lavoro

  • L’inversione valoriale delle importazioni

    Nella elaborazione di qualsiasi strategia di crescita economica è fondamentale la valutazione del  valore aggiunto che ogni settore riesce a produrre al fine di individuare quelli in grado di svilupparne maggiormente. E’ infatti quasi superfluo ricordare come qualsiasi prodotto o servizio sia espressione della sintesi di know how industriali e professionali i quali apportano il proprio valore nelle diverse fasi di realizzazione di un prodotto o di un servizio.

    Da questa semplice valutazione vengono elaborate successivamente le diverse strategie economiche che possono divergere ampiamente in quanto ottenebrate dalle ideologie. I sostenitori, con risultati sempre nefasti, delle varie New Economy prima ed ora della app/sharing/Gig Economy, hanno sempre individuato nel sistema industriale/manifatturiero, specialmente italiano, un settore a basso valore aggiunto. Questi illustri esponenti del “mondo dell’innovazione”, poi, sostengono in particolare come le fiere del tessile-abbigliamento-calzaturiero ed arredamento fossero destinate all’estinzione considerando impossibile contrastare la concorrenza dei paesi a basso costo di manodopera. Viceversa i soli settori ad alta tecnologia venivano individuati come gli unici che avrebbero potuto sostenere la crescita economica in quanto espressione di filiere ad “alto valore aggiunto”.

    Leonardo (ex Finmeccanica), infatti, è riuscito in una settimana a trovare l’accordo per mandare in prepensionamento (quindi personale che ancora non aveva maturato i requisiti minimi per la pensione) oltre 1200 dipendenti i cui costi ricadono come sempre sulla collettività (https://www.ilpattosociale.it/2018/04/18/leonardo-doppia-innovazione/). Quindi si utilizzano sempre vecchi strumenti di sostegno ad un settore innovativo!

    Alla Old Economy, come veniva in modo sprezzante indicata il settore industriale, veniva contrapposta anche il settore del turismo e quello “culturale”, entrambi espressione del semplice valore del patrimonio storico italiano come veicoli di formazione e distribuzione di valore aggiunto e non espressione di vere filiere moltiplicatrici del valore. Logica conseguenza di questi superficiali ragionamenti l’inevitabile estinzione delle filiere dei settori manifatturieri e, di conseguenza, l’importazione di questi prodotti “a minimo valore aggiunto” dai paesi a basso costo di manodopera.

    Sarebbe interessante capire allora come venga valutata oggi l’importazione di medici da parte del sistema sanitario regionale Veneto ed in prospettiva italiano. Nello specifico il ricorso all’importazione di  risorse umane, espressione di un prodotto /servizio (quale un medico rappresenta), sintesi di una complessa filiera culturale e formativa. 

    In altre parole il corto circuito strategico economico e culturale creato dalla nostra classe politica dirigente ed accademica, assolutamente fallimentare, ha portato il nostro paese a diventare persino importatore di servizi e professionalità accademiche (ovviamente con contratti di collaborazione a partita Iva) da quei paesi a basso costo di manodopera dove viceversa invitavano i “dotti” a delocalizzare le nostre produzioni industriali.

    Nessuno all’interno del mondo accademico è risultato in grado di analizzare la curva demografica e quindi di  prevedere una volta che i baby boomers fossero arrivati al pensionamento la necessità di nuovi medici per integrarne l’uscita. Un mondo accademico che oltre alla incapacità di valutare queste problematiche che si sarebbero manifestate nel medio lungo termine ha persino introdotto il numero chiuso invece di richiedere maggiori investimenti da parte della classe politica la quale era distratta da problematiche diverse dal finanziare strategie che non avessero un impatto elettorale immediato.

    In più l’università dimostra di venire gestita (al di là di splendide eccezioni) come se rappresentasse un mondo a parte, completamente distonico rispetto alle esigenze del mercato e delle evoluzioni dello stesso Stato italiano.

