lavoro

  • Ducati cerca 200 addetti da assumere a termine

    Un picco di ordini ben superiore al budget preventivato, a cui si aggiunge la necessità di recuperare i ritardi accumulati negli ultimi mesi. E così a Bologna, lo stabilimento Ducati lavora a pieno regime. E questo comporta “un boom di assunzioni mai visto così in Ducati”, come lo definisce Mario Morgese, responsabile relazioni industriali della Rossa di Borgo Panigale.

    L’azienda bolognese è alla ricerca di circa 200 persone, da assumere entro fine aprile con contratti a termine con scadenza 31 maggio. E per questo ha incaricato tre agenzie per il lavoro – Randstad, Adecco e Synergie – di occuparsi del reclutamento, anche se poi i contratti vengono firmati direttamente con Ducati. Un meccanismo già rodato, se si considera che – al netto di questa situazione eccezionale – i picchi produttivi fanno comunque parte dell’ordinaria amministrazione della Rossa di Borgo Panigale nella prima parte dell’anno. In Ducati, generalmente, il fabbisogno viene soddisfatto assumendo lavoratori stagionali, che vengono poi inseriti in un meccanismo di staffetta generazionale: parte di loro, infatti, viene stabilizzata con un contratto part time ciclico verticale, per poi in futuro passare al tempo pieno prendendo il posto di un lavoratore prepensionato.

    Questa volta, di fronte a un eccesso di fabbisogno senza precedenti, buona parte dei lavoratori (al momento ne è già stato trovato un centinaio) viene cercata tra il personale di aziende in crisi o in cassa integrazione del territorio bolognese: un caso è quello della Fiac di Pontecchio Marconi, azienda di proprietà della multinazionale svedese Atlas Copco destinata a lasciare Bologna a partire da luglio.

    Per l’azienda-simbolo delle moto made in Italy, il ‘picco’ arriva a un anno di distanza dal momento più difficile, quando Ducati fu tra le prime imprese bolognesi a fermarsi a causa della pandemia del coronavirus. “Di fronte a un importante aumento degli ordinativi uniti ad alcuni ritardi nell’arrivo dei materiali che si sono verificati per via del Covid sulla catena distributiva e che hanno rallentato la produzione – spiega Morgese – abbiamo la necessità di recuperare ed evadere le richieste, mai così numerose, arrivate nella prima parte dell’anno”. Un allargamento che si porta con sé anche la ‘benedizione’ delle sigle sindacali: “Ben vengano i nuovi ingressi, ma questo picco produttivo va trasformato in un’opportunità per accelerare il percorso di crescita occupazionale anche per chi è già in organico con contratti precari”, commenta Simone Selmi (Fiom Cgil).

  • Boom di occupati, l’America di Biden torna a correre

    L’America torna a correre e spera di tornare presto ad essere la locomotiva dell’economia mondiale. Certo, la pandemia è tutt’altro che superata, come lo stesso presidente Joe Biden ammonisce ogni giorno, ma gli esperti sono convinti che si sia arrivati a punto di svolta, anche sul fronte della ripresa. La dimostrazione arriva dai dati sul mercato del lavoro di marzo: quasi un milione di posti creati in un solo mese. Un boom legato agli enormi progressi nella campagna di vaccinazione che sta portando ad una accelerazione nella riapertura di tutte le attività. Ma a giocare un ruolo determinante è anche l’American Rescue Plan da 1,9 miliardi di dollari con cui la Casa Bianca di Biden ha elargito aiuti diretti a famiglie ed imprese.

    “Help is here”, l’aiuto è arrivato come promesso a tutti gli americani, ha esultato il presidente, sottolineando come in termini di occupazione nessuna amministrazione nella storia ha mai fatto come la sua in appena due mesi. E anche Wall Street sembra crederci, visto che la sessione di contrattazioni prima della pausa pasquale si è chiusa con un nuovo record, con l’indice S&P500 (quello delle società a maggior capitalizzazione) ha chiuso per la prima volta sopra i 4mila punti.

    I nuovi posti creati a marzo in Usa sono stati 916 mila, nettamente al di sopra delle previsioni e del dato di febbraio che era di 375 mila. Il tasso di disoccupazione è quindi sceso al 6% dal 6,2%. E’ il miglior risultato degli ultimi 7 mesi, anche se la Casa Bianca sa che è troppo presto per cantare vittoria. Ci sono ancora 8,4 milioni di americani che hanno perso il lavoro a causa della crisi senza precedenti scatenata dalla pandemia: basti pensare che nel marzo di un anno fa l’economia Usa perdeva d’un colpo 1,7 milioni di posti che diventarono oltre 20 milioni ad aprile, con una disoccupazione schizzata al 15%. Un’ecatombe che ha caratterizzato l’ultima fase dell’amministrazione Trump, e che in definitiva è stata determinante nella sconfitta elettorale dell’ex presidente.

