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Se Draghi…

Se Draghi dovesse seguire il suo personale interesse perché mai dovrebbe accettare di rimanere, per qualche mese, a presiedere un governo formato da partiti che, chi più chi meno, hanno comunque dimostrato di preferire il proprio tornaconto elettorale all’interesse comune?
Draghi è arrivato a Palazzo Chigi avendo già ottenuto dalla vita, per suoi meriti, i massimi successi e riconoscimenti, come dimostrano, una volta di più, le recenti dichiarazioni di tanti capi di Stato e di governo, accreditati organi di stampa e mondi economici.
Se Draghi, come ha dimostrato in tante occasioni, tiene più al bene dell’Italia e dell’Europa, agli interessi legittimi di tutti quei cittadini, personalità culturali, categorie ed imprese, ed anche amministratori pubblici, che in questi giorni hanno alzato la testa chiedendogli di restare, Draghi non potrà che rimanere accettando il rischio.
Rischi ce ne saranno e bocconi amari da far perdere la calma anche ad un santo perché molti di quelli che oggi gli chiedono di restare saranno i primi a cercare  di portarlo, poi, ai margini di quel mondo politico che credono di rappresentare.
Se Draghi se ne va molti diranno che ha abbandonato la nave nella tempesta, che ha fatto prevalere l’orgoglio alle necessità del Paese.
Se resta gli stessi, e non solo, diranno che si vuole appropriare della politica usurpando i partiti dal diritto di voto e che la democrazia ha subito un nuovo vulnus.
La verità è che, comunque, Draghi, grazie alla sciagurata scelta di Conte, che una volta di più ha dimostrato di non capire niente, ha, proprio in questi giorni, trovato quella legittimità politica che i partiti hanno perso da tempo.
Se ieri Draghi era stata una scelta di Mattarella, accettata per necessità dalla coalizione di tutti, salvo FdI, oggi, con la richiesta di rimanere che gli hanno espresso più di 1300 sindaci, il corpo accademico, sindacati di lavoratori ed imprenditori, associazioni della società civile e con il consenso espresso da tanti cittadini, Draghi ha ottenuto quell’investitura politica necessaria a renderlo personalità sopra le parti e politicamente, profondamente, dentro la cosa pubblica, la res pubblica.
Come sempre mentre vi è chi cerca di costruire ponti per superare la crisi  altri distruggono e più si parla più è a rischio la credibilità italiana nel mondo e intanto i problemi si aggravano.
Alcuni sembrano non essere  in grado di comprendere che se in democrazia votare è un diritto dovrebbe essere un dovere delle forze politiche, specie di quelle che chiedono ad ogni piè sospinto il voto come se fosse un mantra, chiedersi da dove deriva quella sfiducia che ha portato il partito dell’astensione ad essere ormai maggioranza relativa.
I partiti promettono quello che, se governeranno, non saranno in grado di mantenere, si nutrono di atteggiamenti arroganti e frasi fatte, non hanno democrazia interna, continuano a scippare agli elettori il diritto di scelta, nominano i parlamentari secondo la loro vicinanza alla leadership invece che farli scegliere dai cittadini. La incapacità, non solo dei leader, di autocritica, l’assoluta certezza di avere la verità rivelata, la difesa di alcune categorie senza valutare le conseguenze nel contesto generale della società, la mancanza di cultura geopolitica, di empatia e l’indifferenza ad ogni seria analisi sociale sono tra le cause che,se continueranno, renderanno sempre più forte l’astensione.
D’altra parte a un certo tipo di leader non importa che vadano a votare tutti ma solo che vadano a votare i loro sostenitori perché per certi politici politicanti la democrazia non è portare il più gran numero di elettori a poter scegliere liberamente ma arrivare al governo con la maggioranza di quella minoranza che si recata alle urne!

Il retro pensiero di troppi è ormai da tempo “meno vanno a votare meglio è“, per averne conferma basta analizzare i dati delle elezioni di questi anni.

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