lavoro

  • L’unico modello di sostenibilità in Italia

    Da tempo sostengo, inascoltato, come la carenza di manodopera che molte aziende denunciano da una parte sia sicuramente legata alla mancanza di figure tecnico-professionali, quindi da decenni di mancati investimenti nella  formazione professionale tanto degli enti statali quanto di quelli  regionali. Contemporaneamente questa mancanza di “professionisti” è  legata anche ad una abbassamento del livello retributivo offerto come espressione, specialmente nei livelli professionali più bassi, della concorrenza tra lavoratori.

    Nel secondo caso risulta fondamentale il ruolo giocato dalle cooperative le quali usufruendo di un regime fiscale assolutamente privilegiato si trasformano in fornitrici di manodopera a basso costo proprio in virtù di un regime fiscale che le favorisce. La vicenda della Grafiche Venete dopo uno scandalo simile alla Fincantieri denota il comportamento di alcune grandi aziende le quali crescono “importando  i costi della delocalizzazione“, cioè attraverso l’utilizzo di manodopera a basso costo fornita da cooperative esenti da ogni obbligo fiscale.

    Ecco perché da anni ad una crescita economica delle imprese in termini di fatturato e di occupazione solo parzialmente corrisponda in minima parte la crescita  dei consumi. Una dinamica economica che dovrebbe anche determinare minori  aspettative relative all’impatto economico ed occupazionale delle risorse europee del PNRR, in particolar modo nel settore infrastrutturale, molto simile alla dinamica perversa dei subappalti. Troppo spesso, infatti, questa crescita di fatturato e redditività è frutto di un abbassamento del livello retributivo per le figure professionali meno qualificanti e si manifesta anche attraverso ritmi e ore lavorate molto più simili ai paesi dell’estremo Oriente che non all’occidente avanzato.

    A questa depatrimonializzazione e svalutazione progressiva  del valore del lavoro si aggiunge il ruolo di figura “terza” dello Stato il quale assicura a tutto il mondo delle cooperative un regime fiscale assolutamente ingiustificato specialmente quando queste forniscono manodopera a basso costo. Si evita ogni commento sulla assenza totale di un controllo, anche superficiale, dei quadri dirigenti del variegato mondo della cooperazione.

    Da questa latitanza dirigenziale nascono cooperative prive di ogni controllo e molto spesso si trasformano in strumenti  di vessazioni inaudite.

    Mentre il Parlamento, come espressione della un sistema politico e sindacale, rimane distratto dalla lodevole  tutela delle minoranze  “di genere” non si cura della tutela di quel “genere” dei lavoratori in questi ambiti cooperativi.

    Il mondo delle imprese non può pensare di crescere semplicemente attraverso il fatturato il quale ovviamente rappresenta sempre il parametro principale. Contemporaneamente la stessa azienda deve contribuire in parte alla crescita economica dell’area geografica di appartenenza attraverso il lavoro valutato e retribuito con parametri occidentali. Questa nuova attenzione non può ovviamente tradursi in una specie di autarchia professionale cioè attraverso l’assunzione di  sola manodopera autoctona ma semplicemente con l’applicazione dei  contratti nazionali  integrati da quelli aziendali per quanto riguarda anche  la manodopera delle figure di più basso livello professionale. Un principio ormai disatteso, come dimostra questo pessimo esempio di una parte dell’imprenditoria veneta ma già evidente da anni nel settore dei servizi.

    Mai come ora la politica ed i sindacati cavalcano l’onda di un nuovo paradigma di sostenibilità con l’obiettivo di rilanciare la propria centralità di figure istituzionali dopo aver disatteso clamorosamente una delle principali  funzioni  legata alla tutela dei lavoratori, dimostrandosi, ancora una volta, incapaci di elaborare un quadro di sviluppo economico veramente sostenibile ed al tempo stesso compatibile con le esigenze minime dei lavoratori e delle professionalità espresse.

    Mai come ora il concetto di sostenibilità andrebbe rivisto adottando cosi parametri  legati al contesto economico italiano all’interno di un mercato globale e di conseguenza lontani dall’ ideologia di sostenibilità massimalista.

    Questa semplice scelta politica produrrebbe effetti notevoli sul benessere dei lavoratori e delle imprese e del contesto sociale nel quale operano (02.09.2019 https://www.ilpattosociale.it/2019/09/02/la-sostenibilita-complessiva-il-made-in-italy-e-lesempio-biellese/).

