Banca

  • Il sistema italiano degli istituti di credito

    Una delle motivazioni che portò la politica ed il governo Andreotti, con l’appoggio della classe dirigente ed accademica italiana, ad indicare nella privatizzazione del sistema bancario (legge Carli Amato) la soluzione per evitare crisi furono le tristi vicende del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia il cui dissesto finanziario costò complessivamente circa 22.000 miliardi di lire, quindi circa 13 miliardi di euro al valore attuale. Alla luce delle dinamiche delle crisi, succedutesi negli ultimi anni nel nostro Paese, di troppi istituti di credito legittimamente, anche in considerazione dei costi sociali ed economici, nascono dei dubbi così come emergono i limiti di una soluzione ad un problema molto complesso come la gestione del sistema bancario. La sola crisi del Monte dei Paschi di Siena è costata alle finanze pubbliche, fino a questo momento, oltre 11 miliardi di euro (6.9 miliardi di capitale investito dal ministro Padoan in un istituto di credito risultato ultimo in Europa  negli stress test il cui valore attuale è di 750 mln), (https://www.ticinolive.ch/2021/08/03/il-monte-dei-paschi-sottoposto-a-uno-stress-test-risultato-inquietante/). A questi andranno aggiunti i prossimi tre (3) miliardi aggiuntivi per il finanziamento degli ammortizzatori sociali come “pretesa contropartita” voluta da Unicredit (il presidente di Unicredit è lo stesso Padoan, ex ministro). E’ paradossale poi come, per assorbire e mitigare gli effetti della drastica riduzione degli occupati in seguito alla “fusione” tra due istituti bancari, se ne debba fare carico sempre lo Stato al fine di rendere finanziariamente sostenibile l’acquisizione della banca senese dal gruppo privato UniCredit: il soggetto pubblico (come azionista di maggioranza) garantisce quindi la sostenibilità finanziaria dell’operazione all’istituto privato acquirente. Se poi lo stesso acquirente, cioè l’amministratore delegato di Unicredit, è anche uno dei responsabili in qualità di consulente del dissesto finanziario di MPS, nata dall’acquisizione di Antonveneta ad un valore 3,2 superiore alla valutazione del mercato, si delinea ancora più chiaramente “la partita di giro” tra istituti. Entrambe le operazione, quindi, risultano finalizzatale non a crescite strutturali per competere nel mercato finanziario internazionale, l’unica vera motivazione di queste operazioni è semplicemente la creazione di plusvalenze finanziarie da distribuire agli azionisti. Tornando, poi, al quadro generale, se si volesse integrare a questi costi anche quelli della crisi finanziaria di Veneto Banca e Popolare di Vicenza in termini di azzeramento del risparmio privato pari ad undici (11) miliardi più 1,7 miliardi di euro di risorse pubbliche per un ridicolo risarcimento pari al 30% degli investimenti ma solo fino a 100.000 euro di investimenti, il conto dei costi pubblici a sostegno di un sistema privato diventa imbarazzante. Anche perché il default delle banche venete va inteso come la sintesi di una scellerata gestione i cui costi si sono riversati sui sottoscrittori delle quote di risparmio e successivamente diventati azionisti a causa di una disgraziata decisione politica del governo Renzi di trasformare le quote di risparmio in capitale di rischio attraverso la trasformazione in Spa. Una scelta imputabile alla intera classe ministeriale del governo, quindi, ancora una volta, al ministro Padoan con il suo vice Calenda. A questi costi economici e sociali vanno aggiunti anche gli oltre due (2) miliardi della crisi di Banca Etruria e di istituti minori. Risulta evidente come la semplice privatizzazione del sistema bancario sia costata in termini di risorse pubbliche ed azzeramento di risorse private molto più di sistema pubblico degli istituti di credito. La soluzione alla pessima gestione degli istituti di credito da parte della classe politica e dirigente, quando questi erano pubblici, non poteva venire indicata nella semplice privatizzazione che avrebbe bypassato ogni responsabilità dei dirigenti e dei politici del passato ma soprattutto del futuro prossimo. In questo senso va ricordato come competenza e capacità risultino verificabili sia all’interno di un azionariato pubblico che di quello privato. In questo contesto, poi, NON va dimenticata la sciagurata riforma coniata dall’Unione Europea con l’introduzione del “bail in” la quale, di fatto, ha trasformato nel 2016 ogni deposito oltre i 100.000 euro in capitale di rischio ma senza riconoscere alcun diritto per i titolari dei c\c o partecipazione agli eventuali dividendi ma anzi subendo, anno dopo anno, la crescita dei costi di gestione. Tantomeno la riforma del bail-in che coinvolge i risparmiatori nei rischi gestionali e di impresa dell’Istituto di credito riconosce agli stessi la possibilità di intervenire all’interno della complessa gestione dell’istituto. Ennesima riprova della inconsistenza politica dell’Unione Europea, in questo assolutamente simile a quella dimostrata dalla classe politica italiana. Il comprendere come le semplici proprietà pubbliche o private non garantiscano dall’incompetenza pubblica e tantomeno dalla avidità privata (come la gestione di autostrade, tanto per fare un altro esempio di scellerata privatizzazione che ha portato alla riduzione del 98% delle spese di manutenzione) è stato ampiamente dimostrato. Troppo spesso la politica per propria incompetenza o per ambigua vicinanza a gruppi di interesse ha indicato come soluzioni di complesse problematiche reali le strategie più semplici lasciando di fatto inalterato il problema, ponendo magari anche le basi di uno scenario ancor più disastroso considerate le possibili occasioni di speculazioni venutasi a creare.  Ovviamente con il consenso disinteressato dell’Unione Europea.

