lavoro

  • The One and Only Way to Development

    A due anni dalla sua elezione, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con la chiusura del negoziato bilaterale con Messico e Canada, ottiene l’appoggio (inaspettato solo due anni fa) anche dei sindacati per i risultati ottenuti. Va ricordato infatti come la strategia economica dell’amministrazione statunitense  inizialmente si manifestò con una politica di riduzione del carico fiscale per le aziende al fine di incentivare gli investimenti industriali (ma anche quelli in servizi)  all’intero dei confini statunitensi. Gli effetti di questa politica fiscale si manifestarono attraverso aumenti successivi dell’occupazione (effetto degli investimenti delle aziende stesse) fino a conseguire il risultato, al momento attuale, di un tasso di disoccupazione del 3.7%. Considerato al 5% il livello di disoccupazione frizionale (espressioni fisiologica di chi cambia lavoro ed entra nel mondo per la prima volta dal lavoro) questo dato del 3.7% significa piena occupazione.

    Tale incentivazione fiscale ha trovato il pieno appoggio delle aziende le quali infatti risposero attraverso investimenti finalizzati al “reshoring produttivo” da paesi a basso costo di manodopera.

    Lo stesso compianto Marchionne riportò la produzione dei Pick Up Dodge dal Messico negli Stati Uniti mentre molte altre aziende come Wal Mart o JP Morgan e la stessa Apple hanno redistribuito il “vantaggio fiscale” attraverso bonus retributivi per tutti i dipendenti, oppure hanno attivato investimenti che produrranno nuove occasioni di occupazione di medio ed alto contenuto professionale e retributivo.

    Il risultato economico complessivo vede oggi il Pil Usa al +4,2%, nonostante la stretta sui tassi della Fed assorbita dal sistema economico statunitense senza troppi problemi. Ovviamente al di qua dell’oceano Atlantico non si è compresa la valenza economica e soprattutto la dinamica occupazionale, quindi di sviluppo, di tale politica di incentivazione fiscale la quale addirittura se applicata all’intero degli Stati dell’Unione viene intesa come una forma di concorrenza sleale quasi che il principio della concorrenza sul quale si basa il mercato globale non valesse per i singoli Stati, una realtà invece ben chiara all’amministrazione statunitense.

    Allo stesso modo in Europa venne accolta la decisione di rompere il Nafta ed avviare degli accordi bilaterali sempre dalla amministrazione Trump, già sotto accusa, sempre nella “illuminata” Europa, per la politica dei dazi che avrebbe, secondo la nomenclatura europea, affossato il “libero mercato” introducendo una deriva protezionistica. La chiusura definitiva delle trattative con il Canada invece dimostra la visione strategica, economica e di sviluppo che da sempre sottende le scelte, anche controcorrente, della amministrazione americana.

    Innanzitutto nell’accordo tra Stati Uniti e Canada vengono eliminati i dazi del 300%, che gravavano sui prodotti lattiero caseari made in Usa, dimostrando che la difesa ad oltranza dello status quo di certo non rappresenta la tutela del “libero mercato”. In tal senso infatti la dichiarazione del Primo Ministro Trudeau, il quale ha confermato un piano finanziario di sostegno agli allevatori della filiera lattiero casearia canadese, dimostra di fatto l’inesistenza del libero mercato, scelta legittima ma non proprio in linea con le visioni europee. Successivamente, per i prodotti complessi industriali l’accordo prevede ed  impone particolari requisiti perché i veicoli importati negli Usa da Canada e Messico possano essere considerati ‘duty-free’. Questi infatti  devono contenere il 75% di componenti prodotti nei tre Paesi, con un salario dei lavoratori che deve risultare minimo di 16 dollari l’ora.

    Di fatto questa scelta rinnova il concetto di concorrenza (vero mantra dei sostenitori del libero mercato senza regole) tra i vari prodotti espressione dei diversi sistemi economici nazionali.

    Partendo da questi parametri infatti la concorrenza viene spostata sul contenuto tecnico qualitativo ed innovativo, come di immagine, espressione culturale di una filiera produttiva complessa.

    L’indicazione di una soglia minima di retribuzione infatti pone le produzioni dei paesi evoluti (che si manifestano anche attraverso oneri contributivi a tutela degli occupati che in tali aziende operano) parzialmente al riparo da quei prodotti espressione di delocalizzazioni estreme in sistemi industriali privi di ogni tutela per i lavoratori come per i manufatti e quindi di dumping. Mentre nel nostro Paese, come in tutta Europa, si individuano le risposta all’invasione di prodotti espressione di dumping sociale, economico e normativo (sia in termini di sicurezza per i prodotti che per la manodopera) attraverso il concetto infantile legato al semplice aumento della produttività che da sola non può certo sostenere le nostre filiere produttive gravate da oneri contributivi impossibili da compensare con un aumento della produttività.

