Clima

  • Groenlandia mai così calda negli ultimi mille anni

    Il riscaldamento globale sta facendo sentire i suoi effetti sulla Groenlandia, dove da un millennio non si rilevavano temperature elevate come quelle registrate recentemente, e costituisce una seria minaccia per il 40% dei vertebrati che vivono sulla terraferma. Lo indicano due ricerche indipendenti pubblicate nello stesso numero della rivista Nature.

    A seguire l’andamento della temperatura in Groenlandia negli ultimi mille anni è la ricerca condotta dall’Istituto tedesco Alfred-Wegener, dalla quale emerge che nell’ultimo periodo considerato, che va dal 2001 al 2011, la temperatura media è stata più alta di 1,5 gradi rispetto a quella degli ultimi mille anni.

    Guidati da Maria Hörhold, i ricercatori hanno analizzato le carote di ghiaccio prelevate nelle regioni più interne della Groenlandia, senza precedenti per lunghezza e qualità.  Hanno raccolto così dati preziosi, che hanno permesso di ricostruire la storia climatica dell’isola dall’anno 1000 fino al 2011 e che hanno dimostrato come il riscaldamento globale abbia ormai raggiunto anche il cuore dell’isola: “Questi dati – ha detto Hörhold – mostrano che il riscaldamento dal 2001 al 2011 differisce nettamente dalle variazioni naturali degli ultimi mille anni”. Risultati che hanno sorpreso i ricercatori, che non si aspettavano una differenza di temperatura così evidente rispetto al passato anche nelle zone più interne della Groenlandia.  La seconda ricerca, condotta dall’Università dell’Arizona a Tucson, mette l’accento su un altro aspetto del riscaldamento globale, ossia sulle ondate di calore: questi fenomeni, che consistono in periodi di almeno sei giorni consecutivi con temperature molto superiori alla media locale del periodo, stanno diventando sempre più frequenti. Guidati da Gopal Murali, i ricercatori stimano che questi fenomeni estremi, potranno avere gravi ripercussioni sui vertebrati che vivono sulla terraferma, fino a mettere a rischio la sopravvivenza del 40% di essi entro il 2099.

    Sperimentate in Italia, soprattutto nel 2022 così come in India e Pakistan con temperature sopra i 50 gradi o in Gran Bretagna dove si sono superati i 40 gradi a luglio, le ondate di calore sono fenomeni strettamente connessi alla crisi climatica e i loro effetti sul mondo animale sono stati finora poco studiati. La ricerca dell’Università dell’Arizona è fra le prime a misurare il livello di stress indotto nella fauna selvatica dai periodi di caldo eccezionale, rilevano che uno degli effetti principali porta a un calo della riproduzione, e di conseguenza delle popolazioni.

    Prendendo a riferimento tre possibili scenari climatici (uno in cui il riscaldamento globale si attesterà nel 2099 a 4,4 gradi rispetto ai livelli preindustriali, uno a 3,6 e infine l’ultimo a 1,8 gradi) i ricercatori hanno stimato che nel primo scenario a soffrire di forte stress sarà il 41% dei vertebrati, il 29% nel secondo scenario e il 6% nell’ultimo. Ad essere a maggior rischio, considerando il primo scenario, saranno anfibi (il 55%) e rettili (51%) mentre a soffrire meno saranno mammiferi (31%) e uccelli (26%).

  • Il Pentagono e i cambiamenti climatici

    “L’obiettivo del rapporto sui futuri cambiamenti climatici è quello di comprendere le gravi implicazioni che avranno sulla sicurezza nazionale e sulle strategie da adottare per contrastarli”. Così concludeva l’introduzione al rapporto del Pentagono denominato ‘Lo scenario di un improvviso cambiamento climatico e le sue implicazioni per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti’ datato 2003 e reso pubblico dalla rivista The Observer nel febbraio del 2004. Il Rapporto è stato commissionato dall’allora consigliere per la difesa del Pentagono Andrew Marshall ed è stato redatto da Peter Schawartz, consulente della Cia, e Doug Randall, analista del Global Business Network. Non si tratta, dunque, di un documento scientifico, come quelli redatti dall’Intergovernanmental Panel on Climate Change (IPCC) ma di dati e prospettive nati in seno alla più nota (e forse più grande) agenzia di spionaggio civile del mondo.

    E a quali conclusioni sono arrivati vent’anni fa questi esperti?