    Solo questo può rappresentare il modello di sostenibilità di cui ha bisogno il nostro Paese con l’obiettivo di assicurare una crescita economica unita a quella dei consumi e a quella sociale e culturale.

    P.S. A parte qualche caso isolato emerge il silenzio degli autori dei libri alla cui realizzazione partecipavano lavoratori pakistani con turni anche di 16 ore al giorno. Il mondo della cultura ha perso un’altra occasione per dimostrare la propria diversità dal mondo dell’ interesse economico speculativo. La cultura evidentemente ha un prezzo ed evidentemente è già stato ampiamente pagato come il silenzio degli autori dimostra.

  • Clamoroso errore di comunicazione e strategia

    Considero francamente un grandissimo errore politico, ed anche sotto il profilo della comunicazione, quello di Mario Draghi e del suo governo nell’aver scelto la professoressa Fornero come consulente del governo in carica. Esistono moltissime figure professionali che possono arricchire le dinamiche governative in particolar modo in un momento così complesso.

    Rappresenta una scelta veramente sconcertante aver introdotto all’interno della compagine dei propri consulenti governativi una figura già ampiamente compromessa con il governo Monti, come l’ex ministro Fornero, ed anche per questo ancora oggi fortemente divisiva.

    In un momento, poi, in cui si chiedono ancora una volta alla cittadinanza ulteriori sacrifici, navigando assolutamente a vista relativamente alle problematiche della variante Delta, mentre contemporaneamente si allunga la lista delle multinazionali, specialmente nel settore Automotive, che avviano le procedure dei licenziamenti per le molte filiali industriali collocate nel nostro Paese.

    All’interno di una stagione ancora difficile, soprattutto per i cittadini, e a “soli” diciassette (17) mesi dall’inizio della pandemia, sarebbe stato sicuramente più opportuna una figura professionale nuova e, come ho detto prima, non divisiva in relazione al proprio operato come l’ex ministro del governo Monti.

    La percezione della distanza tra il governo in carica e buona parte della popolazione e degli elettori comincia a diventare imbarazzante soprattutto quando contemporaneamente lo stesso governo si appella ancora una volta ad un senso del bene comune con l’obiettivo di superare questo ulteriore terribile periodo.

    Risulta francamente imbarazzante come un Presidente del Consiglio, seppur privo di un qualsiasi mandato elettorale proprio per l’eccezionalità del momento storico, non dimostri alcuna attenzione per il sentiment generale e per le aspettative dei cittadini, i quali, dopo oltre un anno e mezzo di sacrifici, non possono ritrovarsi il ministro del governo Monti che ancora oggi non è n grado di indicare quanti fossero gli esodati.

    Una responsabilità, va ricordato, condivisa con il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per la programmazione ed il coordinamento economico, tale Tabacci Bruno, vero superstite dalla prima Repubblica che ha cambiato nove (9) partiti, sempre per il “bene del Paese” ovviamente.

    È mai possibile che non esista nell’emisfero occidentale un professionista (F/M) non ancora in pensione ed ovviamente non compromesso come la pensionata (dal 2018) Fornero? Il classico caso di un errore di comunicazione e strategia che esprime il senso di lontananza tra la presunzione del governo e le aspettative dei cittadini.

  • La Corte di giustizia europea giudica lecito vietare il velo islamico sul luogo di lavoro

    Il divieto di indossare il velo islamico al lavoro “può essere giustificato dall’esigenza del datore di lavoro di presentarsi in modo neutrale nei confronti dei clienti o di prevenire conflitti sociali”, tuttavia “tale giustificazione deve rispondere a un’esigenza reale del datore di lavoro”. E’ quanto ha deciso la Corte di giustizia dell’Unione europea pronunciandosi sul ricorso di due cittadine musulmane in causa con i propri datori di lavoro per il loro abbigliamento.

