accordi

  • Francia e Ciad riprendono le relazioni bilaterali

    La Francia e il Ciad hanno rilanciato le relazioni bilaterali, a più di un anno dalla rottura dell’accordo di difesa culminato nel ritiro delle forze francesi di stanza nel Paese africano. A sancire la riapertura di una relazione di reciproco interesse è stato l’incontro tenuto all’Eliseo fra il presidente francese Emmanuel Macron e l’ormai presidente Mahamat Idriss Deby Itno, generale che ha preso il potere a N’Djamena dopo la morte del padre, nell’aprile del 2023.

    “Abbiamo la responsabilità di preservare i progressi compiuti, imparare dal passato e generare nuove ambizioni in linea con le aspettative e gli interessi dei nostri rispettivi popoli”, ha dichiarato Mahamat Idriss Déby in una nota rilasciata dall’ufficio della presidenza, mentre l’Eliseo ha sottolineato che “l’attenzione non è più rivolta alla sicurezza, ma alle dinamiche degli investimenti e degli scambi culturali”, segnando un cambiamento significativo nell’approccio francese alla regione.

    In una dichiarazione congiunta, Macron e Deby affermano di aver concordato “una serie di linee guida” che fungeranno da quadro “per rivitalizzare il partenariato franco-ciadiano in aree di interesse comune per entrambi i Paesi”. Da parte sua, il Ciad è particolarmente concentrato sulla ricerca di sostegno finanziario e investitori, posizione con la quale Parigi si dichiara in linea perché desidera “adottare una prospettiva economica e culturale” in questo “partenariato rivitalizzato”. “Rivitalizzare la cooperazione economica è una priorità”, ha affermato ancora la presidenza ciadiana, citando i settori dell’energia, del digitale, dell’agricoltura, dell’allevamento, dell’istruzione e della cultura. Le relazioni tra il Ciad e la sua ex potenza coloniale si erano deteriorate dopo la brusca risoluzione da parte di N’Djamena dell’accordo di difesa tra i due Paesi, annunciata nel novembre 2024.

    I due presidenti hanno anche discusso della situazione in Sudan, dove il conflitto tra l’esercito e le Forze di supporto rapido (Rsf) dall’aprile 2023 ha causato decine di migliaia di vittime e oltre 12 milioni di sfollati (dati Onu), di cui quasi un milione in Ciad. Secondo la presidenza francese, Macron e Déby hanno esortato le parti in conflitto ad attuare la tregua umanitaria proposta dal Quad – un gruppo di mediatori composto da Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – e hanno espresso la speranza di un contesto internazionale favorevole alla risoluzione del conflitto. Il Ciad, che condivide un confine di oltre 1.300 chilometri con il Sudan, ha denunciato le violazioni della sua integrità territoriale in seguito alla morte di due dei suoi militari a fine dicembre e di altri sette in un’incursione dell’Rsf a metà gennaio.

  • Per il Libano finanziamenti europei di oltre 110 milioni di dollari

    L’Unione europea e il governo libanese hanno firmato sei nuovi accordi di finanziamento, per un valore complessivo di 110,5 milioni di euro in sovvenzioni, per sostenere il settore della sicurezza nel Paese mediorientale, la ripresa nelle aree colpite dal conflitto tra Israele e Hezbollah, e le principali priorità di riforma. Lo ha riferito una delegazione dell’Ue citata dall’agenzia di stampa statale “Nna”, che precisa che tutti gli accordi sono stati firmati con il ministro delle Finanze Yassin Jaber. Queste sovvenzioni sono finanziate nell’ambito del pacchetto di sostegno da un miliardo di euro annunciato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, durante la sua visita a Beirut nel maggio 2014. “Queste sovvenzioni confermano il fermo impegno dell’Unione europea a favore della stabilità, della sovranità e della sicurezza del Libano e a rafforzare le istituzioni statali in questa fase critica della storia del Paese”, ha fatto sapere la delegazione, secondo cui “gli accordi riflettono anche un rinnovato slancio nelle relazioni tra l’Unione europea e il Libano, manifestato nella ripresa dei lavori del Consiglio di associazione Ue-Libano, nell’aumento degli scambi ad alto livello e nella conclusione di diverse nuove iniziative di cooperazione”.

    La delegazione Ue ha affermato che “continua a sostenere incondizionatamente le istituzioni di sicurezza libanesi”, spiegando che “saranno stanziati 30 milioni di euro per rafforzare le capacità delle forze di sicurezza interna di combattere la criminalità organizzata e la criminalità informatica, sostenendo nel contempo tutte le agenzie di sicurezza nei loro sforzi antiterrorismo, anche per contrastare il finanziamento del terrorismo e il contrabbando”. Inoltre, ha riferito, “ulteriori 25 milioni di euro saranno stanziati per migliorare la gestione integrata delle frontiere ai valichi di frontiera terrestri e negli aeroporti, e per migliorare la sicurezza marittima. Per garantire il funzionamento continuo e senza interruzioni delle strutture di sicurezza vitali, 8 milioni di euro saranno stanziati per fornire soluzioni energetiche sostenibili e affidabili alle istituzioni di sicurezza libanesi”.

