lavoro

  • I parassiti del reddito di cittadinanza intascano 127 milioni

    I finti poveri che hanno percepito il reddito di cittadinanza indebitamente hanno sottratto alle casse dello Stato un ammontare pari a 217 milioni di euro, di cui 127 milioni indebitamenti percepiti, 90 milioni richiesti ma non ancora riscossi. Le cifre emergono dall’ultimo rapporto della Guardia di Finanza, rivelato dal Corriere della Sera, sul periodo da gennaio 2020 a settembre 2021 che segnala tra i percettori del reddito di cittadinanza anche proprietari di ville, auto di lusso, oppure evasori totali, appartenenti ad associazioni criminali e mafiose fino a stranieri non in possesso dei requisiti di residenza. Come conferma il generale Giuseppe Arbore, capo del Reparto che dispone e coordina le verifiche, «la platea già rilevante dei soggetti destinatari di risorse pubbliche è aumentata enormemente con il Reddito di cittadinanza e si è ulteriormente accresciuta con le misure previste dai decreti “Sostegni” e “Ristori”. Non sono furberie, ma un gravissimo danno economico e sociale» scrive il Corsera. A Reggio Calabria tra le 300 persone denunciate per aver percepito indebitamente il reddito figurano “ndranghetisti, già gravati da pesanti condanne passate in giudicato per associazione per delinquere di stampo mafioso”. A Palermo su 1.400 percettori abusivi che hanno sottratto 1,200 milioni di euro allo Stato 145 hanno precedenti condanne per mafia. Idem a Napoli con 120 denunciati per 1,2 milioni percepiti illecitamente. Ed era proprio la criminalità ad aver gestito le «1.532 domande presentate nel 2020 da stranieri abitanti a Genova, ma privi dei requisiti necessari» che sono riusciti a guadagnare 3,5 milioni di euro si legge nel rapporto della Guardia di Finanza su sprechi e truffe nella spesa pubblica. In totale sono stati sottratti 15 miliardi di euro e il danno erariale causato dai dipendenti della pubblica amministrazione ammonta a 8 miliardi di euro. Da gennaio 2020 al 30 settembre 2021 ci sono stati 65.600 controlli e 12 mila fascicoli aperti per delega dei magistrati penali, circa 1.700 per la Corte dei conti.

    Nell’area di Lecco 70 persone sospettate di aver percepito indebitamente il reddito di cittadinanza per un valore complessivo di 500 mila euro. Per questo 70 persone sono state denunciate dalla Guardia di Finanza di Lecco che, sotto la direzione della Procura locale e in collaborazione con l’Inps, ha provveduto immediatamente a revocare l’erogazione del contributo ai beneficiari che non ne avevano diritto. Secondo la ricostruzione delle Fiamme Gialle, titolari delle indagini dirette dalla procura lecchese, dei 70 soggetti individuati, 37 sono di origine extracomunitaria, 30 non hanno il requisito della residenza, 12 hanno una interdizione perpetua dai pubblici uffici, 8 non hanno comunicato di avere un familiare convivente in stato di detenzione, alcuni non hanno indicato tutti i redditi percepiti o vincite a giochi online o il possesso di immobili e auto di lusso, mentre altri sono stati individuati mentre lavoravano in “nero”. Inoltre è stato scoperto anche il caso di una persona colpita da interdizione perpetua dai pubblici uffici in quanto condannato in via definitiva per associazione di tipo mafioso.

  • La deriva etica ed anticostituzionale

    Quando un governo o una Regione si dimostrano incapaci di gestire una delle opzioni offerte ai lavoratori (vaccino o tamponi) per ottenere il green pass l’approccio alle problematiche legate alla gestione della “ripresa” economica e sociale dai terribili effetti della pandemia si rivela quantomeno inadeguato.

    Da lunedì infatti lo stato italiano NON sarà in grado di assicurare ad oltre due (2) milioni di lavoratori, nel solo Veneto sono trecentomila (300.000), il tampone con una validità di quarantotto (48) ore per consentire loro di accedere al proprio posto di lavoro.

    Il diritto al lavoro tutelato dall’art. 4 della Carta Costituzionale viene disatteso clamorosamente non tanto dalla contrarietà dei sostenitori al green-pass ma all’intera classe governativa statale e regionale. In questa situazione assolutamente imbarazzante per una classe governativa risulta evidente come l’intera responsabilità di un possibile rallentamento delle attività economiche e produttive non possa più venire attribuita a chi sceglie di non vaccinarsi e di affrontare i tamponi ogni 48 ore con i relativi costi da affrontare.

    Essa deve invece venire interamente addebitata alla compagine governativa, statale e regionale, in quanto entrambe hanno affrontato la complessa problematica della gestione pandemica e vaccinale in chiave anticostituzionale ed etico-ideologica.

    Anticostituzionale in quanto non si sono allestite delle strutture in grado di permettere di somministrare quanti tamponi necessari al fine di garantire, con l’ottenimento del green pass successivo al tampone, il diritto al lavoro e quindi l’applicazione dell’art.4 della Costituzione. In più, in pieno delirio etico- ideologico, le stesse istituzioni si dimostravano profondamente convinte di come l’obbligatorietà del green pass avrebbe portato ad una vaccinazione del 100%: un obbiettivo quantomeno infantile.

