Pil

  • La stagflazione politica-amministrativa

    In passato si era già affrontato il problema del nostro Paese per le inevitabili ricadute economiche della gestione delle due forme massime di potere italiano rappresentate (1) dalla gestione della spesa pubblica e da quella del credito (2) nel lontano novembre 2018 (https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/).

    L’esercizio di questi due poteri, interamente in mano alla classe politica (1) che interagisce con i vertici degli Istituti bancari (2), come poteva risultare ampiamente prevedibile invece di partorire delle politiche che potessero supportare il sistema economico italiano si sono rivelati dei veri e propri strumenti di autofinanziamento elettorale e sostegno finanziario al sistema bancario, totalmente a danno del sistema Italia.

    Questa metastasi economico-istituzionale ha prodotto negli ultimi vent’anni degli effetti devastanti, ora amplificati dopo un anno di pandemia.

    Anche durante l’ultimo anno questa alleanza tra due poteri ha dimostrato i propri effetti: basti in questo senso ricordare come dei 150 miliardi di garanzie statali destinati alle imprese stanziati dal governo Conte 2 solo 39 miliardi di reali risorse effettivamente si siano rese disponibili in termini di garanzie statali per gli imprenditori. Una buona parte di queste garanzie statali di Cassa Depositi e Prestiti risultano, viceversa, trattenute all’interno del circuito bancario ed utilizzate per rientri dei fidi della clientela e conseguentemente riduzione dei rischi stessi per l’istituto bancario.

    In questa operazione il silenzio del governo relativo a tale distorsione rispetto alla funzione originale di queste garanzie risulta assolutamente complice.

    Sicuramente la devastante pandemia da covid-19 ha amplificato un disastroso trend iniziato proprio nel 2000.

    Va ricordato, infatti, come dall’inizio del terzo millennio ad oggi la spesa pubblica sia aumentata del 85% ma con effetti fortemente contraddittori. In questo senso, per cominciare, va ricordato come, dato 100 il 1999, il sistema privato abbia aumentato la propria produttività di 29 punti (129) mentre la pubblica amministrazione lo abbia ridotto di 12,5 (87,5). L’aumento della spesa pubblica quindi, pur rendendo disponibili maggiori risorse finanziarie (frutto della sintesi di maggior debito e maggiore pressione fiscale), non ha prodotto alcun miglioramento dei servizi offerti dalla pubblica amministrazione e quindi della sua efficienza a supporto dell’impresa. Addirittura, e siamo appunto all’effetto paradossale, questa maggiore dotazione finanziaria per la P.A. ha determinato un abbassamento delle produttività vanificando, così, in buona parte i risultati ottenuti dal settore privato sempre sul fronte della produttività. Un fattore determinante assieme alla scarsa crescita da oltre vent’anni caratterizzante la nostra economia (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linutile-crescita-della-produttivita/).

    In più, durante l’ultimo ventennio, i governi che si sono succeduti alla guida del nostro Paese hanno continuato a sperperare risorse pubbliche col duplice obiettivo di mantenere i propri bacini elettorali. Contemporaneamente hanno condotto delle battaglie politiche aspramente criticate dalla BCE (*) a favore della moneta elettronica (anche attraverso fiscalità premianti) come contropartita all’azione degli Istituti bancari nell’acquisto dei titoli del debito pubblico italiano.

    Questa assoluta mancanza di responsabilità, che coinvolge tutti i ministri economici degli ultimi governi, parte dalla comune considerazione di come, seppur basso, un tasso di crescita potesse comunque risultare compatibile con la gestione della finanza pubblica italiana, perlomeno nell’immediato che rappresenta l’orizzonte massimo di valutazione della classe politica italiana. Un pensiero espressione di una cultura economica irresponsabile come testimoniano gli ultimi dati relativi alla crescita del reddito disponibile degli italiani.

    Va ricordato come agli inizi del 2000 il reddito medio italiano rappresentasse l’83% di quello tedesco: ora, dopo vent’anni, questo rappresenta ormai solo poco più del 67%.

    In altre parole, al di là dell’andamento sinusoidale dell’economia internazionale, il nostro Paese ha registrato una diminuzione di reddito prodotto rispetto alla Germania pari al -0,75 % annuo

    All’interno di un mercato competitivo nel quale la Germania rappresenta la prima industria manifatturiera e noi la seconda è evidente che gli effetti devastanti di questo declino economico si manifestino in una progressiva perdita di competitività e un contemporaneo aumento dei costi sia per le imprese quanto per i consumatori.

    Solo al fine di offrire un esempio di economia quotidiana: per un’impresa italiana attualmente il gasolio alla pompa viene erogato al prezzo medio di 1,48 euro, in Germania viceversa risulta di 1,21 (**), una differenza di poco superiore al 22%, ovviamente a favore dell’utenza e delle imprese tedesche.

