Crisi

  • L’illusione immobiliare

    In un periodo di così profonda difficoltà soprattutto all’interno di una visione prospettica è decisamente imbarazzante ed al tempo stesso evidente come molte analisi economiche presenti all’interno dei principali media nazionali risultino prive di qualsiasi base oggettiva.

    Ultimamente si continua a leggere della necessità o meglio della volontà di conferire una nuova centralità al settore edilizio per favorire la creazione di nuovo valore aggiunto e quindi crescita del PIL. Un auspicio  sicuramente condivisibile ma che, al di là del semplice desiderio, è espressione della mancanza di una qualsiasi analisi economica precedente. Il settore immobiliare ripartirà solo ed esclusivamente se le condizioni generali economiche miglioreranno in maniera significativa in modo da creare una nuova domanda legata alla disponibilità di maggiori risorse personali, quindi ad una crescita dell’economia nazionale. E questo non perché il settore edilizio non meriti l’attenzione necessaria ma semplicemente perché già ora siamo in presenza  di un eccesso di offerta con  oltre sette (7) milioni di case vuote. Alle quali vanno aggiunte ogni anno tutte le abitazioni  pignorate dalle banche  che vengono messe all’asta e che determinano una ulteriore riduzione  del valore del settore immobiliare complessivo.

    Una crisi immobiliare talmente complessiva da coinvolgere, forse per la prima volta, persino le strutture turistiche e ricettive. Basti pensare che solo nel comune di Venezia risultano in vendita 103 alberghi, il 10% del totale.

    Solo una accresciuta domanda verso beni immobili legata ad una ripresa economica potrà successivamente offrire una opportunità di rilancio e di rivalutazione dell’intero settore immobiliare.

    Quindi l’articolata e complessa economia legata all’edilizia seguirà caso mai la ripresa e non di certo trainarla (fatta esclusione per le ristrutturazioni nei centri storici) visto che l’impatto sul Pil è minimale.

    Ancora una volta l’analisi economica proposta dai vari media lascia lo spazio al desiderio e all’improvvisazione.

  • La pandemia fa strage del lusso: in Italia quest’anno perderà dal 25% al 35%

    Il mercato dei beni personali di lusso ha perso il 25% nel primo trimestre e nel secondo andrà anche peggio, anche se recupererà nell’ultima parte dell’anno e chiudere il 2020 in perdita del 25%-35%, con un giro d’affari di 180-220 miliardi di euro. Per tornare ai livelli del 2019 (281 miliardi) bisognerà aspettare il 2022-2023 (275-285 miliardi) e per la crescita, tra il 2% e il 3%, il 2025 (320-330 miliardi). E’ quanto riporta uno studio di Claudia D’Arpizio e Federica Levato di Bain, diffuso con la Fondazione Altagamma, che riunisce 107 marchi italiani del lusso tra moda, gioielleria, food & beverage, hospitality, automotive e yacht. “Abbiamo di fronte un periodo di enorme incertezza, in cui al momento tutto dipende dalle misure di politica sanitaria per il contenimento del coronavirus. Si tratta di governare l’incertezza” ha commentato il presidente di Altagamma, Matteo Lunelli, presidente e ceo di Cantine Ferrari, presentando con Stefania Lazzaroni, direttore generale Altagamma, le previsioni sui consumi mondiali di settore.

    Nel 2025, il termine di lungo periodo in cui è stimato il ritorno della crescita, la Cina diventerà il Paese più rilevante (26-28%, ora 11%) per il lusso e i consumatori cinesi rappresenteranno quasi il 50% (35% nel 2019) degli acquisti di settore a livello globale. L’online nel 2025 conterà per il 28-30% (12% nel 2019). La fascia demografica sotto i 45 anni contribuirà al 150% della crescita, con le cosiddette generazione Z (nati dal 1997) e Y (i “millenial”, nati tra il 1981 e il 1996) che costituiranno il 50%. L’industria del lusso dovrà adattarsi seguendo i cambiamenti dei consumatori, attraverso ad esempio un’attenzione maggiore alla sostenibilità, alla ricerca di emozionalità nei negozi, per stabilire una relazione di lungo periodo col consumatore, posizionandosi per questo con rinnovata capillarità. A breve invece, ma solo dopo qualche mese d’inerzia, sono all’orizzonte delle M&A, vista la crisi di liquidità’.

