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  • Deliri e irresponsabilità di un autocrate

    Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale: vedano cioè in lui l’animale delirante.

    Friedrich Nietzsche

    Il crollo del Muro di Berlino il 9 novembre 1989 segnò anche l’inizio della disgregazione del blocco comunista, guidato dall’Unione Sovietica (l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, costituita il 30 dicembre 1922 e smembrata  il 26 dicembre 1991; n.d.a.).  Un anno dopo, in tutti i Paesi dell’Europa dell’est erano caduti i regimi totalitari comunisti. L’ultimo che resisteva ancora, in quel periodo, era il più crudele di tutti, il regime albanese, nonostante avesse le sue ore contate. Ed era il 20 febbraio del 1991 quando migliaia cittadini, che avevano ucciso finalmente la paura, si diressero verso il centro di Tirana. Proprio lì, nella piazza principale della capitale, dove una gigantesca statua del dittatore comunista sfidava tutti. Una statua che i cittadini erano ben determinati e motivati a buttarla giù. Non sono valsi a niente neanche gli attacchi delle forze speciali del regime di fronte alla sacrosanta rivolta dei cittadini oppressi, da decine di anni, dalla dittatura. Finalmente, alle 14.06 di quel memorabile 20 febbraio 1991, la statua del dittatore è stata buttata giù, tirata con un cavo d’acciaio da un vecchio camion. Crollò così l’ultimo regime comunista dell’Europa dell’est. Il simbolismo di quella data era molto significativo ed importante. Lo esprimevano bene le frasi, gridate con cuore in quel periodo, dai cittadini in ogni parte dell’Albania. “Vogliamo l’Albania democratica!”. “Vogliamo l’Albania come tutta l’Europa!”. Così echeggiavano le strade e le piazze trent’anni fa in Albania.

    Purtroppo adesso, trent’anni dopo quel memorabile 20 febbraio 1991, l’Albania non è ancora un Paese democratico. Anzi, in Albania da alcuni anni, si sta consolidando una nuova e camuffata dittatura. Ma non per questo, meno pericolosa. Guarda caso, alcuni dei dirigenti delle massime istituzioni pubbliche sono proprio i diretti discendenti dei dirigenti della nomenklatura durante la dittatura comunista. Primo ministro in testa. E, guarda caso, l’ultimo ministro degli Interni della dittatura comunista attualmente è il presidente del Parlamento! Purtroppo adesso, dopo trent’anni, l’Albania si sta allontanando, ogni giorno di più, da quell’Europa che ha sempre rappresentato la libertà, la democrazia e la prosperità per gli albanesi. Non solo, ma purtroppo adesso, trent’anni dopo, si sta consapevolmente e diabolicamente cercando di dimenticare il 20 febbraio 1991 e tutto il suo simbolismo. Sabato scorso correva il trentesimo anniversario del simbolico crollo della famigerata e crudele dittatura comunista in Albania. Ma sabato scorso, tranne qualche “cinguettio” nelle reti sociali, quasi niente è stato fatto per ricordare e celebrare quanto è accaduto quel lontano ormai 20 febbraio 1991. Purtroppo, da alcuni anni, si stanno vistosamente riducendo le attività pubbliche per commemorare quella data ed il suo simbolismo! Ovviamente non ci si poteva aspettare che il primo ministro e i suoi facessero qualcosa in proposito. Ma non hanno organizzato e non hanno fatto nessuna attività celebrativa neanche i dirigenti del maggiore partito dell’opposizione albanese. Proprio di quel partito che, costituito nel dicembre 1990, ha motivato e guidato i cittadini nelle loro proteste, compresa anche quella del 20 febbraio 1991. Proteste che hanno fatto cadere l’ultima dittatura comunista nell’Europa dell’est. Chissà perché un simile comportamento da parte dei dirigenti dell’opposizione albanese?!

    Purtroppo, come dimostrano innumerevoli fatti accaduti e che stanno continuamente accadendo, fatti documentati e testimoniati, fatti pubblicamente noti e denunciati, la situazione in Albania sta peggiorando ogni giorno che passa. Il nostro lettore, da anni ormai, è stato continuamente informato di una simile e drammatica realtà. E di questa grave e preoccupante realtà il principale responsabile è il primo ministro del Paese. Proprio colui che, come sancito dalla Costituzione della Repubblica, ha il compito e l’obbligo istituzionale di gestire, nel migliore dei modi, la cosa pubblica e di garantire tutti i processi necessari per la democratizzazione del Paese, il rispetto di tutti i diritti dei cittadini, nonché il loro benessere, in tutte le sue forme. Purtroppo quanto è accaduto in Albania, anche durante quest’ultimo anno, dimostrerebbe proprio il contrario. Un anno questo, reso ancora più difficile dalla pandemia. Una grave situazione che non è stata affrontata con la dovuta serietà e responsabilità, istituzionale ed umana, da parte del primo ministro. Anzi, quanto è accaduto e sta accadendo, anche in questi ultimi giorni, sta palesemente evidenziando e testimoniando proprio un comportamento irresponsabile e delirante del primo ministro. Lui e la sua potente e ben organizzata propaganda stanno cercando di mentire e di ingannare di nuovo e per l’ennesima volta i sofferenti cittadini. Anche durante questo difficile e seriamente grave periodo di pandemia. Come sempre hanno fatto in questi otto anni, da quanto lui è salito al potere. E durante questi ultimi otto anni il primo ministro non ha fatto altro che abusare del potere conferito. Tenendo, però, presente che l’Albania è uno tra i più poveri Paesi europei. Un Paese dove, purtroppo, non funzionano più le istituzioni. O meglio, dove quasi tutte le istituzioni sono direttamente controllate dal primo ministro e/o da chi per lui. Comprese anche le istituzioni del “riformato” sistema della giustizia! Anche questo è ormai un fatto noto pubblicamente ed internazionalmente. E tutto ciò, per raggiungere un solo obiettivo: far vincere a tutti i costi il tanto ambito e vitale terzo mandato all’attuale primo ministro albanese.

