acqua

  • Richiamo della Commissione europea all’Italia per il recepimento della normativa europea sull’acqua potabile

    La Commissione europea ha invitato l’Italia a recepire correttamente la direttiva sull’acqua potabile ed ha avviato una procedura di infrazione inviando a Roma una lettera di costituzione in mora all’Italia per il mancato corretto recepimento della direttiva in materia.

    Prendendo le mosse dalla Strategia per la resilienza idrica, secondo cui la piena attuazione dei requisiti dell’Ue sulla qualità dell’acqua è fondamentale per proteggere la salute umana e l’ambiente, la direttiva mira a tutelare la salute umana garantendo acqua del rubinetto più pulita, aggiornando gli standard di qualità e affrontando gli inquinanti emergenti, come gli interferenti endocrini e le microplastiche. Gli Stati membri avrebbero dovuto recepire la direttiva nel diritto nazionale entro il 12 gennaio 2023 e conformarsi alle sue disposizioni.

    Nel recepimento da parte dell’Italia secondo Bruxelles permangono diverse carenze. Tra queste figurano: la limitazione dell’ambito della valutazione del rischio dei sistemi di distribuzione domestica, il rinvio di alcuni obblighi, l’assenza dell’obbligo di informare le persone vulnerabili sulle modalità di accesso all’acqua potabile, la mancata limitazione delle deroghe ai soli casi debitamente giustificati e per il periodo più breve possibile, nonché l’assenza di un valore guida per gestire la presenza di metaboliti non rilevanti dei pesticidi nell’acqua potabile.

    A seguito della lettera di costituzione in mora, l’Italia ha ora di due mesi per rispondere e porre rimedio alle carenze segnalate. In assenza di una risposta soddisfacente, la Commissione potrebbe decidere di emettere un parere motivato.

    Un quadro aggiornato sullo stato delle acque in Italia, intanto, arriva dall’Ispra che ha pubblicato il Rapporto “Lo stato delle acque in Italia – verso il 4° ciclo di gestione”. Dallo studio emerge che su un totale di più di 7.700 corpi idrici superficiali, composti da fiumi, laghi, acque marino-costiere e di transizione, il 43,6% è in stato potenziale ecologico buono o superiore, mentre poco più del 75% è in stato chimico buono. Il rapporto evidenzia ancora che «la maggior parte dei corpi idrici superficiali in stato elevato ricadono nel distretto della Sardegna e sono costituiti in prevalenza da acque marino-costiere (44%) e di transizione (10%)». Non solo: «Le maggiori percentuali di fiumi in stato potenziale ecologico buono si registrano in Sardegna 76% di corpi idrici fluviali del distretto – prosegue il rapporto -, seguono i distretti delle Alpi Orientali e dell’Appennino Centrale per entrambi, 43%».

  • Acque reflue utilizzabili per l’agricoltura. Coldiretti soddisfatta del decreto del governo

    Gli agricoltori potranno utilizzare le acque reflue trattate per l’irrigazione dei campi, senza costi aggiuntivi. Il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha infatti approvato in esame preliminare il regolamento sul riutilizzo delle acque reflue affinate. Il provvedimento disciplina i criteri, le modalità e le condizioni per l’uso sicuro di tali acque, fornendo un quadro normativo essenziale per far fronte alla crisi idrica e per supportare l’irrigazione in agricoltura. Le nuove norme stabiliscono in particolare l’obbligo di redigere un Piano di gestione dei rischi, individuando ruoli e responsabilità dei gestori e degli utilizzatori finali, con l’obiettivo di proteggere la salute umana, animale e l’ambiente.

    Per il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, si tratta di «un grande passo in avanti per rendere il settore agricolo più resiliente al fenomeno del cambio del clima. Con questa normativa sarà possibile utilizzare acque reflue trattate per usi irrigui rispettando i parametri di salubrità e dei più alti standard qualitativi senza costi aggiuntivi per gli agricoltori».

    Il provvedimento introduce regole chiare per il riuso delle acque a fini irrigui, ambientali, civili e industriali, promuovendo il risparmio idrico e l’economia circolare, e rafforzando la capacità del sistema idrico nazionale di affrontare la scarsità d’acqua. «Per noi la carenza d’acqua – ha commentato ancora Lollobrigida – non è una emergenza ma un fenomeno strutturale che va affrontato mettendo nelle condizioni il sistema agricoltura di sfruttare la risorsa idrica al meglio e senza sprechi».

