Crisi

  • Archegos: un altro fondo a picco

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 22 aprile 2021

    La morte in carcere dello speculatore americano Madoff, non chiude un ciclo. Anzi, il susseguirsi di continui fallimenti e di sconquassi finanziari dimostra che dopo la Grande Crisi non sia cambiato proprio niente. Aveva orchestrato il più grande «schema Ponzi», la piramide finanziaria truffaldina, che pagava i primi investitori con i nuovi capitali raccolti. Un’operazione di almeno 50-60 miliardi di dollari!

    La vicenda di Madoff, con la sua condanna a 150 anni di prigione, sembra la classica esagerazione americana: punire un singolo, con il massimo della pena e della pubblicità mediatica, e lasciare i meccanismi e il potere della finanza pressoché intatti.

    Il più recente caso è quello del fondo hedge Archegos, fondato dallo speculatore Bill Hwang. Com’è noto, i fondi hedge gestiscono i capitali degli investitori con l’intento di evitare loro rischi e volatilità dei titoli. Il problema, però, è come lo fanno.

    Il suo primo fondo, il Tiger Asia Management, fu investito dal crollo della Lehman Brothers. In seguito, fu accusato dalla Security Exchange Commission di insider trading in operazioni di vendita allo scoperto, anche con titoli cinesi. Se la cavò con una multa soft di 44 milioni di dollari. Però, per quattro anni non poté operare sul mercato di Hong Kong.

    Nel 2014 creò l’Archegos Capital Management. Si tratta di un fondo hedge ancora più ristretto e selezionato, un family fund, con cui gestisce i suoi capitali e quelli di pochi altri privilegiati. In questo modo sfugge ai controlli e alla vigilanza delle agenzie preposte. Fa parte, appunto, del cosiddetto shadow banking.

    Lo strumento più spregiudicato di Archegos è stato l’utilizzo della leva finanziaria, il leverage, per avere maggiori disponibilità finanziarie partendo da un piccolo capitale. È arrivato così a gestire tra 50 e 100 miliardi di dollari.

    Nell’operazione sono state coinvolte tutte le maggiori banche mondiali, tra cui la giapponese Nomura, le americane Goldman Sachs e Morgan Stanley, il Credit Suisse, la Deutsche Bank, ecc. Con i prestiti, Hwang ha investito, tra l’altro, in azioni americane e cinesi, dando i titoli in garanzia. L’accordo era che, qualora essi dovessero perdere di valore, le banche creditrici avrebbero potuto chiedere di reintegrare le garanzie, la cosiddetta margin call, o, in ultima istanza, vendere i titoli per contenere le perdite. È esattamente ciò che è successo. Il Credit Suisse, per la seconda volta in poche settimane, avrebbe perso circa 4 miliardi di euro.

    Le banche conoscono perfettamente i giochi, per cui la loro sorpresa non è invocabile. Esse usano, appunto, i cosiddetti fondi hedge, entità autonome e separate dalle stesse banche, per fare delle operazioni molto rischiose e incassare commissioni e guadagni consistenti. In una situazione anomala di tassi bassissimi e anche negativi, quando la leva finanziaria è molto alta, basta un piccolo cambiamento della politica monetaria o uno scossone negativo dei titoli messi a garanzia per far cadere il castello di carte. E i derivati emessi su detti titoli sono, ovviamente, i primi a risentirne.

    Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea nel 2019 il valore nozionale dei derivati finanziari otc ha raggiunto il picco di 640 mila miliardi di dollari. Come abbiamo più volte evidenziato, si tratta di operazioni molto rischiose che sono tenute solitamente fuori dei bilanci delle banche coinvolte e non sottoposti alle regole e alla vigilanza delle autorità preposte. Per esempio, non sono disciplinate dalle cosiddette stanze di compensazione, le clearing house, che garantiscono che le controparti siano in grado di portare a termine i contratti derivati.

