lavoro

  • L’immigrazione va affrontata con le categorie imprenditoriali

    Mentre nuovamente si riaccende il dibattito sul problema degli immigrati e certamente uno dei primi obiettivi dell’Italia, in Europa, sarà quello di ottenere finalmente la revisione del trattato di Dublino, non abbiamo ancora sentito una voce politica che affronti il problema anche con il mondo del lavoro. Da molto tempo sentiamo dire che vi sono attività per le quali gli immigrati sono necessari, nello stesso tempo abbiamo migliaia di immigrati parcheggiati nei centri di accoglienza, a parte le centinaia di migliaia che sembrerebbe siano irregolari.

    Da diverse settimane su vari quotidiani si lancia l’allarme per la mancanza di panificatori, di camerieri nei ristoranti, di operai in diversi settori. Storica peraltro è la mancanza di mungitori o di addetti nell’agricoltura. Se vogliamo impedire il lavoro nero, la clandestinità, l’evasione fiscale, una delle prime iniziative politiche che andrebbero intraprese sarebbe quella di interpellare le varie associazioni di categoria per sapere le reali esigenze delle imprese e delle attività a loro collegate. In questo modo si potrebbero anche stabilire delle eventuali quote specifiche e comunque aprire dei corsi di formazione, per gli immigrati, nei settori specifici ove vi è richiesta. Ad esempio per quanto riguarda il personale di ristorazione o comunque degli esercizi pubblici, che deve avere rapporti col pubblico, la conoscenza di un buon italiano e dell’inglese (che spesso in effetti parlano).

    Le scuole di formazione dovrebbero anche essere capaci di motivare le persone rispetto al lavoro che dovranno intraprendere. Il problema della motivazione è importante anche per i giovani italiani: il lavoro non è soltanto lo strumento necessario per mantenersi e vivere ma dovrebbe essere anche l’appagamento del proprio orgoglio, far bene il proprio lavoro è una soddisfazione e qualunque lavoro ha la propria dignità se l’hai svolto con coscienza e con impegno. Proprio nella ristorazione e nella panificazione oggi è sempre più difficile trovare giovani disposti a farlo, perché nella panificazione bisogna lavorare nel cuore della notte, perché nei ristoranti si lavora anche il venerdì, il sabato e la domenica sera. Ogni lavoro comporta un po’ di sacrificio e la vita, purtroppo, è anche sacrificio.

  • La politica fiscale discriminante

    L’Italia ormai rappresenta il festival del paradosso sempre più declinante verso un sistema economico-fiscale feudale. In altre parole, si evita da decenni di valutare le problematiche nella loro articolata complessità affrontandone un singolo elemento al fine di ottenerne un pubblico riconoscimento. In questo senso risulta emergenziale, e non certo da oggi, il problema dell’esodo giovanile di laureati e diplomati verso i paesi, specialmente del Nord Europa, che rappresenta, certamente molto più del calo demografico, la vera fotografia del declino politico economico del nostro Paese.

    Entrambi, sia l’esodo delle giovani generazioni che il calo demografico, sono l’espressione oggettiva di una  mancanza di fiducia nel futuro a medio e a lungo termine del nostro Paese. Valutando, per ora, il solo fenomeno dell’esodo giovanile, anche per offrire una visione della “produttività” della spesa pubblica, va comunque ricordato come lo Stato investa circa 92.000 euro di pubbliche risorse per portare i giovani italiani al diploma ed altri 30.000 per ogni anno universitario successivo fino alla laurea. Il frutto di tali investimenti pubblici, non trovando alcuno sbocco all’interno di un sistema del lavoro bloccato in un mondo nel quale l’unica strategia aziendale (va riconosciuto) è quella di abbassare il CLUP (costo del lavoro per unità di prodotto) inevitabilmente abbandona il nostro Paese, offrendo ai paesi esteri, che sanno premiare tali professionalità a costo zero, le potenzialità che questi giovani esprimono.

