costi

  • La Commissione propone flessibilità agli importatori di metano per contribuire a ridurre i costi

    La Commissione europea ha adottato una proposta per rinviare di un anno l’attuazione di specifiche disposizioni del regolamento dell’UE sul metano relative agli importatori al fine di alleviare la pressione sull’industria europea e sulle amministrazioni nazionali. Questo posticipo di un anno delle disposizioni relative alle importazioni è concepito per contribuire a evitare ulteriori pressioni sulla sicurezza dell’approvvigionamento di combustibili fossili importati nell’attuale contesto geopolitico, senza incidere sull’obiettivo, sull’integrità e sull’ambito di applicazione del regolamento. La Commissione continuerà a lavorare per la sua piena attuazione, insieme agli Stati membri e al settore, aprendo la strada alla riduzione globale delle emissioni di metano.

  • Senza dipendenti, senza utili o con troppi amministratori, lo Stato dismette le società a partecipazione pubblica

    Ronald Reagan diceva che lo Stato è il problema e non la soluzione e a guardare quanto è grande la mano pubblica, come ha fatto anni fa Carlo Cottarelli in qualità di commissario del governo per la revisione della spesa pubblica, non gli si può dare torto, neanche in Italia.

    Al di là dell’amministrazione pubblica vera e propria, quella che ‘si fa come voglio io perché lo dico io’, nel 2023 secondo quanto analizzato da Cottarelli e riportato dal Corriere della Sera in Italia esistevano 5620 società a partecipazione pubblica, cioè società formalmente private ma di cui erano soci amministrazione pubbliche. Le società partecipate servirebbero alla pubblica amministrazione a svolgere le proprie funzioni, ma il problema sta nelle funzioni che l’amministrazione pubblica rivendica di dover svolgere e nei costi che comporta svolgerle attraverso società partecipate. Su 5620 partecipate (al 31 dicembre 2020), nel 2023 quelle che erano effettivamente attive erano 4059, ma soprattutto le amministrazioni pubbliche detenevano partecipazioni nell’ACI, e passi, manche in case editrici, enti sportivi, case di cura, associazioni culturali. Attività di cui non si capisce bene perché le amministrazioni pubbliche debbano occuparsi. Cottarelli non ha mancato di segnalare casi di totale inutilità (per non dir di peggio), come le 559 società partecipate che non avevano alcun dipendente le 327 che avevano più amministratori che dipendenti, e altri in cui le società avevano registrato bilanci in rosso per 4 esercizi di fila (287).

    Lo Stato stesso si era reso conto che così era troppo, tant’è che per legge aveva imposto vincoli alle partecipazioni societarie, consentendole solo ove di effettiva utilità perché le pubbliche amministrazioni facessero il loro lavoro e imponendone la dismissione dove fossero dei carrozzoni vuoi clientelari vuoi mangiasoldi. Dal 2023, secondo dati recenti del governo sono cessate 675 partecipazioni.

  • Accise: l’ambiguità fiscale

    Lo Stato guadagna dalle sole accise circa 390 milioni di euro per ogni centesimo di aumento per entrambi i carburanti, i cui consumi risultano di 11 miliardi di litri la benzina e 29 miliardi di litri il gasolio. Tuttavia, poiché sulle accise si applica anche l’IVA al 22% (la “tassa sulle tasse”), il guadagno complessivo per le casse pubbliche si conferma decisamente superiore. L’impatto stimato per il gettito dello Stato in questo contesto fiscale, considerando sia l’accisa che l’IVA, è che il solo aumento di 1 centesimo al litro garantisce al governo, con la benzina, circa 134 milioni di euro all’anno, mentre con il gasolio circa 341 milioni di euro all’anno. Di conseguenza il solo aumento di un centesimo del prezzo di carburanti assicura al governo un totale combinato di oltre 475 milioni di euro all’anno. A maggior ragione, se l’aumento dei carburanti risulta maggiore, per esempio di 10 centesimi al litro, il governo può contare su di un extra gettito notevolmente maggiore. La sola benzina assicurerebbe oltre 1,34 miliardi di euro all’anno, mentre con il gasolio si arriverebbe a 3,41 miliardi di euro all’anno. Il conto complessivo, quindi, sarebbe di 4,75 miliardi di euro all’anno, se l’aumento di 10 centesimi venisse applicato simultaneamente a benzina e gasolio.

    Considerando perciò che solo nell’ultimo anno la benzina è cresciuta di oltre 30 centesimi al litro questa ha determinato nuove entrate fiscali per oltre 4,1 miliardi. Il gasolio, viceversa, ha registrato un incremento ancora più marcato, superando i 45-50 centesimi al litro a causa delle tensioni geopolitiche e delle variazioni fiscali. In ragione del fatto che il consumo di gasolio è di circa 29 miliardi di litri, l’extra del gettito assicurato assicura aumenti di oltre 15 miliardi. L’aumento dei carburanti solo nell’ultimo anno ha assicurato, quindi, oltre 19 miliardi di nuove entrate fiscali, le quali invece di venire redistribuite sotto forma di diminuzione del carico fiscale sia sui carburanti che per le bollette energetiche (*) verranno utilizzate per finanziare le ultime promesse elettorali, come la detassazione della tredicesima.

