Pil

  • Il Pil cinese è già guarito dalla pandemia

    Prima a finire nelle secche del coronavirus e adesso prima a uscirne tra i principali Paesi: la Cina ha visto la sua economia risollevarsi nel secondo trimestre con un rimbalzo del Pil del 3,2% su base annua e dell’11,5% sul periodo gennaio-marzo, battendo con margine le previsioni degli analisti pari,

    rispettivamente, a +2,5% e a +9,6%. Il messaggio, con gran parte del pianeta stretto ancora dalla pandemia del Covid-19, è che Pechino grazie alla sua gestione della crisi ha centrato l’inversione di rotta sul tonfo del 6,8% del primo trimestre (-9,8% congiunturale), la prima contrazione dal 1992, anno d’inizio dei dati statistici trimestrali. A rimarcare la svolta c’è stata la contestuale, rispetto ai dati sul Pil, e inconsueta diffusione della lettera di risposta del presidente Xi Jinping a quella ricevuta dai 18 capi azienda del Global CEO Council che riunisce 39 multinazionali leader nei rispettivi settori di attività. “I fondamentali di lungo termine di solida crescita dell’economia non sono cambiati e non cambieranno” e la Cina continuerà ad approfondire le riforme e ad aprire i mercati, fornendo “un migliore ambiente business per gli investimenti e lo sviluppo delle imprese cinesi e straniere”, ha scritto Xi nel mezzo dello scontro con gli Stati Uniti.

    Malgrado l’exploit del Pil, le Borse cinesi sono affondate: i listini, tradizionali anticipatori degli umori degli investitori, hanno visto su Shanghai il peggior calo da febbraio (-4,50%) e Shenzhen chiudere a -5,20%. L’analisi del Pil ha fatto emergere una produzione industriale in crescita del 4,4% nel trimestre, non sostenuto da un adeguato aumento della domanda. Le vendite al dettaglio, in frenata per il sesto mese di fila, sono scese a giugno dell’1,8% su attese a +0,5%, mentre il calo semestrale è dell’11,4%. Gli investimenti fissi hanno avuto una frenata annua del 3,1%, a 28.160 miliardi di yuan

    (4.000 miliardi di dollari circa), nella prima metà del 2020, ma avendo la parte privata in sofferenza (-7,3%) e quella pubblica a +2,1%. “L’economia nazionale ha superato progressivamente l’impatto avverso della pandemia nella prima metà del 2020 e ha dimostrato un momento di crescita tonica e di graduale ripresa”, ha notato l’Ufficio nazionale di statistica, non nascondendo “gli evidenti e crescenti rischi e sfide future interne ed esterne”, a partire dalla pressione Usa, quando “la ripresa non è consolidata”. L’interscambio commerciale in dollari è ritornato positivo a giugno su maggio: l’export è salito dello 0,5% con la domanda di materiale medico anticoronavirus e prodotti farmaceutici, mentre l’import è andato a +2,7% con elettronica e materie prime. “Il recupero è stato ottenuto grazie alle politiche fiscali e sociali a supporto delle attività economiche. Nuovi incentivi hanno consentito alle imprese di ridurre i costi operativi, ottenere liquidità e favorire l’occupazione, la cui stabilità è da sempre uno dei temi chiave per il governo cinese”, ha notato Lorenzo Riccardi della Shanghai Jiaotong University.

    La disoccupazione di giugno è scesa al 5,7% dal 5,9 di maggio, mentre sono stati 5,64 milioni di posti di lavoro nel semestre: il dato considera l’occupazione urbana e non la forza lavoro migrante che pesa per un terzo circa di quella totale. Stime indipendenti parlano di 20 milioni di posti di lavoro persi a causa del Covid-19 e a luglio ci saranno circa 9 milioni di nuovi diplomati e laureati in cerca della prima occupazione. Dopo il 2019 con un Pil in crescita del 6,1%, ai minimi degli ultimi 29 anni, il Fmi ha stimato una Cina in crescita dell’1% nel 2020, con un’economia mondiale in contrazione del 4,9%. “Siamo entrati in una nuova fase della crisi, una fase che richiederà ulteriore agilità politica e azione per assicurare una ripresa durevole e condivisa”, ha messo in guardia il direttore generale del Fmi, Kristalina Georgieva, rilevando che l’attività economica globale “ha iniziato gradualmente a rafforzarsi. Ma non siamo ancora fuori dai guai”. L’incertezza resta alta, ha marcato il documento del Fondo preparato per il G20 dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali, che si terrà virtualmente il 18 luglio. Al G20 il Fmi ha chiesto gli “sforzi collettivi” che “sono essenziali per mettere fine alla crisi finanziaria e rilanciare la crescita”.

