cittadini

  • Lettera aperta al Ministro Nordio

    Scrivo queste righe dopo aver letto l’ennesima sentenza che colpisce un carabiniere per aver reagito durante un intervento, dopo che un collega era stato ferito con un cacciavite.
    Non scrivo per polemica.
    Scrivo perché questa storia non è un’eccezione. È un simbolo.

    Io quella violenza l’ho conosciuta direttamente.
    Stessa arma.
    Stesso gesto.
    Un cacciavite conficcato nella pancia da un criminale che non aveva nulla da perdere.

    È stato arrestato.
    E, come spesso accade, dopo pochi mesi era di nuovo libero.

    Libero di tornare a casa.
    Libero di dimostrare, ancora una volta, quanto fosse pericoloso.

    Nella sua abitazione ha accoltellato sua madre, riducendola in fin di vita.
    Un fatto gravissimo, che avrebbe dovuto chiarire definitivamente la natura di quell’uomo.
    E invece no: anche dopo questo è tornato in libertà.

    A questo punto la domanda non è più emotiva, è razionale:

    Cosa pensano alcuni giudici italiani quando valutano questi casi?

    Che idea hanno della pericolosità reale, della prevenzione, della tutela delle vittime?

    Perché da cittadini — e ancor più da chi serve lo Stato — si ha l’impressione che il sistema sia capace solo di intervenire dopo, quando il danno è ormai fatto, quando qualcuno è stato ferito, mutilato o ucciso.

    Nel frattempo, chi indossa una divisa vive con una certezza amara: se reagisci, se difendi, se fai il tuo dovere in pochi secondi, verrai giudicato col senno di poi, a freddo, in un’aula lontana dalla strada, dal sangue, dalla paura.

    Nelle caserme non si urla.
    Non si invoca vendetta.
    C’è qualcosa di peggiore: la sfiducia.

    La sensazione di essere trattati come potenziali colpevoli, mentre chi delinque sembra godere di infinite attenuanti, seconde possibilità, giustificazioni.

    Questa non è una richiesta di impunità.
    È una richiesta di equilibrio, responsabilità e buon senso.

    Uno Stato che non protegge chi lo difende,

    uno Stato che rimette in libertà chi dimostra più volte di essere pericoloso,
    uno Stato che punisce l’intervento e tollera l’aggressione,

    non è uno Stato giusto.
    È uno Stato che abdica alla sua funzione primaria: la tutela dei cittadini e di chi li protegge.

    Questa lettera non nasce dall’odio.
    Nasce dalla constatazione di una realtà che molti fingono di non vedere.
    E prima o poi, questa realtà presenterà il conto a tutti.

  • Nuovi scandali abusivi come espressione del totalitarismo

    Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale

    che calpesta un volto umano, per sempre.

    George Orwell; da “1984”

    L’8 giugno 1949 a Londra veniva pubblicato per la prima volta, dalla casa editrice Secker & Warburg, un romanzo distopico di fantapolitica. L’autore era George Orwell. Il titolo originale del romanzo era Nineteen Eighty-Four (Mille novecento ottantaquattro; n.d.a.), ma in seguito diventò semplicemente 1984. L’autore finì di scrivere questo romanzo nel 1948 e convertendo le ultime due cifre di quell’anno da 48 in 84 scelse anche il suo titolo. Si tratta di un romanzo ambientato in un mondo immaginario, suddiviso in tre parti: Oceania, Euroasia ed Estasia, dove governavano tre grandi potenze totalitarie, in continuo conflitto tra loro.

    George Orwell tratta maestosamente quello che succede a Londra, capitale dell’Oceania, dove il regime totalitario veniva gestito dal Grande Fratello (Big Brother), un personaggio che controllava tutto e tutti, nonostante nessuno l’avesse mai visto di persona. L’autore tratta le conseguenze del totalitarismo, la repressione di tutte le libertà e la generazione di una società amorfa, ubbidiente e incapace di ragionare. Non si sapeva se il Grande Fratello esistesse davvero, o fosse un’invenzione tecnologica, ma lui, e chi per lui, controllava tutti tramite teleschermi muniti di telecamere, installati per legge in ogni abitazione, annientando così qualsiasi possibilità di vita privata.

