persecuzioni

  • Smentita la fuga in massa dal Niger sudorientale dei cristiani minacciati da Boko Haram

    Riceviamo e pubblichiamo una nota di Anna Bono di “Nuova Bussola Quotidiana” del 17.06.2019 riguardante le persecuzioni  di Boko Haram  contro i cristiani nel  Niger Sudorientale

    Il 7 giugno Boko Haram, il gruppo jihadista nigeriano, ha rapito una donna cristiana nel villaggio di Kintchendi, nella regione sudorientale di Diffa, in Niger. L’ha poi rilasciata con una lettera indirizzata ai cristiani che vivono nell’area. “Lasciate la città entro tre giorni o sarete uccisi”, diceva il messaggio. Nei giorni successivi fonti locali hanno riferito all’organizzazione non governativa Open Doors USA che ai cristiani di Diffa era stato detto di trasferirsi nella capitale Niamey e che già diverse famiglie erano in procinto di andarsene. Tuttavia il 14 giugno la notizia dell’imminente partenza è stata smentita da monsignor Anthony Coudjofio, vicario generale di Niamey. “I cristiani sono minacciati – ha spiegato all’agenzia Fides – ma è falso che abbiano iniziato ad abbandonare in massa l’area”. La comunità cristiana di Diffa ha confermato al presule di aver ricevuto il messaggio contente la minaccia: “hanno detto che il fatto è certamente inquietante – riporta monsignor Coudjofio – ma hanno aggiunto che le forze di sicurezza stanno pattugliando l’area, proteggendo le chiese. I fedeli cattolici, sia pure spaventati, non hanno lasciato le loro case. È una notizia priva di fondamento”. È dal febbraio del 2015 che Boko Haram è presente nella regione di Diffa, che confina con la Nigeria e con il Ciad. Vi ha messo a segno diversi attentati il più recente dei quali risale alla fine di marzo quando due donne si sono fatte esplodere nel mercato di un villaggio uccidendo dieci persone.

  • Il dramma dei cristiani perseguitati al centro di un convegno a Milano

    Venerdì 28 giugno, alle 18:30 a Milano, a Palazzo delle Stelline (Corso Magenta, 61) si svolgerà il convegno La tragedia dei cristiani perseguitati nel mondo con l’eurodeputato Stefano Maullo, Gian Micalessin, autore del libro “Fratelli traditi”, e Fulvio Scaglione, autore del libro “Siria: i Cristiani nella guerra”. Moderatore Matteo Carnieletto.Il convegno sarà un’occasione per accendere i riflettori su un tema molto importante, cioè la persecuzione dei cristiani nel mondo, vera tragedia, a dir poco quotidiana, troppo spesso sottovalutata e sottaciuta dai mezzi di informazione.

