Tribunale

  • In attesa di Giustizia: una punizione per chi?

    “Violazione di legge grave ed evidente”. Con queste parole le Sezioni Unite civili della Cassazione hanno respinto i ricorsi che il P.M. Gianfranco Colace e la GUP Lucia Minutella, entrambi di Torino, avevano presentato contro le sanzioni emesse nei loro confronti dalla severissima sezione disciplinare del C.S.M.

    Colace – che di questa rubrica è uno degli antieroi –  aveva intercettato indirettamente il senatore Stefano Esposito per circa 500 volte nell’arco di tre anni (dal 2015 al 2018) per poi chiederne il rinvio a giudizio sulla base di quelle captazioni, nonostante l’articolo 68 di quella Costituzione che i magistrati dicono di amare imponesse (ed imponga) di chiedere l’autorizzazione alla Camera di appartenenza per intercettare un parlamentare.

    Sul punto si era espressa severamente la Corte Costituzionale, già nel dicembre 2023 ed il C.S.M. aveva definito la condotta dei due incolpati “grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile”.

    A Colace è stata inflitta la sanzione del trasferimento di sede (a Milano) e di funzioni (dal penale al civile), più la perdita di un anno di anzianità, la Dottoressa Minutella se l’è cavata con la censura che è poco più che un bonario buffetto.
    Il senatore Esposito venne intercettato casualmente mentre conversava al telefono con l’imprenditore Giulio Muttoni, suo amico di lunga data, nei confronti del quale la procura di Torino aveva aperto un’indagine (finita con il proscioglimento) e, sebbene Esposito fosse stato individuato dalla polizia giudiziaria come “senatore della Repubblica” il P.M. continuò a farne intercettare le telefonate con Muttoni: in buona sostanza, come sottolineato dalla Corte Costituzionale, il senatore divenne il vero obiettivo delle intercettazioni…un senatore fa sempre gola ai P.M.

    La richiesta di rinvio a giudizio di Esposito contemplava tra le fonti di prova 126 ascolti che lo riguardavano ed il GUP Minutella l’accolse senza battere ciglio mettendo Esposito sotto processo per sette anni, prima di essere assolto dal tribunale di Roma a cui il fascicolo venne trasmesso per competenza (Colace aveva sbagliato anche quella).

    Una punizione c’è stata, si dirà, ma per chi? Per un magistrato che viola in maniera “grave ed evidente” la Costituzione il trasferimento a Milano, cioè un ufficio persino più importante di quello in cui ha commesso l’illecito, è una punizione severa? E che dire del passaggio al civile? Come se questo settore contasse meno del penale.

    Forse la punizione è per i cittadini milanesi che si troveranno ad avere a che fare con il giudice Colace, quello che ha già dimostrato ignoranza inescusabile nelle materie di sua (presunta) competenza.

  • In attesa di Giustizia: diario del giorno

    A Dio piacendo, tra poco più di una settimana sarà finita e almeno la campagna referendaria resterà tra i ricordi da non conservare: ormai nella contesa manca solo la gara a chi fa la pipì più lontano e c’è da preoccuparsi per un “dopo referendum”, quando tutti avranno vinto o perso perché qualcuno ha barato e ricomincerà il tormentone.

    Tiene ancora banco il “caso Bartolozzi” la cui posizione come Capo di Gabinetto del Ministero della Giustizia (per fortuna la Grazia dalla dicitura l’hanno tolta da un pezzo…) appare inspiegabilmente blindata mentre altrettante sciocchezze fioccano da ambo i fronti oscurando persino la bestialità di Travaglio quando ha affermato che il PM è il primo difensore dell’indagato perché ha il dovere di cercare la verità e di fare indagini a favore dell’accusato stesso: nei 37 anni da quando la norma che prevede ciò è in vigore al sottoscritto è capitato una volta sola e da parte di un Magistrato che, infatti, è stato “fatto fuori” dal suo Procuratore Capo, con cui e con la corrente del quale era entrato in contrasto, spedito a fare il giudice civile in un’altra regione per poi dimettersi dalla magistratura. Di PM che, invece, le prove a favore non solo non le hanno cercate ma se ci sono incappati per caso le hanno nascoste ne ho incontrati molti di più…bye bye Travaglio ma c’è chi lo ascolta.

    Giorgia Meloni non è stata brillantissima nel comizio milanese conclusivo della kermesse di FdI per il “SI”: sostenere che se passa il “NO” al referendum “ci saranno più stupratori è, francamente, una bestialità degna di Fofò Bonafede…non ce ne voglia la Premier che ha fatto insorgere persino l’ex “avvocato degli Italiani”, quel Giuseppe Conte misteriosamente diventato professore ordinario di diritto privato – forse con i punti Fragola della Esselunga –  che ha detto “delegittimare costantemente i magistrati mina la fiducia dei cittadini in tutte le istituzioni e la Premier è così sconcertante da essere sconvolgente. E’ una venditrice di fumo e quello che ha detto a Milano è osceno e vergognoso”.

