accordi

  • L’era del diritto del più forte

    Il presidente Zelensky ha detto agli ucraini che si è di fronte ad una scelta: o la propria dignità, e perciò la sovranità, l’indipendenza e la libertà, come il diritto internazionale dovrebbe garantire ad ogni nazione, o il rapporto con il più importante alleato e cioè gli Stati Uniti di Trump.

    Il presidente americano non si è invece posto il problema, la dignità e la libertà altrui non gli interessano teso, come è, a tessere rapporti economici e strategie politiche che non badano ai diritti, anche se sovranazionali, perché, come è ormai chiaro a tutti, siamo tornati all’epoca del diritto del più forte.

    Putin ha da sempre rappresentato per Trump, oltre a vari tipi di interessi, anche per il coinvolgimento nello scacchiere internazionale del convitato di pietra, la Cina di Xi Jinping, l‘incarnazione di un sogno per lui irrealizzabile, almeno al momento, essere libero dai condizionamenti dei cittadini e delle altre istituzioni.

    Putin è l’uomo che non deve chiedere mai, come nella pubblicità, è il cavaliere a torso nudo, il combattente delle arti marziali, colui che si bagna in acque gelide e che comanda, imperturbabile, la grande Russia da 25 anni.

    Presidente, primo ministro, ancora presidente, l’uomo capace di piegare, modificare le leggi a suo piacimento, il nuovo zar che, con il suo sodale Kyrill, fa per tre volte il segno della croce accendendo candele, tra i fumi dell’incenso ed i canti religiosi, mentre ordina ai suoi di bombardare civili e bambini o di inscenare l’ennesimo finto suicidio di un suo ex compagno di manovre miliardarie.

    Cosa dire agli ucraini, ormai vicini all’abbandono da parte del maggiore alleato, sostenuti in modo troppo blando da un’Europa incapace di comprendere come oggi, sul campo di battaglia e su quelle delle trattative, per una auspicabile fine della guerra, ci sia il destino di ciascuno, non solo dell’Ucraina: il paracadute americano non c’è più, dobbiamo fare da soli ed i ‘volonterosi’ sono ancora troppo pochi e forse anche un po’ troppo titubanti.

    Cosa dire ad un’Unione Europea, con più abitanti degli Stati Uniti, priva di peso politico e militare, per la volontà dei suoi leader vecchi dentro, legati a concetti ottocenteschi, che non difendono, come credono, ingannandosi vicendevolmente, la vera integrità culturale e morale delle singole nazioni ma invece impediscono la nascita ed il consolidamento di una realtà autenticamente occidentale?

    L’Occidente deve trovare una strada per la pace tra Russia ed Ucraina, ma la pace non può nascere da un accodo che rappresenti la sconfitta dell’aggredito, delle leggi internazionali, ed il trionfo dell’aggressore.

    Se Trump e gli europei lo capiranno ci sarà la possibilità di trovare soluzioni, altrimenti la sconfitta dell’Ucraina, la sua perdita di sovranità e di vera indipendenza, significherà avere aperto la strada ad un mondo nel quale solo la forza avrà voce in capitolo.

    Ed in questo nuovo mondo tutto diventerà possibile, tra intelligenza artificiale, strumenti atomici per la guerra e violazione dei diritti lo scenario diventa non di fantapolitica ma di agghiacciante realtà.

  • Luci e ombre su un vertice intergovernativo

    Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie

    George Orwell

    Giovedì scorso, 13 novembre, si è svolto il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania. Il vertice ha avuto luogo a Villa Doria Pamphili a Roma ed è stato presieduto dalla Presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia e il Primo Ministro d’Albania. I rappresentanti dei due governi hanno firmato 16 diversi accordi che riguardano la cooperazione tra i due Paesi in vari settori come quelli della migrazione, delle infrastrutture, della difesa e sicurezza, dell’energia, dell’ambiente, della salute, dell’innovazione e della formazione.

    Una particolare attenzione durante quel vertice l’ha avuta la situazione dei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) costruiti ormai in Albania. Si tratta di una questione molto dibattuta sia in Italia che in Albania, ma anche a livello internazionale. Dibattiti, critiche, contestazioni e proteste, ma anche convinzione ed ottimismo che si susseguono e si esprimono dal 6 novembre 2023, giorno in cui la Presidente del Consiglio di Ministri d’Italia ed il primo ministro d’Albania hanno firmato a Roma il Protocollo tra il governo della Repubblica d’Italia e il Consiglio dei Ministri della Repubblica di Albania per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria.

    Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito sia sul Protocollo che sulle reazioni pubbliche ed istituzionali, a livello locale ed internazionale. L’autore di queste righe scriveva una settimana dopo che la notizia fosse resa pubblica: “Lunedì scorso, il 6 novembre, a Roma è stato firmato, dai rispettivi primi ministri, un accordo tra l’Italia e l’Albania. Secondo quell’accordo l’Italia potrà beneficiare dei territori in Albania per organizzare e gestire due campi dove arriveranno circa 36.000 profughi all’anno per almeno cinque anni! … Profughi che l’Italia non ha potuto, nonostante un accordo firmato recentemente con la Tunisia, fermare ad arrivare nelle coste italiane. Ma per fortuna il primo ministro italiano ha un ‘caro amico” in Albania, il primo ministro albanese”. (Un autocrate irresponsabile e altri che seguono i propri interessi; 14 novembre 2023).

    Ed era proprio quel primo ministro che solo due anni prima, il 18 novembre 2021, aveva dichiarato convinto e perentorio che “L’Albania non sarà mai un Paese dove paesi molto ricchi possano creare campi per i loro rifugiati. Mai!”. Chissà perché due anni dopo lui ha cambiato completamente la sua opinione?! Ed è lo stesso che adesso ha cominciato il suo quarto mandato consecutivo, dopo il massacro elettorale del 11 maggio scorso. Come altri autocrati, suoi simili.