    Nella ambigua logica fiscale italiana, quindi, non si possono tagliare le accise in quanto rappresenterebbe una riduzione fiscale “piatta”, della quale ne trarrebbe vantaggio anche chi possiede “una Ferrari”, esempio utilizzato nel lessico economico contemporaneo.

    Tuttavia, l’extra gettito fiscale determinato dagli aumenti di benzina e gasolio viene pagato proprio come una “flat tax”, ed ovviamente grava sulle fasce meno abbienti proprio sulla base del principio della utilità marginale decrescente del denaro sulla quale si basa, tra l’altro, la progressività delle aliquote fiscali (**). Senza dimenticare poi come il governo in carica usufruisca già da anni anche del Fiscal Drag come conseguenza di un’economia che cresce meno di un terzo rispetto all’inflazione (0,9% Pil/3,3% inflazione). In barba alla progressività tanto sbandierata da coloro che non sono d’accordo sul taglio delle accise, per contro le promesse elettorali verranno pagate in eguale misura da tutti i consumatori italiani ed in particolar modo dalle fasce meno abbienti.

    L’ambiguità fiscale viene confermata dalla imposizione sui costi energetici. Questa, infatti, viene approvata e sostenuta dal governo anche se piatta, ma la sua riduzione viene considerata inappropriata per la stessa ragione con la quale invece è stata adottata.

    (*) Nomisma prevede un aumento dei costi energetici del +23% per le famiglie e i +54% per le imprese.

    (**) https://www.ilpattosociale.it/attualita/le-accise-e-la-progressivita-fiscale/

  • Italia prima per nuove auto immatricolate nella prima metà del 2026, ma l’elettrico nella penisola stenta

    Il mercato delle autovetture nei 31 Paesi dell’area europea evidenzia un notevole dinamismo nel mese di giugno 2026, mostrando un incremento del 13,1% grazie a 1.407.332 unità immatricolate contro le 1.243.824 dello stesso mese dello scorso anno. Tale spinta consolida la traiettoria di crescita evidenziata da inizio anno, portando il bilancio del primo semestre a 7.232.066 immatricolazioni, in aumento del 6,1% rispetto allo stesso periodo del 2025. Resta tuttavia ampio il gap sui volumi registrati prima del Covid, con un calo del 14,2% sui primi sei mesi del 2019.

    Prendendo in esame le dinamiche dei cinque Major Market, il mese di giugno si caratterizza per una crescita generalizzata. La Germania guida il trend positivo con un incremento del 15,7%, seguita a pari merito da Francia e Regno Unito, entrambe attestate su una crescita dell’11,4%. Più contenuta la performance dell’Italia, che segna un +10,6%, e della Spagna, in aumento del 7,8%. Per quanto riguarda il bilancio complessivo dei primi sei mesi dell’anno, in testa si posiziona l’Italia (+9,5%), seguita da Regno Unito (+9,2%), Spagna (+6,2%), Germania (+5,8%) e infine Francia (+1,8%).

    Dal punto di vista dei volumi espressi mensilmente, l’Italia scende al quarto posto della graduatoria a giugno, pur conservando la terza posizione nella classifica cumulativa del primo semestre, come già in aprile e maggio. L’Italia resta invece in ultima posizione per quanto riguarda le auto ricaricabili (ECV), nonostante un ottimo andamento di crescita al 20,9% complessivo, composto da un 10,2% di vetture elettriche pure (BEV) — quota influenzata dal rush finale per i rimborsi degli incentivi ai concessionari, scaduti il 30 giugno, e caratterizzata da immatricolazioni concentrate in particolare su due Costruttori — e da un 10,1% di ibride plug-in (PHEV).

    Le distanze con gli altri Major Market europei si confermano nette: la Germania si posiziona al 39,3% di quota ECV (con BEV al 28,4% e PHEV al 10,9%), il Regno Unito sale al 42,5% (con BEV al 30,0% e PHEV al 12,5%), la Francia registra il 36,1% (con BEV al 29,6% e PHEV al 6,5%) e la Spagna si attesta al 23,2% (con BEV all’11,1% e PHEV al 12,1%). Nel totale del mercato europeo, la quota delle ECV si attesta a giugno al 36,0%, con le BEV al 25,6% (+6,4%) e le PHEV al 10,4% (+0,8%). Escludendo il mercato italiano, lo share delle elettriche pure in Europa salirebbe al 27,4%, con le plug-in stabili al 10,4%.