    La dinamica e l’evoluzione delle trattative relative alla definizione dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Canada dimostrano finalmente la focalizzazione dell’attenzione sulla tutela delle filiere produttive, espressione di un approccio pragmatico e non ideologico all’economia reale che tanto  negli ultimi decenni invece aveva offuscato le strategie economiche dei vari governi occidentali ed in particolare italiano ed europeo.

    L’aver individuato una soglia minima di retribuzione (16$) per ottenere il sistema “duty free” rappresenta una intelligente inversione di approccio alla gestione della concorrenza dei paesi che basano la propria forza esclusivamente sul dumping economico e normativo relativo alla tutela delle produzioni dei prodotti come degli occupati.

    Si apre finalmente una nuova visione attraverso queste scelte di politiche economiche e fiscali che sottendono tale accordo tra Stati Uniti e Canada, da sempre sostenute da chi scrive.

    La tutela delle filiere e la concorrenza possono e devono coesistere in un sistema economico/politico aperto ma, al tempo stesso, che presenti un minimo comune denominatore accettato ed applicato da chiunque operi nel libero mercato. Quindi solo così la concorrenza si può spostare e focalizzare sul contenuto complesso del prodotto e non sulla compressione e, in taluni casi, sull’annullamento dei fattori che concorrono a determinare  il costo del lavoro.

    Tutto il restante mondo economico al di fuori di questi parametri riconosciuti nell’accordo tra Stati Uniti e Canada diventa o, peggio, rimane pura speculazione di sistemi economici basati sul basso costo della manodopera e soprattutto del suo sfruttamento. Quella indicata dall’amministrazione statunitense quindi rimane l’unica via per assicurare un mercato libero basato sulla libera concorrenza in grado di porre il principio della concorrenza imperniato per il confronto tra i diversi  prodotti come  per i servizi sulla base di parametri, quali contenuto innovativo, tecnologico, qualitativo e di immagine. In altre parole si apre una finestra sulla possibilità di redigere un nuovo protocollo che permetta, una volta applicato, la libera concorrenza. Questo accordo di fatto apre una nuova fase sulle politiche per adeguare i protocolli a tutela delle filiere nazionali. La via indicata dall’amministrazione Trump dimostra esattamente quale sia l’unica e la sola via per lo sviluppo.

    The One and Only Way to Development, appunto…

  • Aperte le iscrizioni per il Progetto A Scuola di OpenCoesione

    E’ stata pubblicata la circolare MIUR per partecipare al progetto A Scuola di OpenCoesione (ASOC), il percorso innovativo di didattica interdisciplinare su open data, data journalism e politiche di coesione nelle scuole secondarie superiori.  Come per lo scorso anno, il bando è aperto a 200 scuole secondarie superiori di ogni indirizzo, che verranno selezionate per cimentarsi in attività di ricerca e monitoraggio civico sui territori a partire dai dati sui progetti finanziati con le risorse delle politiche di coesione.
    Il premio in palio per la migliore ricerca è un viaggio di istruzione a Bruxelles presso le istituzioni europee, finanziato dalla Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, da svolgersi orientativamente alla fine di maggio – inizio giungo 2019.  Grazie anche ad uno specifico accordo con gli Uffici del Senato della Repubblica, per una delle classi partecipanti al percorso ASOC è prevista la partecipazione a un evento premio – visita guidata con possibilità di assistere a una seduta dell’Assemblea nella sede istituzionale del Senato della Repubblica a Roma – oltre a un approfondimento sull’utilizzo dello strumento regolamentare dell’indagine conoscitiva.
    Dalla scorsa edizione è possibile integrare i contenuti di ASOC nei percorsi di Alternanza Scuola-Lavoro e nella predisposizione di progetti per la partecipazione ai bandi del PON 2014-2020 “Per la Scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento”.
    I docenti e le classi possono essere affiancati nel loro percorso didattico dai Centri di informazione Europe Direct e dalle Organizzazioni “Amiche di ASOC”.  Ulteriori informazioni sulle attività previste per l’edizione 2018-2019 di ASOC sono disponibili nella documentazione allegata al bando: Vademecum di progetto e Fac-simile formulario candidatura. Sono inoltre disponibili l’e-book e i video della scorsa edizione di ASOC 2017-2018.
    Per partecipare alla selezione di ASOC 18/19 è necessario accedere alla piattaforma di candidatura online dall’apposita sezione predisposta nella homepage del sito web www.ascuoladiopencoesione.it, e seguire la procedura online per la compilazione e l’invio della candidatura. La selezione sarà volta a garantire un’adeguata distribuzione territoriale delle scuole partecipanti, tenendo conto dell’intensità finanziaria delle politiche di coesione sul territorio di riferimento.
    La scadenza per le candidature è venerdì 19 ottobre 2018 entro le ore 12.00.
    Le scuole lombarde che intendono candidarsi e desiderano essere supportate dal centro Europe Direct Lombardia nel loro percorso sono inviate a contattare il centro ED Lombardia scrivendo a: europedirect@regione.lombardia.it.

