partiti

  • Arginare la radicalizzazione e il potere di pochi

    C’era un tempo, non troppo lontano, nel quale, pur con i suoi difetti ed errori, la politica doveva rendere conto, almeno in parte, ai cittadini.

    Era il tempo delle tribune elettorali nelle quali i leader si sottoponevano alle domande dei  giornalisti e davano  risposte, era  il tempo delle sfide tra i programmi elettorali, degli incontri pubblici, dei comizi in piazza, del confronto tra elettori ed eletti od aspiranti tali, il tempo delle scelte dei cittadini che, con il voto di preferenza, impedivano che i segretari di partito, o i loro colonnelli locali, avessero il potere assoluto nominando parlamentari amici al di là delle effettive capacità.

    Era il tempo nel quale, pur con i loro difetti, le formazioni politiche si confrontavano al loro interno e con l’opinione pubblica, vi erano sedi, circoli, sezioni dove simpatizzanti, iscritti e dirigenti si misuravano, dialogavano anche per far crescere una più giovane classe dirigente.

    Ora, alla vigilia di nuove elezioni, la realtà è ben diversa ed in gioco non vi è soltanto la vittoria di questo o quello schieramento ma la stessa stabilità della democrazia e dei valori occidentali che sempre più sono calpestati, anche in Occidente.

    Eliminati i luoghi di confronto, salvo kermesse celebrative nelle quali si ascoltano e applaudono i big e non si interloquisce, la rete, i social di varia natura, hanno sostituito, nell’anonimato di troppi e nelle finte presenze di altri, il rapporto che esisteva tra eletti ed elettori.

    I nostri dati sensibili sono in mano a società private e non allo Stato che ha appaltato la loro gestione e la burocrazia digitale ai colossi del tech, AWS, Microsoft, Google ed altri gestiscono i flussi informativi, estraggono dati per i loro interessi, creano dipendenza.

    Intanto hacker di varia natura ci imbottiscono di false notizie, distorcono la realtà, rendono sistema la contro informazione, forze interne e straniere si impossessano di ogni strumento possibile per raggiungere e indirizzare le nostre scelte, dai consumi alimentari agli aiuti all’Ucraina, dal modo di vestirci a come dovremmo votare.

    Siamo in un’epoca nella quale l’intelligenza artificiale si confronta con la stupidità naturale, dove in modo palese, come ha fatto Musk, si può costruire la vittoria di un candidato finanziando spot televisivi, campagne social, assumendo migliaia di persone per raggiungere ogni possibile elettore e farlo registrare, quel Musk che con Starlink può accendere o spegnere la connettività Internet nei terreni di guerra e condizionare i destini di intere nazioni e popoli.

    Chi detiene il flusso dei dati, chi ha ricchezze superiori anche a quelle degli Stati, chi ha il monopolio di certe funzioni vitali di fatto ha in mano la politica, che sia democratica o repubblicana, che sia di destra o di sinistra, la politica non è più libera e la democrazia è sempre più a rischio, al di là dell’apparente libertà della quale ci convincono di godere mentre gran parte delle infrastrutture del commercio globale sono in mano ad Amazon, o a suoi equipollenti cinesi e russi, condizionando le nostre scelte ed i nostri acquisti.

    Tornare indietro forse è impossibile ma arginare la deriva pericolosa che ci sta portando a preoccupanti radicalizzazioni da un lato e dall’altro, al potere sempre più assoluto di poche persone che detengono gli strumenti di controllo di massa, è una necessità e se i partiti non lo comprendono devono essere i cittadini a trovare la forza e la voce per fermare il declino non solo della democrazia e dell’occidente ma della stessa dignità e libertà.

  • Gli errori di Salvini

    L’indicazione, lanciata da Fontana, Fedriga, Zaia e Fugatti di dare vita ad una associazione che riporti la Lega a battaglie e linguaggi comprensibili ai suoi elettori rappresenta un inizio di novità per un partito storico che negli ultimi anni si è mangiato il grande successo elettorale che aveva avuto.

