Pil

  • L’economia cinese cresce più velocemente del previsto nel primo trimestre

    L’economia cinese ha avuto un inizio d’anno più forte del previsto, nonostante l’aggravarsi della crisi nel settore immobiliare. Secondo i dati ufficiali, nei primi tre mesi del 2024 il prodotto interno lordo (PIL) è cresciuto del 5,3% rispetto all’anno precedente, superando superato le aspettative. La seconda economia mondiale potrebbe vedere la crescita rallentare al 4,6% nel primo trimestre. Il mese scorso Pechino ha raggiunto un ambizioso obiettivo di crescita annuale pari a circa il 5%”.

    I dati dell’Ufficio nazionale di statistica (NBS) hanno anche mostrato che la crescita delle vendite al dettaglio nel primo trimestre, un indicatore chiave della fiducia dei consumatori cinesi, è scesa al 3,1%. Nello stesso periodo gli investimenti immobiliari sono diminuiti del 9,5%, evidenziando le sfide affrontate dalle società immobiliari cinesi.

    I dati sono arrivati mentre la Cina continua a lottare con la crisi del mercato immobiliare in corso. Secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), il settore rappresenta circa il 20% dell’economia. Gli ultimi dati hanno anche mostrato che a marzo i prezzi delle nuove case sono scesi al ritmo più veloce da oltre otto anni. La crisi del settore immobiliare è stata evidenziata a gennaio, quando un tribunale di Hong Kong ha ordinato la liquidazione del colosso immobiliare Evergrande. La settimana scorsa, l’agenzia di rating del credito Fitch ha ridotto le sue prospettive per la Cina, citando i crescenti rischi per le finanze del paese a causa delle sfide economiche.

    Per decenni l’economia cinese si è espansa a un ritmo stellare, con dati ufficiali che indicavano una crescita media del PIL vicina al 10% annuo.

  • La “crescita” economica ed il nesso psicologico

    Gli ultimi dati economici dimostrano ancora una volta la sostanziale stagnazione dell’economia italiana con dieci flessioni consecutive della produzione industriale.

    Nel IV trimestre del 2023 il PIL “cresce” del +0,2% sul trimestre precedente e del +0,5% sul IV trimestre 2022.  Nel 2023 la crescita PIL complessiva si dimostra di un misero +0,7% rispetto al 2022.

    Mentre la Germania si trova in recessione con una crescita negativa del -0,3% del PIL legata alla frenata dell’export, la Spagna fa segnare un interessante +2,5%. La crescita spagnola è dovuta sostanzialmente ad una stabilizzazione e ad un mantenimento dell’export, ma soprattutto ad una crescita della domanda interna.

    Un fattore economico intersecato con un aspetto psicologico che potrebbe trovare una parziale ragione anche nella politica energetica del governo spagnolo.

    Andrebbe ricordato come la stessa famiglia che in Italia dovrebbe spendere per le bollette energetiche oltre mille euro, in Francia pagherebbe 626 euro, in Portogallo 559 e in Spagna addirittura 492 euro.

    La metà della spesa in bollette risparmiata in Spagna, espressione del tetto al prezzo del gas mentre in Italia Draghi attendeva fiducioso il price cap applicato al gas dall’Unione Europea, in un contesto nazionale di sensazione positiva per i cittadini che si sentono tutelati dallo Stato, si può trasformare in una percentuale aggiuntiva di domanda interna in beni e servizi e quindi di sviluppo economico. In altre parole, questa percezione si traduce in un sentiment positivo che favorisce i consumi.

    La mancata crescita italiana del 2023 nasce, invece, anche dalla terribile combinazione tra la scelta di questo governo di togliere le tariffe tutelate e di implementare ancora una volta, come tutti i governi precedenti, la cessione di quote, o “privatizzazioni/liberalizzazioni” come piace ai liberali nostrani, ai fondi privati delle multiutility ed aziende energetiche.

    Anche in questo contesto si inserisce un fattore psicologico individuabile dalla netta percezione provata dagli stessi cittadini italiani di essere diventati semplicemente delle “utenze” da sfruttare a favore delle aziende energetiche alle quali si apre il libero mercato a senso unico, a favore cioè delle aziende le quali applicano tariffe con aumenti anche del 5/600%.

