Pil

  • La politica monetaria ed il supporto alla “sostenibilità” del debito pubblico

    Non esiste governo nella storia della Repubblica italiana che non abbia affermato la propria intenzione di diminuire il debito pubblico attraverso una crescita del PIL (quindi con un miglioramento del rapporto debito PIL) oppure con il semplice  controllo della spesa pubblica corrente.

    Nel 1994, tra maggio e agosto, lo spread viaggiava tra i 300 punti base fino ai 410 nell’agosto per arrivare a 675 nel 1995 con il governo Dini. Il dato più impressionante tuttavia era relativo alle spese per interessi cioè il costo al servizio del debito stesso. A fronte, infatti, di un debito di 1.151 miliardi di lire nel 1995 il costo pagato dallo Stato come interessi sul debito stesso era di circa 109 miliardi per giungere a 115 nell’anno successivo,  il  1996. Emerge quindi evidente come la percentuale degli interessi sul debito raggiungesse in valore la soglia del 10% del debito stesso.

    In altre parole, lo stato italiano emetteva titoli del proprio debito con l’obiettivo di pagare alla scadenza gli interessi dimostrando come la crisi finanziaria iniziata nel 1992 (governo Amato), che portò al prelievo forzoso del 6X1000 sui conti correnti degli italiani, risultasse  ben lungi dall’essere risolta.

    Il terribile combinato, quindi, tra una finanza pubblica fuori controllo (esattamente come nel periodo attuale) ed una valuta debole (cara invece ai “sovranisti”) abbia portato le spese di servizio al debito ad oltre la soglia del 10%. Un rapporto finanziario assolutamente insostenibile e che di fatto annulla ogni valore alle ridicole teorie sovraniste che auspicano un ritorno alla Lira e quindi ad una valuta che attualmente risulterebbe  ancora più debole di quanto non risultasse a metà degli anni ‘90. Nel 1995 il debito pubblico era di 1.151 miliardi di lire, espressi in euro diventano 594 milioni di euro. Quindi, considerato che ad oggi il nostro debito pubblico è di oltre 2.356  di euro se abbinato ad una valuta debole, il quadro economico finanziario risulterebbe insostenibile per il nostro paese.

    Il debito pubblico successivamente agli anni ’90 è continuato ad aumentare fino all’esplosione assolutamente attribuibile agli ultimi governi Monti- Letta-Renzi-Gentiloni come a quello  attuale. L’unica costanza che accomuna questi governi viene rappresentata dalle irresponsabili affermazioni dei vari ministri dell’economia dei diversi governi alla guida del nostro Paese sempre relativamente al “ritrovato controllo della gestione della spesa pubblica come della riduzione del debito stesso”.

    Viceversa il debito risulta sempre aumentato ad una velocità addirittura doppia rispetto alla crescita del PIL dimostrando ancora una volta come le nuove risorse finanziarie venissero utilizzate al fine di finanziare la sola spesa corrente e non gli investimenti infrastrutturali , gli unici che si possano trasformare in fattori competitivi.

    La grande differenza rispetto al 1995 viene, però, rappresentata proprio dalla presenza dell’Euro il quale risultando espressione di una comunità economica internazionale (UE) e attraverso le politiche monetarie fortemente espansive della BCE (anticicliche nell’intenzione  dell’istituto finanziario europeo) ha permesso l’esplosione del nostro debito mantenendo i tassi vicini allo zero, come negli ultimi tre anni anche al Quantitative Easing. In questo periodo infatti, a fronte di oltre 2.356, la spesa per i servizi al debito risulta  essere di circa 64 miliardi di euro. Quindi il costo del debito è inferiore al 3% rispetto all’oltre 10% nel 1995-96. Oltre sette  (7) punti percentuali di minore costo rappresenta la motivazione fondamentale per cui tutti i governi italiani abbiano deciso di  aumentare  la spesa corrente interamente a debito in quanto il costo  aggiuntivo in interessi  risultava  risibile. Un aspetto, ma soprattutto un effetto, della politica monetaria espansiva della BCE che dovrebbe indurre i vertici dell’Istituto europeo a fornire dei parametri maggiormente precisi relativi all’utilizzo della nuova liquidità. Al fine di evitare appunto come è successo, soprattutto con il Q.E., di  creare le condizioni di una “sospensione da ogni valutazione finanziaria e quindi da  ogni responsabilità” per le politiche dei  governi dell’ultimo periodo i quali hanno utilizzato la liquidità  con successivi azzeramenti del costo del denaro non per ridurre il peso del debito ma per inaugurare nuovi capitoli di spesa corrente (80 euro del  Governo Renzi, reddito di cittadinanza del governo Conte).

    In altre parole, una politica monetaria espansiva ed anticiclica con iniezioni di liquidità unita ad una valuta stabile (euro) rende “sostenibile o meglio gestibile ” l’esplosione della spesa corrente al debito e l’aumento relativo dei costi al servizio del debito pubblico di fatto sospendendo da ogni responsabilità i governi stessi.

    In questo conteso la sola idea di avere contemporaneamente un sovranismo monetario ed un implicito ritorno ad una valuta debole (lira) amplierebbe il già insostenibile divario tra i costi attuali del nostro debito e quelli del 1995/96  (+7%) a causa del volume del debito attuale, dimostrando come sia  ancora una volta privo di ogni sostenibilità finanziaria il sovranismo valutario ed economico.

  • Banche, non sono al primo posto. Nella gestione della massa degli attivi finanziari globali

    Pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 25 febbraio 2019

    Pochi crederebbero che nel mondo della finanza, le banche non siano più i «number one».

    Eppure lo conferma il rapporto «Global Shadow Banking Monitoring Report 2017» del Financial stability board (Fsb), il Consiglio per la stabilità finanziaria. Si ricordi che è l’organismo internazionale con il compito di monitorare il sistema finanziario mondiale per ridurre il rischio sistemico. In passato è stato presieduto anche da Mario Draghi.

    Secondo tale rapporto, alla fine del 2016 gli attivi finanziari globali totali ammontavano a 360 mila miliardi di dollari. Cinque volte e mezzo il pil mondiale. Essi sono così suddivisi: 160 mila miliardi gestiti dagli organismi finanziari non bancari, 138 mila dalle banche, 26 mila dalle banche centrali e il resto da istituti finanziari pubblici. Gli organismi finanziari non bancari, cioè «gli enti e le attività dell’intermediazione del credito che operano fuori dal sistema bancario regolare», sono considerati e chiamati dallo Fsb «shadow banking», sistema bancario ombra. Secondo il Consiglio non sarebbe è una definizione spregiativa.

