lavoro

  • Ancora troppo pochi i giovani che capiscono di doversi dare all’agricoltura

    Cibo buono, pulito e giusto, e da  non sprecare. La prima edizione in presenza di Terra Madre Salone del Gusto dopo il Covid sciorina una serie di eccellenze agroalimentari che finora hanno resistito ai cambiamenti  climatici e all’aumento dei costi dell’energia, ai conflitti e a tante altre difficoltà. Ma dalla manifestazione internazionale organizzata da Slow Food, con la Regione Piemonte e la Città di Torino, rimbomba anche l’accorato appello a una “rigenerazione” che parte dal cambiamento del sistema alimentare. Perché – come sottolinea Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food e della rete mondiale delle comunità del cibo riconosciuta con il nome di  Terra Madre – “il primo passo è proprio cambiare un sistema che  già oggi produce cibo per 12 miliardi di persone, quando siamo  7,8 miliardi,  e ne butta via il 32%”. Ed è proprio ‘Food  regeneration” il titolo di questa edizione di Terra Madre, allestita alla periferia di Torino, nel Parco Dora rinato dopo  la fine dell’attività di un’acciaieria. Circa 20mila i  passaggi di visitatori stimati nella prima giornata.

    Alla manifestazione ampio spazio ai giovani con la rete dello Slow Food Youth Network di cui fanno parte studenti, agricoltori, allevatori, e gli allievi  dell’Università di  Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Cuneo). Al tema del ricambio  generazionale in agricoltura è stata dedicata un’analisi di Ismea, illustrata proprio a Terra Madre. Le aziende giovani  crescono, ma a un ritmo troppo lento, +0,4% negli ultimi 5 anni, quando c’è stato un saldo attivo di 16 aziende al giorno  tra le nuove realtà e le imprese che hanno cessato l’attività. A  fine 2021 – come riportano i dati del Censimento di Istat – le imprese agricole under35 erano, in tutto il Paese 56.172. A frenare l’accelerazione del ricambio è la finora inarrestabile fuga dei giovani dalle aree rurali, quasi dimezzata – secondo i dati Ismea – negli ultimi 10 anni. Tra i motivi dell’abbandono pesa il divario tecnologico rispetto ai grandi centri urbani.

    “Il coinvolgimento dei giovani nel settore agricolo è un obiettivo della politica agricola comune europea e una sfida per l’Italia – ha evidenziato Fabio Del Bravo, responsabile della Direzione Servizi per lo sviluppo rurale dell’Ismea – Una loro maggiore presenza di giovani è necessaria per accelerare e concretizzare il rinnovamento di cui necessita il settore agricolo per essere più competitivo, sia rispetto alle altre agricolture europee sia rispetto agli altri settori economici riducendo il divario di redditività che lo contraddistingue, sia, infine, per essere in grado di affrontare le sfide ambientali e assicurare il contributo all’adattamento e alla mitigazione dei cambiamenti climatici”.

    L’analisi Ismea rivela che le aziende agricole dei giovani sono guidate da imprenditori con maggiore formazione: 49,7% dei capi azienda ha un diploma di scuola superiore e il 19,4% una laurea; le aziende sono più grandi: 18,3 ettari di Sau, superficie agricola utilizzata per azienda contro 10,7), più orientate al mercato e il loro livello di digitalizzazione è il doppio dell’agricoltura nel complesso, così come più elevata risulta la propensione all’innovazione.

  • La Commissione approva un regime italiano da 96 milioni di € a sostegno delle imprese in Lombardia

    La Commissione europea ha approvato un regime italiano da 96 milioni di € a sostegno delle imprese della regione Lombardia nel contesto dell’invasione russa dell’Ucraina. Il regime è stato approvato nell’ambito del quadro temporaneo di crisi per gli aiuti di Stato, adottato dalla Commissione il 23 marzo 2022 e modificato il 20 luglio 2022.

    La misura sarà accessibile a tutte le imprese attive in Lombardia, indipendentemente dalle loro dimensioni e dall’attività svolta. Sono tuttavia esclusi gli enti creditizi e gli istituti finanziari, nonché le imprese attive nei settori dell’agricoltura primaria e della pesca. Questo provvedimento fa seguito ad altri regimi italiani a sostegno dei settori dell’agricoltura, della silvicoltura, della pesca e dell’acquacoltura, come quello approvato dalla Commissione il 18 maggio 2022 (SA.102896).

    Il regime mira a garantire che le imprese colpite dall’attuale crisi geopolitica e dalle conseguenti sanzioni e controsanzioni continuino a disporre di liquidità sufficiente, in modo da poter proseguire l’attività economica in questo difficile contesto. Nell’ambito del regime, i beneficiari ammissibili avranno diritto a ricevere aiuti di importo limitato sotto forma di sovvenzioni dirette, garanzie e prestiti.

