lavoro

  • Rassegna trimestrale sull’occupazione e gli sviluppi sociali in Europa: all’esame i fattori del divario retributivo di genere tra i giovani

    In occasione dell’Anno europeo dei giovani 2022 la Commissione ha pubblicato l’ultima edizione della rassegna trimestrale sull’occupazione e gli sviluppi sociali in Europa che include un approfondimento tematico specifico sul divario retributivo di genere tra i giovani lavoratori.

    Queste rassegne trimestrali danno una panoramica dei recenti sviluppi sociali e del mercato del lavoro nell’UE, con analisi tematiche specifiche.

    Dall’ultima edizione emerge che sul mercato del lavoro dell’UE le giovani donne (di età compresa tra i 25 e i 29 anni) subiscono a inizio carriera un divario retributivo di genere non corretto del 7,2 %, percentuale pari a circa la metà del divario retributivo di tutti i lavoratori, il che indica ancora maggiori disparità retributive tra i lavoratori più anziani. D’altro canto la rassegna rileva anche che le differenze retributive tra giovani lavoratori e lavoratrici sono difficili da spiegare sulla base dei dati disponibili e che la situazione varia molto da paese a paese.

    Vi sono poi differenze nelle caratteristiche dei lavoratori che determinano importanti divari retributivi, pur operando in direzioni diverse: i giovani lavoratori tendono a guadagnare di più perché lavorano in attività economiche più remunerate ma le giovani lavoratrici tendono a percepire salari più alti in quanto più istruite.

    L’eliminazione del divario retributivo di genere è indicata come priorità nella strategia per la parità di genere 2020-2025 della Commissione. Sempre in questo senso la Commissione ha presentato una proposta di direttiva sulla parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro attraverso la trasparenza delle retribuzioni e meccanismi esecutivi.

    La proposta è attualmente oggetto di discussione al Parlamento europeo e al Consiglio.

    Fonte: Commissione europea

  • Quale globalizzazione?

    A margine della tragedia della guerra e dei successivi approfondimenti relativi alle terribili conseguenze, molti commentatori, tra i quali anche il Ceo di Blackrock, un fondo privato con una dotazione finanziaria pari a tre volte il PIL italiano, concordano nell’affermare come il conflitto ponga la parola fine all’interno del vorticoso processo di ampliamento dei mercati definito “globalizzazione”.

    Tutte queste legittime analisi, tuttavia, esprimono un approccio francamente superficiale e soprattutto generato dalle nuove ed inattese difficoltà di approvvigionamento energetico, ma anche del settore primario, per la prima volta dal dopoguerra ad oggi, nella vecchia Europa in quanto la Cina ha già firmato un accordo con la Russia per assicurarsi la fornitura di gas mentre gli Stati Uniti, viceversa, avendo raggiunto l’autonomia energetica diventano adesso esportatori di energia.

    A queste difficoltà di approvvigionamento energetico si somma la problematica gestione delle filiere produttive le quali, negli ultimi decenni, hanno avuto uno sviluppo tentacolare ma disarticolato.

    Questo mercato globale nasce sostanzialmente con l’ingresso della Cina nel WTO innescando un processo di migrazioni produttive verso i paesi a basso costo di manodopera che molti hanno confuso con un nuovo modello economico strutturato e definito con il termine di “globalizzazione”.

    La mediazione dal mondo finanziario dei semplici approcci speculativi, il cui unico obiettivo rimane ieri come oggi la massima remunerazione del capitale, è stata applicata al complesso settore industriale forte di una totale assenza di regole condivise relativa ai flussi commerciali generati, contando quindi anche sulla mancanza di normative e di protocolli stringenti nella realizzare dei prodotti uniti ad una adozione minima di standard qualitativi a tutela dei consumatori e degli addetti alla produzione.

    Questa mia miope illusione speculativa ha determinato la possibilità per gli operatori finanziari, e soprattutto per quelli industriali, di avviare un processo di delocalizzazione produttiva verso Paesi con costi di manodopera irrisori.

    Tale migrazione “industriale” ha comportato l’azzeramento del vantaggio culturale ma per taluni settori manifatturieri si potevano definire come una vera supremazia industriale, quindi espressione culturale di know how professionale ed industriale espressi dall’Occidente come sintesi di un progresso di quasi 200 anni di storia industriale.