    Un finanziamento da 25 milioni di euro è previsto per sostenere la ricostruzione nel sud del Libano e nella valle della Beqaa, le aree più colpite dalla guerra. “Il programma collaborerà a stretto contatto con i comuni per fornire servizi di base, sostenere progetti agricoli e ambientali su piccola scala, creare posti di lavoro attraverso lo sviluppo delle competenze, assistere le imprese locali e promuovere la coesione sociale”, ha fatto sapere la delegazione. La stessa fonte ha ribadito che il sostegno alle riforme in Libano rimane una priorità e a questo scopo saranno stanziati 13,5 milioni di euro per “sostenere l’attuazione della Strategia nazionale anticorruzione e per aiutare istituzioni pubbliche selezionate a rafforzare le proprie procedure e controlli interni, anche attraverso la trasformazione digitale, per migliorare i servizi forniti ai cittadini in modo trasparente”.

    Questi accordi fanno parte del pacchetto da 132 milioni di euro annunciato dal ministro delle Finanze libanese il mese scorso. “Questi programmi sono stati sviluppati in stretta consultazione con le controparti libanesi, comprese le agenzie di sicurezza e i ministeri competenti”, ha dichiarato la delegazione Ue, aggiungendo che “saranno attuati dalle agenzie degli Stati membri dell’Ue e dai partner delle Nazioni Unite, attingendo alla loro competenza tecnica e alla loro lunga esperienza”. “Questi accordi – ha concluso la delegazione – rappresentano un nuovo capitolo nella cooperazione tra l’Unione europea e il Libano. L’Ue rimane un partner affidabile e impegnato, al fianco del Libano e del suo popolo nel sostenere la stabilità, la ripresa e le riforme”.

  • Attenti ai furfanti che abusano del potere conferito o usurpato

    Tenete sempre divisi i furfanti. La sicurezza del resto della terra dipende da ciò.

    Jean de La Fontaine

    La storia ci insegna che sono state e ci sono tante persone che, per varie ragioni, hanno fatto e fanno di tutto per mettersi in mostra e attirare l’attenzione pubblica. Quanto sta accadendo anche in questi ultimi giorni nel mondo lo conferma. Il presidente statunitense è una di queste persone. Lui, ormai da un anno, da quando ha cominciato il suo secondo mandato presidenziale, non smette mai di mettersi in mostra con delle proposte, delle minacce e delle richieste, cercando però sempre di camuffare le sue vere intenzioni e i suoi interessi. Lui si sta presentando come colui che fa di tutto per la pace nel mondo. Ma in cambio chiede, anzi pretende, anche un meritato riconoscimento. Il Premio Nobel è una sua dichiarata ambizione. E “guai” se non lo si accontenta.

    Proprio oggi, il 19 gennaio è stata resa nota una lettera che il presidente degli Stati Uniti d’America ha scritto al primo ministro norvegese, in cui si riferiva alle sue ormai note pretese territoriali sulla Groenlandia. E tutto dopo aver minacciato le autorità dell’isola e della Danimarca. In quella lettera afferma: “Considerando che il vostro Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato 8 guerre in più, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla Pace, anche se sarà sempre predominante, ma ora posso pensare a ciò che è buono e giusto per gli Stati Uniti d’America”. Aggiungendo che “La Danimarca non può proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina, e perché mai dovrebbero avere un diritto di proprietà?”.

    Ovviamente in questi ultimi giorni l’attenzione pubblica e istituzionale, a livello internazionale, viene attirata dalla proposta del presidente degli Stati Uniti d’America per il “Board of Peace” (Comitato di Pace; n.d.a.), da lui stesso presieduto, per ripristinare la pace a Gaza. Si tratta di una sua “lungimirante invenzione” che intende applicarla, in seguito, sia nel caso dell’Ucraina che del Venezuela, costituendo così una struttura internazionale da contrapporre all’Organizzazione delle Nazioni Unite e al suo Consiglio di Sicurezza.

    Di fronte a simili sviluppi e situazioni internazionali, quanto sta succedendo in alcuni piccoli Paesi, anche in Europa, spesso sfugge all’attenzione pubblica e istituzionale, a livello internazionale. Il caso dell’Albania lo testimonia. E comunque si tratta di una realtà drammatica e preoccupante in un Paese membro della NATO e candidato ad aderire all’Unione europea. Una realtà che devono tenerla ben presente soprattutto alcuni dei “grandi dell’Europa”, che considerano “amico” un irresponsabile e voltagabbana autocrate, qual è il primo ministro del Paese.

    Riferendosi perciò alla realtà albanese, si potrebbero evidenziare innumerevoli scandali clamorosi e milionari, dei quali il nostro lettore da anni è stato informato, sempre con la dovuta oggettività. Uno di questi è il seguente. Il 24 settembre 2024 in Albania è stata costituita un’impresa a partecipazione statale, denominata KAYO, per “sviluppare un’industria militare moderna, basata sulle capacità locali e su partenariati strategici”. Tutto dopo che il Parlamento aveva approvato il 26 luglio 2024 un’apposita legge. L’impresa è organizzata come una società azionaria e l’autorità pubblica che rappresenta lo Stato è il ministero della Difesa. In seguito, il 12 giugno 2025, con una decisione del Consiglio dei ministri, è stato stabilito che la sopracitata impresa, quando diventa parte attiva di un’altra società, non deve mai avere meno di 45% del capitale della nuova società.