  • ll modello MPS ultimo in Europa

    L’operazione relativa ad una possibile acquisizione da parte di Unicredit della banca senese Monte dei Paschi di Siena all’interno della quale l’a.d. Orcel assieme al presidente di Unicredit, l’ex ministro Padoan, pretendono di scaricare sullo Stato le cause penali civili e gli inevitabili esuberi di MPS ha risvegliato dal proprio torpore una classe politica impreparata e complice di questo disastro della più antica Banca del mondo.

    Dall’intero schieramento parlamentare si odono richiami perentori al mantenimento del numero dei  dipendenti e del valore del brand MPS uniti ad appelli all’importanza della sua operatività sul territorio. Nessuno di questi illustri esponenti della politica è ovviamente a conoscenza dell’esito degli ultimi stress test ai quali in Europa tutti gli Istituti bancari sono stati sottoposti recentemente. Il lori esito,  infatti, testimonia come la più antica banca italiana, MPS, rappresenti l’ultima in Europa nella classifica relativa alla sostenibilità della propria architettura  finanziaria.

    Il drammatico risultato certificato da questa verifica internazionale pone in evidenza ancora una volta gli esiti disastrosi della gestione economico-finanziaria attribuibili ai vertici che si sono susseguiti alla guida della banca senese. Una gestione ampiamente compromessa attraverso connivenze politiche, incapacità manageriali ed il solito gioco dei derivati che dimostrano, ancora una volta, come l’obiettivo gestionale  fosse quello di perseguire i propri interessi economici, finanziari e politici nella e dalla singola operazione senza alcuna visione a medio  e lungo termine.

    Durante il proprio incarico governativo, nei governi Renzi e Gentiloni, l’ex ministro Padoan ha  utilizzato 5,7 miliardi di risorse pubbliche per sostenere MPS il  cui valore è sceso in  tre anni  del 60% (una perdita di risorse pubbliche della quale dovrebbe perciò rispondere Padoan stesso).

    Il fatto, poi, che lo stesso Padoan sia stato successivamente nominato presidente di  Unicredit rappresenta un Unicum mondiale del quale allora nessun esponente della politica italiana ha osato chiederne la ragione.

    Unicredit in più rappresenta, da oltre un decennio, un istituto bancario già ampiamente in difficoltà. Prova ne è il fatto che l’istituto abbia venduto la propria gestione del risparmio (Pioneer, principale fonte marginalità nel 2016 ) e abbia dovuto cedere il centro direzionale di Milano, ancora in realizzazione, al fondo sovrano del Qatar, come la sede istituzionale di Roma assieme a buona parte del patrimonio di opere d’arte.

    In questo contesto con il semplice obiettivo di sottolineare l’assoluta impreparazione del mondo politico nella interpretazione di simili operazioni si ricorda della felicità espressa  dall’allora Presidente del Consiglio Renzi e del  sindaco di Milano Sala per l’acquisizione del centro direzionale di Milano, appunto da parte del fondo sovrano del Qatar.