    Gli esperti del settore e taluni economisti, anche molto noti, si affrettano sempre ad affermare che dovrebbe essere preso in considerazione il valore lordo di mercato (gross market value), quello che evidenzia il rischio e cosa sarebbe necessario per chiudere i contratti dei derivati in essere in un determinato momento. Naturalmente, si tratta sempre di parecchie migliaia di miliardi di dollari.

    Il caso del recente crac di Archegos dimostra, in verità, il contrario. Esso prova che, in caso di crisi, è il nozionale che entra in gioco. E può creare un enorme effetto valanga difficilmente arrestabile.

    Siamo alle solite. I grandi pescecani della finanza continuano a creare rischi sistemici. Manca, purtroppo, una legislazione stringente e globale.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Il Libano in crisi getta i fiori: nessuno li compra più

    Nel Libano alle prese con la peggiore crisi economica degli ultimi 30 anni, palesatasi prima della pandemia ma acuita dalle ripercussioni delle misure anti-covid, sono ormai poche le famiglie che possono permettersi di acquistare i fiori, un bene di lusso in un contesto di galoppante impoverimento di ampi settori della popolazione.

    Milioni di fiori sono stati gettati nelle immondizie perché non ci sono più clienti locali, si legge oggi sui media di Beirut. “Solo l’anno scorso abbiamo buttato circa 6 milioni di steli”, ha detto Rania Younes, agronoma e da circa 30 anni a capo di una delle più importanti aziende floricole del Libano.

    “A seguito del brutale lockdown totale del marzo 2020 – ha detto citata dal quotidiano L’Orient-Le Jour – mi sono ritrovata uno stock enorme di fiori che bisognava buttare… non potevamo nemmeno distribuirli né offrirli”, ricorda Younes, che gestisce vivai sul Monte Libano, a nord di Beirut.

    I media ricordano che molte aziende e vivai hanno chiuso i battenti, soprattutto perché la crisi in Libano è cominciata a palesarsi in tutta la sua gravità dall’ottobre del 2019, diversi mesi prima lo scoppio della pandemia.

    La lira locale ha perso nell’ultimo anno e mezzo circa il 90% del suo valore e secondo dati dell’Onu aumenta a dismisura e di continuo il numero di libanesi che sono ora sotto la soglia di povertà.

    Negli ultimi giorni si sono registrati nuovi rincari di beni e servizi essenziali come il pane, la farina, la benzina, il gas per uso domestico utilizzato per cucinare, il combustibile per alimentare i generatori di corrente in un contesto di cronica mancanza di elettricità. In questo contesto, pensare di poter acquistare mazzi di fiori appare un lusso. Ecco perché alcune aziende, come quella guidata da Younes, si sono adattate e quest’anno hanno piantato fiori che possono essere essiccati e venduti all’interno di composizioni floreali. Younes non nasconde però l’amarezza e le difficoltà: “Siamo in un Paese dove non si ha più garanzia di vendere ciò che si coltiva… il Libano non si può più permettere di produrre fiori e questo riflette la desolazione che ci circonda”.

  • Per l’indicatore Buffet è di nuovo allarme bolle finanziarie

    Le Borse mondiali rischiano di crollare nei prossimi mesi. Lo indica “l’indicatore Buffett”, che con il 123% ha superato il precedente record del 121% prima dello scoppio della bolla delle dot-com all’inizio degli anni 2000. L’indicatore, dal nome dal suo ideatore, il finanziere americano Warren Buffett, a capo della Berkshire Hathaway, prende in considerazione la capitalizzazione di mercato combinata delle azioni quotate in borsa in tutto il mondo e le divide per il prodotto interno lordo globale. Come riporta Wall Street Italia “il livello elevato raggiunto dall’indicatore riflette anche il fatto che i lockdown legati alla pandemia, le chiusure di attività e le restrizioni sui viaggi hanno depresso la crescita economica. Tutto questo mentre gli interventi dei governi (vedi soprattutto gli Stati Uniti) hanno pompato artificialmente i prezzi delle azioni”.

    Nel 2001, quando lo presentò per la prima volta, Buffet definì l’indicatore, “la migliore misura in grado di valutare dove si trovano i mercati azionari in un dato momento”.

