lavoro

  • La Commissione propone un atto legislativo sull’accelerazione industriale per rafforzare l’industria e creare posti di lavoro in Europa

    La Commissione europea ha adottato una proposta di atto legislativo sull’accelerazione industriale (IAA) con l’obiettivo di stimolare la domanda di tecnologie e prodotti europei a basse emissioni di carbonio. La normativa punta a rilanciare l’industria manifatturiera, sostenere la crescita delle imprese e la creazione di posti di lavoro, oltre ad accelerare la transizione verso tecnologie più pulite.

    In linea con la relazione Draghi, l’IAA introduce requisiti mirati “Made in EU” e/o a basse emissioni di carbonio per gli appalti pubblici e i regimi di sostegno pubblico in settori strategici come acciaio, cemento, alluminio, automobili e tecnologie a zero emissioni nette. Il quadro potrà essere esteso anche ad altre industrie ad alta intensità energetica. Gli Stati membri istituiranno inoltre un processo unico di autorizzazione digitale per semplificare e velocizzare i progetti produttivi.

    La proposta mira ad aumentare la quota dell’industria manifatturiera nel PIL dell’UE dal 14,3% nel 2024 al 20% entro il 2035, rafforzando la base industriale europea in un contesto segnato da crescente concorrenza globale e da una forte dipendenza dall’approvvigionamento esterno.

    Pur mantenendo l’apertura dell’UE al commercio e agli investimenti, l’atto promuove il principio di reciprocità negli appalti pubblici. I paesi che garantiscono alle imprese europee un accesso comparabile ai propri mercati – inclusi quelli parti dell’accordo dell’OMC sugli appalti pubblici o legati all’UE da un accordo di libero scambio o da un’unione doganale – potranno beneficiare della parità di trattamento.

    Per i grandi investimenti superiori a 100 milioni di euro in settori strategici in cui un singolo paese terzo controlla oltre il 40% della capacità globale, l’IAA stabilisce condizioni volte a garantire posti di lavoro di alta qualità, innovazione, trasferimento tecnologico e almeno il 50% dell’occupazione in Europa. Nel complesso, la normativa mira a rafforzare la sicurezza economica e la resilienza delle catene di approvvigionamento dell’UE.

  • Nel mondo 160 milioni di bambini lavorano anziché andare a scuola

    L’Unicef stima che più di 160 milioni di bambini siano coinvolti in forme di lavoro minorile, diffuso soprattutto nell’Asia-Pacifico e nell’Africa subsahariana. Secondo la Banca Mondiale, poi, 69 milioni di bambini soffrono di malnutrizione, e tre quarti di loro vivono nei Paesi in via di sviluppo.

    Famiglie con un tenore di vita inferiore ai due dollari al giorno, come accade al 40% della popolazione dell’Africa subsahariana, tendono a vedere nei figli una risorsa economica piuttosto che qualcuno da educare, tramite la scuola.

    Il lavoro minorile più diffuso è quello familiare: invisibile, difficile da quantificare, ma presente in ogni angolo del mondo. Il 72% dei minori lavoratori si muove tra campi, cucine, stalle e botteghe. Le cifre sono parlano di più di 122 milioni di bambini lavorano in agricoltura, solo 37 milioni nelle zone urbane. Tra i 5 e gli 11 anni, un bambino su quattro svolge mansioni pericolose per la salute, la sicurezza o la dignità. E chi non va a scuola ha più del doppio delle probabilità di lavorare. Le bambine poi in Paesi come Pakistan e Afghanistan sono costrette ad abbandonare la scuola molto prima dei loro coetanei maschi per occuparsi di cure domestiche, lavori informali o fare i conti con gravidanze precoci e matrimoni forzati.

    Esiste poi purtroppo anche la tratta di minori. Ogni anno migliaia di minori vengono sottratti alle loro famiglie con false promesse: un lavoro, un futuro, una cura. Secondo l’Unodoc (United nations office on drugs and crime), nel 2020 quasi 20.000 minori sono stati identificati come vittime di tratta. Ma il numero reale è molto più alto. La percentuale è triplicata in 15 anni. In Africa subsahariana, i bambini trafficati vengono sfruttati nel lavoro forzato. In America Centrale, le adolescenti finiscono in reti di sfruttamento sessuale. In Asia meridionale il matrimonio forzato è ancora pratica diffusa.

    «Il mondo ha compiuto progressi significativi nella riduzione del numero di bambini e adolescenti costretti al lavoro. Eppure, troppi bambini continuano a lavorare nelle miniere, nelle fabbriche o nei campi, spesso svolgendo lavori pericolosi per sopravvivere», ha dichiarato Catherine Russell, Direttrice Generale dell’UNICEF. «Sappiamo che i progressi per porre fine al lavoro minorile sono possibili attraverso l’applicazione di tutele legali, l’estensione della protezione sociale, l’investimento in un’istruzione gratuita e di qualità e il miglioramento dell‘accesso al lavoro dignitoso per gli adulti. I tagli su scala globale dei finanziamenti minacciano di far retrocedere le conquiste faticosamente ottenute. Dobbiamo impegnarci a garantire che i bambini siano nelle aule e nei campi da gioco, non al lavoro».