    Ora la situazione sta cambiando, anche se fortissima resta la preoccupazione per una quarta ondata di contagi legata alle varianti del Covid. “Non è il momento di abbassare la guardia, la strada da percorrere è ancora lunga”, ha ripetuto Biden: “Troppi americani si stanno comportando come se questa battaglia fosse finita, ma non è così. Non vanifichiamo i progressi fatti, bisogna ancora combattere per vincere. Dobbiamo finire il lavoro”, è tornato a spronare il presidente, invitando tutti i cittadini a fare il proprio dovere, e lanciando ancora un monito agli stati Usa che stanno revocando tutte le misure anti-Covid, a partire dall’obbligo di indossare le mascherine e del distanziamento sociale”.

    La partita vera, ha spiegato il presidente americano, si gioca ora col Congresso. Perchè se gli aiuti dati a famiglie e imprese assicurano un miglioramento temporaneo all’economia, quello che serve è un cambiamento strutturale, perchè l’economia americana torni davvero ad essere competitiva e vinca la corsa con la Cina. Di qui l’importanza di approvare l’American Jobs Plan, la cui prima gamba da oltre 2 mila miliardi di dollari per ammodernare le infrastrutture del Paese è stata annunciata da Biden nei giorni scorsi. Seguirà un secondo pacchetto di spesa da altrettanti 2 mila miliardi per i settori della sanità, dell’assistenza e dell’istruzione: “Possiamo discutere di tutto, ma non agire non è un’opzione”

    Ma non sarà facile per Biden accontentare tutti, con i repubblicani che hanno già detto a chiare lettere di essere contrari a una spesa così enorme come quella proposta dalla Casa Bianca. Mentre per la sinistra dei democratici quanto proposto non è affatto sufficiente.

  • L’Ocse bacchetta l’Italia: il lavoro dipendente è troppo tassato

    L’Ocse si complimenta con l’Italia, la sua Imposta sui redditi delle persone fisiche (Irpef) ha una capacità redistributiva della ricchezza più incisiva che in altri paesi europei e una progressività più marcata che nella maggioranza dei paesi Ocse. Peccato però che pesi soprattutto e solo su un tipo di reddito, cioè il reddito da lavoro dipendente con effetti negativi sull’occupazione e disincentivanti per il lavoro. Questa in sintesi la relazione di Pascal Saint-Amans direttore del centro di politica fiscale dell’Ocse ascoltato davanti alle commissioni finanze di Camera e Senato nel quadro dell’indagine conoscitiva sulla riforma fiscale. “In Italia il peso del cuneo fiscale sui redditi da lavoro dipendente, che comprende sia le imposte fiscali sia i contributi sociali, è molto alto rispetto agli altri paesi europei questo è un disincentivo all’occupazione”, ha detto. L’Italia quindi “dovrebbe ridurre il cuneo proprio per migliorare i livelli di occupazione”. Inoltre, altro problema “la progressività della tassazione sale in maniera molto forte sui redditi medi Irpef. Non avete, ad esempio come in Francia un’aliquota zero ma si parte subito con aliquote piuttosto alte” cioè dal 15% che poi sale subito al 23%.

    Per quanto possa agevolare la lotta all’evasione e l’emersione di attività in nero, all’Ocse non piace nemmeno la flat tax sulle partite Iva “l’Italia dovrebbe valutare di rivedere l’adeguatezza del regime forfettario al 15% per i titolari di partita Iva con redditi fino a 65.000 euro bilanciando l’incoraggiamento allo sviluppo delle Pmi con la garanzia all’equità orizzontale del sistema fiscale e la riduzione al minimo dell’elusione fiscale”, ha detto Saint-Amans, tanto più che Il regime forfettario “contrasta in modo significativo” con la progressività “che si applica ai salariati dove viene applicata un’aliquota fino al 41%”.

    Per alleggerire il peso sui redditi da lavoro dipendente e ridurre il cuneo fiscale, a parere dell’Ocse sarebbe opportuno spostare parte della pressione fiscale verso altre fonti di reddito, che oggi avrebbero una tassazione troppo distorsiva: e prevedere una progressività anche per la tassazione sui capitali. E poi sperare nella web tax. Se si raggiungerà un accordo al prossimo G20 di Venezia, questa tassa potrebbe arrivare a portare in Italia 100 miliardi di euro grazie al fatto che la tassazione avverrebbe nei paesi dove vengono acquistati i beni venduti on line.

  • La Dash economy

    Nel lontano 1977 l’attore teatrale Paolo Ferrari si aggirava per i supermercati ed entrava nelle abitazioni delle casalinghe cercando di convincerle a cambiare il proprio Dash con due fustini. La risposta che trovava però era sempre negativa in virtù della prova “Dash lava più bianco che più bianco non si può” che il detersivo “di marca “sapeva offrire. In questo modo si affermava, forse in modo un po’ semplicistico, il sostanziale principio della prevalenza del parametro della qualità anche se ad un prezzo superiore rispetto a quello della quantità, disponibile ovviamente ad un prezzo inferiore.