    Il rapporto inizia con il puntualizzare che i cambiamenti climatici rappresenteranno certamente un serio e sempre maggiore rischio per il futuro del nostro pianeta e che il loro impatto avrà conseguenze disastrose sull’ambiente e sulla biodiversità andando a modificare radicalmente intere regioni del Pianeta. Di conseguenza, lo stile di vita di moltissime popolazioni sarà profondamente modificato creando nuovi e ingenti flussi migratori. E nello specifico ipotizza che nel ventennio 2010-2030:

    • In alcune aree del Pianeta le temperature medie annuali potranno aumentare fino a 2°C mentre in altre aree, potranno diminuire fino a 3°C.
    • Le aree soggette a fenomeni di siccità e infertilità dei terreni aumenteranno esponenzialmente;
    • Alcuni venti, da secoli più moderati, aumenteranno di intensità, specialmente in Europa occidentale e nel Pacifico settentrionale;
    • Uragani, tornado e improvvise tempeste aumenteranno di numero su tutto il globo terrestre;
    • Aumenteranno per numero ed intensità i conflitti armati per la carenza di cibo, la diminuzione della disponibilità e della qualità dell’acqua potabile e la difficoltà di accesso alle risorse energetiche (idrocarburi, minerali, etc.).

    E in ambito geopolitico e militare? Cosa prevedevano per il ventennio 2010-2030?

    In Europa (in ordine di tempo):

    • Sempre più tensioni tra gli Stati per la gestione delle risorse primarie (come acqua e cibo) ed energetiche;
    • Aumento dell’approvvigionamento delle risorse energetiche e chimiche dalla Russia con la possibilità che la Russia chieda di far parte dell’Unione Europea;
    • Aumento delle migrazioni interne;
    • Forte aumento dell’immigrazione dall’Africa;
    • Rischio di collasso dell’Unione Europea;
    • Emigrazione di circa il 5% dei popoli europei verso altri Paesi.

    In Asia (in ordine di tempo):

    • Conflitti crescenti e persistenti nel sud est Asiatico;
    • Sempre più tensioni tra Cina e Giappone per l’energia Russa;
    • L’instabilità della regione porta i paesi più potenti a incrementare politiche di riarmo (anche di testate atomiche);
    • Aumento delle relazioni tra Cina e Russia per contrastare le varie crisi geopolitiche ed ambientali;

    E negli Stati Uniti?

    • Sempre più tensioni con il Messico per i flussi migratori clandestini;
    • Aumento del fenomeno migratorio dall’Europa (in prevalenza dei benestanti);
    • Conflitto con l’Unione Europea;
    • Aumento del prezzo del petrolio per l’instabilità dell’area medio orientale e russa;
    • Rischio di conflitto tra Cina e Stati Uniti per le risorse petrolifere e la difesa dei propri alleati.

    Lo scenario è certamente quello di un mondo ridotto alla fame e sull’orlo di decine di conflitti in ogni parte del globo.

    Che dire? Oltre al fatto che al Pentagono avevano analisti veramente in gamba, se teniamo conto che la maggior parte degli eventi ipotizzati hanno avuto luogo, sulla base di queste previsioni non si sarebbe potuto fare qualcosa in più per evitarli?

    E quali sono state le conclusioni di questo rapporto? Quali sono stati i consigli di questi esperti per la tutela della sicurezza nazionale?

    Incremento degli investimenti nella ricerca militare e in quella geoingegneristica; un graduale aumento degli approvvigionamenti militari; la manipolazione del clima globale attraverso l’immissione di determinati gas o minerali nell’atmosfera e l’intensificazione dei controlli dei confini. Non una parola sulla riduzione dei consumi degli agenti o delle azioni concause dei cambiamenti climatici o sulla proposta di accordi con altri stati per fronteggiare insieme eventi e fenomeni di tale gravità. Giusto per fare solo un paio di esempi perché si potrebbero dire molte più cose al riguardo. E nel mentre stiamo vivendo il tragico scenario previsto con oltre vent’anni di anticipo, chissà cosa staranno ipotizzando gli attuali analisti del Pentagono e di tutte le agenzie di spionaggio del Mondo e, soprattutto, chissà quali soluzioni proporranno. A noi comuni mortali non resta che pregare che diano consigli più saggi e ragionevoli di vent’anni fa e, nel mentre, cercare solo di sopravvivere.