    Per non essere da meno, anche il fronte non politico del “NO” non ha risparmiato fuorvianti allarmi infuocati: “La riforma Nordio – ha detto il presidente del Comitato per il NO al referendum, Enrico Grosso (che sarebbe docente di Diritto Costituzionale) – non danneggia i magistrati ma mette in pericolo la vita individuale e collettiva di tutti i cittadini. Per loro possono vedere drasticamente ridursi gli spazi di tutela dei diritti”. Addirittura la vita! A Grosso ha replicato il viceministro della Giustizia Paolo Sisto (uno che si sente poco, forse perché resta volentieri lontano dai riflettori e stupidaggini non ne dice) commentando che lo scenario disegnato da Grosso è “oltre l’inaudito, una follia, una sciocchezza lontana anni luce da qualsiasi analisi giuridica: è mera propaganda, grottescamente apocalittica”.

    Avanti così: chissà i cittadini cosa avranno capito se hanno messo in campo la pazienza per cercare di orientarsi in vista del voto…e se poi andranno alle urne con percentuali risibili nessuno si stupisca. A questo proposito in vista del 22 e 23 marzo Confindustria, bontà sua, non si è schierata ma il suo presidente ha lanciato un appello “a partecipare al voto, perché la partecipazione è sempre un segnale di responsabilità verso il Paese”. Già, ma a votare cosa se nessuno ha avuto l’onestà intellettuale di spiegare esattamente cosa si va a votare e chi deve temere cosa dalla riforma?

  • In attesa di Giustizia: correnti impetuose

    Probabilmente molti elettori, e forse anche molti tra i lettori de Il Patto Sociale, si saranno domandati in cosa consista il “correntismo” della magistratura che la riforma sottoposta a referendum si propone quantomeno di indebolire introducendo il sorteggio dei componenti del C.S.M fino ad oggi eletti dagli appartenenti all’Ordine Giudiziario con tanto di campagna elettorale per ciascun candidato sostenuto, appunto, dalla rispettiva corrente di appartenenza. Facciamo, dunque, un esempio che aiuti ad orientarsi il 22 e 23 marzo.

    Il P.M. Tizio, capo della corrente Alfa, ha chiamato un collega, il giudice Sempronio componente del CSM, per “segnalargli” che il P.M. Caio, ha fatto domanda per l’ambito posto di Procuratore della Repubblica di Vattelapesca: tutti e tre fanno parte della corrente Alfa. A seguito della segnalazione, il giudice Sempronio chiama il P.M. Mevio, eletto al Csm per la corrente Beta, per chiedergli se sia disposto a votare in favore di Tizio. Il P.M. Mevio gli fa presente che ci sarebbe anche il buon P.M. Nullo che aspira allo stesso posto ed è molto più bravo di Mevio, ma che però non appartiene a nessuna corrente. A seguito del colloquio, il P.M. Augusto, dopo avere avuto l’autorizzazione del suo capo corrente, la Beta, si rende disponibile a votare il P.M. Mevio per la procura di Vattelapesca, a condizione però che il giudice Sempronio e la sua corrente Alfa gli ricambino il favore votando il giudice Filano, che appartiene alla corrente Beta e ha fatto domanda per il posto di presidente del tribunale di Roccapizzopapero. A seguito dell’accordo, Mevio viene nominato Procuratore della Repubblica di Vattelapesca, e Filano diventa presidente del tribunale di Roccapizzopapero. Intanto il P.M. Nullo, ignaro del tutto perché è un benpensante, continua a spalare carte e a fare domande per posti che non otterrà mai perché non ha una corrente che lo sostenga…fa il ricorso al Tar e lo vince, ma il giudice Sempronio e il P.M. Mevio, forti dell’accordo raggiunto, se ne sbattono della sentenza ed altrettanto fa il CSM che conferma la nomina del P.M. Caio solo modificando la motivazione con l’aggiunta di qualche elegiaco riferimento a competenze mai emerse di Nevio quand’anche fosse un ciuccio matricolato.

    Questo è quanto e quello che non vi dicono i fieri avversari del sorteggio è che già dal 2017 – prima dello scandalo Palamara – il C.S.M. ha adottato il sorteggio per la selezione dei magistrati che devono far parte delle commissioni di concorso per l’accesso alla magistratura: sorteggio che è stato introdotto proprio per ridurre i condizionamenti che venivano esercitati anche nella delicatissima incombenza di individuare chi potesse avere qualifiche e valori personali tali da poter decidere competenze, preparazione e attitudine per svolgere la delicatissima funzione di magistrato.

