lavoro

  • Boom di assunzioni di lavoratori domestici durante il lockdown

    Boom di assunzioni di lavoratori domestici durante il lockdown, ma ancora un milione in nero. Le famiglie spendono 15,1 miliardi annui, facendo risparmiare allo Stato 10,9 miliardi di Welfare. Secondo i dati Inps 2019, i lavoratori domestici regolari sono 849 mila, in lieve calo rispetto al 2018 (-1,8%). Negli ultimi anni sono costantemente aumentate le badanti (+11,5% dal 2012) e diminuite le colf (-32,1%) che oggi sono in lieve maggioranza (52%). Da fonti Istat emerge però che il tasso di irregolarità nel settore domestico è del 57,6%, per cui la componente registrata all’Inps rappresenta meno della metà del totale. L’emergenza sanitaria ha portato un aumento del fabbisogno di assistenza da parte delle famiglie, soprattutto per i bambini (con le scuole chiuse) e gli anziani soli. Nel 2020 si è registrato un aumento delle assunzioni, anche grazie al bonus baby-sitter. Tuttavia, il lavoro nero rimane ancora forte nel settore domestico, commenta Lorenzo Gasparrini, Segretario Generale Domina. In aumento italiani e over 50. Sebbene gli stranieri siano ancora in netta maggioranza (70,3%), otto anni fa questa percentuale era nettamente maggiore (81,1%): mentre gli stranieri sono diminuiti (soprattutto tra le colf), gli italiani sono aumentati (prevalentemente tra le badanti). Un’altra tendenza significativa riguarda le classi d’età: se nel 2012 la maggioranza dei lavoratori domestici aveva un’età compresa tra 30 e 49 anni (54%), oggi la fascia più numerosa è quella di oltre 50 anni (52,4%). Nello stesso periodo è diminuita anche la componente giovane (sotto i 29 anni), passata dal 14,5% al 5,3% del totale. Nel 2019 le famiglie italiane hanno speso 15,1 miliardi di euro per i lavoratori domestici (retribuzione, contributi, Tfr). Questo rappresenta per lo Stato un risparmio in termini di welfare e assistenza, in quanto accogliere in struttura tutti gli anziani non autosufficienti costerebbe 10,9 miliardi. Senza contare che il lavoro domestico vale l’1,1% del PIL (17,9 miliardi di € di valore aggiunto). La regolarizzazione inserita nel Decreto Rilancio (DL 34/2020) ha visto 177 mila domande di emersione di lavoratori domestici (85% del totale). Ciò ha portato nelle casse dello Stato oltre 100 milioni di euro (30,3 al netto delle spese amministrative), a cui potrebbero poi aggiungersi oltre 300 milioni di euro l’anno, dati dal gettito fiscale e contributivo dei lavoratori regolarizzati. Gli 849 mila lavoratori domestici regolari portano oggi un gettito fiscale pari a 1,5 miliardi di euro. Manca però ancora molto per una piena espressione del potenziale: se tutti i 2 milioni di lavoratori fossero in regola, il gettito fiscale arriverebbe a 3,6 milioni annui. Il lockdown ha portato un boom di assunzioni di lavoratori domestici: oltre 50 mila nel mese di marzo, +58,5% rispetto al 2019. Inoltre, sono state effettuate 1,3 milioni di richieste di bonus baby-sitter (per un importo potenziale di 1,7 miliardi) e nel I semestre 2020 sono stati movimentati quasi 270 milioni di euro attraverso il Libretto Famiglia (quasi 20 volte in più rispetto al 2019).

  • Erasmus+ e Corpo europeo di solidarietà: investire per le future generazioni europee

    La Commissione ha pubblicato la relazione annuale su Erasmus+ 2019, dalla quale si evince che il programma ha pienamente raggiunto i suoi obiettivi per l’anno in questione, con eccellenti livelli di attuazione e un uso efficiente dei fondi. La dotazione finanziaria complessiva del programma Erasmus+ aumenta di anno in anno. Nel 2019 ammontava a 3,37 miliardi di euro, ossia 547 milioni di euro in più rispetto al 2018, il che rappresenta un aumento del 20%. Grazie a questa dotazione Erasmus+ ha sostenuto quasi 940.000 esperienze di apprendimento all’estero e ha finanziato circa 25.000 progetti e 111.000 organizzazioni.