  • Il coronavirus fa crollare il Pil di Singapore

    L’economia di Singapore in picchiata nel secondo trimestre, con una contrazione record causata dalla crisi del coronavirus. Come riferito dal ministero del commercio e dell’industria, il PIL è sceso del 41,2% a seguito delle misure attuate tra aprile e maggio per arginare la diffusione di COVID-19. Il calo è stato peggiore delle aspettative degli esperti che si attestavano attorno al 37,4%.

    Il settore dell’edilizia è crollato del 95,6% su base trimestrale per la quarantena imposta a decine di migliaia di lavoratori migranti. Il comparto del manifatturiero è cresciuto del 2,5% rispetto allo scorso anno, grazie soprattutto all’aumento della produzione nel settore biomedico.

    Su base annua, il PIL è sceso del 12,6%. Il declino ha segnato il secondo trimestre consecutivo di contrazioni per l’isola. Il governo si aspetta adesso che il PIL per l’intero anno subisca una riduzione tra il 7% e il 4%, il che renderebbe la recessione la prima dal 2009 e la peggiore da quando Singapore ha ottenuto l’indipendenza nel 1965.

    Singapore ha finora dichiarato 46.283 infezioni e 26 morti per malattia.

  • Dall’oro alla Patria ai titoli irredimibili

    Il 18 dicembre 1935 il regime di Mussolini invitò i propri cittadini a “portare” il proprio oro alla Patria. Una vera e propria donazione per risollevare le finanze disastrate del regime fascista in previsione di tempi bui come poi si rivelarono con la Seconda Guerra Mondiale.

    Nel difficile periodo odierno molti osservatori, nella definizione degli effetti economici e sociali della pandemia legata alla diffusione del covid-19, assimilano questo momento storico a quelli causati da un evento bellico. Il mix devastante tra trend economici in caduta libera ed incapacità del governo nella gestione emergenziale del nostro Paese uniti ad una assoluta irresponsabilità dei governi precedenti che avevano portato già a febbraio 2020 il rapporto debito/PIL al 135% sicuramente rendono comparabili i due nefasti momenti storici, quantomeno in considerazione delle devastanti ricadute sociali ed economiche.

    In questo contesto di incertezza strategica e di una diffusa percezione di insufficienza degli atti governativi esplode l’intervento del presidente della Consob Savona con le sue altrettanto imbarazzanti strategie di gestione della crisi.

    Vale la pena ricordare come sin dall’inizio degli anni 2000 si manifestò evidente una corrente di pensiero capitanata allora dal ministro Tremonti la quale individuava nel risparmio privato la garanzia di solvibilità del sistema paese ed in particolare in relazione alla sostenibilità del debito pubblico italiano. In altre parole, la irresponsabilità della classe politica che negli ultimi vent’anni aveva sempre aumentato la spesa pubblica, a partire dall’inizio del terzo millennio propone di limitare i devastanti  effetti di tale irresponsabilità attraverso “i frutti dei sacrifici dei cittadini privati”  di cui  “il risparmio ne è la massima espressione”.

    In questo contesto giova ricordare che il risparmio privato è esploso negli ultimi 10 anni come la  limpida espressione dello stato di incertezza dei cittadini nei confronti della politica e quindi dei governi nell’affrontare le tematiche di sviluppo nel breve e nel medio e lungo termine. La crescita del  risparmio dei cittadini risulta perciò assolutamente attribuibile ad una giustificata percezione della incapacità della classe politica dirigente di offrire un quadro potenziale di sviluppo. All’interno di un’economia circolare risulta altrettanto evidente come queste risorse risparmiate vengano così  sottratte al consumo ed alla sottoscrizione di piani di investimento assumendo le connotazioni di un denaro inerte (https://www.ilpattosociale.it/2019/11/25/il-denaro-inerte-lacqua-che-non-macina/).

    Tornando quindi alle strategie per reperire le necessarie risorse finanziarie con il fine di attutire i devastanti impatti economici e sociali del covid 19 il risparmio privato torna ad essere centrale e a suscitare appetiti vergognosi da parte della classe politica.

    In un’economia normale, gestita con normali competenze economiche con il fine di invitare e quindi allettare i risparmiatori a sottoscrivere dei titoli del debito pubblico, si individuerebbe la soluzione  nell’offerta di rendimenti superiori rispetto alla media di altre possibilità di investimento.

