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  • Venezia e la strana metamorfosi elettorale

    La reazione dei vertici dello schieramento di centro-sinistra che, a sorpresa, si è visto sconfitto alle elezioni a Venezia dimostra, una volta di più, come, ancora oggi, non venga accettata la inaspettata debacle elettorale.

    Le scomposte reazioni dimostrano inoltre come questa performance negativa non venga compresa e tantomeno elaborata, rendendo quindi impossibile il passaggio dallo sconforto ad una prima analisi nella individuazione delle proprie responsabilità.

    Le teorie giustificazioniste addotte da ogni esponente del centro sinistra sembrano rappresentino la classica espressione di una supremazia politica la quale esprime risentimento e livore tanto per la sconfitta del proprio schieramento quanto personale nei confronti dell’elettorato traditore.

    Il candidato Martella in un modo quanto mai inelegante ha accusato l’elettorato veneziano di non essere in grado di comprendere la proposta del proprio schieramento, dimostrandosi non pronto al “cambiamento”.

    Bersani, probabilmente assieme a Renzi e Conte, una delle cause dell’allontanamento dell’elettorato del centro-sinistra dalla vecchia politica romanocentrica, ha aggiunto, durante un dibattito televisivo, in riferimento all’apertura alla comunità del Bangladesh, che anche se la proposta attuale non sia stata digerita, lo sarà in occasione della prossima elezione.

    Infine il sociologo Bettin trova la ragione della propria sconfitta nel successo di un partito azienda.

    Sembra incredibile come quello stesso elettorato, che solo pochi mesi fa aveva votato No’ al referendum (56,3%), sia diventato ora non disponibile al cambiamento, non in grado di digerirlo e succube di un partito azienda

    Lo stesso elettorato sembra abbia quindi subito, in soli pochi mesi, una metamorfosi elettorale nella direzione opposta rispetto a quella desiderata dallo schieramento perdente.

    L’amara realtà, invece, dimostra come ora più che mai proprio dalle reazioni ad una propria sconfitta emergano le ragioni che l’hanno determinata.

    Continuare quindi ad evitare di individuare le proprie responsabilità in relazione alle tematiche che hanno rappresentato l’elemento distintivo dello schieramento del centro-sinistra, non solo conferma un atteggiamento presuntuoso e sprezzante nei confronti degli elettori ma rappresenta anche la garanzia per la vittoria del centro-destra anche alle prossime elezioni tra cinque anni.

    In altre parole, l’esito elettorale trova ora, proprio nelle analisi successive al risultato elettorale, la conferma delle ragioni della stessa debacle elettorale.

    Il modo in cui il centro-sinistra non ha accettato ancora oggi un semplice esito elettorale certifica una presunzione ideologica che lo rende incapace di individuare le proprie responsabilità.

    E se non on bastasse, ciò dimostra, una volta di più, quanto inadeguata potesse essere  questa coalizione soprattutto nelle figure apicali caratterizzate dall’assoluta mancanza  nel proprio bagaglio culturale di una possibile ammissione di responsabilità e di una anche seppur minima capacità  di autocritica In più, da esponenti politici che da quasi cinquant’anni calcano le scene del teatro della politica francamente ci si sarebbe aspettato un maggiore fair play politico nell’accettazione della sconfitta.

    La rabbia dimostrata in ogni occasione pubblica conferma invece quale sia ancora l’evidente deficit culturale e di signorilità nell’accettazione dell’esito elettorale.

  • Umberto Bossi, le sue intuizioni e la Lega di oggi

    Con la morte di Umberto Bossi si chiude un’altra importante parte della recente storia politica italiana.

    Non aver condiviso tanti degli atteggiamenti, delle idee e proposte avanzate negli anni dal Senatur non significa non riconoscergli il ruolo, importante e spesso necessario, di ultimo rivoluzionario della politica.