  • L’UE approva il compromesso della COP27 per mantenere vivo l’accordo di Parigi sul clima

    La COP27 ha confermato che il mondo non farà passi indietro rispetto all’accordo di Parigi e rappresenta una tappa importante verso la giustizia climatica. Tuttavia, i dati scientifici indicano senza ambiguità che è necessario fare molto di più per mantenere vivibile il nostro pianeta. Altrettanto evidente è che l’UE ha svolto un ruolo chiave a Sharm el-Sheikh e non arretrerà nella sua azione per il clima a livello nazionale e internazionale”. Questo il commento della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen in merito alla conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP27) che si è conclusa domenica mattina a Sharm el-Sheikh, in Egitto. La Commissione europea ha mostrato ambizione e flessibilità per mantenere realizzabile l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5º C. Dopo una difficile settimana di negoziati, un’azione europea forte e unita ha contribuito al raggiungimento di un sofferto accordo per mantenere vivi gli obiettivi dell’accordo di Parigi. L’opera di mediazione svolta dall’UE ha inoltre contribuito a istituire nuovi meccanismi di finanziamento equilibrati, con una base di donatori ampliata, per aiutare le comunità vulnerabili a far fronte alle perdite e ai danni causati dai cambiamenti climatici.

    Per quanto riguarda la mitigazione, le parti hanno convenuto che limitare il riscaldamento globale a 1,5º C richiede riduzioni rapide, incisive e durature delle emissioni globali di gas a effetto serra, con un taglio dell’ordine del 43% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019 e per raggiungere questo obiettivo sarà necessaria un’azione accelerata nel corso di questo decennio critico. Hanno ribadito l’appello, lanciato nel patto di Glasgow per il clima, ad aggiornare i contributi stabiliti a livello nazionale in funzione dei bisogni, per allinearsi all’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura previsto dall’accordo di Parigi entro la fine del 2023.

    Per quanto riguarda le perdite e i danni, le parti hanno deciso di istituire nuovi meccanismi di finanziamento per aiutare i paesi in via di sviluppo particolarmente vulnerabili a far fronte agli effetti negativi dei cambiamenti climatici. Ciò comprende in particolare un nuovo fondo destinato a compensare le perdite e i danni, che sarà istituito da un comitato di transizione che sarebbe anche incaricato di individuare nuove fonti di finanziamento.

  • Il clima colpisce anche le banche: sale il rischio di insolvenze

    Il clima estremo colpisce anche le banche, e il rischio climatico si trasforma in rischio fisico e in potenziali perdite. E’ uno studio di Bankitalia a far emergere i primi dati che dimostrano come gli effetti di alluvioni, frane e ondate di calore si faranno sentire anche sulle attività delle banche, che concedono prestiti sempre più rischiosi ad aziende in aree vulnerabili. Non solo: la maggior parte di questi finanziamenti è coperta da garanzie fisiche, ad esempio edifici, che si trovano nelle stesse zone a rischio, azzerando il valore del collaterale e facendo salire il rischio default.

    I prestiti sono la principale fonte di esposizione al rischio di credito per le banche italiane, e rappresentano il 43% del totale delle attività a fine 2020 (il 55% circa sono prestiti a società non finanziarie). Secondo gli economisti di Bankitalia, anche se la presenza di garanzie, o collaterali, potrebbe mitigare l’impatto sulle perdite dei rischi legati al clima, i danni alle garanzie stesse costituiscono “un ulteriore canale di impatto del rischio fisico legato ai cambiamenti climatici”. I dati presi in esame danno la dimensione di tali rischi: nelle aree dove i danni del clima hanno un “elevato impatto”, l’83% dei prestiti è sostenuto da garanzie che si trovano nella stessa zona, e quindi sottostanno allo stesso identico rischio. E’ per questo che, spiega lo studio, il rischio climatico può aumentare la probabilità di default delle aziende e di conseguenza colpire i bilanci delle banche.

    Le parti d’Italia più vulnerabili sono state individuate seguendo la classificazione del Piano nazionale per l’adattamento al cambiamento climatico, che non tiene solo conto del rischio idrogeologico ma anche della capacità di adattamento delle varie province e comuni. Ad esempio, le zone messe peggio, cioè con rischio alto e scarsissima adattabilità, sono Cosenza, Reggio Calabria, Salerno e Potenza. In queste città è molto alta la probabilità che le aziende non riescano a ripagare il loro prestito alla banca qualora si materializzassero eventi meteo estremi. In Italia sono le alluvioni il pericolo maggiore, segnala lo studio.

    Il rischio di danni climatici scende leggermente (ma non la capacità di risposta del territorio) per Catania, Palermo, Catanzaro, Messina, Foggia e Caserta. Rischio medio e scarsa risposta a Rieti, Frosinone, Cagliari, Sassari, Viterbo, Avellino, Imperia e Nuoro. In città come Roma, Firenze e Bologna il rischio è molto alto ma la presenza di infrastrutture e risorse economiche agisce da fattore mitigante.

