Clima

  • Green Deal e Fit for 55%: l’Europa e la sfida del cambiamento climatico

    Giovedì 30 settembre, alle ore 17.00 nella Sala Colonne, Palazzo Giureconsulti in Piazza dei Mercanti, 2 a Milano si svolgerà l’incontro Green Deal e Fit for 55%: l’Europa e la sfida del cambiamento climatico. L’evento è organizzato nell’ambito della Pre-COP26 e la Cop dei Giovani, un’iniziativa che porterà a Milano 400 giovani esponenti dei movimenti giovanili provenienti da tutti i 197 paesi del mondo che hanno firmato la Convenzione ONU sui cambiamenti climatici e che servirà come preparazione alla conferenza COP26delle Nazioni Unite che si svolgerà a Glasgow a novembre.

    L’evento sarà anche un’occasione per presentare la campagna di comunicazione dell’Ufficio in Italia del Parlamento europeo, #vogliounpianetacosì, spiegata proprio dagli influencer che hanno messo volto e voce per promuovere questa attività sui loro social.

    Modererà Luca Misculin, Il Post. Dopo i saluti di Maurizio Molinari, Responsabile Ufficio a Milano del PE, sarà presentata la campagna di comunicazione #vogliounpianetacosì, con Lucia Pecorario, Ufficio in Italia del PE, Elisabetta Bertolini (@bertolinielisabetta) e Camilla Mendini (@carotilla_), Influencer che hanno partecipato alla campagna del PE #vogliounpianetacosì. Il pubblico potrà intervenire ponendo domande ai relatori. Prevista la presenza dei deputati europei membri della commissione parlamentare ENVI Eleonora Evi, Alessandra Moretti

    L’evento andrà in diretta sulla homepage di Lifegate e sulla pagina FB del Parlamento europeo in Italia.

    L’iscrizione per la partecipazione dal vivo è obbligatoria, si può confermare la propria iscrizione inviando una mail a: stefania.bertolini@europarl.europa.eu entro mercoledì 29 settembre.

    In ottemperanza delle norme emanate per contenere l’emergenza epidemiologica da COVID-19, i posti saranno limitati e l’ingresso al Palazzo Giureconsulti sarà consentito solo con Green Pass.

  • Non solo in Sardegna, le foreste vanno in fumo dagli Usa alla Siberia

    Dalla Siberia al Canada fino all’Ovest degli Stati Uniti, incendi sempre più intensi stanno devastando centinaia di migliaia di ettari di foreste con una violenza ed una rapidità senza precedenti, manifestazione estrema delle conseguenze del riscaldamento globale.

    Nella più vasta e fredda regione russa, la Yakutia, in Siberia, la combinazione anomala di alte temperature e siccità prolungata ha scatenato un inferno di fiamme che in tre settimane hanno raso al suolo oltre 800mila ettari di foreste di coniferi e tundra, in aree remote ed inaccessibili ai vigili del fuoco, rilasciando nell’aria ingenti quantità di diossido di carbonio. I fumi degli incendi hanno raggiunto la città di Yakutsk, avvolta da una nebbia grigia davvero inusuale a quelle latitudini – d’inverno le temperature scendono fino a -50/70 gradi – così fitta da impedire il traffico aereo. Le autorità locali hanno dato l’ordine ai 320mila residenti nelle zone colpite di rimanere a casa per evitare di respirare i fumi derivati dai roghi, destinati già a superare il record registrato l’anno scorso in questo periodo. Il mese scorso è stato il più caldo e il più secco da 133 anni, con 39 gradi rilevati nel distretto di Gorny e solo 2 millimetri di pioggia in 30 giorni.

    I roghi sono stati talmente potenti e i venti forti che colonne di fumo hanno viaggiato fino all’Alaska. “Ovviamente c’è solo una ragione per quello che sta accadendo ed è il cambiamento climatico globale”, ha dichiarato all’agenzia Ria Novosti il governatore della Yakutia, Aisen Nikolaev. E’ il secondo anno che la stagione degli incendi in Siberia è così intensa, obbligando i vigili del fuoco a trovare nuove strategie per spegnere fiamme sempre più alte, che si propagano sempre più rapidamente. Nell’Est della Siberia, il succedersi di incendi così devastanti, in aree mai colpite in passato, in un arco di tempo sempre più breve – prima si verificavano ogni 100-150 anni, attualmente ogni 10-30 anni e ormai per due anni consecutivi – non permette più alle foreste di rigenerarsi, anche perché bruciano con una intensità sempre maggiore, prima per una decina di giorni, il mese scorso per oltre tre settimane.