  • La Commissione propone misure a sostegno del ricambio generazionale in agricoltura per garantire il futuro alimentare, agricolo e rurale dell’Europa

    La Commissione europea ha presentato una “strategia per il ricambio generazionale in agricoltura”, che definisce una chiara tabella di marcia per sostenere i giovani agricoltori e attirare un maggior numero di persone nel settore agricolo. La strategia mira a raddoppiare la quota di giovani agricoltori nell’UE entro il 2040: l’obiettivo è che i giovani e i nuovi agricoltori rappresentino circa il 24% degli agricoltori europei.

    A tal fine, la Commissione raccomanderà agli Stati membri, in particolare a quelli che non l’hanno ancora fatto, di investire almeno il 6% della loro spesa agricola in misure di promozione del ricambio generazionale, con la possibilità di mobilitare ulteriori risorse. La strategia comprende anche lo sviluppo di strategie nazionali per il ricambio generazionale in agricoltura entro il 2028, con cui gli Stati membri affronteranno gli ostacoli esistenti e definiranno misure di sostegno mirate, sulla base delle raccomandazioni della Commissione. Gli Stati membri dovranno presentare periodicamente relazioni sui progressi compiuti. Nel complesso, queste iniziative garantiranno la sostenibilità, la resilienza e l’attrattività del settore agricolo per il futuro.

    La strategia mira a sostenere e preparare la prossima generazione di agricoltori dell’UE individuando cinque leve d’azione principali: accesso alla terra, finanziamenti, competenze, tenore di vita equo nelle zone rurali e sostegno alla successione. Per ciascuna leva sono previste iniziative faro mirate, tra cui:

    • la proposta di un “pacchetto di avvio” obbligatorio per i giovani agricoltori nella prossima PAC per agevolare il loro ingresso e insediamento nel settore attraverso una serie completa di interventi, compresa una somma forfettaria fino a 300 000 € per l’insediamento;
    • una migliore ripartizione dei fondi a favore dei giovani agricoltori;
    • la collaborazione con la BEI per sviluppare regimi di garanzia e/o contributi in conto interessi per facilitare l’accesso ai finanziamenti;
    • l’istituzione di un Osservatorio europeo dei terreni per migliorare la trasparenza fondiaria. Questo aiuterà gli agricoltori ad accedere ai terreni disponibili, favorirà la successione nelle aziende agricole, fornirà informazioni per la definizione delle politiche e impedirà la speculazione fondiaria, facilitando l’avvio dell’attività agricola per i nuovi operatori del settore;
    • l’integrazione nel semestre europeo di aspetti inerenti al ricambio generazionale e alla successione e l’integrazione delle riforme pensionistiche, del fine rapporto e del trasferimento delle aziende agricole nei quadri strategici nazionali per facilitare una successione tempestiva e la mobilità fondiaria;
    • l’invito ai giovani agricoltori a partecipare al programma Erasmus per giovani imprenditori affinché possano imparare le buone pratiche agricole all’estero o diversificare il loro reddito imparando da altri settori;
    • la promozione di buone condizioni di vita nelle zone rurali e nel contempo il sostegno allo sviluppo locale e al coinvolgimento dei giovani e delle donne;
    • il cofinanziamento di servizi di sostituzione nelle aziende agricole in caso di malattia, ferie o prestazione di assistenza degli agricoltori per migliorare l’equilibrio tra vita professionale e vita privata.

    È necessario un forte impegno a livello nazionale e regionale per superare questi ostacoli e garantire un impatto efficace.

    Il settore agricolo in Europa invecchia più rapidamente di altri settori. Attualmente l’età media di un agricoltore nell’UE è di 57 anni; solo il 12% degli agricoltori ha meno di 40 anni e rientra quindi nella categoria dei giovani agricoltori. Tale squilibrio rappresenta un rischio per la sicurezza alimentare a lungo termine, l’autonomia strategica dell’UE nella produzione alimentare e la sostenibilità del panorama agricolo europeo.

    Anche il numero di giovani che vivono nelle zone rurali si sta riducendo. Tra il 2013 e il 2019 il numero di giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni che vivevano nelle zone rurali dell’UE-28 è sceso da 3,6 milioni a 1,9 milioni, mentre il numero di quelli di età compresa tra i 25 e i 29 anni è diminuito da 6,9 milioni a 5,9 milioni.

    Anche se un numero elevato di agricoltori più anziani è proprietario della terra, le generazioni più giovani sono spesso costrette a ricorrere all’affitto: gestiscono infatti circa 15 milioni di ettari in affitto e sono proprietari di 10 milioni di ettari. L’accesso alla terra, il credito a prezzi accessibili e le competenze essenziali restano gli ostacoli principali per i giovani agricoltori. Nel 2022 i giovani agricoltori dell’UE-27 hanno dovuto far fronte a un deficit di finanziamento di 14,1 miliardi di €, pari al 22% del deficit complessivo del settore.

  • Nuove leve ancora impreparate, ma capiscono che l’intelligenza artificiale aiuterà a rendere il lavoro più produttivo

    Il 70 % dei lavoratori della GenZ, i cosiddetti nativi digitali cresciuti completamente in un mondo tecnologico e sempre connessi a Internet, è convinta che l’intelligenza artificiale rivoluzionerà il mondo del lavoro entro un anno. Secondo Deloitte Gen Z & Millennial Survey 2025, però, la maggior parte dei manager ammette di non avere ancora gli strumenti per affrontare questa trasformazione. Per il 65% la cultura aziendale italiana è “in evoluzione ma con molta strada da fare”, mentre il 62% considera l’IA un potenziatore umano. Ad attestarlo, l’instant survey elaborata da HReboot, un format/evento italiano dedicato al futuro del lavoro e al dialogo intergenerazionale tra manager, giovani talenti, imprenditori, creator, atleti e rappresentanti delle istituzioni. Non è un semplice convegno, ma un “Real Talk”, momenti di confronto autentico e diretto, pensato per creare spazi di ascolto, contaminazione e costruzione di una nuova cultura del lavoro, dove si uniscono competenze umane e tecnologiche.

