Banca

  • Bankitalia mappa l’infezione del Covd in ambito economico

    Un allarme per le imprese più a rischio, a partire da ristorazione, alloggi, arte. Un’esortazione alle banche a restare prudenti anche dopo che dovesse scadere la stretta della Vigilanza sui dividendi: aumenteranno gli Npl, che richiederanno “un pronto riconoscimento” e peseranno sugli istituti con tassi di copertura “molto inferiori alla media”. E un messaggio di rassicurazione sul debito pubblico ormai in zona 160%, “sostenibile” ma che, se non verrà ridotto, “può determinare in prospettiva l’esposizione a rischi derivanti da tensioni sui mercati finanziari o da nuovi shock macroeconomici”. E’ il quadro dei rischi delineato dal Rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia: un Paese rassicurato dai vaccini, ma con il fisico spossato dalla seconda ondata. Con bastioni di difesa sempre più europei: l’intervento di Bankitalia e Bce su liquidità, Qe, spinta al credito, e dell’Unione sul recovery fund. Un Paese con un asset’ dato dalla resilienza delle famiglie italiane, con “rischi circoscritti” e quota di debito “contenuta” delle più vulnerabili. Ma con un tessuto produttivo mandato al tappeto dalla crisi.

    L’espansione della Cassa integrazione, la moratoria sui prestiti, il posticipo degli adempimenti fiscali, i contributi a fondo perduto e gli schemi di garanzia sui nuovi finanziamenti – scrive Bankitalia – “hanno contribuito ad attenuare” il colpo per le imprese. Ma è comunque qui che si concentrano i rischi, che a ricaduta si scaricano su banche e bilancio pubblico. Il primo, quello di uno shock quando misure come le moratorie verranno rimosse: “va evitata un’uscita anticipata”, avvertono i tecnici di Via Nazionale.  A fine anno, 32.000 imprese si ritroveranno ancora con un fabbisogno residuo di liquidità per 17 miliardi. Che sarebbe ben peggiore, con 100.000 imprese e 33 miliardi di ‘buco’, se non fosse per le garanzie pubbliche. Ma anche così, a fine anno il 12% delle imprese, il doppio di prima del Covid, avrà patrimonio netto inferiore ai limiti legali. Con una probabilità d’insolvenza in rapida ascesa, specie per ristorazione e alloggio (quasi al 6%) e attività artistiche (oltre 4%). E il 16,4% delle imprese divenute ‘molto rischiose’ (con probabilità di default oltre il 5%): a febbraio erano il 10%.

    L’appello, per i prossimi mesi anche dopo l’uscita dalla pandemia, è dunque a muoversi con grande cautela. E a favorire in ogni modo la patrimonializzazione delle imprese sulla scia delle misure del ‘Decreto rilancio’, con incentivi, sottoscrizione di azioni da parte di società veicolo pubbliche. Non sarà facile per le migliaia di pmi che fanno il grosso del tessuto produttivo italiano.

  • L’economia della bellezza con prudenza ed audacia

    Creatività, innovazione e bellezza i temi che hanno cateterizzato la 75esima assemblea di Confcommercio a Piacenza, con la partecipazione del Presidente nazionale Carlo Sangalli il quale, ancora una volta, pur in un periodo così difficile come quello che anche la categoria sta vivendo per il Covid, ha saputo ridare fiducia e speranze concrete agli imprenditori ed esercenti. Nel più rigoroso rispetto delle regole anti Covid, nella bella sede della Banca di Piacenza a Palazzo Galli, presente anche Corrado Sforza Fogliani, Presidente del Comitato esecutivo della Banca di Piacenza, vicepresidente Abi e presidente di Assopopolari, il Presidente provinciale e consigliere nazionale di Confcommercio Raffale Chiappa, coadiuvato dagli interventi di Nadia Bragalini Presidente provinciale e consigliere regionale di Terziario Donna, di Michela Gandolfi, Presidente provinciale e consigliere nazionale Giovani Imprenditori e del direttore Alberto Malvicini, ha ricordato come sia arrivato il momento di andare oltre, di lavorare insieme per creare dalle difficoltà nuove opportunità.