    La Commissione ha constatato che il regime è in linea con le condizioni stabilite nel quadro temporaneo di crisi. In particolare, l’aiuto i) non supererà i 500 000 € per impresa; e ii) sarà concesso entro il 31 dicembre 2022.

    La Commissione ha concluso che il regime italiano è necessario, adeguato e proporzionato per porre rimedio al grave turbamento dell’economia di uno Stato membro, in linea con l’articolo 107, paragrafo 3, lettera b), TFUE e con le condizioni stabilite nel quadro temporaneo di crisi. Su queste basi la Commissione ha approvato la misura di aiuto in conformità delle norme dell’Unione sugli aiuti di Stato.

    Fonte: Commissione europea

  • Misure di difesa commerciale dell’UE: oltre 460.000 i posti di lavoro tutelati in Europa

    La Commissione europea ha pubblicato la sua relazione annuale sulle attività di difesa commerciale dell’UE nel 2021, nella quale si conclude che le misure commerciali dell’UE hanno direttamente tutelato 462.000 posti di lavoro nell’Unione nel 2021 in settori produttivi chiave dell’UE quali l’alluminio, l’acciaio, la ceramica e le tecnologie verdi. Ciò dimostra l’efficacia delle misure adottate dall’UE nel difendere i produttori dell’UE dalle pratiche commerciali sleali a livello internazionale.

    Combattendo le importazioni sleali di prodotti fondamentali per le energie rinnovabili o le catene del valore digitali, come i componenti per torri eoliche o le fibre ottiche, le misure commerciali dell’UE incoraggiano gli investimenti nei processi di fabbricazione moderna e nelle attività di ricerca e sviluppo, due componenti fondamentali affinché in tali settori in Europa possano essere mantenuti gli approvvigionamenti, la crescita, le entrate e la stabilità occupazionale. Dette misure sostengono anche il Green Deal europeo e l’agenda digitale europea.

    La relazione annuale 2021 indica che la Commissione ha intensificato le attività di monitoraggio per individuare e sanzionare gli operatori economici che si sottraggono ai dazi, in particolare attraverso l’elusione. La Commissione è intervenuta con decisione, adottando misure antielusione o antiassorbimento, nei casi in cui sono state riscontrate tali pratiche nel corso del 2021.

    La Commissione ha inoltre migliorato l’assistenza prestata agli esportatori dell’UE nell’affrontare le misure di difesa commerciale ingiustificate o inique imposte loro da paesi terzi.

    La Commissione ha altresì attuato le restanti raccomandazioni formulate dalla Corte dei conti europea nel 2020, in particolare per quanto riguarda le attività di comunicazione e di sensibilizzazione dei portatori di interessi (soprattutto le PMI) sullo scopo e sull’utilizzo degli strumenti di difesa commerciale.

    Alla fine del 2021 erano in vigore nell’UE 163 misure definitive di difesa commerciale; si trattava, nella maggior parte dei casi, di misure antidumping. Nel 2021 la Commissione ha avviato 14 nuove inchieste: 11 inchieste antidumping e 3 inchieste antisovvenzioni.

    Il documento di lavoro dei servizi della Commissione che accompagna la relazione annuale elenca le attività di difesa commerciale della Commissione del 2021, presentando una selezione di casi e interessanti sentenze giudiziarie in materia di difesa commerciale e fornendo approfondimenti su diversi casi di paesi terzi monitorati nel corso dell’anno dalla Commissione.

    Fonte: Commissione europea

  • La Commissione propone di bandire dal mercato dell’UE i prodotti ottenuti con il lavoro forzato

    La Commissione ha proposto di vietare i prodotti ottenuti con il lavoro forzato sul mercato dell’UE. La proposta riguarda tutti i prodotti, siano essi prodotti fabbricati nell’UE destinati al consumo interno e alle esportazioni o beni importati, senza concentrarsi su società o industrie specifiche. Questo approccio globale è importante perché, secondo le stime, 27,6 milioni di persone sono vittime del lavoro forzato, in molte industrie e in tutti i continenti. La maggior parte del lavoro forzato avviene nel settore privato, mentre in alcuni casi è imputabile agli Stati. La proposta si basa su definizioni e norme concordate a livello internazionale e sottolinea l’importanza di una stretta cooperazione con i partner globali. A seguito di un’indagine, le autorità nazionali avranno la facoltà di ritirare dal mercato dell’UE i prodotti ottenuti con il lavoro forzato. Le autorità doganali dell’UE individueranno e bloccheranno alle frontiere dell’UE i prodotti ottenuti con il lavoro forzato.

