Tribunale

  • In attesa di Giustizia: anche per Giulio Regeni la giustizia può attendere

    La Corte d’Assise di Roma ha impiegato sette ore di camera di consiglio per prendere una decisione per la quale bastavano sette minuti: il processo per l’omicidio di Giulio Regeni non può iniziare e ritorna nelle mani del Giudice dell’Udienza Preliminare.

    Cosa è successo? C’era un handicap insuperabile circa la regolarità delle notifiche con l’avviso ai quattro imputati di fissazione della udienza preliminare, poi tenutasi nella loro assenza e nella quale è stato disposto il rinvio a giudizio.

    Vero è che notificare ritualmente una citazione del Tribunale di Roma ad agenti dei servizi segreti egiziani non è impresa facilissima (ma neppure impossibile) che – infatti – non è riuscita ma la soluzione adottata dal G.U.P., senza nascondersi dietro ad eufemismi, è una bestialità tale che imporrebbe di ri- sottoporre questo magistrato all’esame di procedura penale prima di fargli mettere nuovamente piede in un’aula. E, come  vedremo, non è neppure  del tutto nuova alle cronache.

    Il Giudice ha ritenuto di superare l’empasse procedurale sostenendo che “la copertura mediatica ha fatto divenire il processo un fatto notorio” dal che, pertanto, si può dedurre gli imputati fossero sicuramente a conoscenza del procedimento nei loro confronti, della data, del luogo destinati alla celebrazione, dell’Autorità che procede nei loro confronti, dei diritti che la legge italiana riserva loro: motivazione evidentemente inappropriata dal momento che la “copertura mediatica” non è tra i parametri presi in considerazione dal codice. A tacer del fatto che non si può essere sicuri che tra le letture preferite dagli 007 egiziani vi siano quotidiani e settimanali italiani, la visione dei nostri telegiornali, di Chi l’ha visto e Quarto Grado  e – aspetto non secondario – la comprensione della lingua: tanto è vero che la legge prevede che all’imputato straniero gli atti siano notificati con traduzione nella sua lingua madre.

    Al peggio non c’è limite e soluzioni diverse da uno strafalcione giuridico da guinness dei primati erano praticabili ma non è il caso di ammorbare i lettori con la illustrazione in dettaglio di tecnicismi.

    Dunque, bastavano davvero sette minuti per decidere: cosa avrà mai discusso la Corte per sette ore? Come salvare il collega da una figuraccia, cosa inventarsi per proseguire evitando l’immaginabile sdegno dell’opinione pubblica? Missioni impossibili entrambe anche alla luce di un precedente cui si è accennato…

    Accadde ai tempi di “Mani Pulite”, ovviamente, in quella camera di tortura delle garanzie che era la Sede Giudiziaria di Milano: problema più o meno analogo, legato ad una mancata notifica a Cesare Previti, in allora Ministro della Giustizia. Il G.U.P., determinato ad andare avanti a tutti i costi, in quel caso rilevò che vi fosse una nullità ma “innocua” perché di quel processo parlavano tutti i giornali e pertanto Cesare Previti ne era sicuramente informato. Inutile dire che, oltre che essere un ossimoro, la “nullità innocua” è un concetto sconosciuto al codice.

    La questione, che poteva essere subito risolta anche perché Previti, diversamente dagli egiziani, era facilmente raggiungibile da una nuova citazione valida, si trascinò per anni e per tre gradi di giudizio: Tribunale e Corte d’Appello di Milano sposarono la tesi del G.U.P. mentre la Cassazione fece (giustamente) a coriandoli le ordinanze che sostenevano la tesi della nullità innocua facendo ricominciare tutto da capo con il risultato di far maturare la prescrizione. Una prescrizione evitabile con il solo ricorso alla rinnovazione di un atto che l’ufficiale giudiziario non avrebbe avuto nessuna difficoltà a consegnare – ove tutto fosse mancato – al Corpo di Guardia del Ministero della Difesa, perdendo solo qualche settimana invece che alcuni anni.

    La storia si ripete tristemente perché dalla storia (oltre che dallo studio del codice) non si è imparato nulla. Giustizia per Giulio Regeni si legge in manifesti affissi un po’ dovunque; ma anche per lui l’attesa sembra destinata a durare a  lungo:  tanto per cominciare quanto serve a far ripassare a qualcuno le facili e basilari  norme che regolano le citazioni a giudizio.

  • In attesa di Giustizia: Apocalypse now

    L’argomento trattato in questa rubrica rischia di diventare ripetitivo, ma tant’è: di questi tempi – in attesa di auspicati effetti benefici della riforma Cartabia – non c’è molto da commentare in un settore che rimane ingessato, con Tribunali che lavorano a scartamento ancora più ridotto del solito a causa delle conseguenze della pandemia e del lock down…e il legislatore che offre meno spettacoli di cabaret da quando l’ilare Fofò Bonafede, trasferitosi dal Ministero di via Arenula è tornato a cacciare ambulanze ed occuparsi di parafanghi ammaccati.