    Questo processo di annullamento del vantaggio culturale occidentale ovviamente è stato favorito da una delle classi politiche più miopi che la storia umana possa ricordare la quale, in preda ad un delirio ideologico, individuava, decennio dopo decennio, prima nello sviluppo della new economy, successivamente in una economia definita “post industriale” e recentemente nell’app e gig economy la via allo sviluppo delle nostre comunità. Senza dimenticare le responsabilità gigantesche del mondo accademico il quale, per puro snobismo e presunzione intellettuali, ha sempre definito il settore industriale come la Old Economy quando, viceversa, finalmente la crisi ne ridefinisce il ruolo sempre più centrale nelle politiche di sviluppo e di sostegno alla filiera.

    Il terribile combinato tra delirio ideologico-politico espresso anche attraverso politiche fiscali penalizzanti per i settori industriali unito a quello, anche più ridicolo, accademico e sempre supportati entrambi da una precisa volontà speculativa ha determinato i connotati di questo mercato globale il quale si è rivelato semplicemente come la semplice opportunità di azioni speculative sia finanziarie che produttive entrambe finalizzate a sfruttare il semplice fattore dei minori costi  nei paesi in via di sviluppo. Andrebbe ricordato, infatti, come all’interno di una globalizzazione reale (una sorta di Mec degli anni 70) sarebbe stato fondamentale prevedere l’adozione di una base normativa comune adottata da tutti i membri e fondamentale nella definizione del principio della concorrenza basato così su principi e fattori qualitativi e non semplicemente come è avvenuto negli ultimi 20 anni sulla ricerca del minor costo possibile nella realizzazione di un prodotto.

    La globalizzazione alla quale abbiamo assistito non ha generato ricchezza e benessere diffusi nei paesi all’interno dei quali le produzioni sono state spostate, in più ha reso più poveri i paesi dai quali queste delocalizzazioni sono partite.

    Emerge perciò evidente come, anche in seguito alle conseguenze del confronto bellico attuale, non si possa affermare che sia morta la globalizzazione ma la semplice deregolamentazione di un mercato globale e forse verrà meno una opportunità di speculazioni basata sulla ricerca del minor costo di produzione.

    L’occasione che si presenta ora è quella della nascita di un nuovo modello economico il quale, defunta questa visione di falsa globalizzazione rivelatasi solo come una zona franca globale, possa prosperare dalla ottimizzazione dei costi grazie all’innovazione tecnologica ed anche attraverso filiere più brevi e elastiche al fluttuare della domanda e gestibili all’interno di macroaree geografiche composte da stati con regole comuni non solo economiche ma anche democratiche.

    Non comprendere questa sostanziale differenza ma anche l’opportunità che si presenta dopo due anni di pandemia ed ora in piena economia di guerra definisce il declino culturale della nostra civiltà.

  • Gli europei reclamano dall’Unione il salario minimo e pari diritti

    I cittadini europei raccomandano “l’introduzione di un salario minimo per garantire una qualità di vita simile in tutti gli Stati membri” e hanno le idee precise per una società più giusta dove tutte e tutti abbiano pari diritti. Sono alcuni esempi tratti dalle 48 proposte del panel di cittadini tenutosi l’ultimo weekend di febbraio a Dublino nell’ambito della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Passate come da regolamento con almeno il 70% dei voti favorevoli, le raccomandazioni di questo weekend si concentravano su economia, giustizia sociale, lavoro, istruzione, cultura, sport e trasformazione digitale. Tre non hanno superato il quorum.

    La proposta del salario minimo è stata votata con l’88% dei voti favorevoli. Il lavoro è stato un tema caldo di questi giorni: per esempio, si chiede una legislazione rafforzata per regolare lo “smart working” e una revisione del quadro esistente in materia di orario di lavoro. Per quanto riguarda la giustizia sociale, il panel ha votato per l’uguaglianza dei diritti, in particolare per l’accesso alla salute, agli alloggi decenti e allo sport. Inoltre, il 78% chiede l’intervento dell’Ue per sostenere le cure palliative e la morte assistita.

