accordo

  • La Commissione accoglie con favore il rafforzamento dell’ambizione climatica dell’UE in vista della COP 30

    La Commissione accoglie con favore l’accordo raggiunto dagli Stati membri su un nuovo e ambizioso contributo dell’UE determinato a livello nazionale (NDC) nel quadro dell’accordo di Parigi. In vista della conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30) che si terrà a Belém (Brasile), l’UE invia alla comunità mondiale un segnale forte e unito che conferma il suo fermo impegno a conseguire gli obiettivi dell’accordo di Parigi e a collaborare con i partner globali per ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Ciò dimostra chiaramente l’impegno e la leadership dell’UE.

    Il nuovo NDC dell’UE, che sarà ora sottoposto alla convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, prevede di ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra del 66,25-72,5% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2035, coprendo tutti i settori dell’economia e tutti i gas a effetto serra. Si tratta di un traguardo ambizioso nel percorso verso una riduzione netta del 90% entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990 e verso la neutralità climatica dell’UE entro il 2050.

    La Commissione accoglie inoltre con favore i progressi compiuti dagli Stati membri dell’UE nel concordare un orientamento generale sull’obiettivo climatico dell’UE per il 2040. Gli Stati membri hanno concordato un obiettivo principale giuridicamente vincolante per il 2040 del 90%, con un obiettivo interno dell’85% e fino al 5% dei crediti internazionali di carbonio.

    L’UE si reca ora alla COP30 con il suo nuovo NDC, discussioni in fase avanzata sull’obiettivo per il 2040 e un messaggio chiaro: L’Europa continua a seguire la rotta e a rispettare i suoi impegni in materia di clima, a livello nazionale e mondiale.

  • Trattative commerciali Usa-Cina in stallo

    La Cina ha formalmente invitato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a Pechino per un vertice con il presidente Xi Jinping, ma la Casa Bianca non ha ancora risposto poiché i due Paesi sono ancora molto distanti sulle questioni commerciali e sul flusso di fentanyl. Lo riferisce il quotidiano britannico “Financial Times”, secondo cui i progressi insufficienti nei colloqui tra Washingon e Pechino hanno ridotto le probabilità di un vertice tra Trump e Xi e reso più probabile che i due leader tengano un incontro di basso profilo al forum sulla cooperazione economica Asia-Pacifico, in programma il mese prossimo in Corea del Sud. In vista del possibile incontro, il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, incontrerà oggi a Madrid il vicepremier cinese He Lifeng per un quarto round di negoziati che dovrebbe aprire la strada alla visita del presidente Trump a Pechino, poco prima del forum sulla cooperazione economica Asia-Pacifico, in programma il 31 ottobre a Seul. Negli ultimi giorni, scrive il “Ft”, due funzionari del governo statunitense, il segretario di Stato, Marco Rubio, e il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, hanno parlato con i loro omologhi cinesi, alimentando speculazioni su un incontro tra i presidenti. Tuttavia, secondo fonti vicine al dossier, gli scarsi progressi nei colloqui hanno ridotto le probabilità di un vertice a Pechino e hanno reso più probabile che Trump e Xi tengano un incontro di basso profilo all’Apec.

    Interpellata dal “Ft”, Sarah Beran, ex funzionaria di alto livello della Casa Bianca per la Cina, ha affermato che le telefonate e l’incontro di Madrid sono “chiari preparativi per un incontro a livello di leader”, ma non è chiaro dove i leader si sarebbero incontrati. “Probabilmente ci sono ancora opinioni contraddittorie sull’opportunità che Trump e Xi si incontrino a Pechino o all’Apec”, ha affermato Beran, ora partner della società di consulenza Macro Advisory Partners. “Inoltre, Pechino sta ancora cercando di capire cosa voglia l’amministrazione Trump: un vero accordo, negoziati perpetui o una foto ricordo a Pechino?”, ha aggiunto. Un’altra persona a conoscenza dei colloqui ha affermato che un grosso ostacolo è rappresentato dalla frustrazione degli Stati Uniti nei confronti di Pechino per non aver represso l’esportazione di sostanze chimiche utilizzate per produrre il fentanyl, un oppioide sintetico mortale. Pechino si è offerta di intervenire, ma solo in concomitanza con l’eliminazione dei dazi sul fentanyl imposti da Trump alla Cina da parte degli Stati Uniti. Washington insiste sul fatto che Pechino debba intervenire e mostrare i risultati prima di qualsiasi riduzione dei dazi.