    Forse, la crisi di produttività dipende in parte da un’altra circostanza e cioè che sono i Magistrati, soprattutto quelli del Pubblico Ministero, ad avere problemi che derivano non di rado da iniziative dei loro stessi colleghi: e se non funzionano le Procure la macchina della Giustizia penale rischia di incepparsi inesorabilmente.

    Il caso più recente è quello del Procuratore Aggiunto di Avellino, Vincenzo D’Onofrio, che ha garbatamente richiesto ad un imprenditore di procurargli i biglietti per una  partita Juventus-Napoli con accollo del pernottamento a Torino (probabilmente, vitto compreso) per sé e per la sua scorta; appassionato non solo di calcio ma anche di mare, il P.M. in questione si è anche fatto mettere a disposizione gratuitamente una barca da diporto ed un gommone dal titolare di un cantiere navale, convintosi a fare la cortesia dalla frase “altrimenti potrei mandarti la Finanza”.

    Cortesie tra amici cari e battute scherzose, così si è giustificato Vincenzo D’Onofrio: e se una così autorevole difesa è servita a garantirgli l’archiviazione del procedimento penale aperto nei suoi confronti, gentilezze e facezie gli sono costate la mancata riconferma del posto di Procuratore Aggiunto da parte del C.S.M. nonostante la ferma presa di posizione sia del suo predecessore che del Capo dell’Ufficio, concordi nel sostenere che questi comportamenti non comportano alcun appannamento della statura istituzionale del Collega. Ci mancherebbe altro, è uno sportivo e simpatico buontempone! e pensare che, tempo fa, a Milano a due manager di un’azienda operante nel settore delle forniture ospedaliere è stata contestata la corruzione per avere fatto omaggio di due cravatte (di Marinella, però…) a un primario ed in tal modo contribuendo “all’asservimento della pubblica funzione agli interessi del privato”. Se non altro sono stati assolti definitivamente in appello ma non prima di vedere impugnata dalla Procura (senza fortuna) la sentenza di assoluzione di primo grado.

    Già, Milano: là dove il giorno del giudizio si allontana per Francesco Greco in favore del quale è stata chiesta l’archiviazione relativamente alle accuse per la nota vicenda del mancato avvio delle indagini sulla base delle dichiarazioni dell’avvocato Amara a proposito della loggia segreta “Ungheria”; tra poche settimane andrà in pensione e potrà godersi serenamente il meritato riposo.

    Pensionato che ha poco da stare allegro è – invece – Piercamillo Davigo: nei suoi confronti, infatti, sembra imminente la richiesta di rinvio a giudizio per l’anomalo impiego proprio dei verbali di Amata seguito alla anomala corrispondenza con Paolo Storari.

    Armageddon prossima ventura proprio anche per Storari, in buona compagnia di De Pasquale e Spadaro: gli ultimi due, birbanti, per la marachella combinata nascondendo – così pare – elementi favorevoli alla difesa nel processo cosiddetto ENI-Nigeria nel quale, nonostante questi estremi sforzi per “truccare la partita”, sono stati assolti tutti gli imputati.

    Le indagini per omissione di atti di ufficio, sempre con riferimento all’affaire “Storari/Davigo” nel frattempo proseguono, invece, per l’Aggiunto del capoluogo lombardo Laura Pedio: chissà come andrà a finire ma una cosa è certa: per la Procura di Milano sono i giorni dell’Apocalisse.

    Forse è davvero meglio la pensione: è più rilassante e magari anche gratificante perché si possono scrivere libri di memorie, come ha fatto Ilda Boccassini non privando il lettore di qualche ricordo che suscita prudèrie degne di Novella 2000 e che – tutto sommato – si poteva benissimo evitare. I dettagli, magari, ad una prossima puntata se il sistema giustizia non ricomincerà davvero a funzionare lasciando ai commentatori solo gossip e la ennesima puntata di qualche Amara vicenda.

  • In attesa di Giustizia: Carramba che sorpresa!

    Sono giorni in cui impazza la polemica per l’estensione del green pass e i controlli necessari al rispetto dei protocolli di prevenzione del contagio, le critiche alla Ministra Lamorgese per talune colpevoli inerzie nel disporne l’intervento si appaiano ai rilievi sulle obiettive difficoltà per le Forze dell’Ordine di assommare questi nuovi compiti di controllo a quelli istituzionali.

    Eppure, durante i lunghi mesi della pandemia, Carabinieri e Polizia di Stato si sono impegnati con dedizione alle verifiche sul rispetto delle misure di contrasto al diffondersi del virus: come, per esempio, è accaduto nei pressi di Modena nel febbraio di quest’anno in occasione di un controllo presso una macelleria equina di Scandiano, che avrebbe dovuto essere già chiusa, si intrattenevano amabilmente tre persone sorseggiando un calice di vino.

    Il particolare curioso, che ci porta a commentare questa vicenda, non è il mancato impiego delle mascherine o la temperatura corporea fuori norma dei presenti quanto la bizzarra composizione del terzetto: il titolare del negozio e…carramba che sorpresa! un magistrato donna della Procura di Modena ed un ergastolano in semilibertà.