    Sicuramente si deve a lui aver compreso che tanta parte dell’elettorato tradizionalmente di sinistra, nella sinistra erano nate le sue prime esperienze politiche, non si sentiva più rappresentato.

    Bossi aveva intuito che era arrivato il tempo di qualcosa di nuovo e di diverso e questa sua intuizione, con alterne fortune e poi grazie alle alleanze con Berlusconi, portò alla nascita di quei movimenti che alla fine diedero vita alla Lega, movimento e partito che ha più volte condiviso, anche con alleati diversi, varie esperienze di governo.

    Vari problemi, non solo la malattia, lo portarono, in questi ultimi anni, ai margini del dibattito politico anche se per molti, iscritti, militanti, dirigenti, continuò ad essere un punto di riferimento.

    Oggi la Lega sembra ogni giorno allontanarsi dalla capacità di rappresentare le istanze più semplici e normali della gente, a partire dalla sanità che ogni giorno perde colpi a danno sempre dei più deboli, per non parlare dei disservizi, compresi quelli dovuti agli eterni lavori sulle strade che aumentano costi, sicurezza ed inquinamento.

    Pensiamo che gli ultimi anni di Umberto Bossi siano stati molto difficili e non solo per le impossibilità fisiche di partecipare in prima persona: chissà quante volte avrebbe voluto richiamare i maggiori esponenti della Lega per farli scendere nella realtà del Paese rinunciando a slogan superati o a programmi faraonici inopportuni nel contesto temporale.

    All’uomo che, tra le tante idee, inventò la canottiera come messaggio politico che non tutti furono in grado di capire subito nel suo significato più profondo, il ricordo di quanti lo hanno, anche da idee diverse, rispettato.

  • Referendum: l’inversione ideologica

    In vista della consultazione di domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026, relativa al referendum popolare confermativo, le diverse posizioni a favore o contrarie al quesito rivelano ideologie decisamente contrastanti e persino invertite rispetto alla collocazione politica.

    Ogni posizione relativa al prossimo referendum è assolutamente legittima, ma contemporaneamente esprime due schieramenti ideologici che vanno molto al di là della classica divisione tra destra e sinistra tipica dello schema classico della politica.

    Pur riconoscendo che tale riforma non si imposta assolutamente come definitiva, ma viceversa ha il merito di aprire un percorso che necessiterà di altre modifiche successive, tuttavia ora il pensiero
    riformista (il quale erroneamente si attribuisce come una diretta e forse più tiepida discendenza di quello progressista) prevede un aggiornamento a tappe finalizzato a migliorare una situazione insostenibile, esattamente come quelle della Giustizia ora.

    Viceversa, il nuovo conservatorismo che esprime l’opposizione a questa riforma, anche se parziale, si dimostra quello che rimanendo fermo e granitico sulla base dei propri principi considerati “immodificabili e progressisti”, rimane in attesa della riforma perfetta ed onnicomprensiva, bloccando così ogni possibilità, anche parziale, di un primo miglioramento. In questo modo viene espressa sostanzialmente una posizione ideologica fortemente conservatrice in forte contraddizione con l’attuale posizione nello schieramento politico.

    Al di là degli esiti, questo referendum ha il merito di svelare finalmente la reale natura ideologica dei diversi movimenti politici che affermano di appartenere a due schieramenti politici contrapposti dei quali si considerano legittimi interpreti ma che nello specifico si dimostrano espressioni di una totale inversione ideologica. La realtà odierna certifica come la posizione quanto l’opportunismo politico li ponga in una posizione esattamente opposta rispetto al proprio schieramento politico.

    La guerra politica, in occasione di questo referendum, tra i diversi schieramenti di fatto ha invertito  i ruoli e le posizioni  politiche, dimostrando ancora una volta come non si consideri importante il miglioramento attraverso una riforma, anche parziale e assolutamente perfettibile, ma sia più determinante la solita lotta politica di posizione.