    Distratti, quindi, dalle proprie convinzioni hanno omesso clamorosamente di allestire, contemporaneamente alla progressione vaccinale, delle strutture in grado di rispondere alla legittima scelta di persone che non intendevano, allora come oggi, vaccinarsi affrontando la procedura dei tamponi ogni 48 ore a pagamento.

    Emerge evidente, ancora una volta, come un problema sanitario sia stato affrontato con parametri troppo spesso etici ed ideologici derubricando come non fondamentale invece l’organizzazione di una parallela “logistica” (supply chain) finalizzata all’offerta di una risposta sanitaria e soprattutto operativa ai non vaccinati.

    A questa situazione il nostro povero paese è mestamente arrivato in quanto, ancora una volta, non emerge chiaro, allora esattamente come adesso, alla classe politica italiana, compresa paradossalmente Confindustria, quale sia l’obiettivo principale da conseguire avendo già raggiunto l’80% dei vaccinati. Va ricordato, quindi, per l’ennesima volta, come l’unico vero obbiettivo, al di là di ogni considerazione relativa alle scelte dei cittadini, sia rappresentato dalla assicurazione di garantire comunque  la continuità produttiva ed economica anche attraverso il rafforzamento della campagna vaccinale e con l’allestimento di strutture per i tamponi ai non vaccinati (https://www.ticinolive.ch/2021/10/15/italia-il-primo-vero-fallimento-del-governo-draghi/).

    Lo Stato e le Regioni dimostrano in questo modo i propri limiti ideologici quanto un velato disprezzo non considerando i cittadini come persone alle quali assicurare comunque un diritto ed un servizio all’interno di un sistema sanitario, indipendentemente dalle proprie scelte anche in campo preventivo e quindi vaccinale. Inoltre, con le loro strategie le istituzioni governative si sono rivelate non in grado di assicurare quanto recitato dall’art.4 della Costituzione e, di conseguenza, si pongono al di fuori del perimetro costituzionale.

    Un’altra occasione persa da questi soggetti pubblici per dimostrare di avere intrapreso finalmente un percorso verso una democrazia liberale all’interno della quale ogni cittadino riceva la giusta considerazione e perciò una tutela dei propri diritti costituzionali, indipendentemente dai comportamenti in quanto lo Stato si attiva comunque per garantirli.

    La deriva verso uno stato etico ed allocato esternamente ai precetti costituzionali emerge già ormai come una terribile realtà.

    P.S. Si ribadisce come chi scrive sia vaccinato e titolare di green pass

  • REACT-EU: 4,7 miliardi di euro per sostenere l’occupazione, le competenze e le persone più bisognose in Italia

    La Commissione ha concesso 4,7 miliardi di € all’Italia a titolo di REACT-EU per sostenere la risposta del paese alla crisi del coronavirus e contribuire a una ripresa socioeconomica sostenibile.

    Il nuovo finanziamento è il risultato della modifica di due programmi operativi del Fondo sociale europeo (FSE) e del Fondo di aiuti europei agli indigenti (FEAD). Il programma nazionale FSE dell’Italia dedicato alle “Politiche attive per l’occupazione” riceverà 4,5 miliardi di euro per sostenere l’occupazione nelle zone più colpite dalla pandemia. I fondi supplementari contribuiranno ad aumentare le assunzioni di giovani e donne, consentiranno ai lavoratori di partecipare alla formazione e sosterranno servizi su misura per le persone in cerca di lavoro. Contribuiranno inoltre a proteggere i posti di lavoro nelle piccole imprese delle regioni Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna.

    In particolare:

    1. per sostenere l’occupazione l’Italia utilizzerà 2,7 miliardi di euro per ridurre del 30% le imposte versate dai datori di lavoro sui contributi previdenziali. Le piccole imprese delle regioni Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna beneficeranno di tale riduzione se il lavoratore conserverà l’occupazione per almeno nove mesi dopo il periodo per il quale è richiesta l’agevolazione;
    2. per promuovere l’occupazione giovanile l’Italia investirà 200 milioni di euro per ridurre i contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro che, nel 2021 e nel 2022, assumeranno persone di età inferiore ai 36 anni con contratti a tempo indeterminato. È compresa la conversione dei contratti a tempo determinato. Un importo supplementare di 37,5 milioni di euro sarà utilizzato per sostenere i datori di lavoro che assumono donne e si tratterà anche in questo caso di un sostegno che ridurrà i contributi previdenziali;
    3. il “Fondo nuove competenze” riceverà un sostegno pari a 1 miliardo di euro; tale iniziativa associa la necessità di ridurre le conseguenze dell’emergenza del coronavirus sull’occupazione con la formazione dei lavoratori, finanziando le ore non lavorate (ad esempio a causa di difficoltà dell’impresa) a condizione che siano utilizzate dai lavoratori per frequentare corsi di formazione;
    4. l’Italia utilizzerà inoltre 500 milioni di euro per rafforzare e modernizzare la rete di servizi pubblici per l’impiego per attuare politiche attive del mercato del lavoro. Grazie a questo investimento, le persone in cerca di lavoro, in particolare i disoccupati di lunga durata, potranno concludere un contratto su misura con i centri per l’impiego, cosa che li aiuterà a trovare un’occupazione in base alle loro esigenze e alle competenze che possiedono;
    5. infine, 81,7 milioni di euro aiuteranno le autorità italiane a preparare, gestire, controllare e valutare i nuovi programmi;
    6. oltre ai nuovi finanziamenti dell’FSE, il programma nazionale italiano FEAD riceverà 190 milioni di euro per fornire aiuti alimentari alle persone bisognose. La domanda di aiuto per accedere a un’alimentazione sana e sufficiente è cresciuta notevolmente da quando è iniziata la crisi del coronavirus. Circa 10.000 organizzazioni partner in Italia forniranno pacchi alimentari più numerosi e di migliore qualità ad almeno 2,5 milioni di persone bisognose, oltre che migliori servizi sociali per i destinatari;

