Pil

  • L’asse Teheran-Mosca compromette le chance di rimettere in riga Putin

    L’asse tra Teheran e Mosca compromette seriamente le possibilità dell’Ucraina e del mondo di rimettere in riga Vladimir Putin. Sul Corriere della Sera Federico Rampini illustra la diagnosi fornita dal Pentagono in tal senso. Ecco cosa scrive: «La Russia compra dall’Iran molti droni che utilizza per attaccare le infrastrutture ucraine. Tra questi ci sono i Mohajer-6 e Shahed-136: questi ultimi vengono chiamati droni-kamikaze perché anziché lanciare bombe si scagliano contro il bersaglio per distruggerlo (…). Com’è riuscito l’Iran a produrre dei droni sofisticati, pieni zeppi di tecnologie occidentali? Le risposte variano. In parte c’è il sospetto che alcune tecnologie siano cloni o copie realizzate in Cina grazie allo spionaggio industriale di Pechino ai danni dell’industria occidentale. Ma in parte sono pezzi fabbricati proprio in America, in Giappone, o in altri paesi occidentali. Una strada classica per aggirare le sanzioni è questa: molti componenti pur essendo ad altissima tecnologia sono disponibili per l’acquisto online; vengono ordinati da intermediari, molti dei quali nel Golfo Persico, e da lì istradati illegalmente verso l’Iran».

    Riferisce ancora Rampini: «Passando alla Russia, i dati del Fondo monetario internazionale dicono che alla fine di quest’anno il suo Pil dovrebbe scendere del 3,4%. È una recessione modesta, per una nazione che a volte descriviamo come «strangolata» dalle sanzioni occidentali. In effetti lo stesso Fmi ad aprile si era fatto un’idea diversa sull’efficacia delle sanzioni e prevedeva un crollo dell’8,5% del Pil russo. La correzione della previsione, al rialzo, sta a indicare che le sofferenze dell’economia russa sono meno gravi. Un’occhiata al commercio estero della Russia rivela che l’isolamento è molto relativo, o addirittura inesistente. Dopo l’invasione dell’Ucraina e il varo delle prime sanzioni a fine febbraio, la Russia ha visto ridursi il suo interscambio con alcuni paesi, e aumentare quello con altri. Tra i paesi del mondo con cui l’import-export russo è aumentato in questi nove mesi ci sono ovviamente dei giganti emergenti che non partecipano alle nostre sanzioni: Cina, India, Turchia, Brasile. Ma ci sono anche paesi europei o nostri alleati, che partecipano alle sanzioni. L’import-export russo è cresciuto dell’80% con il Belgio, del 57% con la Spagna, del 32% con l’Olanda e del 13% con il Giappone. In parte questo si spiega con il fatto che nei primi mesi post-invasione l’Europa ha continuato a comprare gas russo, anzi ha addirittura accelerato i suoi acquisti in vista dell’inverno, e lo ha fatto pagando prezzi altissimi. Negli ultimi mesi la situazione è cambiata, sia per le contro-sanzioni di Putin che hanno ridotto molto le forniture di gas, sia per il calo dei prezzi.  Ci sono altre spiegazioni oltre al gas e petrolio. La Russia è anche uno dei massimi fornitori mondiali di molte materie prime non energetiche: grano, amianto, ferro e minerali ferrosi, nickel, platino, ammoniaca, potassio, fertilizzanti, lignite, asfalto, oli di semi vari. L’elenco è lungo, una parte di queste materie prime non sono soggette a sanzioni. E comunque anche laddove ci sono sanzioni, l’incentivo ad aggirarle è potente, in un mondo che è abituato a rifornirsi di materie prime in Russia. Non solo le economie emergenti. La Francia compra uranio russo per le sue centrali nucleari. Il Belgio si rifornisce di diamanti russi per alimentare uno dei centri più attivi del mondo nella lavorazione e commercio di pietre preziose, la città portuale di Anversa».

  • La complessità negata

    Alle soglie del 2023 e come tutte le economie europee in forte difficoltà per le conseguenze della crisi energetica, la Gran Bretagna si presenta con un rapporto debito pubblico/Pil di  oltre il 100%.

    La Sterlina, storica valuta dell’ex impero coloniale, dopo la Brexit aveva perso circa il 10% per poi  recuperare grazie alla crescita della economia britannica che nel 2021 ha segnato un +6,5%.

