lavoro

  • Accordo tra gli Stati della Ue per creare un’Autorità europea del lavoro

    Intesa dei 28 sull’istituzione di un’Autorità europea del Lavoro (Ela), che però è stato chiesto diventi un’agenzia – quindi con meno poteri – a differenza di quanto inizialmente proposto dalla Commissione europea. Questa dovrà assicurare il rispetto e l’applicazione uniforme in tutti i Paesi europei delle norme Ue in materia sociale, fornendo assistenza agli stati membri. Questi potranno partecipare alla maggior parte delle attività dell’Ela su base volontaria, non obbligatoria. L’Italia, rappresentata dal sottosegretario al lavoro Claudio Cominardi, avrebbe voluto un ruolo maggiore per il nuovo organismo. “Purtroppo è diventata più un’agenzia che un’autorità, quel che premeva a noi era dare più autonomia e più poteri, cosa che purtroppo non si è verificata”, ha spiegato Cominardi. Quanto alla futura sede dell’Ela, che Milano adocchierebbe dopo aver perso l’Ema, “non ne abbiamo parlato”, ha aggiunto il sottosegretario. Anche la commissaria al lavoro e la ministra austriaca per la presidenza Ue hanno confermato che la questione non è ancora stata affrontata, ricordando che spetterà decidere agli stati membri ma in consultazione con l’Europarlamento. In ogni caso prima di arrivare a questo punto occorreranno ancora i negoziati con Commissione e Parlamento per arrivare al testo legislativo finale sull’Agenzia per il lavoro. “Dobbiamo vedere che procedura seguire”, ha spiegato Thyssen, dato che il coinvolgimento del Parlamento europeo è frutto del recente caso Ema in cui Milano si è vista soffiare la sede da Amsterdam.

  • Grazie alla Germania 157mila posti di lavoro in Italia

    Uno studio della Commissione europea pubblicato ha messo in luce gli effetti positivi per l’occupazione che scaturiscono dall’interscambio commerciale esistente sia fra gli stessi Paesi membri sia con il resto del mondo.

    Evidenziano come le catene produttive complesse spalmino gli effetti occupazionali non solo nel Paese dal quale viene esportato il bene finale, lo studio rileva che le esportazioni tedesche comportano un effetto occupazionale in Italia, nel 2017, di 157.300 posti di lavoro; parimenti, le esportazioni italiane producono 112.200 lavori in Germania. Nel complesso, le esportazioni degli altri Paesi Ue verso destinazioni extraeuropee producono in Italia 500mila posti di lavoro. Le esportazioni italiane, d’altro canto, generano 1,595 milioni di posti di lavoro al di fuori dalla stessa Unione europea.

    Allargando il discorso oltre la Ue, la Cina con le sue esportazioni generano in Europa 3,99 milioni di posti di lavoro, a fronte di un numero molto simile di occupati cinesi legati alle esportazioni europee.

  • La ricerca del lavoro è a portata di “app”

    Il mondo del lavoro sta diventando sempre più smart e tecnologico. Ormai molti software si sono spostati sui dispositivi mobili proprio per semplificare l’utilizzo dei clienti. Proprio per questo anche la ricerca del lavoro sta decisamente cambiando. Se in passato per cercare occupazione bisognava recarsi presso i centri per l’impiego o nelle agenzie interinali, oggi è possibile farlo comodamente da un pc oppure da un semplice smartphone.

    Accanto agli annunci di carta (una rarità ormai) e a quelli nelle bacheche virtuali di siti specializzati nel recruiting online, si stanno affiancando sempre di più le app per smartphone che mettono in contatto chi cerca lavoro e le aziende che invece sono sulle tracce di nuovo personale. Grazie all’aumento della tecnologia è possibile ricercare un nuovo impiego attraverso il proprio cellulare. Utilizzando queste applicazioni è possibile consultare e trovare le migliori offerte lavorative in un semplice click e praticamente ovunque.