  • Landini cortigiano sarà lei

    Ci possiamo stupire se i giovani diventano aggressivi e violenti quando gli adulti istigano all’odio ed usano, come strumento politico e di comunicazione, l’insulto?

    Non ci sono scusanti per Landini per quanto ha detto pubblicamente riferendosi al Presidente del Consiglio ed alla donna, non gli è di scusa la presunta ignoranza del vocabolo o quella di aver usato in vocabolo in termini politici, “cortigiana in quanto frequentatrice di corti!”….avrebbe detto il Landini cercando di dare un senso politico all’insulto ma, come diceva il poeta, “voce dal sen fuggita più trattener non vale”.

    Landini sapeva benissimo il peso dell’insulto che ha utilizzato per cercare di accreditarsi verso le frange più estreme di quel che resta della estrema sinistra italiana.

    Mentre il suo sindacato perde peso, perché non rappresenta molte fasce di lavoratori e non tutela a sufficienza gli altri, Landini cerca uno sbocco partitico, un futuro elettorale e cerca di chiamare a sé tutti coloro che non credono nella politica del dialogo, che dello scontro hanno fatto un mestiere o il modo per sfuggire a personali insoddisfazioni.

    Lo sciopero nazionale, e le sue derive anche dopo, hanno trovato la disapprovazione di tutti coloro che non erano in piazza e cioè praticamente di tutta l’Italia che si è vista negare i suoi diritti di muoversi, lavorare, vivere liberamente, in nome di un pretesto per il motivo politico di guerra al governo mentre decine di migliaia di lavoratori, con contratti di pochi giorni, poi reiterati sempre di pochi giorni o addirittura di un giorno, non hanno nessuna tutela o speranza di seppur minima pensione. Questi stessi lavoratori spesso non sono pagati e per poche decine di euro non possono certo adire alle vie legali.

    Landini non rappresenta più, da molto tempo, i lavoratori così come la sinistra italiana, dal Pd ai Cinque Stelle e ai Verdi, è ormai incapace di fare proposte e si limita, con una pervicacia degna di miglior causa, a subissare il Governo, e la Premier, di contumelie e critiche avulse dalla realtà, intanto molti problemi delle persone testano irrisolti.

    Un‘opposizione seria dovrebbe essere anche costruttiva, solo così si rispetterebbe la democrazia, la si consoliderebbe e si creerebbe la strada per un’eventuale alternanza, non certo con gli insulti, l’odio e la violenza.

  • La solita farsa politica tra numeri, quorum e Corte Costituzionale

    Con poco meno di 46 milioni di aventi diritto hanno votato poco più di 14 milioni, cioè il 30,6%. Ma già sono cominciati i teatrini politici tra chi si considera vincitore e chi un non perdente.

    Ancora una volta si assiste al miserevole tentativo di appropriazione indebita dei risultati elettorali oggi referendari, ad ulteriore conferma della attribuzione di un ulteriore valore politico al referendum.

    Alcuni rappresentanti già ora, tra i non perdenti, avanzano la necessità di una nuova iniziativa referendaria finalizzata alla abolizione del quorum, a dimostrazione di come questi soggetti in cerca solo di un nuovo palcoscenico mediatico non abbiano neppure le basi culturali minime relative all’asset istituzionale del nostro Paese.

    La Repubblica italiana è una democrazia parlamentare delegata, all’interno della quale l’istituto del referendum è stato concepito dai costituenti come unico e timido elemento spurio di democrazia diretta, finalizzato solo ed esclusivamente alla abrogazione di una legge esistente (art.75) o di ratifica di una modifica costituzionale.

    Questa limitazione del referendum indica senza dubbio la scarsa considerazione che i costituenti avevano nella capacità di scelta degli elettori italiani la cui lontananza dal ceto politico viene confermata ancora oggi da una discutibile ed obsoleta “assenza del vincolo di mandato”.

