Pil

  • Credito alle imprese in aumento dell’11% nel 2025

    Nel 2025, il credito erogato alle imprese è cresciuto di circa l’11% grazie alle migliori condizioni di accesso al credito rispetto all’anno precedente, portando il trend dello stock attivo a saldo positivo dopo un lungo periodo di calo.

    In termini di rischiosità, a dicembre 2025 è cresciuto il tasso di default delle società di capitali, attestandosi al 3,3% e segnando un incremento dello 0,3% rispetto al semestre precedente. Invece, rimane sostanzialmente stabile il livello di rischio delle Ditte e Società di Persone (2,9% a dicembre 2025 rispetto al 2,8% a giugno 2025). Complessivamente, il tasso di default medio delle imprese si attesta al 3% (contro il 2,8% del semestre precedente).

    Con riferimento alle società di capitali, le previsioni per il 2026 ipotizzano un’ulteriore crescita della rischiosità delle imprese alla luce dell’attesa evoluzione del quadro macroeconomico, che risentirà di un contesto geopolitico fortemente instabile. Tale contesto sconta la situazione in Medio Oriente che sta producendo impatti sia in termini di costi energetici sia delle materie prime, oltre che per quanto riguarda la regolarità della supply chain, facendo presagire una crescita dell’inflazione già nel corso di quest’anno. La durata del blocco dello Stretto di Hormuz rappresenta l’elemento chiave che influenzerà il trend sia dell’inflazione che del PIL europeo e nazionale, nonché l’adozione da parte della Bce di misure di politica monetaria volte a calmierare il possibile trend rialzista dei prezzi. Alla luce di ciò, le aspettative per il 2026 sui tassi di default sono di crescita, fino a raggiungere il 3,7% in uno scenario base, che prevede una crescita del PIL dello 0,4%, un’inflazione in moderato aumento intorno al 3% e tassi di interesse in lieve rialzo. In questo contesto, ci si attende una normalizzazione dei flussi commerciali nel corso del secondo semestre 2026 e una erogazione del credito solo parzialmente più selettiva da parte degli istituti finanziari, anche per effetto di un possibile lieve ritocco al rialzo dei tassi di interesse Bce nel corso dei prossimi trimestri. In caso di ulteriore deterioramento del conflitto in Medio Oriente e di persistenti tensioni nello Stretto di Hormuz, nello scenario worst di CRIF Ratings si prevede per l’Italia una lieve recessione con PIL in calo fino al -0,5%, un aumento dell’inflazione al 5% e conseguente incremento dei tassi di interesse al 3,5%, con relativo impatto più accentuato sulle erogazioni del credito. In tale scenario, le previsioni vedono un più marcato rialzo dei tassi di default che potrebbero attestarsi su livelli prossimi al 4,4% per la fine del 2026, a cui si potrebbe associare una più intensa pressione sui volumi erogati alle imprese.

    Questa è la fotografia che emerge dall’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio sulle Imprese realizzato da CRIF. Lo studio analizza periodicamente i principali indicatori relativi all’andamento del credito di un campione di oltre 2,5 milioni di imprese monitorate, elaborati sulla base del patrimonio informativo del Sistema di Informazioni Creditizie EURISC.

    La crescita più sostenuta degli importi erogati (+15,7%) ha riguardato le Società di Capitali con fatturato inferiore ai 5 milioni di euro, caratterizzate tipicamente da una più limitata diversificazione delle fonti di finanziamento che si concentrano in prevalenza sul canale bancario. L’analisi settoriale evidenzia come alcuni settori, già strutturalmente in difficoltà e/o colpiti dall’incertezza, specie in tema dazi a partire dalla primavera 2025, stiano continuando a soffrire evidenziando una crescita dei tassi di default sopra media e dinamiche degli importi erogati sotto media, con particolare riferimento a Tessile e Abbigliamento e Trasporti e Logistica.

    Nel 2025, il settore Tessile e Abbigliamento conferma una condizione di fragilità strutturale e senza segnali di ripresa, evidenziata dal calo dei finanziamenti (-5,8%) e dal forte aumento del rischio di credito. I tassi di default crescono infatti significativamente dal 4,3% di giugno 2025 al 4,8% di fine anno, segnando un aumento più marcato della media delle Società di Capitali. Per il comparto, le previsioni 2026 vedono un ulteriore rialzo dei tassi di default, con una più forte intensità rispetto alla media nazionale, come conseguenza degli effetti del previsto contesto macroeconomico e geopolitico su un settore già storicamente in difficoltà e che dispone di una minor capacità di assorbire shock esterni, sia sulla struttura dei costi che in termini di mercati di sbocco.

    Il settore Trasporti e Logistica ha evidenziato una crescita degli importi erogati su livelli molto inferiori rispetto al totale delle società di capitali (+3,8% importi erogati al settore contro 11,2% del totale delle società di capitali). Nel corso d’anno il settore ha vissuto un periodo di forte competizione in un contesto di forte instabilità economica. Ne è quindi conseguito un tasso di default in crescita coerentemente con l’evoluzione del rischio a livello nazionale, confermandosi su livelli significativamente superiori alla media (4,8% tasso di default del settore a dicembre 2025 contro il 3,3% del totale delle società di capitali). Le aspettative per il 2026 vedono la rischiosità del comparto in aumento scontando una struttura dei costi attesa sotto pressione, alla luce di un contesto internazionale caratterizzato da prezzi energetici elevati ed estremamente volatili. A questo si aggiungerà il perdurare di un contesto competitivo particolarmente sfidante, nonché le perduranti difficoltà sulla regolarità dei trasporti a livello internazionale.