    In queste condizioni di relativo equilibrio espresso dai fondamentali economici, il semplice annuncio della nuova Premier Litz Truss di un drastico abbassamento delle aliquote sugli utili d’impresa e della tassazione dei redditi ha determinato un crollo immediato della Sterlina del -5%. Contemporanea ha reso necessario l’intervento della Bank of England la quale ha acquistato fino a cinque miliardi al giorno di titoli dello Stato britannico per calmierare la bufera finanziaria espressione di una forte contrarietà alla sostenibilità finanziaria della politica annunciata dalla nuova leader. Il successivo ritiro da parte del Premier britannico di queste proposte ha riportato un minimo di serenità finanziaria.

    Si pensi ora ad uno Stato che abbia un debito pubblico pari a 2.775 miliardi di euro, con un rapporto debito pubblico e Pil al 152%, il quale abbia deciso precedentemente di ritornare alla Lira e quindi ottenere la agognata “sovranità monetaria”. Esattamente come per la Gran Bretagna, la reazione dei mercati si dimostrerebbe molto dura, basata solo sulla semplice analisi dei fondamentali economici (debito pubblico/spesa pubblica improduttiva/crescita economica/) del nostro Paese e non certo come espressione dei “poteri forti” invocati sempre a sproposito dal variegato mondo del sovranismo monetario. In più ora questo Paese, non più sostenuto da una valuta condivisa, si troverebbe nella medesima situazione della Gran Bretagna ma con aspetti maggiormente devastanti, assumendo i connotati del default argentino.

    Quanto accaduto al governo di Londra dimostra ancora una volta come il valore di una valuta nazionale non dipenda dalla cifra stampata sulla banconota. Il valore dipende dalla credibilità dello Stato di emissione valutaria riconosciuta dal mondo finanziario, al quale ci si rivolge per finanziare il debito pubblico, sulla base della valutazioni dei fondamentali economici nazionali.

    In questo contesto si rende ancora più ridicolo il mantra politico ed economico il quale indica, come fondamentale per la rinascita della nostra economia, una ritrovata autonomia o sovranità monetaria invece espressione di una banalizzazione del complesso sistema economico e finanziario  nel quale opera il nostro Paese.

    Non riconoscere una complessità contemporanea  indica chiaramente il ritardo culturale ed economico di chi continua a proporre improbabili ritorni alla Lira o peggio l’introduzione di valute parallele, da utilizzare nei rapporti con la Pubblica amministrazione.

    La complessità la si può anche ignorare, ma di certo non la si può negare.

  • I monopoli ed i “liberali all’italiana”

    E’ ormai conclamato che il nostro Paese è l’unico, negli ultimi trent’anni, in tutta Europa, a registrare una crescita negativa (-3,4%) della ricchezza disponibile per i cittadini italiani a fronte, nel medesimo periodo, di una crescita in Germania del +34,7%. Questo diverso andamento del “benessere economico” è stato determinato sostanzialmente da due visioni di crescita economica sostanzialmente fallimentari.

    Nella prima la ragione del declino economico del nostro Paese viene perfettamente rappresentata dal fallimento della politica governativa di qualsiasi ispirazione ideologica e sempre basata sui “benefici effetti” della costante crescita della spesa pubblica e, di conseguenza, del debito.

    Nel secondo caso, invece, vengono  messi  a nudo  gli infantili postulati che hanno caratterizzato il pensiero liberale degli ultimi trent’anni in relazione ad una transizione monopolistica e la conseguente gestione.

    Andrebbe, infatti, ricordato come un monopolio statale manifesti le proprie negatività anche con una degenerazione dei servizi e contemporaneamente con la ricerca di priorità gestionale che si manifestano attraverso il conseguimento di obiettivi personali o di  lobby, ovviamente a scapito dell’utenza.

    L’esempio più classico della inefficienza dei monopoli statali viene rappresentato dall’elefantiaco complesso della pubblica amministrazione. Anche se con il lodevole obiettivo di risolvere questo pantano normativo il variegato, e spesso assolutamente autoreferenziale, mondo liberale ha sempre indicato nella privatizzazione di ogni  monopolio la soluzione ad ogni problema. Esattamente come nel caso di una gestione  pubblica, anche nella gestione privatistica di un monopolio chiunque avrebbe intuito come gli obiettivi primari sarebbero stati facilmente individuabili nel  massimo ritorno dell’investimento (Roe) e comunque sempre a scapito del contribuente o nello specifico dell’utenza.