    Dall’inizio del 2021, nella regione della Yakutia gli incendi hanno distrutto oltre 2,6 milioni di ettari di terreni e foreste, l’equivalente di 5 milioni di terreni da calcio, secondo i dati ufficiali del Servizio di protezione aerea delle foreste della Siberia. Ad alimentare il circolo vizioso degli incendi sono i cambiamenti climatici oltre alle emissioni di carbonio nell’atmosfera degli alberi che bruciano, peggiorando la crisi.

    Ondate di caldo, siccità prolungata e forti venti hanno creato le stesse condizioni propizie ai fuochi nella provincia occidentale della Columbia Britannica in Canada, costretta a dichiarare lo stato di emergenza e mettere in stato di allerta 32 mila residenti. Anche lì 3mila vigili del fuoco stanno combattendo contro 300 incendi attivi contemporaneamente, stimolati dal clima caldo e secco e dai venti che continueranno per qualche giorno. Circa 3mila chilometri quadrati di foreste sono già andate in fumo nella Columbia Britannica, più di 3 volte superiore all’area media tipicamente bruciata in questo periodo dell’anno. Nell’Ovest degli Stati Uniti, è il Sud-Ovest dell’Oregon a bruciare: otto maxi incendi hanno raso al suolo oltre 192mila ettari di bosco, in una stagione già definita da media e autorità come “senza precedenti” per l’entità dei roghi. Più di 2mila vigili del fuoco locali sono impegnati nell’emergenza, aiutati da colleghi arrivati da Arkansas, Nevada e Alaska.

    Al momento sulla West Coast sono ancora attivi 78 incendi e il fumo prodotto dal Bootleg Fire unitamente a quello proveniente dal Canada stanno minacciando la salute di milioni di americani. Spinti da forti venti, questi fumi si stanno spostando su tutto il territorio nazionale, raggiungendo persino la costa occidentale. I fumi tossici stanno notevolmente peggiorando la qualità dell’aria, con rischi sanitari per le persone già affette da patologie quali asma, bronchite cronica. Persino lo Stato di New York ha emesso un’allerta – due volte nei giorni scorsi – per la presenza di un elevato numero di particelle prodotte dagli incendi che hanno affumicato l’aria, producendo un sole di colore rosso e avvolgendo lo skyline di Manhattan in dense nuvole di fumo.

  • Po a secco: senza piogge la portata del fiume si riduce del 30%

    Piogge assenti e temperature alle stelle: il bacino del Po soffre e l’agricoltura con esso. L’allarme per la siccità arriva dall’Autorità Distrettuale del fiume Po e dal Canale Emiliano Romagnolo (Cer). A giugno, secondo l’Autorità, in Emilia-Romagna sono caduti 20 millimetri di precipitazioni contro una media di 48 negli ultimi 20 anni. Da inizio anno, rincara il Cer, nel Bolognese e in Romagna le piogge si sono dimezzate: 170 millimetri, per una pluviometria inferiore di almeno il 40% rispetto ad Haifa, in Israele. È il secondo anno più siccitoso di sempre, superato solo dal 2020 quando le piogge si fermarono a 152 millimetri. In generale il crollo delle portate è del 30%. In Romagna, dove non piove da 40 giorni, scorre solo l’acqua del Canale Emiliano Romagnolo, i cui 135 chilometri sono serviti dalle pompe idrovore in funzione sul Po, per alimentare i Consorzi di bonifica associati per l’agricoltura, i potabilizzatori di Romagna Acque ed Hera Imola, il termovalorizzatore Hera di Bologna, l’industria e oltre 4.000 ettari di zone umide.