    Nell’ultimo anno, il settore delle Costruzioni ha confermato il proprio ridimensionamento dopo gli anni di forte crescita sostenuta delle misure straordinarie di incentivazione, tra cui gli ecobonus. Ciò trova conferma nel calo del -2,4% delle erogazioni al comparto, in controtendenza rispetto alla media nazionale. Parallelamente, il profilo di rischio del settore ha evidenziato un progressivo peggioramento, con un tasso di default in crescita dal 4,0% di metà anno al 4,5% registrato a fine 2025, confermando come le aziende delle Costruzioni siano tra quelle a maggior rischio. Le prospettive per il 2026 vedono il protrarsi di un mercato domestico debole, potenziali spinte inflazionistiche con effetti sul potere di acquisto dei consumatori, nonché un quadro di instabilità a livello globale che potrebbe influenzare negativamente le scelte di investimento anche nel settore delle Costruzioni. Tale scenario vede un aumento del tasso di default su livelli superiori alla media nazionale.

    Nel 2025, il Commercio al dettaglio ha evidenziato una crescita delle erogazioni sostanzialmente in linea con il totale delle Società di Capitali (+10,4%). Allo stesso tempo, il settore ha però mostrato segnali di aumento del rischio, con un tasso di default che si è assestato al 4,1% a dicembre 2025 e che mostra una crescita superiore rispetto alla media nazionale (+0,4 p.p.). Se da un lato il comparto ha mostrato nel 2025 un profilo di rischio sotto controllo, dall’altro l’indice di fiducia delle imprese del settore ha subito una significativa flessione (circa 6 punti da dicembre 2025 ad aprile 2026), figlia dell’attuale scenario globale. Le previsioni vedono una crescita della rischiosità ancor più marcata rispetto al trend storico, riflettendo un 2026 difficile per quanto riguarda il potere di acquisto dei consumatori, instabilità geopolitica, aumento dei costi e crescita della pressione competitiva.

  • L’Ocse esprime fiducia con riserva sulla crescita economica del Belpaese

    La crescita economica dell’Italia si è dimostrata resiliente agli shock degli ultimi anni, ma si intensificano le sfide di breve e lungo termine per le prospettive di crescita. È quanto afferma l’Ocse nel suo ultimo studio economico dedicato all’Italia. “Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) e il Piano strutturale di bilancio di medio termine (Psbmt) stanno guidando notevoli riforme strutturali e investimenti pubblici e delineando un percorso per il risanamento fiscale”, afferma l’organizzazione internazionale basata a Parigi. “In prospettiva, l’Italia dovrà mantenere tale slancio riformatore per aumentare i tassi di crescita e, al contempo, ridurre il debito pubblico”, aggiunge poi l’Ocse. “L’Italia si è impegnata a realizzare un costante consolidamento dei conti pubblici nel medio periodo al fine di ridurre il rapporto tra debito e Pil”, si legge nel rapporto. Secondo l’Ocse, “in un contesto di crescenti pressioni sulla spesa, per conseguire tale obiettivo occorrerà continuare a migliorare l’integrità e l’efficienza del settore pubblico, ridurre la spesa pensionistica, potenziare l’adempimento fiscale e rendere il sistema fiscale più favorevole alla crescita”.

    La crescita del Pil italiano sarà dello 0,4 per cento nel 2026 e dello 0,6 per cento nel 2027. “Le proiezioni indicano che la crescita continuerà a rimanere moderata”, afferma l’organizzazione internazionale. L’inflazione quest’anno sarà del 2,4 per cento per poi passare all’1,8 per cento il prossimo anno, secondo l’Ocse. Il debito pubblico, invece si attesterà al 137,5 per cento del Pil nel 2026, per poi scendere leggermente al 137,4 per cento nel 2027, in base al rapporto.

    Il disavanzo di bilancio dell’Italia è stato ridotto in linea con il Piano strutturale di bilancio di medio termine (Psbmt) e con gli impegni assunti nei confronti dell’Unione europea, ma il rapporto debito pubblico-Pil è in aumento. “Le pressioni sulla spesa pubblica derivanti dall’invecchiamento demografico, dalla transizione climatica e dalla difesa aumenteranno, mentre il fabbisogno di investimenti rimarrà significativo” afferma l’organizzazione. L’Ocse raccomanda di “attuare il costante consolidamento fiscale definito nel Psbmt per ridurre il rapporto debito-Pil” e di “perseguire una strategia di lungo termine per gestire la finanza pubblica” contenendo e compensando “le nuove pressioni sulla spesa, riducendo i costi delle pensioni, potenziando l’efficacia e l’integrità delle istituzioni pubbliche, nonché riformando il sistema fiscale”.

    Nel 2025 la crescita economica dell’Italia “è stata moderata, poiché le restrizioni al commercio mondiale e l’incertezza della domanda estera hanno inciso sull’attività economica”. La crescita del Pil italiano si è attestata allo 0,8 per cento nel 2024, per poi calare allo 0,5 per cento nel 2025. “Dopo la flessione registrata nel 2024 a seguito del calo dei prezzi dell’energia, l’inflazione sta riprendendo slancio e continuerà ad aumentare ulteriormente a causa delle interruzioni nell’approvvigionamento energetico a livello mondiale, rallentando la ripresa dalla precedente perdita di potere d’acquisto dei redditi reali”, spiega l’organizzazione internazionale basata a Parigi. Secondo l’Ocse, la crescita dovrebbe rallentare, “in quanto la nuova impennata dei prezzi dell’energia a livello mondiale pesa sulla domanda ed è risentita dai redditi reali”. In seguito, si registrerà una lieve ripresa grazie al sostegno delle esportazioni, dei consumi delle famiglie e degli investimenti privati favoriti dalla stabilizzazione dello scenario internazionale”, aggiunge poi l’Ocse. Nel 2025 il valore complessivo delle esportazioni di merci è aumentato, collocando l’Italia al quarto posto nella classifica mondiale dei Paesi esportatori. All’inizio del 2025, le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti equivalevano al 3,1 per cento del Pil e al 10,4 per cento delle esportazioni totali.