    Il concetto di bellezza non è un concetto astratto perché il cambiamento passa proprio da un diverso rapporto con il territorio, un territorio che si allarga all’intera Italia quando chi lavora è capace di immaginare il futuro per costruire ogni giorno una realtà migliore. Bellezza e rispetto della qualità di ciò che si produce e si vende con un’attenzione sempre volta all’ambiente ed al contesto che ci circonda. Non basta rinnovare bisogna innovare non solo utilizzando i nuovi strumenti tecnologici ma anche dando maggiore attenzione alla cultura del territorio, alle esigenze sociali, comprendendo che la nuova cultura produttiva nasce proprio dalla nuova economia della bellezza che, come ha ricordato il presidente Chiappa, deve essere la rinascita, dal centro alla periferia, in ogni realtà. “La nostra attività ha un importante valenza sociale e noi vogliamo dare un contributo alla comunità”. Il Presidente Sangalli, ricordando la frase di Albert Einstein “la mente è come un paracadute, funziona se si apre”, ha rimarcato la necessità di una riforma fiscale, di utilizzare le risorse che l’Europa mette a disposizione e l’urgenza di interventi mirati, interventi che devono realizzarsi e non essere solo annunciati. Un grande pericolo, in assenza di questi, è l’espandersi dell’usura e della criminalità organizzata, si corre il rischio che troppe imprese chiudano o siano svendute per debiti e disperazione ed acquisite dalla malavita. L’innovazione deve essere sostenibile nel rispetto dell’ambiente, bisogna sapere coniugare prudenza ed audacia.

    L’augurio è che queste parole dette a Piacenza, una delle città più martoriate dal Covid, possano giungere a tutti coloro, qualunque sia il loro colore politico, che ad ogni livello hanno ruoli di responsabilità e decisione affinché le loro scelte siano indirizzate da prudenza ed audacia, da coscienza delle realtà territoriali e sociali, dalla capacita di coniugare le innovazioni tecnologiche con il rispetto dell’ambiente e con i tempi di adattamento necessari a ciascuno affinché  nessuno resti indietro o colpevolmente escluso.

  • Ancora il mito dell’avanzo primario…Mala tempora currunt

    E’ evidente ed accettato da tutti come la straordinaria e drammatica situazione economica legata alla crisi da covid-19 presenti degli aspetti macroeconomici e finanziari di sostenibilità dei paesi preoccupanti, in particolare nel medio e lungo termine. Altrettanto chiaro risulta come nell’immediato lo Stato debba farsi carico degli effetti economici devastanti ma, con la medesima attenzione ed apprensione, dovrebbe ragionare sulle strategie di uscita da questa situazione.

    Nella difficile opera di ricerca dovrebbero, e ripeto, dovrebbero trovare spazio anche i contributi delle maggiori autorità economiche e finanziarie nel suggerire le priorità economiche da seguire. In questo senso però risulta molto imbarazzante l’intervento del presidente della Banca d’Italia Visco il quale, convenendo con l’insostenibilità finanziaria di una politica di semplice ricorso al debito, individua nell’avanzo primario del 1,5% la via per ridurre il debito e fornire nuovo ossigeno alla nostra economia.

    In questo senso si ricorda al presente alla Banca d’Italia, che rappresenta la massima autorità economica e finanziaria italiana, come l’Italia abbia un avanzo di bilancio da più anni e nonostante questo il debito sia sempre aumentato ad una velocità doppia rispetto al PIL. Si aggiunga inoltre come il governo Monti abbia istituzionalizzato con una legge ordinaria il raggiungimento dell’avanzo primario. In altre parole, il percorso indicato per uscire da questa situazione di disequilibrio economico e finanziario viene indicato in un fattore già presente nei bilanci pre-covid che ci avevano portato al raggiungimento del rapporto debito pubblico/PIL ad oltre il 135%. Dimenticando, quindi, oppure ancora peggio, omettendo, la responsabilità che le stesse autorità economiche, assieme alle diverse compagini governative succedutesi dal 2011 ad oggi alla guida del Paese, hanno nei confronti dell’esplosione del debito pubblico come diretta conseguenza della crescita della spesa pubblica.

