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  • Italia nona per mortalità da Covid in Europa

    Nella mappa europea della mortalità per Covid-19 l’Italia si colloca al nono posto. Considerando infatti il numero totale dei decessi provocati dalla pandemia di Covid-19, l’analisi delle curve di mortalità indica per il nostro Paese un valore di 1,79 decessi per mille abitanti, al di sopra della media europea, pari a 1.19.  Lo studio nel tempo del gruppo di Stati che eccedono significativamente la media europea rivela inoltre che la diffusione ha avuto tre fasi espansive e che si è propagata in modo analogo al calore, dalla sorgente alla periferia. Lo indicano le analisi del matematico Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le Applicazioni del Calcolo ‘Mauro Picone’ del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Iac).

    “Dall’inizio epidemia nel 2020 fino al 31 marzo 2021, risulta che il nostro Paese, pur essendo stato il primo ad essere colpito, impreparato da un’epidemia sconosciuta, non è primo per numero totale di decessi per mille abitanti, ma solamente nono nella graduatoria”, osserva Sebastiani. “Attualmente i Paesi che eccedono significativamente il valore medio europeo formano un blocco nell’Europa centro-meridionale che si estende da Ovest, col Regno Unito, verso Est, con la Bulgaria”.  L’analisi indica inoltre che nella prima fase espansiva dell’epidemia di Covid-19, nel marzo 2020, il numero degli Stati colpiti in modo significativo è aumentato in modo esponenziale, mentre nelle altre 2 si, quella estiva e quella autunnale, è cresciuto in modo lineare. “Osservando la distribuzione spaziale di questi Paesi nel tempo, si comprende – osserva l’esperto – che la diffusione è avvenuta in modo simile a quella del calore da una sorgente verso la periferia. Essendo molto limitati gli spostamenti aerei, l’epidemia sembra essersi propagata principalmente tra Paesi confinanti. Questo sottolinea l’importanza sia del tempestivo isolamento di Paesi non appena si notino i primi segni di ripresa della diffusione che della vaccinazione di lavoratori che traversano giornalmente la frontiera”.

    Con 2,42 decessi ogni mille abitanti, la Repubblica Ceca è al primo posto nella mappa europea della mortalità per Covid-19, seguita da Ungheria (2.07), Montenegro (1.98), Belgio (1.97), Slovenia (1.93), Bosnia (1.90), Regno Unito (1.86), e Bulgaria (1.83). Se a questi Stati si aggiungono Macedonia (1.76), Slovacchia (1.74), Portogallo (1.65), Spagna (1.60), Francia (1.44) e Croazia (1.44) si ottengono i Paesi il cui valore della mortalità fino a oggi, rapportata alla popolazione, eccede in modo significativo il valore medio europeo. Si collocano invece leggermente al di sopra della media europea Polonia (1.37), Svezia (1,33), Lituania (1.31), Moldavia e Romania (1.2), mentre la Svizzera (1,19) la eguaglia. Al di sotto della media europea sono Lussemburgo (1,18), Austria (1,03), Kosovo e Lettonia (rispettivamente con 1), seguiti da Olanda (0.96), Irlanda (0,94), Germania (0,91),

    Albania e Ucraina (ognuno con 0,77), Grecia (0.76), Russia (0.66), Estonia (0.65), Serbia (0,59), Danimarca (0.42), Turchia (0,37). Registrano infine i valori più bassi Bielorussia (0.23) Finlandia (0,15), Norvegia (0,12) e Islanda (0.08). 

  • Ricavi delle multinazionali in frenata, tranne che per quelle cinesi

    Le maggiori multinazionali mondiali nel 2020 hanno perso in media il 3,1% dei ricavi, ma ci sono state differenze significative sia per settori che per aree geografiche, esempio fra tutte le cinesi (+11,2%), al contrario di europee (-14,5%) e italiane (-29%), le ultime più colpite per l’assenza di grandi operatori nella new economy e nell’high tech. Il digitale inoltre ha funzionato come spinta o leva di tenuta. Se si guardano i comparti, i ricavi sono cresciuti soprattutto per il websoft (+19,5%), che ha sfruttato digital skill e potenzialità dei big data. Decisa crescita di food delivery, videogame e e-commerce. Forti Gdo (+8,5%) e alimentare (+7,9%), approfittando dell’accelerazione impressa dalla pandemia ai cambiamenti negli stili di vita e nelle abitudini di acquisto, più orientate verso nuove tecnologie, oltre che per la necessità di soddisfare i bisogni primari, ottenendo fatturato in aumento in ciascun trimestre del 2020. L’analisi è dell’Area studi Mediobanca, su quasi 200 grandi multinazionali con fatturato annuale sopra i 3 miliardi di euro e ricavi complessivi di oltre 8.000 miliardi e 21 milioni di occupati.