    È il caso di Employerland, l’app realizzata da una start up italiana, che consente ai candidati di caricare il proprio profilo e poi mettersi alla prova con otto test che misurano le competenze personali: dall’inglese fino alla logica, passando per informatica, matematica e cultura generale. Si tratta di sfide tecniche che mirano a sondare le conoscenze dei giovani su alcune tematiche: digital trasformation, fintech, big data e il mondo dei social network. In queste sfide i ragazzi gareggiano tutti contro tutti e solo i migliori sono poi chiamati dalle aziende per dei colloqui one-to-one.

    Anche Monster.it ha lanciato qualche mese fa una nuova app per la ricerca di lavoro che aiuta gli utenti a cercare e connettersi “on the go” con le opportunità di lavoro. L’app messa a punto dalla società specializzata nel recruiting online richiede quattro passaggi: gli utenti creano un profilo utilizzando i social media o caricando il curriculum per completare il proprio profilo professionale, successivamente una tecnologia di matching filtra gli annunci di lavoro per trovare la posizione più interessante e in linea per il candidato.
    Dopo questo passaggio con un semplice “swipe” gli utenti hanno la possibilità di candidarsi all’annuncio o proseguire nella ricerca, ignorando l’offerta di lavoro; a questo punto i candidati possono modificare il proprio profilo professionale e caricare un curriculum completo direttamente da Monster.it o da piattaforme come Dropbox o Google Drive. Un semplice swipe verso destra consente di candidarsi inviando automaticamente il cv o il proprio profilo, ottimizzando tempi e risorse.

    Anche se si tratta di piccoli lavoretti estemporanei, la tecnologia ci viene in supporto. È il caso di jobby, il portale che ospita offerte e richieste di occupazione temporanea che in questi giorni sta popolando i social e le stazioni della metropolitana di Milano. Già, perché non importa quanto sia bizzarro il lavoro per il quale si cerca qualcuno in grado di realizzarlo. Se c’è una persona con quelle capacità, jobby consente di trovarla. Chi offre un lavoro, che sia un privato o un’azienda, ha la possibilità di pubblicare il proprio annuncio sulla piattaforma. Solo in un momento successivo dovrà farlo rientrare in una delle categorie previste da jobby. Con la novità che se questa categoria non esiste, potrà essere direttamente l’utente a crearla. Disponibile sia per iOs che per Android, l’applicazione della società fondata da Andrea Goggi permette di gestire il rapporto di collaborazione in ogni sua fase. Chi è in cerca di un’occupazione, un worker, come viene definito da jobby, può innanzitutto definire l’area nella quale vuole ricercare un’occupazione. Per esempio, entro un raggio di 10 chilometri dalla propria città. Scorrendo tra le offerte così filtrate, è possibile conoscere i dettagli di ogni singola offerta e, soprattutto, visualizzare il profilo del privato o dell’azienda che è alla ricerca di un lavoratore. Una volta individuata l’offerta che fa al caso proprio, ci si può candidare direttamente tramite l’app.

  • The One and Only Way to Development

    A due anni dalla sua elezione, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con la chiusura del negoziato bilaterale con Messico e Canada, ottiene l’appoggio (inaspettato solo due anni fa) anche dei sindacati per i risultati ottenuti. Va ricordato infatti come la strategia economica dell’amministrazione statunitense  inizialmente si manifestò con una politica di riduzione del carico fiscale per le aziende al fine di incentivare gli investimenti industriali (ma anche quelli in servizi)  all’intero dei confini statunitensi. Gli effetti di questa politica fiscale si manifestarono attraverso aumenti successivi dell’occupazione (effetto degli investimenti delle aziende stesse) fino a conseguire il risultato, al momento attuale, di un tasso di disoccupazione del 3.7%. Considerato al 5% il livello di disoccupazione frizionale (espressioni fisiologica di chi cambia lavoro ed entra nel mondo per la prima volta dal lavoro) questo dato del 3.7% significa piena occupazione.

    Tale incentivazione fiscale ha trovato il pieno appoggio delle aziende le quali infatti risposero attraverso investimenti finalizzati al “reshoring produttivo” da paesi a basso costo di manodopera.

