costi

  • In calo i costi per i bonifici, per non pagarli conviene sempre la banca online

    Sulla base delle rilevazioni di dicembre 2025 condotte da Osservatorio Segugio, più della metà delle banche oggi consente ai propri clienti di effettuare un bonifico senza commissioni, scegliendo tra ordinario e istantaneo, a condizione di completare l’operazione tramite i canali online. I bonifici senza commissioni sono disponibili con il 59% delle banche.

    In questo caso, c’è una distinzione sostanziale tra banche online e banche tradizionali. Gli istituti che operano solo online consentono di effettuare bonifici senza commissioni nel 93% dei casi, mentre per gli istituti con filiali sul territorio questa percentuale scende al 17% (tenendo conto dei soli bonifici disposti online)

    Un bonifico istantaneo comporta una commissione media di 0,35 euro per operazione. Con le banche online si tratta di un’operazione quasi sempre gratuita, tanto che la commissione media rilevata per il campione di banche analizzato è di 0,03 euro per transazione. Con le banche tradizionali, invece, bisogna mettere in conto una commissione media di 0,74 euro.  Non essendoci più differenze con i bonifici ordinari, è sparita la commissione percentuale che negli anni passati le banche applicavano, in alcuni casi, a questo tipo di operazioni.

    Si tratta di un calo drastico rispetto ai costi medi con cui i risparmiatori dovevano fare i conti appena un anno fa. Le rilevazioni del 2024, infatti evidenziavano, per i bonifici istantanei, una commissione fissa di 1,74 euro per operazione (2,08 euro per le banche tradizionali e 1,42 euro per quelle online), oltre a una commissione percentuale di 0,09% dell’importo della transazione (0,05% per le banche tradizionali e 0,15% per quelle online).

    Fino allo scorso anno, quando la normativa non era ancora entrata in vigore, gli istituti si muovevano in ordine sparso nella definizione dei costi dei bonifici. In alcuni casi era prevista una sola commissione fissa, in altri una sola commissione percentuale (con importo minimo e/o massimo) e in altri una doppia commissione (con quota fissa e quota percentuale).

    Un bonifico di 1.000 euro costava, in media, 2,64 euro mentre uno da 10.000 euro ne costava 10,74 euro. Oggi, invece, entrambe le operazioni sono accompagnate da una commissione fissa, pari a una media di 0,35 euro, come evidenziato nei dati descritti in precedenza.

    Il drastico calo delle commissioni sui bonifici riguarda le operazioni effettuate tramite piattaforma di Internet Banking. Recarsi in filiale per disporre un bonifico, infatti, comporta ancora un costo elevato, anche se grazie alla nuova normativa, è sparita la commissione percentuale applicata alla transazione. Attualmente, un bonifico in filiale comporta un costo medio di 5,40 euro per singola operazione.

  • La Commissione propone di migliorare l’infrastruttura energetica dell’UE per ridurre le bollette e promuovere l’indipendenza

    La spina dorsale del sistema energetico europeo sarà modernizzata e ampliata per liberare tutto il suo potenziale. Il pacchetto “Reti europee” della Commissione e l’iniziativa “Autostrade dell’energia” consentiranno all’energia di fluire in modo efficiente in tutti gli Stati membri, integrando energia pulita più economica e accelerando l’elettrificazione. Ciò contribuirà a ridurre i prezzi dell’energia e a sostenere prezzi accessibili per tutti gli europei. Garantirà un approvvigionamento sicuro e affidabile man mano che l’Europa si allontanerà dalle importazioni di energia dalla Russia per raggiungere l’indipendenza energetica.

    Il pacchetto sulle reti segna un nuovo approccio alle infrastrutture energetiche, offrendo una prospettiva veramente europea in materia di pianificazione delle infrastrutture, accelerando nel contempo le procedure di autorizzazione e garantendo una più equa ripartizione dei costi per quanto riguarda i progetti transfrontalieri. Il nuovo approccio consentirà di utilizzare al meglio le infrastrutture energetiche esistenti e, parallelamente, di accelerare lo sviluppo delle reti e di altre infrastrutture energetiche fisiche in tutta l’UE.

    Per rendere l’infrastruttura di rete adeguata alle esigenze future, la Commissione propone ulteriori modalità di finanziamento, la ripartizione dei costi e l’aggregazione sono esempi di questo tipo. Il raggruppamento dei progetti infrastrutturali può anche facilitare i finanziamenti, ad esempio attraverso la creazione di società veicolo, attirando in tal modo ulteriori investimenti.

