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  • Bankitalia mappa l’infezione del Covd in ambito economico

    Un allarme per le imprese più a rischio, a partire da ristorazione, alloggi, arte. Un’esortazione alle banche a restare prudenti anche dopo che dovesse scadere la stretta della Vigilanza sui dividendi: aumenteranno gli Npl, che richiederanno “un pronto riconoscimento” e peseranno sugli istituti con tassi di copertura “molto inferiori alla media”. E un messaggio di rassicurazione sul debito pubblico ormai in zona 160%, “sostenibile” ma che, se non verrà ridotto, “può determinare in prospettiva l’esposizione a rischi derivanti da tensioni sui mercati finanziari o da nuovi shock macroeconomici”. E’ il quadro dei rischi delineato dal Rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia: un Paese rassicurato dai vaccini, ma con il fisico spossato dalla seconda ondata. Con bastioni di difesa sempre più europei: l’intervento di Bankitalia e Bce su liquidità, Qe, spinta al credito, e dell’Unione sul recovery fund. Un Paese con un asset’ dato dalla resilienza delle famiglie italiane, con “rischi circoscritti” e quota di debito “contenuta” delle più vulnerabili. Ma con un tessuto produttivo mandato al tappeto dalla crisi.

    L’espansione della Cassa integrazione, la moratoria sui prestiti, il posticipo degli adempimenti fiscali, i contributi a fondo perduto e gli schemi di garanzia sui nuovi finanziamenti – scrive Bankitalia – “hanno contribuito ad attenuare” il colpo per le imprese. Ma è comunque qui che si concentrano i rischi, che a ricaduta si scaricano su banche e bilancio pubblico. Il primo, quello di uno shock quando misure come le moratorie verranno rimosse: “va evitata un’uscita anticipata”, avvertono i tecnici di Via Nazionale.  A fine anno, 32.000 imprese si ritroveranno ancora con un fabbisogno residuo di liquidità per 17 miliardi. Che sarebbe ben peggiore, con 100.000 imprese e 33 miliardi di ‘buco’, se non fosse per le garanzie pubbliche. Ma anche così, a fine anno il 12% delle imprese, il doppio di prima del Covid, avrà patrimonio netto inferiore ai limiti legali. Con una probabilità d’insolvenza in rapida ascesa, specie per ristorazione e alloggio (quasi al 6%) e attività artistiche (oltre 4%). E il 16,4% delle imprese divenute ‘molto rischiose’ (con probabilità di default oltre il 5%): a febbraio erano il 10%.

    L’appello, per i prossimi mesi anche dopo l’uscita dalla pandemia, è dunque a muoversi con grande cautela. E a favorire in ogni modo la patrimonializzazione delle imprese sulla scia delle misure del ‘Decreto rilancio’, con incentivi, sottoscrizione di azioni da parte di società veicolo pubbliche. Non sarà facile per le migliaia di pmi che fanno il grosso del tessuto produttivo italiano.

  • Italia: nuove emergenze e vecchie strategie

    Il nostro Paese all’interno della seconda ondata della pandemia da covid-19 si è trovato sostanzialmente impreparato in considerazione degli “investimenti strategici” (leggi  banchi a rotelle e monopattini elettrici) i quali ovviamente non hanno alcun effetto nel contenimento della pandemia.

    In questo momento di profonda incertezza, al quale si aggiunge la possibilità che si verifichi una terza ondata nel mese di febbraio/marzo, stupiscono e sorprendono le anticipazioni della prossima manovra finanziaria per il 2021. Va considerato, infatti, come alla fine di questo periodo emergenziale le negative ripercussioni per il tessuto economico nazionale ed internazionale si manterranno per un medio – lungo termine. Questo per ricordare come le manovre finanziarie, tanto per l’Unione  Europea quanto nel nostro Paese, dovranno avere un respiro molto più ampio in senso temporale rispetto alla fine della pandemia sanitaria. In questo senso quindi la politica economica del governo dovrà, o meglio dovrebbe, da una parte dimostrare di sostenere la ripresa dell’economia italiana dall’altra incentivare investimenti dall’estero.

    In questo contesto doppiamente emergenziale sotto il profilo sanitario ed economico l’ultima trovata del governo Conte 2, in piena pandemia, è sostanzialmente rappresentata dalla sciagurata reintroduzione della Sugar e della Plastic tax (https://www.ilpattosociale.it/attualita/lepidemia-economica-sugar-free/).

    Innanzitutto credere di modificare i comportamenti  di consumo  delle persone attraverso la legislazione fiscale rappresenta l’aberrazione dello Stato etico i cui effetti contro  la lotta al fumo risultano  assolutamente risibili.  Inoltre la Sugar tax sostanzialmente colpisce le bibite gassate ed ovviamente i redditi più bassi essendo piatta (flat): un effetto evidentemente sconosciuto a chi si erge a favore delle fasce più deboli della popolazione. La Plastic Tax, invece, riuscirà a mettere in forte difficoltà il settore leader della plastica italiano il quale, durante la pandemia, ha fornito sistemi sanitari monouso fondamentali per il contenimento della pandemia stessa.