    Il segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, e il rappresentante per il Commercio statunitense Jamieson Greer incontreranno oggi a Madrid il vicepremier cinese He Lifeng per discutere delle controversie commerciali in vista dell’imminente scadenza per la cessione della piattaforma social TikTok e delle questioni relative ai dazi commerciali. L’incontro, che sarà ospitato dal premier spagnolo Pedro Sanchez, sarà il quarto tra le due parti negli ultimi quattro mesi. Anche i precedenti tre incontri si sono tenuti in città europee: l’ultima volta è stata a Stoccolma a luglio, quando le due parti hanno concordato in linea di principio di estendere per 90 giorni una tregua commerciale che ha ridotto drasticamente i dazi commerciali da entrambe le parti e ha sancito il riavvio del flusso di minerali di terre rare dalla Cina agli Stati Uniti.

    Il risultato più probabile dei colloqui di Madrid è visto come un’ulteriore proroga della scadenza per la cessione delle attività statunitensi da parte del proprietario cinese della popolare app TikTok, ByteDance, entro il 17 settembre, pena la sua chiusura negli Usa. La questione TikTok non è stata oggetto di discussione nei precedenti round di colloqui commerciali tra Stati Uniti e Cina, tenutisi a Ginevra, Londra e Stoccolma. Tuttavia, l’inclusione pubblica della questione come punto all’ordine del giorno dell’annuncio dei colloqui da parte del Tesoro offre all’amministrazione Trump una copertura politica per un’ulteriore estensione, che potrebbe infastidire sia i repubblicani che i democratici al Congresso, che hanno imposto la vendita di TikTok a un’entità statunitense per ridurre i rischi per la sicurezza nazionale.

  • La Ue avvia la ratifica dell’accordo di libero commercio col Sud America

    Il governo italiano “accoglie con favore l’inserimento di un pacchetto di salvaguardie aggiuntive a tutela degli agricoltori europei” nel testo finale dell’accordo tra Unione europea e Mercosur. Con queste parole l’esecutivo di Giorgia Meloni ha commentato la presentazione del testo finale dell’accordo tra l’Ue e il Mercato comune dell’America meridionale, la cui adozione ieri da parte della Commissione ha dato il via al processo di ratifica di un patto commerciale che riguarderà oltre 700 milioni di consumatori e 31 Paesi, creando l’area di libero scambio più grande al mondo. I passi successivi, ha stabilito la Commissione, prevedono il voto del Consiglio europeo sulla parte commerciale. Tuttavia, il percorso resta irto di ostacoli, nonostante l’inserimento del pacchetto di salvaguardie. Il Consiglio deve approvare il testo con maggioranza qualificata, ovvero con il sostegno di almeno 15 Stati membri rappresentanti il 65% della popolazione dell’Ue. Se poi l’accordo è considerato “misto” (cioè include competenze condivise tra Ue e Stati membri), è necessaria anche la ratifica da parte dei parlamenti nazionali di ciascuno Stato membro, il che potrebbe allungare i tempi e moltiplicare le resistenze.

    La principale sfida è posta dai Paesi che hanno mostrato fin dall’inizio contrarietà al testo. Prima di tutto la Francia, che da mesi manifesta contrarietà su alcuni punti, e poi Ungheria e Polonia. Una minoranza di Paesi, come visto, potrebbe bastare ad arenare il processo di ratifica. L’Italia potrebbe giocare il ruolo di “ago della bilancia”, da una parte facendo leva su buone relazioni con i Paesi sudamericani, dall’altra riservandosi un appoggio condizionato all’accordo. Il governo Meloni, infatti, non ha assicurato il proprio sostegno a prescindere, ma ha promesso che “valuterà, anche attraverso il coinvolgimento delle rilevanti associazioni di categoria, l’efficacia delle garanzie aggiuntive previste e la conseguente possibilità di sostenere o meno l’approvazione finale dell’accordo Ue-Mercosur”, come si legge nel comunicato di Palazzo Chigi.

    Tra le salvaguardie aggiuntive incluse nell’ultimo testo ci sono un meccanismo di monitoraggio e intervento rapido in caso di perturbazioni nei prezzi, anche a livello di singolo Stato membro; il rafforzamento dei controlli fito-sanitari sulle merci in ingresso per assicurarne il pieno rispetto di standard e regolamentazioni Ue; l’impegno a prevedere compensazioni adeguate per le filiere agricole eventualmente danneggiate. Tutte misure, afferma Chigi, “attivamente chieste negli scorsi mesi dall’Italia”. Altre misure riguardano le quote per prodotti come la carne vaccina e le disposizioni per cui ognuna delle parti può sospendere il patto se l’altra non rispetta l’accordo sul clima di Parigi. La Commissione, da parte sua, ha assunto la responsabilità di “supervisionare attentamente il mercato dei prodotti più sensibili”, informando regolarmente (ad esempio ogni sei mesi) il Consiglio e il Parlamento affinché “tutte le istituzioni sappiano in tempo reale cosa succede nel mercato”. “Abbiamo creato un piano per rendere operative le misure di salvaguardia dal punto di vista giuridico per qualunque settore in cui vediamo un aumento improvviso o dannoso delle importazioni che potrebbe portare a un impatto negativo, in particolare per i produttori del settore agroalimentare”, ha affermato il portavoce della Commissione.