    Proprio di colui che, con la sua ormai ben nota irresponsabilità, non ha fatto niente, diversamente da tutti i suoi simili, anche nei paesi balcanici confinanti, per procurare in tempo i tanto necessari vaccini contro la pandemia. E mentre adesso che la pandemia si sta paurosamente propagando, uscendo da ogni controllo, in Albania mancano i vaccini, nonostante le continue “promesse” del primo ministro. “Promesse” ripetute ogni settimana con la stessa “fermezza e convinzione” da lui e che, poi, ogni settimana regolarmente non sono mantenute. L’unica cosa che il primo ministro sta cercando in tutti i modi di fare è continuare a mentire e ingannare spudoratamente per fare tutto il possible per nascondere questa realtà molto drammatica. Proprio lui che, soprattutto durante la pandemia, ha sperperato milioni per i suoi “soliti clienti”, tramite “appalti” privi di ogni dovuta e obbligatoria trasparenza. Proprio lui però che non ha speso niente per affrontare la pandemia. Ha sperperato il denaro pubblico, con il quale ogni persona responsabile che ha, come lui, simili obblighi istituzionali dovrebbe aver garantito in tempo, tra l’altro, anche la necessaria quantità di vaccini. Ma lui ha scelto, come sempre in questi otto anni, di abusare del potere e della cosa pubblica, a scapito dei cittadini.

    Da persona irresponsabile qual è, il primo ministro albanese sta cercando di sfuggire dai suoi obblighi istituzionali. Come sempre ha fatto. Ma ha però la delirante sfacciataggine di far credere agli albanesi che essi verranno vaccinati solo e soltanto perché, come dichiarava alcuni giorni fa, “… avete me come primo ministro”! Come ha già dichiarato prima, che lui è “il rappresentante di Dio”. Proprio lui, il “Padre degli albanesi”! Un “Padre” che, nel suo irrefrenabile delirio, riconosce a se stesso anche il diritto di selezionare chi deve essere vaccinato, per essere salvato, e chi deve subire dalla pandemia. Compresi, tra questi ultimi, anche la maggior parte dei medici, infermieri ed altro personale sanitario che devono, ogni giorno, essere esposti al contagio dal coronavirus. Generando così, irresponsabilmente e pericolosamente, nel pieno del suo delirio di onnipotenza, anche l’avvio di un processo di genocidio tra gli albanesi.

    Chi scrive queste righe è fermamente convinto che c’è solo e soltanto una soluzione contro i deliri e l’irresponsabilità di un autocrate come l’attuale primo ministro albanese. La soluzione contro un simile “animale delirante”, come scriveva Friedrich Nietzsche, è una ribellione e una determinata rivolta continua dei cittadini consapevoli e responsabili. Proprio di quei cittadini che valutano come sacrosanti ed alienabili i valori della Libertà e della Democrazia. Di quei cittadini che capiscono e condividono consapevolmente quanto scriveva Primo Levi. E cioè che “Tutti coloro che dimenticano il loro passato sono condannati a riviverlo!”. Una frase, quest’ultima, che ricorda anche quanto è stato scritto, in trenta lingue diverse, su un monumento commemorativo nel primo campo di concentramento in Germania, quello di Dachau,. Soltanto così gli albanesi possono arginare e rovesciare l’ormai funzionante regime autocratico in Albania. Soltanto così essi possono portare avanti quel processo di democratizzazione cominciato il 20 febbraio 1991. A loro la scelta!

  • La pandemia aumenta del 15% le adozioni di animali: sono in una casa su tre

    Più di una famiglia italiana su tre ospita in casa almeno un animale da compagnia ma nell’anno del Covid si è registrato un vero e proprio boom di adozioni con un aumento del 15% di cani e gatti che hanno trovato accoglienza nelle case secondo l’Enpa. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti in occasione della tradizionale benedizione di Sant’Antonio Abate, il Patrono degli animali. Una tradizione popolare – spiega Coldiretti – che il 17 gennaio vede in tutta Italia il ripetersi del rito la benedizione dalla variegata moltitudine di esemplari presenti sul territorio nazionale nelle case, nelle campagne, nelle stalle, ovili e nei pollai. “Se durante la pandemia si è verificato un aumento della presenza di animali nelle case dove hanno aiutato molti italiani a superare i momenti difficili del lockdown, nelle campagne la crisi – sottolinea la Coldiretti – ha provocato un crollo della presenza degli animali nelle stalle anche a causa delle pratiche sleali che sottopagano il latte agli allevatori, in un momento in cui invece è fondamentale difendere la sovranità alimentare del Paese con l’emergenza pandemia che ostacola gli scambi e favorisce speculazioni, come dimostra l’avvio da parte dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato di quattordici istruttorie nei confronti di altrettanti caseifici acquirenti di latte crudo vaccino ed ovi-caprino”.