    Salvini ha sommato errori, dal governo con i 5 Stelle al Papeete, dal sostenere temi e tesi che non hanno capacità di incidere negli elettori al Ponte sullo Stretto di Messina, opera faraonica e pericolosa sotto tutti punti di vista, senza riuscire a sistemare, in questi anni da ministro i cavalcavia pericolanti, le strade dissestate e il sistema ferroviario che non è da tempo più all’altezza per non parlare delle aree, non solo siciliane, dove non esiste.

    La coalizione di governo non ha bisogno di fughe in avanti o indietro ma di consenso elettorale su quanto fatto e Salvini come ministro non ha portato un contributo valido né al governo né alla Lega.

    Vale inoltre dire che se si crede nella democrazia bisognerebbe rispettarla anche all’interno dei partiti creando quei presupposti di dialogo e confronto che non permettano congressi bulgari o inducano a timori se si osano critiche ai cerchi magici.

  • Venezia e la strana metamorfosi elettorale

    La reazione dei vertici dello schieramento di centro-sinistra che, a sorpresa, si è visto sconfitto alle elezioni a Venezia dimostra, una volta di più, come, ancora oggi, non venga accettata la inaspettata debacle elettorale.

    Le scomposte reazioni dimostrano inoltre come questa performance negativa non venga compresa e tantomeno elaborata, rendendo quindi impossibile il passaggio dallo sconforto ad una prima analisi nella individuazione delle proprie responsabilità.

    Le teorie giustificazioniste addotte da ogni esponente del centro sinistra sembrano rappresentino la classica espressione di una supremazia politica la quale esprime risentimento e livore tanto per la sconfitta del proprio schieramento quanto personale nei confronti dell’elettorato traditore.

    Il candidato Martella in un modo quanto mai inelegante ha accusato l’elettorato veneziano di non essere in grado di comprendere la proposta del proprio schieramento, dimostrandosi non pronto al “cambiamento”.

    Bersani, probabilmente assieme a Renzi e Conte, una delle cause dell’allontanamento dell’elettorato del centro-sinistra dalla vecchia politica romanocentrica, ha aggiunto, durante un dibattito televisivo, in riferimento all’apertura alla comunità del Bangladesh, che anche se la proposta attuale non sia stata digerita, lo sarà in occasione della prossima elezione.

    Infine il sociologo Bettin trova la ragione della propria sconfitta nel successo di un partito azienda.

    Sembra incredibile come quello stesso elettorato, che solo pochi mesi fa aveva votato No’ al referendum (56,3%), sia diventato ora non disponibile al cambiamento, non in grado di digerirlo e succube di un partito azienda

    Lo stesso elettorato sembra abbia quindi subito, in soli pochi mesi, una metamorfosi elettorale nella direzione opposta rispetto a quella desiderata dallo schieramento perdente.

    L’amara realtà, invece, dimostra come ora più che mai proprio dalle reazioni ad una propria sconfitta emergano le ragioni che l’hanno determinata.

    Continuare quindi ad evitare di individuare le proprie responsabilità in relazione alle tematiche che hanno rappresentato l’elemento distintivo dello schieramento del centro-sinistra, non solo conferma un atteggiamento presuntuoso e sprezzante nei confronti degli elettori ma rappresenta anche la garanzia per la vittoria del centro-destra anche alle prossime elezioni tra cinque anni.

    In altre parole, l’esito elettorale trova ora, proprio nelle analisi successive al risultato elettorale, la conferma delle ragioni della stessa debacle elettorale.

    Il modo in cui il centro-sinistra non ha accettato ancora oggi un semplice esito elettorale certifica una presunzione ideologica che lo rende incapace di individuare le proprie responsabilità.

    E se non on bastasse, ciò dimostra, una volta di più, quanto inadeguata potesse essere  questa coalizione soprattutto nelle figure apicali caratterizzate dall’assoluta mancanza  nel proprio bagaglio culturale di una possibile ammissione di responsabilità e di una anche seppur minima capacità  di autocritica In più, da esponenti politici che da quasi cinquant’anni calcano le scene del teatro della politica francamente ci si sarebbe aspettato un maggiore fair play politico nell’accettazione della sconfitta.

    La rabbia dimostrata in ogni occasione pubblica conferma invece quale sia ancora l’evidente deficit culturale e di signorilità nell’accettazione dell’esito elettorale.