    Cosa ci facesse un Pubblico Ministero a brindare, sotto sera, con questo garbato signore, condannato per omicidio, associazione mafiosa ed altre simili bagatelle, non è dato sapere con certezza perché Claudia Ferretti (questo il nome del Sostituto Procuratore della Repubblica) non ha fornito spiegazioni convincenti, riferendo di un’occasione per scambiarsi dei cordialissimi saluti. E dove meglio che in un retrobottega in orario di coprifuoco?

    Una ipotesi di reato non era configurabile, ma la segnalazione al Consiglio Superiore della Magistratura è stata inevitabile e dovuta: nel corso del procedimento disciplinare la Dottoressa Ferretti sembra che si sia difesa sostenendo che si è trattata di “una sciocchezza”.

    Incompatibilità ambientale e trasferimento ad altro ufficio: questo il destino che la Sezione Disciplinare del C.S.M., con il tradizionale rigore, avrebbe riservato alla P.M. sebbene per il pregiudizio arrecato all’immagine ed al prestigio della magistratura. Ammesso che ve ne sia ancora da pregiudicare.

    Ma tutto è bene ciò che finisce bene, particolarmente se ci si deve occupare di schiocchezzuole: la Dottoressa Ferretti ha anticipato la decisione dell’organo di autogoverno chiedendo di sua iniziativa di essere mandata a Firenze con funzioni di giudice civile: trasferimento disposto opportunamente a metà giugno, in prossimità del periodo feriale e procedimento disciplinare archiviato garantendo serenità alle meritate vacanze.

    La donna, poi, a dicembre andrà in pensione e – con una giustizia civile che ha il lustro come unità di misura della durata dei processi – non è ben chiaro di cosa si potrà occupare nell’arco di poco più di un paio di mesi nella nuova sede oltre che far apporre la targa con il nome sulla porta della sua stanza, la macchinetta Nespresso all’interno e verificare scrupolosamente l’accredito dello stipendio ogni 27 del mese.

    Procedimento disciplinare, quindi, interrotto per la scelta volontaria della incolpata di trasferirsi altrove; l’imminenza del pensionamento avrebbe, peraltro, condotto al medesimo risultato perché non può infliggersi sanzione a chi non fa più parte dell’Ordine Giudiziario.

    Alleluja! Non sapremo mai i motivi della composizione di quella allegra brigata che può ben essere stata frutto una casualità: del resto a chi non è mai successo di bere un bicchiere di quello buono, del tutto casualmente nel retrobottega di una macelleria equina, insieme ad un simpatico ergastolano? Da noi, si sa, accadono molte cose ad insaputa degli interessati…

    In attesa di Giustizia, da Modena per oggi è tutto, a voi studio centrale.

  • In attesa di Giustizia: quod deus iunxit…

    Quod Deus iunxit nemo potest disgiungere: uno dei principi fondamentali del diritto canonico che prevede l’indissolubilità del matrimonio. Eppure, c’è voluto un referendum, ma anche in un Paese come il nostro dalla radicata tradizione cattolica è passata la legge sul divorzio: molto più complicato sembra far approvare la legge di iniziativa popolare (in argomento c’è anche quella referendaria di Salvini) sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e del pubblico ministero.

    A giorni, grazie ad un forcing del radicale Magi e del solito Costa di Azione, dovrebbe riaprirsi il dibattito in commissione affari costituzionali ed è agevole prevedere il potenziale divisivo per la maggioranza di governo derivante dalla strenua opposizione di  PD, 5 Stelle e LEU.

    Ma, tant’è: la separazione delle carriere, diffusa e tradizionale in molti sistemi giuridici occidentali,  continua ad essere un tabù non sfatabile come dimostrano sistematiche manifestazioni di forte avversità.

    Questa, per esempio:  Giovanni  Salvi, attuale Procuratore Generale della Cassazione, che non è stato mai stato allineato alle iniziative delle Camere Penali.

    Evidenziò contrarietà persino alla modifica dell’articolo 111 della Costituzione, che ha introdotto i principi del giusto processo schierandosi con i vertici dalla A.N.M. (neanche a dirlo).

    Al Giovanni Salvi non piaceva neppure l’introduzione di una regolamentazione per le investigazioni difensive: supporto indispensabile proprio del giusto processo e per cercare di realizzare – almeno entro certi limiti – la parità tra accusa e difesa.

    Neppure i referendum sulla giustizia del 2000 erano graditi a Salvi, uomo di cui si deve però ricordare la  grande cortesia e preparazione giuridica.

    Ora, però, non è più questione di pur sempre rispettabili opinione, forse ha un filo esagerato avviando (è nei suoi poteri) l’azione disciplinare nei confronti della Dott.ssa Banci Buonamici.

    Donatella Banci Buonamici, per chi non ne ha memoria, è il Giudice di Verbania che non ha convalidato i provvedimenti di fermo per il disastro della funivia del Mottarone (giuridicamente mancavano del tutto i presupposti in assenza di un concreto pericolo che gli indagati si rendessero irreperibili).