    Il settore della plastica italiana detiene in Europa una posizione leader assoluta la cui competitività verrà minata da un’ulteriore imposizione fiscale specifica oltre a quella ordinaria già di per sé insostenibile.

    La risultante di questa strategia delinea in modo ancora una volta cristallino come la classe politica e governativa sia convinta di attivare la ripresa economica attraverso un ulteriore incremento della pressione fiscale generale e specifica. Una scelta ideologica espressione dell’incapacità di comprendere i flussi economici e gli effetti di queste scelte strategiche soprattutto in  prospettiva della attrattività del nostro Paese per eventuali investimenti esteri. Il solo aver annunciato queste due nuove forme di tassazione ha escluso il nostro Paese da qualsiasi manifestazione di interesse per investimenti futuri relativi a questi due settori.

    Una scelta politica e strategica che di fatto uccide la speranza residuale di diventare finalmente un paese che attrae investimenti. Il nostro Paese, quindi, rappresenta un unicum all’interno dell’Unione Europea ma probabilmente anche nel mondo.

    Paradossale, poi , se si considera come tutte le nazioni egualmente colpite da questa pandemia intendano attraverso la fiscalità di vantaggio reimportare le produzioni una volta delocalizzate (reshoring produttivo).

    Viceversa l’Italia, anche attraverso il solo annuncio di questa nuova tassazione alla fine dello scorso anno,  ha già determinato la delocalizzazione in Albania dello stabilimento Coca-Cola di Catania con la perdita di 350 posti di lavoro. In questo modo, in piena pandemia, le possibilità di sviluppo e ripresa economica vengono minate ancora una volta dalla solita politica fiscale la quale determina una sempre maggiore pressione fiscale.

    La miopia di questa classe politica impedisce persino di copiare modelli virtuosi come la Germania la quale,  fin dal primo lockdown, ha  abbassato l’IVA riducendo anche i prezzi dei carburanti, mentre la Francia, con le risorse da Recovery Fund, diminuirà la tassazione per gli edifici  strumentali (la nostra IMU) di circa 20 miliardi.

    Caso unico al mondo invece l’Italia, per uscire da questa terribile pandemia e dalla devastante crisi economica, intende aumentare la pressione fiscale ed in questo modo favorire la delocalizzazione produttiva.

    A questo punto non c’entra neanche più l’impostazione ideologica nel determinare le scelte di politica economica e fiscale in quanto basterebbe copiare chi da sempre presenta un quadro economico e finanziario nazionale  sicuramente  migliore del nostro: ma anche per copiare è necessaria un’intelligenza media unita alla capacità di riconoscere modelli superiori.

    La perseveranza in un ulteriore aumento della pressione fiscale è la semplice ed evidente manifestazione di una congenita e pericolosissima stupidità e di un massimalismo ideologici uniti alla elementare incapacità di comprendere l’eccezionalità degli effetti di questo periodo nel medio-lungo termine.

    In ultima ed amara analisi l’Italia è l’unico paese al mondo che intende uscire dalla crisi pandemica attraverso un aumento della pressione fiscale. Una forma di miopia che il nostro Paese non si può più permettere.

  • Il Commissario per la sanità in Calabria e i relativi insegnamenti

    Attaccare il governo per la vicenda del commissario ad acta per la sanità in Calabria, il generale Saverio Cotticelli, che essendo stato nominato dal governo giallo-verde prima della pandemia, quindi anche indirettamente da quel Salvini che, da par suo, ha tempestivamente attaccato i responsabili di tale misfatto, inconsapevole del suo oggettivo coinvolgimento, non ha mai realizzato in oltre nove mesi di pandemia di essere anche responsabile del “Piano Covid” della stessa regione di cui era il responsabile della sanità, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

    Certo si tratta di una gaffe imperdonabile, che ha fatto indignare l’intera nazione, in particolare giustamente i Calabresi, ma che appare in tutta la sua gravità non solo per il fatto in se, ma soprattutto per le verità nascoste e le conseguenti gravissime responsabilità che questa vicenda rivela e denuncia.

    Perché la vera questione è che, a parte il Piano Covid del tutto ignorato, il generale Cotticelli è stato nominato commissario per risanare e riorganizzare la sanità Calabrese il 7 dicembre 2018, quindi quasi due anni fa, quale ennesimo commissario di un comparto amministrativo che risulta commissariato da oltre dieci anni. Uno scandalo nello scandalo, che la dice lunga sulla incapacità dello stato di trovare soluzione ai problemi del Paese.