    Se poi si valuta anche il differenziale di reddito disponibile è evidente come il carburante in Italia venga pagato circa il 50% in più di quanto in Germania.

    A questo immediato “svantaggio competitivo” per l’economia italiana risulta inevitabile aggiungere, per quanto riguarda il trasporto delle merci su gomma (82% del totale) ma anche in termini più generali per l’economia nel suo complesso, ovviamente il costo delle autostrade. La concessione di un monopolio pubblico a gruppi privati, come sostenuto dall’intera classe di economisti ad accademici negli anni 90, non ha creato alcun vantaggio per l’utenza e tantomeno aumentato gli investimenti nelle Infrastrutture. Con buona pace delle teorie economiche che sostenevano strategie diverse da quanto realizzato in Svizzera ed in Germania.

    Due semplici esempi che mettono in evidenza come la nostra struttura economica sia caratterizzata da una serie di rendite di posizione a favore tanto dello Stato quanto di gruppi privati i quali hanno determinato una diminuzione per l’impresa della competitività e dei cittadini del reddito disponibile attraverso un continuo aggravio dei costi di servizio.

    In altre parole, il costante aumento delle tariffe dei servizi (sia in termini di costi diretti quanto di qualità del servizio stesso) forniti dalla pubblica amministrazione, pur con un aumento di risorse finanziarie e compensato da una bassa inflazione, risulta il primo elemento di una stagflazione.

    Il secondo elemento è conseguenziale al primo, individuabile nella sempre bassa crescita che ha caratterizzato negli ultimi vent’anni la nostra economia.

    Una vera e propria stagflazione politica – amministrativa che definisce in modo chiaro il fallimento di una scuola economica e politica i cui effetti sono stati un progressivo aumento della spesa pubblica e del debito ma con una diminuzione del reddito disponibile dei cittadini anche per i consumi.

    Si aggiunga poi che a causa di servizi della pubblica amministrazione sempre più scadenti molti contribuenti sono stati costretti a rivolgersi a soggetti privati per ottenere gli stessi servizi finanziati già col prelievo fiscale.

    Un doppio costo che drena risorse al circuito economico. In altre parole, la sintesi di un fallimento economico politico.

    (*) solo negli ultimi sei mesi la BCE ha richiamato due volte il Governo Conte ad una posizione neutrale rispetto alle forme di pagamento.

    (**) Grazie ad una riduzione dell’IVA a sostegno della ripresa economica post pandemia.

  • L’economia sommersa vale 192 miliardi, quasi il 12% del pil

    In Italia l’economia sommersa e quella illegale valeva, nel 2018, 211 miliardi di euro, ovvero l’11,9% del Pil, un dato leggermente migliore rispetto a quanto rilevato negli anni precedenti. Così come in lieve miglioramento si rivela anche la situazione del lavoro nero, anche quest’ultimo diminuito (per numero di unità) rispetto a quanto accadeva nel 2017. Questo, a grandi linee, il quadro rilevato dall’Istat nel rapporto sulla cosiddetta economia non osservata. Un quadro che, pur mostrando qualche segnale positivo soprattutto se rapportato con le tendenze degli anni precedenti, viene comunque additato dalle associazioni dei consumatori come la dimostrazione di un paese incivile e che ha perso la battaglia sul fronte del lavoro nero. Tra le maggiori spine nel fianco l’Italia annovera infatti un’economia illegale in via di peggioramento, trainata soprattutto dal traffico di droga ma anche dalla prostituzione.

    Il rapporto Istat con gli ultimi dati disponibili che risalgono a due anni fa mostra che il peso del sommerso e dell’economia illegale si riduce complessivamente di circa 3 miliardi dal 2017, confermando la tendenza alla discesa dell’incidenza sul Pil (0,4 punti percentuali in meno) dopo il picco raggiunto nel 2014 (13,0%). In particolare, nel 2018 l’economia sommersa valeva 191,8 miliardi (10,8% del Pil): le principali voci, ricorda l’Istat, sono costituite dal valore aggiunto occultato tramite comunicazioni volutamente errate del fatturato e/o dei costi (sotto-dichiarazione del valore aggiunto) oppure generato mediante l’utilizzo di input di lavoro irregolare. Ad esso si aggiungono fra l’altro anche il valore degli affitti in nero e delle mance. La componente legata alla sotto-dichiarazione del valore aggiunto è scesa a 95,6 miliardi dai 98,5 del 2017, mentre quella connessa all’impiego di lavoro irregolare si attesta a 78,5 miliardi (80,2 miliardi l’anno precedente). Circa l’80% del sommerso economico si genera nel terziario e si concentra per circa due terzi in tre settori di attività economica: Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (40,3%), Altri servizi alle imprese (12,7%) e Altri servizi alle persone (12%).