    Sta di fatto che essi manovrano cifre spaventose, se si confrontano con quelle del pil mondiale. Per evidenziare tutta la fragilità e i rischi del sistema finanziario, è, inoltre, doveroso rilevare che non sono inclusi i noti derivati finanziari otc e altri prodotti speculativi, di cui più volte abbiamo denunciato la pericolosità.

    I non bancari comprendono le assicurazioni con 29 mila miliardi di dollari di attivi concentrati negli Usa e in Europa, i fondi pensione con 31 mila miliardi, il 60% dei quali in mano americana, e ben 100 mila miliardi dei cosiddetti «Other Financial Intermediaries» (Ofi) che includono vari tipi di fondi d’investimento, hedge fund, holding finanziarie e altri organismi finanziari, spesso «molto fantasiosi» e speculativi.

    Circa la creazione del credito, però, le banche mantengono ancora il primato con 69 mila miliardi, pari al 77 per cento del totale, lasciando molto indietro il settore dei citati Ofi. Il che significa che questi ultimi sono attratti soprattutto da settori molto distanti da quelli concernenti l’economia reale.

    Nel frattempo gli Ofi hanno registrato un grande aumento in Europa. Ad esempio, rappresentano il 92% di tutti gli attivi finanziari del Lussemburgo, il 76% dell’Irlanda e il 58% dell’Olanda. L’area euro conta detti attivi per 32 mila miliardi di dollari, superando gli Usa, dove, in realtà, stanno diminuendo, e di molto la Cina, dove, al contrario, è in atto una crescita straordinaria.

    All’interno degli Ofi vi è un settore in continuo aumento che rappresenta ben 45 mila miliardi di attivi considerati molto rischiosi anche dallo Fsb. Si chiama «narrow measure of shadow banking», un nome senza senso anche in inglese e impossibile da tradurre in italiano in modo comprensibile. Non è la prima volta che prodotti finanziari molto rischiosi vengono chiamati, volutamente, in modo stravagante e fuorviante.

    Secondo il Consiglio per la stabilità finanziaria, le operazioni «narrow measure» sono molto più rischiose in quanto utilizzano massicciamente la leva finanziaria, operano cioè con grandi numeri ma pochi capitali propri. Di conseguenza sono vulnerabili ai rischi di rinnovo delle posizioni e di estensione della scadenza (rollover risk) e a quelli di eventuali massicci ritiri di fondi per timore di insolvenza (run), in particolare quando si rendono dipendenti da finanziamenti di breve periodo.

    Sono esattamente le situazioni che si erano create alla vigilia della Grande Crisi del 2008 e che hanno provocato il crollo del sistema. Circa le citate operazioni «narrow measure» gli Usa sono ancora i primi con il 31%, seguiti dall’Europa con il 22% e dalla Cina con il 16%. È molto rilevante il fatto che le Isole Cayman, il «paradiso fiscale» per eccellenza, con 4.700 miliardi di attivi, rappresentano il 10% del totale!

    Nei passati 5 anni la quota del settore bancario si è andata riducendo di anno in anno, rimpiazzata da una crescente e sempre più ingombrante presenza dello shadow banking. La tendenza è stata ancor più forte in Europa. Comunque, resta sempre molto elevata l’interconnessione tra tutti i vari settori, bancari e non. Perciò permane il rischio di crisi sistemiche.

    Gli studi fatti dal Financial stability board sono encomiabili e di grande aiuto. Però, la velocità e le dimensioni degli attuali processi finanziari sono davvero straordinarie e ci impongono una domanda. Le autorità di controllo sono veramente capaci di governarli oppure tentano di inseguire queste evoluzioni finanziarie che, di fatto, finiscono col dettare i movimenti e le regole di comportamento dei mercati e dei loro principali attori? È un dubbio inquietante che lascia sconcertati.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • L’Italia reclama investimenti. Bisognerebbe quindi far ripartire subito i cantieri

    Pubblichiamo di seguito l’articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi del 13 febbraio 2019

    Recessione tecnica, recessione economica, crisi economica. Troppe definizioni e poche decisioni, quando, invece, in Italia necessiterebbe un programma concreto di rilancio dell’economia, fatto d’investimenti, di lavori pubblici, d’incentivi per la modernizzazione e l’occupazione. In situazioni di emergenza, sarebbe necessario un accordo bipartisan per lo sviluppo, come ha saputo fare, anche con molte difficoltà, la Germania. In casa nostra, purtroppo, ieri come oggi, si preferisce «gufare», «tifare» per il fallimento dell’altro, facendo perdere tutti, soprattutto il paese.

    L’ultima cosa di cui si ha bisogno sono le pagelle delle agenzie private di rating e del poco affidabile Fondo Monetario Internazionale. Gli analisti e la stampa internazionale, come al solito, puntano il dito sul nostro alto debito pubblico e sui ritardi delle cosiddette riforme strutturali dell’economia italiana. Temono che una successiva contrazione economica possa avere delle conseguenze sull’intero sistema. Secondo noi, una delle debolezze più preoccupanti, da correggere con urgenza, è la bassa produttività dell’economia italiana.

    Dal 2000 il nostro sistema non ha registrato alcun aumento della produttività! Si ha tale aumento quando, attraverso nuove tecnologie e innovazioni, si produce di più con la stessa mano d’opera. La crescita della produttività è il motore della competitività di ogni sistema. Occorre dire, in verità, che le nostre imprese sono state comunque capaci di mantenere un elevato grado di competitività, sfruttando l’innata creatività scientifica e imprenditoriale e mantenendo, nonostante tutto, la bilancia commerciale positiva, sostenuta da un export che dal 2009 è cresciuto del 25%. Nel medio periodo, però, la scarsità dell’innovazione e della modernizzazione non regge il confronto con gli altri paesi che investono, e molto, nelle nuove tecnologie.

    La mancata crescita della produttività non è, comunque, imputabile solo all’alto indebitamento pubblico. Il Giappone, per esempio, ha un gigantesco rapporto debito/pil del 237% ma è il primo paese al mondo, prima degli Usa e della Germania, per la crescita della produttività. Non si può, quindi, imputare l’entrata in «recessione tecnica» soltanto all’effetto di fattori esterni, quali la contrazione economica cinese e tedesca. Nemmeno a certi retaggi del passato, come i disastri della grande crisi finanziaria ed economica del 2008. Ciò detto, ovviamente la nostra economia soffre più degli altri quando le citate locomotive frenano.

    Nel 2017 l’export di soli beni, senza i servizi, dell’Italia verso gli altri paesi europei è stato di 250 miliardi di euro, pari al 55% di tutte le nostre esportazioni. La Germania ha, invece, esportato in Europa beni per 750 miliardi: detiene il 22,4% di tutto il commercio infra Ue, mentre la quota italiana è appena del 7,4%. L’Italia mantiene la quinta posizione, dietro anche all’Olanda, alla Francia e al Belgio.

