lavoro

  • L’85% dei lavoratori non comprende le potenzialità dello sviluppo tecnologico

    Negli anni ’70 i sindacati chiedevano alla Fiat di automatizzare un reparto nel quale gli operai dovevano sollevare con le proprie forze attrezzi da 12 chilogrammi. Alla fine, come racconta Paolo Rebaudengo (responsabile delle relazioni industriali dell’azienda) e conferma Marco Bentivogli (leader della Fim-Cisl), la richiesta fu esaudita, l’automazione arrivò e gli addetti di quel reparto furono impiegati nel ben meno pensante lavoro di monitoraggio delle macchine automatizzate.

    Eppure ancora oggi 7 milioni di lavoratori italiani hanno paura di perdere il proprio posto di lavoro a causa dell’arrivo delle nuove tecnologie: dai robot all’intelligenza artificiale. E la paura è diffusa soprattutto tra i colletti blu: quasi un operaio su due vede il proprio lavoro a rischio. Il terzo Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, realizzato in collaborazione con Eudaimon (leader nei servizi per il welfare aziendale) e con il contributo di Credem, Edison, Michelin e Snam, evidenzia che ben  l’ ‘85% dei lavoratori (e oltre l’89% degli operai) esprime una qualche paura o preoccupazione per l’impatto atteso della rivoluzione tecnologica e digitale. Per il 50% si imporranno ritmi di lavoro più intensi, per il 43% si dilateranno gli orari di lavoro, per il 33% (il 43% tra gli operai) si lavorerà peggio di oggi, per il 28% (il 33% tra gli operai) la sicurezza non migliorerà. Ancora: per il 58% (il 63% tra gli operai) in futuro si guadagnerà meno di oggi. E per il 50% si avranno minori tutele, garanzie e protezioni. In questo caso le percentuali restano elevate tra dirigenti e quadri (54%), operai (52%) e impiegati (49%). Forte è anche il timore di nuovi conflitti in azienda: per il 52% dei lavoratori (il 58% degli operai) sarà più difficile trovare obiettivi comuni tra imprenditori, manager e lavoratori.

    Fatto 100 lo stipendio medio italiano, nei settori tecnologici il valore sale a 184,1, mentre negli altri comparti scende a 93,5. Sono i numeri di una disuguaglianza salariale in atto nelle aziende italiane che convive con le paure dei lavoratori e certifica l’esistenza di un gap tra chi oggi lavora con le nuove tecnologie e chi no. Per due lavoratori su tre che già ne beneficiano (il 66%), il welfare aziendale sta migliorando la loro qualità della vita. Le percentuali sono elevate tra dirigenti e quadri (89%), lavoratori intermedi (60%), operai (79%). Guardando al futuro, il 54% dei lavoratori è convinto che gli strumenti di welfare aziendale potranno migliorare il benessere in azienda. E in vista dell’arrivo di robot e intelligenza artificiale, il welfare aziendale viene annoverato tra le cose positive che si possono ottenere in un futuro immaginato con meno lavoro, meno reddito e minori tutele.

  • In Italia 51mila ditte cinesi, una su 5 è in Lombardia

    In Italia ci sono 51mila aziende intestate a cinesi, secondo quanto stimato dalla Camera di commercio di Milano, Monza-Brianza e Lodi nel terzo trimestre 2019. Diecimila e 316 aziende sono in Lombardia, dove sono cresciute del 17,8% in 5 anni (contro il +13% fatto registrare nell’intero Paese), ma Milano (5.662 ditte individuali cinesi su un totale di 124.142, pari al 4,6%, con andamento stabili su base annua e in crescita del  21% nell’arco di 5 anni) si colloca solo al quarto posto tra le città in cui le imprese individuali cinesi più incidono, percentualmente, sul tessuto aziendale locale. Al primo posto figura Prato, dove le 5mila aziende individuali cinesi sulle 16mila totali rappresentano il 33% del totale (e sono cresciute dell’11% in 5 anni), al secondo c’è Firenze, col 7,6% di ditte individuali cinesi (quasi 4mila su 51mila, in crescita del 7% in 5 anni), mentre al terzo posto si piazza Fermo (521 imprese su 11mila, 5%, del totale, in crescita del 4% in un quinquennio). Alle spalle di Milano seguono Rovigo (599 ditte su 15.787, cioè il 3,8%, in calo dell’8,7% in 5 anni), e Reggio Emilia (1013 ditte su 27.629, equivalenti al 3,7%, in aumento del 3,2% in 5 anni).