    Una storia europea si successo quella dell’Erasmus che in più di trent’anni ha dimostrato il suo valore aggiunto, tiene a sottolineare Mariya Gabriel, Commissaria per l’Innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e i giovani. “Il programma rappresenta uno strumento efficace per rispondere a molte delle sfide sociali che l’Europa si trova ad affrontare. In futuro – aggiunge la commissaria – disporremo di un programma Erasmus+ più ampio, più forte e migliore, che sosterrà anche i nostri sforzi volti a realizzare lo spazio europeo dell’istruzione entro il 2025.”

    Nel 2019 il programma ha finanziato la mobilità di quasi 505.000 studenti e membri del personale dell’istruzione superiore. Ha inoltre continuato a sostenere i discenti e il personale dell’istruzione e della formazione professionale: più di 192.000 persone hanno trascorso un periodo di studio all’estero nel 2019. Le prime 17 alleanze universitarie europee sono state create nel giugno 2019 con un bilancio di quasi 85 milioni di euro. La componente dedicata allo sport del programma, con una dotazione di 49,3 milioni di euro, ha finanziato 260 progetti.

    La Commissione ha inoltre pubblicato la prima relazione sull’attuazione del Corpo europeo di solidarietà, istituito nell’ottobre 2018. Si tratta del primo programma dell’UE interamente dedicato a promuovere la partecipazione dei giovani ad attività di solidarietà. Nei primi 15 mesi della sua esistenza, il Corpo ha fornito sostegno a 3 750 progetti, offrendo a più di 27 000 giovani la possibilità di partecipare ad attività di volontariato individuale o di gruppo, tirocini o lavori.

    Erasmus+ e i programmi che lo hanno preceduto sono tra i risultati più tangibili conseguiti dall’UE. Da più di 30 anni offrono ai giovani l’opportunità di scoprire altre realtà in Europa e di proseguire contestualmente gli studi. Il programma continua ad espandersi, raggiungendo nuove regioni e nuovi destinatari. Il programma è inoltre aperto ai paesi partner di tutto il mondo.

    L’11 dicembre gli Stati membri e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo politico sul programma Erasmus+ per il nuovo periodo di programmazione 2021-2027. Il nuovo programma sarà non solo più inclusivo e innovativo ma anche più digitale e più verde. Sarà uno strumento fondamentale per realizzare lo Spazio europeo dell’istruzione entro il 2025 e per mobilitare il mondo dell’istruzione, della formazione, della gioventù e dello sport a favore di una ripresa rapida e della crescita futura. Offrirà molte nuove opportunità agli studenti europei: grazie a maggiore accessibilità e formati di mobilità più flessibili, darà opportunità a categorie più diversificate di studenti, compresi quelli che hanno minori occasioni e gli allievi delle scuole, la cui partecipazione è ora prevista dall’azione per la mobilità. Offrirà nuove opportunità di cooperazione, stimolando l’innovazione nella progettazione dei piani di studio e nelle pratiche di apprendimento e insegnamento, oltre a promuovere competenze verdi e digitali. Sosterrà anche nuove iniziative faro, quali le “Università europee”, le accademie degli insegnanti Erasmus, i centri di eccellenza professionale e DiscoverEU.

    Dopo una fase preparatoria tra il 2017 e l’inizio del 2018, il Corpo europeo di solidarietà esiste come programma finanziato dall’UE da ottobre 2018, con un bilancio di funzionamento di 375,6 milioni di euro per il periodo 2018-2020. Si basa su precedenti iniziative dell’UE nel settore della solidarietà e il suo obiettivo è offrire un punto di accesso unico alle organizzazioni attive nel settore della solidarietà e ai giovani che desiderano contribuire alla società nei campi che più li interessano.