    Il decreto sulle acque reflue approvato dal Consiglio dei Ministri è importante per garantire un corretto utilizzo di tutte le risorse idriche disponibili, aumentando i volumi a disposizione delle aziende agricole rispetto alle problematiche legate ai cambiamenti climatici, afferma per parte sua la Coldiretti, sottolineando che il nuovo dispositivo è il frutto del dialogo costante avviato dalla Coldiretti con il dicastero sul fronte della sostenibilità e dell’innovazione, che in questi giorni ha portato anche alla rimodulazione delle tempistiche per gli impianti di biometano, nell’ambito del nuovo regolamento clima.

    Oltre a garantire la disponibilità di nuovi volumi nelle situazioni di crisi – spiega Coldiretti – il provvedimento prevede la partecipazione delle organizzazioni agricole nella fase della pianificazione dell’uso e del monitoraggio di rischi e la sottoscrizione di accordi di programma tra gestori degli impianti e gestori delle reti di distribuzione per definire le risorse necessarie agli investimenti.

    La garanzia dell’acqua è centrale – ricorda Coldiretti – per l’agroalimentare italiano con circa il 41% del valore aggiunto prodotto dal settore che deriva proprio da produzioni irrigue.

    Ma per assicurare una piena disponibilità delle risorse è anche necessario rilanciare sulla realizzazione di un grande piano invasi capace di garantire l’approvvigionamento idrico e produrre energia pulita. L’obiettivo del progetto proposto da Coldiretti è raddoppiare la raccolta di acqua piovana garantendone la disponibilità per gli usi civili, per la produzione agricola e per generare energia pulita idroelettrica, grazie ad appositi sistemi di pompaggio, contribuendo anche alla regimazione delle piogge in eccesso e prevenendo il rischio di esondazioni.

  • La Danimarca consente di lavorare agli immigrati in attesa di permesso, ma scoppiano le polemiche

    Nel centro di detenzione danese di Ellebæk gli immigrati in attesa di verifica della sussistenza dei presupposti per ottenere asilo possono lavorare e di essere retribuiti. «Lavoriamo perché non abbiamo scelta. Se non lo facciamo, restiamo seduti tutto il giorno in cella» raccontano. Alcuni ritengono che la loro situazione configuri una situazione di lavoro forzato indiretto, ma lavorare non è un obbligo per chi si trova nella struttura. Le cronache registrano che in questo centro danese sono stati avviati programmi in collaborazione con aziende private che permettono ai detenuti di lavorare all’interno della struttura. Le paghe molto basse (0,8 euro per ora) fanno pensare ad alcuni che il centro serva di fatto solo a fornire manodopera a basso costo alle aziende coinvolte.

    Tra le aziende che danno lavoro agli ospiti di Ellebæk figura Premium Acqua, il distributore danese di San Pellegrino, il marchio italiano di acqua minerale di proprietà della multinazionale svizzera Nestlé. Sanpellegrino ha comunicato di non essere direttamente presente nel mercato danese. Premium Acqua afferma di aver avviato la collaborazione con il servizio penitenziario danese nel 2015, descrivendola come parte di un’iniziativa volta a sostenere il reinserimento dei detenuti.

  • Dighe trascurate o non ultimate: la Sicilia sversa in mare l’acqua che le manca per case e campi

    L’approvvigionamento idrico in Italia e segnatamente in Sicilia continua a fare acqua da tutte le parti, vien da dire. Oltre 100.000 metri cubi d’acqua al giorno vengono scaricati in mare, mentre l’agricoltura delle province di Trapani e Agrigento sta vivendo una crisi senza precedenti, segnalava già lo scorso autunno il settore agroalimentare della Sicilia. La diga Trinità di Castelvetrano non è attiva per problemi di sicurezza ma i necessari interventi di messa in sicurezza e manutenzione non sono mai stati programmati e di conseguenza la diga viene svuotata per evitare che la massa d’acqua possa creare problemi. Molte altre dighe sono state dismesse e la mania green ha portato a costruire impianti di energia rinnovabile nei terreni che un tempo erano destinati ad agricoltura ed allevamento ma che oggi ardono sotto la siccità, anche perché se l’impianto di Trinità garantisce oggi solo il 14,05% dell’acqua potabile consentita e il 10,26% rispetto alla capienza possibile, di 47 dighe complessive in Sicilia solo 20 sono state collaudate e 17 sono già state dismesse, spesso anche prima di essere ultimate. Senza un collaudo, una diga deve essere svuotata, ma neanche i collaudi bastano, come dimostra Trinità, ove non si faccia manutenzione.

