Cassazione

  • La Cassazione ordina di accogliere i migranti gay non tutelati in patria

    Prima di negare lo status di rifugiati ai migranti che dichiarano di essere omosessuali e di rischiare la vita se rimpatriati a causa del loro orientamento sessuale, si deve accertare se nei Paesi d’origine non solo non ci siano leggi discriminatorie ma anche verificare che le autorità del luogo apprestino “adeguata tutela” per i gay, ad esempio se colpiti da «persecuzioni» di tipo familiare. Lo sottolinea la Cassazione che ha accolto il ricorso di un cittadino gay della Costa d’Avorio, minacciato dai parenti.

    Al migrante protagonista di questa vicenda giudiziaria arrivata fino alla Suprema Corte, la Commissione territoriale di Crotone, non aveva concesso lo status di rifugiato sottolineando che «in Costa d’Avorio al contrario di altri stati africani, l’omosessualità non è considerata un reato, né lo Stato presenta una condizione di conflitto armato o violenza diffusa». Per gli ‘ermellini’ questo non basta: serve accertare l’adeguata protezione statale per minacce provenienti da soggetti privati. Bakayoko Aboubakar S. aveva infatti raccontato che era di religione musulmana, coniugato con due figli, e diventato oggetto «di disprezzo e accuse da parte di sua moglie e di suo padre» che era imam del villaggio, «dopo aver intrattenuto una relazione omosessuale». Aveva deciso di fuggire quando il suo partner era stato «ucciso in circostanze non note, a suo dire ad opera di suo padre», l’imam.

    Per la Cassazione «non è conforme a diritto» aver negato la protezione a Bakayoko senza accertare se nel suo Paese sarebbe tutelato dalle minacce dei parenti. Il caso si riapre.

  • In attesa di Giustizia: l’isola felice… che non c’e’

    In attesa di Giustizia: il titolo della rubrica è stato scelto apposta ad evocare una endemica lentezza del nostro sistema giudiziario a fare il paio con decisioni discutibili, norme di problematica razionalità e non sempre intellegibili.

    La risoluzione delle controversie, particolarmente sulla interpretazione delle leggi, la loro corretta applicazione ai casi concreti e la adeguatezza delle motivazioni poste a base delle sentenze (sia di condanna che di assoluzione) è affidata alla Corte di Cassazione, Giudice di terza istanza che non entra nel merito delle questioni ma analizza solo che nei processi  vi sia stato rispetto del diritto sostanziale e processuale nel pervenire alla decisione.

    La Corte Suprema – come non del tutto propriamente qualcuno la chiama – ha sede unica a Roma e su di essa convergono i ricorsi provenienti da tutte le sedi giudiziarie del Paese; un lavoro immane, basti dire che, nel settore penale che impiega sei sezioni più una “stralcio”, sono affluiti negli ultimi dieci anni centinaia di migliaia di ricorsi: dai 44.029 del 2008 ai 51.956 del 2018 con un picco di 56.632 nel 2017. Come dire che, facendo una media imperfetta, se le sette sezioni lavorassero senza sosta, sabato, domenica e feste comandate incluse, per pareggiare i conti dovrebbero decidere una ventina di ricorsi al giorno previa, per ciascuno (che magari riguarda più posizioni) relazione introduttiva, requisitoria del Procuratore Generale e discussione degli avvocati. Tutto ciò senza considerare che i Giudici – sono cinque per ogni Collegio Giudicante – devono, nel frattempo, studiarsi i processi per l’udienza successiva e ad ognuno dei componenti ne viene anche affidato un certo numero per approfondire le questioni e poi scrivere le motivazioni della sentenza. Missione impossibile, direte voi: e invece, no ma vedremo a che prezzo.

    Potrà ancor di più sorprendere che in varie occasioni, e tra queste nel 2018 secondo l’Ufficio di statistica della Cassazione, non solo si è smaltito per intero il carico dell’anno ma si è anche aggredito l’arretrato: in soldoni, restando agli ultimi dati, ogni 100 nuovi ricorsi ne sono stati decisi quasi 111, smaltendo le pendenze di anni pregressi.

    Non siamo al cospetto di superuomini, però: il trucco c’è ma i non addetti ai lavori non lo possono scoprire e consiste nelle declaratorie di inammissibilità (oltre il 70% dei ricorsi esaminati) la stragrande maggioranza delle quali sono affidate alla sezione “stralcio” di cui si diceva prima che è la Settima Penale dopo un filtro – si fa per dire – iniziale che consiste in un’occhiata al ricorso, quando perviene, da parte di un Sostituto Procuratore Generale la cui richiesta di inammissibilità (se vi è, e vi è molto spesso), pomposamente definita requisitoria scritta, consiste in una crocetta apposta su un modulo prestampato: tipo un quiz a risposta multipla. La Settima Sezione, dove il ricorso viene trattato senza la presenza del difensore che può solo mandare uno scritto, dal canto suo quasi mai si pronuncia diversamente dalla dichiarazione di inammissibilità ed in ruolo può avere diverse decine di cause al giorno. Avete letto bene, immaginate l’attenzione prestata.