    A certificare le perdite, Altagamma ha fornito la variazione del consunsus degli analisti per il 2020, con un Ebitda passato dal +4,5% della stima fornita a novembre 2019 al -30% attuale. La profittabilità delle imprese del lusso viene data in diminuzione del 30%. L’hard luxury, ovvero gioielli (-22%) e orologi (-25%), e l’abbigliamento (-21%) sono le categorie che soffriranno di più. Pelletteria (-16%) e cosmesi (-11%) i prodotti che meno decresceranno. Le aree previste più in sofferenza sono Europa (-29%) e Americhe (America Latina -21% e Nord America -22%). Meno l’Asia (-5%), con una grande influenza della Cina.

  • Black April for black gold, call to turn off the pumps

    On April 21, several ministers of OPEC+ held a teleconference to brainstorm the current dramatic oil market situation, the Organization of Petroleum Exporting Countries said. “They reiterated their commitment to the oil production adjustment reached during that videoconference,” OPEC wrote in a tweet. “They also called on HE (Algerian Energy Minister) Mohamed Arkab to continue holding such consultations on the market situation on regular basis,” they added.

    A day earlier, WTI futures for May delivery dived more than 100% to -$37.63 a barrel. June US crude futures tumbled 18% to $20.43 per barrel. Brent crude oil prices fell 8.9% to settle at $25.57 per barrel. The drop on April 21 for WTI contracted for May basically shows the markets distrust in the historic OPEC+ deal last week to cut production.

    International Energy Agency (IEA) head Fatih Birol has called for deeper oil productions cuts. “We continue to see extraordinary turmoil in oil markets in this ‘Black April’ for the industry. The OPEC+ supply cut is a solid start but insufficient to rebalance the market immediately due to the scale of the drop in demand,” he wrote in a tweet on April 21. He noted that the IEA suggests that those countries that made the recent decisions to reduce production act as soon as possible and also consider deeper cuts.

    Birol also urged the financial authorities to adopt measures to discourage disorderly market outcomes.

    Finally, the IEA suggests that countries with strategic reserves make capacities available to help take surplus barrels off the market.

  • Dieci proposte per salvare la musica in Italia

    Le principali associazioni che rappresentano l’intera filiera imprenditoriale della musica, dal live alle case discografiche, e gli editori musicali, il 20 aprile hanno trasmesso al Presidente del Consiglio Conte e ai Ministri dei beni Culturali e dell’Economia, Franceschini e Gualtieri, una serie di interventi evidenziando lo stato di crisi dell’intero comparto e la necessità di misure urgenti. Un settore che, secondo i dati di Italia Creativa raccolti da EY, vale quasi cinque miliardi di euro, occupando oltre 169 mila persone. Le associazioni firmatarie, AFI, Anem, Assomusica, FEM, FIMI e PMI hanno descritto una situazione drammatica che potrebbe protrarsi per lunghi mesi, soprattutto con riferimento al blocco degli eventi. Con il decreto del 4 marzo 2020 il Governo ha sospeso le manifestazioni, gli eventi e gli spettacoli di qualsiasi natura. In seguito sono state chiuse, prima a livello locale poi a livello nazionale, tutte le attività commerciali inclusi ovviamente anche gli esercizi attivi nel commercio di musica registrata. L’impatto di tali interventi è subito emerso nella sua magnitudine. Secondo le stime di Assomusica, a fine stagione estiva ammonteranno a circa 350 milioni di euro le perdite per il solo settore del live. A questo danno vanno aggiunte poi anche le perdite legate all’indotto, che l’Associazione stima in circa 600 milioni di euro. A livello di economia del lavoro, solo per gli eventi di musica popolare contemporanea lavorano circa 60 mila persone: famiglie e imprese che necessitano di uno sforzo e un supporto finanziario straordinario e duraturo da parte delle Istituzioni. A questo si sono ben presto aggiunti i danni relativi al mancato versamento dei diritti d’autore e connessi, in relazione alla mancata attività dal vivo e alla chiusura degli esercizi commerciali, discoteche, palestre ed altri luoghi di aggregazione. Il potenziale danno, per gli autori e per gli editori musicali, è stimato da Siae in termini di mancati incassi per diritto d’autore, per il 2020, a causa del lockdown e delle sue conseguenze in circa 200 milioni di euro, una cifra destinata a crescere esponenzialmente in base alla durata dell’emergenza sanitaria e in base alle tempistiche di graduale riapertura delle diverse attività. Le vendite di prodotto fisico (CD e vinili) sono crollate di oltre il 70% tra marzo e aprile (dati FIMI) e anche il digitale, a causa della contrazione di novità in uscita (per l’impossibilità di presentare novità e per la chiusura delle sale di registrazione) non è in grado di compensare il declino generale. Si prevede un durissimo contraccolpo con oltre 100 milioni di mancati ricavi solo nel 2020. Drammatici anche gli effetti sul lavoro. Il fermo delle attività ha prodotto in poche settimane effetti catastrofici sull’occupazione del settore con centinaia di migliaia di musicisti, tecnici, ecc. di fatto senza attività e con prospettive potenzialmente tragiche dal punto di vista economico. Gli interventi richiesti coprono interventi urgenti a fondo perduto, manovre fiscali e azioni operative atte a dare certezza alle attività.

