partiti

  • A Bruxelles orgia durante il lockdown per un eurodeputato di Orban

    Scandalo a Bruxelles: un festino hot tra sesso, droga e alcol in barba al lockdown scuote la capitale belga, cuore delle istituzioni europee. E scoppia un caso. Non solo perché gli uomini che hanno partecipato all’orgia venerdì scorso hanno ignorato ogni regola contro il coronavirus. Ma anche perché tra loro ci sarebbero stati diplomatici e funzionari europei ed un europarlamentare, noto esponente della politica ungherese legato a Victor Orban, che dopo essere stato scoperto si è dimesso.

    La notizia è rimbalzata su tutti i media con la polizia che, pur senza fornire molte indicazioni sull’accaduto, ha confermato l’episodio. Sono stati proprio gli agenti venerdì scorso a fare irruzione in un locale sopra un bar del centro della capitale trovando una ventina di uomini, molti di essi nudi, che partecipavano al party tra droga e alcol. Tutti sono stati identificati e multati per aver violato il lockdown con un’ammenda di 250 euro. Ma uno di loro è riuscito a scappare e quando è stato riacciuffato dai poliziotti non ha potuto fare meno di dare le proprie generalità, ammettendo di essere un parlamentare europeo e provando a giocare la carta dell’immunità.

    Immediata è scattata sul web la caccia all’identità dell’uomo mentre fonti dell’Eurocamera si trinceravano dietro la privacy per evitare ogni commento. Poi la conferma è arrivata dal diretto interessato: József Szájer, eurodeputato ultraconservatore di Fidesz che ha annunciato di essersi dimesso. “Ero presente”, ha ammesso in una dichiarazione. “Dopo che la polizia ha chiesto la mia identità, visto che non avevo documenti ho dichiarato di essere un eurodeputato. Sono profondamente dispiaciuto di aver violato le restrizioni Covid. E’ stato irresponsabile da parte mia”, ha sottolineato Szajer scusandosi con la famiglia, con i colleghi e con i suoi elettori che per quattro volte lo hanno votato al parlamento ungherese (tra il 1990 e il 2002) e quattro volte al Parlamento europeo, dal 2004.  “Chiedo loro di valutare il mio passo falso sullo sfondo di trent’anni di lavoro devoto e duro. Il passo falso è strettamente personale, io sono l’unico che ne deve assumere la responsabilità. Chiedo a tutti di non estenderlo alla mia terra o alla mia comunità politica”, ha aggiunto, precisando di non aver fatto comunque uso di droghe.

    Szájer è una personalità in vista all’interno di Fidesz, di cui è stato uno dei fondatori, ed ha ricoperto incarichi di primo piano, come la vicepresidenza del gruppo del Ppe fino alla scorsa legislatura. Un passato ingombrante che mette ancora di più in imbarazzo le élite politiche a Bruxelles e a Budapest, investite dal tam tam di commenti sul web. In molti non perdonano a Szájer le sue posizioni sui matrimoni gay, bollate come “omofobe”. E che di certo mal si conciliano con il festino di venerdì 27 novembre.

  • Sconfitte, vittorie e sconfitte travestite da vittorie

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On.Michele Rallo

    Vengo meno alle mie consolidate abitudini e, questa settimana, scrivo il pezzo per “Social” il lunedí, dopo i primi dati del referendum e delle regionali.

    È troppo presto per una analisi compiuta dei risultati, ma alcune considerazioni possono comunque farsi. In ordine sparso – naturalmente – e chiedo scusa ai lettori per il carattere disordinato delle righe che seguono.

    Referendum. Gli ultimi dati parlano di una vittoria dei SI di 70 a 30, o giú di lí. Di Maio canta vittoria con toni addirittura epici. Da un certo punto di vista ha ragione: la maggioranza degli italiani ha dato credito alla narrazione dell’antipolitica grillina. Troppo poco, peró, per cantare vittoria: i risultati delle regionali puniscono severamente i Cinque Stelle, ridimensionandoli ulteriormente e impietosamente. I grillini sono ormai incamminati stabilmente sul viale del tramonto, un viale in discesa ripida, ripidissima, con traguardo finale il precipizio.

    Decisione sbagliata. Per fare un dispetto (o per credere di farlo) al “palazzo”, gli italiani hanno votato contro i loro stessi interessi. Se ne accorgeranno presto, quando vedranno che intere province saranno rimaste senza una propria rappresentanza parlamentare, alla mercé del tornaconto delle vicine metropoli.