    L’Autorità di Bacino della Regione Sicilia ha dipinto un quadro in cui si sfiora il collasso, con appena 142 milioni di metri cubi d’acqua disponibili nei principali invasi ‘a uso promiscuo’, cioè sia per l’agricoltura che per l’uso potabile. Il volume effettivamente utilizzabile, al netto di fanghi, perdite e mancanza di infrastrutture, scende addirittura sotto i 100 milioni. La capacità di fornire acqua è calata, a seconda dell’impianto, dal -21% al -47% in un anno.

    I dissalatori per recuperare acqua dal mare, proprio lì dove si sversa l’acqua che non si tiene nei bacini artificiali, sono abbondantemente ‘pensionati’ a loro volta mentre tutti i progetti (31) che la Regione ha presentato per ottenere fondi del Pnrr con cui affrontare la questione dell’approvvigionamento idrico sono stati giudicati insoddisfacenti e dunque non ammessi ai fondi che l’Italia distribuisce sul territorio tramite il Pnrr grazie agli stanziamenti europei di NextGenEU.

  • Concessioni idroelettriche vicine a scadenza: si prepara la sfida tra player stranieri e italiani per le dighe

    Con 4.800 impianti, l’idroelettrico rappresenta la principale fonte di energia rinnovabile in Italia: a seconda della piovosità, contribuisce tra il 130 e il 40% (l’anno scorso anche di più) della produzione elettrica rinnovabile.

    Buona parte delle concessioni relative alle dighe da cui si ricava elettricità è prossimo a scadenza (perlopiù nel 2029) e le gare per assegnare le nuove concessioni hanno già visto prepararsi alla sfida big nazionali come Enel, A2a, Alperia, Edison, Dolomiti Energia e Cva (oggi detengono complessivamente oltre il 70% delle dighe) e gruppi e fondi stranieri. Nelle due gare bandite dalla Regione Lombardia, relativa alle centrali di Codera Ratti-Dongo e Resio (insieme valgono 23 megawatt) sono già scesi in campo Eph (in consorzio Slovenské elektrkn in cui Enel è socio di minoranza) che fa capo al miliardario ceco Daniel Kretinksy ed è presente in Italia con il gruppo Ep Produzione, che gestisce centrali a gas, la svizzera Bkw, il fondo australiano Macquarie e le multi-utility italiane Acea e Ascopiave.

    Per il futuro invece la posta in palio è molto più grande: 23mila megawatt. Ma soprattutto, in ballo ci sono gli investimenti che occorre fare per ammodernare impianti di ormai 40 e passa anni: servono 15 miliardi complessivi. Le concessioni andranno tutte a gara, con bandi internazionali e l’Italia, dove già le concessioni hanno una durata tra le più basse d’Europa (30-50 anni), sarà l’unico Paese europeo dove questa grande partita si giocherà con un campionato aperto al resto del mondo. La messa a gara era uno degli obiettivi della terza rata del Pnrr, che è stata già erogata, ma diverse associazioni già alla fine dell’anno scorso hanno sollevato dubbi, rivolgendosi al governo, che gare aperte a operatori stranieri possano compromettere la sicurezza del Paese in termini di approvvigionamento energetico e favorire manovre speculative da parte di operatori più interessati a logiche finanziarie di breve periodo che a partnership industriali di lunga durata. Dal Codacons alla Federdistribuzione, dalla Confagricoltura alle sigle sindacali confederali, le associazioni lo scorso dicembre hanno sottoscritto un appello per chiedere le opportune revisioni normative e uno stanziamento di circa 15 miliardi per garantire gli investimenti necessari all’idroelettrico scongiurando il pericolo che gli impianti passino in mano a operatori stranieri (molti dei quali, invero, appartengono a Paesi che fanno parte come l’Italia dell’Unione europea).

