lavoro

  • La Gorgona, un istituto penitenziario esempio contro il disfacimento delle carceri delle italiane

    In molti, giustamente, ci inquietiamo e ci scandalizziamo quando leggiamo che alcuni magistrati scarcerano immediatamente un malvivente, già recidivo o non in regola coi documenti, dopo che questi è stato arrestato dalle Forze dell’Ordine.

    La verità è che, al di là del permissivismo e della discrezionalità di alcuni preposti ad occuparsi di giustizia, vi sono molte lacune nelle nostre leggi e che l’Italia è assolutamente carente di istituti penitenziari: le nostre 190 prigioni sono considerate pessime in tutta Europa e per 100 posti disponibili noi mettiamo a dimora 138 persone!

    Risulta evidente che se non ci sono le carceri e che se quelle che ci sono fatiscenti, sovraffollate, senza possibilità di lavorare o di tenersi occupati anche con lo studio, vale purtroppo la percentuale che su 10 detenuti a fine pena 7 riprendono a delinquere. Non si può dimenticare che i 138 detenuti per 100 posti disponibili in alcune occasioni diventano anche 200.

    Secondo il garante nazionale dei diritti dei detenuti nel 2025 vi sono stati nelle carceri 76 suicidi, 1.981 tentati suicidi, 6.000 scioperi della fame, 12.700 episodi di autolesionismo e dai dati che riguardano i detenuti mancano i dati relativi alle pessime condizioni di vita di molta della polizia penitenziaria. Solo per fare un esempio, nel lontano 1993, l’anno nel quale Gabriele Cagliari ‘si uccise’ a San Vittore, quella mattina ero a San Vittore per un’ispezione e continuo ad aver dubbi sulla metodica della sua morte, ho effettuato alcune visite in istituti di pena e non posso dimenticare come nel carcere di Varese i vetri di alcune finestre delle camere delle guardie penitenziarie fossero in parte sostituite da cartoni.

    Un Paese civile e moderno deve avere istituti penitenziari funzionanti, con norme sanitarie e di sicurezza e con una serie di iniziative atte certamente a far scontare al detenuto il danno che ha inflitto ma anche a provare a rieducarlo per poter vivere in una società rispettosa di leggi e regole. Senza lo studio, senza il lavoro, senza il confronto con gli altri nessun detenuto potrà uscire dalle carceri in grado di affrontare una vita normale senza più delinquere.

    Uno dei pochissimi esempi di come si possa condurre diversamente un istituto di pena è il carcere della Gorgona dove i detenuti sono assunti con un contratto e si occupano di attività agricole e di vigneti; quanto guadagnano finisce in parte su un conto al quale avranno accesso a fine pena. Nell’isola i detenuti tengono ordine, fanno manutenzione alle case, diventano fornai o manovali, coltivano e accudiscono gli animali, un 10% di loro è assunto dalle aziende private che hanno accordi con l’amministrazione penitenziaria come la Frescobaldi che ha sull’isola due ettari di vigneti curati da detenuti.

    Secondo la legge italiana il detenuto dovrebbe partecipare con 3,5 euro al giorno al suo sostentamento ma in effetti i magistrati di sorveglianza annullano questo debito mentre alla Gorgona tutti lavorano e perciò tutti pagano quanto devono.

    Alla Gorgona non si superava la soglia massima di reclusioni ma ultimamente sono stati inseriti altri detenuti di elevata pericolosità o con patologie psichiche e il numero di detenzioni è arrivato anche a 120. Perciò, per garantire a tutti un minimo di lavoro si sono ridotti giorni e ore ed essendo stati chiusi l’allevamento di orate, la macelleria e il caseificio sono anche calate le opportunità.

    Sull’isola dovrebbero esserci 50 agenti di sorveglianza ma in servizio ce ne sono 26.

    Un carcere modello, un modello che avrebbe dovuto essere copiato dalle altre carceri in essere e da costruire, si sta lentamente deteriorando e questo è un problema che l’attuale governo dovrebbe affrontare con urgenza perché non esiste una società giusta se chi delinque invece di essere messo nella condizioni di poter tornare alla vita civile è lentamente e inesorabilmente inserito in una sempre maggior capacità delinquenziale.

    Riportare il penitenziario della Gorgona ad essere esempio e modello per le altre strutture speriamo diventi da subito un impegno concreto.