    Non basta: si registrano perdite produttive sugli ortaggi e anche sulle colture poco idroesigenti. Pesa l’aumento delle temperature: l’Autorità distrettuale rileva massime di 32-34 gradi, 1-3 gradi sopra la media degli ultimi vent’anni. Oltre al Po soffrono tutti i sottobacini, col torrente Enza ai minimi storici. Tra le zone del Distretto padano più colpite da siccità ci sono il Basso Piemonte – Biellese, Astigiano e Cuneese – e Torino. Monitorate Romagna e zone del Delta (Ferrara e Rovigo) per possibili criticità generabili dall’intrusione del cuneo salino. Sotto osservazione Piacentino e Parmense, mentre in Lombardia la riserva idrica è calata dell’8,5% in una settimana. “Per noi questo scenario rappresenta una grandissima responsabilità perché anche solo un giorno di sospensione del nostro funzionamento porterebbe a gravi danni alle colture, all’ambiente e non solo”, ha commentato il presidente del Cer Nicola Dalmonte. Meuccio Berselli, segretario generale dell’Autorità distrettuale del fiume Po, avverte: “Siamo solo all’inizio di quella che si preannuncia come un’estate torrida e lunga, la cui situazione climatica può arrecare preoccupazioni all’intero Bacino PadanoC.

  • La neutralità climatica al 2050 diventa un obiettivo della Ue stabilito per legge

    L’Unione europea ha approvato in via definitiva i suoi obiettivi nella lotta al riscaldamento globale. La legge Ue sul clima ha ricevuto stamani l’ultimo ok, quello del Consiglio europeo (l’assemblea dei capi di Stato e di governo dei 27), dopo quelli della Commissione e dell’Europarlamento. E gli obiettivi sono ambiziosi: riduzione delle emissioni di gas serra del 55% al 2030 rispetto ai livelli del 1990, neutralità climatica entro il 2050 (cioè zero emissioni nette), emissioni negative dopo il 2050 (cioè l’assorbimento della CO2 che supera le emissioni).

    “L’Europa ha la sua prima legge sul clima – ha twittato il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel -. I giovani erano scesi in strada per chiedere all’Ue di agire” contro i cambiamenti climatici “e l’Ue lo ha fatto”. Per neutralità climatica si intende che le emissioni di Co2 entro il 2050 dovranno essere totalmente assorbite, attraverso nuove foreste e cattura del carbonio. Ma non basta. Dopo quella data, l’assorbimento dovrà addirittura superare le emissioni.

    La norma sarà ora pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione, quindi entrerà in vigore. Oltre ai target di riduzione delle emissioni per il 2030 e il 2050, la legge per il clima prevede che l’Ue si doti di un obiettivo climatico intermedio per il 2040 e di una proiezione del bilancio dell’Unione per i gas serra per il periodo 2030-2050 (carbon budget). Il bilancio misurerà il volume totale indicativo delle emissioni nette di gas serra che dovrebbero essere emesse nel periodo senza mettere a rischio gli impegni dell’Unione nell’accordo di Parigi.

    La legge sul clima istituisce anche un comitato consultivo scientifico europeo sui cambiamenti climatici. La Commissione, infine, aiuterà i settori dell’economia che scelgono di preparare tabelle di marcia volontarie per raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica dell’Unione entro il 2050.

    La nuova legge non è piaciuta ai Verdi europei, che ritengono insufficiente l’obiettivo della riduzione del 55% delle emissioni al 2030. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, la settimana precedente all’approvazione della normativa europea aveva annunciato l’entrata in vigore della legge nazionale che istituisce l’Inviato speciale dell’Italia per il clima.

    L’approvazione di oggi della legge sul clima non chiude lo sforzo normativo dell’Unione in materia. La Legge fissa i target di riduzione delle emissioni. Ma per raggiungerli, servono altre norme che dicano come arrivarci. Ovvero, che indichino misure, normative, incentivi e vincoli. Un primo “pacchetto clima” di 11 proposte di legge sarà presentato dalla Commissione europea all’Europarlamento il prossimo 14 luglio. Le proposte modificheranno i pilastri delle politiche Ue sul clima (mercato del carbonio Ets, regolamento emissioni di trasporti, edilizia e agricoltura, e quello sull’uso dei suoli), aggiorneranno le direttive sull’efficienza e le rinnovabili, introdurranno una ‘carbon tax’ alle frontiere e nuovi standard di emissione di Co2 per i produttori di automobili.