    Bisogna sottolineare che l’impresa a partecipazione statale KAYO, in base alla legge che la costituì, ha sia l’autorità che l’esclusività di utilizzare, insieme con le imprese/società con le quali divide le azioni, tutte le proprietà dell’esercito. Perciò le proprietà pubbliche, attualmente al possesso dell’esercito albanese, possono essere utilizzate anche dagli altri soci azionari dell’impresa a partecipazione statale, i quali, attraverso le proprietà dell’esercito, potranno realizzare guadagni milionari.

    E proprio nel giugno 2025 la proprietaria di una società albanese, costituita nel 2016, che opera nel campo della produzione e/o dell’adattamento dei mezzi motori per permettere l’installazione di armamenti di vario genere, ha deciso di vendere il 49% delle sue azioni ad una società di proprietà di un noto imprenditore israeliano, costituendo una nuova società comune. Ebbene, non erano passati neanche due mesi quando, nei primi giorni dell’agosto 2025, tra questa nuovissima società azionaria e la sopracitata impresa statale che opera, tra l’altro, nel campo degli armamenti, è stata costituita un’altra società azionaria. Ma nonostante la sopracitata decisione del Consiglio dei ministri stabiliva che quell’impresa statale non doveva mai avere meno di 45% del capitale societario, la sua quota di partecipazione era soltanto il 20% del capitale totale. Mentre l’80% del capitale apparteneva alla società privata. Una clamorosa e palese violazione legale da parte dell’impresa statale! Ma non c’è stato nessun intervento obbligatorio, da parte del ministero della Difesa, come rappresentante dello Stato, per impedire ed annullare la costituzione di questa società comune. Chissà perché?!

    Si sa però che la proprietaria della società albanese che opera nel campo della produzione e/o dell’adattamento dei mezzi motori per permettere l’installazione di armamenti di vario genere era stata promossa poco tempo fa pubblicamente dal primo ministro albanese, presentandola come un’imprenditrice di successo! Si sa anche che il noto imprenditore israeliano, il quale ha comprato il 49% del capitale della società di questa imprenditrice, è un “caro amico” del primo ministro. Mentre il dirigente dell’impresa statale, è stato un ex capo della polizia di Stato ed un “ubbidiente collaboratore” del primo ministro. E proprio in questo rapporto triangolare le cattive lingue hanno subito trovato anche la spiegazione del mancato intervento, da parte delle autorità competenti, per impedire la costituzione di questa società azionaria mista. Le cattive lingue, in più, hanno detto convinte che la costituzione di una simile società mista era stata ideata ed attuata solo e soltanto per abusare sia con ingenti somme di denaro pubblico e sia con le molte proprietà militari controllate dall’impresa statale. E, ovviamente, tutto con il beneplacito, se non con l’ordine, del primo ministro.

    Durante il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania, che ha avuto luogo il 13 novembre 2025 a Roma, sono stati firmati 16 diversi accordi che riguardano la cooperazione, in vari settori, tra i due Paesi. Il nostro lettore è stato informato di questo vertice intergovernativo a tempo debito (Luci e ombre su un vertice intergovernativo; 17 novembre 2025).

    Ebbene, uno degli accordi firmati durante quel vertice riguardava il settore della difesa. A quell’accordo ha fatto riferimento il primo ministro albanese alla fine del vertice, durante la congiunta conferenza di stampa con la Presidente del Consiglio dei ministri d’Italia. Secondo il primo ministro albanese le sette navi saranno costruite in Albania da “….un’impresa italo-albanese, in cui la parte italiana è Fincantieri e quella albanese è KAYO. È un’impresa congiunta che creerà lavoro, conoscenza per giovani albanese, che saranno pagati bene, e che fornirà all’Italia, all’Albania se ne avrà bisogno, e ad altri Paesi, le navi, che sono così importanti in questi giorni”. E si tratta proprio di KAYO, la stessa impresa statale che, come sopracitato, nei primi giorni dell’agosto 2025 è entrata in società, in palese violazione legale, con la società privata dell’imprenditrice di successo albanese e dell’imprenditore israeliano, un “caro amico” del primo ministro albanese. E tutto era accaduto prima del 13 novembre 2025, giorno in cui si svolse a Roma il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania. Chissà se i massimi rappresentanti dell’Italia ne erano però al corrente di questo fatto?!

    Chi scrive queste righe per il momento non aggiunge altro. Ma trova saggia l’affermazione di Jean de La Fontaine: “Tenete sempre divisi i furfanti. La sicurezza del resto della terra dipende da ciò”.  Non si sa se siano furfanti alcuni dei “grandi dell’Europa”, però si sa che alcuni di loro collaborano con un furfante, il primo ministro albanese, per realizzare determinati “interessi nazionali”.