    A distanza di 44 anni questo scambio trova finalmente un suo estimatore e quindi viene finalmente accettato dal nuova Ministro della Pubblica Amministrazione invertendo di fatto il principio stesso della prevalenza del parametro delle qualità sulla quantità.

    L’apparato statale, nella sua complessità, ha perso circa 12,5 punti di produttività, 87,5 dal 1999 (base 100 come valore), fino all’inizio della pandemia quando, viceversa, il settore privato lo aveva aumentato al 127. Con l’introduzione dello smart working, inevitabile risposta alla ondata pandemica, si è assistito ad una ulteriore caduta della produttività nella P.A., con picchi anche del -40%, all’interno di alcuni comuni particolarmente congestionati. E’ quindi evidente come il primo problema possa venire individuato nella qualità del servizio prodotto dalla pubblica amministrazione aggiunto alla tempistica e alla sua aderenza alle necessità dell’utenza professionale così come del normale cittadino.

    A fronte di tale situazione ormai insostenibile, specialmente all’interno di un mercato competitivo, il concetto di time-to-market dovrebbe essere assolutamente applicato anche alla pubblica amministrazione invece il neo Ministro della Pubblica Amministrazione preferisce utilizzare il parametro quantitativo rispetto a quello qualitativo e professionale.

    Sembra incredibile, infatti, come nella “rivoluzione” proposta dal neo ministro (così viene definita dallo stesso) nella pubblica amministrazione vengano individuati per il conseguimento dei duplici obiettivi, cioè il ringiovanimento dei funzionari della struttura amministrativa unito ad una lotta concreta alla disoccupazione, avvenga attraverso un percorso singolare.

    Il primo passo (1) viene individuato nell’accompagnare attraverso uno scivolo pensionistico di cinque (5) anni un funzionario verso il raggiungimento dei requisiti pensionistici (con un costo aggiuntivo a carico dello Stato) per scaricarlo infine nei costi della sempre statale INPS.

    All’interno di questa operazione “strategica” la pubblica amministrazione dovrebbe assumere due giovani “ricercatori”, ed ecco chiaro il secondo passo (2), che dovrebbero sostituire il funzionario in uscita: entrambi con uno stipendio pari al 50% del prossimo pensionato. L’imbarazzante sintesi tra il punto 1 e 2 porterebbe ad un aumento della spesa pubblica ma anche ad un progressivo svilimento dell’intera struttura come emerge ai punti A B C.  A) Scivolo di 5 anni da finanziare con risorse pubbliche, B) Aumento della spesa pensionistica, C) Svalutazione dell’incarico amministrativo dei neo assunti determinato attraverso un imbarazzante riduzione retributiva del 50%.

    In questo contesto, ovviamente, la produttività e il riconoscimento delle nuove professionalità all’interno delle stessa pubblica amministrazione subirebbero un ulteriore insopportabile declino.

    Tutto questo sarebbe imputabile non solo alle qualità dei nuovi funzionari, la cui retribuzione indica il valore che viene attribuito alle loro mansioni, ma anche alla dispersione di cinque anni delle capacità dei profili professionali dello stesso funzionario avviato alla pensione.

    A differenza della proposta dell’attore Paolo Ferrari il Ministro della Pubblica Amministrazione non solo accetterebbe lo scambio tra il Dash con i due fustini ma aggiungerebbe un ulteriore onere aggiuntivo. Dopo avere acquistato il fustino Dash questo verrebbe lasciato inutilizzato, a disposizione per poi usare i due fustini acquistati a loro volta: dallo scambio di uno fustino per due si passerebbe all’acquisto dei tre fustini con un onere aggiuntivo per il bilancio dello Stato.

    La sommatoria di questa brillante strategia andrà ancora una volta interamente a carico dello Stato e contemporaneamente risulterà disastrosa sia in termini economici e produttivi che professionali.

    La pubblica amministrazione dovrebbe innanzitutto regolarizzare i propri rapporti professionali con l’esercito di precari che ha relegato ai margini delle politiche del lavoro diventando la prima responsabile del precariato in Italia. Solo successivamente, sanata questa ferita sociale, si potrebbe anche pensare di adottare la Dash Economy tanto cara al nuovo Ministro della Pubblica Amministrazione.

  • Il disprezzo

    La forma più insopportabile di disprezzo viene rappresentata dalla inequivocabile incapacità di leggere e comprendere quali possano essere le reali condizioni attuali del popolo che si intende governare e le sue reali aspettative.