    Quanto al lavoro irregolare 3 milioni 652 mila persone nel 2018 svolgevano mansioni irregolarmente, 48mila in meno rispetto al 2017. Ed in particolare, la componente del lavoro non regolare dipendente scende dell’1,4% (-39mila unità), quella indipendente si riduce dello 0,9% (-9mila unità). Per quanto riguarda invece le attività illegali, il rapporto Istat mostra un incremento dell’1,8% tra il 2017 e il 2018 con proventi per 19,2 miliardi, ovvero l’1,1% del Pil. La crescita di questa voce è determinata per la quasi totalità dal traffico di stupefacenti il cui valore aggiunto sale a 14,7 miliardi di euro. Di non poco rilievo neppure il ruolo della prostituzione che ha generato consumi per 4,7 miliardi di euro (+6,8%) equivalente, secondo i calcoli del Codacons, ad una spesa media di 180 euro a famiglia.

    Secondo l’Unione Nazionale dei consumatori i dati diffusi dall’Istat sono “sconfortanti, non degni di un Paese civile. I risultati ottenuti contro l’evasione sono a dir poco deludenti ed insignificanti ed i progressi fatti sono a passo di lumaca”, mentre sul lavoro nero “è una battaglia persa, dato che nessuno ha voluto ancora combatterla”.

  • Il Pil cinese è già guarito dalla pandemia

    Prima a finire nelle secche del coronavirus e adesso prima a uscirne tra i principali Paesi: la Cina ha visto la sua economia risollevarsi nel secondo trimestre con un rimbalzo del Pil del 3,2% su base annua e dell’11,5% sul periodo gennaio-marzo, battendo con margine le previsioni degli analisti pari,

    rispettivamente, a +2,5% e a +9,6%. Il messaggio, con gran parte del pianeta stretto ancora dalla pandemia del Covid-19, è che Pechino grazie alla sua gestione della crisi ha centrato l’inversione di rotta sul tonfo del 6,8% del primo trimestre (-9,8% congiunturale), la prima contrazione dal 1992, anno d’inizio dei dati statistici trimestrali. A rimarcare la svolta c’è stata la contestuale, rispetto ai dati sul Pil, e inconsueta diffusione della lettera di risposta del presidente Xi Jinping a quella ricevuta dai 18 capi azienda del Global CEO Council che riunisce 39 multinazionali leader nei rispettivi settori di attività. “I fondamentali di lungo termine di solida crescita dell’economia non sono cambiati e non cambieranno” e la Cina continuerà ad approfondire le riforme e ad aprire i mercati, fornendo “un migliore ambiente business per gli investimenti e lo sviluppo delle imprese cinesi e straniere”, ha scritto Xi nel mezzo dello scontro con gli Stati Uniti.

    Malgrado l’exploit del Pil, le Borse cinesi sono affondate: i listini, tradizionali anticipatori degli umori degli investitori, hanno visto su Shanghai il peggior calo da febbraio (-4,50%) e Shenzhen chiudere a -5,20%. L’analisi del Pil ha fatto emergere una produzione industriale in crescita del 4,4% nel trimestre, non sostenuto da un adeguato aumento della domanda. Le vendite al dettaglio, in frenata per il sesto mese di fila, sono scese a giugno dell’1,8% su attese a +0,5%, mentre il calo semestrale è dell’11,4%. Gli investimenti fissi hanno avuto una frenata annua del 3,1%, a 28.160 miliardi di yuan

    (4.000 miliardi di dollari circa), nella prima metà del 2020, ma avendo la parte privata in sofferenza (-7,3%) e quella pubblica a +2,1%. “L’economia nazionale ha superato progressivamente l’impatto avverso della pandemia nella prima metà del 2020 e ha dimostrato un momento di crescita tonica e di graduale ripresa”, ha notato l’Ufficio nazionale di statistica, non nascondendo “gli evidenti e crescenti rischi e sfide future interne ed esterne”, a partire dalla pressione Usa, quando “la ripresa non è consolidata”. L’interscambio commerciale in dollari è ritornato positivo a giugno su maggio: l’export è salito dello 0,5% con la domanda di materiale medico anticoronavirus e prodotti farmaceutici, mentre l’import è andato a +2,7% con elettronica e materie prime. “Il recupero è stato ottenuto grazie alle politiche fiscali e sociali a supporto delle attività economiche. Nuovi incentivi hanno consentito alle imprese di ridurre i costi operativi, ottenere liquidità e favorire l’occupazione, la cui stabilità è da sempre uno dei temi chiave per il governo cinese”, ha notato Lorenzo Riccardi della Shanghai Jiaotong University.