    Regionali: tre a tre, e palla al centro. Apparentemente, il risultato finale è di parità: tre a tre. Ma il pareggio è solo apparente, perché il Centro-destra sale e il Centro-sinistra scende. Vediamo il dettaglio.

    Il Centro-destra a quota 15 (su 20). Il Centro-destra si è rafforzato notevolmente nelle due regioni che giá controllava (Veneto e Liguria) e ne ha conquistato agevolmente una terza (le Marche). Amministra ormai 15 regioni su 20, con ció confermando di essere una solida maggioranza nel paese. Chissá se in Alto Loco se ne sono accorti.

    Il Centro-sinistra a quota 5 (su 20). Il Centro-sinistra si è rafforzato solamente nella Campania dello “sceriffo” De Luca, ha mantenuto le posizioni in Puglia con Emiliano, ha limitato i danni nella rossa Toscana (conservando la presidenza ma con uno scarto dimezzato rispetto a quello del 2015), ed è infine franato rovinosamente nelle Marche (altra regione rossa passata al Centro-destra, come l’Umbria qualche mese fa). Oltre alle 3 conservate oggi, il Centro-sinistra ne mantiene ancora 2: l’Emilia-Romagna e il Lazio. Quest’ultima regione è stata conquistata da Zingaretti nel lontano (politicamente) 2018. Il fratello di Montalbano se la tiene stretta – la regione – rinunciando anche a fare il Ministro, pur di non dimettersi da governatore e andare incontro ad elezioni anticipate (e a sicura sconfitta). Ma qualcosa in regione comincia a scricchiolare.

    Il Centro-destra non è riuscito a politicizzare il voto. Il Centro-destra ha vinto, ma non è riuscito a stravincere. Ció ha consentito al Centro-sinistra di gabellare la sconfitta per una mezza vittoria. Merito principalmente di due bravi amministratori – De Luca ed Emiliano – che sono riusciti a depoliticizzare il voto, evitando che la gente votasse contro l’incapacitá del governo nazionale a gestire la crisi economica e occupazionale, o contro la politica suicida dei porti aperti all’invasione migratoria.

    L’elettorato premia i buoni amministratori. Questo è un altro fattore che non andrebbe dimenticato: in tutte le elezioni di carattere amministrativo (regionali comprese) la gente tende a votare per chi ha dimostrato di sapere amministrare bene, mettendo in secondo piano le ragioni di schieramento politico. In Campania e in Puglia, De Luca ed Emiliano sono stati rieletti anche con l’appoggio – alla luce del sole – di ampie fasce di elettorato di destra.

    Conte salvo e Zingaretti se la cava. Il risultato politico complessivo, comunque, è sconfortante, almeno dal mio punto di vista. Il governo Conte, infatti, potrebbe sopravvivere. Se cadrá, cadrá per altre ragioni; non per il “quadro politico”, che traballa ma regge. E Zingaretti rimane alla segreteria del PD, salvato da due governatori che non lo amano affatto (e che lui non ama).

    I grillini in rotta. Se la cava anche Di Maio, almeno fino a quando riuscirá a nascondere dietro il risultato referendario lo squagliamento dei voti grillini. I Cinque Stelle hanno perso anche il terzo posto nella classifica fra i partiti – ormai stabilmente tenuto da Fratelli d’Italia – e sono adesso una forza politica a tutti gli effetti “minore”, marginale, il cui unico obiettivo è quello di restare sopra la soglia di sbarramento del 5% per evitare di scomparire del tutto. Il colpo di grazia potrebbe arrivare da un momento all’altro, per un qualche incidente di percorso; ma, se non dovesse arrivare prima, giungerá comunque con le elezioni amministrative di Roma, fissate per la primavera prossima.

    Che farà Conte? Giuseppi – ci scommetto – rinuncerá definitivamente alla possibilitá di conquistare la leadership dello sconquassato movimento grillino, e si butterá sull’altro progetto: quello di un partito tutto suo (e di Casalino). Finora è stato bravo a navigare a vista, disinnescando i molti ordigni sulla sua strada. Ha esteso a tutto il 2020 il blocco dei licenziamenti, manovrando con la cassa integrazione. Ha evitato, cosí, la paventata grande crisi sociale di autunno. E speriamo che alla grande crisi non si arrivi neanche nel gennaio del 2021.