    La vicenda autostrade in cui, per puro spirito speculativo finalizzato al vile conseguimento del massimo rendimento degli investimenti, sono state ridotte del 98% le spese di manutenzione, con la compiaciuta complicità anche dello Stato, che ha portato alla morte di quarantatré (43) persone, ne rappresenta l’esempio più eclatante.

    In piena crisi energetica il gestore nazionale dell’acquisto e della distribuzione del Gas, con due fondi privati come soci, rappresenta, ancora una volta, l’ennesima infantile evoluzione di un pensiero liberal scolastico che  non si attaglia alla realtà economica complessa.

    Qualsiasi monopolio, in quanto tale, deve essere sottratto all’interesse privato, presente sia nella gestione pubblica che privata poiché viene meno a un principio liberale fondamentale che rimane quello della concorrenza.

    In altre parole, molti ancora oggi  credono che le privatizzazioni, ancora oggi, siano  in antitesi con un’economia statalista/socialista.

    Viceversa, nella gestione di qualsiasi monopolio non ha alcuna importanza se il principale azionista sia pubblico o privato perché alla fine gli extracosti (necessari a conseguire gli obiettivi politici o economici) andranno sempre a pesare sull’utenza finale.

    Un pensiero talmente semplice che dimostra quanto il variegato mondo liberale  sia in ritardo culturale perlomeno di una  trentina d’anni necessari per comprendere come anche queste politiche di trasferimento dei monopoli dello Stato ai privati abbiano creato una diminuzione della ricchezza disponibile in parte causata da un aumento dei costi dei servizi.

  • La ricreazione è finita

    Tutto cominciò quando Mario Draghi comprese perfettamente che solo attraverso il proprio intervento sul mercato secondario, con l’acquisto dei titoli del debito pubblico italiani invenduti, avrebbe potuto riportare lo spread a livelli accettabili con le conseguenti riduzioni dei costi della gestione del debito pubblico.

    La sua decisione di Presidente della Bce fu aspramente criticata dalla Germania tanto da renderla addirittura  oggetto di un  dibattito presso il Bundestag, ma  alla fine, nonostante il governo Monti, gli effetti di questa politica di finanza straordinaria diventarono duraturi e la nostra credibilità internazionale espressa attraverso lo spread non tornò a livelli accettabili ma semplicemente si avvalse del salvagente finanziario della Bce.

    Da allora, quindi fino al 2020 con l’esplosione della inaspettata pandemia e successivamente della guerra in Ucraina, ed in considerazione della stagnazione economica complessiva che riguardava l’intero continente europeo la stessa  Bce si rese protagonista di una serie di ulteriori interventi di finanza straordinaria fino a renderla “istituzionale” nel 2016 con l’adozione del Quantitative Easing, il quale se da una parte forniva strumenti finanziari alla ripresa economica dall’altra prorogava la sospensione dalla realtà oggettiva di ogni valutazione dei fondamentali economici del nostro Paese.

    La straordinarietà di questa situazione politico-finanziaria risulta bruscamente finita dall’8 giugno 2022 a causa delle avventate dichiarazioni del  nuovo presidente della Bce Christine Lagarde.

    Durante questi lunghissimi  undici anni uno degli effetti collaterali si rivelò sicuramente la discesa dei tassi di interessi ridotti prima allo zero ed addirittura negativi proprio per questa politica monetaria fortemente espansiva.

    Un’occasione, quindi,  più unica che rara in considerazione dei conseguenti minori costi di servizio al debito proprio grazie alla riduzione dei tassi di interesse offrendo la possibilità ai governi di attuare anche solo  una parziale e minima ma comunque politicamente  fondamentale riduzione del  debito utilizzando quelle risorse prima destinate al semplice pagamento degli interessi.

    Nessun governo, invece, da Monti al Conte 1, quindi dal 2011 al 2019, fino alla pandemia, ha mai dimostrato la responsabilità di adottare una politica economica e finanziaria finalizzata a  riportare in equilibrio il nostro debito anche in rapporto con il Pil (*) in considerazione dell’eccezionale situazione favorevole legata all’attività della BCE. Basti pensare come  nel 2011 il debito pubblico risultasse di 1.987 miliardi e alla fine del 2019 la sua cifra monstre segnava i  2400 miliardi.