  • Bollette del gas rincarate del 15,1% nel 2024, ma da luglio saranno più comprensibili

    Nel confronto internazionale con i principali Paesi dell’area Euro, il prezzo medio del gas naturale per i consumatori domestici in Italia ha registrato nel 2024 un aumento significativo del 15,1 per cento. È quanto sostiene l’Autorità di regolazione per energia, reti ed ambiente (Arera), presentando alla Camera la relazione annuale sul 2024. Contrariamente a quanto accaduto nel 2023, i consumatori italiani hanno pagato tariffe superiori del 5,3 per cento rispetto alla media dell’area Euro (-8,3 per cento nel 2023). L’aumento è sostanzialmente riconducibile a due fattori: la crescita dei costi di rete e, soprattutto, quella della componente fiscale. Nel 2024, infatti, sono esauriti gli effetti degli interventi governativi che avevano stabilito la riduzione dell’Iva al 5 per cento e l’azzeramento temporaneo degli oneri di sistema che aveva, di fatto, annullato l’impatto di questi ultimi sul prezzo del gas. Il 2024 ha visto una ripresa dei consumi mondiali di gas, con una crescita del 2,8 per cento che ha portato il valore a un nuovo picco storico, trainati soprattutto dai Paesi dell’area Asia Pacifico, che hanno assorbito oltre il 45 per cento della domanda incrementale. Sul fronte della produzione l’aumento è stato dell’1,4 per cento circa. Gli stoccaggi (media Ue) hanno chiuso la stagione invernale 2024-2025 con riserve inferiori di circa 27 miliardi di metri cubi rispetto alla precedente, per un livello di riempimento del 34 per cento contro il 59 per cento. Al momento gli stoccaggi italiani sono pieni al 62 per cento.

    In Italia, dopo due anni di intenso calo, la discesa dei consumi di gas naturale nel 2024 si è fermata evidenziando una lieve ripresa di 0,3 miliardi di metri cubi. Al contrario, la produzione nazionale ha registrato un calo del 4,1 per cento. Per il terzo anno consecutivo, le importazioni di gas sono scese (-3,3 per cento) riportandole vicine al minimo storico degli ultimi 15 anni registrato nel 2014. Il calo più rilevante si è avuto nei volumi di gas nordafricani: -2,2 miliardi di metri cubi dall’Algeria (che rimane il primo fornitore), così come i volumi dalla Libia si sono quasi dimezzati. Quasi azzerate le esportazioni. Dopo un 2023 caratterizzato dagli strascichi della crisi energetica con rincari generalizzati dei prezzi medi dell’energia elettrica per i consumatori domestici in tutta l’Unione, nel 2024 il permanere di uno scenario internazionale complesso ha avuto come conseguenza significativi divari in Europa: in dieci Paesi i prezzi sono aumentati (tra questi Francia +19 per cento e Portogallo +15 per cento), in 17 sono diminuiti (Italia -8 per cento, Lussemburgo -33 per cento); di conseguenza sono stati adottati, rimodulati o sospesi interventi pubblici per il contenimento dei costi dell’energia. L’Italia è tra i Paesi che hanno sperimentato la riduzione maggiore dei prezzi lordi dell’energia elettrica per i clienti domestici.

    I prezzi finali pagati dalle famiglie italiane continuano a essere penalizzati dalle componenti di oneri, imposte e tasse il cui incremento del 28 per cento ha annullato le riduzioni registrate dalla componente energia e dai costi di rete. In Italia i consumi di energia elettrica sono aumentati del 2,3 per cento, la ripresa ha interessato quasi tutti i settori eccetto l’industria (-0,5 per cento). La domanda italiana è stata soddisfatta per l’83,7 per cento dalla produzione nazionale netta (escludendo l’energia destinata ai pompaggi) e per il restante 16,3 per cento dal saldo con l’estero. La produzione nazionale lorda è cresciuta del 3,2 per cento con le rinnovabili ancora in aumento (+14,9 per cento), spinta principalmente dell’aumento nella produzione idroelettrica (+30,2 per cento) che è tornata ad avvicinarsi ai massimi degli ultimi dieci anni. Nel 2024 il gruppo Enel si conferma il primo produttore con una quota del 13,4 per cento (ancora in calo rispetto al 16,9 per cento del 2023) seguito da Eni al 9,1 per cento (stabile rispetto al 2023), sempre al primo posto per generazione termoelettrica (18,5 per cento) seguito da Edison con l’8,9 per cento. Enel scende al quarto posto con il 7,8 per cento (era il 15,2 per cento nel 2023). “L’unica cifra che mi pare accomuni tutti noi, in questa fase storica, è quella dell’incertezza”, ha detto il presidente dell’Arera, Stefano Besseghini, nel corso della presentazione della relazione annuale.

    “L’altro grande tema del nostro tempo è il cambiamento climatico: non abbiamo potuto avviarci nel percorso di transizione energetica verso assetti ambientalmente sostenibili trainati da una tecnologia che avesse le risposte disponibili, ma siamo stati spinti oltre che dal riconoscimento dei costi non solo economici del non fare anche da una chiara volontà politica che spesso ha cercato di ‘proporre’ la soluzione tecnologica”, ha sottolineato Besseghini, che ha aggiunto: “Una significativa novità è stata l’introduzione dal 28 marzo di quest’anno del cosiddetto ‘bonus rifiuti’, che prevede uno sconto del 25 per cento sulla Tari per le famiglie in condizioni economiche disagiate. L’Autorità si è tempestivamente attivata per consentire l’implementazione di tale provvedimento”. “Bene ha fatto il governo – ha puntualizzato – a riportare nel dibattito il tema della tecnologia nucleare, non perché sia possibile nel breve una rilevante e significativa penetrazione nel mix, ma perché anche lì soffia il vento dell’innovazione. Un Paese industrializzato, rilevante, con la competenza tecnico scientifica dell’Italia, non può non avere un contesto normativo in grado di agevolare lo sviluppo delle soluzioni innovative in ogni settore sia che provengano da nuovi breakthrough tecnologici o dalla evoluzione di tecnologie note”.