    La disoccupazione di giugno è scesa al 5,7% dal 5,9 di maggio, mentre sono stati 5,64 milioni di posti di lavoro nel semestre: il dato considera l’occupazione urbana e non la forza lavoro migrante che pesa per un terzo circa di quella totale. Stime indipendenti parlano di 20 milioni di posti di lavoro persi a causa del Covid-19 e a luglio ci saranno circa 9 milioni di nuovi diplomati e laureati in cerca della prima occupazione. Dopo il 2019 con un Pil in crescita del 6,1%, ai minimi degli ultimi 29 anni, il Fmi ha stimato una Cina in crescita dell’1% nel 2020, con un’economia mondiale in contrazione del 4,9%. “Siamo entrati in una nuova fase della crisi, una fase che richiederà ulteriore agilità politica e azione per assicurare una ripresa durevole e condivisa”, ha messo in guardia il direttore generale del Fmi, Kristalina Georgieva, rilevando che l’attività economica globale “ha iniziato gradualmente a rafforzarsi. Ma non siamo ancora fuori dai guai”. L’incertezza resta alta, ha marcato il documento del Fondo preparato per il G20 dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali, che si terrà virtualmente il 18 luglio. Al G20 il Fmi ha chiesto gli “sforzi collettivi” che “sono essenziali per mettere fine alla crisi finanziaria e rilanciare la crescita”.

  • Il coronavirus fa crollare il Pil di Singapore

    L’economia di Singapore in picchiata nel secondo trimestre, con una contrazione record causata dalla crisi del coronavirus. Come riferito dal ministero del commercio e dell’industria, il PIL è sceso del 41,2% a seguito delle misure attuate tra aprile e maggio per arginare la diffusione di COVID-19. Il calo è stato peggiore delle aspettative degli esperti che si attestavano attorno al 37,4%.

    Il settore dell’edilizia è crollato del 95,6% su base trimestrale per la quarantena imposta a decine di migliaia di lavoratori migranti. Il comparto del manifatturiero è cresciuto del 2,5% rispetto allo scorso anno, grazie soprattutto all’aumento della produzione nel settore biomedico.

    Su base annua, il PIL è sceso del 12,6%. Il declino ha segnato il secondo trimestre consecutivo di contrazioni per l’isola. Il governo si aspetta adesso che il PIL per l’intero anno subisca una riduzione tra il 7% e il 4%, il che renderebbe la recessione la prima dal 2009 e la peggiore da quando Singapore ha ottenuto l’indipendenza nel 1965.

    Singapore ha finora dichiarato 46.283 infezioni e 26 morti per malattia.

  • Dall’oro alla Patria ai titoli irredimibili

    Il 18 dicembre 1935 il regime di Mussolini invitò i propri cittadini a “portare” il proprio oro alla Patria. Una vera e propria donazione per risollevare le finanze disastrate del regime fascista in previsione di tempi bui come poi si rivelarono con la Seconda Guerra Mondiale.

    Nel difficile periodo odierno molti osservatori, nella definizione degli effetti economici e sociali della pandemia legata alla diffusione del covid-19, assimilano questo momento storico a quelli causati da un evento bellico. Il mix devastante tra trend economici in caduta libera ed incapacità del governo nella gestione emergenziale del nostro Paese uniti ad una assoluta irresponsabilità dei governi precedenti che avevano portato già a febbraio 2020 il rapporto debito/PIL al 135% sicuramente rendono comparabili i due nefasti momenti storici, quantomeno in considerazione delle devastanti ricadute sociali ed economiche.

    In questo contesto di incertezza strategica e di una diffusa percezione di insufficienza degli atti governativi esplode l’intervento del presidente della Consob Savona con le sue altrettanto imbarazzanti strategie di gestione della crisi.

    Vale la pena ricordare come sin dall’inizio degli anni 2000 si manifestò evidente una corrente di pensiero capitanata allora dal ministro Tremonti la quale individuava nel risparmio privato la garanzia di solvibilità del sistema paese ed in particolare in relazione alla sostenibilità del debito pubblico italiano. In altre parole, la irresponsabilità della classe politica che negli ultimi vent’anni aveva sempre aumentato la spesa pubblica, a partire dall’inizio del terzo millennio propone di limitare i devastanti  effetti di tale irresponsabilità attraverso “i frutti dei sacrifici dei cittadini privati”  di cui  “il risparmio ne è la massima espressione”.

    In questo contesto giova ricordare che il risparmio privato è esploso negli ultimi 10 anni come la  limpida espressione dello stato di incertezza dei cittadini nei confronti della politica e quindi dei governi nell’affrontare le tematiche di sviluppo nel breve e nel medio e lungo termine. La crescita del  risparmio dei cittadini risulta perciò assolutamente attribuibile ad una giustificata percezione della incapacità della classe politica dirigente di offrire un quadro potenziale di sviluppo. All’interno di un’economia circolare risulta altrettanto evidente come queste risorse risparmiate vengano così  sottratte al consumo ed alla sottoscrizione di piani di investimento assumendo le connotazioni di un denaro inerte (https://www.ilpattosociale.it/2019/11/25/il-denaro-inerte-lacqua-che-non-macina/).