    Viceversa, in una democrazia diretta come quella svizzera, la quale rappresenta il vero ed unico modello di democrazia contemporanea rispetto anche alla oligarchia europea, i cittadini vengono chiamati ad esprimere il loro parere attraverso il voto postale su diverse materie di interesse pubblico, quindi anche fiscali ed economiche, tematiche invece escluse dai costituenti italiani nella definizione dell’istituto del referendum abrogativo.

    In questo elvetico contesto evidentemente il quorum non ha ragione di esistere in quanto l’esito elettorale rappresenta la democratica espressione di una volontà popolare esattamente come avviene in Italia per le elezioni politiche. In Italia, infatti, il risultato delle elezioni non è legato alla percentuale di affluenza degli elettori. La pretesa, quindi, della abolizione del quorum risulta assolutamente priva di assetto istituzionale e rende ridicola ogni equiparazione tra il numero di votanti del referendum e la maggioranza che sostiene il governo.

    In più, entrambi gli schieramenti cercano di appropriarsi del numero degli aventi diritto che abbiano o meno esercitato appunto quanto costituzionalmente garantito, “partiamo dai quindici milioni di votanti”, hanno detto molti leader tra i non perdenti. Un’operazione decisamente impropria in quanto, ad esempio, al quesito relativo ai tempi per ottenere la cittadinanza italiana andrebbero tolti quasi cinque milioni di elettori che hanno votato No alla modifica legislativa.

    In questo ambito, in più, sembra incredibile come nessuno abbia avvertito come impropria la decisione della Corte Costituzionale relativa alla ammissibilità del quesito referendario sulla cittadinanza, in quanto la Corte di fatto ha avallato un referendum che proponeva non solo la volontà di abrogare la legislazione vigente ma, contemporaneamente, proponeva i “nuovi tempi” per vedere riconosciuto lo stesso diritto, quindi in immediata  sostituzione della normativa vigente, spingendosi molto al di là dei confini di una semplice abrogazione attribuita e riconosciuta dalla Costituzione italiana.

    Qualora l’esito elettorale fosse stato positivo avrebbe comunque limitato l’attività legislativa del Parlamento, indicando al suo interno già il termine di cinque anni al quale attenersi, esautorandone di conseguenza i poteri costituzionalmente garantiti come la sua stessa autonomia. In pratica il potere legislativo esercitato dal Parlamento sarebbe stato limitato nella definizione della nuova normativa anche rispetto ai tempi dallo stesso quesito referendario, trasformando in modo improprio il carattere abrogativo del referendum in addirittura propositivo e legislativo tipico di una democrazia diretta, ma in forte contraddizione quindi con l’asset istituzionale italiano.

    Ancora una volta il quadro che ne esce di fronte a questa operazione di appropriazione indebita degli esiti elettorali definisce il senso di inadeguatezza dell’intera classe politica ma anche insinua un senso di parzialità di organi ed istituzioni che dovrebbero esercitare un ruolo terzo.

  • L’antidemocratica difesa della democrazia

    La democrazia delegata dovrebbe venire garantita dalle libere elezioni che permettono ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti. La storia, poi, ha insegnato come uno strumento di garanzia, l’assenza del vincolo di mandato, troppo spesso venga utilizzato per scindere il rapporto fiduciario tra l’eletto e le aspettative dei suoi lettori. Una evidenza che rivaluta una volta di più il modello di democrazia diretta adottato con successo in Svizzera.