    Un punto centrale di dibattito, secondo il presidente Arera, “resta quello del disaccoppiamento della remunerazione di mercato elettrico fra le fonti di produzione con o senza costi marginali di produzione. Della possibilità cioè che due fonti che contribuiscono alla fornitura del medesimo prodotto (l’energia elettrica) possano vedere prezzi diversi non coincidenti con un prezzo marginale come accade attualmente”. A partire dal primo luglio 2025, la bolletta di energia elettrica e gas naturale in Italia cambierà volto. Si tratta di una riforma profonda frutto di un lungo percorso di ascolto e analisi condotto dall’Autorità, con l’obiettivo di offrire ai consumatori uno strumento in grado di coniugare le esigenze di sintesi e di comprensibilità con la necessaria completezza informativa”, ha annunciato Besseghini. La nuova bolletta “nasce per migliorare il rapporto del cittadino con il mercato dell’energia, rendendo più semplice l’accesso ai dati sui consumi, alle condizioni economiche sottoscritte e all’evoluzione dei propri comportamenti energetici”. “A partire dal luglio 2025 – ha spiegato – ogni operatore sarà tenuto a pubblicare in modo visibile e accessibile le condizioni tecnico-economiche delle proprie offerte, corredate dal codice identificativo dell’offerta e dalla scheda sintetica prevista dalla regolazione”.

    “Il cliente vulnerabile si trova indifferentemente sul mercato libero o nel servizio di tutela. Malgrado taluni esprimano dubbi sul reale valore di scelta di un cliente vulnerabile che si trova sul mercato libero, è un dato di fatto che la maggioranza dei clienti vulnerabili oggi siano su tale mercato (circa 8 milioni verso i 3 milioni regime di tutela). Da evidenziare come anche una quota rilevante dei clienti destinatari di bonus sia sul mercato libero”, ha evidenziato il presidente Arera. “Le ispezioni presso i soggetti regolati, effettuate con la collaborazione del Nucleo speciale beni e servizi della Guardia di finanza, hanno portato a contestazioni per infrazioni pari a circa 8,4 milioni di euro. In particolare, sono proseguite le attività, già avviate nel 2023, per la verifica dell’erogazione dei bonus sociali elettrico e gas alle famiglie in condizioni di disagio economico, ‘sbloccando’ bonus non erogati per 2,4 milioni di euro”. Nel complesso, dal punto di vista economico, “le sanzioni irrogate nel 2024 all’esito di procedimenti ordinari hanno raggiunto l’ammontare complessivo di 4,9 milioni di euro, con un netto aumento rispetto all’anno precedente”, ha illustrato. “Nel 2024 sono stati riconosciuti automaticamente circa 2,8 milioni di bonus sociali elettrici e 1,7 milioni di bonus gas. Nel corso dell’anno è proseguito il percorso per la completa attuazione del bonus sociale idrico, misura che ha garantito il sostegno a quasi 2 milioni di famiglie quadruplicando il numero di famiglie raggiunte”, ha concluso Besseghini.

  • Transizione energetica, un grande prato verde dove nascono speranze che costano care

    Il tempo passa ma i problemi sembrano rimanere gli stessi, per questo vi proponiamo quanto l’On. Dario Rivolta aveva già scritto

    Chi non sarebbe contento di vivere in un mondo con l’aria pulita, senza drastico sfruttamento di risorse non rinnovabili e senza la minaccia dell’aumento delle temperature? Evidentemente nessuno.

    Arrivare a questa situazione certamente idilliaca sembra essere finalmente diventata la meta comune di tutti i governi di quei Paesi che si sono riuniti prima a Roma e poi a Glasgow, concordando (chi più, chi meno) sul progetto di “Transizione Verde”.

    L’obiettivo è sicuramente molto ambizioso, ma sembrerebbe che oramai la strada sia stata imboccata e tutti dovremmo esserne contenti.

    Purtroppo, i saggi decisori, che si aspettano comunque di essere applauditi, ci hanno taciuto (o forse hanno considerato poco importante dircelo) che questa bellissima transizione dall’energia derivante dai fossili a quella basata soltanto su fonti rinnovabili non è quel paradiso che molti di noi sognano.

    Il lato oscuro del “verde”

    Il percosso verso la decarbonizzazione, in effetti, sarà molto più industriale ed energivoro di quanto gli ottimisti sembrano credere. Per realizzarla servono infatti molti minerali complicati da estrarre e sarà necessaria la creazione di nuove strutture a latere.

    Per dare qualche esempio, la costruzione di un parco eolico da 100 megawatt richiede trentamila tonnellate di minerali ferrosi, cinquantamila tonnellate di cemento e almeno novecento tonnellate di plastica e resina.