  • Umberto Bossi, le sue intuizioni e la Lega di oggi

    Con la morte di Umberto Bossi si chiude un’altra importante parte della recente storia politica italiana.

    Non aver condiviso tanti degli atteggiamenti, delle idee e proposte avanzate negli anni dal Senatur non significa non riconoscergli il ruolo, importante e spesso necessario, di ultimo rivoluzionario della politica.

    Sicuramente si deve a lui aver compreso che tanta parte dell’elettorato tradizionalmente di sinistra, nella sinistra erano nate le sue prime esperienze politiche, non si sentiva più rappresentato.

    Bossi aveva intuito che era arrivato il tempo di qualcosa di nuovo e di diverso e questa sua intuizione, con alterne fortune e poi grazie alle alleanze con Berlusconi, portò alla nascita di quei movimenti che alla fine diedero vita alla Lega, movimento e partito che ha più volte condiviso, anche con alleati diversi, varie esperienze di governo.

    Vari problemi, non solo la malattia, lo portarono, in questi ultimi anni, ai margini del dibattito politico anche se per molti, iscritti, militanti, dirigenti, continuò ad essere un punto di riferimento.

    Oggi la Lega sembra ogni giorno allontanarsi dalla capacità di rappresentare le istanze più semplici e normali della gente, a partire dalla sanità che ogni giorno perde colpi a danno sempre dei più deboli, per non parlare dei disservizi, compresi quelli dovuti agli eterni lavori sulle strade che aumentano costi, sicurezza ed inquinamento.

    Pensiamo che gli ultimi anni di Umberto Bossi siano stati molto difficili e non solo per le impossibilità fisiche di partecipare in prima persona: chissà quante volte avrebbe voluto richiamare i maggiori esponenti della Lega per farli scendere nella realtà del Paese rinunciando a slogan superati o a programmi faraonici inopportuni nel contesto temporale.

    All’uomo che, tra le tante idee, inventò la canottiera come messaggio politico che non tutti furono in grado di capire subito nel suo significato più profondo, il ricordo di quanti lo hanno, anche da idee diverse, rispettato.

  • Referendum: l’inversione ideologica

    In vista della consultazione di domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026, relativa al referendum popolare confermativo, le diverse posizioni a favore o contrarie al quesito rivelano ideologie decisamente contrastanti e persino invertite rispetto alla collocazione politica.

    Ogni posizione relativa al prossimo referendum è assolutamente legittima, ma contemporaneamente esprime due schieramenti ideologici che vanno molto al di là della classica divisione tra destra e sinistra tipica dello schema classico della politica.

    Pur riconoscendo che tale riforma non si imposta assolutamente come definitiva, ma viceversa ha il merito di aprire un percorso che necessiterà di altre modifiche successive, tuttavia ora il pensiero
    riformista (il quale erroneamente si attribuisce come una diretta e forse più tiepida discendenza di quello progressista) prevede un aggiornamento a tappe finalizzato a migliorare una situazione insostenibile, esattamente come quelle della Giustizia ora.

    Viceversa, il nuovo conservatorismo che esprime l’opposizione a questa riforma, anche se parziale, si dimostra quello che rimanendo fermo e granitico sulla base dei propri principi considerati “immodificabili e progressisti”, rimane in attesa della riforma perfetta ed onnicomprensiva, bloccando così ogni possibilità, anche parziale, di un primo miglioramento. In questo modo viene espressa sostanzialmente una posizione ideologica fortemente conservatrice in forte contraddizione con l’attuale posizione nello schieramento politico.

    Al di là degli esiti, questo referendum ha il merito di svelare finalmente la reale natura ideologica dei diversi movimenti politici che affermano di appartenere a due schieramenti politici contrapposti dei quali si considerano legittimi interpreti ma che nello specifico si dimostrano espressioni di una totale inversione ideologica. La realtà odierna certifica come la posizione quanto l’opportunismo politico li ponga in una posizione esattamente opposta rispetto al proprio schieramento politico.

    La guerra politica, in occasione di questo referendum, tra i diversi schieramenti di fatto ha invertito  i ruoli e le posizioni  politiche, dimostrando ancora una volta come non si consideri importante il miglioramento attraverso una riforma, anche parziale e assolutamente perfettibile, ma sia più determinante la solita lotta politica di posizione.