    Corso di sopravvivenza. Il governo di Giuseppi II non ha un’anima. Si rege solo su un matrimonio di convenienza fra PD e grillini, entrambi interessati a una cosa soltanto: scongiurare le elezioni anticipate. Per evitare questo “pericolo”, tutto fa brodo. Anche una sconfitta travestita da mezza vittoria. Ma fino a quando sará possibile continuare con i giochi di prestigio?

  • La riforma elettorale che i partiti non vogliono

    Ancora una volta, mentre continuano le dichiarazioni ed i commenti sulle recenti elezioni amministrative nelle quali, come sempre, più o meno tutti hanno vinto, si riaccende il dibattito tra “non udenti” sulla riforma della  legge elettorale e, come dice un vecchio detto, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e nessuna forza politica sembra voler ascoltare i sentimenti di disaffezione e sfiducia degli  elettori. Come  sempre per i capi partito il problema non è cercare una legge che garantisca al massimo livello la libertà di scelta degli elettori e, di conseguenza, sia garanzia di democrazia e partecipazione, ma  l’obiettivo è individuare il sistema più garantista per le loro forze politiche. Ciascuno propone quello che ritiene sia il sistema elettorale più confacente ai suoi interessi, a prescindere dall’interesse dei cittadini.

    La democrazia per vivere ha bisogno di regole certe e rispettate e di cittadini che abbiano garantito il diritto-dovere di manifestare il loro consenso in libertà e con la conoscenza effettiva dei programmi di governo e delle capacità e competenze dei parlamentari e senatori che devono eleggere. Siamo da sempre dell’avviso che solo un sistema proporzionale, con una soglia di sbarramento, un contenuto premio di maggioranza e la scelta preferenziale dei candidati, togliendo così ai capi partito il diritto di scegliere per noi chi ci deve rappresentare, farà ritornare gli elettori ad una maggior affezione al voto e gli eletti ad occuparsi del territorio e della gente invece che cercare di accattivarsi la benevolenza dei loro maggiorenti per garantirsi il posto sicuro in lista.

    Certo un sistema proporzionale preferenziale deve avere regole ferree che controllino le spese di partiti e candidati e regolamentino la presenza in lista di personaggi televisivi, infatti vi devono essere il più possibile pari opportunità per tutti coloro che sono in lista ed i cittadini dovrebbero poter valutare su curricula oggettivi e su programmi trasparenti ed avere la possibilità di controllare l’operato di coloro che hanno eletto. Inoltre nel dibattito sulla futura legge elettorale andrebbe anche affrontato il tema della personalità giuridica dei partiti, della loro democrazia interna, del rispetto degli statuti, dei diritti degli iscritti e del controllo dei bilanci da parte della Corte dei Conti. In sintesi dovremmo riformare tutto il sistema di rappresentanza  partitica ma nessuno né 5Stelle, Lega o Pd vogliono quella trasparenza della quale parlano per conquistare consensi.

     

  • L’Europa ascolta la Merkel e ignora Grillo e i suoi alleati

    Il centro studi VoteWatch Europe ha stilato una classifica sull’influenza dei partiti presenti nei 28 Paesi dell’Unione e rappresentati al Parlamento europeo. Il partito più influente è risultata la Cdu/Csu tedesca, che nello studio viene indicato come il «partito più potente nell’Ue nonostante le sue recenti perdite». Alle sue spalle si colloca il movimento del presidente francese Emmanuel Macron ‘La Republique en Marche’, mentre in terza posizione si piazzano i Conservatori britannici. I partiti italiani figurano tra i meno influenti del continente, a «causa della frammentazione e dall’instabilità del panorama politico» del Belpaese. I grillini si collocano al settimo posto ma riescono a precedere il Pd, all’ottavo posto, mentre la Lega di Matteo Salvini è al decimo.

    Tra i maggiori Paesi – scrive VoteWatch -, «l’Italia è quella dove l’instabilità e la frammentazione politica sono più pronunciate. Questo spiega perché non ci sono partiti italiani tra i primi cinque posti, nonostante la penisola sia il quarto più grande Stato membro dell’Ue». Lo studio precisa inoltre che «gli accordi di coalizione altamente instabili e la volatilità dell’elettorato italiano hanno impedito il consolidamento del potere». Il «M5S detiene un forte peso legislativo a livello nazionale – si legge -, ma il calo nei sondaggi e la scarsa presenza a livello europeo e regionale condizionano» il suo peso politico. Il «Pd ha una maggiore longevità e connessioni più ampie in Europa, ma la sua decrescente forza elettorale ne condiziona l’influenza a livello nazionale». Infine, la Lega «gode di ottime prestazioni a livello di sondaggi ma non è lo stesso a livello Ue».