    “Un addio che – continua la Coldiretti – ha riguardato la pianura e soprattutto la montagna e le aree interne più difficili dove mancano condizioni economiche e sociali minime per garantire la permanenza di pastori e allevatori. A preoccupare ora sono gli effetti dello stop al turismo invernale destinato ad avere effetti non solo sulle piste da sci ma – continua la Coldiretti – sull’intero indotto delle vacanze in montagna, dall’attività dei rifugi alle malghe con la produzione dei pregiati formaggi. Proprio dal lavoro di fine anno dipende buona parte della sopravvivenza delle strutture agricole che con le attività di allevamento e coltivazione – sostiene la Coldiretti – svolgono un ruolo fondamentale per il presidio del territorio contro il dissesto idrogeologico, l’abbandono e lo spopolamento”.

    “Quando una stalla chiude si perde un intero sistema fatto di animali, di prati per il foraggio, di formaggi tipici e soprattutto di persone impegnate a combattere, spesso da intere generazioni, lo spopolamento e il degrado. L’allevamento italiano – conclude la Coldiretti – è poi un importante comparto economico che vale 17,3 miliardi di euro e rappresenta il 35% dell’intera agricoltura nazionale, con un impatto rilevante anche dal punto di vista occupazionale dove sono circa 800mila le persone al lavoro”.

  • COVID-19: la Commissione sostiene i servizi trasfusionali per aumentare la raccolta di plasma da convalescenti

    La Commissione europea ha selezionato 24 progetti che svilupperanno nuovi programmi, o amplieranno quelli esistenti, per la raccolta di plasma da donatori guariti dalla COVID-19. Le donazioni di plasma saranno utilizzate per la cura dei pazienti affetti dalla malattia. Queste sovvenzioni sono il risultato di un invito, rivolto lo scorso luglio a tutti i servizi trasfusionali pubblici e senza scopo di lucro dell’UE e del Regno Unito, a richiedere finanziamenti per l’acquisto di attrezzature per la raccolta del plasma. L’azione è finanziata attraverso lo strumento per il sostegno di emergenza, per un totale di 36 milioni di €. I progetti, che saranno realizzati in 14 Stati membri* e nel Regno Unito, hanno carattere nazionale o regionale e, nella maggior parte dei casi, comporteranno la distribuzione di fondi a un gran numero di centri locali di raccolta del sangue o del plasma (oltre 150 in totale).

    Le sovvenzioni sosterranno l’acquisto di apparecchi per la plasmaferesi e relative attrezzature, compresi kit per la raccolta e attrezzature di stoccaggio, e contribuiranno alle spese per i test di laboratorio e la caratterizzazione del plasma e per i cambiamenti organizzativi all’interno dei centri trasfusionali. Sono pervenute richieste da 14 Stati membri e dal Regno Unito e in tutti questi paesi sono stati selezionati progetti che riceveranno finanziamenti.

    Il trattamento consiste nella trasfusione a pazienti malati di plasma da convalescenti per aumentarne l’immunità e la capacità di combattere il virus. Il plasma può inoltre essere fornito all’industria per la purificazione degli anticorpi al fine di produrre un medicinale contro la COVID-19 (immunoglobulina).

    L’efficacia di entrambi questi approcci è oggetto di studio a livello mondiale, anche nell’ambito di progetti di ricerca dell’UE finanziati da Orizzonte 2020, Questi due potenziali trattamenti si basano sulla raccolta di grandi quantitativi di plasma da convalescenti donato da pazienti guariti.

    I risultati preliminari sono promettenti: le prove mostrano segni di efficacia e un’incidenza molto bassa di reazioni avverse. Altri risultati delle sperimentazioni cliniche complete arriveranno a breve, ma quelli disponibili finora suggeriscono che la trasfusione precoce di plasma contenente elevate concentrazioni di anticorpi è estremamente efficace nel ridurre la mortalità dei pazienti. È dunque opportuno raccogliere il maggior numero possibile di donazioni di plasma da convalescenti per garantire che quello più ricco di anticorpi possa essere somministrato ai pazienti. Le donazioni non adatte a questo scopo possono essere utilizzate per altre terapie trasfusionali e per la fabbricazione di altri medicinali essenziali.

    Attualmente i servizi trasfusionali pubblici e la Croce Rossa raccolgono per lo più donazioni di sangue intero da cui il plasma viene poi separato. Questo sistema di raccolta è molto meno efficiente della plasmaferesi, un processo in cui il plasma è prelevato dal donatore mentre gli altri componenti del sangue gli sono restituiti. Con la plasmaferesi, un singolo prelievo consente di ottenere dai donatori volumi di plasma più elevati; inoltre la donazione di plasma può essere effettuata ogni 2 settimane, mentre quella di sangue intero ogni 3-4 mesi.