    La fisionomia del mercato non mostra variazioni di rilievo se si estende l’analisi all’intero primo semestre dell’anno. La Penisola resta all’ultimo posto (ECV al 17,5%, ripartito tra l’8,5% di BEV e il 9,0% di PHEV). Negli altri Major Market, invece, la diffusione di veicoli ricaricabili si attesta su livelli decisamente superiori: il Regno Unito raggiunge il 38,0% di quota ECV (con BEV al 25,0% e PHEV al 13,0%), la Germania si posiziona al 35,8% (con BEV al 24,8% e PHEV all’11,0%), la Francia al 33,8% (con BEV al 28,2% e PHEV al 5,6%) e la Spagna chiude al 21,8% (con BEV al 9,8% e PHEV al 12,0%). Nel complesso del mercato europeo, la penetrazione delle ECV nei sei mesi raggiunge il 32,5%: BEV al 22,2% (+4,7 p.p.) e PHEV al 10,3% (+1,6 p.p.). Al netto del dato italiano, la quota delle elettriche pure in Europa si attesta al 24,3% e quella delle ibride plug-in al 10,4%.

    Per quanto riguarda le politiche europee, la Commissione ha presentato l’Electrification Action Plan, piano che punta a raddoppiare l’elettrificazione nei consumi dell’Unione — inclusi quelli del settore dei trasporti — portandola dall’attuale 23% al 46% entro il 2040. Il piano sottolinea esplicitamente la necessità di ridurre il maggiore costo iniziale delle tecnologie elettriche, attivare strumenti fiscali e agevolazioni pubbliche per superare l’ostacolo rappresentato dai maggiori costi di acquisto di veicoli a zero emissioni, accumulatori e infrastrutture di rete. La rotta strategica è stata ribadita dal Commissario europeo per l’Energia, Dan Jørgensen, che ha preannunciato, entro la fine del 2026, un piano normativo teso alla progressiva cancellazione delle sovvenzioni pubbliche a favore dei combustibili fossili. Tale orientamento trova applicazione concreta anche nella flessibilità già introdotta nel Pacchetto di primavera del Semestre europeo, che prevede per gli Stati membri la facoltà di allocare fino allo 0,3% del PIL annuo per finanziare misure temporanee e mirate a sostegno della decarbonizzazione nel triennio 2026-2028, con un tetto cumulativo dello 0,6%. Per l’Italia, tale flessibilità potrebbe tradursi in uno spazio fiscale complessivo nell’ordine di circa 14 miliardi di euro.

  • Anche i ricchi piangono: diminuiscono i consumi di lusso

    Il consumo entra in una nuova fase di pressione: incertezza economica, calo di fiducia nelle istituzioni e diffusione crescente dell’intelligenza artificiale stanno cambiando il modo in cui le persone scoprono, valutano e acquistano i prodotti. Il nuovo studio di Roland Berger, “The consumer playbook is changing: How economic pressure, geopolitical uncertainty and AI adoption are reshaping retail”, giunto alla sua quinta edizione, dimostra come il comportamento dei consumatori si stia trasformando in modo strutturale. Per la ricerca sono stati intervistati, tra febbraio e marzo 2026, 6.000 consumatori in tre grandi aree geografiche: Europa (Italia, Germania, Francia, Spagna e Paesi Bassi), Medio Oriente (Emirati Arabi Uniti), Nord e Sud America (Brasile, Messico e Stati Uniti).

    Mentre la salute fisica e quella mentale si confermano gli ambiti valutati più positivamente, entrambi al 69%, quasi la metà degli intervistati (47%) esprime un giudizio negativo sulla situazione economica del proprio Paese, e solo il 37% valuta positivamente clima e sostenibilità. In Italia questa percezione critica è ancora più marcata: il 56% dei consumatori italiani giudica negativamente la situazione economica nazionale e il 45% guarda con pessimismo a clima e sostenibilità. È proprio questa convivenza tra stabilità personale e incertezza collettiva a caratterizzare il consumo nel 2026.

    Il secondo cambiamento riguarda la fiducia e le modalità di scoperta dei prodotti. La comunicazione di marca tradizionale perde visibilmente efficacia: solo il 21% degli intervistati cita la reputazione del brand tra le tre principali motivazioni d’acquisto. Allo stesso tempo, le reti personali diventano la seconda fonte più importante nella scoperta dei prodotti: il 40% scopre nuovi prodotti tramite amici e familiari, il 21% tramite raccomandazioni dirette tra pari. Per le aziende questo significa che la sola visibilità non basta più: contano il valore percepito come credibile, le prove concrete di qualità e la presenza nei momenti sociali in cui si formano le decisioni d’acquisto.

    Il terzo motore di cambiamento è l’Intelligenza Artificiale, la cui influenza va ormai ben oltre la semplice ricerca. In media, il 70% dei consumatori tra i 18 e i 64 anni utilizza regolarmente l’IA per la ricerca di prodotti; tra i 18-24enni la quota sale già al 93%. L’IA si trasforma così da semplice strumento di ricerca a filtro che precede la decisione d’acquisto: seleziona le opzioni, confronta i prodotti e orienta i consigli. I brand che non risultano visibili né affidabili in questo ambiente digitale di raccomandazione rischiano di non essere più percepiti come rilevanti dai consumatori.