    Risultati devastanti di scelte di politica economica e di spesa pubblica finalizzate solo ed esclusivamente al conseguimento del consenso elettorale in più con la silenziosa complicità della Banca d’Italia. La politica ha aumentato, dal 2015 in poi, la spesa pubblica sempre a debito per gli 80 euro assieme al più recente reddito di cittadinanza, agli sgravi fiscali per le imprese del meridione (che penalizza il cuore industriale italiano al nord), al reddito di cittadinanza, per non dimenticare quota 100. Tutti assieme rappresentano solo le maggiori e macroscopiche scelte dei governi di diverso orientamento politico che però hanno sempre solo ed esclusivamente utilizzato la spesa pubblica inseguendo chimere di maggiore occupazione o maggiore benessere attraverso l’utilizzo del debito.

    A sostegno della tesi del presidente Visco si aggiunge quella del Fondo Monetario Internazionale, da sempre seminatore di ovvietà, il quale individua nella maggiore spesa pubblica la via alla spesa per la ripresa economica. Anche in questo caso la memoria è un fattore assolutamente sottovalutato in quanto l’Italia fino al 2019 ha registrato una esplosione della spesa pubblica ad una velocità doppia rispetto al Pil cresciuto solo ed esclusivamente grazie al traino dell’export.

    Il nostro Paese sta assistendo nell’ultimo decennio ad una metamorfosi delle autorità economiche le quali da espressione di articolate competenza specifiche subiscono una kafkiana metamorfosi verso una nuova forma di sintesi di riconoscenza nei confronti del mondo politico da cui ormai dipendono rivelando al tempo stesso come ormai sia superata la divisione tra tecnici e politici che invece assicurerebbe visioni perlomeno intellettualmente oneste se non preparate.

    Se queste sono le maggiori autorità economiche italiane ed internazionali…Mala tempora currunt per il nostro Paese.

    P.S. in relazione al tema   si ripropone una visione assolutamente personale: https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-politica-monetaria-lillusione-di-bce-progressisti-e-sovranisti/

  • Bilancio del Summit a Brasilia dei paesi BRICS. Una spina nel fianco del dollaro

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 22 novembre 2019.

    Al recente summit dei Brics, a Brasilia, rispetto alle crescenti preoccupazioni sullo stato dell’economia e della finanza globale, i presidenti dei paesi membri hanno mostrato al mondo quello che loro stanno facendo a sostegno della crescita e dello sviluppo dei settori portanti dell’economia reale. Dal 2010 a oggi la loro quota del pil mondiale è cresciuta dal 30 al 36%. Ecco perché la New Development Bank dei Brics è stata al centro del summit.

    Fondata nel 2014 con lo scopo primario di finanziare lo sviluppo delle infrastrutture, la Ndb attualmente può contare su un capitale di base di 50 miliardi di dollari da rendere totalmente disponibile entro il 2027. Dieci sono già stati versati. Alla fine di quest’anno saranno già stati finanziati una cinquantina di progetti per un totale di 15 miliardi di dollari.

    La banca è molto attiva. In Brasile ha finanziato la costruzione di hub logistici per migliorare la connettività fisica con le aree più remote. Anche durante il summit è stato firmato il finanziamento per il «North Region Transportation Infrastructure Improvement Project» per migliorare la capacità di trasporto di materie prime dalle miniere verso i porti. Invece, in Russia, oltre alle infrastrutture, vengono finanziati progetti per migliorare l’accessibilità ai centri storici e culturali del paese. In India gli investimenti riguardano la gestione delle acque e i collegamenti tra le zone rurali e i mercati. La Cina utilizza i finanziamenti della banca per il miglioramento dell’ambiente, mentre il Sud Africa si concentra su progetti per l’energia e l’acqua.

    La dirigenza della Ndb ha confermato ai presidenti dei paesi Brics e all’audience mondiale il suo impegno centrale di concedere crediti in monete locali, tanto che il 40% del suo portfolio in Sudafrica è in rand. Sta crescendo notevolmente anche la domanda di prestiti in yuan per i progetti cinesi. Anche l’espansione organizzativa della banca, continua.