    Questo corto circuito culturale strategico risulta altresì comico (sempre seguendo i  parametri che hanno guidato la politica economica degli ultimi trent’anni) in quanto siamo arrivati alla paradossale situazione nella quale esportiamo produzione “a basso valore aggiunto” e viceversa importiamo prodotti e servizi complessi cioè sintesi di culture ed apporti professionali e formativi e know how come i medici quindi “ad alto valore aggiunto”. Una vera e propria inversione valoriale delle importazioni, con il ridicolo risultato di avere un “saldo culturale e commerciale negativo ed insostenibile” per il nostro Paese.

    Questo collasso rappresenta un fallimento culturale unico nel suo genere al mondo.

  • Irish unemployment at 11-year low

    According to Ireland’s national statistical service (CSO), the country’s unemployment rate fell to an 11-year low of 5.4% in March, with youth unemployment standing at 13,4%, numbers that are significantly lower than the Eurozone average of 7.8%.

    Unemployment has dropped dramatically in Ireland since 2012 when the country was immersed in a financial crisis and the jobless rate stood at 16%.

    The Irish economy continued to expand in 10 of its 14 main economic sectors in the fourth quarter of 2018, with services and construction driving the economy. Ireland is also attracting EU migration, particularly in the technology sector, but also in civil engineering and health services.

    The Irish economy continues to grow robustly, despite Brexit uncertainty and the deceleration of growth in Italy, Germany, and France. Tax revenue continues to surpass projections, with a 7.1% increase in the first quarter compared to last year.

    Thus far, corporation tax is double of what was projected for the 2019 budget while the budget deficit is also on a downward trajectory, despite a surge in Irish contributions to the EU budget.

     

  • Cina: una minaccia o una opportunità?

    Giovedì 4 aprile, alle ore 18,30, a Palazzo delle Stelline a Milano (C.so Magenta, 61) verrà presentato il libro di Antonio Selvatici La Cina e la nuova Via della Seta: progetto per una nuova invasione globale nell’ambito del convegno ‘La proiezione italiana nel commercio internazionale: la minaccia cinese e le nuove opportunità’ organizzato dall’eurodeputato Stefano Maullu. All’evento parteciperanno Mauro Mamoli, Presidente Federmobili, Gian Micalessin de Il Giornale, Andrea Vento, Vento&Associati, Scipione M. Maggi, Italia Atlantica, il giornalista Paolo Panerai e il deputato Marco Osnato. Moderatore Fabrizio Zucca, Strategia e Sviluppo Consultants.

  • Settore turismo: sempre meno personale specializzato

    Il settore turistico in Italia sta vivendo un momento florido ma di grande cambiamento ed evoluzione. Sappiamo quanto il Bel Paese sia una delle mete preferite dai turisti di tutto il mondo, ma questo non basta più per sostenere una economia che sfrutti a pieno le potenzialità dei nostri territori.

    In questi giorni Riccione ospita “Working in Tourism”, la prima borsa del turismo delle professioni turistiche organizzata da Confesercenti, Assohotel e Cescot Lavoro, per rispondere alle esigenze di richiesta di personale delle imprese della riviera romagnola. Il problema di questi anni è diventato la ricerca di personale qualificato da inserire nelle strutture. L’iniziativa ha visto nascere anche l’implementazione del portale di ricerca lavoro https://www.cescotlavoro.it/ con l’apposita sezione dedicata al turismo, dove le imprese possono trovare il personale che occorre loro per le proprie attività e le persone possono inviare i loro curriculum per essere inseriti nella banca dati e ricevere le proposte di lavoro.

    “Questo evento – afferma Marco Pasi, Direttore di Confesercenti Emilia Romagna – rappresenta una risposta concreta alle oggettive difficoltà che le imprese turistiche della nostra riviera incontrano nel reperire la forza lavoro necessaria”.