    Ma tornando a Cotticelli e ai suoi due anni, è evidente che in tutto questo periodo sembrerebbe che non abbia fatto praticamente nulla rispetto al mandato commissariale che aveva ricevuto, e quindi la vera domanda è come hanno fatto il Governo, i Ministri competenti, le varie autorità dello Stato a non accorgersene e a restare del tutto inerti, lasciando la sanità calabrese a macerare nella sua autodistruttiva e interminabile inedia?

    A nessun responsabile è venuto mai in mente di vedere a che punto era la questione? Di chiedere un aggiornamento dello stato della sanità calabrese rispetto alle molteplici problematiche a base del commissariamento? Di non disporre alcun controllo, nessuna verifica, nessuna ispezione? Neanche di chiedere un resoconto del lavoro svolto in occasione dei ripetuti rinnovi? Neanche per verificare il Piano Covid?

    Funziona davvero così, in Italia, il sistema pubblico? E quello ancora più delicato delle centinaia di gestioni commissariali via via istituite e che hanno avuto probabilmente la stessa sorte della sanità calabrese? Cioè della serie fatta la nomina, risolto il problema?

    E soprattutto funziona così ad ogni livello burocratico e lavorativo nel settore pubblico, in cui controlli e verifiche sono stati di fatto cancellati, e l’unica speranza è di affidarsi al senso di responsabilità dei singoli, essendo il sistema anestetizzato in relazione alle esigenze di dare servizi efficienti ed efficaci ai cittadini?

    Purtroppo la risposta è affermativa.

    Ecco perché nel nostro Paese abbiamo una burocrazia che soffoca il sistema economico e perché non si riesce a trovare soluzioni al problema del corretto funzionamento dello stato, mentre il settore privato, ovviamente opera in condizioni ben diverse in termini di produttività, efficienza e efficacia.

    Fino a quando la politica abdicherà al suo ruolo, che non può essere solo di indirizzo, ma anche e necessariamente di verifica e controllo, non ci sarà alcuna possibilità di reale cambiamento e di ripresa dal declino cui sembriamo condannati senza speranza.

    Per questo occorre lottare per una incisiva riforma della burocrazia e soprattutto per il ripristino di un sistema di verifiche e controlli ad ogni livello amministrativo, che riesca a fare valere i principi della meritocrazia, dell’impegno e della gratificazione per il lavoro svolto bene, che non a caso costituiscono i valori di indirizzo che ispirano la proposta politica della Buona Destra, che è nata per dare discontinuità all’attuale degrado e per sensibilizzare l’opinione pubblica italiana sulla esigenza di impegnarsi per uno Stato più efficiente e per una burocrazia finalmente all’altezza delle aspirazioni di un Paese che vuole ritrovare competitività e alti standard di qualità della vita per i suoi cittadini.

    Nel frattempo niente paura. Il nuovo commissario alla sanità in Calabria nominato dal governo è un negazionista della pericolosità della pandemia e ritiene la mascherina un orpello inutile.

    Chi meglio di lui per realizzare un ottimo piano Covid per la Calabria?

  • In attesa di Giustizia: giustizia in rosso

    Ci siamo: almeno in alcune regioni è di nuovo zona rossa e molte attività  sono state chiuse,  la libertà di movimento grandemente limitata. Il governo, tra le altre cose si è occupato delle aule scolastiche, ma ha sostanzialmente dimenticato quelle in cui si amministra Giustizia. Cosa tutt’altro che insolita.

    O meglio: un decreto legge in cui si tratta di giustizia c’è ma è anteriore al DPCM che distingue il Paese in fasce di rischio contagio e si basava su una situazione di fatto che, oggi, potrebbe valere forse per le zone arancioni, ma non per quelle rosse.

    Sarebbe infatti davvero singolare che, vietate le lezioni in presenza a 20 alunni, si consentisse la celebrazione di processi con più avvocati, magistrati, cancellieri, testimoni ed imputati in ambienti in cui spesso il ricircolo dell’aria è problematico. Del resto, il concetto di aula non cambia se muta la natura dell’attività svolta al suo interno.

    Intanto già si moltiplicano i rinvii dei procedimenti già fatti slittare durante il lockdown di primavera perché, come era immaginabile, con i servizi amministrativi adibiti ad un “lavoro agile” sprovvisto degli strumenti necessari ad evitare che fossero in realtà ferie retribuite, un numero sgomentevole di notifiche non è stato fatto o lo è stato in maniera irregolare.

    Una soluzione che si sta riproponendo per evitare che le esigenze di sicurezza e prevenzione del contagio confliggano con quelle di prosecuzione della attività giudiziaria è quella che prevede – per tempi  e materie definite – la trattazione da remoto: che convince poco anche per la permanente mancanza di strumenti tecnologici adeguati, ma rappresenta (almeno per le zone rosse) un’alternativa prudentemente praticabile.