    Il presidente della Consob, invece, ignaro o semplicemente indifferente alla sostanza ed alle ragioni  di questo risparmio lancia l’idea di emettere un titolo di stato del debito pubblico irredimibile, (“prestito in cui è esclusa la possibilità di riscatto…QUINDI CONSOLIDATO“, dal Devoto Oli) che dovrebbero venire sottoscritti dai risparmiatori italiani.

    In buona sostanza per questi titoli irredimibili, come esprime il termine stesso, non viene previsto il rimborso del prestito e quindi tanto meno può essere usato a garanzia di altre operazioni finanziarie. In questo delirio di onnipotenza politica in pratica viene attuato un consolidamento exante del debito pubblico italiano, un evento di natura epocale dal dopoguerra ad oggi.

    In altre parole, esattamente come con Mussolini e la sua  richiesta di donare l’oro detenuto dalle famiglie alla Patria così il presidente della Consob suggerisce la medesima operazione che rappresenta un reale furto di Stato finanziario in quanto i risparmiatori verrebbero depredati da quella classe politica che ha creato queste condizioni di un rapporto debito pubblico/Pil assolutamente insostenibile per le sole finanze pubbliche.

    L’indifferenza con la quale questa tesi è stata accolta offre il senso della democrazia espressa dalla nostra classe politica e dirigente.

    Mussolini come Savona risultano, in epoche considerate politicamente opposte, espressione della medesima volontà totalitaria ed antidemocratica di appropriarsi delle ricchezze delle quali non possiedono alcuna titolarità: volontà di una classe politica allora e ancor più oggi assolutamente indegna.

  • L’illusione immobiliare

    In un periodo di così profonda difficoltà soprattutto all’interno di una visione prospettica è decisamente imbarazzante ed al tempo stesso evidente come molte analisi economiche presenti all’interno dei principali media nazionali risultino prive di qualsiasi base oggettiva.

    Ultimamente si continua a leggere della necessità o meglio della volontà di conferire una nuova centralità al settore edilizio per favorire la creazione di nuovo valore aggiunto e quindi crescita del PIL. Un auspicio  sicuramente condivisibile ma che, al di là del semplice desiderio, è espressione della mancanza di una qualsiasi analisi economica precedente. Il settore immobiliare ripartirà solo ed esclusivamente se le condizioni generali economiche miglioreranno in maniera significativa in modo da creare una nuova domanda legata alla disponibilità di maggiori risorse personali, quindi ad una crescita dell’economia nazionale. E questo non perché il settore edilizio non meriti l’attenzione necessaria ma semplicemente perché già ora siamo in presenza  di un eccesso di offerta con  oltre sette (7) milioni di case vuote. Alle quali vanno aggiunte ogni anno tutte le abitazioni  pignorate dalle banche  che vengono messe all’asta e che determinano una ulteriore riduzione  del valore del settore immobiliare complessivo.

    Una crisi immobiliare talmente complessiva da coinvolgere, forse per la prima volta, persino le strutture turistiche e ricettive. Basti pensare che solo nel comune di Venezia risultano in vendita 103 alberghi, il 10% del totale.

    Solo una accresciuta domanda verso beni immobili legata ad una ripresa economica potrà successivamente offrire una opportunità di rilancio e di rivalutazione dell’intero settore immobiliare.

    Quindi l’articolata e complessa economia legata all’edilizia seguirà caso mai la ripresa e non di certo trainarla (fatta esclusione per le ristrutturazioni nei centri storici) visto che l’impatto sul Pil è minimale.

    Ancora una volta l’analisi economica proposta dai vari media lascia lo spazio al desiderio e all’improvvisazione.

  • I trend di crescita del Pil Netto

    Buona parte degli esperti di economia continua a proporre come unica soluzione al deficit di crescita economica precedente il covid 19, ed a maggior ragione adesso, la necessità di avviare una politica di investimenti pubblici in un articolato piano infrastrutturale. Ancora una volta si omette di affrontare le cause che avevano relegato il nostro Paese all’ultimo posto nella graduatoria in materia di crescita economica dal 2012 al 2019 compreso. Si spera, ancora una volta, nell’effetto benefico della spesa pubblica finalizzata all’ammodernamento infrastrutturale determinando un’inversione del pericoloso trend di decrescita economica.

    Nessuno nega come nel medio e lungo termine questi investimenti si possano tradurre in fattori di competitività importanti per le aziende che competono nel mercato globale, anche se va considerato l’aspetto gestionale, che diventa fondamentale nell’impatto economico di questa infrastruttura, della rete autostradale che è diventata un fattore fortemente anticompetitivo rispetto alla Germania ed alla Svizzera.