    Cinque capi d’accusa nei confronti del G.I.P. Banci Buonamici, che dovrà risponderne disciplinarmente al C.S.M.,  tra i quali uno spicca per singolare opinabilità: l’avere compromesso il prestigio e l’immagine della magistratura suscitando l’attenzione e la reazione dell’Unione delle Camere Penali a fronte del vespaio che la vicenda aveva suscitato a Verbania tra cahiers de dolèances del Procuratore Capo perché il Giudice aveva disatteso la sua richiesta, vista quasi come un atto di inimicizia che ha  fatto interrompere la tradizione del “caffè insieme”, sospetti sulle modalità di gestione delle tabelle di assegnazione dei fascicoli e presunte pressioni della Procura Generale.

    Sembrerebbe, quindi, che sia vietato discostarsi dal pensiero unico, figuriamoci anche solo ipotizzare che non vi sia più unicità delle carriere dei magistrati: resta solo da attendere con ansia le ragioni che i raffinati giuristi capitanati da Giuseppe Conte, uno che quando apre bocca si capisce perché ha scelto Fofò  Bonafede prima come assistente universitario e poi come Guardasigilli,  e da Enrico Letta ad ognuna delle cui esternazioni corrisponde una crescita di almeno il 2/3% del centrodestra nei sondaggi. Dio li benedica, anche in nome degli autori di Zelig.

  • In attesa di Giustizia: tutto il mondo è paese

    Nella vicina Francia sta divampando un’accesa polemica tra il Ministro della Giustizia, Dupond Moretti, e l’U.S.M. che è il più importante sindacato di categoria dei Magistrati;  come dire, l’equivalente della nostra equilibrata A.N.M. Motivo? Un presunto conflitto di interessi: accade nientemeno che Dupond Moretti – nell’ambito di un più ampio progetto di riforma del sistema giudiziario – abbia proposto all’Assemblea Nazionale una disciplina a maggiore protezione degli avvocati e…Dupond Moretti è un avvocato penalista.

    Il Guardasigilli francese, in realtà, si è speso in favore non tanto della categoria quanto del diritto di difesa affermando (cosa ovvia che non dovrebbe scandalizzare nessuno) che gli studi legali sono luoghi sacri e non può esistere difesa adeguata senza segreto professionale: tanto è bastato per fare insorgere i magistrati che sostengono la malafede di un Ministro che lavorerebbe nell’interesse dei suoi amici e colleghi.

    Dupond Moretti si è limitato a ribattere che il suo intervento è volto a riaffermare, e non a torto visti i precedenti, lo Stato di diritto contro metodi da spie.

    Tutto il mondo è paese: veti incrociati e compromessi porteranno a delle modifiche della riforma nel suo insieme ma nel frattempo l’Assemblea, con voto bipartisan, ha approvato un emendamento che rafforza comunque la tutela del segreto professionale e si aspetta – da qui ad un paio di settimane – il voto del Senato.

    Basta quindi intercettazioni selvagge, perquisizioni e sequestri senza garanzie negli studi legali e intrusioni con ogni metodo nel rapporto confidenziale avvocato/cliente.

    Non è esattamente motivo di consolazione, ma in Francia sono successe cose che voi umani non potete neppure immaginare e che da noi, con grande scorno di Davigo e dei suoi claquers, non sono possibili mentre Oltralpe risultano ampiamente legittime: emblematico il caso giudiziario che ha coinvolto l’ex Presidente Sarkozy, condannato insieme al suo storico difensore grazie ad intercettazioni illegali – e poi ammesse in giudizio – dopo un’indagine condotta per tre anni senza che gli interessati ne sapessero nulla.

    Lo scandalo, quindi, consiste nell’apporre un freno agli abusi investigativi, qualcosa che – evidentemente – si verifica anche altrove, anche in un Paese in cui vi è dipendenza gerarchica tra le Procure medesime ed il Ministro della Giustizia, e sebbene non via sia la separazione delle carriere che da noi viene presentata come il viatico per subordinare il potere giudiziario e l’esercizio dell’azione penale alla volontà della politica.

    Anche da noi, tuttavia,  succedono in continuazione cose strane come – tanto per ricordarne uno – il caso bizzarro del trojan inoculato nel cellulare di Luca Palamara che subiva improvvisi, inspiegabili, guasti intermittenti a seconda degli interlocutori intercettati e degli argomenti trattati…e non si trattava del Presidente della Repubblica o del suo entourage come nella nota vicenda del processo Stato-mafia.

    No, al Quirinale Palamara – sia come Presidente dell’A.N.M. che come componente del C.S.M. – ci andava di persona: sistema più riservato e sicuro per confrontarsi con Giorgio Napolitano e i suoi collaboratori (come sostiene l’ex magistrato) o come, in termini più insidiosi sostiene Alessandro Sallusti, “per prendere ordini”.

    Non lo sapremo mai: a quel tempo Palamara forse non era ancora intercettato e poi da noi il Colle è intoccabile e, se tutto va male, un palmare – come tutte le diavolerie moderne – può avere un inatteso problema di funzionamento.

