accordi

  • Guerra in Medio Oriente: Libano, Turchia, Israele

    È risaputo che tra i vari Stati dell’area medio-orientale le amicizie, così come le ostilità, sono estremamente labili. A volte, le alleanze e le inimicizie più o meno dichiarate convivono tra loro e tra gli stessi soggetti, declinandosi secondo la convenienza del momento. Un caso che sembrerebbe contraddire questa ambivalenza è il rapporto tra i palestinesi e gli israeliani. Se ci sono due popoli, o forse più precisamente due governi, che si odiano da decenni pur fingendo più volte di voler arrivare a un accordo sono proprio loro. Entrambi hanno commesso e ricevuto atti di terrorismo da parte dell’antagonista, entrambi, in diverse occasioni, hanno dichiarato formalmente di voler convivere pacificamente ma entrambi hanno contraddetto con i fatti ogni ipotesi di intesa. Chi sostiene che uno tra i due abbia tutte le ragioni per giustificare il proprio comportamento e l’altro i torti si sbaglia. In realtà, sia i palestinesi che pretendono il riconoscimento della propria indipendenza sia gli israeliani che puntano a garantirsi la sicurezza di continuare ad esistere come Stato hanno delle buone ragioni, ma entrambi hanno anche torto. Tel Aviv non ha mai sinceramente accettato che potesse nascere ai propri confini uno Stato palestinese che non assomigliasse a un bantustan e, dall’altra parte, non solo Hamas e Hezbollah ma anche l’OLP non hanno mai onestamente riconosciuto la decisione dell’ONU che aveva deciso la creazione di Israele. I due gruppi armati sopra menzionati sono nati addirittura con l’obiettivo preciso (e dichiarato) che Israele dovesse sparire dalle carte geografiche e che la terra che va fino al mare fosse naturalmente loro e solo loro. I nazionalisti e gli ultra religiosi ebrei pensano la stessa cosa, ma con segno inverso. I primi credono di essere stati ingiustamente derubati, i secondi che tutto quel territorio sia la “terra promessa” donata a loro da Dio in persona.

    Proprio questa ultima leggenda prevede, come suggerisce una certa interpretazione del Deuteronomio, che in tutta quella terra “assegnata” agli ebrei non ci debba essere posto per “alcun altro essere vivente” ed è esattamente ciò che sta dietro ai farneticanti disegni di alcuni ministri e forze politiche che sostengono il governo Netanyahu. Non a caso, qualche componente dell’attuale governo di Tel Aviv ha affermato a gran voce che Gaza deve tornare a ospitare insediamenti israeliani e la Cisgiordania deve essere lasciata tutta ai coloni. In altre parole formalmente si chiede che Hamas e Hezbollah disarmino ma ciò a cui si punta davvero è lo scacciare verso altri lidi i milioni di palestinesi che ancora vi risiedono. Quale possa essere la destinazione di questo forzato esilio non è un problema che tocca i governanti di Tel Aviv. È con questa volontà di “eliminazione” che si spiega la determinazione criminale con cui l’IDF sta agendo affamando, derubando, uccidendo e occupando abusivamente case e terreni di chiunque ancora “occupi” quei territori. Non è detto che tutti gli israeliani e, forse, nemmeno la maggioranza appoggino questa politica (lo vedremo però alle prossime elezioni) ma se questa è il punto di partenza è impossibile intravedere qualunque soluzione praticabile e tantomeno l’esistenza dei due Stati.

    Al conflitto bilaterale, già di per sé complesso, si aggiungono anche gli interessi degli altri Paesi dell’area che, ognuno per proprio conto, puntano ad approfittare della crisi più che decennale per ritagliarsi un proprio spazio egemonico o vantaggi economici. Prima del 7 Ottobre 2023 il governo saudita era pronto a sottoscrivere il cosiddetto “Patto di Abramo” che avrebbe garantito una stretta alleanza politica ed economica tra Israele e i Paesi del Golfo in funzione anti-iraniana e avrebbe rinforzato la posizione di Israele nei confronti dell’atteggiamento ostile turco. L’operazione fallì perché, dopo la reazione delle truppe israeliane a Gaza e le crescenti prepotenze dei coloni in Cisgiordania le opinioni pubbliche arabe non l’avrebbero accettato. Oggi accade il contrario: turchi, sauditi e pakistani hanno stretto un patto di mutua difesa in caso di attacco da terzi e cioè proprio in funzione anti-israeliana.  Quando finirà la stupida guerra (stupido aver pensato che l’Iran fosse come il Venezuela) lanciata dagli israeliani e gli americani contro l’Iran, non è nemmeno da escludere (anche se per ora sembrerebbe fantapolitica) che perfino l’Iran possa parteciparvi. Pensare, tuttavia, che il futuro del Medio-Oriente sia limpido e prevedibile sarebbe illudersi.

    Come si diceva poco sopra, ognuno è, contemporaneamente, amico e nemico e lo dimostra il rapporto della Turchia con la Siria. Dopo aver contribuito in modo determinante alla nascita a Damasco del Governo di un ex (?) terrorista aiutandolo nel conflitto contro Assad e gli stessi Hezbollah, c’è da interrogarsi su quale sia oggi il vero rapporto di Ankara con questo ultimo gruppo. Il recente passato lascerebbe pensare che

    Ankara appoggi Ahmed al-Sharaa in tutto e per tutto e costui di essere vorrebbe eliminare Hezbollah dalla faccia, eppure, seppur non ci siano prove certe, qualcuno sostiene che le armi di cui questo gruppo continua a godere nonostante l’Iran non possa più rifornirlo via Siria continuino ad arrivare dall’Iran ma questa volta via Turchia. Ovviamente, se ciò sta avvenendo, non si tratterebbe di un transito ufficiale, bensì di rifornimenti clandestini verso i quali i turchi chiuderebbero un occhio. Perché la Turchia dovrebbe accettare che il nemico di ieri continui ad armarsi addirittura con la sua complicità? Per la questione libanese.

    È sotto gli occhi di tutti la strage che le truppe israeliane stanno conducendo indiscriminatamente contro civili libanesi e, anche se formalmente la ragione è solo quella di voler disarmare totalmente Hezbollah, il vero obiettivo di Tel Aviv è di eliminarlo anche come soggetto politico e poter poi esercitare una forte influenza sul futuro governo di Beirut. Questa possibilità è fumo negli occhi di Erdogan non solo perché, via Siria, ipotizza di esercitare un qualche potere sul Libano del futuro e magari controllare il porto di Tripoli, ma anche per motivi più strettamente economici legati al fatto che la Turchia vuole essere e rimanere l’unico hub energetico tra l’Europa ed il Medio Oriente. A questo proposito, va ricordato che ad Atene il 2 Gennaio 2020 Israele Grecia e Cipro firmarono un accordo per il gasdotto Eastmed che si dovrebbe estendere per 2000 chilometri tra le coste israeliane, Cipro e Creta per raggiungere la Grecia continentale e poi il resto d’Europa. Quel gas e il relativo petrolio giacciono nelle acque tra i tre Paesi e il Libano ma Ankara rivendica tutta quell’area come propria e ne pretende lo sfruttamento esclusivo. Come non bastasse, la Commissione Europea ha finanziato con 657 milioni di euro un progetto “strategico” di 1,9 miliardi di euro pensato per collegare le reti elettriche di Grecia, Cipro e Israele. Il progetto, chiamato Great Sea Interconnector, prevede un cavo elettrico sottomarino di circa 1200 chilometri che porterebbe anche Cipro all’interno di una interconnessione elettrica europea. Nel 2024 le autorità greche dovettero rinviare alcune fasi del programma dopo che navi militari turche erano state dispiegate in aree in cui era previsto operassero le navi di ricerca. In merito all’elettricità Ankara ha invece deciso di sviluppare un proprio progetto di collegamento elettrico sottomarino tra la Turchia e la repubblica Turca di Cipro del nord per poi possibilmente vendere elettricità anche alla Cipro europea.