    A questi due esponenti del nuovo analfabetismo finanziario andrebbe ricordato come mentre un fondo privato (1) ricerca dalle proprie operazioni marginalità da distribuire ai propri  sottoscrittori viceversa un fondo sovrano (2), come espressione del governo di uno Stato, utilizza risorse pubbliche. A differenza del fondo privato non è soggetto a verifiche di redditività nel breve termine e tantomeno deve distribuire dividendi, ma, anzi, può semplicemente perseguire obiettivi di medio-lungo termine non solo economici ma soprattutto politici con l’obiettivo, solo per fare un esempio, di aumentare la propria ingerenza politica.

    Una differenza ancora oggi sconosciuta a buona parte di tutti coloro che brindarono a questa operazione  ma che ora si dichiarano strenui difensori della banca senese. In più, recentemente alla guida di Unicredit  è stato nominato Orcel Andrea in qualità di amministratore delegato. Probabilmente, a meno che non sia un caso di omonimia, quello stesso Orsel Andrea che realizzò l’acquisizione da parte Monte dei Paschi di Siena della Banca Antonveneta. Va ricordato, infatti, come la  causa principale dell’inizio del declino “senese”  ed ora di un possibile default finanziario  vada ricondotta alla sopravvalutazione della Banca Veneta operata dal management e quindi dallo stesso Orcel Andrea che operava per la banca senese attraverso Merril Lynch.

    Tornando quindi all’attualità si assiste al pirotecnico spettacolo, nel  giro di soli tre anni, di un  presidente di Unicredit, Padoan, che nel 2017 aveva utilizzato risorse pubbliche per sostenere il Monte dei Paschi di Siena in qualità di  ministro del governo Renzi e Gentilini, che ora  partecipa all’acquisizione di quella  stessa  MPS assieme all’amministratore delegato che aveva causato la stessa  crisi di MPS con l’acquisizione a valori fuori dalla valutazione di mercato di Antonveneta.

    Questo gioco delle tre carte vede come interpreti questi personaggi, espressione della commistione di interessi pubblici e privati. Questi stessi attori vengono nominati a turno in diverse cariche assolutamente incompatibili le une con le altre e risultano espressione di una strategia che si pone come obbiettivo  ottenere la massima redditività legata alla singola operazione finanziaria e non certo finalizzata ad una migliore funzionalità dell’istituto bancario all’interno di un mercato sempre più competitivo.

    Questo mefitico gioco dimostra come ormai l’Italia rappresenti a buon titolo una economia sudamericana. In più è insultante per un paese democratico con l’amministratore delegato della banca acquirente (Unicredit) che intende escludere dall’acquisizione sia gli esuberi che le cause civili e penali delle quali probabilmente egli stesso ne rappresenta  una delle cause i cui costi aggiuntivi economici e sociali ricadranno quindi, ancora una volta, sulle finanze dello Stato. Monte dei Paschi di Siena ed Alitalia, ora Ita, dimostrano come l’Italia abbia abbandonato da anni il modello economico occidentale per abbracciare quello monopolista autoritario ed assolutamente compromesso dell’America Latina.

    Il tutto ovviamente nella massima e ampiamente compromessa indifferenza di governi, media e classi dirigenti ed accademiche italiane.

  • Bankitalia mappa l’infezione del Covd in ambito economico

    Un allarme per le imprese più a rischio, a partire da ristorazione, alloggi, arte. Un’esortazione alle banche a restare prudenti anche dopo che dovesse scadere la stretta della Vigilanza sui dividendi: aumenteranno gli Npl, che richiederanno “un pronto riconoscimento” e peseranno sugli istituti con tassi di copertura “molto inferiori alla media”. E un messaggio di rassicurazione sul debito pubblico ormai in zona 160%, “sostenibile” ma che, se non verrà ridotto, “può determinare in prospettiva l’esposizione a rischi derivanti da tensioni sui mercati finanziari o da nuovi shock macroeconomici”. E’ il quadro dei rischi delineato dal Rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia: un Paese rassicurato dai vaccini, ma con il fisico spossato dalla seconda ondata. Con bastioni di difesa sempre più europei: l’intervento di Bankitalia e Bce su liquidità, Qe, spinta al credito, e dell’Unione sul recovery fund. Un Paese con un asset’ dato dalla resilienza delle famiglie italiane, con “rischi circoscritti” e quota di debito “contenuta” delle più vulnerabili. Ma con un tessuto produttivo mandato al tappeto dalla crisi.