    La Polonia è uno dei Paesi che promette di dar battaglia. Il vicepremier e ministro della Difesa Wladyslaw Kosiniak-Kamysz ha assicurato che il suo Paese “lotterà per formare una minoranza” che blocchi l’accordo. Le preoccupazioni, così come per la Francia, riguardano l’ingresso in Europa di prodotti sudamericani capaci di competere con la produzione interna. In varie occasioni il premier polacco Donald Tusk ha dichiarato che “non accetterà il testo” e il ministro dell’Agricoltura Stefan Krajewski ha segnalato che le quote previste “sono troppo alte”. Parigi ha assicurato che “analizzerà” le clausole di salvaguardia. “Occorrerà soprattutto che una clausola di salvaguardia possa essere azionata da un solo Paese e non da tanti” e “possa applicarsi in modo temporaneo e non definitivo”, ha affermato la portavoce dell’esecutivo transalpino, Sophie Primas.

    Il blocco sudamericano ha espresso soddisfazione per l’avanzamento del testo finale, avendo più volte affermato che l’esito della conclusione dell’accordo è nelle mani di Bruxelles. Il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, guida pro tempore del Mercosur, ha ribadito la sua intenzione di concludere l’accordo entro la fine del suo periodo di presidenza, cioè entro dicembre 2025. Anche il governo uruguaiano, tramite il ministro degli Esteri Mario Lubektin, ha espresso soddisfazione e auspicato che il testo concordato ieri sia il primo passo verso la conclusione del patto. In generale, l’accordo permetterà all’Unione europea di esportare automobili, macchinari industriali e bevande alcoliche in Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay, facilitando a sua volta l’ingresso nel proprio mercato di carne, zucchero, riso, miele e soia sudamericani.

    A pesare in Italia sono soprattutto le posizioni di Confagricoltura e Coldiretti. La prima auspica “spazi di miglioramento, soprattutto per i comparti più esposti: carni bovine, pollame, riso, mais e zucchero” e definisce l’accordo “ancora penalizzante per importanti produzioni europee e italiane in termini di concorrenza e sicurezza alimentare”. La necessità di “un principio di reciprocità che richieda ai produttori del Mercosur di rispettare gli stessi parametri ambientali, sanitari e sociali previsti per gli agricoltori europei”, ha evidenziato il presidente Massimiliano Giansanti, “è un elemento imprescindibile per le nostre imprese e il sistema agroalimentare, che non potrebbero competere con produttori esteri sottoposti a regole meno restrittive”.

    Per Coldiretti, l’accordo con il Mercosur “è ancora insoddisfacente” e deve essere vincolato a “precise garanzie” sul rispetto del principio di reciprocità degli standard produttivi e su controlli puntuali su tutti i prodotti agroalimentari che entrano in Europa, “se non vogliamo mettere a rischio la salute dei consumatori e il futuro delle filiere agroalimentari”. Secondo il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, l’accordo può rappresentare un’opportunità per settori come l’industria, il vino e i formaggi, ma rischia di penalizzare altri comparti, dal riso alle carni rosse”. Lollobrigida ha osservato che “senza i nostri dubbi non ci sarebbe stata trattativa, con un ‘sì’ immediato avremmo avallato tutto mentre con un ‘no’ avremmo prodotto una minoranza di blocco. Invece abbiamo aperto la strada a un confronto vero grazie al lavoro del collega (ministro degli Esteri Antonio) Tajani, (del commissario europeo) Raffaele Fitto, della nostra diplomazia e soprattutto di Giorgia Meloni, hanno lavorato con equilibrio e fermezza. Ora il testo va letto con attenzione insieme alle associazioni agricole, che abbiamo sempre consultato prima di assumere ogni decisione”.