    Sulla scia del successo dell’iniziativa, la Commissione europea ha proposto che nel periodo 2021-2027 il Corpo europeo di solidarietà prosegua le sue attività e le estenda agli aiuti umanitari dell’UE con una dotazione finanziaria complessiva di 1,009 miliardi di euro per il periodo 2021-27. L’accordo politico raggiunto sul programma dal Parlamento europeo e dagli Stati membri l’11 dicembre ha accolto la proposta.

  • La pandemia abbatte le nascite di italiani nel 2021

    La pandemia da Covid 19 sta contribuendo ad abbassare la natalità in Italia e per il 2021 per il 70% degli esperti e docenti universitari di demografia, su un campione di 75, ritiene verosimile aspettarsi una riduzione sotto le 400 mila nascite. Emerge da un sondaggio realizzato da un gruppo di dieci esperti, voluto nell’aprile 2020 dalla ministra per le Pari opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, che stanno studiando gli impatti della crisi epidemiologica da Covid 19 sulla natalità e sulle scelte familiari in Italia. Il gruppo ha presentato i risultati del proprio lavoro in un webinar “Emergenza pandemia: quale impatto su natalità e nuove generazioni?”, promosso dal Dipartimento per le politiche della famiglia in collaborazione con l’Istituto degli Innocenti, spiegando, tra l’altro, che la pandemia sta avendo “un impatto negativo non irrilevante sui progetti di vita dei giovani italiani” dovuto prima di tutto “all’incertezza economica e lavorativa” che il Covid ha determinato poiché “non solo le categorie più deboli sul mercato del lavoro ma anche quelle più tutelate stanno sospendendo i progetti di vita”.

    “È chiaro che affinché questa crisi non si traduca in ulteriore compressione della scelta di avere un figlio – viene spiegato nella ricerca coordinata da Alessandro Rosina, professore ordinario di demografia e statistica sociale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – serve tempestività nello sviluppare politiche che sostengano fortemente i giovani nella realizzazione di propri progetti di autonomia e familiari”.

    Secondo la ministra Bonetti “i numeri raccontano di un Paese che ha il desiderio di ripartire ed è su questo che bisogna insistere e orientare le nostre scelte, avendo il coraggio e la lungimiranza di attivare processi”.  Per la ministra attualmente in Italia “poche donne lavorano” e vi è “un basso tasso di natalità” perché sono state “poste davanti alla decisione di essere madri o lavoratrici”, quando invece “il lavoro femminile – puntualizza – è esso stesso incentivo alla natalità”. E proprio perché “l”antitesi tra maternità e lavoro non ha funzionato. Adesso occorre un cambio di visione” ed esorta: “Il Paese deve aprire gli occhi e dire che ha usato la strategia sbagliata, anche da un punto di vista culturale. Dobbiamo smettere di pensare che per essere una buona madre una donna non possa lavorare e viceversa”.  L’occasione da non mancare per la Bonetti è proprio il Next Generation Ue con questa nuova idea di società e soprattutto con un cambio di mentalità.

  • Imprese critiche verso il codice degli appalti: le norme ostacolano il business

    Il Codice degli appalti che risulta di difficile applicazione e rallenta la realizzazione degli investimenti. Il decreto sblocca cantieri che qualcosa ha fatto ma non ha risolto la situazione. Il decreto Semplificazioni che ha creato una vera e propria ‘deregulation’. Ci sono queste criticità, secondo enti ed imprese, dietro l’atavico problema del rallentamento o blocco delle opere pubbliche in Italia. Ma la ministra delle infrastrutture e trasporti Paola De Micheli, pur comprendendo le difficoltà, assicura che è solo questione di “volontà politica”: che però in questi 14 mesi c’è stata e ha permesso di sbloccare 17 miliardi di cantieri.

    Una radiografia delle difficoltà del sistema dei contratti pubblici arriva da un’indagine realizzata da Conferenza delle Regioni e Province, Confindustria, Ance e Luiss, che raccoglie le risposte di 5104 stazioni appaltanti e 217 operatori economici: ne emerge un giudizio critico (che si attenua nelle generazioni più giovani) sul Codice degli appalti; voti più favorevoli sullo ‘sblocca cantieri’, anche se è molto diffusa l’idea che non abbia “risolto le principali criticità normative preesistenti”; perplessità anche sulla normativa anticorruzione. “Stiamo viaggiando al ritmo di uno sblocca cantieri l’anno” e il provvedimento semplificazioni, che “è un altro sblocca cantieri”, ha portato alla “deregulation più totale”, osserva il vicepresidente dell’Ance Edoardo Bianchi, evidenziando inoltre che il Codice degli appalti “non è la causa del blocco delle opere pubbliche, è l’ennesimo effetto” e se oggi non si parla più di riforma è “perché di fatto è stato annientato”.