  • In attesa di Giustizia: giustizia scandalosa

    Sarebbe scontato affrontare in questa rubrica uno qualsiasi degli spunti che quotidianamente vengono offerti sull’asse Pavia – Brescia dove sembra che abbia piantato le tende il Circo Medrano a tre piste: ci sarà tempo e modo…torniamo, invece, ad una vicenda torinese di cui si è già accennato in un numero trascorso de Il Patto Sociale: quella del marito (senza dubbio violento) che ha dato pugno alla moglie che voleva separarsi e che è stato mandato sotto processo per lesioni aggravate – la frattura di uno zigomo –  e maltrattamenti in famiglia.

    Al termine di una istruttoria dibattimentale molto accurata è intervenuta una condanna solo per il primo reato. La condotta violenta, è scritto in sentenza, si è limitata a quel pur grave episodio, mentre la denunzia di altri comportamenti aggressivi e maltrattamenti non è risultata provata. Scandalo, un’assoluzione! La notizia travolge e oscura quella della condanna ad una pena ridotta per fondate ragioni tecniche che qui risparmiamo ai lettori. La reazione sui media e sui social è stata turbinosamente furibonda e giunge la notizia della proposta a firma della presidente della Commissione Parlamentare sul femminicidio, on. Semenzato, di convocare il giudice estensore della sentenza, perché ne renda conto ai rappresentanti del popolo anch’essi attoniti dinanzi a cotanta sconcezza.

    Di fronte ad una iniziativa così sconclusionata ci sarebbe stato da attendersi una settimana di sciopero proclamato in via di urgenza dall’Associazione Nazionale Magistrati, con le toghe armate di Costituzione d’ordinanza e – forse – anche Landini avrebbe gremito le piazze di ferrotranvieri ostili al metodo di giudizio del Tribunale di Torino. ANM invece tace: è dato esclusivamente leggere una tiepida nota della sezione torinese, in cui si accenna fuggevolmente al rispetto della indipendenza dei giudici  per poi prendere nettamente le distanze da alcune espressioni usate dalla sentenza, considerate superflue ed inappropriate, ma soprattutto vi è la rassicurazione che ci sarà l’appello (quell’istituto che mutatis mutandis non piace quando lo fanno gli imputati) perché a tutto c’è rimedio ed il Presidente di ANM, Parodi, fino a qualche settimana – prima di ascendere al soglio di Procuratore di Alessandria –  era proprio il coordinatore del Dipartimento violenza di genere e domestica di Torino.
    Da questa vicenda è possibile enucleare alcune sconfortanti considerazioni:

    al netto della totale ignoranza dei fatti ed atti di causa, da noi fanno scandalo solo le sentenze di assoluzione, mai quelle di condanna ed essere tecnicamente all’oscuro di ciò di cui si parla, e ci si indigna, segnatamente da parte della politica (a tacere di quotidiani, rubriche tv e social…), è diventata la regola.

    Manca ai commentatori qualsiasi nozione giuridica del reato di maltrattamenti in famiglia: quali siano gli elementi costitutivi di fattispecie, la natura del dolo richiesto il discrimine della condotta con altri reati (tanto per usare termini tecnici che i più, comprensibilmente, ignorano ma sono tanto complessi quanto essenziali per comprendere una vicenda ed una decisione). Quale migliore occasione per sbraitarne? E se qualcuno prova a spiegare è tacciato di essere un azzeccagarbugli. Ciò che, poi, fa notizia è il linguaggio usato nelle sentenze decontestualizzando acconciamente le espressioni secondo le esigenze di audience, e non i principi di diritto che si tenta di illustrare e rendere comprensibili: in quella sentenza si legge “come dargli torto” del marito che ha rotto lo zigomo della moglie ed i titoli dei giornali su questa frase si sono sprecati e poco conta che quell’espressione fosse riferita al fatto che il marito si dolesse di aver appreso per WhatsApp l’intenzione della moglie di separarsi; fa più effetto che il lettore pensi che il riferimento fosse al pugno così vendono più copie. Il linguaggio merita, quindi, censura solo se utilizzato in sentenze assolutorie. Mai letto un commento, una riflessione, una iniziativa parlamentare, o un documento di una sezione territoriale di ANM, censurare un ordine di cattura o una sentenza di condanna che abbia espresso ultronei giudizi etici e moralistici sull’imputato sul genere, per fare l’esempio storico di Enzo Tortora, “cinico mercante di morte”.