    “Con questo appuntamento – spiega il presidente di Confesercenti Rimini, Fabrizio Vagnini – Cescot ogni anno organizza numerosi corsi per formare e avviare il personale alle professioni del turismo. Con la proposta di questi 200 posti di lavoro, per lo più offerti da bagnini, albergatori e ristoratori, chiudiamo il cerchio facilitando l’incontro tra chi offre impiego e chi lo cerca. Per quanto riguarda i corsi abbiamo registrato una flessione nel numero delle iscrizioni, stiamo valutando le cause, al momento notiamo che è coincisa con l’introduzione del reddito di cittadinanza”.

    La realtà è che molte imprese turistiche della costa romagnola pensano che avranno difficoltà nel reperire il personale necessario ad affrontare la prossima stagione estiva. È quanto emerge dall’indagine condotta da Confesercenti e Assohotel Emilia Romagna fra le imprese alberghiere associate, presentata in questa occasione. Dall’indagine emerge come ben l’83% degli intervistati preveda di incontrare difficoltà a trovare personale. Una situazione che si era già presentata durante la stagione 2018 e che per il 48% delle imprese si ripeterà nella stessa misura anche nel 2019, mentre per un altro 48% la previsione è che queste difficoltà aumentino. Le difficoltà maggiori, nella ricerca del personale, riguardano la mancanza di competenze adeguate per il lavoro che si dovrà svolgere (66% dei casi); la poca disponibilità ad affrontare orari di lavoro ‘atipici’ (come il lavorare nei week-end o nelle giornate festive – 52% dei casi); trovare persone motivate e interessate alla tipologia di lavoro offerto (48% dei casi); la poca esperienza (30% dei casi) o la poca disponibilità a svolgere le mansioni più semplici (27% dei casi). Le mansioni in cui le difficoltà a reperire personale sono maggiori, sono quelle dell’addetto alla sala e al bar (66%), alla cucina (55%), ai piani (26%) ma anche alla spiaggia per quanto riguarda gli stabilimenti balneari (21%).

    Lo strumento di ricerca e selezione del personale rimane ancora legato a quello classico del passaparola da fonte di colleghi o parenti (87%), seguito da annunci e inserzioni sugli strumenti di comunicazione tradizionale (49%) e dalle associazioni di categoria e dei loro centri di formazione (34%). Un ruolo importante, tuttavia, lo giocano anche le autocandidature (32%) anche se quest’anno questo si dimostra un canale un po’ più ‘fiacco’ rispetto al passato.

    La difficoltà nel reperire personale qualificato si rivela, comunque, un ostacolo serio allo sviluppo delle aziende (denunciato nel 26,4% delle imprese intervistate) anche se ha un peso di gran lunga inferiore al costo del lavoro troppo elevato (58,5%), dei costi di gestione troppo alti (54,7%), della troppa burocrazia (30,2%).

  • Non basta lamentarsi del lavoro che manca, occorre saper trovare motivazioni per fare il lavoro che c’è

    Scoprire che il lavoro che si desiderava fare non era come si pensava che fosse è probabilmente una delle esperienze più comuni al mondo, ma ora l’antropologo americano David Graeber, col libro “Bullshit Jobs” (Garzanti, p. 400, 19 euro), ha inquadrato il problema secondo coordinate più propriamente scientifiche per identificare caratteristiche e portata del fenomeno. Premesso che la sensazione di svolgere un lavoro inutile, nel senso di privo di significato socialmente apprezzabile, tocca persone che svolgono le professioni più disparate (dai consulenti per le risorse umane, coordinatori della comunicazione, avvocati societari, addetti alle pubbliche relazioni, fino a “quel tipo di gente (ben rappresentato in ambito accademico) che trascorre il tempo a costituire assurde commissioni per discutere il problema delle commissioni inutili”) Graeber identifica due caratteristiche precise del lavoro che non dà soddisfazione a chi lo scolge. In primo luogo è un lavoro la cui scomparsa non provocherebbe gravi danni alla comunità (per quanto ben remunerato quel lavoro possa essere). In secondo luogo è un’occupazione della cui inutilità è consapevole chi ne è incaricato, chi vi dedica (almeno) 8 ore al giorno (almeno) 5 giorni alla settimana, anche se, comprensibilmente, evita di affermarlo in maniera esplicita, salvo magari ammetterlo in privato (situazione schizofrenica che genera in chi la vive frustrazione, rabbia, risentimento).

