Agroalimentare

  • Dopo Coldiretti anche Confindustria chiede di rivedere il codice doganale

    Coldiretti da tempo chiede che si cambi il codice doganale che consente con l’ultima lavorazione in Italia di guadagnare il titolo di made in Italy denunciando la trasformazione in alimenti rigorosamente nazionali di materia prima in arrivo da Paesi terzi. Ma ora non è solo la rappresentanza degli agricoltori a chiederlo: Confindustria è giunta a considerare che la revisione dell’attuale codice doganale sia funzionale alla tutela, oltre che dell’agroalimentare, de settore tessile. Per questo viale dell’Astronomia chiede di garantire l’italianità con quattro passaggi da realizzare nel nostro Paese.

    Distintività e trasparenza sono diventate così parole d’ordine per tutti. L’industria alimentare per prima considera l’italianità della materia prima il vero valore aggiunto, da spendere anche nelle pubblicità che sempre più spesso fanno riferimento all’origine dei cibi. Ora dall’agricoltura la richiesta di cambiare le regole è sbarcata nel mondo industriale. Un’alleanza agricoltura e tessile, due veri campioni dell’azienda Italia, potrebbe davvero fare la differenza per centrare l’obiettivo su cui Coldiretti ha profuso il massimo impegno negli ultimi vent’anni dando battaglia per arrivare alla super etichetta.

    Un altro tassello importante è il sostegno del Governo all’Authority doganale europea a Roma. Un’altra richiesta di Coldiretti che rientra nel progetto di garantire agli agricoltori il riconoscimento del valore aggiunto di un’attività svolta nel segno della qualità e della sostenibilità economica e sociale.  Ma con un’attenzione forte nei confronti dei consumatori per metterli in grado di scegliere con cognizione di causa i cibi da portare a tavola. Senza inganno per evitare che possano cadere in trappole e rischiare a volte anche effetti pericolosi per la salute.

  • Stabile il commercio agroalimentare dell’UE

    L’ultima relazione pertinente pubblicata dalla Commissione europea mostra che nell’aprile 2025 il commercio agroalimentare dell’UE è rimasto stabile.

    Nell’aprile 2025 le esportazioni agroalimentari dell’UE hanno raggiunto i 20,1 miliardi di euro. Pur registrando un calo del 4% rispetto a marzo, il valore supera del 2% quello dello stesso mese dello scorso anno. Il Regno Unito è stato il mercato in più forte crescita tra gennaio e aprile, con un aumento delle esportazioni pari a 778 milioni di euro (+4%), dovuto principalmente all’aumento dei prezzi dei prodotti a base di cacao. Le esportazioni verso la Svizzera sono aumentate di 467 milioni di euro (+11%), trainate anch’esse dai prodotti a base di cacao. I prezzi del cacao e del caffè hanno continuato a sostenere i valori delle esportazioni nel loro complesso. Le esportazioni di caffè, tè, cacao e spezie sono cresciute di 1,3 miliardi di euro (+43%), trainate da un raddoppio dei prezzi della pasta di cacao, del burro di cacao e del cacao in polvere e da un aumento del 28% dei prezzi del caffè. Sono aumentate anche le esportazioni di cioccolato e dolciumi (+708 milioni di euro, +21%), con i prezzi del cioccolato in crescita del 31%.

    Nell’aprile 2025 le importazioni agroalimentari dell’UE hanno raggiunto i 16,2 miliardi di euro. Si tratta di un aumento dell’8% rispetto allo scorso anno, nonostante una riduzione del 4% rispetto al mese precedente. Gli aumenti maggiori sono stati registrati dalla Costa d’Avorio (+1,4 miliardi di €, +71%, principalmente per via dell’aumento dei prezzi del cacao), dalla Cina (+806 milioni di euro, +29%, per diverse categorie) e dal Canada (+722 milioni di euro, +90%, principalmente per via dell’aumento delle importazioni di cereali e semi oleosi). Il caffè e il cacao hanno trainato l’aumento del valore delle importazioni, con una crescita di categoria pari a 5,4 miliardi di euro (+63%). I prezzi rimangono il principale fattore trainante, con il raddoppio di quelli del cacao e l’aumento del 67% di quelli del caffè.