  • Poche donne operaie, eppure in media guadagnano il 12% in meno dei blue collars uomini

    Le donne nelle fabbriche sono poche e vengono pagate meno. “È tempo che la condizione del lavoro femminile in questo Paese, e il fatto che le donne guadagnano strutturalmente meno, sia un argomento discusso davanti ai numeri. Ecco perché abbiamo fatto un’indagine sui dati di oltre 1.300 aziende”, spiega la segretaria nazionale Fiom Barbara Tibaldi, illustrando quanto emersa da uno studio del sindacato sulla situazione del personale nelle aziende metalmeccaniche con più di 50 dipendenti. Su oltre 500mila lavoratori monitorati, la presenza femminile si ferma ad appena il 21,5% e a loro spetta soltanto il 19,6% del monte retributivo annuo lordo, con un gender pay gap medio che si attesta al 12%.

    “Per superare questo divario di salario è necessario che ci sia un intervento, una contrattazione collettiva e che si applichi correttamente la direttiva europea sulla parità salariale”, sottolinea Tibaldi per la quale i dati raccontano che il divario salariale è riconducibile a due elementi: “non vieni pagata per il lavoro che fai ma quando un’azienda unilateralmente che decide che vali o sei disponibile. Quando le aziende erogano da sole i premi li danno agli uomini. Il secondo elemento è il tempo: vengo assunta per lavorare otto ore ma se lo stipendio che prende dipende dalla disponibilità, strutturalmente sarà penalizzata perché il lavoro di cura è ancora a carico delle donne”.

    Il monitoraggio evidenzia una forte disparità nei ruoli aziendali: le donne rappresentano il 30,5% degli impiegati e il 23,1% dei quadri, ma scendono al 17,5% tra i dirigenti e al 12,2% tra le operaie. A questo si aggiunge un ricorso sproporzionato alle forme di flessibilità e riduzione dell’orario: lavora in part-time il 12,2% delle donne rispetto a solo l’1,3% degli uomini, mentre lo smart working coinvolge il 37,1% delle lavoratrici contro il 23,5% dei colleghi maschi.

    In termini economici, il divario medio annuo lordo è consistente in ogni inquadramento e la differenza in valore assoluto è più alto per i ruoli apicali: 29.977 euro in meno per le dirigenti, 7.955 euro per le impiegate, 6.788 euro per le quadri e 6.173 euro per le operaie. Nel salario strutturale definito dal contratto nazionale, il gap è dell’8,5% (dovuto principalmente al minor orario). La forbice si apre invece al 23,6% nel salario accessorio, legato alla contrattazione individuale. Al contrario, nei grandi gruppi industriali dove la contrattazione integrativa e la presenza del sindacato sono consolidate, spiega la Fiom, il divario scende all’8,3%.

    Ecco perché, sottolinea il segretario Michele De Palma, “se c’è un antidoto al veleno del gender pay gap è la contrattazione a fronte di un sistema normativo che non garantisce un reale equilibrio sui luoghi di lavoro”. “Spero che la presidente del Consiglio Meloni guardi questi dati e spero di poter avere l’occasione con la ministra Calderone di poter affrontare il nostro bilancio e poi dopo anche le nostre proposte per cambiare la situazione”, conclude De Palma.

  • Meno vendite in Cina e Volkswagen pensa a 50mila licenziamenti in tutto il mondo

    Il consiglio di sorveglianza del gruppo automobilistico tedesco Volkswagen ha approvato la scorsa settimana, dopo mesi di dispute, il piano di ristrutturazione proposto dal consiglio di amministrazione. Il piano prevede l’eliminazione di 50 mila posti di lavoro in tutto il mondo e la riduzione degli investimenti a 135 miliardi di euro (rispetto ai circa 160 del piano originario) tra il 2027 e il 2031. La crisi di Volkswagen parte dalla Cina, per anni il mercato più redditizio del gruppo. Prima della crisi l’azienda tedesca realizzava lì circa il 40 per cento dei propri ricavi. Negli ultimi anni, però, lo scenario si è ribaltato: Volkswagen, per anni primo costruttore nel Paese, è stata superata dal rivale locale Byd nel 2023 ed è scivolata al terzo posto nel 2025, mentre la quota complessiva dei produttori non cinesi sul mercato elettrico è crollata dal 57 per cento del 2020 al 32 per cento del 2025.