    L’espansione della Cassa integrazione, la moratoria sui prestiti, il posticipo degli adempimenti fiscali, i contributi a fondo perduto e gli schemi di garanzia sui nuovi finanziamenti – scrive Bankitalia – “hanno contribuito ad attenuare” il colpo per le imprese. Ma è comunque qui che si concentrano i rischi, che a ricaduta si scaricano su banche e bilancio pubblico. Il primo, quello di uno shock quando misure come le moratorie verranno rimosse: “va evitata un’uscita anticipata”, avvertono i tecnici di Via Nazionale.  A fine anno, 32.000 imprese si ritroveranno ancora con un fabbisogno residuo di liquidità per 17 miliardi. Che sarebbe ben peggiore, con 100.000 imprese e 33 miliardi di ‘buco’, se non fosse per le garanzie pubbliche. Ma anche così, a fine anno il 12% delle imprese, il doppio di prima del Covid, avrà patrimonio netto inferiore ai limiti legali. Con una probabilità d’insolvenza in rapida ascesa, specie per ristorazione e alloggio (quasi al 6%) e attività artistiche (oltre 4%). E il 16,4% delle imprese divenute ‘molto rischiose’ (con probabilità di default oltre il 5%): a febbraio erano il 10%.

    L’appello, per i prossimi mesi anche dopo l’uscita dalla pandemia, è dunque a muoversi con grande cautela. E a favorire in ogni modo la patrimonializzazione delle imprese sulla scia delle misure del ‘Decreto rilancio’, con incentivi, sottoscrizione di azioni da parte di società veicolo pubbliche. Non sarà facile per le migliaia di pmi che fanno il grosso del tessuto produttivo italiano.

  • L’economia della bellezza con prudenza ed audacia

    Creatività, innovazione e bellezza i temi che hanno cateterizzato la 75esima assemblea di Confcommercio a Piacenza, con la partecipazione del Presidente nazionale Carlo Sangalli il quale, ancora una volta, pur in un periodo così difficile come quello che anche la categoria sta vivendo per il Covid, ha saputo ridare fiducia e speranze concrete agli imprenditori ed esercenti. Nel più rigoroso rispetto delle regole anti Covid, nella bella sede della Banca di Piacenza a Palazzo Galli, presente anche Corrado Sforza Fogliani, Presidente del Comitato esecutivo della Banca di Piacenza, vicepresidente Abi e presidente di Assopopolari, il Presidente provinciale e consigliere nazionale di Confcommercio Raffale Chiappa, coadiuvato dagli interventi di Nadia Bragalini Presidente provinciale e consigliere regionale di Terziario Donna, di Michela Gandolfi, Presidente provinciale e consigliere nazionale Giovani Imprenditori e del direttore Alberto Malvicini, ha ricordato come sia arrivato il momento di andare oltre, di lavorare insieme per creare dalle difficoltà nuove opportunità.

    Il concetto di bellezza non è un concetto astratto perché il cambiamento passa proprio da un diverso rapporto con il territorio, un territorio che si allarga all’intera Italia quando chi lavora è capace di immaginare il futuro per costruire ogni giorno una realtà migliore. Bellezza e rispetto della qualità di ciò che si produce e si vende con un’attenzione sempre volta all’ambiente ed al contesto che ci circonda. Non basta rinnovare bisogna innovare non solo utilizzando i nuovi strumenti tecnologici ma anche dando maggiore attenzione alla cultura del territorio, alle esigenze sociali, comprendendo che la nuova cultura produttiva nasce proprio dalla nuova economia della bellezza che, come ha ricordato il presidente Chiappa, deve essere la rinascita, dal centro alla periferia, in ogni realtà. “La nostra attività ha un importante valenza sociale e noi vogliamo dare un contributo alla comunità”. Il Presidente Sangalli, ricordando la frase di Albert Einstein “la mente è come un paracadute, funziona se si apre”, ha rimarcato la necessità di una riforma fiscale, di utilizzare le risorse che l’Europa mette a disposizione e l’urgenza di interventi mirati, interventi che devono realizzarsi e non essere solo annunciati. Un grande pericolo, in assenza di questi, è l’espandersi dell’usura e della criminalità organizzata, si corre il rischio che troppe imprese chiudano o siano svendute per debiti e disperazione ed acquisite dalla malavita. L’innovazione deve essere sostenibile nel rispetto dell’ambiente, bisogna sapere coniugare prudenza ed audacia.