    Tornando quindi alle strategie per reperire le necessarie risorse finanziarie con il fine di attutire i devastanti impatti economici e sociali del covid 19 il risparmio privato torna ad essere centrale e a suscitare appetiti vergognosi da parte della classe politica.

    In un’economia normale, gestita con normali competenze economiche con il fine di invitare e quindi allettare i risparmiatori a sottoscrivere dei titoli del debito pubblico, si individuerebbe la soluzione  nell’offerta di rendimenti superiori rispetto alla media di altre possibilità di investimento.

    Il presidente della Consob, invece, ignaro o semplicemente indifferente alla sostanza ed alle ragioni  di questo risparmio lancia l’idea di emettere un titolo di stato del debito pubblico irredimibile, (“prestito in cui è esclusa la possibilità di riscatto…QUINDI CONSOLIDATO“, dal Devoto Oli) che dovrebbero venire sottoscritti dai risparmiatori italiani.

    In buona sostanza per questi titoli irredimibili, come esprime il termine stesso, non viene previsto il rimborso del prestito e quindi tanto meno può essere usato a garanzia di altre operazioni finanziarie. In questo delirio di onnipotenza politica in pratica viene attuato un consolidamento exante del debito pubblico italiano, un evento di natura epocale dal dopoguerra ad oggi.

    In altre parole, esattamente come con Mussolini e la sua  richiesta di donare l’oro detenuto dalle famiglie alla Patria così il presidente della Consob suggerisce la medesima operazione che rappresenta un reale furto di Stato finanziario in quanto i risparmiatori verrebbero depredati da quella classe politica che ha creato queste condizioni di un rapporto debito pubblico/Pil assolutamente insostenibile per le sole finanze pubbliche.

    L’indifferenza con la quale questa tesi è stata accolta offre il senso della democrazia espressa dalla nostra classe politica e dirigente.

    Mussolini come Savona risultano, in epoche considerate politicamente opposte, espressione della medesima volontà totalitaria ed antidemocratica di appropriarsi delle ricchezze delle quali non possiedono alcuna titolarità: volontà di una classe politica allora e ancor più oggi assolutamente indegna.

  • L’illusione immobiliare

    In un periodo di così profonda difficoltà soprattutto all’interno di una visione prospettica è decisamente imbarazzante ed al tempo stesso evidente come molte analisi economiche presenti all’interno dei principali media nazionali risultino prive di qualsiasi base oggettiva.

    Ultimamente si continua a leggere della necessità o meglio della volontà di conferire una nuova centralità al settore edilizio per favorire la creazione di nuovo valore aggiunto e quindi crescita del PIL. Un auspicio  sicuramente condivisibile ma che, al di là del semplice desiderio, è espressione della mancanza di una qualsiasi analisi economica precedente. Il settore immobiliare ripartirà solo ed esclusivamente se le condizioni generali economiche miglioreranno in maniera significativa in modo da creare una nuova domanda legata alla disponibilità di maggiori risorse personali, quindi ad una crescita dell’economia nazionale. E questo non perché il settore edilizio non meriti l’attenzione necessaria ma semplicemente perché già ora siamo in presenza  di un eccesso di offerta con  oltre sette (7) milioni di case vuote. Alle quali vanno aggiunte ogni anno tutte le abitazioni  pignorate dalle banche  che vengono messe all’asta e che determinano una ulteriore riduzione  del valore del settore immobiliare complessivo.

    Una crisi immobiliare talmente complessiva da coinvolgere, forse per la prima volta, persino le strutture turistiche e ricettive. Basti pensare che solo nel comune di Venezia risultano in vendita 103 alberghi, il 10% del totale.

    Solo una accresciuta domanda verso beni immobili legata ad una ripresa economica potrà successivamente offrire una opportunità di rilancio e di rivalutazione dell’intero settore immobiliare.

    Quindi l’articolata e complessa economia legata all’edilizia seguirà caso mai la ripresa e non di certo trainarla (fatta esclusione per le ristrutturazioni nei centri storici) visto che l’impatto sul Pil è minimale.

    Ancora una volta l’analisi economica proposta dai vari media lascia lo spazio al desiderio e all’improvvisazione.

  • I trend di crescita del Pil Netto

    Buona parte degli esperti di economia continua a proporre come unica soluzione al deficit di crescita economica precedente il covid 19, ed a maggior ragione adesso, la necessità di avviare una politica di investimenti pubblici in un articolato piano infrastrutturale. Ancora una volta si omette di affrontare le cause che avevano relegato il nostro Paese all’ultimo posto nella graduatoria in materia di crescita economica dal 2012 al 2019 compreso. Si spera, ancora una volta, nell’effetto benefico della spesa pubblica finalizzata all’ammodernamento infrastrutturale determinando un’inversione del pericoloso trend di decrescita economica.

