Pil

  • Quale 2026 ci attende?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Esattamente come negli anni precedenti anche per l’anno prossimo si registra una risibile “crescita economica” la quale conferma la assoluta insufficienza dell’azione governativa, tanto del governo in carica quanto di quelli precedenti.

    Oltre vent’anni di una imbarazzante  retorica governativa vengono azzerati dall’analisi relativa all’andamento del rapporto Pil/pro capite nelle maggiori aree regionali dell’Europa  Infatti, quando la crescita economica si dimostra inferiore a quella della concorrenza, allora negli effetti reali  si trasforma inevitabilmente una perdita netta di reddito disponibile, e quindi in un sostanziale  arretramento  (*) .Un quadro sempre più allarmante, quindi, che prevede tra l’altro, sempre nel 2026,  l’aumento del carico fiscale in campo energetico (accise) ed una crescita economica inferiore persino al tasso di inflazione e che lascia sostanzialmente invariato il problema del costo dell’energia, che rappresenta il primo fattore determinante tanto per la competitività delle imprese quanto per la qualità della vita delle famiglie.

    In più sembra paradossale come chi, nei propri programmi elettorali, aveva assicurato la necessità di una maggiore sovranità nazionale si riveli semplice servitore della stessa Unione Europea.

    La crisi del nostro Paese, come quella europea, è una crisi essenzialmente culturale e di professionalità espresse tanto dalle compagini governative quanto da quelle dell’opposizione. Basti pensare come l’Italia e l’Unione Europea non riescano a crescere economicamente mentre gli Stati Uniti registrino una crescita tre volte superiore a quella europea e otto volte rispetto a quella italiana.

    Per il 2026 lo scenario sarà uguale se non addirittura peggiore in quanto la mancanza di uno sviluppo economico (il differenziale tra la nostra e le altrui crescita) altro non è che arretramenti economici nei confronti dei paesi a noi concorrenti. Come inevitabile conseguenza porteranno una recessione mascherata da bassa crescita e soprattutto una diminuzione del PIL/pro capite che rappresenta la vera forma di ricchezza disponibile per i cittadini. In più anche all’interno della stessa Unione, pur crescendo la Germania con un modesto +1,2%, tuttavia rimane superiore del +50% rispetto a quella italiana, +0,8% l, e calcolata su di un PIL quasi tre volte superiore.

    In termini assoluti, come naturale conseguenza, la differenza tra il Pil italiano e quello tedesco cresce e diventa sempre più insostenibile, anche in presenza di una crescita modesta. Anche per questo diverso trend di crescita le retribuzioni italiane non riescono a aumentare mentre cresce il differenziale tra le prime due economie manifatturiere europee, tedesca ed
    italiana. Ecco allora in questo contesto anche il raddoppio della TobinTax (introdotta dal governo Monti nel 2013), che ha già portato alla fuga di capitali da parte delle aziende attraverso il delisting che impoverisce il mercato finanziario italiano. Senza dimenticare poi il debito pubblico, che ha raggiunto ai 3113 Mld, e, di conseguenza, per il pagamento del servizio al debito stesso saranno necessari il 3,9% del #Pil nel2026 ed il 4,1% nel 2027, quando la media europea si attesta sul 1,7% del Pil.

    In altre parole, questo governo continua come i precedenti a difendere una crescita minimale che tanto non è che un provvedimento progressivo.

    (*) https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-fine-di-oltre-20-anni-di-retorica-governativa/

  • La fine di oltre 20 anni di retorica governativa

    Negli ultimi 20 anni (2005-2025), la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) in Italia è stata caratterizzata da un andamento troppo debole, segnato da profonde recessioni (2008/09 e 2020/21) e un recupero post-pandemico più dinamico rispetto alla media storica. Complessivamente, tra il 2000 e il 2024, il PIL reale è aumentato solo del 9,3% complessivamente quindi con un tasso medio di crescita annuale pari al 0,38%.

    Ognuno dei 14 governi delle sette legislature che si sono succeduti alla guida del Paese si sono attribuite le crescite economiche “decimali” come grandi risultati, specialmente se successive ad un periodo di crisi.

    La stessa crescita del governo Draghi nasceva dalla peggiore flessione del PIL (la base statistica) segnata dall’Italia durante la pandemia in Europa.

