anziani

  • Ispezioni dei Nas in oltre 600 centri per anziani, trovate 191 anomalie

    Nel corso degli ultimi due mesi, il comando carabinieri per la Tutela della salute ha realizzato, d’intesa con il Ministero della Salute, una campagna di controlli a livello nazionale presso strutture sanitarie di riabilitazione e socio assistenziali, che ha portato all’ispezione di oltre 600 centri destinati ad ospitare persone anziane e con disabilità, rilevando irregolarità presso 191 di esse, pari al 32%. I controlli da parte dei carabinieri Nas, intensificati ancor di più in concomitanza del periodo delle Festività natalizie, sono stati finalizzati ad assicurare la corretta erogazione dei servizi di cura ed assistenza, nonché il rispetto di tutte le misure destinate alla tutela ed incolumità delle persone ospitate.

    Tra questi aspetti, è stata oggetto di verifica l’applicazione delle misure di prevenzione agli incendi, in considerazione di recenti fatti di cronaca relativi a roghi che hanno colpito strutture sanitarie. Nello specifico, i carabinieri Nas hanno rilevato 11 strutture irregolari per la mancata richiesta/rinnovo dei certificati per la prevenzione degli incendi, l’omessa revisione degli estintori e carenze nella funzionalità degli impianti destinati alla prevenzione o all’eliminazione dei pericoli, che hanno determinato, nelle situazioni più gravi, la chiusura della struttura e il trasferimento degli ospiti. Tra le restanti irregolarità, circa il 60 per cento hanno riguardato inadeguatezze strutturali, gestionali ed autorizzative, quali l’abusivo ampliamento della capacità ricettiva con presenza di un numero superiore di anziani rispetto al limite consentito e la conseguente inadeguatezza degli spazi disponibili aventi capacità inferiore rispetto a quella prevista.

    Complessivamente sono stati deferite all’Autorità giudiziaria 43 persone ritenute responsabili di esercizio abusivo della professione medica/infermieristica, detenzione di farmaci scaduti e violazioni in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, nonché sanzionati ulteriori 153 gestori e responsabili delle strutture, per un ammontare di oltre 67.000 euro. Sono stati inoltre eseguiti provvedimenti di sospensione dell’attività e di chiusura nei confronti di 12 strutture risultate abusive o gravemente deficitarie in materia sanitaria ed edilizia, giudicate incompatibili con la permanenza degli alloggiati, per un impatto economico stimato di oltre 9 milioni di euro. I carabinieri Nas continueranno a monitorare il mantenimento di adeguati livelli di assistenza offerti da Residenze Sanitarie Assistite, case di riposo, comunità alloggio e strutture similari, al fine di tutelare la salute e la dignità di una delle fasce considerate più sensibili della società, nonché proteggerne l’incolumità verificandone l’aderenza alle norme di sicurezza.

  • Gli anziani non autosufficienti crescono e le risorse sono ancora ferme a 530 euro al mese e 18 ore di infermiere all’anno

    Bastano 530 euro al mese per una badante? Calcolando che la badante, ove non sia in nero, è una dipendente a tutti gli effetti, e percepisce quindi la tredicesima, i contributi previdenziali, le ferie pagate (durante le quali va sostituita con altra badante, a sua volta remunerata), la cifra appare piuttosto scarsa. Ma tant’è, questo è quello che passa il convento: l’indennità di accompagnamento corrisposta dallo Stato a chi non è in grado di alzarsi, lavarsi e vestirsi da solo e non sia ricoverato presso una struttura per anziani è questa. Anche nel caso in cui anziano da assistere sia afflitto da demenza e debba essere monitorato 24 ore su 24.

    Come riporta Simona Ravizza in un reportage su Sette del Corriere della Sera, le badanti in Italia sono 1 milione e 6 volte su 10 non sono in regola. Ma peggio ancora sta l’anziano che vive a casa e che abbia bisogno di assistenza infermieristica. Sottolinea ancora Ravizza: «Gli 858.722 che oggi hanno un infermiere che va a casa per la cosiddetta assistenza domiciliare integrata (Adi) finanziata dal servizio sanitario nazionale ce l’hanno per un massimo di 18 ore l’anno». Fatti due conti, chi ha bisogno di un infermiere può averlo per 1 ora e 15 minuti al mese. E infatti, si legge ancora nel reportage di Sette, «Adesso il Pnrr ci dà 2,72 miliardi di euro per raddoppiare (o quasi) il numero di anziani assistiti di qui al 2026. Ma se parallelamente non viene aumentato il monte-ore dell’assistenza, il problema resta. Non risolve la situazione neppure che 131mila beneficino dei servizi sociali del Comune che mandano qualcuno che aiuta ad alzarsi, mangiare e vestirsi (Sad). La frammentazione e la duplicazione dei servizi porta con sé l’inefficacia degli interventi. Come se non bastasse per ricevere gli aiuti è necessario fare ogni volta una domanda diversa con un’odissea tra sportelli e commissioni anche se l’ente statale che li eroga è sempre lo stesso, l’Inps».