    Lo studio evidenzia inoltre come il mercato si stia polarizzando sempre più in due direzioni opposte: da un lato, consumatori che puntano consapevolmente su durata e qualità; dall’altro, un mercato che si orienta chiaramente verso prezzi contenuti e offerte discount. Il 42% degli intervistati ha ridotto la spesa in beni di lusso nel 2025, un terzo ha acquistato più spesso presso i discount, e il 23% prevede di intensificare ulteriormente questa abitudine nel 2026. A sottolineare i cambiamenti delle abitudini dei consumatori è anche il segmento discount, che da ormai tempo, non è più un fenomeno legato ai redditi più bassi: i consumatori di tutte le fasce di reddito ne fanno ormai il punto di partenza abituale per i propri acquisti.

    “Ciò che colpisce non è tanto la contrazione della spesa, quanto il cambiamento del processo decisionale. Il consumatore di oggi non compra meno: compra in modo diverso. Valuta con maggiore attenzione il rapporto tra prezzo e valore, cerca conferme attraverso persone e strumenti digitali e diventa sempre meno prevedibile. Questo rende il mercato più competitivo, perché la fedeltà al brand non può più essere data per acquisita ma va conquistata a ogni scelta d’acquisto”, dice Stefano Sorrentino, Partner di Roland Berger Italia.

  • Compilare gli F24 costa oltre 3 miliardi alle imprese

    A giugno le PMI italiane affrontano il picco fiscale più intenso dell’anno: saldo IRPEF, IRES, IRAP, IVA trimestrale e contributi INPS nello stesso mese. È il momento in cui un problema strutturale del sistema produttivo italiano diventa più visibile.

    Le piccole e medie imprese italiane — oltre quattro milioni di unità che producono più del 60% del valore aggiunto nazionale e oltre il 75% dell’occupazione privata — gestiscono ancora la propria amministrazione fiscale in modo frammentato. I pagamenti sono tracciabili, la fatturazione è elettronica, le banche hanno investito miliardi in tecnologia. Eppure gli strumenti gestionali che affiancano le PMI e gli studi professionali sono rimasti spesso inaccessibili per costi e complessità pensati per grandi organizzazioni con infrastrutture tecniche dedicate, non per la PMI che vuole gestire compilazione e pagamento degli F24 in autonomia, senza passare, e pagare, un professionista esterno. Né per il commercialista, che su queste attività opera a basso margine rispetto alla consulenza vera. In questo contesto, il pagamento degli F24 è un caso emblematico.

    In Italia vengono presentati 189 milioni di modelli F24 l’anno (Agenzia delle Entrate, 2025), dei quali la quota largamente maggioritaria fa capo alle imprese. Il flusso è invariato da decenni: il commercialista compila l’F24, lo trasmette all’Agenzia delle Entrate e fattura entrambe le operazioni all’azienda. Oppure invia il PDF compilato all’imprenditore, che trascrive manualmente i dati in un portale bancario per trasmettere in autonomia. In entrambi i casi il costo — in denaro o in tempo — ricade sull’impresa. Il 61% delle PMI italiane delega entrambe le operazioni al commercialista o consulente del lavoro, secondo l’Osservatorio Sibill.

    Non per mancanza di competenze fiscali, ma per evitare un lavoro manuale che nessuno strumento aveva ancora reso semplice per chi non ha un ufficio amministrativo molto strutturato. È un costo mai isolato, assorbito come parte inevitabile della gestione fiscale: finché non esiste un’alternativa accessibile, non esiste nemmeno la necessità di misurarlo. Applicando il costo medio di mercato di 27,5 euro per F24 — compilazione e trasmissione — alle 4,9 milioni di PMI italiane (ISTAT, 2024), la spesa complessiva annua stimata supera 3,3 miliardi di euro.

    L’Italia dedica agli adempimenti fiscali 269 ore l’anno per azienda, contro una media europea di 179 (Banca Mondiale). Secondo una ricerca condotta da Sibill su un campione di 500 aziende, il 54% degli imprenditori cita il controllo manuale dei pagamenti tra le prime tre fonti di spreco di tempo nella gestione amministrativa, e il 51% l’invio di documenti al commercialista.

  • In calo i costi per i bonifici, per non pagarli conviene sempre la banca online

    Sulla base delle rilevazioni di dicembre 2025 condotte da Osservatorio Segugio, più della metà delle banche oggi consente ai propri clienti di effettuare un bonifico senza commissioni, scegliendo tra ordinario e istantaneo, a condizione di completare l’operazione tramite i canali online. I bonifici senza commissioni sono disponibili con il 59% delle banche.

    In questo caso, c’è una distinzione sostanziale tra banche online e banche tradizionali. Gli istituti che operano solo online consentono di effettuare bonifici senza commissioni nel 93% dei casi, mentre per gli istituti con filiali sul territorio questa percentuale scende al 17% (tenendo conto dei soli bonifici disposti online)

    Un bonifico istantaneo comporta una commissione media di 0,35 euro per operazione. Con le banche online si tratta di un’operazione quasi sempre gratuita, tanto che la commissione media rilevata per il campione di banche analizzato è di 0,03 euro per transazione. Con le banche tradizionali, invece, bisogna mettere in conto una commissione media di 0,74 euro.  Non essendoci più differenze con i bonifici ordinari, è sparita la commissione percentuale che negli anni passati le banche applicavano, in alcuni casi, a questo tipo di operazioni.