    Cosa c’entra in tutto questo il Libano? C’entra perché Eni e Total avevano lanciato nel 2020 un progetto chiamato Cronos che prevedeva la fornitura di gas libanese-cipriota-israeliano all’Europa a partire dal 2028. Questo gas era il frutto di un accordo già siglato tra Cipro, Israele e Libano per lo sfruttamento del gas e del petrolio che si trovano nelle acque prospicienti i tre. L’accordo tra i governi, tuttavia, non fu mai ratificato da Beirut proprio per l’opposizione di Hezbollah che lo impedì in funzione anti-israeliana. Qualora Hezbollah dovesse sparire come soggetto politico in Libano e soprattutto se Israele fosse in grado di imporre le proprie condizioni a qualunque futuro governo libanese, l’accordo raggiunto potrebbe tornare di attualità implicando la fine del monopolio turco sul passaggio di gas e petrolio dall’oriente verso l‘Europa. Se la Cipro europea diventasse un hub per il gas del mediterraneo orientale aumenterebbe la diversificazione europea, la Grecia rinforzerebbe la sua funzione di passaggio e l’Italia potrebbe poter contare su una nuova fonte di forniture via tubo in sostituzione di quella russa abbandonata per motivi politici. Anche Qatar e Stati Uniti ne uscirebbero penalizzati perché il loro gas liquefatto, visto il suo costo più elevato di quello che arriverebbe via tubo, sarebbe del tutto fuori mercato.

    Come spesso succede, le motivazioni vere dietro certe malefatte e certe guerre non sempre coincidono con quelle dichiarate ma non per questo sono meno decisive.

  • Perfino la Serbia ora pensa di fare affari con l’Ucraina

    Ucraina e Serbia stanno lavorando per arrivare entro la fine dell’anno alla conclusione di un accordo per la creazione di un’area di libero scambio. Lo ha dichiarato su X il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, riferendo dei colloqui avuti tra il 7 e l’8 agosto con il presidente serbo Aleksandar Vucic. “Abbiamo discusso di questioni concrete che possono rafforzare le nostre infrastrutture, compresi porti e ferrovie in entrambi i Paesi, nonché dello sviluppo economico, della ricostruzione e della creazione di posti di lavoro in Ucraina e Serbia”, ha affermato Zelensky.

    I due presidenti hanno affrontato anche il tema della cooperazione energetica in vista del prossimo inverno. Secondo Zelensky, a causa degli attacchi russi “praticamente nessuna centrale termoelettrica in Ucraina è rimasta intatta” e Mosca punta a rendere “insopportabile” la vita della popolazione. “Qualunque cosa accada, alle persone deve essere garantita ogni possibilità di vivere, quindi la nostra cooperazione energetica è di grande importanza”, ha aggiunto. Zelensky ha inoltre ringraziato Vucic per un nuovo pacchetto di aiuti umanitari all’Ucraina, in particolare nei settori sanitario ed energetico. Nel corso degli incontri è stato discusso anche il percorso europeo della Serbia. “Saremo lieti se il percorso della Serbia verso l’adesione all’Ue accelererà. È importante che ogni nazione in Europa riceva un segnale chiaro che l’Europa ha bisogno di lei e che nessuno può essere lasciato indietro”, ha concluso il presidente ucraino.

    “L’Ucraina ha stipulato accordi con gli Stati Uniti che garantiscono forniture mensili di missili antiaerei di fabbricazione statunitense, ha dichiarato Zelensky. “Chi possiede missili e sistemi antibalistici? Il produttore, principalmente gli Stati Uniti. Possono aiutarci? Ci stiamo lavorando. Ci forniranno missili mensilmente? Sì. Abbiamo degli accordi in atto. Questi missili sono sufficienti? No”, ha detto Zelensky. L’aeronautica militare ucraina ha ammesso di non essere riuscita ad abbattere nessuno dei missili lanciati contro l’Ucraina nelle notti di martedì e venerdì.

    Vucic ha annunciato che “la Serbia aprirà una fabbrica di droni a settembre in collaborazione con Israele”. Il presidente serbo ha dichiarato di prevedere l’apertura della fabbrica intorno al 15 o al 20 settembre. “Lo stiamo facendo con gli israeliani. Gli ucraini hanno molto successo e possiedono numerose fabbriche di droni”, ha affermato.

  • Il risiko bancario in una prospettiva più “generali”

    Con la dichiarazione di Unicredit di volere acquisire il 10% della quota azionaria di Delfin in Generali, probabilmente appare più chiara la strategia che sottende il Risiko bancario dell’ultimo periodo.

    Da anni il sistema bancario europeo ed italiano in particolare è interessato da un processo di concentrazione sempre più intenso. Fusioni, acquisizioni e aggregazioni vengono generalmente giustificate con la necessità di creare campioni nazionali ma soprattutto europei in grado di competere all’interno di un mercato globale dominato da operatori di dimensioni sempre maggiori, comprendendo anche ovviamente i private equity. Questa strategia parte certamente da dichiarazione corrente, ma si rischia di non cogliere il significato più inconfessabile delle dinamiche finanziarie attualmente in corso.

    La crescita dimensionale degli istituti di credito ha infatti progressivamente modificato la natura stessa del sistema bancario nazionale. Le banche territoriali, le popolari e il credito cooperativo svolgevano storicamente una funzione essenziale: raccogliere il risparmio locale che successivamente veniva trasformato in investimenti produttivi a favore imprese e credito alle famiglie. La loro progressiva assimilazione all’interno di gruppi più grossi ha ridotto il collegamento tra finanza ed economia reale, favorendo invece un modello nel quale il valore viene generato sempre più attraverso attività finanziarie, gestioni patrimoniali, servizi di investimento e commissioni. Questi rappresentano i termini essenziali del fenomeno della finanziarizzazione dell’economia, un processo che negli ultimi decenni ha progressivamente spostato il baricentro del sistema creditizio dal sostegno alla crescita economica alla gestione della ricchezza finanziaria esistente.

    Per comprendere il significato del cosiddetto “risiko bancario” italiano occorre quindi andare oltre le semplici operazioni societarie e osservare quale sia il vero asset strategico attorno al quale ruotano gli interessi dei diversi protagonisti.

    In altre parole, sarebbe opportuno individuare il vero obiettivo che adesso viene rappresentato dalla gestione del risparmio. In questa diversa prospettiva, si potrebbe individuare all’orizzonte il “Palazzo sede a Trieste delle Generali”. Il gruppo triestino non rappresenta soltanto una delle più importanti compagnie assicurative europee. Attraverso le proprie attività di asset, management e gestione patrimoniale amministra una massa enorme di risorse finanziarie che costituisce uno dei principali patrimoni di risparmio privato presenti nel continente (905 Mld).

    In un contesto, quindi, nel quale il potere e la resa economica derivano sempre più dalla capacità di indirizzare i flussi finanziari e dalla loro gestione, la possibilità di creare “valore aggiunto” attraverso il controllo di tali risorse assume un valore strategico che va ben oltre il settore assicurativo.

    Le numerose tensioni che negli ultimi anni hanno interessato la governance di Generali non possono quindi essere interpretate esclusivamente come una normale dialettica tra azionisti. Dietro lo scontro emerge una questione più ampia relativa a chi debba esercitare l’influenza su una delle principali concentrazioni di capitale finanziario italiano, all’interno del quale esiste una contrapposizione tra interessi italiani e francesi inseriti all’interno di questa società.

    Non andrebbe dimenticato, infatti, come il progetto di integrazione tra Generali e BPCE, attraverso la controllata Natixis, nel settore del risparmio gestito avrebbe dato vita a uno dei maggiori operatori mondiali del comparto.

    Questa operazione venne bloccata a causa delle profonde divergenze relative alla governance proprio dall’alleanza tra la Delfin e Caltagirone. Entrambi esprimevano la preoccupazione che il controllo effettivo delle attività di gestione potesse progressivamente spostarsi al di fuori dei confini nazionali italiani.

    In fondo, questo schema finanziario aveva già avuto un precedente nell’operazione del 2016 nella quale proprio UniCredit (quella che ora vuole acquisire le quote di Delfin) aveva sottoscritto un accordo vincolante per cedere Pioneer Investments alla società francese Amundi per un corrispettivo in cassa di 3,545 miliardi di euro.

    Di conseguenza ora il risiko bancario non può venire considerato come una strategia di semplice aggregazione bancaria, ma l’ennesima espressione di una competizione che da anni interessa alcuni dei principali centri finanziari europei sempre più in lotta tra loro anche in rapporto alle bandiere nazionali.

    Ecco, quindi, che l’intenzione della famiglia Del Vecchio (Delfin) di acquisire la quota di Generali di Unicredit rappresenta la conferma dell’avventatezza dimostrata dall’erede di Leonardo Del Vecchio nel tentativo di acquisizione delle quote azionarie dei propri fratelli.