  • Il Coronavirus provoca un overbooking di nozze per l’anno prossimo e di liti tra coppie già formate

    Il lockdown imposto dal governo per arginare il contagio da Covid 19 ha vietato feste e cerimonie di ogni tipo e così tra i settori più duramente colpiti dalla crisi da coronavirus c’è anche quello dei matrimoni, proprio nel periodo primavera-estate da aprile a luglio, in cui, per tradizione, vengono maggiormente celebrate e festeggiate le nozze. Un indotto fermo, piccole attività che stanno chiudendo, sposi che rischiano di perdere i soldi già anticipati.

    “Un intero settore in ginocchio”, afferma la wedding planner pescarese Simonetta Quieti, che aggiunge: “in molti stanno rinviando al 2021, sarà l’anno dei matrimoni infrasettimanali e invernali”. “E’ tutto l’indotto ad essere in fortissima crisi: wedding planner, fotografi, operatori video, fioristi, musicisti, ristoranti e strutture che lavorano solo sui matrimoni, negozi di bomboniere, tipografie, negozi di abiti da sposa  – sottolinea Quieti – E’ tutto fermo. La cosa che succederà è che verranno spostati tutti nel 2021, anno in cui ci saranno

    tantissimi matrimoni. Chi si doveva sposare nel 2020, lo farà l’anno prossimo, in un giorno infrasettimanale o in un periodo dell’anno in cui generalmente non ci si sposa, perché ovviamente la maggior parte delle date era già impegnata”.  “La difficoltà per gli sposi e per i wedding planner – aggiunge l’esperta – al momento è quella di riuscire a trovare una nuova data in cui tutti i fornitori sono disponibili. Il nostro lavoro, attualmente, è proprio quello di cercare di raccordare tutte le figure coinvolte. La situazione, però, è difficile. Ci sono fotografi che hanno chiuso la partita Iva e non sanno se la riapriranno, fioriste che si vedono costrette a chiudere. Io cerco di rassicurare gli sposi, ma c’è il rischio concreto che in alcuni casi si perdano i soldi già anticipati”. “Qualcuno che doveva sposarsi tra maggio e giugno sta provando a spostare a settembre o ad ottobre, ma io sono convinta che di fare matrimoni tradizionali per ora non se ne parli, perchè un banchetto, così come lo conosciamo, con centinaia di persone, è di fatto un assembramento. Non manca chi decide di sposarsi comunque, ma sostanzialmente in forma privata. E’ un settore completamente in ginocchio – conclude Simonetta Quieti – lavoriamo senza alcuna certezza”.

