Attualità

Corona virus, il decreto Cura Italia

Mi trovo nuovamente a scrivere di provvedimenti legati al corona virus, il che non è un buon segno perché significa che l’emergenza non è passata. Anzi, con il passare dei giorni si aggrava in maniera preoccupante, indice che la strada intrapresa non sta portando ai risultati sperati.

Eppure abbiamo avuto l’esempio della Cina, avremmo dovuto immaginare quello che sarebbe successo, ma nonostante questo il virus è riuscito a coglierci impreparati, sia sul versante sanitario, sia su quello economico finanziario. Sembrava una situazione lontanissima, che mai ci avrebbe raggiunto e invece è esplosa come un fiume in piena che tutto travolge e distrugge. Una tragedia umana che ha comportato, già ora, il sacrificio di molte vite umane e che purtroppo molte altre ne prenderà. Uno tsunami che ha raso al suolo le affaticate economie occidentali che dovranno sapersi reinventare per ricrescere dalle proprie ceneri.

Sembrano parole epiche di un romanzo di fantasia, ma purtroppo non lo sono. Su questo scenario allucinogeno sono stati chiamati ad intervenire le nostre Istituzioni e quelle europee.

Interventi che, pur capendo l’emergenza e la velocità della corsa del virus, ritengo siano spesso arrivati in ritardo, dopo tentennamenti, indicazioni contrastanti o, peggio ancora, fuori luogo. Non ultima la posizione del Presidente della BCE, Christine Lagarde, che con la celebre frase “non siamo qui per sostenere gli spread, non è compito nostro” ha generato un terremoto su tutti i mercati finanziari. Era il 12 marzo, le borse sono andate a picco con il peggior crollo degli ultimi 70 anni; una settimana dopo, il Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, ha attivato la clausola di salvaguardia del patto di stabilità che consentirà ai Governi “di pompare nel sistema denaro finchè serve”. Un esempio significativo di mancata coordinazione delle posizioni della classe dirigente con evidenti danni collaterali.

Negli ultimi cinquanta giorni, tanti ne sono passati da quando il 31 gennaio è stata dichiarata l’emergenza corona virus, più volte il Governo è intervenuto con provvedimenti volti a limitare il diffondersi dell’epidemia e a sostenere il sistema economico.

L’ultimo, in ordine di tempo, il decreto cura Italia del 17 marzo: “una diga per proteggere imprese, famiglie, lavoratori” con 25 miliardi di euro di dotazione.

Sicuramente un intervento di vasta portata, che prevede semplificazioni e deroghe per l’accesso agli ammortizzatori sociali, sospensione dei versamenti fiscali e degli adempimenti, sostegno alla liquidità di imprese e famiglie.

Denoto, tuttavia, ancora una volta, ritardi nell’emanazione, inadeguatezza e disparità di trattamenti che complicano l’applicazione pratica e, peggio ancora, sembrano individuare cittadini di serie a, di serie b e, persino di serie c (poi capirete a cosa mi riferisco).

Ritardi nell’emanazione perché, con riferimento alle proroghe dei versamenti, è arrivato a tempo scaduto, essendo successivo al 16 marzo, termine di presentazione dei modelli F24. Considero assolutamente insufficienti i comunicati stampa precedenti all’emanazione poiché privi di qualsiasi fondamento legislativo.

Inadeguato, perché per alcuni contribuenti ha concesso una proroga dei versamenti di appena 4 giorni. Per altri, i soggetti più colpiti e le imprese minori, i termini sono stati invece prorogati fino al 31 maggio o al 30 giugno, con possibilità di ulteriore rateizzazione per un massimo di 5 mesi. Se ben si può comprendere l’agevolazione concessa ai soggetti più colpiti, non condivisibile è la disparità creata tra contribuenti con fatturati inferiori o superiori a 2 milioni di euro essendo l’emergenza da corona virus di carattere generale e egualmente grave e impattante anche per i contribuenti di maggiori dimensioni che, anzi, spesso soffrono di una maggior rigidità di struttura conseguente a cali di fatturato e di liquidità.

Non condivisibile neppure la selezione che è stata fatta individuando solo alcuni versamenti da prorogare poiché foriera di errori e di inutili complicazioni.