  • Quando lo Stato tassa, i furbi sguazzano: i dazi di Trump spingono la produzione di Parmesan

    Nel mese di maggio 2025 è balzata del 22 % la produzione di Parmesan negli Stati Uniti rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e l’aumento è stato del 9% rispetto al mese di aprile secondo l’analisi dell’Osservatorio Coldiretti sugli ultimi dati Usda. Si tratta degli effetti dell’annuncio del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump di voler colpire con pesanti dazi le importazioni dall’Unione Europea. Una decisione che favorisce le produzioni italian sounding che non hanno nulla a che vedere con la realtà produttiva tricolore. Si tratta di una concorrenza sleale che minaccia le esportazioni nazionali. Se infatti i nomi sono simili a quelli Made in Italy le caratteristiche sono profondamente differenti perché i formaggi originali devono rispettare rigidi disciplinari di produzione con regole per l’allevamento e la trasformazione e un sistema di controlli che non ha eguali.

    A pesare sul mercato è pero’ la differenza di prezzo che rende le brutte copie a stelle e strisce competitive in una situazione di difficoltà economica. Con la deadline fissata al 1 agosto, L’introduzione di un dazio complessivo del 45% sul Parmigiano Reggiano (al 15% che c’è sempre stato, si aggiunge un 30%) è un danno enorme per un prodotto simbolo del Made in Italy che rischia di perdere competitività su mercati strategici come quello statunitense, primo mercato estero per la Dop. Infatti a fronte di un prezzo che, nei prossimi mesi, negli Stati Uniti potrebbe superare i 58 euro al chilo, sul mercato Usa il Parmesan del Wisconsin viene venduto al dettaglio attorno ai 24 euro al chilo. Negli ultimi dieci anni la produzione di Parmesan, romano, provolone, ricotta, mozzarella e altri similari è aumentata del 22% e ha raggiunto nel 2024 il valore massimo di sempre di 2,73 miliardi di chili, secondo l’analisi dell’Osservatorio Coldiretti. A fare la parte del leone è la mozzarella, con 2,17 miliardi di chili, seguita dal Parmesan con 203 milioni, il provolone con 176 milioni, la ricotta 110 milioni e il Romano con oltre 27 milioni di chili.

    Oltre la metà della produzione di simil formaggi italiani viene realizzata in California (soprattutto mozzarella) e Wisconsin, la terra del “cheese” che ha addirittura come simbolo una mucca nelle targhe automobilistiche e si è specializzato nella produzione di Parmesan. “Imporre dazi al 30% sui prodotti agroalimentari europei – e quindi italiani – sarebbe un colpo durissimo all’economia reale, alle imprese agricole che lavorano ogni giorno per portare qualità e identità nel mondo, ma anche ai consumatori americani, che verrebbero privati di prodotti autentici o costretti a pagarli molto di piu oltre ad alimentare il fenomeno dell’italian sounding”, afferma il presidente di Coldiretti Ettore Prandini nell’evidenziare l’importanza del negoziato in corso.

  • La digitalizzazione aumenta la produttività del settore agroalimentare

    In occasione di Tuttofood Milano, la fiera più importante per il sistema agroalimentare, l’Osservatorio della Fondazione per la Sostenibilità Digitale – la prima Fondazione di ricerca riconosciuta in Italia dedicata ad approfondire i temi della sostenibilità digitale nei suoi impatti ambientali, economici e sociali – ha presentato i risultati della ricerca “Agrifood: la sfida della sostenibilità digitale”. La ricerca di quest’anno ha analizzato e messo a confronto le percezioni e i comportamenti di 4 generazioni di italiani – Generazione Z (18-28 anni), Millennial (29-44 anni), Generazione X (45-60 anni) e Baby Boomer (61-75 anni) – sul ruolo della tecnologia come strumento di sostenibilità, in particolare sui temi riguardanti l’Agrifood.