    Le autorità nazionali degli Stati membri attueranno il divieto attraverso un approccio di applicazione solido e basato sul rischio. In una fase preliminare valuteranno i rischi di lavoro forzato sulla base di molteplici fonti di informazione, che congiuntamente dovrebbero facilitare l’individuazione dei rischi e aiutare le autorità a concentrare i loro sforzi. Tra le fonti di informazione possono rientrare i contributi della società civile, una banca dati dei rischi di lavoro forzato incentrata su specifici prodotti e aree geografiche e il dovere di diligenza esercitato dalle imprese.

    Le autorità avvieranno indagini sui prodotti per i quali vi sono fondati sospetti che siano stati ottenuti con il lavoro forzato. Possono chiedere informazioni alle società ed effettuare controlli e ispezioni, anche in paesi al di fuori dell’UE. Se le autorità nazionali accerteranno la presenza di lavoro forzato, ordineranno il ritiro dei prodotti già immessi sul mercato e vieteranno l’immissione sul mercato dei prodotti interessati e la loro esportazione. Le società dovranno smaltire i prodotti. Le autorità doganali degli Stati membri saranno responsabili dell’applicazione delle norme alle frontiere dell’UE.

    Se le autorità nazionali non sono in grado di raccogliere tutti gli elementi di prova necessari, ad esempio a causa della mancanza di collaborazione da parte di una società o dell’autorità di uno Stato terzo, possono prendere la decisione sulla base dei dati disponibili.

    Durante l’intero processo le autorità competenti applicheranno i principi di valutazione basata sul rischio e di proporzionalità. Su tale base la proposta tiene conto in particolare della situazione delle piccole e medie imprese (PMI). Senza essere esentate, le PMI saranno agevolate dall’impostazione specifica della misura: le autorità competenti infatti, prima di avviare un’indagine formale, considereranno le dimensioni e le risorse degli operatori economici interessati e l’entità del rischio di lavoro forzato. Le PMI beneficeranno inoltre di strumenti di sostegno.

    Entro 18 mesi dall’entrata in vigore del regolamento la Commissione pubblicherà anche orientamenti, che comprenderanno indicazioni sul dovere di diligenza in materia di lavoro forzato e informazioni sugli indicatori di rischio di lavoro forzato. La nuova rete dell’UE sui prodotti del lavoro forzato fungerà da piattaforma per un coordinamento e una cooperazione strutturati tra le autorità competenti e la Commissione.

    La proposta deve ora essere discussa e approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Unione europea prima di poter entrare in vigore e si applicherà a decorrere da 24 mesi dalla sua entrata in vigore.

    La proposta fa seguito all’impegno assunto dalla Presidente von der Leyen nel suo discorso sullo stato dell’Unione 2021. L’UE promuove il lavoro dignitoso in tutti i settori e ambiti strategici in linea con un approccio globale rivolto ai lavoratori nei mercati nazionali, nei paesi terzi e lungo le catene di approvvigionamento globali. Ciò comprende norme fondamentali del lavoro come l’eliminazione del lavoro forzato. La comunicazione sul lavoro dignitoso in tutto il mondo, presentata nel febbraio 2022, definisce le politiche interne ed esterne che l’UE mette in campo per realizzare l’obiettivo di un lavoro dignitoso in tutto il mondo, tra l’altro attraverso i partenariati internazionali, il commercio, le politiche di vicinato e di allargamento dell’UE, gli strumenti anti-tratta e gli appalti pubblici.

    L’UE affronta inoltre in modo proattivo le violazioni del lavoro dignitoso, tra cui il lavoro forzato, in molteplici contesti internazionali, quali l’Organizzazione internazionale del lavoro, il G7 e l’Organizzazione mondiale del commercio.

    Nel luglio 2021 la Commissione e il Servizio europeo per l’azione esterna hanno pubblicato orientamenti per aiutare le imprese dell’UE ad adottare misure adeguate per affrontare il rischio del lavoro forzato nelle loro operazioni e catene di approvvigionamento, come elemento di transizione verso una legislazione orizzontale vincolante in materia di dovere di diligenza.

    Nella sua proposta di direttiva sul dovere di diligenza delle imprese ai fini della sostenibilità, adottata nel febbraio 2022, la Commissione ha stabilito obblighi di diligenza per le società più grandi, che dovranno individuare, prevenire, attenuare e rendere conto degli impatti negativi, siano essi effettivi o potenziali, delle loro attività sui diritti umani, compresi i diritti dei lavoratori, e sull’ambiente lungo le catene di approvvigionamento globali.