  • Le terre rare della Groenlandia valgono più della vita degli iraniani

    Dopo aver dichiarato, durante le violenze del regime iraniano contro il suo popolo sceso nelle strade per cercare libertà, che non avrebbe tollerato ulteriori massacri o esecuzioni, Trump si è fidato della parola degli aguzzini, così sono stati inutilmente trucidate migliaia e migliaia di persone inermi, si sono tornate a programmare le impiccagioni e le famiglie degli uccisi sono ora controllate, ricattate e costrette a pagare per avere indietro le salme dei loro cari.

    Trump pensa alla Groenlandia e perciò non vuole infastidire su altri fronti, Ucraina ed Iran, i colleghi Putin e Xi-Jinping.

    Il regime degli ayatollah sembra aver ripreso il controllo e che una volta ancora il popolo sia stato schiacciato dalla repressione cruenta e crudele.

    Comprendendo la difficoltà di una situazione complessa  come quella di quell’area geografica, è già un passo avanti se diversi i paesi arabi riconoscono Israele mentre ancora si attende se e come saranno demilitarizzati i terroristi di Hamas, non riusciamo però a giustificare la mancanza di alcuni interventi americani che avrebbero aiutato la popolazione a raggiungere lo scopo per il quale tante persone, si parla di trentamila, si sono sacrificate accettando di morire affinché milioni di altri loro concittadini potessero vivere in  libertà, giustizia, democrazia.

    Agli Stati Uniti non mancavano e non mancano certo gli strumenti tecnologici ed informatici che, se utilizzati subito, avrebbero messo in ginocchio il sistema, bastava bloccare le comunicazioni delle televisioni e radio del regime, i sistemi di comunicazione, interne al regime stesso, tra forze armate, guardiani della rivoluzione, centrali elettriche, centri nevralgici e tutto quanto consentiva al potere di organizzare la sanguinaria repressione.

    La guerra si fa anche così, lo sa bene Putin che con i suoi hacker, giusto per dare un saggio di quello che sarebbe in grado di fare, da tempo mette in tilt aeroporti e strutture sensibili europee creando danni apparentemente per ora solo marginali ma che, se usati su larga scala, porterebbero alla paralisi del nostro sistema.

    Non si chiedeva a Trump di rapire la guida suprema iraniana, come ha fatto con Maduro, o di mandare missili o corpi speciali ma di usare la tecnologia americana per dare un aiuto concreto a chi, sfidando, e spesso trovando, la morte si batteva contro uno dei regimi più pericolosi sia verso il suo popolo che verso il contesto internazionale.

    Ancora una volta, per il presidente americano, gli affari hanno prevalso, infatti la Groenlandia si può benissimo difendere da attacchi russi o cinesi attraverso la NATO, della quale gli Stati Uniti fanno ancora parte, e alla quale Trump avrebbe potuto offrire, anche in parte a pagamento, lo scudo dorato che gli Stati Uniti stanno preparando per difendere i cieli da qualunque attacco.

    Prendersela con i paesi europei, minacciando o applicando dazi, oltre che dannoso è ridicolo e tragico nello stesso tempo, gli europei hanno il dovere di difendere la Groenlandia anche per difendere se stessi e quel poco di diritto internazionale che ancora sta in piedi, ma Trump, come Putin e Xi Jinping, vuole le terre rare delle quali la Groenlandia è ricca e che servono a tutti gli Stati per fare funzionare la tecnologia di oggi e di domani.

    Di fronte agli interessi conta veramente poco che siano morti, e moriranno ancora, migliaia di iraniani e di ucraini, le terre rare del Donbass o sepolte sotto i ghiacciai valgono più della vita e della libertà degli esseri umani.

  • Iran, Ucraina, fare la nostra parte

    Da un lato un popolo, oppresso da più di quaranta anni da un regime liberticida e violento, è sceso nelle piazze e nelle strade in cerca di libertà e giustizia, da un altro lato del mondo un popolo sta combattendo da quattro anni contro un invasore, spregiudicato e violento, per mantenere la propria libertà.

    I morti si assommano ai morti in Iran da dove le notizie arrivano molto ridotte mentre il regime spara sulle folle, in Ucraina gli edifici distrutti, compresi gli ospedali, le infrastrutture energetiche colpite testimoniano che Putin, incapace di vincere militarmente, cerca di distruggere la capacità di vivere e perciò di resistere dei civili.

    Nel frattempo a Gaza la fase due del piano di pace non può partire perché la fase uno, di fatto, non si è realizzata e sembra improbabile si realizzi mentre la popolazione civile continua a patire ed a morire.

    Non aiutano certo i palestinesi le violente manifestazioni italiane dei proPal ma forse aiuterebbe il popolo iraniano e quello ucraino se anche noi cittadini, che crediamo nella libertà e nella democrazia, facessimo sentire la nostra voce, al di là di ogni appartenenza politica e sostenessimo, sia nelle piazze che in tutte le occasioni possibili, la fine del regime degli ayatollah e il ritiro di Putin dalle terre ucraine.

    Aiuterebbe sapere con certezza che da oggi in avanti nessuno farà più affari di alcun tipo con l’Iran del regime e con la Russia di Putin, cessando le famigerate triangolazioni che hanno impedite di far sentire con più forza la stretta delle sanzioni ed hanno arricchito alcuni mentre tanti altri morivano.