    Le due ricorrenti, impiegate presso società di diritto tedesco in qualità di educatrice specializzata l’una e consulente di vendita e cassiera l’altra, indossavano un velo islamico sul loro rispettivo luogo di lavoro. Considerando che l’uso di un tale velo non corrispondeva alla politica di neutralità politica, filosofica e religiosa perseguita nei confronti dei genitori, dei bambini e dei terzi, la Wabe eV, datore di lavoro della prima, le ha chiesto di togliere il velo e, a seguito del rifiuto di quest’ultima, l’ha provvisoriamente sospesa, per due volte, dalle sue funzioni, rivolgendole nel contempo un’ammonizione. La Mh Muller Handels GmbH, datore di lavoro della seconda ricorrente, da parte sua, a fronte del rifiuto di quest’ultima di togliere il velo sul luogo di lavoro, l’ha dapprima assegnata a un altro posto che le consentiva di portare il velo, poi, dopo averla mandata a casa, le ha ingiunto di presentarsi sul luogo di lavoro priva di segni vistosi e di grandi dimensioni che esprimessero qualsiasi convinzione religiosa, politica o filosofica.

    Dopo i ricorsi ai tribunali nazionali, i due casi sono finiti alla Corte di giustizia. In particolare, alla Corte è stato chiesto se una norma interna di un’impresa, che vieta ai lavoratori di indossare sul luogo di lavoro qualsiasi segno visibile di convinzioni politiche, filosofiche o religiose costituisca, nei confronti dei lavoratori che seguono determinate regole di abbigliamento in ragione di precetti religiosi, una discriminazione diretta o indiretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali; a quali condizioni l’eventuale differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali che discende da una tale norma possa essere giustificata e quali siano gli elementi da prendere in considerazione nell’ambito dell’esame del carattere appropriato di una tale differenza di trattamento.

    Nella sua sentenza, pronunciata in Grande Sezione, la Corte precisa in particolare a quali condizioni una differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali, derivante da una tale norma interna, possa essere giustificata.

    La Corte rileva che il fatto di indossare segni o indumenti per manifestare la religione o le convinzioni personali rientra nella “libertà di pensiero, di coscienza e di religione”. Peraltro, la Corte ricorda la sua giurisprudenza in base alla quale una tale norma non costituisce una discriminazione diretta ove riguardi indifferentemente qualsiasi manifestazione di tali convinzioni e tratti in maniera identica tutti i dipendenti dell’impresa, imponendo loro, in maniera generale e indiscriminata, una neutralità di abbigliamento che osta al fatto di indossare tali segni.

    La Corte ritiene che tale constatazione non sia rimessa in discussione dalla considerazione che taluni lavoratori seguono precetti religiosi che impongono di indossare determinati indumenti. Infatti, se è vero che una norma come quella summenzionata è certamente idonea ad arrecare particolare disagio a tali lavoratori, detta circostanza non incide in alcun modo sulla constatazione in base alla quale tale medesima norma, che rispecchia una politica di neutralità dell’impresa, non istituisce in linea di principio una differenza di trattamento tra lavoratori basata su un criterio inscindibilmente legato alla religione o alle convinzioni personali.

    Nel caso di specie, la norma controversa sembra essere stata applicata in maniera generale e indiscriminata, dato che il datore di lavoro interessato ha del pari chiesto e ottenuto che una lavoratrice che indossava una croce religiosa togliesse tale segno. La Corte giunge alla conclusione che, in tali condizioni, una norma come quella controversa nel procedimento principale non costituisce, nei confronti dei lavoratori che seguono determinate regole di abbigliamento in applicazione di precetti religiosi, una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali. In secondo luogo, la Corte rileva, anzitutto, che la volontà di un datore di lavoro di mostrare, nei rapporti con i clienti, una politica di neutralità politica, filosofica o religiosa può costituire una finalità legittima. La Corte precisa, però, che tale semplice volontà non è di per sé sufficiente a giustificare in modo oggettivo una differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali, dato che il carattere oggettivo di una siffatta giustificazione può ravvisarsi solo a fronte di un’esigenza reale di tale datore di lavoro. Gli elementi rilevanti al fine di individuare una tale esigenza sono, in particolare, i diritti e le legittime aspettative dei clienti o degli utenti e, più nello specifico, in materia di istruzione, il desiderio dei genitori di far educare i loro figli da persone che non manifestino la loro religione o le loro convinzioni personali allorché sono a contatto con i bambini.