  • I cristiani perseguitati e il silenzio dei pastori del gregge

    E’ incomprensibile questo silenzio dei vescovi verso le stragi di cristiani che si verificano regolarmente, senza sosta, da qualche anno a questa parte. Che si tratti di Boko Haram in Nigeria o di terroristi-kamikaze in questa o in quella località del pianeta, il silenzio è di prammatica. “Come mai?” – si chiede l’ex direttore del Wall Street Journal, Gerard Baker. Il massacro dello Sri Lanka attesta quanto possano essere autodistruttive le nostre élite. Quella tragedia doveva indurre la dirigenza cristiana a parlare in difesa della propria gente. Invece il silenzio ha coperto questo orrore e non ha espresso alcun segno di solidarietà e di pietà nei confronti delle più di trecento vittime. “Come mai?” – ripetiamo anche noi, increduli che questo martirio non abbia lasciato tracce nel cuore e nell’intelligenza dei vescovi. E allora, perché il silenzio? Forse la paura di vendette? Forse il timore di interrompere i buoni rapporti con le autorità islamiche? Forse la preoccupazione di non turbare le personalità politicamente corrette che controllano i media e l’establishment culturale ? Comunque sia, il silenzio è uno scandalo ed è uno scandalo ancor più grave che non si abbia il coraggio di dire chi sono gli stragisti e da chi sono animati. La testa sotto la sabbia non ha mai giovato a nessuno e contribuire a ignorare il radicalismo islamico, non lo farà certamente scomparire. Che questo atteggiamento di rifiuto della realtà possa collocarsi nei meandri talvolta oscuri della politica può essere comprensibile (fino a un certo punto), ma è assolutamente incomprensibile che il silenzio e il vuoto arrivino anche nelle preghiere e nelle liturgie. Nella “preghiera universale” dopo il Vangelo e prima della recita del Credo, nella messa cattolica si prega per tutti e per tutto, persino per motivazioni talmente astratte da non far capire per chi si prega. Mai una volta che queste preghiere siano rivolte ai fratelli di fede martirizzati dal fondamentalismo islamico. Nel recente  libro di Giulio Meotti “La tomba di Dio”- La morte dei cristiani d’Oriente e l’abbandono dell’Occidente – si documenta l’ampiezza di una tragedia la cui portata storica e morale ci mette a confronto con la nostra coscienza. “Nel corso delle settimane, dei mesi, degli anni, pagina dopo pagina, si sprigiona verso l’Occidente – afferma l’autrice della prefazione, Bat Ye’or – l’appello al soccorso dei cristiani e di altre minoranze massacrate dai jihadisti. Ma il soccorso non arriva mai. Gli occhi restano ciechi, le orecchie sorde, le bocche mute. L’Europa dei diritti dell’Uomo, così tenera, così compassionevole verso i migranti musulmani, così votata a soddisfare le richieste reclamate dai suoi protetti favoriti, i Palestinesi, rimane impassibile se non ostile a questi cristiani del mondo islamico, il cui sterminio l’importuna e si contrappone alle sue ambizioni di super potenza economica e politica mondiale”. Che muoiano in silenzio questi cristiani e non disturbino il nostro tran-tran di tolleranza con questi fondamentalisti! Di fronte a questo dramma umano di grandezza terrificante, che Meotti stende davanti a noi, ci si chiede: perché questo sradicamento selvaggio di popolazioni tranquille ed innocenti? “I cristiani d’Oriente – scrive Meotti – sono trattati come i rappresentanti di una religione che sarebbe fondamentalmente estranea alla regione, dalla quale gli ultimi rappresentanti dovrebbero essere espulsi, mentre il cristianesimo trova proprio lì la sua culla e la sua origine. Anche i loro luoghi di culto, le loro croci, i loro libri, le loro tombe, i loro rosari, le loro icone, tutto viene distrutto per cancellare anche solo il ricordo della loro presenza. Come se la loro fine sia in qualche modo naturale”. Date, nomi, luoghi, fatti, nulla è inventato. Tutto è verificabile. E l’Occidente? Che fa l’Occidente? E l’Europa dei diritti umani? Che fa questa Europa sorda e muta? Il quotidiano israeliano “Israel Hayom” del 28 aprile scorso si chiede: “L’Europa crede ancora che seppellire la testa nella sabbia sia il modo migliore per affrontare la sfida posta dall’islam radicale? Il problema peggiorerà alla luce del fallimento dell’Europa nel riassorbire le ondate di immigrazione musulmana nel continente. Questi immigrati rappresentano attualmente meno del 5 per cento dell’intera popolazione europea, ma questa percentuale potrebbe raggiungere il 20 per cento e persino un quarto della popolazione a causa del basso tasso di natalità tra gli europei nativi. In Europa nessuno è pronto a riconoscere questa sfida e ad affrontarla”.  E il silenzio sulla persecuzione dei cristiani  contribuisce a nascondere questa sfida e, quindi, a non affrontarla. La crudele sorte dei cristiani in certe aree del mondo è anche una vergogna dell’Occidente rinunciatario e nihilista, che non s’accorge del suo declino.