    Il più grande surplus nel commercio interno all’Ue (export meno import) è detenuto dall’Olanda con ben 200 miliardi di euro. Mentre l’Italia nel 2017 ha avuto un surplus di oltre 8 miliardi, la Francia e la Gran Bretagna, invece, hanno registrato un deficit nel commercio di beni con gli altri paesi europei rispettivamente di 107 e 110 miliardi di euro. Sono dati, questi ultimi, per certi versi sorprendenti.

    L’Eurostat prevede una momentanea contrazione dell’economia europea. Senz’altro la causa principale è legata all’altalenante guerra dei dazi che Donald Trump ha lanciato contro la Cina e l’Ue. La Germania, in particolare, soffre degli scandali, originati negli Usa, contro le emissioni di gas e dei dazi americani sull’import di auto tedesche. Negli anni passati, l’Europa, in primis la Germania, ha beneficiato della politica cinese di modernizzazione. La Cina è il più grande mercato di macchinari tedeschi di vario tipo. La flessione della crescita cinese in corso va, quindi, a impattare l’export tedesco e comunitario.

    Non possiamo, quindi, negare i rischi di crescenti difficoltà per la nostra economia. Anche perché si deve tener presente che l’Italia, a differenza di altri paesi europei, non ha ancora recuperato la perdita di pil provocata dalla grande crisi globale del 2008. È ancora di circa il 4% sotto il livello pre crisi. Anche gli investimenti, pubblici e privati, sono sotto del 19,2%. In dieci anni, poi, gli investimenti pubblici sono scesi dal 3% all’1,9% del pil. I consumi delle famiglie e il loro reddito disponibile sono inferiori rispettivamente dell’1,9% e dell’8,8% rispetto a dieci anni fa.

    L’ingresso dell’Italia in una fase di recessione ha già fatto sentire il suo segno negativo anche sulla borsa, in particolare sui titoli bancari. Si teme che la decrescita possa generare nel sistema bancario nuovi crediti deteriorati e rallentare lo smaltimento dello stock in sofferenza. A fine 2017 i suddetti crediti deteriorati ammontavano ancora a 264 miliardi di euro, pari al 17,6% del totale. E ciò avviene mentre la Bce sta riducendo il quantitative easing, cioè l’acquisto di titoli di Stato, che finora ha aiutato a sostenere i debiti pubblici sul mercato.

    Con la recessione il governo, a corto di munizioni, potrebbe essere tentato di aumentare il debito, sempre più caro e meno gestibile, o di aumentare la pressione fiscale. Occorre evitare di rincorrere la spirale negativa e, invece, è importante mettere in campo azioni anticicliche di sostegno agli investimenti, all’innovazione e al lavoro. Bisognerebbe far ripartire, senza perdere ulteriore tempo, tutti i cantieri e gli investimenti, anche privati, già decisi e finanziati. Sostenere i consumi è importante ma non sufficiente a rimettere in moto un’economia in recessione.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Poesia e numeri reali

    La follia rappresentata dagli attuali esponenti del governo ha avuto l’ardire pochi mesi fa di prevedere per il 2019 ed il 2020 una crescita rispettivamente del 2% e del  3% (ministro Savona 8 ottobre 2018, ora presidente Consob).

    Anche i bimbi sapevano benissimo come la ripresa economica gestita dai governi Renzi e Gentiloni risultasse semplicemente legata all’aumento della domanda internazionale più che da meriti di investimenti strutturali propri. In altre parole le nostre PMI, per la loro capacità, facevano  parte di filiere internazionale ad alto valore aggiunto. Prova ne è che i flussi finanziari risultarono negativi già nel 2015, nel 2016 e confermati successivamente.

    Partendo da questa situazione critica l’attuale governo invece, incapace di comprenderne le dinamiche nel breve come medio termine, è  riuscito in pochi mesi, complice anche un rallentamento internazionale, a portare il nostro paese sull’orlo del baratro. Di fatto, sempre a causa della propria incompetenza assoluta unita ad una arroganza ideologica che ricorda i gruppi eversivi di sinistra e destra, hanno riportato il nostro paese nelle medesime condizioni del novembre 2011 (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/12/novembre-2011-2018/).

    Il governo in carica si è dimostrato sordo e probabilmente incapace di comprendere come tutti gli indicatori degli ultimi sei mesi segnalassero un forte rallentamento della crescita economica e di conseguenza anche di quella italiana risultando la nostra economia export-oriented.Viceversa gli  ispiratori della manovra economica di cui abbiamo già parlato, Borghi – Bagnai – Savona, isolati  nel loro delirio autoreferenziale hanno varato un Def con una crescita prevista del 1,2%.

    Poche ore fa, la conferma della frenata economica, l’Unione Europea ha attribuito per il 2019 una crescita dell’economia italiana vicino allo 0,2%, la quale alla fine dell’anno si tradurrà in una crescita zero. Logica conseguenza vuole che noi abbiamo un differenziale tra il Def e la crescita reale dell’1% di crescita PIL. Questo determina una mancanza di copertura finanziaria per l’anno in corso non tanto legata al reddito cittadinanza o a quota 100 nel sistema pensionistico (finanziati interamente a debito e con coperture legate alle clausole di salvaguardia) quanto alle semplici spese correnti.

    Quindi risulterà inevitabile una manovra correttiva per finanziare appunto le sole “spese correnti” quanto meno di quindici miliardi. Questi miliardi rappresentano il primo costo tangibile della decrescita “felice” promessa da questi irresponsabili ed incompetenti ora al governo. A questi ovviamente andranno aggiunti i 23 miliardi per il 2020 e 29 per il 2021 delle clausole di salvaguardia per l’evidente impossibilità di raggiungere gli obiettivi di crescita prefissati dal governo in carica.

    Numeri e non poesie, espressione di un governo accecato da una ideologia devastante  per il  nostro sistema economico italiano.

  • Politica fiscale: la relazione cause effetto

    La storia ma anche la semplice analisi del passato prossimo nel nostro Paese  non insegnano assolutamente nulla a chi non la conosce ma soprattutto a chi intenda addirittura negarla.

    Il governo Monti, forte della considerazione e della promessa di avviare un’opera di reale risanamento della spesa pubblica si limitò nel proprio incerto incedere ad un aumento della pressione fiscale ed alla introduzione di tasse sui beni di lusso come autovetture oltre una determinata potenza e natanti.