    Le stesse crescite decimali vengono sempre calcolate a prezzi correnti, quindi influenzate e drogate dall’andamento dell’inflazione, le quale di fatto azzerano qualsiasi merito relativo ad una ipotetica crescita.

    Da qualche anno finalmente emerge con chiarezza la retrocessione reale dell’economia italiana desumibile dall’andamento delle retribuzioni italiane in rapporto alla crescita di quelle europee contrapposta alla flessione di quella italiana con una riduzione del -4%, seconda solo quella della Grecia con un -5%.

    La qualità del maquillage economico utilizzato dai diversi ministri dell’economia come dai presidenti del Consiglio, vengono ora definitivamente azzerate dall’ultima ricerca che si occupa dell’andamento del Pil/pro capite per le macro aree regionali in Europa.

    In altre parole, questa importante ricerca pone in relazione il reddito disponibile (Pil/pro capite) delle aree economicamente più avanzate italiane con le medie dei paesi europei.

    Emerge in un modo inequivocabile come l’andamento di tali rapporti definisca un’economia in vera e propria recessione mascherata anche se sotto il profilo contabile la crescita rimane sempre superiore ad uno zero/virgola.

    Dal 1995 al 2023 il rapporto al prodotto interno lordo pro capite in Veneto ha perso 45 posizioni in Europa e in Friuli Venezia Giulia addirittura 50 mettendo in crisi il modello del NordEst.

    Anche la vicina Emilia Romagna registra una perdita di 36 posizioni mentre la Lombardia, pur sempre l’unica vera locomotiva italiana, segna una flessione di 25 posizioni, ma che rappresentano una vittoria rispetto alle 54 posizioni  perse dal Piemonte.

    Questi dati inequivocabili ridicolizzano la retorica dell’intera classe governativa che ha spacciato una crescita decimale dell’economia nazionale come una vittoria del Paese.

    Quando, invece, rappresenta solo un trucco contabile se confrontato con le crescite delle altre regioni Europee finalizzato a mascherare una reale recessione resa ora conclamata dalla rilevazione Pil/pro capite.

    Le ragioni di questa retorica governativa sono legate alla volontà di mistificare una realtà drammatica dell’economia italiana mentre le cause risultano molteplici ed articolate.

    Innanzitutto dal 2001 in poi si sono pagate le totali assenze di una politica industriale, a cominciare dalla fine degli anni ottanta, e certificata dalla mancanza di una politica energetica, allora come oggi, che rappresenta il primo anello della catena di crescita di valore, volta a fornire competitività ad un sistema industriale impegnato all’interno di un mercato sempre più globale.

    La scelta poi di puntare molto sull’economia turistica, componente importante della economia nazionale ma non certo per la creazione di valore aggiunto (*) rappresenta la dimostrazione che i pur notevoli tassi di crescita della economia turistica non si siano tradotti in un parallelo aumenti della ricchezza disponibile.

    Contemporaneamente a questa totale assenza di strategia economica ha fatto riscontro un aumento della pressione fiscale che rappresenta il sostegno economico della spesa pubblica la quale è letteralmente esplosa ma lasciando sostanzialmente invariato, anzi in diminuzione, il reddito disponibile. Parallelamente anche il debito pubblico risulta passato dai 1350 mld del 2001 ai 1987 mld nel 2011 fino ai 3131 mld del 2025.

    Come conclusione si può tranquillamente affermare che lo studio relativo all’andamento della ricchezza disponibile indicata dal rapporto PIL/pro capite abbia di fatto messo una pietra tombale alla retorica governativa dei governi degli ultimi vent’anni. Elementare definizione di una situazione nella quale anche se si cresce ma meno della concorrenza automaticamente si perdono posizioni economiche e ricchezza prodotta.

    (*) Un’economia con la più bassa concentrazione di manodopera per milione di fatturato

  • Tra Tobin Tax e debito pubblico

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    La disperazione degli incompetenti alla guida del Paese in questa occasione si materializza con la crescita della Tobin Tax in alternativa ad un aumento della tassazione sui dividendi.

    La situazione economica attuale si conferma molto difficile se non disperata a differenza di quanto il governo intenda comunicare, e soprattutto in una prospettiva futura dopo oltre trenta flessioni della produzione industriale la quale avvia il Paese verso una sicura    desertificazione industriale ed occupazionale senza precedenti, soprattutto a causa della disastrosa politica europea del Green Deal.