  • La Commissaria Roswall in Italia per discutere di resilienza idrica e altre questioni ambientali

    Dal 20 al 22 marzo la Commissaria Roswall sarà a Roma per confrontarsi con diverse parti interessate in merito all’importanza della resilienza e preparazione idrica. La Commissaria pronuncerà un discorso di apertura alla sesta conferenza Valore Acqua per l’Italia, delineando le grandi sfide idriche dell’UE nel quadro della prossima strategia europea sulla resilienza idrica. Incontrerà Gilberto Pichetto Fratin, Ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, le commissioni parlamentari Ambiente e Politiche dell’Unione europea, Roberto Gualtieri, Sindaco di Roma, il Gruppo ACEA, e Qu Dongyu, Direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO). Parteciperà inoltre a una tavola rotonda con le parti interessate per uno scambio di opinioni sulle priorità di portafoglio più ampie, quali la resilienza idrica, l’economia circolare e la bioeconomia. La visita si concluderà all’Oasi Bosco di Palo Laziale, un sito Natura 2000.

  • Su Marte ci sarebbe acqua in primavera

    La presenza di acqua liquida su Marte potrebbe essere all’origine di un raro fenomeno osservato sulle dune del Pianeta Rosso: è quanto emerge dallo studio “Geomorphological Observations and Physical Hypotheses About Martian Dune Gullies” condotto da ricercatori dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e recentemente pubblicato sulla rivista Geosciences di Mdpi. Almeno 3,7 miliardi di anni fa, Marte presentava un’atmosfera molto più densa di quella attuale e ospitava laghi e oceani: nel tempo, gran parte dell’atmosfera del pianeta è andata perduta, rendendo quasi impossibile, a causa della bassissima pressione atmosferica, la presenza di acqua liquida stabile sulla sua superficie. La ricerca condotta dall’Ingv ha analizzato il versante sottovento della duna Russell, la più grande delle dune formate dal vento all’interno dell’omonimo cratere marziano, concentrandosi sul comportamento dell’acqua in condizioni atmosferiche di temperatura e pressione del Pianeta Rosso. “L’analisi di 110 immagini ad altissima risoluzione (fino a 25 cm/pixel) raccolte nell’arco di otto anni marziani (ovvero circa 16 anni terrestri) dalla sonda statunitense Mars Reconnaissance Orbiter ci ha permesso di evidenziare per la prima volta la possibile presenza su Marte di acqua nel suo punto triplo, ovvero in un equilibrio in grado di far coesistere gli stati fisici solido, liquido e vapore, evidenziando un ciclo stagionale ricorrente”, spiega Adriano Nardi, ricercatore dell’Ingv e primo autore dell’articolo. “Sia pure per brevi periodi, nei primi giorni della primavera marziana e in occasione delle folate di vento, ogni anno su questa duna può comparire acqua in condizioni atmosferiche di temperatura e pressione che consentono la sua comparsa transitoria allo stato liquido”.

    L’acqua, in questo caso, sarebbe prodotta da un fenomeno meteorologico tipico dell’ambiente marziano che si manifesta in prossimità della superficie delle dune grazie alla loro forma aerodinamica, impossibile da riprodurre sulla Terra dove, peraltro, non sono mai stati osservati i caratteristici calanchi dunali di Marte (gullies). “La genesi dei gullies marziani ‘classici’ era stata indagata da un nostro precedente studio, che evidenziava come l’acqua sorgiva potesse produrre quei calanchi attraverso la fusione stagionale del permafrost, ovvero il ghiaccio rimasto intrappolato nel terreno in epoche passate. Questa nuova ricerca, invece, ha individuato dei fenomeni ancora più rari che producono dei canali diversi da quelli classici, detti ‘linear gullies’ a causa della loro forma più lineare”, aggiunge Antonio Piersanti, dirigente di ricerca dell’Ingv e co-autore dello studio. “I linear gullies potrebbero essere formati dalla brina che, grazie alle immagini della sonda Mars Reconnaissance Orbiter, abbiamo evidenziato sulla cima della duna Russell. La superficie del pendio è ondulata lateralmente e, quando i canali restano in penombra, si osservano tracce di umidità assorbita dalla sabbia. Viceversa, quando un canale svolta in direzione della luce, si assiste all’immediata evaporazione dell’acqua che si era conservata liquida fino a quel punto”.