    Fonte: Commissione europea

  • Grazie ad Amazon le piccole e medie aziende italiane hanno dato lavoro a 60.000 persone

    Sono più di 20.000 le realtà italiane che hanno scelto di utilizzare il negozio online di Amazon nel 2021 e, ad oggi, hanno creato in totale circa 60.000 posti di lavoro in Italia. È quanto emerge dai risultati del Report 2022 sulle Piccole e Medie Imprese (Pmi) italiane che vendono su Amazon.it.

    Inoltre, nel 2021, più della metà delle Poi che vendono su Amazon ha esportato i propri prodotti registrando vendite all’estero per circa 800 milioni di euro, intorno al 25% in più rispetto all’anno precedente: di questi, più di 60 milioni di euro sono stati registrati al di fuori dell’Unione Europea.

    “Sono numeri – si legge in una nota – che confermano il contributo di Amazon nel sostenere l’economia italiana attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro e favorendo la digitalizzazione e l’internazionalizzazione del tessuto imprenditoriale, in linea con il più ampio obiettivo dell’azienda annunciato lo scorso maggio di aiutare i partner di vendita a raggiungere 1.2 miliardi di euro di export all’anno entro il 2025”.

    “I numeri di questa nuova edizione del Report annuale sulle piccole e medie imprese che vendono su Amazon rappresentano la cifra del nostro impegno quotidiano. Siamo molto orgogliosi del fatto che le oltre 20.000 Poi italiane che vendono su Amazon.it. abbiano creato fino ad oggi circa 60.000 posti di lavoro, perché questo evidenzia l’impatto positivo che riescono ad avere sull’intera economia italiana, anche grazie al successo ottenuto su Amazon”, ha commentato Mariangela Marseglia, VP e Country Manager di Amazon.it e Amazon.es. “Crediamo nell’enorme potenziale del nostro tessuto imprenditoriale e siamo consapevoli che Amazon può contribuire attivamente alla transizione digitale delle Poi offrendo loro la possibilità di aprirsi a nuovi canali e di raggiungere così nuovi clienti in diversi Paesi, coerentemente con l’obiettivo del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza di supportare le imprese nei processi di internazionalizzazione”, ha aggiunto.

    Secondo il Report, nel 2021 più di 200 Pmi italiane che vendono su Amazon hanno superato 1 milione di euro di vendite per la prima volta e circa 5.000 partner di vendita hanno superato 100mila euro di vendite. Complessivamente, le oltre 20.000 realtà imprenditoriali hanno venduto oltre 200 prodotti al minuto su Amazon. Le 5 categorie di prodotto di maggior successo all’estero sono state Casa e Cucina; Bellezza; Sport e Tempo Libero; Industria e Scienza; Salute e Cura della persona.

    “Siamo un alleato per le Pmi italiane ed europee e ogni giorno ci impegniamo per offrire nuovi strumenti e programmi per aiutarle a esprimere tutto il loro potenziale attraverso i canali digitali ed essere competitive sia in Italia che all’estero. Il loro successo è il nostro successo e questi obiettivi raggiunti confermano ancora una volta che siamo sulla buona strada e che continueremo ad innovare per conto dei nostri clienti e di tutte le realtà che hanno scelto di collaborare con Amazon per espandere il proprio business”, afferma Xavier Flamand, VP, EU Seller Services di Amazon.

    Le Pmi non vendono solo nel proprio Paese, ma anche in tutto il mondo attraverso i negozi Amazon, raggiungendo un export totale di circa 800 milioni di euro nel 2021. Analizzando le vendite all’estero delle Pmi nelle singole regioni, la Lombardia si attesta al primo posto con un valore di oltre 125 milioni di euro, seguono, al secondo posto, la Campania con oltre120 milioni di euro e al terzo il Lazio con oltre 70 milioni euro. Segue il Veneto con oltre 70 milioni di euro mentre il Piemonte chiude la top 5 con un valore di oltre 50 milioni di euro. Tra le altre regioni con un elevato livello di export figurano Toscana (oltre 50 milioni di euro), Puglia (oltre 50 milioni), Emilia-Romagna (oltre 40 milioni) e Sicilia (oltre 25 milioni). Le Pmi che vendono su Amazon hanno sede in tutte le 20 regioni italiane e in tre regioni ci sono oltre 2.000 partner di vendita: in Lombardia (oltre 3.250), Campania (oltre 2.750) e Lazio (oltre 2.000). La top 5 delle regioni con maggiore presenza di Pmi include anche la Puglia (oltre 1.700) e il Veneto (oltre 1.500). È significativa la presenza di Pmi anche in Emilia-Romagna con oltre 1.500, in Piemonte e Sicilia con oltre 1.250, in Toscana con circa 1.250 e in Abruzzo con oltre 500 Pmi “I risultati annunciati – prosegue la nota – sono frutto del continuo impegno di Amazon nel supportare le piccole e medie imprese italiane a digitalizzare e internazionalizzare il proprio business. In particolare, attraverso il programma di formazione gratuito “Accelera con Amazon», lanciato a fine 2020 con l’obiettivo di aiutare le Pmi e startup italiane nel loro percorso di digitalizzazione, Amazon ha supportato più di 11.000 imprenditrici e imprenditori italiani, e ne aiuterà ulteriori 20.000 entro la fine del 2022”.