    Si tratta di un calo drastico rispetto ai costi medi con cui i risparmiatori dovevano fare i conti appena un anno fa. Le rilevazioni del 2024, infatti evidenziavano, per i bonifici istantanei, una commissione fissa di 1,74 euro per operazione (2,08 euro per le banche tradizionali e 1,42 euro per quelle online), oltre a una commissione percentuale di 0,09% dell’importo della transazione (0,05% per le banche tradizionali e 0,15% per quelle online).

    Fino allo scorso anno, quando la normativa non era ancora entrata in vigore, gli istituti si muovevano in ordine sparso nella definizione dei costi dei bonifici. In alcuni casi era prevista una sola commissione fissa, in altri una sola commissione percentuale (con importo minimo e/o massimo) e in altri una doppia commissione (con quota fissa e quota percentuale).

    Un bonifico di 1.000 euro costava, in media, 2,64 euro mentre uno da 10.000 euro ne costava 10,74 euro. Oggi, invece, entrambe le operazioni sono accompagnate da una commissione fissa, pari a una media di 0,35 euro, come evidenziato nei dati descritti in precedenza.

    Il drastico calo delle commissioni sui bonifici riguarda le operazioni effettuate tramite piattaforma di Internet Banking. Recarsi in filiale per disporre un bonifico, infatti, comporta ancora un costo elevato, anche se grazie alla nuova normativa, è sparita la commissione percentuale applicata alla transazione. Attualmente, un bonifico in filiale comporta un costo medio di 5,40 euro per singola operazione.

  • La Commissione propone di migliorare l’infrastruttura energetica dell’UE per ridurre le bollette e promuovere l’indipendenza

    La spina dorsale del sistema energetico europeo sarà modernizzata e ampliata per liberare tutto il suo potenziale. Il pacchetto “Reti europee” della Commissione e l’iniziativa “Autostrade dell’energia” consentiranno all’energia di fluire in modo efficiente in tutti gli Stati membri, integrando energia pulita più economica e accelerando l’elettrificazione. Ciò contribuirà a ridurre i prezzi dell’energia e a sostenere prezzi accessibili per tutti gli europei. Garantirà un approvvigionamento sicuro e affidabile man mano che l’Europa si allontanerà dalle importazioni di energia dalla Russia per raggiungere l’indipendenza energetica.

    Il pacchetto sulle reti segna un nuovo approccio alle infrastrutture energetiche, offrendo una prospettiva veramente europea in materia di pianificazione delle infrastrutture, accelerando nel contempo le procedure di autorizzazione e garantendo una più equa ripartizione dei costi per quanto riguarda i progetti transfrontalieri. Il nuovo approccio consentirà di utilizzare al meglio le infrastrutture energetiche esistenti e, parallelamente, di accelerare lo sviluppo delle reti e di altre infrastrutture energetiche fisiche in tutta l’UE.

    Per rendere l’infrastruttura di rete adeguata alle esigenze future, la Commissione propone ulteriori modalità di finanziamento, la ripartizione dei costi e l’aggregazione sono esempi di questo tipo. Il raggruppamento dei progetti infrastrutturali può anche facilitare i finanziamenti, ad esempio attraverso la creazione di società veicolo, attirando in tal modo ulteriori investimenti.

  • Bollette del gas rincarate del 15,1% nel 2024, ma da luglio saranno più comprensibili

    Nel confronto internazionale con i principali Paesi dell’area Euro, il prezzo medio del gas naturale per i consumatori domestici in Italia ha registrato nel 2024 un aumento significativo del 15,1 per cento. È quanto sostiene l’Autorità di regolazione per energia, reti ed ambiente (Arera), presentando alla Camera la relazione annuale sul 2024. Contrariamente a quanto accaduto nel 2023, i consumatori italiani hanno pagato tariffe superiori del 5,3 per cento rispetto alla media dell’area Euro (-8,3 per cento nel 2023). L’aumento è sostanzialmente riconducibile a due fattori: la crescita dei costi di rete e, soprattutto, quella della componente fiscale. Nel 2024, infatti, sono esauriti gli effetti degli interventi governativi che avevano stabilito la riduzione dell’Iva al 5 per cento e l’azzeramento temporaneo degli oneri di sistema che aveva, di fatto, annullato l’impatto di questi ultimi sul prezzo del gas. Il 2024 ha visto una ripresa dei consumi mondiali di gas, con una crescita del 2,8 per cento che ha portato il valore a un nuovo picco storico, trainati soprattutto dai Paesi dell’area Asia Pacifico, che hanno assorbito oltre il 45 per cento della domanda incrementale. Sul fronte della produzione l’aumento è stato dell’1,4 per cento circa. Gli stoccaggi (media Ue) hanno chiuso la stagione invernale 2024-2025 con riserve inferiori di circa 27 miliardi di metri cubi rispetto alla precedente, per un livello di riempimento del 34 per cento contro il 59 per cento. Al momento gli stoccaggi italiani sono pieni al 62 per cento.