    In condizioni normali, l’ambiente marziano potrebbe supportare la presenza di ghiaccio. Tuttavia, si tratterebbe di ghiaccio secco, che può cambiare stato solamente tramutandosi in vapore, e viceversa. Con questo studio sono stati eccezionalmente osservati gli effetti dell’acqua presente contemporaneamente nei suoi tre stati, anche se lo stato liquido è quello meno stabile. “Potrebbe essere, questa, la prima volta in assoluto che si riesce a osservare acqua liquida su Marte: senz’altro è la prima volta che si associano la formazione e la morfologia di un raro fenomeno marziano, i linear gullies presenti sulle sue dune, all’azione dell’acqua allo stato liquido nell’ambiente attuale”, conclude Nardi. Se confermata, la presenza di acqua liquida, anche per brevissimi periodi, potrebbe avere conseguenze significative per la comprensione della geologia marziana e per la ricerca di forme di vita microbiche, nonché per l’individuazione dei siti di atterraggio per future missioni spaziali su Marte.

  • In Emilia Romagna è possibile raccogliere manualmente il legname dall’alveo di un corso d’acqua

    “Viene estesa a tutto il 2025 l’autorizzazione dell’Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la Protezione civile a raccogliere il legname caduto in alveo o trasportato nei pressi delle sponde in aree demaniali, da parte dei privati nei corsi d’acqua del reticolo emiliano-romagnolo”.  Lo scrive il quotidiano Il Piacenza che riporta quanto deciso dalla Regione Emilia Romagna.

    “Naturalmente si tratta di un’attività che affianca e non sostituisce in alcun modo la pulizia degli alvei che resta in capo alla Regione, ma rappresenta la possibilità di raccogliere manualmente, per soli usi personali e domestici, materiale vegetale, comunque privo di valore commerciale. La raccolta deve avvenire nel rispetto delle regole stabilite dall’amministrazione.

    Il prelievo dovrà riguardare legna già sradicata, per un quantitativo non superiore a 250 quintali all’anno e deve essere finalizzato all’autoconsumo, senza scopo di lucro. Il taglio delle piante cadute, per ridurne la dimensione, deve essere eseguito unicamente con una motosega o un altro strumento manuale.

    L’attività può essere svolta con l’ausilio di mezzi di trasporto utilizzando esclusivamente la viabilità e gli accessi già presenti, senza comportare modifiche o alterazioni dello stato dei luoghi e, comunque, senza accedere all’alveo con mezzi a motore. Infine, il materiale prelevato (ramaglie, ceppaie e radici già asportate dalla corrente, ecc.) deve venire allontanato dall’alveo, trasportato in luogo idoneo e adeguatamente gestito.

    Le autorizzazioni sono rilasciate dall’Ufficio territoriale a seguito di apposita e specifica domanda. E’ necessario inviare una comunicazione scritta alla sede competente dell’Ufficio territoriale dell’Agenzia regionale. Nella comunicazione si dovranno indicare: il nominativo del richiedente e il relativo indirizzo e numero di telefono; il corso d’acqua, la località e il tratto interessati; il periodo in cui si svolgerà la raccolta.

  • Infrastrutture vecchie e investimenti assenti: aumenta lo spreco d’acqua in Italia

    Lo spreco dovuto agli acquedotti colabrodo resta un problema aperto in Italia: solo con le perdite annuali delle reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile, si potrebbero soddisfare 43,4 milioni di persone, il 75% della popolazione nazionale.

    Secondo l’Istat, lo spreco d’acqua in Italia è andato crescendo dal 42,2% al 42,4% tra 2020 e 2022 e ogni giorno si perdono 157 litri per abitante, benché l’Italia sia terza in Europa (dopo Svezia e Francia) per prelievo di acqua potabile per abitante. In totale, l’acqua sprecata nella penisola ammonta a 3,4 miliardi di metri cubi. Inoltre, un terzo degli italiani non si fida dell’acqua di rubinetto: il 28,8% non la beve (erano il 40,1% nel 2002), con picchi di sfiducia soprattutto in Sicilia (56,3%), Sardegna (45,3%), Calabria (41,4%) e Abruzzo (35,1%), mentre la quota di persone di 11 anni e più che consuma almeno mezzo litro di acqua minerale al giorno è delll’81,8% ed è sostanzialmente invariata rispetto al 2022.

    Ci sono quattro regioni virtuose, Puglia, Basilicata, Umbria e Toscana. Di contro, in termini di disponibilità naturale della risorsa idrica, è tuttavia la Puglia la regione che segna il minimo con 100 mm nel 2023 (quasi la metà del valore medio sul lungo periodo).