    Dopo le sedi di Johannesburg, Shanghai e San Paolo, l’anno prossimo saranno aperte quelle di Mosca e New Delhi. Non solo, ma intende anche ammettere altri soci dei paesi emergenti per arrivare a un capitale di base di ben 90 miliardi di dollari entro il 2027. L’importante istituto creditizio ha intenzione anche di sviluppare innovativi strumenti finanziari, non speculativi, garantiti dal capitale e dagli investimenti. Inoltre, con l’appoggio della banca centrale cinese, la Ndb ha già raccolto 6 miliardi di yuan attraverso l’emissione di obbligazioni sul mercato di Shanghai.

    A Brasilia si sono, quindi, discussi anche i progressi raggiunti dal Brics Local Currency Bond Fund per lo sviluppo dei mercati obbligazionari locali. Sono tutte operazioni miranti a sottrarsi progressivamente al controllo dominante del sistema del dollaro. Si ricordi che, con l’istituzione della Ndb, fu creato anche il Cra, Contingent Reserve Arrangement, con il compito di proteggere le economie e le finanze dei Brics in caso di instabilità dei mercati e delle monete. Nel meeting è stato evidenziato anche lo stato di allerta del citato Cra, che ha appena tenuto con successo un secondo test di preparazione per fronteggiare eventuali crisi economiche esterne.

    Nella dichiarazione finale di Brasilia è stato riaffermato l’impegno per superare le crescenti minacce al multilateralismo, ponendo l’accento sul ruolo centrale delle Nazioni Unite negli affari internazionali. Si è affermata anche la necessità di riformare le organizzazioni internazionali quali l’Onu, il Fmi e l’Organizzazione Mondiale del Commercio per dare più spazio ai paesi emergenti e a quelli in via di sviluppo nell’ottica di un ordine internazionale multipolare più equo e solidale. L’Omc, la Wto, in particolare, è chiamata a svolgere un ruolo indipendente e più sollecito rispetto ai tanti conflitti sui commerci.

    Non potevano, ovviamente, mancare le grandi preoccupazioni per le continue tensioni commerciali «che hanno un effetto negativo sulla fiducia, sul commercio, sugli investimenti e sulla crescita» a livello globale. Lo stesso presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha condiviso la politica indipendente dei Brics riaprendo «a suon di contratti» i rapporti con la Cina, dopo la sua iniziale e frettolosa vicinanza alle politiche di Donald Trump sui dazi e sulle altre questioni internazionali.

    Gli altri impegni presi interessano vasti campi, dalla protezione dell’ambiente alla biodiversità, dalla difesa del suolo alla lotta contro l’avanzamento dei deserti e allo sviluppo spaziale pacifico.

    Infine, però, per l’ennesima volta i Brics hanno lamentato che sia passato un altro anno senza la ridefinizione delle quote del Fmi. La cosa va avanti dal 2010! Che gli Usa e il sistema del dollaro temano di perdere il loro attuale potere economico e monetario è forse comprensibile. Che l’Ue e i paesi europei stiano al gioco di Washington lo è meno. Sicuramente è autolesionista.

    * già sottosegretario all’Economia ** economista

  • EIB to announce new initiatives for climate action and inclusive development

    Europe should address today’s global challenges by following policies that respond to the climate emergency while also building a resilient and inclusive society, according to the core initiatives of the European Investment Bank (EIB).

    The bank will meet regional partners from across the globe, as well as fellow International Financial Institutions, to detect new cooperation opportunities that would help move its ambitious proposals forward.

    EIB President Werner Hoyer, speaking ahead of the IMF/World Bank Group annual meetings said, “’The world is in real need of bold multilateral action. From trade policy and development to climate action, Europe can and must itself provide leadership. As the financial arm of the EU and an investor across the globe, we must reaffirm our commitment to play our part. We must act immediately and swiftly if we want to ensure a sustainable transition to a “net-zero” emissions economy. As the recent IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) report warned us, the effects of climate change are hitting us more strongly than ever before. Natural hazards such as droughts, floods, forest fires, food shortages, and disease pandemics will become more frequent in the near future, potentially displacing millions of people. We need to all join forces to build a resilient and inclusive society that leaves no one behind.”