    Durante il vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania svoltosi a Roma giovedì scorso, compresa anche la conferenza stampa dei due capi del governo, il tema del trattamento dei profughi, nei due campi sul territorio albanese, ha ottenuto un ampio spazio. Tutto dovuto alle continue contestazioni da parte dei rappresentanti dell’opposizione in Italia, alle decisioni della sezione per i diritti della persona e immigrazione del Tribunale di Roma sui profughi arrivati in Albania, nonché alle molte critiche ufficialmente espresse da diverse istituzioni e organizzazioni internazionali che si occupano dei diritti dell’uomo.

    La presidente del Consiglio dei Ministri’d’Italia, durante la congiunta conferenza stampa con il suo omologo albanese, ha dichiarato, riferendosi al Protocollo sui migranti, che “Non tutti hanno compreso la validità del modello”. E poi ha aggiunto convinta: “…tanti hanno lavorato per frenarlo o bloccarlo, ma noi siamo determinati ad andare avanti, perché è un meccanismo che ha la potenzialità di cambiare il paradigma sulla gestione dell’immigrazione”.

    Durante la stessa conferenza stampa il primo ministro albanese ha dichiarato che “…l’Italia può chiedere all’Albania quello che gli viene in mente e noi risponderemo di sì”. Poi ha replicato ad un giornalista di Rai3 che gli aveva chiesto se si fosse pentito dell’Accordo sui migranti del 6 novembre 2023, che ancora non era entrato a regime e se lo riproporrebbe ad altri Paesi europei. Il primo ministro, che è abituato ormai ad essere duro e anche minaccioso con quei giornalisti che gli fanno delle domande a lui non gradite, ha risposto “…Se non si è pentito lei che fa da due anni la stessa domanda, come posso pentirmene io”. E poi ha aggiunto “…Non so cosa capiranno quelli che seguiranno la sua cronaca”.

    In seguito a quell’atteggiamento scontroso del primo ministro albanese ha subito reagito anche il Comitato di redazione di Rai3. A nome di tutti i giornalisti della rete, il Comitato, riferendosi alla domanda del giornalista, dichiara che “… La domanda è più che mai attuale e interessante. In un Paese democratico si risponde o, magari, non si risponde, ma non è accettabile che si attacchi frontalmente l’intervistatore facendo del sarcasmo prolungato e fuori luogo e pretendendo, come è successo oggi a Villa Pamphili, di dettare al giornalista cosa dovrebbe scrivere. Crediamo che le domande siano il prerequisito indispensabile di uno Stato libero e democratico. Per questo noi certamente non ci vergogniamo, anzi, siamo orgogliosi di continuare a farne”.

    Durante il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania di giovedì scorso, sono stati firmati il memorandum tra i ministri degli Esteri sulla cooperazione nel settore della sicurezza cibernetica, il memorandum di cooperazione tra ministri dell’Interno per il contrasto al traffico di droga, degli accordi di cooperazione nel settore della difesa, compresi quelli della collaborazione tra alcune imprese italiane ed albanesi, l’accordo per il potenziamento del settore neonatale albanese, l’accordo per un credito d’aiuto della cooperazione allo sviluppo a favore della Protezione civile albanese ecc..

    Sempre nell’ambito del Protocollo sui migranti tra l’Italia e l’Albania, è stata firmata anche l’intesa tecnica per la consegna di due pattugliatori alla Guardia Costiera albanese. Sono state immediate però le critiche in Albania da parte degli specialisti. Secondo loro la rottamazione dei due vecchi pattugliatori “donati” costa molto di più del loro reale valore finanziario. Ma soprattutto, la “donazione” delle due navi che pattuglieranno insieme con le navi italiane permetterà l’attivazione dei due Centri di permanenza per i rimpatri che si trovano in Albania, evitando anche le decisioni della sezione per i diritti della persona e immigrazione del Tribunale di Roma. Sì, perché catturato e fatto salire su una nave che batte bandiera albanese, il profugo è entrato nel territorio albanese, un Paese non comunitario, dove si trovano anche i due Centri di permanenza per i rimpatri. Perciò il caso non può essere più giudicato da un tribunale italiano.

    Durante il sopracitato vertice la Presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia ha espresso il suo pieno appoggio per sostenere l’avanzamento dell’Albania nel suo processo europeo. Una manna santa per il suo “caro amico”, il primo ministro albanese. Colui che ormai, non avendo più cosa promettere, sta cercando di ingannare gli albanesi con la “promessa europea”. Al vertice di Roma era presente però anche la vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Forse la presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia non sapeva che lei, insieme con il primo ministro, sono i principali accusati per corruzione in uno scandalo clamoroso reso pubblico recentemente. Perché se no, avrebbe cambiato alcune sue dichiarazioni, soprattutto quelle riguardanti il processo europeo dell’Albania. Un processo che non dovrebbe mai e poi mai “assolvere” la corruzione.

    Chi scrive queste righe per il momento si ferma qui, ma pensa che spesso si avvera l’affermazione di George Orwell: “Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie”.

  • Sansal al salvo il Germania, distensione tra Francia e Algeria

    Il presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune, e il capo dello Stato francese, Emmanuel Macron, potrebbero incontrarsi in Sudafrica, a margine del vertice del G20 in programma dal 22 al 23 novembre, organizzato in concomitanza con il summit congiunto Unione europea–Unione africana (Ua). “Agenzia Nova” apprende da fonti qualificate che i due leder dovrebbero tenere un faccia a faccia per dare un segnale concreto di distensione dopo oltre un anno di forte tensione diplomatica tra Parigi e Algeri. Negli ultimi mesi diversi indicatori suggeriscono un lento miglioramento del clima bilaterale. Media francesi rilevano come si siano moltiplicati i messaggi politici volti a ricostruire un canale di dialogo, dopo mesi di gelo istituzionale. In questo contesto si inserisce il recente appello dell’ambasciatore francese ad Algeri, Stéphane Romatet, che ha chiesto a Parigi un approccio “rigoroso e trasparente” verso l’Algeria, sollecitando una rapida ripresa della cooperazione nei dossier sicurezza e migrazione.