    Quanto, poi, ai reati di “violenza di genere” pare che non sia previsto in natura che una denuncia possa essere, anche solo parzialmente, non veritiera o magari strumentale alla connessa causa di separazione.

    Non osi il giudice assolvere, un processo senza condanna non ha senso, giammai in nome del Popolo Italiano.

  • In attesa di Giustizia: disinformazione

    In questi giorni ha suscitato interesse mediatico una sentenza con cui il Tribunale di Torino ha “assolto” un uomo dalla contestazione di maltrattamenti in famiglia, condannandolo solo per il reato di lesioni in danno della moglie: contro questa decisione i vertici della Procura Sabauda hanno preannunciato appello strepitando tutto il loro sdegno per bocca dell’Aggiunto Cesare Parodi, meglio noto per essere il Presidente dell’A.N.M. che ha auspicato l’omicidio di un paio di magistrati per risollevare le sorti della credibilità dell’Ordine Giudiziario, in caduta libera da anni.

    Come vedremo, giornalisti a parte che qualche giustificazione in più ce l’hanno, nemmeno questo P.M. di (presunta) esperienza ci ha capito qualcosa offrendo conferma ad un vecchio detto popolare “studia, studia, altrimenti finirai a fare il pubblico ministero” oppure a quella che parla sempre in mala fede.

    Il Tribunale di Torino (tra l’altro con due donne nel Collegio, ma questo nessuno lo dice) ha escluso che in questo caso vi fossero gli elementi costitutivi del reato di maltrattamenti in famiglia che richiedono non tanto un episodico atto di violenza fisica quanto abitualità nell’infliggere sofferenze fisiche e/o psicologiche ad un famigliare: è richiesta, in sostanza quella che si definisce abitualità del comportamento.

    I giudici hanno spiegato nella motivazione tutte le ragioni per cui è stata ritenuta inattendibile la vittima “portatrice di macroscopici interessi personali e patrimoniali”, le cui dichiarazioni sono risultate caratterizzate dalla “tendenza a trasfigurare episodi che fanno parte dei consueti rapporti familiari in insopportabili soprusi”.

    Contrariamente rispetto a quanto affermato dalla donna si legge nella sentenza – “è palese che non vi furono atti di violenza fisica a parte un episodio del 2022 (per il quale c’è stata la condanna) e che, soltanto in una occasione, nel corso di una discussione, l’imputato –  forse – allontanò da sé il viso della moglie spingendolo con una mano: episodio evidentemente irrilevante ai fini del reato abituale di maltrattamenti”.

    Conclusione, quest’ultima, che secondo il Tribunale è risultata confermata dalle dichiarazioni di altri testimoni, tra i quali proprio il nuovo compagno della vittima che l’ha smentita in più punti della narrazione ed è un testimone che non può certo esser sospettato di parteggiare per l’imputato.

    Una condanna, comunque c’è stata, al di là della disinformazione servita dai media ai cittadini ma per un reato diverso da quello attribuito inizialmente e si chiama tecnicamente “derubricazione del fatto” e non assoluzione: lesioni volontarie conseguenti ad un pugno. Gli indignati in servizio permanente effettivo hanno però (di certo senza leggere e sicuramente senza capire la motivazione della sentenza) aspramente criticato che i Giudici abbiano ritenuto “umanamente comprensibile” la causa scatenante di quel pugno: un gesto volontario e senza cause di giustificazione ma comprensibile avendo appreso che un estraneo trascorreva del tempo in quella che per vent’anni era stata la sua casa coniugale e provava a sostituirsi a lui nel rapporto con i figli uno dei quali – appena dodicenne – aveva dovuto assistere anche ad atti sessuali tra la madre ed il nuovo compagno il che è inaccettabile dal punto di vista educativo.

    Queste considerazioni – concludono i giudici – “hanno grande importanza ai fini di una corretta valutazione perché, ““hanno diretta influenza sulla valutazione della capacita a delinquere, sul riconoscimento delle attenuanti generiche, sulla quantificazione della pena e sulla concessione della sospensione condizionale” che, in ogni caso è stata subordinata al risarcimento dei danni. Tradotto: paga la persona offesa per quello che le hai cagionato oppure andrai in galera.

    Tutto questo non è patriarcato, come suol dirsi, ma è frutto di interpretazione dei fatti, di applicazione della legge e di una motivazione completa sui punti più delicati della decisione: e almeno il Presidente dell’A.N.M. dovrebbe saperlo evitando di aprire bocca – come, ahimè, è sua consuetudine – per straparlare e disinformare.