    In questo modo, quindi, si trasforma una percezione nella assoluta certezza di essere stati abbandonati da quello stesso Stato che dovrebbe tutelarli come compito istituzionale. La certezza dell’abbandono statale si trasforma in un sentiment fortemente negativo.

    La flessione della domanda interna italiana, una delle caratteristiche più differenti con la crescita spagnola, rappresenta quindi l’unica “difesa” degli italiani, i cui effetti disastrosi, tuttavia, ricadono sul sistema industriale italiano e, di conseguenza, ancora una volta sui cittadini già in difficoltà.

  • La patrimoniale ed il tradimento del PNRR

    L’Italia si trova all’interno di una crisi “perfetta”. Mentre qualcuno ha ancora coraggio di dire che l’Italia rappresenta la locomotiva d’Europa, paragonando i dati della nostra economia a quelli peggiori della Germania, andrebbero ricordate un paio di cose.

    La crisi economica italiana è talmente profonda e radicale da riuscire a fare esplodere il debito pubblico alla cifra di 2868 miliardi di euro, in quanto gli effetti dei finanziamenti ottenuti col PNRR risultano assolutamente risibili poiché le risorse aggiuntive del PNRR sono state utilizzate come semplici finanziamenti a pioggia e non certo per aumentare la produttività dell’impresa italiane.

    La finta crescita economica vantata dal governo Draghi con il ministro Brunetta, che parlava del nuovo boom economico vicino e simile a quello degli anni sessanta, era sostanzialmente drogata dall’esplosione dell’inflazione causata dalla crescita dei costi energetici e delle materie prime.

    Mentre la Germania ha un rapporto debito pubblico PIL al 66,7%, il nostro supera il 140%, prova ne sia che i titoli di stato tedeschi pagano un 2,23% mentre quelli italiani il 3,79%.

    Nel frattempo la Germania, esattamente come la Francia, sta avviando una politica di approvvigionamento energetico (*) che nulla ha a che fare con i paradigmi della transizione energetica imposta dalla farneticante imposizione ideologica della Commissione europea.

    Contemporaneamente l’Italia sta avviando una politica di ulteriore privatizzazione di asset delle multiutility a favore dei fondi privati.

    In questo disastroso momento storico, che ha ancora una volta reso evidente come la spesa pubblica non abbia alcuna efficacia nella creazione di nuovo sviluppo economico stabile, l’ex Ministro Fornero del governo Monti propone senza alcuna vergogna l’imposizione di una nuova patrimoniale sugli immobili.

    In buona sostanza, a fronte di un valore degli immobili di circa 5100 miliardi, una patrimoniale dell’1% (una aliquota mostruosa di per sé) aumenterebbe la dotazione finanziaria pubblica di soli 50 miliardi, poco meno del doppio dell’Imu introdotta proprio da quel governo Monti, del quale la Fornero era ministro, e che ha fruttato fino ad oggi 270 miliardi di euro ma non ha “contribuito” a ridurre per i conti pubblici la debacle alla quale si vorrebbe ora porre rimedio con il medesimo intervento.

    L’Imu introdotto appunto dal governo Monti non ha avuto nessuna capacità di diminuire il debito pubblico, anzi ne ha contribuito alla sua esplosione paradossale.

    Ora immaginare che una tassazione straordinaria degli stessi immobili già tassati possa raddrizzare i conti dello Stato e si possano riequilibrare le sorti del nostro Paese rappresenta la peggiore forma di inadeguatezza culturale.

    (*) https://www.ilpattosociale.it/attualita/2024-ed-il-mancato-adeguamento-liberale/

  • Le priorità del parlamento italiano

    Anche se assecondate solo parzialmente dal governo e mentre la pressione fiscale reale arriva al 49% (*) e la stessa flat tax verrà applicata sul volume di affari e non più sull’incassato, la priorità del Parlamento italiano è il dimezzamento del carico fiscale per il mondo delle imprese calcistiche.

    Fa decisamente sorridere l’utilizzo della congiunzione “anche” in quanto non è chiaro a quali altre categorie professionali o settori industriali siano state dimezzate le tasse.

    Questo regime fiscale favorevole al mondo del calcio fu introdotto con il primo governo Conte ed ora ci si ripete con la medesima sfacciataggine e probabilmente il termine di febbraio è stato individuato con l’obiettivo di favorire il calciomercato invernale che si chiude il 31 gennaio.

