Tribunale

  • In attesa di Giustizia: sbatti il mostro in prima pagina

    Un cane che morde un uomo non è una notizia: lo è il contrario e così nulla vi è di più ghiotto – per chi si occupa di cronaca giudiziaria – di un operatore del settore del diritto che finisce sotto processo.

    Accadde così un paio di anni fa, e ne trattò anche questa rubrica, che l’avvocato romano Francesco Tagliaferri venisse indagato per rapporti suppostamente illeciti con esponenti della criminalità organizzata; autentico galantuomo, penalista di grande esperienza e notorietà del Foro di Roma, Tagliaferri fu messo immediatamente alla gogna da parte dei media che – come da consuetudine – più che riferire una notizia trattavano l’argomento con ampio risalto in termini che, sostanzialmente erano l’anticipazione di una sentenza di condanna. Comunque sia, Tagliaferri fu pubblicamente crocifisso per colpe tutt’altro che dimostrate.

    Per fortuna in questo Paese l’attesa di Giustizia non è sempre caratterizzata da tempi biblici e neppure le sentenze sono frutto del “modello Venezia” di cui abbiamo parlato proprio la settimana scorsa: già decise, con tanto di motivazione, prima ancora che si celebri il processo: il percorso giudiziario di Francesco Tagliaferri è stato abbastanza celere e si è di recente concluso con un’assoluzione. Assoluzione di cui nessuno ha parlato, non una riga neppure sui quotidiani della Capitale, qualcosa – tutt’al più – si trova sulla free press o setacciando Google sebbene il suo difensore abbia inviato un brevissimo comunicato stampa alle agenzie ed alle testate giornalistiche (soprattutto quelle che si erano avventate sulla notizia di un avvocato che “si vende l’anima per soldi” diventando favoreggiatore di una banda di narcotrafficanti).

    Gli avvocati, del resto, si sa che non sono esattamente dei beniamini dell’opinione pubblica e meno di tutti lo sono i penalisti che vengono sovente dipinti come complici dei loro assistiti, dunque il silenzio è il minimo che ci si debba aspettare quando viene ristabilita la verità e restituito l’onore a chi si è tentato di toglierlo con accuse azzardate e ingiustificato clamore mediatico.

    Nel frattempo a Piacenza un magistrato di grande valore ed esperienza, il Procuratore Grazia Pradella, al termine di un’indagine delicatissima condotta con largo impiego di tecnologie audio – video ne ha illustrato i contenuti e commentato gli arresti di tutti i Carabinieri, compreso il sottufficiale in comando, appartenenti ad una stazione dell’Arma che è stata messa – caso unico nella storia – sotto sequestro. I militari sono accusati di reati molto gravi, talune evidenze appaiono piuttosto solide (filmati e intercettazioni ambientali) e, comunque, vale anche per loro la presunzione di non colpevolezza.

    Il seguito delle investigazioni ed il processo accerteranno le responsabilità di ognuno, se vi sono; nel frattempo, tuttavia, c’è qualcuno che non ha perso l’occasione di parlare a sproposito dimenticandosi di collegare la bocca al cervello, ammesso che in quest’ultimo abiti almeno uno sperduto neurone.

    Non facciamo nomi, sebbene il soggetto in questione sia stato in proposito anche intervistato in un programma radiofonico molto seguito: basti dire che si tratta di un ex deputato M5S privo di qualsiasi competenza in materie giuridiche in ragione del suo differente percorso di studi, anche questo verosimilmente seguito alle scuole serali ma al buio.

    Ebbene, trattando dell’arresto di questi Carabinieri il sociologo dell’ultim’ora ha messo in evidenza come si tratti di sei meridionali su sei ed ha annotato che – sebbene essere meridionale non significhi essere delinquente – vi è sicuramente una predisposizione genetica a fare del male in chi è nato in un Sud arretrato dal quale proviene la maggior parte dei delinquenti: come esempio ha citato la mancanza di valtellinesi dediti a sciogliere i bambini nell’acido.

    Sociologia criminale di infimo livello alimentata da una notizia che, anche questa volta, si assimila a quella dell’uomo che morde il cane e non viceversa: chi è estraneo alla vicenda, non conoscendo gli atti, dovrebbe astenersi da ogni commento e meno che mai da analisi di impronta vagamente lombrosiana. Ma tant’è: a margine vi è solo da rallegrarsi che il nostro già disastrato sistema giustizia non disponga del processo con giuria se il rischio è che ci finiscano personaggi simili.

    In ogni caso e per trarne le dovute conclusioni, sappiano i lettori de Il Patto Sociale che io sono meridionale. Ma ho anche tanti difetti.