  • In Madagascar costretti a mangiare fango per la fame a cause della grave siccità

    Le comunità in Madagascar sono sull’orlo della fame, con donne e bambini che camminano per ore per procurarsi il cibo dopo che la peggiore siccità degli ultimi quattro decenni ha devastato il sud dell’isola. A dare la notizia il Programma Alimentare Mondiale con il suo direttore, David Beasley, che ha appena visitato la regione e ha affermato che senza assistenza immediata più di mezzo milione di persone potrebbero essere vittime della carestia e altre 800.000 potrebbero esserne coinvolte velocemente. Il quadro visto è desolante con bambini, nel sud del Madagascar, che sono solo pelle e ossa, famiglie che mangiano fango e frutti di cactus perché non c’è nient’altro. Beasley l’ha definita una tragedia silenziosa in un luogo dimenticato.

    La crisi è conseguenza del cambiamento climatico, con siccità dopo siccità che hanno costretto le famiglie a lasciare le loro case.  Secondo il PAM sono necessari 78,6 milioni di dollari per combattere la crisi.

  • Diversità di vedute nella Ue sulla riduzione delle emissioni climalteranti

    Le politiche sul clima tornano a dividere i leader europei. La linea di faglia è tra nuovi e vecchi Stati membri, il tema sono gli ultimi orientamenti da dare al pacchetto clima Ue. Ovvero, 12 proposte legislative che la Commissione metterà sul tavolo il prossimo 14 luglio per tradurre in impegni concreti i nuovi target Ue di riduzione delle emissioni al 2030 (-55% rispetto al 1990) e la neutralità climatica al 2050.

    La discussione sul clima “una volta aperta è come il vaso di Pandora”, commenta una fonte Ue. La presidenza portoghese di turno ha quindi cercato finora di mantenere la discussione sul punto rimasto in sospeso in dicembre, ovvero il regolamento in base al quale si calcola per ciascun Paese lo ‘sforzo di riduzione’ (effort sharing) delle emissioni in agricoltura, nei trasporti e nell’edilizia, settori che rappresentano il 60% delle emissioni europee. I Paesi dell’Europa centro-orientale vogliono mantenere lo status quo: stessi criteri di ripartizione dello sforzo tra Paesi, stessi settori e target nazionali, come al momento prevedono le bozze delle conclusioni del vertice straordinario. Con le regole attuali, la Bulgaria non dovrebbe fare in pratica nessuno sforzo aggiuntivo, e quelli di Paesi come Ungheria e Polonia sarebbero contenuti nel 7%. Mentre gli Stati membri storici, Italia compresa, dovrebbero tutti mettere in cantiere tagli superiori al 30%, con immaginabili e importanti ripercussioni socio-economiche. Da qui la richiesta di alcuni Paesi fondatori di rivedere almeno i criteri di ripartizione.

    Il rischio insito in questo confronto è che i Paesi dell’Est chiedano in cambio di riaprire la discussione sul fondo di modernizzazione per ottenere un aumento dei 14 miliardi di euro già loro destinati per affrontare i costi della transizione ecologica. Questo potrebbe portare a trattative estenuanti e in questo caso, avverte un’altra fonte Ue, “la parte delle conclusioni sul clima potrebbe anche essere stralciata”. E lo scontro, causato dalla grande diversità dei mix energetici dei Ventisette, solo rimandato.

    Congelare il regolamento ‘effort sharing’ all’oggi serve ai Paesi centro orientali anche per arginare le ipotesi più radicali di riforma suggerite dalla Commissione. Come quella di dare un prezzo alle emissioni dei trasporti su gomma e degli edifici nel mercato del carbonio, l’Ets, che ora copre solo industria ed energia, e accorpare agricoltura e foreste. Una proposta che al momento piace esplicitamente solo a Germania e Danimarca mentre negli altri genera diffusi timori circa i costi sociali dovuti all’impatto che ciò potrebbe avere sull’aumento delle bollette dell’energia e del prezzo dei carburanti.