  • Le pensioni con 41 anni di contributi costano 4,3 miliardi

    Si va verso la riapertura del confronto sulla previdenza in vista della scadenza a fine 2021 di Quota 100, ma il Governo avverte che la discussione non potrà concentrarsi sull’anticipo della pensione quanto sulle prestazioni future di coloro che oggi sono giovani e che rischiano di avere pensioni interamente contributive molto basse. Il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, presentando il Rapporto annuale 2020 dell’Istituto ha quantificato la spesa di alcune delle proposte sul tappeto di fatto bocciando una delle richieste del sindacato ovvero l’uscita con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età.

    L’ipotesi, già accantonata nel 2019, quando fu poi introdotta Quota 100, perché troppo costosa, peserebbe nel 2022 secondo l’Inps per 4,3 miliardi per arrivare a fine decennio a 9,2 miliardi. In media costerebbe lo 0,4% del Pil. Al momento l”uscita anticipata indipendente dall’età è possibile fino al 2026 con almeno 42 anni e 10 mesi di contributi (41 e 10 per le donne) oltre a 3 mesi di finestra mobile.

    Il dibattito sulle pensioni – ha detto il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, parlando alla presentazione del Rapporto Inps – “è eccessivamente concentrato sulla flessibilità in uscita e sulla possibilità di anticipo dell’uscita dal mercato del lavoro” mentre “dovremmo concentrarsi sulle prospettive che riguardano in particolare gli assegni delle nuove generazioni”. Il confronto secondo il ministro dovrebbe aprirsi dopo la riforma degli ammortizzatori sociali che è “all’ultimo miglio”. Tridico sostiene la proposta che prevede un’opzione di anticipo della sola quota contributiva della pensione che costerebbe in un primo momento 500 milioni per poi arrivare a un costo massimo di 2,4 miliardi nel 2029, ma questa ipotesi non piace ai sindacati che insistono su una flessibilità diffusa dopo i 62 anni e sull’uscita con 41 anni di contributi.

    “Non sembra vi sia nell’Esecutivo – sottolinea il segretario confederale della Cgil, Roberto Ghiselli – la consapevolezza che se non arrivassero risposte concrete su un tema così sensibile, sarà inevitabile una incisiva mobilitazione dei lavoratori”.  Anche Cisl e Uil chiedono con urgenza il tavolo anche perché il tempo stringe rispetto alla scadenza di Quota 100, misura che, sempre secondo i dati Inps, ha portato al pensionamento anticipato 253.000 persone, prevalentemente uomini (il 71,5%).

    Secondo il Rapporto annuale il 2020 a causa della pandemia ha registrato un calo degli occupati del 2,8% con un crollo dei lavoratori indipendenti diminuiti del 5,1%. Grazie al blocco dei licenziamenti si sono ridotte le cessazioni decise dall’azienda per motivi economici (da 560.000 a 230.000) mentre sarebbero 330.000 i posti salvati grazie al blocco. La retribuzione media annua dei dipendenti è scesa da 24.140 euro del 2019 a 23,091 del 2020 con un calo del 4,3% e una perdita media per dipendente di poco più di 1.000 euro. L’imponibile previdenziale è di 33 miliardi, scendendo da 598 miliardi nel 2019 a 564 miliardi nel 2020 (-5,6%).