    The EIB also plans to address the issue of gender equality as part of its commitment to deliver its own gender strategy to promote women’s rights both inside and outside Europe. This campaign is part of the run-up to the signing of an important pledge with other financial institutions to economically empower women.

    The Caribbean Development Bank and the EIB will also announce that they will jointly strengthen their cooperation through the implementation of joint projects that include measures to support climate resilience.

    France and Germany’s development banks will, along with the EIB, take stock of the progress that has been made on the Clean Oceans Initiative. The initiative was launched a year ago in Bali, within the framework of the IMF/WB Group meetings, with the goal of providing €2 billion to finance projects that aim to tackle waste and plastic pollution by 2023.

    The EIB is the long-term lending institution of the European Union which is owned by the EU Member States. It works towards implementing EU policy goals and makes long-term finances available for sound investments. The EIB is also one of the largest financiers of climate action globally, with over €90 billion invested in support of the Paris Climate Agreement.

     

  • Il ‘Codice degli animali da compagnia’ al Pet Festival di Piacenza

    Sabato 19 ottobre, nell’ambito del ‘Pets Festival’ a Piacenza Expo, alle ore 18, presso il  Padiglione 1 (Stand C36 e C37) del Quartiere Fieristico di Piacenza (Fraz. Le Mose, via Tirotti 11), Banca di Piacenza ed Edral – La Tribuna presenteranno il libro Codice degli animali da compagnia scritto da Corrado Sforza Fogliani ed Elena Baio. Gli autori dialogheranno con Vittorio Colombani, responsabile editoriale libri ‘La Tribuna’. Per assistere alla presentazione del volume occorre prenotare un biglietto di ingresso omaggio scrivendo a relaz.esterne@bancadipacenza.it

  • Nove assoluzioni e quattro condanne per il crac di Banca Etruria

    Nove assoluzioni con formula piena e quattro condanne a dieci mesi di reclusione con la non menzione: è il verdetto di primo grado del tribunale di Arezzo, presieduto dal giudice Angela Avila, in composizione monocratica, per il processo, nell’ambito dell’inchiesta sul crac di Banca Etruria, che riguarda il filone della truffa. Imputati erano ex dirigenti e funzionari dell’istituto di credito aretino, accusati di aver truffato i risparmiatori non informandoli sui rischi delle obbligazioni subordinate emesse da Bpel in due tornate, nel luglio e nell’autunno del 2013, e poi azzerate dal decreto Salva banche.

    Assolti perché il fatto non sussiste e non è stato commesso alcun reato gli imputati principali: gli ex dirigenti Luca Scassellati, Federico Baiocchi Silvestri, Samuele Fedeli e Luigi Fantacchiotti, che dovevano rispondere di istigazione alla truffa, per i quali il pubblico ministero Julia Maggiore aveva chiesto condanne tra 3 anni e 2 anni e mezzo perché, secondo l’accusa, avrebbero pressato i direttori delle filiali a vendere le obbligazioni subordinate a un pubblico indistinto. Degli altri nove imputati, direttori di filiali e impiegati che materialmente vendettero i titoli ai risparmiatori, accusati di truffa aggravata e per i quali era stata chiesta la condanna a un anno e mezzo di reclusione dalla Procura diretta dal procuratore capo Roberto Rossi, cinque dipendenti della banca sono stati assolti con la stessa formula dei quattro dirigenti, mentre quattro funzionari sono stati condannati a dieci mesi con la non menzione.

  • In attesa di Giustizia: Perry Mason e il cliente povero

    Non è propriamente una novità: nell’ultimo decennio la Banca d’Italia ha offerto un contributo tecnico essenziale alle indagini di natura economico – finanziaria distaccando alla Procura di Milano cinque dipendenti ed un funzionario che hanno realizzato per i P.M. alcune centinaia di consulenze. Gratuitamente. Nei  giorni scorsi, questo genere di collaborazione è stato formalizzato con la firma di un Protocollo d’Intesa tra la Procura della Repubblica di Milano e Bankitalia.