    Il sistema potrebbe cambiare, perché il governo ha recentemente predisposto il decreto di attuazione della riforma del settore approvata nel 2023. Intanto però la situazione è questa: «Il riconoscimento dell’invalidità civile al 100% per chi è cieco, sordo o ha un’ autonomia limitata serve per accedere ai benefici economici come le pensioni, ma anche per l’esenzione dal ticket sanitario, le protesi e gli ausili. Ebbene, una volta ottenuta, l’invalidità civile non dà automaticamente diritto all’indennità di accompagnamento (indipendente dal reddito). Così, come già ricostruito per la rubrica ‘Dataroom’ sempre del Corriere della Sera, dopo avere fatto la trafila all’Inps per ottenere l’invalidità, per avere anche i 530 euro mensili bisogna: rivolgersi al medico di famiglia che fa una certificazione; inviarla all’Inps per ottenere un codice identificativo; fare una visita medica all’Asl; presentare la domanda (via web o patronato). Il caso viene poi esaminato da una commissione presieduta da un medico Inps che rilascia il verbale di indennità civile; segue infine la compilazione del modulo AP70 che consente di ricevere dalla stessa Inps l’indennità di accompagnamento. Altro giro infernale di giostra, nuovi documenti da presentare per ottenere i benefici collegati alla legge 104, cioè i permessi o i congedi per chi ha un familiare disabile a carico». Va da sé che tutto questo postula a monte una dimestichezza col digitale che non è così scontata, neanche tra i figli di chi è anziano e dunque a sua volta non è proprio un millennio nato e cresciuto col web. Ma non finisce qui: «Per gli aiuti di competenza locale che sono l’infermiere a casa (Adi), l’accesso a strutture semidiurne, le protesi e pannoloni bisogna fare ancora altre domande a commissioni diverse anche se il referente è sempre l’Asl; e per i voucher per l’assistenza domiciliare del Comune (Sad) è necessario rivolgersi ai Servizi sociali». L’implementazione della riforma dovrebbe portare all’introduzione «di una ‘Valutazione nazionale unica’ che garantisce l’accesso simultaneo a tutte le prestazioni di competenza statale di cui un non autosufficiente ha diritto in base alla sua gravità» e che «sarà anche trasmessa in via informatica alle nuove ‘Unità di Valutazione Multidimensionale locali’ senza ulteriori adempimenti. Per attivare i servizi il cittadino si rivolgerà a presidi territoriali ben identificabili, tipo le Case della Comunità».

    Per gli anziani che non vengono mandati in apposite strutture, la riforma prevede ancora maggiori risorse pubbliche: «Il Consiglio dei ministri ha proposto una sperimentazione per il 2025-2026 rivolta a persone 80+ con bisogni gravi e ridotte disponibilità economiche che avranno a disposizione 850 euro mensili da impiegare per acquistare assistenza (da badanti o cooperative). Li potranno ricevere 29.400 anziani nel 2025 (1,9% dei beneficiari indennità) e 19.600 nel 2026 (1,2%)».

    Per quel che riguarda gli anziani non tenuti a casa, invece, la situazione ad oggi è questa: «Nelle case di riposo in Italia ci sono all’incirca 200-250 mila posti. Il costo dipende dal grado di autosufficienza dell’anziano: dai 2.400 agli oltre 4.000 euro al mese, a seconda delle Regioni, e le cifre delle rette mensili sono in aumento costante. La metà del costo è coperto dal finanziamento pubblico (fermo da anni), l’altra metà a carico dell’ospite. Business in eterna espansione per le società private profit, colpo letale ai risparmi di una vita per l’ospite e i suoi familiari. La degenza media è di 12 mesi: si porta la persona anziana nella casa di riposo quando non è proprio più possibile gestirla fuori».

    Infine, qualche dato prospettico, sempre tratto dal reportage di Sette: «Nei prossimi 30 anni il numero di over 80 andrà quasi al raddoppio: dai 4,4 milioni di oggi ai 7,9 milioni del 2050. Chi curerà così tanti anziani, i figli del babyboom degli Anni 60? Allora le nascite erano 900 mila l’anno. I figli e i nipoti in grado di aiutarci in vecchiaia saranno molti di meno. Le nascite tra il 1990 e il 2000 scendono intorno ai 550 mila l’anno: e i figli dei figli sono ancora meno perché nel 2020 i neonati crollano a 400 mila».

  • Ci sono sempre più dementi. E i disturbi cognitivi possono arrivare anche prima dell’anzianità

    Nel mondo si stima che ci siano 50 milioni di persone con demenza e che nei prossimi 30 anni il numero possa salire notevolmente, in Italia si stima che tra il 4% ed il 6% della popolazione over 65 sia affetta da demenza.