    In un impianto solare della stessa potenza il ferro e l’acciaio necessari sono tre volte tanto e solo il cemento sarà impiegato in quantità minore che nell’eolico.

    Nel progetto lanciato dall’Unione Europea la produzione di energia elettrica derivante da questi impianti dovrebbe passare dai 1500 gigawatt di oggi ad 8000 GW entro il 2030. Il calcolo dei materiali necessari che bisognerà estrarre dalla terra è presto fatto. E lo si dovrà fare con i vecchi metodi industriali.

    Inoltre, molti dei componenti che dovranno essere utilizzati appartengono al gruppo di quei minerali che vanno sotto il nome di “terre rare”.

    Alcune di loro portano nomi sconosciuti come i lantanidi, lo scambio, l’ittrio, l’eurobio, il lutezio ecc.

    Di altri minerali abbiamo forse già sentito parlare: niobio, tantalio, tungsteno, litio, tellurio, selenio,  indio, gallio.

    Oltre a queste, per creare l’elettricità e stoccarla nelle batterie occorrono anche grandi quantità di cobalto, manganese, nickel, stagno, grafite, rame ecc.

    Nella maggior parte dei casi, nonostante l’aggettivo (rare) attribuito ad alcune di queste materie, non si tratta di presenze scarse sul nostro pianeta ma sono minerali dispersi all’interno di rocce che devono essere estratte e lavorate.

    Che spreco!

    Per dare degli esempi: per ottenere un chilo di vanadio bisogna lavorare otto tonnellate di rocce; per un chilo di gallio ne occorrono cinquanta mentre per ottenere il lutezio in eguale quantità bisogna raffinarne ben duecento tonnellate.

    Tutte queste lavorazioni si fanno con l’impiego di grandi quantità di acqua e di solventi.

    La lavorazione necessaria è così deleteria per l’ambiente circostante che si spiega perché la maggior parte dei Paesi del mondo ha rinunciato ad estrarli, lasciando che sia la Cina ad occuparsi della produzione (e relativa fornitura) di almeno due terzi della domanda mondiale.

    Auto elettrica, quanto mi costi

    Un altro esempio: in una macchina a propulsione elettrica circa duecento chili di quanto pesa in totale sono indispensabili per il funzionamento della batteria e per la sua protezione.

    Si tratta di un quantitativo corrispondente a sei volte quello presente nelle auto tradizionali.

    I suddetti minerali non sono usati solo per le centrali elettriche ecc. o per le auto ma sono sempre più fondamentali per il funzionamento di tutti i prodotti elettronici (smartphone, computer ecc.), negli elettrodomestici, nelle pompe di calore e nelle reti di distribuzione dell’elettricità.

    Alle complicazioni di quanto sopra si deve aggiungere che per la trasmissione dell’elettricità derivante dagli impianti solari, eolici e dall’idrogeno, le reti di distribuzione oggi esistenti saranno riutilizzabili solo in parte.

    Serviranno enormi quantità extra di rame per gli elettrodotti e migliaia di tonnellate di acciaio per le nuove tubature necessarie al trasporto dell’idrogeno.

    C’è allora da aspettarsi che il prezzo dei materiali necessari per affrontare in soli trent’anni (questa è l’intenzione della Commissione europea) una così grande trasformazione diventi oggetto di una forte pressione inflattiva dovuta all’enorme quantità di domanda, ristretta su tempi relativamente brevi in relazione alle capacità dei rifornimenti.

    In altre parole, è molto probabile che i prezzi schizzeranno alle stelle, causando una nuova e lunga inflazione anche su tutti i prodotti a valle.

    Al nuovo ingente (e tuttavia necessario) sfruttamento delle risorse naturali per procedere verso la “transizione verde” vanno aggiunte le conseguenze socio-economiche all’interno delle nostre società. L’Europa (così come- forse- gli Stati Uniti) si è data l’obiettivo di passare ai nuovi sistemi entro il 2035 e completare il processo entro il 2050, mentre la Cina ha dichiarato che raggiungerà il picco delle proprie emissioni di CO2 solo nel 2030 e raggiungerà l’obiettivo finale non prima del 2060. Per l’India il passaggio richiederà ancora più tempo.

    È allora evidente che, negli anni che faranno la differenza, si creerà un divario crescente nei costi di produzione industriali tra i due mondi e certo non a vantaggio delle imprese europee. Con conseguenti crisi che colpiranno molti lavoratori e molte aziende.

    Dalla padella alla brace

    Sotto l’aspetto politico va anche aggiunto che, pur riuscendo a liberarci dall’oligopolio dei produttori di gas e petrolio, ci metteremmo, noi europei, totalmente nelle mani dei nostri nuovi fornitori di minerali rari e materie prime.

    Secondo Larry Fink amministratore di Blackrock (un grande fondo di investimenti che sta già facendo profitti di milioni di dollari proprio sulla “transizione Verde”): “Se la nostra unica soluzione sarà creare un mondo green avremo un’inflazione ancora più grande perché non abbiamo ancora tutte le tecnologie. A un certo punto diventerà una questione politica: accetteremo una maggiore inflazione per accelerare la trasformazione energetica?”