    Per Marco Accornero, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza-Brianza e Lodi: «Le attività di imprenditori cinesi, per la maggior parte sono ditte individuali, sono in crescita in 5 anni, in molti casi si tratta di imprese specializzate in alcuni settori, tra cui i servizi alla persona. I prodotti e servizi spesso sono dedicati alla comunità di appartenenza e contribuiscono a creare proposte nuove di mercato per gli stessi italiani. Anche attraverso queste imprese, a Milano si creano rapporti con i Paesi d’origine e nuove occasioni di business e culturali, in un trend europeo e internazionale. Purtroppo in questi giorni cresce l’allarme per l’emergenza del virus che si sta propagando dalla Cina. C’è un’elevata allerta, che però sta avendo un effetto non sempre giustificato sui comportamenti quotidiani. Si rischia infatti di vedere un impatto negativo sul business della componente cinese della nostra economia».

    Principali settori di specializzazione sono il manifatturiero con l’8% delle ditte individuali italiane gestite da cinesi, con un picco per Prato (78%) e una quota del 12% a Milano. Al secondo posto alloggio e ristorazione col 3,8% con picco di nuovo a Prato (35%) e Milano distanziata a quota 17%. Poi ci sono i servizi alla persona, come il parrucchiere col 3% sul totale italiano: Prato e Milano in questo settore registrano una quota paritetica del 12%. Nel commercio all’ingrosso gli imprenditori individuali cinesi pesano il 2% in Italia, ma ben il 17% a Prato, e il 4% a Milano e Firenze.

    In Lombardia, dove si concentrano per la maggior parte, le imprese individuali cinesi pesano per il 2,6% sul totale delle ditte individuali in regione, col dato di Milano a 4,6% (5.662 su 124.142, +21% in 5 anni). Per numero di imprese seguono Brescia con 970, (1,7% del totale, -3,5% in 5 anni), Mantova con 717, 3,3%, -5,9% in cinque anni, Bergamo con 714 (1,6% del totale, trend quinquennale +21,8%), Varese con 574, (1,9% del totale, +22% in 5 anni), Monza con 557 (quota dell’1,7%, ma crescita ben del 51% in 5 anni).

  • La flessibilità, da volano a causa della mancata crescita

    Dall’ultima rilevazione statistica pubblicata dall’Istat emerge evidente come oltre il 16.6% dei lavoratori dipendenti risulti assunto a tempo determinato. Quindi, in un contesto di oltre diciotto milioni di dipendenti circa tre milioni possiedono un arco temporale di “programmazione” del proprio futuro molto limitato in quanto titolari di un contratto a tempo determinato. Va infatti ricordato come una delle cause per le quali aumentano i depositi presso i conti correnti in banca e contemporaneamente calano i consumi in generale venga indicata nel fattore di incertezza del quale il contratto a tempo determinato ne rappresenta la massima espressione.

    In un simile contesto anche la crescita di un punto di Pil con una struttura del lavoro così organizzata si tradurrebbe inevitabilmente in ulteriore decrescita dei consumi in quanto espressione di precarietà ed incertezza del futuro. In altre parole, se la battaglia competitiva di un mercato globale costringe ad una inevitabile compressione dei costi risulta, come logica conseguenza, che quando questa superi una certa soglia di ricorso a contratti “atipici” la crescita rimanga un valore senza conseguenze efficaci e durature. Non si traduce, cioè, lo sviluppo economico in quel benessere diffuso che a sua volta diventa volano di crescita esso stesso.

    Viceversa esistono modelli di sviluppo di aziende estere che operano in Italia e sono portatrici di vera innovazione nella organizzazione e strategia aziendale e soprattutto non fini a se stesse (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/27/svizzera-e-toscana-i-modelli-di-sviluppo-richemont/).