  • La Commissione accoglie con favore l’accordo provvisorio sulla legge europea sul clima

    La Commissione ha accolto con favore l’accordo provvisorio tra i colegislatori sulla legge europea sul clima. Elemento fondamentale del Green Deal europeo, la legge europea sul clima sancisce l’impegno dell’UE a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e l’obiettivo intermedio di ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di almeno il 55 % entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. L’accordo della legge europea sul clima è una pietra miliare per la Commissione von der Leyen, in quanto tiene fede a uno degli impegni annunciati negli orientamenti politici della Presidente nel luglio 2019.

    Oltre all’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050, l’accordo rafforza il quadro d’azione europeo per il clima grazie agli elementi seguenti: un ambizioso obiettivo climatico per il 2030: ridurre le emissioni nette di almeno il 55 % rispetto al 1990 precisando il contributo delle riduzioni e degli assorbimenti delle emissioni; il riconoscimento della necessità di rafforzare il pozzo di assorbimento del carbonio dell’UE attraverso un regolamento LULUCF più ambizioso, sul quale la Commissione presenterà proposte nel giugno 2021; il processo di definizione dell’obiettivo climatico per il 2040, tenendo conto del bilancio indicativo per i gas a effetto serra sul periodo 2030-2050 che sarà pubblicato dalla Commissione; un impegno sulle emissioni negative dopo il 2050; l’istituzione di un comitato scientifico consultivo europeo sui cambiamenti climatici che formulerà pareri scientifici indipendenti; disposizioni più rigorose sull’adattamento ai cambiamenti climatici; una forte coerenza tra le politiche dell’Unione e l’obiettivo della neutralità climatica; l’impegno di avviare un dialogo con i vari settori per elaborare tabelle di marcia settoriali che indichino il percorso verso la neutralità climatica nei diversi comparti dell’economia.

    La Commissione ha presentato la proposta di legge europea sul clima il 4 marzo 2020. Una volta approvato formalmente da Parlamento e Consiglio l’accordo, la legge europea sul clima sarà pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione ed entrerà in vigore.

    Fonte: Commissione europea

  • I ghiacciai dell’Antartide ormai sono andati

    I segnali e le osservazioni raccolte dai satelliti già lo facevano ipotizzare, ma ora è arrivata la prima conferma: lo scioglimento di due dei maggiori ghiacciai antartici, Pine Island e Thwaites, ha raggiunto il punto di non ritorno. Si ritiene che lo scioglimento dei ghiacci in questa regione, ormai inarrestabile, potrebbe portare al collasso dell’intera piattaforma di ghiaccio dell’Antartide occidentale, che contiene abbastanza ghiaccio da far innalzare di oltre tre metri il livello dei mari. A indicarlo è il modello elaborato e pubblicato sulla rivista Cryosphere, dai ricercatori dell’università Northumbria, guidati da Sebastian Rosier.

    Si tratta della prima conferma che questo importante ghiacciaio della calotta occidentale, grande quanto due terzi del Regno Unito, potrebbe aver raggiunto il punto di non ritorno. “La possibilità che Pine Island fosse entrato in una fase instabile di ritiro era già stata sollevata, ma il nostro studio è il primo a confermare che ha superato questa soglia critica”, commenta Rosier. Pine Island e Thwaites, che insieme contribuiscono per circa il 10% all’innalzamento del livello dei mari, “sono sotto sorveglianza da parecchi anni – ha spiegato all’Ansa Massimo Frezzotti, docente di Geografia fisica presso l’università di Roma Tre e ricercatore dell’Enea – ma finora i modelli glaciologi non erano riusciti a riprodurre i dati emersi con le osservazioni satellitari. Gli indicatori di allerta ricavati dalle osservazioni sono stati riprodotti in questo modello, che conferma che le soglie limite sono già state superate, per via dell’ingresso di acque calde dall’oceano”.