  • I robot avanzano? Il lavoratore si tutela con la formazione, non con un nuovo luddismo

    Nelle economie avanzate l’equivalente di 66 milioni di lavoratori, quasi uno su sei, appaiono ad “elevato rischio di automazione” secondo quanto afferma l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, sulla base di una analisi relativa a 32 Paesi e basata sulla Survey of Adult Skills (Piaac). L’analisi evidenzia che per il 14% dei posti di lavoro attuali vi è almeno il 70%  di probabilità di automazione da parte di computer e algoritmi (l’ente rileva comunque come questo dato sia più contenuto di quello indicato in uno studio analogo nel 2013). Vi è poi un ulteriore 32% di posizioni su cui, secondo l’ente parigino, si potrebbe assistere a “cambiamenti significativi” per quanto riguarda modalità di svolgimento del lavoro, mansioni, quota di lavoro che potrebbe essere robotizzata e qualifiche che saranno necessarie per accedere a questi posti.

    Naturalmente la sostituibilità delle persone coi robot varia anzitutto in base al loro capitale umano, cioè a quello che sanno fare, e poi – visto che quanto si è capaci di fare dipende ampiamente dalla formazione che si è ricevuta – da Paese e Paese. Così, in Norvegia rischiano di essere affidati a robot solo il 6% dei posti di lavoro oggi occupati da umani, in Repubblica Ceca il 33%. Più in generale il lavoro nei paesi nordici appare meno a rischio di automazione, mentre all’opposto probabilità più elevate riguardano le posizioni con basse qualifiche, come addetti alle cucine, minatori, addetti alle pulizie, nelle costruzioni e nei trasporti.

    In Italia i lavoratori talmente poco significativi in termini di preparazione e qualifica da poter essere rimpiazzati da un oggetto stupido come un robot (come è stato giustamente osservato, alle macchine va detto tutto quello che devono fare, non sono capaci di iniziativa autonoma) si aggirano intorno al 15%, secondo il rapporto dell’istituto parigino. La regione italiana che rischia di meno è il Lazio con il 13,6% dei posti ha il 70% di probabilità di essere sostituito dai robot, mentre quella con il rischio maggiore sono le Marche (15,6%).

    In Asia è stato calcolato che l’automazione abbia cancellato 101 milioni di posti di lavoro e ne abbia creati 134, con un saldo dunque positivo, ma il luddismo – l’idea di evitare l’automazione o sabotarla (come accadde agli albori della rivoluzione industriale) – è un riflesso quasi pavloviano quando si parla di automazione, come se uno degli obiettivi dell’umanità non fosse liberarsi della fatica e il progresso non fosse altro che la progressiva emancipazione dalle mansioni più pesanti. La realtà, volendo evitare di cavalcare allarmismi (come in Italia si fa anche in altri ambiti del progresso tecnico-scientifico, quali le vaccinazioni), è che la tutela dei lavoratori non si consegue mantenendoli in mansioni gravose che potrebbero essere svolte da macchine (allora perché non reintrodurre la schiavitù: in fondo non garantiva vitto e alloggio a un vasto numero di persone in cambio del loro lavoro?) ma consentendo loro di maturare una formazione (non solo in età scolastica, ma durante tutto l’arco della loro vita lavorativa, come già si fa per certe categorie attraverso i cicli obbligatori di aggiornamento professionale, invero spesso utili solo a dare un lavoro a chi fa il docente di tali corsi, che consenta di adeguarsi all’evoluzione tecnologica, allo scomparire di certi mestieri e all’affiorare di altri. Come è già stato ampiamente divulgato, si calcola che il 65% dei lavori che le persone faranno non è stato ancora nemmeno inventato al momento in cui queste persone frequentano la scuola e d’altro canto gli Usa attestano che il tanto deprecato e-commerce comporta sì la perdita di lavori nel commercio tradizionale ma ne produce di nuovi (ben pagati) nella logistica, perché un prodotto comprato online non può essere ritirato dall’acquirente stesso ma deve essergli consegnato.