    Oltre a insegnare antropologia alla London School of Economics, Graeber è stato uno degli attivisti del movimento Occupy Wall Street e sebbene la sua analisi si concluda con alcuni suggerimenti sul modo per superare il senso di inutilità del proprio lavoro, tali suggerimenti risultano tanto meno convincenti quanto più ci si sente distanti dall’universo valoriale dello stesso Graeber. Cionondimeno, in un Paese in cui il reddito di cittadinanza appare un’opzione plausibile come alternativa (in teoria provvisoria) all’assenza di reddito da lavoro, scoprire l’importanza del lavoro, delle motivazioni a svolgerlo e degli ostacoli per non lasciarsi demoralizzare nello svolgere il proprio lavoro può costituire uno stimolo per non rassegnarsi e non cercare scorciatoie la cui sostenibilità è tutta da dimostrare.

  • Amazon e i lavoratori ancora ai ferri corti

    Amazon fa nuovamente discutere di sé. Per martedì 26 febbraio Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti hanno indetto uno sciopero tra i conducenti dei veicoli che assicurano le consegne per conto del colosso mondiale dell’e-commerce in Lombardia, territorio che vale ben il 60% del mercato italiano.

    I 700 addetti alle consegne in appalto per Amazon in Lombardia hanno incrociato le braccia per protestare contro i carichi e le condizioni di lavoro. Al centro della contestazione infatti ci sono i “ritmi di lavoro estenuanti, un sovraccarico che mette a rischio la sicurezza dei lavoratori e la qualità del servizio”. È proprio in questo ambito che è maturata la protesta. “Torniamo a scioperare nella filiera Amazon – spiega una nota di Filt Cgil, Fit Cisl e Uil Trasporti – per denunciare i carichi di lavoro cui sono sottoposti i driver che tutti i giorni consegnano i pacchi nelle case dei consumatori digitali. Le aziende in appalto per accaparrarsi qualche rotta in più spremono i dipendenti”.

    C’è poi anche il tema “picchi” con dipendenti triplicati durante il periodo di novembre-dicembre, ma poi lasciati a casa.

    Infine il tema stipendi, un accordo di filiera che i sindacati ritengono non rispettato anche nella parte di “timbratrici” per normare i tempi di lavoro. Da qui la richiesta ad Amazon di intervenire. Ma intanto è scattata la protesta. Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ha portato la solidarietà ai lavoratori in piazza, chiedendo “l’apertura di un tavolo”. “Questi lavoratori – ha spiegato – chiedono di applicare un accordo che prevede la timbratura e condizioni di lavoro meno pesanti e Amazon dovrebbe assumersi la responsabilità di far sì che le condizioni di chi lavora riguardino anche lei e, se non ha niente da nascondere, apra una trattativa”.

    Gli hanno fatto eco Annamaria Furlan (Cisl) e Carmelo Barbagallo (Uil). Furlan ha chiesto di far rispettare i contratti e tutelare la dignità di tutti i lavoratori della gig economy, dicendo no ad ogni forma di sfruttamento, a carichi di lavoro eccessivi, a mancata sicurezza. Per Barbagallo invece “non è accettabile che il sistema dell’impresa 4.0 si trasformi in una sorta di caporalato 4.0”.

    Nella sua replica Amazon tiene innanzitutto a precisare che “Amazon richiede che tutti i fornitori dei servizi di consegna rispettino le leggi vigenti e il Codice di Condotta dei Fornitori di Amazon, che prevede salari equi, orari di lavoro e compensi adeguati: effettuiamo verifiche regolari e conduciamo indagini su qualsiasi segnalazione di non conformità”.