    In seguito il romanzo è stato tradotto in diverse lingue e pubblicato in molti Paesi del mondo. Da un sondaggio fatto dal noto quotidiano francese Le Monde è risultato che il romanzo 1984 è stato al ventiduesimo posto della classifica dei cento migliori libri scritti nel ventesimo secolo. Ma per il suo contenuto, in altri Paesi, dove il potere veniva gestito da regimi totalitari, la pubblicazione del romanzo 1984 è stata vietata. La realtà virtuale dell’Oceania, descritta maestosamente e con un’impressionante immaginazione e lungimiranza già nel 1948 da George Orwell nelle pagine del suo romanzo 1984, purtroppo è stata e tuttora è una drammatica realtà, vissuta e sofferta in diverse parti del mondo. Anche in Albania.

    La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato di un nuovo scandalo abusivo in cui sono stati coinvolti i dirigenti dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione in Albania. Uno scandalo reso noto recentemente, in seguito alle indagini svolte da un procuratore che ha fatto con coraggio il suo dovere istituzionale. “Si tratta di abusi milionari con quasi tutti gli appalti pubblici svolti dall’Agenzia, per più di dieci anni, in cui, documenti ed intercettazioni alla mano, risultano coinvolti direttamente anche famigliari molto stretti del primo ministro”, scriveva l’autore dell’articolo (Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali; 23 dicembre 2026).

    Ebbene, si tratta della stessa Agenzia che, nel gennaio di questo anno, ha “dato vita” anche ad una “assistente virtuale” generata tramite l’intelligenza artificiale. La stessa “assistente virtuale” che lo scorso settembre diventò la prima “ministra digitale” del nuovo governo albanese. Una ministra che doveva gestire tutti gli appalti pubblici in Albania. Il nostro lettore è stato informato di questa “novità” a livello mondiale, ossia “…la presenza nel governo di un “ministro digitale”, generato e gestito dall’intelligenza artificiale. E, guarda caso, quella ministra, che si chiama “Diella” (significa Sole in femminile, in un dialetto albanese; n.d.a.), gestirà tutte le gare d’appalto”. Una scelta quella del primo ministro, nell’ambito delle sue messinscene propagandistiche, che gli doveva servire per “attirare” l’attenzione non solo in Albania. E per qualche tempo ci è anche riuscito, visto che della sua “ministra digitale” hanno parlato e scritto diversi media internazionali. Ma in realtà si trattava solo e soltanto di propaganda, per coprire una ben diversa e molto preoccupante realtà. Una realtà di cui il nostro lettore da anni è stato informato, fatti accaduti e documentati alla mano, sempre con la dovuta e richiesta oggettività. In seguito, nello stesso articolo, il nostro lettore veniva informato che “…la “ministra digitale” serve a concentrare tutti gli appalti nelle mani del primo ministro e di chi per lui. Ma anche a scaricare tutte le colpe su un essere non esistente” (Ulteriore consolidamento di un regime; 15 settembre 2025).

    Adesso, dopo che è stato documentato lo scandalo milionario con la manipolazione e il clamoroso abuso degli appalti pubblici gestiti dall’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione in questi ultimi dieci anni, diventa chiaro anche il perché della nomina della prima “ministra digitale” al mondo, fatta dal primo ministro albanese. Come si può credere ad una simile Agenzia, che dal 2013 ad oggi è stata diretta da una “stretta collaboratrice” del primo ministro e che, intercettazioni alla mano, ha orientato e gestito tutti gli appalti abusivi ormai documentati? E non a caso, il primo ministro la sta difendendo a spada tratta, come sta facendo anche con la sua vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. E anche lei, la vice primo ministra, è direttamente coinvolta in alcuni scandali milionari dei quali il nostro lettore è stato informato durante queste ultime settimane (Preoccupante sostegno europeo, 24 novembre 2025; Scandalo ai massimi livelli governativi,1 dicembre 2025; Bugie che non possono nascondere uno scandalo milionario, 8 dicembre 2025; Bugie e minacce per coprire uno scandalo milionario, 15 dicembre 2025; Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali, 23 dicembre 2025).

    Bisogna sottolineare che l’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione da anni dipende direttamente dal primo ministro e rende conto a lui. Ragion per cui, dopo che è stato reso pubblico il sopracitato scandalo, quell’Agenzia viene considerata come “il giardino personale” del primo ministro e dei suoi più stretti famigliari. E non a caso, soprattutto durante questi ultimi anni, sono stati molti anche i progetti, accompagnati sempre da abusivi appalti legati al “controllo digitale” di sempre più ambienti pubblici. Come nel romanzo ‘1984” di George Orwell, in cui il Grande Fratello controllava tutto e tutti tramite i teleschermi muniti di telecamere. I dittatori hanno molti aspetti in comune. Il primo ministro albanese, essendo ormai un dittatore sui generis, vuole, a tutti i costi, consolidare la sua onnipotenza. E oltre alla stretta collaborazione, ormai documentata, con la criminalità organizzata albanese, pericolosa a livello internazionale, il primo ministro ormai da anni sta approfittando anche del “generoso supporto tecnologico” garantito dall’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione.