    La risposta dovremmo chiederla a tutti quelli che dovranno sostituire le loro caldaie per il riscaldamento, tuttora a gas o gasolio, con pompe di calore azionate dall’energia elettrica da fonti rinnovabili.

    E anche a tutti quegli automobilisti che dovranno rottamare i loro veicoli a benzina, a gasolio o ibridi per sostituirli con autovetture solo elettriche che però, con la tecnologia attuale, non consentiranno loro di andare da Milano a Roma senza fermarsi qualche ora per ricaricare le batterie.

    Il mondo verde del futuro è molto bello e desiderabile e, poiché tutti i grandi del mondo lo vogliono, non sarò certo io a poterlo ostacolare.

    Tuttavia, sarebbe bene che i vari ambientalisti, esultanti come lo siamo noi, si rendano conto che nella vita nulla è gratuito e che ogni paradiso presuppone anche un proprio inferno.

    Va bene comunque?

  • I costi energetici della “democrazia”

    Non passa giorno nel quale le più alte cariche istituzionali nazionali ed europee non intervengano sul pericolo derivante dalle fake news considerate in grado, attraverso la forza dei social media, di condizionare l’opinione pubblica e, di conseguenza, sembrerebbe addirittura le elezioni.

    A questo appello comune tanto alla maggioranza che all’opposizione ovviamente fa riscontro una volontà di creare una sorta di controllo dell’universo mediatico attraverso istituti che applicherebbero un protocollo creando un controllo molto simile ad una sorta di censura.

    All’interno di questo contesto, quindi, con un presunto attacco alla democrazia, l’Italia si sta dilaniando a causa della contrapposizione squisitamente ideologica sulla riforma del Premierato e dell’Autonomia differenziata. Due involucri ancora vuoti al loro interno in quanto la prima non indica neppure il sistema elettorale attraverso il quale i cittadini potrebbero esprimere il proprio eventuale consenso, mentre la seconda rappresenta solo una cornice all’interno della quale non sono ancora chiaramente definiti non solo gli attori che dipingeranno la tela ma neppure i colori.

    Facendo un passo indietro rispetto all’attuale confusione istituzionale, nel maggio 2023 feci presente i pericoli ai quali sarebbe andato incontro il nostro Paese in relazione alla politica energetica adottata dal governo in carica, confrontandola con quella francese (*).

    Dopo poco più di un solo anno, nel giugno 2024, emergono evidenti gli effetti di quella disastrosa strategia energetica, confermata ancora oggi dall’intenzione di cedere altre quota delle principali società energetiche partecipate dal governo (**).

    In buona sostanza, dal 2023 al 2024 il differenziale pagato in più per l’energia elettrica dalle imprese quanto dalle famiglie italiane è passato, rispetto alla Francia, da un +27% (2023) ad un +71% (2024). Contemporaneamente lo stesso differenziale con la Spagna si è innalzato da un + 30% (2023) ad un +68% (2024) e con la Germania si passa da un +23% ad un +29% tra il 2023/24.

    Andrebbe, poi, ricordato come nel medesimo anno il costo dell’energia elettrica sia scesa in Italia del -10%, mentre in Germania si è ridotta del -18%, in Spagna del -59%, infine in Francia del -69%.

    All’interno di un contesto internazionale difficile e articolato, caratterizzato ancora dagli effetti della pandemia e da due conflitti in corso, questi numeri dimostrano come il futuro del nostro Paese sia fortemente compromesso da una scellerata politica energetica, basata sul principio speculativo nel quale i fondi privati esercitano un ruolo attivo acquisendo sempre maggiori quote delle principali società energetiche italiane.

    Risulta inevitabile e giustificata, allora, la flessione di 15 mesi consecutivi della produzione industriale e soprattutto la mancanza di uno scenario futuro proprio a causa di simili costi energetici rispetto alla stessa concorrenza europea.

    Mentre la politica si fronteggia su embrionali riforme costituzionali, contemporaneamente dimostra il proprio disinteresse rispetto ai disastrosi effetti causati dalla propria politica energetica, perfettamente in linea con quella dei governi precedenti, dimostrando, ancora una volta, di operare per il solo  rafforzamento del proprio potere i cui oneri ricadranno sulle spalle dei cittadini come costi aggiuntivi nelle bollette, i quali indeboliranno ancora di più il potere d’acquisto e, di conseguenza, la domanda interna, diventando così  la stessa politica energetica un elemento di stagnazione economica. Mentre le imprese italiane dovranno subire un ulteriore indebolimento della propria capacità competitiva all’interno di un mercato globale ed ovviamente una minore attrattività per gli investimenti esteri nel territorio italiano.

    Questo è il modello di “fake democracy”, intesa come una sorta di moto perpetuo, all’interno della quale la classe politica opera solo ed esclusivamente per il mantenimento delle proprie posizioni con costi sempre più insostenibili.