    Dopo un iniziale sostegno del sistema bancario ora l’arretramento degli istituti finanziari nel fornire gli strumenti per concludere l’operazione di acquisizione delle quote dei fratelli da parte di Leonardo Del Vecchio Jr. assume un valore diverso e potrebbe essere interpretato anche con la volontà di indebolire la stessa finanziaria Delfin all’interno del gruppo azionario di Generali.

    Costringendo da una parte l’erede a cercare il sostegno finanziario presso il private equity Apollo il quale tuttavia ha delle finalità molto diverse da quelle del sistema bancario che avrebbe dovuto finanziare l’intera operazione. In secondo luogo questo cambiamento del sistema bancario rende più debole lo stesso controllo della EssilorLuxottica, in quanto i grandi fondi di investimento, viceversa, rispondono invece a logiche differenti. La loro strategia principale consiste nell’acquisizione di partecipazioni societarie e nella valorizzazione finanziaria degli asset detenuti.

    L’eventuale ingresso di operatori come Apollo Global Management nelle dinamiche relative al controllo di importanti gruppi industriali evidenzia proprio questa differenza di approccio tra finanza bancaria e finanza d’investimento. Questo rappresenta esattamente lo scenario che si sta delineando nel tentativo di acquisizione dell’erede di Leonardo Del Vecchio delle quote societarie dei fratelli.

    All’interno della visione complessiva tuttavia anche la vicenda Del Vecchio Jr, può essere interpretata come una strategia finalizzata all’ottenimento da parte di Unicredit del controllo delle grandi masse di risparmio e delle strutture attraverso cui esse vengono amministrate. Per questa ragione il risiko bancario non può essere letto esclusivamente come una competizione tra banche. Esso rappresenta piuttosto una più ampia battaglia per l’influenza sui principali centri di accumulazione del capitale finanziario italiano.

    Generali, sotto questo profilo, costituisce il punto di convergenza di interessi economici, industriali e geopolitici destinati a incidere sugli equilibri futuri della finanza nazionale. In ultima analisi la questione centrale non può essere solo interpretata come la volontà di determinare il destino di una compagnia assicurativa o l’esito di una singola operazione societaria all’interno del sistema bancario. Riguarda soprattutto chi eserciterà il controllo su di una quota significativa del risparmio degli italiani e quale ruolo l’Italia sarà in grado di mantenere all’interno dei nuovi assetti finanziari europei. Ora è su questo terreno che si sta giocando la partita più importante.

  • Riflessioni su Israele

    Non bisogna essere antisemiti per sentirsi indignati da ciò che Israele ha fatto e sta ancora facendo a Gaza e in Libano. In spregio a ogni presunto diritto internazionale, quelle carneficine senza fine suscitano un naturale rifiuto anche in chi, per sentimento o per convenienza strategica, guarda con simpatia verso Israele e verso gli ebrei in genere. Purtroppo per loro, l’attuale governo di Tel Aviv fa di tutto per alimentare una condanna mondiale e sembrerebbe che perfino Trump non li sopporti più perché gli stanno impedendo di raggiungere con l’Iran una qualunque pace che gli consenta di salvare la faccia. Tuttavia, non va dimenticato che la società israeliana è estremamente composita e a fianco di forsennati nazionalisti e di insopportabili fanatici religiosi c’è un gran numero di cittadini contrari al comportamento del loro governo. Quando nel prossimo ottobre, come previsto, si terranno le elezioni politiche staremo a vedere cosa sceglierà la maggioranza della popolazione.

    Un osservatore di politica internazionale che comunque voglia essere il più possibile obiettivo deve, almeno nel momento dell’analisi, prendere le distanze dalle istintive reazioni emotive e cercare di capire i punti di vista di tutti gli attori in campo.

    Della prospettiva dei palestinesi e di gran parte delle popolazioni arabe conosciamo da lungo tempo la posizione politica. Sin dalla creazione, certificata dall’ONU, dello Stato di Israele gli originali abitanti di quei territori si sono sentiti defraudati dei loro diritti su quelle terre e ben tre guerre principali, perse, erano già avvenute prima dei terribili fatti del 7 ottobre. Come non bastasse, anche i palestinesi che hanno continuato a vivere all’interno di quel che era diventato Israele nella pratica sono soltanto dei cittadini di serie B e tale condizione è stata ulteriormente confermata con la Legge Fondamentale del 2018, voluta dal governo Netanyahu. Tale Legge ha formalmente espresso essere Israele lo “Stato ebraico” (“solo il popolo ebraico ha il diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele” e: “l’ebraico è la lingua ufficiale, mentre l’arabo ha uno status speciale” – cioè minore N.D.A.). Per quanto riguarda Hezbollah e Hamas, essi, a differenza di quanto almeno a parole dichiarava l’Autorità Palestinese, sostengono non esserci alcuna possibilità di avere “due popoli, due Stati” perché entrambe sono nate con l’esplicito obiettivo di eliminare completamente Israele e rientrare in possesso di tutto il territorio. Per questo scopo si sono armate e il rinunciare agli armamenti, come richiesto da Washington e Tel Aviv, significherebbe per loro venir meno alla loro stessa ragion d’essere.

    Prima degli avvenimenti del 7 ottobre diversi Stati arabi della zona più il Sudan, il Marocco, il Kazakhistan e il Somaliland avevano deciso di sottoscrivere con Israele un impegno di collaborazione tramite gli Accordi di Abramo. Perfino l’Arabia Saudita sembrava pronta ad aderirvi e, molto probabilmente, l’assalto del 7 ottobre fu pensato proprio per impedire quest’ultima adesione, provocando una esagerata reazione israeliana e creando così una nuova difficoltà politica per la possibile pacificazione. Pacificazione che, non dimentichiamolo, sarebbe stata comunque raggiunta sulle spalle dei diritti dei palestinesi. Inoltre, chi, per motivi di volontà egemonica sul Medio Oriente, non aveva alcun interesse a che la questione trovasse una pur parziale soluzione era l’Iran, che da tempo finanziava e nutriva con armi sia Hezbollah sia Hamas (in barba alle differenze religiose: primi sunniti, i secondi sciiti come l’Iran) accreditandosi quale unico e vero difensore dei palestinesi e dell’Islam.

    Considerato quanto sopra, le ragioni della volontà israeliana di annientare senza pietà le due organizzazioni e distruggere l’Iran sembrerebbero chiare ed evidenti, ma non si possono disconoscere altri motivi che guidano il comportamento di Netanyahu e del suo governo. Indispensabili per garantire la maggioranza sono anche due partiti di estrema destra, uno più nazionalista e l’altro con forte identità religiosa. Tra questi ultimi il leader è l’attuale Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich che a febbraio scorso non si è trattenuto dall’affermare che uno dei suoi obiettivi politici è: cancellare i maledetti Accordi di Oslo, smantellare l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), imporre la piena sovranità israeliana sulla Cisgiordania e reintrodurre un’amministrazione militare israeliana nei territori occupati. Nel suo partito (e altrove) ci sono anche fanatici religiosi che prendono alla lettera quanto scritto nel Deuteronomio (20:16–18) e cioè uno dei cinque libri della Torah: «Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri…». È pur vero che molti commentatori dei libri sacri ritengono che quelle parole vadano interpretate in senso riduttivo e non letterale, ma lo stesso problema interpretativo si pone anche con il Corano. Infatti, anche tra i musulmani c’è chi si comporta da fanatico quando parla di Jihad e chi invece cerca un’interpretazione del testo più “conciliante”. È bene ricordare che tra i religiosi fanatici israeliani ce ne sono anche che invocano la guerra ma rifiutano di prestare personalmente il servizio militare. Che dire poi di Ben Gvir, Ministro della Sicurezza nazionale, e dei suoi comportamenti visti in televisione e da lui fatti riprendere e diffondere con disgustosa supponenza?

    Di là dei vari fanatismi, se vogliamo trovare una qualunque giustificazione (?!) strategica alla volontà israeliana di estendere il proprio attuale territorio occorre ricordare che il Paese è circondato a sud e a nord dai nemici armati che ne chiedono la distruzione e che tra un confine e l’altro raggiunge al massino 114 chilometri e al minimo circa 10. Le guerre finora condotte, di cui una addirittura preventiva da parte di Tel Aviv, hanno visto la vittoria dell‘IDF grazie sia al forte sostegno americano sia all’abilità strategica dei suoi generali sia alla dedizione di tutti i cittadini. Nessuno può, tuttavia, dare per scontato che queste condizioni si ripetano e che altri eventuali attacchi di guerrieri altrettanto motivati e armati con mezzi moderni siano sempre automaticamente sconfitti. Invero, se la linea del fronte fosse sfondata, i cento chilometri di retrovie sarebbero ben poca cosa per consentire un contrattacco. Ecco perché, anche se ufficialmente non è ammesso, Israele si è dotata dell’arma atomica e vuole impedire che uno qualunque dei potenziali nemici, vedi Iran, se ne possa dotare. Ecco anche perché, indipendentemente dalle farneticanti dichiarazioni di Smotrich, l’IDF cercherà di non lasciare più i territori altrui che ora sta occupando.

