Corte

  • In attesa di Giustizia: ce n’è per tutti

    C’era da aspettarselo, tutto sommato: il 12 febbraio la Corte Costituzionale ha esaminato le censure sollevate da più parti sulla legittimità costituzionale della legge c.d. “Spazzacorrotti” nella parte in cui ha esteso le preclusioni alle misure alternative al carcere previste dell’Ordinamento Penitenziario ai condannati per reati contro la Pubblica Amministrazione senza fare distinzioni tra i fatti commessi antecedentemente alla legge e quelli successivi.

    La Corte ha preso atto che vi è una costante interpretazione giurisprudenziale secondo la quale le modifiche peggiorative del comparto normativo sulle misure alternative al carcere vengono effettivamente applicate retroattivamente e ha deciso nel senso – per la verità abbastanza ovvio – che questa interpretazione è costituzionalmente illegittima perché l’applicazione di una legge che trasforma radicalmente la natura della pena e i riflessi sulla libertà personale rispetto a quella che era prevista al momento della commissione del reato viola il principio di legalità previsto dall’articolo 25 della Costituzione.

    Con questa decisione di cui sarà interessante la lettura delle motivazioni (probabilmente tra qualche settimana) ce n’è per tutti: per cominciare con una legislazione arraffazzonata il cui obiettivo principale è quello di realizzare un sistema penale carcerocentrico per soddisfare la pancia dell’elettorato.

    Panem et circences, una locuzione latina che si adatta perfettamente alle strategie politiche demagogiche dei giorni nostri: reddito di cittadinanza al posto del pane e galera al posto dei combattimenti tra gladiatori, cristiani e bestie feroci. Come dire, una tradizione imperiale – descritta mirabilmente da Giovenale – che si poteva abbandonare senza rimpianti.

    Legislazione sciatta la nostra e non da adesso: ad interventi spesso già discutibili per altri versi non si accompagna quasi mai l’indispensabile corredo delle norme transitorie: quelle che governano il passaggio da un regime ad un altro evitando criticità e discriminazioni.

    Già, una volta si diceva che i giuristi migliori erano quelli cui veniva affidata proprio la redazione delle norme transitorie: oggi, almeno a livello parlamentare, è già molto difficile trovarne qualcuno che sia presentabile.

    Una seconda stilettata della Corte va a quegli organi giudicanti di vario livello che hanno in passato sistematicamente dato una interpretazione non costituzionalmente orientata al problema della applicazione retroattiva di norme che incidono negativamente sulla entità pena e sulla sua natura, come tali applicabili solo in un tempo futuro e che, incomprensibilmente, sono stato ritenute per anni norme di diritto processuale (quello che regola lo svolgimento del processo, non la sanzione da infliggere a un colpevole. Due ambiti del diritto molto diversi: lo capiscono anche al bar, tranne, forse quello frequentato da Davigo) e come tali immediatamente efficaci.

    In fondo ce n’è anche per lo staff del Quirinale che ha sottoposto ineffabilmente la legge alla firma del Capo dello Stato (peraltro, ex giudice costituzionale).

    Persino l’Avvocato dello Stato, in questo caso Massimo Giannuzzi, che di solito sostiene la coerenza costituzionale delle norme sottoposte a scrutinio ha espresso la sua perplessità chiedendo una sentenza interpretativa che disapplichi l’estensione retroattiva della “Spazzacorrotti”. Giannuzzi ha spiegato di non sentirsi una controparte rispetto ai colleghi difensori, perché lo Stato di diritto deve essere un riferimento per tutti gli operatori di quel settore.

    Applausi a Giannuzzi, ottima, ineccepibile la decisione della Corte ma adesso raccontiamolo a chi è andato in carcere per una legge marchianamente incostituzionale.

  • In attesa di Giustizia: l’isola felice… che non c’e’

    In attesa di Giustizia: il titolo della rubrica è stato scelto apposta ad evocare una endemica lentezza del nostro sistema giudiziario a fare il paio con decisioni discutibili, norme di problematica razionalità e non sempre intellegibili.