  • In attesa di Giustizia: il Sogliolone d’oro

    Un grande penalista milanese che oggi non c’è più, Corso Bovio, negli anni ’90 del secolo scorso – segnati dal fenomeno di Mani Pulite e dal disinteresse creativo per le garanzie degli indagati – aveva istituito un premio: il Sogliolone d’Oro che veniva attribuito al Giudice per le Indagini Preliminari più appiattito sulle richieste della Procura, in particolare quelle di arresto; Corso si procurava una sogliola di plastica, di quelle che sono montate su una specie di cornice, hanno le pile e si dibattono a comando e andava a consegnarla personalmente all’onorificato di turno ed in quegli anni, qualcun altro, Dino Cristiani, penalista Presidente della Camera Penale di Pavia, spiegava che l’acronimo GIP stava per Giudice Inutile Preliminare, anche considerando l’inesistente funzione filtro disponendo il rinvio a giudizio anche con riguardo alle imputazioni più azzardate.

    Qualcosa però è cambiato: la Procura di Milano da qualche giorno ha aperto le ostilità con l’Ufficio GIP, chiedendo la ricusazione di due giudici perché non allineati con le ipotesi della Procura con buona pace della indipendenza della magistratura che implica anche quella dei giudici (che la Costituzione vuole tersi ed imparziali) dalle richieste dei pubblici ministeri. A finire sulla graticola sono stati Tommaso Perna e Roberto Crepaldi per due vicende diverse tra loro ma sintomatiche che quando il gip si spalma sulle ipotesi della Procura va bene – molto apprezzati, soprattutto, gli ordini di custodia in carcere con un copia-incolla delle richieste del P.M. – ma se ardisce distaccarsi dall’impianto accusatorio deve essere messo al bando in nome della infallibilità dell’organo inquirente.

    Perna è il giudice delle indagini preliminari che non ha accolto se non in parte assolutamente minima 150 richieste di arresto richieste dalla Direzione Distrettuale Antimafia che ipotizza un’alleanza Cosa Nostra-Camorra-’Ndrangheta nel Milanese. Secondo la Procura la colpa di Perna (contro il quale si spara a palle incatenate  chiedendo un’azione disciplinare ed inoltrando una denuncia penale a Brescia) è quella di essere stato citato in alcuni colloqui difensivi tra indagati e legali – vietate dalla legge –  come possibile destinatario di istanze di scarcerazione  poi respinte, ma tant’è…-  in seguito a legittime e usuali interlocuzioni tra difensori e giudice trasformate in grimaldelli per paventare la commissione di condotte penalmente rilevanti. Mah…

    Il GIP Crepaldi, invece, è destinatario di una sollecitazione ad astenersi avanzata dal P.M. Francesco De Tommasi, il magistrato che ha condotto le indagini sulla trentasettenne Alessia Pifferi, condannata all’ergastolo per omicidio perché nel luglio del 2022 lasciò per una settimana da sola a casa la figlia di un anno, morta di stenti e di fame. De Tommasi aveva aperto un’indagine a carico di quattro psicologhe del carcere di San Vittore, di uno psichiatra e dell’avvocato della donna a processo in corso consentendo che ne fosse dato ampio risalto sui media. Tutto ciò aveva già condotto una Collega P.M, coassegnataria del fascicolo a rimettere la delega prendendo le distanze da De Tomasi mentre Crepaldi, attraverso un comunicato dell’ANM aveva stigmatizzato l’accaduto, senza entrare nel merito della vicenda, nell’ottica di un «sereno svolgimento del processo, a tutela di tutte le parti processuali». Il P.M. aveva già chiesto in precedenza che Crepaldi si astenesse dal giudicare in giudicare questo secondo filone d’indagine ma così non è stato e nel frattempo Crepaldi è diventato noto per aver rigettato la richiesta di arresto di alcuni avvocati perché a parere della Procura farsi pagare dai propri clienti se non producono il modello Unico o una busta paga equivale a commettere il reato di riciclaggio.

    Al netto delle valutazioni che si possono fare, vicende come queste dimostrano la necessità ed urgenza di separare carriere e funzioni inquirenti e giudicanti anche perché il vero problema sarà – una volta distinti i concorso e diversificati i CSM – modificare una diffusa mentalità: quella che fa vincere il Sogliolone d’Oro.

  • In attesa di giustizia: consigli per gli acquisti

    C’era una volta Tribuna Politica, oggi la si definirebbe un talk show ma era una rubrica – condotta da un bravissimo giornalista, Jader Jacobelli –  centrata esclusivamente sui temi della politica ed andava in onda sul Canale Nazionale e c’era solo quello, almeno i primi tempi nel 1961, mentre al giorno d’oggi il dibattito politico è affidato ad una quantità impressionante di trasmissioni che praticamente e senza soluzione di continuo danno vita ad una campagna elettorale permanente: tant’è che non c’è stato neanche il tempo di archiviare  polemiche e bollettini della vittoria dell’ultima tornata referendaria che, al netto delle notizie dal fronte, già ci si prepara alla prossima che riguarderà l’approvazione popolare della legge costituzionale sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e magistrati giudicanti: un referendum confermativo che non richiede il raggiungimento del quorum 50%+1 e l’A.N.M.  è già scesa in campo con uno spot visibile, peraltro, solo su YouTube.