    Saliti i ricavi anche per elettronica (+5,4%) e farmaci (+3%). Resilienti telecomunicazioni e paytech, con ricavi tendenzialmente stabili (a -0,6% e -0,7%). In sofferenza colossi dell’oil e gas (-32,9%), produttori di aeromobili (-26,8%), automotive (-12,1%) e moda (-17,3%), che peraltro hanno visto un’accelerazione record del fashion online (+50%). Tutti però con cali a due cifre anche di margini, investimenti e occupazione. Telecomunicazioni e automotive sono tornare a crescere nel quarto trimestre dopo tre periodi in calo. Tutti e quattro in rosso i trimestri di bevande e moda, produttori di aeromobili, gli ultimi due col blocco del turismo, e colossi petroliferi, questi anche per fattori contingenti come il crollo delle quotazioni. Primo semestre 2020 a parte, per le multinazionali però è cresciuta la capitalizzazione (+15,4% al 26 marzo 2021 rispetto a fine 2019), soprattutto per elettronica (+41,9%) e websoft (+37,4%), ma anche per automotive (+39%).

    Quanto a occupazione, Asia Pacifico (+8%) e, trainate dalle big tech, le Americhe (+7,1%) hanno contribuito al leggero aumento del 2020 (+1,5%), insieme alle misure per la salvaguardia messe in campo da molti Stati e alla spinta di alcuni settori, come i big del web (+29,6%), col solo personale di Amazon cresciuto del 63%. In calo invece i dipendenti di chi ha sede in Europa (-0,9%), in particolare in Italia (-4%).

  • L’Oms critica la Cina e vuole nuove indagini sul Covid

    E’ passato un anno ma l’origine della pandemia resta un mistero e la Cina è tornata sul banco degli imputati. L’Ue, gli Stati Uniti, altri Paesi ma soprattutto l’Oms hanno accusato Pechino di non aver fornito pieno accesso ai dati agli esperti internazionali, compromettendo l’esito della missione che si è svolta lo scorso gennaio a Wuhan. Sullo sfondo di queste nuove accuse torna ad aleggiare l’ipotesi di una fuga del virus da un laboratorio, che non è stata affatto archiviata, anzi: la stessa Organizzazione mondiale della sanità, oggi, ha chiesto ulteriori indagini.

    Il rapporto elaborato dagli esperti internazionali nominati dall’Oms e dalle loro controparti cinesi dopo la visita nel primo focolaio della pandemia, appena pubblicato, ha stimato come “molto probabile” che il Covid-19 sia passato dai pipistrelli all’uomo attraverso un animale intermedio. Ed “estremamente improbabile” che il virus sia fuggito da un laboratorio. Il lavoro degli scienziati è stato “importante” ma si è limitato a classificare una serie di ipotesi in base al loro grado di attendibilità, senza fornire conclusioni definitive, ha tenuto a chiarire il direttore dell’agenzia Onu Tedros Adhanom

    Ghebreyesus in un briefing con gli Stati membri, ribadendo un concetto già espresso. Più inaspettato, invece, è stato l’attacco alla Cina. Il capo dell’Oms, accusato da alcuni nei mesi scorsi di sudditanza nei confronti di Pechino, si è detto “preoccupato” per il fatto che il team internazionale abbia avuto un difficile accesso ai dati grezzi durante la visita a Wuhan. Ed ha auspicato una condivisione dei dati “più tempestiva e completa”. A quel punto l’alto funzionario etiope ha riproposto la necessità di “ulteriori indagini” sull’ipotesi della “fuoriuscita del virus da un laboratorio”, con “nuove missioni di esperti specializzati”. Di nuovo la fuga dal laboratorio, quindi, che è stata al centro delle tesi complottiste ma anche delle critiche dell’Occidente nei confronti della Cina. Per scarsa trasparenza e tempestività nella condivisione delle sue informazioni, dopo i primi casi di contagio. Allo stesso modo, gli Stati Uniti e 13 Paesi alleati hanno espresso “preoccupazione” per l’esito dell’indagine del team Oms a Wuhan ed hanno esortato la Cina a fornire “pieno accesso agli esperti”. Quanto all’Ue, pur giudicando il rapporto un “utile primo passo”, ha anch’essa sollecitato “ulteriori indagini” e soprattutto “l’accesso a tutti i luoghi appropriati ed a tutti i dati disponibili”.

    In attesa comunque che si faccia piena luce sul Covid-19, la comunità internazionale prova ad unire i suoi sforzi per affrontare meglio le crisi future. Una ventina di leader mondiali, da Draghi a Merkel, da Macron a Johnson, hanno firmato un appello per un nuovo trattato per la preparazione e la risposta alle pandemie. La proposta, lanciata dal presidente del Consiglio Ue Michel, dovrebbe essere discussa a maggio nell’assemblea generale dei 194 Stati membri dell’Oms. L’obiettivo, ha spiegato Tedros, è un approccio coordinato alle nuove crisi, perché “il Covid ha messo in luce le debolezze e le divisioni delle nostre società” ed ha aumentato le diseguaglianze tra i più ricchi ed i più poveri. Tra i firmatari dell’appello, per la verità, mancano membri chiave del G20 come Stati Uniti, Russia, Cina, Giappone, India e Brasile, ma l’Oms ha assicurato di aver ricevuto segnali positivi da Pechino e Washington.