    In questo contesto emerge evidente come questi giovani vadano a cercare all’estero  una prospettiva di sviluppo professionale ma soprattutto contratti adeguati alla propria formazione e che si  esprimano in  retribuzioni decenti. Tutti i governi dell’ultimo decennio (all’interno del quale questo fenomeno ha preso via via sempre maggiore rilevanza) hanno  affermato di voler affrontare il problema, salvo poi lasciare tutto invariato o quasi. Anche questo  governo in carica, infatti, si allinea con i propri “comportamenti politici” ai  precedenti promettendo ancora una volta una serie di sgravi fiscali per riportare in patria “giovani emigranti culturali e professionali italiani”. Questa decisione è figlia di una visione obsoleta e soprattutto discriminante in quanto crea due ordini di ingiustizie fiscali e politiche. Innanzitutto vengono marginalizzati fiscalmente ancora una volta i giovani rimasti in Italia in cerca di fortuna e che magari non abbiano potuto usufruire di  una opportunità all’estero. Questi, infatti, subiranno un trattamento fiscale penalizzante rispetto a chi usufruirà della nuova fiscalità incentivante per favorirne il rimpatrio.

    Inoltre i giovani che, pur avendo conseguito un titolo di studio, non hanno avuto la possibilità di espatriare diventeranno loro malgrado (ed ecco la seconda ingiustizia)  economicamente e fiscalmente più costosi rispetto ai propri colleghi rientrati in Italia.

    Queste iniziative fiscali  dei governi degli ultimi vent’anni anni dimostrano ancora una volta come il vero ed unico problema venga  ancora oggi rappresentato dalla pressione fiscale nella sua complessità. Questa  tuttavia, rappresenta il veicolo di finanziamento di una  delle due vere forme di potere in Italia: la spesa pubblica che,   assieme al gestione del credito, rappresenta la vera diarchia ( https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/). In più queste scelte prettamente politiche, che tendono a creare categorie privilegiate fiscalmente, evitano  di affrontare il problema generale relativo alla pressione fiscale e pongono le basi per una sorta di riconoscenza elettorale per i privilegi fiscali ottenuti.

    Un sistema fiscale che intenda sanare determinate posizioni e recuperare nuove risorse dovrebbe partire dalla rinegoziazione di posizioni con i contribuenti che già hanno dato dimostrazione di ripianare le proprie posizioni  fiscali con grande sacrificio e magari ricorrendo addirittura al debito. Viceversa, ancora una volta, per il puro interesse economico si intendono privilegiare con “voluntary disclosure” di varia natura solo ed esclusivamente gli evasori totali nella migliore delle tradizioni delle politiche fiscali italiane in atto da oltre trent’anni anni.

    Affrontare un problema complesso come quello del raggiungimento di un equilibrio tra fiscalità e spesa pubblica con visioni settoriali rappresenta uno dei motivi della continua crisi che avvolge il nostro Paese da oltre trent’anni anni ribadendo come la nostra sia una crisi culturale. Ormai risulta ampiamente superato il senso del paradosso più assoluto declinando miseramente verso un reale stato di ingiustizia fiscale.

     

  • L’indebita appropriazione

    Ad ogni pubblicazione dei dati economici relativi alla crescita economica o ad una eventuale stagnazione, o peggio recessione, come all’andamento dell’occupazione, si assiste da oltre vent’anni anni alla ricerca della subdola appropriazione ed interpretazione di questi dati per avvalorare le strategie economiche del governo in carica o dell’opposizione. Un’appropriazione decisamente indebita che risponde a logiche politiche più che all’interpretazione legittima della fotografia che tali dati dovrebbero indicare. In questo senso, infatti, questi comportamenti trovano una ulteriore conferma di fronte all’andamento dell’occupazione reso noto recentemente dall’Istat.