    Ancora una volta si offendono i lavoratori e le imprese e si favoriscono le società di calcio che pur svolgendo una importante funzione non meritano un riconoscimento così fiscalmente importante.

    E’ alquanto amaro riscontrare come le priorità del Parlamento e dei parlamentari, imposti dalle segreterie dei partiti grazie al sistema elettorale bloccato, assieme a quelle del governo siano profondamente diverse da quelle dei cittadini, delle imprese e di chi producendo Pil favorisce la crescita economica e sociale.

  • Anche l’Africa contro l’evasione

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ‘ItaliaOggi’ il 9 dicembre 2023

    Il 22 novembre scorso alle Nazioni Unite il gruppo dei paesi africani, guidato dalla Nigeria ha presentato una risoluzione (A/C.2/78/L.18/Rev.1) sulla “Promozione di una cooperazione fiscale inclusiva ed efficace presso l’Onu” per un trattato e una riforma fiscale internazionale. Globalmente ogni anno si perdono centinaia di miliardi di dollari per l’evasione fiscale da parte di aziende private e multinazionali ed anche per i cosiddetti flussi finanziari illeciti (Iff), cioè movimenti illegali di denaro e beni. Anche il continente africano è molto penalizzato.

    Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (Unctad), ogni anno quasi 90 miliardi di dollari, equivalenti a poco meno del 4% del Pil africano, viene “trafugato” dal continente sottoforma di Iff. Dal 2000 al 2015, i capitali in fuga hanno raggiunto la stratosferica cifra di 836 miliardi di dollari. L’importo è enorme e supera gli aiuti allo sviluppo dati dai paesi donatori.125 paesi del cosiddetto Global South hanno votato a favore – tra cui Cina e Russia insieme a 51 delle 54 delegazioni africane. I voti contrari sono stati 48 e 9 le astensioni. Stati Uniti, Giappone e Unione europea hanno votato contro. Al riguardo Washington ha esercitato la massima pressione sugli alleati per il voto contrario.

    Già prima del voto all’Onu, nell’ottobre scorso, i ministri delle finanze dell’Ue si erano detti contrari a una convenzione fiscale dell’Onu, finalizzata alla definizione delle regole di contrasto dell’evasione fiscale, poiché sarebbe stata «una duplicazione del lavoro internazionale in corso riguardo all’attuale quadro fiscale globale». L’Ue preferirebbe un approccio più flessibile auspicando «un’agenda multilaterale non vincolante».

    Tale posizione è paradossalmente in contrasto con una risoluzione dello stesso Parlamento europeo di giugno che, in seguito alle rivelazioni dei “Pandora Papers”, sosteneva l’avvio di una convenzione dell’Onu per affrontare l’evasione fiscale e i flussi finanziari illeciti. La scusa di un eventuale doppione si riferisce ai negoziati multilaterali per un trattato fiscale globale in seno all’Ocse che, però, dopo un decennio non ha prodotto progressi significativi. È stata proprio questa incapacità dei paesi industrializzati a spingere i paesi africani a intraprendere l’iniziativa Onu, anche con il sostegno dei paesi non allineati del Gruppo dei 77.

    Gli interessi in gioco sono enormi. Tra le clausole dei trattati fiscali vigenti figurano quelle che trattano le affiliate di imprese multinazionali come entità separate e indipendenti. Queste ultime, sono spesso registrate nei paradisi fiscali per evitare di pagare le tasse nei paesi africani in cui operano. E’ lo stesso problema di cui noi europei ci lamentiamo rispetto ai giganti internazionali delle comunicazioni, e non solo, che non vogliono pagare le tasse nei paesi europei in cui operano.

    Secondo uno studio del progetto Africa Growth Initiative presso la Brookings Institution di Washington, tra i primi 10 paesi che registrano il maggior volume di flussi finanziari illeciti, ben 9 dipendono dalle esportazioni di risorse naturali: il Sud Africa, la Repubblica democratica del Congo, il Botswana e lo Zambia per l’industria mineraria; la Nigeria, la Repubblica del Congo, l’Angola, il Sudan e il Camerun per la produzione di gas e petrolio.

    I paesi africani hanno creato l’African Continental Free Trade Area, la più grande area di libero scambio al mondo dopo l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). È una grande opportunità di sviluppo che rischia di essere bloccata da un iniquo regime fiscale interno e internazionale. In altre parole, per unificare le leggi e i regolamenti relativi allo scambio di beni e servizi nel continente, non basterà la prevista rimozione delle barriere commerciali, ma occorrerà procedere alla scrittura di regole comuni per le imprese straniere, particolarmente per le multinazionali.