    Va ricordato, inoltre, come per esempio, ad esclusione del ponte di Genova, il codice degli appalti abbia di fatto reso impossibile e soprattutto farraginoso ogni procedura di approvazione di tali opere pubbliche.

    Questa crescita economica, ammesso che si manifesti come nelle volontà di chi la propone, rappresenta tuttavia un mercato “drogato di spesa pubblica” e quindi con scarsa crescita propria ed un rapporto costi/benefici imbarazzante.

    In altre parole non si tiene in alcuna considerazione quella quota di mercato o meglio quella quota di PIL Netto* che viene prodotta da soggetti privati con l’intenzione di soddisfare i bisogni o i servizi di altrettanti consumatori e cittadini. Pur sapendo benissimo che parlare di divisioni nette all’interno di un mercato globale risulta molto difficile tuttavia a livello tendenziale e soprattutto identificativo è netta la distanza tra i due mercati ma soprattutto tra i due PIL, il primo legato alla spesa pubblica rispetto al secondo. L’unico contatto di quest’ultimo con la pubblica amministrazione è relativo alla pressione fiscale crescente necessaria per finanziarie quel mercato drogato al quale si faceva riferimento prima.

    Risulta evidente quindi come questa seconda tipologia di mercato privo degli incentivi della spesa pubblica (salvo talvolta attraverso incentivi fiscali come per il settore dell’auto con la rottamazione) rappresenti sicuramente la migliore espressione di soggetti economici che con la  propria  professionalità partecipano ad una crescita del PIL. In questo contesto quindi i trend che si presentano per la loro crescita dopo la fine del lockdown possono suggerire degli scenari meno catastrofici ma soprattutto delle scelte strategiche importanti.

    I veri trend top.

    1. Innanzitutto l’analisi di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti (https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-05-02/america-s-retailers-return-to-lure-virus-weary-shoppers-to-malls). I consumatori statunitensi, infatti, successivamente all’annullamento del lockdown  abbandonano i centri commerciali in quanto troppo affollati e quindi esposti ad un maggiore rischio di contagio e tornano al retail tradizionale. Una tendenza molto interessante che dovrà essere tenuta nella debita considerazione da parte delle giunte comunali in quanto questa nuova attenzione alla distribuzione urbana permetterà di ridare nuova luce a tutti i quartieri delle città e così combattere il degrado che anche in alcuni centri storici regna sovrano. Da sempre gli Stati Uniti rappresentano ed anticipano le tendenze mondiali e quindi anche quelle relative al nostro mercato: un segnale certamente incoraggiante.
    2. Laconsapevolezza. Questa  deve coinvolgere ovviamente i soggetti imprenditoriali e quindi le aziende verso una nuova presa di coscienza e conoscenza uniti nel riconoscimento dei valori espressi e dei traguardi raggiunti dal sistema economico italiano anche in tema di sostenibilità. Da queste consapevolezze si deve ripartire per assicurare una nuova stagione di sviluppo (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/)
    3. I modelli di organizzazione industriale già ampiamente anticipati all’estero e da società operanti anche sul territorio nazionale come modelli di filiera integrata. Sempre più spesso i modelli economici reali anticipano  la loro stessa definizione (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/27/svizzera-e-toscana-i-modelli-di-sviluppo-richemont/).
    4. I valori. Anche in questo caso questi deve venire finalmente riconosciuto tanto dalla classe imprenditoriale quanto da quella politica il valore della tutela delle filiere da monte a valle del made in Italy.

    In questo contesto allora la riduzione della filiera e la tutela della proprietà intellettuale potrebbero rilanciare la nostra economia più del nuovo debito pubblico per realizzare infrastrutture la cui ricaduta è solo nel medio e lungo termine. Una consapevolezza che può essere addirittura supportata attraverso una politica di fiscalità di vantaggio in relazione al reshoring produttivo per riportare lavoro e professionalità  ora delocalizzate in paesi a basso costo di manodopera (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Questi mercati composti di aziende produttive e della distribuzione assieme ai consumatori sono fattori fondamentali della crescita del Pil netto e contemporaneamente lontani dagli effetti della spesa pubblica.

    Paradossale poi se si considera invece come proprio questo settore di economia italiana sostenga con la propria capacità fiscale la tanto desiderata politica di investimenti infrastrutturali.

    Anche in questo difficile contesto post pandemia ancora una volta vengono abbandonate le 4° (calzature/tessile/abbigliamento/pelletteria; arredamento; agro-alimentare/vinicolo;  automazione/plastica/meccanica) dalle strategie proposte dal mondo economico e politico italiano in quanto considerate espressione di una Old Economy.