    Romatet ha insistito in particolare sulla necessità di riattivare il meccanismo dei lasciapassare consolari, considerato indispensabile per l’espulsione dalla Francia degli individui più pericolosi destinatari di ordini di rimpatrio verso l’Algeria. Diplomatici francesi hanno inoltre accolto positivamente il recente gesto umanitario concesso da Algeri allo scrittore Boualem Sansal, liberato dalla detenzione e consegnato alla Germania (Algeri aveva detto no ad analoga richiesta dell’Italia, sollecitata da Parigi). A rafforzare l’impressione di una fase di graduale normalizzazione contribuiscono anche le dichiarazioni del ministro dell’Interno francese, Laurent Nunez, che ha lasciato intendere la possibilità di una visita ufficiale ad Algeri nelle prossime settimane, su invito dell’omologo algerino.

    Secondo osservatori regionali, la liberazione di Sansal potrebbe rivelarsi un catalizzatore per la riapertura dei canali politico-diplomatici tra i due Paesi, favorendo misure di de-escalation reciproca e l’uscita dalla lunga crisi bilaterale che negli ultimi mesi aveva pressoché congelato il dialogo. Tra i dossier più sensibili restano la cooperazione in materia di sicurezza nel Sahel, le questioni memoriali legate al periodo coloniale, il regime dei visti, la gestione dei lasciapassare consolari e la revisione dell’Accordo del 1968 sulla migrazione algerina in Francia. Tebboune parteciperà al G20 su invito del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa. Macron, impegnato in un tour africano dal 20 al 24 novembre, visiterà Mauritius, Sudafrica, Gabon e Angola, prima di partecipare al G20 e al vertice Ue–Ua.

    L’ultimo incontro diretto tra i due presidenti risale al maggio 2024, in occasione del vertice del G7 in Italia. Una visita ufficiale di Tebboune a Parigi, prevista per l’autunno 2024, era stata più volte rinviata a causa delle persistenti divergenze, in particolare sul capitolo della memoria. Istituito nel 1999, il G20 è oggi il principale forum di governance economica globale. I suoi membri rappresentano l’85 per cento del prodotto interno lordo mondiale e oltre il 75 per cento del commercio globale. Ne fanno parte Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Corea del Sud, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti, insieme all’Ue e – dal 2023 – all’Ua.

  • Gli accordi commerciali dell’UE accelerano la crescita delle esportazioni e sostengono la diversificazione

    Secondo la quinta relazione annuale sull’attuazione e l’applicazione della politica commerciale dell’UE l’ampia rete di accordi commerciali dell’UE aiuta le imprese a trovare mercati alternativi per le loro esportazioni, riducendo allo stesso tempo le dipendenze in un contesto geopolitico difficile.

    La relazione, relativa al 2024 e al primo semestre del 2025, conclude che gli accordi commerciali dell’UE incentivano la resilienza e la competitività degli operatori economici dell’UE. Inoltre, gli accordi commerciali dell’UE sostengono la diversificazione e la stabilità della catena di approvvigionamento.

    L’UE sta attivamente ampliando la propria rete di accordi commerciali. Infatti, l’anno scorso sono entrati in vigore due nuovi accordi preferenziali dell’UE (un accordo di libero scambio con la Nuova Zelanda e un accordo di partenariato economico con il Kenya), portando a ben 44 il numero totale di accordi commerciali dell’UE attualmente in vigore, conclusi con 76 partner commerciali preferenziali.

  • Prevenzione e lotta al terrorismo e all’estremismo: la Commissione rafforza la cooperazione con i Balcani occidentali

    Il Commissario per gli Affari interni e la migrazione Magnus Brunner ha firmato un nuovo piano d’azione comune per la prevenzione e la lotta al terrorismo e all’estremismo violento tra l’UE e i suoi partner dei Balcani occidentali, a margine del forum ministeriale UE-Balcani occidentali su giustizia e affari interni che si tiene a Sarajevo, Bosnia-Erzegovina.

    La sicurezza dei Balcani occidentali è strettamente legata alla sicurezza interna dell’UE. Con questo nuovo piano d’azione l’UE e i Balcani occidentali saranno meglio attrezzati per affrontare le minacce nuove ed emergenti, tra cui la radicalizzazione online, nonché l’impatto delle nuove tecnologie sulle minacce terroristiche, quali i rischi associati all’uso improprio dei droni o all’uso di criptovalute per il finanziamento del terrorismo.

    Il nuovo piano d’azione comune rafforzerà la cooperazione e lo sviluppo di capacità in cinque settori principali: allineamento alla legislazione antiterrorismo dell’UE, prevenzione dell’estremismo, rafforzamento della cooperazione con Europol anche per quanto riguarda le indagini antiterrorismo, rafforzamento della capacità di indagare sul finanziamento del terrorismo e rafforzamento della protezione delle infrastrutture critiche e degli spazi pubblici.

  • Cortigiani d’America

    Sembra che finalmente sia finita la querelle mediatica sul termine “cortigiana” usato da Landini nei confronti della nostra Presidente del Consiglio e possiamo quindi ragionare più serenamente su ciò che Landini intendesse realmente dire. Dal contesto mi sembra evidente che la sua critica riguardasse un presunto atteggiamento di nostro “vassallaggio” verso le decisioni prese da Trump in politica internazionale. Soffermandoci, quindi, su questo concetto possiamo affermare senza tema di smentite che Landini ha avuto, contemporaneamente, ragione e torto.