    Il Presidente del sindacato delle Toghe (quello che ha detto che servirebbero un paio di magistrati morti ammazzati per far risalire il consenso nei confronti dell’Ordine Giudiziario), forse, avrebbe gradito qualcosa di truculento come immagini delle stragi di Capaci e di via D’Amelio con una voce narrante di sottofondo a sostenere la frottola che Falcone era contrario alla separazione delle carriere, invece la scelta è caduta su una attrice belloccia che ha imparato un copione per  presentare la giustizia italiana ai cittadini come un modello inimitabile che sarebbe dannoso riformare suggerendo che vi sia un pericolo insito proprio nella separazione delle carriere.

    Perché riparare qualcosa che non è rotto, fanno sostanzialmente recitare: il nostro sistema è già costruito in maniera geniale (addirittura!)…sottinteso “la separazione delle carriere creerebbe solo danni”.

    Probabilmente non ferratissima in diritto costituzionale, l’interprete passa a descrivere la genialata senza ricordare che, secondo le coordinate dell’articolo 111, la giustizia è assicurata da un meccanismo secondo il quale la prova si forma davanti a un giudice imparziale e terzo tra le parti – accusa e difesa – in contraddittorio tra di loro ed in posizione di parità davanti a quel giudice equidistante; la spiegazione – invece – è volta ad illustrare come il processo penale funzioni benissimo così proprio perché Pubblici Ministeri e Giudici sono colleghi ed Il P.M. è il primo, con profonda cultura della giurisdizione, ad assicurarsi che la Polizia Giudiziaria rispetti il codice durante le indagini, quindi fin dal primo momento in cui un cittadino finisce sotto processo;  poi c’è l’immancabile richiamo alla indipendenza della magistratura dal potere politico che garantisce Giudici e Pubblici Ministeri da interferenze esterne: tutti canoni che la Costituzione già prevede e che non sono messi minimamente in discussione della riforma.

    Manca solo di ricordare l’ultima trovata: separare le carriere comporterebbe un aumento di costi a carico delle esauste casse dello Stato per la necessità di istituire un secondo C.S.M. dedicato ai Pubblici Ministeri mentre sarebbe meglio parlare delle decine di milioni che vengono destinati alle riparazioni per ingiuste detenzioni ed alle stratosferiche prebende, mai rinegoziate, garantite agli operatori telefonici per intercettazioni che hanno un costo industriale vicino allo zero.

    Degli avvocati, nello spot, invece non si parla se non per dire che il loro compito è proteggere l’imputato. Proteggere da cosa, visto che la costruzione è geniale e i due protagonisti assoluti sono perfetti, indipendenti, equanimi e sorridenti?

    Il cittadino, dimenticando le centinaia di migliaia che hanno comperato i libri con le memorie/confessioni di Luca Palamara e quelli che hanno sottoscritto il disegno di legge di iniziativa popolare per la separazione delle carriere, a questo punto dovrebbe essere indotto tra non molti mesi a correre alle urne per bocciare la riforma.

    Al curatore di questa rubrica, che è un avvocato difensore, a questo punto viene da pensare ed anche da canticchiare le strofe di una melodia di Charles Aznavour “Ed io fra di voi, se non parlo mai…” giusto per inquadrare il ruolo di “protettore” in cui si trova precipitato, dopo tanti anni di studio e di fatica, oltre che di convinzione di essere parte essenziale del processo e della giustizia che non sempre è giusta.

  • Sanzioni Usa contro quattro giudici della Corte penale internazionale

    Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha annunciato sanzioni contro quattro giudici della Corte penale internazionale (Cpi), accusati di aver avviato azioni contro cittadini statunitensi e israeliani senza averne gli strumenti legali. I quattro giudici – l’ugandese Solomy Balungi Bossa, la peruviana Luz del Carmen Ibanez Carranza, la beninese Reine Adelaide Sophie Alapini Gansou, la slovena Beti Hohler – sono “direttamente coinvolti” negli sforzi della Corte per “arrestare, fermare, perseguire cittadini degli Stati Uniti o Israele, senza il consenso” dei due Paesi, non aderenti allo Statuto di Roma, si legge in una nota. La Corte penale internazionale, prosegue il segretario di Stato “è politicizzata e rivendica falsamente discrezionalità illimitata nell’indagare, accusare e perseguire cittadini degli Stati Uniti e dei nostri alleati”. Washington adotterà tutte le azioni “necessarie per proteggere la nostra sovranità, quella di Israele e di qualsiasi altro alleato degli Stati Uniti dalle azioni illegittime della Corte penale internazionale”. Rubio ha infine rivolto un invito ai Paesi che sostengono la Cpi, “molti dei quali hanno ottenuto la loro libertà al prezzo di grandi sacrifici degli statunitensi”, a contrastare “questo vergognoso attacco” a Usa e Israele.