    La logica di ciò che sta succedendo è ben chiara al Presidente libanese Aoun che, se gli fosse possibile, non solo firmerebbe immediatamente per la pace ma sottoscriverebbe volentieri un qualunque trattato di amicizia con Israele per rassicurarla che, da parte libanese, non dovranno mai temere nulla. Purtroppo tutti sappiamo che il governo di Beirut non controlla Hezbollah e che, nonostante i frequenti e ripetuti inviti al disarmo di tutte le forze politiche libanesi dopo la fine della guerra civile, Hezbollah non l’ha mai accettato e si è sempre comportata come uno Stato nello Stato esercitando il proprio potere, anche con la violenza, su certe fette di territorio (vedi il sud libanese e la Bekaa), sul governo e sui nodi infrastrutturali quali l’aeroporto e il porto di Beirut.

    Ovviamente, tutti auspichiamo che i conflitti si concludano presto e che palestinesi ed ebrei possano convivere pacificamente, magari in due Stati vicini e confinanti, ma la reciproca diffidenza, gli opposti obiettivi e le recenti stragi stanno costruendo un muro che sarà sempre più difficile abbattere.

  • Più deterrenza nucleare in Europa, secondo il Financial Times gli Usa ci stanno pensando

    Gli Stati Uniti stanno discutendo la possibilità di dispiegare armi nucleari in ulteriori Paesi europei della Nato, in una mossa volta a rassicurare gli alleati sul fatto che una riduzione del sostegno militare convenzionale non indebolirebbe le garanzie di sicurezza statunitensi. Lo riferisce in esclusiva il quotidiano britannico “Financial Times”, citando tre fonti informate sui colloqui, secondo cui funzionari dell’amministrazione presidenziale Usa hanno espresso l’apertura a nuovi dispiegamenti oltre agli attuali sei Paesi che ospitano velivoli in grado di condurre attacchi con armi nucleari.

    Le discussioni, definite altamente riservate e non necessariamente destinate a produrre modifiche agli accordi di condivisione nucleare, avvengono in un contesto di crescente preoccupazione in Europa per le decisioni del presidente Donald Trump di ritirare truppe e sistemi d’arma critici dal Vecchio continente. L’eventuale ampliamento consentirebbe ad altri Paesi di ospitare velivoli statunitensi dotati di armi nucleari. Secondo due delle fonti citate, l’apertura degli Stati Uniti a queste discussioni mira a mostrare l’impegno di Washington a garantire l’ombrello nucleare, mentre gli alleati europei vengono spinti, in particolare in ambito Nato, ad assumere una quota maggiore dell’onere per quanto concerne la difesa convenzionale. I Paesi del fianco orientale della Nato, tra cui Polonia e Stati baltici, sarebbero interessati a ospitare basi per velivoli a doppia capacità. Varsavia, in particolare, ha già espresso pubblicamente il desiderio di ospitare armi nucleari statunitensi, mentre quest’anno ha aderito anche a un’iniziativa promossa dal presidente Emmanuel Macron per valutare il possibile trasferimento temporaneo di elementi della deterrenza nucleare francese in Paesi alleati europei. Secondo una fonte, le discussioni sono in corso attraverso i canali della Nato e gli alleati più vicini ai confini russi hanno mostrato il maggiore interesse, anche alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina e dei ripetuti riferimenti del presidente Vladimir Putin alle capacità nucleari di Mosca. Una seconda fonte ha tuttavia precisato che un accordo per ampliare la capacità nucleare statunitense in Europa non si può definire come imminente. Il programma di condivisione nucleare della Nato coinvolge attualmente Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia e Regno Unito, tutti Paesi autorizzati a ospitare velivoli a doppia capacità e bombe nucleari statunitensi “forward-deployed”, custodite da personale Usa e utilizzabili solo previa autorizzazione di Washington. Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha affermato il mese scorso che, pur in presenza di un maggiore orientamento statunitense verso altri teatri, “la deterrenza e la difesa complessive in Europa devono restare le stesse”.

  • Nel 2026 gli scambi commerciali nell’Unione eurasiatica supereranno i 100 miliardi di euro

    Il commercio reciproco tra i paesi membri dell’Unione economica eurasiatica (Uee) supererà i 100 miliardi di dollari nel 2026, con una crescita di oltre il 6 per cento rispetto ai 95 miliardi registrati l’anno scorso. Lo ha dichiarato il presidente del Kazakhstan, Kassym-Jomart Tokayev, presiedendo ad Astana la riunione del Consiglio economico eurasiatico supremo. La riunione si è tenuta in una data simbolica: il 29 maggio 2014 fu firmato ad Astana il trattato istitutivo dell’Uee. “L’Unione economica eurasiatica continua a mantenere una dinamica macroeconomica positiva”, ha affermato Tokayev, citando previsioni di crescita del Pil combinato dei paesi membri pari a circa il 2,5 per cento nel 2026 e nel 2027. Il Pil complessivo dell’Uea ha raggiunto i 3,02 miliardi di dollari nel 2025, con una crescita del 16,6 per cento rispetto al 2020, mentre la produzione industriale è aumentata del 18,9 per cento nel quinquennio 2021-2025, raggiungendo 1,69 miliardi di dollari, e quella agricola del 12,4 per cento, a 167,5 miliardi di dollari.

    Tokayev ha tuttavia avvertito che le condizioni economiche globali restano difficili, citando previsioni del Fondo monetario internazionale (Fmi) che indicano un rallentamento della crescita mondiale al 3 per cento nel 2026. “In queste condizioni, i compiti di adattamento della nostra unione alle nuove realtà, di rafforzamento della resilienza interna e di aumento della competitività acquisiscono particolare rilevanza”, ha sottolineato. Il presidente kazakho ha indicato nella digitalizzazione e nell’intelligenza artificiale le priorità chiave per lo sviluppo futuro dell’Uee, osservando che gli investimenti globali nell’Ia hanno già superato mille miliardi di dollari e che il loro contributo all’economia mondiale potrebbe superare i sette miliardi di dollari nei prossimi decenni. Sul fronte nazionale, Tokayev ha reso noto che gli investimenti kazakhi in progetti innovativi sono aumentati di oltre cinque volte, con più della metà diretti al settore digitale, e che le esportazioni informatiche del paese hanno superato il miliardo di dollari. Alla riunione hanno partecipato il presidente della Bielorussia, Aleksandr Lukashenko, il presidente del Kirghizistan, Sadyr Japarov, il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, il vice primo ministro dell’Armenia, Mher Grigoryan, e il presidente della Commissione economica eurasiatica, Bakytzhan Sagintayev.

  • Cosa vuole Trump

    Nei paesi europei e negli stessi Stati Uniti l’impopolarità di Trump aumenta di giorno in giorno. È evidentemente un personaggio antipatico, borioso, istituzionalmente incivile e sembra non avere alcuna familiarità con le forme solitamente accettate dalla diplomazia internazionale. Il suo lanciare affermazioni apodittiche mentendo senza pudore per poi smentirsi a distanza di poche ore o addirittura minuti toglie ogni credibilità non solo alla sua persona, ma persino al Paese che rappresenta.  Molti degli osservatori internazionali che lo criticano ne parlano come di qualcosa di totalmente estraneo ai modi e alla politica dei Presidenti americani che lo hanno preceduto e qualcuno arriva persino a dire di non vedere l’ora che il suo mandato finisca per poter tornare a una “normalità” cui si era stati abituati.

    Senza dubbio i suoi modi sono inusuali e molto diversi da quelli che ci si aspetterebbe da un Presidente degli Stati Uniti ma, di là dagli insopportabili comportamenti da gradasso, un suo qualunque successore potrà probabilmente cambiare i modi ma non la sostanza della politica americana. Il motivo è che gli obiettivi sono e saranno quelli di sempre: mantenere a ogni costo la supremazia americana sul resto del mondo. Ciò che i comprensibili critici di Trump non vedono o non vogliono vedere è che, da qualche decina d’anni, gli Stati Uniti sono internamente molto diversi e con loro è cambiato il panorama internazionale. Come ho già scritto in miei precedenti articoli, nel nuovo comportamento politico americano esiste una logica e non si tratta di una bizzarria estemporanea, per quanto per noi spiacevole. Per capire correttamente quale sia questa logica occorre sguardo più approfondito alla odierna realtà economica e sociale degli Stati Uniti.