    Il governo in carica, ed i partiti che lo sostengono, afferma la validità delle scelte strategiche come il reddito cittadinanza e quota 100 indicando nell’aumento dell’occupazione confermati all’Istat la prova evidente. Viceversa l’opposizione ne contesta il valore reale in quanto considerati frutto di dinamiche economiche esterne alla politica del governo in carica.

    In questo senso può risultate utile ma soprattutto intellettualmente onesto effettuare un semplice confronto tra i dati odierni e quelli dell’anno precedente per il medesimo periodo. Nel 2019 l’Istat nel periodo marzo-maggio certifica la crescita degli occupati in 167.000 unità. Nel 2018 la crescita e l’occupazione risultarono del +0.5% con 114 000 nuovi occupati. Il tasso di occupazione rilevato dall’Istituto di statistica italiano per il 2019 è del 59.1% (+0,1%) a fronte di una crescita nel 2018 degli occupati al 58,8% (+0,9%).

    Sempre nel 2019 le persone in cerca di occupazione si sono ridotte di 51.000 unità (-1,9%) mentre nel medesimo periodo del 2018 le persone in cerca di occupazione erano in diminuzione del 2,9%. Nello scorso anno, quindi, con gli effetti della finanziaria approvata nel 2017 dal governo Gentiloni, vennero creati 70.000 posti di lavoro a tempo determinato e 62.000 a termine mentre nell’anno in corso risultano 96.000 i contratti a tempo indeterminato e passano a 27.000 i lavoratori indipendenti legati probabilmente alla nuova legislazione relativa alle partita IVA. Viceversa risulta stabile nel 2019 il numero degli inattivi che invece era in diminuzione  del -1,5 % per il  2018.

    Questa semplice analisi comparativa dimostra come non si registri un sostanziale scollamento nelle dinamiche occupazionali per il medesimo periodo dell’anno anche se con governi diversi e di orientamento politico opposto. Molto probabilmente, infatti, risulta più significativo il periodo di rilevazione in quanto fortemente legato ed influenzato dai contratti stagionali più di quanto possano risultare  le politiche economiche dei diversi governi. In altre parole, assistiamo ad una vera e propria appropriazione indebita, precedentemente da parte del governo Gentiloni successivamente da parte del governo in carica, dei trend occupazionali i cui quadri risultano invece sostanzialmente indipendenti (e per fortuna) dalle politiche dei governi stessi. Governi che, nel caso dell’ultimo in carica, dovrebbero preoccuparsi della riduzione della stima di crescita per il 2020 che passa dallo 0,6 % allo 0,3% (-50%!!!) a fronte di ridicole previsioni di un +3% prevista nell’ottobre 2018 da Savona (la cui competenza è stata premiata con la presidenza della Consob) collegate alle altrettanto fantasiose previsioni di una crescita per l’anno in corso del +1.4 %, ossia quattordici (14)  volte inferiore la rilevazione attuale (+0,1/0,0%).

    Ancora una volta si assiste a questa appropriazione indebita da parte dell’intera classe politica legata a una manifestazione di disonestà intellettuale nell’ambito economico che ha accomunato tutti i governi degli ultimi vent’anni. Con l’aggravante, attribuibile a quest’ultimo in carica, di negare persino l’evidenza dei trend economici decisamente preoccupanti probabilmente perché incapace di comprenderla.

  • Nei contratti collettivi arriva il diritto di disconnessione dopo l’orario di lavoro

    Mail, social network e quant’altro garantisce la connessione stanno diventando un problema sul lavoro. Non solo in termini di distrazione dall’attività di lavoro (come aspettarsi che una persona che ancora oggi ha un posto di lavoro fisso e lo stipendio garantito a fine mese non passi parte dell’orario dell’ufficio facendo tutt’altro che lavorare?), ma anche in termini di intrusività nella vita privata extralavorativa delle maestranze. Si moltiplicano infatti i casi di contatti per questioni di lavoro fuori dall’orario di lavoro: messaggi via whatsapp o altri social che arrivano quando si è già a letto e in cui viene chiesto come è andata una certa pratica, mail spedite all’indirizzo di posta privata e così via. Certo, far carriera vuol dire non limitarsi all’ordinaria amministrazione, per quanto diligente, ma non tutti vogliono far carriera né è d’obbligo volerla fare (in fondo c’è il reddito di cittadinanza).