  • Tokyo 2020 senza pubblico straniero. E la staffetta della torcia sarà a porte chiuse

    La crisi pandemica non accenna a mostrare segnali di flessione e ha imposto all’esecutivo del Giappone quello che da qualche mese era più di un timore: niente spettatori provenienti dall’estero per seguire i Giochi Olimpici di Tokyo. Manca ancora l’ufficialità, gli organi governativi ne discuteranno col comitato organizzatore giapponese dei Giochi attraverso una riunione a distanza con il Cio alla fine di questo mese per prendere una decisione formale sulla questione, ma la valutazione fatta dal governo e anticipata da alcuni funzionari alla stampa locale appare molto più di un semplice orientamento. A meno di 4 mesi e mezzo dall’apertura dei più martoriati Giochi del dopoguerra, già slittati di un anno, si prospettano Olimpiadi ‘dimezzate’, ovvero senza il calore, il rumore e la partecipazione festosa da parte degli spettatori provenienti da ogni parte dei pianeta per stringersi in un abbraccio collettivo in nome dello sport.

    La ‘stretta’ è di fatto la conseguenza naturale di una emergenza senza fine. Il governo giapponese ha preso atto che accogliere i fan dall’estero durante i Giochi non è possibile dal punto di vista della sicurezza, alla luce anche delle forti preoccupazioni del pubblico giapponese per il coronavirus. E il fatto che in molti Paesi siano state rilevate varianti più contagiose ha alzato il livello di guardia. Ad aprile si capirà dunque quanti spettatori locali potranno entrare nelle sedi adibite per le varie discipline. Già si parla di ingressi contingentati. Ma un primo segnale di come potrebbero svolgersi i Giochi è arrivato con l’annuncio delle misure da adottare per il via della staffetta olimpica lungo le vari prefetture del Paese. La cerimonia di apertura in programma il 25 marzo si terrà a porte chiuse, senza spettatori proprio per prevenire la diffusione del nuovo coronavirus. Proprio come un anno fa, quando dopo pochi giorni la fiaccola, arrivata da Atene, venne ‘parcheggiata’ in una teca, dopo l’ufficialità dello slittamento. La scelta di far svolgere la cerimonia della fiaccola senza pubblico è stata riferita dai funzionari dell’organizzazione alla luce dell’assenza di rallentamento del virus. Il comitato organizzatore ha infatti deciso che è essenziale svolgere la cerimonia nella prefettura nord-orientale di Fukushima senza pubblico, consentendo solo ai partecipanti e agli invitati di prendere parte all’evento, per evitare che si formino pericolosi assembramenti. Il mese scorso il comitato aveva diffuso una serie di contromisure per poter svolgere in sicurezza la staffetta della durata di 121 giorni. E già allora si temeva una soluzione drastica come quella appena presa.

    Dopo la cerimonia iniziale presso il centro sportivo di calcio, il J-Village, a 20 chilometri da Fukushima, circa 10.000 staffettisti porteranno la fiamma attraverso le 47 prefetture del Giappone prima di giungere allo stadio Olimpico di Tokyo per l’apertura dei Giochi il 23 luglio. Il centro sportivo è servito come base logistica nella battaglia contro la crisi nucleare innescata dal terremoto e dal conseguente tsunami dell’11 marzo 2011. Ed è stato scelto come punto di partenza della staffetta come emblema di rinascita e di ripresa della regione nord-orientale colpita dal disastro. Ora diventa il luogo simbolo per cercare di dare vita ai Giochi più lunghi e difficili della storia moderna.

  • Deliri e irresponsabilità di un autocrate

    Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale: vedano cioè in lui l’animale delirante.

    Friedrich Nietzsche

    Il crollo del Muro di Berlino il 9 novembre 1989 segnò anche l’inizio della disgregazione del blocco comunista, guidato dall’Unione Sovietica (l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, costituita il 30 dicembre 1922 e smembrata  il 26 dicembre 1991; n.d.a.).  Un anno dopo, in tutti i Paesi dell’Europa dell’est erano caduti i regimi totalitari comunisti. L’ultimo che resisteva ancora, in quel periodo, era il più crudele di tutti, il regime albanese, nonostante avesse le sue ore contate. Ed era il 20 febbraio del 1991 quando migliaia cittadini, che avevano ucciso finalmente la paura, si diressero verso il centro di Tirana. Proprio lì, nella piazza principale della capitale, dove una gigantesca statua del dittatore comunista sfidava tutti. Una statua che i cittadini erano ben determinati e motivati a buttarla giù. Non sono valsi a niente neanche gli attacchi delle forze speciali del regime di fronte alla sacrosanta rivolta dei cittadini oppressi, da decine di anni, dalla dittatura. Finalmente, alle 14.06 di quel memorabile 20 febbraio 1991, la statua del dittatore è stata buttata giù, tirata con un cavo d’acciaio da un vecchio camion. Crollò così l’ultimo regime comunista dell’Europa dell’est. Il simbolismo di quella data era molto significativo ed importante. Lo esprimevano bene le frasi, gridate con cuore in quel periodo, dai cittadini in ogni parte dell’Albania. “Vogliamo l’Albania democratica!”. “Vogliamo l’Albania come tutta l’Europa!”. Così echeggiavano le strade e le piazze trent’anni fa in Albania.