    Il 65% dei partecipanti a Hreboot ha definito la cultura aziendale italiana “in evoluzione ma con molta strada da fare”, mentre nessuno l’ha percepita come già orientata alle persone. Un segnale chiaro: la spinta verso un modello più umano è partita, ma non ha ancora radici profonde. Nel Deloitte Gen Z Global 2024 la seconda parola più citata accanto a “carriera” è “varietà”. I lavoratori appartenenti alla Generazione Zeta, non vogliono scalare: vogliono attraversare funzioni e problemi. La retention si gioca sul senso, non sulla scala. La Gen Z, protagonista del cambiamento, non cerca benefit o gerarchie, ma fiducia, crescita e senso. Per oltre la metà dei rispondenti (54%) la chiave per attrarre e trattenere talenti è offrire percorsi di sviluppo personalizzati, mentre il 42% individua nei leader autentici, capaci di ascoltare e ispirare, la leva decisiva per far evolvere le organizzazioni.

    “Il vero problema non è il divario generazionale, ma quello culturale” ha commentato Giacomo Marchiori, founder di Talentware e tra gli organizzatori dell’evento Hreboot. “In un mondo che cambia più in fretta dei job title, l’adattabilità è la vera competenza del futuro. Non basta imparare nuovi strumenti: serve imparare a reimparare, ogni giorno. Questo è il punto: l’evoluzione delle competenze tecniche ha senso solo se procede insieme a una evoluzione culturale. E vale anche per il dibattito hard vs soft skills: pensiero critico, ascolto, capacità di attraversare l’incertezza sono fondamentali, certo. Ma avete mai visto un’azienda manifatturiera, o moda, o IT prosperare senza competenze tecniche all’avanguardia? È la somma che crea valore: cultura che cambia + nuove skill che entrano nel sistema. Le aziende che sapranno coltivare questa mentalità evolutiva diventeranno organismi vivi, capaci di crescere insieme alle persone, non sopra di loro”

    Secondo l’European Skills Index 2024 l’Italia è 24sima in Europa per “skills matching”: le competenze non mancano, ma non sono nel posto giusto. È un problema organizzativo e culturale, prima che di pipeline.

    Uno dei dati più sorprendenti dell’indagine di Hreboot riguarda proprio l’intelligenza artificiale: il 62% dei partecipanti la considera un potenziatore delle competenze umane, non un rischio per l’occupazione.
    Un risultato che ribalta molti luoghi comuni e dimostra come la tecnologia, se gestita con consapevolezza, possa diventare terreno d’incontro tra generazioni, non di scontro.

    “Il futuro del lavoro non è una sfida tra umanità e tecnologia, ma un dialogo tra le due. HReboot non è un evento, ma, anzi un format che è piaciuto molto è che si deve replicare. Nasce dalla convinzione che oggi, in un’epoca in cui il lavoro è attraversato da trasformazioni profonde legate alla tecnologia e all’intelligenza artificiale, serva ripartire dal dialogo vero: non dai grandi palchi monodirezionali o dai social, ma da confronti reali tra persone, generazioni e competenze diverse. HReboot rimette al centro le persone, manager e giovani che si ascoltano, si contaminano e costruiscono insieme una nuova cultura del cambiamento, fondata su fiducia, autenticità e curiosità reciproca. Perché solo così la tecnologia, e l’intelligenza artificiale in particolare, possono diventare un potenziatore dell’intelligenza umana ed emotiva, e non il loro sostituto. HReboot nasce proprio per questo: creare spazi di confronto autentico dove manager e Gen Z possano incontrarsi e dare vita, insieme, a un nuovo linguaggio del lavoro, più umano e consapevole.” — ha spiegato Alessandro Castelli.

  • Lombardia motore dell’innovazione in Italia, le start-up ruotano intorno a Milano

    InnovUp, l’Associazione che dal 2012 riunisce e rappresenta tutti gli attori della filiera innovativa italiana, e Assolombarda hanno presentato i risultati della seconda edizione del rapporto che aggiorna e approfondisce l’analisi sull’impatto occupazionale delle startup innovative in Italia, con uno sguardo sia alle realtà attualmente iscritte nella sezione speciale del Registro delle imprese, sia a quelle che vi hanno transitato dal 2012 a oggi.

    La Lombardia conferma il suo ruolo guida nell’ecosistema delle startup innovative italiane, rappresentando il 27% delle startup attive in Italia, con oltre 6.500 imprese e 25,1 mila dipendenti, il 37% del totale italiano. Nella regione, in termini di fatturato vengono generati 6 miliardi di euro, pari al 41% del dato nazionale. In particolare, nel Quadrilatero di Assolombarda (Milano, Lodi, Monza-Brianza e Pavia), hanno sede quasi 5 mila startup ed ex-startup (4.994), concentrate per il 92% nella Città Metropolitana di Milano. Nel loro insieme, le quattro province di Milano, Lodi, Monza-Brianza e Pavia, accolgono il 21% delle startup ed ex-startup italiane. In questa area si concentra il 31% dell’occupazione totale del settore, pari a oltre 21.400 posti di lavoro qualificati e le startup generano un fatturato di circa 5,2 miliardi di euro (36% di quello nazionale) e un valore aggiunto di oltre 1,3 miliardi, con una produttività per dipendente (61,3 mila euro) significativamente superiore alla media nazionale (51,6 mila euro).