    Tutti sanno che gli affari poco puliti aiutano i criminali, compresi quelli politici, tutti sembrano non ricordare che molta parte dello sviluppo economico della Cina, sostenitrice di Putin e dell’Iran, si è raggiunto per le tante merci contraffatte ed illegali che anche imprenditori italiani hanno commissionato e venduto.

    Cerchiamo di fare, per quel che possiamo, la nostra parte così, forse, anche la politica smetterà di polemizzare sul nulla e avvierà, anche da parte dell’opposizione, sempre più chiacchierona e mai propositiva, un nuovo percorso che aiuti chi sta morendo in nome della libertà e dei diritti umani che per noi, essendo la norma, sembrano non contare più a sufficienza.

  • I sei punti critici del Mercosur

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Ricapitoliamo la vicenda del Mercosur in sei punti e due N.B.

    Punto 1. Quando maggioranza ed opposizione esprimono il medesimo favorevole pensiero nei confronti di un accordo (Mercosur ora come precedentemente l’azzeramento degli sconti delle accise sui carburanti) significa che il piatto servito a tavola sono gli elettori o, nello specifico in questo caso, gli agricoltori.

    Punto 2. L’accordo relativo al libero scambio tra Ue, Brasile ed altri paesi dell’America Latina, utilizza il modello economico dell’Unione Europea già rivelatosi disastroso nel tessile-abbigliamento ed ora nell’automotive. In altre parole, anche in agricoltura si sceglie di privilegiare il modello di un possibile sviluppo economico che sia espressione essenzialmente della logica speculativa, la quale adotta come fattore competitivo il dumping normativo per le produzioni e di salvaguardia dei prodotti e, di conseguenza, dei consumatori, come per la tutela dei lavoratori, ma anche fiscale e di salvaguardia dei prodotti.

    Punto 3. Un mercato libero deve esprimere e reggersi su di un insieme di regole ed un quadro normativo condiviso da tutti i soggetti economici che operano al suo interno e, di conseguenza, dà la possibilità della reciproca verifica dei protocolli adottati.

    Punto 4. (Decisamente il più importante e colpevolmente ignorato dai favorevoli all’accordo). Andrebbe sottolineato a tutela della salute dei consumatori come nel mercato dell’America Latina gli antibiotici come gli ormoni della crescita, vietati in Italia ed Europa sia in agricoltura che per gli allevamenti, siano di libera vendita e difficilmente tracciabili e quindi ampiamente utilizzati proprio negli allevamenti di bestiame!

    Tra queste lìEstradiolo 17-β è tra le più critiche; sebbene ufficialmente bandito per l’esportazione verso l’UE, recenti audit della Commissione Europea hanno evidenziato che il Brasile non può garantire che la carne esportata ne sia priva. Ma anche Erbicidi: l’Amicarbazone, mai autorizzato in Europa, è ampiamente utilizzato nel Mercosur. Fungicidi: il Clorotalonil, vietato in UE dal 2019 per i rischi sulla salute e l’ambiente, è ancora ammesso in Brasile senza dimenticare gli insetticidi: il Novaluron, vietato in Europa dal 2012, è tra i prodotti leciti in Sud America. Circa il 27% dei pesticidi autorizzati in Brasile sono vietati nell’UE.

    Punto 5. Andrebbe inoltre ricordato a chi accusa il settore agricolo di assorbire il 30% del budget europeo che nel 2022, secondo i dati della Commissione Europea, l’intero settore agroalimentare dell’UE (che include l’agricoltura primaria come impiego diretto e le attività collegate come trasformazione, distribuzione e servizi come impiego indiretto) abbia generato circa 30 milioni di posti di lavoro, pari al 15% dell’occupazione totale nell’Unione. Questo valore rappresenta il contributo complessivo dell’agricoltura all’occupazione, considerando sia gli impieghi diretti (circa 8-9 milioni di persone nella produzione agricola primaria, basati su stime Eurostat per gli anni recenti) sia quelli indiretti, cioè trasformazione, logistica e commercio.

    Punto 6. Con il Mercosur viene favorita semplicemente la logica speculativa applicata in questo caso ai flussi commerciali intercontinentali, ma con ricadute disastrose per gli imprenditori agricoli soggetti alle pressanti norme europee e di conseguenza occupazionali.

    Il fatto, quindi, che maggioranza ed opposizione si dichiarino entrambi favorevoli a questo accordo significa semplicemente che come pasto da consumare verranno offerte le imprese dei contadini europei.

    N.B. Viceversa Francia. Austria, Polonia, Ungheria, Irlanda hanno deciso, votando contro di non offrire i propri contadini al banchetto organizzato con l’accordo.

    N.B.1 L’ approvazione e l’imposizione del Mercosur con il principio della approvazione a maggioranza, dimostra quanto sia garanzia di democrazia la tutela del principio della unanimità all’interno di una istituzione così variegata come quella dell’Unione Europea.