    In Italia, dopo due anni di intenso calo, la discesa dei consumi di gas naturale nel 2024 si è fermata evidenziando una lieve ripresa di 0,3 miliardi di metri cubi. Al contrario, la produzione nazionale ha registrato un calo del 4,1 per cento. Per il terzo anno consecutivo, le importazioni di gas sono scese (-3,3 per cento) riportandole vicine al minimo storico degli ultimi 15 anni registrato nel 2014. Il calo più rilevante si è avuto nei volumi di gas nordafricani: -2,2 miliardi di metri cubi dall’Algeria (che rimane il primo fornitore), così come i volumi dalla Libia si sono quasi dimezzati. Quasi azzerate le esportazioni. Dopo un 2023 caratterizzato dagli strascichi della crisi energetica con rincari generalizzati dei prezzi medi dell’energia elettrica per i consumatori domestici in tutta l’Unione, nel 2024 il permanere di uno scenario internazionale complesso ha avuto come conseguenza significativi divari in Europa: in dieci Paesi i prezzi sono aumentati (tra questi Francia +19 per cento e Portogallo +15 per cento), in 17 sono diminuiti (Italia -8 per cento, Lussemburgo -33 per cento); di conseguenza sono stati adottati, rimodulati o sospesi interventi pubblici per il contenimento dei costi dell’energia. L’Italia è tra i Paesi che hanno sperimentato la riduzione maggiore dei prezzi lordi dell’energia elettrica per i clienti domestici.

    I prezzi finali pagati dalle famiglie italiane continuano a essere penalizzati dalle componenti di oneri, imposte e tasse il cui incremento del 28 per cento ha annullato le riduzioni registrate dalla componente energia e dai costi di rete. In Italia i consumi di energia elettrica sono aumentati del 2,3 per cento, la ripresa ha interessato quasi tutti i settori eccetto l’industria (-0,5 per cento). La domanda italiana è stata soddisfatta per l’83,7 per cento dalla produzione nazionale netta (escludendo l’energia destinata ai pompaggi) e per il restante 16,3 per cento dal saldo con l’estero. La produzione nazionale lorda è cresciuta del 3,2 per cento con le rinnovabili ancora in aumento (+14,9 per cento), spinta principalmente dell’aumento nella produzione idroelettrica (+30,2 per cento) che è tornata ad avvicinarsi ai massimi degli ultimi dieci anni. Nel 2024 il gruppo Enel si conferma il primo produttore con una quota del 13,4 per cento (ancora in calo rispetto al 16,9 per cento del 2023) seguito da Eni al 9,1 per cento (stabile rispetto al 2023), sempre al primo posto per generazione termoelettrica (18,5 per cento) seguito da Edison con l’8,9 per cento. Enel scende al quarto posto con il 7,8 per cento (era il 15,2 per cento nel 2023). “L’unica cifra che mi pare accomuni tutti noi, in questa fase storica, è quella dell’incertezza”, ha detto il presidente dell’Arera, Stefano Besseghini, nel corso della presentazione della relazione annuale.

    “L’altro grande tema del nostro tempo è il cambiamento climatico: non abbiamo potuto avviarci nel percorso di transizione energetica verso assetti ambientalmente sostenibili trainati da una tecnologia che avesse le risposte disponibili, ma siamo stati spinti oltre che dal riconoscimento dei costi non solo economici del non fare anche da una chiara volontà politica che spesso ha cercato di ‘proporre’ la soluzione tecnologica”, ha sottolineato Besseghini, che ha aggiunto: “Una significativa novità è stata l’introduzione dal 28 marzo di quest’anno del cosiddetto ‘bonus rifiuti’, che prevede uno sconto del 25 per cento sulla Tari per le famiglie in condizioni economiche disagiate. L’Autorità si è tempestivamente attivata per consentire l’implementazione di tale provvedimento”. “Bene ha fatto il governo – ha puntualizzato – a riportare nel dibattito il tema della tecnologia nucleare, non perché sia possibile nel breve una rilevante e significativa penetrazione nel mix, ma perché anche lì soffia il vento dell’innovazione. Un Paese industrializzato, rilevante, con la competenza tecnico scientifica dell’Italia, non può non avere un contesto normativo in grado di agevolare lo sviluppo delle soluzioni innovative in ogni settore sia che provengano da nuovi breakthrough tecnologici o dalla evoluzione di tecnologie note”.