    In particolare la nuova tassa sui natanti incassò meno del 30% delle previsioni ma al contempo fece crollare il mercato interno del 90% allontanando 40.000 natanti dai nostri porti e darsene. Soprattutto, però, la conseguenza più grave quanto non valutata nella sua ricaduta economica e sociale causò la perdita di oltre 20.000 posti di lavoro nella sola cantieristica. In altre parole, come sempre in Italia si pensa di colpire i beni di lusso (espressione del diavolo) attraverso una aggressione fiscale quando poi invece a pagarne le conseguenze di tale scellerata politica come sempre sono i lavoratori che in tali settori industriali e di servizi trovano la propria progettualità economica e sociale. Dimostrando ancora una volta, come anche con il Prof. Monti, e con lui l’intera schiera del mondo accademico all’interno di  un periodo di recessione come quello del 2012, aver aumentato la pressione fiscale sui beni “alto di gamma” si  traduca in una  ulteriore crisi di un settore specifico e di conseguenza dell’intero sistema: il tutto ovviamente sempre e solo per coprire la spesa pubblica.

    Ora che al governo siedono altri esponenti del mondo dell’economia che si definiscono dotti esponenti di una dottrina assolutamente diversa da quella dei precedenti governi, e quindi anche del governo Monti, ecco riemergere una nuova gabella fiscale sui Suv (il cui conio fiscale va riconosciuto al ministro Visco del Pd, vero esponente talebano della funzione della pressione fiscale e sulle auto di grossa cilindrata e potenza). Ovviamente tali luminari della economia “mondiale”, ora al tavolo di governo, non valutano, anzi negano, ogni riflesso relativo per l’occupazione italiana che in questi settori trova la propria espressione professionale.

    Esattamente come colui che loro indicano come uno dei maggiori rappresentanti “del globalismo economico” questi adottano la medesima dottrina economica e quindi gli stessi  provvedimenti fiscali  con la medesima funzione di coprire le proprie incapacità nel reperire risorse finanziarie che permettano di attuare le ridicole quanto avventate  promesse elettorali.

    In altre parole proprio i cosiddetti “sovranisti“, esponenti del nuovo corso economico, si dimostrano esattamente simili se non addirittura identici, ai loro nemici “globalisti” nelle scelte di politica fiscale. Questi ultimi per lo meno hanno a parziale giustificazione l’imbarazzante mancanza di visione nel medio termine relativa agli effetti delle politiche fiscali attuate.

    I “Sovranisti” viceversa, pur avendo la possibilità di comprendere gli effetti devastanti di una politica fiscale che penalizzi in particolare un settore come quello “alto di gamma” non solo non li comprendono,  e forse pure li ignorano, ma arrivano addirittura a negarne gli effetti relativi alla economia reale e quindi alle ripercussioni occupazionali.

    In più in un momento di congiuntura ed incertezza a causa  del  rallentamento della crescita internazionale (fondamentale per una economia export-oriented come quella italiana) e di fronte ad una forte contrazione dei consumi (-2,5%  generale, -0;6% quelli alimentari e crescita PIl +0% nell’ultimo trimestre) molto simile a quelle del governo Monti del quale “a propria insaputa” i “sovranisti” copiano e prendono a modello.

    Da oltre due trimestri la nostra economia si trova nella non invidiabile situazione di Stagflazione (crescita Pil inferiore al tasso di inflazione) e il cui effetto rimane assolutamente sottostimato nell’impatto per i consumi italiani dai grandi economisti e dal governo attuale che ci porterà dalla stagflazione alla recessione fiscale  anche per gli effetti dello stesso aumento della  pressione fiscale.

    Tutto questo senza che nulla sia stato compreso della disastrosa politica economica del governo Monti il cui supposto risanamento espresso attraverso la riduzione dello Spread va invece interamente ed esclusivamente attribuito all’azione del presidente della BCE Mario Draghi il quale comprò al mercato secondario tutti i titoli del nostro debito non sottoscritti.

    Non esiste peggiore sciagura per un paese  di una classe politica e dirigente  che non conosce la relazione causa effetto se non una come quella attuale la quale arriva addirittura a negare tale relazione.

  • L’interpretazione statistica

    La caduta del livello culturale rispetto alle politiche economiche ed in relazione agli articolati effetti per l’economia reale, che vede contrapposti maggioranza ed opposizione, può venire simbolicamente rappresentata dalle “dotte analisi e deduzioni” scaturite dal grafico riportato.

    Emerge, infatti, come dal settembre 2017 al 2018 si siano persi 184.000 contratti a tempo indeterminato mentre quelli a tempo determinato risultano cresciuti esattamente del doppio: 368.000.

    Nel banale ed avvilente confronto politico questo dato viene presentato come una crescita della occupazione di 184.000 unità, indicatore delle politiche vincenti della coalizione di governo, ora all’opposizione (Governi Renzi e Gentiloni), soprattutto in rapporto agli ultimi dati drammatici  relativi alla crescita economica ed all’aumento della disoccupazione invece imputabili alla compagine governativa in carica.

    Uno dei principi fondativi di qualsiasi rilevazione statistica sul quale il mio professore di statistica all’Università non transigeva veniva indicato su come le rilevazioni dovessero risultare per sistemi ed elementi omologhi con l’obiettivo di ottenere dalle rilevazioni statistiche una foto reale e successivamente diventare un punto di partenza per una analisi più approfondita.

    Nello specifico, tornando al grafico, a fronte di un saldo positivo dei contratti (+184.000) abbiamo la perdita di 184.000 contratti a tempo indeterminato e molto spesso di altrettanti posti di lavoro.

    In altre parole, basterebbe riservare un approccio anche solo leggermente più professionale ed economicamente appropriato per comprendere come un semplice saldo positivo possa nascondere una realtà ben diversa proprio perché vengono confrontati numeri che sono espressione di entità economiche diverse e nello specifico addirittura con ricadute economiche opposte.

    La veridicità di tale analisi emerge dall’andamento dei consumi come del Pil dell’anno in corso che dalle rosee previsioni del Governo Gentiloni (+1,4% ma a novembre 2017 si fantasticava di un +1,6%, sempre con l’appoggio e sostengo del Centro studi di Confindustria) si sia mestamente, trimestre dopo trimestre, ripiegati verso un modesto 1,1/0,9% (confermato anche dall’Ocse), anche per la frenata della domanda estera di prodotti intermedi delle nostro Pmi e del crollo del nostro export, segnale preoccupante della incertezza dei maggiori mercati internazionali.

    Recentemente poi una ulteriore conferma della vera realtà economica che i saldi del grafico non  esprimono (o meglio le interpretazioni di “parte” non valutano) viene invece offerta dai dati relativi ai consumi. Dopo dei trimestri sostanzialmente piatti sul fronte della crescita, e con tassi di incrementi sempre ampiamente inferiori al tasso di inflazione, gli ultimi dati indicano chiaramente un crollo dei consumi del -2,5% con un allarmante flessione dei consumi alimentari (la prima dal 2012) dello -0,6%.