  • In attesa di Giustizia: compagni che sbagliano

    Lo avevamo previsto nell’articolo della settimana scorsa: come a teatro, il gran finale della stagione giudiziaria prima delle ferie propone reingressi dei protagonisti sul palcoscenico, saliscendi del sipario, ovazioni del pubblico (intese come lancio di uova preferibilmente marce).

    Giustappunto: a proposito di ferie giudiziarie, la cui mutilazione di quindici giorni per legge non è ancora stata digerita (fino a qualche anno fa duravano ufficialmente dal 1° agosto al 15 settembre, ufficiosamente circa da metà luglio fino almeno alla data astronomica dell’autunno) una menzione d’onore spetta ad un magistrato donna di Varese che ha motivato il rinvio di un’udienza da metà luglio a metà ottobre perché “il periodo di ferie deve essere del tutto effettivo ed assicurare il pieno recupero delle energie psicofisiche” con periodi “cuscinetto” di avvicinamento alle agognate vacanze e di soft landing al rientro.

    Tutto ciò è possibile nel rispetto di una “raccomandazione” del C.S.M. del 2016, Consiglio Superiore che – invece – è destinato a un duro lavoro anche in questo inizio di agosto: soprattutto la sezione disciplinare.

    Infatti, da un lato è stato disposto il rinvio di una settimana per decidere sulla richiesta di trasferimento d’urgenza del P.M. Storari – la rubrica si è occupata anche di questo – dall’altro sono pervenute altre richieste di sanzioni da parte del Procuratore Generale della Cassazione che nei confronti di cinque ex componenti del Consiglio medesimo ha chiesto la sospensione dalle funzioni: due anni per Luigi Spina, Antonio Lepre e Gianluigi Morlini, uno per Corrado Cartoni e Paolo Criscuoli, ritenuti responsabili di avere partecipato ad incontri con Palamara, Luca Lotti e Cosimo Ferri (quest’ultimo fuori ruolo in quanto deputato non si sa più bene con quale formazione politica ed, a sua volta, sottoposto a procedimento disciplinare) volti alla spartizione degli incarichi direttivi.

    Non va in ferie neppure Francesco Prete, Procuratore Capo a Brescia che ha recentemente iscritto nel registro degli indagati il suo Collega Francesco Greco, alla guida – come è noto – della Procura di Milano, per omissione di atti di ufficio in relazione alla mancata apertura di un’inchiesta sulla famigerata “Loggia Ungheria”: un colpo di coda inquietante nella vicenda dei verbali di interrogatorio secretati dell’avvocato Amara finiti ovunque tranne dove avrebbero dovuto restare o essere trasmessi.

    E non vanno in ferie nemmeno Giancarlo Caselli, ex Procuratore di Torino e Palermo (ma, tanto, è già in pensione) e Nicola Gratteri, Procuratore a Catanzaro, che da pulpiti diversi si scagliano contro la riforma del processo penale elaborata dalla Commissione istituita dalla Guardasigilli Cartabia: “la peggiore riforma della giustizia mai vista” afferma Gratteri alla trasmissione “In Onda” su La 7 nel corso di un’intervista che sarebbe stata abbisognevole dei sottotitoli in italiano.  Caselli, invece, si schiera nettamente contro la modifica della prescrizione plaudendo implicitamente all’operato di Fofò Bonafede. Si vede che in tempi di chiusura delle discoteche ha nostalgia di un dj che pochi altri rimpiangono.

    A parte la querelle destinata a non esaurirsi sulla riforma, che sarà sottoposta a voto di fiducia, prosegue incessantemente a sprofondare nell’abisso la credibilità della magistratura: un abisso nel quale, come suggeriva Nietzsche, è meglio non guardare a lungo perché anche l’abisso ti guarda dentro.

    Nonostante tutto ciò, l’Associazione Nazionale Magistrati non sembra interessata a formulare per i suoi iscritti quantomeno un richiamo generale al ritorno a comportamenti visibilmente virtuosi ed una presa di distanza netta dal verminaio scaturito in seguito all’ affaire Palamara e non solo da quello. La corporazione, piuttosto, si stringe a difesa tacita dei suoi componenti: in fondo sono solo compagni che sbagliano, come si diceva dei brigatisti quando rapine, omicidi e sequestri erano visti come un modo di interpretare il marxismo, le “diversità” viste come degenerazioni borghesi e proprio il PCI  – formidabili quegli anni in cui non si parlava di DDL Zan – discriminava gli omossessuali sino al punto di espellere Pier Paolo Pasolini dal partito per indegnità morale.

    Sipario? Forse…

  • In attesa di Giustizia: processi senza aula

    Sembra che i processi debbano sempre più spesso celebrarsi fuori dalle aule e in questi giorni se ne è avuta più di una preoccupante riprova.

    Lo sfogo di Grillo sembra la nemesi che si ritorce contro colui che ha costruito una fortuna politica sul linciaggio mediatico di presunti innocenti (presunti, perché non ancora giudicati) offrendoli con la tradizionale eleganza oratoria alla rappresentazione del vaffaday come già condannati dalla folla televisiva.