    «Quando si parla di demenza non si parla solo di Alzheimer – precisa la neurologa Raffaella Clerici – esistono diverse forme di malattia. Ci sono forme vascolari legate a un’alterazione della vascolarizzazione cerebrale, in particolare i piccoli vasi, che danno una sintomatologia sulla memoria, forme a corpi di lewy correlate a disturbi motori (parkinsonismi), ma anche forme frontotemporali con manifestazioni psicologiche, come apatia o aggressività, ma anche disturbi del linguaggio». Tra i primi segnali di demenza, in particolare per quanto riguarda Alzheimer, ci sono disturbi della memoria. «Si iniziano a dimenticare gli appuntamenti – prosegue – a diventare ripetitivi, non si ricordano le cose recenti ma tutto ciò che è passato si ricorda bene. Iniziano i primi disorientamenti».

    I disturbi cognitivi peraltro possono manifestarsi già intorno ai 30 anni. Gli studi sul questa malattia hanno identificato 39 potenziali fattori di rischio. Eccoli raggruppati in macroaree: fattori sociodemografici (istruzione, stato socioeconomico e sesso), fattori genetici (apolipoproteina E), fattori legati allo stile di vita (attività fisica, consumo di alcol, disturbo da uso di alcol, fumo, dieta, attività cognitiva, isolamento sociale), fattori ambientali (ossido di azoto, particolato, pesticidi e diesel), fattori marcatori del sangue (vitamina D, proteina C-reattiva, funzione stimata della velocità di filtrazione glomerulare e albumina), fattori cardiometabolici (ictus, ipertensione, diabete, ipoglicemia, malattie cardiache, fibrillazione atriale e uso di aspirina), fattori psichiatrici (depressione, ansia, uso di benzodiazepine, delirio e problemi del sonno) e altri fattori (lesione cerebrale traumatica, artrite reumatoide, disfunzione tiroidea, disturbi dell’udito e forza della presa).

    Secondo l’Osservatorio Demenze il costo annuale diretto per ogni paziente varia da 9mila a 16mila euro a seconda della fase della malattia.

    Una volta posta la diagnosi oggi per alcune forme di demenza sono disponibili dei farmaci che consentono il rallentamento della progressione della malattia o il controllo dei sintomi. Per l’Alzheimer non esiste una vera e propria cura ma c’è molta attenzione sui nuovi anticorpi monoclonali (aducanumab, lecanemab e donanemab). «Il Lecanemab – dice Clerici – al momento è stato approvato dalla Food and Drug Administration, ma a livello Europeo non ci sono ancora disposizioni per la sua prescrizione e commercializzazione. Tutti e tre questi anticorpi monoclonali hanno l’obiettivo di bloccare gli aggregati di beta-amiloide ma sembrano funzionare nelle fasi iniziali della malattia, ecco perché la diagnosi precoce resta fondamentale».

  • La società relativa

    Ogni complessa evoluzione di una società dovrebbe avere come obiettivo non solo il benessere dei suoi componenti ma anche la tutela di quelle fasce di popolazione più esposte e deboli, come i bimbi e gli anziani. Non si può parlare di alcun progresso culturale, economico e sociale se non viene tenuta nella corretta considerazione ogni tipologia di tutela dei suoi componenti più deboli.

    Questo concetto rappresenta un valore assoluto e non può essere in nessun modo sottoposto ad un relativismo etico, politico o sociale, nel senso che esprime per propria stessa natura un valore costituente della stessa società.

    La proposta avanzata dai vertici dell’INPS, e sostenuta  da un economista dell’area progressista (andato in pensione a 59 anni), nella quale si propone di diminuire progressivamente la pensione in rapporto alla longevità del pensionato rappresenta, invece, fedelmente il declino di una società malata.

    Al proprio interno, quindi, ogni singolo individuo che si trovasse al di fuori del ciclo produttivo, e perciò non più individuabili come fattori di crescita economica, rappresentano semplicemente un fattore di costo da comprimere in considerazione dei sempre più difficili equilibri finanziari.

    Dal momento, quindi, che gli anziani esattamente come i bambini rappresentano quelle fasce di popolazione esterne al ciclo economico, meritano una progressiva minore attenzione e quindi tutela dei propri diritti.

    Questo relativismo valoriale che oggi interessa gli anziani, in un prossimo futuro, magari occupandosi di bimbi, potrà rivelarsi in grado anche di  sdoganare la pedofilia, come un atto d’amore con minori progressivamente considerati consapevoli dallo Stato.

    Questa aberrante relativismo etico, politico, sociale ed umano rappresenta di fatto l’elaborazione di una perversione politica e di un pornografico relativismo nel quale bimbi ed anziani risultano funzionali solo a soddisfare equilibri finanziari o desideri inconfessabili.

    Mai la nostra “democratica società” era arrivata anche solo ad ipotizzare una simile deriva la quale dimostra essenzialmente il miserabile livello umano raggiunto, annullando così ogni progresso tecnologico.

    Una qualsiasi logica umana così come una semplice deduzione sociale indicherebbero  nella implosione di questa stessa “società relativa” il solo  futuro auspicabile.