  • In attesa di Giustizia: cucchiaio di legno

    Il cucchiaio di legno è il trofeo destinato alla nazionale di rugby che si classifica ultima nel torneo chiamato Sei Nazioni e deriva il suo nome da una antica tradizione dell’Università di Cambridge secondo la quale gli studenti con i voti di profitto più bassi veniva scherniti con la consegna di un simile utensile da cucina: da inizio millennio la nostra nazionale di palla ovale lo ha vinto già quattordici volte.

    Se un analogo riconoscimento ci fosse anche per l’amministrazione della Giustizia, non avremmo rivali: durante il question time  l’ineffabile Bonafede ha rilevato la impraticabilità a breve – per motivi burocratici e di logistica – del reimpiego degli immobili (chiusi ed inutilizzati) delle sedi giudiziarie soppresse al fine di aumentare il numero delle udienze, assicurando il distanziamento fisico ed aggredendo l’arretrato enorme che si è creato durante il lockdown. Certo, tutto ciò è inevitabile se ci si pensa solo adesso… peraltro, il Guardasigilli si è autocelebrato affermando di aver affrontato degnamente la crisi e di aver fatto il possibile per far uscire la Giustizia dalla paralisi dovuta al Covid – 19. A fonte della accertata Caporetto del sistema il cucchiaio di legno è meritatissimo come il suggerimento di cambiare pusher: evidentemente gli vende roba di cattiva qualità.

    Nel frattempo, invece che dedicarsi a qualcosa di più costruttivo nel settore, sembra che il Senato sia impegnato nell’esame di un disegno di legge che prevede di istituire una giornata di commemorazione delle vittime di errori giudiziari, Enzo Tortora in primis. Inutile dire che PD e M5S hanno votato contro e vi è da presumere che la posizione del Guardasigilli corrisponda a quella del suo partito.

    Sarà…ma la giornata di celebrazione degli errori dello Stato in danno dei cittadini è una di quelle cose che, se non ci fosse da piangere, dovrebbe far ridere.  Purtroppo – anche per i soldi sborsati dai contribuenti in risarcimenti – non c’è proprio nulla da ridere.

    A voler cercare il pelo nell’uovo (ed il legislatore certe cose dovrebbe saperle), il nome scelto non è neppure corretto: errore giudiziario è quello che definisce una sentenza irrevocabile che si scopre, in seguito ad un procedimento di revisione, essere sbagliata, non un arresto seguito da assoluzione. Tortora non c’entra nulla perché alla fine, fu assolto e le sentenze soggette a revisione non sono moltissime come le carcerazioni preventive ingiustificate.

    Sono, invece numerosi – se ne è trattato in altre occasioni su queste colonne –  i casi di arresti ingiusti, seguite da riparazioni economiche che, tra l’altro, pesano sul bilancio dello Stato. Forse si dovrebbe chiamare “giornata delle misure cautelari sbagliate”:  cacofonico, ma renderebbe meglio l’idea.

    Così facendo, però, dovremmo interrogarci su un sacco di cose, a cominciare dalla facilità con la quale si emettono i provvedimenti restrittivi e, inevitabilmente, rendersi conto che servono una riforma del codice e dell’ordinamento giudiziario (compresa la responsabilità civile dei magistrati), altro che una inutile giornata della memoria.

    Insomma, per esemplificare: se quello che leggiamo è tutto vero, errore giudiziario è la condanna di Silvio Berlusconi. Il caso Tortora, invece e semmai, è la prova che, a volte, le cose funzionano: lentamente ed anche con il sacrificio della libertà. Da noi l’attesa di Giustizia ha i suoi tempi, spesso pagando il prezzo di milioni di euro all’anno di risarcimenti e richiami della CEDU per i più disparati motivi: in compenso è sempre garantita la vittoria di un cucchiaio di legno del settore.

    Manuel Sarno

  • In attesa di Giustizia: non guardate nell’abisso

    Qualcuno ricorderà la vicenda di Martina Rossi, studentessa genovese ritrovata morta dopo essere precipitata dalla camera dell’hotel di Palma di Maiorca ove stava trascorrendo un periodo di vacanza e che – secondo l’accusa – stava cercando di sfuggire ad un tentativo di stupro raggiungendo un terrazzo adiacente.

    Il fatto è di nove anni fa e poteva essere comprensibile non serbarne memoria, se non fosse che – con i tempi della nostra giustizia – si è celebrato un paio di settimane fa il giudizio di appello per i due imputati richiamando l’attenzione sulla cronaca giudiziaria con una vicenda obiettivamente grave ed un processo delicato, senza contare la penuria di notizie in questo settore in periodi di covid – 19 e sostanziale chiusura dei Tribunali.

    Infatti, sin dalle prime ore del mattino e sebbene in ruolo ci fossero altri giudizi da trattare, nell’aula destinata e nella area antistante si andava allestendo una selva di microfoni e telecamere che avrebbe accompagnato il processo, con buona pace del divieto di assembramento…per non parlare delle condizioni in cui rischiava di versare l’indipendenza del Giudice: al sicuro quanto l’aplomb di un ultras quando l’arbitro fischia un rigore al novantesimo contro la sua squadra del cuore.