    Alcuni contratti collettivi di lavoro stanno comunque introducendo una disciplina per limitare i contatti per ragioni di lavoro fuori dall’orario lavorativo. Come scrive IlSole24Ore, UniCredit ha stabilito che le comunicazioni aziendali, come telefonate, chat o email e le riunioni di orientamento commerciale devono essere effettuate nel rispetto delle norme sull’orario di lavoro previste dal contratto nazionale. Findomestic, nell’ultimo accordo raggiunto con i sindacati, ha stabilito che «al di fuori dell’orario di lavoro, strettamente correlato alla mansione e alla struttura di appartenenza, viene riconosciuto il diritto alla disconnessione, ossia la possibilità dei lavoratori di non rispondere alle email e alle telefonate al di fuori del suddetto orario». Cattolica Assicurazioni, ha fissato orari precisi: «Anche nella modalità smart working il dipendente è obbligato a rispettare le norme sui riposi previsti dalla legge e, in particolare, ad effettuare almeno 11 ore consecutive ogni 24 ore e almeno 24 ore di riposo consecutive ogni 7 giorni e disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro. A tal fine, non è di regola previsto né richiesto lo svolgimento di attività lavorativa nella fascia compresa tra le 18.30 e le 7.45 né durante gli interi giorni di sabato e festivi». Questi momenti entrano nel cosiddetto periodo di disconnessione in cui «non è richiesto al dipendente lo svolgimento della prestazione lavorativa e, quindi, la lettura delle email, la risposta alle telefonate e agli sms aziendali, l’accesso e la connessione al sistema informativo aziendale. Durante il periodo di riposo e disconnessione il dipendente potrà disattivare i dispositivi utilizzati per lo svolgimento della prestazione lavorativa». E ancora, Banco-Bpm, pochi mesi fa con il sindacato ha stabilito che «se la prestazione di lavoro agile è svolta da casa non è previsto, per i lavoratori inquadrati nell’ambito delle aree professionali, lo svolgimento di prestazioni oltre il normale orario di lavoro (né straordinario, né banca ore, né lavoro supplementare) e conseguentemente agli stessi è riconosciuto il diritto alla disconnessione oltre il normale orario di lavoro». Acea nell’intesa di luglio del 2018 ha stabilito che «il lavoratore ha l’obbligo di connessione in concomitanza quanto più possibile con l’orario di lavoro di riferimento della propria unità di appartenenza salvo il diritto di disconnessione dalle ore 20 alle 8.30». L’Università dell’Insubria ha deciso che l’uso delle tecnologie deve essere calibrato e permettere al cervello di riposare. Si tratta, sostanzialmente, dell’applicazione del principio della non reperibilità extra lavorativa. Infatti, dalle 20.00 alle 7.00 del giorno seguente e in tutti i fine settimana e festivi chi riceve mail, telefonate e altro ha il diritto di non rispondere e di concentrarsi sulla vita personale e non soltanto professionale.