    Come nel romanzo “1984” di George Orwell, il Grande Fratello albanese controlla tutti i dati sensibili dei cittadini. Il che ha permesso ai suoi “patrocinatori” di essere parte attiva degli ultimi massacri elettorali, dei quali il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Ma i dati personali e riservati dei cittadini sono stati usati anche dalla criminalità organizzata, come risulta dalle indagini svolte. In più risulta che tramite l’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione sono stati manipolati abusivamente anche i dati catastali delle proprietà dei cittadini, ma anche quelle statali. Si tratta di abusi scandalosi che non potevano mai e poi mai essere stati attuati senza l’ordine o, almeno, l’espresso beneplacito del primo ministro. Colui che è il diretto responsabile, istituzionalmente parlando, dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione, che sta da più di dieci anni abusando dei soldi dei cittadini più poveri dell’Europa.

    Chi scrive queste righe considera che questi scandali abusivi sono un’espressione del totalitarismo. Parafrasando George Orwell, nel caso dell’Albania, si potrebbe dire che se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano, per sempre.

  • La confusione regna sovrana

    Siamo fermi lì in tre, bloccati come in un quadro metafisico. Io, che devo portare la famiglia a Chinatown per una giornata di relax e shopping. Un tizio che deve consegnare una busta. E un operaio con un furgone, venuto fin lì per installare una lavastoviglie. Tre destini diversi, un’unica domanda: si può passare o non si può passare?

    Ci guardiamo in faccia. Nessuno parla subito. Scendiamo dalle macchine, restiamo in mezzo alla strada con i motori spenti e le portiere aperte, come se qualcuno dovesse arrivare a dirci cosa fare. Ma non arriva nessuno. Solo i cartelli.

    I miei problemi con le ZTL, del resto, sono sempre stati prima linguistici che stradali. Già l’acronimo richiede una certa elasticità mentale: ZTL sta per Zona a Traffico Limitato. Noi siamo il Paese del turismo e dell’ospitalità, ci piace ripeterlo. E allora io, a volte, mi immagino di essere un turista polacco che prende un’auto a noleggio e parla solo polacco e inglese.

    Davanti a lui, un bel cartello luminoso: ZTL ATTIVA.

    “Zlot”, in polacco, vuol dire rally. Vuoi non andare in confusione? Uno potrebbe pensare che stia per partire una prova speciale. Acceleratore, via.

    Ma no. Qui entriamo nel grande mistero dell’attivo e dell’inattivo. La ZTL, infatti, può essere attiva o non attiva. Un po’ come il fuorigioco: provate a spiegarlo a vostra moglie se non le piace il calcio e per di più è confusa sulle leggi statali, regionali e comunali non essendo cittadina italiana. Io, per esempio, non amo il traffico. Puoi anche spiegarmelo, ma se usi parole come “attivo” e “inattivo” devo fermarmi a riflettere.

    Col tempo ho imparato una cosa: ZTL attiva è no buono. Vuol dire che in auto non passi. ZTL inattiva, invece, è il paradiso: puoi passare serenamente, alla faccia delle telecamere. Vorrei dire di averlo capito grazie a un raffinato ragionamento logico, ma la verità è più semplice. Nei comuni più virtuosi, ZTL attiva è scritta in rosso, ZTL inattiva in verde. Come il semaforo. Rosso: fermo. Verde: vai.

    Poi però arriva lui. Il geometra del comune, me lo immagino come un pluri-ripetente seriale, diploma preso alle serali, con una passione smisurata per la sperimentazione linguistica. Ed è lì che decide di rivoluzionare tutto. Basta ZTL attiva o inattiva. Ora si parla di varco attivo.

    E lì si entra nel campo degli anagrammi e delle bestemmie. Varco attivo significa che la ZTL è attiva? O che è inattiva? Perché se una ZTL attiva è no buono, un varco attivo cosa sarebbe? Un invito? Una trappola?

    Ieri io, l’uomo della busta e l’operaio della lavastoviglie abbiamo raggiunto l’Everest della fantasia nel dialogo tra amministrazione e cittadino. Sul pannello luminoso campeggiava la scritta: VARCO IN CORSO DI ATTIVAZIONE. In giallo. Il Maradona dei geometri e della viabilità aveva firmato il suo capolavoro.