    Lo stesso compianto Marchionne riportò la produzione dei Pick Up Dodge dal Messico negli Stati Uniti mentre molte altre aziende come Wal Mart o JP Morgan e la stessa Apple hanno redistribuito il “vantaggio fiscale” attraverso bonus retributivi per tutti i dipendenti, oppure hanno attivato investimenti che produrranno nuove occasioni di occupazione di medio ed alto contenuto professionale e retributivo.

    Il risultato economico complessivo vede oggi il Pil Usa al +4,2%, nonostante la stretta sui tassi della Fed assorbita dal sistema economico statunitense senza troppi problemi. Ovviamente al di qua dell’oceano Atlantico non si è compresa la valenza economica e soprattutto la dinamica occupazionale, quindi di sviluppo, di tale politica di incentivazione fiscale la quale addirittura se applicata all’intero degli Stati dell’Unione viene intesa come una forma di concorrenza sleale quasi che il principio della concorrenza sul quale si basa il mercato globale non valesse per i singoli Stati, una realtà invece ben chiara all’amministrazione statunitense.

    Allo stesso modo in Europa venne accolta la decisione di rompere il Nafta ed avviare degli accordi bilaterali sempre dalla amministrazione Trump, già sotto accusa, sempre nella “illuminata” Europa, per la politica dei dazi che avrebbe, secondo la nomenclatura europea, affossato il “libero mercato” introducendo una deriva protezionistica. La chiusura definitiva delle trattative con il Canada invece dimostra la visione strategica, economica e di sviluppo che da sempre sottende le scelte, anche controcorrente, della amministrazione americana.

    Innanzitutto nell’accordo tra Stati Uniti e Canada vengono eliminati i dazi del 300%, che gravavano sui prodotti lattiero caseari made in Usa, dimostrando che la difesa ad oltranza dello status quo di certo non rappresenta la tutela del “libero mercato”. In tal senso infatti la dichiarazione del Primo Ministro Trudeau, il quale ha confermato un piano finanziario di sostegno agli allevatori della filiera lattiero casearia canadese, dimostra di fatto l’inesistenza del libero mercato, scelta legittima ma non proprio in linea con le visioni europee. Successivamente, per i prodotti complessi industriali l’accordo prevede ed  impone particolari requisiti perché i veicoli importati negli Usa da Canada e Messico possano essere considerati ‘duty-free’. Questi infatti  devono contenere il 75% di componenti prodotti nei tre Paesi, con un salario dei lavoratori che deve risultare minimo di 16 dollari l’ora.

    Di fatto questa scelta rinnova il concetto di concorrenza (vero mantra dei sostenitori del libero mercato senza regole) tra i vari prodotti espressione dei diversi sistemi economici nazionali.

    Partendo da questi parametri infatti la concorrenza viene spostata sul contenuto tecnico qualitativo ed innovativo, come di immagine, espressione culturale di una filiera produttiva complessa.

    L’indicazione di una soglia minima di retribuzione infatti pone le produzioni dei paesi evoluti (che si manifestano anche attraverso oneri contributivi a tutela degli occupati che in tali aziende operano) parzialmente al riparo da quei prodotti espressione di delocalizzazioni estreme in sistemi industriali privi di ogni tutela per i lavoratori come per i manufatti e quindi di dumping. Mentre nel nostro Paese, come in tutta Europa, si individuano le risposta all’invasione di prodotti espressione di dumping sociale, economico e normativo (sia in termini di sicurezza per i prodotti che per la manodopera) attraverso il concetto infantile legato al semplice aumento della produttività che da sola non può certo sostenere le nostre filiere produttive gravate da oneri contributivi impossibili da compensare con un aumento della produttività.

    La dinamica e l’evoluzione delle trattative relative alla definizione dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Canada dimostrano finalmente la focalizzazione dell’attenzione sulla tutela delle filiere produttive, espressione di un approccio pragmatico e non ideologico all’economia reale che tanto  negli ultimi decenni invece aveva offuscato le strategie economiche dei vari governi occidentali ed in particolare italiano ed europeo.