  • L’Ue punta a una partnership commerciale con l’intera Africa

    La Commissione europea vuole un accordo di libero scambio da continente a continente con l’Africa, spostando le relazioni dallo sviluppo del Continente Nero al commercio, in vista di una “nuova alleanza” da cui ci si attendono fino a 10 milioni di posti di lavoro (in Africa) nei prossimi 5 anni.

    L’annuncio del passaggio «da una relazione di tipo ‘donatore-destinatario’, basata su aiuti allo sviluppo e aiuti umanitari, a una partnership basata prima di tutto sulla partnership politica» è stato dato da Federica Mogherini, vicepresidente della Commissione e ‘ministro degli Esteri’ della Ue, a fianco del commissario allo sviluppo Neven Mimica e del vicepresidente Jyrki Katainen.

    «Stiamo lanciando un’alleanza Africa-Unione per investimenti e posti di lavoro sostenibili, che sarà una delle principali priorità per il nostro lavoro nei prossimi anni», ha detto ancora la Mogherini, riecheggiando parole che si erano sentite lo scorso novembre al vertice Ue sull’Africa in Costa d’Avorio. Poiché il 60% degli abitanti del Continente Nero è under 25 e la popolazione africana raddoppierà entro il 2050, l’Ue spera di trasformare quel trend demografico da problema (le immigrazioni attuali) a opportunità. La creazione di una forza lavoro spendibile in loco passa ovviamente per una migliore istruzione e formazione e la Mogherini ha annunciato l’intenzione della Ue di contribuire a finanziare la formazione professionale per 750.000 persone nei prossimi due anni (altri 100.000 prenderanno parte a Erasmus entro il 2027).

    Ma il più grande piano della nuova alleanza si basa sul piano di investimenti esterni dell’Ue. Lanciato nel 2016, mira a trasformare 4 miliardi di euro che figurano nel bilancio europeo in 44 miliardi di investimenti privati ​​in Africa nei prossimi anni. «Vogliamo continuare a utilizzare questo modello per il bilancio UE a lungo termine per il 2021-2027 e creare una piattaforma di investimento esterna che moltiplicherà i fondi disponibili», ha affermato Katainen. I fondi saranno forniti dal bilancio dell’Ue, dalla Banca europea per gli investimenti, dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, dalle banche per lo sviluppo degli Stati membri e dal settore privato, ha spiegato ancora Katainen.

    L’Ue è già oggi il maggiore investitore dell’Africa. Il totale degli investimenti esteri diretti in Africa nel 2016 è stato di poco inferiore ai 300 miliardi di euro, per la maggior parte convogliati verso Egitto, Kenya, Marocco e Sud Africa.

  • Meglio un lavoratore ferito di uno monitorato? Ennesimo scandalo immotivato su Amazon

    Cercare di comporre un carrello della spesa ordinato, al supermercato, così da farci stare tutto è esperienza in cui probabilmente è incorso chiunque. Più complicato è comporre il carrello dei materiali che da un magazzino devono essere consegnati a domicilio e quindi anzitutto spediti via camion. Per questo, come sanno quanti hanno qualche conoscenza del mondo della logistica (una minoranza, certo, ché l’argomento non è dei più attraenti), la composizione del ‘carrello della spesa’ di magazzini e depositi viene spesso teleguidata da apparecchiature elettroniche che indicano l’ordine degli articoli da prendere e la collocazione ottimale dove porli. Il braccialetto di Amazon che tanto scandalo sollevò non era altro che un sistema volto a consentire di svolgere con ordine ed efficienza il lavoro di picking. Pur semplicistico, lo scandalo che sollevò non sorprende alla luce della (fisiologicamente) scarsa conoscenza del mondo della logistica. Di contro però, sistemi che guidano chi è preposto alla raccolta degli articoli (e dunque certo lo localizzano e controllano), mirano a garantire la stessa incolumità dell’operatore, nonché a garantire maggior celerità (se le consegne non arrivano per tempo non è solo il cliente finale che aspetta il suo tablet a innervosirsi, scattano anche penali perché l’intera catena di distribuzione va in fibrillazione, basti pensare all’importanza delle consegne sotto Natale per fare un esempio).