    Restiamo lì a discutere, a fare ipotesi, a cercare di interpretare il senso profondo dell’esistenza e del transito veicolare. A un certo punto si unisce a noi anche un pensionato che porta a spasso il cane, un setter al guinzaglio. Nemmeno lui sa cosa dire. Nemmeno il setter.

    A quel punto mi arrendo. E si arrende anche l’uomo della lavastoviglie. E si arrende pure quello della busta. Buttiamo la spugna. Non c’è niente di male nell’ammettere i propri limiti. L’ultima volta che ho creduto di aver capito, mi è arrivato a casa un verbale da cento euro.

    ZTL attiva, ZTL inattiva, varco attivo, varco non attivo, rosso, verde, giallo, in corso di attivazione. Sei cartelli e un pannello luminoso.

    Si può passare o no? Boh.

    Poi dite che la gente è confusa, se potete aiutatemi.

    Giampiero Damiano

  • Speranze per il nuovo anno

    Eccoci, ancora insieme, ad augurarci buon Natale e buon anno.

    Il tempo vola inesorabile e tanti progetti e speranze sono rimaste lì ad aspettare un nuovo anno, in ogni caso, con tutte le difficoltà ed i problemi di tutti, Il Patto Sociale ha cercato di darvi informazioni corrette, commenti ed analisi non di partito preso, insomma abbiamo cercato di essere uno strumento utile mantenendo ad ogni costo la nostra totale indipendenza.

    Pensiamo di interpretare il vostro pensiero elencando alcune delle speranze che il nuovo anno dovrebbe rendere realtà concreta.

    Una pace giusta e dignitosa per l’Ucraina e la condanna per tutti coloro che, partendo da Putin, si fanno beffa delle leggi internazionali e dei diritti delle persone.

    Una società che non dipenda dall’intelligenza artificiale ma dall’intelligenza degli esseri umani capaci di non diventare, inconsapevolmente, schiavi delle macchine e della tecnologia, capaci di non cedere alla tentazione del profitto ad ogni costo.

    Un ritorno al rispetto reciproco, all’empatia, alla consapevolezza che se non si ha cura di tutto quanto è intorno a noi rischiamo di perdere la nostra stessa vita perché l’ecosistema non è una cosa astratta ma la vita di ciascuno dipende dalla vita degli altri, uomini, animali, alberi, terra, aria, acqua.

    Uno sguardo più attento, che ci faccia poi agire concretamente, per aiutare i tanti che hanno bisogno di aiuto.

    E tutto il resto che sappiamo se guardiamo dentro il nostro cuore, auguri ed un abbraccio,

    Cristiana Muscardini e Il Patto Sociale

  • La Ue attiva lo scudo contro la disinformazione sul web, lo dirigerà il commissario McGrath

    Il commissario alla Giustizia Micheal McGrath dirigerà il nuovo “Centro europeo per la resilienza democratica” nell’ambito del piano Scudo europeo per la democrazia, volto a combattere la disinformazione estera, ha affermato mercoledì la Commissione.

    Il centro stesso è stato annunciato dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen nel suo discorso sullo stato dell’Unione a settembre. Il centro dedicato alla condivisione di informazioni tra i Paesi e le istituzioni dell’Ue si concentrerà sulla lotta ai cosiddetti attacchi ibridi, in cui le campagne di disinformazione online possono impiegare una varietà di tecniche e prendere di mira più canali di distribuzione per aumentarne l’impatto.

    “Avrò la responsabilità principale del nuovo centro”, ha dichiarato McGrath ai giornalisti “Lavorerò con il mio team e con i colleghi di tutti i servizi [della Commissione] per renderlo operativo il più rapidamente possibile”.

    Il Servizio europeo per l’azione esterna (Sete) collabora già con i Paesi e le istituzioni dell’Ue attraverso il cosiddetto “sistema di allerta rapida” per contrastare le attività di disinformazione ibrida. McGrath ha affermato che il nuovo centro lavorerà a stretto contatto con i servizi esistenti, con l’obiettivo di “collegare” le reti e le strutture esistenti.

    Ha inoltre affermato che il centro sarà aperto ai paesi vicini, compresi i paesi candidati all’adesione all’Ue, e cercherà di collaborare con “partner che condividono gli stessi ideali”, anche se non ha fornito dettagli sui partner al di fuori della regione.

    Un funzionario dell’Ue ha dichiarato ai giornalisti che l’obiettivo è di rendere operativa la struttura nel 2026, con un’implementazione più graduale – entro il 2027 – per altre iniziative nell’ambito dello Shield.