  • Italia e italiani in mutande e il governo cerca la soluzione nei sexy shop

    Procedura d’infrazione per l’Italia comminata dall’Unione europea? Scelta del dicastero per il commissario italiano? Trattative per le altre nomine europee, dal presidente della Commissione al presidente dell’Unione? Scambi di vedute sul futuro mentre rimangono insoluti i problemi legati all’immigrazione, all’aumento della povertà, alla mancanza di lavoro? L’elenco delle emergenze nazionali ed europee è molto lungo ma il governo italiano preferisce varare un provvedimento che agevola e aiuta i sexy shop piuttosto che affrontare i temi europei, che ci riguardano, o i temi nazionali che opprimono tante categorie di cittadini e lavoratori.
    Mentre decine di migliaia di persone, espulse dal mondo del lavoro o che al mondo del lavoro tradizionale, anche a tempo determinato, non sono mai riuscite ad arrivare e si devono accontentare di fare i prestatori di servizi per lavori che durano da un giorno a poche settimane e sono pagati, se sono pagati, dopo 90 giorni, il governo si occupa dei sexy shop. Non facciamo commenti morali, ogni governo ha la sua morale, ma certo dopo che la Lega, in passato, ha acconsentito alla coltivazione ed alla vendita dei prodotti derivanti dalla cannabis ed ora chiude i negozi e di conseguenza le coltivazioni di quegli stessi prodotti che prima erano consentiti, ci sembra veramente paradossale che nelle nuove disposizioni per combattere la povertà e la disoccupazione si ignorino le centinaia di migliaia di prestatori di servizi e ci si occupi dei piccoli esercizi che potrebbero aprirsi nei piccoli centri per distribuire vibratori e quant’altro utile a fare del sesso non un sano piacere ma un piccolo business. Come se non fosse già sufficiente tutto quello che esiste nel settore.
    I prestatori di servizi non solo sono pagati a 90 giorni ma spesso non sono pagati e certo chi non è pagato non potrà fare causa per 100 o 200 euro! Resta un settore di persone abbandonate dallo Stato, che non possono accedere ad un prestito bancario o di altro genere, che non hanno garanzie non solo sulla continuità, anche temporanea, del loro lavoro ma neppure garanzie di retribuzione a lavoro svolto. Mentre le agenzie che danno gli incarichi sono pagate subito, i prestatori di servizi, dei quali si avvalgono, ricevono il compenso, se lo ricevono, dopo mesi. Questo è libero mercato o sfruttamento? Perché né l’Europa né i partiti al governo, M5s e Lega, hanno detto una parola? Perché anche i partiti d’opposizione tacciono? Forse perché questi lavoratori a fine anno non rientrano, ovviamente, tra i contribuenti interessanti per lo Stato? Forse perché la politica è tanto distante e avviluppata su se stessa da non conoscere la realtà?
    Potremmo fare molte battute sulle agevolazioni per i sexy shop, preferiamo lasciarle a chi ha una testa per pensare e giudicare. Ma vogliamo comunque condannare l’insipienza di crede che si possa far politica non conoscendo la realtà e le necessità del Paese, perché sia al governo che all’opposizione non vediamo più dilettanti allo sbaraglio ma semplicemente degli ignoranti. Il Paese è in mutande, gli italiani sono in mutande, ma certo non è nei sexy shop che la classe politica italiana può trovare la risposta adeguata, se proprio dobbiamo dirlo con una battuta!

  • L’inversione valoriale delle importazioni

    Nella elaborazione di qualsiasi strategia di crescita economica è fondamentale la valutazione del  valore aggiunto che ogni settore riesce a produrre al fine di individuare quelli in grado di svilupparne maggiormente. E’ infatti quasi superfluo ricordare come qualsiasi prodotto o servizio sia espressione della sintesi di know how industriali e professionali i quali apportano il proprio valore nelle diverse fasi di realizzazione di un prodotto o di un servizio.

    Da questa semplice valutazione vengono elaborate successivamente le diverse strategie economiche che possono divergere ampiamente in quanto ottenebrate dalle ideologie. I sostenitori, con risultati sempre nefasti, delle varie New Economy prima ed ora della app/sharing/Gig Economy, hanno sempre individuato nel sistema industriale/manifatturiero, specialmente italiano, un settore a basso valore aggiunto. Questi illustri esponenti del “mondo dell’innovazione”, poi, sostengono in particolare come le fiere del tessile-abbigliamento-calzaturiero ed arredamento fossero destinate all’estinzione considerando impossibile contrastare la concorrenza dei paesi a basso costo di manodopera. Viceversa i soli settori ad alta tecnologia venivano individuati come gli unici che avrebbero potuto sostenere la crescita economica in quanto espressione di filiere ad “alto valore aggiunto”.