    Anche il Corriere della Sera, dopo aver dato spazio al caso dei braccialetti degli addetti di Amazon, fece luce, per aiutare a capire e non per polemizzare, sulla diffusione di sistemi di remote control per le attività di picking. Eppure adesso Amazon torna nel mirino, per una supposta gabbia di cui avrebbe depositato il brevetto nel 2016. Il brevetto, reso noto da uno studio di Kate Crawford (New York University) e Vladan Joler (Università di Novi Sad) riguarda una nuova postazione di lavoro ideata dal colosso di Seattle dotata di pedana in grado di muoversi con un braccio mobile per maneggiare i pacchi e di un joystick per manovrare il braccio. Pensata per trasportare il lavoratore in sicurezza mettendolo al riparo e proteggendolo dalle macchine con cui lavora fianco a fianco, la postazione di lavoro ha però la forma di una gabbia, a cui il lavoratore accede da una semplice porta con serratura che si sblocca solo digitando un codice, e tanto è bastato a suscitare scandalo. Forse che gli incidenti sul lavoro non suscitano scandalo (sacrosanto, al netto di anacronistiche strumentalizzazioni per denunciare lo sfruttamento del proletariato)? Forse che le imbragature che si richiedono per lo svolgimento di certi lavori possano essere seriamente paragonate a catene? No e in effetti non risulta ad oggi che nessuno abbia fatto un simile balzano paragone.

    Comunque sia, per la cronaca il vicepresidente di Amazon Dave Clark ha fatto sapere via Twitter che il brevetto non è mai stato utilizzato perché nel frattempo sono stati messi a punto altri sistemi di protezione dei lavoratori. Tirerà un respiro di sollievo anche il nostrano ministro delle corporazioni (ah no, pardon, dello sviluppo economico e del lavoro insieme), Luigi Di Maio, che nel propugnare la lotta alle aperture domenicali ha auspicato una Amazon del made in Italy (su Twitter gli è stato ricordato che a distribuire il made in Italy tra gli italiani provvede già benissimo l’originale americano coi depositi che ha attivato a Piacenza e in altre località italiane).

    Tanto rumore per nulla dunque? L’ennesima polemica esagerata? Si, verrebbe da dire, quasi riscoprendo come un saggio quel Karl Marx (non proprio un amante del capitalismo) che ammoniva che la storia si presenta una prima volta come tragedia e una seconda come farsa.

  • Il tribunale Ue vieta alla Chiesa di licenziare per motivi religiosi

    La Corte di giustizia europea ha inflitto un nuovo colpo ai diritti delle chiese di assumere e licenziare persone sulla base delle loro convinzioni. L’11 settembre il tribunale dell’Ue ha infatti dichiarato che la Chiesa cattolica tedesca ha sbagliato a licenziare un uomo che gestiva una delle sue cliniche per aver divorziato ed essersi risposato, in violazione del precetto cattolico secondo cui il matrimonio è «sacro e indissolubile». Il licenziamento «potrebbe costituire una discriminazione illegale fondata sulla religione» ai sensi della direttiva Ue sulla parità di trattamento, ha affermato il tribunale europeo, sottolineando che il punto di vista della Chiesa sul matrimonio «non sembra essere un requisito professionale genuino, legittimo e giustificato» anche se  la Costituzione tedesca permette alla Chiesa deroghe al diritto comunitario.

    Il caso è stato sollevato, nel 2009, da “JQ”, un medico cattolico romano, che ha aiutato a gestire l’ospedale St. Vinzenz gestito dalla chiesa nella città tedesca di Dusseldorf, davanti alla giustizia tedesca. Ottenuto il parere del tribunale della Ue, cui aveva rimesso la questione, il Tribunale federale del lavoro tedesco, il Bundesarbeitsgericht, dovrà ora risolvere la questione alla luce della sentenza dei magistrati europei, secondo i quali la «fornitura di consulenza medica e assistenza in un ambiente ospedaliero e la gestione del dipartimento di medicina interna» del JQ non aveva nulla a che fare con lo speciale «ethos» della Chiesa.

    Le chiese cattoliche e protestanti tedesche sono tra i maggiori datori di lavoro della nazione, con oltre 1,3 milioni di posti di lavoro attraverso associazioni di beneficenza e fondazioni. E la recente sentenza arriva dopo una analoga ad aprile, secondo la quale la Chiesa protestante ha sbagliato a respingere una domanda di lavoro sulla base del fatto che il ricorrente era ateo (il caso era stato sollevato nel 2012 da Vera Egenberger, ex esperta delle Nazioni Unite, che non era riuscita a ottenere un colloquio con Diakonie, un ente di beneficenza protestante, per un contratto di 18 mesi per redigere uno studio sulla discriminazione razziale).

    Secondo la giurisprudenza del tribunale dell’Ue, le chiese possono esigere la fedeltà confessionale solo quando il profilo lavorativo la rende «significativa, legale e giustificata».