    Quale componente di NextGenerationEU, REACT-EU fornisce un’integrazione di 50,6 miliardi di euro in finanziamenti aggiuntivi (a prezzi correnti) ai programmi della politica di coesione nel corso del 2021 e del 2022. Le misure si concentrano sul sostegno alla resilienza del mercato del lavoro, all’occupazione, alle piccole e medie imprese e alle famiglie a basso reddito. Contribuiscono inoltre a predisporre basi che possano far fronte alle esigenze future per le transizioni verde e digitale e per una ripresa socioeconomica sostenibile, conformemente agli obiettivi di REACT-EU e alle raccomandazioni specifiche per paese del 2020 formulate per ciascun paese interessato nel contesto del semestre europeo.

    Tali risorse aggiuntive dovrebbero essere utilizzate per progetti che promuovano le capacità di superamento degli effetti della crisi nel contesto della pandemia di coronavirus, come anche per investimenti in operazioni che contribuiscano a preparare una ripresa verde, digitale e resiliente dell’economia.

    REACT-EU è entrato in vigore il 24 dicembre 2020 e può finanziare spese retroattivamente dal 1º febbraio 2020 al 31 dicembre 2023.

    I fondi REACT-EU integrano le risorse che l’Italia riceve dal dispositivo per la ripresa e la resilienza.

    Fonte: Commissione europea

  • 152 milioni di fratelli

    Tanti sono stimati dall’UNICEF nel 2020 i fratelli di Iqbal Masih.

    Perché tanti sono stimati i bambini che vengono ancora sfruttati nel Mondo per lavorare in condizioni di dispotica disumanità e malnutrizione, spesso anche incatenati in luoghi di lavoro malsani e molto pericolosi. Iqbal fu uno di loro. Fu perché morì il 16 aprile del 1995 a soli dodici anni in seguito ad un colpo di fucile sparatogli alla schiena mentre andava in bicicletta con due suoi amici.

    Iqbal il cui nome in arabo significa “prosperità”, “buona fortuna”, nasce nel 1983 a Muridke, un piccolo villaggio nei sobborghi di Lahore in Pakistan da una famiglia che versava in disperate condizioni economiche. A tre anni e mezzo lavorava in una fornace vicino casa e a quattro anni fu “prestato” dal padre ad un commerciante di tappeti per estinguere un debito contratto poco tempo prima. Nonostante il bambino lavorasse fino a quattordici ore al giorno e per sei (e a volte anche sette) giorni alla settimana, il debito sembrava non estinguersi mai. Malnutrito, umiliato e picchiato quotidianamente, Iqbal riuscì a fuggire una prima volta all’età di nove anni ma fu ritrovato solo poche ore dopo dalla polizia (grazie ai soliti ruffiani) e riportato subito al suo “datore di lavoro” (d’ora in poi “il padrone” o “l’aguzzino”) che lo incatenò al macchinario dove era solito lavorare. Le punizioni erano tante e molto severe. A volte, come raccontava Iqbal, venivano costretti a stare sotto il sole dentro un recipiente di metallo senza né mangiare né bere. “Sono finito due volte dentro a quel recipiente: una volta da solo ed un’altra insieme ad un ragazzo malato di polmoni, che dopo qualche giorno morì senza che nessuno avesse chiamato un medico per curarlo”. Lo stesso anno, siamo nel 1993, insieme ad altri bambini, riesce ad allontanarsi dalla fabbrica per qualche ora per partecipare ad una manifestazione organizzata a Lahore dal Fronte di Liberazione dal Lavoro Forzato (BLLF – Bonded Labour Liberation Front). Rientrato in fabbrica, si rifiutò di continuare a lavorare nonostante venisse continuamente e violentemente picchiato. Il “padrone” iniziò a minacciare anche la sua famiglia al punto da costringerla ad abbandonare il villaggio. Fra le minacce arrivò persino a sostenere che il debito anziché diminuire (dopo 5 anni di sfruttamento del bambino!!!) era piuttosto aumentato e di molto per via delle spese di vitto, alloggio e per i tanti (a detta sua) errori di lavorazione dei tappeti. La protesta di Iqbal fu così decisa che riuscì a lasciare il suo aguzzino per essere ospitato presso una struttura gestita dal Fronte di Liberazione (il BLLF). Per lui si trattò della fine di un incubo, ma non riusciva comunque ad accettare l’idea che milioni di altri bambini nel mondo vivessero in queste  disumane condizioni. Così, dopo diversi giorni di riposo ed una alimentazione più adeguata per cercare di recuperare un minimo di forze (il suo corpo rimase segnato comunque dalla malnutrizione e dalle posizioni imposte dal duro lavoro al telaio) si mise a studiare e a disposizione per viaggiare in tutto il Mondo per smuovere l’opinione pubblica sui diritti negati a milioni di bambini come lui per produrre beni (spesso inutili) di consumo. Grazie alle sue denunce di sfruttamento centinaia di fabbriche di tappeti in Pakistan vennero chiuse contribuendo alla liberazione dalla schiavitù di migliaia di bambini. Una volta raccontò che il suo più grande desiderio era quello di poter ritornare presso la casa della nonna che stava vicino al mare perché gli piaceva tanto giocare sulla spiaggia. Per la sua morte si parlò di un tragico incidente. Ad ognuno le sue responsabilità (e le sue colpe). Ad Iqbal tutta la nostra ammirazione e gratitudine.