    (*) https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-diverso-destino-di-italia-e-francia/

    (**) https://www.ilnordestquotidiano.it/2024/06/19/energia-elettrica-il-costo-italiano-tra-i-piu-alti-deuropa/

  • Alert di A2a: per l’emergenza idrica servono 48 miliardi in 10 anni

    All’Italia serve un pacchetto d’investimenti da 48 miliardi in dieci anni per superare l’emergenza idrica, recuperare acqua per le esigenze di famiglie, agricoltura, industria e idroelettrico. “Il 2022 è stato un anno orribile, con la minore quantità d’acqua degli ultimi 60 anni. Ed è un trend che continua”. A lanciare l’allarme è l’amministratore delegato di A2a, Renato Mazzoncini, alla luce dei dati che emergono da uno studio realizzato con The European House-Ambrosetti e presentato durante il Forum di Cernobbio.

    La siccità record del 2022 ha ridotto la disponibilità di risorsa idrica naturale di 36 miliardi di metri cubi (-31% sul 2021), un volume comparabile a 60 volte il Lago Trasimeno. Di questi, 7,1 miliardi di metri cubi sono di acqua consumabile (-34%), pari al consumo di 14 milioni di cittadini. La siccità ha inoltre ridotto la produzione idroelettrica a un valore che non si vedeva dal 1954 (30,3 TWh rispetto alla media del decennio 2012-2021 di 48,4 TWh), ma con una potenza installata di 3 volte inferiore a quella attuale.

    I dati mostrano che siamo “vicini a un punto di non ritorno” per una risorsa che contribuisce al 18% del Pil Italiano, pari a 320 miliardi di euro l’anno, e senza la quale “non c’è futuro”. Ma in futuro, avverte Mazzoncini, “avremo sempre meno acqua” perché  “i cambiamenti climatici, gli sprechi e una gestione poco oculata hanno messo a rischio questa risorsa, come denunciato anche dall’Onu”. E se il 2022 ha visto picchi di anomalie termiche e una crescita della frequenza di eventi estremi, dalle piogge intense agli allagamenti, nella prima metà del 2023 gli eventi idrici estremi sono più che raddoppiati.

    In questo scenario, è necessaria “un’azione congiunta tra istituzioni, industria e cittadini” mettendo in campo investimenti sia sul ciclo idrico che sull’idroelettrico. In particolare, bisogna destinare risorse alle infrastrutture, agli acquedotti, per ridurre le perdite di acqua nella distribuzione, visto che oggi “l’Italia è il quarto paese europeo per perdite idriche: il 41,2% contro una media del 25%”, spiega il ceo, sottolineando che “dobbiamo scendere a una quota intorno al 20%”. Questo è possibile e, dal canto suo, A2a investirà quel che serve per salvaguardare questa risorsa. “Abbiamo un piano al 2030 che prevede 16 miliardi di investimenti, che non potranno essere tutti sull’acqua, ma penso che potremo investire 1 miliardo sull’idroelettrico e uno o anche di più sull’idrico”, assicura il numero dell’utility lombarda.

  • Il diverso destino di Italia e Francia

    Un qualsiasi paese europeo, ormai stremato da tre anni terribili segnati dalle conseguenze umane, sanitarie, sociali ed economiche della pandemia e della guerra in corso, dovrebbe ora dimostrarsi in grado di elaborare le scelte fondamentali per la propria rinascita. La stessa recessione della Germania dovrebbe allarmare i paesi come l’Italia, esportatrice di componenti della filiera industriale e di beni di consumo alto di gamma.

    Una corretta volontà politica potrebbe manifestarsi attraverso la elaborazione di strategie la cui attivazione possa accrescere, solo per cominciare, la propria capacità energetica in grado porla nelle condizioni di affrontare un’altra situazione imprevista. La logica conseguenza potrebbe delinearsi con l’attivazione di investimenti quasi interamente dirottati verso la realizzazione di infrastrutture di valenza nazionale.

    Le uniche in grado di esprimere il proprio apporto a favore dell’intero sistema economico industriale nazionale: di certo lontane anni luce rispetto alle scelte italiane caratterizzate invece da politiche settoriali (bonus 110%) e generatrici di inflazione.

    In questo senso, allora, da un semplice raffronto tra i due paesi limitrofi si delinea un acquarello inquietante.

    Nel nostro Paese si continua ad aumentare la spesa pubblica con bonus imbarazzanti (zanzariere, occhiali etc.) o finanziando ciclopiche infrastrutture come il ponte sullo stretto di Messina.

    Contemporaneamente la Francia, dopo l’assenso ottenuto dal tribunale, ha avviato la procedura di nazionalizzane di Edf (la società di produzione e distribuzione dell’energia elettrica). L’obiettivo ambizioso che ha determinato la realizzazione del progetto è quello di assicurare il minore costo possibile dell’energia elettrica all’utenza sia industriale che familiare. Questa scelta politica francese, in più, raggiungerà i propri obiettivi anche con investimenti persino inferiori del 33,3% rispetto a quelli necessari per la realizzazione del solo Ponte (*).