    L’elemento più importante è la rimozione progressiva del 91% dei dazi, che secondo le stime della Commissione europea farebbe risparmiare 4 miliardi di euro. Senza contare la possibilità per le imprese europee di accedere agli appalti pubblici statali nei Paesi Mercosur. Oggi le importazioni dall’area sudamericana sono il 2,2% del totale in Europa (con un valore di 109 miliardi di euro) e sono in prevalenza prodotti agricoli, materie prime e minerali critici. In senso opposto l’Ue è il secondo partner del blocco sudamericano ed esporta soprattutto manifattura. Dal punto di vista europeo si prevede una maggiore crescita soprattutto nelle importazioni, anche grazie ai minori costi, con la fornitura ai consumatori europei di più prodotti con prezzi più bassi. La stima è che il commercio bilaterale possa incrementare fino al 68% soprattutto grazie alla riduzione dei dazi su auto (oggi al 35%), prodotti chimici (18% oggi), calzature in pelle (oggi 35%), ma anche alimenti come cioccolato e vino (oggi rispettivamente al 20% e 27%). Una delle carenze riguarda invece gli investimenti, che non sono un settore adeguatamente incluso nel trattato. Per questo, sottolineano gli esperti, il testo dovrebbe integrarsi con il programma di investimenti dell’Ue in America Latina lanciato quest’anno (Global Gateway).

  • Sti’ d…azzi

    A volte cambiare una vocale è sufficiente a dire tutto più di tanti commenti, e basta, in questo caso, il cambio della lettera d con la lettera c per commentare un accordo esternato, dal presidente degli Stati Uniti con la presidente della Commissione europea, il tutto su un campo da golf.
    Un accordo che non riguarda tutte le merci e non è siglato da nessun patto politico ed economico concreto e completo: acciaio, macchine, componenti, farmaci, agricoltura, solo per citare alcune voci, saranno ancora fonte di ulteriore, nebulose trattative, assoggettati a ricatti e pressioni più o meno minacciose.
    Rimangono intanto aperte le vitali ed urgenti questioni delle armi e degli aiuti per l’Ucraina e delle promesse, ad oggi non mantenute, di Trump che annuncia da tempo, senza concludere, di voler prendere posizioni pesanti contro Putin, ora parla di dieci giorni e poi cosa pensa di fare? Telefonargli per chiedergli come sta?
    Chiacchiere le cui conseguenze però pesano su tutti i cittadini dell’Unione Europea mentre i “grandi” delle tecnologie, della grande distribuzione e della rete, nelle sue varie forme, continuano ad arricchirsi e a confondere, annullare, la libera intelligenza dei singoli, chiacchiere ed accordi che lasciano alla Cina il diritto di inquinare il mondo e di stravolgere i mercati.
    Non c’è futuro per i singoli Stati senza l’Unione Europea ma con questa Unione europea senza politica comune, senza visione del futuro e consapevolezza dei ricatti del presente, rischiamo di andare a sbattere e di farci molto male.
    Serve subito una costituente per l’Europa, lo diciamo da anni, lo ripetiamo con forza.

  • L’evoluzione internazionale ed il principio di Einstein

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    A neppure un mese dall’insediamento dell’amministrazione Trump il quadro internazionale, soprattutto in relazione alla guerra russo-ucraina, risulta in profonda evoluzione con scenari ancora oggi incerti.

    Andrebbe, quindi, tenuto nella debita conservazione come ogni scelta degli Stati coinvolti risponda ad una rinnovata visione geopolitica e strategica, con la quale si può anche dissentire, ma della quale bisogna tenere conto soprattutto all’interno della UE. I negoziati di Riyad, finalizzati al raggiungimento quantomeno di una tregua, rappresentano sicuramente un passo in avanti rispetto all’immobilismo diplomatico degli ultimi tre anni e dominato, in ambito europeo, dalle sole dichiarazioni di sostegno e disponibilità finanziaria all’Ucraina.

    La stessa  scelta della capitale dell’Arabia Saudita come sede
    rilancia il vecchio accordo tra gli  Stati Uniti ed il paese arabo, il quale risulta fondamentale anche per indebolire la stessa posizione di Putin.
    Va ricordato, infatti, come questo accordo durante la prima amministrazione Trump trovò la propria giustificazione soprattutto in chiave anti Iran.
    Il suo  tradimento operato dall’amministrazione Biden riportò l’Iran all’interno dello scenario internazionale, così come i suoi finanziamenti ai gruppi terroristici musulmani, e diede nuovo impulso al processo di arricchimento dell’uranio.

    Ecco, quindi, come ora anche la posizione di Israele venga rafforzata come stato esplicitamente in conflitto con lo stesso Iran, al quale viene assicurato un ampio mandato nella elaborazione delle proprie strategie anche militari.

    Un’alleanza, tra Usa e Riyad, la quale attualmente si ripropone come obiettivo certamente quello di isolare sempre più l’Iran, ora uno dei principali alleati di Putin, e quindi quest’ultimo vedendosi indebolito si rende disponibile ad una trattativa diplomatica.

    L’Arabia Saudita, inoltre, in un prossimo futuro grazie al suo possibile ingresso “a due velocità” all’interno dei Brics rappresenterà un alleato fondamentale certamente degli Stati Uniti ma anche dell’Unione Europea, in aggiunta all’India, nei confronti del ruolo egemonizzante dalla Cina.