    Già il fatto che poco più del 50% mediamente degli elettori si rechi alle urne rappresenta un fattore di forte criticità nella stessa legittimazione del sistema democratico, pur non mettendo in dubbio l’esito espresso dalla maggioranza. Tuttavia, in quanto tale, una democrazia deve, non dovrebbe, assicurare a tutte le organizzazioni politiche la possibilità di accedere alle libere lezioni come di nominare dei propri rappresentanti in ragione della libertà di espressione. Per cui la “vigilanza democratica” relativa ad una potenziale pericolosità di un’associazione e di un partito dovrebbe garantire ex ante la libera circolazione delle idee, anche quelle più imbarazzanti ed antisistema, e non intervenire ex post su quelle che considera non in linea con i principi considerati democratici. In questo senso, in merito alla vicenda che vede in Germania la AFD considerata dai servizi segreti “estremista”, quando sarebbe stato sufficiente un minimo di analisi politica a livello europeo nel comprendere come il processo di Rearm Europe, varato dalla Commissione Europea e già ratificato dal governo di centrosinistra che ora si oppone al partito di destra Afd, avrebbe posto le condizioni di una Germania, a prossima guida Afd, armata proprio dai “difensori” europei della democrazia.

    In altre parole, un sistema democratico per essere tale non può intervenire sulla base di valutazioni politiche sull’esito delle elezioni altrimenti non verrebbe meno la stessa definizione di democrazia. Determinate scelte dell’elettorato esprimono molto spesso, anche in modo deciso, una situazione di reale difficoltà in merito alle principali tematiche economiche e sociali (*) alle quali chi si considera realmente democratico dovrebbe rispondere attraverso una presa di coscienza ed innanzitutto avviare una reale analisi dei propri errori sulle criticità espresse dagli elettori; un immediato cambiamento della classe politica in particolar modo all’interno dei partiti; una rimodulazione degli obiettivi economici come, per esempio, il Green Deal sull’invasione di prodotti dalla Cina (***).

    Viceversa, il mondo intellettuale che si definisce progressista, come le autorità politiche che lo rappresentano, preferiscono utilizzare i soliti metodi antidemocratici che prevedono di annullare le elezioni quando l’esito non sia gradito o di porre fuorilegge un partito per i medesimi motivi. Una vera democrazia si rivela tale quando, anche nei momenti di difficoltà, non viene meno ai propri principi adottando parametri ideologici.

    (*) Crisi economica e disoccupazione, disagio sociale e mancata integrazione.

  • Chi muore tace chi vive si dà pace, AN trent’anni fa

    “Chi muore tace e chi vive si dà pace“, dice un vecchio detto, poi i vivi, ogni tanto, se i morti hanno meritato rispetto ed amore o se, più prosaicamente, è conveniente ricordarli, dedicano loro periodiche celebrazioni.

    Più o meno anzianotti molti ricordano la nascita di Alleanza Nazionale, la strada che ha aperto perché poi si arrivasse alla nascita e alla crescita di Fratelli d’Italia, oggi saldamente al governo.

    Altri, altrettanto anzianotti, ricordano che AN non sarebbe mai nata se prima non ci fossero state le lucide intuizioni di Almirante e la sua caparbia volontà di non arrendersi né alle violenze fisiche, morti e feriti missini, né alle pressioni politiche, non solo di Democrazia nazionale.

    La storia e neppure la cronaca si fanno con i se e con i ma, ciò non toglie che ancora in tanti ci chiediamo come sarebbe stato il corso degli eventi se Fini non avesse dato retta ai colonnelli, se non fossimo confluiti nel Popolo della Libertà, se fossimo andati al governo con Berlusconi, di Berlusconi, rimanendo, come la Lega, un partito indipendente.

    E ancora: se dopo il tragico errore di entrare nel Pdl e poi di uscirne gioco forza, grazie alle manovre del Cavaliere, cosa sarebbe avvenuto se Fini, dopo aver dato vita a Futuro e Libertà lo avesse anche diretto in prima persona dando attenzione ai tantissimi che, da diversa estrazione politica, erano venuti a sentirlo a Mirabello?

    In molti ricorderemo in questi giorni i trenta anni dalla fondazione di AN ma AN non si è estinta per malattia, è stata suicidata da diversi personaggi tra quelli che ora intervengono a celebrarla.