    Mai come ora il prodotto interno lordo che genera ricchezza “manu  propria” dovrebbe ricevere una maggiore tutela.

    (*): indica quota di Pil non direttamente espressione dell’utilizzo della spesa pubblica in investimenti o spesa corrente.

  • 106: the magic number

    Da anni sostengo come il problema dell’evasione fiscale rappresenti la giustificazione per una pessima gestione della pubblica amministrazione e della spesa pubblica nella sua articolata complessità.

    Lo stesso governo in carica, del resto, con l’estensione per i lavoratori dipendenti del bonus da 80 (Bonus Renzi) a 100 euro per tutte le fasce di reddito fino a 40.000 euro dichiarato (prima era fino a 27.000) ne rappresenta l’ultima conferma. Questo ennesimo capitolo di spesa pubblica ovviamente andrà interamente a pesare sulla crescita del debito pubblico nonostante una minima variazione del Pil con un ridicolo +0,2% compromettendo ulteriormente il rapporto debito pubblico e Pil che corre verso quota 2.500 miliardi ma soprattutto verso il 135% del Pil (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/).

    Ora, dati statistici dimostrano come per i redditi medio bassi un lavoratore autonomo subisca una pressione fiscale fino a 106 volte superiore rispetto al dipendente (Il Sole 24 Ore del 22.01.2020).  Questa ricerca dimostra ancora una volta la disonestà intellettuale dei responsabili dei dicasteri economici degli ultimi vent’anni e dei partiti che quei governi hanno sostenuto. Solo nel 2019 hanno abbassato la saracinesca oltre 6.500 negozi e botteghe artigiane la cui uscita dal mondo del lavoro rappresenta un azzeramento di una importante quota del patrimonio culturale e professionale italiano. Per il 2020 le proiezioni statistiche confermano questo trend negativo.

    Una guerra commerciale tra attori con dotazioni impari in quanto se nasce dalla concorrenza con top player come GDO ed e-commerce questi si avvalgono di regimi fiscali che privilegiano proprio i concorrenti del dettaglio indipendente e dei piccoli artigiani. Questi nuovi soggetti allora, in particolare le società della grande distribuzione, venivano indicati come il futuro della distribuzione moderna ed avanzata. Ora invece che ad andare in crisi sono proprio quelle società della GDO ecco che la politica e i media si preoccupano, giustamente, dei contraccolpi occupazionali di tali ridimensionamenti (solo Auchan metterà in mobilità oltre 750 dipendenti).

    Risulta quindi evidente dalla crisi delle GDO come il dettaglio indipendente non venga sconfitto tanto dalla concorrenza di nuovi operatori distributivi (i quali certamente diminuiscono le marginalità) quanto dal regime fiscale adottato per favorire questi soggetti imprenditoriali. Una strategia politica chiara e della quale si dovrebbe chiedere conto soprattutto ai sindaci delle città, se non altro per la generosità con le quale hanno concesso i permessi per aperture di centri commerciali.

    Tornando alle ragioni articolate che determinano una battaglia concorrenziale assolutamente sbilanciata a sfavore del dettaglio indipendente, ecco come un regime fiscale oppressivo per il dettaglio indipendente presenti un moltiplicatore “106” (the magic number) che può addirittura aumentare nel caso in cui la famiglia risulti composta anche da figli a carico.

    Questi due fattori devastanti nella loro sintesi (pressione fiscale e scarsa produttività della spesa pubblica) condannano il nostro Paese ad un inesorabile declino studiato e voluto da un massimalismo ideologico. Non va dimenticato, infatti, come la spesa pubblica rappresenti assieme alla gestione del credito le prime due forme di potere assoluto: il primo in capo alla politica e il secondo al sistema bancario…(https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/). Una diarchia inattaccabile che ci destina non tanto al declino quanto all’estinzione.

  • Debito pubblico: l’ennesima strategia che confonde effetti e cause

    Risulta sicuramente interessante la proposta di Giulio Tremonti e Sabino Cassese circa l’utilizzo della Cassa depositi e prestiti come Market unit per privatizzare asset pubblici ed attraverso il ricorso al mercato diminuire di conseguenza il debito pubblico.

    Sarebbe altrettanto interessante ,tuttavia, comprendere quanto nella realtà effettiva la campagna di privatizzazione degli anni ‘90 abbia portato in termini di servizio agli utenti e consumatori e benefici stabili nella determinazione del rapporto debito/PIL. Ancora si odono, infatti, gli echi dell’ intera  schiera di politici, docenti ed economisti i quali affermavano all’unisono come la privatizzazione di asset pubblici non performanti rappresentasse una scelta finalizzata all’efficientamento della struttura oggetto di tale operazione.