    Nessuno nega come nel medio e lungo termine questi investimenti si possano tradurre in fattori di competitività importanti per le aziende che competono nel mercato globale, anche se va considerato l’aspetto gestionale, che diventa fondamentale nell’impatto economico di questa infrastruttura, della rete autostradale che è diventata un fattore fortemente anticompetitivo rispetto alla Germania ed alla Svizzera.

    Va ricordato, inoltre, come per esempio, ad esclusione del ponte di Genova, il codice degli appalti abbia di fatto reso impossibile e soprattutto farraginoso ogni procedura di approvazione di tali opere pubbliche.

    Questa crescita economica, ammesso che si manifesti come nelle volontà di chi la propone, rappresenta tuttavia un mercato “drogato di spesa pubblica” e quindi con scarsa crescita propria ed un rapporto costi/benefici imbarazzante.

    In altre parole non si tiene in alcuna considerazione quella quota di mercato o meglio quella quota di PIL Netto* che viene prodotta da soggetti privati con l’intenzione di soddisfare i bisogni o i servizi di altrettanti consumatori e cittadini. Pur sapendo benissimo che parlare di divisioni nette all’interno di un mercato globale risulta molto difficile tuttavia a livello tendenziale e soprattutto identificativo è netta la distanza tra i due mercati ma soprattutto tra i due PIL, il primo legato alla spesa pubblica rispetto al secondo. L’unico contatto di quest’ultimo con la pubblica amministrazione è relativo alla pressione fiscale crescente necessaria per finanziarie quel mercato drogato al quale si faceva riferimento prima.

    Risulta evidente quindi come questa seconda tipologia di mercato privo degli incentivi della spesa pubblica (salvo talvolta attraverso incentivi fiscali come per il settore dell’auto con la rottamazione) rappresenti sicuramente la migliore espressione di soggetti economici che con la  propria  professionalità partecipano ad una crescita del PIL. In questo contesto quindi i trend che si presentano per la loro crescita dopo la fine del lockdown possono suggerire degli scenari meno catastrofici ma soprattutto delle scelte strategiche importanti.

    I veri trend top.

    1. Innanzitutto l’analisi di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti (https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-05-02/america-s-retailers-return-to-lure-virus-weary-shoppers-to-malls). I consumatori statunitensi, infatti, successivamente all’annullamento del lockdown  abbandonano i centri commerciali in quanto troppo affollati e quindi esposti ad un maggiore rischio di contagio e tornano al retail tradizionale. Una tendenza molto interessante che dovrà essere tenuta nella debita considerazione da parte delle giunte comunali in quanto questa nuova attenzione alla distribuzione urbana permetterà di ridare nuova luce a tutti i quartieri delle città e così combattere il degrado che anche in alcuni centri storici regna sovrano. Da sempre gli Stati Uniti rappresentano ed anticipano le tendenze mondiali e quindi anche quelle relative al nostro mercato: un segnale certamente incoraggiante.
    2. Laconsapevolezza. Questa  deve coinvolgere ovviamente i soggetti imprenditoriali e quindi le aziende verso una nuova presa di coscienza e conoscenza uniti nel riconoscimento dei valori espressi e dei traguardi raggiunti dal sistema economico italiano anche in tema di sostenibilità. Da queste consapevolezze si deve ripartire per assicurare una nuova stagione di sviluppo (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/)
    3. I modelli di organizzazione industriale già ampiamente anticipati all’estero e da società operanti anche sul territorio nazionale come modelli di filiera integrata. Sempre più spesso i modelli economici reali anticipano  la loro stessa definizione (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/27/svizzera-e-toscana-i-modelli-di-sviluppo-richemont/).
    4. I valori. Anche in questo caso questi deve venire finalmente riconosciuto tanto dalla classe imprenditoriale quanto da quella politica il valore della tutela delle filiere da monte a valle del made in Italy.

    In questo contesto allora la riduzione della filiera e la tutela della proprietà intellettuale potrebbero rilanciare la nostra economia più del nuovo debito pubblico per realizzare infrastrutture la cui ricaduta è solo nel medio e lungo termine. Una consapevolezza che può essere addirittura supportata attraverso una politica di fiscalità di vantaggio in relazione al reshoring produttivo per riportare lavoro e professionalità  ora delocalizzate in paesi a basso costo di manodopera (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Questi mercati composti di aziende produttive e della distribuzione assieme ai consumatori sono fattori fondamentali della crescita del Pil netto e contemporaneamente lontani dagli effetti della spesa pubblica.

    Paradossale poi se si considera invece come proprio questo settore di economia italiana sostenga con la propria capacità fiscale la tanto desiderata politica di investimenti infrastrutturali.