  • Tempi stretti

    Secondo il presidente dell’Inps Pasquale Tridico si è persa una intera generazione di giovani, inoltre la caduta della natalità e la non raggiunta parità di genere sono ancora gravi ostacoli alla ripresa economica. A questi problemi si aggiunge una scarsa partecipazione al mercato del lavoro nel sud Italia. Questi sono certamente problemi gravi che da anni attendono risposta ma nella speranza che si appronti finalmente quella serie di provvedimenti che possano aiutare a risolverli il mondo politico ed economico deve prendere atto di alcune gravi storture del nostro sistema che, se non saranno eliminate, porteranno all’aggravarsi di una situazione ormai diventata esplosiva. Come si può pensare che da ora in avanti i giovani possano affrontare il problema della denatalità se non sono in grado di potersi costruire una famiglia? Chi ha il lavoro lo ha troppo spesso in attività legate ad una partita iva fittizia o a un contratto a termine che non consente né di pagare un affitto né di accedere a un mutuo per l’acquisto di una pur modesta abitazione. Per avere dei figli bisogno poter garantire che i loro genitori possano vivere insieme e possano offrire ai nascituri una vita dignitosa, oggi invece gran parte dei giovani è costretta, giocoforza, a vivere nella casa paterna/materna e a restare dipendenti dai genitori che si fanno via via più anziani. In troppi settori il lavoro manca, in altri c’è ma per qualifiche che i giovani non hanno e la fascia d’età più colpita è quella dei trentenni/quarantenni. Non possiamo inoltre ignorare che se è vero che diverse persone, ottenuto il reddito di cittadinanza, non hanno più cercato un lavoro è altrettanto vero che il non funzionamento delle strutture preposte a trovare ed offrire lavoro non funzionano, non hanno funzionato in passato e non funzionano quelle inventare per supportare il reddito di cittadinanza, un’altra volta soldi buttati e nessun vero aiuto a chi il lavoro lo cerca. Una delle più grandi storture del cosiddetto mercato del lavoro sono le agenzie e le tante cooperative che offrono dipendenti sia agli enti pubblici che ai privati. I dipendenti di queste agenzie/cooperative lavorano con stipendi inferiori perché parte di quello che l’ente pubblico o il privato paga resta all’agenzia o alla cooperativa. In troppe occasioni gli enti pubblici non assumono più direttamente ma fanno dei bandi di gara per la durata di un anno e le agenzie che vincono il bando siglano con i dipendenti ovviamente contratti a termine così chi lavora per loro è tenuto per il collo ed ogni anno rischia di ritrovarsi senza lavoro. Prendere o lasciare o mangiar questa minestra o saltar dalla finestra. Perciò stipendi ridotti all’osso e precarietà costante, come si pensa di poter aumentare la natalità in questa situazione di totale incertezza? Di fatto, ormai da anni, il mercato del lavoro non è più un rapporto tra chi offre lavoro e chi lo cerca ma è un rapporto di intermediazione sul quale vivono, con più che discreti profitti, alle spalle del lavoratori, persone terze che non rischiano nulla. C’è seriamente da chiedersi come la politica abbia consentito tutto questo, da sinistra a destra, e come i sindacati siano rimasti colpevolmente silenziosi. Questo tipo di sfruttamenti del lavoro è l’aspetto più torbido di un capitalismo autoreferenziale che ha tradito se stesso ma, quel che è peggio, ha sfalsato i rapporti tra lavoratori e datori di lavoro creando quei meccanismi perversi che ci hanno portato, oggi, ad avere centinaia di migliaia di giovani non in grado, pur avendo un lavoro, di sostentarsi con questi e di programmare il futuro, il capitalismo autoreferenziale, la finanza che ha soppiantato l’economia reale stanno distruggendo la società e i tempi sono stretti, molto stretti per porre rimedio.

  • Pensieri ed orrori

    Decine di guardie carcerarie violentano i detenuti, un sedicenne accoltella e finisce a calci una coetanea, nuovi morti annegati, tragedia quasi quotidiana, tra i profughi che arrivano dalla Libia, Grillo dà più o meno dell’incapace politico a chi, per sua scelta, è stato il Presidente del Consiglio per due anni e, se Grillo avesse potuto scegliere, lo sarebbe ancora, il centro destra ogni giorno annuncia un nuovo nome per la candidatura a Sindaco di Milano ma dopo settimane il candidato non c’è, si sono riaperti bar, discoteche, sale gioco, viaggi turistici ma in Europa il virus è in amento del 10% mentre in altri paesi continuano a morire troppe persone, in Brasile 2000 morti in 24 ore. In Italia c’è disoccupazione ma molti rifiutano i posti di lavoro disponibili ed altri non li possono accettare per mancanza di competenze e mentre si continua a ripetere che per tutte le malattie, covid in testa, la prevenzione e le cure domiciliari sono le più importanti continuiamo a non aver organizzato la medicina territoriale e manca almeno un quarto dei medici di base che sarebbero necessari. Mancano anche medici negli ospedali e paramedici e tecnici di laboratorio ma nessuno pensa a modificare il sistema di ingresso alle facoltà universitarie di questi settori, ingresso che dovrebbe essere consentito per capacità e non per test.

    Che commenti vogliamo fare? Se volete parlate voi altrimenti possiamo continuare a far finta di niente, a restare più o meno indifferenti, ad annunciare astensioni al voto che di fatto premieranno proprio quelli che dovrebbero essere puniti, che sono un po’ tutti per un motivo o per l’altro.