    Le consegne di Volkswagen in Cina si sono attestate a 971mila veicoli nel primo semestre, in calo del 26,1 per cento su base annua e ai minimi da 16 anni. In un comunicato diffuso lo scorso luglio, il gruppo automobilistico ha attribuito tali risultati al rallentamento del mercato cinese e alla crescente concorrenza dei produttori locali di veicoli elettrici. “La situazione in Cina rimane difficile e non siamo riusciti a sottrarci a un calo complessivo del mercato di circa il 20 per cento”, ha spiegato Marco Schubert, membro del comitato esecutivo allargato responsabile delle vendite. La flessione nel Paese asiatico – compensata solo in parte dalla crescita dell’8 per cento in Sudamerica e del 3 per cento nell’Europa occidentale – ha contribuito al calo del 6 per cento delle consegne globali del gruppo, scese a 4,13 milioni di veicoli nel periodo. Ad oggi, è soprattutto nel segmento della mobilità elettrica che Volkswagen punta a colmare il divario con i concorrenti cinesi. Così come riferito lo scorso luglio, l’azienda punta a lanciare oltre 20 nuovi modelli sul mercato cinese nel 2026, mentre entro il 2030 prevede di offrirne più di 30 completamente elettrici di tutti i suoi marchi.

    La causa di fondo è tecnologica più che congiunturale: i marchi cinesi come Byd e Geely offrono modelli elettrici più avanzati e più economici, sviluppati in tempi molto più rapidi rispetto a quelli occidentali, e stanno ora replicando lo stesso schema competitivo anche in Europa, il mercato “di casa” di Volkswagen. L’industria automobilistica cinese, alle prese con una concorrenza sempre più serrata nel mercato interno e con una guerra dei prezzi che comprime margini e profitti, accelera infatti l’espansione all’estero. La sovraccapacità produttiva, il calo della popolazione in età lavorativa — destinata a passare da 0,9 miliardi nel 2025 a 0,8 miliardi entro il 2040, secondo Euromonitor — e la crescente diffusione dei servizi di mobilità condivisa hanno reso infatti l’internazionalizzazione una necessità strategica per costruttori come Byd, Saic, Geely e Leapmotor. Secondo la società di analisi di mercato con sede a Londra, nel 2025 operavano in Cina 129 marchi automobilistici, in calo per la prima volta dal picco di 132 raggiunto nel 2023 e nel 2024. La produzione, tuttavia, ha continuato a crescere, raggiungendo 34,5 milioni di veicoli, il 10,5 per cento in più rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo, utili e fatturato sono diminuiti rispettivamente del 2,6 e dell’8 per cento, a causa dell’impennata dei costi associati a strategie commerciali sempre più aggressive.

    Come evidenziato da un’indagine del gruppo di servizi finanziari Hsbc, la tendenza alla sovraccapacità è destinata a proseguire nel secondo semestre del 2026, con il lancio previsto sul mercato di 156 nuovi modelli, di cui il 90 per cento elettrici. Secondo gli analisti interpellati dal quotidiano “South China Morning Post”, modelli altamente innovativi potrebbero debuttare con un prezzo di circa 12.700 euro nel corso dell’anno, accompagnati da una nuova ondata di promozioni destinate a penalizzare i piccoli produttori, meno capaci di sostenere gli investimenti necessari per tenere il passo sul fronte tecnologico. Il risultato è un processo di selezione sempre più duro. Secondo la società di consulenza statunitense AlixPartners, soltanto 15 dei 129 marchi che oggi vendono veicoli elettrici e ibridi plug-in in Cina saranno finanziariamente sostenibili entro il 2030. Questi gruppi dovrebbero vendere in media 1,02 milioni di veicoli all’anno e arrivare a controllare complessivamente il 75 per cento del mercato entro i prossimi quattro anni.

    Ciononostante, l’estromissione dal mercato dei piccoli produttori potrebbe essere rallentata dall’intervento delle amministrazioni locali. Come osservato da Stephen Dyer, responsabile della divisione automotive di AlixPartners in Asia, queste potrebbero infatti continuare a sostenere anche i marchi non redditizi, considerandoli strategici per l’occupazione, le economie locali e le catene di approvvigionamento. A perdere terreno sono soprattutto i produttori stranieri, penalizzati da una lenta transizione all’elettrificazione: a maggio – secondo i dati dell’Associazione cinese dei produttori di automobili – Volkswagen, Toyota e gli altri costruttori internazionali detenevano complessivamente appena il 31,3 per cento del mercato cinese, contro il 39,8 per cento del primo trimestre.

    La crescita dell’industria a scapito della sovraccapacità, del calo della domanda e della guerra dei prezzi è stata finora favorita dal governo cinese attraverso un controverso programma di sostegno pubblico al settore, finito al centro di un’inchiesta conclusa dalla Commissione europea a ottobre 2024. Bruxelles ha definito una “minaccia” i sussidi, i prestiti a basso costo e i terreni concessi da Pechino ai suoi produttori, assieme alla fornitura di batterie a prezzi inferiori a quelli di mercato, incentivi diretti all’acquisto di veicoli elettrici e condizioni di finanziamento favorevoli legate, tra l’altro, alle valutazioni creditizie assegnate ai principali gruppi del settore.