    Dopo un anno dall’inizio della pandemia con oltre 100.000 morti ed a sole poche ore da un ennesimo lockdown totale, che lascerà sul campo altre decine di migliaia di piccole e medie imprese (danni stimati solo per le perdite legate al periodo pasquale oltre 15 miliardi), alle quali si aggiungerà la perdita di ulteriori posti di lavoro, dopo averne cancellati  già  456.000 in un solo anno, il nuovo segretario del Pd ha presentato il suo discorso di insediamento che si è rivelato come la peggiore forma di disprezzo  proponendo, per caratterizzare la propria nuova figura istituzionale di segretario del partito, una serie argomenti e di tematiche che nulla hanno a che fare con questa emergenza che ci ha riportati, dopo un anno, al punto di partenza. Con questi argomenti vengono indicate chiaramente quali strategie politiche potrebbero rappresentare la soluzione di questi problemi emergenziali, quasi la stessa emergenza economico-sanitaria e sociale non risultasse così importante da non rappresentare l’argomento fondamentale delle prossime politiche strategiche del partito stesso, eludendo, invece, e forse anche ignorando la reale drammatica congiuntura economica e sociale del popolo italiano come elementi caratterizzanti.

    Il neo segretario ha proposto come fattori fondamentali del suo programma 1) il voto ai sedicenni e 2) lo ius soli.

    Il voto ai sedicenni (1) rappresenta l’ennesimo tentativo di depotenziare il valore del voto all’interno di un sistema democratico svincolandolo dal conseguimento della maggiore età. Una persona, viceversa, che avesse a cuore le sorti del nostro Paese avrebbe proposto come elemento innovativo l’innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni, rendendo quindi più consapevole l’esercizio stesso del diritto di voto. L’introduzione dello ius soli (2) invece viene giustificata dal neo segretario come la soluzione “all’inverno demografico” che caratterizza il nostro Paese, non tenendo in alcun modo in considerazione come la provincia autonoma di Bolzano sia l’unica in Italia ad avere un tasso demografico positivo grazie ai servizi di supporto alla famiglia favoriti ovviamente dalla disponibilità di risorse legate al regime fiscale autonomo. Il calo demografico è imputabile allora innanzitutto alla mancanza di una politica nazionale la quale dovrebbe offrire in termini di servizi alla famiglia esattamente quanto realizzato nella provincia autonoma di Bolzano.

    A questa manifestazione di assoluta superficialità giustificativa se ne aggiunge un’altra forse ancora più grave. Sembra incredibile come un ex Presidente del Consiglio, un ex ministro ed ora segretario del Partito Democratico non prenda in considerazione l’esodo di oltre 100.000 giovani diplomati e laureati che si recano ogni anno all’estero per trovare un’occupazione ed una retribuzione adeguata. Una dimenticanza o, peggio ancora, una negligenza (non oso pensare sia una sottovalutazione del fenomeno) che risulta insultante nei confronti delle famiglie che hanno sacrificato risorse per il conseguimento dei titoli di studio dei propri figli. Un fenomeno peraltro economicamente insostenibile per la stessa pubblica amministrazione a causa degli investimenti di risorse finanziarie nel sistema scolastico per la formazione degli studenti i cui effetti vanno ad alimentare gli stati e soprattutto l’economia mete di questa emigrazione giovanile italiana.

    Questi due semplici argomenti politici dimostrano il disprezzo del neo segretario nei confronti del popolo italiano: in primis, come segretario di un partito al governo da due decenni, non assumendosi nessuna responsabilità relativa al calo demografico, ancor peggio, però, omettendo ma soprattutto non dimostrando alcuna intenzione di elaborare una  strategia per creare le condizioni finalizzate ad attenuare questa migrazione biblica dei giovani italiani che rappresentano l’ossatura delle future  famiglie.

    Si dimostra così, ancora una volta, l’assoluta mancanza di sensibilità e vicinanza nei confronti del popolo italiano e soprattutto dei suoi giovani.

    Se venisse dedicato anche solo il 10% delle attenzioni che invece vengono interamente dirottate verso tematiche che non vedono al centro i giovani e i cittadini italiani lo stato di crisi demografico del nostro Paese avrebbe un esito decisamente diverso e si avvierebbe verso una primavera demografica.

    La sintesi della centralità, secondo il neo segretario del Pd Letta, di queste due tematiche in questo momento storico rappresenta senza dubbio alcuno la massima forma di disprezzo per il popolo italiano e soprattutto verso chi sta soffrendo da oltre un anno a causa della pandemia le sue ripercussioni economiche e sociali e subendo anche dei lutti familiari.

    Si dimostri un maggiore rispetto per il popolo italiano, ora in estrema difficoltà.