  • Continua la persecuzione dei cristiani in Pakistan

    E’ pericoloso essere cristiani in Pakistan perché si hanno meno difese rispetto a quanti appartengono alla religione di maggioranza.  Lo afferma Marta Petrosillo su La Nuova Bussola Quotidiana del 6 febbraio, elencando una serie di casi recenti che hanno coinvolto persone che praticano il cristianesimo. Il primo caso citato è quello del quattordicenne Harron, accoltellato a Karachi il 18 febbraio scorso da cinque mussulmani, subendo lesioni gravissime a un rene che gli è stato asportato. Mentre stava morendo, la sua famiglia ha ricevuto pressioni e minacce per ritirare le accuse contro i suoi aggressori.  Per spingere la famiglia a ritirare la denuncia, gli assalitori o i loro familiari utilizzano la legge antiblasfemia. Vengono minacciati di spargere brandelli del Corano oppure di aver offeso il Profeta Maometto. L’avvocatessa Tabassum Yousaf  si è fatta carico del caso di Harron, come di quelli di tante altre vittime cristiane che, senza di lei, sarebbero abbandonate e sole in un sistema caratterizzato dalle forti pressioni esercitate dai mussulmani sulla polizia e sui giudici. Molti suoi clienti – dice la Petrosillo – sono genitori di ragazze cristiane  rapite e convertite forzatamente all’Islam, che vengono minacciati di essere accusati di blasfemia. Questa legge antiblasfemia è utilizzata come arma di vendetta contro i cristiani o contro altri appartenenti a minoranze religiose. Sempre a Karachi, il gennaio scorso, il cristiano Amjad Dildar ha chiesto alla copia mussulmana  composta da Fayaz e Samina Riaz di liberare l’appartamento che avevano avuto in affitto. Per tutta risposta Samina, il 19 febbraio, ha accusato le tre figlie di Amjad e un’altra donna di aver profanato una copia del Corano immergendola in un bidone di acqua sporca.  Una folla di mussulmani infuriati si è riversata nel loro quartiere, uccidendo animali e bestiame, prendendo a sassate chiese e abitazioni e costringendo almeno 200 famiglie cristiane alla fuga. Cosa accadrà ora alle donne accusate, che ora sarebbero in custodia in una località segreta?  Alcuni precedenti non ci lasciano bene sperare. Uno è quello di Sawan Masih, un cristiano accusato di aver offeso Maometto nel 2013 e condannato a morte nel 2014. A Lahore, Sawan stava bevendo con un suo amico mussulmano . “Veniva spesso a casa nostra” – spiega la moglie di Sawan, che da sei anni cresce da sola i tre figli. Tra i due uomini scoppia una lite e il 7 marzo 2013 l’amico sporge denuncia contro il giovane cristiano. Proprio come nel caso di Asia Bibi, anche in questo non mancano le irregolarità. Al momento del fatto – dichiara l’avvocato di Sawan – non vi erano testimoni, ma due giorni dopo due uomini  sostengono alla stazione di polizia d’aver ascoltato la presunta frase blasfema. Così  il 9 marzo, aizzati dagli imam durante la preghiera del venerdì, tremila mussulmani  attaccano il quartiere, dando fuoco a 200 case e a due chiese. L’accusa di blasfemia – a parere di molti – è strumentale, perché la comunità islamica locale voleva cacciare i cristiani per impossessarsi del quartiere considerato interessante perché confinante con un’area di imprese siderurgiche. Grazie all’intervento del governo, però, le 200 case distrutte sono state ricostruite ed i cristiani hanno potuto tornare a casa. Assistiamo spesso  a queste contraddizioni in Pakistan. Gli estremisti  islamici compiono violenze e presentano denunce di blasfemia, poi le autorità governative intervengono per rimediare agli eccessi dei fanatici fondamentalisti. Per parafrasare un vecchio detto, “c’è un giudice a Islamabad”. Il caso di Asia Bibi è esemplare, tanto per l’ingiustizia della condanna e dell’imprigionamento, quanto della sua liberazione e protezione. Anche nel caso di Sawan la contraddizione è palese. Gli 83 responsabili dell’attacco al quartiere sono tutti a piede libero, mentre Sawan è stato condannato a morte del 2014. Nella sentenza infatti il giudice ha fatto riferimento ai versetti del Corano. Da allora Sawan, che oggi ha 32 anni, attende il processo d’appello che viene rimandato continuamente, La nuova udienza è stata fissata per il 20 marzo, ma probabilmente anche stavolta il giudice troverà una scusa  per non procedere.

    Sawan intanto rimarrà in carcere, insieme ad altri 24 cristiani accusati di blasfemia. Sono in tutto 220 i cristiani accusati di questo crimine dal 1987 ad oggi. Le accuse di blasfemia formulate in totale in questi anni sono state 1534, ma dopo l’introduzione di modifiche alla legge, solo il 15% di esse è rimasto in essere, una percentuale comunque ben superiore al misero 2% che la comunità cristiana rappresenta all’interno della popolazione pachistana.