    Tra i beneficiari figura Byd. Secondo le stime della Commissione europea, nel 2024 i sussidi ricevuti dal gruppo equivalevano al 15,1 per cento, contro il 19,7 per cento di Geely e il 34,4 per cento di Saic. Proprio i tre gruppi sono finiti al centro di un contenzioso con Bruxelles davanti al Tribunale generale dell’Unione europea lo scorso anno, quando hanno contestato i dazi compensativi del 35,3 per cento (Saic), del 17 per cento (Byd) e del 18,8 per cento (Geely) applicati dalla Commissione ai loro prodotti, in aggiunta ad un dazio ordinario del 10 per cento. La forte tendenza all’internazionalizzazione delle imprese è confermata dagli ultimi dati pubblicati dall’Associazione cinese delle autovetture, secondo cui le vendite in Cina sono diminuite di un quinto lo scorso luglio rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, arrivando a 1,47 milioni di veicoli e segnando il decimo mese consecutivo di calo. Parallelamente, le esportazioni sono aumentate dell’88 per cento, raggiungendo 923 mila veicoli.

    Secondo la società di consulenza tedesca Schmidt Automotive Research, tra gennaio e maggio, i marchi cinesi hanno venduto 171.800 veicoli solo in Europa occidentale, aumentando del 5 per cento la propria quota di mercato rispetto allo stesso periodo del 2025. Il Regno Unito ha assorbito un quarto delle vendite cinesi di veicoli elettrici a batteria, mentre l’Italia ha contribuito per circa un quinto del totale. Il dato italiano è tuttavia considerato “anomalo” da Schmidt, soprattutto per effetto delle vendite di Leapmotor. Il costruttore ha esportato migliaia di esemplari del modello a basso costo T03 sfruttando gli incentivi statali che, in una determinata fase, hanno portato il prezzo dell’auto a circa 5.000 euro, molto al di sotto di quello dei modelli più economici della concorrenza. La crescente presenza della Cina all’estero rappresenta una sfida particolare anche per il Giappone, superato nel 2023 dalla Cina come principale esportatore mondiale di veicoli.

    La tendenza dell’espansione all’estero ha iniziato a preoccupare le stesse autorità cinesi, timorose che una competizione basata su prezzi eccessivamente aggressivi possa danneggiare la reputazione dei marchi nazionali e alimentare nuove tensioni commerciali. Il primo settembre gli organismi di regolamentazione hanno infatti pubblicato linee guida per promuovere una distribuzione più “razionale” e “ordinata” della capacità produttiva automobilistica cinese all’estero, chiedendo ai costruttori di rispettare le norme sugli investimenti e sulle attività commerciali oltreconfine e rafforzando i controlli su antitrust, anticorruzione e responsabilità sociale. Le linee guida invitano le aziende a fissare i prezzi sulla base dei costi e delle condizioni di mercato, evitando pratiche suscettibili di creare vantaggi competitivi sleali o variazioni frequenti ed eccessive dei prezzi che possano danneggiare i consumatori o l’immagine dei marchi. I costruttori dovranno inoltre garantire informazioni veritiere nelle attività di marketing ed evitare pubblicità ingannevoli.

  • Senza dipendenti, senza utili o con troppi amministratori, lo Stato dismette le società a partecipazione pubblica

    Ronald Reagan diceva che lo Stato è il problema e non la soluzione e a guardare quanto è grande la mano pubblica, come ha fatto anni fa Carlo Cottarelli in qualità di commissario del governo per la revisione della spesa pubblica, non gli si può dare torto, neanche in Italia.

    Al di là dell’amministrazione pubblica vera e propria, quella che ‘si fa come voglio io perché lo dico io’, nel 2023 secondo quanto analizzato da Cottarelli e riportato dal Corriere della Sera in Italia esistevano 5620 società a partecipazione pubblica, cioè società formalmente private ma di cui erano soci amministrazione pubbliche. Le società partecipate servirebbero alla pubblica amministrazione a svolgere le proprie funzioni, ma il problema sta nelle funzioni che l’amministrazione pubblica rivendica di dover svolgere e nei costi che comporta svolgerle attraverso società partecipate. Su 5620 partecipate (al 31 dicembre 2020), nel 2023 quelle che erano effettivamente attive erano 4059, ma soprattutto le amministrazioni pubbliche detenevano partecipazioni nell’ACI, e passi, manche in case editrici, enti sportivi, case di cura, associazioni culturali. Attività di cui non si capisce bene perché le amministrazioni pubbliche debbano occuparsi. Cottarelli non ha mancato di segnalare casi di totale inutilità (per non dir di peggio), come le 559 società partecipate che non avevano alcun dipendente le 327 che avevano più amministratori che dipendenti, e altri in cui le società avevano registrato bilanci in rosso per 4 esercizi di fila (287).