    Recentemente, infatti, il direttore di una della più importanti catene di distribuzione italiane alla domanda a cosa mai attribuisse il calo della spesa media rispose con il candore della conoscenza diretta dell’economia reale, indicando nell’esplosione dei contratti a tempo determinato la responsabilità di  tale preoccupante calo. A conferma di tale analisi va infatti ricordato come un consumatore non determini il proprio volume di acquisti in relazione alla disponibilità attuale ma soprattutto alle aspettative di guadagno future. In questo senso l’impatto economico di nuovi  contratti a tempo indeterminato risulta sicuramente superiore in quanto offre uno scenario futuro positivo e gestibile ed anche per l’accesso al credito al consumo che diventa uno strumento per acquisti importanti ma consapevoli proprio in relazione alla positiva aspettativa di retribuzione che tale contratto offre.

    Tornando, poi, al quadro generale se all’impatto per i consumi di questi saldi si aggiunge come da oltre due trimestri la crescita del Pil italiano risulti ampiamente al di sotto del tasso di inflazione (stagflazione ampiamente sottostimata se non addirittura omessa da ogni organo di informazione), il quadro economico rimane sconfortante anche se con “saldi occupazionali” fortemente positivi, i quali invece animano i deprimenti confronti politici. Il declino culturale di un paese può assumere le più diverse espressioni e forme.

    Questa incapacità dei due schieramenti politici, sia governativo come della attuale opposizione, di interpretare ed analizzare le ricadute economiche delle rilevazioni statistiche dimostra e conferma un deficit culturale imbarazzante di entrambe le compagini politiche e dei rispettivi “economisti” a gettone.

  • Novembre 2011/2018

    A differenza del resto del mondo, il picco di crisi del nostro Paese si manifestò nel novembre 2011, quando lo spread andò ampiamente oltre i 550 punti a causa della perdita di credibilità del governo Berlusconi in relazione alle strategie di rientro del debito pubblico, come della sua politica economica di sviluppo. Da allora si sono susseguiti cinque nuovi governi fino all’attuale in carica.

    Al di là delle dichiarazioni pubbliche rilasciate dai vari presidenti del Consiglio e dai relativi ministri dell’economia, che vantavano tutti risultati stupefacenti attraverso le loro scelte di politica economica, risulterebbe opportuno, oltre che istruttivo, rivedere tali strategie e soprattutto i risultati conseguiti.

    Il governo Monti si attribuì il merito di aver riportato lo spread sotto quota cento quando tale ottimo risultato va attribuito interamente all’azione del Presidente della Bce Draghi il quale acquistò al mercato secondario tutti i titoli del nostro debito: di fatto sottraendo lo stesso governo Monti alle valutazioni che avevano fatto esplodere lo spread stesso con il precedente governo Berlusconi. A tal proposito va ricordato come tale azione fosse stata FORTEMENTE  criticata dalla Germania che gli dedicò persino delle giornate di discussione al parlamento tedesco.

    Per il resto il Governo Monti non fece altro che aumentare la pressione fiscale esattamente come tutti i governi precedenti, non introducendo alcuna nuova strategia e tanto meno competenza aggiuntiva. L’aumento tra l’altro dell’imposizione nel settore nautico portò alla perdita di ben 22.000 posti di lavoro. Dimostrando, ancora una volta, come non sia sufficiente aumentare la pressione fiscale per ritrovare un equilibrio economico finanziario senza creare danni permanenti, anche se coniati da un rappresentante della Bocconi.

    Successivamente il governo Letta con il ministro Saccomanni all’economia non riuscì assolutamente ad invertire il trend di calo della crescita economica, anche se il ministro nel febbraio 2015 affermò senza pudore che si diceva convinto di una crescita del Pil di oltre 1%, amaramente smentito poi dalla realtà.

    Fino a questo momento il debito pubblico continuava a crescere ad un ritmo di  circa 2223 euro/secondo.

    Contemporaneamente all’avvento del Governo Renzi, il 22 gennaio 2015  il presidente della BCE avviò la politica finanziaria del Quantitative Easing il quale permise di fatto la sospensione dalla realtà e soprattutto della valutazione dei fondamentali economici del nostro paese come della nostra economia per i governi Renzi e Gentiloni e fino al governo attuale in relazione alla emissione di nuovo debito pubblico. In questo senso va ricordato come le scelte del governo Renzi relative agli 80 euro, come l’introduzione della riforma del Jobs Act, abbiano di fatto raddoppiato la  velocità di crescita del debito portandola a 4463 euro/secondo.

    A queste manovre assolutamente a debito va aggiunta la scellerata iniziativa legislativa definita Investiment Compact la quale, come elemento distintivo, introduceva, per attrarre gli investimenti esteri, la non retroattività fiscale per gli investimenti superiori 500 milioni, escludendo così il 95% delle PMI italiane e  dimostrando contemporaneamente l’assoluta mancanza di conoscenza dell’asset  industriale italiano.

    L’azzeramento poi dei tassi di interesse sulle nuove emissioni di debito pubblico, conseguenza inevitabile  della nuova liquidità messa a disposizione dalla BCE, portarono un risparmio di oltre trenta miliardi sui costi al servizio del debito pubblico e rappresentò un”occasione unica dal dopoguerra ad oggi potendo infatti ridurre per un fattore positivo esterno al bilancio italiano il debito pubblico.

    Una scelta persa la cui responsabilità va attribuita interamente alla scellerata politica economica del governo Renzi e dei ministri Padoan e Calenda.

    Successivamente al referendum costituzionale che aveva di fatto distolto l’attenzione dalle reali problematiche di crescita italiana, il governo Gentiloni introdusse persino la cedolare fissa per le rendite finanziarie al 26% penalizzando, ancora una volta, i piccoli risparmiatori già violentati dagli scandali come dai default  bancari della Popolare di Venezia,  Banca Etruria, Veneto Banca e molte altre.

    Non sazio di simili iniziative che continuavano a penalizzare la gran massa dei risparmiatori come dei cittadini italiani introdusse anche la cedolare fissa fiscale di 100.000 al fine di attirare  milionari che volessero porre la propria residenza fiscale in Italia: di fatto portando l’aliquota del prelievo fiscale da un massimo del 10% per un reddito di 1.000.000 ad 1% per redditi di 10 milioni.

    Anche questa scelta strategica è espressione di una evidente disonestà intellettuale che accomuna il presidente del Consiglio al ministro dell’Economia in quanto tutte le altre nazioni facenti parte dell’Unione Europea elaborarono, e successivamente legiferarono,  delle politiche fiscali “incentivanti e di vantaggio”  finalizzate ad attirare aziende come investimenti produttivi sul proprio territorio al fine di creare Pil  aggiuntivo e nuova occupazione.