    Ovviamente questi modelli di grandi compagnie internazionali francesi e svizzera già operativi in Toscana rappresentano scelte progettuali che richiedono investimenti negli  anni precedenti e che solo ora stanno dando i loro frutti: la sintesi evidente di una reale strategia di sviluppo complessivo.

    Modelli che forse non possono venire applicati in tempo reale alle imprese italiane ma senza alcun dubbio possono indicare la direzione generale e corretta al fine di assicurare lo sviluppo e contemporaneamente il benessere alla più ampia fascia di popolazione, in particolar modo per la produzione italiana che si posiziona nel contesto internazionale nella fascia medio alta come espressione del miglior made in Italy.

    Inoltre, questo asset contrattuale del lavoro italiano di fatto ridicolizza ogni ricetta proposta della classe politica italiana che ponga al centro l’aumento della spesa pubblica per infrastrutture. Un ulteriore aumento della spesa pubblica determinerebbe un ulteriore aumento del ricorso ai contratti a tempo determinato.

    Quindi la sola riduzione della pressione fiscale sul reddito da lavoro, decisamente altra cosa rispetto ai bonus fiscali (vere elemosine elettorali) del governo Renzi come di quello attuale, rappresenta la via per riportare, specialmente nel settore industriale, la convenienza strategica di un contratto a tempo indeterminato, l’unica  via per assicurare crescita economica e benessere reale per un paese.

  • 1977: la produttività lineare – 2020: la produttività progressiva e verticale

    Al di là dei dubbi legittimi relativi allo stile espressivo dell’esponente della politica, ancora oggi punto di riferimento per un ampio schieramento politico, sembra incredibile come già nel lontano 1977 la mancata crescita della nostra economia potesse venire semplicemente collegata alla mancanza di manodopera di bassa professionalità come poi avvenuto dagli anni ‘90 in poi fino ai giorni nostri.

    Quest’analisi imbarazzante presenta due errori fondamentali, oltre ad un sottile e sottinteso disprezzo verso persone come i lavoratori e le loro professionalità.

    Il primo certamente è relativo alla mancata valutazione, anche qualitativa, dei flussi migratori provenienti dalle regioni del mezzogiorno verso il nord industriale d’Italia che hanno caratterizzato e contribuito allo sviluppo economico italiano nel suo complesso. Un flusso migratorio sostanzialmente “interregionale” di persone, assieme alle proprie famiglie, professionalmente comunque formate all’interno del sistema d’istruzione italiano.

    Viceversa, ed arriviamo al secondo errore di questa analisi, questi flussi migratori interregionali non hanno portato alla compressione dei costi in quanto rispondevano ad esigenze del mondo industriale di ricerca di personale come espressione della crescita economica.

    I flussi migratori dell’ultimo ventennio provenienti da paesi con ritardi culturali e professionali decennali invece permettono, grazie alla bassa qualifica professionale, proprio l’obiettivo di comprimere il livello medio delle retribuzioni a parità di qualifiche.

    Sembra incredibile come già nel 1977 venisse indicato come inevitabile dal futuro Presidente del Consiglio il nesso tra sviluppo e crescita economica e compressione dei costi e di conseguenza aumento della produttività lineare.

    Un tema ripreso negli ultimi anni da buona parte del mondo politico ed accademico che ancora  considerano la produttività come semplice espressione della riduzione dei costi di produzione all’interno del perimetro aziendale. Un risultato da raggiungere attraverso l’intensificazione dei ritmi di lavoro con inevitabile compressione delle retribuzioni e conseguentemente una riduzione del CLUP (costo del lavoro per unità di prodotto). Un concetto desueto in quanto la produttività emerge come sintesi di un sistema paese nella sua articolata complessità. Il sistema paese influisce in modo pesante con le proprie diseconomie all’interno del ciclo di vita di un prodotto, dalla sua ideazione come espressione di una impresa e si delinea evidente nei suoi effetti quando lo stesso esce dal perimetro aziendale.