    Anche in questo caso, come è accaduto nel settore della sanità, vi è stato il tempo per allestire le migliori condizioni di lavoro e di supporto logistico volte a fronteggiare la prevedibilissima “seconda ondata” facendo tesoro dell’esperienza maturata nei primi mesi dell’anno e invece…

    …invece abbiamo i proclami del Guardasigilli a proposito della distribuzione di migliaia di nuovi computer portatili che renderanno finalmente possibile l’assolvimento delle funzioni di cancelleria anche in smart working ma – per ora – non se ne sono ancora visti e ci sono uffici che neppure dispongono di una casella pec. Il raffinato giurista, peraltro, è di buonumore a giudicare dall’espressione ridente scolpita in permanenza sul volto: forse perché ha letto la bozza del decreto “ristori bis” nella quale, tra le molte perle, in merito al processo penale di appello, si prevede che la trattazione “fisica” dell’udienza debba essere richiesta dagli avvocati almeno 25 giorni prima della data prevista per la celebrazione.

    Senonché la legge prevede che l’avviso di fissazione sia notificato almeno 20 giorni prima della medesima data.

    Forse è questo che alimenta il buonumore di Bonafede: dal processo da remoto si sta passando al processo per veggenti ed una classe forense dotata di capacità predittive sarà anche in grado di pronosticare l’esito dei processi evitando di iniziare o proseguire quelli il cui destino è già noto.

    Un po’ quello che avevano pensato gli autori e sceneggiatori di Minority Report solo che nel nostro caso sono gli autori dei testi a far pensare ad una minoranza, o meglio ad una minorazione. Quella mentale, con buona pace di una Giustizia perennemente in rosso, dimenticata da tutti la cui attesa inizia ad apparire disperata.

  • Il Terrorismo mediatico

    Sicuramente questo concetto viene abusato in diversi ambiti, e molto spesso a sproposito, ignorandone persino le conseguenze più immediate. Molto spesso questo tipo di comunicazione nasconde l’incapacità personale o condivisa ma addirittura talvolta può essere espressione della più assoluta ipocrisia che tende a coprire la propria inadeguatezza.

    Anche una persona dotata di un’intelligenza normale conosce benissimo i tempi necessari per verificare gli effetti dei Dpcm con le norme tendenti a ridurre la curva dei contagi. In questo senso si ricorda come siano due le  settimane necessarie, o 15 i giorni  nel caso non fosse chiaro.

    Al di là delle legittime proteste il più delle volte assolutamente democratiche delle categorie che pagano in prima persona gli effetti di questi decreti i cittadini italiani hanno dimostrato, ancora una volta, di adattarsi alle nuove disposizioni con sacrifici in termini economici ed umani non indifferenti. Perché sarebbe vergognoso non riconoscere il senso di lealtà che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani sta dimostrando con i propri comportamenti virtuosi.

    La consapevolezza di questa prova di civiltà della buona parte del popolo italiano meriterebbe una maggiore considerazione da parte di questo governo di incapaci ed in particolare del  Presidente del Consiglio Conte e del ministro Speranza (da dover scrivere rigorosamente in minuscolo in considerazione loro spessore culturale, umano e professionale).

    Arrivati ormai, però, alla seconda settimana del mese di novembre 2020 risulta assolutamente inaccettabile, offensivo e persino destabilizzante questo continuo richiamo ad un ulteriore inasprimento del Dpcm quando ancora non risultano chiari gli esiti di quelli precedenti in quanto dal loro varo ad oggi non sono passate ancora due settimane.

    La tenuta di una democrazia come la capacità di rappresentarla nascono dal reciproco riconoscimento dei propri ruoli e dei limiti a questi imposti dalla legge. L’azione del governo Conte come del presidente del consiglio e del ministro della Salute Speranza con questo giornaliero rilancio di un possibile inasprimento dei Dpcm, e quindi con essi delle libertà individuali, rappresentano la vera forma istituzionalizzata di TERRORISMO MEDIATICO. Il quale, come qualsiasi forma di terrorismo, porta ad una subdola ma inevitabile destabilizzazione delle strutture democratiche.

     

  • La perversione del lockdown parziale

    Il penoso e continuo parto di Dpcm che hanno il merito di arrivare sempre in ritardo rispetto alla situazione confermano, ancora una volta, la assoluta inadeguatezza della compagine governativa come dei suoi ben oltre 450 consulenti. Un’incompetenza strategica ed amministrativa che trova conferme giorno dopo giorno.