    A distanza di vent’anni il disastroso stato delle infrastrutture autostradali italiane sembrerebbe dimostrare esattamente il contrario pur rimanendo valido il vero motivo di tale operazione, cioè la riduzione del debito pubblico. Al principio dell’efficientamento, va ricordato, è stato legittimamente preferito (come  ampiamente prevedibile) da parte degli investitori privati quello della massificazione della Roe mentre il modello di gestione pubblica delle infrastrutture autostradali tedesco e quello della “vignetta” svizzera rappresentano modelli lontani dalla realtà italiana così come per l’ammontare dello stesso rapporto debito/PIL. Quindi, nello specifico, la privatizzazione avrebbe l’importante ed unica funzione di ridurre il peso del debito pubblico anche se con disonestà intellettuale si invocava l’efficientamento, senza valutare l’inevitabile costo economico e sociale per l’utenza di queste operazioni finanziarie, come la situazione sistema autostradale italiano dimostra ampiamente.

    In altre parole, ancora oggi il nuovo progetto di privatizzazione viene giustificato essenzialmente dal reperimento  di risorse finanziarie per ridurre il debito ed in considerazione della crescita esponenziale del nostro debito presenta  un fondamento strategico condivisibile. Tuttavia, una parte delle risorse finanziarie ottenute attraverso queste operazioni andrebbe comunque destinata all’inevitabile impatto sociale in termini di peggioramento dei servizi, come la storia ci ha insegnato. In più, l’interessante proposta o meglio riproposta da parte dell’onorevole Tremonti e di Sabino Cassese relativa all’utilizzo della CdP per alleggerire il peso del debito pubblico debito pubblico non prende  in considerazione un vizio culturale e procedurale: la decontestualizzazione dall’ambito politico italiano.

    Il debito pubblico non rappresenta come nel Monopoli un’entità economica stabile e definita ma essenzialmente una grandezza relativa legata soprattutto alla esplosione della spesa pubblica ed in alcuni periodi all’accentuarsi della crisi economica. Per cui ogni progetto che valuti la gestione e l’eventuale riduzione del debito pubblico per offrire una visione di sviluppo nel medio e lungo termine alla nostra economia si troverebbe ad ottenere risultati marginali nel breve termine. La continua e costante esplosione negli ultimi vent’anni della spesa pubblica, che rappresenta la fonte del nostro debito pubblico, annienta ogni prospettiva di successo. In questo contesto, quindi, l’interessante proposta risulta già ora minimale negli effetti ed errata nella sua contestualizzazione in quanto l’intera classe politica che si succede al governo del nostro Paese continua ad utilizzare la spesa pubblica intesa come un vero e proprio strumento per ottenere il consenso politico (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/).

    In altre parole, qualsiasi proposta relativa alla riduzione del debito pubblico che non tenga in considerazione il declino culturale che la classe politica ha dimostrato negli ultimi anni attraverso l’utilizzo irresponsabile della spesa pubblica rappresenta la motivazione del suo stesso fallimento progettuale e concettuale.

     

  • I produttori tedeschi prevedono un calo del 4% della produzione industriale

    Secondo l’associazione dell’industria tedesca (BDI) la produzione manifatturiera tedesca scenderà del 4% nel 2021, soprattutto a causa della domanda più debole. In un paese in cui un lavoro su cinque dipende dalle esportazioni (principalmente manifatturiere), ciò potrebbe avere un effetto significativo sul PIL. La Germania è l’unica economia sviluppata con un surplus commerciale con la Cina. Poiché l’economia cinese si sta smorzando e la Brexit incide negativamente sulla fiducia dei consumatori, l’industria tedesca prevede una recessione. “Dopo sei anni consecutivi di crescita, il settore industriale tedesco è bloccato in recessione dal terzo trimestre del 2018”, ha dichiarato l’amministratore delegato di BDI Joachim Lang.

    Per compensare la caduta, la lobby commerciale di BDI e l’unione DBG hanno invitato il governo a investire 17 miliardi di euro in infrastrutture digitali e di trasporto, che corrispondono allo 0,5% del PIL, come primo obiettivo tra quelli per i quali sono stati stanziati 43 miliardi di euro per investimenti pubblici nel 2020. Ciò significherebbe che la cancelliera Angela Merkel avrebbe dovuto lasciare il suo incarico con un indebitamento pari a zero. La convocazione delle parti sociali è arrivata quando la Germania ha evitato, per poco, una recessione tecnica nel terzo trimestre del 2019 registrando una crescita dello 0,1%.