    Purtroppo adesso, trent’anni dopo quel memorabile 20 febbraio 1991, l’Albania non è ancora un Paese democratico. Anzi, in Albania da alcuni anni, si sta consolidando una nuova e camuffata dittatura. Ma non per questo, meno pericolosa. Guarda caso, alcuni dei dirigenti delle massime istituzioni pubbliche sono proprio i diretti discendenti dei dirigenti della nomenklatura durante la dittatura comunista. Primo ministro in testa. E, guarda caso, l’ultimo ministro degli Interni della dittatura comunista attualmente è il presidente del Parlamento! Purtroppo adesso, dopo trent’anni, l’Albania si sta allontanando, ogni giorno di più, da quell’Europa che ha sempre rappresentato la libertà, la democrazia e la prosperità per gli albanesi. Non solo, ma purtroppo adesso, trent’anni dopo, si sta consapevolmente e diabolicamente cercando di dimenticare il 20 febbraio 1991 e tutto il suo simbolismo. Sabato scorso correva il trentesimo anniversario del simbolico crollo della famigerata e crudele dittatura comunista in Albania. Ma sabato scorso, tranne qualche “cinguettio” nelle reti sociali, quasi niente è stato fatto per ricordare e celebrare quanto è accaduto quel lontano ormai 20 febbraio 1991. Purtroppo, da alcuni anni, si stanno vistosamente riducendo le attività pubbliche per commemorare quella data ed il suo simbolismo! Ovviamente non ci si poteva aspettare che il primo ministro e i suoi facessero qualcosa in proposito. Ma non hanno organizzato e non hanno fatto nessuna attività celebrativa neanche i dirigenti del maggiore partito dell’opposizione albanese. Proprio di quel partito che, costituito nel dicembre 1990, ha motivato e guidato i cittadini nelle loro proteste, compresa anche quella del 20 febbraio 1991. Proteste che hanno fatto cadere l’ultima dittatura comunista nell’Europa dell’est. Chissà perché un simile comportamento da parte dei dirigenti dell’opposizione albanese?!

    Purtroppo, come dimostrano innumerevoli fatti accaduti e che stanno continuamente accadendo, fatti documentati e testimoniati, fatti pubblicamente noti e denunciati, la situazione in Albania sta peggiorando ogni giorno che passa. Il nostro lettore, da anni ormai, è stato continuamente informato di una simile e drammatica realtà. E di questa grave e preoccupante realtà il principale responsabile è il primo ministro del Paese. Proprio colui che, come sancito dalla Costituzione della Repubblica, ha il compito e l’obbligo istituzionale di gestire, nel migliore dei modi, la cosa pubblica e di garantire tutti i processi necessari per la democratizzazione del Paese, il rispetto di tutti i diritti dei cittadini, nonché il loro benessere, in tutte le sue forme. Purtroppo quanto è accaduto in Albania, anche durante quest’ultimo anno, dimostrerebbe proprio il contrario. Un anno questo, reso ancora più difficile dalla pandemia. Una grave situazione che non è stata affrontata con la dovuta serietà e responsabilità, istituzionale ed umana, da parte del primo ministro. Anzi, quanto è accaduto e sta accadendo, anche in questi ultimi giorni, sta palesemente evidenziando e testimoniando proprio un comportamento irresponsabile e delirante del primo ministro. Lui e la sua potente e ben organizzata propaganda stanno cercando di mentire e di ingannare di nuovo e per l’ennesima volta i sofferenti cittadini. Anche durante questo difficile e seriamente grave periodo di pandemia. Come sempre hanno fatto in questi otto anni, da quanto lui è salito al potere. E durante questi ultimi otto anni il primo ministro non ha fatto altro che abusare del potere conferito. Tenendo, però, presente che l’Albania è uno tra i più poveri Paesi europei. Un Paese dove, purtroppo, non funzionano più le istituzioni. O meglio, dove quasi tutte le istituzioni sono direttamente controllate dal primo ministro e/o da chi per lui. Comprese anche le istituzioni del “riformato” sistema della giustizia! Anche questo è ormai un fatto noto pubblicamente ed internazionalmente. E tutto ciò, per raggiungere un solo obiettivo: far vincere a tutti i costi il tanto ambito e vitale terzo mandato all’attuale primo ministro albanese.

    Proprio di colui che, con la sua ormai ben nota irresponsabilità, non ha fatto niente, diversamente da tutti i suoi simili, anche nei paesi balcanici confinanti, per procurare in tempo i tanto necessari vaccini contro la pandemia. E mentre adesso che la pandemia si sta paurosamente propagando, uscendo da ogni controllo, in Albania mancano i vaccini, nonostante le continue “promesse” del primo ministro. “Promesse” ripetute ogni settimana con la stessa “fermezza e convinzione” da lui e che, poi, ogni settimana regolarmente non sono mantenute. L’unica cosa che il primo ministro sta cercando in tutti i modi di fare è continuare a mentire e ingannare spudoratamente per fare tutto il possible per nascondere questa realtà molto drammatica. Proprio lui che, soprattutto durante la pandemia, ha sperperato milioni per i suoi “soliti clienti”, tramite “appalti” privi di ogni dovuta e obbligatoria trasparenza. Proprio lui però che non ha speso niente per affrontare la pandemia. Ha sperperato il denaro pubblico, con il quale ogni persona responsabile che ha, come lui, simili obblighi istituzionali dovrebbe aver garantito in tempo, tra l’altro, anche la necessaria quantità di vaccini. Ma lui ha scelto, come sempre in questi otto anni, di abusare del potere e della cosa pubblica, a scapito dei cittadini.