    Ha avuto ragione perché è sotto gli occhi di tutti che Roma ha appoggiato e anche plaudito ogni scelta politica di Trump senza mai schierarsi apertamente contro e limitandosi ad invitare alla prudenza sulla minaccia (poi realizzatasi parzialmente) di dazi economici punitivi. Nello stesso tempo, il sindacalista ha anche torto lasciando intendere che il comportamento di Meloni fosse un qualcosa di nuovo, nonché disdicevole. La nostra Presidente del Consiglio non ha cambiato la nostra politica rispetto al passato poiché è da quando abbiamo perso la seconda guerra mondiale che ogni nuovo governo, e di qualunque maggioranza, ha costantemente accettato, accodandosi, le scelte fatte dagli americani in politica estera. Va aggiunto che anche tutti gli altri governi europei nelle scelte importanti hanno fatto esattamente la stessa cosa, salvo la Francia per il breve periodo di De Gaulle.

    La realtà è che, nonostante ci piaccia continuare a pensare di essere volontariamente alleati nella Nato e cioè degli Stati Uniti, non abbiamo mai avuto nemmeno la minima possibilità di fare scelte contrastanti a quelle decise dalla più grande potenza mondiale. Per dirla tutta, ogni politico di oggi e dei passati ottant’anni lo sapeva, ma ha capito che la cosa poteva anche farci comodo. Se anche volessimo limitarci a considerare soltanto l’aspetto puramente militare è evidente che i vari eserciti europei (anche qui con una leggerissima differenza di Francia e Gran Bretagna) non sono mai stati in grado di garantire da soli la difesa del proprio territorio e l’appartenere alla Nato, grazie al famoso articolo 5, ci ha permesso una tutela che non avremmo potuto permetterci altrimenti. È stato proprio grazie a questa condizione subordinata di tipo militare che ci siamo potuti permettere di dirottare gran parte delle nostre risorse dalle spese per la difesa verso la creazione di quello “stato sociale” che garantiva la nostra quotidianità e il nostro relativo benessere. Se, comunque, volessimo accantonare l’aspetto militare la nostra sudditanza politica verso gli Stati Uniti è stata ripagata, almeno fino all’arrivo di Trump, da un vantaggio economico fornitoci dalle nostre esportazioni che il sistema americano ha consentito. È pur vero che il maggior mercato di sbocco delle nostre merci è l’Europa ma il più grande cliente singolo dei nostri esportatori sono gli Stati Uniti. Basta ricordare che la nostra bilancia commerciale con quel Paese è arrivata nel 2024 a circa 95 miliardi di Euro con addirittura un surplus a nostro favore di più di 37 miliardi. Per la Germania è andata ancora meglio poiché su un interscambio di poco più di 271 miliardi il suo surplus è di ben 70 miliardi. Per dare un’idea, il nostro interscambio con la UE è di circa 476 miliardi di euro ma il nostro saldo è negativo per 7 miliardi. La Francia ha invece un attivo di soli 2 miliardi con gli USA e ciò spiega il loro atteggiamento più pretenzioso. Giusto per avere un quadro più completo, il nostro saldo con la Germania è negativo per circa 17 miliardi, con la Francia di -5 miliardi e con la Cina di meno 30miliardi. Quale governo potrebbe non tenerne conto? Per concludere, gli USA comandano e noi, in cambio, ci arricchiamo. L’interesse, fino ad ora è quindi stato reciproco.

    Ciò che è cambiato con Trump è stato solo il modo in cui il loro predominio si manifesta. Il suo modo presuntuoso e ricattatorio di comportarsi ha spinto molti leader europei a porsi in modo adulatorio verso di lui, nella speranza di poter continuare a mantenere qualche beneficio economico a favore. En passant, non va dimenticato che, pur rimanendo noi formalmente proprietari, il 47% dell’oro della Banca d’Italia usato come riserva è custodito (guarda caso dalla fine della guerra che abbiamo perso) a New York. Avendo visto ciò che è successo ai beni russi custoditi all’estero quando i rapporti di quel Paese con l’Occidente si sono deteriorati, non si può fare finta che il fatto non conti. Nel passato tutti i Presidenti americani avevano fatto sì che l’apparenza di una nostra indipendenza fosse il più possibile credibile e che ogni decisione venisse presa fingendo di essere alleati quasi alla pari. Un certo spazio di manovra autonoma era comunque consentito, purché non si esagerasse e le linee strategiche decise oltreoceano fossero rispettate. Nonostante la Guerra Fredda, perfino il Partito Comunista Italiano aveva accettato questa logica, magari fingendo, ma solo in apparenza, di opporvisi. Con l’euro-comunismo, poi, anche il PCI ha sposato la NATO come garanzia per la nostra difesa.