    L’assoluta sconsideratezza ed irresponsabilità delle forze governative succedutesi alla guida del nostro Paese partiva dalla presunzione che la sospensione della valutazione dei fondamentali economici, quindi  in buona sostanza uno degli aspetti di questa   politica monetaria straordinaria,  potesse durare sine die grazie all’attività della Bce.

    Il nuovo presidente della BCE in carica, il quale avrebbe potuto attendere e ripensare le tempistiche per una dichiarazione di arresto di tale politica monetaria espansiva, non ha neppure considerato il contesto internazionale e neppure tenuto nella debita considerazione  l’esempio della  politica monetaria della Cina, ora  in una fase di rallentamento dell’economia, la quale ha preferito diminuire i tassi di interesse.

    Si è scelto, invece,  di adottare il  modello di politica monetaria  degli Stati Uniti i quali si trovano alle prese con un’esplosione dell’inflazione (8,6%),  espressione di un’economia di piena occupazione ma con un peso sempre maggiore dei mutui immobiliari passati dal 22% sul reddito medio ad oltre il 33% legato alla crescita delle retribuzioni del +6/8% non certo  in grado di sostenere quella degli immobili che segnano un +20%.

    Il presidente della Bce, al di là delle tempistiche,  ha ora  definitivamente suonato la campanella chiudendo dopo undici anni la ricreazione dell’italico ceto politico di irresponsabili, sicuri di non dovere mai un giorno rispondere della propria leggerezza ed irresponsabilità.

    Risulta, poi. decisamente paradossale come questa illusione monetaria fosse cominciata con Mario Draghi Presidente della BCE e finisca ora con lo stesso Draghi ma alla guida del Paese chiamato a fronteggiare le conseguenze delle proprie politiche finanziarie.

    (*) addirittura il ministro dell’economia Padoan ed il suo vice Calenda del Governo Renzi spingevano per l’aumento dell’iva e elemento inflattivo considerato positivo per un aumento della base statistica del Pil e così migliorare il rapporto debito/PIl

  • Il Sud crescerà più dell’Italia ma ha sempre meno residenti

    Quest’anno il Pil del Mezzogiorno crescerà più del resto del Paese ma il Mezzogiorno continua a perdere abitanti: dal 2007 ad oggi il calo è stato pari a 800mila residenti. Sono i dati contenuti nell’analisi dell’ufficio studi di Confcommercio sull’economia del Sud presentata a Bari ad un convegno sul Pnrr.

    Nel 2022 il Prodotto interno lordo del Mezzogiorno dovrebbe attestarsi al 2,8% contro una media italiana del 2,5%, alla pari con il Nord-Est e superiore alle altre aree del Paese. Ma non è sufficiente, basti pensare che, osservando il tasso di variazione del Pil nel periodo 1996-2019 delle macro-ripartizioni Nord e Sud, lo scarto è di quasi 17 punti percentuali: il Nord è cresciuto del 20,1%, il Sud del 3,3%.

    Ma da cosa dipende? Da tre fattori: produttività del lavoro, che varia di quasi il 10% al Nord contro il 6,2% nel Mezzogiorno; il tasso di occupazione (+0,3% al Nord e -0,8% al Sud); e, infine, la popolazione residente, il Nord cresce del 9,3% come abitanti, quelli del Sud scendono del 2%. “Se non riparte il Mezzogiorno non riparte il Paese e il Pnrr rischia di rimanere una lista di desiderata”, ha avvertito il presidente di Confcommercio-Imprese per l’Italia, Carlo Sangalli. La ministra per il Sud, Mara Carfagna, ha però assicurato: “Il lavoro che stiamo portando avanti per favorire lo sviluppo e la crescita del Mezzogiorno si fonda” sull’impegno di “fare in modo che le ingenti risorse che ci arrivano dall’Ue servano a ridurre i divari nelle infrastrutture, nei servizi, nei diritti, nelle opportunità, nel tessuto economico e produttivo. E la scelta di destinare alle regioni del Mezzogiorno almeno il 40% delle risorse allocabili territorialmente è indicativa di come il governo intenda utilizzare questi fondi per favorire la ripresa di un processo di convergenza”. E ha aggiunto: “faremo del Sud una piattaforma logistica grazie alle Zsr”. Però, i sindacati incalzano e chiedono rispetto dei tempi: “Per sfruttare questa occasione serve intanto investire nella pubblica amministrazione per garantire il rispetto dei tempi, serve però avere anche un cronoprogramma degli impegni”, ha sostenuto il segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri. Tesi condivisa da Andrea Cuccello, segretario confederale della Cisl: “Bisogna lavorare bene sui progetti e i bandi perché sono i luoghi dove si costruisce il futuro del Paese. Occorre costruire lavoro sicuro, più stabile possibile”. Per il vicesegretario della Cgil, Gianna Fracassi, “l’ottimismo è fondamentale, soprattutto quando dobbiamo spendere 230 miliardi. Il problema è saperli spendere e farlo per ciò che serve. In questo senso, qualche problema c’è: serve rafforzare la capacità amministrativa”.