    L’attesa era, ovviamente, per una conferma della sentenza di condanna: la morte tragica di una giovane impone che ci sia un colpevole, anche un colpevole purchessia perché questo è il Paese dove – secondo la linea di pensiero propugnata da Piercamillo Davigo – innocenti non ve ne sono ma solo malvissuti che riescono a farla franca.

    Non era difficile prevedere che se la Corte avesse pronunciato una sentenza di proscioglimento si sarebbe scatenato l’inferno. E così è stato, nonostante le pressioni mediatiche e della folla in fermento: assoluzione.

    Occasione ghiottissima per dare sfogo a reti unificate alla solita sceneggiata giustizialista in cui si strumentalizza la sofferenza delle vittime e dei loro parenti per sostenere che le tesi dell’accusa sono verità rivelate e che i processi e le sentenze sono, nel migliore dei casi, inutili orpelli pretesi da quei complici occulti degli imputati che sono i loro difensori.

    Sulla notizia si è anche avventata una trasmissione che fa audience proprio con i dolori altrui: e quando tutto questo va in onda sul Servizio Pubblico, senza che vi sia una conoscenza puntuale degli atti ed in mancanza di una motivazione della sentenza è, tutto sommato, un’aggravante.

    Nell’attesa dei cittadini, quelli in nome dei quali viene amministrata la giustizia per dettato costituzionale, non c’è, evidentemente, un argomento razionale che spieghi per quale ragione questa sentenza, come mille altre in precedenza, sarebbe stata giusta solo se avesse condannato qualcuno.

    Il nostro sembra essere diventato l’unico paese al mondo nel quale ogni assoluzione è vissuta come una sconfitta della Giustizia, una infamia intollerabile. Non si conosce il processo bensì solo una decisione ancora priva di argomenti a sostegno ma se non si getta in pasto alla pubblica opinione una condanna e, quel che più conta, un condannato l’armageddon manettaro si mette in moto inesorabile. D’altronde e non a caso, Davigo una poltrona nei salotti televisivi la trova sempre, e di rado con dei contraddittori, nella incessante semina del pensiero unico forcaiolo.

    E’ notizia di questi giorni che sono stati arrestati alcuni “indignati speciali” che si aggiravano armati di coltello nei pressi delle abitazioni dei due imputati assolti con intendimenti più che chiari.

    Forse è inutile aspettare Giustizia, se questo è l’abisso di inciviltà giuridica in cui siamo precipitati ed al quale sarebbe meglio non guardare perché, poi, l’abisso guarderà dentro di noi.

    Manuel Sarno

     

     

  • In attesa di giustizia: falsa ripartenza

    Nei giorni scorsi si è riunito per la prima volta il tavolo di lavoro convocato dal Ministro della Giustizia il cui compito è studiare le migliori modalità di ripresa dell’attività giudiziaria nella seconda fase dell’emergenza sanitaria ma anche su un progetto di riforma dell’ordinamento giudiziario e del funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura.

    Con il lock down ormai alle spalle l’attività nei Tribunali sarebbe dovuta riprendere, in particolare la celebrazione delle udienze, ma tutto ciò si è verificato solo in misura minima.

    Ferma restando la disomogeneità sul territorio delle linee guida alla riapertura dei palazzi di giustizia (di cui abbiamo già trattato), sono molti i problemi che continuano a frapporsi al ritorno ad un regime normale di funzionamento che – quando tutto va bene – è a tre cilindri: è tutt’ora necessario chiedere appuntamenti  via mail, non sempre riscontrate, per poter accedere alle cancellerie e alle segreterie – aperte con orario e personale ridotto – e l’attività di udienza non supera il 15 – 20% dei ruoli.

    Lo stallo deriva per larga misura dal collocamento in smart working della maggior parte del personale amministrativo che, peraltro, da casa non può accedere né ai fascicoli né ai registri essendo precluso l’accesso all’intranet ministeriale per motivi di sicurezza. Più che di smart working si dovrebbe parlare di no working  o ferie retribuite…ma dirlo pubblicamente non è politicamente corretto e delude i fautori dell’“andrà tutto bene”; si aggiunga che i sindacati dei funzionari amministrativi fanno resistenza ad un ritorno alla normalità lamentando pericoli persistenti per la salute connessi al ritorno sul posto di lavoro “fisico” e accusano la lobby degli avvocati di fare pressioni in senso contrario a tutela dei propri interessi economici.

    Certo gli avvocati, in assenza di uno stipendio fisso ma con costi, invece, costanti vorrebbero tornare a lavorare, ma non hanno obiettato nulla nei momenti di maggiore criticità e migliaia di loro negli ultimi cento giorni si sono dovuti accontentare (chi è riuscito ad ottenerla) della elemosina da 600€.