    Ma la proposta che ha avuto più successo, sfiorando il 95% dei voti, è quella che vorrebbe conferire all’Ue più poteri per combattere la diffusione di contenuti online illegali e la criminalità informatica attraverso un aumento delle risorse impiegate, così come l’armonizzazione delle sanzioni previste nei vari Stati membri e interventi rapidi ed efficaci. Sempre sul fronte della digitalizzazione, andrebbero perseguiti il diritto alla connessione e allo stesso tempo quello alla disconnessione nel tempo libero. Bruxelles dovrebbe poi promuovere l’educazione sulle fake news già a scuola. Come ha dimostrato la pandemia, il digitale tocca sempre più da vicino l’apprendimento. Eppure la tecnologia non deve lasciare indietro la generazione più anziana, ricordano i cittadini. Infine, l’economia del futuro dovrebbe soprattutto essere sostenibile. Lo chiede l’85% dei partecipanti al panel che ha votato per l’abbandono della plastica monouso e il 90% che ha votato per un’etichettatura più trasparente.

    Le 48 raccomandazioni finali di Dublino sono le ultime a passare il vaglio dei cittadini e saranno dibattute insieme a tutte le altre durante il weekend dell’11-12 marzo al Parlamento europeo di Strasburgo. In quell’occasione, 80 cittadini ambasciatori parteciperanno alla sessione plenaria insieme ai rappresentanti dell’Eurocamera, dei parlamenti nazionali degli Stati membri, dei governi, della Commissione europea e della società civile.

  • Il Covid spinge le famiglie indiane a mandare i figli nei campi anziché al lavoro

    Nello Stato indiano dell’Andhra Pradesh, e che affaccia sul golfo di Bengala, i casi di lavoro e matrimoni minorili sono raddoppiati durante le prime ondate di Covid-19. La scorsa estate rapporti governativi hanno riferito che più del 29% delle ragazze tra i 20 e i 24 anni si è sposata quando era minorenne e di queste il 12,6% ha avuto la prima gravidanza tra i 15 e i 19 anni. E l’Unicef ha avvisato che i progressi raggiunti nei decenni passati in termini di protezione minorile potrebbero venire cancellati dalle conseguenze della pandemia.

    Venkataswamy Rajarapu, direttore generale di Street2School, un programma dell’ong italiana Care&Share che opera in India da più di 30 anni, ha spiegato ad AsiaNews che «nelle comunità rurali e marginalizzate non si aspetta l’età legale per il matrimonio. Le bambine vengono date in sposa a 14 anni perché anche i genitori si erano sposati alla stessa età. Ma le famiglie lo fanno anche per motivi economici: con il Covid la dote costa meno e siccome molti genitori sono rimasti senza lavoro, accettano di far sposare le figlie ora perché i prezzi poi potrebbero aumentare. Inoltre, più la ragazza è giovane, meno devono spendere le famiglie. Anche la paura che la ragazza possa sposare qualcuno di una casta diversa o di un’altra religione è un fattore importante. Se dovesse succedere, la ragazza sarebbe accusata di disonorare la famiglia. Molti giovani si suicidano o vengono uccisi per questo».

    L’impoverimento spinge le famiglie a mettere a profitto la propria progenie, tanto più che le scuole sono state sospese e quando sono state riattivate è stata lasciata libera scelta ai genitori sulla frequenza o meno dei figli e anche le strutture di assistenza sono state costrette a interrompere le attività. «Si distingue tra lavori nei campi e non. Qui nell’Andhra Pradesh il lavoro nei campi non è comune, però alcuni vengono spediti nelle piantagioni di cotone perché con le loro manine piccole è più facile raccogliere i fiori senza rovinarli». E c’è anche un fattore psicologico: «Non solo vengono mandati a lavorare, sui più piccoli vengono proiettate le ansie e le paure degli adulti. In più sono isolati, non possono uscire e vedere i loro amici. Frustrati per la mancanza di lavoro, i genitori vedono i bambini a casa come un ulteriore peso, e molti vengono abusati anche fisicamente», conclude Rajarapu.

  • Il Covid non ha fermato l’emigrazione degli italiani all’estero

    Neanche nel 2020, l’anno della pandemia, si è fermata la migrazione degli italiani oltre confine: il volume delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è stato di circa 160mila unità e ha segnato un forte calo (-10,9% sul 2019), soprattutto per la riduzione di circa un terzo delle emigrazioni di residenti non italiani. Ma nel complesso il numero di espatri dei cittadini italiani (pari a 120.950) è diminuito soltanto dello 0,9%. A certificarlo è l’Istat con un report dedicato alle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche nel 2020.