  • Carlo Calenda lancia Azione, il suo movimento politico

    Si chiama Azione e l’annuncio arriva via Social. Carlo Calenda, europarlamentare ed ex ministro, che ha lasciato il PD in polemica per la scelta di allearsi con il Movimento 5 Stelle, lancia il suo movimento che viene presentato anche nella sede della Stampa estera a Roma. Il manifesto di questo nuovo soggetto politi recita ‘Azione – Per una democrazia liberal-progressista’ e lancia un chiaro messaggio contro quelli che nel testo sono definiti ‘i disastri dei populisti e dei sovranisti’.
    Il nome Azione richiama le radici culturali e politiche del liberalismo sociale e del popolarismo di Sturzo. “Azione diventerà il pilastro di un grande Fronte Repubblicano e Democratico capace di ricacciare populisti e sovranisti ai margini del sistema politico. Per questo consentiremo la doppia tessera. Non vogliamo escludere – si legge nel testo – ma al contrario tenere le porte ben aperte. Il nostro obiettivo non è frammentare, ma lavorare per l’unità e il rinnovamento delle forze liberal democratiche”.

    Il nuovo partito, almeno secondo il suo fondatore, ambisce a raggiungere il 10% creando così un polo di liberali e progressisti che non vogliono allearsi né con il sovranismo di Salvini né con il M5S.

  • Italia e italiani in mutande e il governo cerca la soluzione nei sexy shop

    Procedura d’infrazione per l’Italia comminata dall’Unione europea? Scelta del dicastero per il commissario italiano? Trattative per le altre nomine europee, dal presidente della Commissione al presidente dell’Unione? Scambi di vedute sul futuro mentre rimangono insoluti i problemi legati all’immigrazione, all’aumento della povertà, alla mancanza di lavoro? L’elenco delle emergenze nazionali ed europee è molto lungo ma il governo italiano preferisce varare un provvedimento che agevola e aiuta i sexy shop piuttosto che affrontare i temi europei, che ci riguardano, o i temi nazionali che opprimono tante categorie di cittadini e lavoratori.
    Mentre decine di migliaia di persone, espulse dal mondo del lavoro o che al mondo del lavoro tradizionale, anche a tempo determinato, non sono mai riuscite ad arrivare e si devono accontentare di fare i prestatori di servizi per lavori che durano da un giorno a poche settimane e sono pagati, se sono pagati, dopo 90 giorni, il governo si occupa dei sexy shop. Non facciamo commenti morali, ogni governo ha la sua morale, ma certo dopo che la Lega, in passato, ha acconsentito alla coltivazione ed alla vendita dei prodotti derivanti dalla cannabis ed ora chiude i negozi e di conseguenza le coltivazioni di quegli stessi prodotti che prima erano consentiti, ci sembra veramente paradossale che nelle nuove disposizioni per combattere la povertà e la disoccupazione si ignorino le centinaia di migliaia di prestatori di servizi e ci si occupi dei piccoli esercizi che potrebbero aprirsi nei piccoli centri per distribuire vibratori e quant’altro utile a fare del sesso non un sano piacere ma un piccolo business. Come se non fosse già sufficiente tutto quello che esiste nel settore.
    I prestatori di servizi non solo sono pagati a 90 giorni ma spesso non sono pagati e certo chi non è pagato non potrà fare causa per 100 o 200 euro! Resta un settore di persone abbandonate dallo Stato, che non possono accedere ad un prestito bancario o di altro genere, che non hanno garanzie non solo sulla continuità, anche temporanea, del loro lavoro ma neppure garanzie di retribuzione a lavoro svolto. Mentre le agenzie che danno gli incarichi sono pagate subito, i prestatori di servizi, dei quali si avvalgono, ricevono il compenso, se lo ricevono, dopo mesi. Questo è libero mercato o sfruttamento? Perché né l’Europa né i partiti al governo, M5s e Lega, hanno detto una parola? Perché anche i partiti d’opposizione tacciono? Forse perché questi lavoratori a fine anno non rientrano, ovviamente, tra i contribuenti interessanti per lo Stato? Forse perché la politica è tanto distante e avviluppata su se stessa da non conoscere la realtà?
    Potremmo fare molte battute sulle agevolazioni per i sexy shop, preferiamo lasciarle a chi ha una testa per pensare e giudicare. Ma vogliamo comunque condannare l’insipienza di crede che si possa far politica non conoscendo la realtà e le necessità del Paese, perché sia al governo che all’opposizione non vediamo più dilettanti allo sbaraglio ma semplicemente degli ignoranti. Il Paese è in mutande, gli italiani sono in mutande, ma certo non è nei sexy shop che la classe politica italiana può trovare la risposta adeguata, se proprio dobbiamo dirlo con una battuta!