    Cominciamo dal debito pubblico dello Stato.

    Il Dipartimento del Tesoro afferma che il debito pubblico USA ammonta oggi a 38.000 miliardi di dollari e cioè il cento per cento del PIL nazionale. Le stime prevedono che nel 2040 raggiungerà il 127% e nel 2055 potrebbe corrispondere al 155%. In altre parole, si parla di cifre enormi! Contemporaneamente, il deficit di bilancio corrisponde a 1.800 miliardi annui e cioè al 6% del PIL. Ai debiti sovrani si aggiungono quelli delle imprese, indebitate per circa 22.000 miliardi e delle famiglie per 20.000 miliardi. Per fare un paragone, il debito pubblico cinese è attorno ai 18.000 miliardi, rappresenta il 95% del PIL ed è vissuto come un grave problema economico da Pechino. In aggiunta alla situazione debitoria, va notato che il dollaro negli ultimi dieci anni è passato dal costituire il 65% delle riserve valutarie mondiali al 58% e la tendenza è che diminuisca ancora. Queste due realtà, un forte debito e la diminuzione della domanda di dollari, sono collegate tra loro e costituiscono un forte pericolo per il benessere collettivo degli americani. Da molti anni il cittadino medio e l’economia nazionale possono continuare a indebitarsi (e la FED a stampare dollari a iosa) senza conseguenze inflattive negative poiché l’enorme domanda mondiale di dollari assorbe l’emissione di ogni quantità di nuovi biglietti verdi. Se, però, venisse meno la fiducia in quella valuta e la domanda calasse significativamente la pacchia finirebbe e, di conseguenza, andrebbe scemando il diffuso benessere medio.

    Un qualunque debito non preoccupa il creditore sino a che pensa che esso sia ripagabile, ma se nasce il dubbio sulle capacità del debitore allora è bene disfarsene e trovare alternative. Ogni Stato emette debiti sotto forma di Buoni del Tesoro o in altra forma e, solitamente, lo si ritiene solvibile contando sulla capacità economico-produttiva del Paese. Per quanto riguarda gli USA, oltre alla passata forza economica, ha sempre fatto fede l’indiscusso potere politico internazionale.

    Purtroppo per gli USA, oltre all’alto debito, la sua attuale economia non si trova nelle migliori condizioni, un crescente numero di Paesi preferisce usare altre valute negli scambi bilaterali e il potere internazionale degli Stati Uniti è messo a rischio dall’ascesa di nuove potenze.

    Come non bastasse, in un interessante articolo su Foreign Affairs, Wess Mitchell (già Assistente del Segretario di Stato per gli Affari Europei ed euro-asiatici nel 2017-2019), evidenzia come gli impegni internazionali degli USA superino le risorse finanziarie e militari disponibili. In 30 anni di guerre condotte, direttamente o per procura, lontano dai propri confini si sono consumate enormi quantità di denaro e di mezzi bellici, intaccando così la capacità offensiva delle Forze Armate, aumentando il debito sovrano e per di più fallendo quasi sempre gli scopi dichiarati. I dispiegamenti in Afghanistan, in Iraq e in una dozzina di altri Paesi hanno portato dal 2001 a un debito aggiuntivo di circa 8.000 miliardi, superando così di ben 1.000 miliardi l’importo totale speso durante la seconda guerra mondiale. Ovviamente, ogni futuro Governo che volesse reintegrare gli armamenti o fare nuovi investimenti dovrà tenerne conto e indebitarsi ancora di più.

    Dal punto di vista strettamente industriale la situazione appare perfino peggiore. Tra il 2000 e il 2015 hanno chiuso ben 60.000 fabbriche eliminando un terzo dei posti di lavoro nella manifattura. La rete infrastrutturale è in gran parte obsoleta nei trasporti, nella distribuzione elettrica e nelle varie forme di comunicazione. La bilancia commerciale è deficitaria e ogni anno accumula una perdita compresa tra i 700 e i 1.000 miliardi di dollari. È pur vero che le voci “servizi” sono pur sempre in attivo, ma il totale resta quello sopra enunciato. Fino ad ora gli Stati Uniti hanno potuto sostenere grandi deficit commerciali perché il dollaro restava ancora la principale valuta di riserva mondiale e i Treasury americani erano considerati asset sicuri, ma fino a quando ciò potrà durare se il debito aumenta e le produzioni locali soffrono?

    Come ben osservato da Mitchell, la situazione attuale deriva da anni di politiche sbagliate precedenti, quando l’esaltazione dell’essere rimasti l’unica grande potenza mondiale ha obnubilato le menti dei vari governi. Tuttavia, oggi le cose sembrano voler cambiare. Trump e il suo staff hanno capito che continuando in quel modo si sarebbe andati verso la fine dell’”impero” e stanno cercando un’altra direzione. Si tratta, per loro, di ridurre il divario tra i mezzi e lo scopo, aumentando i primi e ridefinendo il secondo.

    Ecco dunque i motivi dei nuovi dazi sulle importazioni provenienti anche da Paesi amici: si vuole obbligare le controparti a bilanciare il commercio bilaterale e a investire nella produzione negli Stati Uniti per ridare fiato alla manifattura e alla manodopera locale. Ecco dunque le minacce di minore impegno verso gli alleati della NATO: costringerli ad assumersi in proprio una parte delle spese per la loro difesa aumentando i propri investimenti nazionali negli armamenti e assumendosi una parte degli oneri per la sicurezza collettiva. Ecco dunque le pretese sulla Groenlandia e sul Canada, così come il pretendere il possesso del petrolio venezuelano e, se ci riuscirà, di quello iraniano. Groenlandia e Canada sono ricchi di materie prime e Venezuela e Iran sono enormi ricchezze di petrolio (e l’Iran anche di gas). Avere sotto controllo americano tali risorse diventerebbero un patrimonio concreto (asset), in grado di garantire parte del debito americano. Inoltre, verso il Paese sud americano e quello medio-orientale esiste un altro motivo: entrambi vendevano alla Cina con pagamenti in yuan, contribuendo alla diminuzione dell’uso del dollaro come valuta di scambio (la creazione dei “petrodollari” fatta ai tempi di Nixon aveva compensato l’abbandono della convertibilità del dollaro in oro decisa a Bretton Woods e continuato così a garantire la necessità di possedere dollari). In tempi recentissimi perfino l’Arabia Saudita aveva cominciato, almeno in parte, ad accettare yuan invece di USDollar in cambio di investimenti cinesi per il proprio sviluppo economico e tecnologico. Dati questi frangenti, le incoerenze comportamentali del Tycoon vanno interpretate nello stile negoziale che, come scrisse in un suo (?) libro di alcuni anni fa (The art of the deal), servono per disorientare l’interlocutore e ottenere migliori risultati nella contrattazione. Il suo comportamento, affatto pazzo, ricorda piuttosto quello di giocatori di poker arroganti, oppure quello di uomini d’affari spregiudicati che vogliono dare l’impressione di un potere negoziale che, in realtà, sanno di non avere in quella misura.

    Contemporaneamente, Trump aspira a mettere le mani sulla FED il più presto possibile: ridurre i tassi di interesse aiuterebbe le imprese nazionali e renderebbe anche meno costoso il debito. Senza contare che le tante bolle speculative americane potrebbero scoppiare e l’avere la FED sotto controllo aiuterebbe il governo a prendere decisioni di intervento per tamponare possibili crolli immettendo nuova liquidità. Non si tratta affatto di una ricetta con esiti sicuri e non mancano i rischi perché in economia la coperta è sempre troppo piccola e un tasso di interessi più basso potrebbe far ulteriormente diminuire la domanda interna e internazionale di dollari americani, con conseguenze immaginabili sul bilancio generale. Comunque sia, a suggellare la nuova linea politica, la Strategia di Sicurezza Nazionale USA del 2025 esplicitava la necessità di coniugare mezzi e fini e la Strategia di Difesa Nazionale prevedeva una riduzione controllata della presenza statunitense in Europa e Medio Oriente con la contemporanea volontà di mobilitare gli sforzi nell’industria militare-industriale nazionale.