    La temperatura delle acque in Antartide, continua Frezzotti, “è di -2°, ma ora stanno entrando acque di 2-3°, con grande temperatura di fusione”. Si è così osservato “dove i ghiacciai si stanno ritirando a contatto tra ghiaccio o oceano, è proprio dovuto a queste acque calde”. L’Antartide occidentale poggia su una base al di sotto il livello del madre, e l’arretramento di questa parte galleggiante fa entrare queste acque calde più in profondità. “Ciò potrebbe far collassare la calotta e portare all’innalzamento globale dei mari di 3 metri. Tanto per fare un esempio delle conseguenze, Venezia verrebbe sommersa”, sottolinea Frezzotti.

    I risultati di questo studio devono far riflettere sul fatto che ciò che succede in Antartide e Groenlandia, conclude l’esperto, “che sono i motori freddi del pianeta e sono dai noi percepiti così lontani, hanno un impatto generale. Se si riscaldano, tutta la circolazione si scalda, e si passa da una situazione stabile ad una fase instabile”. 

  • L’Onu scopre che gli Stati non stanno tagliando le emissioni climalteranti

    I Paesi del mondo non fanno abbastanza per combattere il riscaldamento globale. Negli ultimi tempi hanno aumentato gli sforzi, ma questi non bastano ancora per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima. E la pandemia di Covid-19, che assorbe risorse gigantesche, non aiuta certo. L’ultimo rapporto dell’Unfccc (l’agenzia dell’Onu per la lotta alla crisi climatica), diffuso oggi, è scoraggiante. Settantacinque Paesi, che producono il 30% dei gas serra, hanno impegni per la riduzione che, nel 2030, porteranno a un taglio complessivo delle emissioni di appena l’1%, rispetto ai valori del 2010.

    Secondo il centro studi dell’Onu sul clima, l’IPCC, per raggiungere l’obiettivo ottimale dell’Accordo di Parigi (mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali), al 2030 bisognerebbe tagliare le emissioni globali del 45% (rispetto al 2010).  Il rapporto dell’Unfccc è ancora parziale: riguarda solo 75 dei 196 paesi che hanno firmato l’Accordo di Parigi. Mancano i due più grandi produttori, Stati Uniti e Cina, che non hanno ancora comunicato all’agenzia i loro impegni, aggiornati rispetto a quelli presi a Parigi nel 2015.  Ma anche se lo studio riguarda solo il 30% delle emissioni globali, il quadro è sconfortante. Se quasi un terzo dei produttori mondiali di gas serra ha in programma di tagliare le emissioni di appena l’1% in dieci anni (quando bisognerebbe dimezzarle), ecco che i target dell’Accordo di Parigi diventano una chimera. Fra i 75 Paesi presi in considerazione nella ricerca preliminare ci sono Giappone, Brasile e Australia: grandi produttori di gas serra, con programmi di riduzione decisamente modesti.

    “Questo rapporto mostra che i livelli attuali di ambizione climatica sono ben lontani dal metterci sulla strada per arrivare agli obiettivi dell’Accordo di Parigi – ha detto Patricia Espinosa, segretario esecutivo dell’Unfccc -. Mentre riconosciamo la svolta recente verso una più forte azione climatica nel mondo, le decisioni per accelerare ed ampliare ovunque l’azione devono essere prese ora”. Espinosa ha chiarito che il rapporto è “uno scatto, non un panorama completo” sugli NDC (Nationally Determined Contributions), mentre il Covid-19 pone sfide impegnative per molte nazioni nel completamento dei loro impegni per il 2020. Per Tasneem Essop, direttore esecutivo del Climate Action Network, “il rapporto mostra con i freddi numeri come i governi stiano fallendo nel fermare la crisi climatica”. Jenninfer Morgan di Greenpeace International commenta che “i Paesi devono lavorare insieme per anteporre la tutela di persone e Pianeta agli interessi dell’industria fossile”. Per Manuel Pulgar-Vidal del Wwf Internazionale “è ingiustificabile che i Paesi più ricchi al mondo, i quali rappresentano il 75% delle emissioni globali, non abbiano fatto la loro parte”.