    Quello che serve, dunque, secondo l’associazione dei costruttori, è avere “molte meno regole” ma “che siano durature”. Chiede un “apparato normativo più semplice e stabile” anche il delegato del presidente di Confindustria Stefan Pan. E anche il presidente dell’Autorità anticorruzione Giuseppe Busia osserva come “avere a che fare con continue modifiche normative non facilita il lavoro delle stazioni appaltanti”: “Sarebbe più opportuno – aggiunge – cercare di stabilizzare il sistema perché anche sulla stabilizzazione normativa del sistema si può costruire una programmazione”.

    Non è invece questo il punto per la ministra De Micheli, che riconosce “il problema delle firme, delle autorizzazioni e della burocrazia, altrimenti – osserva – non saremmo arrivati a fare il decreto semplificazioni, ma per me, per i miei primi 17 miliardi di Cantieri e Rfi e per i prossimi 20 mld che abbiamo in cantiere per il 2021”, la vera questione è “decidere di fare le opere ed essere conseguenti quando si aprono i cantieri”. L’altra causa del rallentamento, accanto alla decisione politica, è “la modalità di programmazione finanziaria”. Su questo la ministra tornerà a chiedere per la terza volta al governo di modificare la modalità con cui si definiscono i contratti di programma delle due grandi stazioni appaltanti nazionali, Rfi e Anas, che restano in attesa di ok anche per tre anni.

  • La cultura dell’inclusione fa bene alle aziende

    Le aziende con una cultura dell’uguaglianza e della trasparenza sono più inclusive verso i dipendenti con disabilità e registrano una crescita più rapida. E’ quanto emerge studio di Accenture, diffuso in occasione della Giornata Mondiale della Disabilità (3 dicembre), secondo il quale i leader che abbracciano una cultura dell’uguaglianza assumendo e valorizzando nelle proprie aziende le persone con disabilità stanno aumentando le vendite (2,9 volte) e i profitti (4,1 volte) rispetto ai loro pari.

    Lo studio “Enabling Change” fa parte della ricerca “Getting to Equal 2020” di Accenture e si basa su un sondaggio globale condotto su quasi 6.000 dipendenti con disabilità, 1.748 dirigenti (di cui 675 con disabilità) e 50 interviste video. Ciò che emerge è che i dipendenti con disabilità hanno il 60% di probabilità in più di sentirsi esclusi rispetto ai loro colleghi e il 27% di probabilità in meno di sentirsi inclusi nel proprio posto di lavoro; la maggioranza dei dipendenti (76%) e dei dirigenti (80%) con disabilità non è completamente trasparente al riguardo. “Le organizzazioni stanno sottoutilizzando un ampio segmento della forza lavoro a causa dell’incapacità di rendere il posto di lavoro accessibile ai dipendenti con disabilità – commenta Anna Nozza, Responsabile Risorse Umane di Accenture Italia. “L’80% delle disabilità viene acquisito tra i 18 ei 64 anni, e dunque è fondamentale che i leader ricordino che chiunque, e in qualsiasi momento, potrebbe manifestare delle disabilità. Ora più che mai le aziende devono rafforzare il proprio impegno a favore di una cultura dell’uguaglianza più efficace e capace di generare successo condiviso”.

    Lo studio di Accenture suggerisce inoltre otto elementi che aiuteranno le aziende a costruire culture in cui le persone con disabilità possano progredire: role models, lavoro flessibile, ERG – gruppi di risorse per dipendenti, retribuzione equa, congedo parentale, libertà di produrre innovazione, politiche sulla salute mentale e formazione.