    Quanto ai carichi e ritmi di lavoro “il numero di pacchi da consegnare è assegnato ai fornitori di servizi di consegna in maniera appropriata e si basa sulla densità dell’area in cui devono essere effettuate le consegne, sulle ore di lavoro, sulla distanza che devono percorrere. Amazon assegna le rotte ai fornitori di servizi di consegna che poi le assegnano ai loro autisti sulla base della loro disponibilità”.

    In merito invece al non rispetto degli orari di lavoro l’azienda fa sapere: “Non è assolutamente vero. Circa il 90% degli autisti termina la propria giornata di lavoro prima delle 9 ore previste. Nel caso in cui venga richiesto straordinario, viene pagato il 30% in più come previsto dal contratto nazionale Trasporti e Logistica”.

     

  • Nel 2018 più lavoratori che 10 anni prima, ma si lavora per meno ore

    Nella media del 2018 il numero di occupati supera il livello del 2008 di circa 125 mila unità, ciò che ha consentito all’Italia di recuperare i livelli pre-crisi. Ma nei primi 3 trimestri del 2018, rispetto a dieci anni fa si è lavorato per circa 1,8 milioni di ore in meno, pari a oltre un milione di posti full time (unità di lavoro a tempo pieno). Il rapporto ‘Il mercato del lavoro’, elaborato da ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal evidenzia quindi una ripresa a “bassa intensità lavorativa”: più occupati ma per meno ore. “Nella stima preliminare del quarto trimestre 2018 torna a crescere lievemente l’occupazione permanente (+0,1%), dopo la caduta del terzo” ma è “il tempo determinato (+0,1%)” a toccare “il valore massimo di oltre 3,1 milioni di occupati”. In dieci anni, tra il 2008 e il 2018, i dipendenti con contratto a tempo sono aumentati di 735 mila unità. Un aumento concentrato soprattutto “nei dipendenti con rapporti a termine di durata fino a un massimo di sei mesi (+613mila)”.

    “La mancanza di opportunità lavorative adeguate può comportare la decisione di migrare all’estero, fenomeno in crescita negli ultimi anni: da 40 mila del 2008 a quasi 115 mila persone nel 2017″. Quindi in meno di dieci anni le fughe sono quasi triplicate. E’ quanto si legge nel rapporto ‘Il mercato del lavoro 2018′, frutto della collaborazione tra ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal.”L’aumento della quota di occupazione meno qualificata, accompagnata dalla marcata segmentazione etnica del mercato del lavoro italiano, ha favorito la presenza di lavoratori immigrati più disposti ad accettare lavori disagiati e a bassa specializzazione”. E’ quanto riporta il volume ‘Il mercato del lavoro 2018’, frutto della collaborazione tra ministero del Lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal. Tra il 2008 e il 2018 “gli stranieri sono passati dal 7,1% al 10,6% degli occupati”. Nei servizi alle famiglie “su 100 occupati 70 sono stranieri”.

    Nel 2017 circa un milione di occupati ha lavorato meno ore di quelle per cui sarebbe stato disponibile, mentre la schiera dei sovraistruiti ammonta a quasi 5,7 milioni: quasi un occupato su 4. Così il rapporto ‘Il mercato del lavoro’ (ministero del Lavoro-Istat-Inps-Inail-Anpal). E, viene sottolineato, negli anni il fenomeno risulta “in continua crescita, sia in virtù di una domanda di lavoro non adeguata al generale innalzamento del livello di istruzione sia per la mancata corrispondenza tra le competenze specialistiche richieste e quelle possedute”.