    L’aver individuato una soglia minima di retribuzione (16$) per ottenere il sistema “duty free” rappresenta una intelligente inversione di approccio alla gestione della concorrenza dei paesi che basano la propria forza esclusivamente sul dumping economico e normativo relativo alla tutela delle produzioni dei prodotti come degli occupati.

    Si apre finalmente una nuova visione attraverso queste scelte di politiche economiche e fiscali che sottendono tale accordo tra Stati Uniti e Canada, da sempre sostenute da chi scrive.

    La tutela delle filiere e la concorrenza possono e devono coesistere in un sistema economico/politico aperto ma, al tempo stesso, che presenti un minimo comune denominatore accettato ed applicato da chiunque operi nel libero mercato. Quindi solo così la concorrenza si può spostare e focalizzare sul contenuto complesso del prodotto e non sulla compressione e, in taluni casi, sull’annullamento dei fattori che concorrono a determinare  il costo del lavoro.

    Tutto il restante mondo economico al di fuori di questi parametri riconosciuti nell’accordo tra Stati Uniti e Canada diventa o, peggio, rimane pura speculazione di sistemi economici basati sul basso costo della manodopera e soprattutto del suo sfruttamento. Quella indicata dall’amministrazione statunitense quindi rimane l’unica via per assicurare un mercato libero basato sulla libera concorrenza in grado di porre il principio della concorrenza imperniato per il confronto tra i diversi  prodotti come  per i servizi sulla base di parametri, quali contenuto innovativo, tecnologico, qualitativo e di immagine. In altre parole si apre una finestra sulla possibilità di redigere un nuovo protocollo che permetta, una volta applicato, la libera concorrenza. Questo accordo di fatto apre una nuova fase sulle politiche per adeguare i protocolli a tutela delle filiere nazionali. La via indicata dall’amministrazione Trump dimostra esattamente quale sia l’unica e la sola via per lo sviluppo.

    The One and Only Way to Development, appunto…

  • Aperte le iscrizioni per il Progetto A Scuola di OpenCoesione

    E’ stata pubblicata la circolare MIUR per partecipare al progetto A Scuola di OpenCoesione (ASOC), il percorso innovativo di didattica interdisciplinare su open data, data journalism e politiche di coesione nelle scuole secondarie superiori.  Come per lo scorso anno, il bando è aperto a 200 scuole secondarie superiori di ogni indirizzo, che verranno selezionate per cimentarsi in attività di ricerca e monitoraggio civico sui territori a partire dai dati sui progetti finanziati con le risorse delle politiche di coesione.
    Il premio in palio per la migliore ricerca è un viaggio di istruzione a Bruxelles presso le istituzioni europee, finanziato dalla Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, da svolgersi orientativamente alla fine di maggio – inizio giungo 2019.  Grazie anche ad uno specifico accordo con gli Uffici del Senato della Repubblica, per una delle classi partecipanti al percorso ASOC è prevista la partecipazione a un evento premio – visita guidata con possibilità di assistere a una seduta dell’Assemblea nella sede istituzionale del Senato della Repubblica a Roma – oltre a un approfondimento sull’utilizzo dello strumento regolamentare dell’indagine conoscitiva.
    Dalla scorsa edizione è possibile integrare i contenuti di ASOC nei percorsi di Alternanza Scuola-Lavoro e nella predisposizione di progetti per la partecipazione ai bandi del PON 2014-2020 “Per la Scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento”.
    I docenti e le classi possono essere affiancati nel loro percorso didattico dai Centri di informazione Europe Direct e dalle Organizzazioni “Amiche di ASOC”.  Ulteriori informazioni sulle attività previste per l’edizione 2018-2019 di ASOC sono disponibili nella documentazione allegata al bando: Vademecum di progetto e Fac-simile formulario candidatura. Sono inoltre disponibili l’e-book e i video della scorsa edizione di ASOC 2017-2018.
    Per partecipare alla selezione di ASOC 18/19 è necessario accedere alla piattaforma di candidatura online dall’apposita sezione predisposta nella homepage del sito web www.ascuoladiopencoesione.it, e seguire la procedura online per la compilazione e l’invio della candidatura. La selezione sarà volta a garantire un’adeguata distribuzione territoriale delle scuole partecipanti, tenendo conto dell’intensità finanziaria delle politiche di coesione sul territorio di riferimento.
    La scadenza per le candidature è venerdì 19 ottobre 2018 entro le ore 12.00.
    Le scuole lombarde che intendono candidarsi e desiderano essere supportate dal centro Europe Direct Lombardia nel loro percorso sono inviate a contattare il centro ED Lombardia scrivendo a: europedirect@regione.lombardia.it.