    “La storia della nostra azienda nasce 50 anni fa, quando mio padre e mia madre hanno iniziato a lavorare insieme in un piccolo negozio di vernici, per poi sviluppare un polo produttivo che ci ha consentito di ampliare la nostra offerta, fino ad approdare su Amazon nel 2018. Abbiamo aderito al programma di formazione di ‘Accelera con Amazon’ per sfruttare tutte le risorse messe a disposizione per la nostra crescita digitalizzazione”, commenta Francesca Mazza, Responsabile Export Department di Colorificio Mazza, storica azienda a conduzione familiare situata a Roma. “Per vendere efficacemente online bisogna studiare, capire e analizzare: è tutto spiegato in modo semplice e chiaro ma ci vogliono impegno ed entusiasmo per sfruttare tutte le potenzialità offerte da Amazon. Grazie ad Accelera con Amazon, abbiamo acquisito maggiori competenze nell’ambito del digital marketing e questo ci ha consentito di migliorare l’identità digitale del nostro brand: dall’immagine dei prodotti all’ottimizzazione del targeting del cliente», prosegue.

    La vetrina Made in Italy di Amazon, nata nel 2015, è un ulteriore strumento a disposizione delle piccole e medie imprese italiane che vendono su Amazon, finalizzato a valorizzare i prodotti realizzati nel nostro Paese da piccole e medie imprese e artigiani non solo per i clienti di Amazon.it, ma anche di Amazon.de, Amazon.fr, Amazon.es, Amazon.co.uk e Amazon.com e recentemente anche di Amazon.co.jp e Amazon.ae. Oggi, sono oltre 4.500 gli artigiani e le Pmi che usufruiscono della Vetrina Made in Italy di Amazon, la cui selezione di prodotti ha raggiunto oltre 1 milione di prodotti.

    A partire dal 2019, in aggiunta, oltre 2.000 piccole e medie imprese italiane hanno iniziato a vendere su Amazon grazie all’accordo con Agenzia Ice, rendendo disponibili oltre 240.000 nuovi prodotti per i clienti di Amazon. “Da quando nel 2017 abbiamo iniziato a vendere attraverso Amazon i nostri prodotti totalmente Made in Italy abbiamo da subito riscontrato successo, con percentuali di incremento del nostro fatturato nei primi 2 anni dal 300% al 500%. E ora che il nostro business è consolidato, la crescita è costante e ogni anno il fatturato aumenta mediamente del 35%/40%, con l’export che vale l’80%”, spiega Andrea Magnone, co-founder di Emilia Food Love, azienda della provincia di Reggio Emilia che vende prodotti della tradizione enogastronomica emiliana. “Abbiamo aperto ai clienti degli Stati Uniti in pieno lockdown, il 1° aprile 2020, e registrato nei primi tre mesi un aumento del fatturato del 500%. Ora, gli Stati Uniti valgono il 35% del nostro fatturato, in continua crescita, e l’export in tutta Europa pesa il 45%, con particolare successo in Germania e in Inghilterra”, aggiunge.

  • Le imprese femminili in Italia sono piccole e fragili ma innovative

    Saranno anche più piccole, più fragili e con una minore capacità di sopravvivenza, ma quanto a voglia di innovazione le imprese femminili hanno una marcia in più. Infatti la ripresa post pandemia ha convinto un ulteriore 14% di imprese femminili ad iniziare ad investire nel digitale (a fronte dell’11% delle aziende maschili) e un 12% a investire nel green (contro il 9%). E’ quanto mostra il V Rapporto sull’imprenditoria femminile, realizzato da Unioncamere in collaborazione con il Centro studi Tagliacarne e Si.Camera, presentato a Roma.