    Si continua ad affermare che le scuole siano sicure per le “basse” percentuali di contagi, come ha detto il commissario Arcuri. Un commissario che ancora adesso non risulta essere in grado di comprendere come il problema sia da sempre l’assoluta inadeguatezza dei mezzi pubblici, come ampiamente anticipato, e quindi le modalità di accesso alle scuole. In questo senso è indicativo sapere come il 54% dei positivi abbia recentemente utilizzato in mezzi pubblici (https://www.ilpattosociale.it/politica/i-compiti-per-le-vacanze-estive-del-governo-conte/). In più, un ultimo studio medico dimostra come se si procedesse all’isolamento degli ottantenni la mortalità si ridurrebbe del 50% (*). Questo dimostrerebbe come la metà delle persone decedute da covid risultassero per loro sfortuna già affette da altre patologie.

    Quindi se si fosse agito con il dovuto anticipo attraverso gli investimenti nel potenziamento dei mezzi pubblici e l’individuazione di strutture per persone anziane si sarebbero ridotte le morti per covid da un minimo del 50 ad un massimo del 70%. Quelle risorse finanziarie si sarebbero potute individuare tra quelle già in bilancio e non ancora distribuite (per la mancanza dei decreti attuativi) insieme ad un nuovo debito aggiuntivo la cui somma tuttavia risulterebbe sicuramente Inferiore al monte ristori varato in questa settimana dal governo per porre rimedio agli effetti dell’ultimo Dpcm.

    Una mancanza di visione strategica confermata dall’incapacità di comprendere gli effetti dell’ultimo lockdown parziale che non solo penalizza ancora una volta bar e ristoranti ma in più presenta un ulteriore effetto perverso. Tutte quelle categorie che vengono, per ora, escluse da questo lockdown e conseguentemente non potranno beneficiare di eventuali Ristori stanno pagando in questo preciso momento le medesime conseguenze, se non addirittura maggiori, di quelle interessate dalle chiusure anticipate.

    Il calo dei fatturati in alcuni casi può portare fino a l’azzeramento degli stessi a causa del clima da coprifuoco che in tutte le città dalle 15 massimo 16 si avverte evidente. Molto spesso si considera la perversione come un aspetto legato alla sfera sessuale: mai come in questo caso la perversione risulta un aspetto malefico della sintesi tra la manifesta ignoranza unita all’incapacità amministrativa del governo in carica.

    (*) https://www.ilmessaggero.it/salute/ricerca/lockdown_italia_over_80_anziani_isolare_mortalita_ridotta_ultime_notizie_news-5555669.html

  • I costi emergenziali e le economie conservative

    Le pandemie rappresentano un evento eccezionale al quale nessuno è preparato per affrontare i terribili effetti in termine di vite umane e delle conseguenze economiche.

    Risulta tuttavia evidente come, una volta passata la prima ondata pandemica ed in attesa di una possibile seconda, proprio in virtù dell’esperienza appena vissuta sarebbe necessario dimostrare durante il periodo “di attesa” una strategia che permettesse se non di evitarla quantomeno di contenerne gli effetti ed i conseguenti  danni. Proprio perché una  pandemia rappresenta un evento eccezionale una strategia “conservativa” si sarebbe dimostrata molto più indicata rispetto a quella adottata dal governo. Una strategia conservativa avrebbe dovuto porre al primo posto il contenimento di una eventuale riproposizione delle problematiche relative ai contagi e di conseguenza rimandare sine die tutte le velleità riformiste fino al raggiungimento di un ritrovato equilibrio economico sanitario.

    In altre parole, in presenza ora di una didattica a distanza il solo acquisto dei banchi  con le rotelle per circa un miliardo e mezzo di euro rappresenta un insulto all’intelligenza umana e l’apoteosi della presunzione e mediocrità di chi lo ha ideato e realizzato. Invece l’incompetenza così come la cieca ideologia unita ad una presunzione dei singoli hanno portato ad un evento disastroso con la semplice apertura delle scuole.

    Tornando quindi all’aspetto strategico risulta evidente, persino clamorosa, la differenza tra indennizzi emergenziali ed investimenti a seconda che venga adottata una strategia conservativa o la  classica politica emergenziale la quale interviene successivamente all’evento.

    Francamente non si riesce a capire per quale motivo in questo momento drammatico il governo assicuri indennizzi superiori addirittura a cinque o sei miliardi “a ristoro” dei danni subiti da intere categorie a causa del nuovo dpcm quando le medesime risorse unite a quelle dedicate per i banchi a rotelle avrebbero rappresentato delle risorse ampiamente sufficienti per potenziare i mezzi pubblici che rappresentano il vero problema della diffusione del contagio esploso con la riapertura delle scuole.

    Risulta francamente incomprensibile come si preferisca avviare una “Finanza di soccorso” piuttosto che una Finanza strutturata espressione di una politica conservativa con il fine di non ritrovarsi in una situazione come quella attuale già vissuta durante la prima ondata.

    Certamente è più agevole gestire un’emergenza che immaginare un investimento strutturale per evitarla.

    In questo senso è evidente l’inadeguatezza di questo governo.