  • Proposte per governare invece che dichiarare o blaterare

    Ogni giorno il sistema dell’informazione è ridondante di dichiarazioni e smentite dei due vicepremier e di alcuni ministri mentre rimane praticamente silente il presidente del Consiglio. Le dichiarazioni riguardano praticamente sempre gli stessi temi: flat tax, reddito di cittadinanza, immigrazione. Silenzio, invece, per quanto riguarda le iniziative possibili per far ripartire il sistema economico e trovare quei posti di lavoro dei quali il Paese, la gente, ha necessità.

    La ricostruzione del ponte di Genova, che ha creato più polemiche che vero cordoglio per le vittime ed un impegno immediato per evitare che sciagure annunciate abbiano a ripetersi, dovrebbe aprire la strada alla ricostruzione, o bonifica, di migliaia di ponti e viadotti, una parte dei quali è già stata riconosciuta come pericolante (mentre di tanti altri non si conosce ancora l’esito delle ispezioni, ammesso che queste siano state disposte e/o siano in corso). Questa ‘operazione sicurezza’, oltre ad essere una necessità,  sarebbe sicuramente un volano per l’economia: oltre alle maestranze occorreranno tecnici qualificati, materiale edile e quanto di conseguenza.

    Nella ‘operazione sicurezza’ andrebbero finalmente inserite tutte quelle scuole italiane che da tempo necessitano di interventi urgenti. Si parla di 14 miliardi necessari a portare a compimento la messa in sicurezza degli edifici nei quali studiano i nostri figli!

    L’Italia inoltre ha da decenni una rete idrica che perde più della metà dell’acqua potabile, con un danno gravissimo per una risorsa, l’acqua appunto, che è un bene sempre più prezioso, come dimostra la situazione tragica di città e Paesi del Sud Italia che hanno l’acqua soltanto ad orario o addirittura a giorni prestabiliti. La siccità del 2017 ha dimostrato che anche nel Nord Italia la carenza d’acqua ha costretto al razionamento e all’approvvigionamento tramite autobotti. Un progetto serio per riformare la rete idrica porterebbe vantaggi considerevoli ed ulteriore incremento delle attività lavorative, includendo oltre alle opere edili il materiale per le tubazioni.

    Costi sicuramente enormi ma ancora più enorme sarebbe la ripresa economica del Paese se queste opere fossero poste in essere immediatamente. Altrettanto certamente l’Europa non sarebbe sorda ed immobile di fronte a progetti specifici per opere necessarie. Tanto lo sforamento del 3% non può essere accettato per un reddito di cittadinanza tout court o per una flat tax, tanto la ricostruzione di quanto sopra detto, così come delle zone terremotate, vedrebbe l’avallo della Ue, anche con fondi specifici della stessa Unione.

    Da più parti si è sempre sostenuto che l’edilizia è uno dei principali volani per far ripartire l’economia e l’edilizia che fa da volano non è certo quella che costruisce qualche fatiscente villetta bifamiliare o che consuma inutilmente il suolo, ma quella che tramite le opere necessarie contribuisce al rilancio del Paese

    Ma c’è ormai non più soltanto l’impressione ma la certezza che il governo non sia preparato ad affrontare questi temi ma che cerchi, tra una dichiarazione urlata e un tweet accattivante, di trascinare l’alleanza fino alle elezioni europee, in una continua campagna elettorale alla fine della quale, come facevano i bambini a scuola, verificare chi ce l’ha ‘più lungo’.

    Purtroppo anche i partiti dell’opposizione, da destra a sinistra, sono coinvolti nello stesso gioco elettorale e trascinati dalle vicende interne in uno sterile avvitamento, con la conseguenza che anche da parte delle opposizioni non arrivano proposte che convoglino l’attenzione dell’opinione pubblica su temi seri e che impongano al governo di governare invece che dichiarare.

    Anche l’assenza, sul piano delle proposte, delle rappresentanze di categoria e dei sindacati, così come del mondo della cultura, contribuisce all’immagine di un Paese incapace di guardare non solo avanti ma anche al giorno dopo. E questa immagine, che di fatto non corrisponde ai milioni di persone che quotidianamente, in silenzio e con determinazione, lavorano per migliorare la propria azienda o per salvaguardare la propria famiglia, è quella che ci rappresenta all’estero, che ci toglie ogni giorno credibilità e, di conseguenza, possibilità di alleanze non suddite, di ottenere ascolto e assenso alle eventuali proposte.