    Le coppie già unite intanto scoppiano: ben 2.867 donne si sono rivolte ai centri antiviolenza della Rete D.i.Re dal 2 marzo al 5 aprile 2020, il 74,5 per cento in più, pari a 1224 donne, rispetto alla media mensile registrata due anni fa. Le maggiori richieste di aiuto sono arrivate dalla Lombardia e dalla Toscana. Ottocentosei di questi casi (il 28%) sono nuovi, cioè sono donne alla prima richiesta di aiuto. Si tratta di “un’emergenza nell’emergenza che colpisce una significativa parte della popolazione costretta a trascorrere in casa con il maltrattante il periodo di quarantena in corso”, segnala l”Associazione Luca Coscioni, che ha deciso di scendere in campo al fianco di D.i.Re  creando CitBot, un sistema di intelligenza artificiale in grado di rispondere alle domande sul tema. E’ un servizio totalmente gratuito che fornisce informazioni in modo chiaro e preciso 24 ore su 24.

  • Anche il Modell Deutschland patisce la pandemia. E perde le ali (di Germanwings)

    Il coronavirus affligge anche le aziende tedesche. La compagnia aerea Lufthansa, che l’amministratore delegato Carsten Spohr aveva già preannunciato sulla rotta di divenire “più piccola” a causa della pandemia, ha reso noto il proprio piano di ristrutturazione che accanto alla riduzione della flotta prevede la chiusura del vettore low cost Germanwings. La scelta che ha provocato l’immediata reazione dei sindacati, è stata adottata dal cda sul presupposto che “ci vorranno anni” perché si torni a viaggiare come accadeva prima della pandemia. Per quanto attiene al personale Lufthansa vuole “cercare di offrire al maggior numero di persone possibile di continuare a lavorare all’interno del Gruppo. Pertanto, occorre organizzare rapidamente colloqui con i sindacati e i consigli dei lavoratori per discutere, tra l’altro, nuovi modelli occupazionali al fine di mantenere il maggior numero possibile di posti di lavoro”.

    Lufthansa perde ogni ora un milione di euro delle sue riserve di liquidità a causa della paralisi dei viaggi aerei dovuta alla nuova pandemia di coronavirus, secondo quanto ha comunicato Spohr in un video ai dipendenti.

    Nel piano annunciato sei Airbus A380 e sette A340-600, così come cinque Boeing 747-400, saranno definitivamente dismessi (si tratta di quelli a 4 motori, ritenuti troppo costosi in volo, secondo quanto rileva il giornale Handelsblatt, equivalente teutonico de Il Sole 24 Ore). Inoltre, dalle operazioni a corto raggio, undici Airbus A320 saranno ritirati. I sei A380 erano già stati programmati per la vendita ad Airbus nel 2022. La decisione di eliminare gradualmente sette A340-600 e cinque Boeing 747-400 è stata presa sulla base degli svantaggi ambientali ed economici di questi tipi di aerei, si legge nel comunicato. Con questa decisione, Lufthansa ridurrà la capacità dei suoi hub di Francoforte e Monaco di Baviera. Inoltre, Lufthansa Cityline ritirerà dal servizio anche tre Airbus A340-300. Dal 2015 il vettore regionale opera voli verso destinazioni turistiche di lungo raggio per Lufthansa.

    Anche Eurowings ridurrà il numero dei suoi aerei. Sulla chiusura di Germanwings – 1400 dipendenti – il gruppo scrive “l’attuazione dell’obiettivo di Eurowings di raggruppare le operazioni di volo in un’unica unità, definito prima della crisi, sarà ora accelerato, le operazioni di volo di Germanwings saranno interrotte”. Una decisione che ha fatto sollevare il sindacato, secondo il quale si approfitta in realtà dell’epidemia per ristrutturare l’impresa. Sono inoltre già stati rescissi gli accordi di wet lease con altre compagnie aeree , il che porterebbe ad una riduzione della flotta di circa il 10%. Anche le filiali Austrian Airlines e Brussels Airlines stanno rafforzando i loro piani di ristrutturazione. A causa della paralisi prodotta dal coronavirus, già dal 19 aprile Lufthansa lascia a terra quasi tutta la sua flotta, adoperando solo il 5% dei voli per riportare a casa i tedeschi rimasti in giro per il mondo.