    Sui flussi in uscita, sottolinea l’Istituto di statistica, ha pesato naturalmente “l’effetto diretto delle restrizioni alla mobilità internazionale, attuate per contrastare la diffusione del virus”. Nell’anno esaminato – caratterizzato da una mobilità interna che ha riguardato 1 milione e 334mila trasferimenti (-10,2%) – il flusso più consistente di cancellazioni per trasferimento della residenza all’estero si è registrato nel Nord-ovest (36mila, +10% rispetto al 2019), seguito dal Nord-est (27mila, +2%) e dal Centro (20mila, +4%), mentre sono diminuiti sensibilmente i flussi dal Mezzogiorno (39mila, -13% rispetto al 2019). Per l’Istat il tasso di “emigratorietà” più elevato si è verificato in Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige (in una posizione geografica di confine che facilita gli spostamenti con l’estero) e Molise (più di 3 italiani per 1.000 residenti); a seguire Marche, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna (tassi di circa 2,5‰). Le regioni con il tasso di “emigratorietà” per l’estero più basso sono invece Puglia e Lazio (circa 1,5‰).

    Sotto l’aspetto dei passaggi alle frontiere il 2020 ha evidenziato anche un +83% di rientri di cittadini italiani da Regno Unito, Germania e Svizzera, ma sono aumentati anche del 18% gli espatri nel Regno Unito, pari in tutto a 36mila persone, “valore record verso questa destinazione anche nell’anno della pandemia”, spiega l’istituto di Via Balbo. Gli italiani che nel 2020 hanno deciso di espatriare sono soprattutto uomini (54%), ma fino ai 25 anni non si rilevano forti differenze di genere (20mila per entrambi i sessi) e la distribuzione per età è perfettamente sovrapponibile. A partire dai 26 anni in poi invece gli emigrati iniziano a essere costantemente più numerosi delle emigrate: dai 75 anni in poi le due distribuzioni tornano a sovrapporsi. L’età media di coloro che hanno scelto di vivere all’estero è di 32 anni per gli uomini e di 30 per le donne. Un emigrato su 5 ha meno di 20 anni, 2 su 3 hanno un’età compresa tra i 20 e i 49 anni mentre la quota di ultracinquantenni è pari al 14%. Inoltre, sempre nel 2020, sono stati poco più di 40mila i giovani italiani tra i 25 e i 34 anni che hanno deciso di espatriare (il 33% del totale), di questi 2 su 5 (18mila) sono in possesso di almeno la laurea (+10% rispetto al 2019).

    Sul fronte interno l’Istat rileva infine che i saldi migratori per 1.000 residenti più elevati si hanno in Emilia-Romagna e nella provincia autonoma di Trento (+3‰), quelli più bassi in Basilicata (-4,6‰), Calabria (-4,4‰) e Molise (-3,6‰). Ma in generale le regioni del Centro-Nord mostrano saldi netti positivi o prossimi allo zero, diversamente da quelle del Mezzogiorno, dove in tutte si riscontrano perdite nette di popolazione.

  • Afghanistan crisis: Taliban expands ‘food for work’ programme

    The Taliban has said it is expanding its “food for work” programme, in which donated wheat is used to pay tens of thousands of public sector workers.

    It comes as the United Nations (UN) has appealed for $4.4bn (£3.2bn) in humanitarian aid for Afghanistan.

    The UN says the funds are needed this year as more than half the country’s population is in need.

    Afghanistan’s economic and humanitarian crisis has deepened since the Taliban took control in August.

    The Taliban’s latest announcement underlined the financial crisis engulfing the country.

    It could also raise questions among donors over the Taliban using humanitarian aid to fund their government, even as strict rules remain in place over money going into Afghanistan.

    Still, some humanitarian aid has continued after the Taliban takeover as foreign governments attempt to prevent millions of people from starving.

    However, the aid is meant to bypass the Afghan government and is mostly distributed by international organisations.

    Now, wheat which was mostly donated by India to the previous US-backed Afghan government is being used by the Taliban to pay around 40,000 workers 10kg of wheat a day, the country’s agriculture officials said.

    The programme, which had mostly been used to pay labourers in the capital Kabul, will be expanded around the country, they added.

    The Taliban has already taken delivery of 18 tonnes of wheat from Pakistan with a promise of another 37 tonnes and is in talks with India over 55 tonnes more, according to Fazel Bari Fazli, the deputy minister of administration and finance at Afghanistan’s Ministry of Agriculture.

    He did not say how much of the newly-donated wheat may be used to pay workers and how much would be distributed as humanitarian aid.

    In recent months, the country’s finances have been hit hard by a number of major issues such as sanctions being placed on members of the Taliban, the central bank’s assets being frozen, and the suspension of foreign aid, which until last year supported the economy.