    La risoluzione delle controversie, particolarmente sulla interpretazione delle leggi, la loro corretta applicazione ai casi concreti e la adeguatezza delle motivazioni poste a base delle sentenze (sia di condanna che di assoluzione) è affidata alla Corte di Cassazione, Giudice di terza istanza che non entra nel merito delle questioni ma analizza solo che nei processi  vi sia stato rispetto del diritto sostanziale e processuale nel pervenire alla decisione.

    La Corte Suprema – come non del tutto propriamente qualcuno la chiama – ha sede unica a Roma e su di essa convergono i ricorsi provenienti da tutte le sedi giudiziarie del Paese; un lavoro immane, basti dire che, nel settore penale che impiega sei sezioni più una “stralcio”, sono affluiti negli ultimi dieci anni centinaia di migliaia di ricorsi: dai 44.029 del 2008 ai 51.956 del 2018 con un picco di 56.632 nel 2017. Come dire che, facendo una media imperfetta, se le sette sezioni lavorassero senza sosta, sabato, domenica e feste comandate incluse, per pareggiare i conti dovrebbero decidere una ventina di ricorsi al giorno previa, per ciascuno (che magari riguarda più posizioni) relazione introduttiva, requisitoria del Procuratore Generale e discussione degli avvocati. Tutto ciò senza considerare che i Giudici – sono cinque per ogni Collegio Giudicante – devono, nel frattempo, studiarsi i processi per l’udienza successiva e ad ognuno dei componenti ne viene anche affidato un certo numero per approfondire le questioni e poi scrivere le motivazioni della sentenza. Missione impossibile, direte voi: e invece, no ma vedremo a che prezzo.

    Potrà ancor di più sorprendere che in varie occasioni, e tra queste nel 2018 secondo l’Ufficio di statistica della Cassazione, non solo si è smaltito per intero il carico dell’anno ma si è anche aggredito l’arretrato: in soldoni, restando agli ultimi dati, ogni 100 nuovi ricorsi ne sono stati decisi quasi 111, smaltendo le pendenze di anni pregressi.

    Non siamo al cospetto di superuomini, però: il trucco c’è ma i non addetti ai lavori non lo possono scoprire e consiste nelle declaratorie di inammissibilità (oltre il 70% dei ricorsi esaminati) la stragrande maggioranza delle quali sono affidate alla sezione “stralcio” di cui si diceva prima che è la Settima Penale dopo un filtro – si fa per dire – iniziale che consiste in un’occhiata al ricorso, quando perviene, da parte di un Sostituto Procuratore Generale la cui richiesta di inammissibilità (se vi è, e vi è molto spesso), pomposamente definita requisitoria scritta, consiste in una crocetta apposta su un modulo prestampato: tipo un quiz a risposta multipla. La Settima Sezione, dove il ricorso viene trattato senza la presenza del difensore che può solo mandare uno scritto, dal canto suo quasi mai si pronuncia diversamente dalla dichiarazione di inammissibilità ed in ruolo può avere diverse decine di cause al giorno. Avete letto bene, immaginate l’attenzione prestata.

    I ricorsi che restano assegnati alle altre sezioni per essere esaminati in contraddittorio restano comunque moltissimi e una gran parte viene anche in questa sede dichiarato inammissibile: possibile? Inammissibilità significa avere – per esempio – dedotto una nullità non prevista dal codice, aver firmato un atto senza essere legittimato, avere sbagliato i termini per un’impugnazione: cose da ignoranza crassa, insomma. Peraltro, se si vanno a guardare le motivazioni di altre sentenze della Cassazione, diverse da quelle che individuano l’inammissibilità, si scopre che la levatura argomentativa è obiettivamente modesta nella gran parte dei casi.

    E, allora tutto si spiega: la Corte non è un’isola felice ma una sede dove la qualità va a scapito della quantità: con buona pace della funzione di indirizzo e di interpretazione della legge che dovrebbe avere.

    E’ ben vero che anche dal lato degli avvocati – bisogna convenirne – il livello qualitativo delle impugnazioni in Cassazione è tutt’altro che eccelso e che, come si dice da qualche parte, chi ha tetti di vetro non dovrebbe tirare sassi ai vicini. Ma il 70% abbondante di inammissibilità (con quel metodo di analisi e decisione descritto) cui si aggiunge un altro 10% abbondante di rigetti deve far riflettere. Forse abbiamo scoperto che l’isola felice non c’è ed al suo posto hanno messo un sentenzificio.

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