    In considerazione, poi, del fatto che i maggiori incrementi di spesa pubblica vengano destinati agli armamenti ed alla difesa finanziati con nuove tassazioni (il fiscal drag evidentemente non risulta sufficiente!), il governo Meloni, in perfetta continuità con la politica del governo Monti, che la introdusse, aumenterà la Tobin Tax, senza considerare gli effetti di un ulteriore aumento della tassazione sulle transazioni di borsa.

    Anche se già presente in altri paesi della comunità europea, l’introduzione della Tobin Tax in Italia ha determinato una significativa diminuzione dei volumi azionari scambiati sulla Borsa Italiana. I dati indicano che i volumi azionari sono passati da 1.081 miliardi di euro nel 2013, anno di introduzione dell’imposta, a 613 miliardi di euro nel 2021.Questa flessione rappresenta un calo di circa il 43% nel periodo considerato e viene spesso correlata dagli analisti finanziari all’impatto dell’imposta che ha determinato una sostanziale riduzione dei volumi. Nonostante questo, invece di adottare delle politiche fiscali che tendano a sviluppare l’economia, il governo Meloni insiste ed accresce la tassazione destinando l’intero mondo borsistico italiano ad una  ulteriore marginalità. Ma soprattutto si conferma una perfetta continuità nelle strategie economiche e fiscali tra il governo Monti (2011) con il governo in carica (2025) che ha determinato una evoluzione del debito pubblico da1987 mld (2011) a 3081 mld (2025). Basti pensare come dai dati pubblicati dal Censis emerga come l’Italia spenda più nel pagamento degli interessi sul debito che in investimenti.

    A settembre il debito pubblico italiano ha toccato la cifra record di 3.081 miliardi di euro, di conseguenza nell’ultimo anno la spesa per interessi ha toccato quota 85,6 miliardi, corrispondenti al 3,9% del pil nazionale. Il valore più alto tra tutti i Paesi europei (ad eccezione dell’Ungheria: 4,9%), ma molto al di sopra della media europea (1,9%). A questo si aggiunga come la situazione italiana è ancora più preoccupante in quanto i titoli del debito pubblico italiano risultano in mano prevalentemente a creditori residenti all’estero, con il 33,7% del totale (più di 1.000 miliardi), a fronte del 14,4% detenuto dalle famiglie e del 19,2% dalla Banca d’Italia (della quale si vorrebbe addirittura prelevare le riserve auree).

    Mentre la precarietà dell’equilibrio finanziario italiano si dimostra sempre più un fattore destabilizzante e al governo si pensa all’ennesimo condono edilizio, ancora una volta vengono disattese le priorità del settore industriale il quale chiede, e pretenderebbe giustamente, una nuova politica energetica in grado di fornire gli strumenti per la competitività delle imprese.

  • Le previsioni economiche d’autunno 2025 mostrano una crescita costante nonostante il contesto difficile

    Le previsioni economiche d’autunno 2025 della Commissione europea mostrano che nei primi tre trimestri del 2025 la crescita ha superato le aspettative. Sebbene i buoni risultati siano stati inizialmente determinati da un’impennata delle esportazioni in previsione degli aumenti tariffari, l’economia dell’UE ha continuato a crescere anche nel terzo trimestre. In prospettiva, l’attività economica dovrebbe continuare a espandersi a un ritmo moderato nel periodo oggetto delle previsioni, nonostante il difficile contesto esterno.

    Secondo le previsioni d’autunno di quest’anno, il PIL reale nell’UE crescerà dell’1,4% nel 2025 e nel 2026, raggiungendo l’1,5% nel 2027. Si prevede che la zona euro rifletterà tale tendenza e che il PIL reale crescerà dell’1,3% nel 2025, dell’1,2% nel 2026 e dell’1,4% nel 2027. Si prevede che l’inflazione nella zona euro continuerà a diminuire, scendendo al 2,1% nel 2025 e oscillando intorno al 2% nel periodo oggetto delle previsioni. Nell’UE l’inflazione dovrebbe rimanere leggermente più elevata, scendendo al 2,2% nel 2027.