    Garantismo a corrente alternata, quindi, di chi in altre occasioni si genuflette in adorante e servo ossequio del Torquemada di turno ed invocando il “crucifige” di chiunque abbia avuto la sventura di essere sottoposto ad un indagine, seppure ben lontano da una condanna definitiva.

    Un po’ di coerenza, serietà e consapevolezza non guasterebbero: i processi sono una faccenda terribilmente seria per essere affidati agli show televisivi ed alle compagnie di giro.

    Riportando l’attenzione sulla vicenda – drammatica – di Denise Pipitone (la bimba siciliana scomparsa ormai da moltissimi anni), Quarto Grado ha voluto tener fede al proprio nome imperniando nella quasi interezza una puntata per contestare il triplice e definitivo giudizio assolutorio della sorellastra che per l’ipotesi di sequestro di persona non potrà mai più essere giudicata in nome di un divieto per legge a garanzia di chi sia stato assolto con sentenza non più appellabile.

    Ma il mondo dei media, dei social non trova mai quiete se si tratta di celebrare processi sommari: per giorni si sono agitate le acque, senza farne il nome, intorno alla figura di un magistrato uso a consumare pranzi e cene nei ristoranti vicini al Tribunale di Milano senza pagare il conto: una brutta storia ma per altri motivi.

    Alzi la mano chi crede che ci possa essere un cronista che, non si sa bene in virtù di quale illuminazione e con i locali chiusi, si mette al rintraccio di ristoratori per porre una domanda del tipo “Scusi, le è mai capitato di avere come cliente un magistrato scroccone?”. E’ chiaro che c’è stata una soffiata ed essendo altrettanto impensabile che provenga simultaneamente da diversi esercenti, non può altro che derivare dall’”interno” anche perché adesso si dice che tra i magistrati tutti sapevano tutto e del problema se ne sarebbe occupato anche il Consiglio Giudiziario.

    Francamente tutto ciò ha il sapore acre del regolamento di conti, a pochi mesi dal pensionamento e poche settimane dalla partecipazione ad un processo di grande rilievo politico economico, in quell’ambientino ormai saturo di veleni che è la magistratura.

    Ha fatto benissimo Piero Gamacchio, questo è il nome del giudice, a uscire subito allo scoperto, ammettendo tutto e ponendosi in aspettativa: se qualcuno ha pensato di tenerlo sotto schiaffo, ora ha le polveri bagnate.

    Comunque la si riguardi è una storia più triste che brutta cui ha fatto subito seguito la notizia della incolpazione del Presidente del Consiglio di Stato per induzione indebita e, per non farsi mancare nulla (una al giorno), quella dell’arresto di un giudice di Bari per corruzione.

    Ormai la credibilità dell’Ordine Giudiziario tra diffusi gossip, veleni e incriminazioni sta sprofondando in un abisso; i processi un aula sono altrettanto temuti da chi con la magistratura deve confrontarsi perché, come scriveva Nietzsche, se si guarda in un abisso anche l’abisso ti guarda dentro.

  • In attesa di Giustizia: varie ed eventuali

    Sono diversi gli ultimi accadimenti interessanti (o preoccupanti, a seconda) nel mondo della giustizia.

    Intanto che riprendono le preoccupazioni per il diffondersi di varianti molto contagiose della pandemia, alcuni Ordini Professionali, soprattutto in Toscana, hanno ottenuto la priorità nella vaccinazione degli avvocati; un privilegio? Niente affatto, come ha spiegato molto bene il Consigliere Giacomo Ebner, magistrato romano illuminato (sarebbe più corretto dire “normale”, ma con i tempi che corrono…) secondo il quale vi sono tre ottime ragioni alla base di questa scelta.

    Innanzitutto, quello dell’avvocato – secondo Ebner, ma soprattutto secondo la Costituzione – è un ruolo essenziale nel funzionamento della macchina della Giustizia, inoltre la categoria è stata tra quelle più segnate dalla crisi conseguente alla emergenza sanitaria ed è corretto agevolarne una ripresa in sicurezza – per sé e per gli altri –  della attività, in terzo luogo, l’avvocato svolge una funzione che rende indispensabile il contatto con le persone che non possono essere private della possibilità di conferire più adeguatamente e riservatamente con il proprio difensore senza ricorrere alla intermediazione di Skype call o telefonate. Sì, è vero, di recente, sono emersi altri casi di intercettazioni, anche video, negli studi di avvocati nonostante il divieto per legge…ma questa è un’altra storia.

    Un’altra storia che non è pensabile che offra preoccupazioni a Piercamillo Davigo, della cui giacobina presenza non ci siamo ancora liberati, anzi…nonostante il pensionamento, continua ad imperversare. Editorialista del Fatto Quotidiano lo era già in pectore da magistrato e, sfortunatamente, anche i talk shows continuano ad assicurargli soliloqui che ne esaltano (almeno apparentemente) virtù da oracolo posto che rappresenta la permanente ed effettiva corrente di pensiero dominante nella magistratura italiana, o – almeno, è ciò di cui finiscono con l’essere convinti i cittadini cui non vengono offerte misure di confronto.