    Questi dati evidenziano non solo la leadership territoriale della Lombardia nell’innovazione ma anche un ecosistema che traina l’intero sistema produttivo italiano grazie a un mix di imprese giovani ad alto potenziale e a una solida base di sviluppo economico. La Lombardia si conferma un epicentro dell’innovazione, guidando la crescita occupazionale e economica nel settore delle startup innovative in Italia. Il sistema si presenta robusto, dinamico e capace di attrarre talenti e investimenti, elementi fondamentali per sostenere la competitività nazionale nei mercati globali.

    Il report “L’impatto occupazionale delle startup innovative italiane tra il 2012 e il 2024”, curato dal Centro studi di Assolombarda, in collaborazione con l’Area Life Science, Healthcare & Startup di Assolombarda, analizza le 24.261 startup ed ex-startup oggi attive in Italia. Al 2024, queste imprese innovative italiane hanno creato complessivamente 68.526 posti di lavoro in tutta Italia, in aumento rispetto ai 65.897 del 2023 (+4%), oltre a quasi 89.000 soci, per un totale di più di 150.000 persone. Complessivamente, la filiera dell’innovazione, dal 2012 al 2024, ha generato quasi 244mila nuovi posti di lavoro (+15,5% YoY), mobilitando quasi 47mld di euro (+18,3% YoY). L’esperienza italiana, in linea con quanto riscontrato a livello internazionale, conferma che le imprese giovani e dinamiche del nostro Paese contribuiscono in modo determinante al saldo occupazionale positivo, a testimonianza del valore strategico di sostenere l’imprenditorialità innovativa anche in Italia.

    Nel 2024, nonostante un rallentamento nella crescita rispetto agli anni precedenti, l’80% delle startup ha mantenuto stabile o incrementato il numero di dipendenti. Oltre la metà degli occupati lavora in servizi e manifattura high-tech, rappresentando il 4% della forza lavoro italiana in questi settori considerati fondamentali per innovazione e produttività.  Inoltre, è cresciuto il numero di “Gazzelle” – giovani imprese ad alto tasso di crescita: 75 attive oggi in Italia tra startup ed ex-startup, che al 2024 hanno creato più di 4,8 mila posti di lavoro (7% circa sul totale di quelli creati da startup ed ex startup innovative), con una dimensione media di 74 dipendenti. Nell’anno si registra un record di 1.440 startup ed ex-startup cessate (tasso di mortalità al 6%), ma raggiungono un nuovo massimo anche le acquisizioni (116) che premiano le realtà più innovative e performanti.

    Complessivamente, nel solo 2024 la filiera dell’innovazione italiana ha mobilitato risorse per un valore complessivo di 6,95 miliardi di euro. Queste risorse hanno abilitato 32.724 persone. Guardando al decennio 2012-2024, il valore mobilitato dalla filiera dell’innovazione sale a 46,95 miliardi di euro aggregati. Nell’arco di questo periodo, le persone abilitate dal sistema dell’innovazione si sono attestate a 243.632.

    «La filiera dell’innovazione è oggi uno dei motori più solidi della crescita italiana: non soltanto per la capacità di generare nuove idee, ma perché produce lavoro qualificato, nuove competenze e valore per tutto il sistema produttivo. I dati – ha detto Federico Chiarini, Presidente Giovani Imprenditori di Assolombarda – dimostrano che startup, PMI innovative, incubatori, acceleratori e parchi scientifici sono protagonisti di una trasformazione profonda, che investe l’economia e la società. Ma perché questo potenziale diventi pienamente reale serve un cambio di Italia è un Paese ricco di risparmio, eppure troppo poco di quel capitale viene destinato all’economia reale. Dobbiamo avere il coraggio di orientarlo verso l’innovazione, perché è lì che si costruisce la crescita del futuro. Accanto agli investimenti – ha concluso Chiarini – servono regole stabili, chiare e di lungo periodo: solo così potremo dare fiducia a chi intraprende, e garantire continuità a politiche come lo Scale-up Act. L’innovazione non è una nicchia, ma un pilastro della stabilità del Paese».

    «Questi dati testimoniano il salto di qualità che la filiera italiana dell’innovazione ha compiuto negli ultimi impatto sulle persone abilitate dimostrano che il settore è sempre più maturo e ha un ruolo trainante per l’occupazione e la competitività del Paese. Ora la sfida è capitalizzare su questi risultati, continuando a sostenere politiche di investimento, strumenti di supporto e collaborazione tra pubblico e privato, affinché si possa generare ancora più valore diffuso sul territorio e opportunità concrete per il mercato del lavoro», ha commentato Chiara Petrioli, Presidente di InnovUp e CEO della scale-up WSense.

    «L’Europa rischia seriamente di essere schiacciata da Stati Uniti e Cina nella battaglia globale sull’innovazione. Stiamo perdendo terreno e non possiamo permetterci di restare spettatori» ha commentato Maria Anghileri, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria. «Per questo dobbiamo spingere con decisione su uno Youth Deal italiano: un pacchetto di misure che includa incentivi fiscali, semplificazioni, prestiti agevolati, sovvenzioni dirette ed equity, per liberare il potenziale delle nuove generazioni e delle nostre imprese innovative. Sul fronte europeo, il nostro Youth Deal è coerente con la nuova EU Startup and Scaleup Strategy, con l’obiettivo di rendere l’Europa di nuovo un luogo ideale per lanciare e far crescere aziende tecnologiche globali. Tra le misure più attese c’è il cosiddetto 28° Regime, che deve diventare urgenza è evidente – ha concluso Anghileri – semplificare la burocrazia, in Italia e in Europa, è una condizione imprescindibile per competere davvero a livello globale».