    Se ancora oggi nel mondo vengono stimati circa 152 milioni di schiavi bambini le cause non vanno di certo solo ricercate nelle singole comunità o nazioni dove il problema è più presente (nota: in Italia nel 2013 sono stati stimati circa 260.000 minori tra 7 e 15 anni con una qualche esperienza di lavoro illegale).

    Fondamentale, infatti, è chiedersi cosa producono questi bambini sfruttati e dove vengono commercializzati questi prodotti. La richiesta di risorse minerarie e di alimenti, manufatti e prodotti di largo consumo a basso costo in questi anni è decuplicata. Miniere, cave, fornaci, vetrerie, concerie, campi di banane, caffé, cacao, laboratori e industrie tessili, plastiche, etc sono luoghi pieni di milioni bambini sfruttati e malnutriti a cui si devono aggiungere i milioni di bambini sfruttati e abusati sessualmente nell’industria del turismo sessuale mondiale.

    Se c’è la richiesta nasce l’offerta. Questo è quello che ci insegnano a scuola quando si parla della “mano invisibile” del mercato. Ma questa “mano” era invisibile nel 1800 ma oggi non lo è più. Oggi sappiamo che dietro ad un cellulare, ad un computer, ad una tazzina di caffé o ad una tavoletta di cioccolata, ad un paio di jeans, ad una T-shirt, ad un paio di scarpe da ginnastica, ad un peluche per neonati, ad un qualsiasi gadget o come dietro a centinaia di altri prodotti ci può essere sfruttamento umano e/o animale e comunque sempre ambientale.

    Allora se Iqbal è stato davvero un bambino coraggioso e a cui tutti dobbiamo qualcosa (perché dopo di lui comunque il mondo è stato un luogo migliore di quello che lui aveva trovato o meglio, che noi gli avevamo fatto trovare) noi oggi sappiamo che per contribuire anche al miglioramento delle condizioni di milioni di bambini sfruttati in tutto il mondo possiamo fare qualcosa ogni volta che decidiamo di acquistare e (ancor meglio) di non acquistare un prodotto inutile e comunque di cui la provenienza e produzione non è garanzia di rispetto e diritti dei lavoratori. Informiamoci e, dove esistono, leggiamo bene le etichette. Al contempo, dobbiamo certamente contribuire a richiedere che questi diritti vengano estesi in ogni Paese del mondo con il quale intessiamo rapporti culturali e commerciali. Domanda e offerta. Se la domanda di un prodotto è relegata solo al suo prezzo non ci meravigliamo se anche in occidente tante aziende non riescono più a sostenere i costi del lavoro esportando le loro produzioni dove i lavoratori sono sottopagati (quando va bene) e sfruttati. Pena. Il coraggio di rinunciare e/o di boicottare. La somma di tutti i nostri eccessivi e scriteriati consumi sta contribuendo, non solo a depauperare il pianeta ma anche allo sfruttamento di milioni di esseri umani e allo snaturamento della natura umana per vile denaro. Perché arrivare a sfruttare, incatenare, malnutrire un bambino (un bambino!), come anche un animale, non può e non deve essere cosa di questo mondo. Ora che la mano non è più “invisibile” non possiamo fare finta di niente.

    A voi americani piacciono i tappeti, le coperte, gli asciugamani a poco prezzo che noi produciamo […] Io mi appello a voi affinché fermiate le persone dall’usare i bambini come manodopera, perché i bambini hanno bisogno di una matita e non di strumenti da lavoro

    Tratto da un discorso di Iqbal Masih (1983 – 1995) tenuto a Boston nel 1994.

  • L’unico modello di sostenibilità in Italia

    Da tempo sostengo, inascoltato, come la carenza di manodopera che molte aziende denunciano da una parte sia sicuramente legata alla mancanza di figure tecnico-professionali, quindi da decenni di mancati investimenti nella  formazione professionale tanto degli enti statali quanto di quelli  regionali. Contemporaneamente questa mancanza di “professionisti” è  legata anche ad una abbassamento del livello retributivo offerto come espressione, specialmente nei livelli professionali più bassi, della concorrenza tra lavoratori.