    Si pensi al peso dei mancati servizi della pubblica amministrazione fino al raggiungimento del mercato di riferimento attraverso un sistema infrastrutturale fisico e digitale assolutamente non adeguati che si trasformano cosi in costi aggiuntivi che abbassano anche la stessa produttività.

    Quindi il concetto di produttività “progressiva e verticale” si declina come l’espressione di un sistema Italia anche attraverso l’efficienza della pubblica amministrazione nella sua articolata complessità assieme ad un sistema infrastrutturale e anche culturale (l’istruzione dovrebbe rappresentare l’autostrada della conoscenza).

    Considerate le premesse nel 1977 di uno sprezzante Romano Prodi, espressione della nuova classe dirigente italiana, risulta ora molto più chiara la strategia economica perseguita dalla  politica italiana come i risultati ottenuti.

  • L’Italia ha la quota più bassa d’Europa di donne che lavorano

    Secondo l’ultimo rapporto del Censis sull’occupazione femminile in Italia e secondo le statistiche di Eurostat, l’Italia è il Paese con meno donne al lavoro in Europa. Nel 2018 erano 9,768 milioni, il 42,1% degli occupati complessivi, per un tasso di attività femminile pari al 53,1% rispetto a una media europea del 67,4%. Le donne italiane sono risultate molto lontane anche dal tasso di attività maschile, pari al 72,9%: un gap con gli uomini di 18,9 punti, il peggiore dopo Malta (21,9 punti) e Grecia (21 punti).

    Guardando alla fascia tra i 25 e i 54 anni, quella centrale per il mercato del lavoro, le donne occupate in Italia sono appena il 59,4%, il dato peggiore dopo la Grecia (74,7% la media Ue), con un avanzamento di appena tre decimi di punto sul 2009 (3,3 punti la media Ue).

    In Italia oltre una persona su 5 tra i 25 e i 54 anni (il 22,1%) è fuori dal mercato del lavoro, quindi non è occupata e non cerca impiego, il dato più alto nell’Ue, ma la percentuale per le donne sale al 32,6%, al top in Europa. In pratica quasi una donna su tre è a casa e non interessata a entrare nel mercato mentre la media europea è inferiore al 20%. In Europa circa la metà delle donne che è fuori dal mercato del lavoro dichiara che è in questa situazione per le responsabilità familiari.

    Tra le giovani di 15-24 anni il tasso di disoccupazione è del 34,8%, mentre per i maschi della stessa età si ferma al 30,4%. Anche in questo caso è abissale la distanza con l’Europa, dove il tasso medio di disoccupazione per le donne è del 14,5%. In Germania scende al 5,1%, nel Regno Unito al 10,3%, in Francia è pari al 20%. Noi siamo penultimi, seguiti anche in questo caso solo dalla Grecia (43,9%).

    La ricerca del Censis ribadisce poi che lo studio non è sempre sufficiente per fare carriera. Le donne manager in Italia sono solo il 27% dei dirigenti: un valore molto al di sotto di quello medio europeo (33,9%). Poi ci sono le difficoltà a conciliare lavoro e famiglia. Quasi tutti gli italiani, afferma il Censis, pensano che per una donna avere un lavoro sia molto (79,3%) o abbastanza (18,8%) importante. L’86% ritiene che per una donna sia molto (51,%) o abbastanza (34,8%) importante anche avere figli. Eppure per molte donne lavorare e formare una famiglia rimangono ancora oggi due percorsi paralleli e spesso incompatibili. Per questo 1 donna occupata su 3 (il 32,4%, cioè più di 3 milioni di lavoratrici) ha un impiego part time. Nel caso degli uomini questa percentuale si riduce all’8,5%. Poi ci sono le donne cosiddette ‘wonderwomen’, che lavorano e hanno figli piccoli, un plotoncino piuttosto numeroso composto da quasi 6 milioni di donne. Di queste, 2,4 milioni sono capofamiglia e 2 milioni hanno almeno tre figli minori. Tra quelle occupate con almeno 3 figli, quasi 1,3 milioni (il 63,5%) lavora a tempo pieno e 171.000 (l’8,5% del totale delle occupate) sono dirigenti, quadri o imprenditrici.