  • L’era del diritto del più forte

    Il presidente Zelensky ha detto agli ucraini che si è di fronte ad una scelta: o la propria dignità, e perciò la sovranità, l’indipendenza e la libertà, come il diritto internazionale dovrebbe garantire ad ogni nazione, o il rapporto con il più importante alleato e cioè gli Stati Uniti di Trump.

    Il presidente americano non si è invece posto il problema, la dignità e la libertà altrui non gli interessano teso, come è, a tessere rapporti economici e strategie politiche che non badano ai diritti, anche se sovranazionali, perché, come è ormai chiaro a tutti, siamo tornati all’epoca del diritto del più forte.

    Putin ha da sempre rappresentato per Trump, oltre a vari tipi di interessi, anche per il coinvolgimento nello scacchiere internazionale del convitato di pietra, la Cina di Xi Jinping, l‘incarnazione di un sogno per lui irrealizzabile, almeno al momento, essere libero dai condizionamenti dei cittadini e delle altre istituzioni.

    Putin è l’uomo che non deve chiedere mai, come nella pubblicità, è il cavaliere a torso nudo, il combattente delle arti marziali, colui che si bagna in acque gelide e che comanda, imperturbabile, la grande Russia da 25 anni.

    Presidente, primo ministro, ancora presidente, l’uomo capace di piegare, modificare le leggi a suo piacimento, il nuovo zar che, con il suo sodale Kyrill, fa per tre volte il segno della croce accendendo candele, tra i fumi dell’incenso ed i canti religiosi, mentre ordina ai suoi di bombardare civili e bambini o di inscenare l’ennesimo finto suicidio di un suo ex compagno di manovre miliardarie.

    Cosa dire agli ucraini, ormai vicini all’abbandono da parte del maggiore alleato, sostenuti in modo troppo blando da un’Europa incapace di comprendere come oggi, sul campo di battaglia e su quelle delle trattative, per una auspicabile fine della guerra, ci sia il destino di ciascuno, non solo dell’Ucraina: il paracadute americano non c’è più, dobbiamo fare da soli ed i ‘volonterosi’ sono ancora troppo pochi e forse anche un po’ troppo titubanti.

    Cosa dire ad un’Unione Europea, con più abitanti degli Stati Uniti, priva di peso politico e militare, per la volontà dei suoi leader vecchi dentro, legati a concetti ottocenteschi, che non difendono, come credono, ingannandosi vicendevolmente, la vera integrità culturale e morale delle singole nazioni ma invece impediscono la nascita ed il consolidamento di una realtà autenticamente occidentale?

    L’Occidente deve trovare una strada per la pace tra Russia ed Ucraina, ma la pace non può nascere da un accodo che rappresenti la sconfitta dell’aggredito, delle leggi internazionali, ed il trionfo dell’aggressore.

    Se Trump e gli europei lo capiranno ci sarà la possibilità di trovare soluzioni, altrimenti la sconfitta dell’Ucraina, la sua perdita di sovranità e di vera indipendenza, significherà avere aperto la strada ad un mondo nel quale solo la forza avrà voce in capitolo.

    Ed in questo nuovo mondo tutto diventerà possibile, tra intelligenza artificiale, strumenti atomici per la guerra e violazione dei diritti lo scenario diventa non di fantapolitica ma di agghiacciante realtà.

  • Luci e ombre su un vertice intergovernativo

    Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie

    George Orwell

    Giovedì scorso, 13 novembre, si è svolto il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania. Il vertice ha avuto luogo a Villa Doria Pamphili a Roma ed è stato presieduto dalla Presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia e il Primo Ministro d’Albania. I rappresentanti dei due governi hanno firmato 16 diversi accordi che riguardano la cooperazione tra i due Paesi in vari settori come quelli della migrazione, delle infrastrutture, della difesa e sicurezza, dell’energia, dell’ambiente, della salute, dell’innovazione e della formazione.

    Una particolare attenzione durante quel vertice l’ha avuta la situazione dei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) costruiti ormai in Albania. Si tratta di una questione molto dibattuta sia in Italia che in Albania, ma anche a livello internazionale. Dibattiti, critiche, contestazioni e proteste, ma anche convinzione ed ottimismo che si susseguono e si esprimono dal 6 novembre 2023, giorno in cui la Presidente del Consiglio di Ministri d’Italia ed il primo ministro d’Albania hanno firmato a Roma il Protocollo tra il governo della Repubblica d’Italia e il Consiglio dei Ministri della Repubblica di Albania per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria.

    Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito sia sul Protocollo che sulle reazioni pubbliche ed istituzionali, a livello locale ed internazionale. L’autore di queste righe scriveva una settimana dopo che la notizia fosse resa pubblica: “Lunedì scorso, il 6 novembre, a Roma è stato firmato, dai rispettivi primi ministri, un accordo tra l’Italia e l’Albania. Secondo quell’accordo l’Italia potrà beneficiare dei territori in Albania per organizzare e gestire due campi dove arriveranno circa 36.000 profughi all’anno per almeno cinque anni! … Profughi che l’Italia non ha potuto, nonostante un accordo firmato recentemente con la Tunisia, fermare ad arrivare nelle coste italiane. Ma per fortuna il primo ministro italiano ha un ‘caro amico” in Albania, il primo ministro albanese”. (Un autocrate irresponsabile e altri che seguono i propri interessi; 14 novembre 2023).

