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Non basta lamentarsi del lavoro che manca, occorre saper trovare motivazioni per fare il lavoro che c’è

Scoprire che il lavoro che si desiderava fare non era come si pensava che fosse è probabilmente una delle esperienze più comuni al mondo, ma ora l’antropologo americano David Graeber, col libro “Bullshit Jobs” (Garzanti, p. 400, 19 euro), ha inquadrato il problema secondo coordinate più propriamente scientifiche per identificare caratteristiche e portata del fenomeno. Premesso che la sensazione di svolgere un lavoro inutile, nel senso di privo di significato socialmente apprezzabile, tocca persone che svolgono le professioni più disparate (dai consulenti per le risorse umane, coordinatori della comunicazione, avvocati societari, addetti alle pubbliche relazioni, fino a “quel tipo di gente (ben rappresentato in ambito accademico) che trascorre il tempo a costituire assurde commissioni per discutere il problema delle commissioni inutili”) Graeber identifica due caratteristiche precise del lavoro che non dà soddisfazione a chi lo scolge. In primo luogo è un lavoro la cui scomparsa non provocherebbe gravi danni alla comunità (per quanto ben remunerato quel lavoro possa essere). In secondo luogo è un’occupazione della cui inutilità è consapevole chi ne è incaricato, chi vi dedica (almeno) 8 ore al giorno (almeno) 5 giorni alla settimana, anche se, comprensibilmente, evita di affermarlo in maniera esplicita, salvo magari ammetterlo in privato (situazione schizofrenica che genera in chi la vive frustrazione, rabbia, risentimento).

Oltre a insegnare antropologia alla London School of Economics, Graeber è stato uno degli attivisti del movimento Occupy Wall Street e sebbene la sua analisi si concluda con alcuni suggerimenti sul modo per superare il senso di inutilità del proprio lavoro, tali suggerimenti risultano tanto meno convincenti quanto più ci si sente distanti dall’universo valoriale dello stesso Graeber. Cionondimeno, in un Paese in cui il reddito di cittadinanza appare un’opzione plausibile come alternativa (in teoria provvisoria) all’assenza di reddito da lavoro, scoprire l’importanza del lavoro, delle motivazioni a svolgerlo e degli ostacoli per non lasciarsi demoralizzare nello svolgere il proprio lavoro può costituire uno stimolo per non rassegnarsi e non cercare scorciatoie la cui sostenibilità è tutta da dimostrare.

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