  • Amazon investe ancora su Italia: 900 posti in arrivo

    Amazon rilancia sull’Italia e annuncia l’apertura del primo polo logistico in Lombardia, in provincia di Bergamo. Solo lo scorso 18 gennaio aveva svelato le aperture di Novara e a Spilamberto (Modena) entro l’anno, a cui si affiancherà il centro di Cividate al Piano, a 22 chilometri dalla Città dei Mille e a pochi passi dalla provincia di Brescia. Sul piatto un investimento di 120 milioni di euro e la creazione di 900 posti di lavoro in 3 anni, un incremento di quasi il 10% dei 9.500 dipendenti italiani del Gruppo, che porterà il totale sopra la soglia delle 10mila unità.

    Il centro di Cividate al Piano sarà operativo a partire dal prossimo autunno, con lavoratori assunti a tempo indeterminato a “salari competitivi” sottolinea Amazon, che promette “numerosi benefit sin dal primo giorno”. Le selezioni inizieranno in primavera con inquadramento di 5/o livello del Contratto Nazionale del Trasporto e della Logistica, che prevede un salario di 1.550 euro lordi, tra “i più alti del settore” secondo Amazon. Il cerchio si chiude con la sostenibilità ambientale. L’edifico sarà alimentato con pannelli solari e sistemi ad alto risparmio energetico in linea con il ‘Climate Pledge’ con cui Amazon si è impegnata a raggiungere zero emissioni di Co2 entro il 2040, con 10 anni di anticipo rispetto agli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi.  A Cividate al Piano Amazon adotterà la tecnologia ‘Amazon Robotics’, per sostenere il lavoro dei magazzinieri, che vengono raggiunti dagli scaffali nella loro postazione operativa.

    Dal suo arrivo in Italia nel 2010 il Colosso delle vendite online ha investito oltre 5,8 miliardi di euro. Nel 2020, anno della pandemia, ha assunto 2.600 persone negli oltre 40 siti sparsi in tutto il Paese e ha inaugurato 2 nuovi centri di distribuzione a Castelguglielmo/San Bellino (Rovigo) e Colleferro (Roma), che si aggiungono ai centri e depositi sparsi ormai per tutta la Penisola. Per servire i clienti di Amazon Prime Now e Fresh sono attivi 2 centri di distribuzione urbani a Milano e Roma. Sono stati aperti nel 2013 il Customer Service di Cagliari e gli uffici di Milano, che nel 2017 sono stati trasferiti in un edificio di 17.500 metri quadri nel quartiere di Porta Nuova. L’azienda ha inoltre aperto a Torino un centro di sviluppo per la ricerca sul riconoscimento vocale e la comprensione del linguaggio naturale che supporterà la tecnologia utilizzata per l’assistente vocale Alexa.

  • Contesta il Jobs Act davanti alla Corte Ue, ma il no al reintegro sul lavoro viene confermato

    Il Jobs Act non è discriminatorio e non viola nessuna norma dell’Ue. L’ultima parola sulla riforma del lavoro voluta dal governo Renzi è stata pronuncia dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea, che ha approvato le nuove – e controverse – regole che sostituiscono il reintegro nel posto di lavoro con un indennizzo in caso di licenziamento ingiustificato.

    La Corte Ue si è espressa nella sentenza del caso di KO, licenziato insieme ad altre 350 persone nel 2017 dalla Consulmarketing SpA. I lavoratori licenziati hanno presentato un ricorso al Tribunale di Milano, che, constatata l’illegittimità del licenziamento collettivo, ha disposto la reintegrazione nell’impresa di tutti i lavoratori interessati, ad eccezione di KO. Il giudice ha infatti ritenuto che non potesse beneficiare dello stesso regime di tutela degli altri lavoratori licenziati perché il suo contratto a tempo determinato era stato trasformato in un indeterminato dopo il 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del Jobs Act.

    Per effetto del Jobs Act, spiega la Corte, “vi sono due regimi successivi di tutela dei lavoratori in caso di licenziamento collettivo illegittimo. Da un lato, un lavoratore a tempo indeterminato, il cui contratto è stato stipulato fino al 7 marzo 2015, può rivendicare la sua reintegrazione nell’impresa. D’altro lato, un lavoratore a tempo indeterminato, il cui contratto è stato stipulato a partire da tale data, ha diritto soltanto a un’indennità entro un massimale”. Il Tribunale di Milano, ricordano i giudici, “ha chiesto alla Corte se il diritto dell’Unione osti ad una simile normativa”. E con la sentenza di oggi, “la Corte risponde negativamente a tale questione”. Per i giudici, inoltre, neppure il richiamo alla Carta dei diritti fondamentali (artt. 20 – principio di uguaglianza – e 30 – tutela in caso di licenziamento ingiustificato) è pertinente.

    La Corte rileva, invece, che la questione “deve essere esaminata ai sensi dell’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato, che costituisce un’applicazione del principio di non discriminazione”. l fatto che KO abbia acquisito la qualità di lavoratore a tempo indeterminato “non esclude la possibilità che egli possa avvalersi del principio di non discriminazione sancito dall’accordo quadro”. Infatti, la differenza di trattamento di cui sostiene di essere vittima “risulta dal fatto che egli è stato inizialmente assunto a tempo determinato”.