  • Emergenza Alzheimer, in Italia 2,3 milioni casi nel 2050

    Entro il 2050 in Italia potrebbero vivere 2,3 milioni di persone affette da demenze come la malattia di Alzheimer, circa 800 mila in più rispetto a oggi. Si tratta, però, di una traiettoria che potrebbe essere modificata: fino al 40% di questi casi potrebbe essere infatti ritardato o evitato del tutto intervenendo sui principali fattori di rischio. È con questo messaggio che la Federazione Alzheimer Italia e Alzheimer’s Disease International hanno lanciato la dodicesima edizione del Mese Mondiale dell’Alzheimer, che si celebra a settembre, chiedendo ai governi di tutto il mondo di rafforzare il finanziamento sui principali fattori di rischio per la demenza e le strategie di contrasto alla loro diffusione.

    Al momento, non sembra che ciò stia avvenendo. «L’Italia, aderendo nel 2017 al Piano di azione globale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla risposta di salute pubblica alla demenza, si è impegnata a dare priorità alla riduzione del rischio», afferma la presidente della Federazione Alzheimer Italia Katia Pinto. «Un aspetto che non è sufficientemente considerato nel nostro Piano Nazionale Demenze, che, oltretutto, potrebbe a breve rimanere di nuovo senza fondi: lo stanziamento economico previsto con la legge di Bilancio del 2021 si esaurirà infatti nei prossimi mesi. Per questo chiediamo con forza al Governo di garantire nuovi fondi al Piano, così da permettere di proseguire il lavoro già iniziato e implementare inoltre iniziative efficaci di prevenzione», conclude Pinto.

    Secondo un’analisi condotta nel 2000 dalla ‘Lancet Commission on dementia prevention, intervention, and care’ sono 12 i principali fattori di rischio per la demenza: l’inattività fisica, il fumo, il consumo di alcol, le  lesioni alla testa, i contatti sociali poco frequenti, l’obesità, l’ipertensione, il diabete, la depressione, i disturbi dell’udito, scarsi livelli di istruzione e l’inquinamento. È intervenendo su questi che si può cambiare lo scenario epidemiologico della malattia, riducendo fino al 40% i casi su scala globale, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito.

    «Investire nella riduzione del rischio è un punto chiave, in assenza di un trattamento o di una cura, per prevenire il maggior numero possibile di casi di demenza», dice Paola Barbarino, ceo di Alzheimer’s Disease International. «Dobbiamo garantire che i cittadini in tutto il mondo siano consapevoli di quali sono le strategie attuabili, a tutte le età, e abbiano accesso alle informazioni, ai consigli e ai servizi di supporto necessari».

    Intanto, c’è grande attesa per le nuove terapie. Negli ultimi due anni si sono resi disponibili i primi medicinali diretti contro le placche amiloidi, ritenute responsabili del declino cognitivo. In Usa due prodotti sono stati già approvati e una terza approvazione è attesa per la fine dell’anno. A breve potrebbero essere disponibili anche in Europa. Questi farmaci non curano la malattia, ma, rallentandone la progressione, potrebbero cambiare la vita di molti malati.

  • Restiamo in attesa

    Quante volte, negli anni prima del covid, abbiamo letto delle drammatiche condizioni nelle quali vivevano gli anziani in varie case di riposo?

    Quante volte sono state annunciate inchieste per controllare, verificare, impedire che si ripetessero situazioni spesso tragiche con anziani denutriti, legati ai letti, percossi e feriti in strutture fatiscenti e degradate!?

    Quante situazioni di degrado sono state effettivamente sanate, quanti dei colpevoli veramente puniti, quante case di riposo, su tutto il territorio nazionale, sono state controllate?

    Poi è arrivato il covid e nelle Rsa gli anziani hanno cominciato a morire a frotte, si è tornato a parlare di scandali, mala gestione, necessità di controlli ed interventi, come sempre tutto a parole perché le azioni concrete, le volontà di non ricadere nei vecchi errori, non si sono concretizzate.

    Il covid è più o meno finito da un po’ di tempo e a Milano, in città, è andata a fuoco, con diversi morti e molti feriti, una casa di riposo perché, pur sapendo da giorni che il sistema antincendio non funzionava, nessuno aveva provveduto a ripararlo.

    Ora il sindaco Sala dichiara “chi è responsabile pagherà” ma i morti restano morti, quei morti che erano andati lì proprio per continuare a vivere con quella sicurezza che non potevano più avere a casa loro.

    Ci chiediamo se, dopo le tragedie avvenute nelle case di riposo, durante il covid, il sindaco di Milano, sempre pronto a dichiarazioni su tanti argomenti, compreso quel verde che a Milano non c’è, abbia ritenuto, insieme al suo assessore alla partita, di fare una, anche breve, visita ai vari luoghi dove a Milano tanti anziani si aspettano di continuare a vivere e non di rischiare una morte per cause non naturali.

    Vorremmo che su questo problema il Comune si esprimesse in modo chiaro ed inequivocabile citando, una per una, tutte le case di riposo, pubbliche e private, di Milano ragguagliando i milanesi sulla loro sicurezza e affidabilità.