    Ed era proprio quel primo ministro che solo due anni prima, il 18 novembre 2021, aveva dichiarato convinto e perentorio che “L’Albania non sarà mai un Paese dove paesi molto ricchi possano creare campi per i loro rifugiati. Mai!”. Chissà perché due anni dopo lui ha cambiato completamente la sua opinione?! Ed è lo stesso che adesso ha cominciato il suo quarto mandato consecutivo, dopo il massacro elettorale del 11 maggio scorso. Come altri autocrati, suoi simili.

    Durante il vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania svoltosi a Roma giovedì scorso, compresa anche la conferenza stampa dei due capi del governo, il tema del trattamento dei profughi, nei due campi sul territorio albanese, ha ottenuto un ampio spazio. Tutto dovuto alle continue contestazioni da parte dei rappresentanti dell’opposizione in Italia, alle decisioni della sezione per i diritti della persona e immigrazione del Tribunale di Roma sui profughi arrivati in Albania, nonché alle molte critiche ufficialmente espresse da diverse istituzioni e organizzazioni internazionali che si occupano dei diritti dell’uomo.

    La presidente del Consiglio dei Ministri’d’Italia, durante la congiunta conferenza stampa con il suo omologo albanese, ha dichiarato, riferendosi al Protocollo sui migranti, che “Non tutti hanno compreso la validità del modello”. E poi ha aggiunto convinta: “…tanti hanno lavorato per frenarlo o bloccarlo, ma noi siamo determinati ad andare avanti, perché è un meccanismo che ha la potenzialità di cambiare il paradigma sulla gestione dell’immigrazione”.

    Durante la stessa conferenza stampa il primo ministro albanese ha dichiarato che “…l’Italia può chiedere all’Albania quello che gli viene in mente e noi risponderemo di sì”. Poi ha replicato ad un giornalista di Rai3 che gli aveva chiesto se si fosse pentito dell’Accordo sui migranti del 6 novembre 2023, che ancora non era entrato a regime e se lo riproporrebbe ad altri Paesi europei. Il primo ministro, che è abituato ormai ad essere duro e anche minaccioso con quei giornalisti che gli fanno delle domande a lui non gradite, ha risposto “…Se non si è pentito lei che fa da due anni la stessa domanda, come posso pentirmene io”. E poi ha aggiunto “…Non so cosa capiranno quelli che seguiranno la sua cronaca”.

    In seguito a quell’atteggiamento scontroso del primo ministro albanese ha subito reagito anche il Comitato di redazione di Rai3. A nome di tutti i giornalisti della rete, il Comitato, riferendosi alla domanda del giornalista, dichiara che “… La domanda è più che mai attuale e interessante. In un Paese democratico si risponde o, magari, non si risponde, ma non è accettabile che si attacchi frontalmente l’intervistatore facendo del sarcasmo prolungato e fuori luogo e pretendendo, come è successo oggi a Villa Pamphili, di dettare al giornalista cosa dovrebbe scrivere. Crediamo che le domande siano il prerequisito indispensabile di uno Stato libero e democratico. Per questo noi certamente non ci vergogniamo, anzi, siamo orgogliosi di continuare a farne”.

    Durante il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania di giovedì scorso, sono stati firmati il memorandum tra i ministri degli Esteri sulla cooperazione nel settore della sicurezza cibernetica, il memorandum di cooperazione tra ministri dell’Interno per il contrasto al traffico di droga, degli accordi di cooperazione nel settore della difesa, compresi quelli della collaborazione tra alcune imprese italiane ed albanesi, l’accordo per il potenziamento del settore neonatale albanese, l’accordo per un credito d’aiuto della cooperazione allo sviluppo a favore della Protezione civile albanese ecc..

    Sempre nell’ambito del Protocollo sui migranti tra l’Italia e l’Albania, è stata firmata anche l’intesa tecnica per la consegna di due pattugliatori alla Guardia Costiera albanese. Sono state immediate però le critiche in Albania da parte degli specialisti. Secondo loro la rottamazione dei due vecchi pattugliatori “donati” costa molto di più del loro reale valore finanziario. Ma soprattutto, la “donazione” delle due navi che pattuglieranno insieme con le navi italiane permetterà l’attivazione dei due Centri di permanenza per i rimpatri che si trovano in Albania, evitando anche le decisioni della sezione per i diritti della persona e immigrazione del Tribunale di Roma. Sì, perché catturato e fatto salire su una nave che batte bandiera albanese, il profugo è entrato nel territorio albanese, un Paese non comunitario, dove si trovano anche i due Centri di permanenza per i rimpatri. Perciò il caso non può essere più giudicato da un tribunale italiano.