  • Covid: i nodi al pettine

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Michele Rallo.

    I nodi stanno per venire al pettine. Non quelli della situazione sanitaria, assai meno preoccupante di quanto i numeri “ufficiali” potrebbero far temere. Ma quelli della situazione economica che, al contrario, è ben più grave di quanto appaia a prima vista.

    Fino ad ora Giuseppi si era affidato al metodo Casalino: non fare nulla, rimandare, prendere tempo, limitarsi a galleggiare sulla paura di PD e grillini di andare a elezioni anticipate, e – ultimo non ultimo – affidarsi alle conferenze-stampa all’ora del telegiornale per acquisire una popolarità da utilizzare poi per i suoi progetti politici.

    Il passaggio piú delicato era stato quello del prolungamento del blocco dei licenziamenti, inizialmente in scadenza in autunno e successivamente prorogato fino al 31 dicembre. Giuseppi II è riuscito così ad evitare il temuto “autunno caldo”, rimandando tutto all’anno nuovo.

    Ma, adesso, anche la scadenza di Natale si avvicina, e l’ombra dei suoi effetti devastanti si staglia minacciosa su uno scenario già drammatico: le tante aziende che non hanno riaperto dopo la chiusura di primavera, i primi disoccupati post-Coronavirus (da cinque a seicentomila, secondo diverse stime) di cui nessuno sembra essersi accorto, le superstiti partite IVA con l’acqua alla gola, interi comparti economici in ginocchio. Se non si trova il modo di estendere ancora il blocco dei licenziamenti (e di pagare la cassa integrazione), subito dopo le feste ci saranno un milione di nuovi disoccupati, che andranno ad aggiungersi al mezzo milione di prima.

    E, questo, senza contare che le prime misure con cui si vorrebbe contrastare la “seconda ondata” del Covid potrebbero decretare una crisi irreversibile di interi comparti: ristorazione, spettacolo, tempo libero, turismo e una larga fetta del settore commerciale.

    La sanità, intanto, è in affanno. Dopo la “prima ondata” non si è fatto nulla per rianimarla. La vecchia “austerità” non è stata rimossa: spese sempre ridotte all’osso, ospedali dismessi non più riaperti, personale sempre più spremuto e non gratificato. Tutto fermo, in attesa che l’emergenza in arrivo faccia cadere le resistenze a richiedere i 37 miliardi del MES. E, anche qui, all’insegna del tirare a campare: ci prendiamo questo prestito, utilizziamo questi soldi per finanziare l’aumento di personale e posti letto, e poi si vedrà. Ma nessuno parla delle condizioni giugulatorie per ottenere il prestito che ufficialmente sarebbe “senza condizioni”. In fondo – mi permetto di osservare – ci sarà ben stato un motivo per cui tutti gli altri candidati al MES abbiano detto “no, grazie”. Tutti, ma proprio tutti: non soltanto la Grecia, che veniva da un’esperienza bruciante, ma anche la Francia, la Spagna, il Portogallo. Tutti vittime di “pregiudizi ideologici”? Oppure qualcuno spinge per ripetere in Italia le porcherie che hanno già fatto in Grecia?

    Intanto – secondo indiscrezioni di stampa – il Fondo Monetario Internazionale (uno dei tre “figli di troika”) ci avrebbe riservatamente suggerito di ricorrere ad un nuovo lockdown, considerandolo idoneo – udite, udite! – a ridurre i danni per l’economia.

    Parallelamente, l’Unione Europea ci consiglia caldamente di tornare a far pagare l’IMU per la prima casa. Vecchio pallino di madame Merkel, che ha rifatto capolino dalla risposta del solito Gentiloni – commissario europeo agli Affari Economici – all’interrogazione di una europarlamentare italiana. Gentiloni ha poi precisato che non c’è una odierna “raccomandazione” europea al riguardo, e tuttavia non ha potuto negare che tale raccomandazione esistesse fin dal 2017 (il “vecchio pallino”) e che lui – guarda caso! – la avesse ricordata proprio in questi giorni.

    Nulla di nuovo. Si sa che gli ambienti PD sono alla disperata ricerca dei soldi per far fronte alle rate con cui dovremo restituire i miliardi del Recovery Fund. Pensioni e reddito di cittadinanza sono in cima ai pensieri dei merkeliani di casa nostra. Ma subito dopo verranno le case degli italiani, che la Kanzlerin vorrebbe in qualche modo sacrificare.

    Giuseppi non si scompone. L’importante é che tutte queste cose non facciano saltare gli equilibri – sempre più precari – fra piddini e grillini, o quelli fra grillini governisti e grillini movimentisti. Per il momento, le misure anti-Covid in gestazione servono benissimo a distogliere l’attenzione generale da un quadro politico europeo che comincia ad essere assai traballante.