  • La Grande Illusione

    Da decenni si giustifica la normativa fiscale sempre più invasiva con il principio “pagare tutti per pagare di meno”. In effetti il recupero dell’evasione fiscale avanza con ritmi costanti ma con effetti assolutamente nulli per i cittadini. L’evasione fiscale in Italia risulta appunto in diminuzione, con una riduzione del “tax gap” del 15% nel 2024 rispetto al 2019, secondo dati del Ministero. Questo miglioramento è attribuito al potenziamento delle attività di controllo dell’Agenzia delle Entrate. Tuttavia, contemporaneamente, sempre tra il 2019 e il 2024, la pressione fiscale in Italia è aumentata, arrivando al 42,6% nel 2024, secondo i dati ISTAT. A queste percentuali andrebbero anche considerati i dati di Unimpresa che sono ancora più imbarazzanti (https://lnkd.in/dqK93WNS).

    Questo incremento è dovuto principalmente a un aumento delle entrate tributarie e contributive, in misura ben maggiore rispetto alla crescita del PIL ( Fiscal Drag*). A questo risultato hanno contribuito comunque anche l’aumento delle accise sui prodotti energetici, l’aumento del gettito IRPEF e delle imposte sui redditi da capitale. Contemporaneamente Il debito pubblico italiano è cresciuto, passando da circa 2.409 miliardi di euro nel 2019 ad oltre 2.868 miliardi di euro a ottobre 2024, raggiungendo nell’ottobre 2025 i 3.057 miliardi.

    Sempre tra 2019 e 2024 le retribuzioni, invece, hanno perso un potere d’acquisto di oltre il -10% a causa proprio di quell’inflazione che ha accresciuto le entrate fiscali dello Stato. Nei soli ultimi cinque anni, quindi, lo Stato ha visto moltiplicarsi le entrate fiscali grazie al recupero dell’evasione fiscale, al Fiscal drag, all’aumento delle accise e dell’ Iva (+17%) sulle bollette energetiche.

    Contemporaneamente, a parte il settore della Difesa che ha visto aumentare specialmente negli ultimi tre anni la dotazione finanziaria, in tutti gli altri settori abbiamo assistito ad una riduzione sostanziale dei finanziamenti. Basti pensare al sistema sanitario nazionale (SSN) al quale, pur aumentando le dotazioni finanziarie nominali, la sua percentuale sul Pil è andata diminuendo, infatti al 31 dicembre 2024 è scesa dal 6,3% del 2022 al 6% del 2023, per attestarsi al 6,1% nel 2024-2025. La Germania, solo per dare un esempio, ha una percentuale di 10,6% di spesa sanitaria sul Pil.

    Da questi semplici dati emerge come ad ogni riforma esattamente come ad ogni aumento della pressione fiscale corrisponda una esplosione non solo dei volumi nominali della spesa pubblica ma anche della propria inefficienza. Quindi, inevitabilmente, la Spesa Pubblica non si può più definire come il veicolo finanziario attraverso il quale lo stato fornisce servizi alla popolazione ed assicura i diritti di cui ogni cittadino dovrebbe usufruire. La grande illusione obbliga ad una ridefinizione della Spesa Pubblica intesa come la leva del potere centrale molto simile alla gestione del credito (**).

    Mai come ora lo Stato ed il sistema bancario, quest’ultimo con utili da record, si dimostrano uniti nel perseguire obiettivi lontani dagli interessi dei cittadini.

    (*) 2022 https://www.ilpattosociale.it/attualita/fiscal-drag/

    (**) 2018 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/

  • La trattativa dei dazi e la definizione del mercato

    Si rivelano fondamentale la definizione quantitativa e le specificità regionali nella quantificazione del PIL nazionale, specialmente in un’ottica di strategie economiche e negoziali da utilizzare con l’amministrazione statunitense e relative al negoziato relativo ai dazi imposti da Trump.

    Il PIL statunitense è di poco superiore ai 27.000 miliardi mentre quello dell’Unione Europea si aggira attorno ai 18.000 miliardi, ovviamente espressi in dollari americani. Recentemente queste cifre sono state contestate in quanto si considera più rispondente alla realtà economica il valore del PIL espresso in PPA, cioè a parità di potere d’acquisto ed in questo nuovo calcolo l’Unione Europea sembrerebbe sopravanzare in termini numerici gli stessi Stati Uniti.