    L’augurio è che queste parole dette a Piacenza, una delle città più martoriate dal Covid, possano giungere a tutti coloro, qualunque sia il loro colore politico, che ad ogni livello hanno ruoli di responsabilità e decisione affinché le loro scelte siano indirizzate da prudenza ed audacia, da coscienza delle realtà territoriali e sociali, dalla capacita di coniugare le innovazioni tecnologiche con il rispetto dell’ambiente e con i tempi di adattamento necessari a ciascuno affinché  nessuno resti indietro o colpevolmente escluso.

  • Ancora il mito dell’avanzo primario…Mala tempora currunt

    E’ evidente ed accettato da tutti come la straordinaria e drammatica situazione economica legata alla crisi da covid-19 presenti degli aspetti macroeconomici e finanziari di sostenibilità dei paesi preoccupanti, in particolare nel medio e lungo termine. Altrettanto chiaro risulta come nell’immediato lo Stato debba farsi carico degli effetti economici devastanti ma, con la medesima attenzione ed apprensione, dovrebbe ragionare sulle strategie di uscita da questa situazione.

    Nella difficile opera di ricerca dovrebbero, e ripeto, dovrebbero trovare spazio anche i contributi delle maggiori autorità economiche e finanziarie nel suggerire le priorità economiche da seguire. In questo senso però risulta molto imbarazzante l’intervento del presidente della Banca d’Italia Visco il quale, convenendo con l’insostenibilità finanziaria di una politica di semplice ricorso al debito, individua nell’avanzo primario del 1,5% la via per ridurre il debito e fornire nuovo ossigeno alla nostra economia.

    In questo senso si ricorda al presente alla Banca d’Italia, che rappresenta la massima autorità economica e finanziaria italiana, come l’Italia abbia un avanzo di bilancio da più anni e nonostante questo il debito sia sempre aumentato ad una velocità doppia rispetto al PIL. Si aggiunga inoltre come il governo Monti abbia istituzionalizzato con una legge ordinaria il raggiungimento dell’avanzo primario. In altre parole, il percorso indicato per uscire da questa situazione di disequilibrio economico e finanziario viene indicato in un fattore già presente nei bilanci pre-covid che ci avevano portato al raggiungimento del rapporto debito pubblico/PIL ad oltre il 135%. Dimenticando, quindi, oppure ancora peggio, omettendo, la responsabilità che le stesse autorità economiche, assieme alle diverse compagini governative succedutesi dal 2011 ad oggi alla guida del Paese, hanno nei confronti dell’esplosione del debito pubblico come diretta conseguenza della crescita della spesa pubblica.

    Risultati devastanti di scelte di politica economica e di spesa pubblica finalizzate solo ed esclusivamente al conseguimento del consenso elettorale in più con la silenziosa complicità della Banca d’Italia. La politica ha aumentato, dal 2015 in poi, la spesa pubblica sempre a debito per gli 80 euro assieme al più recente reddito di cittadinanza, agli sgravi fiscali per le imprese del meridione (che penalizza il cuore industriale italiano al nord), al reddito di cittadinanza, per non dimenticare quota 100. Tutti assieme rappresentano solo le maggiori e macroscopiche scelte dei governi di diverso orientamento politico che però hanno sempre solo ed esclusivamente utilizzato la spesa pubblica inseguendo chimere di maggiore occupazione o maggiore benessere attraverso l’utilizzo del debito.

    A sostegno della tesi del presidente Visco si aggiunge quella del Fondo Monetario Internazionale, da sempre seminatore di ovvietà, il quale individua nella maggiore spesa pubblica la via alla spesa per la ripresa economica. Anche in questo caso la memoria è un fattore assolutamente sottovalutato in quanto l’Italia fino al 2019 ha registrato una esplosione della spesa pubblica ad una velocità doppia rispetto al Pil cresciuto solo ed esclusivamente grazie al traino dell’export.

    Il nostro Paese sta assistendo nell’ultimo decennio ad una metamorfosi delle autorità economiche le quali da espressione di articolate competenza specifiche subiscono una kafkiana metamorfosi verso una nuova forma di sintesi di riconoscenza nei confronti del mondo politico da cui ormai dipendono rivelando al tempo stesso come ormai sia superata la divisione tra tecnici e politici che invece assicurerebbe visioni perlomeno intellettualmente oneste se non preparate.