    Secondo i dati pubblicati dalla Commissione Ue, in Italia le donne guadagnano in media il 5% in meno degli uomini, un gap più contenuto rispetto al resto d’Europa, dove mediamente si attesta al 16%. Ma, avverte Bruxelles, “non è un indicatore delle disparità di lavoro complessive tra uomini e donne” poiché dove “il tasso di occupazione femminile è basso, il divario tende ad essere inferiore alla media”. Un alto gap, inoltre, contraddistingue “di solito un mercato del lavoro in cui le donne sono più concentrate” in alcuni settori, oppure lavorano part-time. La differenza salariale più alta tra uomini e donne in Ue si registra in Estonia (25,6%), Repubblica Ceca (21,1%) e Germania (21%). Mentre la più bassa è in Romania (3,5%), Italia e Lussemburgo (5%), seguite dal Belgio (6%).

    Percorsi lavorativi più accidentati e carriere meno brillanti determinano anche una differenza nei redditi da pensione. Nel 2017 le donne che percepivano una pensione da lavoro erano più di 5 milioni, con un importo medio annuo di 17.560 euro. Per i quasi 6 milioni di pensionati uomini l’importo medio era di 23.975 euro.

  • Gli appalti si complicano, parola d’ordine semplificare

    L’Italia muore di burocrazia, questo il risultato che trova conferma anche nella ricerca della CGIA pubblicata a gennaio 2019, su dati della Commissione europea riferiti al 2017.

    Peggio di noi, in Europa, solo la Grecia e questo, visti i trascorsi , dovrebbe allarmare più che mai.

    Il coordinatore dell’Ufficio Studi Paolo Zabeo, in un’intervista pubblicata da ADNKRONOS il 12 gennaio 2019, segnalava come “il livello medio complessivo sia preoccupante. L’incomunicabilità, la mancanza di trasparenza, l’incertezza giuridica e gli adempimenti troppo onerosi hanno generato una profonda incrinatura, soprattutto nei rapporti tra le imprese e i pubblici uffici, che ha provocato l’allontanamento di molti operatori stranieri che, purtroppo, non vogliono più investire in Italia anche per l’eccessiva ridondanza del nostro sistema burocratico”.

    Le aziende e i professionisti che le assistono devono confrontarsi quotidianamente con adempimenti vari, comunicazione di dati, procedure in deroga e chi più ne ha più ne metta. Reverse charge, split payment sono ormai termini di uso comune, non solo per gli addetti ai lavori, che identificano situazioni in cui gli adempimenti sono traslati a carico di soggetti cui, in realtà non competerebbero. Questo sacrificio viene richiesto, ancora una volta, per arginare frodi in ambito iva o, comunque, cercare di ridurre il “vat gap” che ci vede primeggiare in Europa.

    Analoghi modus operandi sono stati adottati, già in passato, nel campo delle ritenute fiscali e previdenziali per limitare il fenomeno dei mancati versamenti.

    Ricordo che la ratio di effettuare le ritenute (previdenziali o fiscali) e rimettere il relativo versamento in capo al committente si basa sull’assunto del contrasto di interessi per cui, sottraendo l’adempimento alla “discrezionalità” del soggetto inciso si avrebbe maggior certezza che lo stesso venga effettuato correttamente.

    Apparentemente nemmeno questo meccanismo è ormai sufficiente in Italia per cui siamo costretti ad andare ancora a monte. Tant’è che il Dl 124/2019, all’art. 4, trasferisce in capo al committente (purché sostitutivo di imposta e residente in Italia), l’obbligo di versare le ritenute sui redditi di lavoro dipendente e assimilati operate dall’impresa appaltatrice, affidataria o subappaltatrice.

    E’ chiaro che il traslare questo tipo di adempimenti comporta un maggior aggravio burocratico in un sistema che invece dovrebbe essere notevolmente semplificato per riacquistare appeal e efficienza. L’adempimento è, tra l’altro, oltremodo macchinoso comportando che l’impresa appaltatrice fornisca al committente l’elenco nominativo dei soggetti con le relative ritenute operate, dimenticando che un medesimo lavoratore potrebbe aver lavorato presso più committenti con difficoltà quindi di ripartire e riattribuire l’onere sugli stessi.