    Per la Corte penale internazionale “le sanzioni emesse dagli Stati Uniti nei confronti dei quattro giudici, sono un chiaro tentativo di attentare all’indipendenza del tribunale”. “Queste misure sono un chiaro tentativo di minare l’indipendenza di un’istituzione giudiziaria internazionale che opera grazie al mandato di 125 Stati membri da tutto il pianeta. La Cpi fornisce giustizia e speranza a milioni di vittime di atrocità inimmaginabili, nel rigoroso rispetto dello Statuto di Roma, e mantiene i più alti standard di protezione dei diritti degli indagati e delle vittime”, si legge nella nota. Attaccare chi lavora per “accertare le responsabilità” non “aiuta i civili ostaggio dei conflitti”, ma “incoraggia solo coloro che credono di poter agire impunemente”. Le misure, comunicate dal segretario di Stato Marco Rubio, “non sono dirette solo a persone designate, ma anche a tutti coloro che sostengono la Corte, compresi i cittadini e le entità corporative degli Stati Parte. Sono contro vittime innocenti in tutte le situazioni dinanzi alla Corte, nonché lo stato di diritto, la pace, la sicurezza e la prevenzione dei crimini più gravi che sconvolgono la coscienza dell’umanità”.

  • In attesa di Giustizia: comune senso del pudore

    Ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare: ho visto celebrare processi in videoconferenza e decidere la sorte di un uomo con la connessione intermittente che faceva capire una parola si e tre no, ho visto cancellerie chiuse con i funzionari a casa in smart working ma senza i computer criptati per lavorare e ho visto sentenze della Cassazione sostenere che un certificato medico presentato in udienza da un avvocato non vale nulla perché andava spedito via pec.

    Benvenuti nel meraviglioso mondo del processo penale telematico dove tutto è fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione, un po’ come sostiene il Perozzi in Amici Miei riferendosi al genio…solo che in questo caso di genialità non c’è nulla, anzi: serve fantasia per interpretare le circolari ministeriali, intuizione per capire come funziona il leviatanico portale di deposito atti, colpo d’occhio per scoprire gli uffici con all’interno un umanoide che sia ancora disposto a darvi retta e velocità di esecuzione per cogliere l’attimo in cui i sistemi informatici messi a disposizione da via Arenula sono miracolosamente funzionanti.

    In questo girone dantesco destinato agli inefficienti che è diventato il back office della giustizia penale la semplificazione che avrebbe dovuto portare ha, invece, fallito miseramente peggiorando le cose ed è ancora più facile imbattersi in forme particolari di mancanza di senso del pudore come nella sentenza della Cassazione che questa settimana offre amari spunti di riflessione.

    Accade che un avvocato, per ragioni di salute, non sia in grado di raggiungere Roma per discutere un processo proprio in Cassazione: come si è fatto per decenni chiede ad un collega la cortesia di andare a chiedere un rinvio per legittimo impedimento inviandogli via mail una copia di certificato medico; per completezza di informazione ricordiamo, anche a chi non è seguace di Davigo e Travaglio, che questi rinvii non valgono a raggiungere la prescrizione perché ne sospendono il corso.

    Risultato: la Suprema Eccellentissima Corte rigetta l’istanza e senza rispetto alcuno per il comune senso del pudore e con sprezzo del ridicolo scrive che la richiesta non può essere accolta perché: 1) il certificato medico è in fotocopia 2) perché doveva essere spedito alla cancelleria via pec.

    E così fu che il ricorso è stato trattato senza il difensore a discuterne le ragioni; questa decisione induce alcune riflessioni: la prima di queste attiene alla primazia che sembra doversi ormai riconoscersi alle macchine ed il vade retro ad un gentiluomo in toga soprattutto se per sostenere le proprie ragioni è munito solamente di una fotocopia…fotocopia che la pec (nell’eventualità remota che qualcuno la legga per tempo o non finisca nella spam a causa della presenza di un allegato sospetto) si direbbe in grado di trasformare miracolosamente in un originale così come la macchinetta della Lavazza sita nel corridoio della cancelleria inizi a mescere Barolo al posto del cappuccino.