    Le poche volte in cui scelte importanti italiane si sono trovate ad essere divergenti da quelle dei potentati economici e politici anglosassoni successe sempre qualcosa che riportava gli equilibri nell’alveo di quanto era considerato opportuno da parte di Washington (e per certi affari anche di Londra). Gli Stati Uniti consentirono, e addirittura favorirono, la nascita di una qualche forma di unità europea perché la cosa risultava più utile come contrapposizione verso l’Unione Sovietica. Tuttavia, ogni volta che qualche visionario sembrò immaginare l’ipotesi che quella unione potesse assumere un vero carattere politico unitario, ci si fece capire che non era il caso e che era meglio soprassedere. Cosa che regolarmente successe. Il primo atto politico ed economico veramente autonomo e contrapposto agli interessi anglosassoni furono le operazioni intraprese da Mattei nel settore petrolifero e, purtroppo, si è visto cosa gli capitò. Negli anni successivi ci fu permesso fare po’ di fronda in merito al rapporto con il mondo arabo e, in particolare, perfino con i palestinesi. Il “lodo Moro”, costruito dal politico italiano con l’aiuto in Libano del colonnello Giovannone ci garantì una quasi totale impunità dagli attentati di terroristi palestinesi, con grande dispiacere di Israele e delle lobby ebraiche negli Stati Uniti. Fu tuttavia sopportato, ma quando Moro forse esagerò pensando di guardare lontano e di disinnescare il pericolo comunista attraverso il “compromesso storico” senza avere le dovute autorizzazioni, sappiamo cosa successe. In tanti, sia a Mosca che a Washington, non piansero per il fallimento di quell’operazione (per motivi ben diversi anche il sottoscritto, laico convinto, era contrario a quel progetto). In tempi più recenti un altro pericoloso “amico” dei palestinesi fu Craxi il quale, oltre al coraggioso (e imprudente) atto di Sigonella, raccoglieva da anni fondi per l’OLP di Arafat e per i socialisti cileni. Anche lui, tuttavia, terminò in malo modo la sua attività politica. Parlare del caso Andreotti sarebbe ora troppo lungo e ci è sufficiente accennare a Berlusconi. Questo eccellente imprenditore diventato Presidente del Consiglio aveva intelligentemente capito che in Europa tra francesi e tedeschi si lasciava poco spazio all’Italia e seppe quindi scavalcarli creando ottimi rapporti, contemporaneamente, con russi, americani e perfino inglesi. Avrebbe voluto avere dalla sua anche gli spagnoli ma Aznar era troppo pavido per partecipare all’operazione. In quel periodo, il presidente degli Stati Uniti era Bush Junior e le cose funzionarono positivamente per noi fino a che altri centri di potere non riuscirono a condizionare diversamente il Presidente americano che gli succedette. I nuovi potenti statunitensi non gradivano affatto il legame economico tra il nostro Paese e la Russia e, soprattutto, giudicavano molto negativamente l’idea, sponsorizzata da Berlusconi e dall’Eni, dell’apertura del South Stream. Quel gasdotto avrebbe consentito all’Italia di diventare un nuovo hub europeo per il gas russo ma avrebbe legato ancora di più gli interessi russi all’Europa. Non a caso, pur a lavori già iniziati, il progetto fu cancellato e non certo per volontà italiana. Lo stesso Berlusconi, soprattutto dopo aver dimostrato la capacità di stringere rapporti economicamente molto produttivi per il nostro sistema economico con la Libia di Gheddafi, fu giudicato non più affidabile. Come finì la sua avventura politica lo sappiamo.

    È impossibile poter affermare con sicurezza chi e come sia in grado di condizionare le scelte di un governo europeo e in particolare del nostro.  Sicuramente i centri e i soggetti coinvolti sono più di uno e di varia provenienza ma, forse, un qualche aiuto per capire di più le vere cause di alcuni fatti, lo si potrebbe ricavare dalla lettura del libro di un giornalista tedesco morto per infarto a soli 57 anni e subito cremato senza autopsia: Udo Ulfkotte. Il libro, scritto in tedesco fu pubblicato nel 2014 da un piccolo editore locale che riuscì a farlo tradurre e pubblicare anche in inglese. Purtroppo, appena apparsa, la versione inglese fu ritirata dalla circolazione in tutto il mondo anglosassone ed è ora irreperibile anche nel catalogo dell’editore britannico che lo aveva pubblicato. Il titolo è: “GIORNALISTI COMPRATI” e il sottotitolo recita: “Come i politici, i servizi segreti e l’alta finanza dirigono i mass media tedeschi” (la versione italiana, dell’editore Zambon, è disponibile solo via internet, spero a lungo). L’autore non era un giornalista qualunque: fu inviato all’estero per più di 15 anni per l’importante Frankfurter Allgemeine e aveva persino ricevuto la cittadinanza onoraria dell’Oklahoma, dimostrando così di non essere per principio un antiamericano. Purtroppo, la sua morte avvenne proprio poco dopo aver annunciato di voler scrivere un secondo volume con nuovi nomi e altri dettagli. Anche se il testo è focalizzato su quanto succede in Germania, ci stupiremmo se la situazione italiana dovesse dimostrarsi molto diversa.

    In conclusione, l’accusa per l’Onorevole Meloni di essere subordinata al volere della più grande potenza mondiale non è del tutto peregrina, ma ci sarebbe da domandarsi perché, e come, un qualunque altro governo a Roma che avesse a cuore gli interessi del nostro Paese dovrebbe comportarsi diversamente. Senza contare che, considerato che Francia e Germania continuano a non essere i nostri migliori sponsor, ci si potrebbe domandare quanto potrebbe durare un governo italiano qualora decidesse di schierarsi apertamente contro le volontà americane.

  • Londra prova a proporsi come alternativa a Mosca per i Paesi balcanici

    Il vertice del Processo di Berlino tenutosi mercoledì 22 ottobre a Londra ha confermato l’impegno del Regno Unito nei confronti della regione dei Balcani occidentali, non solo come spazio d’intervento diplomatico multilaterale per sostenere il percorso di integrazione europea dei Paesi candidati, ma anche come campo d’azione privilegiato per le strategie britanniche in materia di migrazione, sicurezza e contenimento delle influenze geopolitiche avversarie. Ospitando i capi dei governi di Albania, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia, il primo ministro britannico Keir Starmer ha rilanciato il ruolo di Londra come attore centrale nei Balcani. Durante l’apertura del summit, Starmer ha definito la regione come “il crogiolo dell’Europa”, sottolineando che qui si mettono alla prova la stabilità e la sicurezza del continente. Il premier ha posto l’accento su tre priorità: sicurezza, lotta alla migrazione irregolare e crescita economica, con particolare attenzione anche al contrasto “all’influenza maligna” della Russia.

    Il dossier migratorio rappresenta il nodo più sensibile per Londra. Con l’aumento degli arrivi attraverso la Manica e il moltiplicarsi delle pressioni sull’opinione pubblica interna, il governo britannico ha intensificato le trattative con diversi Paesi balcanici per ospitare i cosiddetti centri di rimpatrio: strutture dove collocare, in via temporanea, i richiedenti asilo la cui domanda è stata respinta, prima della loro deportazione definitiva. Il Kosovo avrebbe espresso disponibilità a discutere la proposta, mentre di parere opposto – o quasi – sono le posizioni di Paesi come l’Albania e il Montenegro. Durante un evento ospitato a Chatham House, cui hanno partecipato anche i primi ministri di Tirana e Podgorica, Edi Rama e Milojko Spajic, sono emerse le posizioni dei due Paesi. In effetti, in più di un’occasione Rama ha ribadito all’omologo Starmer di non avere intenzione di “replicare” il modello di cooperazione siglato con l’Italia sul dossier migratorio. Dal Montenegro, invece, emerge una “parziale” contrarietà che potrebbe essere superata nel caso in cui dal Regno Unito giungano importanti investimenti, in particolare nel settore delle infrastrutture dei trasporti.