  • Costruire un futuro resiliente ai cambiamenti climatici: la nuova strategia dell’UE di adattamento

    La Commissione europea ha adottato una nuova strategia dell’UE di adattamento ai cambiamenti climatici che definisce il cammino da percorrere per essere pronti ai loro effetti inevitabili. Se da un lato l’UE fa tutto il possibile per mitigare i cambiamenti climatici, dentro e fuori i propri confini, dall’altro dobbiamo anche prepararci per affrontarne le ineluttabili conseguenze. Da ondate di calore mortali e siccità devastanti, a foreste decimate e coste erose dall’innalzamento del livello dei mari, i cambiamenti climatici hanno già pesanti ripercussioni in Europa e nel mondo. Prendendo le mosse dalla strategia di adattamento ai cambiamenti climatici del 2013, l’obiettivo delle proposte odierne è spostare l’attenzione dalla comprensione del problema alla definizione di soluzioni e passare dalla pianificazione all’attuazione.

    Le perdite economiche dovute alla maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi sono in aumento e quelle conteggiate in UE superano già, da sole, una media di 12 miliardi di € l’anno. Stime prudenti mostrano che esporre l’economia odierna dell’UE a un riscaldamento globale di 3 °C rispetto ai livelli preindustriali comporterebbe una perdita annua di almeno 170 miliardi di €. I cambiamenti climatici non incidono solo sull’economia, ma anche sulla salute e sul benessere dei cittadini europei, che soffrono sempre più a causa delle ondate di calore: a livello mondiale, la catastrofe naturale più letale del 2019 è stata l’ondata di calore che ha colpito l’Europa provocando 2 500 vittime.

    L’azione in materia di adattamento ai cambiamenti climatici deve coinvolgere tutte le componenti della società e tutti i livelli di governance, all’interno e all’esterno dell’UE. Lavoreremo per costruire una società resiliente ai cambiamenti climatici migliorando la conoscenza dei loro effetti e delle soluzioni di adattamento; intensificando la pianificazione dell’adattamento e la valutazione del rischio climaticoaccelerando l’azione di adattamento e contribuendo a rafforzare la resilienza ai cambiamenti climatici a livello mondiale.

    Le azioni di adattamento devono basarsi su dati affidabili e strumenti di valutazione dei rischi a disposizione di tutti — dalle famiglie che acquistano, costruiscono e ristrutturano abitazioni alle imprese delle regioni costiere o agli agricoltori che pianificano le proprie colture. A tale scopo la strategia propone interventi che facciano avanzare le frontiere della conoscenza sull’adattamento così da consentire di migliorare la qualità e la quantità dei dati raccolti sui rischi e le perdite connessi al clima, e di metterli a disposizione di tutti. Climate-ADAPT, la piattaforma europea per le conoscenze sull’adattamento, sarà potenziata e ampliata e sarà affiancata da un osservatorio per la salute destinato a monitorare, analizzare e prevenire meglio gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute.

    Poiché i cambiamenti climatici hanno ripercussioni a tutti i livelli della società e in tutti i settori dell’economia, le azioni di adattamento devono essere sistemiche. La Commissione continuerà a integrare le considerazioni relative alla resilienza ai cambiamenti climatici in tutti i pertinenti settori d’intervento e sosterrà l’ulteriore sviluppo e attuazione di strategie e piani di adattamento, con tre priorità trasversali: integrare l’adattamento nella politica macrofinanziariasoluzioni per l’adattamento basate sulla natura e azioni di adattamento locale.

    Le politiche in materia di adattamento ai cambiamenti climatici devono andare di pari passo con la nostra leadership mondiale nella mitigazione dei cambiamenti climatici. L’accordo di Parigi ha stabilito un obiettivo globale in materia di adattamento e ha sottolineato che l’adattamento è un fattore chiave per lo sviluppo sostenibile. L’UE promuoverà approcci subnazionali, nazionali e regionali all’adattamento, con particolare attenzione all’adattamento in Africa e nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo. A livello internazionale aumenteremo il sostegno alla resilienza e alla preparazione ai cambiamenti climatici fornendo risorse, dando priorità all’azione e aumentando l’efficacia, aumentando i finanziamenti internazionali e rafforzando l’impegno e gli scambi globali in materia di adattamento. Collaboreremo inoltre con i partner internazionali per colmare il divario nei finanziamenti internazionali per il clima.

    Fonte: Commissione europea

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