    Nel secondo caso risulta fondamentale il ruolo giocato dalle cooperative le quali usufruendo di un regime fiscale assolutamente privilegiato si trasformano in fornitrici di manodopera a basso costo proprio in virtù di un regime fiscale che le favorisce. La vicenda della Grafiche Venete dopo uno scandalo simile alla Fincantieri denota il comportamento di alcune grandi aziende le quali crescono “importando  i costi della delocalizzazione“, cioè attraverso l’utilizzo di manodopera a basso costo fornita da cooperative esenti da ogni obbligo fiscale.

    Ecco perché da anni ad una crescita economica delle imprese in termini di fatturato e di occupazione solo parzialmente corrisponda in minima parte la crescita  dei consumi. Una dinamica economica che dovrebbe anche determinare minori  aspettative relative all’impatto economico ed occupazionale delle risorse europee del PNRR, in particolar modo nel settore infrastrutturale, molto simile alla dinamica perversa dei subappalti. Troppo spesso, infatti, questa crescita di fatturato e redditività è frutto di un abbassamento del livello retributivo per le figure professionali meno qualificanti e si manifesta anche attraverso ritmi e ore lavorate molto più simili ai paesi dell’estremo Oriente che non all’occidente avanzato.

    A questa depatrimonializzazione e svalutazione progressiva  del valore del lavoro si aggiunge il ruolo di figura “terza” dello Stato il quale assicura a tutto il mondo delle cooperative un regime fiscale assolutamente ingiustificato specialmente quando queste forniscono manodopera a basso costo. Si evita ogni commento sulla assenza totale di un controllo, anche superficiale, dei quadri dirigenti del variegato mondo della cooperazione.

    Da questa latitanza dirigenziale nascono cooperative prive di ogni controllo e molto spesso si trasformano in strumenti  di vessazioni inaudite.

    Mentre il Parlamento, come espressione della un sistema politico e sindacale, rimane distratto dalla lodevole  tutela delle minoranze  “di genere” non si cura della tutela di quel “genere” dei lavoratori in questi ambiti cooperativi.

    Il mondo delle imprese non può pensare di crescere semplicemente attraverso il fatturato il quale ovviamente rappresenta sempre il parametro principale. Contemporaneamente la stessa azienda deve contribuire in parte alla crescita economica dell’area geografica di appartenenza attraverso il lavoro valutato e retribuito con parametri occidentali. Questa nuova attenzione non può ovviamente tradursi in una specie di autarchia professionale cioè attraverso l’assunzione di  sola manodopera autoctona ma semplicemente con l’applicazione dei  contratti nazionali  integrati da quelli aziendali per quanto riguarda anche  la manodopera delle figure di più basso livello professionale. Un principio ormai disatteso, come dimostra questo pessimo esempio di una parte dell’imprenditoria veneta ma già evidente da anni nel settore dei servizi.

    Mai come ora la politica ed i sindacati cavalcano l’onda di un nuovo paradigma di sostenibilità con l’obiettivo di rilanciare la propria centralità di figure istituzionali dopo aver disatteso clamorosamente una delle principali  funzioni  legata alla tutela dei lavoratori, dimostrandosi, ancora una volta, incapaci di elaborare un quadro di sviluppo economico veramente sostenibile ed al tempo stesso compatibile con le esigenze minime dei lavoratori e delle professionalità espresse.

    Mai come ora il concetto di sostenibilità andrebbe rivisto adottando cosi parametri  legati al contesto economico italiano all’interno di un mercato globale e di conseguenza lontani dall’ ideologia di sostenibilità massimalista.

    Questa semplice scelta politica produrrebbe effetti notevoli sul benessere dei lavoratori e delle imprese e del contesto sociale nel quale operano (02.09.2019 https://www.ilpattosociale.it/2019/09/02/la-sostenibilita-complessiva-il-made-in-italy-e-lesempio-biellese/).

    Solo questo può rappresentare il modello di sostenibilità di cui ha bisogno il nostro Paese con l’obiettivo di assicurare una crescita economica unita a quella dei consumi e a quella sociale e culturale.

    P.S. A parte qualche caso isolato emerge il silenzio degli autori dei libri alla cui realizzazione partecipavano lavoratori pakistani con turni anche di 16 ore al giorno. Il mondo della cultura ha perso un’altra occasione per dimostrare la propria diversità dal mondo dell’ interesse economico speculativo. La cultura evidentemente ha un prezzo ed evidentemente è già stato ampiamente pagato come il silenzio degli autori dimostra.

  • Clamoroso errore di comunicazione e strategia

    Considero francamente un grandissimo errore politico, ed anche sotto il profilo della comunicazione, quello di Mario Draghi e del suo governo nell’aver scelto la professoressa Fornero come consulente del governo in carica. Esistono moltissime figure professionali che possono arricchire le dinamiche governative in particolar modo in un momento così complesso.

    Rappresenta una scelta veramente sconcertante aver introdotto all’interno della compagine dei propri consulenti governativi una figura già ampiamente compromessa con il governo Monti, come l’ex ministro Fornero, ed anche per questo ancora oggi fortemente divisiva.