  • I robot avanzano? Il lavoratore si tutela con la formazione, non con un nuovo luddismo

    Nelle economie avanzate l’equivalente di 66 milioni di lavoratori, quasi uno su sei, appaiono ad “elevato rischio di automazione” secondo quanto afferma l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, sulla base di una analisi relativa a 32 Paesi e basata sulla Survey of Adult Skills (Piaac). L’analisi evidenzia che per il 14% dei posti di lavoro attuali vi è almeno il 70%  di probabilità di automazione da parte di computer e algoritmi (l’ente rileva comunque come questo dato sia più contenuto di quello indicato in uno studio analogo nel 2013). Vi è poi un ulteriore 32% di posizioni su cui, secondo l’ente parigino, si potrebbe assistere a “cambiamenti significativi” per quanto riguarda modalità di svolgimento del lavoro, mansioni, quota di lavoro che potrebbe essere robotizzata e qualifiche che saranno necessarie per accedere a questi posti.

    Naturalmente la sostituibilità delle persone coi robot varia anzitutto in base al loro capitale umano, cioè a quello che sanno fare, e poi – visto che quanto si è capaci di fare dipende ampiamente dalla formazione che si è ricevuta – da Paese e Paese. Così, in Norvegia rischiano di essere affidati a robot solo il 6% dei posti di lavoro oggi occupati da umani, in Repubblica Ceca il 33%. Più in generale il lavoro nei paesi nordici appare meno a rischio di automazione, mentre all’opposto probabilità più elevate riguardano le posizioni con basse qualifiche, come addetti alle cucine, minatori, addetti alle pulizie, nelle costruzioni e nei trasporti.

    In Italia i lavoratori talmente poco significativi in termini di preparazione e qualifica da poter essere rimpiazzati da un oggetto stupido come un robot (come è stato giustamente osservato, alle macchine va detto tutto quello che devono fare, non sono capaci di iniziativa autonoma) si aggirano intorno al 15%, secondo il rapporto dell’istituto parigino. La regione italiana che rischia di meno è il Lazio con il 13,6% dei posti ha il 70% di probabilità di essere sostituito dai robot, mentre quella con il rischio maggiore sono le Marche (15,6%).

    In Asia è stato calcolato che l’automazione abbia cancellato 101 milioni di posti di lavoro e ne abbia creati 134, con un saldo dunque positivo, ma il luddismo – l’idea di evitare l’automazione o sabotarla (come accadde agli albori della rivoluzione industriale) – è un riflesso quasi pavloviano quando si parla di automazione, come se uno degli obiettivi dell’umanità non fosse liberarsi della fatica e il progresso non fosse altro che la progressiva emancipazione dalle mansioni più pesanti. La realtà, volendo evitare di cavalcare allarmismi (come in Italia si fa anche in altri ambiti del progresso tecnico-scientifico, quali le vaccinazioni), è che la tutela dei lavoratori non si consegue mantenendoli in mansioni gravose che potrebbero essere svolte da macchine (allora perché non reintrodurre la schiavitù: in fondo non garantiva vitto e alloggio a un vasto numero di persone in cambio del loro lavoro?) ma consentendo loro di maturare una formazione (non solo in età scolastica, ma durante tutto l’arco della loro vita lavorativa, come già si fa per certe categorie attraverso i cicli obbligatori di aggiornamento professionale, invero spesso utili solo a dare un lavoro a chi fa il docente di tali corsi, che consenta di adeguarsi all’evoluzione tecnologica, allo scomparire di certi mestieri e all’affiorare di altri. Come è già stato ampiamente divulgato, si calcola che il 65% dei lavori che le persone faranno non è stato ancora nemmeno inventato al momento in cui queste persone frequentano la scuola e d’altro canto gli Usa attestano che il tanto deprecato e-commerce comporta sì la perdita di lavori nel commercio tradizionale ma ne produce di nuovi (ben pagati) nella logistica, perché un prodotto comprato online non può essere ritirato dall’acquirente stesso ma deve essergli consegnato.