    Con l’invecchiamento della popolazione, per l’Italia si prospetta una carenza di lavoratori. “I bassi salari e il dualismo del mercato del lavoro spingono molti giovani a rimanere fuori dal mondo del lavoro e dai percorsi di formazione o a emigrare”, afferma l’Ocse. Il sostegno alla transizione dalla scuola al lavoro, l’aumento dei rendimenti occupazionali e salariali dell’istruzione terziaria e la revisione della regolamentazione del mercato del lavoro potrebbero migliorare le prospettive dei giovani italiani”, sottolinea poi l’organizzazione internazionale. “Malgrado i notevoli progressi e gli importanti interventi strategici, la percentuale di giovani che non seguono corsi di formazione né svolgono un’attività lavorativa rimane tra le più elevate dei Paesi dell’Ocse”, si legge nel rapporto.

    In Italia la “percentuale di donne nella forza lavoro rimane ancora inferiore rispetto alla maggior parte degli altri Paesi dell’Ocse, malgrado gli sforzi volti ad aumentare il ricorso al congedo parentale e l’assunzione di responsabilità di cura da parte dei padri”. Solo il 55 per cento circa delle donne italiane con figli lavora, e nelle regioni meridionali la percentuale scende al 35,3 per cento. Anche 15 anni dopo il parto, le madri lavoratrici guadagnano in media il 40 per cento in meno rispetto alle altre donne e lavorano per un numero inferiore di ore. In questa prospettiva, l’Ocse raccomanda di “ampliare il congedo parentale riservato ai padri e potenziare gli incentivi per favorirne l’utilizzo”.

    In Italia, si legge, le “barriere normative rimangono elevate nei settori dei servizi, tra cui alcune professioni, pesando sulla concorrenza”. L’organizzazione raccomanda di “allentare le barriere normative all’ingresso e al consolidamento nel settore del commercio al dettaglio e nei servizi professionali in cui queste sono elevate”.

  • Una grave e preoccupante realtà economica

    Una crisi si trasforma in un disastro quando la si affronta con giudizi preconfezionati.

    Hannah Arendt, da “The crisis in Education”, 1954

    Per valutare e conoscere meglio la grave, preoccupante e pericolosa realtà albanese, basta sapere tutto ciò che da diversi anni ormai sta accadendo con l’economia del Paese. In questo ambito basta analizzare la significativa svalutazione dell’Euro rispetto alla moneta locale. Una preoccupante svalutazione, di circa 20% in questi ultimi anni, priva di ogni giustificazione finanziaria, poiché l’economia albanese non è per niente competitiva. Risulta perciò che una simile e significativa svalutazione sia legata unicamente al riciclaggio del denaro proveniente da vari traffici illeciti.

    Per “bloccare” una simile svalutazione la Banca d’Albania, dal 2024, ha cominciato ad intervenire sul mercato, comprando Euro, sia per far fronte al crescente rafforzamento della moneta locale nei confronti di quella europea e di altre monete straniere, sia per incrementare le riserve valutarie del Paese. Un simile intervento è stato fortemente sconsigliato dal Fondo Monetario Internazionale, in seguito alla decisione presa dal Consiglio di Sorveglianza della Banca.

    Nonostante ciò la Banca d’Albania continua però a comprare l’Euro. Dai dati ufficiali risulta che durante il 2024, per “bloccare” il rafforzamento della moneta locale, sono stati acquistati 649 milioni di Euro. La Banca d’Albania ha inoltre acquistato anche 283,8 milioni di Euro per incrementare le riserve valutarie. Perciò nel 2024 sono stati acquistati in totale 932.8 milioni di Euro. Un intervento quello che però non è riuscito a “bloccare” la svalutazione del Euro.

    La Banca d’Albania, ha continuato, anche durante il 2025, ad intervenire sul mercato valutario con una somma di denaro ancora più consistente. Sempre secondo i dati ufficiali, la Banca ha comprato 729.1 milioni di Euro per “bloccare” il rafforzamento della moneta locale, mentre è intervenuta ed ha comprato anche 297.9 milioni di Euro per incrementare le riserve valutarie del Paese. Perciò nel 2025 la Banca d’Albania ha acquistato, in totale, 1 miliardo e 27 milioni di Euro, pari al 3,8% ­del Prodotto Interno Lordo del Paese. Sono dati ormai resi pubblici e molto significativi.

    Secondo gli specialisti economici e finanziari, un simile intervento d’acquisizione, da parte della Banca d’Albania, avrebbe dovuto generare anche una “svalutazione interna” della moneta locale, cioè una verificata inflazione. Però, sempre secondo i dati ufficiali delle istituzioni specializzate del Paese, chissà perché non risulta una simile inflazione!

    Ma, nonostante tutti questi importanti interventi sul mercato valutario, la moneta locale continua a rafforzarsi. Per il 2025, paragonata con l’anno precedente, la svalutazione del Euro è stata di 1.5%. Una svalutazione che continua anche in questi mesi, raggiungendo un livello del cambio di circa 1% in meno rispetto a quello del gennaio 2026.