    E data la situazione vorremmo che anche il presidente Fontana, ed il suo assessore, con i rispettivi sindaci lombardi, iniziassero una mappatura reale sulla sicurezza e vivibilità delle case di riposo in Lombardia.

    Restiamo in attesa perchè se questo non avverrà, neppure questa volta, il chi sbaglia paga dovrà essere rivolto proprio alle più alte cariche amministrative.

  • Una vecchiaia serena e dignitosa per tutti

    Il caffè di Gramellini, pubblicato il 29 marzo sul Corriere della Sera, spero sia stato letto da molti, politici in primis, nella speranza che, tra i tanti problemi che la nostra società deve affrontare, non sfuggano ancora quelli legati alla vita delle persone anziane e al loro diritto, appunto, di poter scegliere come vivere.

    Stabilito il diritto che gli anziani hanno di scegliere come e dove vivere, compatibilmente alle varie esigenze, si dovrebbe affrontare il tema dei servizi alla persona, che in troppe occasioni non sono erogati dal comune né gratuitamente né, per chi può, a pagamento.

    Siamo in una situazione, per le case di riposo, che in certi casi rasenta la detenzione, troppi anziani legati ai letti, non soddisfatti per le loro necessità corporali, strattonati e malmenati se disturbano, messi a tavolo con cibi spesso immangiabili.

    Molti sono stati gli scandali e le denunce che sono usciti in questi ultimi anni ma ancora stiamo tutti aspettando un piano del governo che ci dica la reale situazione delle case di riposo, che dia il via alla organizzazione di nuove strutture che consentano una vita più integrata e dignitosa mentre, contestualmente, ci si occupi del potenziamento di tutti gli interventi di aiuto che possano consentire, a chi lo può fare, di rimanere nella sua abitazione anche se non completamente autosufficiente.

    Non dimentichiamoci, inoltre, che le nuove tecnologie, ormai imposte per una serie di pratiche, non sono agevoli da utilizzare, a volte risultano impossibili, per molte persone anziane che non hanno un parente disponibile ad aiutarli. In tutte le cose occorre gradualità.

    Sappiamo tutti che la vita si è allungata e che vi è l’impellente necessità, in una società dove ormai sono più gli anziani che i giovani, di affiancare subito alla politica per incentivare le nascite quella necessaria a garantire una vecchiaia serena e dignitosa.

  • La saggezza come prezioso valore dell’umanità

    La saggezza non è un prodotto dell’istruzione ma

    del tentativo di acquisirla, che dura tutta la vita.

    Albert Einstein

    C’era una volta, tanti anni fa, un regno dove gli abitanti vivevano a lungo. Così racconta la favola. Il che non piaceva però al re. Chissà perché? Ma la favola non ce lo racconta. Ci racconta invece che preoccupato, ma anche determinato, il re decise di porre fine a questa faccenda. E scelse un modo crudele per farlo. Radunò i suoi sudditi e proclamò loro la sua decisione. Chiunque avesse anziani in casa, li doveva portare sulla montagna, dove c’era un profondo precipizio. Nessuno escluso: genitori, zie e zii e, ovviamente, anche i nonni, se ce n’erano. Una volta portati sull’orlo del precipizio dovevano buttare giù i loro cari.  E che tutti lo sapessero però: chi non ubbidiva alla decisione del re avrebbe avuto la stessa morte crudele. Questo sanciva l’ordine del re. Tutti i sudditi furono sconvolti e si spaventarono per una simile decisione che era anche un’ordine perentorio. Come potevano buttare nel precipizio i loro buoni e premurosi nonni e nonne, zie e zii e, soprattutto, i loro cari genitori? Ma impauriti per le loro proprie vite, ubbidirono a malincuore all’ordine del re. Così tutti coloro che avevano degli anziani a casa, costretti dalla paura per le proprie vite, portarono sulla montagna e fecero scivolare nel profondo precipizio i loro cari anziani. Tutti tranne uno. Era un giovane coraggioso che viveva con i suoi genitori che amava e rispettava sopra ogni altra cosa ed essere umano.  Il giovane decise di non ubbidire all’ordine del re. E per sfuggire a qualsiasi controllo, ma anche agli occhi indiscreti dei vicini, nascose i suoi cari genitori in un angolo buio della cantina. Premuroso, ma anche molto attento, si prendeva cura di loro e portava da bere e da mangiare quello che poteva, senza farli però uscire da lì. Facendo così tutto il possible per alleviare le loro sofferenze causate da quella vita vissuta in quel angolo buio della cantina.