    Contestualmente allo svolgimento del vertice, il governo britannico ha annunciato nuove sanzioni contro reti criminali basate nei Balcani occidentali, accusate di agevolare il traffico di esseri umani lungo le rotte migratorie. Secondo i dati diffusi dal ministero degli Esteri, nel solo 2024 circa 22 mila persone sarebbero entrate illegalmente nel Regno Unito attraverso queste vie. Le misure varate colpiscono figure chiave del traffico: capi gang, falsari, finanziatori. Tra i soggetti sanzionati figura la rete criminale kosovara “Krasniqi”, responsabile della produzione di passaporti falsi, e la società Alpa Trading Fzco, sospettata di gestire fondi per conto dei trafficanti. “Non vogliamo vedere queste bande operare nel nostro territorio, e tutti noi soffriamo le conseguenze delle loro azioni”, ha dichiarato Starmer al summit, rivendicando anche il successo della cooperazione bilaterale con l’Albania, che ha portato – secondo Downing Street – a una riduzione del novantacinque per cento degli arrivi via piccole imbarcazioni provenienti da quel Paese.

    Ma la strategia britannica nei Balcani va oltre la sola questione migratoria. Londra continua a considerare la regione uno snodo geopolitico fondamentale per la sicurezza europea e per il contenimento delle ambizioni russe. La storica vicinanza tra Mosca e Belgrado, così come l’influenza economica crescente di Cina e Turchia, spingono il Regno Unito a mantenere una presenza attiva e multilivello. In questo senso si inquadra il rafforzamento del sostegno alla missione Nato in Kosovo Kfor, annunciato lo stesso giorno del vertice. Il ministero della Difesa britannico ha riaffermato l’impegno operativo e politico del Regno Unito nella forza internazionale, che resta un elemento di stabilizzazione cruciale nel contesto kosovaro, soprattutto dopo le recenti tensioni tra Pristina e Belgrado. Il comunicato diffuso da Londra sottolinea che la presenza militare britannica “contribuisce direttamente alla sicurezza regionale e alla deterrenza”, e che “la stabilità del Kosovo è fondamentale per l’intera regione dei Balcani occidentali”.

    L’approccio britannico si distingue anche per un’evidente proiezione autonoma rispetto all’Unione europea. Pur sostenendo il percorso d’integrazione dei Balcani nell’Ue – come previsto dallo stesso Processo di Berlino – il Regno Unito punta a rafforzare relazioni bilaterali dirette, svincolate dal quadro normativo di Bruxelles. Quest’approccio post Brexit si traduce in accordi mirati, investimenti strategici, scambi di intelligence e cooperazione sulle politiche di rimpatrio. Londra intende così rimanere un attore centrale in una regione che definisce “essenziale” per la sicurezza dell’intera Europa. In gioco ci sono non solo i flussi migratori, ma anche la tenuta dell’architettura euro-atlantica in una delle aree più fragili del continente, oggi contesa tra l’influenza occidentale e le interferenze esterne. In conclusione, il vertice di Londra ha offerto una fotografia chiara della strategia britannica nei Balcani: deterrenza migratoria, contenimento geopolitico della Russia, proiezione di soft power attraverso sanzioni mirate e strumenti di cooperazione. Mentre l’Unione europea resta il punto di riferimento per le aspirazioni di integrazione, il Regno Unito punta a essere il partner di sicurezza più reattivo e pragmatico dell’intera regione.

  • Un ex eurodeputato inglese ammette di essersi venduto a Putin

    Nathan Gill, ex europarlamentare e capo del partito di destra populista Reform UK (il partito dell’euroscettico Nigel Farage) in Galles, ha ammesso di avere accettato tangenti durante il suo mandato da parlamentare europeo, tra il 2014 e il 2020, per fare alcune dichiarazioni filorusse. Lo ha fatto durante un processo a suo carico in corso a Londra, nel Regno Secondo quanto emerso in tribunale, Gill ha preso soldi da Oleg Voloshyn, ex parlamentare ucraino definito dagli Stati Uniti “pedina” dei servizi segreti russi, in cambio di interventi a Strasburgo, dichiarazioni televisive e l’organizzazione di eventi con politici filorussi. Le autorità britanniche hanno sequestrato messaggi WhatsApp che documentano la collaborazione tra i due, trovati sul telefono di Gill dopo il suo fermo all’aeroporto di Manchester il 13 settembre 2021 in base alle leggi antiterrorismo. Tra le attività contestate, Gill difese in Parlamento i canali televisivi ucraini 112 Ukraine e NewsOne, sostenendo che fossero trattati ingiustamente dallo Stato ucraino. I canali erano legati a Viktor Medvedchuk, politico filorusso con stretti legami con il presidente Vladimir Putin, arrestato all’inizio dell’invasione dell’Ucraina e successivamente scambiato con prigionieri russi. Gill apparve anche sui canali stessi per sostenere Medvedchuk e organizzò incontri tra eurodeputati e rappresentanti filorussi, tutto in cambio di compensi economici.