    I problemi, tuttavia, sono ben altri e tutte le rappresentanze dell’Avvocatura li hanno evidenziati durante la consultazione dal Ministro della Giustizia, sottolineando come l’attuale contesto con la leva del motore della giustizia su “avanti adagio” sia privo di giustificazione, viste le modalità generali della ripresa delle attività nel Paese e la concreta situazione epidemiologica. L’organizzazione giudiziaria è un servizio pubblico e il suo sostanziale fermo si risolve in una negazione dei diritti ai cittadini. La babele dei tanti provvedimenti dei capi degli Uffici – ed a cascata dei singoli giudici – si è rivelata una risposta inadeguata al ripristino della funzione.

    Curiosamente, a questo tavolo di lavoro non hanno partecipato rappresentanti della Associazione Nazionale Magistrati che, forse, avrebbero potuto collegarsi da remoto (soluzione che piace tanto alla magistratura associata) almeno durante l’ora d’aria.

    L’Unione delle Camere Penali ha sollecitato un intervento diretto da parte del Governo per consentire – mentre già incombono le ferie giudiziarie –  in tempi rapidi il ritorno alla normalità sia pure nel rispetto delle regole sanitarie che valgono per tutti, con l’ulteriore previsione della possibilità di tenere udienze ovunque anche nel pomeriggio, recuperando se del caso la giornata del sabato e financo  il periodo ordinariamente coperto dalla sospensione feriale: misure necessarie per aggredire da subito l’enorme arretrato, acuito dalla chiusura. Il Ministro si è riservato di adottare l’iniziativa politica dopo avere ascoltato ragioni, critiche  e suggerimenti. Vedremo che ne sarà, certo è che l’attesa di Giustizia sta allungando i tempi e di molto meglio per gestire l’emergenza si sarebbe potuto fare già durante il lock down. Ne riparleremo.

  • In attesa di Giustizia: libertà di insulto

    I pazienti lettori di questa rubrica, forse, si aspettavano una nota dedicata al contenuto delle ultime intercettazioni emerse nell’affaire “Palamara” da cui si ricavano inquietanti – sebbene non inaspettati – retroscena alla nomina del Procuratore Capo di Roma: ma, ormai, è acqua (quasi) passata, lasciamo stare nell’ossequio di quel detto popolare secondo il quale una certa sostanza organica più la si rimesta e più puzza. O, più probabilmente, si sarà immaginato un commento a margine del feroce scontro in atto tra il cosiddetto Guardasigilli e il Magistrato Di Matteo – ora al CSM – a proposito di altri poco edificanti retroscena alla nomina a dirigente in importanti Dipartimenti del Ministero della Giustizia: uno dei due con certezza mente (perché è impossibile che due antagonisti, dialetticamente agli antipodi uno dell’altro, dicano entrambi la verità), magari mentono entrambi ed il riserbo in argomenti delicatissimi sembra essere un optional; così i contorni della vicenda rimangono opachi, racchiusi tra atti di indagine resi noti parzialmente, mere ipotesi e suggestioni; il tutto “a scoppio ritardato”, due anni dopo i fatti…chissà perché? Trascuriamo anche questo tema: troppo nebuloso il contesto.

    Questa settimana, invece, l’argomento è strettamente allineato alla denominazione della rubrica: si parla di una Giustizia la cui attesa non si è fatta attendere ed il messaggio è che – dunque – volendo si può. Sembrerebbe una buona cosa…

    Accade a Caltanissetta, Sede competente per i reati di cui risultano vittime o accusati i Magistrati di Palermo, e tutto molto ma molto velocemente: notizia di reato di novembre e, ad oggi (in tempi, oltretutto di lock down rigoroso anche per gli Uffici Giudiziari) non solo si sono già concluse le indagini, ma abbiamo già una richiesta di archiviazione.

    Questi i fatti: siamo a Palermo, come detto, uffici della Procura Distrettuale Antimafia – forse la più blindata d’Italia – e un uomo tenta di accedervi senza qualificarsi in alcun modo. Un sottufficiale dei Carabinieri del Servizio Scorte chiede allora, ad una persona a lui sconosciuta, i documenti ottenendo un implicito rifiuto da colui che avrebbe potuto essere chiunque. Il soggetto, infatti, volta le spalle al militare e tira dritto, provocando la reiterazione della domanda. Chiedere è lecito, rispondere è cortesia, rispondere “ma va affa…”  e proseguire oltre in una zona delimitata e presidiata non è proprio in linea con il galateo, certamente lo è con il codice penale che prevede il reato di oltraggio a Pubblico Ufficiale.

    Il fatto è avvenuto in presenza di altri Carabinieri, tutti in divisa e tutti in servizio, in un territorio dove la mafia fa brillare le autostrade, a rischiare la vita per tutelare quella degli altri: anche del Pubblico Ministero che si è rifiutato di mostrare un documento. Si trattava, infatti, di uno dei Sostituti Procuratori: si è difeso ammettendo i fatti e lamentando, stizzito, la circostanza di non essere stato riconosciuto e – pertanto – ha sostenuto di essere lui vittima di un atto arbitrario cui si è  giustamente ribellato.