    Passarono mesi da quando il re prese quella crudele decisione e spartì quel suo ordine perentorio. Ma un giorno il re radunò di nuovo i suoi sudditi e diede loro un altro ordine. Chi di loro, l’indomani mattina, sarebbe stato il primo ad annunciare al re il momento esatto in cui sarebbe spuntato il sole, sarebbe stato premiato ed avrebbe avuto doni dal re. Ma se, invece, nessuno di loro fosse riuscito ad annunciare il momento esatto del sorgere del sole sulla montagna, allora tutti sarebbero stati puniti con una tremenda punizione: il taglio della testa. Questo ci racconta la favola. I sudditi, conoscendo la malizia del re, si sentirono subito molto minacciati ed una grande ansia si impadronì di loro. E come tutti anche il giovane. Tornò preoccupato a casa, scese in cantina e raccontò tutto al padre. Questi, una volta ascoltato quanto gli disse il figlio, accorgendosi anche del suo timore, lo tranquillizzò con un convincente sorriso. E poi gli disse quello che doveva fare l’indomani prima che il sole sorgesse. Mentre tutti gli altri avrebbero cercato di vedere il sorgere del sole volgendosi a levante, gli consigliò di fissare invece le cime delle montagne a ponente. Il figlio si stupì sentendo il consiglio del padre. Perciò, non nascondendo il suo stupore, gli chiese di nuovo perché doveva guardare verso ponente, mentre il sole, si sa, sorgeva a levante. Allora il padre spiegò al figlio la ragione. E cioè che i primi raggi, mentre il sole sorgeva da dietro la montagna, prima di farsi vedere dai sudditi radunati fuori le mura del castello del re, sarebbero andati ad illuminare le cime delle montagne che si trovano proprio a ponente. Ecco perché lui, suo figlio, doveva guardare quelle cime, per poter accorgersi prima di tutti che il sole stava sorgendo e subito dire questo al re. E così facendo, lui non solo avrebbe avuto i doni promessi dal re, ma, soprattutto, avrebbe salvato le vite di tutti gli altri. Di coloro che, l’indomani, avrebbero cercato di vedere per primi i saggi del sole, guardando verso levante.

    E l’indomani, quando era ancora notte, tutti i sudditi si radunarono come aveva ordinato il re. Era presente anche lui come giudice indiscusso per godere la sfida lanciata, sicuro che nessuno sarebbe stato in grado di annunciare il giusto momento del sorgere del sole. E mentre il buio si stava pian piano diradando ed il chiarore dell’alba del nuovo giorno stava prendendo il suo posto, tutti, sulle punte dei piedi, guardavano verso la cima della montagna a levante. Invece il giovane, seguendo il consiglio del suo padre guardava nella direzione opposta, le cime delle montagne a ponente. Ed ecco, i primi raggi del sole che stava sorgendo da dietro la montagna sulla cui cima tutti stavano guardando, illuminarono proprio quelle cime. Appena il giovane vide le cime illuminate delle montagne a ponente, annunciò al re che il sole era sorto. Tutti si girarono, guardando il giovane che stava mostrando con il dito le cime delle montagne e videro, anche loro, le cime illuminate. Allora il re, a malincuore, diede ragione al giovane e lo proclamò vincitore della maligna sfida che lui, il re, aveva lanciato a tutti un giorno prima. Ma incredulo alle capacità del giovane che aveva dimostrato una simile saggezza chiese a lui di raccontare da chi aveva avuto consiglio. E se non gli avesse detto la verità giurò che lo avrebbe ucciso subito. Allora il giovane coraggioso raccontò al re la verità. Raccontò che mentre tutti, seguendo il suo ordine, avevano buttato nel precipizio i loro genitori e tutte le persone anziane che avevano in casa, lui invece aveva nascosto i suoi genitori nell’angolo buio della cantina. Ed era stato proprio suo padre che gli aveva consigliato cosa doveva fare per annunciare per primo il sorgere del sole. Allora il re, in cuor suo, si sentì in colpa e si pentì per la sua crudele e perfida decisione e per l’ordine di uccidere tutte le persone anziane, buttandole nel precipizio della montagna. Perciò revocò subito quell’ordine. Ovviamente nelle favole, non di rado possono accadere cose del genere e si verificano anche simili cambiamenti di carattere dei personaggi. Re compresi. Ma da allora in poi però, in quel regno, tutti gli anziani rimanevano in vita finché lo decideva il Signore. Così finisce la favola chiamata “La saggezza degli anziani”. Una favola che l’autore di queste righe l’ha sentita raccontare, quando era piccolo, dalla sua nonna paterna che conosceva molte favole e le sapeva raccontare molto bene.

    E come da tutte le favole, anche da questa c’è molto da imparare. Si, perché l’esperienza millenaria dell’umanità ci insegna, tra l’altro, che la saggezza umana, soprattutto quella degli anziani che hanno una lunga esperienza di vita vissuta, di sofferenze, ma anche di meritati e buoni risultati ottenuti, rappresenta un prezioso valore. La saggezza umana, quella acquisita dall’essere umano in tutte le parti del mondo e tramandata, arricchita in contenuti, da una generazione all’altra è e sarà sempre un inestimabile tesoro che bisogna custodirlo con molta cura.