    Bisogna sottolineare però che il rafforzamento della moneta albanese nei confronti dell’Euro e di altre importanti monete straniere è cominciato già dal 2018. E risulta essere un rafforzamento continuo, dati ufficiali alla mano. Allora viene naturale la domanda: cosa ha generato un simile rafforzamento? L’economia albanese si è sviluppata fino a simili livelli, per giustificare e garantire questo rafforzamento? In base a delle serie e professionali analisi fatte, ai dati ufficiali ed alla realtà pubblicamente nota, la risposta è no!

    Si tratta perciò di interventi finanziari fuori dal sistema economico e finanziario. In Albania i settori che incidono sullo sviluppo dell’economia sono l’industria e l’agricoltura. Secondo i dati ufficiali la produzione agricola da anni sta diminuendo. Le ragioni di una simile diminuzione sono la crescente mancanza della mano d’opera locale, causata dal problematico e continuo spopolamento, la concorrenza dei prodotti provenienti da altri Paesi, la mancanza delle sovvenzioni statali, l’abuso dei fondi IPARD dell’Unione europea per sostenere l’agricoltura e lo sviluppo rurale nei Paesi candidati all’adesione ecc. Dai dati ufficiali risulta che la diminuzione dei prodotti agricoli locali, dal terzo trimestre del 2020, è diventata continua e si sta sempre più aggravando, con tutte le derivate conseguenze, compreso anche l’impatto sull’economia.

    Le due componenti base dell’industria albanese sono quella pesante ed il settore manifatturiero. L’industria pesante comprende gli impianti per la generazione dell’energia elettrica, nella maggior parte idrica, e l’industria dell’estrazione del petrolio e del gas naturale. Nel settore manifatturiero in Albania contribuiscono principalmente la produzione dell’abbigliamento e delle calzature. Si tratta di prodotti che comunemente sono fatti su commissione per delle imprese straniere. Sempre dai dati ufficiali risulta che la produzione di questi settori industriali in Albania ha cominciato una continua diminuzione dal 2023, influenzando negativamente anche la crescita economica.

    Sempre in base ai dati ufficiali legati alla vera realtà economica e alle analisi fatte, soprattutto da alcune strutture specializzate internazionali, risulterebbe che la continua svalutazione dell’Euro nei confronti della moneta albanese sia causata da attività illecite della criminalità organizzata locale ed internazionale. Attività legate ai traffici illeciti delle sostanze stupefacenti che generano ingenti quantità di denaro, moneta europea compresa, che entrano in Albania per essere riciclate e poi anche investite soprattutto nel settore dell’edilizia. E proprio una simile presenza di enormi somme di denaro, soprattutto in Euro, causano la continua e preoccupante svalutazione della moneta europea. Si tratta di una realtà di cui, in seguito alle indagini fatte da giornalisti specializzati, ultimamente si stanno occupando anche noti media, europei e di oltreoceano.  Il nostro lettore è stato informato, da anni ormai, di una simile, grave e molto preoccupante realtà.

    Di fronte ad una simile situazione, che ormai sta preoccupando anche le istituzioni internazionali, comprese quelle dell’Unione europea, il primo ministro albanese e la propaganda governativa, da lui e/o da chi per lui gestita, stanno cercando di offrire un’altra realtà. Si tratta di una realtà fasulla, che niente ha a che vedere con quella vera, vissuta e spesso sofferta. Il primo ministro ed i suoi ubbidienti collaboratori cercano di ingannare l’opinione pubblica. Loro negano sfacciatamente le vere ragioni della continua e pericolosa svalutazione dell’Euro. E sempre sfacciatamente affermano che il livello del cambio tra la moneta europea e quella albanese sia legato al “successo economico” di questi ultimi anni in Albania (Sic!).

    Il primo ministro albanese ed i suoi subordinati si sforzano, sempre di più ogni anno che passa, di convincere che l’eccesso della moneta europea in Albania sia dovuto agli investimenti stranieri. Una di quelle bugie che hanno le gambe corte, come dice il proverbio. Sì, perché da anni ormai non ci sono importanti investimenti stranieri da generare un simile eccesso della moneta europea. Non solo, ma risulta che, fatti documentati alla mano, alcuni tali investitori non solo non hanno inserito denaro nell’economia albanese, ma hanno addirittura ottenuto e portato fuori milioni dagli impoveriti fondi statali, in seguito a degli accordi corruttivi. Questa è la vera e testimoniata realtà, denunciata dalle istituzioni internazionali, nota pubblicamente sia in Albania che ormai anche nelle cancellerie europee e di altri Paesi. In quanto al turismo che cita spesso il primo ministro, si tratta, nella maggior parte, semplicemente di un turismo mordi e fuggi che genera guadagni minimi.

    Chi scrive queste righe condivide quanto affermava Hannah Arendt. Sì, una crisi si trasforma in un disastro quando la si affronta con giudizi preconfezionati. Proprio così. Lo conferma quanto sta succedendo da alcuni anni in Albania, sotto la diretta responsabilità istituzionale e personale del primo ministro che, parafrasando Hannah Arendt, opera in base a “valutazioni preconfezionate”.

  • Referendum: l’illusione geografica di una vittoria e la realtà economica

    L’esito referendario, al di là dei soliti commenti e delle conseguenze politiche che questo sta generando, nasconde tuttavia una realtà ben più complessa di quanto non si creda. I numeri possono essere interpretati con l’obiettivo di esprimere una differente realtà da quella che viene raccontata tanto dai vincitori quanto dai perdenti.