    Se queste sono le maggiori autorità economiche italiane ed internazionali…Mala tempora currunt per il nostro Paese.

    P.S. in relazione al tema   si ripropone una visione assolutamente personale: https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-politica-monetaria-lillusione-di-bce-progressisti-e-sovranisti/

  • Bilancio del Summit a Brasilia dei paesi BRICS. Una spina nel fianco del dollaro

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 22 novembre 2019.

    Al recente summit dei Brics, a Brasilia, rispetto alle crescenti preoccupazioni sullo stato dell’economia e della finanza globale, i presidenti dei paesi membri hanno mostrato al mondo quello che loro stanno facendo a sostegno della crescita e dello sviluppo dei settori portanti dell’economia reale. Dal 2010 a oggi la loro quota del pil mondiale è cresciuta dal 30 al 36%. Ecco perché la New Development Bank dei Brics è stata al centro del summit.

    Fondata nel 2014 con lo scopo primario di finanziare lo sviluppo delle infrastrutture, la Ndb attualmente può contare su un capitale di base di 50 miliardi di dollari da rendere totalmente disponibile entro il 2027. Dieci sono già stati versati. Alla fine di quest’anno saranno già stati finanziati una cinquantina di progetti per un totale di 15 miliardi di dollari.

    La banca è molto attiva. In Brasile ha finanziato la costruzione di hub logistici per migliorare la connettività fisica con le aree più remote. Anche durante il summit è stato firmato il finanziamento per il «North Region Transportation Infrastructure Improvement Project» per migliorare la capacità di trasporto di materie prime dalle miniere verso i porti. Invece, in Russia, oltre alle infrastrutture, vengono finanziati progetti per migliorare l’accessibilità ai centri storici e culturali del paese. In India gli investimenti riguardano la gestione delle acque e i collegamenti tra le zone rurali e i mercati. La Cina utilizza i finanziamenti della banca per il miglioramento dell’ambiente, mentre il Sud Africa si concentra su progetti per l’energia e l’acqua.

    La dirigenza della Ndb ha confermato ai presidenti dei paesi Brics e all’audience mondiale il suo impegno centrale di concedere crediti in monete locali, tanto che il 40% del suo portfolio in Sudafrica è in rand. Sta crescendo notevolmente anche la domanda di prestiti in yuan per i progetti cinesi. Anche l’espansione organizzativa della banca, continua.

    Dopo le sedi di Johannesburg, Shanghai e San Paolo, l’anno prossimo saranno aperte quelle di Mosca e New Delhi. Non solo, ma intende anche ammettere altri soci dei paesi emergenti per arrivare a un capitale di base di ben 90 miliardi di dollari entro il 2027. L’importante istituto creditizio ha intenzione anche di sviluppare innovativi strumenti finanziari, non speculativi, garantiti dal capitale e dagli investimenti. Inoltre, con l’appoggio della banca centrale cinese, la Ndb ha già raccolto 6 miliardi di yuan attraverso l’emissione di obbligazioni sul mercato di Shanghai.

    A Brasilia si sono, quindi, discussi anche i progressi raggiunti dal Brics Local Currency Bond Fund per lo sviluppo dei mercati obbligazionari locali. Sono tutte operazioni miranti a sottrarsi progressivamente al controllo dominante del sistema del dollaro. Si ricordi che, con l’istituzione della Ndb, fu creato anche il Cra, Contingent Reserve Arrangement, con il compito di proteggere le economie e le finanze dei Brics in caso di instabilità dei mercati e delle monete. Nel meeting è stato evidenziato anche lo stato di allerta del citato Cra, che ha appena tenuto con successo un secondo test di preparazione per fronteggiare eventuali crisi economiche esterne.

    Nella dichiarazione finale di Brasilia è stato riaffermato l’impegno per superare le crescenti minacce al multilateralismo, ponendo l’accento sul ruolo centrale delle Nazioni Unite negli affari internazionali. Si è affermata anche la necessità di riformare le organizzazioni internazionali quali l’Onu, il Fmi e l’Organizzazione Mondiale del Commercio per dare più spazio ai paesi emergenti e a quelli in via di sviluppo nell’ottica di un ordine internazionale multipolare più equo e solidale. L’Omc, la Wto, in particolare, è chiamata a svolgere un ruolo indipendente e più sollecito rispetto ai tanti conflitti sui commerci.