    A fine giugno 2022, l’esercito delle imprese femminili conta un milione e 345mila attività, il 22,2% del totale delle imprese italiane. Di queste un 31% di aziende femminili ha aumentato o mantenuto costante gli investimenti in tecnologie digitali in questi anni, e il 22% che ha fatto altrettanto nella sostenibilità ambientale (contro il 23% delle altre imprese). Tuttavia -secondo il rapporto – la metà delle imprese femminili, infatti, ha interrotto gli investimenti o addirittura esclude di volerli avviare nel prossimo futuro. Le imprese femminili hanno però una minore capacità di sopravvivenza: a 3 anni dalla loro costituzione, restano ancora aperte il 79,3% delle attività guidate da donne, contro l’83,9% di quelle a guida maschile e, dopo 5 anni, la quota delle imprese femminili che sopravvivono è del 68,1%, contro il 74,3% delle altre.

    Nel secondo trimestre 2022, rispetto allo stesso periodo del 2021, il numero delle imprese femminili è rimasto sostanzialmente stabile, crescendo di 1.727 unità (+0,1%). Il confronto con lo scorso anno mostra un incremento delle imprese femminili soprattutto nell’industria (+0,3%) e nei servizi (+0,4%), tra le società di capitali (+2,9%), nel Mezzogiorno (+0,6%), tra le imprese straniere (+2,6%).

  • Entrati in vigore i nuovi diritti per migliorare l’equilibrio tra vita professionale e vita privata nell’UE

    A partire dal 2 agosto, tutti gli Stati membri devono applicare norme stabilite a livello dell’UE per migliorare l’equilibrio tra vita professionale e vita privata di genitori e prestatori di assistenza. Le norme, adottate nel 2019, fissano norme minime per il congedo di paternità, il congedo parentale e il congedo per prestatori di assistenza. Istituiscono anche diritti aggiuntivi, come il diritto di richiedere formule di lavoro flessibili, che aiuteranno chi ne ha bisogno a portare avanti la propria carriera e la propria vita familiare senza dover sacrificare né l’una né l’altra. Questi diritti, che vengono ad aggiungersi a quelli già esistenti in materia di congedo di maternità, si inquadrano nel pilastro europeo dei diritti sociali e la loro istituzione costituisce un passo essenziale verso la costruzione di un’Unione dell’uguaglianza. La direttiva sull’equilibrio tra vita professionale e vita privata mira ad aumentare i) la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e ii) il ricorso al congedo familiare e a modalità di lavoro flessibili. Nel complesso, il tasso di occupazione delle donne nell’UE è inferiore del 10,8% rispetto a quello degli uomini. Inoltre, solo il 68% delle donne con responsabilità familiari lavora, rispetto all’81% degli uomini con responsabilità analoghe. La direttiva concede ai lavoratori dei periodi di congedo per prendersi cura di familiari che hanno bisogno di aiuto e, nel complesso, garantisce che i genitori e i prestatori di assistenza siano in grado di conciliare lavoro e vita privata. 

    Fonte: Commissione europea

  • Mai cosi tanti salariati dal ’77

    Se sul fronte della crescita economica le aspettative sono ancora ostaggio dell’incertezza legata alla guerra e all’inflazione, su quello dell’occupazione la situazione a giugno in Italia fa schizzare la fiducia alle stelle. Per la prima volta dal 1977 il tasso di occupazione sfonda la soglia del 60%, assestandosi al 60,1%, mentre la disoccupazione resta stabile all’8,1% e il tasso di inattività scende al 34,5%. E le buone notizie non finiscono qui: il boom degli occupati è dovuto soprattutto all’aumento di dipendenti permanenti, il cui numero ha ora superato tutti i record dall’inizio della serie storica nel 1977. Il quadro non migliora solo in Italia: anche nella zona euro la disoccupazione a giugno resta ferma al minimo storico di 6,6%.

    I dati diffusi dall’Istat descrivono un Paese in netta ripresa sul lato del lavoro, dopo il calo degli occupati registrato a maggio. A giugno il numero torna ad aumentare (+0,2 punti percentuali) superando (di poco) nuovamente i 23 milioni. Di questi, 18,1 milioni sono lavoratori dipendenti, il numero più elevato dal 1977. A crescere sono stati soprattutto i contratti permanenti (+0,8%), mentre quelli a tempo determinato sono calati di 0,1% e quelli indipendenti di 0,5%. Ma è un calo poco significativo, perché se si guarda all’anno precedente, cioè a giugno 2021, il boom dei dipendenti è ancora più evidente: gli occupati salgono dell’1,8% (+400mila) soprattutto a causa dei dipendenti (+2,3%). Quelli a termine salgono del 7,1% e quelli permanenti dell’1,3%.