    Tuttavia anche questi dati risultano fuorvianti nella definizione delle potenzialità di un mercato e quindi nella sua stessa appetibilità come destinazione dell’export. Certamente sarebbe molto più calzante il calcolo del PIL pro capite, il quale darebbe anche l’indicazione di quale potrebbe essere il reddito disponibile di ogni abitante nelle singole macro aree oggetto della definizione di PIL e quindi delle potenzialità di mercato.

    In questo nuovo conteggio le dimensioni cambiano di nuovo in quanto il pil/pro capite viene indicato ad oltre 82.000 dollari negli Stati Uniti mentre quello medio europeo risulta di poco superiore ai 34.000 dollari con punte di oltre 100.000 dollari nel Liechtenstein fino ai 12.300 della Romania. Queste diverse rilevazioni disponibili infatti, in considerazione del rapporto tra PIL ed il numero di abitanti che concorrono alla economia, fanno sì che gli Stati Uniti con 330 milioni di abitanti risultano avere un reddito individuale superiore rispetto all’Unione Europea con 450 milioni di abitanti. Come logica conseguenza anche il reddito disponibile si dimostra superiore negli Usa rispetto a quello europeo.

    Questi risultati esprimono non solo i diversi livelli di produttività nelle due diverse macro aree e, di conseguenza, anche il livello qualitativo delle produzioni (cioè ad alto valore aggiunto) espresse nei due continenti, americano ed europeo, ma rappresentano un elemento fondamentale e qualificante nella definizione delle potenzialità di assorbimento di export di un mercato.

    Di fronte a questa ridefinizione dei due mercati e delle proprie principali caratteristiche si inseriscono le scelte strategiche all’interno di un’attività negoziale appunto con gli Stati Uniti. Anche recentemente, infatti, era stata indicato come un valore aggiunto, e quindi una posizione di forza, la volontà europea di far “pesare” nei confronti degli Stati Uniti il valore dei numeri e della composizione del mercato europeo.

    Viceversa, proprio in considerazione del sempre minore reddito disponibile nel vecchio continente (*) l’Europa, o meglio l’Unione Europea, si dimostra un mercato appetibile per i prodotti a basso valore aggiunto provenienti dall’estremo Oriente e quindi dalla Cina.

    Proprio in considerazione di questa progressiva diminuzione del reddito disponibile in un contesto negoziale con l’amministrazione Trump la Ue può far valere solo la volontà politica (non certo economica) di acquisire lo shale-gas dagli Stati Uniti con costi superiori anche del +40%, in modo da arrivare ad una attenuazione dei dazi imposti sui prodotti europei. Una scelta che ricadrà soprattutto su quelle economie, come quella italiana, prive da trent’anni di una qualsiasi politica energetica.

    Ancora una volta, quindi, si ridurrà il reddito disponibile per i consumatori specialmente italiani il cui interesse viene sacrificato in nome del mantenimento in vita di una economia export oriented ma che continua a penalizzare i redditi disponibili degli europei e soprattutto dei consumatori italiani.

    (*) L’impoverimento reale all’interno dell’Unione Europea è confermato dal fatto che nel 2023 l’auto più venduta è stata la Dacia Sandero mentre pochi anni fa era la Volkswagen Golf

  • Gli effetti, anche fiscali, della crescita turistica

    L’economia turistica purtroppo viene ancora oggi indicata come il “petrolio italiano” ed ottiene una maggiore attenzione e sostegno politico rispetto al settore industriale ed ai propri servizi collegati, gli unici in grado di esprimere un effetto moltiplicatore del valore aggiunto.

    Tuttavia, questa strategia conferma una errata interpretazione non solo della situazione del turismo in Italia e del suo trend ma soprattutto degli effetti economici negativi in quanto espressione di una semplice speculazione.

    Da decenni, la politica governativa e parlamentare ha sempre dimostrato di considerare il turismo come un centrale volano economico e si è sempre affermato come il processo di internazionalizzazione delle strutture alberghiere attraverso l’acquisizione di alberghi storici operati da Fondi privati esteri rappresentasse un plus per il Paese, a dimostrazione della sua appetibilità.