    Lo strumento per il sostegno di emergenza (Emergency Support Instrument, ESI), adottato dal Consiglio nell’aprile 2020, consente al bilancio dell’UE di intervenire per fornire un sostegno di emergenza: in tal modo l’Unione nel suo complesso è posta nelle condizioni di affrontare le conseguenze umane ed economiche di una crisi come la pandemia in corso.

    L’ESI dota l’UE di un’ampia gamma di strumenti per sostenere gli sforzi degli Stati membri tesi ad affrontare la pandemia di COVID-19, rispondendo a esigenze che possono essere meglio affrontate in modo strategico e coordinato a livello europeo.

  • Il SSN e l’aberrante eugenetica applicata a valle del ciclo vitale

    Nel nuovo piano pandemico che sta per essere elaborato viene prevista la possibilità di scegliere chi si debba curare nel caso in cui la disponibilità di farmaci e di strutture sanitarie non sia sufficiente: in altre parole una scelta in rapporto ad una potenziale possibilità di risposta alle cure o, peggio, alle aspettativa di vita del paziente.

    Viene attribuita, in sostanza, la possibilità ad un medico di scegliere in situazioni di estrema urgenza della vita e della morte di persone in estrema difficoltà in quanto pazienti che legittimamente sperano e si aspettano di venire curati e magari guariti. Una facoltà che nessuno al mondo dovrebbe avere la possibilità di esercitare, anche se in condizioni estreme, tantomeno nei confronti di persone in difficoltà come nel caso di un paziente ospedaliero.

    Un sistema sanitario nazionale, all’interno del quale venga inserito un piano pandemico, deve fin dall’inizio dimostrare nelle proprie linee guida di possedere come obiettivo da perseguire la salvaguardia di ogni vita indipendentemente dall’età, dal sesso, dalla nazionalità o dal colore della pelle.

    In questo contesto apprendo con vivo disgusto che le Primule volute dal governo e “create” dall’architetto Boeri costeranno allo Stato 200.000 euro l’una: essendo queste 1.500 l’esborso finale sarà di 300 milioni (https://www.ilpattosociale.it/attualita/le-1-500-primule-il-fiore-del-delirio-italico/).

    Con il diverso utilizzo di queste risorse si potrebbe approntare, invece, un piano pandemico che abbia come obiettivo strategico quello di cercare con ogni mezzo di salvare TUTTE le persone e non di selezionare, al contrario, chi debba vivere e chi morire.

    Il piano pandemico in via di definizione assieme alle narcisistiche Primule dell’architetto Boeri dimostrano quindi quanto possa risultare miserabile l’attuale classe politica e dirigente che dovrebbe ideare e realizzare progetti finalizzati alla salute pubblica e perciò alla vita di tutti i pazienti indipendentemente dal fatto che questi abbiano di fronte a sé un arco temporale ampio o di soli pochi giorni. Solo delle persone umanamente miserabili ed eticamente prive di ogni principio possono dilapidare risorse per una egocentrica manifestazione della propria creatività sottraendole ad un sistema sanitario che in questo modo fa proprio il principio della eugenetica a valle del ciclo della vita umana. Solo Dio, per chi crede, o l’incedere naturale possono determinare il fluire della vita verso l’inevitabile morte. Nel caso in cui, invece, si preveda all’interno di un piano pandemico di assegnare al personale medico il potere oggi di decidere a chi somministrare le cure in rapporto a fattori soggettivi, cioè indicati e formulati da soggetti che utilizzano parametri opinabili, verrebbe meno la stessa definizione di Sistema Sanitario Nazionale. Questo, infatti, assumerebbe le caratteristiche di un sistema, di spartana origine, di selezione della specie eugenetica a valle del ciclo della vita.

    Questa vergognosa selezione dei pazienti a carico del personale medico in previsione oggi un domani potrà venire assegnata magari ad un magistrato o ad un politico in virtù di una suprema ragione di Stato.

    Questo piano pandemico, nelle sue linee guida, non rappresenta altro se non una indegna forma di Stato etico il quale decide a seconda di parametri soggettivi, nello specifico di disponibilità di letti o medicinali, chi sia considerato degno di vivere o chi invece venga destinato alla morte.

    In futuro magari questa selezione potrà avvenire in rapporto ad altri parametri economici ed etici a seconda della convenienza sempre di chi “opera in nome dello Stato”.

    In altre parole lo Stato etico verso il quale la classe politica attuale intende condurci rappresenta solo la versione aggiornata della sintesi malsana di una dottrina nazicomunista in virtù della quale le ragioni di Stato, qualsiasi esse siano, hanno sempre la prevalenza sulle legittime aspettative democratiche dei singoli cittadini.

    Lo stato etico così si crede Dio.

  • Detective stories: un hacker ha cercato di attaccarmi con Emotet

    Un hacker ha cercato di imbrogliarmi inviandomi una mail “trappola” e, dato che ci troviamo di fronte ad un tipo di minaccia particolarmente diffusa in questo periodo, mi sembra giusto parlarne per sensibilizzare i lettori di questa testata.