  • Le persecuzioni contro i cristiani continuano

    E’ inspiegabile il silenzio che circonda la persecuzione dei cristiani nel mondo. Ed è inspiegabile pure l’accanimento contro di essi che viene praticato, sia pure in forme diverse, in ogni parte del mondo, Europa compresa. Da noi, per fortuna, l’accanimento non è sanguinario, si limita per ora ad essere culturale, ma di accanimento di tratta, perché riesce addirittura a cambiare la storia e a negare che il cristianesimo abbia influenzato il nostro continente. C’è l’arte – se non si vuole parlare di religione – a testimoniare la sua presenza, per secoli, nella vita dei nostri popoli: pittura, scultura, architettura, musica, letteratura. Eppure i dirigenti della Convenzione europea, istituita nel dicembre del 2001 in occasione della riunione del Consiglio Europeo di Laeken, hanno avuto l’impudenza di negare questa realtà, che ha dato la sua impronta a quella che oggi viene considerata la civiltà europea. Un’impudenza che addirittura ha fatto considerare le Chiese cristiane come un’associazione sindacale o di categoria. Chi ha protestato allora per condannare questa sconsideratezza? I politici cristiani al potere nei vari governi europei? Ma nemmeno per sogno! Furono San Carol Woytila, allora Papa, e dopo di lui il Papa Emerito Benedetto XVI. Furono voci clamanti nel deserto, perché la politica non ebbe reazioni e nessuno propose correzioni alla lettura improvvida e falsa della storia fatta da Giscard d’Estaing allora presidente della Convenzione. Nemmeno il Parlamento europeo, che parla sempre di tutto, ha mai detto una parola per correggere questa impertinente sfrontatezza. Mi si dirà che è una interpretazione eccessiva quella di considerare come persecuzione un atteggiamento culturale. Può darsi che la lettura si presti a questo eccesso, ma è indubbio che negare la storia per darle un’interpretazione ideologica rimane un’operazione d’infimo livello, con conseguenze che contribuiscono a nutrire l’odio e a farlo maturare in atti concreti di persecuzione. Non ci sono cifre che possano pesare questa negatività. Ci sono soltanto segnali, che non diremmo positivi per la vita di una società, che si possono definire come nichilismo, relativismo, sfiducia radicale, mancanza si speranza, depressione, ecc.  Le cifre, invece, sono implacabili per le persecuzioni non culturali, ma materiali: nel mondo, ogni giorno, vengono mediamente uccisi dodici cristiani, dodici, come gli apostoli – dice il sito che dà la notizia. Sono uomini, donne, vecchi, ragazzi, bambini. La mattanza non ha luoghi preferiti. Si ammazzano in chiesa, in pellegrinaggio, nelle loro case, negli asili, nelle scuole. La loro colpa è di avere una fede, di credere in Cristo. Non ci sono altre ragioni. Se le vittime sono donne possono subire anche lo stupro, se bambini e ragazzi la tortura, ma non si deve parlare di queste orrendi cose: potrebbero incitare all’odio. Il non parlarne potrebbe anche dire che queste cose non fanno più notizia per i media che vanno per la maggiore, quelli che dettano ogni giorno come ci si deve correttamente comportare. E’ meglio parlare di Sanremo, di calcio, della povertà che in Italia è scomparsa – come afferma un vicepresidente del Consiglio – oppure del nuovo ambasciatore italiano all’Unesco, uomo di grande cultura. Eppure questi dati sono veri, non sono inventati come le fake news del governo. Il rapporto che ce li fa conoscere è dell’organizzazione internazionale Open Dors. Come ha dichiarato la sua responsabile britannica, Henrietta Blyth: “la nostra ricerca svela un aumento scioccante della persecuzione dei cristiani a livello globale”. E’ passato da 3.066 del 2017, a 4.305 del 2018 il numero dei cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede. La Nigeria capeggia questa drammatica classifica con 3.731 vittime.

    I cristiani perseguitati nel mondo sono saliti a oltre 245 milioni in 73 Paesi, contro i 58 precedenti. In questa lista figurano molti paesi islamici e laddove vengono citate nazioni inattese (come la Russia) è perché nel Caucaso ci sono stati attentati islamisti contro cristiani. Attentati di cui non parlano i nostri TG, siano essi di governo o di privati, ma che non per questo gli attentati non sono accaduti. I responsabili hanno sempre una precisa identità: sono islamisti, induisti e comunisti. Si, comunisti, perché questi regimi rimangono dei feroci avversari del cristianesimo e dei suoi martiri. La classifica vede in testa Nord Corea, Afghanistan, Somalia, Libia, Pakistan. Un livello molto alto di persecuzione è stato registrato in India, Siria, Iraq, Arabia Saudita, Uzbekistan e in altri numerosi Paesi islamici. Allo stesso tempo l’India è finita per la prima volta nelle prime dieci posizioni. In Nigeria, che è al 12° posto della classifica, la mattanza di cristiani è quotidiana. La Cina ha guadagnato 16 posizioni in questa tragica classifica, raggiungendo il 27° posto dopo l’entrata in vigore delle nuove leggi sulla religione nel febbraio 2018. La Turchia è al 26° posto e rientra tra i Paesi con un alto livello di persecuzione. Il Pakistan è al 5°.