    Purtroppo il 31 dicembre scorso, mentre nel mondo tutti aspettavano l’arrivo dell’anno nuovo e si stavano preparando, secondo le proprie usanze e possibilità, a festeggiare, il mondo ha perso una persona saggia e di valore. Ha perso una persona colta, ma anche sobria, umile e consapevolmente discreta. Ha perso una persona che rispettava il prossimo, nonostante non condividessero le stesse opinioni, le stesse convinzioni e le stesse credenze. Ha perso una persona che preferiva ascoltare prima di parlare. Ha perso una persona che ha dimostrato di riconoscere le sue responsabilità e di prendere, convinto e determinato, delle decisioni molto difficili, al limite dell’inimmaginabile. Il 31 dicembre scorso ha lascito questo mondo Joseph Ratzinger, il Papa emerito Benedetto XVI. La grave notizia è stata resa pubblica dal direttore della Sala stampa della Santa Sede. Papa Francesco durante il Te Deum di ringraziamento per l’anno appena trascorso, in seguito alla triste notizia, ha detto commosso: “Parlando della gentilezza, in questo momento, il pensiero va spontaneamente al carissimo Papa emerito Benedetto XVI, che questa mattina ci ha lasciato. Con commozione ricordiamo la sua persona così nobile, così gentile. E sentiamo nel cuore tanta gratitudine”. Mentre nel “Rogito per il pio transito di sua santità Benedetto XVI, Papa emerito”, pubblicato il 5 gennaio 2023, proprio il giorno del suo funerale, si leggeva: “Nella luce di Cristo risorto dai morti, il 31 dicembre dell’anno del Signore 2022, alle 9,34 del mattino, mentre terminava l’anno ed eravamo pronti a cantare il Te Deum per i molteplici benefici concessi dal Signore, l’amato Pastore emerito della Chiesa, Benedetto XVI, è passato da questo mondo al Padre”. Nello stesso Rogito si citava anche il testo della dichiarazione in latino, fatto l’11 febbraio 2013 da Papa Benedetto XVI, quando ha dichiarato la sua rinuncia come successore di San Pietro. Un atto quello che ha suscitato tanto sgomento e molte discussioni. Un atto però che ha dimostrato una grande responsabilità, ha testimoniato la piena consapevolezza, nonché la sofferenza di Papa Benedetto XVI nel prendere una simile ed insolita decisione, più unica che rara. Responsabilità e consapevolezza dovute anche alla grande saggezza accumulata negli anni del santo Padre. Durante il Concistoro di quel 11 febbraio 2013 egli ha dichiarato: ”…Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando”. Ed era convinto che “… per governare la barca di San Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato”. Per poi annunciare la sua difficile, insolita ed del tutto inattesa decisione: “Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005”.

    Nella sera del 31 dicembre scorso, dopo la morte del Papa emerito, è stato pubblicato dalla Sala stampa della Santa Sede anche il suo “Testamento spirituale”. Testamento che comincia con le seguenti parole: “Se in quest’ora tarda della mia vita guardo indietro ai decenni che ho percorso, per prima cosa vedo quante ragioni abbia per ringraziare”. Ed in seguito il Papa emerito ringrazia “prima di ogni altro Dio stesso”. Poi ringrazia i suoi genitori, coloro che, come egli scrive “…mi hanno donato la vita in un tempo difficile e che, a costo di grandi sacrifici, con il loro amore mi hanno preparato una magnifica dimora che, come chiara luce, illumina tutti i miei giorni fino a oggi”. Ringrazia Dio per i tanti amici che “Egli mi ha sempre posto a fianco”. Lo ringrazia anche per la sua “bella patria nelle Prealpi bavaresi”, così come per “…il bello che ho potuto sperimentare in tutte le tappe del mio cammino”. Ma il Papa emerito nel suo “Testamento spirituale” chiede anche perdono. “A tutti quelli a cui abbia in qualche modo fatto torto, chiedo di cuore perdono”. Molto significative queste parole. Si potrebbe scrivere molto altro sulla vita e sull’opera di Papa emerito Benedetto XVI. Ma l’autore di queste righe ha scelto una frase del suo successore, di Papa Francesco, pronunciata sul volo di ritorno da Rio de Janeiro nel luglio del 2013. Per lui la presenza di Papa emerito in Vaticano era come “avere il nonno in casa”, ma “il nonno saggio” da amare ed ascoltare. Un nonno saggio!

    Chi scrive queste righe è convinto che la saggezza rappresenta un prezioso valore dell’umanità. La saggezza che matura con gli anni come il buon vino. La saggezza, portatori della quale sono soprattutto gli anziani. E questa indiscussa verità la capì infine anche il malvagio re della favola “La saggezza degli anziani”. Proprio quella saggezza che ci insegna anche a saper ascoltare. Ascoltare senza parlare. Ascoltare con pazienza. Ascoltare per poi capire meglio. La saggezza che non è un prodotto dell’istruzione, ma del tentativo di acquisirla, che dura tutta la vita.