  • Ritroviamo la voce

    A prescindere dalle valutazioni politico partitiche e dalle loro dirette conseguenze lo scenario italiano è complesso e le prospettive non lasciano sereni. La Lega, per la confisca dei beni, rischia di doversi rifondare  e non si sa in che formula rispetto agli altri movimenti del Centrodestra, nei Cinque Stelle è sempre più evidente la presenza di anime diverse: da Di Maio a Fico, da Grillo a Di Battista, anime diverse e progetti confusi ed in gran parte irrealizzabili. Il Partito Democratico, persa da tempo l’identità, non trova un ubi consistam e si attorciglia nella rissa interna invece che preparare, come sarebbe d’obbligo in una democrazia, un progetto per l’alternanza. In sintesi, chi governa non sembra al momento in grado di governare e chi dovrebbe rappresentare l’opposizione, per costruire un’ipotesi alternativa, non è influente o è addirittura assente.

    Nel frattempo l’Europa rimane latitante sui temi urgenti, dall’immigrazione all’economia, si occupa di quisquiglie, quali l’ora legale, e assiste imbelle al franare di tutti i progetti sul Mediterraneo mentre si rinsaldano i rapporti tra alcuni paesi membri e la Russia e questo, ovviamente, non aiuta quella fantomatica unione politica che dovrebbe essere alla base dell’Europa stessa. Intanto il Regno Unito non ha ancora deciso cosa fare in seguito alla Brexit e tra i tanti problemi che ne discendono vi sono anche quelli legati alle prossime elezioni per il Parlamento europeo e per il presidente della Commissione.

    Negli Stati Uniti è sempre più insistete la voce di impeachment per il Presidente Trump e comunque le elezioni di metà mandato potrebbero aprire nuovi scenari, intanto in America Latina, a partire dal Venezuela, la situazione è sempre più drammatica e continuano, da alcuni paesi, esodi di massa dovuti non solo alle nuove povertà ma anche alla mancanza di cibo.

    Inutile commentare le tragedie africane, le guerre in corso, non solo in Libia ed in Siria, il ritorno strisciante ma inesorabile dei movimenti terroristi, la disperazione di milioni di persone che subiscono massacri e torture e non sono certo rosei gli scenari nei paesi del Golfo e in tutta l’area orientale.

    Dal punto di vista economico la mondializzazione dei mercati continua incontrollata, per la decennale incapacità di riformare l’Organizzazione Mondiale del Commercio e per la spregiudicatezza di gran parte di un sistema industriale arrogante e autoreferenziale che sta portando il capitalismo ad essere espressione sciagurata, per le conseguenze sulle persone, tanto quanto il comunismo.

    Scenari che rischiano di diventare apocalittici come la profezia di Nostradamus o più semplicemente scenari dovuti all’arroganza e all’ignoranza di uomini che, in un delirio di onnipotenza e impreparazione, stanno scavando, con le loro mani, la fossa alla democrazia, allo stato sociale, alla libertà e al benessere così faticosamente raggiunto nei decenni passati.

    Parlare della sempre più pericolosa situazione del clima o delle infrastrutture obsolete che macinano morti non fa che evidenziare quanto sia da troppo temo carente il senso del dovere di coloro che rapprendano le istituzioni ed inesistente la coscienza di tanta imprenditoria, di tanta parte del sistema informativo ma anche di tanti cittadini abituati ormai più a seguire gli impulsi della “pancia” che a ragionare sui problemi. Sembra la stagione di Sodoma e Gomorra o del Diluvio universale nel ripetersi di cicli storici che vedono le società morire quando si illudono di essere al di sopra di ogni regola. Forse tutto è ormai inevitabile o invece forse potremmo invertire la rotta, riprovare a raddrizzare la colonna vertebrale, tornare ad avere il coraggio di fare qualcosa, anche nel nostro quotidiano. In realtà in una società cloroformizzata nella quale i maestri del disimpegno hanno da tempo la meglio e si confonde il giusto per tutti con il politicamente corretto per pochi anche i più coraggiosi rischiano di arrendersi. Per questo ogni voce, capace di unirsi ad altre voci, per rifondare una comune coscienza civile e politica è necessaria ed urgente per farsi sentire.

Back to top button

Adblock Detected

Please consider supporting us by disabling your ad blocker