    Also on Tuesday, the UN launched an appeal for $4.4bn of humanitarian aid for Afghanistan.

    “We go into 2022 with unprecedented levels of need amongst ordinary women, men and children of Afghanistan. 24.4 million people are in humanitarian need – more than half the population,” the UN Office for the Coordination of Humanitarian Affairs said.

    The UN highlighted that, on top of a series of crises the country has suffered, Afghanistan is now in the midst of one of its worst droughts in decades.

    Meanwhile, the Biden administration said it would provide another $308m in humanitarian assistance to the people of Afghanistan.

    It brings the total amount of US aid for Afghanistan and Afghan refugees in the region to almost $782m since October.

    The White House said the aid was aimed to alleviate suffering caused by the pandemic as well as “drought, malnutrition, and the winter season”.

  • Boom di investimenti in Italia sulle start-up: oltre un miliardo di euro

    Nel 2021, per la prima volta, l’Italia supera la barriera del miliardo di investimenti in startup. “E’ un segnale molto positivo ma la strada da percorrere è ancora lunga”, considerando che gli investimenti in Europa hanno superato i 100 miliardi di euro. A dirlo è l’amministratore delegato di StartupItalia, Filippo Satolli, in occasione di #Sios2021, che dopo quasi due anni è tornato in presenza all’Università Bocconi di Milano.

    Gli investimenti in startup italiane sono passati da 173 milioni nel 2017 a 1,34 miliardi nel 2021, segnando in questo ultimo anno una crescita dell’85%. “Rispetto a dieci anni fa, dal primo startup act di Corrado Passera, di strada se n’è fatta tanta”, sostiene il ceo di StartupItalia. L’obiettivo sfidante ora è di “puntare ai 10, 100 miliardi di euro di investimenti. Questo richiede anche delle riforme”. Per esempio, grazie al credito di imposta per chi investe in startup, “l’equity crowdfunding è cresciuto molto, superando i 100 milioni di raccolta”. Questo vuol dire che “non solo gli investitori contribuiscono alla crescita delle startup ma anche i cittadini comuni”. L’auspicio è che “la mentalità e l’approccio delle startup possa arrivare verso la pubblica amministrazione”. Un aspetto evidenziato anche dal ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Transizione Digitale, Vittorio Colao, secondo il quale, la p.a. dovrebbe riuscire ad assumere quegli aspetti tipici del mondo delle startup, ovvero, velocità e cambiamento di direzione, “cominciando a disegnare i processi pubblici sulla base delle esigenze dei cittadini e non sulla base delle regole scritte 15 o 20 anni fa”. Secondo il ministro, “la trasformazione digitale in Italia è partita, è stata accelerata dalla pandemia e il Paese può mostrare eccellenze in più campi”. Le nuove tecnologie, a partire dall’intelligenza artificiale, “coinvolgeranno tutti i settori e possono creare lavoro”, sottolinea il ceo di Illimity, Corrado Passera. Passando al mondo dell’editoria, per l’amministratore delegato dell’Ansa, Stefano De Alessandri, “l’intelligenza artificiale diventa un formidabile strumento di aiuto e di qualificazione del lavoro in redazione, sicuramente, non un sostitutivo del lavoro del giornalista”. “La diffusione dell’IA e dei dati è sempre più presente nelle nostre vite”, sottolinea Francesca Bria, presidente di Cdp Venture Capital, accendendo un faro sul ruolo dell’Europa, che “può veramente competere nello scenario globale”, ponendosi come “terzo attore accanto a Stati Uniti e Cina”, attraverso un “modello di innovazione che mette al centro l’uomo”.

  • La Commissione adotta misure per migliorare l’apprendimento permanente e l’occupabilità

    In occasione del vertice sociale di Porto tenutosi a maggio, i leader dell’Unione hanno accolto con favore l’obiettivo a livello UE secondo cui il 60% di tutti gli adulti dovrebbe partecipare annualmente ad attività di formazione entro il 2030. Per aiutare gli Stati membri a realizzare questo obiettivo, la Commissione ha presentato due importanti proposte di raccomandazioni del Consiglio sui conti individuali di apprendimento e sulle microcredenziali, come annunciato nel 2020 nell’agenda per le competenze e nella comunicazione sullo spazio europeo dell’istruzione.