    Da persona irresponsabile qual è, il primo ministro albanese sta cercando di sfuggire dai suoi obblighi istituzionali. Come sempre ha fatto. Ma ha però la delirante sfacciataggine di far credere agli albanesi che essi verranno vaccinati solo e soltanto perché, come dichiarava alcuni giorni fa, “… avete me come primo ministro”! Come ha già dichiarato prima, che lui è “il rappresentante di Dio”. Proprio lui, il “Padre degli albanesi”! Un “Padre” che, nel suo irrefrenabile delirio, riconosce a se stesso anche il diritto di selezionare chi deve essere vaccinato, per essere salvato, e chi deve subire dalla pandemia. Compresi, tra questi ultimi, anche la maggior parte dei medici, infermieri ed altro personale sanitario che devono, ogni giorno, essere esposti al contagio dal coronavirus. Generando così, irresponsabilmente e pericolosamente, nel pieno del suo delirio di onnipotenza, anche l’avvio di un processo di genocidio tra gli albanesi.

    Chi scrive queste righe è fermamente convinto che c’è solo e soltanto una soluzione contro i deliri e l’irresponsabilità di un autocrate come l’attuale primo ministro albanese. La soluzione contro un simile “animale delirante”, come scriveva Friedrich Nietzsche, è una ribellione e una determinata rivolta continua dei cittadini consapevoli e responsabili. Proprio di quei cittadini che valutano come sacrosanti ed alienabili i valori della Libertà e della Democrazia. Di quei cittadini che capiscono e condividono consapevolmente quanto scriveva Primo Levi. E cioè che “Tutti coloro che dimenticano il loro passato sono condannati a riviverlo!”. Una frase, quest’ultima, che ricorda anche quanto è stato scritto, in trenta lingue diverse, su un monumento commemorativo nel primo campo di concentramento in Germania, quello di Dachau,. Soltanto così gli albanesi possono arginare e rovesciare l’ormai funzionante regime autocratico in Albania. Soltanto così essi possono portare avanti quel processo di democratizzazione cominciato il 20 febbraio 1991. A loro la scelta!

  • La pandemia aumenta del 15% le adozioni di animali: sono in una casa su tre

    Più di una famiglia italiana su tre ospita in casa almeno un animale da compagnia ma nell’anno del Covid si è registrato un vero e proprio boom di adozioni con un aumento del 15% di cani e gatti che hanno trovato accoglienza nelle case secondo l’Enpa. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti in occasione della tradizionale benedizione di Sant’Antonio Abate, il Patrono degli animali. Una tradizione popolare – spiega Coldiretti – che il 17 gennaio vede in tutta Italia il ripetersi del rito la benedizione dalla variegata moltitudine di esemplari presenti sul territorio nazionale nelle case, nelle campagne, nelle stalle, ovili e nei pollai. “Se durante la pandemia si è verificato un aumento della presenza di animali nelle case dove hanno aiutato molti italiani a superare i momenti difficili del lockdown, nelle campagne la crisi – sottolinea la Coldiretti – ha provocato un crollo della presenza degli animali nelle stalle anche a causa delle pratiche sleali che sottopagano il latte agli allevatori, in un momento in cui invece è fondamentale difendere la sovranità alimentare del Paese con l’emergenza pandemia che ostacola gli scambi e favorisce speculazioni, come dimostra l’avvio da parte dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato di quattordici istruttorie nei confronti di altrettanti caseifici acquirenti di latte crudo vaccino ed ovi-caprino”.

    “Un addio che – continua la Coldiretti – ha riguardato la pianura e soprattutto la montagna e le aree interne più difficili dove mancano condizioni economiche e sociali minime per garantire la permanenza di pastori e allevatori. A preoccupare ora sono gli effetti dello stop al turismo invernale destinato ad avere effetti non solo sulle piste da sci ma – continua la Coldiretti – sull’intero indotto delle vacanze in montagna, dall’attività dei rifugi alle malghe con la produzione dei pregiati formaggi. Proprio dal lavoro di fine anno dipende buona parte della sopravvivenza delle strutture agricole che con le attività di allevamento e coltivazione – sostiene la Coldiretti – svolgono un ruolo fondamentale per il presidio del territorio contro il dissesto idrogeologico, l’abbandono e lo spopolamento”.

    “Quando una stalla chiude si perde un intero sistema fatto di animali, di prati per il foraggio, di formaggi tipici e soprattutto di persone impegnate a combattere, spesso da intere generazioni, lo spopolamento e il degrado. L’allevamento italiano – conclude la Coldiretti – è poi un importante comparto economico che vale 17,3 miliardi di euro e rappresenta il 35% dell’intera agricoltura nazionale, con un impatto rilevante anche dal punto di vista occupazionale dove sono circa 800mila le persone al lavoro”.