    Il suo spirito però vive ancora anche tra i tanti che non vanno più a votare e che la politica, con leggi elettorali sbagliate che riducono sempre più la democrazia, sbagliando continuano ad ignorare.

  • Cristiana Muscardini al convegno di Milano sulla storia dei partiti politici

    Venerdì 8 novembre, alle ore 17:30, in via San Maurilio 21 a Milano, si svolgerà l’incontro Storia dei Partiti politici nell’ambito del ‘Corso di formazione e cultura politica per i giovani’ organizzato da ‘Crescere con la buona politica’ in collaborazione con Lions, Osservatorio Metropolitano di Milano e Rotary.

    All’evento, moderato da Enrico Marcora, parteciperanno Cristiana Muscardini, Luigi Corbani, Gian Stefano Milani, Roberto Mazzotta, Andrea Orsini, Franco De Angelis.

    Sarà l’occasione per un momento di riflessione sulla storia della politica italiana ed europea.

  • La santa alleanza

    Si rivela, ormai, sempre più ridotto il perimetro democratico all’interno del quale i cittadini possano vedere garantiti i propri diritti.

    In questo contesto verrebbe da chiedersi il senso di un’alleanza tra la Lega di Zaia proprio con il PD in relazione alle ulteriori limitazioni all’utilizzo dell’automobile privata.

    Sembra incredibile, infatti,come una inconfessabile incapacità di gestire una crisi economica ormai alle porte spinga tutte le forze politiche ad allearsi per introdurre nuove limitazioni alla movimentazione privata (*). Questa strategia esprime solo un approccio politico ed ideologico il cui effetto sull’inquinamento risulta nullo.

    L’unico obiettivo conseguito, viceversa, è quello di certificare la propria esistenza politica la quale non si nutre certamente di alcuna conoscenza o competenza (agosto 2022 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-colpevole-immaginaria-lautomobile/).

    Questa metamorfosi della Regione Veneto, già palesatasi precedentemente  in Piemonte (**), ed in particolare del suo presidente Zaia e della Lega che lo appoggia, rappresenta l’ultimo anello di un declino politico istituzionale generale senza precedenti, tale da creare le condizioni di un’alleanza tra Lega e PD finalizzata alla introduzione di nuove limitazioni alla movimentazione semplicemente sulla base di motivazione ideologiche ambientaliste.

    Se poi a questo processo di alleanza di pura sopravvivenza tra maggioranza ed opposizione si volesse aggiungere l’introduzione del ticket di ingresso a Venezia, voluto dal sindaco Brugnaro, grande alleato di Zaia, il quale non soddisfatto di pretendere 7,50 euro a testa per una semplice corsa in vaporetto, risulta evidente la svolta autoritaria delle istituzioni regionali e comunali nel desiderio di limitare il perimetro della tutela dei diritti.

    Questa vera e propria metamorfosi democratica, nella quale i diritti dei cittadini vengono sostituiti da obblighi in nome di una tutela all’ambiente, rappresenta semplicemente il cavallo di Troia per diminuire poco alla volta le sempre minori aspettative democratiche dei cittadini sempre più sudditi di uno stato etico.

    Una santa alleanza che vede coinvolti e complici i tutti i partiti dell’intero parlamento i quali dimostrano, ancora una volta, una assoluta incapacità nella gestione dei flussi turistici e delle crisi economiche e climatiche ma, contemporaneamente, solo per fornire un semplice esempio, si dimostrano non in grado di valutare l’effetto della politica energetica della Cina la quale apre  una centrale energetica a carbone ogni settimana e mezzo (***) .

    In altre parole, per giustificare la propria esistenza politica all’interno delle istituzioni si adottano sempre nuove limitazioni e divieti alla libera circolazione delle persone giustificandoli con la applicazione di una rinnovata attenzione all’ambiente.

    Mai come ora l’attacco alla democrazia avviene proprio da chi la democrazia dovrebbe rappresentarla.