    Lo Stato stesso si era reso conto che così era troppo, tant’è che per legge aveva imposto vincoli alle partecipazioni societarie, consentendole solo ove di effettiva utilità perché le pubbliche amministrazioni facessero il loro lavoro e imponendone la dismissione dove fossero dei carrozzoni vuoi clientelari vuoi mangiasoldi. Dal 2023, secondo dati recenti del governo sono cessate 675 partecipazioni.

  • 705 milioni di euro assegnati alla prossima generazione di ricercatori in Europa

    Il Consiglio europeo della ricerca (CER) ha annunciato i vincitori dell’ultimo concorso per sovvenzioni di avviamento, che ha assegnato 705 milioni di euro a 421 ricercatori all’inizio della carriera in tutta Europa. Le sovvenzioni sosterranno i giovani scienziati durante una fase cruciale della loro carriera, aiutandoli a perseguire idee ambiziose e a costruire le proprie equipe di lavoro. 21 ricercatori di successo attualmente stabiliti al di fuori dell’Europa si trasferiranno nell’UE e nei paesi associati a Orizzonte Europa (in aumento rispetto ai 11 dell’anno scorso) per realizzare i loro progetti.

    Il concorso di quest’anno ha raccolto un numero record di 4.807 proposte, pari a un aumento del 22% rispetto alle 3.928 dello scorso anno. A causa della forte concorrenza, solo l’8,8 % delle proposte ha potuto essere finanziato. L’interesse è aumentato anche tra i ricercatori con sede al di fuori dell’Europa. In particolare, quest’anno hanno presentato domanda 169 ricercatori con sede negli Stati Uniti, rispetto ai 116 dell’invito precedente. I progetti selezionati coprono un’ampia gamma di settori di ricerca, dalle scienze della vita e dall’ingegneria alle scienze sociali e umane. I nuovi beneficiari saranno ospitati da università e centri di ricerca di 25 Stati membri dell’UE e paesi associati, in particolare Germania (89 sovvenzioni), Francia (38), Svizzera (36) e Paesi Bassi (33). Tra i vincitori figurano 84 tedeschi, 50 italiani, 30 francesi e 24 spagnoli, nonché ricercatori di altre 48 nazionalità. Le sovvenzioni dovrebbero creare più di 3.000 posti di lavoro nelle equipe di lavoro dei nuovi beneficiari.

  • Uber to cut over 3,000 jobs in major global restructuring

    Uber is cutting more than 3,000 jobs worldwide as part of a major overhaul designed to shrink management layers and refocus spending on its core business.

    The cuts amount to roughly 10% of its global workforce, bringing staffing back to levels last seen in 2021.

    Chief executive Dara Khosrowshahi told staff in a company email that the taxi and delivery firm had expanded quickly but accumulated too many layers and small teams that slowed decision‑making.

    He said the reductions would put Uber, which has its global head office in San Francisco, US, in a better position for its “biggest opportunities ahead of us”.

    The move marks one of Uber’s largest restructurings in years and signals a shift towards a leaner operating model.

    Shares rose nearly 2% after the announcement, with investors appearing to welcome the proposals.

    Cuts affect both managers and non-managers, and Uber said it plans to fold many of its smallest teams into larger groups, however, the firm has not confirmed the locations most affected by job cuts.

    Such changes are intended to make Uber “simpler” and “faster,” while freeing up money to reinvest in areas it considers central to its future, Khosrowshahi said.

    The restructuring comes as Uber steps up investment in autonomous vehicle partnerships and expands its ride‑hailing, delivery, and robotaxi operations.

    Uber is also tightening up its office strategy, asking nearly all employees to work in person at designated hubs and limiting remote roles to about 1%.

    Analysts said the layoffs could generate up to $2bn in annual savings.

    Unlike many large technology companies that have cut jobs amid heavy spending on artificial intelligence (AI), Uber had avoided major reductions since the pandemic.

    The latest changes bring its workforce back to just under 30,000 people, roughly where it stood before its most recent period of expansion.