    Per i paesi in via di sviluppo, la risoluzione dell’Onu pone le basi per l’ottenimento di quelle risorse finanziarie tanto necessarie e cruciali per rispondere all’attuale crisi del debito e per facilitare il raggiungimento dello sviluppo sostenibile. Per le nazioni più sviluppate e industrializzate, invece, si prevedono delle condizioni per ridurre evasione ed elusione fiscale che minano l’equità economica. Bloccare la risoluzione sarebbe un segnale negativo. Ciò rivelerebbe resistenze ingiustificate da parte di chi a gran voce rivendica nuove regole senza esserne convinto. Infatti, la questione non è mai stata affrontata adeguatamente nel G20.

    *già sottosegretario Economia **economista

  • I Brics diventano più importanti

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ‘ItaliaOggi’ il 23 novembre 2023

    Con l’ingresso nei Brics di altri sei paesi, (Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita), il gruppo rappresenterà oltre il 45 per cento della popolazione mondiale pari a 3,7 miliardi di abitanti. In confronto il G7 (Usa, Germania, Canada, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito), ne esprime appena il 10 per cento con 775 milioni di abitanti.

    Nel 2022 il nuovo aggregato a 11 paesi ha registrato un pil pari a 29.374 miliardi di dollari. Un valore inferiore ai 43.700 miliardi dei paesi del G7, i quali però sono già perdenti sulle esportazioni in alta tecnologia. Secondo i dati della Banca Mondiale, i Brics+ sono in netto vantaggio con oltre 990 mila miliardi di dollari di esportazioni contro 755 mila miliardi dei paesi G7.

    Cambiano i dati se il pil è calcolato in termini di parità di potere d’acquisto (ppp). Allora i cinque paesi originali Brics hanno già un pil maggiore di quello del G7. Nonostante ciò, hanno solo il 15% del potere di voto nel Fondo monetario internazionale. Il che è visto come una grande ingiustizia da parte di tutto il cosiddetto “Global South”.

    Negli Stati Uniti, e anche in Europa, si è sempre cercato di ignorare queste nuove dinamiche geoeconomiche, sperando, di fatto, in un loro fallimento o in un loro significativo ridimensionamento.

    Solo recentemente, alcuni centri di analisi geopolitica americana hanno iniziato a parlarne apertamente. L’ha fatto, ad esempio, Foreign Policy (FP), la rivista, fondata più di cinquant’anni fa dal professore neocon Samuel Huntington, il noto fautore dello “scontro di civiltà”, e oggi di proprietà del The Washington Post.

    La citata rivista affronta i problemi cruciali del processo di de-dollarizzazione in corso e dell’influenza geopolitica nei commerci. Si afferma che «con l’Egitto, l’Etiopia e l’Arabia Saudita, i Brics+ possono interrompere il commercio mondiale non solo del petrolio ma di qualunque altra merce. Questi tre paesi circondano il Canale di Suez e lo trasformano, di fatto, in un lago Brics+. Il canale è un’arteria chiave dell’economia mondiale. Circa il 12% di tutto il commercio globale passa attraverso il canale, che collega il Mediterraneo al Mar Rosso. E’ il Mar Rosso che i Brics+ ora circondano».

    L’ammissione dell’Arabia Saudita amplia anche la leva finanziaria a loro disposizione. Essa detiene più di 100 miliardi di dollari in titoli di stato statunitensi. Insieme ora possiedono più di mille miliardi di dollari in obbligazioni Usa. Le nuove adesioni ai Brics+ ampliano anche una gamma di prodotti che offre uno spettro di potere sia ora sia in futuro. Anche Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono esportatori di combustibili fossili. Paesi come Brasile, Cina e Russia sono importanti produttori di metalli e terre rare da cui dipenderà la transizione energetica.

    Per quanto riguarda il processo di de-dollarizzazione, FP esprime un certo scetticismo poiché ritiene che il dominio cinese potrebbe comportare qualche dubbio per gli altri membri. Infatti, il pil cinese è 3,2 volte quello del resto dei Brics originali e 1,7 volte quella dei Brics+.