    “Questa ricerca ha messo in luce come la tecnologia possa svolgere un ruolo fondamentale nel rendere l’agrifood più sostenibile, ma anche come le diverse generazioni interpretino in modo diverso questa opportunità. Le nuove generazioni, in particolare la Generazione Z e i Millennial, vedono la tecnologia non solo come uno strumento, ma come un catalizzatore di cambiamento per l’intero settore. Pensare la sostenibilità in chiave sistemica significa anzitutto potenziare efficienza ed efficacia lungo tutta la filiera, ma al contempo accettare una maggiore complessità gestionale per tutti gli attori coinvolti. Per affrontarla servono strumenti digitali all’avanguardia e una solida cultura digitale condivisa per utilizzarli.” – ha spiegato Stefano Epifani, Presidente per la Fondazione per la Sostenibilità Digitale.

    Per l’agricoltura italiana il 2024 è stato un anno da record. È quanto emerge dai dati Istat sull’andamento economico del settore agricolo per l’anno appena conclusosi. Nel 2024 torna a crescere l’agricoltura e l’Italia è prima nell’Ue27 per valore aggiunto. Con i suoi 42,4 miliardi di euro di valore aggiunto, l’Italia sorpassa la Spagna che registra 39,5 miliardi, la Francia con 35,1 miliardi e la Germania che si ferma a 31,9 miliardi. Il settore agroalimentare è salito a 586,9 miliardi di euro di fatturato nel 2024 e generato valore aggiunto per il 19% del PIL italiano (+69% in 10 anni). Il peso della filiera agroalimentare estesa che comprende agricoltura, alimentare, distribuzione, intermediazione e distribuzione ha fatto registrare importanti trend di crescita nell’economia italiana: l’8,4% in più rispetto al 2021 e +29% sul 2015, e vede impegnati ben 4 milioni di lavoratori in 740mila aziende agricole, 70mila industrie alimentari, oltre 330mila realtà della ristorazione e 230mila punti vendita al dettaglio (dati: Unioncamere).

    L’indagine dell’Osservatorio è stata realizzata in collaborazione con l’Istituto di Studi Politici San Pio V. I dati raccolti in modalità CATI/CAMI sono stati analizzati utilizzando l’indice DiSITM (Digital Sustainability Index), ideato della stessa Fondazione.

    Secondo questo rapporto, un diverso approccio al digitale è necessario per sfruttare le reali leve che esso può offrire per lo sviluppo del settore dell’agrifood.

    “Dalla ricerca emerge come sia urgente promuovere una cultura della digitalizzazione trasversale, che non si limiti a colmare il digital divide anagrafico, ma che affronti anche quello tematico e informativo. Le istituzioni dovrebbero, sulla base della ricerca, sviluppare strategie di formazione e sensibilizzazione mirate, che parlino a tutte le generazioni, adattando linguaggi e strumenti ai diversi bisogni e livelli di consapevolezza. Solo così, infatti, sarà possibile sfruttare appieno il potenziale delle tecnologie digitali come leve di cambiamento sostenibile e inclusivo.” – ha continuato Epifani.

    Dalla ricerca emergono evidenti differenze generazionali nel rapporto con il digitale e la sostenibilità: il 48 % della Generazione Z e il 33 % dei Millennial si dichiarano utenti digitali attivi e impegnati sul tema della sostenibilità, mentre nelle fasce più mature la propensione cala, con il 32 % della Generazione X e il 52 % dei Baby Boomer che utilizzano poco le tecnologie e attribuiscono minore importanza alla sostenibilità.

    Nonostante questo divario, il 67 % degli italiani riconosce alle tecnologie digitali un contributo concreto alla crescita del comparto agroalimentare: un’opinione condivisa dal 71 % di Baby Boomer e Generazione Z, dal 66 % della Generazione X e dal 63 % dei Millennial, che vedono nella digitalizzazione leve fondamentali per migliorare efficienza, sostenibilità e sviluppo complessivo del settore.