    Attraverso questa strategia l’Arabia Saudita intende ritagliarsi un nuovo ruolo nello scenario internazionale tanto da dichiarare di voler diventare la Nuova Europa, cioè sede di innovazione e sviluppo economico.
    In questo complesso contesto in rapida evoluzione, viceversa, in Europa si discute del livello e della qualità delle esternazioni del Presidente Trump, invece di cercare di comprendere le valenze internazionali, economiche e geopolitiche che la strategia estera statunitense sta perseguendo.

    Il ritardo europeo espresso dall’intera classe politica dell’Unione è stato evidenziato anche dalla stessa riunione di Parigi la quale ha solo confermato la marginalità europea. In più, non sazia, l’Unione Europea ha deciso di varare il sedicesimo pacchetto di sanzioni alla Russia forti dei “successi” ottenuti con i primi quindici.

    Mai come ora il principio di Einstein si rivela attuale: “Non è possibile risolvere un problema con lo stesso livello di pensiero che sta creando il problema”. L’Unione Europea ne rappresenta la conferma attraverso il proprio granitico immobilismo politico e strategico. La propria marginalizzazione nello scenario internazionale si manifesta come la inevitabile conseguenza

  • Almasri

    Penso, sperando di non sbagliare, che tutti vorremmo vivere in un mondo giusto dove il male, l’ingiustizia, sono sconfitti, un mondo abitato da persone che non fanno torto agli altri e rispettano i diritti umani.

    Purtroppo non è così, terroristi, criminali, dittatori, individui violenti in vari modi prevalgono sugli altri e minacce, fisiche ed economiche, condizionano la nostra vita, la vita dei singoli e la vita degli Stati.

    Vi sono situazioni, alcuni li chiamano giochi, che neppure immaginiamo e che spesso rendono, a noi comuni mortali, difficilmente comprensibili certe decisioni.

    In un viaggio in Cina, come co-Presidente del mio gruppo, un ministro, alle mie rimostranze per le troppe merci contraffatte e per il dumping praticato dal governo cinese, mi disse, con imperturbabile calma asiatica, che se non ci andava bene non era un problema per loro mandarci in Europa centomila e più cinesi.

    Voleva ovviamente farmi comprendere di non insistere più di tanto sul problema contraffazione salvo ritorsioni conseguenti.

    Tra gli Stati ci sono a volte situazioni che potremmo definire ricattatorie.

    Racconto questa esperienza per collegarmi al caso Almasri.

    Piace a molti creare una gran kermesse politico giornalistica su quanto è avvenuto con la liberazione di un personaggio che, più che essere sottoposto al giudizio della Corte internazionale, starebbe bene in un cimitero, ma non siamo nel far west e a regolare i conti dovrebbe essere una magistratura indipendente, capace e libera da condizionamenti.

    Sul caso Almasri vi sono molte domande senza risposta.

    Cosa ha impedito alla Corte internazionale di emettere un mandato di cattura mentre Almasri era in altri paesi europei, Regno Unito, Belgio, Germania?

    Come mai la richiesta d’arresto, nonostante Almasri fosse già stato monitorato, identificato e poi fermato in Germania, è avvenuta solo quando è arrivato in Italia?

    I servizi di intelligence italiani sono stati avvertiti in tempo utile per comunicare al Presidente del Consiglio, ed ai ministri competenti, quanto poteva accadere e poi è accaduto?

    I servizi addetti alla intelligence, dei vari Stati dell’Unione, è noto che dialogano molto poco e sembra evidente che i nostri servizi non dialogano abbastanza anche con i referenti politici e con le forze di polizia.

    Piaccia o non piaccia ad alcuni magistrati o all’opposizione, che se governasse obbedirebbe alle stesse necessità di stato dell’attuale governo, esistono  ragioni imposte dalla politica per Almasri come nel caso di Cecilia Sala ed altri.

    In Libia noi abbiamo interessi vitali per vari motivi, dal gas, senza il quale, dopo la guerra tra Russia ed Ucraina, avremmo gravi difficoltà per l’approvvigionamento energetico e per le conseguenze economiche, all’immigrazione, la Libia può invaderci di immigrati irregolari ed anche di terroristi o criminali, ricordiamo la minaccia cinese, all’obiettivo di continuare, in Italia, a non avere attacchi terroristici.

    A fronte di queste considerazioni, lasciamo perdere il volo di Stato perché solo chi è in mala fede può pensare di rimpatriare un soggetto come Almasri su un volo di linea, non si comprende perché l’iscrizione nel registro degli indagati, per Meloni e gli altri ministri, sia arrivata il giorno prima dell’audizione in Parlamento impedendo così che si svolgesse regolarmente.