    Leonardo (ex Finmeccanica), infatti, è riuscito in una settimana a trovare l’accordo per mandare in prepensionamento (quindi personale che ancora non aveva maturato i requisiti minimi per la pensione) oltre 1200 dipendenti i cui costi ricadono come sempre sulla collettività (https://www.ilpattosociale.it/2018/04/18/leonardo-doppia-innovazione/). Quindi si utilizzano sempre vecchi strumenti di sostegno ad un settore innovativo!

    Alla Old Economy, come veniva in modo sprezzante indicata il settore industriale, veniva contrapposta anche il settore del turismo e quello “culturale”, entrambi espressione del semplice valore del patrimonio storico italiano come veicoli di formazione e distribuzione di valore aggiunto e non espressione di vere filiere moltiplicatrici del valore. Logica conseguenza di questi superficiali ragionamenti l’inevitabile estinzione delle filiere dei settori manifatturieri e, di conseguenza, l’importazione di questi prodotti “a minimo valore aggiunto” dai paesi a basso costo di manodopera.

    Sarebbe interessante capire allora come venga valutata oggi l’importazione di medici da parte del sistema sanitario regionale Veneto ed in prospettiva italiano. Nello specifico il ricorso all’importazione di  risorse umane, espressione di un prodotto /servizio (quale un medico rappresenta), sintesi di una complessa filiera culturale e formativa. 

    In altre parole il corto circuito strategico economico e culturale creato dalla nostra classe politica dirigente ed accademica, assolutamente fallimentare, ha portato il nostro paese a diventare persino importatore di servizi e professionalità accademiche (ovviamente con contratti di collaborazione a partita Iva) da quei paesi a basso costo di manodopera dove viceversa invitavano i “dotti” a delocalizzare le nostre produzioni industriali.

    Nessuno all’interno del mondo accademico è risultato in grado di analizzare la curva demografica e quindi di  prevedere una volta che i baby boomers fossero arrivati al pensionamento la necessità di nuovi medici per integrarne l’uscita. Un mondo accademico che oltre alla incapacità di valutare queste problematiche che si sarebbero manifestate nel medio lungo termine ha persino introdotto il numero chiuso invece di richiedere maggiori investimenti da parte della classe politica la quale era distratta da problematiche diverse dal finanziare strategie che non avessero un impatto elettorale immediato.

    In più l’università dimostra di venire gestita (al di là di splendide eccezioni) come se rappresentasse un mondo a parte, completamente distonico rispetto alle esigenze del mercato e delle evoluzioni dello stesso Stato italiano.

    Questo corto circuito culturale strategico risulta altresì comico (sempre seguendo i  parametri che hanno guidato la politica economica degli ultimi trent’anni) in quanto siamo arrivati alla paradossale situazione nella quale esportiamo produzione “a basso valore aggiunto” e viceversa importiamo prodotti e servizi complessi cioè sintesi di culture ed apporti professionali e formativi e know how come i medici quindi “ad alto valore aggiunto”. Una vera e propria inversione valoriale delle importazioni, con il ridicolo risultato di avere un “saldo culturale e commerciale negativo ed insostenibile” per il nostro Paese.

    Questo collasso rappresenta un fallimento culturale unico nel suo genere al mondo.

  • Irish unemployment at 11-year low

    According to Ireland’s national statistical service (CSO), the country’s unemployment rate fell to an 11-year low of 5.4% in March, with youth unemployment standing at 13,4%, numbers that are significantly lower than the Eurozone average of 7.8%.

    Unemployment has dropped dramatically in Ireland since 2012 when the country was immersed in a financial crisis and the jobless rate stood at 16%.

    The Irish economy continued to expand in 10 of its 14 main economic sectors in the fourth quarter of 2018, with services and construction driving the economy. Ireland is also attracting EU migration, particularly in the technology sector, but also in civil engineering and health services.