    Ultimamente gli è stato richiesto di commentare Paolo Mieli, che ha profetizzato per Draghi infauste ghigliottine giudiziarie ove dovesse azzardarsi – come puntualmente accaduto in passato – a mettere mano alla riforma della giustizia senza il placet della magistratura italiana.

    Davigo orripila ed accusa Mieli di parlare di cose che ignora…sarà ma Mieli era il Direttore del Corriere della Sera durante Mani Pulite: ma l’ex magistrato spiega (siamo a Piazza Pulita) che “per aprire un provvedimento ci vuole una notizia di reato, non è che il pubblico ministero si sveglia la mattina e dice: chi incrimino oggi?”.

    “Però non è detto che quei reati vengano dimostrati”, osserva Formigli, il conduttore. “Questo è un altro discorso – è costretto ad ammettere Davigo -, tra l’altro possono non essere dimostrati perché non ci sono, o perché per mille e una ragione non si riesce a dimostrarli, magari per le leggi particolari che abbiamo in questo Paese e che altri Paesi non hanno”.

    E qui viene il bello (si fa per dire): può accadere che una accusa sia infondata? Il dott. Davigo ammette con enorme fatica, che ciò che soprattutto accade è che la Verità, naturalmente insita nella originaria ipotesi poliziesca, venga soffocata dalle regole del processo penale italiano, intriso di inaccettabili trappole garantiste. Per esempio che le evidenze acquisite durante le indagini preliminari di regola non valgono durante il dibattimento, e questo spiega perché persone che erano state raggiunte da elementi molto forti e concreti ma non utilizzabili nel processo poi vengano assolti. In realtà la ragione è molto semplice: proprio il codice dice che ciò che viene raccolto durante le indagini – con alcune eccezioni – non costituisce prova ma solo elemento utile per valutare la sostenibilità di una incriminazione nel giudizio il quale è regolato dalla Costituzione; durante il processo che gli elementi di accusa vengono valutati dal giudicante in seguito al contraddittorio tra le parti senza tener per buono le deposizioni di testimoni sentiti in solitudine in un commissariato, le intercettazioni telefoniche riassunte e selezionate a propria discrezione dalla Polizia Giudiziaria, le consulenze tecniche anche in discipline scientifiche adoperate in modo unilaterale dal P.M.

    Questa roba qui, secondo il nostro, sarebbe la ragione per la quale spesso accade – orrore! – che gli imputati vengano assolti. Insomma, ecco il disastro della giustizia italiana: è il processo in quanto tale.

    Davigo ne resterà disgustato ma c’è anche chi il processo lo evita del tutto perché l’ipotesi accusatoria frana già al termine delle indagini. Come nel caso di Alex Schwarzer, l’atleta sospettato di impiego di doping la cui posizione è stata archiviata. Ci sono voluti quei quattro/cinque anni (che in una carriera agonistica rimasta ferma pesano non poco) ma per lui l’attesa di Giustizia non è stata vana.

  • In attesa di Giustizia: DJ set

    Un DJ set è per il DJ quello che per il musicista è il concerto, ovvero lo spettacolo in cui l’artista presenta al pubblico la musica da lui selezionata utilizzando più volte la tecnica del mixaggio… e mercoledì 27 gennaio ne andrà in scena uno assai atteso dagli addetti ai lavori del settore della Giustizia: parliamo dello show a Camera e Senato del più celebre dei Disc Jockeys nostrani: quel Fofò cui – incomprensibilmente – è affidata la guardiania dei Sigilli della Repubblica.

    Relazione sullo stato della Giustizia, che potrebbe riassumersi in una sola parola: “disastroso” e così sollevando deputati e senatori dal tormento di ascoltare frottole ammannite con quell’inestinguibile sorriso che evoca il detto latino risus abundat in ore stultorum.

    Invece, chissà cosa toccherà sopportare: forse la magnificazione del processo a distanza, il cui impiego è stato rivolto ad incombenti giudiziari che sarebbe stato preferibile – e possibile senza grandi difficoltà dal punto di vista del garantito distanziamento sociale – celebrare in presenza omettendone, invece, una quantità che si sarebbero potuti agevolmente svolgere da remoto. Forse tratterà il tema della attenzione alla salute dei cancellieri destinati allo smart working seppure in mancanza degli strumenti idonei a fare alcunchè da casa tranne la moka per trasformare incolpevolmente tutta la giornata in una pausa caffè. O, chissà mai, la generosa opzione di sospendere i termini di redazione e deposito delle sentenze: proprio un’attività che, a regola, si svolge dal domicilio.

    Sua Eccellenza il Ministro attenderà, magari, la prima salva di applausi dalla claque delle truppe cammellate e giallovestite subitanemente imitate dai colleghi del PD atterriti all’idea che possa aggravarsi la crisi con il rischio di perdere il cadreghino prima dell’inizio del salvico semestre bianco perchè la parola d’ordine è una e una sola: resistere fino a giugno.