  • La pandemia e l’obbligo delle riforme

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

    Non covid-bond, chiamamoli Eurobond. Sono, del resto, gli strumenti più importanti e virtuosi che l’Unione europea deve per un lungo periodo mettere in campo, in dimensioni notevoli e appropriate per il rilancio del sistema produttivo e industriale europeo che è stato, di fatto, in gran parte fermato dalla pandemia.

    Dopo che i rigidi parametri di austerità sono saltati dappertutto, anche nelle case dei più duri rigoristi, siamo travolti da un turbinio di centinaia, di migliaia di miliardi di euro e di dollari che i governi e le banche centrali dicono di voler disporre per affrontare l’emergenza.

    L’Unione europea ha sospeso il Patto di stabilità lasciando i governi liberi di decidere i loro interventi di sostegno all’economia e ai cittadini. Dai Paesi del G20, con gli Stati Uniti in testa, dovrebbero arrivare 5.000 miliardi di dollari di sostegni alle economie.

    A loro volta le banche centrali, oltre ai tassi di interesse a zero, hanno annunciato enormi iniezioni di liquidità nel sistema. La Bce metterebbe 870 miliardi di euro, equivalente al 7,3% del pil della zona euro, per comprare dal settore bancario titoli di stato e abs (titoli legati a traballanti asset sottostanti). La Federal Reserve, a sua volta, si dice pronta a garantire liquidità illimitata con lo stesso intento. La presidente della Bce, Christine Lagarde, ha affermato che “con le nostre operazioni di finanziamento stiamo mettendo a disposizioni fino a 3.000 miliardi di euro di liquidità”.Governi e banche centrali, inoltre, sottolineano che, se la situazione lo richiedesse, gli interventi potrebbero essere ampliati. Lo stesso si sta facendo in tutti gli altri Paesi del mondo, Cina compresa.

    A questo punto riteniamo che sia necessario fare un po’ di chiarezza proprio sul fronte economico e finanziario. Per bloccare la circolazione del contagio del virus è stato deciso di fermare le attività di importanti settori economici, E’ certamente doveroso che i governi facciano tutto ciò che è necessario, dal punto di vista organizzativo e finanziario, per sostenere economicamente le popolazioni costrette a stare in casa ed evitare che le imprese di tutte le dimensioni falliscano per ragioni che evidentemente non sono solo economiche. La quantificazione del sostegno sarà variabile rispetto alla durata dell’emergenza e alla dimensione dell’impatto economico nelle singole realtà nazionali.

    Cosa diversa è la politica monetaria annunciata dalle banche centrali. Esse hanno proposto nuovamente le stesse misure decise per far fronte alla Grande Crisi del 2008: acquistare obbligazioni pubbliche e altri titoli di più dubbio valore in loro possesso con la promessa che le banche beneficiarie facciano rifluire la liquidità verso gli investimenti produttivi e facciano prestiti alle famiglie e in particolare alle Pmi per supportarne le produzioni e i consumi.

    L’esperienza del passato decennio, purtroppo, ci dice che queste promesse non sono state mantenute. Al contrario, gli interventi delle banche centrali sono serviti soprattutto a stabilizzare situazioni compromesse delle banche too big to fail. Questa volta esse “non appaiono” come quelle che chiedono di essere salvate. Tutto passa, s’intende, sotto l’emergenza provocata dal coronavirus.

    Oggi, e lo abbiamo più volte ripetuto anche sulle pagine di questo giornale, il sistema bancario e in particolare quello ancora più potente e nebuloso dello shadow banking si trovano globalmente in una situazione molto più rischiosa di un decennio fa. Basti un dato per comprenderne la gravità: il debito pubblico e privato globale (senza il settore finanziario) è salito al 250 % del pil mondiale. Era del 200% nel 2008. Il gestore di questa enorme e complessa disponibilità finanziaria è ovviamente l’attuale sistema finanziario.

    Noi sosteniamo che sia arrivato il momento che gli Stati intervengano e non siano passivi spettatori, ma attivi e responsabili decisori. Se si è deciso che centinaia di milioni di persone restino chiuse in casa, che le fabbriche debbano fermarsi e che persino le chiese sospendano le loro funzioni, non è tollerabile che i mercati continuino ad avere mano libera come se non fosse successo assolutamente niente. Del resto, essi non sono i nuovi dei dell’Olimpo che possono decidere delle sorti del pianeta.