    “Ora ci è stato affidato il mandato di sviluppare questo centro e non vogliamo porre limiti al suo potenziale”, ha aggiunto McGrath, riferendosi all’impegno politico odierno di istituire l’hub.

    Tuttavia, le modalità con cui l’UE finanzierà il fondo sono ancora in fase di valutazione e la Commissione non ha ancora confermato il bilancio. Un funzionario della Commissione ha affermato che esaminerà i fondi rimanenti nell’attuale quadro finanziario pluriennale, che si estende fino al 2027.

    Il Democracy Shield annunciato oggi contiene altre iniziative, come un nuovo kit di strumenti elettorali per i coordinatori nazionali dei servizi digitali (Dsc) ai sensi del Digital Services Act (Dsa) dell’Ue, un nuovo protocollo di crisi Dsa per campagne di disinformazione su larga scala e linee guida sull’uso responsabile dell’intelligenza artificiale nei processi elettorali.

    Ma le nuove iniziative rimangono impegni volontari nell’ambito dello Scudo (non vincolante). “Rispettiamo le competenze della Commissione e… degli Stati membri”, ha affermato McGrath, sottolineando che le elezioni nazionali sono di competenza dei paesi dell’Ue. “Si tratta di un approccio strategico nel complesso, non legislativo”, ha aggiunto.

  • La Commissione avvia indagini di mercato sui servizi di cloud computing a norma del regolamento sui mercati digitali

    La Commissione europea ha avviato tre indagini di mercato sui servizi di cloud computing a norma del regolamento sui mercati digitali. Due indagini di mercato valuteranno se Amazon e Microsoft debbano essere designate come gatekeeper per i loro servizi di cloud computing Amazon Web Services e Microsoft Azure, ai sensi del regolamento sui mercati digitali. In altre parole, si valuterà se esse fungano da importanti punti di accesso tra imprese e consumatori, pur non rispettando le soglie dei gatekeeper di tale regolamento per quanto riguarda le dimensioni, il numero di utenti e la posizione di mercato. La terza indagine di mercato valuterà se il regolamento sui mercati digitali possa contrastare efficacemente le pratiche che possono limitare la competitività e l’equità nel settore del cloud computing nell’UE.

    Il cloud computing è la spina dorsale di molti servizi digitali ed è fondamentale per lo sviluppo dell’IA. Per promuovere l’innovazione, la fiducia e l’autonomia strategica dell’Europa, i servizi cloud devono essere forniti in un ambiente equo, aperto e competitivo.

  • Eurobarometro: per gli europei democrazia e potere economico sono i principali punti di forza dell’UE

    Secondo i risultati dell’ultimo sondaggio Flash Eurobarometro “Le sfide e le priorità dell’UE” il rispetto della democrazia, dei diritti umani e dello Stato di diritto (36%) e il potere economico, industriale e commerciale (31%) rimangono i principali punti di forza dell’UE, seguiti dalle buone relazioni e dalla solidarietà tra i suoi Stati membri (28%).

    Alla domanda sui valori, oltre la metà degli europei afferma che l’UE incarna meglio di altri paesi del mondo il rispetto dei diritti e dei valori fondamentali, la libertà di parola e di espressione (55% per entrambi) e l’uguaglianza e il benessere sociale (52%).

    La guerra in Ucraina, menzionata dal 47% degli europei partecipanti al sondaggio, rimane ancora la principale sfida che l’UE si trova ad affrontare.

    Alla domanda sulle sfide globali per il futuro dell’UE, i conflitti nel mondo sono la risposta più ricorrente (41%), seguita dalla migrazione irregolare (35%), dai cambiamenti climatici e dalle questioni ambientali (31%). La quarta sfida più menzionata è nuova e riguarda il rischio che l’UE perda il suo ruolo e la sua influenza nel mondo (30%).

  • L’ultimo sondaggio Eurobarometro rivela che i giovani europei sono tra i più forti sostenitori dell’allargamento dell’UE

    La Commissione europea ha pubblicato un nuovo sondaggio speciale Eurobarometro dal quale emerge che i giovani europei sostengono fortemente l’allargamento dell’UE: circa due terzi degli intervistati di età compresa tra i 15 e i 39 anni condividono l’opinione secondo cui i (potenziali) candidati dovrebbero aderire all’UE, una volta soddisfatte le condizioni necessarie, mentre il 56% è favorevole a un ulteriore allargamento dell’UE e lo ritiene vantaggioso per il proprio paese. Secondo gli intervistati, i principali vantaggi dell’ampliamento dell’adesione all’UE sono legati alla sicurezza e alla difesa, a un’economia e a una competitività più forti e all’influenza globale dell’UE nel mondo. Il 67% dei cittadini dichiara tuttavia di non sentirsi ben informato sul tema dell’allargamento.