    Parliamo di “Emotet”, e non si tratta del nome di un film di Cristopher Nolan, ma di un pericoloso malware creato in Russia nel 2014 che tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 sta vivendo un periodo di fortissima diffusione.

    Il modus operandi degli hacker è quello di attaccare la vittima (solitamente una azienda), inviando una mail con annessa la richiesta di spiegazioni circa una fattura/pagamento il cui file di riferimento si trova in allegato.

    In allegato però invece del solito pdf o file di word troveremo un file con al suo interno un malware pronto ad installarsi automaticamente sui vostri pc in seguito all’apertura.

    Sostanzialmente si tratta sempre della solita tattica utilizzata dagli hacker i quali però, una volta eseguito con successo l’attacco ad un utente, inviano a cascata mail (e quindi attacchi) a tutti i contatti presenti nella rubrica della vittima, questa volta però scrivendo dall’indirizzo email della prima vittima e quindi aumentando la propria credibilità e possibilità di successo.

    A differenza di altri virus o ransomware utilizzati negli ultimi anni, Emotet consente agli hacker di effettuare un periodo di “monitoraggio” della vittima, supportandoli nell’acquisizione di più dati possibili, puntando principalmente alle password per i servizi bancari digitali tipo home banking o simili. I danni possono essere irreparabili, soprattutto a livello aziendale.

    Nel mio caso specifico è stato curioso osservare come la mail in questione, apparentemente spedita da un conosciuto hotel di Milano con il quale la nostra agenzia investigativa ha effettivamente avuto per molti anni un rapporto consolidato di lavoro, provenisse in realtà da un altro indirizzo, ovvero quello di una società brasiliana a me del tutto sconosciuta.

    Effettuata l’analisi del file ed accertatomi subito della presenza del malware, ho effettuato alcuni approfondimenti ed ho scoperto che la vittima dell’attacco (del tutto inconsapevole fino al momento del mio contatto) si era effettivamente recata a Milano in vacanza qualche anno prima dove aveva soggiornato proprio presso quel famoso hotel.

    Come siano poi giunti a me resta un mistero che per motivi di tempo non ho intenzione di approfondire, ma non posso fare altro che consigliare a tutti i lettori di diffidare sempre da mail (conosciute o meno) che richiedono di aprire documenti in allegato senza fornire troppe spiegazioni.

    Gli hacker puntano sempre sull’effetto sorpresa e sulla paura, perciò nella mail faranno riferimento a pagamenti urgenti, multe o chiarimenti circa fatture affinché venga subito aperto il file in allegato. Perciò verificate sempre che il mittente sia conosciuto (condizione però che non può garantire l’attendibilità della mail) e che corrisponda al nome dell’intestatario della mail, che il tono, lo stile della scrittura sia quello utilizzato solitamente dal vostro interlocutore (spesso, per evitare di farsi scoprire, gli hacker scrivono poche frasi standard evitando di dilungarsi), ma soprattutto non aprite mai documenti in allegato contenenti file .zip o .exe . ed evitate di cliccare su link presenti all’interno della mail.

    Infine, avere un buon antivirus è sempre utile, qualora un hacker dovesse colpirvi durante una giornata nella quale per mille motivi siete meno attenti del solito nella maggior parte dei casi sarà l’antivirus ad individuare il malware e ad avvertirvi in tempo.

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubrica: d.castro@vigilargroup.com

  • Condannata la reporter cinese che raccontò il virus a Wuhan

    A quasi un anno dallo scoppio della crisi del Covid-19, Zhang Zhan, ex avvocato diventata giornalista-cittadina, è stata condannata a 4 anni di carcere per la copertura in diretta fatta da Wuhan, l’epicentro dell’epidemia in Cina trasformatasi in pochi mesi in pandemia.

    La sentenza del tribunale di Shanghai, maturata dopo una breve udienza, ha motivato la colpevolezza per aver “raccolto litigi e provocato problemi” in scia alla segnalazione dei fatti iniziali dell’emergenza quando, nella città dove il letale coronavirus è stato individuato per la prima volta, si parlava di “polmonite misteriosa”. I resoconti di Zhang, 37 anni, furono a febbraio seguitissimi e diventarono virali sui social media, attirando inevitabilmente l’attenzione delle autorità.

    Il controllo del flusso di informazioni durante la crisi sanitaria è stato fondamentale per consentire alle autorità cinesi di definire la narrativa degli eventi a proprio favore, malgrado le incertezze iniziali la cui denuncia ha provocato conseguenze per i loro autori. Su tutti, la sorte di Li Wenliang, il giovane medico che per primo lanciò inascoltato l’allarme sul virus che gli ricordava la Sars: fu fermato dalla polizia, minacciato, screditato prima di essere riabilitato e fatto tornare al lavoro, morendo poi a soli 34 anni per il contagio del virus.