  • L’intelligenza artificiale verifica curriculum e aziende online

    L’intelligenza artificiale ha cambiato il criterio con cui aziende, professionisti e contenuti vengono selezionati online. Lo afferma Paolo Maria Luino, General Manager EMEA di Kitsune.pro e tra i maggiori esperti internazionali di digital strategy, dichiarando: «Fino a ieri pensavamo che la sfida fosse convincere le persone. Oggi dobbiamo convincere sistemi automatici che non provano emozioni, non si lasciano sedurre dal design e non credono alle dichiarazioni. Verificano».

    «Se fino a ieri la qualità della comunicazione era misurata soprattutto dalla capacità di attirare attenzione e generare fiducia nell’utente, oggi è entrato in scena un nuovo interlocutore: l’intelligenza artificiale – sottolinea Luino -. E il suo modo di decidere è completamente diverso. Un sistema automatico non prova ammirazione e non si lascia convincere: non guarda il design, non legge le headline emozionali, non si ferma sullo storytelling. Cerca segnali che può controllare. Per questo non sceglie il contenuto più bello, né quello scritto meglio. Sceglie ciò che riesce a verificare. È un cambiamento radicale, perché trasforma la trasparenza da valore reputazionale a requisito competitivo».

    Quali sono questi segnali? Secondo Luino si riducono a tre domande molto semplici, alle quali però la maggior parte delle imprese non è ancora in grado di rispondere.

    Per capire la portata del cambiamento basta guardare a un settore che, paradossalmente, ci è arrivato prima degli altri perché costretto dalla normativa: la sanità. I contenuti sanitari rientrano infatti tra quelli che Google classifica come Your Money or Your Life (YMYL) e sono sottoposti ai più elevati standard di esperienza, competenza, autorevolezza e affidabilità. A questo si aggiungono, in Italia e in Europa, regole molto rigorose sulla comunicazione sanitaria e sul trattamento dei dati personali. «Gli studi medici sono stati obbligati per anni a fare ciò che oggi gli algoritmi chiedono a tutti: firmare i contenuti con professionisti identificabili, dichiarare le credenziali, mantenere aggiornate le informazioni, pubblicare solo ciò che è documentabile. Quella che sembrava una limitazione oggi si sta trasformando in un vantaggio competitivo. Ed è una lezione che vale per qualsiasi settore», osserva Luino.

    Da questo scenario derivano anche due avvertimenti. Il primo riguarda la posta in gioco. «Essere quinti in una pagina di Google genera ancora qualche clic. Essere la quinta fonte considerata da un’intelligenza artificiale, nella maggior parte dei casi, non genera nulla. Nella ricerca tradizionale esisteva una lunga coda di consolazione. Nel nuovo scenario quella coda non c’è più: c’è chi viene selezionato e c’è tutto il resto».

    Il secondo riguarda la proliferazione di strumenti e software che promettono di ottimizzare la presenza nelle ricerche generative. «Gli strumenti non producono autorevolezza. Possono misurarla, evidenziarne le lacune, aiutare a monitorarla. Ma nessun software può firmare un contenuto al posto di un professionista, né inventarsi un’esperienza che non esiste. Chi pensa di comprare credibilità acquistando un tool sta ripetendo lo stesso errore di chi, vent’anni fa, pensava di comprare il posizionamento acquistando keyword».

  • Corriere muore durante una consegna a Piacenza nel suo ultimo giorno di lavoro temporaneo

    Un corriere di 42 anni è morto a Piacenza colpito da un malore mentre effettuava una consegna. Pasquale Andriotta, in appalto per Brt, era all’ultimo giorno del suo contratto a termine. “Oggi i colleghi di Pasquale, che era iscritto Cgil, dell’appalto Brt di Piacenza-Caorso, Afs service, erano in sciopero dopo lo stato di agitazione proclamato venerdì dalla Filt e dalle Rsa”, scrive la Filt Cgil Piacenza in una nota.

    Alla base della protesta, i carichi di lavoro crescenti, la carenza di personale, i turni sempre più pesanti e un’organizzazione considerata ormai insostenibile. Non possiamo e non vogliamo stabilire oggi quale sia stata la causa del malore – afferma la Filt di Piacenza -, saranno gli accertamenti a chiarirlo. Ma non possiamo ignorare una coincidenza drammatica: Pasquale è morto mentre lavorava in una giornata nella quale i suoi colleghi stavano scioperando proprio per denunciare sovraccarichi, carenze di organico e condizioni di lavoro diventate troppo pesanti”, prosegue il sindacato. “La precarietà come situazione contrattuale, quindi, che può anche incidere concretamente sulla libertà di fermarsi, scioperare, sottrarsi a condizioni troppo gravose, a cui si aggiungono le alte temperature di queste ore, un ulteriore fattore di rischio”.