    L’analisi dimostra comunque che l’esposizione delle banche italiane al rischio fisico è in generale contenuta. Solo pochi intermediari sembrano affrontare “una grande esposizione potenziale”, ovvero solo il 4% del credito complessivo. I prestiti alle imprese, secondo i dati di AnaCredit, ammontano a circa 600 miliardi di euro. Il 28% (168 miliardi) si trova in province con ‘rischio fisico’ elevato o molto elevato, e se si guarda all’adattabilità, il 15% (90 miliardi) è nelle province dove è scarsa o molto scarsa. In entrambi i casi, lo studio ha rilevato che la garanzia fisica si trova nello stesso luogo del debitore, riducendo il potenziale mitigante del collaterale. Il rischio climatico, conclude lo studio, si traduce in un aumento del rischio fisico, ovvero maggiori perdite economiche e finanziarie potenziali: i danni causati dal clima estremo possono distruggere il capitale fisico, o interrompere la produzione e quindi le catene di approvvigionamento.

  • L’Artico è sempre più caldo, a maggio come a luglio

    Nemmeno l’Artico è immune dal caldo anomalo: ci sono temperature sopra la media stagionale e per periodi sempre più estesi. “Abbiamo registrato 15,4 gradi a Longyearbyen, 78° N Svalbard a metà maggio, temperature raramente toccate a luglio. Ciò a cui stiamo assistendo nelle nostre zone si verifica in modo amplificato in Artico”. A riferirlo è Andrea Merlone, metrologo e climatologo dell’Inrim (Istituto nazionale di ricerca metrologica) di Torino e associato all’Istituto di Scienze Polari del Cnr (Isp-Cnr), al ritorno da una missione in area polare, parlando di queste isole più o meno a metà strada tra Norvegia continentale e polo Nord. “Climate change come first and faster in the Arctic (Il cambiamento climatico arriva prima e più velocemente nell’Artico)” è infatti la considerazione alla base di un evento internazionale, organizzato all’Università delle Svalbard, specializzata in ricerche ambientali, biologiche, geologiche e climatologiche al polo Nord.

    Col gruppo di ricerca di Merlone e l’Isp-Cnr, l’Italia è in prima fila nel portare la metrologia, la scienza delle misure utile a validare strumentazioni e dati, proprio in ambiente polare. “In un mese sul campo, con gli operatori delle reti di sensori – spiega – abbiamo analizzato in dettaglio gli strumenti che registrano i dati utili a comprendere l’evoluzione del clima. Dalle misure classiche atmosferiche, temperatura, pressione, precipitazioni, vento, alle misure in ghiaccio e permafrost” (suolo ghiacciato che fondendo destabilizza le infrastrutture ed emette grandi quantità di metano, a sua volta gas serra). Il risultato è una conferma. “Gli strumenti – riferisce Merlone – leggono correttamente. Qui in Italia come in Artico. E le serie di dati, anche quelle registrate con strumenti moderni, forniscono tutte gli stessi risultati, in modo indipendente: le temperature aumentano, le anomalie si intensificano e la durata degli eventi cresce”.

    Studi che continuano, stabilendo un legame diretto tra Torino e il polo. “Stiamo lavorando – conclude Merlone – per mettere in campo stazioni di riferimento per valutare i mutamenti climatici in tempi più ridotti (senza cioè attendere decenni di dati). Vogliamo assicurare la qualità dei dati prodotti e la confrontabilità in tempo reale in punti diversi e con metodi diversi (tra satelliti, stazioni a terra, boe e stazioni marine). Insieme all’Isp-Cnr operiamo il laboratorio di metrologia a Ny-Ålesund (ancora più su, a 79° N) in funzione dal 2017. Il luogo più a nord del mondo dove effettuare una taratura di strumenti”.

  • Le donne del Sud del mondo sono le più esposte alle conseguenze del cambiamento climatico

    Gli effetti del cambiamento climatico non risparmiano nessuno ma a farne le spese sono soprattutto le comunità più vulnerabili e marginalizzate, a cominciare dalle donne che nel Sud del mondo convivono quotidianamente con siccità, ondate di calore e inondazioni. Fenomeni estremi che stanno spingendo al limite la capacità degli ecosistemi di reagire agli shock che si susseguono senza tregua e minacciano la sicurezza alimentare di milioni di persone. Non a caso quest’anno la Giornata internazionale della donna ha puntato i riflettori sulla «uguaglianza di genere per un futuro sostenibile», riconoscendo il ruolo primario che rivestono le donne nella lotta al cambiamento climatico.