    Sul fronte monetario, però, oltre a riconoscere che il grande uso delle valute locali nei commerci e nelle transazioni finanziarie interne al gruppo indebolisce il ruolo internazionale del dollaro, FP prende in seria considerazione quello che chiama «una valuta di riferimento», cioè una valuta commerciale comune dei Brics+. Secondo FP «una valuta di riferimento potrebbe essere un paniere composto di monete nazionali, come i Diritti Speciali di Prelievo del Fmi».

    Il dollaro è ancora la maggiore valuta di riserva delle banche centrali, con percentuali superiori rispetto alla sterlina in declino già all’inizio del Ventesimo secolo come riserva globale. La sterlina, in ogni caso, non aveva mai superato il 50% delle riserve ufficiali di valuta estera.

    In conclusione, la citata rivista afferma che «se il dollaro arrivasse a mantenere una pluralità ma non la maggioranza delle riserve, alcuni direbbero che conserverebbe ancora il suo status di riserva. Sarebbe, però, un cambiamento. Anche se King Dollar restasse tecnicamente sul trono, s’intravede una nuova era di crescente anarchia monetaria». Il che sarebbe preoccupante mentre l’eventuale «valuta di riferimento» sarebbe, invece, un notevole passo in avanti nella costruzione di un nuovo ordine monetario e finanziario internazionale, ovviamente multilaterale.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • L’Italia più lontana dall’Ue: solo 4 aree nella top 50 del Pil

    L’Europa è sempre più lontana dall’Italia e dal suo Mezzogiorno. I fondi della politica di coesione, che per il periodo 2021-2027 destina al Paese oltre 40 miliardi di euro, non sono riusciti a ridurre il divario nel reddito procapite con le altre aree dell’Unione europea che, anzi, continua ad aumentare. ‘La politica di coesione e il Mezzogiorno. Vent’anni di mancata convergenza’ è il titolo del nuovo studio dell’Istat che racconta il distacco crescente con il resto dell’Ue.

    Nel 2000, nessuna regione italiana era fra le ultime 50 per reddito, misurato come Pil procapite a parità di potere d’acquisto, ora ce ne sono quattro: la Puglia, la Campania, la Sicilia e la Calabria. E questo nonostante l’allargamento ai nuovi Paesi dell’Ue abbia fatto calare il dato medio. Anche al di fuori delle regioni meno avanzate, un progressivo allontanamento dall’Ue ha segnato tutto il Paese. Tra le prime 50 regioni in Europa per reddito, dieci erano italiane nel 2020, ve ne sono rimaste solo quattro (le Province autonoma di Bolzano e di Trento, la Lombardia e la Valle d’Aosta). Il Mezzogiorno, con l’eccezione dell’Abruzzo, rappresenta oggi “l’area più vasta e popolosa di arretratezza economica dell’Europa occidentale”, per l’Istat, e le sue difficoltà sono interamente dovute alla mancanza di lavoro. Del resto, il tasso di occupazione è inferiore alla media Ue di ben 20 punti percentuali.

    In questo contesto una speranza viene dagli ultimi quattro anni, favoriti dalla fase di investimenti post Covid. “Qualcosa – osserva l’Istat – sembra essere parzialmente mutato” e tra i territori italiani che crescono ad un ritmo superiore alla media europea, c’è il caso della Lombardia (+1,9% annuo), ma anche quello della Puglia (+1,8%) e della Basilicata (+2,5%).

    Al momento, comunque, le previsioni dell’Istat per 2030 sono di un divario con l’Europa che continuerà ad allargarsi pressoché ovunque in Italia, per effetto anche della crisi demografica. A meno di non intervenire sull’occupazione, e in particolare l’occupazione femminile.

  • I paesi poveri sono più poveri

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 13 ottobre 2023

    I paesi a basso reddito, i cosiddetti low income countries (lic), hanno un pil complessivo di circa 500 miliardi di dollari, una goccia nell’immenso mare di 100 mila miliardi dell’economia globale. Il loro piccolo peso economico è proporzionale alla poca attenzione loro data dai paesi sviluppati. Infatti, i paesi più ricchi del mondo hanno scelto proprio il momento peggiore per diventare meno generosi con gli aiuti e l’assistenza allo sviluppo. I lic, però, rappresentano ben 700 milioni di persone che ambiscono agli stessi diritti umani e civili di un cittadino di Berlino o di Roma.