  • Amazon come un lager? No, scioperano anche lì

    Primo sciopero nazionale di tutti gli addetti degli hub e delle consegne della filiera di Amazon Italia. Lo hanno proclamato unitariamente, per il 22 marzo, Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti, dopo l’interruzione della trattativa con Assoespressi. Questa la miccia che ha innescato la protesta, ma dietro la rabbia dei rappresentanti dei lavoratori, c’è “l’indisponibilità cronica ad un confronto” da parte del colosso dell’e-commerce. Che si difende smentendo le accuse dei sindacati.

    Lo sciopero di 24 ore coinvolgerà i dipendenti diretti dei magazzini e degli hub, cui è applicato il contratto nazionale della logistica, e tutti i lavoratori e le lavoratrici delle aziende di fornitura in appalto di servizi di logistica, movimentazione e distribuzione delle merci della filiera Amazon in Italia. E’ la prima protesta a livello nazionale: finora gli scioperi contro il colosso dell’e-commerce hanno avuto infatti una dimensione locale, con un crescendo di proteste nell’ultimo mese dai magazzini padovani ai corrieri del Piemonte fino alle ditte di consegna di Pisa.

    La trattativa con Assoespressi sulla piattaforma per la contrattazione di secondo livello della filiera Amazon si è interrotta “bruscamente” per “l’indisponibilità dell’associazione datoriale ad affrontare positivamente le tematiche poste dal sindacato”, spiegano i rappresentanti dei lavoratori, dalla verifica dei turni, dei carichi e dei ritmi di lavoro imposti, alla riduzione dell’orario di lavoro dei driver, dalla clausola sociale, alla stabilizzazione dei tempi determinati, fino all’indennità Covid. A questo si aggiunge il comportamento di “inaccettabile latitanza” di Amazon che, sostengono le tre sigle di categorie, “manifesta l’indisponibilità cronica ad un confronto”, “in spregio alle regole e alle tutele previste” dal contratto della logistica e ad un sistema di corrette relazioni sindacali.

    Accuse che il colosso Usa respinge al mittente. “Non è vero quanto dichiarato dal sindacato in merito al mancato confronto – replica Amazon – tanto è vero che si sono svolti due incontri nel mese di gennaio”. Ma poi, fanno però notare i sindacati, da gennaio non c’è stato alcun seguito. La multinazionale si smarca anche riguardo all’incontro con Assoespressi: “Per le consegne ai clienti, Amazon Logistics si avvale di fornitori terzi”, puntualizza, “perciò riteniamo che i corretti interlocutori” siano i fornitori di servizi di consegna e le associazioni di categoria che li rappresentano.

  • Il vero parametro dimenticato: l’occupazione

    La ricorrenza di un anno dall’inizio della pandemia dimostra in modo inequivocabile come questo sia passato inutilmente essendo il nostro Paese ripiombato nelle medesime condizioni del 2020, segno indiscutibile del fallimento complessivo di una compagine governativa e dirigente nazionale.

    Anche la semplice opportunità di organizzare un piano vaccinale adeguato, da allestire ben prima della stessa disponibilità, è andata perduta in considerazione dei risultati ottenuti invece da Stati Uniti, Gran Bretagna e di Israele i quali, dimostrando un pragmatismo salvifico, hanno allestito per tempo le strutture idonee ad una vaccinazione collettiva 24 ore al giorno.

    In Italia si è dato grande risalto invece al contributo creativo di Boeri per la creazione della Primula la quale, assieme ai banchi a rotelle, rappresenta il simbolo di un fallimento culturale, manageriale e programmatico del governo uscente. Un fallimento talmente clamoroso da offrire la possibilità a Mattarella di un intervento ormai improrogabile.

    Con l’arrivo finalmente alla guida del nostro Paese di Mario Draghi si rimane sempre ed ancora in attesa di quel cambio di passo soprattutto come espressione di nuove professionalità le quali invece, attraverso le proprie esternazioni, purtroppo offrono l’impressione di essere state eccessivamente considerate. Non passa giorno, ma potremmo dire ora, in cui non si possa leggere un fiume di roboanti dichiarazioni relative alle opportunità che la disponibilità del risorse finanziarie del Recovey Fund offrirà all’annoso paese, tali da sembrare addirittura illimitate.

    Il responsabile della digitalizzazione, il ministro Colao, afferma come lo sviluppo digitale, che di per sé rappresenta un supporto all’ economia reale, non possa che avere come centralità i giovani i quali addirittura vengono indicati come i datori di lavoro del ministro stesso. Un’affermazione intrisa di una retorica imbarazzante e figlia di un atteggiamento snobistico insopportabile.