    L’Istat fa sapere che nonostante negli ultimi anni «molti gestori del servizio idrico abbiano avviato iniziative per garantire una maggiore capacità di misurazione dei consumi e il contenimento delle perdite, la quantità di acqua dispersa in distribuzione continua a rappresentare un volume considerevole». Le perdite (in parte normali: non esistono sistemi a perdita zero, dice l’Istat) sono causate da fattori amministrativi, dovuti a errori di misura dei contatori, e allacci abusivi. Ma soprattutto da rotture nelle condotte e vetustà degli impianti, tanto più frequenti e grazi queste ultime quanto più ci si sposta a Sud. Nel 2022, i distretti idrografici con le perdite totali in distribuzione più ingenti sono la Sardegna (52,8%), la Sicilia (51,6%) e l’Appennino meridionale (50,4%). Il valore minimo relativo alle perdite viene raggiunto dal distretto del fiume Po (32,5%).

    Il 13,6% delle acque presenti nelle dighe italiane, circa 2 miliardi di metri cubi, resta inutilizzato, sopratutto nell’Appennino meridionale (31,7%) e centrale (29,6%) nonché in Sicilia (29%). Nelle Alpi orientali il mancato utilizzo delle risorse idriche disponibili scende al 15,7%, nell’Appennino settentrionale al 13,2%, in Sardegna è al 18,2%. Secondo quanto risulta da uno studio di European House-Ambrosetti, che ha fornito queste cifre, il Po è ottimamente sfruttato, con una quota d’acqua inutilizzata pari solo all’1,9%.

    Le perdite sono in aumento in più della metà delle regioni e province autonome (13 su 21) avverte comunque l’stat. E anche il 2023 ha confermato la drammatica statistica. In nove regioni le perdite idriche sono superiori al dato nazionale, con i valori più alti in Basilicata (65,5%), Abruzzo (62,5%), Molise (53,9%), Sardegna (52,8%) e Sicilia (51,6%) con Calabria (38,7% di famiglie) e Sicilia (29,5%) sono le regioni più esposte ai problemi di erogazione.

    Servirebbero ingenti investimenti per mettere a posto un’infrastruttura vecchia e inadeguata, che deve adattarsi a un clima che porrà sempre più problemi di siccità. La rete di distribuzione è vecchia, soggetta a frequenti rotture e perdite costanti: l’Italia nell’erogazione perde ogni giorno circa il 40% dell’acqua, con una grande eterogeneità tra le regioni. Con una rete più malmessa sono la Basilicata, l’Abruzzo e il Molise, dove va perso circa il 60% dell’acqua distribuita; quelle con una rete migliore sono la provincia autonoma di Bolzano, l’Emilia-Romagna e la Valle d’Aosta, dove le perdite sono limitate al 25%.

  • Sete di acqua e di giustizia

    C’è un territorio bellissimo, ricco di storia millenaria, di culture che sono intrecciate nei secoli, di monumenti e vestigia di passati lontani che tutto il mondo invidia. Un territorio arricchito da montagne con, tutto attorno, un  mare  dalle mille sfumature, un territorio dove, purtroppo, a  volte malavita e politica si sono alleate creando tragedie e lutti.

    Sicilia fiera e sofferente, assetata di acqua, Sicilia senza ferrovie e strade adeguate, come tutti sanno da decenni, Sicilia con i rubinetti asciutti per milioni di abitanti e le file di autobotti e le coltivazioni un’altra volta a rischio o già perse e gli animali muoiono.

    Sicilia senza acqua l’altro ieri, ieri, oggi, governatori e ministri distratti o collusi, impotenti o troppo potenti nell’occuparsi dei loro affari invece che di quelli dei siciliani e perciò degli italiani?

    Cosa ha accecato Berlusconi e poi altri, fino ad arrivare a Salvini, inducendoli a credere che il ponte sullo Stretto potesse rappresentare sviluppo  economico in un territorio nel quale mancano le più normali vie di comunicazione, crollano ponti appena fatti ma, sopratutto, si muore di sete perché nessuno ha provveduto, nei decenni, a costruire le infrastrutture per l’acqua?

    Accecati o interessati ad altro? Ignoranti del problema o consapevoli che certi problemi portano sviluppo alle attività criminali, che vendono anche l’acqua?

    La Sicilia ha sete, l’acqua è necessaria per vivere, il governo dia l’acqua prima di pensare al Ponte e Salvini costruisca i binari per i treni e le strade prima di buttare via altro denaro per un ponte che, se non ci sarà una svolta immediata, unirà solo due regioni, Calabria e Sicilia, entrambe prive di strade e ferrovie e assetate di acqua e di giustizia.

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