    Anche in questo difficile contesto post pandemia ancora una volta vengono abbandonate le 4° (calzature/tessile/abbigliamento/pelletteria; arredamento; agro-alimentare/vinicolo;  automazione/plastica/meccanica) dalle strategie proposte dal mondo economico e politico italiano in quanto considerate espressione di una Old Economy.

    Mai come ora il prodotto interno lordo che genera ricchezza “manu  propria” dovrebbe ricevere una maggiore tutela.

    (*): indica quota di Pil non direttamente espressione dell’utilizzo della spesa pubblica in investimenti o spesa corrente.

  • 106: the magic number

    Da anni sostengo come il problema dell’evasione fiscale rappresenti la giustificazione per una pessima gestione della pubblica amministrazione e della spesa pubblica nella sua articolata complessità.

    Lo stesso governo in carica, del resto, con l’estensione per i lavoratori dipendenti del bonus da 80 (Bonus Renzi) a 100 euro per tutte le fasce di reddito fino a 40.000 euro dichiarato (prima era fino a 27.000) ne rappresenta l’ultima conferma. Questo ennesimo capitolo di spesa pubblica ovviamente andrà interamente a pesare sulla crescita del debito pubblico nonostante una minima variazione del Pil con un ridicolo +0,2% compromettendo ulteriormente il rapporto debito pubblico e Pil che corre verso quota 2.500 miliardi ma soprattutto verso il 135% del Pil (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/).

    Ora, dati statistici dimostrano come per i redditi medio bassi un lavoratore autonomo subisca una pressione fiscale fino a 106 volte superiore rispetto al dipendente (Il Sole 24 Ore del 22.01.2020).  Questa ricerca dimostra ancora una volta la disonestà intellettuale dei responsabili dei dicasteri economici degli ultimi vent’anni e dei partiti che quei governi hanno sostenuto. Solo nel 2019 hanno abbassato la saracinesca oltre 6.500 negozi e botteghe artigiane la cui uscita dal mondo del lavoro rappresenta un azzeramento di una importante quota del patrimonio culturale e professionale italiano. Per il 2020 le proiezioni statistiche confermano questo trend negativo.

    Una guerra commerciale tra attori con dotazioni impari in quanto se nasce dalla concorrenza con top player come GDO ed e-commerce questi si avvalgono di regimi fiscali che privilegiano proprio i concorrenti del dettaglio indipendente e dei piccoli artigiani. Questi nuovi soggetti allora, in particolare le società della grande distribuzione, venivano indicati come il futuro della distribuzione moderna ed avanzata. Ora invece che ad andare in crisi sono proprio quelle società della GDO ecco che la politica e i media si preoccupano, giustamente, dei contraccolpi occupazionali di tali ridimensionamenti (solo Auchan metterà in mobilità oltre 750 dipendenti).

    Risulta quindi evidente dalla crisi delle GDO come il dettaglio indipendente non venga sconfitto tanto dalla concorrenza di nuovi operatori distributivi (i quali certamente diminuiscono le marginalità) quanto dal regime fiscale adottato per favorire questi soggetti imprenditoriali. Una strategia politica chiara e della quale si dovrebbe chiedere conto soprattutto ai sindaci delle città, se non altro per la generosità con le quale hanno concesso i permessi per aperture di centri commerciali.

    Tornando alle ragioni articolate che determinano una battaglia concorrenziale assolutamente sbilanciata a sfavore del dettaglio indipendente, ecco come un regime fiscale oppressivo per il dettaglio indipendente presenti un moltiplicatore “106” (the magic number) che può addirittura aumentare nel caso in cui la famiglia risulti composta anche da figli a carico.

    Questi due fattori devastanti nella loro sintesi (pressione fiscale e scarsa produttività della spesa pubblica) condannano il nostro Paese ad un inesorabile declino studiato e voluto da un massimalismo ideologico. Non va dimenticato, infatti, come la spesa pubblica rappresenti assieme alla gestione del credito le prime due forme di potere assoluto: il primo in capo alla politica e il secondo al sistema bancario…(https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/). Una diarchia inattaccabile che ci destina non tanto al declino quanto all’estinzione.

  • Debito pubblico: l’ennesima strategia che confonde effetti e cause

    Risulta sicuramente interessante la proposta di Giulio Tremonti e Sabino Cassese circa l’utilizzo della Cassa depositi e prestiti come Market unit per privatizzare asset pubblici ed attraverso il ricorso al mercato diminuire di conseguenza il debito pubblico.

    Sarebbe altrettanto interessante ,tuttavia, comprendere quanto nella realtà effettiva la campagna di privatizzazione degli anni ‘90 abbia portato in termini di servizio agli utenti e consumatori e benefici stabili nella determinazione del rapporto debito/PIL. Ancora si odono, infatti, gli echi dell’ intera  schiera di politici, docenti ed economisti i quali affermavano all’unisono come la privatizzazione di asset pubblici non performanti rappresentasse una scelta finalizzata all’efficientamento della struttura oggetto di tale operazione.