    Un punto centrale di dibattito, secondo il presidente Arera, “resta quello del disaccoppiamento della remunerazione di mercato elettrico fra le fonti di produzione con o senza costi marginali di produzione. Della possibilità cioè che due fonti che contribuiscono alla fornitura del medesimo prodotto (l’energia elettrica) possano vedere prezzi diversi non coincidenti con un prezzo marginale come accade attualmente”. A partire dal primo luglio 2025, la bolletta di energia elettrica e gas naturale in Italia cambierà volto. Si tratta di una riforma profonda frutto di un lungo percorso di ascolto e analisi condotto dall’Autorità, con l’obiettivo di offrire ai consumatori uno strumento in grado di coniugare le esigenze di sintesi e di comprensibilità con la necessaria completezza informativa”, ha annunciato Besseghini. La nuova bolletta “nasce per migliorare il rapporto del cittadino con il mercato dell’energia, rendendo più semplice l’accesso ai dati sui consumi, alle condizioni economiche sottoscritte e all’evoluzione dei propri comportamenti energetici”. “A partire dal luglio 2025 – ha spiegato – ogni operatore sarà tenuto a pubblicare in modo visibile e accessibile le condizioni tecnico-economiche delle proprie offerte, corredate dal codice identificativo dell’offerta e dalla scheda sintetica prevista dalla regolazione”.

    “Il cliente vulnerabile si trova indifferentemente sul mercato libero o nel servizio di tutela. Malgrado taluni esprimano dubbi sul reale valore di scelta di un cliente vulnerabile che si trova sul mercato libero, è un dato di fatto che la maggioranza dei clienti vulnerabili oggi siano su tale mercato (circa 8 milioni verso i 3 milioni regime di tutela). Da evidenziare come anche una quota rilevante dei clienti destinatari di bonus sia sul mercato libero”, ha evidenziato il presidente Arera. “Le ispezioni presso i soggetti regolati, effettuate con la collaborazione del Nucleo speciale beni e servizi della Guardia di finanza, hanno portato a contestazioni per infrazioni pari a circa 8,4 milioni di euro. In particolare, sono proseguite le attività, già avviate nel 2023, per la verifica dell’erogazione dei bonus sociali elettrico e gas alle famiglie in condizioni di disagio economico, ‘sbloccando’ bonus non erogati per 2,4 milioni di euro”. Nel complesso, dal punto di vista economico, “le sanzioni irrogate nel 2024 all’esito di procedimenti ordinari hanno raggiunto l’ammontare complessivo di 4,9 milioni di euro, con un netto aumento rispetto all’anno precedente”, ha illustrato. “Nel 2024 sono stati riconosciuti automaticamente circa 2,8 milioni di bonus sociali elettrici e 1,7 milioni di bonus gas. Nel corso dell’anno è proseguito il percorso per la completa attuazione del bonus sociale idrico, misura che ha garantito il sostegno a quasi 2 milioni di famiglie quadruplicando il numero di famiglie raggiunte”, ha concluso Besseghini.

  • Transizione energetica, un grande prato verde dove nascono speranze che costano care

    Il tempo passa ma i problemi sembrano rimanere gli stessi, per questo vi proponiamo quanto l’On. Dario Rivolta aveva già scritto

    Chi non sarebbe contento di vivere in un mondo con l’aria pulita, senza drastico sfruttamento di risorse non rinnovabili e senza la minaccia dell’aumento delle temperature? Evidentemente nessuno.

    Arrivare a questa situazione certamente idilliaca sembra essere finalmente diventata la meta comune di tutti i governi di quei Paesi che si sono riuniti prima a Roma e poi a Glasgow, concordando (chi più, chi meno) sul progetto di “Transizione Verde”.

    L’obiettivo è sicuramente molto ambizioso, ma sembrerebbe che oramai la strada sia stata imboccata e tutti dovremmo esserne contenti.

    Purtroppo, i saggi decisori, che si aspettano comunque di essere applauditi, ci hanno taciuto (o forse hanno considerato poco importante dircelo) che questa bellissima transizione dall’energia derivante dai fossili a quella basata soltanto su fonti rinnovabili non è quel paradiso che molti di noi sognano.

    Il lato oscuro del “verde”

    Il percosso verso la decarbonizzazione, in effetti, sarà molto più industriale ed energivoro di quanto gli ottimisti sembrano credere. Per realizzarla servono infatti molti minerali complicati da estrarre e sarà necessaria la creazione di nuove strutture a latere.

    Per dare qualche esempio, la costruzione di un parco eolico da 100 megawatt richiede trentamila tonnellate di minerali ferrosi, cinquantamila tonnellate di cemento e almeno novecento tonnellate di plastica e resina.

    In un impianto solare della stessa potenza il ferro e l’acciaio necessari sono tre volte tanto e solo il cemento sarà impiegato in quantità minore che nell’eolico.

    Nel progetto lanciato dall’Unione Europea la produzione di energia elettrica derivante da questi impianti dovrebbe passare dai 1500 gigawatt di oggi ad 8000 GW entro il 2030. Il calcolo dei materiali necessari che bisognerà estrarre dalla terra è presto fatto. E lo si dovrà fare con i vecchi metodi industriali.

    Inoltre, molti dei componenti che dovranno essere utilizzati appartengono al gruppo di quei minerali che vanno sotto il nome di “terre rare”.

    Alcune di loro portano nomi sconosciuti come i lantanidi, lo scambio, l’ittrio, l’eurobio, il lutezio ecc.

    Di altri minerali abbiamo forse già sentito parlare: niobio, tantalio, tungsteno, litio, tellurio, selenio,  indio, gallio.