    Secondo l’ultimo rapporto dell’Ipcc, il 40% della popolazione mondiale (oltre 3,3 miliardi di individui) vive in Paesi «altamente vulnerabili al cambiamento climatico» e i disastri dovuti all’innalzamento delle temperature potrebbero spingere sotto la soglia della povertà estrema altri 122 milioni di persone entro il 2030.

    L’impatto dei cambiamenti climatici però non è lo stesso per gli uomini e per le donne. Queste ultime rappresentano il 70% dei poveri del mondo (1,3 miliardi di persone) e dipendono in misura maggiore per il proprio sostentamento dalle risorse naturali. Nei Paesi a basso reddito il 50% delle donne è impiegato nel settore agricolo ma meno del 15% possiede la terra che lavora. Le donne nutrono il mondo eppure restano in gran parte escluse dai processi decisionali, dall’accesso a credito, servizi e tecnologie.

    Sono molti i modi in cui il cambiamento climatico incide sulla vita di donne e ragazze. A cominciare dalla violenza di genere che aumenta nelle emergenze (cicloni, siccità, inondazioni, sfollamenti) e in contesti di risorse scarse: il compito di procurare alla famiglia acqua e legna infatti è affidato tipicamente alle donne e questo accresce esponenzialmente il rischio. Anche le spose bambine sono un effetto collaterale del cambiamento climatico. Le famiglie ricorrono al matrimonio delle figlie ancora piccole come meccanismo di sopravvivenza. È quello che accade, per esempio, in Kenya, dove Cesvi promuove programmi per la salute materna e infantile: «Le bambine di 10, al massimo 12 anni, vengono promesse come spose a uomini adulti in cambio di bestiame. Le collane che portano al collo rappresentano la promessa della famiglia al futuro marito. Spesso una bocca in meno da sfamare è l’unica soluzione per salvare la figlia e il resto della famiglia dalla fame», racconta Veronica Nerupe, allevatrice del villaggio di Nasuroi.

    Per invertire la rotta e garantire alle nuove generazioni un futuro sostenibile è dunque necessario intervenire sulle disuguaglianze di genere. È quello che fa Cesvi nei Paesi più colpiti dagli effetti del cambiamento climatico, dove ha messo in campo programmi che mirano a promuovere la sicurezza alimentare delle donne fornendo loro gli strumenti necessari per raggiungere l’autosufficienza (sementi, bestiame, attrezzature, accesso al credito, formazione).

    È il caso dello Zimbabwe, dove l’organizzazione sostiene le imprenditrici agricole che producono arance, paprika e zafferano nei distretti di Beit Bridge e Makoni, promuovendo l’uso della tecnologia in agricoltura, dai sistemi irrigui agli impianti a energia solare: «Noi donne abbiamo più tempo per la famiglia, mentre prima passavamo la notte nei campi. Ora l’irrigazione è automatica e nessuno deve lavorare la notte», racconta Maria Tlou, 45 anni e sei figli.

    Più a nord, in Kenya, Cesvi sostiene le piccole allevatrici di bestiame e pollame che, come Veronica, sono alle prese con una delle peggiori siccità degli ultimi decenni: «Ora so che per vendere le capre bisogna rivolgersi agli intermediari oppure venderle all’ingrosso. Grazie al bestiame sono riuscita a pagare le tasse scolastiche dei miei figli», spiega la donna, 38 anni.

  • Tassonomia dell’UE: la Commissione presenta un atto delegato complementare sul clima per accelerare la decarbonizzazione

    La Commissione europea ha presentato un atto delegato complementare “Clima” della tassonomia, che riguarda determinate attività del settore del gas e del nucleare alla luce degli obiettivi di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. Il collegio dei commissari ha raggiunto un accordo politico sul testo, che sarà formalmente adottato non appena sarà stato tradotto in tutte le lingue dell’UE.

    Perché l’UE possa raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 servono ingenti investimenti privati. La tassonomia dell’UE è intesa a guidare gli investimenti privati verso le attività necessarie a tal fine. La classificazione della tassonomia non determina se una data tecnologia rientrerà o meno nel mix energetico degli Stati membri, ma ha lo scopo di presentare tutte le soluzioni possibili per accelerare la transizione e aiutarci a realizzare gli obiettivi climatici. Tenuto conto dei pareri scientifici e dello stato attuale della tecnologia, la Commissione ritiene che gli investimenti privati nel settore del gas e del nucleare possano svolgere un ruolo nella transizione. Le attività selezionate in questi due settori sono in linea con gli obiettivi climatici e ambientali dell’UE e ci consentiranno di abbandonare più rapidamente attività più inquinanti, come la produzione di carbone, a favore delle fonti rinnovabili di energia, che saranno la base principale di un futuro a impatto climatico zero.