    Ma la musica non è finita: può immaginarsi il silenzio sulla epocale riforma della prescrizione? Non sia mai e dalla dorata consolle fluiranno le note che parlano della incessante battaglia che il condottiero trapanese ha vinto debellando la criminalità diffusa nel Paese che si affidava alle infinite astuzie di quegli azzeccagarbugli degli avvocati per far trascorrere il tempo sottraendo i propri assistiti al magli della giustizia secolare: una battaglia, questa e come altre, che ha avuto il supporto di media autorevoli come Il Fango Quotidiano, pardon, Il Fatto Quotidiano, e di celebrati orfani dell’inquisizione come Piercamillo Davigo.

    Tutte frottole ma poco importa e qui non è escluso che dai banchi dell’alleato di governo il plauso si intiepidisca ma non di molto: infatti è già stato redatto un disegno di legge (a firma, tra gli altri, Orlando Andrea, non Vittorio Emanuele) di modifica della legge e che ripristina il corso della prescrizione ma con tempistiche che possono soltanto definirsi truffaldine, probabilmente ritenute buone solo a salvare la faccia tentando di spendersi come garantisti.

    Il tormento potrebbe essere di lunga durata e Dio non voglia che vengano magnificate le doti – facendone anche i nomi dei partecipanti – delle diverse cabine di regia allestite al Ministero della Giustizia per fronteggiare l’emergenza: potrebbero essere attesi sotto casa per un’ovazione finale da parte di operatori del diritto e cioè a dire un cospicuo lancio di uova marce.

    Nulla, invece, vi sarà da attendere quanto alla ignominiosa condizione in cui versa ormai da tempo il Tribunale di Bari (quello chiuso perchè pericolante) o il dubbio, già aleggiante, che – dopo aver dilapidato milioni in monopattini e banchi da luna park –  vi siano le risorse per pagare gli stipendi ai neo Magistrati che stanno per entrare in ruolo.

    L’elenco delle disfunzioni sarebbe ancora molto lungo ma – certamente – non vi sarà fatto cenno e non per ragioni di sintesi: Socrate, tra l’altro, ricordava che l’intelligenza dell’uomo si rivela nella sintesi e non è certo questo il caso.

  • In attesa di Giustizia: la parola alla difesa ai tempi del grande freddo

    Succede anche questo, e della deriva cui sembra avviato il processo penale di Appello se ne è trattato di recente proprio in questa rubrica.

    Siamo a Milano, alla Seconda Sezione della Corte d’appello sez. 2 Milano, udienza in presenza – cioè con la richiesta dei difensori di andare in aula e discutere invece che affidarsi alla lettura degli atti senza contraddittorio da parte della Corte – e come dal ruolo d’udienza risultano solo tre cause “in presenza” fissate a distanza di quindici minuti una dall’altra, indipendentemente dalla delicatezza degli argomenti da trattare, a seguire una decina di processi “cartolarizzati”: si dice così di quelli in cui è stata rinunciata l’oralità…che dovrebbe essere il cuore del processo penale.

    La prima udienza è fissata alle 9.15 ma la Corte si palesa con mezz’ora di ritardo: quella mezz’ora in cui si era già previsto di “sbrigare” un paio di pratiche. Inutile dirsi che nessuna giustificazione né – men che mai – scusa del ritardo viene offerta.

    A Milano andiamo un po’ meglio che a Bari dove si facevano le udienze nelle tende da campeggio perché il Tribunale è risultato edificio abusivo (e fatiscente in maniera pericolosa) o a Genova il cui Palazzo di Giustizia risiede in una struttura destinata ad un ospedale ed ora non garantisce i livelli di aereazione necessari per la prevenzione del contagio: dunque le udienze si fanno dove capita, altrove.

    Bene, dunque, ma non benissimo nel capoluogo lombardo ma nell’aula i microfoni non funzionano, le porte – chissà perché –  vengono lasciate aperte, entrano aria fredda e rumori esterni, il frastuono dell’androne del primo piano.

    Il processo è per bancarotta, le pene sono elevate si capisce che in primo grado è durato anni e vi sono sette capi di imputazione e un’infinità di questioni processuali e l’avvocato inizia ad illustrare con la attenzione necessaria ma dopo una manciata di minuti – sì, qualcuno in più del quarto d’ora complessivo che si voleva dedicare a questa vicenda – il Sostituto Procuratore Generale di udienza interviene ed interrompe lamentandosi che fa freddo, c’è corrente d’aria e troppo rumore…già le porte aperte che, forse bastava chiudere. Quindi chiede alla corte di intervenire per togliere la parola al difensore: “Tanto avvocato, il suo dotto appello possiamo leggerlo tutti. E poi ci sono altri processi. E poi il diritto alla salute viene prima del diritto di difesa!”.

    Già, fa freddo e allora ecco il presidente (donna) annuire vistosamente approvando le richieste del Sostituto Procuratore Generale e dice: “avvocato c’è il covid, possiamo leggerlo il suo appello, le manderemo la sentenza via pec entro stasera”. Già, magari farlo anche decidere da un algoritmo a computer.

    Per chi non lo sapesse, oltre il 40% delle sentenze vengono riformate in secondo grado, sarà per questo che l’appello è così inviso? E per chi ci crede ancora, l’attesa di giustizia continua…

Back to top button