    Anche in termini di esperienza utente, la consapevolezza del potenziale del digitale è alta: il 66 % degli intervistati ritiene che le tecnologie digitali siano fondamentali per migliorare la qualità dell’esperienza nel settore agroalimentare. A guidare questa visione è ancora una volta la Generazione Z (71 %), seguita da Generazione X e Baby Boomer (entrambi al 66 %) e dai Millennial (63 %).

    I dati emersi dalla ricerca evidenziano che, nonostante la maggiore dimestichezza con gli strumenti digitali da parte delle generazioni più giovani, la cultura della digitalizzazione non è ancora sufficientemente diffusa e consolidata in nessuna fascia della popolazione. Ancora troppi italiani, indipendentemente dall’età, ignorano l’esistenza di applicazioni e piattaforme che potrebbero rappresentare strumenti fondamentali per promuovere un’economia più circolare e una sostenibilità ambientale, economica e sociale più consapevole e accessibile.

    Se da un lato le generazioni più mature, come la Generazione X e i Baby Boomer, mostrano ancora una certa resistenza culturale e tecnologica all’adozione di strumenti digitali, dall’altro anche i Millennial e la Generazione Z, pur più digitalizzati e attenti alla sostenibilità, evidenziano ampi margini di miglioramento in termini di conoscenza e utilizzo di app orientate alla sostenibilità.

  • I dazi in America costeranno due miliardi di euro in più sulla tavola degli amanti del Made in Italy

    Dati Istat dimostrano secondo Coldiretti che un dazio del 25% sulle esportazioni agroalimentari Made in Italy negli Usa potrebbe costare ai consumatori americani fino a 2 miliardi di euro in più, con un sicuro calo rispetto al record fatto segnare nel 2024 dalle esportazioni di cibo Made in Italy negli States, saliti al valore di oltre 7,8 miliardi di euro. Se i dazi dovessero interessare l’intero agroalimentare, il costo stimato per le singole filiere sarebbe di quasi 500 milioni solo per il vino, circa 240 milioni per l’olio d’oliva, 170 milioni per la pasta, 120 milioni per i formaggi.

    Coldiretti ha calcolato che le misure protezionistiche adottate durante la prima presidenza Trump su una serie di prodotti agroalimentari italiani hanno portato a una diminuzione del valore delle esportazioni (confronto annuale tra 2019 e 2020) che è andata dal -15% per la frutta al -28% per le carni e i prodotti ittici lavorati, passando per il -19% dei formaggi e delle confetture e il -20% dei liquori. Ma anche il vino, seppur non inizialmente colpito dalle misure, aveva fatto segnare una battuta d’arresto del 6%.

    “L’imposizione di dazi sulle nostre esportazioni aprirebbe ovviamente uno scenario preoccupante, tanto più in considerazione dell’importanza che il mercato statunitense ha per le nostre produzioni agroalimentari e non solo – rileva il presidente di Coldiretti Ettore Prandini -. Negli Usa l’agroalimentare italiano è cresciuto in valore del 17% contro un calo del 3,6% dell’export generale, confermando ancora una volta che il cibo italiano è un simbolo dell’economia del Paese. Per questo crediamo che debbano essere messe in campo tutte le necessarie azioni diplomatiche per scongiurare una guerra commerciale che danneggerebbe cittadini e imprese europee e americane”.

  • La Commissione approva la nuova indicazione geografica italiana “Caciottone di Norcia”

    La Commissione ha approvato l’aggiunta del “Caciottone di Norcia” al registro delle indicazioni geografiche protette (IGP).

    Il “Caciottone di Norcia” è un formaggio proveniente dalla Valnerina, in provincia di Perugia. È prodotto con latte vaccino e ovino pastorizzato. Elemento caratterizzante del formaggio è il rapporto tra latte bovino non inferiore al 90 % e non superiore al 95 % e latte ovino non inferiore al 5 % e non superiore al 10 %. ll sapore del Caciottone di Norcia IGP è fragrante, aromatico con un retrogusto caratteristico di panna. All’olfatto risultano aromi lattico e burro cotto.