    L’Istat segnala che l’occupazione a giugno aumenta per entrambi i sessi (+0,2 punti per gli uomini e +0,3 le donne) e in tutte le classi d’età, con l’eccezione dei 35-49enni tra i quali invece diminuisce ma solo per effetto della dinamica demografica. Su base annua sale anche per loro. In calo invece rispetto a maggio i lavoratori autonomi (-0,5%), ma restano sostanzialmente stabili sull’anno. Se l’occupazione sale, la disoccupazione resta stabile all’8,1% (ma tra i giovani sale al 23,1%, cioè +1,7 punti) e il tasso di inattività scende al 34,5% (-0,2 punti). Il calo degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,7%, pari a -91mila unità) coinvolge uomini e donne e le classi d’età al di sotto dei 50 anni. Infine, rispetto a giugno 2021, diminuisce anche il numero di persone in cerca di lavoro (-13,7%, pari a -321mila unità): si tratta in particolare di donne e over 25. Cisl e Uil salutano  i dati positivi che però “rischiano di interrompersi alla luce di una crisi di Governo sopraggiunta in una fase delicatissima” e sottolineano come i prossimi mesi “devono vedere tutte e tutti impegnati perché la ripresa sia costruita con lavoro stabile, a tempo pieno, con il pieno coinvolgimento di donne e giovani”.

    La ripresa del mercato del lavoro viene accolta con cauto ottimismo dalle associazioni dei consumatori e da quelle degli esercenti. “Evidentemente il caro bollette non ha mandato in tilt le imprese italiane”, spiega Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, che invita però a tenere alta l’attenzione sull’inflazione “alle stelle”, perché se le aziende hanno potuto scaricare i rincari sui consumatori, sono proprio le famiglie che “le uniche a pagare per il momento lo scotto di questa emergenza”. E quando ridurranno i consumi, “anche le imprese andranno in crisi”. Anche il Codacons teme che la buona performance dell’occupazione di giugno rischi “di essere vanificata dal perdurare della crescita di prezzi e bollette, che produrrebbero una inevitabile riduzione dei consumi con effetti diretti su industria, imprese e mercato del lavoro”. Quindi basta aiuti a pioggia ma “tagliare subito l’Iva sui beni primari”. Confcommercio e Confesercenti invece segnalano la debolezza dell’occupazione indipendente (-27mila unità su maggio), che causa un “impoverimento del nostro tessuto economico” perché significa calo delle micro e piccole imprese, “che sembrano scontare più di tutti le incertezze di questi mesi”. La richiesta al Governo è quindi di prolungare gli aiuti a famiglie e imprese.

  • Europa sociale: condizioni di lavoro più trasparenti e prevedibili per i lavoratori dell’UE

    Entro il primo agosto gli Stati membri dell’UE devono recepire nel diritto nazionale la direttiva relativa a condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili. La direttiva prevede un ampliamento e un aggiornamento dei diritti e della protezione per i 182 milioni di lavoratori dell’UE.

    Grazie alle nuove norme i lavoratori avranno diritto a condizioni di lavoro più prevedibili, ad esempio per quanto riguarda gli incarichi e l’orario di lavoro. Avranno inoltre il diritto di ricevere informazioni tempestive e più complete riguardo agli aspetti essenziali del loro lavoro, quali il luogo di lavoro e la retribuzione. Questo è un passo importante per un’Europa sociale forte e contribuisce a trasformare il pilastro europeo dei diritti sociali in una realtà tangibile per tutti i cittadini dell’UE.

    I diritti e la protezione dei lavoratori sono ampliati e aggiornati al nuovo mondo del lavoro.

    Grazie alla direttiva relativa a condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili i lavoratori dell’UE avranno diritto:

    • informazioni più complete sugli aspetti essenziali del loro lavoro, che devono essere comunicate tempestivamente e per iscritto;
    • a una limitazione della durata dei periodi di prova all’inizio del rapporto di lavoro, che non potrà superare 6 mesi;
    • alla possibilità di accettare un impiego in parallelo con un altro datore di lavoro; eventuali restrizioni a tale diritto devono essere giustificate da motivi oggettivi;
    • alla comunicazione, con un preavviso ragionevole, del momento in cui dovrà essere svolto il lavoro, in particolare nel caso di lavoratori con orari di lavoro imprevedibili e con contratti a chiamata;
    • misure efficaci che prevengano l’abuso dei contratti a zero ore;
    • a una risposta scritta a seguito di una richiesta di trasferimento a un altro lavoro più sicuro;
    • a una formazione obbligatoria gratuita relativa al posto di lavoro nei casi in cui il datore di lavoro sia tenuto a fornirla.