    Senonché proprio queste misure anti-Covid possono fare saltare tutto: non solo il quadro politico italiano e quello dei rapporti con la UE, ma la stessa tenuta sociale di quello che resta del sistema Italia. In questo momento – scrivo al mattino della domenica – il Conte Tacchia e le delegazioni dei partiti di governo stanno trattando su un pacchetto di misure che è sostanzialmente un lockdown mascherato. La paventata chiusura totale non é prevista, nel senso che le “attività produttive” dovrebbero essere lasciate in funzione; ma una larga fetta delle attività commerciali e dei servizi saranno probabilmente chiusi o sottoposti a “coprifuoco”.

    A pagare il conto più salato saranno gli stessi di marzo-aprile. E, questa volta, moltissimi non saranno più in grado di riaprire. Indennizzi? Mi aspetto un’altra fregatura “poderosa”, come quella dell’altra volta.

    Sul piano “tecnico”, si continuerà a raccontarci che i contagi possono venire dagli stadi (15% del pubblico ammesso, all’aperto) e non da trasporti pubblici degni del terzo mondo (80% dei passeggeri consentito, al chiuso e in spazi ristretti).

    Intanto, le nostre coste e i nostri confini terrestri del nord-est continuano ad essere assaltati da legioni di migranti economici (non hanno più il coraggio di definirli ipocritamente “rifugiati”). Migranti che non soltanto ci scodellano un robusto supplemento di virus – checché ne dica la ministressa degli Interni – ma vengono a cercare lavoro (e abitazioni e assistenza sanitaria e trattamenti previdenziali e tante altre cose) in un paese che é con l’acqua alla gola.

    Lo sfascio è totale, siamo a un passo dal marasma.

    Giuseppi non lo capisce. Questa sera – ci scommetto – ce lo vedremo candidamente pontificare dagli schermi tv all’ora di cena, liscio e impomatato come al solito, a raccontarci che “tutto va ben, madama la marchesa”, che i sacrifici “necessari” (quelli degli altri) ci faranno superare anche quest’altro nuovo momentaccio e che, in ogni caso, l’Italia può sempre contare sulla solidarietà operante e sull’amicizia imperitura dell’Unione Europea. L’importante è che non si vada a votare.

  • Il Mes: il tragico “palleggio” tra il -2% ed il +11,9%

    Durante l’arco dell’intera estate tutti gli esponenti del governo e della maggioranza parlamentare che lo sostiene hanno disquisito dell’utilizzo o meno delle risorse del Mes in una tragicommedia, che vedeva coinvolta anche l’opposizione, in relazione ai tassi di interesse richiesti al servizio.

    La contrapposizione era relativa alla valutazione se il Mes comportasse dei costi superiori a quelli richiesti dal mercato nel sottoscrivere i titoli del debito pubblico italiano (*). Uno spettacolo indicato, da dotti e telegenici commentatori, come l’essenza del confronto politico che arricchisce il tessuto democratico del nostro Paese.

    Viceversa nessuno ha considerato, ieri come oggi, ma soprattutto valutato appieno le conseguenze della eccezionalità del momento legato alla prima ondata del covid-19 come alla possibilità, ora triste realtà, di una seconda sotto il profilo squisitamente gestionale ma anche strategico. Questa eccezionalità avrebbe dovuto ispirare un atteggiamento molto più pragmatico al di là della propria posizione ideologica al fine di comprendere come il Mes, proprio per la sua specifica destinazione per il SSN, potesse essere una risorsa da utilizzare in una duplice finalità. La prima sicuramente finalizzata ad attrezzare con la massima urgenza il sistema sanitario in previsione di una possibile seconda ondata, quindi aumentare il numero dei posti disponibili in terapia intensiva in un’ottica prudenziale molto più indicata di un banco con le rotelle.

    Contemporaneamente con una seconda altrettanto importante che permettesse allo stesso sistema sanitario nazionale di non tralasciare le patologie passate in secondo piano rispetto al covid 19.

    Da allora a tutt’oggi la sanità pubblica, in un momento di eccezionale gravità e difficoltà, non ha ottenuto nessuna risorsa aggiuntiva extrabilancio che il Mes avrebbe invece assicurato. In questo senso, infatti, si ricorda come solo Veneto, Friuli-Venezia e Valle d’Aosta abbiano aumentato la capacità delle terapie intensive.