  • Amazon fa scuola di e-commerce a 10mila Pmi

    Scuola di e-commerce per 10mila piccole e medie imprese e startup. Il gigante del commercio on line Amazon ha raggiunto un accordo con Confapi per realizzare un programma di formazione che favorisca la digitalizzazione del tessuto imprenditoriale italiano e recuperare il gap che ci allontana dagli altri contesti europei. Boot camp intensivo di una settimana, corsi di approfondimento virtuali e consulenze mirate: il programma di formazione sarà a tutto campo e coinvolgerà anche partner di rilievo. Il progetto “Accelera con Amazon” coinvolge anche l’Ice, l’istituto che aiuta le imprese italiane sui mercati internazionali, il Politecnico di Milano e il consorzio del commercio digitale italiano Netcomm.

    L’iniziativa, che ha ricevuto i complimenti del ministro degli Esteri Luigi Di Maio (“un passo avanti per aumentare la competitività delle imprese nell’export”), si inserisce in un contesto italiano nel quale le vendite attraverso l’e-commerce stanno crescendo ma continuano a rappresentare solo una piccola parte degli acquisti complessivi. In base all’analisi dell’Osservatorio eCommerce B2C Netcomm – School of Management Politecnico di Milano l’incidenza del valore delle vendite online sul totale delle vendite in ambito retail è cresciuto dal 6% all’8% nel 2020. Le piccole e medie imprese italiane hanno un gap da colmare se comparate ai cugini europei. Solo un terzo di loro è digitalizzata e solo una su sette (di quelle con più di 10 impiegati) ha una presenza online significativa. Di gran lunga indietro rispetto alle altre nazioni europee, l’Italia si posiziona al 25° posto tra i 28 Stati Membri dell’Unione europea nell’edizione 2020 del DESI Digital Economy and Society Index.

    Al momento sono oltre 14.000 le piccole e medie imprese italiane che vendono su Amazon. Nel periodo dall’1 giugno 2019 al 31 maggio 2020, i partner di vendita italiani hanno registrato vendite per una media di oltre 75.000 euro ciascuno, ed hanno venduto più di 60 milioni di prodotti negli store Amazon. Il Covid ovviamente ha dato una spinta agli acquisti on line. “A causa della crisi pandemica, l’intero nostro sistema industriale e produttivo è stato costretto a far fronte alla necessità di innovare – sostiene il presidente Confapi, Mauro Casasco – L’accordo con Amazon aiuterà ad accelerare questo processo “. Il vicepresidente di Amazon in Europa, Francois Saugier ha del resto ricordato come la società “ha investito oltre 2,2 miliardi di euro in logistica, strumenti, servizi, programmi e persone per aiutarle a raggiungere il loro pieno potenziale”.

    Il corso offrirà tra l’altro una piattaforma gestita dal politecnico di Milano e anche moduli di formazione dedicati a come creare un’immagine del brand efficace e implementare strategie di marketing e di social media, mettendo in campo anche team più efficaci dal punto di vista delle risorse umane.

  • Detective stories: dipendenti infedeli, permessi per malattia, 104 e congedi per covid

    Nonostante il periodo di forte crisi economica, molte aziende si stanno dimostrando particolarmente attente al fenomeno dei dipendenti infedeli ed assenteisti. Oltre ai permessi per malattia, quelli per legge 104 ed i congedi parentali/familiari, il decreto-legge 8 settembre 2020, n. 111 ha introdotto, in favore dei genitori lavoratori dipendenti del settore pubblico e privato, il congedo Covid-19 per quarantena scolastica dei figli.

    Questo congedo consentirà al dipendente di astenersi dal lavoro del tutto o solo per alcuni periodi durante la quarantena del figlio malato, a condizione che si tratti di un figlio convivente e minore di 14 anni.

    Per quanto questo sia assolutamente corretto in caso di malattia e/o problematiche reali, data l’impossibilità del datore di lavoro di licenziare un dipendente fino al 21 marzo 2021, è logico pensare che qualcuno possa approfittare di questa situazioni.