    Una scelta, quindi, con un grado di sostenibilità economica maggiore e che si delinea come un fattore strategico determinante ma anche come un importante elemento di sostegno sociale alle famiglie e alle piccole imprese. Diventa, in altre parole, il raggiungimento di questo obiettivo del minore costo energetico, non solo un fattore competitivo per un sistema economico industriale, ma anche un importante strumento di pacificazione sociale per i cittadini. Gli effetti di queste due diverse strategie di politica economica espresse dalla Francia e dall’Italia emergeranno evidenti in soli pochi anni.

    Il sistema industriale ed economico francese, usufruendo dei minori costi energetici, risulterà assolutamente più competitivo nello scenario internazionale ma soprattutto nei confronti del maggiore concorrente cioè quello italiano. Viceversa il mondo industriale italiano pagherà una crescente emarginazione dal contesto economico internazionale proprio a causa delle diverse strategie espresse dalle due classi politiche nazionali (risultato 1). Contemporaneamente il costo sociale pagato dalle famiglie italiane (2) diventerà sempre più gravoso e per due motivi. Va ricordato, infatti, come da giugno 2023 verranno mantenuti gli sconti sui costi impropri solo per i redditi inferiori ai 15.000 euro (il 21% del prezzo pagato dall’utenza) nelle bollette elettriche.

    Come se non bastasse, a partire dal 10 gennaio 2024 verrà annullato, nell’approvvigionamento energetico, il “mercato tutelato” per nove milioni di utenze familiari e di piccole imprese (2).  L’ennesima conseguenza di quelle fasulle “liberalizzazioni e privatizzazioni” le quali hanno determinato l’aumento negli ultimi dieci anni delle tariffe elettriche del 240% del gas del 65% dell’acqua del 57% (fonte Il Sole 24 Ore).

    Nella medesima logica speculativa la privatizzazione delle infrastrutture autostradali non merita alcuna menzione in relazione a quanto sta emergendo dalle carte processuali in relazione al crollo del Ponte Morandi.

    Il nostro Paese, quindi, continua nelle strategie adottate alle fine degli anni ‘90 in assoluta antitesi rispetto alla strategia francese privilegiando la logica speculativa privata a quella dell’interesse nazionale.

    Già da ora, quindi, si delinea chiaramente il diverso destino al quale sono indirizzati i due Paesi. Un quadro le cui tinte fosche esprimono, nel nostro italiano, la inadeguatezza delle strategie adottate.

    (*) La nazionalizzazione di Edf costerà allo stato francese dieci (10) miliardi di euro, il 33,3% in meno del ponte sullo Stretto di Messina il cui costo ai valori attuali è di quindici (15) miliardi

  • Le norme dell’Unione per le chiamate intra-UE proteggono efficacemente da prezzi eccessivi

    La relazione di valutazione della Commissione e i risultati di un’indagine Eurobarometro sull’impatto delle norme che garantiscono comunicazioni intra-UE a prezzi accessibili mostrano che le misure dell’UE si sono dimostrate efficaci: dal 2019 gli europei beneficiano di prezzi al dettaglio più bassi per le chiamate provenienti da uno Stato membro e dirette in altri paesi dell’UE.

    Queste misure, in vigore dal maggio 2019, consentono ai cittadini dell’UE di rimanere più facilmente in contatto con i loro familiari e amici in un altro Stato membro, contribuendo in tal modo alla realizzazione di un mercato unico europeo efficace. Secondo l’indagine, i consumatori beneficiano in media di una riduzione dei prezzi superiore al 60%. Il 27% dei consumatori comunica inoltre con persone di altri paesi dell’UE più volte al mese mediante telefono, SMS o Internet.

    La Commissione ha valutato l’impatto delle misure sulle chiamate intra-UE sulla base degli scambi con le parti interessate e del monitoraggio continuo dell’attuazione delle norme, nonché tenendo conto del parere del BEREC sulla regolamentazione delle comunicazioni intra-UE. La Commissione continuerà a raccogliere informazioni per analizzare l’uso e l’evoluzione delle misure.

  • Il diritto allo studio ed il desiderio abitativo

    La fortuna si manifesta in diverse forme, e durante il periodo studentesco sicuramente la vicinanza della propria abitazione al proprio liceo o all’università rappresentata una di quelle più gradite in quanto assolutamente gratuite.

    Il pendolarismo studentesco rappresenta una delle domande più importanti nella movimentazione delle persone, alla quale il sistema pubblico si trova con grande difficoltà a dovere rispondere, per di più con risorse sempre più limitate. In questo contesto le disponibilità economiche familiari rappresentano un plus fondamentale non solo nell’opera di finanziare i viaggi studenteschi, ma soprattutto prima ancora nella scelta della facoltà desiderata anche in location universitarie distanti dal luogo di residenza.

    In altre parole, una volta individuata la facoltà successivamente la sede universitaria viene scelta anche tenendo conto dei costi da sostenere. Questa è la prassi nel mondo familiare quotidiano.

    Viceversa il desiderio, anche se legittimo, di ottenere una residenza nella città di studio rappresenta per molte famiglie degli universitari una soluzione economicamente insostenibile e quindi viene esclusa. Le limitate risorse familiari si traducono nella scelta di un’altra sede universitaria alla quale sia possibile accedere attraverso il fenomeno del pendolarismo giornaliero.