    Secondo alcuni osservatori, l’indice avrebbe però alcuni difetti tra i quali il confronto tra le valutazioni attuali delle azioni con i dati del PIL degli anni precedenti.

    Secondo Goldman Sachs, invece, il rischio non sarebbe imminente, anzi, in un nuovo report intitolato “Bubble Puzzle”, stilato proprio dalla banca americana, e che analizza alcuni esempi storici di bolle finanziarie, da quella dei tulipani del XVII secolo alla crisi dei mutui subprime del 2007, sembra addirittura che i rischi di una bolla imminente sono relativamente bassi.

  • La lira turca va a picco, Erdogan caccia il governatore della Banca centrale

    L’aveva messo a capo della Banca centrale di Turchia neppure un anno e mezzo fa perché seguisse i suoi dettami, abbattendo drasticamente i tassi d’interesse, definiti “la madre e il padre di tutti i mali”. E Murat Uysal, sino ad allora vice del rigorista Murat Cetinkaya, ha eseguito fedelmente. Ma di fronte alla peggiore crisi della lira turca da quando è al potere, Recep Tayyip Erdogan ha fatto fuori anche il suo uomo, ultimo capro espiatorio di un tracollo imputato di volta in volta a complotti internazionali e sabotaggi interni.

    Dall’inizio dell’anno, la divisa di Ankara ha perso circa un terzo del suo valore, toccando i minimi storici contro il dollaro e scavallando nelle scorse ore l’ennesima soglia simbolica delle 10 lire per 1 euro. Una caduta progressiva accelerata dall’ultima riunione di politica monetaria, il mese scorso, che ha lasciato invariato al 10,25% il tasso di riferimento, infliggendo l’ennesimo schiaffo alle attese degli economisti, che puntavano su un credito meno facile in cambio di maggiore stabilità. La situazione si è fatta allarmante, con l’inflazione ufficiale all’11,89% e molte imprese fortemente indebitate in valuta estera a rischio bancarotta. Ma la coperta sempre più corta non ha convinto il presidente turco a rinunciare alla sua campagna contro il “triangolo del diavolo di tassi d’interesse, tassi di cambio e inflazione”. E così dopo appena 16 mesi è arrivato un nuovo ribaltone. Alla guida della Banca centrale andrà il responsabile strategico del budget presidenziale Naci Agbal 52 anni, già ministro delle Finanze tra il 2015 e il 2018. È a lui che Erdogan affida la missione che appare sempre più impossibile di coniugare crescita ed equilibrio finanziario, mentre cresce l’allarme per il deficit delle partite correnti e il crollo delle riserve in valuta forte. Al fianco del presidente resta intoccabile il genero e super-ministro del Tesoro Berat Albayrak, che insiste nel negare ogni difficoltà. Anzi, assicura, la Turchia – dove non c’è mai stato un lockdown totale e un blocco del sistema produttivo – ha già iniziato la ripresa e beneficerà di un vantaggio competitivo dopo la pandemia di Covid-19. Un’ennesima scommessa azzardata con le prossime elezioni nel mirino, previste nel 2023. Ma per il primo test basterà attendere il 19 novembre, con la prima riunione di politica monetaria guidata dal nuovo governatore. I mercati attendono inquieti.

  • Brutto anno per la cosmesi, il fatturato arretra dell’11,6%

    Nel 2019, prima dell’emergenza, la cosmesi Made in Italy aveva raggiunto un fatturato di 12 miliardi di euro. La pandemia avuto un impatto importante su una parte del settore, provocando una flessione del fatturato stimata attorno agli 11,6 punti percentuali. A condizionare questo risultato è stato il mercato interno, che perde il 9,3%, ma soprattutto l’export, che segna un calo del -15%: “con ogni probabilità”, dunque, il 2020 si chiuderà a 10,5 miliardi di euro. A illustrare i numeri del settore è stato il presidente di Cosmetica Italia Riccardo Ancorotti, nel suo discorso introduttivo all’assemblea pubblica ‘Un’industria che fa bene al Paese. La resilienza del comparto cosmetico nazionale: un nuovo paradigma per il rilancio del settore’.