    Per i Colleghi di Caltanissetta va bene così: il sottufficiale avrebbe dovuto capire chi aveva di fronte anche se non lo conosceva, il “vaffa” se lo è andato a cercare. E da ora in avanti l’Arma dovrà istituire corsi di arte divinatoria per impedire che si ripetano episodi di lesa maestà.

    Esemplare, tornando alle considerazioni iniziali,  la velocità con cui il procedimento è stato trattato e per di più da un Ufficio situato in un territorio ad alta densità criminale, oberato dai fascicoli, dalle necessarie priorità da  offrire ai processi con detenuti, a quelli per reati gravi, per fatti di criminalità organizzata.

    Ma anche il prestigio di un Magistrato costituisce una priorità non trascurabile: con un carico pendente potrebbe persino subire dei rallentamenti nell’avanzamento di carriera, una condanna potrebbe essere fatale in un successivo disciplinare e lo stipendio ne risentirebbe. Per fortuna la Giustizia non sempre ha tempi biblici, magari è un po’ ad assetto variabile ma prendiamo quello che c’è di positivo (se c’è…) da questa vicenda in attesa che sia il Giudice delle Indagini Preliminari a valutare la richiesta di archiviazione. Intanto, a voi i commenti.

  • In attesa di Giustizia: attesa fatale

    Poco prima di Pasqua è mancato il Maresciallo Orazio Castro, divorato da una lunga ed inesorabile malattia; chi era Orazio Castro, cui solo qualche testata ha dedicato un ricordo?

    Un servitore dello Stato, di lui il Colonnello De Caprio, alias capitano Ultimo ha scritto: “in silenzio muore il Maresciallo Orazio Castro, comandante della stazione dei Carabinieri di Aci Sant’Antonio. Festeggiano le jene sui cadaveri dei leoni uccisi pensando di avere vinto ma le jene rimangono jene e i leoni, leoni. Lui combatte, lui vive”.

    Per quasi tre lustri questo militare pluridecorato è stato perseguitato dalla giustizia: un uomo che – ricoprendo anche incarichi di rilievo nella DIA – si è speso per l’intera vita a difendere ideali di giustizia e per contrastare la mafia, proprio lui è stato imputato in un processo per associazione mafiosa,  bersagliato dalle accuse provenienti  da cosiddetti collaboratori di giustizia.

    Collaboratori di giustizia che, non di rado, per acquisire maggior credito e meriti agli occhi degli inquirenti non esitano a coinvolgere personaggi di spicco sebbene estranei al lor milieu criminale. Oppure, più semplicemente, regolano conti in sospeso con avversari a quali non possono più opporsi con una raffica di Kalashnikov.

    Collaboratori di giustizia da cui le Procure dipendono e di cui tendono a tutelare all’estremo la credibilità: se ritenuti inattendibili riguardo ad un accusato “eccellente”, il rischio è che l’ombra della calunnia  comprometta l’impianto accusatorio di un intera indagine.

    E così contro la assoluzione, giunta già in primo grado, di Orazio Castro è stato fatto appello dal P.M. e avverso la sentenza della Corte che confermava quel proscioglimento la Procura Generale ha fatto ricorso per Cassazione incappando in una pronuncia di inammissibilità; che, tradotta,  equivale a dire impugnazione campata per aria.

    La giustizia ha trionfato, si dirà: considerazione corretta se non fossero stati necessari tredici anni per arrivare alla parola fine, se non ci si fosse dovuti confrontare con l’ottusa insistenza dei Pubblici Ministeri e della loro rarefatta equidistanza dalle parole di malfattori asseritamente pentiti.

    Tredici anni di sofferenze che hanno minato il fisico di un militare che nella vita non ha avuto paura di nulla ma ferito a morte dagli attacchi alla sua moralità, come uomo e Carabiniere.

    Ha vinto le sue battaglie, Orazio Castro: anche la prima con un cuore malridotto dalle angosce indotte dalla esperienza giudiziaria, ma una attesa di giustizia infinita ha avuto la meglio su di lui. E una giustizia troppo lenta non è giustizia. Nel dolore e nello sconcerto per come questa vicenda umana e processuale si è sviluppata,  resta una sola consolazione: l’immagine che ricorderemo è quella di un valoroso e di un martire. Di attesa di giustizia si muore;  l’insegnamento è inequivocabile e da Enzo Tortora in avanti gli esempi sono molti, e quasi tutti  sono meno conosciuti.

    Come scriveva Checov: l’onore non può essere tolto da nessuno, si può solo perdere. Con  Orazio Castro ci hanno provato, ma il suo onore lo ha conservato pagandone con la vita il prezzo a quello Stato ed a quelle Istituzioni che non ha mai smesso di servire e rispettare anche quando ne è stato abbandonato.

