Con la dichiarazione di Unicredit di volere acquisire il 10% della quota azionaria di Delfin in Generali, probabilmente appare più chiara la strategia che sottende il Risiko bancario dell’ultimo periodo.
Da anni il sistema bancario europeo ed italiano in particolare è interessato da un processo di concentrazione sempre più intenso. Fusioni, acquisizioni e aggregazioni vengono generalmente giustificate con la necessità di creare campioni nazionali ma soprattutto europei in grado di competere all’interno di un mercato globale dominato da operatori di dimensioni sempre maggiori, comprendendo anche ovviamente i private equity. Questa strategia parte certamente da dichiarazione corrente, ma si rischia di non cogliere il significato più inconfessabile delle dinamiche finanziarie attualmente in corso.
La crescita dimensionale degli istituti di credito ha infatti progressivamente modificato la natura stessa del sistema bancario nazionale. Le banche territoriali, le popolari e il credito cooperativo svolgevano storicamente una funzione essenziale: raccogliere il risparmio locale che successivamente veniva trasformato in investimenti produttivi a favore imprese e credito alle famiglie. La loro progressiva assimilazione all’interno di gruppi più grossi ha ridotto il collegamento tra finanza ed economia reale, favorendo invece un modello nel quale il valore viene generato sempre più attraverso attività finanziarie, gestioni patrimoniali, servizi di investimento e commissioni. Questi rappresentano i termini essenziali del fenomeno della finanziarizzazione dell’economia, un processo che negli ultimi decenni ha progressivamente spostato il baricentro del sistema creditizio dal sostegno alla crescita economica alla gestione della ricchezza finanziaria esistente.
Per comprendere il significato del cosiddetto “risiko bancario” italiano occorre quindi andare oltre le semplici operazioni societarie e osservare quale sia il vero asset strategico attorno al quale ruotano gli interessi dei diversi protagonisti.
In altre parole, sarebbe opportuno individuare il vero obiettivo che adesso viene rappresentato dalla gestione del risparmio. In questa diversa prospettiva, si potrebbe individuare all’orizzonte il “Palazzo sede a Trieste delle Generali”. Il gruppo triestino non rappresenta soltanto una delle più importanti compagnie assicurative europee. Attraverso le proprie attività di asset, management e gestione patrimoniale amministra una massa enorme di risorse finanziarie che costituisce uno dei principali patrimoni di risparmio privato presenti nel continente (905 Mld).
In un contesto, quindi, nel quale il potere e la resa economica derivano sempre più dalla capacità di indirizzare i flussi finanziari e dalla loro gestione, la possibilità di creare “valore aggiunto” attraverso il controllo di tali risorse assume un valore strategico che va ben oltre il settore assicurativo.
Le numerose tensioni che negli ultimi anni hanno interessato la governance di Generali non possono quindi essere interpretate esclusivamente come una normale dialettica tra azionisti. Dietro lo scontro emerge una questione più ampia relativa a chi debba esercitare l’influenza su una delle principali concentrazioni di capitale finanziario italiano, all’interno del quale esiste una contrapposizione tra interessi italiani e francesi inseriti all’interno di questa società.
Non andrebbe dimenticato, infatti, come il progetto di integrazione tra Generali e BPCE, attraverso la controllata Natixis, nel settore del risparmio gestito avrebbe dato vita a uno dei maggiori operatori mondiali del comparto.
Questa operazione venne bloccata a causa delle profonde divergenze relative alla governance proprio dall’alleanza tra la Delfin e Caltagirone. Entrambi esprimevano la preoccupazione che il controllo effettivo delle attività di gestione potesse progressivamente spostarsi al di fuori dei confini nazionali italiani.
In fondo, questo schema finanziario aveva già avuto un precedente nell’operazione del 2016 nella quale proprio UniCredit (quella che ora vuole acquisire le quote di Delfin) aveva sottoscritto un accordo vincolante per cedere Pioneer Investments alla società francese Amundi per un corrispettivo in cassa di 3,545 miliardi di euro.
Di conseguenza ora il risiko bancario non può venire considerato come una strategia di semplice aggregazione bancaria, ma l’ennesima espressione di una competizione che da anni interessa alcuni dei principali centri finanziari europei sempre più in lotta tra loro anche in rapporto alle bandiere nazionali.
Ecco, quindi, che l’intenzione della famiglia Del Vecchio (Delfin) di acquisire la quota di Generali di Unicredit rappresenta la conferma dell’avventatezza dimostrata dall’erede di Leonardo Del Vecchio nel tentativo di acquisizione delle quote azionarie dei propri fratelli.
Dopo un iniziale sostegno del sistema bancario ora l’arretramento degli istituti finanziari nel fornire gli strumenti per concludere l’operazione di acquisizione delle quote dei fratelli da parte di Leonardo Del Vecchio Jr. assume un valore diverso e potrebbe essere interpretato anche con la volontà di indebolire la stessa finanziaria Delfin all’interno del gruppo azionario di Generali.
Costringendo da una parte l’erede a cercare il sostegno finanziario presso il private equity Apollo il quale tuttavia ha delle finalità molto diverse da quelle del sistema bancario che avrebbe dovuto finanziare l’intera operazione. In secondo luogo questo cambiamento del sistema bancario rende più debole lo stesso controllo della EssilorLuxottica, in quanto i grandi fondi di investimento, viceversa, rispondono invece a logiche differenti. La loro strategia principale consiste nell’acquisizione di partecipazioni societarie e nella valorizzazione finanziaria degli asset detenuti.
L’eventuale ingresso di operatori come Apollo Global Management nelle dinamiche relative al controllo di importanti gruppi industriali evidenzia proprio questa differenza di approccio tra finanza bancaria e finanza d’investimento. Questo rappresenta esattamente lo scenario che si sta delineando nel tentativo di acquisizione dell’erede di Leonardo Del Vecchio delle quote societarie dei fratelli.
All’interno della visione complessiva tuttavia anche la vicenda Del Vecchio Jr, può essere interpretata come una strategia finalizzata all’ottenimento da parte di Unicredit del controllo delle grandi masse di risparmio e delle strutture attraverso cui esse vengono amministrate. Per questa ragione il risiko bancario non può essere letto esclusivamente come una competizione tra banche. Esso rappresenta piuttosto una più ampia battaglia per l’influenza sui principali centri di accumulazione del capitale finanziario italiano.
Generali, sotto questo profilo, costituisce il punto di convergenza di interessi economici, industriali e geopolitici destinati a incidere sugli equilibri futuri della finanza nazionale. In ultima analisi la questione centrale non può essere solo interpretata come la volontà di determinare il destino di una compagnia assicurativa o l’esito di una singola operazione societaria all’interno del sistema bancario. Riguarda soprattutto chi eserciterà il controllo su di una quota significativa del risparmio degli italiani e quale ruolo l’Italia sarà in grado di mantenere all’interno dei nuovi assetti finanziari europei. Ora è su questo terreno che si sta giocando la partita più importante.