  • Otto lavoratori su dieci trovano un lavoro dopo aver ricevuto il sostegno del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione

    Secondo una relazione pubblicata dalla Commissione europea, più di otto lavoratori licenziati su dieci (81%) hanno trovato un nuovo lavoro entro 18 mesi dal ricevimento del sostegno del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione (FEG). L’ultima relazione biennale di attività del FEG ha evidenziato il ruolo chiave del fondo nell’aiutare i lavoratori licenziati a riqualificarsi e reinserirsi nel mercato del lavoro. Grazie al suo sostegno, i lavoratori sono stati in grado di acquisire nuove competenze, comprese quelle digitali, prepararsi a nuove opportunità di lavoro attraverso il tutoraggio, l’orientamento professionale e l’assistenza nella ricerca di lavoro, o avviare una propria impresa.

    I dati della relazione si basano sulle relazioni finali di attuazione delle misure del FEG presentate nel 2023 e nel 2024, che riguardano il sostegno a oltre 5.300 lavoratori. In questi due anni il Fondo ha investito 16,4 milioni di euro in formazione, ricerca di lavoro e altre forme di sostegno.

    Dal 2007 ad oggi il FEG ha fornito 719 milioni di € in 185 casi di esuberi collettivi, offrendo sostegno a oltre 175 000 lavoratori licenziati in 20 Stati membri.

  • La Cina chiude il cerchio

    L’ultima decisione del colosso cinese in relazione al settore Automotive è rappresentata dalla sospensione degli incentivi all’acquisto delle auto elettriche. Questa decisione si rivela decisamente anticiclica sia sotto il profilo economico che ideologico e chiude il cerchio di una strategia di politica estera ed economica cinese con il conseguimento degli obiettivi. E dimostra, innanzitutto, ancora una volta, come le autovetture elettriche non rappresentassero l’opzione strategica all’interno di una ideologia ambientalista e tantomeno un fattore economicamente sostenibile.

    In altre parole, la transizione elettrica si è rivelata semplicemente come uno strumento politico e soprattutto economico finalizzato alla crescita della dipendenza europea dalle forniture cinesi e, di conseguenza, un fattore di crescita dell’ingerenza politica della Cina.

    Lo stesso monopolio delle terre rare che rende ora il colosso cinese centrale in qualsiasi politica di sviluppo tanto europea quanto statunitense è stato realizzato negli ultimi decenni con la totale miope sottovalutazione strategica dei vertici politici europei e statunitensi. I primi impegnati in una ridicola transizione ambientalista ma non preoccupandosi delle materie prime con le quali realizzarla, i secondi incapaci di apprezzare l’indipendenza energetica che lo Sheil Oil e Sheil Gas hanno garantito liberandoli dal ricatto mediorientale, ma ora si trovano nuovamente ostaggio del colosso cinese, cioè da una istituzione politica a loro avversa.

    E mentre il successo elettorale di una finta ideologia progressista spingeva i vertici politici europei ad occuparsi dei tappi per le bottiglie ed i secondi della tutela della economia finanziaria, la Cina, giocando proprio sulla pochezza espressa dai vertici delle istituzioni occidentali, ha raggiunto e realizzato una vera e propria dipendenza nel mondo occidentale dalle proprie forniture di terre rare.

    In altre parole, la assoluta miopia europea che ha impostato ed abbracciato questo delirio ambientalista del GreenDeal, il quale ha determinato anche il divieto alle auto endotermiche al 2035 anticipato al 2030 per quanto riguarda le flotte aziendali ed autonoleggio, nei fatti si è dimostrata la piattaforma ideologica perfetta per realizzare il quadro del gigante cinese e così portare a compimento il proprio progetto di allargamento della propria ingerenza politica.

    La Cina è stata, e rimane, il principale alleato del delirio europeo relativo alla transizione elettrica nella mobilità come della digitalizzazione (imperdonabile scegliere una strategia senza valutare le problematiche che la rendano possibile). Un errore clamoroso che ha visto coinvolte anche le case automobilistiche europee le quali, ignorando, o peggio, sottovalutando ogni valutazione sulle potenzialità del mercato, hanno abbracciato ed investito nel delirio di una transizione elettrica che ora pagano con delle trimestrali da brividi. Volkswagen e Porsche presentano, infatti, trimestrali disastrose non tanto legate al calo delle vendite quanto agli assurdi investimenti in impianti per la produzione di automobili elettriche che il mercato non vuole ora e probabilmente neppure domani.

    La miopia occidentale ha portato la Cina di fatto a diventare la prima potenza strategica nel mondo non tanto per una potenzialità economica e culturale, quanto grazie agli effetti delle proprie strategie di approvvigionamento tali da renderla monopolista. In più la Cina è riuscita addirittura ad esportare un modello di sviluppo che ora con la fine degli incentivi abbandona senza alcun rimorso, mentre i governi europei e in particolare quello italiano hanno ancora una volta dimostrato di avere sottoscritto sic et nunc.