    Da Cortina d’Ampezzo, in pieno delirio olimpico per quanto riguarda la speculazione edilizia, a Venezia, passando per Roma e Firenze, sono decine gli alberghi passati in mano di fondi privati esteri, i quali ora  li stanno ristrutturando in previsione di un turismo “elitario”, quindi molto spesso rivolti ad una clientela estera.

    Al di là dell’impatto che arrecano sulla struttura sociale nelle località, queste operazioni di speculazione edilizia, tali da  meritare una ampia trattazione a parte, questa cieca accondiscendenza dell’intero sistema politico e delle associazioni di categoria risulta figlia di un pressapochismo economico, ma anche probabilmente di una disonesta complicità che ora non tarda a manifestare i propri effetti deleteri proprio a livello economico e fiscale.

    La cifra indicata come perdita per il sistema fiscale causata proprio dalla “natura fiscale” di questi investimenti di fondi privati esteri (*) ammonta a due (2) miliardi di euro, e risulta a quasi il 50% del valore degli sconti fiscali sulle accise dei carburanti introdotti dal governo Draghi.

    In altre parole, questa strategia speculativa non solo priva il patrimonio italiano di molti simboli della hotellerie storiche,ma in più presenta un costo aggiuntivo a carico dei cittadini italiani i quali si vedono annullati determinati incentivi fiscali o al contrario aumentata la pressione fiscale.

    Ecco, quindi, come una scellerata politica economica, in questo caso in ambito turistico, possa rivelarsi persino in un fattore di aumento della pressione fiscale a causa dell’impatto negativo per le entrate fiscali,

    i cui costi aggiuntivi andranno interamente addebitati alla fiscalità generale a carico dei cittadini e delle imprese italiane.

    La strategia turistica italiana fornisce un supporto all’economia nazionale ma si rivela, se considerata all’interno di un’ottica più generale, proprio a causa della sua approssimativa gestione, un terribile boomerang economico e fiscale oltre che sociale.

    In  ultima istanza questa esprime una facile complicità tra l’universo politico e l’interesse di una elite finanziaria decisamente speculativa attiva nel settore alberghiero. Risulta quindi inevitabile come ai sempre più sottostimati costi sociali a carico delle comunità locali, come lo spopolamento,  la chiusura delle attività commerciali ed artigianali storiche, si aggiungano ora quelli fiscali  a carico dell’intera comunità.

    (*) https://www.affaritaliani.it/roma/il-turismo-in-mani-straniere-e-il-fisco-ci-rimette-2-mld-ogni-anno-l-industria-che-non-c-e-929623.html

  • Quel milione e 900mila spettatori ad eventi musicali che contribuisce all’aumento del Pil

    Presentato a Roma, al ministero della Cultura, il Rapporto annuale attività musicali in Italia e all’estero, curato da Aiam (Associazione Italiana Attività Musicali). Sono intervenuti il sottosegretario Gianmarco Mazzi, Roberto Marti, presidente Commissione Cultura Senato, Federico Mollicone, presidente Commissione Cultura Camera, Antonio Parente, direttore generale Spettacolo del MiC, numerosi esponenti del mondo della cultura e delle istituzioni.

    “Con il Fondo Nazionale dello spettacolo dal vivo, nel 2023, abbiamo supportato 800 operatori musicali. Tra questi, 188 realtà private aderenti all’Aiam sono state finanziate con oltre 20 milioni di euro. Numeri che testimoniano l’importanza attribuita alla musica come motore di cultura e di coesione sociale”, ha sottolineato il sottosegretario Mazzi.

    I 206 soci dell’Associazione Italiana Attività Musicali, alla luce dei risultati ottenuti nel corso del 2023, chiedono al Governo di aumentare la capienza del Fondo Nazionale Spettacolo dal Vivo e fare in modo che raggiunga gradualmente l’1% del Pil. “La cultura che produciamo è benzina per il Paese, capace di incrementare per ben tre volte l’investimento fatto dallo Stato su di noi”, ha spiegato Francescantonio Pollice, presidente di Aiam, Numeri alla mano, infatti, a fronte di un contributo Fnsv di 20.540.583,81 euro le istituzioni Aiam hanno una spesa di costo del lavoro di 64.192.578,19 euro. L’insieme dei soci Aiam versa allo Stato, per lavoro dipendente o assimilato, una somma pari al 76,23% dell’importo assegnato.