    In sostanza, esperti della Banca d’Italia e Magistrati indagheranno fianco a fianco scambiandosi informazioni e istituendo così una sorta di nucleo di polizia giudiziaria ad altissima specializzazione: il primo in una sede giudiziaria.

    Questa collaborazione, ormai decennale, con la sigla del protocollo si trasforma in un vero e proprio ufficio distaccato della Banca d’Italia all’interno della Procura, ove i dipendenti -ovviamente- dovranno essere soggetti qualificati.

    Sembra una buona notizia, ma forse non lo è se si considera innanzitutto il fatto che i soggetti che supporteranno i Pubblici Ministeri, anche in inchieste autonome rispetto alla Banca d’Italia, di quest’ultima potranno utilizzare dati e informazioni e alla medesima potranno, eventualmente, riversare ciò che è stato accertato.

    Ebbene,  secondo il codice etico di Bankitalia i dipendenti devono improntare la loro opera ad indipendenza e imparzialità e viene da chiedersi se alla luce di tali principi una collaborazione, in pianta stabile con la Procura, pur apprezzabile per altri versi perché è corretto avvalersi di esperti in materia, possa minare questi stessi principi, creando condizionamenti e divulgazioni di notizie riservate in possesso della Banca.

    Ma c’è un altro profilo su cui ragionare: il possibile ulteriore sbilanciamento del rapporto tra accusa e difesa laddove la prima è in grado di mettere in campo, a costo zero (o a carico dello Stato) “artiglieria pesante” nelle indagini mentre la seconda deve fare i conti con il portafoglio dei propri assistiti che non sempre consentono di ingaggiare consulenti e periti di chiara fama o di ingaggiarli del tutto.

    Non sembra corretto che l’esito dei processi possa essere condizionato da uno sbilanciamento fra le parti processuali che si pone in contrasto con i principii dell’art. 111 della Costituzione: dunque, se non sarebbe corretto neppure depotenziare la Procura è necessario trovare un rimedio affinché la difesa, anche del “cliente povero” si possa battere ad armi pari.

    Gli americani, il cui sistema giudiziario – ancorché si tenda ad emularlo – presta il fianco a non poche critiche, dicono che è meglio essere ricchi, bianchi e colpevoli che neri, poveri e innocenti: un corollario al processo che sarebbe preferibile non dover trasferire al nostro dove l’attesa di Giustizia è già legata a sin troppe variabili senza che debbano essere ulteriormente divaricate le distanze tra le parti.

  • L’inflazione desiderata

    L’annuncio del prossimo quantitative easing alla fine del proprio mandato rappresenta la migliore eredità del presidente della BCE Mario Draghi per legare e condizionare i primi mesi di attività del nuovo presidente Christine Lagarde. Sono invece piuttosto incerti gli obbiettivi e i possibili risultati  della seconda iniezione di liquidità voluta dalla BCE.

    Dal 2015 ad oggi il quantitative easing ha rappresentato sostanzialmente “una sospensione dalla realtà” nella valutazione della sostenibilità del rapporto debito pubblico PIL e la spesa pubblica (in continua progressione) della quale hanno beneficiato soprattutto i governi Renzi e Gentiloni. Questi, infatti, pur usufruendo di continue diminuzioni dello spread, con la conseguente riduzione dei tassi di interesse che hanno presentato una condizione unica dal dopoguerra ad oggi  per la riduzione del debito, hanno continuato, invece, ad aumentare la spesa pubblica in modo dissennato. Ne è prova il fatto che la  crescita del PIL dal 2015 al 2018 è sempre percentualmente inferiore alla crescita del debito e al tasso d’inflazione il cui  differenziale si è manifestato attraverso una riduzione del potere d’acquisto e, di  conseguenza, dei consumi.

    Tornando all’attualità del 2019 e al governo Conte, la Confesercenti ha rilevato come verranno meno  durante l’anno in corso oltre  un miliardo di consumi con una diminuzione del -0,4%, mantenendo quindi lo stato di deflazione. Questo secondo quantitative easing, tuttavia, si pone l’obiettivo di aumentare l’inflazione da sempre desiderato al  2% che rappresenta un livello auspicabile, ma solo e quando questa risulti essere espressione di un aumento della domanda.