  • Per le assunzioni ‘vecchio stile’ c’è Amazon: tremila nuovi posti fissi in Italia nel 2021

    Tremila nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato in Italia entro la fine dell’anno e parere favorevole alla global tax. Amazon decide di puntare sull’Italia, annunciando l’intenzione di voler portare la forza lavoro complessiva dell’azienda “a oltre 12.500 dipendenti dai 9.500 di fine 2020, in più di 50 sedi in tutta Italia”.

    Contestualmente arrivano aperture sul fronte della global tax, la tassa globale sulle multinazionali con aliquota minima al 15%, frutto dell’accordo raggiunto a Londra tra i ministri delle Finanze del G7. “Sono molto contenta degli sviluppi che ci sono stati nell’ultimo G7 dei ministri finanziari, perché in realtà quello che loro hanno deciso, cioè un approccio uniforme alla tassazione delle aziende multinazionali, è quello che noi abbiamo cercato di portare avanti da molto tempo. Noi siamo molto in favore di un approccio condiviso”, ha detto la country manager Italia e Spagna di Amazon, Mariangela Marseglia, intervenendo al Forum in Masseria a Manduria. “Chiaramente – ha proseguito – poi dovremo vedere i dettagli, perché ci sarà il G20 a Venezia a luglio, però la direzione è assolutamente quella giusta”.

    Intanto l’azienda annuncia nuove assunzioni in Italia, parte di un più ampio programma di espansione, che prevede anche l’apertura di due centri di distribuzione a Novara e Cividate al Piano (BG), un centro di smistamento a Spilamberto (MO), oltre a 11 depositi di smistamento in Piemonte, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Umbria e Marche. Per concretizzare il piano, il colosso dell’e-commerce spiega di essere alla ricerca di personale per molte posizioni: “Dal prelievo, imballaggio e spedizione delle merci, al marketing, al finance e alla ricerca sulle tecnologie del futuro”.

    Nel corso del Forum in Masseria, trova spazio anche il tema delle condizioni di lavoro dei dipendenti di Amazon: “Non lavorerei mai per un’azienda che sfrutta i dipendenti. Quando leggo i dati vedo che più del 90% dei nostri driver completa le rotte prima delle otto ore che è il loro tempo di lavoro. Poi credo ci siano un po’ di polemiche strumentali su questo tema”, ha affermato Marseglia. “C’è un contratto nazionale dei trasporti e della logistica, e noi forniamo già condizioni molto migliorative rispetto a quelli che sono i minimi contrattuali”, ha concluso.

  • Dal boom dei grillini nel 2013 sempre più cervelli fuggono dall’Italia appena si laureano

    Quando si dice il caso: dal 2013, quando iniziò il percorso che fece di Luigi Di Maio prima il vicepresidente della Camera, poi il vice di Giuseppe Conte premier insieme a Matteo Salvini, i neolaureati che se ne sono andati dall’Italia, come attesta il ‘Rapporto sul sistema universitario 2021’ della Corte dei Conti, sono aumentati del 41,8%. Altro che reddito di cittadinanza, i magistrati contabili evidenziano che la fuga dei cervelli è dovuta alla voglia di lavorare in base alla formazione che si è conseguita: il rapporto segnala infatti che i giovani fuggono dalle “persistenti difficoltà di entrata nel mercato del lavoro”, che dal fatto “che la laurea non offre, come in area Ocse, possibilità d’impiego maggiori rispetto a quelle di chi ha un livello di istruzione inferiore”.

    Per capire l’entità della disfatta italiana su questo fronte è importante sapere che lo studio della Corte dei conti ha analizzato ad ampio spettro la vicenda, avendo approfondito aspetti come il finanziamento, la composizione, le modalità di erogazione della didattica, l’offerta formativa e il ranking delle università italiane (98 atenei di cui 67 statali, che comprendono 3 Scuole Superiori e 3 Istituti di alta formazione, nonché 31 Università non statali, di cui 11 telematiche). Il tutto non senza segnalare che l’Anvur, l’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, ha fatto emergere giudizi di qualità elevati in prevalenza per le università del Nord del Paese rispetto a quelle del Sud e criticità per quelle telematiche.