    In particolare, l’atto delegato complementare “Clima” presentato:

    – introduce nella tassonomia UE altre attività economiche del settore energetico. Il testo stabilisce condizioni chiare e rigorose, a norma dell’articolo 10, paragrafo 2, del regolamento Tassonomia, alle quali è possibile aggiungere, come attività transitorie, alcune attività nucleari e del gas a quelle già presenti nel primo atto delegato sulla mitigazione e sull’adattamento ai cambiamenti climatici, applicabile dal 1º gennaio 2022. Queste le condizioni rigorose: per le attività sia gasiere che nucleari, che contribuiscano alla transizione verso la neutralità climatica; per le attività nucleari, che rispondano ai requisiti di sicurezza nucleare e ambientale; e per quelle gasiere, che contribuiscano alla transizione dal carbone alle rinnovabili. Vi sono poi ulteriori condizioni specifiche che si applicano a tutte queste attività e sono dettagliate nell’atto delegato complementare odierno;

    – introduce obblighi di informativa specifici per le imprese che esercitano attività nei settori del gas e del nucleare. Per garantire la trasparenza, la Commissione ha modificato oggi l’atto delegato “Informativa” della tassonomia, in modo che gli investitori possano individuare le opportunità di investimento che includono attività gasiere o nucleari e compiere scelte informate.

    La Commissione ha stilato il testo dell’atto delegato complementare dopo aver condotto consultazioni con il gruppo di esperti degli Stati membri sulla finanza sostenibile e la piattaforma sulla finanza sostenibile e sentito anche le osservazioni del Parlamento europeo. La Commissione ha esaminato con attenzione i contributi di questi gruppi e ne ha tenuto conto nel testo presentato oggi: in seguito ai riscontri ricevuti, ad esempio, sono stati introdotti adeguamenti mirati dei criteri di vaglio tecnico e degli obblighi di comunicazione e verifica per renderli più chiari e più facili da applicare.

    Una volta tradotto in tutte le lingue ufficiali dell’UE, l’atto delegato complementare sarà formalmente trasmesso ai colegislatori per essere sottoposto a controllo.

    Come per gli altri atti delegati emanati sulla scorta del regolamento Tassonomia, il Parlamento europeo e il Consiglio (che hanno delegato alla Commissione il potere di adottare atti delegati a norma del suddetto regolamento) disporranno di quattro mesi per esaminare il documento e, se lo ritengono necessario, sollevare obiezioni. Entrambe le istituzioni possono chiedere di prolungare di due mesi il periodo di controllo. Il Consiglio avrà il diritto di sollevare obiezioni con una maggioranza qualificata rafforzata, il che significa che è necessario almeno il 72 % degli Stati membri (ossia almeno 20 Stati membri) che rappresenti almeno il 65 % della popolazione dell’UE. Il Parlamento europeo può sollevare obiezioni se il testo riceve un voto negativo della maggioranza dei suoi membri in seduta plenaria (ossia almeno 353 deputati).

    Una volta terminato il periodo di controllo e se nessuno dei colegislatori solleva obiezioni, l’atto delegato complementare entrerà in vigore e si applicherà a partire dal 1° gennaio 2023.

    Il Green Deal europeo è la strategia di crescita che l’Europa ha adottato per migliorare il benessere e la salute dei cittadini, diventare a impatto climatico zero entro il 2050 e proteggere, conservare e migliorare il proprio capitale naturale e la biodiversità.

    La tassonomia dell’UE ha lo scopo di contribuire a migliorare i flussi monetari verso attività sostenibili in tutta l’Unione europea. Permettere agli investitori di riorientare gli investimenti verso tecnologie e imprese più sostenibili sarà fondamentale per rendere l’Europa climaticamente neutra entro il 2050. La tassonomia dell’UE è uno strumento di trasparenza basato su criteri scientifici destinato alle imprese e agli investitori, i quali vi trovano un linguaggio comune che potranno usare ogniqualvolta investono in progetti e attività economiche con significative ricadute positive sul clima e sull’ambiente. Introduce anche obblighi di informativa per le società e i partecipanti ai mercati finanziari.