    “Nel leggere questi dati caratterizzati da un segno negativo – ha commentato Ancorotti – dobbiamo innanzitutto comprendere le difficoltà che le nostre aziende hanno affrontato: dal lockdown alla chiusura di molti esercizi distributivi, dalle tensioni sui mercati esteri e nel reperire le materie prime al cambiamento delle abitudini di acquisto”. Per il presidente degli industriali del beauty, tuttavia, “queste stime, fortunatamente ben più contenute rispetto a quanto ci saremmo aspettati solo pochi mesi fa, testimoniano la decisiva capacità di reazione del nostro settore che, in un contesto di crisi, dà prova di solidità, capacità imprenditoriale e resilienza”. Dunque, l’assemblea di quest’anno, per la prima volta trasmessa in streaming, “è ancora più importante, perché vuole segnare, simbolicamente, un nuovo inizio. Siamo pronti per un nuovo Rinascimento. Con responsabilità e con prudenza, ma anche con decisione, ripartiamo”.

    L’industria della bellezza si dice pronta ad affrontare con determinazione le sfide del futuro, come digitalizzazione e e-commerce, ma senza dimenticare l’importanza delle fiere fisiche. “Le ‘fiere smart’ sono una misura ponte in vista della ripartenza delle iniziative in presenza che ci auguriamo possa avvenire nel 2021”, ha auspicato l’ambasciatore Lorenzo Angeloni, direttore generale per la promozione del Sistema Paese Maeci. Sul fronte del sostegno alle imprese, “bene i fondi Simest per l’internazionalizzazione. Le richieste sono state superiori al fondo e adesso noi abbiamo chiesto di continuare a erogarli”, ha commentato il vicepresidente di Confindustria Barbara Beltrame.

    Importanti anche le opportunità offerte dall’economia circolare. Per il presidente di Federchimica Paolo Lamberti, “in Europa con il New Green Deal la sostenibilità sarà centrale nelle strategie delle istituzioni. L’industria chimica e l’industria beauty dimostrano di essere all’avanguardia. Essere sostenibili vuol dire poter offrire occasioni di lavoro qualificato alle nuove generazioni e quindi contribuire allo sviluppo del Paese”.

  • Cinque banche globali corrotte

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi** apparso su ItaliaOggi il 3 ottobre 2020

    Il Consorzio internazionale di giornalisti investigativi (Icij) è al centro dell’attenzione dei media perché è entrato in possesso di 2.500 pagine di segnalazioni di attività sospette (Sar) riguardanti le banche. Trattasi di documenti riportati, tra il 1999 e il 2017, alla FinCEN, Financial Crimes Enforcement Network del Departimento del Tesoro americano che li ha resi parzialmente pubblici. La FinCEN è l’agenzia governativa con il compito di combattere il riciclaggio di denaro.

    Sono gli stessi giornalisti che nel 2016 hanno pubblicato i cosiddetti Panama Papers, e hanno fatto emergere lo scandalo di vaste attività relative a evasioni fiscali e al riciclaggio dei soldi sporchi con il coinvolgimento di grossi personaggi e di banche internazionali.

    Adesso, emergerebbe, ancora una volta, una vastissima rete di traffici illegali e di movimenti di denaro riciclato per il traffico di droga e di armi e per evitare controlli e tasse attraverso società fittizie e finanche per il finanziamento del terrorismo.

    C’è di tutto e di più: coinvolgimento di discussi personaggi russi e ucraini, pericolose operazioni in Venezuela e in Malesia, finanche alcune operazioni per conto di Paul Manafort, l’ex manager della campagna elettorale di Donald Trump, attualmente in carcere per frode fiscale e bancaria. Sono tutte segnalazioni che, comunque, sarebbero dovuto essere indagate per arrivare a eventuali condanne.