    La novella prevede ancora che l’appaltatrice fornisca al committente la provvista in denari per effettuare il versamento, privando pertanto il contribuente di effettuare il versamento in compensazione con eventuali crediti tributari dallo stesso vantati.

    Unico modo, ad oggi, per sottrarsi all’inversione del soggetto incaricato ad effettuare il versamento delle ritenute è quello di operare con società appaltatrici che siano in esercizio da almeno cinque anni ovvero abbia eseguito nei due anni precedenti versamenti complessivi registrati nel conto fiscale per un importo superiore a 2 milioni di euro nonché non abbiano pendenze con l’amministrazione finanziaria per importi superiori a cinquantamila euro.

    Emerge chiaramente come una simile condizione falsi la concorrenza penalizzando aziende di recente costituzione che, non solo verranno discriminate dai committenti che preferiranno evitare tutta la complessità burocratica descritta, ma anche laddove riuscissero a lavorare, non potranno usufruire legittimamente della compensazione di eventuali crediti vantati.

    Le intenzioni di fondo del legislatore saranno pur legittime e condivisibili, ma forse andrebbero perseguite con modalità differenti, senza aggravi burocratici e senza discriminazioni.

    Mi interrogo, infine, sulla tenuta del sistema e sui suoi fondamentali posto che servono continue deroghe. Deroghe che spesso e volentieri complicano la vita dei cittadini, ingenerano incertezza e accrescono il rischio di essere sanzionati. Tutto questo in un apparato che è già di per sé farraginoso e complicato e, come anticipato in premessa, andrebbe semplificato e non burocratizzato.

  • Gli italiani lavorano 4 anni in meno della media dei lavoratori della Ue

    Gli italiani hanno la vita lavorativa più breve d’Europa: in media, lavorano quattro anni in meno rispetto agli altri europei. Ma a pesare sull’indicatore sono gli inattivi, che restano una delle emergenze del mercato del lavoro italiano. Lo rileva Eurostat, precisando che, dal 2000 a oggi, la vita lavorativa in Ue e in Italia si è allungata di tre anni.

    Secondo i dati – riferiti al 2018 – a lavorare di più sono gli svedesi (41,9 anni in media), seguiti da olandesi (40,5), britannici (39,2) e finlandesi (38,6). All’estremo opposto ci sono, invece, l’Italia (31,8 anni), la Croazia (32,4) e la Grecia (32,9). In Germania la vita lavorativa media tocca i 38,7 anni, mentre in Francia i 35,4. Pienamente in media Ue, la Spagna con 35,9 anni. Ma, avverte l’istituto di statistica Ue, il dato “è fortemente influenzato” dall’effetto combinato del “numero di persone inattive in un Paese” e dell'”aspettativa di vita”.

    Gli uomini lavorano più a lungo (38,6 anni) delle donne (33,7 anni) in tutti gli Stati membri, salvo Lettonia e Lituania. Malta registra il più grande divario di genere (10,6 anni), seguita dall’Italia (9,4 anni), che è anche il Paese Ue dove le donne lavorano in media meno a lungo (27 anni).

  • In attesa di Giustizia: ma quale scudo, ma mi faccia il piacere!

    L’argomento di cronaca più trattato di questi giorni è quello legato alla sorte dell’ex ILVA a causa della manifestata intenzione di ArcelorMittal di recedere dal contratto stipulato: in un primo momento, ma anche successivamente in aggiunta a ragioni diverse, l’opzione della cordata franco indiana è stata fondata sulla scelta del Governo di non più concedere lo scudo penale.

    La materia del contendere si è, come anticipato, spostata su aspetti diversi di natura eminentemente aziendalistica con implicazioni del margine di profitto, l’avvertita esigenza di evitare il dissesto dei conti attraverso la riduzione dei costi che, a sua volta, comporta migliaia di esuberi. Un termine elegante per dire: licenziamenti.