  • L’Ue punta a una partnership commerciale con l’intera Africa

    La Commissione europea vuole un accordo di libero scambio da continente a continente con l’Africa, spostando le relazioni dallo sviluppo del Continente Nero al commercio, in vista di una “nuova alleanza” da cui ci si attendono fino a 10 milioni di posti di lavoro (in Africa) nei prossimi 5 anni.

    L’annuncio del passaggio «da una relazione di tipo ‘donatore-destinatario’, basata su aiuti allo sviluppo e aiuti umanitari, a una partnership basata prima di tutto sulla partnership politica» è stato dato da Federica Mogherini, vicepresidente della Commissione e ‘ministro degli Esteri’ della Ue, a fianco del commissario allo sviluppo Neven Mimica e del vicepresidente Jyrki Katainen.

    «Stiamo lanciando un’alleanza Africa-Unione per investimenti e posti di lavoro sostenibili, che sarà una delle principali priorità per il nostro lavoro nei prossimi anni», ha detto ancora la Mogherini, riecheggiando parole che si erano sentite lo scorso novembre al vertice Ue sull’Africa in Costa d’Avorio. Poiché il 60% degli abitanti del Continente Nero è under 25 e la popolazione africana raddoppierà entro il 2050, l’Ue spera di trasformare quel trend demografico da problema (le immigrazioni attuali) a opportunità. La creazione di una forza lavoro spendibile in loco passa ovviamente per una migliore istruzione e formazione e la Mogherini ha annunciato l’intenzione della Ue di contribuire a finanziare la formazione professionale per 750.000 persone nei prossimi due anni (altri 100.000 prenderanno parte a Erasmus entro il 2027).

    Ma il più grande piano della nuova alleanza si basa sul piano di investimenti esterni dell’Ue. Lanciato nel 2016, mira a trasformare 4 miliardi di euro che figurano nel bilancio europeo in 44 miliardi di investimenti privati ​​in Africa nei prossimi anni. «Vogliamo continuare a utilizzare questo modello per il bilancio UE a lungo termine per il 2021-2027 e creare una piattaforma di investimento esterna che moltiplicherà i fondi disponibili», ha affermato Katainen. I fondi saranno forniti dal bilancio dell’Ue, dalla Banca europea per gli investimenti, dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, dalle banche per lo sviluppo degli Stati membri e dal settore privato, ha spiegato ancora Katainen.

    L’Ue è già oggi il maggiore investitore dell’Africa. Il totale degli investimenti esteri diretti in Africa nel 2016 è stato di poco inferiore ai 300 miliardi di euro, per la maggior parte convogliati verso Egitto, Kenya, Marocco e Sud Africa.