    Sebbene l’UE abbia obiettivi comuni in materia di clima e ambiente, il mix energetico nazionale è una prerogativa degli Stati membri, che varia da uno Stato membro all’altro e in alcuni dipende ancora fortemente dal carbone ad alte emissioni di carbonio. La tassonomia non solo aiuta a mobilitare gli investimenti privati verso gli obiettivi climatici ma copre anche le attività nel campo dell’energia che rispecchiano le diverse situazioni nazionali e i diversi punti di partenza.

    Fonte: Commissione europea

  • I cittadini europei considerano i cambiamenti climatici la sfida principale per l’UE

    Il Parlamento europeo e la Commissione hanno appena pubblicato un’indagine Eurobarometro speciale congiunta sul futuro dell’Europa. Dall’indagine emerge un ampio sostegno a favore degli obiettivi ambientali del Green Deal europeo: nove giovani europei su dieci concordano sul fatto che la lotta ai cambiamenti climatici può contribuire a migliorare la loro salute e il loro benessere.

    Secondo l’Eurobarometro, l’88% degli Europei ritiene che sia importante aumentare la quota di energie rinnovabili nella nostra economia e raggiungere una maggiore efficienza dal punto di vista energetico; l’80% invece concorda sull’importanza di rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050 e di favorire lo sviluppo del mercato dei veicoli a zero e a basse emissioni. Le altre sfide globali future messe in evidenza dai rispondenti includono la salute (menzionata dal 34% dei partecipanti) e le migrazioni e gli sfollamenti forzati (menzionati da circa il 30% dei partecipanti).

    L’Eurobarometro speciale indica inoltre che i cittadini europei continuano a voler contribuire e partecipare alla Conferenza sul futuro dell’Europa e mettono in evidenza i vantaggi derivanti dal ruolo chiave riservato ai giovani nell’ambito della Conferenza e la loro determinazione a rendere l’Europa del futuro più adatta alle sfide della società odierna. Dall’indagine emerge anche che l’81% dei rispondenti si dichiara felice di vivere nell’UE e il 68% ritiene l’Unione europea un luogo di stabilità in un mondo in crisi.

    Fonte: Commissione europea

  • Green Deal e Fit for 55%: l’Europa e la sfida del cambiamento climatico

    Giovedì 30 settembre, alle ore 17.00 nella Sala Colonne, Palazzo Giureconsulti in Piazza dei Mercanti, 2 a Milano si svolgerà l’incontro Green Deal e Fit for 55%: l’Europa e la sfida del cambiamento climatico. L’evento è organizzato nell’ambito della Pre-COP26 e la Cop dei Giovani, un’iniziativa che porterà a Milano 400 giovani esponenti dei movimenti giovanili provenienti da tutti i 197 paesi del mondo che hanno firmato la Convenzione ONU sui cambiamenti climatici e che servirà come preparazione alla conferenza COP26delle Nazioni Unite che si svolgerà a Glasgow a novembre.

    L’evento sarà anche un’occasione per presentare la campagna di comunicazione dell’Ufficio in Italia del Parlamento europeo, #vogliounpianetacosì, spiegata proprio dagli influencer che hanno messo volto e voce per promuovere questa attività sui loro social.

    Modererà Luca Misculin, Il Post. Dopo i saluti di Maurizio Molinari, Responsabile Ufficio a Milano del PE, sarà presentata la campagna di comunicazione #vogliounpianetacosì, con Lucia Pecorario, Ufficio in Italia del PE, Elisabetta Bertolini (@bertolinielisabetta) e Camilla Mendini (@carotilla_), Influencer che hanno partecipato alla campagna del PE #vogliounpianetacosì. Il pubblico potrà intervenire ponendo domande ai relatori. Prevista la presenza dei deputati europei membri della commissione parlamentare ENVI Eleonora Evi, Alessandra Moretti

    L’evento andrà in diretta sulla homepage di Lifegate e sulla pagina FB del Parlamento europeo in Italia.

    L’iscrizione per la partecipazione dal vivo è obbligatoria, si può confermare la propria iscrizione inviando una mail a: stefania.bertolini@europarl.europa.eu entro mercoledì 29 settembre.

    In ottemperanza delle norme emanate per contenere l’emergenza epidemiologica da COVID-19, i posti saranno limitati e l’ingresso al Palazzo Giureconsulti sarà consentito solo con Green Pass.