    Occorre che lo Stato intervenga nei mercati. Perché non bloccarli quando sono in preda ad un’irrazionalità incontrollata e speculativa? Che senso ha vedere le borse perdere il 10-15% in pochi minuti e poi affermare che deve essere così in quanto lo dice la legge suprema, “divina”, del liberismo economico? La domanda da porsi è quanto mai inquietante: è più importante la vita delle persone, delle imprese e l’economia reale oppure la finanza e il suo mercato

    Non si tratta di mettere alla berlina le banche. Anzi, il sistema creditizio è essenziale per il funzionamento dell’economia, dei commerci e delle nazioni. Ecco perché adesso occorre guidare la finanza verso una sua profonda revisione.

    Lasciare mano libera ancora una volta alla finanza speculativa e continuare a operare as usual sarebbe esiziale e significherebbe ripetere lo stesso errore compiuto dieci anni fa. E’ il momento che gli Stati impongano unitariamente una forma di “amministrazione controllata” sull’intero sistema bancario e finanziario, nel quale salvare la componente sana e liquidare quella malata e speculativa. Perciò è inevitabile la separazione tra le banche commerciali e quelle d’investimento. I risparmi delle famiglie e i depositi delle imprese non dovranno più essere usati o messi a garanzia di operazioni speculative di tutti i tipi, a cominciare dai derivati finanziari otc.

    O gli Stati interverranno oppure il sistema, il mercato con le sue pseudo regole attuali, presto o tardi provocherà altre catastrofi economiche e sociali.

    Di solito, dopo le grandi catastrofi o le terribili pandemie non si ritorna alle pratiche del passato, ma ci si impegna a riformare le legislazioni e il modus operandi ritenuti errati e dannosi.

    *già sottosegretario all’economia  **economista

  • Ora va fatto cosa non si fece

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 6 marzo 2020.

    È storicamente accertato che i grandi eventi di dimensione planetaria comportano sempre fibrillazioni più o meno profonde nei sistemi sociali, economici e finanziari e negli stessi equilibri geopolitici. Qualche settimana fa lo avevamo paventato sulle pagine di ItaliaOggi, anche se il coronavirus ancora non aveva avuto l’attuale diffusione.

    Siamo di fronte a una potenziale pandemia che purtroppo ha la forza devastante di provocare una generalizzata recessione economica e una nuova crisi finanziaria globale, tanto che una parte della stampa internazionale parla di una crisi peggiore di quella del 2008.

    Allora la crisi sistemica fu provocata dalle speculazioni finanziarie fuori controllo che portarono il sistema bancario americano al collasso, determinando una reazione a catena a livello mondiale. La crisi finanziaria riverberò i suoi effetti nei settori dell’economia reale provocando un crollo nei commerci internazionali, nelle produzioni industriali e nei livelli di vita di molti paesi.

    Questa volta la crisi sembra partire proprio dalla riduzione dei commerci e delle produzioni che l’epidemia sta inevitabilmente provocando. Di conseguenza si avrebbero anche riduzioni delle entrare e, quindi, la mancanza della necessaria liquidità per mantenere in vita le bolle finanziarie, in primis, quelle del debito pubblico e di quello corporate a livello globale.

    In questa situazione la capacità d’intervento delle banche centrali si è molto indebolita. Nei passati dieci anni, esse hanno usato quasi tutti i mezzi a loro disposizione, dalla riduzione del tasso d’interesse ai vari Quantative easing, per mantenere in piedi un sistema finanziario malato. Solo la Federal Reserve ha un piccolo margine che ha consentito di ridurre dello 0,5% il tasso di sconto. Comunque, interverranno ancora con flussi di nuova liquidità, ma dovranno stare attente a non eccedere per non provocare poi un’eventuale inflazione difficilmente controllabile. Sarebbe un vero disastro.

    Non è nostra intenzione portare acqua al mulino di chi vorrebbe usare il corona virus per giustificare la crisi finanziaria e coprire le enormi responsabilità di una finanza spregiudicata. Ma quello esposto potrebbe essere il meccanismo di una possibile nuova crisi.