    In conclusione, Trump sta cercando di lanciare un ambizioso programma di riforma economica, di rinegoziare le relazioni commerciali, di espandere la produzione interna con investimenti nelle infrastrutture e nell’innovazione tecnologica e di sganciarsi da coinvolgimenti militari all’estero lasciandone il carico agli alleati. Soprattutto, vuole evitare di essere impegnato, almeno per ora, in costose avventure in politica estera e in una guerra con grandi potenze. Ecco allora la volontà di raggiungere un qualche accordo con la Russia per l’Ucraina e di negoziare un accordo commerciale con la Cina. La guerra contro l’Iran sembra contraddire tale politica ma, probabilmente, si è lasciato ingannare da chi gli aveva raccontato che tutto sarebbe avvenuto come in Venezuela e la mossa si è poi invece rivelata una trappola da cui fatica ad uscire.  Ne verrà fuori comunque, vantando il successo di aver impedito che l’Iran si doti dell’arma nucleare anche se tutti sappiamo che gli iraniani sono da sempre (lo si vide con lo JCPOA) disponibili a rinunciarvi. Questa guerra, se questo fosse stato lo scopo, era quindi inutile. Poiché Trump per realizzare i suoi progetti ha bisogno di tempo, verosimilmente lungo, non può permettersi un conflitto che si prolunghi troppo portando con sé un aumento dei prezzi dell’energia, una forte inflazione e una reazione sociale negativa.

    In tutto questo quadro generale esistono altre forti controindicazioni, sia tra gli alleati che potrebbero cercare di guardare altrove, sia con gli avversari che potrebbero decider di approfittare di questi momenti di debolezza americana per raggiungere i propri scopi (vedi, ad esempio, Taiwan). Tuttavia, lasciare le cose come stavano andando avrebbe significato accettare un inesorabile declino da cui sarebbe stato sempre più difficile risalire.

    E noi europei come ci comportiamo in tale situazione? Non possiamo più mentire a noi stessi: tutti i nostri governi sono fortemente condizionati da Washington, la stampa principale ne è soggiogata, molti politici (che ricordano cosa successe ad Andreotti, a Craxi e a Berlusconi) temono di contrapporsi agli USA e quanto ai nostri servizi segreti ebbene, nessuno sa quanto siano veramente indipendenti da quelli americani. Nemmeno si può dimenticare che dal dopoguerra abbiamo degli accordi che, di fatto, ci riducono a “colonia politica”, che in Germania ci sono più di trentamila soldati americani di stanza mentre in Italia sono solo (sic!) 14.000. E non si può nemmeno non considerare che, almeno per ora, i nostri commerci bilaterali sono molto favorevoli per noi e si spera che, anche se diminuissero di un po’, una qualche positività si riesca a mantenerla. Dunque, checché si possa criticare o auspicare: mani legate.

  • Sventato attentato alle forniture energetiche per l’Italia

    L’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, che dall’Azerbaigian attraversa la Georgia e la Turchia trasportando petrolio destinato anche all’Italia, era finito nel mirino di una cellula terroristica legata all’Iran che è stata smantellata all’inizio di marzo dal servizio di sicurezza statale azerbaigiano. È quanto emerge da un comunicato congiunto delle Forze di difesa di Israele (Idf) e delle agenzie d’intelligence Mossad e Shin Bet. La notizia assume particolare rilievo nel contesto attuale della crisi degli approvvigionamenti scoppiata a seguito della guerra in Iran. L’Azerbaigian è il secondo fornitore di petrolio dell’Italia dopo la Libia, con oltre 9.387.736 tonnellate giunte nel 2025. Peraltro, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni parteciperà al vertice Ue-Armenia il 4 e 5 maggio a Erevan, e non è escluso che successivamente faccia tappa in Azerbaigian, come preannunciato dalla stessa premier dopo la recente missione nel Golfo.

    La cellula terroristica pianificava attacchi contro diversi obiettivi e istituzioni ebraiche in Azerbaigian, tra cui l’ambasciata israeliana e la sinagoga a Baku. L’oleodotto era considerato un obiettivo strategico in quanto trasporta circa un terzo delle importazioni di petrolio di Israele, secondo quanto riferisce il comunicato. Stando alla dichiarazione israeliana, i membri della cellula avevano introdotto clandestinamente droni esplosivi in Azerbaigian e stavano raccogliendo informazioni sotto le direttive dei loro referenti iraniani. Secondo il comunicato, negli ultimi mesi Israele ha colpito una rete terroristica che prendeva di mira funzionari e obietti israeliani in tutto il mondo, e durante la campagna militare congiunta con gli Stati Uniti, iniziata lo scorso 28 febbraio, sono stati uccisi diversi membri di spicco dell’organizzazione.

    All’inizio di marzo, il Servizio di sicurezza statale dell’Azerbaigian aveva annunciato di aver sventato un piano attribuito ai servizi segreti iraniani per colpire alcuni obiettivi nel Paese, tra cui l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, l’ambasciata israeliana a Baku, un leader della comunità ebraica mizrahi e una sinagoga ashkenazita. Secondo quanto riferito dalle autorità azerbaigiane, “la serie di operazioni terroristiche e di intelligence pianificate è stata orchestrata dal servizio di intelligence del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dell’Iran (i pasdaran), che ha incaricato agenti locali di condurre attività di sorveglianza, procurarsi armi e garantire i trasporti”. Stando alle autorità, esplosivi sarebbero stati introdotti clandestinamente nel Paese da cittadini iraniani con il sostegno di complici azerbaigiani. Nei pressi dell’insediamento di Shikhov, nel distretto di Sabail, era stato trovato un contenitore con oltre 7,7 chilogrammi di esplosivo C-4, mentre nel distretto di Garadagh erano stati scoperti altri ordigni, tra cui una bomba telecomandata con un raggio d’azione di 250-300 metri. In seguito alle operazioni preventive, sono state arrestate diverse persone: quattro sono già state condannate a sei anni e sei mesi di reclusione per il loro coinvolgimento nel complotto, mentre altri sono stati fermati per preparazione di omicidio e possesso illegale di esplosivi e armi da fuoco.

    Secondo il comunicato israeliano, Rahman Moqadam, capo di una divisione per operazioni speciali dell’intelligence dei pasdaran, era a capo della cellula ed è stato ucciso nelle prime fasi dei bombardamenti in Iran. Stando a quanto ricostruito dalle autorità israeliane, Moqadam aveva reclutato e addestrato degli agenti sia all’interno che all’esterno dell’Iran, chiedendo loro di raccogliere informazioni su leader politici israeliani, funzionari della sicurezza, installazioni militari israeliane e occidentali, nonché porti e navi israeliane in tutto il mondo. Secondo quanto riferito da Israele, Moqadam prestava servizio sotto il comando di Majid Khademi, un alto funzionario dell’intelligence del Corpo delle guardie rivoluzionarie, anch’egli ucciso durante la guerra contro l’Iran.

    Un’altra figura centrale nella rete era Mohsen Suri, membro della stessa divisione di Moqadam. Secondo Israele, Suri incontrò cellule terroristiche al di fuori dell’Iran ed è stato ucciso in un attacco israeliano contro un rifugio dei pasdaran. A guidare la rete in Azerbaigian era Mahdi Yekeh-Dehghan, noto anche come “il dottore”. Il suo ruolo è stato scoperto a gennaio, quando le autorità turche hanno arrestato sei persone, tra cui un cittadino iraniano, con l’accusa di spionaggio politico e militare per conto dell’Iran, a seguito di raid coordinati in cinque province. Yekeh-Dehghan dirigeva la cellula, che si occupava di contrabbandare droni esplosivi dall’Iran attraverso la Turchia e fino a Cipro, nonché di raccogliere informazioni sulle forze statunitensi. Come riportato dalle Idf, a seguito dell’inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, i pasdaran hanno intensificato i loro sforzi per creare cellule terroristiche all’estero e compiere attentati.