    In un momento, poi, in cui si chiedono ancora una volta alla cittadinanza ulteriori sacrifici, navigando assolutamente a vista relativamente alle problematiche della variante Delta, mentre contemporaneamente si allunga la lista delle multinazionali, specialmente nel settore Automotive, che avviano le procedure dei licenziamenti per le molte filiali industriali collocate nel nostro Paese.

    All’interno di una stagione ancora difficile, soprattutto per i cittadini, e a “soli” diciassette (17) mesi dall’inizio della pandemia, sarebbe stato sicuramente più opportuna una figura professionale nuova e, come ho detto prima, non divisiva in relazione al proprio operato come l’ex ministro del governo Monti.

    La percezione della distanza tra il governo in carica e buona parte della popolazione e degli elettori comincia a diventare imbarazzante soprattutto quando contemporaneamente lo stesso governo si appella ancora una volta ad un senso del bene comune con l’obiettivo di superare questo ulteriore terribile periodo.

    Risulta francamente imbarazzante come un Presidente del Consiglio, seppur privo di un qualsiasi mandato elettorale proprio per l’eccezionalità del momento storico, non dimostri alcuna attenzione per il sentiment generale e per le aspettative dei cittadini, i quali, dopo oltre un anno e mezzo di sacrifici, non possono ritrovarsi il ministro del governo Monti che ancora oggi non è n grado di indicare quanti fossero gli esodati.

    Una responsabilità, va ricordato, condivisa con il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per la programmazione ed il coordinamento economico, tale Tabacci Bruno, vero superstite dalla prima Repubblica che ha cambiato nove (9) partiti, sempre per il “bene del Paese” ovviamente.

    È mai possibile che non esista nell’emisfero occidentale un professionista (F/M) non ancora in pensione ed ovviamente non compromesso come la pensionata (dal 2018) Fornero? Il classico caso di un errore di comunicazione e strategia che esprime il senso di lontananza tra la presunzione del governo e le aspettative dei cittadini.

  • La Corte di giustizia europea giudica lecito vietare il velo islamico sul luogo di lavoro

    Il divieto di indossare il velo islamico al lavoro “può essere giustificato dall’esigenza del datore di lavoro di presentarsi in modo neutrale nei confronti dei clienti o di prevenire conflitti sociali”, tuttavia “tale giustificazione deve rispondere a un’esigenza reale del datore di lavoro”. E’ quanto ha deciso la Corte di giustizia dell’Unione europea pronunciandosi sul ricorso di due cittadine musulmane in causa con i propri datori di lavoro per il loro abbigliamento.

    Le due ricorrenti, impiegate presso società di diritto tedesco in qualità di educatrice specializzata l’una e consulente di vendita e cassiera l’altra, indossavano un velo islamico sul loro rispettivo luogo di lavoro. Considerando che l’uso di un tale velo non corrispondeva alla politica di neutralità politica, filosofica e religiosa perseguita nei confronti dei genitori, dei bambini e dei terzi, la Wabe eV, datore di lavoro della prima, le ha chiesto di togliere il velo e, a seguito del rifiuto di quest’ultima, l’ha provvisoriamente sospesa, per due volte, dalle sue funzioni, rivolgendole nel contempo un’ammonizione. La Mh Muller Handels GmbH, datore di lavoro della seconda ricorrente, da parte sua, a fronte del rifiuto di quest’ultima di togliere il velo sul luogo di lavoro, l’ha dapprima assegnata a un altro posto che le consentiva di portare il velo, poi, dopo averla mandata a casa, le ha ingiunto di presentarsi sul luogo di lavoro priva di segni vistosi e di grandi dimensioni che esprimessero qualsiasi convinzione religiosa, politica o filosofica.

    Dopo i ricorsi ai tribunali nazionali, i due casi sono finiti alla Corte di giustizia. In particolare, alla Corte è stato chiesto se una norma interna di un’impresa, che vieta ai lavoratori di indossare sul luogo di lavoro qualsiasi segno visibile di convinzioni politiche, filosofiche o religiose costituisca, nei confronti dei lavoratori che seguono determinate regole di abbigliamento in ragione di precetti religiosi, una discriminazione diretta o indiretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali; a quali condizioni l’eventuale differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali che discende da una tale norma possa essere giustificata e quali siano gli elementi da prendere in considerazione nell’ambito dell’esame del carattere appropriato di una tale differenza di trattamento.

    Nella sua sentenza, pronunciata in Grande Sezione, la Corte precisa in particolare a quali condizioni una differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali, derivante da una tale norma interna, possa essere giustificata.

    La Corte rileva che il fatto di indossare segni o indumenti per manifestare la religione o le convinzioni personali rientra nella “libertà di pensiero, di coscienza e di religione”. Peraltro, la Corte ricorda la sua giurisprudenza in base alla quale una tale norma non costituisce una discriminazione diretta ove riguardi indifferentemente qualsiasi manifestazione di tali convinzioni e tratti in maniera identica tutti i dipendenti dell’impresa, imponendo loro, in maniera generale e indiscriminata, una neutralità di abbigliamento che osta al fatto di indossare tali segni.