    Almasri o non lo si cercava e non lo si arrestava, o si era costretti a rimpatriarlo, o a rischiare seriamente di subire le conseguenze della sua detenzione, in un film forse sarebbe spartito, ma noi siamo nella realtà.

    Moralmente è stata un operazione giusta? La moralità non c’entra, Almasri è un assassino, un violentatore, un aguzzino, mi auguro che Allah lo fulmini, che un vendicatore solitario faccia giustizia, e la realtà è che, purtroppo, la Corte penale, che non impedisce a Putin di andare dove gli pare, non ha gli strumenti per fare giustizia ed è o troppo lenta nelle sue richieste di arresto o è anche essa legata a tempistiche e giochi politici che ci lasciano perplessi.

  • Il ritiro delle forze francesi dal Senegal sarà completato entro l’estate del 2025

    La Francia prevede di ritirare i suoi militari dal Senegal e da altri Paesi dell’Africa occidentale e centrale entro l’estate del 2025. È quanto riferiscono fonti militari francesi citate dall’agenzia di stampa senegalese “Aps”, secondo cui sarebbero in corso delle trattative per organizzare il ritiro. “Entro l’estate del 2025 non ci saranno più basi militari francesi permanenti in Senegal”, ha affermato la fonte, aggiungendo che Parigi favorirà la cooperazione con le autorità senegalesi in base alle loro esigenze. “La presenza militare francese è oggi percepita come un affronto alla sovranità. Ne siamo consapevoli”, ha aggiunto. La decisione, se confermata, rientra in un cambiamento strategico volto a rispondere alle aspirazioni di sovranità di recente espresse da diversi Paesi africani. Già lo scorso 31 dicembre il presidente senegalese Bassirou Diomaye Faye aveva già annunciato la fine di ogni presenza militare straniera sul territorio senegalese a partire dal 2025, propugnando una nuova dottrina di cooperazione militare.

    In base all’attuale accordo di cooperazione militare tra Francia e Senegal, siglato nel 2012, le forze francesi hanno libero accesso a diverse infrastrutture strategiche, come il sito di Camp Ouakam e la base navale senegalese, nonché esenzioni fiscali per le attrezzature e i servizi necessari alle loro operazioni, oltre a beneficiare della libertà di movimento e dell’organizzazione di esercitazioni militari. In cambio, il Senegal beneficia di un sostegno rafforzato, in particolare attraverso l’accesso prioritario del suo personale militare alle scuole francesi, l’assistenza tecnica e il trasferimento di equipaggiamento militare. Sono agevolati anche gli scali marittimi e aerei senegalesi in Francia. In base a quanto prevede l’accordo, il contratto può essere risolto mediante comunicazione scritta con preavviso di sei mesi, con conseguente restituzione delle strutture senza indennizzo, salvo specifico accordo. L’eventuale ritiro delle forze francesi dal Senegal rientra in una più ampia riorganizzazione della presenza militare di Parigi nell’area del Sahel, iniziata nell’estate del 2023 con le partenze da Mali, Burkina Faso, Niger e, più recentemente, dal Ciad.

    Le autorità di N’Djamena hanno denunciato l’accordo di cooperazione militare con la Francia lo scorso 28 novembre e all’inizio di dicembre Parigi ha iniziato a rimpatriare la sua flotta aerea e a lasciare gradualmente le sue basi, in particolare quelle di Faya-Largeau e Abeché. La base Adji Kossey di N’Djamena, la più grande, sarà invece restituita entro il 31 gennaio 2025, termine ultimo fissato dal governo ciadiano. Il graduale ritiro militare francese avviene in un clima di forte tensione, reso incandescente dopo che il presidente Emmanuel Macron, nel suo discorso recente agli ambasciatori, ha accusato i Paesi africani di “irriconoscenza” nei confronti di Parigi. In risposta alle dichiarazioni di Macron, il primo ministro senegalese Ousmane Sonko ha contestato in particolare l’affermazione del capo dell’Eliseo secondo cui la partenza delle forze francesi è il risultato di precedenti negoziati con le autorità di Dakar, sostenendo al contrario che “la decisione del Senegal deriva dalla sua volontà, in quanto Paese libero e sovrano”. Anche il governo ciadiano ha esortato la Francia e i suoi partner a rispettare le aspirazioni all’autonomia dei popoli africani. “Invece di attaccare l’Africa, il presidente Macron dovrebbe concentrare i suoi sforzi sulla risoluzione dei problemi che preoccupano il popolo francese”, ha affermato un comunicato del governo di N’Djamena, definendo non più negoziabile il termine del 31 gennaio per il completo ritiro dei militari francesi.