    I documenti identificano le responsabilità di cinque banche globali: due americane, la JP Morgan, prima banca Usa, e la Bank of New York Mellon, due inglesi, la Hsbc, Hong Kong Shanghai Bank Corporation, la maggiore banca europea, e la Standard Chartered Bank e la tedesca Deutsche Bank. Le transazioni sospette di riciclaggio e per altre attività illegali ammonterebbero a oltre 2.000 miliardi di dollari!

    Sembra un ammontare stratosferico ma i file resi pubblici rappresenterebbero meno dello 0,02% degli oltre 12 milioni di attività sospette che le differenti istituzioni finanziarie hanno riportato alla FinCEN nel periodo 2011-17. Sono molti gli aspetti inquietanti in questa scandalosa storia. Vorremmo evidenziarne due che, secondo noi, meriterebbero una particolare attenzione.

    In primo luogo c’è il ruolo della Deutsche Bank che, secondo i documenti, deterrebbe il peggior primato con ben 1.300 miliardi di dollari in transazioni sospette. È la seconda volta che la banca tedesca scala la piramide negativa: lo aveva già fatto quando è diventata il numero uno al mondo per i derivati finanziari over the counter, noti strumenti speculativi sempre più aleatori e di difficile, complicata e rischiosa gestione.

    La stampa tedesca torna a chiedersi cosa stia realmente succedendo da molti anni in questa banca che porta il nome della Germania nel suo logo. Anche secondo noi i continui riferimenti ai coinvolgimenti della DB in operazioni di vario tipo sono motivo d’imbarazzo e di vergogna per l’intera Europa, non solo per la Germania. Ci si chiede come sia possibile che, anno dopo anno e scandalo dopo scandalo, le autorità tedesche e quelle europee non siano ancora riuscite a costringere la banca a ripulire veramente i suoi comportamenti e tornare a essere una delle maggiori banche promotrici di grandi progetti industriali e di sviluppo reale, come ai tempi del presidente Alfred Herrhuasen, prima che fosse ucciso dai terroristi.

    Il secondo aspetto riguarda i comportamenti assai discutibili delle banche coinvolte. Da anni, nonostante fossero state pesantemente accusate, condannate e sanzionate dalle autorità di controllo, quasi sempre americane, esse hanno continuato indisturbate a fornire i propri servizi per operazioni sporche, illegali e di riciclaggio. Gli esempi non mancano.

    Secondo le analisi pubblicate, nel 2012 la ‘HSBC, per bloccare il procedimento criminale, ammise di aver riciclato 881 milioni di dollari per un cartello della droga latino-americano e pagò un’ammenda di 1,9 milioni. Le accuse sarebbero state cancellate definitivamente qualora la banca avesse dimostrato di partecipare alla lotta contro il riciclaggio nei successivi cinque anni. I file dell’Agenzia americana proverebbero invece che l’Hsbc, violando il patteggiamento, non solo ha continuato nelle operazioni di riciclaggio di soldi sporchi ma sarebbe stata implicata in una grande «piramide finanziaria» che coinvolgeva parecchi paesi.

    Lo stesso sarebbe avvenuto con la Standard Chartered, accusata di aver favorito transazioni finanziare verso gli Usa da parte di clienti dell’Arab Bank legati alle reti terroristiche. Sebbene multata per 670 milioni di dollari, avrebbe continuato con simili operazioni anche durante il «periodo di buona condotta».

    Anche le altre banche menzionate, compresa la Deutsche Bank, hanno mantenuto lo stesso comportamento. Accusate di attività illecite hanno pagato le multe per bloccare le sanzioni penali continuando imperterrite a operare as usual. Certo è molto conveniente pagare la multa di 1 dollaro per 100 incassati illegalmente.

    Ma, in merito, il controllo dei governi e delle agenzie preposte è indipendente e davvero stringente? Poiché la pandemia sta mettendo a soqquadro tutti i sistemi, economici, sociali e sanitari, non si capisce perché la grande finanza resti intoccabile.