    Forse questi dipendenti non sanno che in caso di raccolta di prove da parte di una agenzia investigativa che evidenzi un loro comportamento infedele in realtà possono essere ugualmente licenziati, per questo nonostante i vari lockdown e le limitazioni vigenti, il lavoro degli investigatori per contrastare i cosiddetti “furbetti” non si ferma.

    Ma quali sono i comportamenti sintomo di una condotta sleale da parte di un dipendente?

    1. Il dipendente che chiede un congedo parentale può usufruire di 3 giornate al mese di permesso. Spesso l’infedele unisce queste giornate al weekend, per avere più giornate libere a sua disposizione.
    2. Il dipendente che chiede un congedo parentale, può sfruttare anche solo singole ore a livello giornaliero. Per questo motivo, per una sua comodità, può saltare ad esempio un’ora di lavoro al mattino ed in prossimità dell’uscita.
    3. Effetto emulativo da parte dei colleghi. Se un dipendente infedele si confida con dei colleghi è possibile che anche questi inizino a richiedere permessi di vario tipo.
    4. Scarsa presenza di informazioni sui social network circa le proprie routine, o in alcuni casi, la presenza di falsi profili all’interno dei quali vengono postati video e storie del tempo trascorso durante i “permessi”.
    5. Scarsa partecipazione alla vita aziendale e problemi nei rapporti con i colleghi

    Durante lo scorso agosto, una società mi aveva contattato per svolgere alcune verifiche nei confronti di un loro dipendente solito richiedere permessi per malattia, tuttavia, dopo i primi giorni di attività, non erano state notate tracce dell’uomo e della sua famiglia.

    Grazie ad una rapida indagine sulle fonti aperte ero riuscito a trovare un profilo Facebook riconducibile al richiesto, ma con un nome differente. All’interno del profilo si potevano notare diverse fotografie recenti dell’uomo, in vacanza in Spagna e con moglie e figli al seguito.

    Come se non bastasse i profili Instagram dei figli dell’uomo lo ritraevano nelle storie intento a svolgere attività fisica e sforzi di vario tipo per nulla compatibili con il profilo di una persona malata. Inoltre la presenza di mascherine anti-covid confermava il periodo nel quale erano state scattate le foto.

    Identificato l’hotel nel quale l’uomo soggiornava, ho attivato il mio network che in poco tempo è riuscito a raccogliere prove concrete della presenza dell’uomo in Spagna grazie alle quali l’uomo è in seguito stato licenziato.

    Case studies classici a parte, è proprio in questo periodo storico che stiamo vivendo, complice lo smart working, che stanno proliferando nuove tipologie di dipendenti infedeli: non più solo agenti commerciali ed informatori scientifici, ma ora anche dipendenti amministrativi, la cui resa può drasticamente diminuire con lo smart-working.

    Poco tempo fa il canale YouTube CNET è riuscito a dimostrare come sia relativamente facile ed alla portata di tutti, “truffare” i propri colleghi di lavoro durante lo smart working, preregistrando alcuni propri video e presenziando in video conference zoom senza destare alcun sospetto per circa una settimana.

    Che sia questa la nuova era dell’assenteismo digitale?

    In ogni caso, non possiamo permetterci di essere impreparati di fronte ad ogni evenienza, ricordandoci sempre che nel mettere in atto questo genere di “frodi” i dipendenti infedeli non colpiscono solo l’azienda per la quale lavorano o il loro datore di lavoro, ma, dato il periodo storico nel quale stiamo vivendo, colpiscono tutta la collettività. Per questo motivo in sede giudiziaria vi è la tendenza a premiare le società che si sono avvalse di controlli da parte di una agenzia investigativa.

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubrica: d.castro@vigilargroup.com

     

  • Socialdemocrazia addio, per vivere i giovani praticano liberismo e iniziativa imprenditoriale

    Il posto fisso non esiste più, ed i giovani hanno capito che la socialdemocrazia novecentesca fatta di lavoro dipendente e stipendio certo a fine mese appartiene ormai alle generazioni che li hanno preceduti. I giovani hanno quindi accettato nuove sfide professionali aprendo un’impresa, le cose non vanno benissimo. Sebbene infatti quasi un’impresa su dieci sia guidata da un under 35, negli ultimi cinque anni ne sono state perse 80mila. Un dato che fa riferimento alle sole imprese individuali ossia quei giovani che hanno deciso di aprire una partita iva o un negozio senza l’aiuto di altri capitali. A lanciare l’allarme è uno studio di Unioncamere secondo cui negli ultimi dieci anni circa 250mila giovani, tra i 15 e i 34 anni, hanno deciso di lasciare l’Italia. Un trend che, unito al calo delle nascite e alla disoccupazione, ha ridotto di due punti percentuali il contributo dei giovani al Pil italiano.