  • Il nuovo record del debito pubblico italiano

    2755 miliardi: a questo ammonta il nuovo record del debito pubblico italiano mentre contemporaneamente, da molti mesi ormai, si leggono teorie economiche basate su principi squisitamente scolastici in base ai quali l’inflazione ridurrebbe il peso del debito pubblico.

    Questa visione economica prende spunto da un modello matematico e non, come la realtà in continua evoluzione dimostra, da una analisi complessa all’interno di un articolato mercato finanziario nel quale i creditori, cioè i sottoscrittori dei titoli del debito pubblico, tendono sempre ad aumentare le proprie aspettative in termini di interessi corrisposti in virtù proprio del maggior rischio legato all’inflazione.

    Questi modelli scolastici possono anche fare parte di un bagaglio culturale ma la mancata attualizzazione rispetto ad un nuovo e complesso mercato globale ne esclude l’applicazione e soprattutto le impossibili aspettative anche del governo in carica.

    La Banca d’Italia pone fine a discussioni e teorie adottate dai sostenitori tanto della compagine governativa attuale quanto, in passato, da Calenda e Padoan del governo Renzi nel 2016 i quali erano favorevoli ad un aumento dell’IVA proprio per innescare una spirale inflattiva.

    Allora come oggi l’obiettivo è quello di ottenere l’illusione di una riduzione del debito pubblico quando invece si verifica, ma solo per un periodo molto limitato, un miglioramento del rapporto tra debito pubblico e PIL avendo quest’ultimo un aumento nominale proprio legato all’inflazione.

    L’errore grossolano emerge chiaro dall’attribuzione di un valore “positivo” all’inflazione in termini di riduzione del debito pubblico come espressione della differenza tra il tasso di interesse corrente pagato dallo Stato con quello che indica la perdita di valore della moneta. Un corretto confronto invece andrebbe proposto nella valutazione della differenza tra i tassi applicati ai titoli del debito in scadenza e quelli sicuramente superiori richiesti in presenza di una spirale Inflattiva dai nuovi finanziatori.

    Viceversa il diverso valore tra il tasso di inflazione e quello degli interessi sul debito pubblico indica chiaramente il valore della depatrimonializzazione degli asset economici italiani espressi in valuta in costante perdita di valore.

    Sembra incredibile come non ci sia stata nessuna evoluzione intellettuale dal momento dell’apprendimento delle teorie economiche alle sempre più complesse dinamiche dei mercati finanziari contemporanei tanto in ambito politico e governativo quanto in ambito accademico.

    Contemporaneamente emerge anche come non ci sia stato ancora oggi un aggiornamento all’interno dei testi di economia nei quali accanto al modello classico relativo agli illusori vantaggi attribuibili all’inflazione nell’andamento del debito pubblico vengano quantomeno illustrate le complesse dinamiche dei mercati finanziari del terzo millennio che rendono gli effetti congiunti dei tassi di interesse e dell’inflazione nel loro complesso sempre più marginali.

  • La migliore Italia

    In un periodo di crisi completa, assoluta espressione di una sintesi nefasta tra i postumi della pandemia, e del perseverare del covid, e la terribile guerra voluta da Putin ed ancora in assenza di una strategia diplomatica europea la situazione economica volge drammaticamente verso una recessione figlia anche della infantile illusione di una ripresa nel 2021 legata, invece, quasi esclusivamente ai bonus ed alla esplosione della spesa pubblica ben oltre i mille (1.000) miliardi.

    In questo contesto l’Italia, quella vera, cioè del lavoro e delle imprese dalla cui unione nasce la possibilità di creare una vera crescita del Pil, con l’obiettivo di superare l’impasse dell’intero mondo politico italiano, dimostra la propria capacità di reazione alle avversità.

