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Continua la persecuzione dei cristiani in Pakistan

Si utilizza la legge antiblasfemia, come è successo ad Asia Bibi

E’ pericoloso essere cristiani in Pakistan perché si hanno meno difese rispetto a quanti appartengono alla religione di maggioranza.  Lo afferma Marta Petrosillo su La Nuova Bussola Quotidiana del 6 febbraio, elencando una serie di casi recenti che hanno coinvolto persone che praticano il cristianesimo. Il primo caso citato è quello del quattordicenne Harron, accoltellato a Karachi il 18 febbraio scorso da cinque mussulmani, subendo lesioni gravissime a un rene che gli è stato asportato. Mentre stava morendo, la sua famiglia ha ricevuto pressioni e minacce per ritirare le accuse contro i suoi aggressori.  Per spingere la famiglia a ritirare la denuncia, gli assalitori o i loro familiari utilizzano la legge antiblasfemia. Vengono minacciati di spargere brandelli del Corano oppure di aver offeso il Profeta Maometto. L’avvocatessa Tabassum Yousaf  si è fatta carico del caso di Harron, come di quelli di tante altre vittime cristiane che, senza di lei, sarebbero abbandonate e sole in un sistema caratterizzato dalle forti pressioni esercitate dai mussulmani sulla polizia e sui giudici. Molti suoi clienti – dice la Petrosillo – sono genitori di ragazze cristiane  rapite e convertite forzatamente all’Islam, che vengono minacciati di essere accusati di blasfemia. Questa legge antiblasfemia è utilizzata come arma di vendetta contro i cristiani o contro altri appartenenti a minoranze religiose. Sempre a Karachi, il gennaio scorso, il cristiano Amjad Dildar ha chiesto alla copia mussulmana  composta da Fayaz e Samina Riaz di liberare l’appartamento che avevano avuto in affitto. Per tutta risposta Samina, il 19 febbraio, ha accusato le tre figlie di Amjad e un’altra donna di aver profanato una copia del Corano immergendola in un bidone di acqua sporca.  Una folla di mussulmani infuriati si è riversata nel loro quartiere, uccidendo animali e bestiame, prendendo a sassate chiese e abitazioni e costringendo almeno 200 famiglie cristiane alla fuga. Cosa accadrà ora alle donne accusate, che ora sarebbero in custodia in una località segreta?  Alcuni precedenti non ci lasciano bene sperare. Uno è quello di Sawan Masih, un cristiano accusato di aver offeso Maometto nel 2013 e condannato a morte nel 2014. A Lahore, Sawan stava bevendo con un suo amico mussulmano . “Veniva spesso a casa nostra” – spiega la moglie di Sawan, che da sei anni cresce da sola i tre figli. Tra i due uomini scoppia una lite e il 7 marzo 2013 l’amico sporge denuncia contro il giovane cristiano. Proprio come nel caso di Asia Bibi, anche in questo non mancano le irregolarità. Al momento del fatto – dichiara l’avvocato di Sawan – non vi erano testimoni, ma due giorni dopo due uomini  sostengono alla stazione di polizia d’aver ascoltato la presunta frase blasfema. Così  il 9 marzo, aizzati dagli imam durante la preghiera del venerdì, tremila mussulmani  attaccano il quartiere, dando fuoco a 200 case e a due chiese. L’accusa di blasfemia – a parere di molti – è strumentale, perché la comunità islamica locale voleva cacciare i cristiani per impossessarsi del quartiere considerato interessante perché confinante con un’area di imprese siderurgiche. Grazie all’intervento del governo, però, le 200 case distrutte sono state ricostruite ed i cristiani hanno potuto tornare a casa. Assistiamo spesso  a queste contraddizioni in Pakistan. Gli estremisti  islamici compiono violenze e presentano denunce di blasfemia, poi le autorità governative intervengono per rimediare agli eccessi dei fanatici fondamentalisti. Per parafrasare un vecchio detto, “c’è un giudice a Islamabad”. Il caso di Asia Bibi è esemplare, tanto per l’ingiustizia della condanna e dell’imprigionamento, quanto della sua liberazione e protezione. Anche nel caso di Sawan la contraddizione è palese. Gli 83 responsabili dell’attacco al quartiere sono tutti a piede libero, mentre Sawan è stato condannato a morte del 2014. Nella sentenza infatti il giudice ha fatto riferimento ai versetti del Corano. Da allora Sawan, che oggi ha 32 anni, attende il processo d’appello che viene rimandato continuamente, La nuova udienza è stata fissata per il 20 marzo, ma probabilmente anche stavolta il giudice troverà una scusa  per non procedere.

Sawan intanto rimarrà in carcere, insieme ad altri 24 cristiani accusati di blasfemia. Sono in tutto 220 i cristiani accusati di questo crimine dal 1987 ad oggi. Le accuse di blasfemia formulate in totale in questi anni sono state 1534, ma dopo l’introduzione di modifiche alla legge, solo il 15% di esse è rimasto in essere, una percentuale comunque ben superiore al misero 2% che la comunità cristiana rappresenta all’interno della popolazione pachistana.

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