    Il cristianesimo è la religione più diffusa al mondo, sia come numero di fedeli, che come estensione geografica. Perché allora è la più perseguitata? Il direttore di “Aiuto alla Chiesa che soffre”, Monteduro, risponde: “Perché i cristiani sono pacifici e pacificatori. Sono fondamentali per il dialogo anche fra le altre comunità religiose, fra ebrei e musulmani, fra sciiti e sunniti. Nessuno è come noi, e anche, e forse proprio per questo, siamo i più odiati al mondo”. Per Monteduro “la persecuzione dei cristiani si sta acuendo, perché al fondamentalismo di matrice islamica si accompagnano nuove forme correlate ai nazionalismi religiosi, come il divieto di cambiare religione introdotto nell’India induista, che ricorda il reato di blasfemia delle teocrazie islamiche”. Intanto la strage dei cristiani continua, nel silenzio degli strumenti di comunicazione di massa, Nel silenzio della stessa Chiesa di Roma, che non ricorda nemmeno questi martiri nella preghiera universale prevista nella liturgia della parola durante la Messa.

  • «I cristiani nel Medio Oriente sono vicini all’estinzione immediata»

    Il settimanale TEMPI del 4 dicembre scorso ha pubblicato il seguente articolo, che crediamo opportuno far conoscere ai nostri lettori per l’importanza dell’argomento e per la tragica situazione in cui si trovano i cristiani in quella parte del mondo. Che sia l’arcivescovo di Canterbury a lanciare l’allarme è abbastanza significativo, poiché il Regno Unito ha rifiutato, recentemente,  di accogliere la domanda d’asilo dei genitori di Asia Bibi, la contadina pachistana condannata a morte per blasfemia e ritenuta innocente dalla Corte Suprema, ma tenuta nascosta dalle autorità governative per proteggerla dalla minacce degli estremisti islamici. E’ un’implicita critica al suo governo? Così parrebbe, anche se i toni sfumati non possono essere intesi come un aperto attacco.

    «I cristiani nel Medio Oriente sono vicini all’estinzione immediata». È l’allarme lanciato dall’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, domenica alla Bbc. Il primate d’Inghilterra ha spiegato che i cristiani devono affrontare «quotidiane minacce di morte, violenza, assassinio, intimidazione, pregiudizio e povertà» e si trovano nella peggior situazione «dai tempi dell’invasione dei Mongoli del XIII secolo».

    In un articolo per il Telegraph, l’arcivescovo ha aggiunto che «negli ultimi anni i cristiani sono stati massacrati dallo Stato islamico. Molti se ne sono andati dalla loro terra. Centinaia di migliaia hanno abbandonare le proprie case sotto costrizione. Molti sono stati uccisi, ridotti in schiavitù, perseguitati e convertiti a forza. Anche coloro che sono rimasti si domandano: “Perché dovremmo restare?“».

    Welby ha perciò sottolineato che, «ora che il Natale si avvicina, dobbiamo pregare per loro e parlare in loro difesa. Dobbiamo appoggiarli, aiutarli e sostenerli in ogni modo, in modo pubblico e visibile». Le parole del primate contengono un’implicita critica al Regno Unito, che ha accolto solo un cristiano ogni 400 siriani che hanno chiesto asilo nel paese.

    Non possiamo permettere, ha concluso Welby, «che le comunità cristiane, eredi di quelle che hanno fondato la Chiesa universale, spariscano davanti alla minaccia dell’immediata estinzione». Anche le Chiese del Medio Oriente si stanno muovendo nella direzione di convincere i giovani a restare nonostante le difficoltà. «Mettete su famiglia, resistete alla tentazione di partire, contate sulla presenza di Dio nella storia, decidete di essere testimoni di Cristo», è l’appello lanciato dal patriarca maronita, il cardinale libanese Bechara Rai, durante riunione di tutti i patriarchi cattolici d’Oriente, che si è tenuta dal 26 al 30 novembre in Iraq.

    Leone Grotti

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