    Questa Italia della concretezza opposta a quella della politica si espone per la sopravvivenza della propria azienda e dei posti di lavoro assicurati sul territorio e dimostra di non attendere le vuote dinamiche politiche, troppo prese dagli accordi di lista in vista delle prossime elezioni di giugno, i cui vertici non si dimostrano neppure in grado di comprendere come senza ordini dei mercati esteri, e quindi anche di quello russo, il fatturato non possa crescere e tanto meno possono venire assicurati i posti di lavoro*.

    La distonia del mondo politico viene poi confermata dalle “iniziative politiche” di alcuni leader privi di un minimo senso del ridicolo e della tempistica i quali blaterano di un necessario aumento delle retribuzioni non ponendosi in alcun modo nell’ottica del primo obiettivo odierno rappresentato dalla sopravvivenza del tessuto industriale minato dalla recessione.

    Questa è la vera ed unica Italia di cui essere fieri, composta da persone intraprendenti e capaci di affrontare anche le terribili conseguenze di una economia di guerra e lontana anni luce dall’imbarazzante atteggiamento della politica ad ogni livello, comunale, regionale e nazionale, la quale sembra giocare anche in questo terribile momento (oltre due anni!) con la sopravvivenza di un sistema economico e quindi con le prospettive di vita dei cittadini solo ed esclusivamente per un vantaggio personale sia esso professionale, economico, narcisistico o ideologico.

    Solo pochi anni fa venni premiato proprio a Fermo, capitale del distretto calzaturiero marchigiano, per la mia attività a favore del Made in Italy, del quale il distretto calzaturiero marchigiano ne rappresenta un valido esempio, e posso assicurare come già dal 2014 questo importante distretto industriale soffrisse gli effetti delle sanzioni nei confronti di uno dei principali mercati di riferimento come la Russia.

    Ora, dopo otto anni di estrema difficoltà, ha deciso invece di reagire per la propria stessa sopravvivenza: a loro dovrebbe andare il più convinto appoggio come a tutte le famiglie il cui futuro dipende dalla continuazione dell’attività produttiva della aziende e dalla decisione degli imprenditori marchigiani di affrontare le conseguenze di una terribile guerra senza attendere i vuoti tempi della politica.

    Questa è l’unica Italia nella quale ci si dovrebbe riconoscere con orgoglio e speranza contrapposta alla mediocrità nella quale siamo immersi.

    *https://www.corriereadriatico.it/fermo/fermo_sfidano_europa_sanzioni_guerra_ucraina_calzaturieri_partono_fiera_mosca_ultime_notizie-6646537.html

  • Pil cinese oltre le attese, ma c’è l’incognita Shanghai

    Le misure draconiane della Cina per contenere il Covid-19, utili per la ripresa post pandemica e per tenere il virus sotto controllo negli ultimi due anni, stanno ora emergendo come la più grande minaccia alla crescita. Il campanello d’allarme è ufficialmente suonato per la leadership comunista con il Pil, salito del 4,8% annuo nei primi tre mesi del 2022 (dal 4% di fine 2021 e dal 4,4% atteso) e dell’1,3% su base congiunturale, meno dell’1,5% rivisto di ottobre-dicembre 2021 e più dello 0,6% della vigilia.

    Il funzionamento dell’economia “è stato generalmente stabile”, ma i “frequenti focolai” di Covid-19 e uno “scenario internazionale sempre più grave e complesso”, nel mezzo della guerra Ucraina-Russia, hanno creato ulteriori tensioni sull’evoluzione dell’intero anno, ha ammesso nel briefing Fu Linghui, portavoce dell’Ufficio nazionale di statistica. L’economia è aumentata più rapidamente del previsto dagli analisti, ma gli ultimi dati hanno rivelato la contrazione delle vendite al dettaglio (-3,5% a marzo su -1,6% atteso, primo calo da luglio 2020, per un magro +3,3% nei primi tre mesi), pagando i blocchi anti-Covid. La produzione industriale ha avuto un rialzo del 5% (da attese del 4,5%), scontando il calo del manifatturiero e ha chiuso il trimestre a +6,5%, tenendo a malapena il passo con il Pil, trainato principalmente da investimenti ed export.