    L’asse della discussione si è poi spostato sul piano industriale e su vari tavoli di concertazione con il coinvolgimento della politica, dei sindacati oltre che della magistratura ma nessuno ha mai avuto la buona grazia di spiegare in cosa consistesse lo scudo penale la cui minacciata revoca è stata forse impiegata come pretesto per sfilarsi da una intrapresa economicamente non più appetibile. Cerchiamo di fare chiarezza per i lettori.

    La legge che lo istituisce risale al 2015 ed è cambiata nel tempo un paio di volte: suo cuore è l’articolo che prevede una vera e propria immunità penale del commissario straordinario, dell’affittuario o acquirente e dei soggetti da questi funzionalmente delegati in relazione alle condotte poste in essere in attuazione del Piano Ambientale e delle norme di tutela della salute, della incolumità pubblica e della sicurezza sul lavoro.

    Tradotto: non saranno perseguibili penalmente anche in caso di commissione di reati in materia ambientale e di igiene e sicurezza sul lavoro od omissione dei necessari interventi migliorativi delle strutture esistenti.

    Insomma, esagerando un po’ (ma non poi troppo pensando ai livelli di inquinamento provocati dall’acciaieria) è qualcosa di simile alla licenza di uccidere, quella degli agenti della Sezione Doppio Zero del MI6 immaginata da Ian Fleming.

    Senza esagerare, almeno a parere di chi scrive, è sicuramente l’ennesima dimostrazione del digiuno di diritto costituzionale praticato rigorosamente dal nostro legislatore.

    Infatti, con questo “scudo” si violano almeno due articoli della Carta Fondamentale dello Stato: il  112 che prevede l’obbligatorietà dell’azione penale, che non può essere di sicuro esclusa e “parzializzata” per taluno e per taluni reati, per di più con legge ordinaria (ne servirebbe, se mai, una costituzionale) e il 101 che recita la subalternità della Magistratura soltanto alla legge e non – come in questo caso – ad una manifestazione di volontà del Governo espressa tramite una normativa di dubbia costituzionalità.

    L’Autorità Giudiziaria di Taranto, per vero, ha investito della questione il Giudice delle Leggi ma la Corte ha deciso salomonicamente di restituire gli atti (un po’ come ha fatto Mattarella con la riforma della legittima difesa e un decreto sicurezza) invitando il Governo a rivalutare se permangono dubbi di costituzionalità, correggendo il testo. Una sollecitazione al ripensamento, ad una riscrittura, caduta nel vuoto come altre e non poche volte.

    L’attesa di Giustizia, non di rado, soffre proprio di quel digiuno di principi fondamentali del diritto, un digiuno che è tutt’altro che salutare per il legislatore, che ne disturba il sonno e il sonno della ragione – come è noto – genera mostri.

  • Ammalarsi non è un lusso possibile solo a chi è lavoratore dipendente

    In via di estinzione Cipputi, ormai poco sostenibile su larga scala lo stesso lavoro dipendente, il sistema di welfare resta di stampo novecentesco, calibrato su un mondo che non c’è più (almeno non in quelle dimensioni). La maggior parte dei modelli tradizionali di protezione social restano concepiti per tutelare chi ha un contratto come dipendente e così chi non ha come perno della propria esistenza il 27 del mese rischia di veder trasformare anche un semplice raffreddore in un problema.

    Per i giorni di convalescenza e riposo a casa certificati dal medico di famiglia, la cosiddetta malattia domiciliare, chi è iscritto alla Gestione Separata dell’Inps ha diritto a un’indennità giornaliera, a partire dal quarto giorno di assenza sul luogo di lavoro e fino a un massimo di 61 giorni nell’arco dell’anno. Esattamente come nel caso di un lavoratore dipendente , non si deve far altro che recarsi dal proprio medico entro 48 ore e assicurarsi che si trasmetta il certificato di malattia per via telematica all’Inps (la modalità è consolidata perché è la stessa utilizzata per i lavoratori dipendenti). Se poi, entro 30 giorni dalla ripresa dell’attività lavorativa si ha una ricaduta, il medico deve inviare un nuovo modulo, indicando che il lavoratore è costretto ad assentarsi a causa di un evento riconducibile alla precedente malattia. Per chi invece non ricade sotto l’Inps (gestione ordinaria o separata) la soluzione proviene dal mercato e si chiama polizza assicurativa. Costa? Sì, ma anche i contributi che si versano all’Inps costano. E chi si affida al mercato, via che non è preclusa neppure a chi ricade sotto la Gestione Separata dell’Inps, ha maggiore autonomia nello scegliere quale e quanta protezione desidera in caso non possa essere produttivo.

