che contengono. Perderli del tutto, poi, vorrebbe dire non celebrare mai più i processi corrispondenti.

    Non può certo farsi carico all’Esecutivo attuale di una emergenza ignorata o addirittura non conosciuta (ma nel Tribunale di Bari già anni addietro vi erano preoccupanti buchi e crepe nei muri, infissi cadenti, macchie di umidità ovunque) dai Governi precedenti o dalle Autorità preposte alla manutenzione e segnalazione. Il rimedio, tuttavia se non è peggiore del male non convince, come non convincono le parole del Guardasigilli che critica la protesta dei penalisti perché aggiunge altri rinvii di processi in tutta Italia a quelli baresi.

    Vero senonché lo stato di agitazione dell’Avvocatura è l’unico strumento disponibile per denunciare un degrado inaccettabile e sollecitare interventi. A tacere del fatto che è stato proclamato prima delle decisioni del Governo, che tre giorni – sebbene a livello nazionale e con molte eccezioni circa le udienze rinviabili –  non sono tre mesi in una sede come Bari.

    Magari questo “sciopero” non si sarebbe fatto se si fosse potuto preconizzare l’autorevole intervento proposto da via Arenula. E non sarebbe stato difficile, in fondo, chiudere del tutto un tribunale che crolla senza averne un altro a disposizione che non sia una tendopoli è come la scoperta dell’uovo di Colombo, magari un po’ bollito. E la Giustizia può attendere.

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