    La congiuntura aumenterà la pressione sul governo centrale e sul presidente Xi Jinping che ha riaffermato il suo impegno per la politica zero-Covid malgrado i costi crescenti e i lockdown nelle città più grandi del Paese. I contagi sono saliti in tutta la Cina ad aprile e Shanghai, il principale hub finanziario, è bloccata. L’ondata Omicron è scoppiata in una fase delicata dell’economia, già provata dalla crisi del debito nel settore immobiliare (che valeva circa un terzo del Pil) e di un’ampia perdita di slancio con la stretta sul settore hi-tech e Internet.

    A inizio marzo, malgrado le prevedibili ricadute internazionali dell’aggressione della Russia contro l’Ucraina, il premier Li Keqiang ha annunciato un Pil per il 2022 del 5,5%, il più basso in 30 anni. I dati dei primi tre mesi non includono del tutto gli eventi di Shanghai, che a fine di marzo ha visto il lockdown più grave della Cina dall’emergenza del coronavirus di Wuhan di inizio 2020, tra pesanti polemiche per la gestione della crisi e casi di Covid – accertati e asintomatici – attualmente stabili sopra quota 20.000 al giorno.

    La scorsa settimana, Nomura ha stimato che 45 città, responsabili del 40% del Pil cinese, erano in blocco completo o parziale, limitando la circolazione a 370 milioni di persone, e ha aggiunto che il Paese “è a rischio di recessione”.

    Gli investimenti in immobilizzazioni sono saliti del 9,3% nei primi 3 mesi del 2022 sullo stesso periodo dello scorso annuo, oltre le stime dell’8,5%. Male la disoccupazione urbana: 5,8% dal 5,5% di febbraio, ai livelli più alti da due anni.

    Intanto, il vicepremier Liu He ha sollecitato la stabilizzazione delle catene di approvvigionamento in risposta alle disfunzioni del Covid. “Dovremmo risolvere i problemi in sospeso uno per uno nelle regioni chiave”, ha detto Liu a una riunione sulla logistica. Il ministero dell’Industria e della Tecnologia ha chiarito venerdì che lavorerà con 666 aziende produttrici di semiconduttori, automobili e beni medicali a Shanghai per far ripartire le attività a regime. La produzione di circuiti integrati, ad esempio, è scesa del 4,2% nei primi 3 mesi dell’anno: è la performance trimestrale peggiore dal -8,7% di inizio 2019.

  • Bruxelles taglia le stime del Pil europeo per il 2022, ma confida in un rallentamento breve

    I “venti contrari” alla ripresa hanno soffiato più forte di quanto previsto e Bruxelles, nelle previsioni economiche d’inverno, rivede le stime del Pil di quest’anno dell’eurozona, dell’Ue e di 17 Paesi membri, Italia inclusa. Se nel novembre scorso la Commissione Ue stimava per Roma un Pil al 4,3% nel 2022, secondo Palazzo Berlaymont ora il livello di crescita è destinato a fermarsi al 4,1%. Confermato al 2,3% il Pil italiano per il 2023, sotto il livello dell’eurozona, al 2,7%. L’esecutivo europeo, infatti, resta ottimista. “Il rallentamento della ripresa è più acuto del previsto” e trainato dall’impennata del Covid, dall’inflazione e dalla strozzatura delle forniture ma “i venti contrari dovrebbero progressivamente diminuire, prevediamo che la crescita riprenda velocità già questa primavera”, ha sottolineato il commissario Ue agli Affari Economici Paolo Gentiloni.

    Rispetto alle previsioni d’autunno, è tuttavia soprattutto la cautela ad avanzare nel rapporto invernale dell’Ue. “Incertezza e rischi restano elevati, notevolmente aggravati dalle tensioni geopolitiche in Est Europa”, si legge nelle stime, nelle quali emerge innanzitutto un fattore: l’Ue, tre mesi fa, non si attendeva un quadro inflazionistico così negativo. In autunno prevedeva un’inflazione al 2,2% per il 2022, nelle attuali stime il dato sale drasticamente al 3,5% per scendere, altrettanto nettamente, all’1,7% nel 2023. Per l’Italia l’inflazione, dopo l’1,9% del 2021 è attesa sopra il livello dell’eurozona, al 3,8%, nel 2022, per andare poi a scendere all’1,6% nel 2023.