    La stessa generale indeterminatezza emerge per la transazione energetica i cui contenuti, ma soprattutto i semplici perimetri, non risultano chiari se non quelli di abbracciare un’ipotetica economia a zero emissioni. Dimenticando come le auto elettriche necessitino di materie prime che vengono estratte da bambini schiavi nel Congo ed attraverso trivellazioni che vanno anche 100 km sotto la crosta terrestre e quindi molto più invasive spesso della stessa estrazione del petrolio.

    Sembra incredibile come in tutte queste dichiarazioni siano omesse le caratteristiche dell’economia reale, della sua articolata espressione come l’individuazione di supporti necessari a sostenerla dopo un anno di apnea economica.

    In questo senso e tornando quindi alla realtà, un primo intervento reale e “privo di retorica” potrebbe essere definito quello di posticipare di 24 mesi i termini di inizio del rientro dei finanziamenti erogati grazie alle garanzie offerte da Cassa Depositi e Prestiti (CDP) anche in considerazione del prolungarsi della pandemia ben oltre le più pessimistiche previsioni. Questa sarebbe la prima opzione da rendere operativa per offrire alle PMI la possibilità di un futuro meno angosciante in rapporto alle scadenze finanziarie e ad un mercato che stenta a riprendersi.

    Emerge tuttavia tristemente chiara la mancanza di una visione economico strategica di sviluppo complessivo e quindi, In altri termini, soprattutto l’adozione di un modello economico di riferimento attraverso il quale si possa determinare la crescita culturale ed economica di un paese di qui ai prossimi 20 anni (18.05.2020 https://www.ilpattosociale.it/attualita/i-trend-di-crescita-del-pil-netto/).

    Da tutte le dichiarazioni, poi, dei ministri emerge evidente come venga omesso in modo incredibile l’effetto fondamentale di questa scelta di un modello economico e di una strategia di sviluppo: cioè la ricaduta occupazionale.

    Proprio in rapporto alla possibilità di ottenere dei finanziamenti europei sarebbe fondamentale indicare la scelta di un modello economico o quantomeno la transazione tra due e contemporaneamente indicare la ricaduta occupazionale in rapporto non solo alla crescita nominale del PIL ma soprattutto alla sua qualità. In questo senso giova ricordare, infatti, come la crescita del sistema industriale italiano rispetto a quello dei servizi e dello stesso turismo assicuri una ricaduta occupazionale sicuramente superiore e di conseguenza da privilegiare con supporti finanziari fiscali e normativi.

    L’evidente omissione degli effetti occupazionali nasce evidentemente anche dalla difficoltà nel quantificarli, di certo omettendolo si evita anche di dichiarare la scelta del modello economico da perseguire il quale evidentemente risulta ancora sconosciuto o incerto.  Le stesse dichiarazioni del ministro Brunetta assumono il valore di un semplice attestato di presenza in quanto si parla di nuovi concorsi digitali per ringiovanire la pubblica amministrazione. Quando dovrebbe, invece, porre fine allo sfruttamento della pubblica amministrazione nei confronti dei lavoratori precari a vita offrendo per chi ha rapporti di collaborazione da oltre 10 anni un contratto di durata pari agli anni di precariato all’interno dei quali successivamente svolgere tutti gli opportuni processi di aggiornamento ed integrazione necessari. La pubblica amministrazione non può rappresentare la prima fonte di precariato in Italia come invece risulta adesso.

    Un obiettivo che dovrebbe essere condiviso anche dalle imprese alle quali dovrebbe essere data la possibilità di trasformare tutti o quantomeno una parte di quei contratti stagionali o interinali non rinnovati durante la pandemia in contratti a tempo prima determinato e successivamente indeterminato.

    A differenza di quanto afferma Bonomi, presidente di Confindustria, che individua in modo abbastanza grossolano nella necessità di licenziare per poi assumere la via della nuova crescita economica. In questo contesto allora anche per le aziende industriali sarebbe opportuno rivedere il piano di rientro di quei finanziamenti garantiti da CDP posticipandolo di 24 mesi. In questo modo si potrebbe cominciare a stabilizzare attraverso questo supporto creditizio e magari fiscale i lavoratori stagionali all’interno di un’economia che sembra dare i primi sintomi di crescita e poi successivamente trasformarli a tempo indeterminato. Un’opportunità che deve partire dalla evidente necessità di ridurre la filiera produttiva e di offrire un supporto fiscale e normativo alla produzione italiana espressione del made in Italy (05.03.2020 https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Una strategia espressione di una ritrovata centralità dell’economia industriale ma che anche potrebbe essere l’emulazione della strategia statunitense del nuovo presidente Biden che tanto piace al mondo progressista.