    Sono state condotte indagini anche nei paesi candidati e potenziali candidati, che in genere mostrano un sostegno generale all’adesione all’UE. Nei Balcani occidentali il sostegno più elevato si registra in Albania (91%) e Macedonia del Nord (69%), mentre gli intervistati in Serbia mostrano il sostegno più basso nella regione con un 33%. Nel vicinato orientale, la Georgia e l’Ucraina mostrano rispettivamente un sostegno del 74% e del 68%.

    Gli albanesi hanno anche l’immagine più positiva dell’UE (82%), mentre in Serbia la percentuale è la più bassa (38%). In Moldova oltre la metà dei cittadini ha un’immagine positiva dell’UE (55%), mentre la cifra è inferiore in Ucraina (49%) e Georgia (43%).

    In Turchia un sondaggio analogo ha mostrato un sostegno all’adesione all’UE pari al 49,9%, mentre il 50,7% dei cittadini vede positivamente l’UE.

    I risultati dell’indagine contribuiranno a orientare gli sforzi della Commissione volti a coinvolgere il pubblico sia nell’UE sia nei paesi candidati e potenziali candidati in merito alla politica di allargamento dell’UE. Saranno utili inoltre a indirizzare i lavori della Commissione su come comunicare meglio i progressi compiuti, anche nell’ambito del ciclo annuale di relazioni sull’allargamento.

    L’Eurobarometro speciale e le indagini sulla percezione sono stati condotti mediante interviste dirette tra febbraio e giugno 2025.

  • Di nuovo proteste

    Giunge un momento in cui la protesta non è più sufficiente: dopo la filosofia è necessaria l’azione.
    Victor Hugo, I miserabili, 1862

    Erano le 11:52 del 1° novembre 2024 quando è crollata la tettoria della stazione ferroviaria di Novi Sad. Un crollo che, riferendosi ai dati ufficiali, ha causato 16 vittime, tra le quali un bambino di sei anni, nonché molti feriti. E subito dopo quel drammatico evento, il 3 novembre 2024, in diverse città della Serbia sono cominciate le proteste contro il governo, accusato, tra l’altro, di appalti truccati, di mancanza di trasparenza obbligatoria per legge e di corruzione.

    Da allora delle massicce proteste, organizzate dagli studenti universitari, alle quali hanno partecipato sempre anche decine di migliaia di cittadini, agricoltori con i loro trattori ed altri, si sono svolte a Belgrado ed in altre città della Serbia. “La corruzione uccide” è stato uno dei primi slogan usati durante queste proteste. Riferendosi a quanto è accaduto alla stazione ferroviaria di Novi Sad, i manifestanti sono convinti che quella della stazione sia “un crimine, non una tragedia”. E questa loro convinzione viene annunciata durante le proteste.

    Novi Sad, la seconda città più grande della Serbia, si trova nel nord del Paese, dove passa anche la ferrovia che collega Budapest con Belgrado. L’entrata in funzione della linea ferroviaria ad alta velocità che collega queste due capitali è prevista per non oltre i primi mesi del prossimo anno. E proprio nell’ambito di questo progetto, già dal 2021, sono stati previsti ed avviati anche i lavori di ristrutturazione della stazione ferroviaria di Novi Sad.

    Bisogna sottolineare che il progetto viene finanziato dalla Cina, nell’ambito di quella che è nota come la Belt and Road Initiative (Iniziativa Cintura e Strada, riconosciuta come la Nuova Via della Seta; n.d.a.). Si tratta di un programma strategico del governo cinese, reso pubblicamente noto nel 2013, che finanzia con più di 1000 miliardi di dollari statunitensi molti investimenti infrastrutturali in diverse parti del mondo, compresa anche l’Europa. Bisogna altresì sottolineare che il Ministero delle Costruzioni, Infrastrutture e Trasporti in Serbia ha affidato i lavori per la ricostruzione della ferrovia e della stazione di Novi Sad ad un consorzio di ditte cinesi.