    Gli effetti di tale disastroso e vergognoso attendismo del governo centrale e di buona parte delle Regioni vengono espressi dal singolo dato riportato nel titolo. Questo da solo pone la maggioranza, come l’intero quadro politico, di fronte alle proprie responsabilità che dovrebbe portare ad un cambiamento di passo nella gestione della sanità pubblica. Come conseguenza diretta di una struttura sanitaria di fronte ad una seconda ondata dei contagi risultano aumentate dell’11,9% le morti da tumore al colon legate al ritardo nella diagnosi. Quindi, invece di utilizzare le risorse disponibili che il Mes avrebbe reso disponibili immediatamente in previsione di una possibile seconda ondata ma anche per non rendere di una secondaria importanza le altre patologie mortali, l’aumento di oltre il 11,9% di questa tipologia di decessi rappresenta il Vergognoso risultato di questo attendismo attribuibile all’intera classe politica nella sua complessità. A causa di manieristiche disquisizioni tra differenze decimali di interesse si è verificata una crescita dell’11,9% di maggiori decessi per ritardi nelle diagnosi.

    La responsabilità di questi decessi va interamente attribuita al miserabile gioco politico che rappresenta un costo insostenibile per la cittadinanza.

    Quando per una classe politica dirigente risultano prioritarie le differenza decimali relative ad un finanziamento esclusivo ed immediato per il SSN e che rappresenta meno del 2% dell’ammontare dell’intero debito pubblico risulta, come logica conseguenza, che il quadro istituzionale ed economico siano destinati ad implodere.

     

  • In attesa di Giustizia: emergenza continua

    I contagi, purtroppo, segnano una curva in decisa risalita: è in arrivo la seconda ondata, quella in cui nessuno credeva sebbene se ne fosse anticipato il rischio. Non diversamente da quello che sembra accadere nel settore della sanità, invece che lavorare d’anticipo per prevenire i problemi, anche in quello della giustizia si corre ai ripari con un certo ritardo. Piuttosto che niente è meglio piuttosto, si dirà ed è di pochi giorni fa la notizia di un accordo tra Ministro di Giustizia e sindacati del comparto sulla organizzazione di uno smart working lontano dalla versione caricaturale praticata in fase di lockdown, e purtroppo anche oltre, con uffici giudiziari che, se va tutto bene, funzionano tutt’ora a due cilindri (nemmeno a tre…).

    Come si è annotato in precedenti articoli, il personale distaccato a casa non era autorizzato ad accedere ai registri ordinariamente accessibili dall’ufficio ed alla rete protetta: uno smart working all’amatriciana, insomma. Ora, sebbene nulla di preciso si sappia della gara per la fornitura, dovrebbero essere consegnati migliaia di computer portatili, con licenza di accesso ai dati riservati agli uffici. Bene, una volta tanto e se funzionerà, il sistema potrà costituire senz’altro un valore aggiunto anche trascorsa la fase emergenziale.

    Nessuna notizia, peraltro, sul corrispondente accesso smaterializzato degli avvocati agli uffici giudiziari. Male, anzi malissimo perché non servono strumenti tecnologici nuovi ma solo una normativa che autorizzi l’uso della pec per depositare gli atti difensivi: ora, invece, si è costretti ad andare in Tribunale, facendo lo slalom tra divieti, file in assembramento, prenotazione di accessi concessi con evidente fastidio come se l’ingresso fosse facultato a degli untori.

    Vero è che il deposito telematico di atti presuppone una riorganizzazione della fase ricettiva degli stessi, ma è un problema banale da risolvere.

    Massima comprensione per quelle che sono le priorità di chi ci governa, ma oltre ai diritti sindacali, pur legittimi, il diritto di difesa dei cittadini non può essere trascurato prima che questo attivismo a senso unico, sollecitato dalla previsione della possibile ricaduta in condizioni di grave emergenza sanitaria, determini una ulteriore emergenza nell’emergenza.

    E, a proposito di emergenza, sarebbe anche giunto il momento per avere una informazione univoca, chiara e trasparente sui dati reali del fenomeno epidemico, dalla cui dimensione dipenderanno scelte cruciali nelle prossime settimane (tra le quali, dunque, anche quelle relative allo svolgimento dell’attività giudiziaria).

    Lungi da ogni forma idiota di negazionismo, anzi, sono da considerare grottesche le resistenze pseudo-libertarie alle regole di distanziamento sociale ed all’uso della mascherina: ma non si può più negare il dato di una torbidità della informazione sulla epidemia. Anche un analfabeta in matematica, comprende la totale arbitrarietà della comunicazione di numeri dei contagi in valore assoluto, accompagnati a mezza bocca dalla variabile dei tamponi effettuati, come se fosse informazione di contorno.

    Perché si insiste nella diffusione di dati privi del benché minimo rigore statistico?

    Le informazioni di rilevanza pubblica non sono un patrimonio che il Governo di un Paese democratico possa amministrare in modo inspiegabilmente arbitrario, oscuro, nebuloso: ne risentono la vita sociale, l’economia, ovviamente la dislocazione di presidi sanitari e non può trascurarsi il settore della giustizia la cui attesa, altrimenti, con l’aggiunta delle criticità portate dalla epidemia l’attesa diventerà infinita. Insomma, dateci informazioni, invece di dare i numeri.

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