    Un solido bagaglio di competenze apre opportunità alle persone, offre una rete di sicurezza in tempi di incertezza, promuove l’inclusione e l’avanzamento sociale e fornisce all’economia una forza lavoro qualificata, necessaria per la crescita e l’innovazione. Per il successo delle transizioni verde e digitale occorrono lavoratori in possesso delle giuste competenze. La pandemia di COVID-19 ha ulteriormente accelerato la necessità di riqualificazione e sviluppo delle competenze affinché la forza lavoro sia in grado di adeguarsi all’evoluzione del mercato del lavoro e si possano soddisfare le esigenze dei diversi settori.

    Eppure sono troppo poche le persone che partecipano regolarmente ad attività di apprendimento dopo l’istruzione e la formazione iniziali: spesso, infatti, mancano le risorse finanziarie o il tempo per migliorare le proprie competenze o apprenderne di nuove o non si è a conoscenza delle opportunità di apprendimento e dei loro vantaggi. Ad esempio, in oltre il 90% degli attuali posti di lavoro e in quasi tutti i settori è richiesto un certo livello di competenze digitali, ma nel 2019 solo il 56% degli adulti disponeva di competenze digitali di base.

    Le due nuove proposte adottate oggi in materia di conti individuali di apprendimento e microcredenziali contribuiranno ad affrontare queste sfide creando maggiori possibilità di trovare offerte di apprendimento e opportunità di lavoro.

    La proposta della Commissione mira a garantire che ogni persona, indipendentemente dal fatto che abbia o meno un’occupazione, possa avere accesso lungo tutto l’arco della vita a opportunità di formazione adeguate alle proprie esigenze.

    A tal fine, la proposta di raccomandazione del Consiglio affronta le principali strozzature che attualmente impediscono alle persone di formarsi (mancanza di motivazione, di tempo e di risorse finanziarie) chiedendo agli Stati membri, in collaborazione con le parti sociali, di:

    • creare conti individuali di apprendimento e fornire diritti alla formazione a tutti gli adulti in età lavorativa;
    • stabilire un elenco di formazioni di qualità, adatte al mercato del lavoro, che possono beneficiare dei finanziamenti dei conti individuali di apprendimento e rendere tale elenco accessibile mediante un registro digitale, ad esempio a partire da un dispositivo mobile;
    • offrire opportunità di orientamento professionale e convalida delle competenze acquisite in precedenza come pure congedi di formazione retribuiti.

    L’aspetto innovativo della proposta consiste nel mettere la persona al centro dello sviluppo delle competenze. Nella proposta si chiede inoltre agli Stati membri di modulare i finanziamenti in funzione delle esigenze individuali in materia di formazione.

    Le microcredenziali certificano i risultati formativi conseguiti in seguito a piccole esperienze di apprendimento (ad esempio, un corso o una formazione di breve durata). Costituiscono un modo flessibile e mirato di aiutare le persone a sviluppare le conoscenze, abilità e competenze di cui hanno bisogno per il loro sviluppo personale e professionale.

    La proposta della Commissione intende fare in modo che il sistema delle microcredenziali funzioni in tutte le istituzioni, in tutte le imprese e in ogni settore e anche attraverso le frontiere. A tal fine gli Stati membri dovrebbero concordare:

    • una definizione comune di microcredenziali;
    • gli elementi standard che le caratterizzano; e
    • i principi fondamentali secondo cui svilupparle e rilasciarle.

    L’obiettivo è garantire microcredenziali di elevata qualità che siano rilasciate in modo trasparente al fine di generare fiducia in ciò che certificano. Questo dovrebbe contribuire al loro utilizzo da parte dei discenti, dei lavoratori e delle persone in cerca di lavoro che possono beneficiarne. La proposta introduce inoltre raccomandazioni sulle microcredenziali in relazione all’istruzione e alla formazione così come alle politiche del mercato del lavoro, per permettere a tutti di acquisire competenze nuove o supplementari in modo mirato e inclusivo. L’approccio europeo alle microcredenziali è un’iniziativa fondamentale per realizzare lo spazio europeo dell’istruzione entro il 2025. Le microcredenziali possono far parte dell’offerta di apprendimento inclusa nei conti individuali di apprendimento.

    Le proposte saranno negoziate con gli Stati membri. Quando le raccomandazioni saranno state adottate dal Consiglio, la Commissione sosterrà gli Stati membri, le parti sociali e le parti interessate nella loro attuazione. Per quanto riguarda i conti individuali di apprendimento, la rendicontazione e il monitoraggio saranno effettuati nell’ambito del ciclo del semestre europeo.