    The Irish economy continues to grow robustly, despite Brexit uncertainty and the deceleration of growth in Italy, Germany, and France. Tax revenue continues to surpass projections, with a 7.1% increase in the first quarter compared to last year.

    Thus far, corporation tax is double of what was projected for the 2019 budget while the budget deficit is also on a downward trajectory, despite a surge in Irish contributions to the EU budget.

     

  • Cina: una minaccia o una opportunità?

    Giovedì 4 aprile, alle ore 18,30, a Palazzo delle Stelline a Milano (C.so Magenta, 61) verrà presentato il libro di Antonio Selvatici La Cina e la nuova Via della Seta: progetto per una nuova invasione globale nell’ambito del convegno ‘La proiezione italiana nel commercio internazionale: la minaccia cinese e le nuove opportunità’ organizzato dall’eurodeputato Stefano Maullu. All’evento parteciperanno Mauro Mamoli, Presidente Federmobili, Gian Micalessin de Il Giornale, Andrea Vento, Vento&Associati, Scipione M. Maggi, Italia Atlantica, il giornalista Paolo Panerai e il deputato Marco Osnato. Moderatore Fabrizio Zucca, Strategia e Sviluppo Consultants.

  • Settore turismo: sempre meno personale specializzato

    Il settore turistico in Italia sta vivendo un momento florido ma di grande cambiamento ed evoluzione. Sappiamo quanto il Bel Paese sia una delle mete preferite dai turisti di tutto il mondo, ma questo non basta più per sostenere una economia che sfrutti a pieno le potenzialità dei nostri territori.

    In questi giorni Riccione ospita “Working in Tourism”, la prima borsa del turismo delle professioni turistiche organizzata da Confesercenti, Assohotel e Cescot Lavoro, per rispondere alle esigenze di richiesta di personale delle imprese della riviera romagnola. Il problema di questi anni è diventato la ricerca di personale qualificato da inserire nelle strutture. L’iniziativa ha visto nascere anche l’implementazione del portale di ricerca lavoro https://www.cescotlavoro.it/ con l’apposita sezione dedicata al turismo, dove le imprese possono trovare il personale che occorre loro per le proprie attività e le persone possono inviare i loro curriculum per essere inseriti nella banca dati e ricevere le proposte di lavoro.

    “Questo evento – afferma Marco Pasi, Direttore di Confesercenti Emilia Romagna – rappresenta una risposta concreta alle oggettive difficoltà che le imprese turistiche della nostra riviera incontrano nel reperire la forza lavoro necessaria”.

    “Con questo appuntamento – spiega il presidente di Confesercenti Rimini, Fabrizio Vagnini – Cescot ogni anno organizza numerosi corsi per formare e avviare il personale alle professioni del turismo. Con la proposta di questi 200 posti di lavoro, per lo più offerti da bagnini, albergatori e ristoratori, chiudiamo il cerchio facilitando l’incontro tra chi offre impiego e chi lo cerca. Per quanto riguarda i corsi abbiamo registrato una flessione nel numero delle iscrizioni, stiamo valutando le cause, al momento notiamo che è coincisa con l’introduzione del reddito di cittadinanza”.

    La realtà è che molte imprese turistiche della costa romagnola pensano che avranno difficoltà nel reperire il personale necessario ad affrontare la prossima stagione estiva. È quanto emerge dall’indagine condotta da Confesercenti e Assohotel Emilia Romagna fra le imprese alberghiere associate, presentata in questa occasione. Dall’indagine emerge come ben l’83% degli intervistati preveda di incontrare difficoltà a trovare personale. Una situazione che si era già presentata durante la stagione 2018 e che per il 48% delle imprese si ripeterà nella stessa misura anche nel 2019, mentre per un altro 48% la previsione è che queste difficoltà aumentino. Le difficoltà maggiori, nella ricerca del personale, riguardano la mancanza di competenze adeguate per il lavoro che si dovrà svolgere (66% dei casi); la poca disponibilità ad affrontare orari di lavoro ‘atipici’ (come il lavorare nei week-end o nelle giornate festive – 52% dei casi); trovare persone motivate e interessate alla tipologia di lavoro offerto (48% dei casi); la poca esperienza (30% dei casi) o la poca disponibilità a svolgere le mansioni più semplici (27% dei casi). Le mansioni in cui le difficoltà a reperire personale sono maggiori, sono quelle dell’addetto alla sala e al bar (66%), alla cucina (55%), ai piani (26%) ma anche alla spiaggia per quanto riguarda gli stabilimenti balneari (21%).