    Le Camere di industria e commercio DIHK hanno dichiarato in ottobre che le esportazioni tedesche si ridurranno nel 2020, per la prima volta dalla crisi finanziaria globale del 2008.

  • Verba volant scripta manent

    Tutte le dichiarazioni dei governi precedenti, a partire dal 2001 in poi, e dei titolari dei dicasteri economici assicuravano come i bilanci dello stato e il progredire del debito pubblico fossero sotto controllo ed addirittura in diminuzione sia nel valore assoluto che in quello percentuale.

    Le parole poi passano mentre i numeri testimoniano il valore delle parole stesse.

    La Germania presenta un rapporto di circa il 69% tra il valore del debito con il Pil e si conferma la prima economia manifatturiera in Europa, quindi il nostro termine di riferimento. A fronte di questi dati tedeschi il nostro paese invece colleziona un inquietante 132,…% nel rapporto debito-PIL e rimaniamo la seconda economia manifatturiera in Europa. Quindi i sessantatre (63!!!) punti percentuali di differenza nel rapporto tra questi due fondamentali parametri economici come debito pubblico e PIL (il cui valore economico va calcolato sul Pil nazionale ovviamente) dovrebbero per forza venire attribuiti sostanzialmente a due causali espressione di responsabilità diffuse delle diverse compagini governative alla guida del nostro paese negli ultimi vent’anni. La prima dovrebbe ovviamente risultare semplicemente da un ipotetico migliore livello di servizi a disposizione dei contribuenti e cittadini italiani rispetto a quelli tedeschi come espressione della maggiore spesa pubblica in rapporto al PIL. Un livello di servizi che si misura sia attraverso la disponibilità di infrastrutture che si trasformano in fattori competitivi per le imprese italiane che attraverso un migliore Welfare State per i cittadini. In tal senso si ricorda come in Germania le autostrade vengano finanziate e mantenute gratuite con risorse pubbliche mentre in Italia il costo dell’autostrada risulta uno dei maggiori fattori anticompetitivi unito alle accise sui carburanti.

    Come logica conseguenza di questo squilibrio tra il valore e gli effetti della spesa pubblica il differenziale percentuale tra i due debiti risulta attribuibile in toto alla pessima gestione della pubblica amministrazione e soprattutto della spesa pubblica (la seconda ed unica causale) la cui gestione viene attribuita a tutti i governi negli ultimi vent’anni anni.

    Inoltre, il deficit infrastrutturale italiano pagato dai contribuenti italiani unito al livello di welfare assolutamente inferiore rispetto alle spese in budget dimostrano le vere finalità della spesa pubblica: il conseguimento, cioè, di vantaggi elettorali e soprattutto servitù elettorali che garantiscano la rielezione delle maggioranze parlamentari che sostengono il governo.

    Si pensi, ma è solo un esempio, alle scellerate assunzioni dei quasi tremila Navigator dell’ultimo governo.

    Da questa semplice analisi dei numeri non suscita alcuna sorpresa se l’Italia risulta essere il paese con il maggiore fattore di incertezza politica (https://www.wallstreetitalia.com/app/uploads/2019/08/indice-768×529.png).

    La crescita di questo fattore determina come inevitabile conseguenza la diminuzione di investimenti soprattutto esteri ed una radicale diminuzione dei consumi, come tutte le statistiche oggettive dimostrano da anni. Con la sempre paradossale conseguenza di assistere ad un incremento dei depositi presso i conti personali (ulteriore certificazione dell’incertezza che blocca i consumi (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/)

    all’interno del sistema creditizio che ha perso la propria funzione istituzionale, cioè finanziare le imprese che creano crescita economica.

    Tutto questo emerge da una semplice analisi di questa tabella e dal confronto tra questi dati economici che dimostrano la responsabilità dei passati governi, nessuno escluso.

  • La politica monetaria ed il supporto alla “sostenibilità” del debito pubblico

    Non esiste governo nella storia della Repubblica italiana che non abbia affermato la propria intenzione di diminuire il debito pubblico attraverso una crescita del PIL (quindi con un miglioramento del rapporto debito PIL) oppure con il semplice  controllo della spesa pubblica corrente.

    Nel 1994, tra maggio e agosto, lo spread viaggiava tra i 300 punti base fino ai 410 nell’agosto per arrivare a 675 nel 1995 con il governo Dini. Il dato più impressionante tuttavia era relativo alle spese per interessi cioè il costo al servizio del debito stesso. A fronte, infatti, di un debito di 1.151 miliardi di lire nel 1995 il costo pagato dallo Stato come interessi sul debito stesso era di circa 109 miliardi per giungere a 115 nell’anno successivo,  il  1996. Emerge quindi evidente come la percentuale degli interessi sul debito raggiungesse in valore la soglia del 10% del debito stesso.