    Indubbiamente questi sono i risultati principali: NO 53,7% circa 14 milioni di voti, SÌ 46,2%, affluenza definitiva 58,9%. In considerazione del fatto che in Italia il numero di elettori è di 51 milioni, 47 milioni (47.331.428 alle europee 2024), ai quali aggiungere gli elettori all’estero, circa 4,8 – 5 milioni di cittadini iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE), vuol dire che sono andati a votare poco più di 30 milioni di elettori.

    Un numero certo importante, che inverte un trend preoccupante legato al sempre minore afflusso alle urne, ma la sua rappresentazione geografica non nel dovuto risalto è un aspetto fondamentale.

    Emerge in modo molto chiaro come in sole tre regioni, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, la maggioranza degli aventi diritti si sia espressa a favore del Sì al quesito referendario. E nonostante la distribuzione geografica la vittoria del No risulta molto meno schiacciante di quanto le forze politiche contrarie alla Riforma proposta dal governo intendano affermare, in quanto non andrebbe dimenticato come queste tre regioni rappresentino oltre il 34% del Pil  nazionale, quindi le loro legittime aspettative relative alle tematiche di diritto e di competitività che la giustizia dovrebbe assicurare per attirare investimenti, pesino all’interno delle politiche economiche molto più di quanto questa cartina non riesca a dimostrare.

    In altre parole la vittoria del No, che ha potuto contare sul 27,5% degli aventi diritto, anche se ha determinato una vittoria legittima va, tuttavia, valutata nel suo peso specifico specialmente in considerazione delle legittime aspettative di chi rappresenta oltre un terzo del Pil nazionale ed ha votato Sì, anche se circoscritto in tre sole regioni.

    Solo il senso di responsabilità dell’intero arco politico parlamentare dovrebbe essere in grado di esprimere la volontà di dare una risposta a queste legittime aspettative, di chi rappresenta oltre un terzo dell’economia nazionale (34%), quindi ben oltre il risultato in termini percentuali della vittoria del No (27.5%) in relazione agli aventi diritto.

  • Quale 2026 ci attende?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Esattamente come negli anni precedenti anche per l’anno prossimo si registra una risibile “crescita economica” la quale conferma la assoluta insufficienza dell’azione governativa, tanto del governo in carica quanto di quelli precedenti.

    Oltre vent’anni di una imbarazzante  retorica governativa vengono azzerati dall’analisi relativa all’andamento del rapporto Pil/pro capite nelle maggiori aree regionali dell’Europa  Infatti, quando la crescita economica si dimostra inferiore a quella della concorrenza, allora negli effetti reali  si trasforma inevitabilmente una perdita netta di reddito disponibile, e quindi in un sostanziale  arretramento  (*) .Un quadro sempre più allarmante, quindi, che prevede tra l’altro, sempre nel 2026,  l’aumento del carico fiscale in campo energetico (accise) ed una crescita economica inferiore persino al tasso di inflazione e che lascia sostanzialmente invariato il problema del costo dell’energia, che rappresenta il primo fattore determinante tanto per la competitività delle imprese quanto per la qualità della vita delle famiglie.

    In più sembra paradossale come chi, nei propri programmi elettorali, aveva assicurato la necessità di una maggiore sovranità nazionale si riveli semplice servitore della stessa Unione Europea.

    La crisi del nostro Paese, come quella europea, è una crisi essenzialmente culturale e di professionalità espresse tanto dalle compagini governative quanto da quelle dell’opposizione. Basti pensare come l’Italia e l’Unione Europea non riescano a crescere economicamente mentre gli Stati Uniti registrino una crescita tre volte superiore a quella europea e otto volte rispetto a quella italiana.

    Per il 2026 lo scenario sarà uguale se non addirittura peggiore in quanto la mancanza di uno sviluppo economico (il differenziale tra la nostra e le altrui crescita) altro non è che arretramenti economici nei confronti dei paesi a noi concorrenti. Come inevitabile conseguenza porteranno una recessione mascherata da bassa crescita e soprattutto una diminuzione del PIL/pro capite che rappresenta la vera forma di ricchezza disponibile per i cittadini. In più anche all’interno della stessa Unione, pur crescendo la Germania con un modesto +1,2%, tuttavia rimane superiore del +50% rispetto a quella italiana, +0,8% l, e calcolata su di un PIL quasi tre volte superiore.

    In termini assoluti, come naturale conseguenza, la differenza tra il Pil italiano e quello tedesco cresce e diventa sempre più insostenibile, anche in presenza di una crescita modesta. Anche per questo diverso trend di crescita le retribuzioni italiane non riescono a aumentare mentre cresce il differenziale tra le prime due economie manifatturiere europee, tedesca ed
    italiana. Ecco allora in questo contesto anche il raddoppio della TobinTax (introdotta dal governo Monti nel 2013), che ha già portato alla fuga di capitali da parte delle aziende attraverso il delisting che impoverisce il mercato finanziario italiano. Senza dimenticare poi il debito pubblico, che ha raggiunto ai 3113 Mld, e, di conseguenza, per il pagamento del servizio al debito stesso saranno necessari il 3,9% del #Pil nel2026 ed il 4,1% nel 2027, quando la media europea si attesta sul 1,7% del Pil.

    In altre parole, questo governo continua come i precedenti a difendere una crescita minimale che tanto non è che un provvedimento progressivo.