    Sul fronte dell’abbandono dell’istruzione universitaria dei giovani provenienti da famiglie con redditi bassi, la Corte dei conti punta il dito su “fattori culturali e sociali” ma anche al fatto che “la spesa per gli studi ‘terziari’, caratterizzata da tasse di iscrizione più elevate rispetto a molti altri Paesi europei, grava quasi per intero sulle famiglie, vista la carenza delle forme di esonero dalle tasse o di prestiti o, comunque, di aiuto economico per gli studenti meritevoli meno abbienti”. Per questa ragione i magistrati contabili suggeriscono di mettere mano quanto prima a “un’opera di aggiornamento e completamento dell’attuale normativa per dare piena attuazione alla disciplina del diritto allo studio con la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni (Lep) e l’attivazione degli strumenti per l’incentivazione e la valorizzazione del merito studentesco”.

    Tra il tanto che non funziona il rapporto evidenzia “criticità” anche nell’ambito della ricerca scientifica, con particolare attenzione a quella degli atenei: “nel periodo 2016-2019 l’investimento pubblico nella ricerca appare ancora sotto la media europea”, mentre le attività di programmazione, finanziamento ed esecuzione delle ricerche si caratterizzano “per la complessità delle procedure seguite, la duplicazione di organismi di supporto, nonché per una non sufficiente chiarezza sui criteri di nomina dei rappresentanti accademici, tenuto conto della garanzia costituzionale di autonomia e indipendenza di cui all’art. 33 della Costituzione”. Giudizio negativo (“ancora poco sviluppati”) anche sui programmi di istruzione e formazione professionale, sulle lauree professionalizzanti in edilizia e ambiente, energia e trasporti e ingegneria. Infine una bordata finale: “mancano i laureati in discipline Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) e questo incide negativamente sul tasso di occupazione”.

  • Lavorare più di 55 ore a settimana alza il rischio morire per ictus

    Lavorare più di 55 ore a settimana aumenta il rischio di morte per malattie cardiache e ictus. Tanto che solo in un anno, sono stati 745.000 decessi per questo motivo, con un aumento del 29% rispetto al 2000. E la pandemia Covid-19 sta rafforzando in modo preoccupante la tendenza a lavorare troppe ore. A quantificare il danno è uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità e dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), appena pubblicato sulla rivista Environment International.

    Gli autori hanno sintetizzato i dati di dozzine di studi precedenti all’emergenza Covid, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di partecipanti. I risultati mostrano che lavorare 55 ore o più a settimana è associato a un aumento del 35% del rischio di ictus e del 17% del rischio di morte per cardiopatia ischemica rispetto al lavorare per le normali 35-40 ore settimanali. Nello specifico, solo nel 2016, ad esempio, Oms e Ilo stimano che 398.000 persone siano morte per ictus e 347.000 per malattie cardiache dopo aver lavorato almeno 55 ore a settimana. Un trend in peggioramento negli ultimi anni, tanto che tra il 2000 e il 2016 il numero di decessi per malattie cardiache legate a orari di lavoro prolungati è aumentato del 42%, mentre la percentuale si attesta al 19% per gli ictus. Questo carico di malattie legate al lavoro è particolarmente significativo negli uomini (il 72% dei decessi si è verificato tra i maschi), nelle persone che vivono nelle regioni del Pacifico occidentale e del Sud-est asiatico, mentre l’impatto è minore in Europa Occidentale. La maggior parte dei decessi hanno riguardato persone morte tra 60 e 79 anni, che avevano lavorato per 55 ore o più a settimana quando avevano tra 45 e 74 anni.

    Angola, Libano, Corea ed Egitto sono tra i paesi più colpiti. I motivi per cui ciò accade, suggeriscono le evidenze scientifiche, sono due: il primo è che lavorare a lungo attiva continuamente gli ormoni di risposta allo stress e ciò innesca reazioni nel sistema cardiovascolare, portando a ipertensione e arteriosclerosi. Il secondo sono le risposte comportamentali allo stress, che includono un maggior uso di tabacco, alcol, dieta malsana e inattività fisica, tutti fattori di rischio stabiliti per la cardiopatia ischemica e l’ictus.