    Non potevano, ovviamente, mancare le grandi preoccupazioni per le continue tensioni commerciali «che hanno un effetto negativo sulla fiducia, sul commercio, sugli investimenti e sulla crescita» a livello globale. Lo stesso presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha condiviso la politica indipendente dei Brics riaprendo «a suon di contratti» i rapporti con la Cina, dopo la sua iniziale e frettolosa vicinanza alle politiche di Donald Trump sui dazi e sulle altre questioni internazionali.

    Gli altri impegni presi interessano vasti campi, dalla protezione dell’ambiente alla biodiversità, dalla difesa del suolo alla lotta contro l’avanzamento dei deserti e allo sviluppo spaziale pacifico.

    Infine, però, per l’ennesima volta i Brics hanno lamentato che sia passato un altro anno senza la ridefinizione delle quote del Fmi. La cosa va avanti dal 2010! Che gli Usa e il sistema del dollaro temano di perdere il loro attuale potere economico e monetario è forse comprensibile. Che l’Ue e i paesi europei stiano al gioco di Washington lo è meno. Sicuramente è autolesionista.

    * già sottosegretario all’Economia ** economista

  • EIB to announce new initiatives for climate action and inclusive development

    Europe should address today’s global challenges by following policies that respond to the climate emergency while also building a resilient and inclusive society, according to the core initiatives of the European Investment Bank (EIB).

    The bank will meet regional partners from across the globe, as well as fellow International Financial Institutions, to detect new cooperation opportunities that would help move its ambitious proposals forward.

    EIB President Werner Hoyer, speaking ahead of the IMF/World Bank Group annual meetings said, “’The world is in real need of bold multilateral action. From trade policy and development to climate action, Europe can and must itself provide leadership. As the financial arm of the EU and an investor across the globe, we must reaffirm our commitment to play our part. We must act immediately and swiftly if we want to ensure a sustainable transition to a “net-zero” emissions economy. As the recent IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) report warned us, the effects of climate change are hitting us more strongly than ever before. Natural hazards such as droughts, floods, forest fires, food shortages, and disease pandemics will become more frequent in the near future, potentially displacing millions of people. We need to all join forces to build a resilient and inclusive society that leaves no one behind.”

    The EIB also plans to address the issue of gender equality as part of its commitment to deliver its own gender strategy to promote women’s rights both inside and outside Europe. This campaign is part of the run-up to the signing of an important pledge with other financial institutions to economically empower women.

    The Caribbean Development Bank and the EIB will also announce that they will jointly strengthen their cooperation through the implementation of joint projects that include measures to support climate resilience.

    France and Germany’s development banks will, along with the EIB, take stock of the progress that has been made on the Clean Oceans Initiative. The initiative was launched a year ago in Bali, within the framework of the IMF/WB Group meetings, with the goal of providing €2 billion to finance projects that aim to tackle waste and plastic pollution by 2023.

    The EIB is the long-term lending institution of the European Union which is owned by the EU Member States. It works towards implementing EU policy goals and makes long-term finances available for sound investments. The EIB is also one of the largest financiers of climate action globally, with over €90 billion invested in support of the Paris Climate Agreement.

     

  • Il ‘Codice degli animali da compagnia’ al Pet Festival di Piacenza

    Sabato 19 ottobre, nell’ambito del ‘Pets Festival’ a Piacenza Expo, alle ore 18, presso il  Padiglione 1 (Stand C36 e C37) del Quartiere Fieristico di Piacenza (Fraz. Le Mose, via Tirotti 11), Banca di Piacenza ed Edral – La Tribuna presenteranno il libro Codice degli animali da compagnia scritto da Corrado Sforza Fogliani ed Elena Baio. Gli autori dialogheranno con Vittorio Colombani, responsabile editoriale libri ‘La Tribuna’. Per assistere alla presentazione del volume occorre prenotare un biglietto di ingresso omaggio scrivendo a relaz.esterne@bancadipacenza.it

  • Nove assoluzioni e quattro condanne per il crac di Banca Etruria

    Nove assoluzioni con formula piena e quattro condanne a dieci mesi di reclusione con la non menzione: è il verdetto di primo grado del tribunale di Arezzo, presieduto dal giudice Angela Avila, in composizione monocratica, per il processo, nell’ambito dell’inchiesta sul crac di Banca Etruria, che riguarda il filone della truffa. Imputati erano ex dirigenti e funzionari dell’istituto di credito aretino, accusati di aver truffato i risparmiatori non informandoli sui rischi delle obbligazioni subordinate emesse da Bpel in due tornate, nel luglio e nell’autunno del 2013, e poi azzerate dal decreto Salva banche.