  • Il lavoro? Rifare la rete idrica, il sistema trasporti, abbattere la burocrazia ma il governo è sordo

    Mentre tra leader italiani ed europei è sempre più in voga il gioco di vedere a chi fa pipì più lontano per capire chi c’è l’ha più lungo o più duro nessuno sembra occuparsi e risolvere almeno alcuni dei tanti problemi che ci affliggono, cominciando dall’obsolescenza delle nostre tubature per l’acqua potabile a causa della quale un bene, più prezioso del petrolio, è sprecato e perduto per sempre. L’Italia ha il record europeo per lo spreco di acqua perduta a causa dell’inefficienza del sistema idrico, il nostro spreco è di circa il 38%, in Sicilia vi sono ancora decine di migliaia di cittadini con l’acqua potabile razionata e solo a Roma si perde più del 40%! Rimettere in funzione la nostra rete idrica non solo farebbe risparmiare un bene prezioso e non rinnovabile, specie in un’epoca che con l’aumento delle temperature fa prevedere una sempre più forte esigenza di acqua, ma rimetterebbe in moto diverse attività lavorative, dagli ingegneri alle maestranze, da coloro che producono le tubazioni all’edilizia.

    Mentre ci si accapiglia a vuoto sulla Tav cresce l’assordante silenzio di governo e regioni sulla inadeguatezza delle strutture e dei collegamenti per i pendolari che viaggiano in condizioni quasi sempre disastrose, basti pensare alla rete Piacenza-Milano, Piacenza-Voghera ed alla mancanza di collegamenti diretti dalla Lombardia alla Liguria, nonostante il crollo del ponte avrebbe dovuto far pensare all’avveniristico ministro Toninelli all’urgenza di collegamenti sia per chi lavora che per i turisti. La Liguria infatti rischia sempre più di essere tagliata fuori anche dopo i recenti disastri ambientali subiti dai suoi  porti turistici. E abbiamo citato alcune linee del nord, per non parlare del fatto che l’Italia, annoverata tra le potenze industriali mondiali, ha una delle sue più importanti regioni, la Sicilia, quasi priva di collegamenti decenti sia stradali che ferroviari. Quante opportunità di lavoro, di investimento se il governo pensasse a tutti coloro che, per colpa di un sistema di trasporti antiquato ed inefficiente, non riescono normalmente a raggiungere il posto di lavoro e a quanti posti di lavoro ci sarebbero se ciò che è obsoleto fosse rinnovato?

    In ottobre il Corriere della Sera riportava che per avviare un’attività, un’impresa in Italia sono obbligatori 65 passaggi in 26 diversi sportelli, con 39 file tra reali e virtuali, secondo una ricerca dell’osservatorio CNA (Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa) che misura il peso della burocrazia sulla nascita di un’impresa, anche la più piccola, come bar, gelateria, parrucchiere. La burocrazia, oltre l’eccessiva tassazione, sta strozzando chi è in attività e scoraggiando coloro che vorrebbero iniziare. Siamo quasi a un anno di governo, abbiamo sentito insistenti pronunciamenti sulla lotta alla povertà ma sembra che nessuno abbia ancora capito che per sconfiggere la povertà e l’umiliazione occorre creare lavoro non con incentivi tampone ma con opere pubbliche necessarie ed urgenti e con l’abbattimento di quella inutile e farraginosa burocrazia che gli altri paesi europei hanno tagliato e snellito da anni. Non si chiede al governo di inventare ma di informarsi e studiare i metodi che in altre nazioni portano sviluppo e lavoro.

  • Siamo terremotati, non accettiamo di diventare mantenuti

    I terremotati d’Abruzzo, Lazio e Marche sono ancora, nella maggioranza, senza casa; chi ha avuto le casette di legno, pochissime nonostante le promesse, vede la muffa dilagare, gran parte delle macerie non è stata rimossa e la ricostruzione è di la da venire…

    Nel frattempo altre calamità si sono abbattute sul nostro Paese, a Genova ancora attendono risposte e il nuovo sisma in Sicilia ripropone problemi antichi insieme ai nuovi. Anche per le calamita minori non vi è stata risposta, nel piacentino si attendono gli indennizzi per l’alluvione del 2015, sono passati più di milleduecento giorni. 