  • COVID-19: la Commissione sostiene i servizi trasfusionali per aumentare la raccolta di plasma da convalescenti

    La Commissione europea ha selezionato 24 progetti che svilupperanno nuovi programmi, o amplieranno quelli esistenti, per la raccolta di plasma da donatori guariti dalla COVID-19. Le donazioni di plasma saranno utilizzate per la cura dei pazienti affetti dalla malattia. Queste sovvenzioni sono il risultato di un invito, rivolto lo scorso luglio a tutti i servizi trasfusionali pubblici e senza scopo di lucro dell’UE e del Regno Unito, a richiedere finanziamenti per l’acquisto di attrezzature per la raccolta del plasma. L’azione è finanziata attraverso lo strumento per il sostegno di emergenza, per un totale di 36 milioni di €. I progetti, che saranno realizzati in 14 Stati membri* e nel Regno Unito, hanno carattere nazionale o regionale e, nella maggior parte dei casi, comporteranno la distribuzione di fondi a un gran numero di centri locali di raccolta del sangue o del plasma (oltre 150 in totale).

    Le sovvenzioni sosterranno l’acquisto di apparecchi per la plasmaferesi e relative attrezzature, compresi kit per la raccolta e attrezzature di stoccaggio, e contribuiranno alle spese per i test di laboratorio e la caratterizzazione del plasma e per i cambiamenti organizzativi all’interno dei centri trasfusionali. Sono pervenute richieste da 14 Stati membri e dal Regno Unito e in tutti questi paesi sono stati selezionati progetti che riceveranno finanziamenti.

    Il trattamento consiste nella trasfusione a pazienti malati di plasma da convalescenti per aumentarne l’immunità e la capacità di combattere il virus. Il plasma può inoltre essere fornito all’industria per la purificazione degli anticorpi al fine di produrre un medicinale contro la COVID-19 (immunoglobulina).

    L’efficacia di entrambi questi approcci è oggetto di studio a livello mondiale, anche nell’ambito di progetti di ricerca dell’UE finanziati da Orizzonte 2020, Questi due potenziali trattamenti si basano sulla raccolta di grandi quantitativi di plasma da convalescenti donato da pazienti guariti.

    I risultati preliminari sono promettenti: le prove mostrano segni di efficacia e un’incidenza molto bassa di reazioni avverse. Altri risultati delle sperimentazioni cliniche complete arriveranno a breve, ma quelli disponibili finora suggeriscono che la trasfusione precoce di plasma contenente elevate concentrazioni di anticorpi è estremamente efficace nel ridurre la mortalità dei pazienti. È dunque opportuno raccogliere il maggior numero possibile di donazioni di plasma da convalescenti per garantire che quello più ricco di anticorpi possa essere somministrato ai pazienti. Le donazioni non adatte a questo scopo possono essere utilizzate per altre terapie trasfusionali e per la fabbricazione di altri medicinali essenziali.

    Attualmente i servizi trasfusionali pubblici e la Croce Rossa raccolgono per lo più donazioni di sangue intero da cui il plasma viene poi separato. Questo sistema di raccolta è molto meno efficiente della plasmaferesi, un processo in cui il plasma è prelevato dal donatore mentre gli altri componenti del sangue gli sono restituiti. Con la plasmaferesi, un singolo prelievo consente di ottenere dai donatori volumi di plasma più elevati; inoltre la donazione di plasma può essere effettuata ogni 2 settimane, mentre quella di sangue intero ogni 3-4 mesi.

    Lo strumento per il sostegno di emergenza (Emergency Support Instrument, ESI), adottato dal Consiglio nell’aprile 2020, consente al bilancio dell’UE di intervenire per fornire un sostegno di emergenza: in tal modo l’Unione nel suo complesso è posta nelle condizioni di affrontare le conseguenze umane ed economiche di una crisi come la pandemia in corso.

    L’ESI dota l’UE di un’ampia gamma di strumenti per sostenere gli sforzi degli Stati membri tesi ad affrontare la pandemia di COVID-19, rispondendo a esigenze che possono essere meglio affrontate in modo strategico e coordinato a livello europeo.

  • Il SSN e l’aberrante eugenetica applicata a valle del ciclo vitale

    Nel nuovo piano pandemico che sta per essere elaborato viene prevista la possibilità di scegliere chi si debba curare nel caso in cui la disponibilità di farmaci e di strutture sanitarie non sia sufficiente: in altre parole una scelta in rapporto ad una potenziale possibilità di risposta alle cure o, peggio, alle aspettativa di vita del paziente.

    Viene attribuita, in sostanza, la possibilità ad un medico di scegliere in situazioni di estrema urgenza della vita e della morte di persone in estrema difficoltà in quanto pazienti che legittimamente sperano e si aspettano di venire curati e magari guariti. Una facoltà che nessuno al mondo dovrebbe avere la possibilità di esercitare, anche se in condizioni estreme, tantomeno nei confronti di persone in difficoltà come nel caso di un paziente ospedaliero.