    Il governo in carica attuale, viceversa, incapace di comprendere come al 31 dicembre finirà il Quantitative Easing e di conseguenza l’assoluta sospensione della realtà relativa alla valutazione di fondamentali economici italiani, dopo aver negato l’impatto di un Def che portasse ad un aumento del deficit e parallelamente avendo sottostimato l’effetto nefasto sulla fiducia del mercato finanziario con relativa esplosione dello spread, continua a  sperare in un sostegno, quindi in una garanzia della BCE. Il combinato di simili comportamenti e strategie dettate da semplice impreparazione di economia di base provocano  l’esplosione dello Spread ad oltre 300 punti.

    La risultante di tutti questi governi – Monti, Letta, Gentilon,i Renzi e Conte – come il coacervo dei vari ministri dell’Economia, risulta quello di essere riusciti a riportare l’intero Paese esattamente nella medesima situazione economica e con simili, se non uguali, prospettive di crescita del novembre 2011.

    In questo in senso infatti  le ultime rilevazioni statistiche indicano un calo dei consumi del -2,5% unito  ad un calo del – 0,6 dei consumi alimentari (non accadeva dal 2012), con una crescita trimestrale del Pil pari a +0,0% il quale, in prospettiva, non potrà nella rilevazione annuale portare  una crescita del +0,8/1,0%,  con  uno scostamento rispetto alle previsioni del PIL varato dal Def del governo Gentiloni dello 0,6/0,4% .

    Contemporaneamente, tra il settembre 2017/2018, si sono persi 183.000 contratti a tempo indeterminato a favore di 363.000 contratti a tempo determinato dimostrando come, ancora una volta, il  Jobs Act abbia un vizio di partenza individuabile nella sua applicazione, cioè valere solo per i  nuovi posti di lavoro e non permettere invece la riconversione di contratti già in essere.

    Il disastroso combinato di queste rilevazioni statistiche  unite al sentiment delle PMI, che viene indicato al di sotto dei cinquanta punti (livello che generalmente viene associato ad una fase di prossima recessione), dimostra ancora una volta come il risultato delle diverse politiche economiche dei diversi governi che si sono susseguiti dal 2011 al 2018 alla guida del nostro paese lo hanno riportato esattamente al punto di partenza.

    I primi quattro (Monti, Letta, Renzi e Gentiloni), godendo della sospensione dalla realtà nella valutazione delle irresponsabili emissioni di nuovo debito pubblico,  invece di ridurlo, approfittando di un’occasione più unica che rara, cioè l’abbassamento dei tassi d’interesse allegati al quantitative easing (responsabilità imputabile soprattutto ai governi  Renzi e Gentiloni), lo hanno aumentato a dismisura  mentre il governo in carica deve ancora rendersi conto di come la bocciatura della Ue del Def nasca proprio dalla modificazione del contesto internazionale che non prevede, ad oggi, nessun riacquisto dei nostri titoli del debito pubblico.

    L’unica differenza alla quale si è precedentemente accennato tra il novembre 2011 e 2018  è facilmente individuabile nei trecentosessanta (360!) miliardi di nuovo debito interamente attribuibili ai governi che dal 2011 ad oggi si sono succeduti alla guida del Paese per riportarlo nella medesima situazione di quando si era partiti.

    Mai prima in Italia il senso di irresponsabilità come di assoluta impunità ha permesso ad una serie di governi di agire in un modo così nefasto per il nostro Paese.

  • Standing ovation

    Buona parte del  dibattito economico tra le diverse scuole di pensiero alle quali i partiti fanno riferimento e degenerato poi uno scontro dialettico, anche piuttosto maleducato, troppo spesso verte sulla questione del livello deficit possibile per rispettare gli standard richiesti od imposti (una delle tante differenze  di opinione) oggi dall’Europa. Una contrapposizione ed un confronto dialettico sempre legittimo ma che, di fatto, ha distolto l’attenzione dal parametro più importante. Nel frattempo finalmente vengono in parte chiariti principi ispiratori della nuova legge finanziaria o Def. Per la semplice complessità della sua articolazione la questione della spending review, che comunque rappresenta la tappa fondamentale per avviare un qualsiasi processo di risanamento economico per porre le basi per uno sviluppo economico successivo, viene considerata come consolidata ed accettata.

    Contemporaneamente uno dei cavalli di battaglia dello schieramento ora alla opposizione, legato al concetto di recupero ed aumento della produttività al fine di  competere con i prodotti provenienti da sistemi economici a basso costo di manodopera, per la sua evidente parzialità, in quanto legato solo al ciclo produttivo e non all’ambiente nel quale le aziende si trovano ad operare (vedi pubblica amministrazione), viene anch’esso posto a margine. Quindi, indipendentemente della tempistica relativa all’attuazione del reddito di cittadinanza come dei nuovi parametri per accedere al trattamento pensionistico, che da soli rappresentano il maggior deficit aggiuntivo richiesto da questo governo, emerge evidente una nuova filosofia economica assolutamente sconosciuta.

    Facendo un passo indietro, infatti, uno dei pilastri per lo sviluppo che contraddistingue una precisa dottrina economica è quello di ridare slancio agli investimenti pubblici in opere infrastrutturali e magari anche comprendendo alcuni per la salvaguardia ambientale. Una strategia economica  legittima ma che ha scarsi effetti nell’immediato come  nel breve periodo rispetto per esempio (e così si passa alla seconda dottrina economica) ad una progressiva attenuazione della pressione fiscale intesa come riduzione delle singole aliquote e della loro progressività sempre all’interno di un equilibrio economico finanziario sostenibile.

    A sostegno della seconda visione economica si ricorda come gli effetti moltiplicatori sul PIL della politica di sviluppo infrastrutturale necessitino per lo meno di tre  anni per manifestare i propri effetti in ambito economico ed occupazionale. Entrambe queste teorie o strategie economiche  risultano assolutamente concrete ed al tempo stesso attuabili ponendosi l’una come politica degli investimenti infrastrutturali, in contrapposizione all’altra, cioè alla teoria economica che pone la centralità della propria strategia sulla riduzione delle aliquote come della loro progressività, sempre compatibilmente con i parametri economici fondamentali.

    A queste due posizioni contrapposte ma comunque frutto dell’applicazione delle dinamiche economiche internazionali, anche se la strategia degli investimenti infrastrutturali non tiene in alcuna considerazione la mutata struttura organizzativa delle aziende, appunto considerate le posizioni del nuovo governo, ne emerge una terza assolutamente nuova.

    Il governo in carica infatti ha cancellato circa 4,3 miliardi di spesa in conto capitale (i famosi investimenti infrastrutturali con moltiplicatore del PIL a tre anni minimo) aumentando la spesa corrente di oltre 4,3 miliardi. Una scelta assolutamente legittima ma anche fortemente innovativa in quanto all’aumento della spesa corrente corrisponde automaticamente una crescita del PIL: nello specifico un +1,6 %.

