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I monopoli ed i “liberali all’italiana”

E’ ormai conclamato che il nostro Paese è l’unico, negli ultimi trent’anni, in tutta Europa, a registrare una crescita negativa (-3,4%) della ricchezza disponibile per i cittadini italiani a fronte, nel medesimo periodo, di una crescita in Germania del +34,7%. Questo diverso andamento del “benessere economico” è stato determinato sostanzialmente da due visioni di crescita economica sostanzialmente fallimentari.

Nella prima la ragione del declino economico del nostro Paese viene perfettamente rappresentata dal fallimento della politica governativa di qualsiasi ispirazione ideologica e sempre basata sui “benefici effetti” della costante crescita della spesa pubblica e, di conseguenza, del debito.

Nel secondo caso, invece, vengono  messi  a nudo  gli infantili postulati che hanno caratterizzato il pensiero liberale degli ultimi trent’anni in relazione ad una transizione monopolistica e la conseguente gestione.

Andrebbe, infatti, ricordato come un monopolio statale manifesti le proprie negatività anche con una degenerazione dei servizi e contemporaneamente con la ricerca di priorità gestionale che si manifestano attraverso il conseguimento di obiettivi personali o di  lobby, ovviamente a scapito dell’utenza.

L’esempio più classico della inefficienza dei monopoli statali viene rappresentato dall’elefantiaco complesso della pubblica amministrazione. Anche se con il lodevole obiettivo di risolvere questo pantano normativo il variegato, e spesso assolutamente autoreferenziale, mondo liberale ha sempre indicato nella privatizzazione di ogni  monopolio la soluzione ad ogni problema. Esattamente come nel caso di una gestione  pubblica, anche nella gestione privatistica di un monopolio chiunque avrebbe intuito come gli obiettivi primari sarebbero stati facilmente individuabili nel  massimo ritorno dell’investimento (Roe) e comunque sempre a scapito del contribuente o nello specifico dell’utenza.

La vicenda autostrade in cui, per puro spirito speculativo finalizzato al vile conseguimento del massimo rendimento degli investimenti, sono state ridotte del 98% le spese di manutenzione, con la compiaciuta complicità anche dello Stato, che ha portato alla morte di quarantatré (43) persone, ne rappresenta l’esempio più eclatante.

In piena crisi energetica il gestore nazionale dell’acquisto e della distribuzione del Gas, con due fondi privati come soci, rappresenta, ancora una volta, l’ennesima infantile evoluzione di un pensiero liberal scolastico che  non si attaglia alla realtà economica complessa.

Qualsiasi monopolio, in quanto tale, deve essere sottratto all’interesse privato, presente sia nella gestione pubblica che privata poiché viene meno a un principio liberale fondamentale che rimane quello della concorrenza.

In altre parole, molti ancora oggi  credono che le privatizzazioni, ancora oggi, siano  in antitesi con un’economia statalista/socialista.

Viceversa, nella gestione di qualsiasi monopolio non ha alcuna importanza se il principale azionista sia pubblico o privato perché alla fine gli extracosti (necessari a conseguire gli obiettivi politici o economici) andranno sempre a pesare sull’utenza finale.

Un pensiero talmente semplice che dimostra quanto il variegato mondo liberale  sia in ritardo culturale perlomeno di una  trentina d’anni necessari per comprendere come anche queste politiche di trasferimento dei monopoli dello Stato ai privati abbiano creato una diminuzione della ricchezza disponibile in parte causata da un aumento dei costi dei servizi.

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