    Nonostante ciò si ricerca ancora una volta questa inflazione da parte della BCE (il cui ruolo istituzionale sarebbe quello di combatterla) perché alleggerirebbe il rapporto debito/PIL nel breve periodo grazie ad una crescita nominale del PIL stesso. Una visione esclusivamente monetaristica e utilitaristica e di brevissimo respiro in quanto ad ogni rinegoziazione del debito l’inflazione verrebbe trasferita anche ai costi del servizio al debito stesso. In più questa tipologia di politica monetaria finalizzata all’aumento della semplice liquidità presenta una gravissima mancanza di valutazione relativa alla nuova strutturazione del mercato globale anche sotto il profilo finanziario. Nel mondo globale le politiche monetarie anche se continentali (BCE) sortiscono un brevissimo effetto e per altro molto limitato ma l’eccesso di liquidità porta una depatrimonializzazione degli stessi risparmi privati  (https://www.ilpattosociale.it/2019/07/17/la-politica-monetaria-e-la-depatrimonializzazione-del-risparmio/).

    A questo si aggiunga come lo stesso aumento dell’inflazione da troppi anni sia espressione in Italia del semplice aumento della pressione fiscale e delle accise (come non ricordare la favorevole posizione all’aumento  dell’IVA finalizzata alla crescita dell’inflazione della ex ministro Padoan). A questa infrazione interna legata alla pressione fiscale si aggiunga quella perversa d’importazione legata alle quotazioni delle materie prime, in particolare del petrolio e  suoi derivati. Nel 2013 ebbi l’ardire di scrivere come il mondo sarebbe cambiato quando gli Stati Uniti avrebbero raggiunto l’indipendenza energetica.

    Da allora ad oggi gli Stati Uniti sono passati da primo importatore di petrolio a rappresentare il primo produttore ed esportatore di petrolio grazie agli investimenti dello Shale oil e shale gas.

    L’alleanza stretta successivamente con l’Arabia Saudita (prima nazione per riserve petrolifere) e con la Russia ha posto le condizioni internazionali perché la quotazione del petrolio si mantenga tra i 60 e i 70 dollari. Una forchetta di quotazione che garantisca alle aziende estrattive statunitensi una buona redditività  e non risulti penalizzante per i consumatori e le imprese. In questo modo risulta neutralizzato il potere dell’Opec che con il  continuo aumento dei prezzi del petrolio per anni ha rappresentato il cappio al collo alle imprese italiane e dello sviluppo mondiale.

    All’interno di un mercato globale nel quale la concorrenza determina un forte livellamento sia del prezzo al consumo quanto dei margini aziendali la politica monetaria consentirebbe di raggiungere un aumento dell’inflazione e di un miglioramento del rapporto debito/Pil della durata massima di sei  mesi. In questo modo viene evitato il problema di affrontare i veri nodi della mancanza di una crescita e di conseguenza di un reale aumento dell’inflazione da domanda la quale può essere ottenuta attraverso una riconversione della spesa pubblica ed un progressivo abbassamento delle aliquote fiscali  e della loro progressività.

    In altre parole, l’ottima eredità lasciata dal presidente Mario Draghi attraverso l’annuncio del prossimo quantitative easing di cui beneficeranno i governi in carica lascerà invariata la dinamica dei problemi italiani che vengono determinati essenzialmente da due fattori responsabili della stagnazione italiana: la spesa pubblica, con la sua costante e progressiva crescita di quella improduttiva, e la gestione del credito, cioè il sistema bancario che da anni ha abbandonato la propria missione istituzionale.

    In un simile contesto la “sospensione dalla realtà” nella valutazione dei parametri fondamentali dell’economia italiana che il Q.E. ci regala per un altro periodo potrebbe dimostrarsi il colpo finale alla nostra credibilità.