    Intanto “Green” e “tech” si confermano le parole d’ordine per i giovani che hanno aperto una nuova attività: tra le imprese giovanili manifatturiere, il 47% ha investito nella ‘green economy’ nel passato triennio, contro il 23% delle altre imprese. Così come per le start up innovative, un settore in cui i giovani trainano gli investimenti (il 18%, per poco meno di 2.100 unità su un totale di oltre 11mila unità). Cresce tra i giovani però anche un “richiamo al mondo dell’agricoltura” con  quasi 7mila  imprese giovanili in più in 5 anni, con un incremento di oltre il 14% nel periodo.

    Per quanto riguarda i settori tradizionali, 6 giovani su 10 hanno puntano sul commercio, dove si contano 140mila imprese di under 35 (26,5% del totale), costruzioni (63mila, pari al 12%), turismo (quasi 58mila, circa l’11%) agricoltura (55mila, 10,4%).

    Da un punto di vista geografico il Trentino Alto Adige è la regione che registra l’incremento più alto di imprese guidate da under 35, con 9.300 imprese, (+2,4% mentre Marche (-20,6%), Toscana (-19,8%) e Abruzzo (-18,4%) sono le regioni che in termini relativi hanno visto le riduzioni più cospicue del numero dei giovani imprenditori.

  • Il Mes: il tragico “palleggio” tra il -2% ed il +11,9%

    Durante l’arco dell’intera estate tutti gli esponenti del governo e della maggioranza parlamentare che lo sostiene hanno disquisito dell’utilizzo o meno delle risorse del Mes in una tragicommedia, che vedeva coinvolta anche l’opposizione, in relazione ai tassi di interesse richiesti al servizio.

    La contrapposizione era relativa alla valutazione se il Mes comportasse dei costi superiori a quelli richiesti dal mercato nel sottoscrivere i titoli del debito pubblico italiano (*). Uno spettacolo indicato, da dotti e telegenici commentatori, come l’essenza del confronto politico che arricchisce il tessuto democratico del nostro Paese.

    Viceversa nessuno ha considerato, ieri come oggi, ma soprattutto valutato appieno le conseguenze della eccezionalità del momento legato alla prima ondata del covid-19 come alla possibilità, ora triste realtà, di una seconda sotto il profilo squisitamente gestionale ma anche strategico. Questa eccezionalità avrebbe dovuto ispirare un atteggiamento molto più pragmatico al di là della propria posizione ideologica al fine di comprendere come il Mes, proprio per la sua specifica destinazione per il SSN, potesse essere una risorsa da utilizzare in una duplice finalità. La prima sicuramente finalizzata ad attrezzare con la massima urgenza il sistema sanitario in previsione di una possibile seconda ondata, quindi aumentare il numero dei posti disponibili in terapia intensiva in un’ottica prudenziale molto più indicata di un banco con le rotelle.

    Contemporaneamente con una seconda altrettanto importante che permettesse allo stesso sistema sanitario nazionale di non tralasciare le patologie passate in secondo piano rispetto al covid 19.

    Da allora a tutt’oggi la sanità pubblica, in un momento di eccezionale gravità e difficoltà, non ha ottenuto nessuna risorsa aggiuntiva extrabilancio che il Mes avrebbe invece assicurato. In questo senso, infatti, si ricorda come solo Veneto, Friuli-Venezia e Valle d’Aosta abbiano aumentato la capacità delle terapie intensive.