    Secondo le stime altri 2-3 milioni di lavoratori in condizioni di lavoro precarie e non standard, tra cui i lavoratori a tempo parziale, temporaneo e a chiamata, godranno ora del diritto all’informazione sulle proprie condizioni di lavoro e di una nuova protezione, come il diritto a una maggiore prevedibilità dell’orario di lavoro. La direttiva rispetta al contempo la flessibilità del lavoro non standard, salvaguardandone così i benefici per i lavoratori e i datori di lavoro.

    Anche i datori di lavoro beneficeranno della direttiva: quest’ultima garantisce che la protezione dei lavoratori rimanga in linea con gli ultimi sviluppi dei mercati del lavoro, riducendo gli ostacoli amministrativi per i datori di lavoro – ad esempio consentendo di fornire informazioni per via elettronica – e creando condizioni di parità tra i datori di lavoro nell’UE, per permettere una concorrenza leale basata sullo stesso livello minimo di diritti del lavoro.

    Gli Stati membri sono tenuti a recepire la direttiva nel diritto nazionale entro oggi. Come prossimo passo la Commissione valuterà la completezza e la conformità delle misure nazionali notificate da ciascuno Stato membro e interverrà se e quando necessario.

    Nel pilastro europeo dei diritti sociali sono elencati come principi essenziali per condizioni di lavoro eque un'”occupazione flessibile e sicura” e “informazioni sulle condizioni di lavoro e sulla protezione in caso di licenziamento”. Il pilastro sancisce che i lavoratori hanno il diritto di essere informati per iscritto all’inizio del rapporto di lavoro dei diritti e degli obblighi derivanti dal rapporto di lavoro e delle condizioni del periodo di prova.

    La nuova direttiva relativa a condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili (UE/2019/1152) sostituisce la direttiva sulle dichiarazioni scritte (91/533/CEE) in vigore dal 1991, che riconosceva ai lavoratori all’inizio di un nuovo impiego il diritto di ricevere per iscritto informazioni in merito agli aspetti essenziali del rapporto di lavoro.

    Alla tappa fondamentale raggiunta oggi seguirà domani un altro importante traguardo nell’ambito del pilastro europeo dei diritti sociali. Le norme adottate nel 2019 a livello dell’UE al fine di migliorare l’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza dovranno essere recepite dagli Stati membri entro il 2 agosto 2022.

    Fonte: Commissione europea

  • La relazione della Commissione indica che i giovani sono tra i più colpiti dalla perdita di posti di lavoro causata dalla pandemia di COVID-19

    La Commissione ha pubblicato l’edizione 2022 della relazione “Sviluppi occupazionali e sociali in Europa” (ESDE 2022). Dalla relazione emerge, tra l’altro, che i giovani sono stati tra i più colpiti dalla soppressione di posti di lavoro dovuta alla crisi economica provocata dalla pandemia di COVID-19. Secondo la relazione anche la ripresa è stata più lenta tra i giovani rispetto a quanto accaduto per gli altri gruppi di età. Le possibili spiegazioni sono legate all’elevata percentuale di contratti a tempo determinato tra i giovani e alle difficoltà che questi hanno a trovare un primo impiego dopo la scuola, l’università o al termine della formazione. La nuova relazione contribuisce a individuare e a delineare le politiche sociali e del lavoro necessarie per dare una risposta ai problemi che i giovani devono affrontare per diventare economicamente indipendenti nel contesto della situazione socioeconomica in peggioramento a causa dell’invasione russa dell’Ucraina. Nicolas Schmit, Commissario per il Lavoro e i diritti sociali, ha dichiarato: “Molti giovani hanno un livello di istruzione elevato, possiedono buone competenze digitali e hanno un interesse attivo per i temi ecologici. Tutto ciò può aiutarli a cogliere le opportunità offerte dalla ripresa e dalle transizioni digitale e verde. Il 2022 è l’Anno europeo dei giovani, proprio perché l’Unione europea è impegnata ad ascoltare i giovani, a sostenerli e a migliorare le opportunità per il loro futuro. In questo quadro il nostro sostegno va anche ai giovani ucraini fuggiti dalla guerra, che aiutiamo ad accedere al sistema di istruzione e al mercato del lavoro dell’UE.” L’UE sostiene i giovani attraverso una serie di programmi strategici, quali: il sistema di garanzia per i giovani, compresa l’iniziativa a favore dell’occupazione giovanile, che fin dal 2014 offre opportunità a oltre 36 milioni di giovani, il Fondo sociale europeo Plus (FSE +) , la nuova iniziativa ALMA, lo strumento europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione in un’emergenza (SURE) nonché i piani di ripresa e resilienza degli Stati membri dell’UE, che si concentrano sulle politiche per la prossima generazione, uno dei sei pilastri previsti.

    Fonte: Commissione europea

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