    Un sistema sanitario nazionale, all’interno del quale venga inserito un piano pandemico, deve fin dall’inizio dimostrare nelle proprie linee guida di possedere come obiettivo da perseguire la salvaguardia di ogni vita indipendentemente dall’età, dal sesso, dalla nazionalità o dal colore della pelle.

    In questo contesto apprendo con vivo disgusto che le Primule volute dal governo e “create” dall’architetto Boeri costeranno allo Stato 200.000 euro l’una: essendo queste 1.500 l’esborso finale sarà di 300 milioni (https://www.ilpattosociale.it/attualita/le-1-500-primule-il-fiore-del-delirio-italico/).

    Con il diverso utilizzo di queste risorse si potrebbe approntare, invece, un piano pandemico che abbia come obiettivo strategico quello di cercare con ogni mezzo di salvare TUTTE le persone e non di selezionare, al contrario, chi debba vivere e chi morire.

    Il piano pandemico in via di definizione assieme alle narcisistiche Primule dell’architetto Boeri dimostrano quindi quanto possa risultare miserabile l’attuale classe politica e dirigente che dovrebbe ideare e realizzare progetti finalizzati alla salute pubblica e perciò alla vita di tutti i pazienti indipendentemente dal fatto che questi abbiano di fronte a sé un arco temporale ampio o di soli pochi giorni. Solo delle persone umanamente miserabili ed eticamente prive di ogni principio possono dilapidare risorse per una egocentrica manifestazione della propria creatività sottraendole ad un sistema sanitario che in questo modo fa proprio il principio della eugenetica a valle del ciclo della vita umana. Solo Dio, per chi crede, o l’incedere naturale possono determinare il fluire della vita verso l’inevitabile morte. Nel caso in cui, invece, si preveda all’interno di un piano pandemico di assegnare al personale medico il potere oggi di decidere a chi somministrare le cure in rapporto a fattori soggettivi, cioè indicati e formulati da soggetti che utilizzano parametri opinabili, verrebbe meno la stessa definizione di Sistema Sanitario Nazionale. Questo, infatti, assumerebbe le caratteristiche di un sistema, di spartana origine, di selezione della specie eugenetica a valle del ciclo della vita.

    Questa vergognosa selezione dei pazienti a carico del personale medico in previsione oggi un domani potrà venire assegnata magari ad un magistrato o ad un politico in virtù di una suprema ragione di Stato.

    Questo piano pandemico, nelle sue linee guida, non rappresenta altro se non una indegna forma di Stato etico il quale decide a seconda di parametri soggettivi, nello specifico di disponibilità di letti o medicinali, chi sia considerato degno di vivere o chi invece venga destinato alla morte.

    In futuro magari questa selezione potrà avvenire in rapporto ad altri parametri economici ed etici a seconda della convenienza sempre di chi “opera in nome dello Stato”.

    In altre parole lo Stato etico verso il quale la classe politica attuale intende condurci rappresenta solo la versione aggiornata della sintesi malsana di una dottrina nazicomunista in virtù della quale le ragioni di Stato, qualsiasi esse siano, hanno sempre la prevalenza sulle legittime aspettative democratiche dei singoli cittadini.

    Lo stato etico così si crede Dio.

  • Detective stories: un hacker ha cercato di attaccarmi con Emotet

    Un hacker ha cercato di imbrogliarmi inviandomi una mail “trappola” e, dato che ci troviamo di fronte ad un tipo di minaccia particolarmente diffusa in questo periodo, mi sembra giusto parlarne per sensibilizzare i lettori di questa testata.

    Parliamo di “Emotet”, e non si tratta del nome di un film di Cristopher Nolan, ma di un pericoloso malware creato in Russia nel 2014 che tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 sta vivendo un periodo di fortissima diffusione.

    Il modus operandi degli hacker è quello di attaccare la vittima (solitamente una azienda), inviando una mail con annessa la richiesta di spiegazioni circa una fattura/pagamento il cui file di riferimento si trova in allegato.

    In allegato però invece del solito pdf o file di word troveremo un file con al suo interno un malware pronto ad installarsi automaticamente sui vostri pc in seguito all’apertura.

    Sostanzialmente si tratta sempre della solita tattica utilizzata dagli hacker i quali però, una volta eseguito con successo l’attacco ad un utente, inviano a cascata mail (e quindi attacchi) a tutti i contatti presenti nella rubrica della vittima, questa volta però scrivendo dall’indirizzo email della prima vittima e quindi aumentando la propria credibilità e possibilità di successo.

    A differenza di altri virus o ransomware utilizzati negli ultimi anni, Emotet consente agli hacker di effettuare un periodo di “monitoraggio” della vittima, supportandoli nell’acquisizione di più dati possibili, puntando principalmente alle password per i servizi bancari digitali tipo home banking o simili. I danni possono essere irreparabili, soprattutto a livello aziendale.

    Nel mio caso specifico è stato curioso osservare come la mail in questione, apparentemente spedita da un conosciuto hotel di Milano con il quale la nostra agenzia investigativa ha effettivamente avuto per molti anni un rapporto consolidato di lavoro, provenisse in realtà da un altro indirizzo, ovvero quello di una società brasiliana a me del tutto sconosciuta.