    Naturalmente le banche hanno spesso dichiarato di non conoscere l’identità dei correntisti finali. È singolare che oltre il 20% dei rapporti inviati alla FinCEN abbia un cliente con un indirizzo presso le Virgin Islands britanniche, uno dei più grandi paradisi fiscali al mondo.

    In conclusione, si ricordi che anche per l’Unodc, l’Ufficio dell’Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, non meno di 2.400 miliardi di dollari di denaro illecito sarebbero riciclati ogni anno. Sono dati sconvolgenti.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La politica monetaria: l’illusione di Bce, progressisti e sovranisti

    Dal 2015 la BCE ha adottato una politica monetaria fortemente espansiva attraverso il quantitative easing. Fino al 2019 e all’inizio del 2020 pre- covid l’inflazione media europea è risultata al di sotto del 2%, dato che viene indicato come l’indicatore di progresso e sviluppo economico.

    Dall’avvento della crisi mondiale legata alla pandemia la Bce insiste, attraverso una politica monetaria espansiva, con l’obiettivo di raggiungere la crescita dell’inflazione al 2% ma non avendo ancora realizzato come la politica monetaria all’interno di un mercato globale abbia perso parte, se non tutta, della propria efficacia.

    L’innovazione tecnologica permette infatti di ridurre i costi di intermediazione in qualsiasi settore industriale compreso soprattutto quello dei servizi anche finanziari.

    Con scenari internazionali certamente non rosei da anni, ad esclusione delle due macroaree degli Stati Uniti e della Cina, e con la possibilità di accedere a prodotti e a servizi espressione di sistemi economici con costi del lavoro risibili rispetto ai nostri risulta evidente come il settore economico continentale, soprattutto con una situazione di stagnazione, potrà sperare in una crescita dei prezzi espressione di una domanda marginale in crescita.

    La possibilità di reperire attraverso l’innovazione tecnologica beni (di consumo o intermedi) e servizi da ogni parte del mondo, espressione del mercato concorrenziale, determina di per sé una tendenza alla riduzione dei costi ma anche conseguentemente dei prezzi e quindi dei fatturati con un conseguente peggioramento del rapporto debito PIL. Perché, va ricordato, come sostanzialmente la ricerca di un maggiore tasso di inflazione da parte della BCE nasce proprio dalla speranza di riequilibrare il rapporto debito/PIL attraverso l’incremento nominale legato all’inflazione.

    Di conseguenza, se la politica monetaria rappresenta un’arma priva di effetti sarebbe interessante individuare quali potrebbero rimanere gli altri fattori importanti per ridare allo scenario economico una prospettiva di crescita, italiana in particolare.

    Sostanzialmente, più della politica monetaria la spesa pubblica, cioè la sua qualità unita alla pressione fiscale rappresentano i due fattori che possono maggiormente incidere sulla crescita economica e, di conseguenza, occupazionale. Spesa pubblica e pressione fiscale rappresentano i due fattori di maggiore potere da parte della classe politica e che non verranno mai ridotti in quanto ciò comporterebbe una sua riduzione (https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/).

    Questo ovviamente avviene in Italia in quanto in Germania e in Francia si assiste ad una scelta di ridurre, parzialmente e temporaneamente, la pressione fiscale sia a carico delle imprese (riduzione Imu per gli immobili strumentale) che sui beni di consumo (riduzione Iva).

    In altre parole, la classe politica si dimostra convinta ancora, e vale sia per la corrente “progressista” che “sovranista” (che invita ad un ritorno alla lira), che la politica monetaria abbia degli effetti sostanziali nelle politiche di sviluppo economico.

    L’illusione monetaria riunisce sotto lo stesso tetto i sostenitori del mercato globale senza alcuna barriera o protezione per i prodotti espressione del know-how nazionale con i sovranisti che vedono nel ritorno alla lira il volano per aumentare le esportazioni assieme alle autorità monetarie (Bce) che vedrebbero così riconfermata la propria funzione. Quando invece solo un radicale intervento sulla qualità della spesa pubblica e sulla pressione fiscale rappresentano gli unici due fattori che possano realmente creare le condizioni per una crescita. Entrambi, però, ridurrebbero il peso della compagine politica nella sua totalità ma comunque responsabile di questa situazione e che ancora spera, attraverso la politica monetaria, di accrescere o quantomeno mantenere la propria centralità e il proprio potere.