    In altre parole, lo stato italiano emetteva titoli del proprio debito con l’obiettivo di pagare alla scadenza gli interessi dimostrando come la crisi finanziaria iniziata nel 1992 (governo Amato), che portò al prelievo forzoso del 6X1000 sui conti correnti degli italiani, risultasse  ben lungi dall’essere risolta.

    Il terribile combinato, quindi, tra una finanza pubblica fuori controllo (esattamente come nel periodo attuale) ed una valuta debole (cara invece ai “sovranisti”) abbia portato le spese di servizio al debito ad oltre la soglia del 10%. Un rapporto finanziario assolutamente insostenibile e che di fatto annulla ogni valore alle ridicole teorie sovraniste che auspicano un ritorno alla Lira e quindi ad una valuta che attualmente risulterebbe  ancora più debole di quanto non risultasse a metà degli anni ‘90. Nel 1995 il debito pubblico era di 1.151 miliardi di lire, espressi in euro diventano 594 milioni di euro. Quindi, considerato che ad oggi il nostro debito pubblico è di oltre 2.356  di euro se abbinato ad una valuta debole, il quadro economico finanziario risulterebbe insostenibile per il nostro paese.

    Il debito pubblico successivamente agli anni ’90 è continuato ad aumentare fino all’esplosione assolutamente attribuibile agli ultimi governi Monti- Letta-Renzi-Gentiloni come a quello  attuale. L’unica costanza che accomuna questi governi viene rappresentata dalle irresponsabili affermazioni dei vari ministri dell’economia dei diversi governi alla guida del nostro Paese sempre relativamente al “ritrovato controllo della gestione della spesa pubblica come della riduzione del debito stesso”.

    Viceversa il debito risulta sempre aumentato ad una velocità addirittura doppia rispetto alla crescita del PIL dimostrando ancora una volta come le nuove risorse finanziarie venissero utilizzate al fine di finanziare la sola spesa corrente e non gli investimenti infrastrutturali , gli unici che si possano trasformare in fattori competitivi.

    La grande differenza rispetto al 1995 viene, però, rappresentata proprio dalla presenza dell’Euro il quale risultando espressione di una comunità economica internazionale (UE) e attraverso le politiche monetarie fortemente espansive della BCE (anticicliche nell’intenzione  dell’istituto finanziario europeo) ha permesso l’esplosione del nostro debito mantenendo i tassi vicini allo zero, come negli ultimi tre anni anche al Quantitative Easing. In questo periodo infatti, a fronte di oltre 2.356, la spesa per i servizi al debito risulta  essere di circa 64 miliardi di euro. Quindi il costo del debito è inferiore al 3% rispetto all’oltre 10% nel 1995-96. Oltre sette  (7) punti percentuali di minore costo rappresenta la motivazione fondamentale per cui tutti i governi italiani abbiano deciso di  aumentare  la spesa corrente interamente a debito in quanto il costo  aggiuntivo in interessi  risultava  risibile. Un aspetto, ma soprattutto un effetto, della politica monetaria espansiva della BCE che dovrebbe indurre i vertici dell’Istituto europeo a fornire dei parametri maggiormente precisi relativi all’utilizzo della nuova liquidità. Al fine di evitare appunto come è successo, soprattutto con il Q.E., di  creare le condizioni di una “sospensione da ogni valutazione finanziaria e quindi da  ogni responsabilità” per le politiche dei  governi dell’ultimo periodo i quali hanno utilizzato la liquidità  con successivi azzeramenti del costo del denaro non per ridurre il peso del debito ma per inaugurare nuovi capitoli di spesa corrente (80 euro del  Governo Renzi, reddito di cittadinanza del governo Conte).

    In altre parole, una politica monetaria espansiva ed anticiclica con iniezioni di liquidità unita ad una valuta stabile (euro) rende “sostenibile o meglio gestibile ” l’esplosione della spesa corrente al debito e l’aumento relativo dei costi al servizio del debito pubblico di fatto sospendendo da ogni responsabilità i governi stessi.

    In questo conteso la sola idea di avere contemporaneamente un sovranismo monetario ed un implicito ritorno ad una valuta debole (lira) amplierebbe il già insostenibile divario tra i costi attuali del nostro debito e quelli del 1995/96  (+7%) a causa del volume del debito attuale, dimostrando come sia  ancora una volta privo di ogni sostenibilità finanziaria il sovranismo valutario ed economico.

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