  • Meglio un lavoratore ferito di uno monitorato? Ennesimo scandalo immotivato su Amazon

    Cercare di comporre un carrello della spesa ordinato, al supermercato, così da farci stare tutto è esperienza in cui probabilmente è incorso chiunque. Più complicato è comporre il carrello dei materiali che da un magazzino devono essere consegnati a domicilio e quindi anzitutto spediti via camion. Per questo, come sanno quanti hanno qualche conoscenza del mondo della logistica (una minoranza, certo, ché l’argomento non è dei più attraenti), la composizione del ‘carrello della spesa’ di magazzini e depositi viene spesso teleguidata da apparecchiature elettroniche che indicano l’ordine degli articoli da prendere e la collocazione ottimale dove porli. Il braccialetto di Amazon che tanto scandalo sollevò non era altro che un sistema volto a consentire di svolgere con ordine ed efficienza il lavoro di picking. Pur semplicistico, lo scandalo che sollevò non sorprende alla luce della (fisiologicamente) scarsa conoscenza del mondo della logistica. Di contro però, sistemi che guidano chi è preposto alla raccolta degli articoli (e dunque certo lo localizzano e controllano), mirano a garantire la stessa incolumità dell’operatore, nonché a garantire maggior celerità (se le consegne non arrivano per tempo non è solo il cliente finale che aspetta il suo tablet a innervosirsi, scattano anche penali perché l’intera catena di distribuzione va in fibrillazione, basti pensare all’importanza delle consegne sotto Natale per fare un esempio).

    Anche il Corriere della Sera, dopo aver dato spazio al caso dei braccialetti degli addetti di Amazon, fece luce, per aiutare a capire e non per polemizzare, sulla diffusione di sistemi di remote control per le attività di picking. Eppure adesso Amazon torna nel mirino, per una supposta gabbia di cui avrebbe depositato il brevetto nel 2016. Il brevetto, reso noto da uno studio di Kate Crawford (New York University) e Vladan Joler (Università di Novi Sad) riguarda una nuova postazione di lavoro ideata dal colosso di Seattle dotata di pedana in grado di muoversi con un braccio mobile per maneggiare i pacchi e di un joystick per manovrare il braccio. Pensata per trasportare il lavoratore in sicurezza mettendolo al riparo e proteggendolo dalle macchine con cui lavora fianco a fianco, la postazione di lavoro ha però la forma di una gabbia, a cui il lavoratore accede da una semplice porta con serratura che si sblocca solo digitando un codice, e tanto è bastato a suscitare scandalo. Forse che gli incidenti sul lavoro non suscitano scandalo (sacrosanto, al netto di anacronistiche strumentalizzazioni per denunciare lo sfruttamento del proletariato)? Forse che le imbragature che si richiedono per lo svolgimento di certi lavori possano essere seriamente paragonate a catene? No e in effetti non risulta ad oggi che nessuno abbia fatto un simile balzano paragone.

    Comunque sia, per la cronaca il vicepresidente di Amazon Dave Clark ha fatto sapere via Twitter che il brevetto non è mai stato utilizzato perché nel frattempo sono stati messi a punto altri sistemi di protezione dei lavoratori. Tirerà un respiro di sollievo anche il nostrano ministro delle corporazioni (ah no, pardon, dello sviluppo economico e del lavoro insieme), Luigi Di Maio, che nel propugnare la lotta alle aperture domenicali ha auspicato una Amazon del made in Italy (su Twitter gli è stato ricordato che a distribuire il made in Italy tra gli italiani provvede già benissimo l’originale americano coi depositi che ha attivato a Piacenza e in altre località italiane).

    Tanto rumore per nulla dunque? L’ennesima polemica esagerata? Si, verrebbe da dire, quasi riscoprendo come un saggio quel Karl Marx (non proprio un amante del capitalismo) che ammoniva che la storia si presenta una prima volta come tragedia e una seconda come farsa.

  • Il tribunale Ue vieta alla Chiesa di licenziare per motivi religiosi

    La Corte di giustizia europea ha inflitto un nuovo colpo ai diritti delle chiese di assumere e licenziare persone sulla base delle loro convinzioni. L’11 settembre il tribunale dell’Ue ha infatti dichiarato che la Chiesa cattolica tedesca ha sbagliato a licenziare un uomo che gestiva una delle sue cliniche per aver divorziato ed essersi risposato, in violazione del precetto cattolico secondo cui il matrimonio è «sacro e indissolubile». Il licenziamento «potrebbe costituire una discriminazione illegale fondata sulla religione» ai sensi della direttiva Ue sulla parità di trattamento, ha affermato il tribunale europeo, sottolineando che il punto di vista della Chiesa sul matrimonio «non sembra essere un requisito professionale genuino, legittimo e giustificato» anche se  la Costituzione tedesca permette alla Chiesa deroghe al diritto comunitario.