  • Landini cortigiano sarà lei

    Ci possiamo stupire se i giovani diventano aggressivi e violenti quando gli adulti istigano all’odio ed usano, come strumento politico e di comunicazione, l’insulto?

    Non ci sono scusanti per Landini per quanto ha detto pubblicamente riferendosi al Presidente del Consiglio ed alla donna, non gli è di scusa la presunta ignoranza del vocabolo o quella di aver usato in vocabolo in termini politici, “cortigiana in quanto frequentatrice di corti!”….avrebbe detto il Landini cercando di dare un senso politico all’insulto ma, come diceva il poeta, “voce dal sen fuggita più trattener non vale”.

    Landini sapeva benissimo il peso dell’insulto che ha utilizzato per cercare di accreditarsi verso le frange più estreme di quel che resta della estrema sinistra italiana.

    Mentre il suo sindacato perde peso, perché non rappresenta molte fasce di lavoratori e non tutela a sufficienza gli altri, Landini cerca uno sbocco partitico, un futuro elettorale e cerca di chiamare a sé tutti coloro che non credono nella politica del dialogo, che dello scontro hanno fatto un mestiere o il modo per sfuggire a personali insoddisfazioni.

    Lo sciopero nazionale, e le sue derive anche dopo, hanno trovato la disapprovazione di tutti coloro che non erano in piazza e cioè praticamente di tutta l’Italia che si è vista negare i suoi diritti di muoversi, lavorare, vivere liberamente, in nome di un pretesto per il motivo politico di guerra al governo mentre decine di migliaia di lavoratori, con contratti di pochi giorni, poi reiterati sempre di pochi giorni o addirittura di un giorno, non hanno nessuna tutela o speranza di seppur minima pensione. Questi stessi lavoratori spesso non sono pagati e per poche decine di euro non possono certo adire alle vie legali.

    Landini non rappresenta più, da molto tempo, i lavoratori così come la sinistra italiana, dal Pd ai Cinque Stelle e ai Verdi, è ormai incapace di fare proposte e si limita, con una pervicacia degna di miglior causa, a subissare il Governo, e la Premier, di contumelie e critiche avulse dalla realtà, intanto molti problemi delle persone testano irrisolti.

    Un‘opposizione seria dovrebbe essere anche costruttiva, solo così si rispetterebbe la democrazia, la si consoliderebbe e si creerebbe la strada per un’eventuale alternanza, non certo con gli insulti, l’odio e la violenza.

  • La solita farsa politica tra numeri, quorum e Corte Costituzionale

    Con poco meno di 46 milioni di aventi diritto hanno votato poco più di 14 milioni, cioè il 30,6%. Ma già sono cominciati i teatrini politici tra chi si considera vincitore e chi un non perdente.

    Ancora una volta si assiste al miserevole tentativo di appropriazione indebita dei risultati elettorali oggi referendari, ad ulteriore conferma della attribuzione di un ulteriore valore politico al referendum.

    Alcuni rappresentanti già ora, tra i non perdenti, avanzano la necessità di una nuova iniziativa referendaria finalizzata alla abolizione del quorum, a dimostrazione di come questi soggetti in cerca solo di un nuovo palcoscenico mediatico non abbiano neppure le basi culturali minime relative all’asset istituzionale del nostro Paese.

    La Repubblica italiana è una democrazia parlamentare delegata, all’interno della quale l’istituto del referendum è stato concepito dai costituenti come unico e timido elemento spurio di democrazia diretta, finalizzato solo ed esclusivamente alla abrogazione di una legge esistente (art.75) o di ratifica di una modifica costituzionale.

    Questa limitazione del referendum indica senza dubbio la scarsa considerazione che i costituenti avevano nella capacità di scelta degli elettori italiani la cui lontananza dal ceto politico viene confermata ancora oggi da una discutibile ed obsoleta “assenza del vincolo di mandato”.

    Viceversa, in una democrazia diretta come quella svizzera, la quale rappresenta il vero ed unico modello di democrazia contemporanea rispetto anche alla oligarchia europea, i cittadini vengono chiamati ad esprimere il loro parere attraverso il voto postale su diverse materie di interesse pubblico, quindi anche fiscali ed economiche, tematiche invece escluse dai costituenti italiani nella definizione dell’istituto del referendum abrogativo.