    Tante sono le astratte discussioni sulle ondate migratorie e sul sottosviluppo e si riempiono tanti salotti televisivi, ignorando, però, la dura realtà sottostante. Oggi, secondo i dati della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite, i 26 paesi più poveri del mondo si trovano ad affrontare crescenti difficoltà sociali, economiche e politiche, a causa dell’aumento del debito, della diminuzione delle prospettive di sviluppo e del cronico sottoinvestimento.

    Secondo i recenti criteri stabiliti dalla Banca Mondiale, i paesi più poveri sono quelli con un reddito annuale procapite inferiore a 1.135 dollari. Da 28 sono diventati 26 poiché, per una insignificante manciata di dollari, lo Zambia e la Guinea Bissau sono passati nella fascia “superiore”, quella dei paesi di reddito medio, cioè fino a 4.465 dollari procapite annui. Il valore di riferimento usato è il reddito nazionale lordo, gni è l’acronimo in inglese, che al pil aggiunge i profitti realizzati all’estero da parte di cittadini del paese meno i profitti fatti da compagnie e investitori stranieri sul territorio del paese in questione.

    La situazione dei paesi a basso reddito è peggiorata dal 2000. Ad esempio, la mortalità materna è ora più alta del 25% e la quota della popolazione con accesso all’elettricità è scesa dal 52% ad appena il 40%. L’aspettativa di vita media è oggi di soli 62 anni, tra i tassi più bassi del mondo. A peggiorare le cose, le probabilità che questi paesi ricevano aiuti dall’estero sono diminuite. I paesi più ricchi stanno reindirizzando una parte maggiore dei loro bilanci, destinati agli aiuti esteri, per coprire le spese generate dall’arrivo di rifugiati. Ben 22 dei 26 suddetti paesi sono nell’Africa sub sahariana. Tutti ricchissimi di materie prime. Alcuni, come l’Etiopia, la Repubblica democratica del Congo e il Sudan hanno una ragguardevole popolazione.

    Non ci sono solo negligenza e sfruttamento da parte delle economie avanzate e delle grandi multinazionali, ma anche i governi non si curano veramente delle loro popolazioni. Hanno altre priorità. Ad esempio, spendono circa il 50% in più per la guerra e la difesa rispetto alla sanità. Quasi la metà dei loro budget è destinata agli stipendi del settore pubblico e al pagamento degli interessi sul debito, mentre solo il 3% della spesa pubblica è per il sostegno dei cittadini più vulnerabili. Si tratta di un decimo della media nelle economie in via di sviluppo.

    Entro la fine del 2024 il reddito medio delle persone nei paesi più poveri sarà ancora inferiore di quasi il 13% rispetto a quanto previsto prima della pandemia. Tra il 2011 e il 2015, le sovvenzioni hanno rappresentato circa un terzo delle entrate pubbliche nei paesi più poveri. Da allora tale quota è scesa a meno di un quinto! I governi dei paesi poveri hanno colmato la differenza indebitandosi ulteriormente, penalizzati anche dagli alti tassi d’interesse. Il rapporto debito pubblico/pil in queste economie è salito dal 36% del 2011 al 67% dello scorso anno. È il livello più alto dal 2005. Quattordici di questi paesi a basso reddito, il doppio di appena otto anni fa, sono ora in grande difficoltà debitoria o corrono il rischio di esse

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La sola possibilità: la tassa di scopo

    La decisione del governo di tassare il sistema bancario avrà i medesimi effetti di quella introdotta dal governo Draghi sugli extra profitti delle Aziende energetiche: un buco di bilancio di oltre otto (8) miliardi.

    In  più le maggiori tasse andranno scaricate da tutti gli istituti bancari
    sui costi dei correntisti,
    ai quali aggiungere gli oltre 10 miliardi di perdita di capitalizzazione della borsa odierna che sono molto spesso anche questi denaro dei risparmiatori.

    Continuare ad aumentare la pressione fiscale per alimentare ancora la spesa pubblica, specialmente nel momento in cui abbiamo raggiunto la cifra record di debito di 2816 miliardi,
    rappresenta la solita stantia risposta di un governo sostanzialmente socialista incapace di invertire un pericoloso e consolidato trend.