    La pretesa, ora, di ottenere degli alloggi per gli studenti fuori sede a dei costi “amministrati” rappresenta semplicemente un legittimo desiderio ma altrettanto impossibile da esaudire e soprattutto un ribaltamento delle priorità cittadine.

    Andrebbe innanzitutto evidenziato, infatti, in primo luogo che dovrebbero essere i sindaci di queste città ed i vertici accademici i quali, più del governo in carica, rappresentano i veri destinatari di tali proteste e pretese per una situazione come quella attuale in quanto frutto di sottovalutazione dei desideri studenteschi.

    Del resto la pretesa di una assoluta autonomia accademica non può né deve escludere la presa di coscienza da parte dei medesimi vertici della difficile congiuntura di molte famiglie in Italia e conseguentemente avviare delle strategie adeguate.

    In secondo luogo andrebbe ricordato a questi studenti come l’emergenza abitativa rappresenti uno degli allarmi sociali più drammatici all’interno delle realtà urbane. Senza nulla togliere alle istanze studentesche, nella priorità di sindaci e governo le aspettative di queste famiglie in difficoltà, e dei loro figli, rappresentano sicuramente un problema molto più incalzante e che richiede una attenzione ma soprattutto una risposta più immediata.

    Andrebbe poi ricordato come un desiderio, anche se legittimo, non sempre si può trasformare in un diritto riconosciuto.

    Quindi, in considerazione che tutto sommato la vita del pendolare non è poi così terribile, risulta sacrosanto riconoscere la priorità alle aspettative delle famiglie colpite dall’emergenza abitativa anche per la crisi economica, rispetto ai desideri delle “tendine” studentesche.

  • Bruxelles rimane scettica sull’idea di un prezzo amministrato per il gas

    La proposta di fissare un tetto al prezzo del gas potrebbe rompere il mercato unico. Il dubbio, difficile da dissipare, frena Bruxelles dal concedere a Spagna e Portogallo il via libera a procedere con la loro ‘eccezione iberica’ di limitare il prezzo del gas in via temporanea e straordinaria. Tenendo con il fiato sospeso anche l’Italia che vorrebbe procedere sulla strada aperta da Madrid e Lisbona per intervenire contro il caro-energia acutizzato dalla guerra in Ucraina. E, nel frattempo, ha chiuso l’intesa sul gas con l’Algeria e procede a grande velocità per ridurre la dipendenza dalla Russia.

    Ferma ormai da due settimane sul tavolo dei tecnici della Commissione europea, la richiesta dei due premier Pedro Sanchez e Antonio Costa – vinte al tavolo del vertice europeo di fine marzo le resistenze politiche dei Paesi che difendono il libero mercato capeggiati dall’Olanda – si deve confrontare con le perplessità dell’esecutivo comunitario. Che non nega la legittimità dell’istanza e l’eccezionalità della condizione dei due Paesi mediterranei, ma vorrebbe più chiarezza sulle modalità di finanziamento. E si chiede se il meccanismo non apra un precedente pericoloso per il mercato unico. Se regolare il prezzo del gas nella sola Penisola iberica poco connessa con il resto dell’Ue, è il ragionamento, potrebbe già comportare ricadute sulla vicina Francia, che cosa succederebbe se a richiederlo fosse un Paese più interconnesso? Una questione su cui Bruxelles sta cercando di ragionare, stretta tra la sacralità della libera concorrenza, i costi da sostenere per la transizione climatica e la situazione di massima tensione con la Russia. L’urgenza dei rincari sempre più pesanti per le bollette di imprese e cittadini fa comunque aumentare il pressing anche da parte dell’Italia che, per bocca della vice ministra agli Affari esteri, Marina Sereni, dal Lussemburgo è tornata a spingere per un impegno dell’Europa su “misure regolatorie immediate anche temporanee”. Vale a dire il tetto temporaneo al prezzo del gas all’ingrosso – che potrebbe aggirarsi intorno agli 80 euro per megawattora per almeno tre mesi – e la riforma, voluta a gran voce anche dalla Francia, per disaccoppiare il prezzo del gas e quello dell’energia.

    Le proposte dell’Ue dovrà in ogni caso arrivare entro la fine del mese, dopo un’attenta lettura del rapporto tecnico dell’Agenzia per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell’energia (Acer). Il dossier resta complesso e a frenare sono soprattutto la Germania e l’Olanda, che controlla il mercato internazionale Ttf. Quello che in gergo tecnico si chiama ‘decoupling’ per evitare il ‘contagio’ del caro-gas alle bollette dell’elettricità, potrebbe essere un ‘boomerang’ che, secondo L’Aja, potrebbe causare una distorsione della concorrenza e una riduzione degli investimenti nelle rinnovabili, facendo naufragare gli obiettivi climatici dell’Ue. Nel suo faccia a faccia con Mark Rutte, Mario Draghi ha cercato di fargli cambiare idea incassando un’apertura a studiare tutte le possibilità e a usare il ‘pragmatismo’. Il resto potrebbero farlo gli sviluppi sui prezzi provocati dalla guerra.

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