    Basti ricordare che contemporaneamente alla sospensione degli incentivi alle auto elettriche in Cina, con una coincidenza persino comica, il governo italiano ha varato un piano di incentivi per il passaggio proprio alla mobilità elettrica. Con un tempismo che dimostra sostanzialmente l’assoluta disconnessione, incompetenza ed inadeguatezza del governo e soprattutto dei ministri competenti per materia.

    Il buio strategico che l’Europa e gli Stati Uniti hanno dimostrato negli ultimi decenni durante la corsa all’approvvigionamento cinese si rivela sicuramente come il più tragico a livello strategico dal dopoguerra ad oggi e conferma la sostanziale incapacità delle esponenti istituzionali occidentali ad affrontare la complessità di un mercato globale.

    Ancora una volta, la presunzione occidentale basata su di una superiorità intoccabile ha fatto sì che al vertice istituzionale degli Stati Uniti e delle istituzioni europee potessero accedere persone prive di ogni qualifica ma forti della sola legittimazione elettorale, mentre la Cina è riuscita a chiudere il quadro della propria strategia riuscendo ad esportare in Europa l’ideologia ambientalista che pone le proprie auto al centro di tale sviluppo mentre gli Stati Uniti hanno spinto per un modello di sviluppo economico senza preoccuparsi degli elementi base per sostenerlo.

    Non va trascurato come la forza della Cina sia stata sostenuta soprattutto dalla debolezza delle istituzioni occidentale le quali invece di pensare al futuro nel medio e lungo termine hanno abbracciato, coadiuvati dalla miope complicità del mondo accademico, ideologie e soprattutto modelli politici con un respiro strategico fino alla settimana successiva o al massimo al prossimo appuntamento elettorale.

    Il declino culturale di un continente non è espresso dalla mancanza di tutela dei vari generi come richiede la cultura Woke e tantomeno da rigurgiti “fascisti” nostalgici considerati pericolosi per la democrazia. Il vero declino culturale è rappresentato dalla incapacità di leggere ed immaginare il futuro economico e di sviluppo del proprio continente, proprio mentre la Cina chiude il proprio cerchio relativamente allo sviluppo dell’economia occidentali.

    L’ultima decisione del colosso cinese in relazione al settore Automotive è rappresentata dalla sospensione degli incentivi all’acquisto delle auto elettriche. Questa decisione si rivela decisamente anticiclica sia sotto il profilo economico che ideologico e chiude il cerchio di una strategia di politica estera ed economica cinese con il conseguimento degli obiettivi. E dimostra, innanzitutto, ancora una volta, come le autovetture elettriche non rappresentassero l’opzione strategica all’interno di una ideologia ambientalista e tantomeno un fattore economicamente sostenibile.

    In altre parole, la transizione elettrica si è rivelata semplicemente come uno strumento politico e soprattutto economico finalizzato alla crescita della dipendenza europea dalle forniture cinesi e, di conseguenza, un fattore di crescita dell’ingerenza politica della Cina.

    Lo stesso monopolio delle terre rare che rende ora il colosso cinese centrale in qualsiasi politica di sviluppo tanto europea quanto statunitense è stato realizzato negli ultimi decenni con la totale miope sottovalutazione strategica dei vertici politici europei e statunitensi. I primi impegnati in una ridicola transizione ambientalista ma non preoccupandosi delle materie prime con le quali realizzarla, i secondi incapaci di apprezzare l’indipendenza energetica che lo Sheil Oil e Sheil Gas hanno garantito liberandoli dal ricatto mediorientale, ma ora si trovano nuovamente ostaggio del colosso cinese, cioè da una istituzione politica a loro avversa.

    E mentre il successo elettorale di una finta ideologia progressista spingeva i vertici politici europei ad occuparsi dei tappi per le bottiglie ed i secondi della tutela della economia finanziaria, la Cina, giocando proprio sulla pochezza espressa dai vertici delle istituzioni occidentali, ha raggiunto e realizzato una vera e propria dipendenza nel mondo occidentale dalle proprie forniture di terre rare.

    In altre parole, la assoluta miopia europea che ha impostato ed abbracciato questo delirio ambientalista del GreenDeal, il quale ha determinato anche il divieto alle auto endotermiche al 2035 anticipato al 2030 per quanto riguarda le flotte aziendali ed autonoleggio, nei fatti si è dimostrata la piattaforma ideologica perfetta per realizzare il quadro del gigante cinese e così portare a compimento il proprio progetto di allargamento della propria ingerenza politica.

    La Cina è stata, e rimane, il principale alleato del delirio europeo relativo alla transizione elettrica nella mobilità come della digitalizzazione (imperdonabile scegliere una strategia senza valutare le problematiche che la rendano possibile). Un errore clamoroso che ha visto coinvolte anche le case automobilistiche europee le quali, ignorando, o peggio, sottovalutando ogni valutazione sulle potenzialità del mercato, hanno abbracciato ed investito nel delirio di una transizione elettrica che ora pagano con delle trimestrali da brividi. Volkswagen e Porsche presentano, infatti, trimestrali disastrose non tanto legate al calo delle vendite quanto agli assurdi investimenti in impianti per la produzione di automobili elettriche che il mercato non vuole ora e probabilmente neppure domani.