  • Ok di Tunisia e Algeria: il corridoio del gas per rifornire Italia, Austria e Germania può partire

    Tunisia e Algeria si aggiungono al patto tra Italia, Austria e Germania per trasportare idrogeno tra le due sponde del Mediterraneo. Con la firma, il 21 gennaio a Roma, di una nuova dichiarazione comune di intenti tra i cinque paesi, il progetto del Corridoio Sud dell’Idrogeno inizia a fare qualche passo avanti concreto.

    L’intesa siglata a Villa Madama non aggiunge né modifica le linee fondamentali del progetto SouthH2 Corridor. Punta invece a rafforzare la cooperazione, soprattutto a livello tecnico, tra tutti iPpaesi interessati dai 3.300 chilometri di gasdotti adatti a trasportare anche idrogeno. Roma, Vienna e Berlino avevano già compiuto un passo del genere a fine maggio 2024. L’accordo prevedeva di trasformare il supporto politico in lavori tecnici e cooperazione tra gli stakeholder rilevanti dei 3 Paesi. La dichiarazione d’intenti firmata il 21 gennaio 2025 estende il perimetro dell’iniziativa a Tunisia e Algeria. Prevede per i 5 Paesi l’impegno di riunirsi semestralmente a livello di gruppo di lavoro tecnico per monitorare e sostenere l’attuazione del progetto.

    Finora, la tabella di marcia è rispettata. L’intesa allargata a Tunisia e Algeria era prevista nella prima metà del 2025. Entro fine 2025 dovrà avvenire lo sviluppo di un rapporto di definizione dell’ambito del SouthH2Corridor. E l’ok allo status di Progetti di reciproco interesse (PMI) nell’ambito del regolamento sulla rete transeuropea per l’energia (TEN-E) nel settimo elenco PCI/PMI europeo.

    Il Corridoio Sud dell’Idrogeno prevede la costruzione di nuove pipeline, o il riadattamento di condutture esistenti, per trasportare in Europa l’idrogeno prodotto in Nord Africa. Il SouthH2 Corridor rientra nella strategia europea per il vettore energetico, che prevede di importare dall’estero entro il 2030 almeno 10 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile.

    Da progetto, la pipeline di 3.300 km dovrebbe trasportare 4 milioni tonnellate di idrogeno l’anno, il 40% del target Ue. Idrogeno che dovrebbe essere generato in Algeria (manca però adeguata capacità rinnovabile affinché sia H2 verde) e trasportato via Tunisia fino a Mazara del Vallo, dove sarebbe immesso nella rete italiana per poi accedere ai mercati dell’Europa centrale attraverso Tarvisio. Con una possibile diramazione attraverso la Svizzera (Passo Gries), paese che ha il ruolo di osservatore nel progetto. Il segmento italiano sarà quello principale: lungo 2.300 chilometri, circa 70% dei quali da ottenere tramite riconversione delle condutture gas esistenti e 30% da costruire ex novo.

    A inizio dicembre 2024, il Corridoio Sud dell’Idrogeno è stato inserito nella lista dei progetti bandiera dell’Ue per il 2025 sotto l’iniziativa Global Gateway, che facilita finanziamenti e realizzazione dell’opera. In precedenza, era già stato inserito nella lista dei progetti di interesse europeo.

  • Accordo per la cooperazione nella difesa tra Turchia e Somalia

    Prosegue con un nuovo accordo, questa volta di cooperazione finanziaria in ambito di difesa, il rafforzamento delle relazioni di Somalia e Turchia. Lo ha riferito “Garowe online”, dando notizia dell’intesa firmata dal ministro della Difesa somalo Abdulkadir Nur e dalla controparte turca Yaşar Guler. In base al documento, la Turchia fornirà ora al Paese del Corno d’Africa assistenza finanziaria per progetti di sviluppo militare, venendo incontro alle esigenze di Mogadiscio di colmare le lacune in termini di nuove tecnologie e modernizzazione delle attrezzature. L’accordo prevede anche investimenti in infrastrutture critiche che sono essenziali per migliorare le prestazioni delle Forze armate nazionali somale. Il rafforzamento delle relazioni con la Turchia si inserisce per Mogadiscio nel delicato processo di ripristino delle competenze di sicurezza affidate negli anni alle missioni internazionali e all’evolversi di queste ultime nell’instabile contesto regionale. Il dispositivo militare messo in campo dalla Missione di transizione dell’Unione africana in Somalia (Atmis) è infatti in fase di ritiro e al suo posto subentrerà dal prossimo primo gennaio un’analoga missione denominata Aussom.