  • L’Africa punta sul digitale come driver dello sviluppo

    Negli ultimi anni il dibattito sul ruolo dell’Africa nell’economia digitale globale si è progressivamente spostato da una narrazione di dipendenza tecnologica alla ricerca di una sovranità dei dati e delle infrastrutture digitali. Nel quadro di un più ampio processo di affrancamento da antichi legami coloniali, sempre più Paesi africani stanno cercando di ridefinire il proprio posizionamento nel settore, non limitandosi a essere mercati di consumo per tecnologie sviluppate altrove, ma tentando di costruire capacità interne, infrastrutture autonome e strategie politiche consapevoli. Paesi come Ruanda, Kenya, Egitto o Nigeria – fra gli altri – si sono impegnati in un ambizioso percorso di costruzione digitale ancora irto di difficoltà, in testa quella dell’elettrificazione di un continente dove circa 600 milioni di persone – circa due persone ogni cinque – non hanno accesso alla corrente. Il risultato è un panorama digitale plurale nel quale convivono modelli diversi, che combinano in maniera variabile apertura ai capitali esteri, controllo statale e sviluppo di capacità locali.

    L’Unione africana punta a lanciare entro il 2030 un mercato unico digitale, un’iniziativa pensata sulla falsariga dell’Area di libero scambio continentale (AfCfta), ancora in fase di costruzione. Il progetto vorrebbe uniformare le esperienze dei singoli Stati in un più coeso quadro continentale, tuttavia la strada verso una reale integrazione dei 55 Stati africani resta lunga e complessa: la tendenza comune a diversi Paesi a negoziare con le grandi aziende tecnologiche internazionali in funzione degli interessi nazionali convive infatti con una disparità di risorse e volontà politiche. La recente decisione dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Omc) di non rinnovare la moratoria che da quasi 30 anni proteggeva dai dazi i principali servizi digitali importati dall’Africa – software, servizi cloud, videogiochi, piattaforme di IA – espone inoltre il continente a costi più elevati proprio quando i giganti Amazon, Microsoft o Google hanno rafforzato la loro presenza in Africa e stabilito nel continente le loro prime infrastrutture. La stessa Amazon aveva firmato nel 2023 un accordo di integrazione tecnologica con la piattaforma di e-commerce senegalese Shopmeaway, aprendo ad un nuovo protagonismo africano nella costruzione di un mercato digitale più consapevole.

    Un caso emblematico di questa nuova fase lo offre la Namibia. L’autorità regolatrice delle comunicazioni ha di recente rifiutato di concedere una licenza operativa a Starlink, motivando la decisione con il fatto che, trattandosi di una società interamente controllata da capitale straniero, il suo modello operativo avrebbe sollevato interrogativi in termini di sicurezza nazionale e giurisdizione. La scelta di Windhoek va tuttavia oltre un semplice atto protezionistico e sembra esprimere una crescente consapevolezza politica. In quest’ottica, quella che a una prima lettura appare come il rifiuto di una dipendenza infrastrutturale da attori esterni in un settore strategico come quello della connettività potrebbe risultare, a uno sguardo più attento risulta invece essere un’attenta scelta di campo. Il Paese ha infatti aderito alla Nuova via della seta promossa dalla Cina, dalla quale sta già ottenendo finanziamenti consistenti per lo sviluppo di infrastrutture digitali. In questa prospettiva è possibile individuare alcune grandi direttrici lungo cui si stanno muovendo i Paesi africani.

    Una prima traiettoria è quella della sovranità regolatoria, in cui lo Stato esercita un controllo diretto sull’accesso al mercato tecnologico e sulla gestione delle infrastrutture. Questo modello è visibile, seppur in forme diverse, in contesti come il Ruanda e l’Etiopia. Kigali ha costruito un sistema di governance digitale altamente centralizzato, in cui l’innovazione viene promossa ma incanalata all’interno di un quadro normativo rigoroso. Sull’esempio di modelli asiatici – come Singapore – la tecnologia diventa così uno strumento per rafforzare la capacità statale, attraverso la digitalizzazione dei servizi pubblici e il controllo dei dati. Anche l’Etiopia ha storicamente privilegiato un approccio simile, mantenendo per anni un monopolio statale nelle telecomunicazioni. La recente apertura a operatori stranieri, voluta dal governo del premier Abiy Ahmed, non sembra voler rompere questa tradizione ma rivolgersi verso una graduale e più controllata liberalizzazione di un settore ritenuto prioritario.

    Accanto a questo modello si sviluppa una seconda traiettoria, basata su una collaborazione strategica con le grandi aziende tecnologiche. Il Kenya rappresenta uno degli esempi più avanzati di questo approccio. Attraverso piani come Vision 2030 – il piano di sviluppo lanciato nel 2008 con l’obiettivo di trasformare il Paese in una nazione industriale a reddito medio-alto – Nairobi ha costruito una politica industriale che mira a trasformare il Paese in un “hub” tecnologico regionale. In questo quadro, la presenza di attori globali nella “Silicon Savannah” ha contribuito a creare un ecosistema dell’innovazione di grande fermento, sostenuto dalla volontà di sviluppare competenze locali, attrarre investimenti e trattenere valore economico all’interno del sistema nazionale. Un’impostazione simile a quella keniota caratterizza anche l’Egitto, che sta investendo massicciamente in infrastrutture digitali, data center e nuove città intelligenti. Il Cairo punta a diventare un nodo strategico tra Africa, Medio Oriente ed Europa, utilizzando la propria posizione geografica per inserirsi nelle grandi reti globali.

    In questo filone si inserisce anche la cooperazione digitale italiana con l’Africa, culminata di recente nello sviluppo dell’AI Hub per lo sviluppo sostenibile. Un accordo di collaborazione strategica trilaterale è stato concluso a febbraio a Nuova Delhi tra Italia, India e Kenya per sviluppare il dispiegamento di infrastrutture di intelligenza artificiale in Africa: l’Italia sta lavorando al lancio di un programma di accelerazione destinato alle start-up africane, sostenuto da un fondo di venture capital iniziale di 50 milioni di euro promosso da Primo Capital e Harmonic Innovation Group. L’iniziativa prevede inoltre la creazione del primo incubatore italiano in Africa, focalizzato su tecnologie climatiche, sistemi alimentari e infrastrutture pubbliche digitali, nonché l’attivazione di un corridoio dell’innovazione che collegherà Italia, Nairobi, India e San Francisco, con il supporto del Centro finanziario internazionale di Nairobi per la strutturazione degli investimenti.

    Una terza direttrice è infine quella che punta ad affermare una sovranità industriale, o meglio a costruire un tessuto tecnologico domestico capace di competere a livello internazionale. La Nigeria, grazie alla sua scala demografica ed economica, ha sviluppato uno degli ecosistemi tecnologici più dinamici del continente, in particolare nel settore fintech, con grandi incubatori a Lagos capaci di attrarre investimenti milionari e un processo di digitalizzazione pubblica che ha coinvolto di recente la piattaforma dei porti. Il governo sta inoltre portando avanti un processo di regolamentazione dell’intelligenza artificiale per inquadrare lo sviluppo di piattaforme digitali in rapida crescita. Il Sudafrica, da parte sua, dispone di una base scientifica e industriale consolidata che coinvolge università, centri di ricerca e imprese, e si inserisce ugualmente in questo filone. Il 13 marzo a Pretoria è stato inaugurato l’African Digital Transformation Center (Adtc), una piattaforma sviluppata in collaborazione con l’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Uit), l’agenzia delle Nazioni Unite che dal 2023 ha lanciato una rete di centri di accelerazione per rafforzare le capacità digitali locali e sostenere l’innovazione a livello globale. Dei 18 centri previsti in tutto il mondo con funzioni di formazione e tutoraggio, sette saranno realizzati in Africa: Gabon, Kenya, Malawi, Senegal, Tanzania, Zimbabwe e Sudafrica.

  • Polveriera balcanica: si riaccendono le tensioni tra Serbia e Croazia

    La regione dei Balcani occidentali è tornata al centro dell’attenzione europea il mese scorso, con un riaccendersi delle tensioni tra Croazia e Serbia che riporta in primo piano il tema della sicurezza regionale e il rischio di una progressiva militarizzazione. Non si tratta di una crisi aperta, ma di una somma di segnali politici, militari e retorici che, nel loro insieme, delineano un contesto più instabile rispetto agli anni precedenti. Il culmine di questo nuovo confronto è stato raggiunto il 30 marzo, quando il presidente croato Zoran Milanovic ha deciso di annullare il vertice del Processo Brdo-Brioni previsto in maggio in Croazia. La motivazione ufficiale è stata molto dura: secondo la presidenza croata, “le dichiarazioni e le azioni politiche” del presidente serbo Aleksandar Vucic nelle ultime settimane sono “in completa contraddizione con gli obiettivi del Processo Brdo- Brioni”, perché “danneggiano le relazioni interstatali e mettono a rischio pace e stabilità nell’Europa sud-orientale”. Milanovic ha quindi concluso che “non esistono le condizioni” per una visita di Vucic in Croazia. L’episodio non è un dettaglio protocollare. Il Processo Brdo-Brijuni era nato proprio per favorire dialogo politico e cooperazione tra i Paesi dell’Europa sud-orientale, con il sostegno di Croazia e Slovenia. La sua sospensione, almeno di fatto, segnala che la tensione tra Zagabria e Belgrado ha superato la polemica bilaterale ed è arrivata a colpire anche uno dei pochi formati regionali pensati per mantenere aperto il confronto politico. In questo senso, il gesto croato è il sintomo più chiaro del deterioramento del clima regionale.