    La produzione di formaggio ottenuto da latte misto esisteva in Valnerina anche prima della metà del XX secolo. Il processo della produzione del Caciottone di Norcia offriva anche dei vantaggi in termini di conservazione assai più lunga grazie all’aggiunta di latte di pecora. Con il passare degli anni la reputazione del Caciottone di Norcia è aumentata sensibilmente fino ad indentificare questo prodotto con il territorio di produzione.

  • Toghe&Teglie: peposo toscano

    Ciao, ciao a tutti voi cari lettori, ai fornelli questa settimana ci sono di nuovo io, Vittorio Pacchiarotti, sezione laziale di Toghe & Teglie, uno che – se avete apprezzato le altre mie preparazioni pubblicate in questa rubrica – ama i sapori genuini dei prodotti freschi a kilometro zero ed i piatti della tradizione regionale, sia di terra che di mare (o lago).

    Questa settimana tocca “alla terra” con una ricetta che, come dice il nome, ha origine nella confinante Toscana e che curiosamente non è facile trovare nei menu se non di qualche trattoria e difficilmente fuori dai confini del Granducato.

    Piatto gustoso e semplice come vedrete subito.

    Procuratevi del muscolo di vitella magro e di ottima qualità e fatelo rosolare in casseruola con un po’ di aglio ed olio evo; in una retina a maglia stretta mettete dei grani (almeno un cucchiaio) di pepe, una foglia di salvia ed aggiungete il tutto alla carne versandovi sopra anche tre bicchieri di vino rosso (preferibilmente un ottimo chianti non ad alta gradazione) ed un paio di cucchiai di concentrato di pomodoro…quantità, come al solito spannometriche e dipendenti dalla dimensione e peso della carne.

    Ora mettetevi il cuore in pace perchè non si andrà subito a tavola: il vostro peposo deve cuocere almeno due o tre ore a fuoco bassissimo controllando ogni tanto la cottura, girando la vitella per renderla uniforme e diluendo se necessario con altro concentrato, vino rosso o acqua.

    Con tutto questo tempo a disposizione senza grossi incombenti, eccetto il controllo di cottura, ingegnatevi a preparare un buon contorno a base di verdure ed al momento di servire non fate mancare una spolverata di pepe macinato al momento…altrimenti che peposo sarebbe?!

    Buon appetito e…alla prossima!

  • Vendite in crescita per il biologico, ma la crisi dei consumi pesa

    Il mercato bio tiene, malgrado l’inflazione e le difficoltà economiche di molti italiani che preferiscono acquistare prodotti tradizionali e meno cari. A rivelarlo è l’indagine realizzata da Nielsen e presentata in occasione dell’assemblea dei soci di AssoBio. Il settore copre una quota del 2,9% di tutti i prodotti alimentari venduti in Italia e ha registrato un giro d’affari nella grande distribuzione, il principale canale di acquisto, di 2,1 miliardi di euro. Il 2023 si è chiuso con una crescita del 4,7% in valore della merce venduta, ma con una contrazione a volume dello 0,3% (-1,2% l’alimentare nel suo complesso). Il 2024, invece, è iniziato con una ripresa più sostenuta, anche grazie al rallentamento della corsa dei prezzi: la crescita è stata del 3,6% in valore e del 2,6% in volume. Le famiglie acquirenti sono 24 milioni, con una spesa annua media di 150 euro. Il consumatore medio di biologico vive nel Centro-Nord d’Italia, ha più di 50 anni e un reddito per lo più medio-alto.

    “L’Italia è un grande produttore, ma uno scarso consumatore”, afferma la presidente di AssoBio, Nicoletta Maffini. “Noi dobbiamo assolutamente fare di più. Bisogna lavorare insieme, imprese e istituzioni, per raggiungere obiettivi più importanti, più ambiziosi, non solo di mercato, ma anche di riconoscibilità del prodotto da parte dei consumatori, che ancora non hanno le idee chiare”.

