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Modelli economici e inversione ideologica

L’intera schiera dei commentatori politici, al di là dalle posizioni singole, concorda nella perdita del valore fondativo della ideologia all’interno dei diversi schieramenti politici. Risulta tuttavia paradossale come l’ideologia sia invece sempre più viva e deleteria all’interno dei modelli economici sposati non solo dagli schieramenti politici di destra o di sinistra, ma soprattutto adottati dai rispettivi governi durante il periodo di reggenza governativa.

Quello che emerge ancora più sorprendente, ad un’analisi più approfondita, è come tali ideologie declinate nell’ambito economico, molto spesso, vengano applicate attraverso strategie esattamente nel modo inverso rispetto al territorio di appartenenza politico.

L’esempio più banale è quello dell’abolizione dell’articolo 18 inserito con il Jobs act approvato dal governo Renzi e dalla maggioranza parlamentare del centro-sinistra e da poco bocciato dalla Corte costituzionale nella parte relativa al calcolo dell’indennizzo, considerato insufficiente per calcolare il semplice coefficiente di anzianità.

Volendo invece tornare ai nostri giorni con un tema molto sentito dalle nostre Pmi ed aziende artigianali, si riscontra, per esempio, l’introduzione della fatturazione elettronica che penalizza proprio l’elettorato tipico del centro-destra. Una decisione la cui responsabilità va assolutamente attribuita a Tremonti, come al governo Berlusconi, che ha tradito il mandato elettorale.

In altre parole, l’ideologia che una volta rappresentava l’elemento distintivo dei diversi schieramenti politici ora risulta l’esempio del corto circuito economico del quale i diversi governi ne risultano un esempio lampante.

La conferma di tale inversione ideologica è anche rappresentata, in questi ultimi giorni, da un governo nato come espressione proprio di quel ceto produttivo tipico delle regioni del nord che in mano ad una banda di analfabeti economici, che hanno sempre negato gli effetti negativi dello spread come della mancanza di effetti nella disobbedienza ai precetti dell’Unione Europea, si trova ora in una posizione insostenibile. Un governo che ora, dopo la bocciatura ampiamente anticipata dell’Unione europea, ci sta portando lentamente verso un baratro economico finanziario simile a quello del novembre 2011, confermato dall’ultima asta di titoli pubblici del debito che, a fronte di una offerta governativa di circa sette miliardi in due giorni, ha trovato finanziamenti per poco più di cinquecento (500) milioni. Un baratro molto più pericoloso rispetto a quello già devastante del novembre 2011 a causa dei 361 miliardi di nuovo debito attribuibili ai governi Monti e Letta ma soprattutto Renzi e Gentiloni, grazie al paracadute del quantitative easing della Bce.

Gli effetti di tali scelte dei diversi governi che si sono succeduti alla guida al paese dimostrano evidente l’inversione ideologica che in questo caso potremmo definire un vero e proprio tradimento del proprio elettorato, tanto per i governi di centro-sinistra come  del centro-destra.

Questi diversi governi sono stati e rimangono assolutamente vicini e simili nell’atteggiamento al proprio elettorato ma per loro il corpo elettorale rappresenta semplicemente (esattamente come vengono definiti i del mondo finanziario i risparmiatori) il “parco buoi” da tosare per raggiungere gli obiettivi reali di questa classe politica de-ideologizzata.

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