  • In attesa di Giustizia: mi alzo in piedi

    L’emergenza  sanitaria ha avuto riflessi  di grande impatto sull’amministrazione della giustizia: gran parte delle attività sono in stallo, udienze rinviate  tranne quelle indifferibili per il necessario rispetto a termini di decadenza. Si sono visti i primi processi a distanza, in video conferenza: a questo strumento, forse indispensabile allo stato ma pieno di controindicazioni (a partire dalla efficienza e continuità del segnale mentre si è in collegamento, dalla qualità audio, dalla impossibilità di produrre documenti in tempo reale), sta già guardando con interesse Piercamillo Davigo che intende suggerire di rendere ordinaria la modalità per ora eccezionale. Certo, un processo così è ciò che di più simile si possa avere a un “non processo”, sicuramente allineato al pensiero manettaro del noto magistrato. Il processo penale è una cosa molto seria in cui sono in gioco valori e interessi primari di imputati e persone offese e deve avere la sua ritualità, perché la forma molto spesso è sostanza ed anche spirito, come si può ricavare dalle parole – che ripropongo volentieri – di una Collega di Matera, l’Avvocata Shara Zolla.

    “E poi mi alzo in piedi… quel fatidico momento in cui sei chiamato a difendere. E si difende alzandosi in piedi per rispetto a chi siede al nostro fianco, “garante della lealtà dello Stato, all’ultimo gradino della scala sociale”, l’indifendibile. E mi alzo per rispetto a chi ascolta ed è di fronte a me. E mi alzo per chi è dietro di me perché sappia che non sono lì per chiacchierare. Sin dal primo giorno in cui sono entrata in aula ho guardato con occhi da innamorata chi, con indosso la veste nera, la nostra amata toga, aveva quel coraggio di alzarsi e parlare di fronte a tutti, per spiegare i perché di un qualcosa che per tutti era solo da condannare. Indelebile è quel brivido che scorreva le prime volte sulla pelle quando, terrorizzata, con voce tremula o insicura, inebriata dalla consapevolezza di avere nelle mani la vita di quella persona che mi sedeva a fianco, mi alzavo e raccontavo, e spiegavo cosa non poteva essere condiviso di fronte alle richieste di una punizione, di una condanna che vivevo e sentivo come ingiusta. Non ho mai avuto bisogno del microfono perché, una volta in piedi, la voce trovava il suo spazio e, col passare del tempo, è diventato un arduo esercizio trattenerla. Dal 5 marzo non varco le porte del Tribunale e non entro in Aula. La mia toga è in Tribunale nell’armadietto 204 nei pressi dell’Aula Pagano. Mi sembra di averla abbandonata lì, sola, in isolamento da quarantena anch’essa. E’ una parte di me che ho abbandonato al buio! Ed è rimasta al buio la nostra anima di difensori. E se non la indosso, e se non mi alzo in piedi, vuol dire che in questo momento non difendo i diritti di quel cittadino e del mio Stato di fronte i quali ho giurato di esercitare la mia funzione, essere Avvocato. Mi chiameranno nei prossimi mesi a presenziare all’udienza in difesa di “nessuno”, e l’aula sarà un luogo inumano nel suo essere ormai una stanza virtuale. E non avrò nessuno alle mie spalle. E non avrò nessuno dinanzi: di fronte, solo un’immagine virtuale, magari un trucco della fantascienza mascherata da scienza e progresso, con cui potrò colloquiare allorquando mi sarà consentito. E non indosserò la toga, perché la toga si indossa solo in Aula, di fronte ad un Giudice, distante nella giusta misura, alla presenza del Pubblico Ministero in una pubblica udienza. E non potrò alzarmi! E allora la voce sarà fioca, perché altrimenti il microfono gracchia!

    E non sarò in piedi! Ed una parte di me sarà andata via per sempre!

    Ma non posso e non voglio rassegnarmi.

    La mia toga mi aspetta ed io non la lascerò lì sola.

    Ed io sarò in piedi a difendere chi mi siede a fianco.”

  • In attesa di Giustizia: cronaca nera

    Tribunali sostanzialmente chiusi, Procure al lavoro sotto traccia e – come sembra – principalmente sulle tracce di responsabili del contagio nelle residenze per anziani ma il distanziamento sociale tiene necessariamente lontani i cronisti giudiziari dalle loro fonti all’interno dei palazzi di giustizia o delle questure, e persino le trasmissioni televisive dedicate al gossip giudiziario si sono riconvertite al tema esclusivo della pandemia.