  • Un piano salva ulivi per affrontare le pesanti perdite del comparto a causa del coronavirus

    Crack di 2 miliardi di euro per l’olio di oliva made in Italy. Il coronavirus ha messo in ginocchio il comparto che, a causa della chiusura prolungata e della difficile ripartenza di bar, ristoranti, agriturismi, ha visto ridurre sensibilmente le vendite ed il consumo. A questo si aggiungono anche le difficoltà per le esportazioni e il mancato – o ridottissimo – movimento di turisti che da sempre hanno fatto dell’olio extravergine di oliva il prodotto più acquistato durante le vacanze. E’ quanto emerge da uno studio di Coldiretti presentato durante l’assemblea di Unaprol.

    A pesare sul comparto è stato soprattutto il blocco del canale della ristorazione che rappresenta uno sbocco importante per l’olio Made in Italy, sia in patria che all’estero. Un impatto devastante a livello economico, occupazionale e ambientale per una filiera che conta oltre 400 mila aziende agricole specializzate in Italia ma anche il maggior numero di oli extravergine a denominazione in Europa (43 Dop e 4 Igp), con un patrimonio di 250 milioni di piante e 533 varietà di olive, il più vasto tesoro di biodiversità del mondo.

    Come se non bastasse, le imprese olivicole italiane hanno visto ridurre del 44% i prezzi pagati ai produttori (per un dato simile bisogna risalire al 2014) a causa della circolazione sul mercato mondiale di abbondanti scorte di olio ‘vecchio’ spagnolo, spesso pronto a essere spacciato come italiano a causa della mancanza di trasparenza sul prodotto in commercio, nonostante dal primo luglio 2009 sia obbligatorio indicare per legge l’origine in etichetta come prevede il Regolamento comunitario n.182 del 6 marzo 2009. Sulle bottiglie di extravergine prodotto con olive straniere in vendita nei supermercati, inoltre, è molto difficile leggere le scritte “miscele di oli di oliva comunitari”, “miscele di oli di oliva non comunitari” o “miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari” per le dimensioni assai minuscole e per il posizionamento per nulla in vista accentuando così la poca consapevolezza del consumatore.  Il danno economico e di immagine all’Uliveto italiano è molto grave e, se unito alla conseguenze della crisi provocata dal coronavirus, rischia di rovinare gli ottimi risultati, in termini di produzione, ottenuti durante l’ultima campagna olearia in cui sono stati prodotti 365 milioni di litri, con le regioni del Sud dove il raccolto è in qualche caso addirittura triplicato.

    Per rilanciare il settore Coldiretti ha elaborato un piano salva ulivi con un pacchetto di misure straordinarie a sostegno delle imprese agricole e frantoi che operano in filiera corta, quelle oggi maggiormente a rischio, con lo sblocco immediato delle risorse già stanziate per l’ammodernamento della filiera olivicola, anche attraverso la semplificazione delle procedure. Servono poi meccanismi di flessibilità per la certificazione delle produzioni di qualità a partire da Dop (Denominazione di origine protetta), Igp (Indicazione di origine protetta), biologiche e Sqnpi (Sistema di Qualità Nazionale di Produzione Integrata). Una misura importante per l’Uliveto Italia e per la salute dei cittadini l’acquisto di extravergine italiano al 100. Nell’immediato vanno poi assicurati sostegno a fondo perduto per le imprese produttrici di olio totalmente made in Italy per compensare la riduzione delle vendite e un aiuto integrativo per gli oli certificati Dop e Igp in giacenza, sfusi o confezionati non venduti alla data del Dpcm dell’11 marzo.