    Quest’ultimo, infatti, riproponendo la tutela del made in Usa attraverso un protocollo più rigido unito all’invito per la pubblica amministrazione statunitense di utilizzare beni e servizi prodotti negli Stati Uniti dimostra la centralità nel pensiero della nuova amministrazione statunitense della produzione manifatturiera e nella creazione autoctona dei propri servizi.

    Sembra invece che l’alleanza tra una irresponsabile classe politica ed una classe dirigente sindacale ancora convinta di vivere negli anni 70, con il tacito consenso di Confindustria, espressione (molto più a livello di dirigenza che non di associati) di una visione sempre più speculativa che non di programmazione economica, stia portando il nostro Paese verso la perdita della più grandi opportunità per creare le condizioni di una crescita economica stabile la quale possa produrre delle ripercussioni occupazionali ed economiche, quindi inevitabilmente positive anche per i  consumi ed il turismo.

    Tutto quanto esca da questo perimetro delineato anche dall’amministrazione statunitense è espressione retorica di una banale classe politica supportata dalla illusione di risorse finanziarie europee inesauribili. Uno sviluppo economico privo di una contemporanea crescita occupazionale stabile assume le caratteristiche di una semplice crescita speculativa che trae la propria forza dalla compressione di diritti e retribuzioni.

  • Giornata internazionale della donna 2021: la pandemia di COVID-19, una sfida di rilievo per la parità di genere

    In vista della Giornata internazionale della donna, la Commissione ha pubblicato la sua relazione 2021 sulla parità di genere nell’UE, dalla quale emerge l’impatto negativo che la pandemia di COVID-19 ha avuto sulle donne. La pandemia ha esacerbato le disparità esistenti tra donne e uomini in quasi tutti gli ambiti della vita, sia in Europa che nel resto del mondo, segnando un arretramento rispetto alle faticose conquiste del passato. Allo stesso tempo la parità di genere non è mai stata così importante nell’agenda politica dell’UE e la Commissione ha profuso un grande impegno per attuare la strategia per la parità di genere adottata un anno fa. Per meglio monitorare e fare il punto dei progressi compiuti in ciascuno dei 27 Stati membri, la Commissione ha inaugurato un portale per il monitoraggio della strategia per la parità di genere.

    La relazione evidenzia come la pandemia di COVID-19 si sia rivelata una sfida di rilievo per la parità di genere.

    Gli Stati membri hanno registrato un aumento della violenza domestica: ad esempio il numero di segnalazioni di violenza domestica in Francia è aumentato del 32% durante la prima settimana di chiusure, mentre in Lituania è aumentato del 20% nelle prime tre settimane. L’Irlanda ha visto quintuplicare i provvedimenti per violenza domestica e le autorità spagnole hanno riferito un aumento del 18 % delle richieste di intervento durante le prime due settimane di confinamento.

    Le donne sono state in prima linea nella lotta contro la pandemia: il 76% del personale dei servizi sanitari e sociali e l’86% del personale che presta assistenza alle persone è costituito da donne. Con la pandemia le lavoratrici di questi settori hanno subito un aumento senza precedenti del carico di lavoro, dei rischi per la salute e dei problemi relativi alla conciliazione della vita professionale con quella privata.

    Le donne nel mercato del lavoro sono state duramente colpite dalla pandemia: le donne sono sovrarappresentate nei settori che sono maggiormente colpiti dalla crisi (commercio al dettaglio, comparto ricettivo, lavoro di cura e lavoro domestico) in quanto comportano mansioni che non è possibile svolgere a distanza. Le donne hanno inoltre incontrato maggiori difficoltà a reinserirsi nel mercato del lavoro durante la parziale ripresa dell’estate 2020: i tassi di occupazione sono infatti aumentati dell’1,4% per gli uomini, ma solo dello 0,8% per le donne tra il secondo e il terzo trimestre del 2020.

    Le chiusure hanno forti ripercussioni sul lavoro di cura non retribuito e sull’equilibrio tra vita professionale e vita privata: le donne hanno dedicato, in media, 62 ore a settimana alla cura dei figli (rispetto alle 36 ore degli uomini) e 23 ore a settimana ai lavori domestici (gli uomini 15 ore).

    Clamorosa l’assenza delle donne nelle sedi decisionali in materia di COVID-19: uno studio del 2020 ha rilevato che gli uomini sono molto più numerosi delle donne negli organismi creati per rispondere alla pandemia. Delle 115 task force nazionali dedicate alla COVID-19 in 87 paesi, tra cui 17 Stati membri dell’UE, l’85,2% era costituito principalmente da uomini, l’11,4% principalmente da donne e solo il 3,5% era caratterizzato da una parità di genere. A livello politico, è donna solo il 30 % dei ministri della Sanità dell’UE. A capo della task force della Commissione per la crisi COVID-19 siede la Presidente von der Leyen e, degli altri cinque Commissari che la compongono, tre sono donne.

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