    Le sponsorizzazioni e i contributi privati sono pari al 22,68%, seguiti dalle erogazioni delle fondazioni bancarie e dell’Art Bonus. Del tutto residuale, infine, l’apporto di risorse Ue con 217mila euro di cui il 71,82% dei fondi vanno in Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte, il 22,08% in Sicilia e il 6,10% in Campania.

    Dal rapporto scaturiscono però anche delle criticità. Le attività musicali non sono diffuse su tutto il territorio nazionale, e non per una disomogeneità nella distribuzione dei fondi ma per la mancanza, in numerose regioni e città, di teatri, orchestre, società di concerti e attività di formazione e promozione (soprattutto al Sud e nelle isole). Persiste inoltre anche la sproporzione fra l’investimento statale in formazione e quello nella produzione, con il conseguente abbandono del settore da parte di tanti giovani musicisti che studiano e si formano, ma che, non trovando una occupazione, alla fine cambiano professione.

  • Da novembre 2021 a luglio 2024

    In piena era Draghi più volte il ministro Brunetta affermò che l’Italia si trovava all’interno di una fase di sviluppo simile a quello del boom economico degli anni sessanta. Viceversa, l’aumento nominale del PIL era semplicemente legato all’esplosione dell’inflazione (1), del debito pubblico (2) e della spesa pubblica specialmente legata ai bonus edilizio (3), tre fattori disastrosi che avevano drogato l’indice di crescita del PIL.

    Successivamente gli effetti a lungo termine della pandemia, abbinata all’inizio della guerra Russo Ucraina, non hanno fatto altro che accentuare gli effetti disastrosi dei tre indicatori economici citati precedentemente.

    Quello era, però, il governo degli ottimati, il quale ha mantenuto l’impostazione e le disastrose strategie dei bonus di quello precedente, seguito da un altro governo altrettanto incapace di invertire questo trend, e soprattutto di avviare una politica in grado di porre al centro dello sviluppo il sistema industriale.

    Andrebbe sottolineato come le crisi economiche vengano innescate molto spesso da eventi decisamente incontrollabili, come il covid o la guerra russo ucraina. Tuttavia gli effetti risultano quanto mai disastrosi in rapporto alla vulnerabilità di un sistema politico economico nazionale.

    In altri termini, quando la crescita economica di un paese risulta finanziata esclusivamente dalla spesa pubblica, e per di più con obiettivi strategici assolutamente discutibili, come il settore edilizio erroneamente considerato un settore trainante dell’economia, allora la vulnerabilità dell’intero sistema diventa massima.

    Certamente le nostre Pmi, che fanno parte di filiere estere delle eccellenze, pagano anche contemporaneamente la crisi internazionale, e tedesca in particolare, del settore Automotive. In questa situazione poi si inserisce anche la scelta di Stellantis, la quale ha ridotto la produzione all’interno degli stabilimenti italiani del -25% rafforzando il deleterio processo di deindustrializzazione.

    Non bastasse, si devono considerare gli effetti della errata politica europea imputabile alla Commissione Europea precedente la quale, invece di garantire la sopravvivenza di un sistema economico ed industriale europeo in forte difficoltà per i notevoli contraccolpi generati dalla pandemia e dalla successiva guerra, in un furore ideologico ha abbracciato in modo infantile la transizione energetica ed ecologica, deleteri per i terribili effetti economici e per l’occupazione.

    Ora, nel luglio 2024, il settore metalmeccanico registra una flessione della produzione industriale del -25%, contemporaneamente il settore calzaturiero della Riviera del Brenta segna per il 2023 un -25%, sempre di produzione industriale il complesso nazionale registra un -9,7% di export e -10,1 di fatturato nel primo trimestre 2024.

    Il settore immobiliare si allinea al trend negativo con una flessione del -8,7%, mentre la conceria altro plus del Made in Italy presenta un segno negativo, che va dal -20% al -50%.

    Lo stesso il trend turistico, vanto del Presidente della Regione Veneto e del governo in carica, ha tassi di crescita inferiori a quelli di Francia e Spagna (**), quindi ci si illude che l’economia turistica cresca al netto dei concorrenti quando invece regredisce.