  • Accordo del Consiglio europeo sulle nomine

    Nel tardo pomeriggio di ieri l’accordo sulle nomine in seno al Consiglio europeo è stato faticosamente e felicemente raggiunto. Faticosamente, perché in fasi successive, sono state eliminate due candidature di “spitzencandidaten”, il democratico cristiano bavarese del PPE, Manfred Weber, e il socialista olandese Frans Timmermans. Ad entrambi i candidati erano collegate candidature per la presidenza del Consiglio europeo e per la banca Centrale europea, che erano state annullate a seguito della scomparsa delle due candidature di punta. Era stata chiusa inoltre la sessione del 30 giugno senza risultati. Felicemente perché, con le nuove candidature, il risultato è stato a portata di mano ed approvato dal Consiglio europeo. Ecco le nuove nomine:

    1. Ursula von der Leyen, attuale ministro tedesco della Difesa, alla presidenza della Commissione europea, al posto di Jean-Claude Juncker.
    2. Christine Lagarde, attuale direttore generale del Fondo Monetario internazionale, alla Banca Centrale europea, al posto di Mario Draghi.
    3. Josef Borrell, attuale ministro socialista per la Affari europei nel governo Spagnolo ed ex presidente del Parlamento europeo, è stato indicato come Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza, in sostituzione dell’italiana Federica Mogherini.
    4. Charles Michel, Primo ministro del Belgio, liberale, alla presidenza del Consiglio europeo, al posto del polacco Donald Tusk.

    Nella mattinata di oggi il Parlamento europeo ha eletto alla sua presidenza il socialista italiano David Sassoli, in sostituzione di Antonio Tajani. Tutto fatto, dunque? No, bisognerà aspettare che il Parlamento voti per l’approvazione della nomina della presidente della Commissione e per i Commissari. Non è vero che la Commissione – come affermano ad alta voce gli euroscettici nostrani – sia una istituzione antidemocratica perché composta da burocrati non eletti. A votarla in secondo grado sono i rappresentanti di più di mezzo miliardo di cittadini europei che sono stati eletti in primo grado nelle elezioni europee del 26 maggio scorso. Il Parlamento può votare contro certi candidati proposti, come è successo all’on. Rocco Buttiglione nel 2004. Allora il presidente del Parlamento europeo era Josef Borrell, lo spagnolo oggi indicato come Alto Rappresentante per la politica estera. La scelta di due donne per incarichi così prestigiosi ci fa bene sperare. La loro esperienza politica e la qualità del lavoro svolto fino ad ora ci rassicurano sul loro equilibrio e sul loro rifiuto per i giochi di corrente o della politica “politicante”. Chi sembra aver perduto peso in tutto questo lungo negoziato è il gruppo del PPE, il cui presidente è stato respinto come candidato alla presidenza della Commissione e come presidente del Parlamento europeo, al quale sembrava destinato dopo la prima fase dei negoziati. La Germania ha avuto in eredità la presidenza della Commissione, ma ha perso la BCE, alla quale da due anni sembrava fosse destinato il presidente della Bundesbank. Bisognerà vedere se alla presidenza del gruppo del PPE rimarrà Weber, o se sarà sostituito. Il gruppo nel suo insieme lo ha sostenuto nel corso dei negoziati, ma è stato un sostegno che non è servito a nulla. La Francia di Macron, alla fine, ha avuto partita vinta contro il principio dei “candidati di punta”, ma ha perso l’efficacia dell’esperienza di Michel Barnier, il capo negoziatore dell’UE per la Brexit. Dell’Italia è meglio non parlare. Dei tre posti di grande prestigio da noi detenuti nella legislatura appena terminata, ne è rimasto uno solo, quello della presidenza del Parlamento europeo. Ma il merito spetta al gruppo socialista europeo e non al governo italiano. Noi avremo, a detta di Tusk, una vicepresidenza della Commissione europea da lui perorata con insistenza, Ma per averne conferma bisognerà attendere le nomine dei Commissari. Così come attendiamo che il nostro governo proponga il nome del commissario che dovrà rappresentarci. Speriamo che tra una litigata e l’altra trovi il tempo di presentarlo in tempo utile, e non in prorogatio, come siamo abituati a chiedere.

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