  • Urge l’accordo sul Recovery Fund. Lo chiedono Angela Merkel e Ursula von der Leyen

    Angela Merkel e Ursula von der Leyen insieme per sostenere, entro luglio, un rapido accordo sul fondo di risanamento e sul bilancio a lungo termine dell’UE per far fronte alle conseguenze economiche della pandemia da Coronavirus.

    La cancelliera tedesca e il capo della Commissione europea si sono confrontate virtualmente sulle modalità con le quali uscire dalla crisi. Un incontro non casuale visto che la Germania il 1° luglio ha assunto la presidenza del Consiglio dell’UE. Le due donne avranno sei mesi per promuovere le loro priorità, che sono pienamente allineate: negoziati sul cambiamento climatico, digitalizzazione, resilienza e post-Brexit con il Regno Unito.

    Il pacchetto UE da 750 miliardi di euro proposto dalla Commissione ha portato a diverse divisioni tra gli Stati Membri con i ‘quattro frugali’, vale a dire Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia, a sostegno della fornitura di prestiti che devono essere rimborsati, anziché sovvenzioni, ai paesi colpiti dalla pandemia.

    I leader dell’UE si incontreranno ‘di persona’ il 17 e 18 luglio per un vertice straordinario, nel tentativo di raggiungere un accordo prima della pausa estiva. E la Merkel parrebbe non prendere neppure in considerazione altre opzioni.

    Nella conferenza stampa congiunta dopo la riunione virtuale delle due leader la Presidente von der Leyen ha anche sottolineato che l’erogazione del fondo ha bisogno dell’approvazione dell’europarlamento e della ratifica da parte dei parlamenti nazionali sottolineando anche che, sebbene siano previsti cambiamenti sia nel fondo di ricostituzione che nel quadro finanziario pluriennale (QFP) per le proposte 2021-2027, la costruzione generale non sarà messa in discussione.

  • Da Warsteiner Italia donazione a Banco Alimentare per garantire 200mila pasti

    Warsteiner Italia, filiale della birreria privata tedesca e attiva sul mercato italiano dal 1975, effettuerà una donazione a Banco Alimentare attraverso la quale sarà possibile fornire 200mila pasti in Italia. Alla base della decisione, volta ad aiutare persone e famiglie alla quali mancano beni alimentari di prima necessità, vi sono le stime della Onlus destinataria del sostegno, secondo le quali l’emergenza Covid-19 porterà ad un aumento di circa il 40% delle richieste di cibo con punte fino al 60%. La donazione è stata affidata alla filiale veneta di Banco Alimentare, la cui sede si trova a Verona, nella stessa città che ospita il branch italiano della birreria tedesca.

    “L’emergenza sanitaria legata al Coronavirus si sta velocemente trasformando in emergenza sociale ed alimentare dai risvolti preoccupanti nel lungo periodo. Per questo abbiamo deciso di contribuire ad aiutare le persone e famiglie in difficoltà con un gesto concreto: una donazione che permetterà di distribuire 200.000 pasti attraverso l’attività di Banco Alimentare, riconoscendone il grande impegno quotidiano nel combattere la fame e la povertà. E’ un contributo di solidarietà a favore di persone che soffrono a cui ci sentiamo particolarmente vicini”, ha dichiarato Luca Giardiello, Amministratore Delegato di Warsteiner Italia durante l’incontro con i responsabili ed i volontari di Banco Alimentare.

    “Siamo orgogliosi di affermare che l’attività del Banco Alimentare non si è mai fermata in questi mesi e siamo andati avanti, nel pieno rispetto delle norme di sicurezza, grazie al contributo dei nostri numerosi volontari. Siamo riusciti sempre a garantire la distribuzione dei pasti, offrendo il servizio di raccolta del cibo e consegna alle strutture caritative. Un’attività sempre più impegnativa e sfidante ai tempi del Covid-19, visto anche il numero di richieste di aiuto sempre crescente. Per questo siamo grati a Warsteiner Italia che riconosce e dà valore a questa nostra missione” ha commentato per il Banco Alimentare Veneto Roberto Bechis.

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