    La miopia occidentale ha portato la Cina di fatto a diventare la prima potenza strategica nel mondo non tanto per una potenzialità economica e culturale, quanto grazie agli effetti delle proprie strategie di approvvigionamento tali da renderla monopolista. In più la Cina è riuscita addirittura ad esportare un modello di sviluppo che ora con la fine degli incentivi abbandona senza alcun rimorso, mentre i governi europei e in particolare quello italiano hanno ancora una volta dimostrato di avere sottoscritto sic et nunc.

    Basti ricordare che contemporaneamente alla sospensione degli incentivi alle auto elettriche in Cina, con una coincidenza persino comica, il governo italiano ha varato un piano di incentivi per il passaggio proprio alla mobilità elettrica. Con un tempismo che dimostra sostanzialmente l’assoluta disconnessione, incompetenza ed inadeguatezza del governo e soprattutto dei ministri competenti per materia.

    Il buio strategico che l’Europa e gli Stati Uniti hanno dimostrato negli ultimi decenni durante la corsa all’approvvigionamento cinese si rivela sicuramente come il più tragico a livello strategico dal dopoguerra ad oggi e conferma la sostanziale incapacità delle esponenti istituzionali occidentali ad affrontare la complessità di un mercato globale.

    Ancora una volta, la presunzione occidentale basata su di una superiorità intoccabile ha fatto sì che al vertice istituzionale degli Stati Uniti e delle istituzioni europee potessero accedere persone prive di ogni qualifica ma forti della sola legittimazione elettorale, mentre la Cina è riuscita a chiudere il quadro della propria strategia riuscendo ad esportare in Europa l’ideologia ambientalista che pone le proprie auto al centro di tale sviluppo mentre gli Stati Uniti hanno spinto per un modello di sviluppo economico senza preoccuparsi degli elementi base per sostenerlo.

    Non va trascurato come la forza della Cina sia stata sostenuta soprattutto dalla debolezza delle istituzioni occidentale le quali invece di pensare al futuro nel medio e lungo termine hanno abbracciato, coadiuvati dalla miope complicità del mondo accademico, ideologie e soprattutto modelli politici con un respiro strategico fino alla settimana successiva o al massimo al prossimo appuntamento elettorale.

    Il declino culturale di un continente non è espresso dalla mancanza di tutela dei vari generi come richiede la cultura Woke e tantomeno da rigurgiti “fascisti” nostalgici considerati pericolosi per la democrazia. Il vero declino culturale è rappresentato dalla incapacità di leggere ed immaginare il futuro economico e di sviluppo del proprio continente, proprio mentre la Cina chiude il proprio cerchio relativamente allo sviluppo dell’economia occidentali.

  • SpaceX says it has cut Starlink services to Myanmar scam camps

    Elon Musk’s SpaceX says it has cut Starlink satellite communication links to more than 2,500 devices used by scam compounds in Myanmar.

    More than 30 compounds are believed to be operating along the Thai-Myanmar border, where people from around the world are trafficked and forced to work on scams generating tens of billions of dollars annually.

    Announcing the move, Lauren Dreyer, head of Starlink business operations, said the firm takes action on the rare occasion it identifies violations.

    The service’s termination follows Monday’s takeover of one of the largest compounds, KK Park, by the Myanmar military, as it retakes territory lost to insurgent groups over the past two years.

    Campaigners have long warned that Starlink technology has enabled the mainly Chinese crime syndicates to operate from remote locations along the border.

    Myanmar has become infamous for these operations, which defraud victims through romantic ploys and bogus investment schemes.

    Workers are lured under the guise of legitimate jobs, only to be held captive and forced into criminal activity.

    Survivors recount gruelling conditions, long hours, torture and beatings for failing to meet targets. Many of the victims come from African countries.

    “In Myanmar… SpaceX proactively identified and disabled over 2,500 Starlink Kits in the vicinity of suspected ‘scam centers’,” Dreyer said in a post on X.

    “We are committed to ensuring the service remains a force for good and sustains trust worldwide: both connecting the unconnected and detecting and preventing misuse by bad actors,” she added.

    On Monday Myanmar’s military said it had “cleared” KK Park, releasing more than 2,000 workers and confiscating 30 Starlink terminals.

    Photographs show the satellite dishes on the compound’s rooftops and footage supplied to the BBC showed thousands of workers leaving KK Park on foot.

    However, at least 30 other scam compounds remain active along the border, employing tens of thousands globally. Many are protected by militia groups loyal to the Myanmar military and it is unclear whether they have also lost access to Starlink services they once relied on.

    These centres have become a key component of Myanmar’s wartime economy, as the junta battles various rebel groups while relying on Chinese support to maintain its hold on power.

  • L’ultima illusione ideologica

    L’ultima illusione ideologica di sentirsi protagonisti prende forma nel palcoscenico palestinese.

    Il piano di pace presentato dal Presidente Trump ha ottenuto la piena approvazione di tutti i paesi arabi ad esclusione dell’Iran, che è il principale finanziatore di gruppi terroristici di Hamas (*) ed Hezbollah. Di conseguenza nessun esponente presente all’interno della Flotilla si può più appropriare del diritto di rappresentare la maggioranza dei popoli arabi e quindi respingere la bozza di accordo presentata dagli Stati Uniti, anche perché i pochi rappresentanti in degli Stati arabi affacciati sul Mediterraneo e saliti su queste barche sono poi scesi quasi subito per una evidente incompatibilità con l’ideologia Lgbt rappresentata anche all’interno di queste barche.

    Un atteggiamento che dovrebbe far riflettere questi illuminati progressisti che vogliono salvare i palestinesi e che attribuiscono alle popolazioni arabe una inesistente mentalità inclusiva di genere.