    I ricorsi che restano assegnati alle altre sezioni per essere esaminati in contraddittorio restano comunque moltissimi e una gran parte viene anche in questa sede dichiarato inammissibile: possibile? Inammissibilità significa avere – per esempio – dedotto una nullità non prevista dal codice, aver firmato un atto senza essere legittimato, avere sbagliato i termini per un’impugnazione: cose da ignoranza crassa, insomma. Peraltro, se si vanno a guardare le motivazioni di altre sentenze della Cassazione, diverse da quelle che individuano l’inammissibilità, si scopre che la levatura argomentativa è obiettivamente modesta nella gran parte dei casi.

    E, allora tutto si spiega: la Corte non è un’isola felice ma una sede dove la qualità va a scapito della quantità: con buona pace della funzione di indirizzo e di interpretazione della legge che dovrebbe avere.

    E’ ben vero che anche dal lato degli avvocati – bisogna convenirne – il livello qualitativo delle impugnazioni in Cassazione è tutt’altro che eccelso e che, come si dice da qualche parte, chi ha tetti di vetro non dovrebbe tirare sassi ai vicini. Ma il 70% abbondante di inammissibilità (con quel metodo di analisi e decisione descritto) cui si aggiunge un altro 10% abbondante di rigetti deve far riflettere. Forse abbiamo scoperto che l’isola felice non c’è ed al suo posto hanno messo un sentenzificio.

  • In attesa di Giustizia: avanti tutta!

    Il titolo di questa rubrica evoca aspettative non solo di risultati ma anche di tempi rapidi della Giustizia: una sentenza che giunga a distanza siderale dai fatti oggetto del processo, infatti, non è accettabile.

    A volte, anzi piuttosto spesso, capita che una decisione sia rapidissima, almeno con riguardo al momento in cui deve essere adottata…che è poi quello cruciale di un giudizio. Avanti tutta, allora!

    Dunque, penserà il lettore, le cose non vanno così male. Parliamone, ma non prima di avere sottoposto alcuni esempi.

    Incominciamo dalla fine: dalla Cassazione, organo supremo cui dobbiamo l’interpretazione delle norme, i ricorsi che vengono messi a ruolo di ogni udienza (che inizia, a regola, alle 10 del mattino) sono abitualmente qualche decina. Sì, avete letto bene.

    Di ogni ricorso viene fatta una relazione, cioè a dire uno dei Magistrati ne espone sinteticamente l’oggetto e i motivi a sostegno – tutti i partecipanti ne hanno una copia e, si spera, dovrebbero averlo studiato –  dopodiché la parola passa al Procuratore Generale che esprime il suo parere e formula le conclusioni: accoglimento, rigetto o inammissibilità.  Segue la discussione degli avvocati, se presenti: in Cassazione è, infatti, possibile affidarsi al semplice atto scritto.

    Trattati tutti i ricorsi (qualche ora passa), la Corte si ritira in camera di consiglio e li decide in un’unica sessione. Provate – è stato fatto da addetti ai lavori – se ne avete voglia e occasione ad andare a cronometrare quanto impiega mediamente a deciderne ognuno: basta far partire il tempo quando il Collegio si ritira e fermarlo quando suona la campanella che avvisa dell’imminenza della lettura dei dispositivi. Il risultato è che ogni ricorso ha avuto a disposizione per essere deciso una manciata di minuti che dovrebbero ricomprendere un confronto dialettico tra cinque Giudici di alto grado, la votazione e la redazione – che non di rado è ancora a mano – del dispositivo.

    E così è che questioni di diritto non di rado complesse e il destino degli uomini viene deciso in un batter di ciglia. Alzi la mano chi crede che, una discussione, magari non serrata (parliamo di un minuto o due a testa), tra i cinque ci sia stata e non che ci sia affidati ad una scelta già sostanzialmente preconfezionata dal relatore addirittura ben prima di avere udito il Procuratore Generale e gli avvocati ma solo letto gli atti in splendida solitudine e meramente illustrata agli altri componenti del Collegio.

    Tanto varrebbe “monocratizzare” la Corte Suprema, distribuendo meglio le risorse e offrendo maggiore dignità alla trattazione dei casi e ad ogni decisione.

    Provate, invece, ad andare a cronometrare il tempo che un Giudice dell’Udienza Preliminare (che dovrebbe essere un “filtro” verso il dibattimento) impiega per decidere se rinviare a giudizio o prosciogliere, anche solo parzialmente, degli imputati: il risultato è il più delle volte analogo alla Cassazione: pochi minuti per esaminare, magari, diverse posizioni e molteplici imputazioni dopo avere ascoltato le ragioni di altrettanti difensori.

    Nel prossimo numero de Il Patto Sociale continueremo ad affrontare l’argomento; nel frattempo, però, non lamentatevi più dei tempi biblici della Giustizia: ponetevi, al più, la domanda se questa lo sia.

     

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