    In altre parole, i maggiori esponenti economici che determinano la politica economica di questo governo hanno così  coniato una nuova dottrina economica basata su  nuovi parametri di crescita legati alla spesa corrente, da sempre considerata da tutti i testi economici mondiali come improduttiva e molto spesso a servizio dei propri bacini elettorali ma che all’interno della nuova dottrina economica applicata dalla intelligentia governativa viene intesa generatrice di PIL aggiuntivo.

    In questo modo è evidente come tutta la discussione degli ultimi mesi sia stata assolutamente inutile di fronte alla genesi  di questa nuova strategia economica della quale il governo in carica si rende primo interprete nel mondo, mentre da decenni ci si confronta sui valori espansivi come sui parametri di ricaduta economica tra spesa in conto capitale e quindi investimenti infrastrutturali i quali, oltre a generale nuova occupazione, diventano (un aspetto assolutamente importante) anche dei fattori competitivi per le imprese italiane che competono nel mondo.

    Questa viene contrapposta ad un’altra teoria economica che vede nella riduzione minima ma costante delle aliquote come della progressività fiscale la strategia per ridare sviluppo economico al paese: ecco che il mondo vede partorire la nuova teoria economica in base alla quale risulta  sufficiente creare nuova spesa pubblica improduttiva per generare nuovo PIL. I nuovi parametri sono rappresentati dal Def nel quale a fronte di una riduzione della spesa in conto capitale ed un analogo aumento della spesa corrente di oltre 4 miliardi verranno generati un +1,6%  di PIL.

    Signore e signori da coloro che affermavano che lo spread non avesse nessun effetto sulla vita reale dei cittadini (salvo poi chiedere la garanzia della BCE per l’emissione dei titoli del debito) e portando il sistema bancario italiano ad una possibile prossima ricapitalizzazione ecco a voi la nuova teoria economica che lega l’aumento della spesa corrente alla crescita del Pil.

    Per gli artefici di questa nuova dottrina economica, Standing ovation…please.

  • L’incubo stagflazione

    Nel novembre 2017 il governo in carica Gentiloni, appoggiato dal centro studi  di Confindustria, indicava per il 2018 una crescita del Pil in un +1,4%. Già allora giudicai ampiamente pressapochista ed ottimistica questa previsione indicando nella crescita del +1% un obiettivo molto più raggiungibile, risultando il nostro sviluppo economico sostanzialmente “esterovestito”, cioè legato alla crescita della domanda  internazionale perché soprattutto le nostre Pmi sono parte di filiere estere di alto di gamma, ulteriore conferma della centralità delle nostre imprese, al 95% medio piccole ma centrali sul mercato.

    Progressivamente nel 2018 la crescita è andata via via diminuendo dal primo trimestre, fino ad arrivare al terzo con una crescita nulla (Pil Q3 +0,0%). Questa conferma del rallentamento  della crescita economica proietta il dato finale e complessivo annuale ad un +0,8% (fonte Confindustria), al massimo un +1% di Pil. Già questo andamento renderà necessaria una ulteriore manovra di correzione in quanto la spesa pubblica risulta finanziata da una entrata fiscale calcolata su di un Pil superiore per lo meno di 0,4%.

    Contemporaneamente, a causa anche delle tensioni internazionali, l’inflazione registra un tasso di crescita del +1,4%, imputabile soprattutto alla crescita dei prodotti petroliferi: quindi un’inflazione importata e non certo espressione di un aumento dei consumi. Ulteriore conferma di tale situazione viene fornita dall’indice generale dei consumi che si ferma ad un +1,4%, quindi, se confrontato con l’inflazione, abbiamo una crescita zero dei consumi stessi.

    In altre parole, nonostante negli ultimi due anni i governi Renzi e Gentiloni avessero affermato  esattamente il contrario, e cioè che la crescita economica fosse strutturale quando invece era semplicemente legata alla ripresa della domanda internazionale, e contrariamente a quanto afferma ancora l’attuale governo in carica, la crescita del PIL nominale risulta inferiore al tasso di inflazione: classico esempio di stagflazione. Innescando in questo modo un pericolosissimo vortice negativo nel quale progressivamente il differenziale tra inflazione e crescita economica (Pil 0,8/1%, inflazione 1,4%, quindi da un -0,6/0,4%) viene pagato dai consumatori attraverso una minore capacità di spesa e quindi fornendo un nuovo impulso alla decrescita (felice non lo sarà mai!!) come alla frenata del Pil.

    Scenari economici che sarebbero potuti diventare ancora più negativi se la scelta del governo Gentiloni, su indicazione dei ministri Padoan e Calenda, fosse stata quella di aumentare l’IVA in modo tale da ridurre il peso del debito pubblico come conseguenza dell’aumento dell’inflazione: una strategia molto simile a quella dei sovranisti ispiratori della politica economica dell’attuale governo. In uno scenario così proposto il differenziale tra inflazione e crescita del PIL probabilmente sarà stato addirittura maggiore, con ulteriore aggravio per i consumatori italiani.

    In questo conteso solo un rallentamento della domanda internazionale, che si tradurrebbe in una minore crescita internazionale, di fatto ridurrebbe la domanda di quei fattori inflattivi relativi alle materie prime, soprattutto per il petrolio, e di conseguenza a caduta diminuirebbe la possibilità di importare inflazione che così si adeguerebbe alla bassa crescita del Pil.

    In altre parole il riequilibrio tra crescita e Pil, come l’allontanamento dall’incubo stagflazione,  verrebbe dal rallentamento della crescita internazionale, esattamente come la crescita economica italiana è dipesa dall’aumento della domanda e dello sviluppo internazionale. Ulteriore conferma di come le strategie di sviluppo economico degli ultimi vent’anni abbiano giocato sulla capacità delle aziende italiane market ed export oriented senza innescare alcuna politica di sostegno alla domanda interna. Il pericolo e l’incubo di una stagflazione. la quale divora il potere d’acquisto dei consumatori, rimane dietro l’uscio anche per la incapacità di comprenderne gli effetti ma soprattutto le cause.

  • Vent’anni di inutile storia

    Un arco di tempo di vent’anni può rappresentare un valido arco temporale per valutare i risultati ottenuti in rapporto alle dichiarazioni ed alle promesse elettorali dai vari governi. Più di vent’anni rappresentano anche l’arco di tempo scelto dalla Cgia di Mestre, dopo un’accurata analisi, per indicare in duecento (200) miliardi la pressione fiscale aggiuntiva. Negli ultimi vent’anni quindi risultano sottratti dalle tasche dei contribuenti duecento miliardi di euro a parziale copertura della ingovernabilità ed insostenibilità della spesa pubblica. A questa maggiore pressione fiscale fa riscontro, per di più, un livello dei servizi mediamente erogato dallo Stato o dagli enti locali qualitativamente di livello inferiore di anno in anno.