  • Più assunzioni e meno cassa integrazione, ma anche più richieste di sussidi

    Il lavoro in Italia c’è e viene anche preso, secondo quanto emerge dai dati dell’Inps relativi alla prima parte dell’anno in corso.

    Il settore privato ha assunto 3,892 milioni di persone nel primo semestre dell’anno, il 6,9% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Di contro le cessazioni di rapporti di lavoro sono state 3.001.000 (+12% su base annua). Nell’Osservatorio sul Precariato l’Inps rileva dunque 891.000 nuovi assunti in più sottolineando che per i contratti a tempo indeterminato la variazione netta è stata positiva per 140.000 unità. Il risultato è stato possibile anche grazie al buon andamento delle trasformazioni da tempo determinato a indeterminato (+84.000) che registrano una crescita del 58,7% sul primo semestre 2017.

    Le richieste di cassa integrazione continuano a calare: a luglio le aziende hanno chiesto 14,5 milioni di ore di cassa, cioè il 25,7% in meno rispetto a giugno e il 57,4% in meno rispetto a luglio 2017. Nei primi 7 mesi sono state chieste 139,5 milioni di ore di cassa con un calo del 37,9% rispetto ai 224,6 dei primi 7 mesi del 2017. Si sfiorano i livelli dei primi 7 mesi del 2008, prima della crisi economica quando erano state 118,27 milioni.

    A giugno sono però cresciute le richieste di disoccupazione: secondo quanto si legge nell’Osservatorio sulla Cassa integrazione dell’Inps, sono state presentate 139.390 domande di NASpI e 2.081 di DisColl. Nello stesso mese sono state inoltrate 714 domande di ASpI, miniASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 142.185 domande, il +5,5% rispetto al mese di giugno 2017 (134.756 domande). Rispetto a maggio si è registrato un aumento del 38,3% mentre nel complesso dei primi 6 mesi del 2018 la crescita è stata del 4,9% e si è passati da 726.232 a 762.228 domande.

  • I maestri di sci…Iliad e i sindacati

    Due o tre stagioni fa si aprì una forte polemica che vide protagonisti i maestri di sci dell’Alto Adige i quali si lamentavano (a ragione) della concorrenza sleale dei loro colleghi con licenze intra ed extra comunitarie in relazione ovviamente alle tariffe che praticavano inferiori dal 50 all’80% .

    L’ultimo dato relativo alla stagione 2017-2018 ha rilevato come i maestri con licenza non italiana che abbiano operato sulle piste italiane siano risultati 2314. Emerge evidente che le rimostranze di allora dei maestri di sci avevano un fondamento economico in quanto anche il solo costo per ottenere il brevetto italiano risulta superiore, e quindi professionalmente molto più qualificante, rispetto a quelli extra europei. I brevetti di maestro di sci extracomunitari di conseguenza sono espressione di dumping normativo sociale e professionale.

    Quando mi venne chiesta una opinione in merito alla concorrenza scorretta quale effetto appunto di questo dumping normativo ed economico innanzitutto ribadii la mia vicinanza al corpo ai maestri di sci. Tuttavia rispetto alle giuste rivendicazioni dei maestri dell’Alto Adige sottolineai come negli ultimi 10 anni questi non si fossero mai preoccupati quando allacciavano le loro giacche a vento e gli scarponi per calzare  gli sci se tali prodotti complessi, che erano la sintesi di una filiera produttiva e quindi di know how, fossero prodotti in Italia oppure nell’etichetta venisse indicato un paese di produzione a basso costo di manodopera.

    In questo modo avrebbero avuto la possibilità di percepire quanti posti di lavoro fossero stati cancellati attraverso le delocalizzazioni produttive.

    Ricordai allora, come riaffermo adesso, che le delocalizzazioni come la concorrenza non si sarebbero fermati al solo settore manifatturiero ma che avrebbero trovato la massima applicazione proprio nel settore dei servizi. L’esplosione di maestri con licenza estera (2314 appunto) conferma questa mia opinione espressa  con meritorio anticipo.

    Ora i sindacati italiani lanciano l’allarme sulla possibilità di ripercussioni occupazionali relativa all’ingresso del mondo della telefonia mobile di Iliad, nuovo esercente telefonico che ha ottenuto un grandissimo successo in

    Francia grazie all’abbattimento delle cifre praticate alla clientela finale. Sembra incredibile come di fronte alle disastrose gestioni della Telecom, per esempio, da parte dei vari gruppi di controllo che l’hanno privata del proprio patrimonio tecnologico ed immobiliare i sindacati tutto sommato abbiamo avuto una posizione di sostanziale attesa. Un tatticismo politico, quello dei sindacati, confermato sostanzialmente con una  posizione ancora una volta attendista in quanto non hanno espresso nessuna opinione quando a delocalizzare risultavano le aziende produttive di estrazione industriale. Una posizione tanto attendista tale da non aver mai fatto prendere nemmeno una iniziativa a livello di sostegno politico alla creazione di una normativa a tutela della filiera del made in Italy .