    A distanza di vent’anni il disastroso stato delle infrastrutture autostradali italiane sembrerebbe dimostrare esattamente il contrario pur rimanendo valido il vero motivo di tale operazione, cioè la riduzione del debito pubblico. Al principio dell’efficientamento, va ricordato, è stato legittimamente preferito (come  ampiamente prevedibile) da parte degli investitori privati quello della massificazione della Roe mentre il modello di gestione pubblica delle infrastrutture autostradali tedesco e quello della “vignetta” svizzera rappresentano modelli lontani dalla realtà italiana così come per l’ammontare dello stesso rapporto debito/PIL. Quindi, nello specifico, la privatizzazione avrebbe l’importante ed unica funzione di ridurre il peso del debito pubblico anche se con disonestà intellettuale si invocava l’efficientamento, senza valutare l’inevitabile costo economico e sociale per l’utenza di queste operazioni finanziarie, come la situazione sistema autostradale italiano dimostra ampiamente.

    In altre parole, ancora oggi il nuovo progetto di privatizzazione viene giustificato essenzialmente dal reperimento  di risorse finanziarie per ridurre il debito ed in considerazione della crescita esponenziale del nostro debito presenta  un fondamento strategico condivisibile. Tuttavia, una parte delle risorse finanziarie ottenute attraverso queste operazioni andrebbe comunque destinata all’inevitabile impatto sociale in termini di peggioramento dei servizi, come la storia ci ha insegnato. In più, l’interessante proposta o meglio riproposta da parte dell’onorevole Tremonti e di Sabino Cassese relativa all’utilizzo della CdP per alleggerire il peso del debito pubblico debito pubblico non prende  in considerazione un vizio culturale e procedurale: la decontestualizzazione dall’ambito politico italiano.

    Il debito pubblico non rappresenta come nel Monopoli un’entità economica stabile e definita ma essenzialmente una grandezza relativa legata soprattutto alla esplosione della spesa pubblica ed in alcuni periodi all’accentuarsi della crisi economica. Per cui ogni progetto che valuti la gestione e l’eventuale riduzione del debito pubblico per offrire una visione di sviluppo nel medio e lungo termine alla nostra economia si troverebbe ad ottenere risultati marginali nel breve termine. La continua e costante esplosione negli ultimi vent’anni della spesa pubblica, che rappresenta la fonte del nostro debito pubblico, annienta ogni prospettiva di successo. In questo contesto, quindi, l’interessante proposta risulta già ora minimale negli effetti ed errata nella sua contestualizzazione in quanto l’intera classe politica che si succede al governo del nostro Paese continua ad utilizzare la spesa pubblica intesa come un vero e proprio strumento per ottenere il consenso politico (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/).

    In altre parole, qualsiasi proposta relativa alla riduzione del debito pubblico che non tenga in considerazione il declino culturale che la classe politica ha dimostrato negli ultimi anni attraverso l’utilizzo irresponsabile della spesa pubblica rappresenta la motivazione del suo stesso fallimento progettuale e concettuale.

     

  • I produttori tedeschi prevedono un calo del 4% della produzione industriale

    Secondo l’associazione dell’industria tedesca (BDI) la produzione manifatturiera tedesca scenderà del 4% nel 2021, soprattutto a causa della domanda più debole. In un paese in cui un lavoro su cinque dipende dalle esportazioni (principalmente manifatturiere), ciò potrebbe avere un effetto significativo sul PIL. La Germania è l’unica economia sviluppata con un surplus commerciale con la Cina. Poiché l’economia cinese si sta smorzando e la Brexit incide negativamente sulla fiducia dei consumatori, l’industria tedesca prevede una recessione. “Dopo sei anni consecutivi di crescita, il settore industriale tedesco è bloccato in recessione dal terzo trimestre del 2018”, ha dichiarato l’amministratore delegato di BDI Joachim Lang.

    Per compensare la caduta, la lobby commerciale di BDI e l’unione DBG hanno invitato il governo a investire 17 miliardi di euro in infrastrutture digitali e di trasporto, che corrispondono allo 0,5% del PIL, come primo obiettivo tra quelli per i quali sono stati stanziati 43 miliardi di euro per investimenti pubblici nel 2020. Ciò significherebbe che la cancelliera Angela Merkel avrebbe dovuto lasciare il suo incarico con un indebitamento pari a zero. La convocazione delle parti sociali è arrivata quando la Germania ha evitato, per poco, una recessione tecnica nel terzo trimestre del 2019 registrando una crescita dello 0,1%.

    Le Camere di industria e commercio DIHK hanno dichiarato in ottobre che le esportazioni tedesche si ridurranno nel 2020, per la prima volta dalla crisi finanziaria globale del 2008.

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