    Per i lavoratori autonomi iscritti alla Gestione Separata dell’Inps con un reddito imponibile non superiore a 70mila euro lordi, l’indennità corrisposta in caso di malattia è calcolata in base ai contributi versanti nei 12 mesi antecedenti all’evento. Per la malattia domiciliare si va da un minimo di 11 (per chi ha 3 mesi di contributi) a un massimo di 22 (per chi ha 12 mesi di contributi) euro netti al giorno. Per i ricoveri ospedalieri e le patologie gravi la somma raddoppia: da 22 (per chi ha 3 mesi di contributi) a 44 (per chi ha 12 mesi di contributi) euro netti al giorno. I periodi coperti da indennità di malattia, sia domiciliare sia ospedaliera, non sono però conteggiati per il calcolo della pensione. Nel caso di polizze assicurative, chi stipula la polizza può valutare quali eventi coprire e quale indennizzo prevedere nel caso.

  • Il reddito di cittadinanza lascia le imprese prive di maestranze

    Qualcuno del M5s magari adesso le farà chiudere come l’Ilva di Taranto, così da poter dire che il reddito di cittadinanza è utile. Fatto sta che le imprese italiane soffrono di un gap di manodopera, soprattutto per quello che attiene personale con competenze digitali e ingegneri. L’anno scorso, secondo quanto segnala Confartigianato in un rapporto presentato alla Convention dei Giovani Imprenditori a Roma, le imprese italiane hanno registrato difficoltà di reperimento per 1.198.680 persone, pari al 26,3% delle entrate previste, a causa vuoi della scarsità dei candidati vuoi della loro inadeguatezza rispetto alle mansioni da svolgere.

    L’allarme relativo alla carenza di manodopera riguarda anche i giovani under 30: lo scorso anno le imprese non hanno potuto assumerne 352.420, pari al 27,8% del fabbisogno. Il problema di trovare personale, sottolinea il Rapporto, peggiora per le piccole imprese che nel 2018 non hanno potuto mettere sotto contratto 836.740 persone, di cui 245.380 sono giovani under 30.

    A scarseggiare sul mercato del lavoro sono soprattutto le professionalità dell’ambito digitale e dell’Ict: in questi settori nel 2018 le imprese richiedevano 48.800 giovani persone, ma quasi la metà (48,1%), pari a 23.450, sono considerate di difficile reperimento. Dal rapporto emerge che mancano all’appello soprattutto i giovani analisti e progettisti di software (difficile da trovare il 71,3% del personale richiesto dalle imprese, pari a 6.720 unità), e i tecnici programmatori (il 64,2%, pari a 6.990 unità, è di difficile reperimento). Le competenze digitali, al di là delle mansioni svolte anche le più tradizionali, sono richieste da quasi il 60% delle imprese. Ma questo requisito è difficile da soddisfare e lascia scoperti 236.830 posti di lavoro per giovani under 30.

    A livello regionale, la situazione più critica per assumere giovani under 30 si registra in Friuli-Venezia Giulia con il 37,1% dei posti di lavoro di difficile reperimento, Trentino-Alto Adige (34,2%), Umbria (31,6%), Veneto (31,6%) e Emilia-Romagna (30,5%). Il rapporto di Confartigianato mette in evidenza anche la difficoltà a trovare professionalità con titolo di studio adeguato alle esigenze delle imprese. In testa i laureati in ingegneria industriale: 55,5%, pari a 5.750 persone difficili da reperire, seguiti dai laureati in indirizzo scientifico, matematico e fisico (54,7%, pari a 3.370 persone introvabili sul mercato del lavoro), ingegneri elettronici e dell’informazione (52,4%, pari a 7.480 unità) e i diplomati in informatica e telecomunicazioni (50,4%, pari a 9.930 unità).

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