    Il caso è stato sollevato, nel 2009, da “JQ”, un medico cattolico romano, che ha aiutato a gestire l’ospedale St. Vinzenz gestito dalla chiesa nella città tedesca di Dusseldorf, davanti alla giustizia tedesca. Ottenuto il parere del tribunale della Ue, cui aveva rimesso la questione, il Tribunale federale del lavoro tedesco, il Bundesarbeitsgericht, dovrà ora risolvere la questione alla luce della sentenza dei magistrati europei, secondo i quali la «fornitura di consulenza medica e assistenza in un ambiente ospedaliero e la gestione del dipartimento di medicina interna» del JQ non aveva nulla a che fare con lo speciale «ethos» della Chiesa.

    Le chiese cattoliche e protestanti tedesche sono tra i maggiori datori di lavoro della nazione, con oltre 1,3 milioni di posti di lavoro attraverso associazioni di beneficenza e fondazioni. E la recente sentenza arriva dopo una analoga ad aprile, secondo la quale la Chiesa protestante ha sbagliato a respingere una domanda di lavoro sulla base del fatto che il ricorrente era ateo (il caso era stato sollevato nel 2012 da Vera Egenberger, ex esperta delle Nazioni Unite, che non era riuscita a ottenere un colloquio con Diakonie, un ente di beneficenza protestante, per un contratto di 18 mesi per redigere uno studio sulla discriminazione razziale).

    Secondo la giurisprudenza del tribunale dell’Ue, le chiese possono esigere la fedeltà confessionale solo quando il profilo lavorativo la rende «significativa, legale e giustificata».

  • Più assunzioni e meno cassa integrazione, ma anche più richieste di sussidi

    Il lavoro in Italia c’è e viene anche preso, secondo quanto emerge dai dati dell’Inps relativi alla prima parte dell’anno in corso.

    Il settore privato ha assunto 3,892 milioni di persone nel primo semestre dell’anno, il 6,9% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Di contro le cessazioni di rapporti di lavoro sono state 3.001.000 (+12% su base annua). Nell’Osservatorio sul Precariato l’Inps rileva dunque 891.000 nuovi assunti in più sottolineando che per i contratti a tempo indeterminato la variazione netta è stata positiva per 140.000 unità. Il risultato è stato possibile anche grazie al buon andamento delle trasformazioni da tempo determinato a indeterminato (+84.000) che registrano una crescita del 58,7% sul primo semestre 2017.

    Le richieste di cassa integrazione continuano a calare: a luglio le aziende hanno chiesto 14,5 milioni di ore di cassa, cioè il 25,7% in meno rispetto a giugno e il 57,4% in meno rispetto a luglio 2017. Nei primi 7 mesi sono state chieste 139,5 milioni di ore di cassa con un calo del 37,9% rispetto ai 224,6 dei primi 7 mesi del 2017. Si sfiorano i livelli dei primi 7 mesi del 2008, prima della crisi economica quando erano state 118,27 milioni.

    A giugno sono però cresciute le richieste di disoccupazione: secondo quanto si legge nell’Osservatorio sulla Cassa integrazione dell’Inps, sono state presentate 139.390 domande di NASpI e 2.081 di DisColl. Nello stesso mese sono state inoltrate 714 domande di ASpI, miniASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 142.185 domande, il +5,5% rispetto al mese di giugno 2017 (134.756 domande). Rispetto a maggio si è registrato un aumento del 38,3% mentre nel complesso dei primi 6 mesi del 2018 la crescita è stata del 4,9% e si è passati da 726.232 a 762.228 domande.

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