    La risposta di Vucic non ha contribuito a raffreddare il quadro. Il presidente serbo ha detto di sostenere la cancellazione del summit e ha aggiunto che per lui è “molto più importante” andare a deporre fiori a Jasenovac. Ha anche ironizzato sul fatto che Milanovic avrebbe potuto svolgere il vertice “con i suoi amici di Pristina e Tirana”, collegando così apertamente l’annullamento del Brdo-Brioni al contenzioso sull’intesa di cooperazione militare tra Croazia, Albania e Kosovo. La replica serba, insomma, ha confermato che la crisi diplomatica attuale è inseparabile dal tema della sicurezza e delle percezioni di minaccia reciproca. Il punto di rottura politico delle ultime settimane è stato proprio il modo in cui Belgrado ha descritto il memorandum firmato nel marzo 2025 da Croazia, Albania e Kosovo. Per la Serbia, quel documento ha “aperto una corsa agli armamenti nella regione” e rappresenta una “minaccia” alla stabilità regionale. L’emittente “Radio Free Europe” ha ricostruito che le autorità serbe hanno definito la dichiarazione una “provocazione” e una minaccia alla stabilità regionale. Dal lato opposto, il governo croato ha respinto la lettura serba, sostenendo che il documento “non mira alla creazione di alcuna alleanza militare” e che, anzi, “una simile alleanza, oltre all’appartenenza alla Nato, non è affatto necessaria”.

    Parlare di “nuova militarizzazione” dei Balcani è corretto solo in parte. Da un lato, è vero che il lessico politico è diventato più duro e che la cooperazione militare regionale è cresciuta. Dall’altro, non tutto ciò che viene presentato come “alleanza” lo è davvero. La dichiarazione fra Kosovo, Albania e Croazia, per come è stata resa pubblica, riguarda interoperabilità, addestramento, industrie della difesa, contrasto alle minacce ibride e sostegno alla prospettiva euro-atlantica del Kosovo. È un documento di cooperazione securitaria, non un trattato di mutua difesa. La narrazione serba, quindi, amplifica il significato politico del testo oltre la sua formulazione letterale. Questo non significa però che le paure di Belgrado siano irrilevanti. Vucic ha spinto il discorso molto oltre, affermando in un intervento pubblico che Serbia si starebbe “preparando per il loro attacco”, riferendosi a Croazia, Albania e Kosovo. Nella stessa sequenza politica e mediatica, però, ha anche rassicurato i cittadini sostenendo che questi Paesi non attaccheranno la Serbia, pur insistendo sul fatto che Belgrado deve restare pronta.

    Questa oscillazione tra allarmismo e rassicurazione è stata notata anche dai media serbi critici, che hanno osservato come la presidenza abbia rilanciato il memorandum di Tirana come strumento di mobilitazione interna. Sul versante croato, Milanovic ha reagito con toni altrettanto netti. La sua posizione, ricostruita dai media regionali e internazionali, è che le affermazioni serbe su un possibile attacco concertato da parte di Croazia, Albania e Kosovo siano pericolose perché normalizzano un linguaggio da crisi militare. In pratica, Zagabria sostiene che sia proprio Belgrado, usando sistematicamente la categoria della minaccia, a contribuire alla destabilizzazione politica dell’area. È su questa base che il presidente croato ha poi giustificato l’annullamento del summit Brdo-Brioni.

    La tensione attuale si inserisce inoltre in un contesto di riarmo reale, non solo verbale. La Croazia ha acquistato 12 caccia Rafale dalla Francia in un accordo annunciato nel 2021 per modernizzare la propria aeronautica. La Serbia, dal canto suo, ha firmato nel 2024 un accordo con Dassault Aviation per l’acquisto di Rafale, mentre Reuters ha sottolineato che entrambi i Paesi stanno acquistando anche altri sistemi moderni, in una dinamica che “alcuni esperti vedono come una corsa agli armamenti”. Lo stesso Reuters ha ricordato che la Serbia ha deciso di reintrodurre il servizio militare obbligatorio e che questa scelta è coincisa con una decisione analoga assunta in Croazia. È bene sottolineare, tuttavia, che l’acquisto di nuovi caccia o il ritorno alla coscrizione non equivalgono, da soli, a un’imminente deriva bellica. In gran parte dei Balcani, queste misure vengono giustificate con l’esigenza di modernizzare forze armate obsolete, adeguarsi agli standard Nato o rafforzare la deterrenza in una fase di instabilità internazionale più ampia, segnata dalla guerra in Ucraina e dalla crisi in Medio Oriente. Il problema è che, in una regione dove la memoria dei conflitti degli anni Novanta resta politicamente attiva, ogni misura di rafforzamento militare viene immediatamente letta anche attraverso la lente del passato.

    Ed è proprio il passato a rendere il contenzioso croato-serbo più sensibile di altri. Le relazioni tra i due Paesi restano condizionate dalle guerre jugoslave, dalle questioni irrisolte sui dispersi, dalle memorie contrapposte sui crimini di guerra e da un clima di diffidenza che riemerge ciclicamente. Reuters già nel 2018 notava che Zagabria e Belgrado cercavano di migliorare i rapporti, ma che i nodi su minoranze, confini e persone scomparse continuavano a pesare. La vicenda di Jasenovac evocata da Vucic nella risposta a Milanovic mostra quanto velocemente il confronto attuale possa tornare a saldarsi con i simboli più traumatici della storia novecentesca della regione. Un altro elemento importante è la diversa collocazione geopolitica degli attori balcanici. Secondo il portale regionale “European Western Balkans”, amarzo 2026 Albania, Kosovo, Montenegro e Macedonia del Nord si sono collocati con chiarezza nel campo euro-atlantico e a sostegno delle posizioni di Stati Uniti e alleati, mentre la Serbia ha mantenuto una linea di neutralità, cercando di preservare margini con tutti i partner.

    La Bosnia Erzegovina, invece, è apparsa divisa internamente. Questo conta perché la disputa tra Croazia e Serbia non si sviluppa nel vuoto: si innesta in una regione dove i governi stanno assumendo posture strategiche sempre più differenziate. Per quanto riguarda gli altri Paesi della regione, Albania e Kosovo hanno continuato a difendere la dichiarazione trilaterale con la Croazia come strumento di cooperazione e stabilizzazione. Il ministro della Difesa albanese Pirro Vengu ha sostenuto che Tirana non ha una tradizione di accordi segreti contro i vicini e ha accusato la Serbia di autoescludersi dalle iniziative regionali, rendendo poco credibile il suo racconto vittimistico. Il Kosovo, da parte sua, ha pubblicato il testo della dichiarazione insistendo su deterrenza, addestramento, industria della difesa e risposta alle minacce ibride. In sintesi, mentre Belgrado presenta il documento come un blocco ostile, Tirana, Pristina e Zagabria lo leggono come un tassello della loro integrazione euro-atlantica.

    Sarebbe eccessivo affermare, quindi, che i Balcani siano entrati in una nuova corsa agli armamenti paragonabile a quella di altre epoche. Ma sarebbe altrettanto sbagliato minimizzare. Nelle ultime settimane, infatti, si sono sommati diversi segnali: riarmo e modernizzazione militare in Croazia e Serbia, ritorno della coscrizione, polemiche feroci sull’intesa Croazia-Albania-Kosovo, accuse serbe di preparativi ostili e, infine, annullamento del vertice Brdo-Brijuni. Presi insieme, questi elementi non annunciano una guerra imminente, ma indicano chiaramente un deterioramento della fiducia politica regionale. Il punto più delicato è proprio questo: nei Balcani la destabilizzazione non comincia necessariamente con i carri armati, ma con la perdita di credibilità dei canali politici di gestione del conflitto. E quando la cooperazione regionale si inceppa proprio sul terreno della sicurezza, il rischio di militarizzazione smette di essere solo una formula giornalistica e diventa un problema politico concreto.

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