    (*) https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-fine-di-oltre-20-anni-di-retorica-governativa/

  • La fine di oltre 20 anni di retorica governativa

    Negli ultimi 20 anni (2005-2025), la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) in Italia è stata caratterizzata da un andamento troppo debole, segnato da profonde recessioni (2008/09 e 2020/21) e un recupero post-pandemico più dinamico rispetto alla media storica. Complessivamente, tra il 2000 e il 2024, il PIL reale è aumentato solo del 9,3% complessivamente quindi con un tasso medio di crescita annuale pari al 0,38%.

    Ognuno dei 14 governi delle sette legislature che si sono succeduti alla guida del Paese si sono attribuite le crescite economiche “decimali” come grandi risultati, specialmente se successive ad un periodo di crisi.

    La stessa crescita del governo Draghi nasceva dalla peggiore flessione del PIL (la base statistica) segnata dall’Italia durante la pandemia in Europa.

    Le stesse crescite decimali vengono sempre calcolate a prezzi correnti, quindi influenzate e drogate dall’andamento dell’inflazione, le quale di fatto azzerano qualsiasi merito relativo ad una ipotetica crescita.

    Da qualche anno finalmente emerge con chiarezza la retrocessione reale dell’economia italiana desumibile dall’andamento delle retribuzioni italiane in rapporto alla crescita di quelle europee contrapposta alla flessione di quella italiana con una riduzione del -4%, seconda solo quella della Grecia con un -5%.

    La qualità del maquillage economico utilizzato dai diversi ministri dell’economia come dai presidenti del Consiglio, vengono ora definitivamente azzerate dall’ultima ricerca che si occupa dell’andamento del Pil/pro capite per le macro aree regionali in Europa.

    In altre parole, questa importante ricerca pone in relazione il reddito disponibile (Pil/pro capite) delle aree economicamente più avanzate italiane con le medie dei paesi europei.

    Emerge in un modo inequivocabile come l’andamento di tali rapporti definisca un’economia in vera e propria recessione mascherata anche se sotto il profilo contabile la crescita rimane sempre superiore ad uno zero/virgola.

    Dal 1995 al 2023 il rapporto al prodotto interno lordo pro capite in Veneto ha perso 45 posizioni in Europa e in Friuli Venezia Giulia addirittura 50 mettendo in crisi il modello del NordEst.

    Anche la vicina Emilia Romagna registra una perdita di 36 posizioni mentre la Lombardia, pur sempre l’unica vera locomotiva italiana, segna una flessione di 25 posizioni, ma che rappresentano una vittoria rispetto alle 54 posizioni  perse dal Piemonte.

    Questi dati inequivocabili ridicolizzano la retorica dell’intera classe governativa che ha spacciato una crescita decimale dell’economia nazionale come una vittoria del Paese.

    Quando, invece, rappresenta solo un trucco contabile se confrontato con le crescite delle altre regioni Europee finalizzato a mascherare una reale recessione resa ora conclamata dalla rilevazione Pil/pro capite.

    Le ragioni di questa retorica governativa sono legate alla volontà di mistificare una realtà drammatica dell’economia italiana mentre le cause risultano molteplici ed articolate.

    Innanzitutto dal 2001 in poi si sono pagate le totali assenze di una politica industriale, a cominciare dalla fine degli anni ottanta, e certificata dalla mancanza di una politica energetica, allora come oggi, che rappresenta il primo anello della catena di crescita di valore, volta a fornire competitività ad un sistema industriale impegnato all’interno di un mercato sempre più globale.

    La scelta poi di puntare molto sull’economia turistica, componente importante della economia nazionale ma non certo per la creazione di valore aggiunto (*) rappresenta la dimostrazione che i pur notevoli tassi di crescita della economia turistica non si siano tradotti in un parallelo aumenti della ricchezza disponibile.

    Contemporaneamente a questa totale assenza di strategia economica ha fatto riscontro un aumento della pressione fiscale che rappresenta il sostegno economico della spesa pubblica la quale è letteralmente esplosa ma lasciando sostanzialmente invariato, anzi in diminuzione, il reddito disponibile. Parallelamente anche il debito pubblico risulta passato dai 1350 mld del 2001 ai 1987 mld nel 2011 fino ai 3131 mld del 2025.

    Come conclusione si può tranquillamente affermare che lo studio relativo all’andamento della ricchezza disponibile indicata dal rapporto PIL/pro capite abbia di fatto messo una pietra tombale alla retorica governativa dei governi degli ultimi vent’anni. Elementare definizione di una situazione nella quale anche se si cresce ma meno della concorrenza automaticamente si perdono posizioni economiche e ricchezza prodotta.

    (*) Un’economia con la più bassa concentrazione di manodopera per milione di fatturato

  • Tra Tobin Tax e debito pubblico

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    La disperazione degli incompetenti alla guida del Paese in questa occasione si materializza con la crescita della Tobin Tax in alternativa ad un aumento della tassazione sui dividendi.

    La situazione economica attuale si conferma molto difficile se non disperata a differenza di quanto il governo intenda comunicare, e soprattutto in una prospettiva futura dopo oltre trenta flessioni della produzione industriale la quale avvia il Paese verso una sicura    desertificazione industriale ed occupazionale senza precedenti, soprattutto a causa della disastrosa politica europea del Green Deal.

    In considerazione, poi, del fatto che i maggiori incrementi di spesa pubblica vengano destinati agli armamenti ed alla difesa finanziati con nuove tassazioni (il fiscal drag evidentemente non risulta sufficiente!), il governo Meloni, in perfetta continuità con la politica del governo Monti, che la introdusse, aumenterà la Tobin Tax, senza considerare gli effetti di un ulteriore aumento della tassazione sulle transazioni di borsa.