  • Anche se fosse solo un grado in meno

    Nel nostro Paese risulta paradossale come coloro che hanno creato la dipendenza nell’approvvigionamento energetico dalla Russia ora ci assicurino di essere in grado di porvi rimedio, ricordando, inoltre, come le responsabilità relative alla nostra situazione energetica vadano attribuite a tutti i governi degli ultimi decenni dimostratisi assolutamente incapaci di elaborare una strategia energetica nel medio e lungo termine ed intellettualmente privi di una dotazione minima per confrontarsi con le imbarazzanti visioni degli ambientalisti. A questa situazione si aggiunga come l’Italia sia l’unico Paese al mondo in grado di arrivare al 31 dicembre 2022 dopo trentacinque (35) mesi continuativi in stato di emergenza, espressione di una democrazia ormai disequilibrata a tutto vantaggio della componente governativa.

    In altre parole, oltre la metà della durata della legislatura prevista in cinque (5) anni risulterà trascorsa all’interno di uno stato di emergenza pregiudicando in questo modo anche un normale avvicendamento politico legato alla possibilità di nuove elezioni e congelando lo status quo generato dalle elezioni del 2018.

    In questa sostanziale sospensione della democrazia elettiva e delegata il nostro Paese ha dovuto affrontare l’emergenza covid e adesso l’economia di guerra con il corpo elettorale ridotto al ruolo di sostanziale spettatore.

    Tornando alla dipendenza nell’approvvigionamento energetico dallo Stato aggressore di questa guerra l’attuale situazione sta determinando una crisi energetica senza precedenti anche perché, rispetto ai tempi evocati dell’austerity degli anni 70, le imprese industriali italiane hanno allestito filiere internazionali intrecciate anche con gli stessi scenari di guerra i cui effetti moltiplicano le già pesanti conseguenze della crisi energetica.

    Da più parti i rappresentanti di questa maggioranza indicano come una delle soluzioni temporanee per ridurre il consumo energetico complessivo possa venire attraverso il semplice abbassamento di un grado del riscaldamento nelle case private.

    In questo contesto andrebbe ricordato come nel nostro Paese 5,7 milioni di persone vivano già al di sotto della soglia della povertà, quindi quasi il 10% dell’intera popolazione italiana, molti dei quali sono rappresentati dai pensionati i quali hanno già abbassato sua sponte il riscaldamento per risparmiare a causa del minimo budget a disposizione. Una ulteriore riduzione di un grado equivarrebbe quindi ad un inaccettabile peggioramento del loro già precario livello di vita. Un sacrificio che dovrebbe comunque essere successivo e conseguente solo ed esclusivamente ad una prova di sobrietà della classe politica successiva ad un impegno pubblico, e verificabile, rispetto agli sprechi della spesa pubblica quantificati in duecento (200) miliardi (fonte CGIA Mestre).

    Risulta, così, inaccettabile ed espressione di senso di disprezzo nei confronti della popolazione la proposta di chi intende questo abbassamento della temperatura nelle case private come una soluzione, anche se solo temporanea, con l’obiettivo di fronteggiare l’attuale emergenza energetica. Va ricordato, infatti, come attualmente nel nostro Paese il 22,7% delle persone abbia oltre 65 anni e purtroppo molti di loro rientrino anche in quel quasi 10% obbligato a vivere o meglio sopravvivere al di sotto della soglia di povertà.

    E’ perciò vergognoso non dimostrare, invece, delle maggiori attenzioni verso quelle persone che dovrebbero invece ottenerle proprio in ragione della propria età avanzata e meritarne di aggiuntive in questo periodo come una tutela aggiuntiva per la loro progressiva fragilità.

    Questa ridicola trovata di un “solo grado in meno” dimostra il livello decisamente basso in termini di sensibilità espresso da questa classe politica.

  • La Commissione avvia una consultazione pubblica sugli aspetti giuridici della protezione transfrontaliera degli adulti vulnerabili

    La Commissione europea ha avviato una consultazione pubblica sulla protezione transfrontaliera degli adulti vulnerabili (ossia non in grado di difendere i propri interessi).

    La consultazione è incentrata sulla situazione transfrontaliera degli adulti che necessitano di un adeguato sostegno per gestire le proprie questioni personali e finanziarie, ad esempio a causa di disabilità intellettive, problemi di salute mentale o demenza. I loro diritti fondamentali, garantiti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, devono essere equamente tutelati nei casi transfrontalieri in tutta l’UE.

    Sono appena 10 gli Stati membri firmatari della convenzione dell’Aia del 2000 sulla protezione internazionale degli adulti. Molti adulti vulnerabili che ad esempio possiedono conti bancari o beni immobili in un altro Stato membro, o devono trasferirsi all’estero, rischiano dunque di dovere affrontare barriere giudiziarie, amministrative o linguistiche. Come prevede la strategia per i diritti delle persone con disabilità, la Commissione collaborerà con gli Stati membri per attuare la convenzione dell’Aia del 2000 nel pieno rispetto della Convenzione UNCRPD. La consultazione intende orientare la prossima proposta della Commissione su ulteriori misure volte a rafforzare la protezione degli adulti vulnerabili in situazioni transfrontaliere, raccogliendo pareri sull’attuale funzionamento della cooperazione transfrontaliera e su eventuali miglioramenti futuri.

    La consultazione pubblica sarà disponibile in tutte le lingue dell’UE fino al 29 marzo 2022.

    Fonte: Commissione europea

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