    In seguito alle continue proteste in Serbia legate al tragico evento di Novi Sad, il primo ministro serbo ha presentato le sue dimissioni il 28 gennaio scorso. Lo stesso ha fatto anche il sindaco di Novi Sad. Mentre altri due ministri, quello delle Costruzioni, Infrastrutture e Trasporti ed il suo collega del Commercio, si sono dimessi rispettivamente il 4 ed il 20 novembre scorso. Ma nonostante ciò le proteste continuano sempre massicce a Belgrado ed in diverse città della Serbia. I manifestanti chiedono giustizia per le vittime, trasparenza nei contratti pubblici, la pubblicazione dei documenti relativi alla ricostruzione della stazione di Novi Sad, la fine della repressione contro gli studenti ed altri manifestanti, nonché l’aumento del 20% del budget per l’istruzione superiore. Il nostro lettore è stato informato di queste proteste a tempo debito (Proteste massicce che stanno mettendo in difficoltà un regime; 17 marzo 2025).

    Ma le proteste degli studenti e dei cittadini in Serbia contro il regime corrotto, come lo chiamano loro, non si sono placate neanche durante questi ultimi mesi estivi. Le ultime sono cominciate il 12 agosto scorso e sono continuate anche la scorsa settimana. Si tratta sempre di proteste massicce che adesso sono state affrontate duramente dalle forze dell’ordine, nonché da numerosi paramilitari ben armati e determinati, come riportano i media non controllati dal governo serbo, ma anche i molti media internazionali.

    Contro quelle proteste massicce il presidente serbo e i suoi stretti collaboratori ultimamente hanno concepito e stanno attuando una nuova strategia. Si tratta di contro-proteste alle quali partecipano i militanti del Partito Progressivo Serbo (in serbo Srpska napredna stranka – SNS; n.d.a.). Si tratta di un partito nazional-conservatore costituito nell’ottobre 2008 e che, dal 2012 fino al 2023, ha avuto come dirigente Aleksandar Vučić, l’attuale presidente della Repubblica di Serbia. Proprio colui che però ha cominciato la sua vera carriera politica nel 1998, quando diventò ministro dell’Informazione dell’allora Repubblica Federale di Jugoslavia (composta dalla Serbia e dal Montenegro; n.d.a.). Una Repubblica, quella, che aveva in quel tempo come presidente Slobodan Milošević. L’attuale presidente della Serbia, quando era ministro dell’Informazione è stato anche l’ideatore di una famigerata legge proprio sull’informazione. Una legge che violava apertamente la libertà d’espressione dei media oppositori del regime di Slobodan Milošević e prevedeva delle pesanti sanzioni a tutti i media critici. Ragion per cui l’allora ministro dell’Informazione, l’attuale presidente della Serbia, è stato inserito nella Black Lists (Lista nera; n.d.a.) di accesso nei Paesi dell’Unione europea.

    Ebbene, proprio nell’ambito della strategia dell’uso delle contro-proteste per sminuire le influenze delle proteste massicce degli studenti e dei cittadini serbi, cominciate il 3 novembre scorso dopo il crollo della tettoria della stazione ferroviaria di Novi Sad, sabato scorso, 23 agosto, è stata resa pubblica una notizia. Si annunciava che il Partito Progressista Serbo, realmente diretto dall’attuale presidente serbo, appoggiava i raduni dei cosiddetti “cittadini che si contrappongono ai blocchi”. E si fa riferimento ai blocchi causati dalle proteste massicce contro il governo ed il presidente serbo. Si annunciava che quei raduni cominciavano in più di 80 città serbe a partire dalle 18:30 di sabato scorso. La propaganda a servizio del presidente ha cercato di far apparire tutto come un’iniziativa spontanea dei cittadini. Lo stesso presidente serbo ha dichiarato che quei raduni “…non sono contro le proteste in sé, ma contro i blocchi”, cercando così di liberarsi da ogni responsabilità legata alla drammatica realtà causata dal malgoverno e dalla diffusa corruzione.

    Dopo quell’annuncio molti militanti e simpatizzanti del Partito Progressista Serbo sono scesi in piazza in diverse città della Serbia. E ai manifestanti, in una cittadina vicina a Belgrado, si è unito anche il presidente della Serbia. Lui ha dichiarato ai giornalisti presenti che i raduni dei “cittadini che si contrappongono ai blocchi” sono stati “…. regolarmente annunciati e autorizzati, a differenza di quelli del movimento degli studenti, e che si tengono in modo del tutto pacifico e senza alcun episodio di violenza”. E così ha voluto accusare di violenza gli studenti e i cittadini. Ma, fatti accaduti alla mano, sono stati proprio i reparti della polizia e i tanti paramilitari armati che hanno aggredito gli studenti e i cittadini, soprattutto durante le proteste cominciate il 12 agosto scorso in diverse citta della Serbia. Un fatto questo riportato anche dai media internazionali.