    “Zhang Zhan sembrava devastata alla lettura della sentenza”, ha riferito Ren Quanniu, uno dei legali della difesa della gionalista-cittadina, secondo i media locali, confermando la pena detentiva di 4 anni fuori dal Tribunale popolare di Shanghai Pudong. La donna, in arresto da maggio, è in condizioni di salute preoccupanti a causa dello sciopero della fame iniziato a giugno e che ha portato all’alimentazione forzata tramite un sondino nasale. “Quando sono andata a trovarla la scorsa settimana ha detto: ‘Se mi danno una condanna pesante, rifiuterò il cibo fino alla fine’… Pensa che morirà in prigione”, ha aggiunto Ren. “È un metodo estremo per protestare contro questa società e questo ambiente”.

    La condanna è maturata a poche settimane dall’arrivo in Cina del team internazionale di esperti dell’Oms per indagare sulle origini del Covid-19. Zhang è stata critica nei confronti della risposta messa in campo a Wuhan dal governo centrale, scrivendo a febbraio che il governo “non ha fornito alla gente tutte le informazioni sufficienti, quindi ha semplicemente bloccato la città (il lockdown di fine gennaio, ndr). Questa è una grande violazione dei diritti umani”.

    Zhang è stata la prima ad avere avuto un processo nel gruppo dei quattro giornalisti cittadini – Chen Qiushi, Fang Bin e Li Zehua -, detenuti dalle autorità all’inizio dell’anno per aver scritto degli eventi di Wuhan. Anche i gruppi per i diritti umani hanno richiamato l’attenzione sul caso di Zhang. Le autorità “vogliono usare il suo caso come esempio per spaventare altri dissidenti dal sollevare domande sulla situazione pandemica a Wuhan all’inizio di quest’anno”, ha commentato Leo Lan, consulente di ricerca e difesa della Ong cinese per i difensori dei diritti umani, denunciando un gioco altamente rischioso.

  • Il comparto del turismo: nel 2020 ha perso 53 miliardi

    Arriva un’altra fotografia impietosa sulla crisi del turismo italiano massacrato dalla pandemia: il 2020 chiude con 53 miliardi di euro in meno rispetto al 2019, contrazione dovuta principalmente alla riduzione di turisti internazionali in tutto l’arco dell’anno e che nei mesi estivi ha superato il 60%. Ma non basta: l’analisi predittiva dei primi tre mesi del 2021, basata su scenari Covid a forte restrizione sociale, indica una perdita stimata di 7,9 miliardi con una riduzione del 60% dei flussi italiani e dell’85% di quelli stranieri. I dati sono stati forniti al webinar “Turismo prossimo venturo: il rilancio riparte dai territori” in cui è stato presentato il nuovo Osservatorio sull’Economia del Turismo delle Camere di commercio realizzato con il contributo tecnico scientifico di Isnart a cui hanno partecipato oltre alle principali associazioni del turismo anche il ministro Dario Franceschini e il presidente dell’Enit Giorgio Palmucci.

    “Oggi abbiamo il dovere di sostenere tutte le spese del settore ad attraversare questo tempo complicato e questo deserto – ha detto Franceschini – ma contemporaneamente dobbiamo prepararci a governare la crescita impetuosa che il turismo italiano tornerà ad avere appena l’emergenza sanitaria sarà finita. Negli altri settori la crescita sarà più lenta ma nel turismo, sarà veloce. Ricordiamoci che a gennaio 2020, sembra tanto tempo fa ma non lo è, parlavamo di overtourism e ticket d’ingresso e di come governare la crescita”. Il ministro ha poi sottolineato come non sia una controparte del mondo del turismo ma il rappresentante di questo settore così in sofferenza: “Io ho visto sulla stampa un appello firmato dalle associazioni di fare di più sul turismo, non posso farlo ma se potessi farlo lo firmerei anche io quell’appello. Ho letto anche la polemica dei 3 miliardi destinati a turismo e cultura nel Recovery Fund che sono ritenuti insufficienti dalle associazioni. Anche io penso che siano pochi in assoluto ma il Recovery non è fatto per settori verticali e ministeriali, è fatto per progetti trasversali. Per esempio, le infrastrutture non sono comprese nei 3 miliardi, ma riguardano profondamente il mondo del turismo. Inoltre il Recovery non è per l’emergenza, ma per la fase successiva e per gli interventi strutturali. E’ importante quindi – ha chiarito – che ci siano scelte strategiche precise e condivise”.

    “La sostenibilità, l’innovazione e l’accessibilità, che sono comunque i cardini della nostra promozione turistica – ha detto Palmucci – sono ancora più importanti in un momento come questo in cui bisogna far ripartire i flussi turistici ma facendo in modo che la crescita sia rispettosa del territorio per non incorrere in quei problemi che avevamo fino a pochi mesi come l’overtourism”.