    Auspichiamo, invece, che l’attuale emergenza possa portare a una revisione profonda dei processi economici e del modo in cui la finanza è gestita. Si sarebbe dovuto fare già dopo il 2008, ma l’occasione è stata persa e si è tornati alle vecchie pratiche e ai vecchi errati comportamenti, assumendo alti rischi e rifiutando di applicare le necessarie regole.

    Qualche riflessione importante, comunque, sta emergendo. Infatti, all’inizio di febbraio la rivista americana Foreign Policy ha pubblicato un interessantissimo studio intitolato «Gli Usa hanno bisogno di una nuova filosofia economica».

    La rivista, oggi di proprietà del Washington Post, è tra le più influenti nel campo delle politiche strategiche e geopolitiche americane. Detto per inciso, essa fu creata nel 1970 dal Prof. Samuel Huntington, noto per le sue tenebrose teorie riguardanti l’inevitabile «scontro di civiltà». Gli autori dello studio hanno ricoperto importanti ruoli nelle amministrazioni Usa. Ora sollevano con forza e in modo documentato tre questioni dirompenti.

    1) Prima di tutto l’ineludibile necessità di forti investimenti nelle infrastrutture, nelle nuove tecnologie, nell’innovazione e nell’istruzione per superare quello che chiamano «una stagnazione secolare». Sembra quasi scritto per l’Italia. Essa sarebbe una minaccia alla sicurezza nazionale superiore addirittura a quella del debito pubblico. Perciò lo studio distingue tra debito buono e debito cattivo: il primo crea crescita di lungo periodo e il secondo copre soltanto le spese correnti. Anche un generico abbattimento della pressione fiscale, motivato da ragioni ideologiche, andrebbe a beneficio delle fasce più ricche e a discapito della classe media e farebbe aumentare il debito cattivo.

    2) In secondo luogo, occorrerebbe riscoprire e riformulare la politica industriale. Al riguardo, lo studio ripercorre la storia economica degli Stati Uniti guidata da una precisa filosofia di sviluppo. Inizialmente ispirata dalle idee di Alexander Hamilton, il primo segretario del Tesoro nel periodo 1789-95, sul ruolo delle manifatture, è continuata sotto la guida del cosiddetto «Sistema americano» di sviluppo industriale, infrastrutturale e creditizio, formulato da Henry Clay, tra l’altro anche segretario di Stato tra il 1825 e il 1829, fino alla Great Society di Lyndon Johnson negli anni sessanta. Sono politiche che, purtroppo, hanno poi perso di popolarità.

    Lo studio propone di individuare missioni su grande scala, come l’esplorazione dello spazio e la costruzione di un’economia a emissione zero di CO2, per mobilitare l’intero sistema produttivo sul lungo periodo. Per fare ciò occorrerebbe che lo Stato, come avviene in Cina, metta a disposizione il credito necessario per la ricerca. Non basta la ricerca fatta dai privati che, com’è noto, è spesso motivata dalla logica del profitto a breve.

    3) Infine, occorre invertire la tendenza dell’outsourcing, che ha portato molte imprese americane (ma vale anche per l’Italia e per l’Europa) a spostare le proprie attività produttive all’estero, con una delocalizzazione selvaggia nei paesi con bassi salari e un fisco «più complice». Si propone, perciò, anche una decisa lotta contro i paradisi fiscali. Lo studio, invece, sostiene la necessità di investire nel lavoro e nell’aumento dei salari.

    Si tratta di un programma razionale, importante, valido per tutti i paesi, per portare l’economia nel suo solco naturale, quello di sviluppare le competenze e le occasioni di lavoro e di benessere e, contemporaneamente, salvaguardare l’ambiente.

    Sarebbe uno scossone alle pigre elucubrazioni che ancora pervadono il dibattito politico e economico.

    *già sottosegretario dell’Economia **economista

  • Tutto tace

    Un’affermazione ricorrente, specie detta da coloro che governano, è che la crisi legata al mondo delle costruzioni ed ai settori collegati impedisce sviluppo e posti di lavoro. Ma nonostante le molte promesse e dichiarazioni del governo ad oggi non solo non sono partite le grandi opere ma nemmeno si è proceduto a dare avvio a quelle più piccole, a partire dalla messa in sicurezza delle scuole. Tutto tace per quanto riguarda la bonifica di troppe aree inquinate, la messa in sicurezza dai rischi idrogeologici, la ricostruzione delle aree terremotate, un piano acqua potabile per rifare il nostro sistema idrico infatti è più l’acqua che è sprecata disperdendosi nel terreno di quella che arriva nelle nostre case.