    E mentre il presidente serbo ha ottimi rapporti con il suo omologo russo e quello cinese, riesce a ricevere un comportamento “diplomaticamente corretto” anche da alcuni “grandi dell’Europa”, e si sa anche il perché. Ma giovedì scorso il presidente serbo ha personalmente annunciato che aveva avuto un “colloquio telefonico buono e sostanziale” con il presidente del Venezuela Nicolás Maduro, pubblicamente noto come un dittatore. Il presidente serbo ha affermato che Maduro è un “grande amico della Serbia (Sic!). Ma i saggi latini ci insegnano che similes cum similibus congregantur.

    Chi scrive queste righe sta seguendo sia le proteste massicce degli studenti e dei cittadini in Serbia, sia le contro-proteste dei militanti e i simpatizzanti del Partito Progressista Serbo. Egli pensa che gli studenti e i cittadini serbi devono far propria l’affermazione di Victor Hugo. E cioè che giunge un momento in cui la protesta non è più sufficiente; dopo la filosofia è necessaria l’azione.

  • Chi si dimostra in grado di interpretare le aspettative della società civile?

    Molto spesso si indica nella crisi della politica e di chi la rappresenta la sostanziale distanza tra le priorità espresse dalle istituzioni con quelle della società civile. Una tesi assolutamente corretta che trova una ulteriore conferma quando tali aspettative della società civile vengono espresse all’interno di un contesto internazionale così problematico come quello attuale.

    Dal dopoguerra ad oggi, andrebbe sempre ricordato, non si è mai vissuto un periodo così complicato sotto il profilo politico ed economico, in più con tre guerre in corso il cui esito, anche geopolitico, avrà sicuramente delle conseguenze: russo-ucraina, israelo-palestinese, tra Israele Iran e che ora sembra estendersi persino alla Siria.

    Questi conflitti rappresentano ormai la normale quotidianità, ai quali andrebbero comunque aggiunti la guerra sottotraccia tra lo Yemen e l’Arabia Saudita, che coinvolge anche gli Stati Uniti d’America, ed i vari focolai come quello rappresentato da India e Pakistan, anche in considerazione degli arsenali nucleari. Soprattutto andrebbe sempre tenuta nella dovuta considerazione la prospettiva futura più volte confermata dalla Cina di una possibile invasione di Taiwan.

    Inevitabilmente questa complessa situazione internazionale richiederebbe tanto dalla politica quanto dalla società civile una capacità “terza” di analisi (intesa come capacità non schierata politicamente) in modo da affrontare non solo nell’immediato gli effetti, ma soprattutto dimostrarsi in grado di esprimere delle strategie per porre rimedio alle cause scatenanti, magari adottando anche un minimo di autocritica relativamente alle scelte politiche del decennio passato (*).

    In questo processo sarebbe molto interessante poter coinvolgere anche una parte di quella società civile, la quale ormai difficilmente trova un proprio riferimento tanto nel corpo dei giornalisti quanto nello scenario nazionale delle diverse associazioni, anche di categoria o meno, le quali invece sembrano impegnate ad acquisire un ruolo politico e soprattutto si adoperano per mantenere la struttura.

    Anche le stesse fondazioni, in particolare quelle che si rifanno al pensiero dei padri fondatori della Repubblica Italiana, potrebbero avere un ruolo decisivo, qualora si dimostrassero in grado di esprimere competenze idonee alle problematiche dell’ultimo trentennio, dalla caduta del muro di Berlino in poi.

    Viceversa, ancora una volta, queste si rivelano come organi autoreferenziali e si dimostrano incapaci di affrontare la complessità economica e politica internazionale, tanto da non comprendere neppure l’opportunità della tempistiche relative a proprie iniziative di carattere espressamente politico. “Da Fondazione Einaudi proposta per reintrodurre immunità parlamentare. E’ stata presentata stamane in Cassazione, 15 luglio 2025” (fonte Ansa). Si può anche discutere dell’opportunità politica relativa ad una reintroduzione dell’immunità parlamentare, ma farlo ora, in un contesto internazionale così complesso, dimostra semplicemente la pochezza di chi l’ha presentata e della stessa fondazione che in modo improprio intenderebbe interpretare il pensiero di un padre fondatore della nostra Repubblica e società.

    Anche la società civile meriterebbe dei migliori interpreti delle sue priorità.

    (*) Una facoltà assolutamente sconosciuta alle maggiori istituzioni occidentali come la Nato e l’Unione Europea.

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