    L’accusa ha sottolineato come l’ex eurodeputato fosse incaricato di presentare interrogazioni, contattare funzionari della Commissione europea e tenere eventi in favore di interessi russi, come confermano i messaggi WhatsApp intercettati. Dominic Murphy, capo dell’unità antiterrorismo della Metropolitan Police, ha dichiarato che Gill riceveva pagamenti per diffondere narrazioni favorevoli a Mosca. Padre di cinque figli, Gill sarà giudicato a novembre. Il suo avvocato ha anticipato che la condanna comporterà molto probabilmente il carcere. Durante il processo, la giudice Cheema-Grubb ha confermato che Gill ha ammesso di aver presentato interrogazioni, rilasciato dichiarazioni e svolto altre attività in Parlamento a favore di partiti filorussi in Ucraina. Il Labour gallese ha reagito criticando la vicinanza passata di Gill a Farage, sottolineando il rischio che interessi russi venissero anteposti a quelli del Galles. “Pensavamo che Nigel Farage avrebbe anteposto i propri interessi a quelli del Galles, ma ora sembra che anteporrà anche gli interessi della Russia a quelli del Galles”, sono le dichiarazioni riportate dalla BBC. Reform UK ha respinto le accuse: “Un gesto meschino dettato dalla pura disperazione da parte del Partito Laburista gallese, che viene respinto dall’opinione pubblica e sta perdendo terreno nei sondaggi”. Ora Gill non è più membro di Reform UK, ma la sua carriera politica in Galles lo aveva visto protagonista come leader di UKIP tra il 2014 e il 2016 e successivamente di Reform UK nel 2021, guidando la campagna elettorale per il Senedd, il Parlamento gallese.

    La sentenza è prevista a novembre: l’avvocato di Gill, Peter Wright, ha detto che probabilmente Gill passerà almeno un periodo in carcere.

  • Scherzo, pentimento e conseguenze

    Quanno se scherza, bisogna esse’ seri!

    Dal film “Il marchese del Grillo”

    Lunedì scorso, 13 ottobre, a Sharm el Sheikh in Egitto, si è svolto il vertice di pace tra Israele e Hamas, Il vertice, in cui hanno preso parte circa trenta massimi rappresentanti governativi e statali di altrettanti Paesi arabi ed europei, è stato presieduto dal presidente statunitense. Durante il vertice i partecipanti si sono impegnati a costruire un futuro di pace nel Medio Oriente, partendo dalla Striscia di Gaza. Ovviamente si tratta di un processo difficile, nonostante la volontà espressa.

    Durante il vertice però ha attirato l’attenzione mediatica una “strana” lunga stretta di mano tra il presidente statunitense ed il presidente francese. Quanto è accaduto durante quei minuti è stato commentato da diversi media internazionali, presenti al vertice di Sharm el Sheikh. Ma siccome non è stato possibile ascoltare quanto abbiano detto i due presidenti, i rapporti dei quali non sono tra i migliori, allora si è tentato di costruire tutto basandosi sulla lettura labiale. Una tecnica quella che, per identificare le parole dette, si basa sui movimenti delle labbra. Ebbene il quotidiano britannico “Daily Mail” ha pubblicato in seguito un articolo in cui, riferendosi alle conclusioni di una specialista della lettura labiale, commenta cosa avrebbero detto tra di loro i due presidenti.

    Secondo il quotidiano “Daily Mail”, il presidente statunitense ha stretto fortemente e per un bel po’ di tempo la mano al presidente francese. Una stretta di mano che somiglia a quella del 2017, che ormai è nota come “il famoso duello”, durata per ben 29 secondi, sempre tra loro due. Anche quella del 13 ottobre scorso a Sharm el Sheikh non era per niente amichevole, anzi!

    Dalle immagini trasmesse dai media si vede il presidente statunitense che, stringendoli fortemente la mano al suo omologo francese, gli impedisce di allontanarsi. Basandosi poi sull’interpretazione della specialista della lettura labiale, secondo il quotidiano “Daily Mail” risulterebbe che, tra l’altro, dopo aver chiesto al presidente francese “sei sincero?” ed avendo ricevuta la conferma del suo omologo, il presidente statunitense, stringendogli di più la mano, ha fatto la domanda: “…Bene, allora voglio sapere perché ….. mi hai fatto del male. Io adesso lo so il perché”. E nel frattempo dalle immagini si vede il presidente francese che abbassa gli occhi, mentre quello statunitense continua lentamente e con un tono grave: “Io sto facendo la pace”. “Ma dai”, risponde il presidente francese, sorridendo leggermente. Dopo di che il presidente statunitense dice: “Vedrai cosa accadrà! Avrei voluto vederti mentre lo fai…. fallo! Ci vedremo presto”.

    L’autore del sopracitato articolo apparso su “Daily Mail” afferma che non si sa con certezza cosa abbiano detto i due presidenti, ma tutto accade dopo che, meno di due settimane fa, altre immagini facevano vedere il presidente francese mentre rideva durante un’altro vertice con una battuta che riguardava proprio il presidente statunitense.

    Si fa riferimento ad un episodio accaduto durante il settimo vertice della Comunità Politica Europa, che si è svolto a Copenaghen il 2 ottobre scorso. Era proprio il primo ministro albanese il quale, in presenza anche del presidente dell’Azerbaigian, rivolgendosi al presidente francese, aveva detto a lui: “Dovrebbe scusarsi con noi, visto che non ci ha neppure fatto i complimenti per l’accordo di pace che avrebbe firmato tra Albania e Azerbaigian”. E si riferiva ad un errore ripetuto per ben tre volte, in tre occasioni diverse, dal presidente degli Stati Uniti d’America. Dopo quella battuta, tutti coloro che si trovavano lì si sono messi a ridere.

    Il presidente statunitense aveva sbagliato, confondendo l’Armenia con l’Albania. Lo ha fatto la prima volta durante un’intervista, il 19 agosto scorso, rilasciata ad un noto programma radiofonico, “The Mark Levin Show”. Lo ha fatto di nuovo un mese dopo, durante un’altra intervista televisiva al programma “Fox and Friends”. Per poi, ripetere lo stesso errore, e cioè scambiando l’Armenia con l’Albania, durante la conferenza stampa tenuta a Londra il 28 settembre scorso, con il premier britannico. Il presidente statunitense, oltre ad aver sbagliato, scambiando l’Armenia con l’Albania, aveva anche pronunciato “Aberbayjan”, invece di “Azerbaigian”.