    Anche se già presente in altri paesi della comunità europea, l’introduzione della Tobin Tax in Italia ha determinato una significativa diminuzione dei volumi azionari scambiati sulla Borsa Italiana. I dati indicano che i volumi azionari sono passati da 1.081 miliardi di euro nel 2013, anno di introduzione dell’imposta, a 613 miliardi di euro nel 2021.Questa flessione rappresenta un calo di circa il 43% nel periodo considerato e viene spesso correlata dagli analisti finanziari all’impatto dell’imposta che ha determinato una sostanziale riduzione dei volumi. Nonostante questo, invece di adottare delle politiche fiscali che tendano a sviluppare l’economia, il governo Meloni insiste ed accresce la tassazione destinando l’intero mondo borsistico italiano ad una  ulteriore marginalità. Ma soprattutto si conferma una perfetta continuità nelle strategie economiche e fiscali tra il governo Monti (2011) con il governo in carica (2025) che ha determinato una evoluzione del debito pubblico da1987 mld (2011) a 3081 mld (2025). Basti pensare come dai dati pubblicati dal Censis emerga come l’Italia spenda più nel pagamento degli interessi sul debito che in investimenti.

    A settembre il debito pubblico italiano ha toccato la cifra record di 3.081 miliardi di euro, di conseguenza nell’ultimo anno la spesa per interessi ha toccato quota 85,6 miliardi, corrispondenti al 3,9% del pil nazionale. Il valore più alto tra tutti i Paesi europei (ad eccezione dell’Ungheria: 4,9%), ma molto al di sopra della media europea (1,9%). A questo si aggiunga come la situazione italiana è ancora più preoccupante in quanto i titoli del debito pubblico italiano risultano in mano prevalentemente a creditori residenti all’estero, con il 33,7% del totale (più di 1.000 miliardi), a fronte del 14,4% detenuto dalle famiglie e del 19,2% dalla Banca d’Italia (della quale si vorrebbe addirittura prelevare le riserve auree).

    Mentre la precarietà dell’equilibrio finanziario italiano si dimostra sempre più un fattore destabilizzante e al governo si pensa all’ennesimo condono edilizio, ancora una volta vengono disattese le priorità del settore industriale il quale chiede, e pretenderebbe giustamente, una nuova politica energetica in grado di fornire gli strumenti per la competitività delle imprese.

  • Le previsioni economiche d’autunno 2025 mostrano una crescita costante nonostante il contesto difficile

    Le previsioni economiche d’autunno 2025 della Commissione europea mostrano che nei primi tre trimestri del 2025 la crescita ha superato le aspettative. Sebbene i buoni risultati siano stati inizialmente determinati da un’impennata delle esportazioni in previsione degli aumenti tariffari, l’economia dell’UE ha continuato a crescere anche nel terzo trimestre. In prospettiva, l’attività economica dovrebbe continuare a espandersi a un ritmo moderato nel periodo oggetto delle previsioni, nonostante il difficile contesto esterno.

    Secondo le previsioni d’autunno di quest’anno, il PIL reale nell’UE crescerà dell’1,4% nel 2025 e nel 2026, raggiungendo l’1,5% nel 2027. Si prevede che la zona euro rifletterà tale tendenza e che il PIL reale crescerà dell’1,3% nel 2025, dell’1,2% nel 2026 e dell’1,4% nel 2027. Si prevede che l’inflazione nella zona euro continuerà a diminuire, scendendo al 2,1% nel 2025 e oscillando intorno al 2% nel periodo oggetto delle previsioni. Nell’UE l’inflazione dovrebbe rimanere leggermente più elevata, scendendo al 2,2% nel 2027.

  • La Grande Illusione

    Da decenni si giustifica la normativa fiscale sempre più invasiva con il principio “pagare tutti per pagare di meno”. In effetti il recupero dell’evasione fiscale avanza con ritmi costanti ma con effetti assolutamente nulli per i cittadini. L’evasione fiscale in Italia risulta appunto in diminuzione, con una riduzione del “tax gap” del 15% nel 2024 rispetto al 2019, secondo dati del Ministero. Questo miglioramento è attribuito al potenziamento delle attività di controllo dell’Agenzia delle Entrate. Tuttavia, contemporaneamente, sempre tra il 2019 e il 2024, la pressione fiscale in Italia è aumentata, arrivando al 42,6% nel 2024, secondo i dati ISTAT. A queste percentuali andrebbero anche considerati i dati di Unimpresa che sono ancora più imbarazzanti (https://lnkd.in/dqK93WNS).

    Questo incremento è dovuto principalmente a un aumento delle entrate tributarie e contributive, in misura ben maggiore rispetto alla crescita del PIL ( Fiscal Drag*). A questo risultato hanno contribuito comunque anche l’aumento delle accise sui prodotti energetici, l’aumento del gettito IRPEF e delle imposte sui redditi da capitale. Contemporaneamente Il debito pubblico italiano è cresciuto, passando da circa 2.409 miliardi di euro nel 2019 ad oltre 2.868 miliardi di euro a ottobre 2024, raggiungendo nell’ottobre 2025 i 3.057 miliardi.

    Sempre tra 2019 e 2024 le retribuzioni, invece, hanno perso un potere d’acquisto di oltre il -10% a causa proprio di quell’inflazione che ha accresciuto le entrate fiscali dello Stato. Nei soli ultimi cinque anni, quindi, lo Stato ha visto moltiplicarsi le entrate fiscali grazie al recupero dell’evasione fiscale, al Fiscal drag, all’aumento delle accise e dell’ Iva (+17%) sulle bollette energetiche.