    A questa miopia si è aggiunta poi la convinzione che mai il principio della concorrenza potesse venire applicato anche al settore dei servizi.

    A puro titolo di cronaca si ricorda che l’intero mondo accademico italiano e politico ha sempre individuato fino al 2011 come la nostra economia fosse basata o dovesse trovare la propria via per lo sviluppo, sui servizi sostanzialmente post-industriali.

    I maestri di sci dell’Alto Adige allora, come sindacati ora, forse riusciranno a comprendere come la concorrenza porti come logica conseguenza ad un maggiore carico lavorativo abbinato ad una redditività inferiore. Soprattutto verrà compreso come il mercato globale e la tecnologia  che lo rende fruibile a tutti i livelli  non presenti limitazione di applicazione al solo mondo produttivo, come molti, in modo assolutamente errato, avevano previsto se non  addirittura sperato.

    Per sua stessa natura la sintesi tra l’applicazione del principio di concorrenza e dello sviluppo tecnologico trova la massima espressione quando, applicata al mercato dei servizi, che risulti professionale o telefonico, non determina alcuna differenza.

  • Jepp, Maserati, innovazione di processo e prodotto

    Non ho mai conosciuto Marchionne, tanto che non so neppure la sua marca di sigarette preferite. Quindi, rispetto a questo proliferare di aneddoti relativi alla vita professionale dell’amministratore di FcA, io non ho nulla da aggiungere se non le mie più sentite condoglianze alla famiglia.

    Tuttavia, dall’esito delle diverse tipologie di innovazione nella gestione di FcA, che di fatto hanno salvato il gruppo che perdeva 5,4 milioni al giorno al momento del suo arrivo, si possono trarre delle interessanti conclusioni.

    Oltre il 70% dei profitti dell’intero gruppo vengono dal marchio Jeep che rappresenta un must del mondo del fuoristrada. Il successo di tale marchio nasce dall’abbassamento della soglia di accesso economico al mondo Jeep (vera icona dai tempi della Seconda guerra mondiale) attraverso l’innovazione di prodotto come di processo che hanno permesso il mantenimento dell’attività produttiva in Italia ed ovviamente mantenuto ed aumentato il livello occupazionale, creando così una gamma di prodotti con un primo modello di Entry Level che ha allargato la base dei consumatori quindi delle vendite e aumentato conseguentemente il fatturato.

    Viceversa, la gestione del mondo Macerati, pur subendo le medesime innovazioni di processo come di prodotto, non ha ottenuto i risultati sperati. Va ricordato innanzitutto comunque come attraverso Maserati il gruppo FcA abbia salvato ed acquisito lo stabilimento della Bertone dando un’occupazione a quasi 900 persone che altrimenti avrebbero ingrossato i numeri della disoccupazione.

    Tuttavia da quasi un anno buona parte dei dipendenti degli stabilimenti Maserati di Torino, e da qualche mese anche a Modena, risultano in cassa integrazione a causa del non raggiungimento dei target di vendita fissati da FcA per le diverse autovetture, nonostante la nascita del SUV del marchio del Tridente.

    La considerazione che emerge in maniera abbastanza evidente è come l’innovazione di processo risulti sicuramente importante ma non risolutiva se non viene accoppiata ad una altrettanto forte innovazione di prodotto che incontri i favori della clientela. Un concetto talmente generale ma valido per ogni settore  quindi applicabile sia mercato delle automobili come dei maglioni od degli occhiali.

    Risulta quasi superfluo ricordare come negli ultimi anni tutto il mondo degli economisti e dei politici abbia investito tutta la propria attenzione sull’innovazione di processo come se questa rappresentasse la soluzione di ogni problema (industria 4.0). Il processo e la sua innovazione rappresentano la disposizione e la capacità attraverso le quali si propone un’azienda rispetto al mercato globale al cui interno non esistono più le stagionalità ma si vende e si produce dodici mesi all’anno. In altre parole, innovazione di processo pone le basi fondamentali per passare successivamente all’innovazione di prodotto. Come dimostrano le PMI italiane che non sono state in grado finanziariamente di innovare nei processi ma sono molto forti nella innovazione di prodotto e stanno ottenendo degli ottimi risultati soprattutto nell’export, anche se in flessione nel primo semestre 2018.