    Alle truppe di Gibuti, Kenya, Uganda e Burundi si aggiungeranno quelle egiziane, a discapito di quelle etiopi, invise a Mogadiscio per via del contenzioso in corso da mesi con Addis Abeba. La Somalia e la Turchia hanno firmato un patto di difesa a febbraio che ha dato ad Ankara l’autorità esplicita di sviluppare le capacità marittime di Mogadiscio “per combattere le attività illegali e irregolari nelle sue acque territoriali”. A luglio, il parlamento turco ha approvato l’impiego di navi militari sulla costa della Somalia, in vista di future attività di esplorazione petrolifera. La nave da ricerca turca Oruc Reis condurrà studi sismici nelle acque somale, raccogliendo dati per l’esplorazione di petrolio e gas naturale per circa sette mesi. La Turchia ha fatto enormi investimenti nella sicurezza e nello sviluppo della Somalia da quando il presidente Tayyip Erdogan ha fatto il suo primo viaggio nel Paese, nel 2011. Proprio nel Paese africano Ankara ha basato la sua più grande struttura di addestramento militare all’estero.

  • Nasce un asse Londra-Berlino per la difesa e la cooperazione militare

    In un momento di crescente incertezza geopolitica e di minacce sempre più pressanti sullo scenario internazionale, il Regno Unito e la Germania hanno siglato un accordo di difesa bilaterale destinato a rafforzare la sicurezza nazionale di entrambi i Paesi e, più in generale, dell’Europa. Il Trinity House Agreement – questo il nome dell’accordo – è stato firmato a Londra dal ministro della Difesa britannico John Healey e dal suo omologo tedesco Boris Pistorius. L’accordo rappresenta un passo significativo verso una maggiore cooperazione militare tra i due Paesi.

    Healey ha descritto la firma come un “momento cruciale nelle relazioni tra Regno Unito e Germania” e un “importante passo avanti per la sicurezza europea”. “Questo accordo assicura livelli senza precedenti di nuova cooperazione con le Forze Armate e l’industria tedesca, portando benefici alla nostra sicurezza e prosperità condivise, proteggendo i nostri valori comuni e rafforzando le nostre basi industriali della difesa”, ha dichiarato Healey durante la cerimonia di firma presso la storica Trinity House a Londra.

    L’accordo, il primo di tale portata tra i due Paesi, mira a incrementare la collaborazione in aria, terra, mare, spazio e cyberspazio, rafforzando non solo le rispettive capacità militari ma anche il pilastro europeo della Nato. Alla luce delle tensioni crescenti nell’Europa orientale e dell’aggressione russa in Ucraina, il patto si configura infatti come una risposta alle sfide comuni che Londra e Berlino, insieme ai loro alleati, stanno affrontando per garantire la sicurezza europea. “Non dobbiamo dare per scontata la sicurezza in Europa”, ha commentato il ministro della Difesa tedesco. “La Russia sta conducendo una guerra contro l’Ucraina, sta aumentando enormemente la sua produzione di armi e ha lanciato ripetutamente attacchi ibridi contro i nostri partner nell’Europa orientale”, ha spiegato Pistorius. Per questo motivo, Pistorius ha evidenziato l’importanza di continuare a lavorare a stretto contatto con il Regno Unito per colmare le lacune critiche di capacità, soprattutto nel campo delle armi a lunga gittata.

    Uno degli obiettivi principali del Trinity House Agreement è infatti il rafforzamento delle capacità di difesa e deterrenza, soprattutto in relazione al fianco orientale della Nato, dove la minaccia russa continua a destare preoccupazioni. In particolare, Regno Unito e Germania lavoreranno insieme allo sviluppo di nuove armi di precisione a lungo raggio, capaci di viaggiare più lontano e con maggiore accuratezza rispetto ai sistemi attuali, come il missile da crociera Storm Shadow attualmente in uso dall’esercito britannico. La cooperazione tra i due Paesi includerà anche progetti di ricerca congiunta su droni terrestri e marittimi, oltre che lo sviluppo di nuovi sistemi marittimi senza equipaggio, un’area strategica fondamentale per la protezione delle acque territoriali e delle infrastrutture critiche sottomarine. Una parte dell’accordo prevede, infatti, la protezione delle infrastrutture sottomarine nel Mare del Nord, come i cavi di telecomunicazioni ed energia, considerati vulnerabili in un contesto di guerra ibrida e attacchi cibernetici.

    L’accordo non si limita a un semplice potenziamento della difesa nazionale, ma prevede anche un forte impatto sull’economia del Regno Unito. Grazie a una collaborazione con la società della difesa tedesca Rheinmetall verrà costruita una nuova fabbrica di canne per sistemi d’artiglieria nel Regno Unito, creando oltre 400 posti di lavoro e contribuendo con quasi mezzo miliardo di sterline all’economia britannica nel prossimo decennio.

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