    Gli effetti di tale disastroso e vergognoso attendismo del governo centrale e di buona parte delle Regioni vengono espressi dal singolo dato riportato nel titolo. Questo da solo pone la maggioranza, come l’intero quadro politico, di fronte alle proprie responsabilità che dovrebbe portare ad un cambiamento di passo nella gestione della sanità pubblica. Come conseguenza diretta di una struttura sanitaria di fronte ad una seconda ondata dei contagi risultano aumentate dell’11,9% le morti da tumore al colon legate al ritardo nella diagnosi. Quindi, invece di utilizzare le risorse disponibili che il Mes avrebbe reso disponibili immediatamente in previsione di una possibile seconda ondata ma anche per non rendere di una secondaria importanza le altre patologie mortali, l’aumento di oltre il 11,9% di questa tipologia di decessi rappresenta il Vergognoso risultato di questo attendismo attribuibile all’intera classe politica nella sua complessità. A causa di manieristiche disquisizioni tra differenze decimali di interesse si è verificata una crescita dell’11,9% di maggiori decessi per ritardi nelle diagnosi.

    La responsabilità di questi decessi va interamente attribuita al miserabile gioco politico che rappresenta un costo insostenibile per la cittadinanza.

    Quando per una classe politica dirigente risultano prioritarie le differenza decimali relative ad un finanziamento esclusivo ed immediato per il SSN e che rappresenta meno del 2% dell’ammontare dell’intero debito pubblico risulta, come logica conseguenza, che il quadro istituzionale ed economico siano destinati ad implodere.

     

  • Il caporalato coinvolge 180mila lavoratori nei campi

    Sono 180 mila i lavoratori “vulnerabili” in agricoltura a rischio sfruttamento e caporalato, concentrati non più solamente al Sud ma in tutta Italia. E’ quanto emerge dal V Rapporto Agromafie dell’Osservatorio Placido Rizzotto/Flai Cgil che, con nuovi parametri rispetto alle passate edizioni, fotografa lo sfruttamento lavorativo degli ultimi due anni nel settore agroalimentare. “I fenomeni di sfruttamento, lavoro sommerso e caporalato non sono più appannaggio esclusivo delle regioni del Mezzogiorno”, ha detto il segretario generale del sindacato, Giovanni Mininni. Sui 260 procedimenti penali riguardanti tutti i settori, 163 riguardano l’agricoltura e 143 non il Sud Italia. Veneto e Lombardia sono le Regioni che seguono più procedimenti, come anche Emilia-Romagna, Lazio e Toscana.

    “Il caporalato è mafia ed esiste anche al Nord”, ha detto la ministra delle Politiche agricole, Teresa Bellanova, nel suo intervento, secondo la quale questa battaglia deve riguardare tutti i settori economici, “cosa che io avrei già voluto fare con la norma sulla regolarizzazione che ha interessato solamente agricoltura e lavoro domestico, perché c’è tanto lavoro nero e tanto caporalato anche nell’edilizia, nella ristorazione e nella logistica”. E proprio per combattere il caporalato la ministra ha annunciato il Calendario delle colture, un vero e proprio Osservatorio del fabbisogno agricolo con uno stanziamento di 150 mila euro per il triennio 2020-2022 attraverso il riparto dei fondi del Mipaaf.  A lanciare la proposta di tornare al collocamento pubblico è il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. “Se vogliamo ricostruire una questione di domanda e offerta precisa – ha detto il sindacalista – serve tornare alla costruzione di un collocamento pubblico facendo gli investimenti necessari; per combattere le mafie, uno degli elementi di fondo è proprio ricostruire una credibilità nelle istituzioni pubbliche e nel funzionamento pubblico”.

    Il Rapporto, infine, mette a fuoco il nodo della catena del valore che caratterizza il settore agro-alimentare, individuando in 12 euro l’ora il salario minimo per soddisfare il giusto reddito del datore di lavoro e allo stesso tempo non penalizzare e sfruttare il lavoro delle maestranze occupate. Si tratta di una cifra per le attività di raccolta e non per le più professionalizzate, che dovrebbe permettere di ridurre lo sfruttamento che si concentra nelle prime fasi della filiera, dove l’impiego dei caporali trova la sua massima e ampiamente distorsiva funzionalità.

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