    Durante la congiunta conferenza stampa a Londra con il premier britannico, il presidente degli Stati Uniti ha detto: “Ho messo fine alla guerra tra Azerbaigian e Albania”. E vantandosi di questi suoi meriti ha aggiunto: “Pensate che abbiamo messo d’accordo Azerbaigian e Albania…, andavano avanti da anni”. Mentre durante “The Mark Levin Show” ha dichiarato: “Un sacco di cose incredibili. Hai visto Aberbaixhan. È stato un grande conflitto che è durato 34, 35 anni con, uh, l’Albania. Pensaci. Voglio dire, è andato avanti per anni, e ho avuto modo di conoscere i leader, li ho conosciuti attraverso il commercio. Ho avuto a che fare un po’ con loro, e ho detto: “Perché state combattendo?”. Poi ho detto: “Non farò un accordo commerciale se voi combattete. È una follia””. Simili errori ha fatto anche durante l’intervista al programma “Fox and Friends”.

    Subito dopo lo “scherzo” del primo ministro albanese con gli errori del presidente degli Stati Uniti d’America, in presenza del presidente della Francia e quello dell’Azerbaigian, le immagini sono state trasmesse da numerosi media in diverse parti del mondo, facendoli diventare virali. E secondo il Paese, anche il contesto si adattava ai rapporti con gli Stati Uniti. I media in Russia hanno fatto eco a quello “scherzo” e con i loro commenti ridicolizzavano il presidente statunitense. Sono stati molti anche i media europei, quelli italiani compresi, che hanno dato spazio allo “scherzo” del primo ministro albanese. Mentre negli Stati Uniti i media contro la politica del presidente statunitense hanno ironizzato lui. Lo ha fatto anche un suo dichiarato rivale, il governatore della California, un potenziale candidato del partito democratico per le prossime elezioni presidenziali. Approfittando del caso, il governatore della California ha dichiarato: “Sotto la presidenza di Trump, l’America si sta deridendo”.

    Ma l’autore dello “scherzo”, che si riferiva agli “errori geografici” del presidente statunitense, forse non aveva pensato che il suo “scherzo” avrebbe avuto quella grande diffusione mediatica e, perciò, anche tutte le derivate conseguenze. Soprattutto quelle dovute alla reazione del presidente statunitense. Ragion per cui solo poche ore dopo aver fatto quello “scherzo”, il primo ministro albanese, pentito di tutto ciò e, per alcune note ragioni anche impaurito, ha cercato subito di “giustificarsi” e di spiegare che si trattava di un semplice malinteso.

    Per il primo ministro albanese “…è veramente straordinario il modo in cui funzionano oggi i media e come la cosiddetta “viralità” possa distorcere così facilmente la realtà”. Lui non “riusciva a capire” come “…una frase detta con umorismo, in spirito di amicizia, diventa improvvisamente un titolo mondiale di un vertice con decine di Paesi, mentre il resto – la vera essenza – diventa irrilevante”. Si trattava di “…un momento di umorismo tra persone che in realtà sono tra i più grandi ammiratori del presidente Trump” (Sic!). Come mai sono diventati tali lui ed il presidente francese?! Poi lui stesso ha cercato di elogiare il presidente statunitense, scrivendo che è colui che ha “…ripristinato la parola ‘pace’ nel dizionario dell’Occidente dopo molti anni”.

    Chi scrive queste righe è convinto che, tantissimi fatti accaduti e pubblicamente noti alla mano, il primo ministro albanese è un innato voltagabbana. In più non è consapevole che il primo ministro non rappresenta solo se stesso, ma anche i cittadini che stanno patendo il suo modo di gestire tutto, compresi anche i rapporti internazionali. “Quando se scherza, bisogna esse’ seri”, diceva Alberto Sordi nel film “Il marchese del Grillo”. Ma il primo ministro albanese, si sa, non è per niente serio.

  • Ogni cosa ha un prezzo

    Ogni cosa ha un prezzo e più l’obiettivo è importante più il prezzo sale.

    Se pace veramente sarà a Gaza, quando e come vedremo, il prezzo è stato per tutti altissimo sia per i civili palestinesi, morti a decine di migliaia per le bombe di Israele e per essere stati usati da Hamas come scudi umani, che per gli israeliani, sia quelli massacrati il 7 ottobre che gli altri, tenuti prigionieri e molti morti od uccisi durante la detenzione.

    Una pace che pesa per le condizioni che vedranno i pochi ostaggi israeliani rimasti, alcuni vivi ed altri cadaveri, restituiti a Israele mentre in cambio centinaia e centinaia di terroristi di Hamas saranno liberati, queste sono le condizioni, e facilmente questi torneranno, prima o poi, al loro turpe mestiere.

    Chi darà la garanzia che i tunnel saranno tutti distrutti, che saranno identificati tutti i depositi di armi, che i finanziamenti iraniani non continueranno a finanziare gli islamisti, che Hamas non continui ad arruolare nuove leve e a ricattare e terrorizzare la popolazione?

    Certamente il presidente Trump, e chi ha collaborato con lui nel difficile percorso che ha portato al cessate il fuoco ed aperto la strada al percorso di pace, ha dimostrato una volontà ed una capacità di mediazione ed intervento, con coprotagonisti i paesi arabi, che ci consente di sperare.

    Mentre a Gaza riprendono gli aiuti umanitari, per la popolazione allo stremo, non possiamo nascondere una realtà antica e sempre nuova, Hamas sarà veramente sconfitto, e messo in grado di non nuocere più, solo se il popolo palestinese saprà, nel suo insieme e singolarmente, riconoscere il diritto all’esistenza ed alla vita di Israele e costruirà un percorso di vita democratica mettendo al bando ogni terrorista.

    Una strada che per ora è un sentiero pieno di incognite ma che bisogna avere il coraggio di intraprendere, tutti, abbandonando quegli atteggiamenti che, anche in Europa ed in Italia, danno fiato all’antisemitismo.

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