    Risulta allora interessante ricordare come nel 1998, quindi sempre vent’anni addietro, il debito pubblico risultasse di 1.731.058 miliardi di euro all’epoca del governo Prodi e D’Alema.

    Attualmente risulta già ampiamente raggiunta la soglia di 2349 miliardi di euro (fonte Istituto Bruno Leoni) di debito pubblico. Appare quindi imbarazzante la somma tra le nuove tasse unite alla crescita del debito pubblico.

    Sempre negli ultimi vent’anni ammonta ad oltre seicentoventi miliardi (620) il nuovo debito pubblico, +200 di maggiore di imposizione fiscale. Totale 820 miliardi “solo” in vent’anni utilizzati semplicemente a copertura della maggiore spesa corrente essendo la spesa in conto capitale praticamente azzerata. Una cifra assolutamente improponibile anche per un bilancio dello Stato e che rappresenta la fotografia del disastro economico, finanziario e gestionale che accomuna nella responsabilità l’intero arco costituzionale dei partiti che si sono succeduti alla guida del nostro Paese,  in particolare dalla seconda metà degli anni novanta fino ad oggi, come emerge evidente dal grafico in foto.

    Questo dimostra inequivocabilmente come non sia mai diminuita la spesa pubblica e tantomeno la pressione fiscale seguite dal costante aumento del  debito pubblico: una strategia comune a tutti i governi di centro-destra come di centro sinistra. L’esplosione poi emerge evidente a partire dal 2015/2016, periodo nel quale il debito, con il governo Renzi e Gentiloni, aumenta di 2,5 volte più velocemente del PIL portandosi alla drammatica situazione attuale di un rapporto insostenibile di oltre il 130% tra debito e PIL.

    Tornando all’analisi dell’ultimo ventennio è evidente come a fronte di queste cifre iperboliche di nuova spesa pubblica (sostenuta e dall’aumento del debito pubblico e della pressione fiscale) non abbia mai fatto riscontro un aumento del livello dei servizio, dimostrando, ancora una volta, come siano gli enti pubblici nella loro erogazione dei servizi stessi il vero problema dell’ inefficienza della pubblica amministrazione. Questa responsabilità va ovviamente equamente condivisa tanto tra chi ipotizzava una diminuzione “di un giorno lavorativo” come la esemplificazione di una visione semplicistica ed impropria relativa all’ingresso nell’euro. Quando invece si sarebbero dovuti diversamente utilizzare i risparmi sui costi al servizio del  debito pubblico grazie alla riduzione dei tassi medi invece di finanziare nuova spesa pubblica.

    Una responsabilità che ovviamente coinvolge anche brillanti candidati al premio Nobel  per l’economia convinti di risolvere il problema della inefficienza della pubblica amministrazione attraverso l’introduzione dei tornelli, mentre invece si sarebbe semplicemente dovuto inserire su un parametro di efficienza che valutasse l’esito tra le pratiche presentate ed  evase per aumentare la produttività della stessa amministrazione.

    Un disastro talmente evidente dato dalla somma del maggiore debito pubblico e della maggiore pressione fiscale (820 mld) che emerge dal semplice confronto tra i dati dei consumi del 2010 in Germania che sono aumentati di oltre il 13%, in Francia di oltre 10% mentre in Italia risultano  inferiori ancora del 2%.

    L’incrocio tra i dati  relativi all’aumento del debito pubblico dalla seconda metà degli anni ‘90 fino ad oggi unito alla maggior pressione fiscale degli ultimi vent’anni dimostrano inequivocabilmente come la gestione della macchina amministrativa presenta delle falle incontenibili che mostrano un costo doppio per la collettività e soprattutto per le imprese e per i  lavoratori.

    Il primo viene indicato dalla mancanza di un servizio finanziato attraverso la pressione fiscale e il debito che si rivela di scarso livello e non certamente in linea con le aspettative che un mercato globale impone ad una nazione come l’Italia.

    In questo senso basti pensare a tutte le classifiche che ci vedono tra gli ultimi posti tanto in Europa quanto nel mondo come numero di laureati al quale il mondo accademico risponde attraverso l’adozione del numero chiuso. In più esiste un secondo costo che viene rappresentato dalla necessità per gli stessi cittadini come per le imprese obbligati a ricercare nel settore privato quei determinati servizi che la pubblica amministrazione non sa offrire ad un livello adeguato. Si pensi ai diversi tempi di attesa per una visita con lo stesso medico all’interno della medesima struttura ospedaliera a seconda che si vi si acceda attraverso la via pubblica o privata.

    Sempre nell’ultimo ventennio il PIL dell’Irlanda è cresciuto ad una velocità molto superiore rispetto a quello italiano tanto da passare in termini assoluti da 1/25 di quello italiano al livello attuale di 1/5. Sono gli effetti di una gestione della pubblica amministrazione e della finanza pubblica assolutamente insostenibili, come la Corte dei Conti ogni anno ammonisce senza ottenere mai una risposta dal mondo politico stesso e tantomeno da quello accademico che, in questo caso, risulta  legato a doppio filo con quello politico.

    Una situazione talmente grottesca da coinvolgere persino la classe politica attuale che si considera nuova e che vorrebbe portare o meglio riportare il nostro Paese ad una valuta debole (la lira) convinta che questo porterebbe ad una esplosione delle esportazioni. Anche in questo caso una imbarazzante analisi come visione semplicistica che ridicolizza le competenze in campo economico  in quanto il debito pubblico andrebbe comunque pagato in valuta pregiata e non soggetta ad una  continua svalutazione: il che provocherebbe una ulteriore spinta inflazionistica legata all’esplosione dei costi al servizio del debito stesso.

    La storia economica degli ultimi vent’anni insegna e dimostra i “risultati” ottenuti attraverso determinate politiche economiche e sociali. Oltre ottocentoventi miliardi di nuova spesa pubblica finanziata, 620 a debito e 200 con nuove tasse. Un aumento che i ministeri sono riusciti ad ottenere attraverso la “contabilizzazione extra bilancio”, già fortemente criticata dalla Corte dei Conti, tanto da accrescere la spesa dei ministeri negli ultimi cinque  anni di altri cento miliardi.

    Questi numeri suggeriti dalla Cgia di Mestre incrociati con quelli dell’esplosione del debito pubblico e della spesa pubblica dimostrano come in Italia gli ultimi vent’anni di storia risultino  passati inutilmente e come la nostra crisi economica rappresenti solo un aspetto di una ben più grave crisi culturale. Appunto …Vent’anni di inutile storia.

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