    Il mondo alle PMI dimostra come una forte innovazione di prodotto, con grande difficoltà a causa delle tempistiche sempre più strette tra produzione e distribuzione, riesca tuttavia a sopperire anche alla mancanza di una forte innovazione di processo. Viceversa l’innovazione di processo non seguita da un’adeguata rielaborazione e connessione del prodotto alle reali aspettative del mercato, quindi del consumatore, non ottiene alcun risultato economicamente positivo, dimostrando ancora una volta come le strategie economiche degli ultimi anni proposte nel mondo economico nazionale si siano rivelate assolutamente parziali e prive di visione complessiva dei mercato globale. Queste strategie risultano intrise da una idea di massificazione di prodotto tipica della ideologia economica tanto cara al mondo degli economisti e docenti.

    Rinnovo le mie condoglianze alla Famiglia Marchionne.

  • Il tempo delle favole è terminato

    Sembra incredibile come gli argomenti relativi alle polemiche politiche non prendano in alcuna considerazione la terza riduzione di previsioni di crescita del 2018 per l’Italia. Mentre gli Stati Uniti segnano per l’ultimo trimestre una crescita del +4,1% e l’Unione europea del +2,3%, in Italia la previsione di crescita si ferma a un +1,1% (il terzo ribasso in tre settimane dal +1,4 del governo Gentiloni, Padoan  e Calenda)

    Ed ancora oggi si continuano a considerare economicamente valide e vantaggiose le politiche economiche proposte dai governi Renzi e Gentiloni, come ora quelle proposte dal governo Di Maio-Salvini.

    Politiche economiche espressioni, come sempre, di interventi straordinari e mai di strategie economiche di crescita e comunque ispirate da professionalità economiche ormai superate come Padoan o Calenda ed ora dai sovranisti che puntano tutto sulla svalutazione come fattore competitivo per favorire le  esportazioni.

    Quanto invece la semplice politica statunitense (“semplice” per modo di dire) ha visto l’abbassamento della Corporate tax (la tassazione sugli utili di impresa) che ha portato ad una riallocazione delle produzione all’interno del perimetro statunitense e di conseguenza a nuovi posti di lavoro, e questo inevitabilmente ha  aumentato la domanda interna, come la crescita del 4,1% conferma. In questo senso basti ricordare la riallocazione produttiva dei Pick Up Dodge voluta dal compianto Sergio Marchionne che cosi creò migliaia di posti di lavoro negli Stati Uniti.

    In altre parole, la riduzione della tassazione ha di nuovo reso competitiva la produzione all’interno degli Stati Uniti anche in rapporto ai servizi della pubblica amministrazione rispetto e paesi a basso costo di manodopera. Viceversa in Italia si è voluto finanziare l’industria 4.0, di fatto escludendo, con questo tipo di innovazione tecnologica, tutte le PMI per evidente difficoltà di reperimento delle risorse finanziarie che a tutt’oggi non ha portato nessun beneficio né per quanto riguarda le esportazioni (in forte frenata nel primo semestre 2018) che per quanto riguarda la maggior competitività e il sistema industriale stesso. Le esportazioni continuano a crescere ad un tasso dallo 0 ,4% annuale ma il PIL cresce del 1,1%, due decimali inferiori all’aumento dell’inflazione.

    Contemporaneamente, e sostanzialmente, la ricetta proposta dei luminari economisti delle migliori università italiane era allora, e rimane anche adesso, quella di dover aumentare la produttività per far fronte alla competizione di paesi a basso costo di manodopera, espressioni di dumping fiscale normativo e sanitario.

    L’ennesimo calo del PIL, ora a quota 1,1% rispetto alle previsioni di 1,4%, dimostra sostanzialmente come tale la semplicistica visione naufraghi clamorosamente nel mare del mercato globale.

    A questo va aggiunto, perché sarebbe ora e tempo di cominciare a fare chiarezza sulle prospettive delle scelte operate, che si è puntato molto sul turismo che rappresenta una risorsa economica di basso livello a bassa concentrazione di manodopera e fortemente dequalificata professionalmente che quindi incide molto poco nella creazione di valore aggiunto rispetto ad un sistema industriale.

    Tornando quindi al chiaro esempio della crescita statunitense va ricordato che buona parte infatti della crescita del PIL risulta legata ad un aumento della domanda interna, frutto di una sensazione di positività da parte di consumatori in relazione alla propria posizione professionale soprattutto in prospettiva e ad una maggiore disponibilità economica…

    Da noi invece si parla di Gig Economy, sharing Economy e app Economy espressione di una mediocrità intellettuale applicata all’economia che ci destina ad un declino inesorabile…

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