    E la pandemia ha peggiorato la situazione. Uno studio del National Bureau of Economic Research in 15 paesi ha mostrato, infatti, che il numero di ore di lavoro è aumentato di circa il 10% durante i lockdown. Il telelavoro, infatti, rende più difficile disconnettere i lavoratori. Inoltre la pandemia ha aumentato la precarietà del lavoro, che, in tempi di crisi, tende a spingere chi ha mantenuto il proprio a lavorare di più. “La pandemia Covid19 ha cambiato in modo significativo il modo in cui molte persone lavorano”, ha affermato Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms. “Il telelavoro – prosegue – è diventato la norma in molti settori, spesso offuscando i confini tra casa e lavoro. Inoltre, molte aziende sono state costrette a ridimensionare il personale per risparmiare denaro e le persone che sono ancora sul libro paga finiscono per lavorare più a lungo”. Per ridurre questi rischi, concludono Oms e Ilo, i governi possono introdurre leggi e politiche che vietano lo straordinario obbligatorio e garantiscono limiti massimi all’orario di lavoro.

  • La Commissione lancia uno strumento interattivo per monitorare e anticipare i cambiamenti demografici nell’UE

    La Commissione ha presentato un “Atlante della demografia” dell’UE – uno strumento interattivo online per visualizzare, monitorare e anticipare i cambiamenti demografici nell’Unione europea, che è stato elaborato dal Centro comune di ricerca della Commissione (JRC).

    L’atlante fornisce un accesso rapido e agevole a un corpus completo di informazioni e dati demografici, raccolti a livello dell’UE, nazionale, regionale e locale.

    Presenta statistiche e proiezioni ufficiali di Eurostat, nuovi dati ad alta risoluzione spaziale prodotti dal JRC, nonché storie tematiche che collegano le tendenze demografiche a settori strategici specifici.

    L’atlante contribuirà a migliorare la comprensione dei cambiamenti demografici e ad anticipare le dinamiche in questo ambito. Si tratta di uno “strumento vivo” che può essere ampliato e adattato alle esigenze delle diverse politiche e che può contribuire al processo decisionale nell’ambito della coesione sociale, apportando benefici a tutti i cittadini dell’UE. Una migliore comprensione delle dinamiche demografiche nell’UE consente infatti alla Commissione di migliorare le proprie politiche.

    L'”Atlante della demografia”, che è disponibile al pubblico, può sostenere gli interventi in diversi settori, tra cui la sanità, l’occupazione, l’istruzione, l’accesso ai servizi, nonché le politiche territoriali e di coesione.

    I cambiamenti demografici sono uno dei principali processi alla base del futuro dell’Europa. La popolazione europea sta invecchiando e di pari passo si riduce quella in età lavorativa. La mobilità giovanile, sospinta in gran parte dalle opportunità di lavoro e di studio, presenta opportunità e sfide sia per le città che per le zone rurali europee.

    Da una recente relazione del JRC emerge che tra il 2015 e il 2019 22,9 milioni di giovani europei sono entrati a far parte della popolazione in età lavorativa, mentre nello stesso periodo 26,6 milioni di lavoratori hanno raggiunto l’età pensionabile: ovvero un possibile deficit di circa 3,8 milioni di lavoratori.

    Se da un lato gli interventi politici possono influire solo in parte sulle tendenze demografiche, dall’altro possono tuttavia contribuire a fare sì che i cambiamenti demografici non abbiano ripercussioni negative sull’economia, la produttività, la coesione sociale o la vita democratica.

    Nel giugno 2020 la Commissione ha avviato la propria azione in questo ambito con la Relazione sull’impatto dei cambiamenti demografici. L’Atlante della demografia presentato è finalizzato a sostenere tale azione, fornendo alla Commissione elementi oggettivi che saranno utilizzati per tre importanti iniziative politiche: il Libro verde sull’invecchiamento, la prospettiva a lungo termine per le zone rurali e la strategia dell’Unione europea sui diritti dei minori.

    Le edizioni future dello strumento comprenderanno informazioni sui fattori demografici quali la fertilità, la mortalità e la migrazione netta e le ultime proiezioni di Eurostat al di fuori dell’UE, con l’obiettivo di arrivare nel 2022 a una copertura globale di queste tematiche.

    Idee e opinioni sulla demografia nell’UE possono essere condivise nell’ambito della Conferenza sul futuro dell’Europa.

    Fonte: Commissione europea

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