    “Chiediamo risposte alle domande che poniamo – afferma Karim Mansar, Filt Cgil Piacenza –. Non stiamo anticipando conclusioni e non vogliamo strumentalizzare una morte. Ma sarebbe altrettanto sbagliato separare questa tragedia dal contesto nel quale è avvenuta. Quelle condizioni di lavoro erano state denunciate formalmente appena tre giorni fa e oggi erano oggetto di uno sciopero. Stando alle informazioni in nostro possesso, inoltre, Pasquale aveva un contratto che scadeva oggi. Ci viene riferito che aveva paura di perdere il lavoro: quanto è libero di scioperare un lavoratore che sa che il suo contratto finisce alla fine della giornata? È una domanda che riguarda non soltanto questa tragedia, ma un intero modello di organizzazione del lavoro”, conclude Mansar.

  • Fare il cameriere conviene in Trentino Alto Adige ma non in Campania

    Dal nuovo bollettino dell’Osservatorio Restworld sulla Ristorazione, realizzato da Restworld, piattaforma e agenzia per il lavoro specializzata nel settore Ho.Re.Ca., che ha analizzato oltre 6.108 offerte di lavoro pubblicate fino a giugno 2026, emerge che per chi serve a tavola la retribuzione mediana si conferma pari a 1.700 euro netti equivalenti al mese, mentre il 40% delle offerte full time supera i 30.000 euro di RAL e il 98% delle posizioni propone retribuzioni superiori ai 1.300 euro netti equivalenti mensili. A livello territoriale il Trentino-Alto Adige registra la mediana più elevata (1.950 euro), seguito da Sardegna e Veneto, mentre la Campania chiude la classifica con 1.500 euro.

    La novità più significativa emersa dal nuovo Bollettino riguarda il modo in cui le aziende comunicano gli stipendi. Dal 7 giugno 2026, infatti, è entrato in vigore il D.Lgs. 96/2026, che recepisce in Italia la direttiva europea sulla parità retributiva di genere e introduce l’obbligo di indicare la retribuzione o la relativa fascia già negli annunci di lavoro. Restworld è tra le poche realtà in grado di misurare quasi in tempo reale gli effetti di questa novità normativa. Tra aprile e giugno la quota di annunci che indica la retribuzione lorda è infatti passata dal 7% al 53%, mentre circa il 45% dei ristoratori ha modificato il modo di dichiarare lo stipendio, passando dalla tradizionale indicazione del netto mensile alla RAL.

    Un cambiamento che non riguarda tanto l’importo delle retribuzioni, quanto il modo in cui queste vengono comunicate e confrontate: “Per anni la ristorazione ha parlato quasi esclusivamente di stipendio netto mensile. L’introduzione della RAL rappresenta un cambiamento culturale prima ancora che normativo: obbliga il settore a utilizzare un linguaggio più trasparente e aiuta sia le aziende sia i lavoratori a confrontare le offerte in maniera più consapevole. Non cambia quanto si guadagna, cambia il modo in cui il mercato racconta il valore del lavoro”, commenta Luca Lotterio, CEO e co-founder di Restworld.

    Tra le evidenze più interessanti del nuovo Osservatorio emerge anche il progressivo calo del turno spezzato, da sempre considerato uno degli aspetti più gravosi del lavoro nella ristorazione. Oggi soltanto il 23% delle offerte pubblicate nell’ultimo trimestre prevede ancora questa organizzazione del lavoro, con una lunga pausa tra il servizio del pranzo e quello della cena. Il turno unico è ormai diventato la modalità prevalente, segno di un settore che sta cercando di rendere le condizioni lavorative più sostenibili e attrattive. Il turno spezzato, però, non scompare del tutto. Rimane particolarmente diffuso nei ruoli più qualificati della cucina: interessa circa un terzo dei responsabili di cucina, dei sous chef e dei cuochi capo partita, mentre riguarda soltanto il 16% dei camerieri e appena il 4% dei banconisti bar.

    Ma il dato forse più interessante è un altro: chi accetta il turno spezzato continua, nella maggior parte dei casi, a essere retribuito meglio. A parità di ruolo, infatti, le offerte che prevedono il doppio servizio propongono stipendi mediamente più elevati rispetto a quelle organizzate su turno unico.