    Assolti perché il fatto non sussiste e non è stato commesso alcun reato gli imputati principali: gli ex dirigenti Luca Scassellati, Federico Baiocchi Silvestri, Samuele Fedeli e Luigi Fantacchiotti, che dovevano rispondere di istigazione alla truffa, per i quali il pubblico ministero Julia Maggiore aveva chiesto condanne tra 3 anni e 2 anni e mezzo perché, secondo l’accusa, avrebbero pressato i direttori delle filiali a vendere le obbligazioni subordinate a un pubblico indistinto. Degli altri nove imputati, direttori di filiali e impiegati che materialmente vendettero i titoli ai risparmiatori, accusati di truffa aggravata e per i quali era stata chiesta la condanna a un anno e mezzo di reclusione dalla Procura diretta dal procuratore capo Roberto Rossi, cinque dipendenti della banca sono stati assolti con la stessa formula dei quattro dirigenti, mentre quattro funzionari sono stati condannati a dieci mesi con la non menzione.

  • In attesa di Giustizia: Perry Mason e il cliente povero

    Non è propriamente una novità: nell’ultimo decennio la Banca d’Italia ha offerto un contributo tecnico essenziale alle indagini di natura economico – finanziaria distaccando alla Procura di Milano cinque dipendenti ed un funzionario che hanno realizzato per i P.M. alcune centinaia di consulenze. Gratuitamente. Nei  giorni scorsi, questo genere di collaborazione è stato formalizzato con la firma di un Protocollo d’Intesa tra la Procura della Repubblica di Milano e Bankitalia.

    In sostanza, esperti della Banca d’Italia e Magistrati indagheranno fianco a fianco scambiandosi informazioni e istituendo così una sorta di nucleo di polizia giudiziaria ad altissima specializzazione: il primo in una sede giudiziaria.

    Questa collaborazione, ormai decennale, con la sigla del protocollo si trasforma in un vero e proprio ufficio distaccato della Banca d’Italia all’interno della Procura, ove i dipendenti -ovviamente- dovranno essere soggetti qualificati.

    Sembra una buona notizia, ma forse non lo è se si considera innanzitutto il fatto che i soggetti che supporteranno i Pubblici Ministeri, anche in inchieste autonome rispetto alla Banca d’Italia, di quest’ultima potranno utilizzare dati e informazioni e alla medesima potranno, eventualmente, riversare ciò che è stato accertato.

    Ebbene,  secondo il codice etico di Bankitalia i dipendenti devono improntare la loro opera ad indipendenza e imparzialità e viene da chiedersi se alla luce di tali principi una collaborazione, in pianta stabile con la Procura, pur apprezzabile per altri versi perché è corretto avvalersi di esperti in materia, possa minare questi stessi principi, creando condizionamenti e divulgazioni di notizie riservate in possesso della Banca.

    Ma c’è un altro profilo su cui ragionare: il possibile ulteriore sbilanciamento del rapporto tra accusa e difesa laddove la prima è in grado di mettere in campo, a costo zero (o a carico dello Stato) “artiglieria pesante” nelle indagini mentre la seconda deve fare i conti con il portafoglio dei propri assistiti che non sempre consentono di ingaggiare consulenti e periti di chiara fama o di ingaggiarli del tutto.

    Non sembra corretto che l’esito dei processi possa essere condizionato da uno sbilanciamento fra le parti processuali che si pone in contrasto con i principii dell’art. 111 della Costituzione: dunque, se non sarebbe corretto neppure depotenziare la Procura è necessario trovare un rimedio affinché la difesa, anche del “cliente povero” si possa battere ad armi pari.

    Gli americani, il cui sistema giudiziario – ancorché si tenda ad emularlo – presta il fianco a non poche critiche, dicono che è meglio essere ricchi, bianchi e colpevoli che neri, poveri e innocenti: un corollario al processo che sarebbe preferibile non dover trasferire al nostro dove l’attesa di Giustizia è già legata a sin troppe variabili senza che debbano essere ulteriormente divaricate le distanze tra le parti.

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