    Di fronte ad una situazione del genere sarebbe opportuno cominciare a parlare non solo di dinamiche internazionali ma soprattutto di politica industriale e cioè di filiera integrata, intesa come l’unica generatrice di valore aggiunto indipendente dalla spesa pubblica.

    Anche se il contesto internazionale risulta complesso, ricominciare dall’economia in grado di generare valore aggiunto potrebbe essere un buon punto di partenza.

    (*) https://www.ilrestodelcarlino.it/pesaro/cronaca/produzione-industriale-in-allarme-nella-meccanica-un-calo-del-25-e-a-settembre-ottobre-peggiorera-530bf34a

    (**) https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-turismo-questo-sconosciuto/

  • Nel 2024 l’Africa avrà un Pil più grande del 3,7%

    La crescita media del Pil dell’Africa tornerà a crescere al 3,7% nel 2024 dopo aver conosciuto un rallentamento al 3,1% nel 2023, e aumenterà al 4,3 % nel 2025. È quanto emerge dall’Africa Economic Outlook 2024, presentato oggi a Nairobi in occasione della riunione annuale della Banca africana di sviluppo (Afdb). Analizzando i Paesi del Nord Africa, l’Egitto farà registrare quest’anno una crescita pari al 3,3%, in calo rispetto al 3,8 per cento del 2023, mentre la proiezione per il 2025 è di una crescita del 4,5% del Pil. L’Algeria, dopo una crescita pari al 4,2% nel 2023, rallenterà al 4% nel 2024 e al 3,7% nel 2025. Il Marocco, la cui economia è cresciuta del 3,2% nel 2023, crescerà del 3,5% nel 2024 e del 3,8 % nel 2025. Quanto all’area sub-sahariana, la prima economia africana – la Nigeria – crescerà quest’anno del 3,2%, in aumento rispetto al 2,9% del 2023, e conoscerà un ulteriore consolidamento al 3,4% nel 2025. Il Sudafrica, dopo aver conosciuto una crescita molto bassa lo scorso anno (0,6 per cento), quest’anno l’economia tornerà a crescere sopra l’1%(+1,3%) e nel 2025 si stima un aumento del Pil pari all’1,6%.

    Nonostante le sfide strutturali radicate e suscettibilità agli shock esogeni, la maggior parte delle economie africane ha mostrato una notevole resilienza, afferma il rapporto, sottolineando che negli ultimi quattro anni il continente ha dovuto fare i conti con molteplici shock esogeni, persistenti prezzi elevati di cibo ed energia a seguito degli effetti prolungati dell’invasione russa dell’Ucraina e delle altre tensioni geopolitiche, dei cambiamenti climatici e degli eventi meteorologici estremi. L’Africa rimane la seconda regione con la crescita più rapida al mondo dopo l’Asia. Secondo il rapporto, 41 Paesi africani cresceranno ad un ritmo più elevata nel 2024 rispetto al 2023 e si prevede che 15 di essi cresceranno di oltre il 5% nel 2024. Inoltre, dieci Paesi africani risultano essere tra le prime 20 economie a più rapida crescita al mondo, una tendenza in atto da oltre una decade. Ciò nonostante, prosegue il rapporto, numerose rimangono le sfide alla crescita africana, a partire dallo sviluppo ancora arretrato e da una crescita demografica troppo sviluppata per essere sostenuta da quella economica.

    Grazie al recupero del reddito disponibile eroso dall’inflazione, nel 2024 i consumi interni si manterranno in crescita posizionandosi sopra i livelli di spesa pre-Covid anche a prezzi costanti, dopo il pareggio del 2023. A trainare il recupero saranno i servizi (in particolare quelli legati alla socialità, come alberghi e ristoranti, cultura e spettacolo) e i beni durevoli per la mobilità, che si confermeranno in crescita vivace, dopo il punto di minimo toccato durante la pandemia. In sostanziale tenuta la spesa per beni alimentari, che a seguito dei recenti rincari continuerà a incidere in maniera rilevante sulla spesa complessiva per consumi nel 2024, e sui redditi delle famiglie, togliendo spazi di recupero ai consumi di abbigliamento e calzature, soprattutto per le famiglie meno abbienti. I beni durevoli per la casa (mobili, elettrodomestici), invece, risentiranno dell’effetto di sgonfiamento degli incentivi rivolti al comparto delle ristrutturazioni edilizie.

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