    Effettuata l’analisi del file ed accertatomi subito della presenza del malware, ho effettuato alcuni approfondimenti ed ho scoperto che la vittima dell’attacco (del tutto inconsapevole fino al momento del mio contatto) si era effettivamente recata a Milano in vacanza qualche anno prima dove aveva soggiornato proprio presso quel famoso hotel.

    Come siano poi giunti a me resta un mistero che per motivi di tempo non ho intenzione di approfondire, ma non posso fare altro che consigliare a tutti i lettori di diffidare sempre da mail (conosciute o meno) che richiedono di aprire documenti in allegato senza fornire troppe spiegazioni.

    Gli hacker puntano sempre sull’effetto sorpresa e sulla paura, perciò nella mail faranno riferimento a pagamenti urgenti, multe o chiarimenti circa fatture affinché venga subito aperto il file in allegato. Perciò verificate sempre che il mittente sia conosciuto (condizione però che non può garantire l’attendibilità della mail) e che corrisponda al nome dell’intestatario della mail, che il tono, lo stile della scrittura sia quello utilizzato solitamente dal vostro interlocutore (spesso, per evitare di farsi scoprire, gli hacker scrivono poche frasi standard evitando di dilungarsi), ma soprattutto non aprite mai documenti in allegato contenenti file .zip o .exe . ed evitate di cliccare su link presenti all’interno della mail.

    Infine, avere un buon antivirus è sempre utile, qualora un hacker dovesse colpirvi durante una giornata nella quale per mille motivi siete meno attenti del solito nella maggior parte dei casi sarà l’antivirus ad individuare il malware e ad avvertirvi in tempo.

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubrica: d.castro@vigilargroup.com

  • Condannata la reporter cinese che raccontò il virus a Wuhan

    A quasi un anno dallo scoppio della crisi del Covid-19, Zhang Zhan, ex avvocato diventata giornalista-cittadina, è stata condannata a 4 anni di carcere per la copertura in diretta fatta da Wuhan, l’epicentro dell’epidemia in Cina trasformatasi in pochi mesi in pandemia.

    La sentenza del tribunale di Shanghai, maturata dopo una breve udienza, ha motivato la colpevolezza per aver “raccolto litigi e provocato problemi” in scia alla segnalazione dei fatti iniziali dell’emergenza quando, nella città dove il letale coronavirus è stato individuato per la prima volta, si parlava di “polmonite misteriosa”. I resoconti di Zhang, 37 anni, furono a febbraio seguitissimi e diventarono virali sui social media, attirando inevitabilmente l’attenzione delle autorità.

    Il controllo del flusso di informazioni durante la crisi sanitaria è stato fondamentale per consentire alle autorità cinesi di definire la narrativa degli eventi a proprio favore, malgrado le incertezze iniziali la cui denuncia ha provocato conseguenze per i loro autori. Su tutti, la sorte di Li Wenliang, il giovane medico che per primo lanciò inascoltato l’allarme sul virus che gli ricordava la Sars: fu fermato dalla polizia, minacciato, screditato prima di essere riabilitato e fatto tornare al lavoro, morendo poi a soli 34 anni per il contagio del virus.

    “Zhang Zhan sembrava devastata alla lettura della sentenza”, ha riferito Ren Quanniu, uno dei legali della difesa della gionalista-cittadina, secondo i media locali, confermando la pena detentiva di 4 anni fuori dal Tribunale popolare di Shanghai Pudong. La donna, in arresto da maggio, è in condizioni di salute preoccupanti a causa dello sciopero della fame iniziato a giugno e che ha portato all’alimentazione forzata tramite un sondino nasale. “Quando sono andata a trovarla la scorsa settimana ha detto: ‘Se mi danno una condanna pesante, rifiuterò il cibo fino alla fine’… Pensa che morirà in prigione”, ha aggiunto Ren. “È un metodo estremo per protestare contro questa società e questo ambiente”.

    La condanna è maturata a poche settimane dall’arrivo in Cina del team internazionale di esperti dell’Oms per indagare sulle origini del Covid-19. Zhang è stata critica nei confronti della risposta messa in campo a Wuhan dal governo centrale, scrivendo a febbraio che il governo “non ha fornito alla gente tutte le informazioni sufficienti, quindi ha semplicemente bloccato la città (il lockdown di fine gennaio, ndr). Questa è una grande violazione dei diritti umani”.

    Zhang è stata la prima ad avere avuto un processo nel gruppo dei quattro giornalisti cittadini – Chen Qiushi, Fang Bin e Li Zehua -, detenuti dalle autorità all’inizio dell’anno per aver scritto degli eventi di Wuhan. Anche i gruppi per i diritti umani hanno richiamato l’attenzione sul caso di Zhang. Le autorità “vogliono usare il suo caso come esempio per spaventare altri dissidenti dal sollevare domande sulla situazione pandemica a Wuhan all’inizio di quest’anno”, ha commentato Leo Lan, consulente di ricerca e difesa della Ong cinese per i difensori dei diritti umani, denunciando un gioco altamente rischioso.

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