    Secondo l’Osservatorio Restworld, i responsabili di cucina sono oggi le figure meglio retribuite, con una media di 2.423 euro netti equivalenti al mese, pari a una RAL stimata di circa 40.600 euro. Seguono i sous chef (2.250 euro netti; circa 37.700 euro di RAL), i cuochi capo partita (1.998 euro; circa 33.300 euro), i responsabili di sala (1.978 euro) e i cuochi unici (1.975 euro). Anche figure altamente specializzate come chef de rang, pizzaioli e bartender superano stabilmente i 1.700 euro netti equivalenti mensili.

    Sul versante opposto della classifica si collocano invece i banconisti bar, con una media di 1.467 euro netti equivalenti al mese, gli addetti cucina (1.484 euro), gli aiuto cuochi (1.552 euro) e i camerieri (1.572 euro). Tra il ruolo più retribuito e quello d’ingresso il divario supera quindi i 950 euro al mese, confermando come esperienza, competenze e livello di responsabilità incidano molto più della collocazione geografica.

    In un mercato in cui trovare collaboratori qualificati continua a essere una delle principali sfide per gli imprenditori della ristorazione, lo stipendio rappresenta ormai solo una parte dell’offerta. Sempre più spesso a fare la differenza sono contratto, organizzazione del lavoro e benefit.

    Dal Bollettino emerge che la formula contrattuale più diffusa resta il tempo determinato con prospettiva di stabilizzazione: circa il 68% delle offerte propone infatti un contratto a termine con possibilità di trasformazione a tempo indeterminato. Seguono il tempo determinato “secco”, fisiologicamente più frequente durante la stagione estiva, mentre circa il 6% delle aziende offre fin da subito un contratto a tempo indeterminato. L’85% delle posizioni analizzate è inoltre a tempo pieno.

    Anche sul fronte dei benefit iniziano a vedersi segnali di cambiamento. Il 67% delle offerte include i pasti per lo staff, mentre il 29% mette a disposizione l’alloggio, una soluzione particolarmente diffusa nelle località turistiche durante i mesi estivi. Accanto ai benefit tradizionali iniziano inoltre a comparire formule ancora poco diffuse ma indicative della direzione intrapresa dal settore: palestra convenzionata, assicurazione dentistica e perfino supporto psicologico, strumenti che fino a pochi anni fa erano quasi assenti nella ristorazione.

  • China economic growth falls sharply, missing target

    China’s economic growth slowed sharply between the start of April and end of June as weak domestic demand and the Iran war’s impact on oil prices overshadowed the country’s strong exports.

    Official gross domestic product (GDP) figures showed the world’s second largest economy grew in the second quarter by 4.3%, below Beijing’s annual target, and after a 5% rise in the first quarter.

    It comes a day after separate data showed China’s exports had jumped by 27% in June compared to a year earlier.

    In March, China cut the growth target to a range of 4.5%-5%, its lowest economic expansion goal since 1991, a move some analysts say has given Beijing space to acknowledge pre-existing economic weakness.

    The announcement represents the first full quarter of GDP data since the start of the Iran war on 28 February and marks the lowest quarterly expansion since the end of 2022, as China was emerging from its strict Covid-19 restrictions.

    “The are more external instability and uncertainty factors,” China’s National Bureau of Statistics said in a release accompanying the figures.

    It also noted an imbalance between strong supply and weak demand in the domestic economy.

    Separate data released on Wednesday highlighted the economic challenges Beijing is facing at home – including a long-running property market slump and weak consumer spending.

    New home prices contracted again, although the 0.1% fall in June was at a slightly slower pace than the previous month.

    But retail sales rose by 1% in June, improving from a 0.6% decrease in May.

    Fabien Yip, a market analyst at investment platform IG told the BBC that China’s businesses are absorbing higher energy and raw materials costs “because demand at the till is too weak to bear it”.

    The situation will become more difficult to manage the longer the Iran war goes on, she added.

    However Capital Economics’s head of China economics Julian Evans-Pritchard said the actual slowdown in the country’s economy may have less to do with changing conditions, and more to do with a change in the national growth target which had “given the authorities more room to acknowledge the reality on the ground”.

    “This may largely represent a greater willingness to acknowledge pre-existing weakness rather than a sudden deterioration in underlying growth,” he said, noting that the official figure is now closer in line with Capital’s own estimate of Chinese growth.

    “If that’s the case, then the GDP figures should not be interpreted as a sign that the economy is suddenly slowing sharply. The June data also offer some reassurance, with improvements across all indicators.”

    Customs data for June, which was released on Tuesday, showed that China’s tech exports were boosted by soaring global demand for semiconductors to power artificial intelligence (AI) data centres.

    Surging demand for Chinese electric vehicles (EVs) also gave a major boost to China’s exports – with monthly car exports topping one million for the first time.

Pulsante per tornare all'inizio