    Quanti cantieri il governo avrebbe potuto aprire, quante persone avrebbero trovato lavoro, quante altre avrebbero potuto tornare ad una vita normale se invece di trastullarsi con Twitter e selfie ,con proclami disattesi, con minacce all’Europa il premier e soprattutto i vicepremier avessero dedicato tutta la loro attenzione a questi problemi?

    Governare non è impegnarsi per procacciare voti al proprio partito ma agire  con sollecitudine nell’interesse dell’intero Paese e prima di tutto di coloro che hanno subito vere e proprie tragedie che hanno stravolto, forse per sempre, la loro vita. Il Papa ha giustamente ricordato che è meglio essere laici e fare ogni giorno il bene del prossimo con empatia ed umiltà che andare ogni giorno in chiesa e poi ignorare i bisogni di chi ci sta intorno. Inutile annunciare una lotta alla povertà  quando non si è in grado neppure di provvedere ai più elementari bisogni di chi ha perduto tutto per terremoti, alluvioni o catastrofi dovute all’incuria di chi doveva vigilare. Incuria di chi governa il Paese, le regioni, di chi ha la gestione delle opere pubbliche e del territorio, di chi dovrebbe stare negli uffici a leggere i dossier per poi intervenire di conseguenza e invece si dedica a piccoli comizi spot a beneficio solo della sua parte politica. 

    Mettiamoci il cuore in pace fino alle elezioni europee gli unici provvedimenti che vedremo sono quelli che serviranno ad avere titoli sui giornali e poi ricomincerà una nuova lunga campagna elettorale mentre il Paese rimarrà privo di un programma. Come abbiamo scritto su Il Patto Sociale e come ha riportato il Corriere della Sera il 4 gennaio la priorità per gli italiani è il lavoro, lavorare per mantenersi senza caritatevoli e pelosi redditi di cittadinanza, lavorare per avere dignità e valore, peso verso chi ci governa, lavorare per crescere insieme al nostro Paese, patria, nazione, comunità di persone. Lavorare per non sentirsi sudditi ma cittadini. E se quanto capiscono in tanti non lo capisce il governo nasce il sospetto che ci sia una volontà specifica dietro l’apparente incapacità di fare le cose più semplici per far ripartire il lavoro e cioè proprio la volontà di volerci trasformare in sudditi e postulanti.

  • Lavori il governo perché lavorino gli italiani

    La maggior parte degli italiani lo dice chiaramente: il problema principale è il lavoro, senza lavoro le persone diventano ogni giorno più povere e disperate. Agli italiani, più saggi di chi li ha governati e governa, in questo momento non interessa la quota 100, il reddito di cittadinanza, l’ipotetica diminuzione dei parlamentari o la decurtazione della loro indennità, e anche il problema dell’immigrazione, importante nel quadro generale, non è tra le  emergenze. Il lavoro è l’emergenza da troppo tempo e per far ripartire il lavoro le strade rimangono sempre le stesse come, non solo noi, si è detto più volte: diminuire le tasse, snellire la burocrazia, riordinare le leggi in modo comprensibile eliminando quelle inutili, far ripartire subito i cantieri delle opere pubbliche, rendere giustizia alle decine di migliaia di cittadini che, come prestatori d’opera occasionali, sono pagati dopo tre mesi o spesso non pagati, colpire la corruzione, l’evasione, la contraffazione. Ritornare ad essere credibili sul piano internazionale consentirà di attirare maggiore interesse verso la nostra realtà sfaccettata, dalla produzione industriale a quella agricola, dall’artigianato al turismo.

    Il lavoro passa anche da una maggiore e migliore capacita di accoglienza di coloro che in Italia vengono per lavoro o per turismo, dalla capacità di difendere i nostri prodotti senza grida proterve ma con una migliore presenza, una presenza culturalmente e tecnicamente preparata, nelle sedi europee ed internazionali. In buona sintesi nulla di quanto sta facendo questo governo che gode ancora della mancanza di una seria alternanza politica e che, forte di questo, si trastulla con boutade che nulla hanno a che vedere con un programma politico anche a breve termine.

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