  • Non solo in Sardegna, le foreste vanno in fumo dagli Usa alla Siberia

    Dalla Siberia al Canada fino all’Ovest degli Stati Uniti, incendi sempre più intensi stanno devastando centinaia di migliaia di ettari di foreste con una violenza ed una rapidità senza precedenti, manifestazione estrema delle conseguenze del riscaldamento globale.

    Nella più vasta e fredda regione russa, la Yakutia, in Siberia, la combinazione anomala di alte temperature e siccità prolungata ha scatenato un inferno di fiamme che in tre settimane hanno raso al suolo oltre 800mila ettari di foreste di coniferi e tundra, in aree remote ed inaccessibili ai vigili del fuoco, rilasciando nell’aria ingenti quantità di diossido di carbonio. I fumi degli incendi hanno raggiunto la città di Yakutsk, avvolta da una nebbia grigia davvero inusuale a quelle latitudini – d’inverno le temperature scendono fino a -50/70 gradi – così fitta da impedire il traffico aereo. Le autorità locali hanno dato l’ordine ai 320mila residenti nelle zone colpite di rimanere a casa per evitare di respirare i fumi derivati dai roghi, destinati già a superare il record registrato l’anno scorso in questo periodo. Il mese scorso è stato il più caldo e il più secco da 133 anni, con 39 gradi rilevati nel distretto di Gorny e solo 2 millimetri di pioggia in 30 giorni.

    I roghi sono stati talmente potenti e i venti forti che colonne di fumo hanno viaggiato fino all’Alaska. “Ovviamente c’è solo una ragione per quello che sta accadendo ed è il cambiamento climatico globale”, ha dichiarato all’agenzia Ria Novosti il governatore della Yakutia, Aisen Nikolaev. E’ il secondo anno che la stagione degli incendi in Siberia è così intensa, obbligando i vigili del fuoco a trovare nuove strategie per spegnere fiamme sempre più alte, che si propagano sempre più rapidamente. Nell’Est della Siberia, il succedersi di incendi così devastanti, in aree mai colpite in passato, in un arco di tempo sempre più breve – prima si verificavano ogni 100-150 anni, attualmente ogni 10-30 anni e ormai per due anni consecutivi – non permette più alle foreste di rigenerarsi, anche perché bruciano con una intensità sempre maggiore, prima per una decina di giorni, il mese scorso per oltre tre settimane.

    Dall’inizio del 2021, nella regione della Yakutia gli incendi hanno distrutto oltre 2,6 milioni di ettari di terreni e foreste, l’equivalente di 5 milioni di terreni da calcio, secondo i dati ufficiali del Servizio di protezione aerea delle foreste della Siberia. Ad alimentare il circolo vizioso degli incendi sono i cambiamenti climatici oltre alle emissioni di carbonio nell’atmosfera degli alberi che bruciano, peggiorando la crisi.

    Ondate di caldo, siccità prolungata e forti venti hanno creato le stesse condizioni propizie ai fuochi nella provincia occidentale della Columbia Britannica in Canada, costretta a dichiarare lo stato di emergenza e mettere in stato di allerta 32 mila residenti. Anche lì 3mila vigili del fuoco stanno combattendo contro 300 incendi attivi contemporaneamente, stimolati dal clima caldo e secco e dai venti che continueranno per qualche giorno. Circa 3mila chilometri quadrati di foreste sono già andate in fumo nella Columbia Britannica, più di 3 volte superiore all’area media tipicamente bruciata in questo periodo dell’anno. Nell’Ovest degli Stati Uniti, è il Sud-Ovest dell’Oregon a bruciare: otto maxi incendi hanno raso al suolo oltre 192mila ettari di bosco, in una stagione già definita da media e autorità come “senza precedenti” per l’entità dei roghi. Più di 2mila vigili del fuoco locali sono impegnati nell’emergenza, aiutati da colleghi arrivati da Arkansas, Nevada e Alaska.

    Al momento sulla West Coast sono ancora attivi 78 incendi e il fumo prodotto dal Bootleg Fire unitamente a quello proveniente dal Canada stanno minacciando la salute di milioni di americani. Spinti da forti venti, questi fumi si stanno spostando su tutto il territorio nazionale, raggiungendo persino la costa occidentale. I fumi tossici stanno notevolmente peggiorando la qualità dell’aria, con rischi sanitari per le persone già affette da patologie quali asma, bronchite cronica. Persino lo Stato di New York ha emesso un’allerta – due volte nei giorni scorsi – per la presenza di un elevato numero di particelle prodotte dagli incendi che hanno affumicato l’aria, producendo un sole di colore rosso e avvolgendo lo skyline di Manhattan in dense nuvole di fumo.

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