    L’etimologia del termine giurisprudenza richiama ad un corretto governo del buon senso nella interpretazione della legge ed, a tacer di questo, il codice prevede espressamente che vi possa essere deposito di atti e documenti in udienza e questa decisione non è priva dello sgradevole retrogusto del sospetto nei confronti di avvocati che si ammalano al momento più opportuno…ammesso che lo siano davvero.  Vergogniamoci per loro che non sono in grado di farlo da soli.

  • In attesa di Giustizia: terre di nessuno

    Nel Parco di Yellowstone, che ricade nel Distretto Giudiziario del Wyoming, si estende una striscia di terra della superficie di circa 130 chilometri quadrati che sconfina nell’Idaho ed in quel territorio, quasi un enclave tipo Campione d’Italia, non ci abita nessuno il che pone un problema giuridico: secondo il VI emendamento della Costituzione Americana ogni imputato ha diritto ad un giusto processo di fronte ad una giuria composta da cittadini dello Stato e del Distretto in cui il crimine è stato commesso…Dunque se in quella lingua di terra venisse commesso un delitto non sarebbe concretamente possibile celebrare un processo per la mancanza di potenziali giurati: d’altronde, essendo un’area disabitata, è improbabile che venga commesso un reato da chicchessia e di qualsiasi natura; nessuno, correttamente, ha mai pensato di istituirvi un Tribunale di Contea vuoto.

    Da noi invece, qualche anno fa, si è fatta una revisione della geografia giudiziaria perché alcuni Tribunali apparivano in sovrannumero rispetto al territorio, molti erano stati edificati distanti pochi chilometri di distanza uno dall’altro per offrire presidi di legalità in un tempo – quello della Unità d’Italia – in cui i mezzi di trasporto non erano quelli attuali e tra tutti primeggiava il Piemonte dove Casa Savoia ne aveva disseminati una quantità notevole (molti dei quali sopravvissuti), compreso un secondo Distretto di Corte d’Appello a Casale Monferrato in aggiunta a Torino. Spending review, redistribuzione delle risorse ed efficientamento del sistema sono risultati raggiunti ben al di sotto delle aspettative con questa riforma risalente al Governo Monti e non senza qualche singolare sviluppo come quello che riguarda la sede distaccata di Ischia del Tribunale di Napoli, inizialmente soppressa e riaccorpata al Capoluogo, poi riaperta con un andirivieni di fascicoli che facilitava smarrimento e prescrizione ed ora in procinto di essere nuovamente chiusa abbandonando un’isola con oltre 50.000 abitanti, che in stagione diventano circa 400.000, e sei Comuni, nelle mani dei soli Giudici di Pace che – tra l’altro – hanno competenza limitata e nessuna per il reato più frequentemente commesso a livello locale: l’abuso edilizio.

    Non più tardi di qualche mese fa il Governo aveva rassicurato l’Ordine degli Avvocati di Napoli prorogando proprio a dicembre il provvedimento di riapertura provvisorio in essere in attesa dell’avvio del necessario iter legislativo volto alla stabilizzazione della sede ma il diavolo ci ha messo la coda, o meglio, il Consiglio Giudiziario (che è una sorta di propaggine locale del C.S.M.) con il voto determinante – guarda un po’ – dei magistrati.

    Motivo: dopo il trasferimento di un giudice l’interpello per trovare chi lo sostituisse non è andato a buon fine, probabilmente a causa del sovrumano sacrificio richiesto a Suo Onore di prendere l’aliscafo alle 6,30 del mattino un paio di volte alla settimana per andare a fare udienza a Ischia…con la conseguenza di costringere tutti gli altri a prenderlo per raggiungere Napoli: poliziotti, carabinieri, testimoni, imputati, parti lese e periti e con ciò allontanando dalla sede di lavoro per molto più tempo del necessario una moltitudine di cittadini, parte dei quali costituiscono un presidio indispensabile della comunità come agenti delle forze dell’ordine, medici, infermieri, vigili del fuoco, ufficiali postali e via enumerando.

    Non è il solo esempio: per limitarsi ad un altro che ha creato disagi notevoli per l’utenza lo si rinviene con la soppressione del Tribunale di Montepulciano che impone complicate trasferte fino a Siena, ma la lista continua.

    A ciò si aggiunga che la sezione distaccata del Tribunale di Napoli a Capri era stata a suo tempo accorpata ad Ischia (competente anche per Procida) ed i profili critici devono essere moltiplicati per altre due isole, seppur più piccole.

    Molti anni fa, per ragioni diverse, ad Anacapri fu chiusa anche la Casa Mandamentale, cioè un piccolo carcere locale, ma di questo si lamentarono solo i pochissimi detenuti che trovavano molto chic espiare la pena nell’Isola Azzurra.

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