  • Esportazioni agroalimentari dell’UE in costante crescita nel primo trimestre del 2024

    L’ultima relazione mensile sul commercio agroalimentare mostra che nel marzo 2024 l’avanzo commerciale del settore agroalimentare dell’UE ha raggiunto i 6,7 miliardi di euro, equivalente a un aumento dell’8% rispetto al mese precedente e del 3% rispetto al marzo 2023.

    Nel marzo 2024 le esportazioni agroalimentari dell’UE hanno raggiunto i 20,1 miliardi di euro, con un aumento su base mensile del 4%. Il Regno Unito è rimasto la principale destinazione delle esportazioni agroalimentari dell’UE, rappresentando il 22% del valore delle esportazioni dell’Unione.

    Nel primo trimestre del 2024 gli Stati Uniti hanno registrato il maggior aumento delle esportazioni dell’UE, con una crescita del 6% (372 milioni di euro), mentre la Cina, nonostante una riduzione di valore del 12%, è rimasta la terza destinazione. In termini di prodotti esportati, le esportazioni dell’UE di olive e olio d’oliva hanno registrato l’aumento più elevato rispetto al 2023 (+615 milioni di €, +51%) a causa dell’aumento dei prezzi, nonostante un lieve calo dei volumi.

  • La filiera del food italiano vale il 31,8% del Pil

    L’alimentare in Italia è non soltanto un campione dell’export, ma è anche un colosso industriale che contribuisce alla qualità della vita degli Italiani e arriva ad esprimere il 31,8% del Pil. Un colosso industriale, dunque, che, secondo il rapporto Federalimentare-Censis, da solo conta 179 miliardi di euro di fatturato annuo, 60mila imprese, 464mila addetti, oltre 50 miliardi di euro di export, costituendo così un patrimonio di interesse nazionale. Del resto, ricordano Federalimentare-Censis, nelle graduatorie dei settori manifatturieri italiani, l’industria alimentare è al primo posto per fatturato, al secondo posto per numero di imprese, per addetti e per l’export in valore. E protagonista di rilievo all’interno dell’intera filiera del food italiano che conta in totale un fatturato totale di 607 miliardi di euro con 1,3 milioni di imprese e 3,6 milioni di addetti.

    “Siamo una grande forza al servizio del Paese – ha detto il presidente di Federalimentare Paolo Mascarino – e la fiducia espressa dall’86,4% degli italiani verso l’industria alimentare evidenzia un solido rapporto in una realtà estremamente competitiva perché siamo chiamati a soddisfare i consumatori più esigenti al mondo”. A giudizio di Mascarino “il saper fare dei nostri imprenditori, con numerose aziende storiche e ai vertici della migliore reputazione al mondo, è un vantaggio competitivo da tutelare. E da coltivare nelle scuole per promuovere la formazione di nuovi imprenditori del comparto. Nel frattempo il nostro cibo rimane un valido alfiere del made in Italy nel mondo, ma per superare le diverse minacce che spaziano dall’Italian sounding alle etichette al semaforo, dalle diete universali e omologanti alle politiche degli imballaggi, l’Italia ha bisogno di una grande alleanza per la crescita. Noi dell’industria alimentare ci siamo, pronti a fare la nostra parte per la competitività”. Un invito alla collaborazione raccolto dal sottosegretario agli Affari Esteri Maria Tripodi che ha ricordato la “Diplomazia della crescita” in corso alla Farnesina che da tempo peraltro promuove, grazie alla rete estera, la Settimana della cucina italiana nel mondo e della Dieta Mediterranea. “L’industria alimentare ha un valore strategico – conclude il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare Francesco Lollobrigida – e il governo continua ad investire sulla crescita del settore attenzionando la qualità, ma anche incentivando l’esportazione e promuovendo le aziende all’estero”.

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