    Oltre a queste, per creare l’elettricità e stoccarla nelle batterie occorrono anche grandi quantità di cobalto, manganese, nickel, stagno, grafite, rame ecc.

    Nella maggior parte dei casi, nonostante l’aggettivo (rare) attribuito ad alcune di queste materie, non si tratta di presenze scarse sul nostro pianeta ma sono minerali dispersi all’interno di rocce che devono essere estratte e lavorate.

    Che spreco!

    Per dare degli esempi: per ottenere un chilo di vanadio bisogna lavorare otto tonnellate di rocce; per un chilo di gallio ne occorrono cinquanta mentre per ottenere il lutezio in eguale quantità bisogna raffinarne ben duecento tonnellate.

    Tutte queste lavorazioni si fanno con l’impiego di grandi quantità di acqua e di solventi.

    La lavorazione necessaria è così deleteria per l’ambiente circostante che si spiega perché la maggior parte dei Paesi del mondo ha rinunciato ad estrarli, lasciando che sia la Cina ad occuparsi della produzione (e relativa fornitura) di almeno due terzi della domanda mondiale.

    Auto elettrica, quanto mi costi

    Un altro esempio: in una macchina a propulsione elettrica circa duecento chili di quanto pesa in totale sono indispensabili per il funzionamento della batteria e per la sua protezione.

    Si tratta di un quantitativo corrispondente a sei volte quello presente nelle auto tradizionali.

    I suddetti minerali non sono usati solo per le centrali elettriche ecc. o per le auto ma sono sempre più fondamentali per il funzionamento di tutti i prodotti elettronici (smartphone, computer ecc.), negli elettrodomestici, nelle pompe di calore e nelle reti di distribuzione dell’elettricità.

    Alle complicazioni di quanto sopra si deve aggiungere che per la trasmissione dell’elettricità derivante dagli impianti solari, eolici e dall’idrogeno, le reti di distribuzione oggi esistenti saranno riutilizzabili solo in parte.

    Serviranno enormi quantità extra di rame per gli elettrodotti e migliaia di tonnellate di acciaio per le nuove tubature necessarie al trasporto dell’idrogeno.

    C’è allora da aspettarsi che il prezzo dei materiali necessari per affrontare in soli trent’anni (questa è l’intenzione della Commissione europea) una così grande trasformazione diventi oggetto di una forte pressione inflattiva dovuta all’enorme quantità di domanda, ristretta su tempi relativamente brevi in relazione alle capacità dei rifornimenti.

    In altre parole, è molto probabile che i prezzi schizzeranno alle stelle, causando una nuova e lunga inflazione anche su tutti i prodotti a valle.

    Al nuovo ingente (e tuttavia necessario) sfruttamento delle risorse naturali per procedere verso la “transizione verde” vanno aggiunte le conseguenze socio-economiche all’interno delle nostre società. L’Europa (così come- forse- gli Stati Uniti) si è data l’obiettivo di passare ai nuovi sistemi entro il 2035 e completare il processo entro il 2050, mentre la Cina ha dichiarato che raggiungerà il picco delle proprie emissioni di CO2 solo nel 2030 e raggiungerà l’obiettivo finale non prima del 2060. Per l’India il passaggio richiederà ancora più tempo.

    È allora evidente che, negli anni che faranno la differenza, si creerà un divario crescente nei costi di produzione industriali tra i due mondi e certo non a vantaggio delle imprese europee. Con conseguenti crisi che colpiranno molti lavoratori e molte aziende.

    Dalla padella alla brace

    Sotto l’aspetto politico va anche aggiunto che, pur riuscendo a liberarci dall’oligopolio dei produttori di gas e petrolio, ci metteremmo, noi europei, totalmente nelle mani dei nostri nuovi fornitori di minerali rari e materie prime.

    Secondo Larry Fink amministratore di Blackrock (un grande fondo di investimenti che sta già facendo profitti di milioni di dollari proprio sulla “transizione Verde”): “Se la nostra unica soluzione sarà creare un mondo green avremo un’inflazione ancora più grande perché non abbiamo ancora tutte le tecnologie. A un certo punto diventerà una questione politica: accetteremo una maggiore inflazione per accelerare la trasformazione energetica?”

    La risposta dovremmo chiederla a tutti quelli che dovranno sostituire le loro caldaie per il riscaldamento, tuttora a gas o gasolio, con pompe di calore azionate dall’energia elettrica da fonti rinnovabili.

    E anche a tutti quegli automobilisti che dovranno rottamare i loro veicoli a benzina, a gasolio o ibridi per sostituirli con autovetture solo elettriche che però, con la tecnologia attuale, non consentiranno loro di andare da Milano a Roma senza fermarsi qualche ora per ricaricare le batterie.

    Il mondo verde del futuro è molto bello e desiderabile e, poiché tutti i grandi del mondo lo vogliono, non sarò certo io a poterlo ostacolare.

    Tuttavia, sarebbe bene che i vari ambientalisti, esultanti come lo siamo noi, si rendano conto che nella vita nulla è gratuito e che ogni paradiso presuppone anche un proprio inferno.

    Va bene comunque?

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