    Un’impennata su cui pesano due fattori, innanzitutto: il caro energia e le prolungate strozzature nelle forniture. Ed è qui, più che nell’ondata di Omicron, che in questo inizio anno si concentra la zona d’ombra dell’Europa post-pandemica. “L’inflazione ha alzato la testa, ci si attende che i prezzi dell’energia restino alti per un lungo periodo e questo creerà problemi su alcune categorie di beni e servizi”, ha spiegato Gentiloni, ricordando che, ad aumentare l’incertezza, c’è comunque anche l’andamento del Covid. Solo dall’ultimo trimestre dell’anno – ha aggiunto l’ex premier – l’inflazione potrebbe cominciare a diminuire. Le curve di inflazione e crescita accomunano Eurolandia e Ue. A livello di Unione, infatti, l’inflazione nel 2022 toccherà addirittura il 3,9% mentre il Pil si fermerà al 4%, lo 0,3% in meno rispetto alle stime di novembre.

    E l’Italia? “In un contesto non facile le previsioni per Roma sono rassicuranti”, ha sottolineato Gentiloni rimarcando come, proprio in queste settimane, il Paese stia tornando ai livelli pre-pandemici. Livelli nei quali, nonostante la perdita di slancio, tutti i Paesi membri rientreranno entro il 2022. Un ruolo dirimente è ricoperto dal Next Generation Ue, a cominciare dall’Italia. “Le previsioni di crescita positive sono collegate alla buona attuazione del Pnrr sul quale il governo è pienamente impegnato”, ha spiegato Gentiloni soffermandosi, tra l’altro, sul dossier Balneari, altamente divisivo per la maggioranza e sul quale il pressing dell’Ue è costante. “Le concessioni vanno riassegnate attraverso meccanismi di gare, non si può ignorare che stiamo in un regime di competizione”, ha osservato.

    Ma per Roma, nei prossimi mesi, sarà cruciale anche la revisione del Patto di stabilità. A marzo la Commissione elaborerà le linee guida transitorie in vista delle leggi di bilancio dell’autunno. E l’ipotesi circolata nelle ultime ore è che Bruxelles punti al congelamento delle regole del debito per il 2023, soluzione che sarebbe provvidenziale per Paesi ad elevato debito come Francia o, appunto, Italia. Ma i ‘falchi’ non hanno abbassato la loro trincea e la Germania del post-Merkel ha finora mandato segnali tutt’altro che rassicuranti. Non si può tornare a ricette del passato, serve “tenere sotto controllo il debito senza uccidere la crescita, e le soluzioni ci sono.”, ha ribadito ai cronisti Gentiloni. Il problema sarà trovare quell’ampio consenso sul quale Bruxelles punta per rivedere la governance economica senza l’emergere di “vecchie divisioni”.

  • Dove abbiamo sbagliato?

    Con una delle maggiori spese pubbliche delle economie occidentali in rapporto al Pil si dovrebbe assicurare un minimo e decente benessere anche per chi vive ai margini della società “digitale” (non ha alcuna importanza se per disgrazia, per scelta o colpa propria). Ci ritroviamo, invece, ogni sera, in questa situazione in cui nella città della moda, Milano, i manichini rimangono al riparo dalle intemperie ed al caldo mentre delle persone trovano un giaciglio al freddo, sole ed abbandonate.

    Emerge evidente come la semplice e vergognosa gestione di queste immense risorse finanziarie rese disponibili tanto allo Stato quanto agli enti locali attraverso una pressione fiscale insopportabile non sia stata finalizzata al miglioramento della vita dei cittadini che in trent’anni addirittura hanno perso oltre il 3.7 % del reddito disponibile, a fronte di una crescita del 34,7% in Germania e di oltre il 24% in Francia.

    In più i nuovi e vecchi poveri affollano sempre più i sottoportici delle principali città italiane a testimonianza di come le risorse della spesa pubblica non abbiano raggiunto l’obiettivo minimo, cioè la loro redistribuzione, ma neppure assicurato un minimo livello di decenza umana anche per chi non ha nulla.

    Queste scene sono di rigore nelle grandi città statunitensi e rappresentano l’altra faccia di un’economia liberista priva di ammortizzatori sociali per la bassa disponibilità di risorse pubbliche, espressione di una visione politica finalizzata ad assicurare una pressione fiscale del 21% ed indirizzata verso un 13,5%.

    Una situazione altrettanto disastrosa non può venire, al contrario, accettata in un paese con una pressione fiscale di oltre il 42,8% con il total tax rate che indica 59,1%.

    Quando le risorse pubbliche vengono sprecate come ormai risulta evidente allora i “gestori” politici ed amministrativi dovrebbero venire allontanati per manifesta incapacità.

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