    Più critici e preoccupati gli interventi dei rappresentanti delle associazioni. “La programmazione – ha spiegato Marina Lalli di Federturismo Confindustria – è la grande assente di tutte queste situazioni, noi finora abbiamo visto un susseguirsi di “decreti tampone”, abbiamo messo toppe di qua e di là, anche con decreti a pioggia (sono arrivati esenzioni per fare un esempio anche a ditte che producono mascherine…). Poi il Recovery Fund, un’opportunità importantissima che non ricapiterà più: al turismo vengono dedicati 3 miliardi da dividere con la cultura cioè l’1,5% del totale per un settore che vale il 13% del Pil. Questo non solo è ingiusto ma cieco”. Gli ha fatto eco Vittorio Messina presidente di Assoturismo Confesercenti: “E’ un comparto che dà lavoro a più di un milione di persone, che non de localizza, che mette in luce tutto quello che ha di buono il nostro Paese, è una filiera vastissima e complessa”. Ancora più duro Luca Patanè, presidente di Confturismo Confcommercio: “Innanzitutto abbiamo bisogno di dati freschi, non possiamo parlare e programmare con dati sui flussi, sullo spending e anche dati sulla sopravvivenza della filiera del 2018. Specialmente in un momento in cui dobbiamo affrontare un cigno nero (come l’hanno chiamato) come il Covid. La natalità delle imprese è stata inesistente nel 2020 ma non sappiamo nulla sulla mortalità, gli effetti li vedremo tra mesi. Ringraziamo il ministro per gli interventi e la passione ma le imprese stanno ancora aspettando i soldi. Abbiamo poi anche bisogno assoluto di una promozione diversa che metta in luce una visione più chiara delle regole. Ogni settimana c’è un cambio anche chi vuole programmare un viaggio è frenato da tutto questo. Poi pensiamo anche di aiutare le imprese a sopravvivere con la leva fiscale, l’iva agevolata e ripeto regole certe che non cambiano. Una persona su 10 lavora nel turismo in Italia. Dal 1945 a oggi l’industria turistica è stata l’ossatura del paese, ha fatto dei miracoli e ora va aiutata a sopravvivere”.

  • La strana democrazia italiana

    Il 18 dicembre 2020 il Presidente del Consiglio ha illustrato i contenuti del Dpcm in forma di decreto legge immediatamente pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Dopo la firma del Presidente della Repubblica un decreto legge entra immediatamente in vigore e deve essere convertito in legge entro sessanta giorni dal Parlamento. L’arco temporale da regolare con il D.L. preso in considerazione dal governo è definito dal 23 dicembre al 6 gennaio 2021. Molto prima, quindi, del termine ultimo per la sua eventuale conversione in legge da parte del Parlamento.

    In altre parole, gli effetti si manifestano immediatamente con le diverse restrizioni e conseguenti danni economici agli operatori.

    La medesima conversione in legge, invece, non risulta nemmeno presa in considerazione dal potere esecutivo. Questo decreto legge, quindi, si trasformerà sostanzialmente in un atto autoritario privo di ogni controllo democratico anche se espresso dal governo con una maggioranza eletta.

    Il Decreto legge, infatti, nasce da una valutazione di necessità ed urgenza, qualora non venisse convertito in legge perderebbe ogni efficacia e tutti gli atti compiuti nei 60 giorni di validità decadrebbero in quanto non sostenuti da base normativa. In altre parole, qualora non convertito in legge tutti gli atti compiuti in nome di questo decreto legge verrebbero considerati illegittimi.

    Il Parlamento, infatti, dovrebbe convertire in legge un decreto il cui arco temporale di operatività risulta nettamente inferiore ai termini per la sua stessa conversione. Molto più probabile che venga semplicemente lasciato decadere.

    L’effetto più paradossale ed al tempo stesso preoccupante viene rappresentato dal fatto che se non venisse convertito in legge o lasciato anche solo decadere tutti gli atti governativi risulterebbero nulli.

    Questo non avverrebbe invece per gli effetti devastanti sia economici che sociali determinati da questo decreto legge anche nei soli 15 giorni della sua applicazione.

    L’immediatezza dei danni non avrà alcun bisogno di alcuna conversione per manifestarsi.

    La democrazia, mi dispiace, ma è un’altra cosa.

  • Usque tandem abutere

    Mercoledì 16 dicembre: stiamo ancora aspettando di sapere di che colore ci sveglieremo domattina, gialli, rossi, arancioni? Governo e tecnici non hanno ancora deciso e in verità, quando decidono, cambiano subito idea, affermano e smentiscono, annunciano e ritrattano e comunque non c’è mai il buonsenso a guidare le scelte né la dovuta precauzione, tramite le forze preposte all’uopo, per verificare come le disposizioni ed i permessi sono attuati. In molti abbiamo provato grande sdegno per le centinaia di migliaia di persone che nello scorso fine settimana si sono accalcate, senza distanza di sicurezza, fuori dai grandi magazzini e nei centri storici, con il conseguente rischio di nuovi contagi ma lo sdegno più profondo dobbiamo provarlo per chi, dal governo alle amministrazioni locali, non aveva predisposto misure per impedire quanto è accaduto.

    Ancora una volta, come di prassi, si pensa di chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati, era già avvenuto con le riaperture delle discoteche e delle sale bingo, con le scuole e con la disorganizzazione dei trasporti e come avviene ora con il liberi tutti, salvo poi correre di corsa a rinchiuderci di nuovo tutti perché sono sconosciute, al loro vocabolario ed alla loro cultura, sia le parole prevenzione che moderazione, mentre il pressapochismo e l’improvvisazione imperano in un orgia di arroganza di Dcpr e nomine di sempre nuovi esperti.