    In questo elvetico contesto evidentemente il quorum non ha ragione di esistere in quanto l’esito elettorale rappresenta la democratica espressione di una volontà popolare esattamente come avviene in Italia per le elezioni politiche. In Italia, infatti, il risultato delle elezioni non è legato alla percentuale di affluenza degli elettori. La pretesa, quindi, della abolizione del quorum risulta assolutamente priva di assetto istituzionale e rende ridicola ogni equiparazione tra il numero di votanti del referendum e la maggioranza che sostiene il governo.

    In più, entrambi gli schieramenti cercano di appropriarsi del numero degli aventi diritto che abbiano o meno esercitato appunto quanto costituzionalmente garantito, “partiamo dai quindici milioni di votanti”, hanno detto molti leader tra i non perdenti. Un’operazione decisamente impropria in quanto, ad esempio, al quesito relativo ai tempi per ottenere la cittadinanza italiana andrebbero tolti quasi cinque milioni di elettori che hanno votato No alla modifica legislativa.

    In questo ambito, in più, sembra incredibile come nessuno abbia avvertito come impropria la decisione della Corte Costituzionale relativa alla ammissibilità del quesito referendario sulla cittadinanza, in quanto la Corte di fatto ha avallato un referendum che proponeva non solo la volontà di abrogare la legislazione vigente ma, contemporaneamente, proponeva i “nuovi tempi” per vedere riconosciuto lo stesso diritto, quindi in immediata  sostituzione della normativa vigente, spingendosi molto al di là dei confini di una semplice abrogazione attribuita e riconosciuta dalla Costituzione italiana.

    Qualora l’esito elettorale fosse stato positivo avrebbe comunque limitato l’attività legislativa del Parlamento, indicando al suo interno già il termine di cinque anni al quale attenersi, esautorandone di conseguenza i poteri costituzionalmente garantiti come la sua stessa autonomia. In pratica il potere legislativo esercitato dal Parlamento sarebbe stato limitato nella definizione della nuova normativa anche rispetto ai tempi dallo stesso quesito referendario, trasformando in modo improprio il carattere abrogativo del referendum in addirittura propositivo e legislativo tipico di una democrazia diretta, ma in forte contraddizione quindi con l’asset istituzionale italiano.

    Ancora una volta il quadro che ne esce di fronte a questa operazione di appropriazione indebita degli esiti elettorali definisce il senso di inadeguatezza dell’intera classe politica ma anche insinua un senso di parzialità di organi ed istituzioni che dovrebbero esercitare un ruolo terzo.

  • L’antidemocratica difesa della democrazia

    La democrazia delegata dovrebbe venire garantita dalle libere elezioni che permettono ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti. La storia, poi, ha insegnato come uno strumento di garanzia, l’assenza del vincolo di mandato, troppo spesso venga utilizzato per scindere il rapporto fiduciario tra l’eletto e le aspettative dei suoi lettori. Una evidenza che rivaluta una volta di più il modello di democrazia diretta adottato con successo in Svizzera.

    Già il fatto che poco più del 50% mediamente degli elettori si rechi alle urne rappresenta un fattore di forte criticità nella stessa legittimazione del sistema democratico, pur non mettendo in dubbio l’esito espresso dalla maggioranza. Tuttavia, in quanto tale, una democrazia deve, non dovrebbe, assicurare a tutte le organizzazioni politiche la possibilità di accedere alle libere lezioni come di nominare dei propri rappresentanti in ragione della libertà di espressione. Per cui la “vigilanza democratica” relativa ad una potenziale pericolosità di un’associazione e di un partito dovrebbe garantire ex ante la libera circolazione delle idee, anche quelle più imbarazzanti ed antisistema, e non intervenire ex post su quelle che considera non in linea con i principi considerati democratici. In questo senso, in merito alla vicenda che vede in Germania la AFD considerata dai servizi segreti “estremista”, quando sarebbe stato sufficiente un minimo di analisi politica a livello europeo nel comprendere come il processo di Rearm Europe, varato dalla Commissione Europea e già ratificato dal governo di centrosinistra che ora si oppone al partito di destra Afd, avrebbe posto le condizioni di una Germania, a prossima guida Afd, armata proprio dai “difensori” europei della democrazia.