    Contemporaneamente, a parte il settore della Difesa che ha visto aumentare specialmente negli ultimi tre anni la dotazione finanziaria, in tutti gli altri settori abbiamo assistito ad una riduzione sostanziale dei finanziamenti. Basti pensare al sistema sanitario nazionale (SSN) al quale, pur aumentando le dotazioni finanziarie nominali, la sua percentuale sul Pil è andata diminuendo, infatti al 31 dicembre 2024 è scesa dal 6,3% del 2022 al 6% del 2023, per attestarsi al 6,1% nel 2024-2025. La Germania, solo per dare un esempio, ha una percentuale di 10,6% di spesa sanitaria sul Pil.

    Da questi semplici dati emerge come ad ogni riforma esattamente come ad ogni aumento della pressione fiscale corrisponda una esplosione non solo dei volumi nominali della spesa pubblica ma anche della propria inefficienza. Quindi, inevitabilmente, la Spesa Pubblica non si può più definire come il veicolo finanziario attraverso il quale lo stato fornisce servizi alla popolazione ed assicura i diritti di cui ogni cittadino dovrebbe usufruire. La grande illusione obbliga ad una ridefinizione della Spesa Pubblica intesa come la leva del potere centrale molto simile alla gestione del credito (**).

    Mai come ora lo Stato ed il sistema bancario, quest’ultimo con utili da record, si dimostrano uniti nel perseguire obiettivi lontani dagli interessi dei cittadini.

    (*) 2022 https://www.ilpattosociale.it/attualita/fiscal-drag/

    (**) 2018 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/

  • La trattativa dei dazi e la definizione del mercato

    Si rivelano fondamentale la definizione quantitativa e le specificità regionali nella quantificazione del PIL nazionale, specialmente in un’ottica di strategie economiche e negoziali da utilizzare con l’amministrazione statunitense e relative al negoziato relativo ai dazi imposti da Trump.

    Il PIL statunitense è di poco superiore ai 27.000 miliardi mentre quello dell’Unione Europea si aggira attorno ai 18.000 miliardi, ovviamente espressi in dollari americani. Recentemente queste cifre sono state contestate in quanto si considera più rispondente alla realtà economica il valore del PIL espresso in PPA, cioè a parità di potere d’acquisto ed in questo nuovo calcolo l’Unione Europea sembrerebbe sopravanzare in termini numerici gli stessi Stati Uniti.

    Tuttavia anche questi dati risultano fuorvianti nella definizione delle potenzialità di un mercato e quindi nella sua stessa appetibilità come destinazione dell’export. Certamente sarebbe molto più calzante il calcolo del PIL pro capite, il quale darebbe anche l’indicazione di quale potrebbe essere il reddito disponibile di ogni abitante nelle singole macro aree oggetto della definizione di PIL e quindi delle potenzialità di mercato.

    In questo nuovo conteggio le dimensioni cambiano di nuovo in quanto il pil/pro capite viene indicato ad oltre 82.000 dollari negli Stati Uniti mentre quello medio europeo risulta di poco superiore ai 34.000 dollari con punte di oltre 100.000 dollari nel Liechtenstein fino ai 12.300 della Romania. Queste diverse rilevazioni disponibili infatti, in considerazione del rapporto tra PIL ed il numero di abitanti che concorrono alla economia, fanno sì che gli Stati Uniti con 330 milioni di abitanti risultano avere un reddito individuale superiore rispetto all’Unione Europea con 450 milioni di abitanti. Come logica conseguenza anche il reddito disponibile si dimostra superiore negli Usa rispetto a quello europeo.

    Questi risultati esprimono non solo i diversi livelli di produttività nelle due diverse macro aree e, di conseguenza, anche il livello qualitativo delle produzioni (cioè ad alto valore aggiunto) espresse nei due continenti, americano ed europeo, ma rappresentano un elemento fondamentale e qualificante nella definizione delle potenzialità di assorbimento di export di un mercato.

    Di fronte a questa ridefinizione dei due mercati e delle proprie principali caratteristiche si inseriscono le scelte strategiche all’interno di un’attività negoziale appunto con gli Stati Uniti. Anche recentemente, infatti, era stata indicato come un valore aggiunto, e quindi una posizione di forza, la volontà europea di far “pesare” nei confronti degli Stati Uniti il valore dei numeri e della composizione del mercato europeo.

    Viceversa, proprio in considerazione del sempre minore reddito disponibile nel vecchio continente (*) l’Europa, o meglio l’Unione Europea, si dimostra un mercato appetibile per i prodotti a basso valore aggiunto provenienti dall’estremo Oriente e quindi dalla Cina.

    Proprio in considerazione di questa progressiva diminuzione del reddito disponibile in un contesto negoziale con l’amministrazione Trump la Ue può far valere solo la volontà politica (non certo economica) di acquisire lo shale-gas dagli Stati Uniti con costi superiori anche del +40%, in modo da arrivare ad una attenuazione dei dazi imposti sui prodotti europei. Una scelta che ricadrà soprattutto su quelle economie, come quella italiana, prive da trent’anni di una qualsiasi politica energetica.

    Ancora una volta, quindi, si ridurrà il reddito disponibile per i consumatori specialmente italiani il cui interesse viene sacrificato in nome del mantenimento in vita di una economia export oriented ma che continua a penalizzare i redditi disponibili degli europei e soprattutto dei consumatori italiani.

    (*) L’impoverimento reale all’interno dell’Unione Europea è confermato dal fatto che nel 2023 l’auto più venduta è stata la Dacia Sandero mentre pochi anni fa era la Volkswagen Golf

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