    La Corte ritiene che tale constatazione non sia rimessa in discussione dalla considerazione che taluni lavoratori seguono precetti religiosi che impongono di indossare determinati indumenti. Infatti, se è vero che una norma come quella summenzionata è certamente idonea ad arrecare particolare disagio a tali lavoratori, detta circostanza non incide in alcun modo sulla constatazione in base alla quale tale medesima norma, che rispecchia una politica di neutralità dell’impresa, non istituisce in linea di principio una differenza di trattamento tra lavoratori basata su un criterio inscindibilmente legato alla religione o alle convinzioni personali.

    Nel caso di specie, la norma controversa sembra essere stata applicata in maniera generale e indiscriminata, dato che il datore di lavoro interessato ha del pari chiesto e ottenuto che una lavoratrice che indossava una croce religiosa togliesse tale segno. La Corte giunge alla conclusione che, in tali condizioni, una norma come quella controversa nel procedimento principale non costituisce, nei confronti dei lavoratori che seguono determinate regole di abbigliamento in applicazione di precetti religiosi, una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali. In secondo luogo, la Corte rileva, anzitutto, che la volontà di un datore di lavoro di mostrare, nei rapporti con i clienti, una politica di neutralità politica, filosofica o religiosa può costituire una finalità legittima. La Corte precisa, però, che tale semplice volontà non è di per sé sufficiente a giustificare in modo oggettivo una differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali, dato che il carattere oggettivo di una siffatta giustificazione può ravvisarsi solo a fronte di un’esigenza reale di tale datore di lavoro. Gli elementi rilevanti al fine di individuare una tale esigenza sono, in particolare, i diritti e le legittime aspettative dei clienti o degli utenti e, più nello specifico, in materia di istruzione, il desiderio dei genitori di far educare i loro figli da persone che non manifestino la loro religione o le loro convinzioni personali allorché sono a contatto con i bambini.

  • Le pensioni con 41 anni di contributi costano 4,3 miliardi

    Si va verso la riapertura del confronto sulla previdenza in vista della scadenza a fine 2021 di Quota 100, ma il Governo avverte che la discussione non potrà concentrarsi sull’anticipo della pensione quanto sulle prestazioni future di coloro che oggi sono giovani e che rischiano di avere pensioni interamente contributive molto basse. Il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, presentando il Rapporto annuale 2020 dell’Istituto ha quantificato la spesa di alcune delle proposte sul tappeto di fatto bocciando una delle richieste del sindacato ovvero l’uscita con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età.

    L’ipotesi, già accantonata nel 2019, quando fu poi introdotta Quota 100, perché troppo costosa, peserebbe nel 2022 secondo l’Inps per 4,3 miliardi per arrivare a fine decennio a 9,2 miliardi. In media costerebbe lo 0,4% del Pil. Al momento l”uscita anticipata indipendente dall’età è possibile fino al 2026 con almeno 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 10 per le donne) oltre a 3 mesi di finestra mobile.

    Il dibattito sulle pensioni – ha detto il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, parlando alla presentazione del Rapporto Inps – “è eccessivamente concentrato sulla flessibilità in uscita e sulla possibilità di anticipo dell’uscita dal mercato del lavoro” mentre “dovremmo concentrarsi sulle prospettive che riguardano in particolare gli assegni delle nuove generazioni”. Il confronto secondo il ministro dovrebbe aprirsi dopo la riforma degli ammortizzatori sociali che è “all’ultimo miglio”. Tridico sostiene la proposta che prevede un’opzione di anticipo della sola quota contributiva della pensione che costerebbe in un primo momento 500 milioni per poi arrivare a un costo massimo di 2,4 miliardi nel 2029, ma questa ipotesi non piace ai sindacati che insistono su una flessibilità diffusa dopo i 62 anni e sull’uscita con 41 anni di contributi.

    “Non sembra vi sia nell’Esecutivo – sottolinea il segretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli – la consapevolezza che se non arrivassero risposte concrete su un tema così sensibile, sarà inevitabile una incisiva mobilitazione dei lavoratori”.  Anche Cisl e Uil chiedono con urgenza il tavolo anche perché il tempo stringe rispetto alla scadenza di Quota 100, misura che, sempre secondo i dati Inps, ha portato al pensionamento anticipato 253.000 persone, prevalentemente uomini (il 71,5%).

    Secondo il Rapporto annuale il 2020 a causa della pandemia ha registrato un calo degli occupati del 2,8% con un crollo dei lavoratori indipendenti diminuiti del 5,1%. Grazie al blocco dei licenziamenti si sono ridotte le cessazioni decise dall’azienda per motivi economici (da 560.000 a 230.000) mentre sarebbero 330.000 i posti salvati grazie al blocco. La retribuzione media annua dei dipendenti è scesa da 24.140 euro del 2019 a 23,091 del 2020 con un calo del 4,3% e una perdita media per dipendente di poco più di 1.000 euro. L’imponibile previdenziale è di 33 miliardi, scendendo da 598 miliardi nel 2019 a 564 miliardi nel 2020 (-5,6%).