    Il diritto a un’istruzione, a una formazione e a un apprendimento permanente è sancito nel pilastro europeo dei diritti sociali (principio 1). Tutte le persone dovrebbero avere accesso in qualsiasi momento a un’istruzione e a una formazione di qualità e a una selezione di opportunità di sviluppo delle competenze in funzione delle proprie esigenze. Le competenze sono gli elementi basilari del successo in un mercato del lavoro e in una società in continua evoluzione.

    Nel corso del vertice sociale di Porto e del Consiglio europeo di giugno i leader hanno accolto favorevolmente gli obiettivi principali dell’UE fissati per il 2030 dal piano d’azione del pilastro europeo dei diritti sociali. Conseguire, entro il 2030, una partecipazione annuale ad attività di formazione da parte del 60 % di tutti gli adulti è uno degli obiettivi principali del piano d’azione del pilastro europeo dei diritti sociali. Nel 2016 questo tasso si attestava tuttavia solo al 37%, con modesti progressi registrati negli anni precedenti. A questo ritmo non sarà possibile raggiungere l’ambizioso obiettivo che è stato fissato ed è per questo che le proposte sui conti individuali di apprendimento e sulle microcredenziali sono importanti. Le proposte presentate oggi invitano gli Stati membri a collaborare con le parti sociali e i portatori di interessi affinché la riqualificazione e lo sviluppo delle competenze diventino una realtà per tutti.

    La proposta di raccomandazione del Consiglio sui conti individuali di apprendimento e quella sulle microcredenziali per l’apprendimento permanente e l’occupabilità sono le ultime delle dodici azioni faro annunciate nell’agenda per le competenze per l’Europa e nel piano d’azione del pilastro europeo dei diritti sociali. L’approccio europeo alle microcredenziali è un’iniziativa fondamentale anche per la realizzazione dello spazio europeo dell’istruzione entro il 2025.

    Fonte: Commissione europea

  • Il divario di genere a livello di istruzione si sta riducendo, ma le donne continuano a essere sottorappresentate nella ricerca e nell’innovazione

    Negli ultimi anni il numero di studentesse, incluse quelle che hanno conseguito una laurea di primo livello, una laurea magistrale o un dottorato, è aumentato costantemente, ma le donne continuano a essere sottorappresentate nella ricerca e nell’innovazione. Queste sono alcune delle principali conclusioni della relazione She Figures 2021 della Commissione europea, che dal 2003 monitora il livello dei progressi verso la parità di genere nella ricerca e nell’innovazione nell’Unione europea e altrove.

    La pubblicazione di She Figures 2021 evidenzia che, in media, per quanto riguarda la laurea di primo livello e magistrale le studentesse e le laureate sono più numerose dei loro compagni uomini (costituiscono rispettivamente il 54% e il 59%) e che si raggiunge quasi un equilibrio di genere a livello di dottorato (48 %). Persistono tuttavia disparità tra i vari campi di studio: le donne ad esempio rappresentano ancora meno di un quarto dei dottorandi nel settore delle TIC (22%), mentre sono il 60 % o più nella sanità e nei servizi sociali e nell’istruzione (rispettivamente il 60 % e il 67%).

    Inoltre solo circa un terzo dei ricercatori sono donne (33%). Ai livelli più alti del mondo accademico, le donne continuano a essere sottorappresentate e tra i professori ordinari sono solo un quarto (26%). Hanno inoltre meno probabilità di essere impiegate come scienziati e ingegneri (41%) e sono sottorappresentate tra i liberi professionisti nel settore delle scienze, dell’ingegneria e delle TIC (25%).

    She Figures è uno studio triennale che monitora la parità di genere nella ricerca e nell’innovazione (R&I): pubblicato per la prima volta nel 2003, segue il percorso di ricercatori e ricercatrici, a partire dal periodo in cui studiano e si laureano, esaminandone la partecipazione al mercato del lavoro in qualità di ricercatori e le condizioni di lavoro, l’avanzamento di carriera e il coinvolgimento in posizioni decisionali e i risultati di R&I (compresa la paternità di invenzione). I corrispondenti statistici degli Stati membri e dei paesi associati contribuiscono alla raccolta dei dati.

    Diverse politiche e programmi di finanziamento dell’UE mirano a promuovere la parità di genere nella ricerca e nell’innovazione. Con la sua comunicazione del 2020 su un nuovo Spazio europeo della ricerca la Commissione ha rinnovato il suo impegno a favore della parità di genere e dell’integrazione di questa dimensione nella ricerca attraverso l’ampliamento delle priorità e delle iniziative esistenti.