    In questi giorni sono state riprese dai giornali, come nuove scoperte, realtà delle quali si era a conoscenza da mesi, dal piano pandemico obsoleto e non aggiornato agli errori nell’organizzazione dei trasporti e nell’apertura delle scuole e la magistratura indaga sulle tante morti che si sarebbero potute evitare, mentre ogni giorno si contano ancora molte centinaia di vittime. Intanto aumentano i senza tetto per le strade perché le case protette, i rifugi, non sono stati approntati e sanificati, e aumentano le lunghe code alle mense dei tanti nuovi poveri che cercano un pasto caldo, tutti esempi di una disperazione strisciante che colpisce sia chi ha perso tutto sia chi sta vedendo l’Italia precipitare per la mancanza di una guida consapevole e capace. Anche il Presidente della Repubblica sembra sentirsi impotente a garantire il rispetto della democrazia parlamentare e ancora una volta ci si deve affidare al buon senso ed alla buona volontà di chi continua, dall’infermiere al medico, dalla cassiera del supermercato all’autotrasportatore, dall’artigiano al professionista, dallo studente al pensionato a fare il suo dovere di cittadino ma fino a quando durerà la nostra pazienza? Usque tandem abutere?

  • Lo sci alpino… quantomeno

    E’ evidente che l’aspettativa di tutti gli operatori del settore e degli appassionati sia stata per l’apertura degli impianti durante il periodo delle vacanze di Natale. I secondi per appagare una legittima passione ma i primi perché il sistema neve rappresenta la principale fonte di sostentamento per centinaia di migliaia di famiglie.

    Entrambe queste legittime aspirazioni non esprimono disprezzo, lontananza o mancanza di sensibilità per tutte le persone ammalate e tanto meno per gli operatori sanitari nel loro complesso i quali, a costo anche della propria vita, assistono i malati.

    La domanda, tuttavia, da porsi veramente non è tanto relativa alle modalità o ai protocolli da seguire e da adottare quanto alle scelte generali operate dal governo Conte. Mentre in Italia ancora non è disponibile il vaccino antinfluenzale, la Germania entro la metà di dicembre organizzerà la distribuzione del vaccino anti covid e la Gran Bretagna da lunedì prossimo comincerà la vaccinazione. E’ a evidente come anche lo sci alpino tedesco beneficerà della ritrovata immunità grazie alla distribuzione del vaccino per cui anche se non dovesse aprire ai primi di dicembre ha la sicurezza di aprire entro breve tempo, già magari a gennaio 2021.

    Tornando all’Italia, allora, è evidente come la situazione dello sci alpino dipenda non tanto dai protocolli da adottare quanto dall’incapacità totale dimostrata da questo governo nella gestione di questa pandemia. Del resto il ministro Speranza per giustificare l’adozione dei protocolli ad ottobre affermava la loro necessità per assicurare un Natale sereno.

    Lo sci alpino, inoltre, sconta esattamente come tutti gli altri settori economici il ritardo nella strategia di gestione ma soprattutto di uscita di questo governo dalla pandemia. Si può, quindi, chiedere l’apertura degli impianti ma mentre gli altri Stati hanno già attivato persino la catena del freddo per il mantenimento ad una determinata temperatura del vaccino gli operatori economici tutti i settori (sci compreso) sono ancora costretti ad attendere una elemosina (ristori o cassa integrazione in deroga) ad un governo sordo ed espressione dell’incompetenza più assoluta.

    Tra l’altro, si aggiunga come sia veramente insopportabile il parallelismo che spesso viene proposto tra il mondo del turismo estivo e quello dello sci alpino invernale. Solo una pletora di incompetenti non possiede il minimo sindacale di competenze per comprendere come l’articolato mondo economico legato alla neve si articoli in: 1. aziende produttrici di scarponi sci attacchi,  2. professionalità come maestri di sci snowboard, 3. aziende di gestione degli impianti di risalita/il personale addetto agli stessi  impianti*, 4. Tutta la hotellerie e  la ristorazione anche ad alta quota con il proprio personale qualificato, 5. produttori di impianti di risalita, 6. società informatiche della gestione degli stessi impianti di risalita, 7. produttori di cannoni per la neve programmata e dei gatti da neve, 8. Aziende di accessori, 9. Aziende di abbigliamento tecnico, 10. Laboratori e noleggio sci*.

    Per valutare qualsiasi strategia di contenimento della pandemia emerge evidente come precondizione comprendere la complessità e l’interconnessione del settore che sarà oggetto di una specifica normativa attraverso un Dpcm.

    La consapevolezza che avrebbe certamente evitato di coniare l’idea di lasciare i negozi aperti fino alle 21 con ristoranti e bar chiusi alle 18 con la conseguente desertificazione cittadina già alle 17 .

    La chiusura del mondo della neve avrà effetti disastrosi specialmente per quelle comunità montane per le quali il periodo natalizio rappresenta la principale fonte di sostentamento della stagione invernale in un periodo in cui già queste pagano una migrazione preoccupante.

    Prima di intervenire sul ciclo economico di un settore potrebbe essere indicato conoscerlo. Quantomeno.

    (*) tra le categorie meno considerate e tutelate.

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