  • Tempi stretti

    Secondo il presidente dell’Inps Pasquale Tridico si è persa una intera generazione di giovani, inoltre la caduta della natalità e la non raggiunta parità di genere sono ancora gravi ostacoli alla ripresa economica. A questi problemi si aggiunge una scarsa partecipazione al mercato del lavoro nel sud Italia. Questi sono certamente problemi gravi che da anni attendono risposta ma nella speranza che si appronti finalmente quella serie di provvedimenti che possano aiutare a risolverli il mondo politico ed economico deve prendere atto di alcune gravi storture del nostro sistema che, se non saranno eliminate, porteranno all’aggravarsi di una situazione ormai diventata esplosiva. Come si può pensare che da ora in avanti i giovani possano affrontare il problema della denatalità se non sono in grado di potersi costruire una famiglia? Chi ha il lavoro lo ha troppo spesso in attività legate ad una partita iva fittizia o a un contratto a termine che non consente né di pagare un affitto né di accedere a un mutuo per l’acquisto di una pur modesta abitazione. Per avere dei figli bisogno poter garantire che i loro genitori possano vivere insieme e possano offrire ai nascituri una vita dignitosa, oggi invece gran parte dei giovani è costretta, giocoforza, a vivere nella casa paterna/materna e a restare dipendenti dai genitori che si fanno via via più anziani. In troppi settori il lavoro manca, in altri c’è ma per qualifiche che i giovani non hanno e la fascia d’età più colpita è quella dei trentenni/quarantenni. Non possiamo inoltre ignorare che se è vero che diverse persone, ottenuto il reddito di cittadinanza, non hanno più cercato un lavoro è altrettanto vero che il non funzionamento delle strutture preposte a trovare ed offrire lavoro non funzionano, non hanno funzionato in passato e non funzionano quelle inventare per supportare il reddito di cittadinanza, un’altra volta soldi buttati e nessun vero aiuto a chi il lavoro lo cerca. Una delle più grandi storture del cosiddetto mercato del lavoro sono le agenzie e le tante cooperative che offrono dipendenti sia agli enti pubblici che ai privati. I dipendenti di queste agenzie/cooperative lavorano con stipendi inferiori perché parte di quello che l’ente pubblico o il privato paga resta all’agenzia o alla cooperativa. In troppe occasioni gli enti pubblici non assumono più direttamente ma fanno dei bandi di gara per la durata di un anno e le agenzie che vincono il bando siglano con i dipendenti ovviamente contratti a termine così chi lavora per loro è tenuto per il collo ed ogni anno rischia di ritrovarsi senza lavoro. Prendere o lasciare o mangiar questa minestra o saltar dalla finestra. Perciò stipendi ridotti all’osso e precarietà costante, come si pensa di poter aumentare la natalità in questa situazione di totale incertezza? Di fatto, ormai da anni, il mercato del lavoro non è più un rapporto tra chi offre lavoro e chi lo cerca ma è un rapporto di intermediazione sul quale vivono, con più che discreti profitti, alle spalle del lavoratori, persone terze che non rischiano nulla. C’è seriamente da chiedersi come la politica abbia consentito tutto questo, da sinistra a destra, e come i sindacati siano rimasti colpevolmente silenziosi. Questo tipo di sfruttamenti del lavoro è l’aspetto più torbido di un capitalismo autoreferenziale che ha tradito se stesso ma, quel che è peggio, ha sfalsato i rapporti tra lavoratori e datori di lavoro creando quei meccanismi perversi che ci hanno portato, oggi, ad avere centinaia di migliaia di giovani non in grado, pur avendo un lavoro, di sostentarsi con questi e di programmare il futuro, il capitalismo autoreferenziale, la finanza che ha soppiantato l’economia reale stanno distruggendo la società e i tempi sono stretti, molto stretti per porre rimedio.

  • Pensieri ed orrori

    Decine di guardie carcerarie violentano i detenuti, un sedicenne accoltella e finisce a calci una coetanea, nuovi morti annegati, tragedia quasi quotidiana, tra i profughi che arrivano dalla Libia, Grillo dà più o meno dell’incapace politico a chi, per sua scelta, è stato il Presidente del Consiglio per due anni e, se Grillo avesse potuto scegliere, lo sarebbe ancora, il centro destra ogni giorno annuncia un nuovo nome per la candidatura a Sindaco di Milano ma dopo settimane il candidato non c’è, si sono riaperti bar, discoteche, sale gioco, viaggi turistici ma in Europa il virus è in amento del 10% mentre in altri paesi continuano a morire troppe persone, in Brasile 2000 morti in 24 ore. In Italia c’è disoccupazione ma molti rifiutano i posti di lavoro disponibili ed altri non li possono accettare per mancanza di competenze e mentre si continua a ripetere che per tutte le malattie, covid in testa, la prevenzione e le cure domiciliari sono le più importanti continuiamo a non aver organizzato la medicina territoriale e manca almeno un quarto dei medici di base che sarebbero necessari. Mancano anche medici negli ospedali e paramedici e tecnici di laboratorio ma nessuno pensa a modificare il sistema di ingresso alle facoltà universitarie di questi settori, ingresso che dovrebbe essere consentito per capacità e non per test.

    Che commenti vogliamo fare? Se volete parlate voi altrimenti possiamo continuare a far finta di niente, a restare più o meno indifferenti, ad annunciare astensioni al voto che di fatto premieranno proprio quelli che dovrebbero essere puniti, che sono un po’ tutti per un motivo o per l’altro.

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