    L’edilizia non può ripartire in assenza di programmi e rapide designazioni di quelle opere che servono, a livello nazionale o regionale, a ridare sviluppo e sicurezza al paese, incredibilmente ancora oggi gran parte di ponti e viadotti non sono ancora stati controllati. Ma è anche difficile immaginare che l’edilizia si risollevi quando nel settore privato non vi sono più nuove costruzioni per le eccessive imposizioni fiscali che portano molti a rinunciare a comperarsi la casa ed altri a disfarsi di quella che hanno.

    La crisi ha colpito tutti ma uno dei fatti più allarmanti, specie in un paese come il nostro nel quale da sempre tutti mirano ad acquistarsi la casa, è l’aumento del 25%, rispetto all’anno scorso, delle case messe all’asta. Le responsabilità specifiche delle banche e dei soggetti che erogano i mutui portano decine di migliaia di cittadini a dover sottostare alla perdita della loro abitazione venduta a prezzi molto inferiori al valore reale, mentre tantissimi altri cittadini mettono in vendita, anche sottocosto, i loro beni perché non sono più in grado di mantenerli. Da un lato troppe case in vendita dall’altro quasi nulle le opzioni d’affitto e mentre tasse e balzelli vari aumentano come pensare che l’edilizia possa riprendersi e con lei tutti gli altri, molti, settori collegati? Ma il governo tace e dorme e non certo il sonno del giusto.

  • Nel 2019 hanno chiuso due edicole al giorno

    La crisi della carta stampata affonda la rete di vendita. Ogni giorno dell’anno scorso sono scomparse due tra edicole e altre attività di vendita di quotidiani e riviste, per un totale complessivo di 781 perdute durante l’anno, con una variazione negativa del 5,2%. Un dato che aggrava ancora di più il bilancio dell’ultimo decennio: tra il 2011 ed il 2019, infatti, la rete della rivendita di quotidiani e riviste ha perso 4.102 attività, circa un quarto, il 22%, del totale delle imprese, passando da 18.447 a 14.345. E’ la stima fornita da Fenagi, l’associazione di giornalai ed edicolanti Confesercenti, in uno studio diffuso dall’Adnkronos.

    Il dato allarmante include tutti i negozi e pubblici esercizi che aggiungono all’attività prevalente la vendita dei giornali. Le edicole vere e proprie, cioè i tradizionali chioschi specializzati solo nella vendita di giornali e periodici e non riconvertiti ad altri prodotti o attività, sono ormai solo circa 5 mila in tutta Italia.

    Le difficoltà delle imprese sono legate a doppio filo al calo repentino delle vendite dei prodotti editoriali. Un fronte su cui il 2019 è un anno da dimenticare: i ricavi dalla vendita di quotidiani e periodici dovrebbero infatti essersi assestati a poco più di 1,9 miliardi, il 10% in meno rispetto al 2018 ed è il dato peggiore degli ultimi 5 anni, come stima Fenagi sulla base delle elaborazioni condotte sui dati resi pubblici dagli Uffici studi delle associazioni della filiera della carta.

    In particolare, i giornalai stimano che i ricavi da quotidiani si siano fermati a 855 milioni di euro, il 7,5% in meno sull’anno passato. Per le riviste e le altre pubblicazioni periodiche, invece, si prevedono vendite per 1.076 milioni di euro, con un calo vicino al 12%. Una riduzione marcata, con conseguenze su tutta la filiera dell’informazione, dalle redazioni alla rete di vendita, ormai in una situazione di crisi strutturale. I conti economici parlano chiaro: rispetto al 2013, il reddito medio delle imprese del commercio al dettaglio di giornali, riviste e periodici è sceso di circa un terzo, e ormai 6 edicole su 10 realizzano utili, ante imposte, di 10mila euro l’anno o ancora meno.

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