    Il momento è stimolante per fare riflessioni pensando a ciò di cui non disponiamo ed a cui siamo abituati: come la cronaca nera che, per le ragioni illustrate, ora langue anche se non sarà per molto ancora…e nella quotidianità fatta in gran parte di ricerca di notizie sull’andamento del contagio e dei possibili rimedi, accade che balzi all’attenzione anche un articolo di “giudiziaria” pubblicato da un giornale omanita.

    Uno pensa all’Oman, medio oriente, e prima ancora di leggere il luogo comune ti fa dire: beduini! Chissà questi che ai ladri – l’articolo tratta proprio di simili furfanti – tagliano le mani che rapporto difficile avranno con la presunzione di innocenza!

    Poi salta all’occhio subito una cosa: le foto degli arrestati sono coperte per non renderli riconoscibili, i nomi sono ridotti ad iniziali o non citati del tutto e il pezzo è di fredda cronaca, privo di qualsiasi valutazione sulle responsabilità che restano presunte e senza magnificazioni dell’operato degli inquirenti.

    Proviamo a immaginare come un articolo analogo sarebbe stato scritto in Italia, magari preceduto da un proclama a reti unificate del Ministro dell’Interno?

    “Con una brillante operazione al termine di una meticolosa indagine coordinata dalla locale Procura della Repubblica, la polizia ha arrestato una banda di pericolosi criminali  (non presunti ladri, come scrive il giornalista omanita) dedita al furto nei grandi magazzini.

    I componenti della associazione per delinquere, sulle cui tracce gli investigatori erano ormai da tempo, sono stati tradotti in carcere.

    Nella ordinanza di custodia cautelare (che i giornalisti non dovrebbero avere, almeno non subito) si legge che in moltissime occasioni hanno (e non: avrebbero) rubato borse ed oggetti vari presso catene della grande distribuzione.

    Tre degli arrestati hanno precedenti specifici per furto e reati contro il patrimonio (leggasi: sono certamente loro, i ladri. A che serve il processo?). Le indagini sono ancora in corso e non si escludono clamorosi sviluppi”.

    Va bene, direte voi, ma alla fine a questi gli tagliano le mani!…non è detto perché il sistema processuale dell’Oman è un accusatorio puro di  tradizione britannica: quindi molto garantista.  Comunque sia, qualcosa da imparare lo abbiamo anche dagli omaniti: in attesa di Giustizia e sia pure nel rispetto del diritto di cronaca i processi non si fanno sui giornali e meno che mai anticipando sentenze di condanna.

  • In attesa di Giustizia: grazie

    Questa settimana la rubrica avrà di mio solo queste poche righe di introduzione e una battuta in conclusione. Se c’è qualcosa di positivo nella epidemia è che sta facendo emergere il meglio della società civile, come questi magistrati, uno lo conosco molto bene ed è un gran galantuomo; mi riferisco al Presidente della III Sezione Penale del Tribunale di Milano, Ilio Mannucci, dalla cui pagina Facebook ho tratto questa nota:

    “Copio e incollo il post del mio amico e collega Nicola Russo, che ha saputo esprimere in maniera efficace quello che tutti noi magistrati sentiamo in questo momento.

    Parole che sottoscrivo in maniera incondizionata.

    Per gli Avvocati:  in questo momento sono tante le categorie delle professioni e dei mestieri in difficoltà per la mancata produzione di redditi. Ciò che dico potrebbe valere per ciascuna di esse.

    Io però voglio scegliere di parlare di quella che mi è più vicina, perché fatta di persone che incontro ogni giorno nel mio lavoro e di un lavoro che pure io ho sperimentato con modesti risultati dopo la laurea. VOGLIO PARLARE DEGLI AVVOCATI.

    Parlo degli avvocati anche perché quando mi capita di promuovere iniziative di beneficenza me li trovo al mio fianco sempre, con passione e generosità. Mai per piaggeria. Nessuno mai mi ha ricordato il proprio impegno a sostegno di questa o quella iniziativa. Sono generosi, spesso più dei miei colleghi.

    Ebbene, agli avvocati che questo mese e forse nei prossimi mesi non vedranno, a differenza mia, maturato un reddito vanno il mio pensiero e il mio rispetto. Perché continuano a difendere e promuovere giustizia. Certo, secondo una prospettiva di parte. Ma questa è l’essenza della Giustizia. Difendere e promuovere pretesi diritti affidandosi ad un giudizio. Non c’è arte professionale che di più incarni la Democrazia.

    A queste donne e questi uomini che ogni giorno, soprattutto qui al sud, devono confrontarsi con chi, pur rivolgendosi alle loro competenze, spesso si siede di fronte a loro nutrendo sospetti, celando retropensieri, provando immotivate invidie, va il mio abbraccio di magistrato. Io so quanto la difficoltà della vostra professione faccia a gara con la sua bellezza. Talora la prima rischia di superare la seconda e chi non ce la fa può vedere in qualche momento la propria toga consumarsi o con gli orli nel fango.