Del tutto inadeguata e inspiegabilmente complicata la previsione che consente ai soggetti con limitato volume di affari di incassare i compensi, sino al 31 marzo, senza subire l’eventuale ritenuta di acconto. I soggetti che si avvarranno della facoltà dovranno versare in autonomia l’importo corrispondente alla ritenuta non subita entro il prossimo 31 maggio 2020, o in un massimo di 5 rate mensili.

Così come estremamente problematica la situazione emergente dal coordinamento delle norme sulla sospensione dei termini, sino al 31 maggio, delle attività di liquidazione, di controllo, di accertamento, di riscossione e di contenzioso da parte degli uffici degli enti impositori, di cui all’art. 67 con quelle disciplinate all’art. 83 per la sospensione, sino al 15 aprile, dei termini processuali per la proposizione dei ricorsi introduttivi da parte dei contribuenti con evidente disallineamento rispetto ai termini previsti per l’ufficio e difficoltà conseguenti connesse, ad esempio, ai procedimenti di accertamento con adesione o di mediazione.

Altrettanto evidente la discrasia emergente con riferimento agli avvisi di accertamento per cui, con riferimento alle medesime norme, i termini di proposizione del ricorso e quelli per il pagamento risulterebbero disallineati. In senso chiarificatore si è espressa l’agenzia che ha dipanato la questione escludendo la proroga di cui all’art. 67 e prevedendo, nel caso, solo quella di cui all’art. 83, ben meno favorevole al contribuente.

Ulteriore aspetto stucchevole viene rilevato nella norma laddove proroga i termini di decadenza e prescrizione per l’attività accertativa compiuta dagli Uffici che, a fronte dei pochi giorni concessi ai contribuenti per effettuare i versamenti sospesi, incassano ben due anni in più per l’attività accertativa originariamente in scadenza nel 2020. L’effetto, ottenuto con il richiamo del Dlgs n. 159/2015, si spera venga eliminato, o almeno ridimensionato, in fase di conversione parlamentare.

Bene l’utilizzo a pioggia degli ammortizzatori sociali in modo da sostenere la struttura delle imprese e il reddito dei lavoratori. Male la disparità di trattamento prevista per i lavoratori dipendenti, gli autonomi e le professioni ordinistiche: se per i primi è stato concesso un supporto nell’ordine dei 900 – 1100 euro mese, a tanto più o meno corrisponde la cassa integrazione, per i secondi un “una tantum” di 600 euro, quindi ben inferiore e, per gli ultimi, il ricorso al “fondo per il reddito di ultima istanza” con una dotazione irrisoria di 300 milioni di euro. Se si condivide l’assunto che le esigenze minime di vita delle persone siano le medesime e indipendenti dall’inquadramento lavorativo, allora non si può condividere una simile differenziazione che rischia di lasciare senza protezione una fascia della popolazione.

Ben strutturate le misure a sostegno della liquidità delle imprese che prevedono di rafforzare e estendere l’uso del fondo di garanzia delle PMI, di bloccare la revoca dei fidi bancari per aperture di credito fino al 30 settembre e la sospensione dei rimborsi dei contratti di finanziamento e dei mutui fino alla medesima data dietro presentazione di semplice autocertificazione.

Di certo non possiamo considerare risolutivo il novero di misure del Cura Italia. I versamenti andranno sospesi per più tempo, un intervento coraggioso per ridare fiato ai contribuenti potrebbe essere l’annullamento delle imposte in prossima scadenza a giugno o, quanto meno, una dilazione pluriennale delle stesse. Massicce iniezioni di liquidità saranno necessarie per sostenere il sistema e consentire, alla fine dell’emergenza, la ripartenza. Altrettanto indispensabili saranno politiche coraggiose e soprattutto omogenee e coordinate evitando messaggi contraddittori. Per questo sarebbe auspicabile l’individuazione di un pool di professionisti che possa essere di supporto in fase di redazione dei provvedimenti che dovranno essere tempestivi, efficaci e di facile attuazione.

La classe dirigente è chiamata a governare un’emergenza senza precedenti nei tempi moderni che solo con illuminata autorità potrà soverchiare. L’Europa, anche se con lentezza, ha capito la situazione, ha accantonato il pareggio di bilancio e sta per varare l’emissione di eurobond per finanziare il contrasto al tracollo economico dell’Unione. Vanno accantonate le mezze misure che non consentiranno di raggiungere, così come non lo hanno fatto finora, risultati positivi né per la salute né per l’economia.

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