    (*) https://www.ilgazzettino.it/nordest/primopiano/auto_inquinanti_vecchie_scatola_nera_tetto_di_chilometri_regione_veneto-7613792.html#amp_tf=Da%20%251%24s&aoh=16939826380606&csi=0&referrer=https%3A%2F%2Fwww.google.com&ampshare=https%3A%2F%2Fwww.ilgazzettino.it%2Fnordest%2Fprimopiano%2Fauto_inquinanti_vecchie_scatola_nera_tetto_di_chilometri_regione_veneto-7613792.html

    (**) https://www.ilpattosociale.it/politica/quale-democrazia-dal-diritto-alla-pianificazione-del-premio/

    (***) https://www.ilpattosociale.it/attualita/lapocalisse-settimana-dopo-settimana/

  • Mettiamo i puntini sulle i

    Qualche giorno fa Salvini, in una delle sue molteplici interviste, ha dichiarato di voler riunire in Europa tutti i partiti di destra in coalizione, alleanza, con il Partito Popolare Europeo.

    Tajani, anche a nome del PPE, ha sottolineato che nel Gruppo Popolare non può e non potrà esserci spazio per i movimenti di estrema destra, come il partito della Le Pen, o che comunque rappresentano filoni politici contrari ai valori del Partito Popolare Europeo.

    Salvini ha ribadito che anche il Movimento Sociale Italiano era stato sdoganato da Berlusconi e che perciò Forza Italia non poteva, non doveva essere contraria all’ingresso nei popolari, o in una coalizione con loro, del partito della Le Pen.

    Tanto per rinfrescare la memoria di tutti, cominciando da Salvini, se è vero che Berlusconi, alleandosi con la Lega nel nord Italia e con l’MSI al centro sud andò per la prima volta al governo con gli alleati è altrettanto vero che l’MSI si era sdoganato da solo con il consenso di voti che era andato via via aumentando.

    Ancora più importante ricordare che Forza Italia in Europa, dove si era presentata come Forza Europa, non volle mai fare gruppo con i deputati del Movimento Sociale e neppure in seguito con quelli di Alleanza Nazionale e che l’Msi, dal 1989, non aveva più fatto gruppo con il partito di Le Pen.

    Il Movimento Sociale e poi Alleanza Nazionale in seguito costruirono in modo indipendente e lineare il loro percorso europeo fino alla creazione del gruppo Unione per l’Europa delle Nazioni, senza nessun aiuto, neppure esterno, da Forza Italia, anzi si subirono anche qualche non dimenticato e non marginale ostacolo.

    Forse sarebbe bene che tutti si andasse a rileggere la recente storia, dal 1989 sono passati 34 anni, molte cose sono accadute e molti di quegli avvenimenti hanno portato fino ai giorni nostri, ignorare o manipolare il percorso che i deputati europei prima del Msi e poi di AN hanno fatto, raggiungendo traguardi politici che oggi sono presentati come novità e che invece prendono origine da battaglie, impegni, visioni del passato, non giova a nessuno.

    Forza Italia dopo aver rifiutato di fare gruppo con il Msi/AN. fece parte, con colleghi di altri Stati, del gruppo UPE che poi lasciò per andare con il Gruppo Popolare, l’adesione al Gruppo Popolare non avvenne come partito, i deputati forzisti aderirono tutti singolarmente, questo era la condizione voluta dai Popolari.
    Le stesse condizioni di adesioni personali, e non di partito politico, i popolari le richiesero anche nel 2009 alla formazione che aveva inglobato in un unico soggetto, in Italia, Forza Italia e Alleanza Nazionale con il nuovo nome di Partito del Popolo delle Libertà.

    Ricordiamo anche come l’esperimento del nuovo soggetto politico finì poi malamente.

    Perciò Salvini, e non solo, si ripassi la storia recente e non tiri fuori a sproposito il nome del Msi.

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