    Lo strumento di ricerca e selezione del personale rimane ancora legato a quello classico del passaparola da fonte di colleghi o parenti (87%), seguito da annunci e inserzioni sugli strumenti di comunicazione tradizionale (49%) e dalle associazioni di categoria e dei loro centri di formazione (34%). Un ruolo importante, tuttavia, lo giocano anche le autocandidature (32%) anche se quest’anno questo si dimostra un canale un po’ più ‘fiacco’ rispetto al passato.

    La difficoltà nel reperire personale qualificato si rivela, comunque, un ostacolo serio allo sviluppo delle aziende (denunciato nel 26,4% delle imprese intervistate) anche se ha un peso di gran lunga inferiore al costo del lavoro troppo elevato (58,5%), dei costi di gestione troppo alti (54,7%), della troppa burocrazia (30,2%).

  • Non basta lamentarsi del lavoro che manca, occorre saper trovare motivazioni per fare il lavoro che c’è

    Scoprire che il lavoro che si desiderava fare non era come si pensava che fosse è probabilmente una delle esperienze più comuni al mondo, ma ora l’antropologo americano David Graeber, col libro “Bullshit Jobs” (Garzanti, p. 400, 19 euro), ha inquadrato il problema secondo coordinate più propriamente scientifiche per identificare caratteristiche e portata del fenomeno. Premesso che la sensazione di svolgere un lavoro inutile, nel senso di privo di significato socialmente apprezzabile, tocca persone che svolgono le professioni più disparate (dai consulenti per le risorse umane, coordinatori della comunicazione, avvocati societari, addetti alle pubbliche relazioni, fino a “quel tipo di gente (ben rappresentato in ambito accademico) che trascorre il tempo a costituire assurde commissioni per discutere il problema delle commissioni inutili”) Graeber identifica due caratteristiche precise del lavoro che non dà soddisfazione a chi lo scolge. In primo luogo è un lavoro la cui scomparsa non provocherebbe gravi danni alla comunità (per quanto ben remunerato quel lavoro possa essere). In secondo luogo è un’occupazione della cui inutilità è consapevole chi ne è incaricato, chi vi dedica (almeno) 8 ore al giorno (almeno) 5 giorni alla settimana, anche se, comprensibilmente, evita di affermarlo in maniera esplicita, salvo magari ammetterlo in privato (situazione schizofrenica che genera in chi la vive frustrazione, rabbia, risentimento).

    Oltre a insegnare antropologia alla London School of Economics, Graeber è stato uno degli attivisti del movimento Occupy Wall Street e sebbene la sua analisi si concluda con alcuni suggerimenti sul modo per superare il senso di inutilità del proprio lavoro, tali suggerimenti risultano tanto meno convincenti quanto più ci si sente distanti dall’universo valoriale dello stesso Graeber. Cionondimeno, in un Paese in cui il reddito di cittadinanza appare un’opzione plausibile come alternativa (in teoria provvisoria) all’assenza di reddito da lavoro, scoprire l’importanza del lavoro, delle motivazioni a svolgerlo e degli ostacoli per non lasciarsi demoralizzare nello svolgere il proprio lavoro può costituire uno stimolo per non rassegnarsi e non cercare scorciatoie la cui sostenibilità è tutta da dimostrare.

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