    Orizzonte Europa ha inoltre rafforzato il sostegno alla parità di genere nella ricerca e nell’innovazione grazie a:

    • un nuovo criterio di ammissibilità ai finanziamenti di Orizzonte Europa, in quanto gli enti pubblici, gli organismi di ricerca e gli istituti di istruzione superiore devono disporre di un piano per la parità di genere;
    • l’integrazione di una dimensione di genere nei contenuti della ricerca e dell’innovazione come requisito di base in tutto il programma;
    • il finanziamento di azioni a sostegno dell’elaborazione di piani per la parità di genere negli Stati membri dell’UE e nei paesi associati e l’attuazione dell’agenda politica per lo Spazio europeo della ricerca;
    • misure e attività volte a promuovere la parità di genere nell’ambito del Consiglio europeo per l’innovazione; e
    • un forte incoraggiamento dell’equilibrio di genere nelle équipe di ricerca.

    La Commissione europea ha anche approvato la dichiarazione di Lubiana sulla parità di genere nella ricerca e nell’innovazione.

    Fonte: Commissione europea

  • Lvmh investe sull’Italia: 2000 assunzioni entro tre anni

    Il gruppo del lusso Lvmh investe sui talenti dei mestieri d’eccellenza, tra creatività, artigianato e vendita, annunciando oltre 2.000 assunzioni in Italia entro 3 anni in questi settori, e un piano a livello globale da 8.000 nuovi posti nel 2022 e 30.000 entro il 2024, dopo che nel 2021, sempre a livello mondiale, ne sono stati creati 6.000. Lo ha detto Chantal Gaemperle, direttrice risorse umane e sinergie del gruppo, parlando oggi a Show Me al Teatro Odeon, organizzato da Lvmh per celebrare il progetto Istituto dei mestieri d’eccellenza, fondato nel 2014 e dal 2017 attivo anche in Italia: 34 programmi di formazione per 27 mestieri e 39 maison partner in 6 paesi del mondo (1400 gli apprendisti dall’anno di fondazione, di cui il 72% donne). Grazie a questo progetto in Italia, dal 2017 ad oggi, sono stati formati 300 apprendisti, e nel 2022 sono attesi 80 nuovi talenti.

    “In Italia come in tutti i nostri paesi culla dei savoir-faire è urgente rendere attraenti i nostri mestieri d’eccellenza. Mancheranno quasi 50.000 mila professionisti in Italia nel settore moda e pelletteria, secondo i dati di Altagamma. Sempre in Italia il tasso di disoccupazione giovanile è del 30%, perciò

    è urgente far conoscere questi mestieri – ha detto Gaemperle -. Dunque il gruppo Lvmh prevede oltre 2.000 nuove assunzioni in Italia entro 3 anni in questi campi”. Ma il progetto riguarda tutto il mondo: il gruppo, che ha investito 4 milioni di euro in formazione nel 2020, prevede 8.000 assunzioni nel 2022 e 30.000 entro il 2024 nel mondo. “Malgrado la crisi abbiamo mantenuto gli impegni, quest’anno è stato un anno record in cui abbiamo accolto 300 apprendisti nel mondo – ha continuato – ma non ci fermeremo qui, continueremo ad investire. Infatti abbiamo creato una carta per l’impegno nei mestieri di eccellenza”. Si tratta del patto We for me (Worldwide engagements for metiers d’excellence) firmato dalle 75 maison del gruppo per il lancio di una serie di iniziative, tra cui il programma Excellent, al via da quest’anno in Francia e implementato in Italia dal 2022, per sensibilizzare i più giovani e spingerli a scegliere questi mestieri. Ma anche il programma Les Virtuoses Lvmh il cui scopo è individuare i più meritevoli nella propria disciplina (finora sono stati identificati 67 talenti, di cui 17 in Italia).

    Soltanto in Italia il gruppo conta 6.000 collaboratori che svolgono queste professioni di savoir-faire, divisi fra 7 Maison, 246 boutique, 30 siti di produzione locali e una rete di 5.000 fornitori e appaltatori, per un totale di 100.000 persone che lavorano indirettamente su questo territorio. Tra i siti di produzione c’è anche la nuova Fendi Factory, uno stabilimento da 13.000 metri quadri a Bagno a Ripoli, che aprirà a settembre 2022.

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