    Pur considerando ogni forma di protesta legittima e quindi anche questa, tuttavia ancora una volta una manifestazione politica si sta trasformando in una ridicola sceneggiata. Uno spettacolo indegno confermato anche dalla presenza di parlamentari sia del Parlamento italiano che europeo, i quali, in virtù dei voti che hanno preso, dovrebbero restare ai propri seggi per ottemperare agli obblighi elettorali che hanno assunto verso i propri elettori.

    Quanto ai sindacati ed alla CGIL in primis, questi hanno assistito in silenzio alla deindustrializzazione di tutti i settori ma in particolare dell’Automotive determinata dalla politica della Commissione europea con l’applicazione del GreenDeal.

    Mentre in tutta Europa si stanno azzerando centinaia di migliaia di posti di lavoro con una ricaduta devastante per il sistema produttivo delle filiere produttive italiane, proclamare uno sciopero generale, si ribadisce NON per tutelare i lavoratori, ma come strumento di appoggio politico ed ideologico rappresenta un controsenso di dimensioni imbarazzanti.

    La reale crisi di rappresentatività che la politica italiana ed europea rappresentano in modo così evidente ora può essere allargata anche alle associazioni sindacali che hanno abbandonato come missione istituzionale la tutela dei lavoratori considerati ormai sacrificabili sull’altare del consenso ideologico. Viceversa risulta politicamente molto più appagante per tutte le associazioni sindacali rendersi protagoniste di scelte politiche ed ideologiche che con tutto hanno a che fare meno che con il mondo del lavoro e la tutela di chi opera.

    In altre parole, questa vicenda si conferma come l’ennesimo capitolo di una illusione ideologica di protagonismo che vede protagonisti attori di quart’ordine che cercano un palcoscenico che gli viene fornito purtroppo dalle tragedie e dalle guerre in atto ora in Europa quanto in Medio Oriente.

    (*) il regime reggente a Gaza

  • La Grande Panda e la speculazione industriale

    La realizzazione in Serbia della Grande Panda rappresenta l’esempio di come si possa utilizzare la speculazione di stampo finanziario in ambito industriale.

    Mentre a Rimini al Meeting di Comunione e Liberazione gli esponenti dell’Unione Europea disquisiscono delle ragioni della propria marginalità, nel territorio europeo prende corpo una nefasta strategia industriale basata sul trasferimento di lavoratori a basso reddito e quindi a basso costo.

    Mentre al meeting di Comunione e Liberazione va in scena il vuoto siderale espressione di un ceto politico ormai distante anni luce dalla realtà ma sempre disponibile a ricevere l’applauso di un pubblico ammaestrato, nessun esponente del mondo politico e tantomeno cattolico ha detto una parola o ha fatto menzione di questa speculazione sulla pelle di persone disponibili a qualsiasi condizione di lavoro.

    All’interno di questo meeting le persone con i propri interventi dimostrano di essere interessate solo alla sopravvivenza della Ue dalla quale dipende la retribuzione di molti ospiti.

    Contemporaneamente nel più assoluto disinteresse nella fabbrica destinata alla produzione della nuova Fiat Grande Panda arriveranno a breve circa 800 lavoratori stranieri provenienti da Nepal e Marocco.

    La conferma è arrivata dal consigliere comunale per l’economia, Radomir Erić, con dichiarazioni riportate da Televizija Kragujevac.

    Indipendentemente dal fatto che la Serbia non faccia parte dell’Unione Europea, una simile tratta di lavoratori, i quali proprio perché provenienti da regioni e stati a basso reddito si dimostrano disponibili ad accettare 597 euro di stipendio mensile, una cifra inaccettabile anche per i lavoratori serbi.

    Proprio il già basso costo della manodopera serba aveva spinto alla chiusura dello stabilimento a Torino delocalizzando la produzione appunto in Serbia.

    In altre parole, la dirigenza quanto i principali azionisti di Stellantis, non sazi dei vantaggi in termini di costi che questa delocalizzazione produceva, hanno inaugurato una nuova strategia organizzativa finalizzata alla riduzione dei costi industriali e ad aumentare una “competitività” la quale, invece, nasconde isolo l’ingordigia di azionisti insaziabili.

    Questa opportunità è rappresentata dalla possibilità di utilizzare un quadro normativo del paese ospitante, che permetta di “deportare” lavoratori provenienti da zone ancora a più basso livello retributivo anche rispetto al paese dove la fabbrica è realizzata.

    Le delocalizzazioni venivano incentivate dai governi dei paesi per aumentare il proprio livello di occupazione, ma quello che la Serbia permette a Stellantis è assolutamente fuori da ogni senso umano anche se collocato all’interno di una volontà speculativa.

    E sia chiaro :anche se ora può sembrare assolutamente assurdo ed impossibile tuttavia non è da escludere che il prossimo passo normativo che un paese potrà mettere in atto per attirare investimenti industriali, possa venire rappresentato dalla possibilità di offrire una copertura normativa che permetta alle aziende di utilizzare come lavoratori i bambini alle catene di montaggio.

    La logica che esprime questa “evoluzione” strategica tra Serbia e Stellantis non può avere un limite e ci sarà sempre uno stato disponibile ad offrire maggiori possibilità di sfruttamento umano in termini di costi.

    Nel frattempo Comunione e Liberazione, come tutti i sindacati a Rimini, “dormono il sonno dei giusti”.

Pulsante per tornare all'inizio