    Attualmente la spesa pubblica rappresenta oltre il 57% del PIL,
    ai quali aggiungere i fondi straordinari del PNRR  già  operativi da due anni.
    Eppure nonostante questi fiumi di finanza straordinaria pubblica il nostro Paese è già  in recessione economica.
    Il  Pil  segna una flessione del -0,3%, i  consumi del -5%, il turismo del -30%, si registra comunque la più alta inflazione europea, +12% nel settore alimentare, mentre la  produzione industriale stacca un -0,9%.
    Sembra incredibile come nessuno comprenda come il continuare ad aumentare la spesa pubblica non sia di alcun effetto se non quello di aumentare il potere del governo in carica.
    In questo contesto nel
    novembre 2018 uscì questo mio breve intervento sulla crescita della spesa pubblica (https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/)

    Allora rimane una unica
    possibilità. Definire da subito queste addizionali fiscali come “tasse di scopo” e quindi indirizzarle per un scopo preciso, come per la riduzione delle accise sui carburanti

    Tutto il resto è socialismo.

  • La diversa velocità dell’inflazione

    Molti organi ufficiali governativi, uniti ad altrettanti media nazionali, sottolineano, con malcelata soddisfazione, la minima riduzione del debito pubblico a gennaio 2023, pari a 2756 miliardi di euro (in flessione rispetto al dicembre 2022 che segnava 2762 miliardi), ma in forte aumento rispetto allo stesso periodo del 2022 con una crescita di oltre 41 miliardi di euro.

    Questa risibile soddisfazione è assolutamente fuori luogo e tende, con colpevole miopia, a coprire il diverso effetto dell’inflazione sul valore nominale del PIL e del debito pubblico legato semplicemente alla diversa modulazione della sua velocità.

    Il fatturato, infatti, si adegua immediatamente al crescere dei costi, con conseguenti adeguamenti dei prezzi, quindi il Pil  a prezzi correnti cresce (ma non quello a prezzi costanti) migliorando il rapporto con il debito pubblico, anch’esso crescente. Il miglioramento, ma si ricorda solo temporaneo, del rapporto debito pubblico/Pil nasce perciò solo dalla diversa velocità di adeguamento del debito rispetto al PIL generato dall’andamento della spirale inflattiva.

    Come già evidenziato prima, mentre per i prezzi la maggiore crescita legata ai costi in salita generati dall’inflazione risulta immediato e seriale, l’effetto dell’inflazione per i costi del servizio al debito pubblico, anch’esso sempre in crescita, tende a manifestarsi solo con l’emissione a 12, 18 o 24 mesi dei titoli del debito pubblico che prezzano un mercato dominato dall’inflazione e dalle stesse aspettative, e quindi con tassi crescenti.

    Sembra incredibile, infatti, come a questa soddisfazione assolutamente ingiustificata ed ingiustificabile, in quanto fornisce un alibi per un ulteriore aumento della spesa pubblica, di un migliorato rapporto tra debito pubblico e PIL, non si prenda nella giusta considerazione come i costi del servizio al debito per il 2025 potranno arrivare a cento (100) miliardi all’anno di soli interessi sul debito pubblico.

    Se nel 2022 lo Stato italiano ha incassato 609 miliardi di tasse, e mantenendosi basso il tasso di crescita della nostra economia (*), mistificato solo da un maquillage di genesi inflattiva , la spesa per il servizio addebito si potrebbe avvicinare quindi  al 15-18% delle tasse incassate e al 5% del PIL. Senza considerare come la perdita di potere d’acquisto, in particolar modo per le classi della popolazione meno abbienti, seguita da un aumento esponenziale dei costi dei finanziamenti per le imprese e dei mutui per le famiglie, sempre legati alla crescita dell’inflazione, rappresenta un serio problema per una crescita strutturale della nostra economia.

    In altre parole, l’inflazione, oltre ad una pia ed illusoria soddisfazione per un miglioramento temporaneo del rapporto debito PIL, rappresenta la peggiore tassa occulta. Viceversa, viene accolta con favore dalle classi governative prive di visione a medio e lungo termine, in quanto aumenta le entrate fiscali (Fiscal Drag +54 miliardi).

    La diminuzione del potere d’acquisto della popolazione che assiste alla metamorfosi delle banconote in euro al valore di quelle del monopoli renderebbe necessaria una manovra fiscale per ridurre l’impatto della crescita dei prezzi. L’inflazione invece illude una classe politica incapace di procedere nella giusta direzione.

    (*) Per il 2023 +1% obiettivo del governo mentre il Fmi ci accredita un +0,7% e +0,8% nel 2024

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