    In altre parole, un sistema democratico per essere tale non può intervenire sulla base di valutazioni politiche sull’esito delle elezioni altrimenti non verrebbe meno la stessa definizione di democrazia. Determinate scelte dell’elettorato esprimono molto spesso, anche in modo deciso, una situazione di reale difficoltà in merito alle principali tematiche economiche e sociali (*) alle quali chi si considera realmente democratico dovrebbe rispondere attraverso una presa di coscienza ed innanzitutto avviare una reale analisi dei propri errori sulle criticità espresse dagli elettori; un immediato cambiamento della classe politica in particolar modo all’interno dei partiti; una rimodulazione degli obiettivi economici come, per esempio, il Green Deal sull’invasione di prodotti dalla Cina (***).

    Viceversa, il mondo intellettuale che si definisce progressista, come le autorità politiche che lo rappresentano, preferiscono utilizzare i soliti metodi antidemocratici che prevedono di annullare le elezioni quando l’esito non sia gradito o di porre fuorilegge un partito per i medesimi motivi. Una vera democrazia si rivela tale quando, anche nei momenti di difficoltà, non viene meno ai propri principi adottando parametri ideologici.

    (*) Crisi economica e disoccupazione, disagio sociale e mancata integrazione.

  • Chi muore tace chi vive si dà pace, AN trent’anni fa

    “Chi muore tace e chi vive si dà pace“, dice un vecchio detto, poi i vivi, ogni tanto, se i morti hanno meritato rispetto ed amore o se, più prosaicamente, è conveniente ricordarli, dedicano loro periodiche celebrazioni.

    Più o meno anzianotti molti ricordano la nascita di Alleanza Nazionale, la strada che ha aperto perché poi si arrivasse alla nascita e alla crescita di Fratelli d’Italia, oggi saldamente al governo.

    Altri, altrettanto anzianotti, ricordano che AN non sarebbe mai nata se prima non ci fossero state le lucide intuizioni di Almirante e la sua caparbia volontà di non arrendersi né alle violenze fisiche, morti e feriti missini, né alle pressioni politiche, non solo di Democrazia nazionale.

    La storia e neppure la cronaca si fanno con i se e con i ma, ciò non toglie che ancora in tanti ci chiediamo come sarebbe stato il corso degli eventi se Fini non avesse dato retta ai colonnelli, se non fossimo confluiti nel Popolo della Libertà, se fossimo andati al governo con Berlusconi, di Berlusconi, rimanendo, come la Lega, un partito indipendente.

    E ancora: se dopo il tragico errore di entrare nel Pdl e poi di uscirne gioco forza, grazie alle manovre del Cavaliere, cosa sarebbe avvenuto se Fini, dopo aver dato vita a Futuro e Libertà lo avesse anche diretto in prima persona dando attenzione ai tantissimi che, da diversa estrazione politica, erano venuti a sentirlo a Mirabello?

    In molti ricorderemo in questi giorni i trenta anni dalla fondazione di AN ma AN non si è estinta per malattia, è stata suicidata da diversi personaggi tra quelli che ora intervengono a celebrarla.

    Il suo spirito però vive ancora anche tra i tanti che non vanno più a votare e che la politica, con leggi elettorali sbagliate che riducono sempre più la democrazia, sbagliando continuano ad ignorare.

  • Cristiana Muscardini al convegno di Milano sulla storia dei partiti politici

    Venerdì 8 novembre, alle ore 17:30, in via San Maurilio 21 a Milano, si svolgerà l’incontro Storia dei Partiti politici nell’ambito del ‘Corso di formazione e cultura politica per i giovani’ organizzato da ‘Crescere con la buona politica’ in collaborazione con Lions, Osservatorio Metropolitano di Milano e Rotary.

    All’evento, moderato da Enrico Marcora, parteciperanno Cristiana Muscardini, Luigi Corbani, Gian Stefano Milani, Roberto Mazzotta, Andrea Orsini, Franco De Angelis.

    Sarà l’occasione per un momento di riflessione sulla storia della politica italiana ed europea.

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