    Le mie sono solo parole di uno sconosciuto su un mezzo di comunicazione, ma vi giungano con tutta la sincerità con cui le sto pronunciando. In queste situazioni e su questi argomenti mi troverete sempre al vostro fianco in lotta.”

    Grazie, sapere che l’amministrazione della Giustizia è nelle mani anche di persone come queste, con questa sensibilità – non tutti sono come Piercamillo Davigo che non sottoscriverebbe mai qualcosa di simile – è  rasserenante, fa riflettere sulla possibilità che non sempre l’attesa di Giustizia sia un’aspettativa vana.

  • In attesa di Giustizia: giustizia ai tempi del coronavirus

    Curioso ma non troppo: in tempi di influenza, epidemia, pandemia – chiamatela come volete – la preoccupazione si è rivolta subito alla diffusione del contagio, alla ricerca di un vaccino, alle ricadute sulla economia e a molti altri aspetti ad essa collegati. Tranne uno: l’amministrazione della giustizia.

    Eppure non è un problema secondario e ciò non solo nel territorio dei comuni isolati dove e da dove dei professionisti, parti, imputati, testimoni, periti, agenti delle Forze dell’Ordine, si devono recare o dai quali dovrebbero uscire ma non possono…e la criticità si è estesa più velocemente del coronavirus.

    Vale la pena fare qualche esempio: con l’allarme scattato nel corso di un fine settimana, già all’inizio di quella successiva circolari interne dei capi degli uffici disponevano la limitazione di accesso del pubblico alla Procura della Repubblica di Milano mentre nelle aule destinate ad udienza gli avvocati sono stati fatti entrare a seconda che la causa di loro interesse venisse chiamata oppure no. Tutto questo per evitare assembramenti in aula di esseri umani costretti pericolosamente a respirare in prossimità dei Magistrati; è stata anche individuata una distanza di sicurezza da mantenere non inferiore ai due metri (mistero su chi sia deputato a misurarla e farla rispettare). Fuori dall’aula, invece, può succedere qualsiasi cosa e dall’edificio del Tribunale sono stati del tutto esclusi i praticanti avvocati; le segretarie no e non si capisce il perché. Il presidio sembra funzionare, tanto è vero che di magistrati contagiati non si ha notizia mentre – come pare – un avvocato napoletano ha infettato tutto il suo studio (sette persone) al rientro da una trasferta a Milano.

    Dàgli all’untore! A Potenza degli avvocati giunti per un delicato processo a carico di dirigenti dell’ENI si sono visti respingere all’ingresso riservato non appena mostrato come riconoscimento il tesserino dell’Ordine di Milano.

    In Corte d’Appello a Reggio Calabria un avvocato è stato rampognato dal Presidente poiché non aveva avvisato che sarebbe andato a discutere il suo processo sebbene proveniente dalla Lombardia e intimato di “stare distante” dal banco delle Eccellenze Loro. La legge è uguale per tutti, il diritto alla salute sembrerebbe di no: infatti negli ospedali non c’è scritto.

    A Siracusa, per accedere al carcere e far firmare a un detenuto (sotto processo a Milano ma poco comprensibilmente detenuto in Sicilia) una procura per un’attività difensiva da svolgere tassativamente entro pochi giorni due avvocati milanesi hanno dovuto chiedere uno speciale nulla osta al Direttore dell’Istituto e redigere, previamente, una sorta di autocertificazione di sana e robusta costituzione. Il disbrigo di queste procedure ha consentito di procedere alla firma un giorno solo prima della scadenza del termine. Se non altro, nessun problema a trovare posto su un volo verso il nord: aerei sostanzialmente vuoti.

    C’è voluta una settimana perché, tra iniziative e provvedimenti dispari, a macchia di leopardo sul territorio, qualcuno al Governo si ricordasse che era il caso di intervenire dando uniformità alla gestione della crisi e con decreto legge del 28 febbraio si sono adottati provvedimenti a valere sino al 31 marzo: dal rinvio di ufficio delle udienze civili pendenti  presso gli uffici giudiziari dei circondari dei Tribunali cui appartengono i Comuni di cui ad un elenco allegato al decreto, estensibile a seconda dell’eventuale estendersi della epidemia. Anche per i giudizi penali, con talune eccezioni, è stato previsto il rinvio dei processi nei quali sia impegnato un avvocato residente in uno dei Comuni dell’elenco medesimo, i termini processuali sono sospesi con analogo criterio “territoriale” di individuazione dei casi.

    Il 28 febbraio era venerdì, il decreto deve andare alla firma del Capo dello Stato e poi essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale affinché entri in vigore. Passeranno altri giorni nel disagio, passerà – forse – anche la psicosi da coronavirus o forse no. Nel frattempo, e lo spazio ha consentito di fare solo qualche esempio, si sono realizzati problemi notevoli, qualcuno sicuramente non più rimediabile. Ma tanto, si sa, la Giustizia può attendere.

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