    Durante il sopracitato vertice la Presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia ha espresso il suo pieno appoggio per sostenere l’avanzamento dell’Albania nel suo processo europeo. Una manna santa per il suo “caro amico”, il primo ministro albanese. Colui che ormai, non avendo più cosa promettere, sta cercando di ingannare gli albanesi con la “promessa europea”. Al vertice di Roma era presente però anche la vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Forse la presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia non sapeva che lei, insieme con il primo ministro, sono i principali accusati per corruzione in uno scandalo clamoroso reso pubblico recentemente. Perché se no, avrebbe cambiato alcune sue dichiarazioni, soprattutto quelle riguardanti il processo europeo dell’Albania. Un processo che non dovrebbe mai e poi mai “assolvere” la corruzione.

    Chi scrive queste righe per il momento si ferma qui, ma pensa che spesso si avvera l’affermazione di George Orwell: “Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie”.

  • Sansal al salvo il Germania, distensione tra Francia e Algeria

    Il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune, e il capo dello Stato francese, Emmanuel Macron, potrebbero incontrarsi in Sudafrica, a margine del vertice del G20 in programma dal 22 al 23 novembre, organizzato in concomitanza con il summit congiunto Unione europea–Unione africana (Ua). “Agenzia Nova” apprende da fonti qualificate che i due leder dovrebbero tenere un faccia a faccia per dare un segnale concreto di distensione dopo oltre un anno di forte tensione diplomatica tra Parigi e Algeri. Negli ultimi mesi diversi indicatori suggeriscono un lento miglioramento del clima bilaterale. Media francesi rilevano come si siano moltiplicati i messaggi politici volti a ricostruire un canale di dialogo, dopo mesi di gelo istituzionale. In questo contesto si inserisce il recente appello dell’ambasciatore francese ad Algeri, Stéphane Romatet, che ha chiesto a Parigi un approccio “rigoroso e trasparente” verso l’Algeria, sollecitando una rapida ripresa della cooperazione nei dossier sicurezza e migrazione.

    Romatet ha insistito in particolare sulla necessità di riattivare il meccanismo dei lasciapassare consolari, considerato indispensabile per l’espulsione dalla Francia degli individui più pericolosi destinatari di ordini di rimpatrio verso l’Algeria. Diplomatici francesi hanno inoltre accolto positivamente il recente gesto umanitario concesso da Algeri allo scrittore Boualem Sansal, liberato dalla detenzione e consegnato alla Germania (Algeri aveva detto no ad analoga richiesta dell’Italia, sollecitata da Parigi). A rafforzare l’impressione di una fase di graduale normalizzazione contribuiscono anche le dichiarazioni del ministro dell’Interno francese, Laurent Nunez, che ha lasciato intendere la possibilità di una visita ufficiale ad Algeri nelle prossime settimane, su invito dell’omologo algerino.

    Secondo osservatori regionali, la liberazione di Sansal potrebbe rivelarsi un catalizzatore per la riapertura dei canali politico-diplomatici tra i due Paesi, favorendo misure di de-escalation reciproca e l’uscita dalla lunga crisi bilaterale che negli ultimi mesi aveva pressoché congelato il dialogo. Tra i dossier più sensibili restano la cooperazione in materia di sicurezza nel Sahel, le questioni memoriali legate al periodo coloniale, il regime dei visti, la gestione dei lasciapassare consolari e la revisione dell’Accordo del 1968 sulla migrazione algerina in Francia. Tebboune parteciperà al G20 su invito del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa. Macron, impegnato in un tour africano dal 20 al 24 novembre, visiterà Mauritius, Sudafrica, Gabon e Angola, prima di partecipare al G20 e al vertice Ue–Ua.

    L’ultimo incontro diretto tra i due presidenti risale al maggio 2024, in occasione del vertice del G7 in Italia. Una visita ufficiale di Tebboune a Parigi, prevista per l’autunno 2024, era stata più volte rinviata a causa delle persistenti divergenze, in particolare sul capitolo della memoria. Istituito nel 1999, il G20 è oggi il principale forum di governance economica globale. I suoi membri rappresentano l’85 per cento del prodotto interno lordo mondiale e oltre il 75 per cento del commercio globale. Ne fanno parte Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Corea del Sud, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti, insieme all’Ue e – dal 2023 – all’Ua.

  • Gli accordi commerciali dell’UE accelerano la crescita delle esportazioni e sostengono la diversificazione

    Secondo la quinta relazione annuale sull’attuazione e l’applicazione della politica commerciale dell’UE l’ampia rete di accordi commerciali dell’UE aiuta le imprese a trovare mercati alternativi per le loro esportazioni, riducendo allo stesso tempo le dipendenze in un contesto geopolitico difficile.

    La relazione, relativa al 2024 e al primo semestre del 2025, conclude che gli accordi commerciali dell’UE incentivano la resilienza e la competitività degli operatori economici dell’UE. Inoltre, gli accordi commerciali dell’UE sostengono la diversificazione e la stabilità della catena di approvvigionamento.

    L’UE sta attivamente ampliando la propria rete di accordi commerciali. Infatti, l’anno scorso sono entrati in vigore due nuovi accordi preferenziali dell’UE (un accordo di libero scambio con la Nuova Zelanda e un accordo di partenariato economico con il Kenya), portando a ben 44 il numero totale di accordi commerciali dell’UE attualmente in vigore, conclusi con 76 partner commerciali preferenziali.

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