digitale

  • La produttività da fattore economico a mito predigitale

    Da oltre vent’anni il  nostro Paese non esprime una politica industriale in quanto ministri, accademici ed economisti periodicamente si sono innamoratoli della New Economy prima e di app, gig and sharing economy successivamente.

    Ora, come d’incanto, dal lessico quotidiano queste “innovative definizione di economie” sono assolutamente sparite.

    Contemporaneamente la domanda internazionale che aveva illuso i governi Renzi e Gentiloni di aver trovato la quadra per lo sviluppo del nostro Paese si ferma portando la nostra crescita allo 0.0%. Ecco, allora, riemergere le convinzioni e soprattutto le dottrine economiche obsolete precedenti la creazione del mercato globale. In questo senso, in considerazione del profilo della politica economica perseguita, l’attuale compagine governativa, dopo aver negato ostinatamente le difficoltà internazionali, si ritrova a gestire l’emergenza senza possedere alcuna competenza. Basti pensare alle previsioni dell’ottobre 2018 con una maggioranza di governo che si ostinava ad affermare la propria sicurezza in una crescita del +2% ed addirittura del + 3% per il 2019 e il 2020.

    L’ultima rilevazione statistica relativa al PIL dell’anno in corso vede amaramente una “crescita” zero, mentre per il 2020 la crescita è stata calcolata probabilmente in un misero +0,3%, “solamente” -2,7 punti percentuali in meno rispetto alle previsioni governative.

    A completare, tuttavia, il quadro disarmante relativo all’analisi economica assistiamo alle dichiarazioni dell’opposizione rispetto a questo governo e alla sua politica economica attraverso anche i  loro economisti “di riferimento” che parlano della diminuzione della produttività come causa della nostra mancata   crescita. Addirittura alcuni analisti si sono spinti persino ad affermare che se fossero stati mantenuti i livelli di produttività espressi nel 2018 oggi assisteremmo ad una crescita del +1%. Una analisi decisamente risibile e che comprende due errori clamorosi relativi al nuovo mercato globale.

    Per evidenziare tali ingiustificabili analisi  basta prendere ad esempio la Brembo. L’azienda lombarda si caratterizza per un alto tasso di produttività, frutto di continui investimenti in produttività e in digitalizzazione tanto da renderla una delle prime aziende al mondo nei sistemi frenanti. Eppure nel primo trimestre 2019 l’azienda di Bergamo ha registrato un calo del fatturato del -1,2%, con una diminuzione degli utili del 11,9% (prima evidenza dell’errore di valutazione).

    Passando ai quattordici distretti industriali del nord-est, come  quello della Calzatura della Riviera del Brenta, si nota che nel primo trimestre ha aumentato la cassa integrazione di oltre il 22% . Contemporaneamente, sempre nei distretti del Nord Est, solamente due, occhialerie e agroalimentare, risultano in crescita mentre tutti gli altri presentano flessioni e comunque arretramenti.

    Tornando alle analisi che si sono lette in questi giorni sia Brembo che i distretti industriali del Nord-Est rappresentano modelli di realtà industriali che più hanno investito nella digitalizzazione e, di conseguenza, nell’aumento della produttività: tuttavia registrano riduzioni di fatturati e soprattutto di ordinativi.

    La ragione di questa pericolosa inversione di tendenza rispetto al 2018 è identificabile nella diminuzione della domanda internazionale e, di conseguenza, le nostre aziende che fanno parte per la loro forte capacità innovativa delle filiere internazionali pagano una diminuzione del fatturato e degli ordini. Una cosa talmente evidente, essendo l’economia italiana Export Oriented ( primo errore di valutazione).

    In questo contesto di difficoltà internazionale, Volkswagen, in controtendenza, aumenta la redditività del 10% grazie al grandissimo successo della T-roc che dimostra, ancora una volta, come l’innovazione per risultare fondamentale e soprattutto vincente fino ad essere decisiva deve diventare innanzitutto espressione di una “innovazione di prodotto” e successivamente” di processo” (ed ecco chiarito il secondo errore di queste analisi  che si dichiarano in contrapposizione con la politica economica del governo).

    In questo contesto globale, anche se i distretti industriali hanno acquisito sempre nuova produttività grazie agli investimenti nell’innovazione tecnologica e di prodotto soffrono le dinamiche internazionali.

    Sembra invece incredibile come, ancora oggi, la produttività, che rappresenta sicuramente un fattore economico importante (espressione semplicemente della innovazione di processo), non sia così determinante in un mercato le cui dinamiche generali vengono  determinato dalla domanda (in quanto i nostri mercati sono saturi) e non certo dall’offerta come qualcuno sembra dimenticare.

    Si rimane basiti e senza parole nell’ascoltare dottrine economiche del governo ma al tempo stesso le posizioni espressione del fronte politico opposto, entrambe dimostrazione inequivocabile di un declino culturale che impedisce a questi soggetti di adattarsi alla nuova realtà ma soprattutto ai nuovi fattori del mercato globale. Sarà sempre troppo tardi quando queste dottrine toglieranno peso ai singoli fattori economici per capire che al mercato globale si reagisce con strategie globali e non attraverso il mantenimento di un parametro economico inteso come il mito predigitale della produttività.

     

     

  • Quattro imprese italiane su cinque pronte all’industria 4.0

    Il dato è confortante: ben il 78% delle aziende italiane ha avviato processi di trasformazione digitale, improntati verso l’Industria 4.0.

    In realtà la ricerca realizzata da Bcg e Ipsos tra le imprese fornisce un quadro caratterizzato da luci e ombre, presentando più di una criticità nel viaggio verso Industria 4.0. Tra le 170 aziende coinvolte (oltre 20 settori di appartenenza, con una prevalenza di realtà del Nord Italia) in termini di conoscenza il problema non esiste più: il 100% delle imprese conosce l’argomento.

    A distanza di oltre due anni dal varo dei maxi-incentivi fiscali disponibili per i beni “connessi”, il 22% del campione non ha avviato alcun progetto digitale e al momento non pianifica nulla sul tema. Il 78% delle aziende ha invece progetti in corso o comunque già pianificati, anche se le applicazioni in corso sono circoscritte ai primi step: ad esempio l’avvio di un primo progetto pilota in produzione o la connessione delle le prime macchine. Solo un quarto delle imprese (24%) si è invece già spinto oltre, avviando o completando la connessione con clienti e fornitori o addirittura arrivando a connettere l’intera catena del valore. In media i dati dicono quindi che solo il 19% delle imprese (il 24% del 78%) ha messo in pista progetti profondi e radicati, in grado di modificare in modo evidente i risultati ottenuti.

    Così, non sorprende più di tanto osservare che nel 54% dei casi le imprese non si sentano in grado di poter fare un bilancio sull’effetto incrementale di questi cambiamenti in termini di maggiori ricavi, mentre solo il 25% del campione segnala un saldo positivo. In generale solo il 14% delle aziende con progetti a bassa complessità dichiara di aver sperimentato un aumento di ricavi, percentuale che balza invece al 60% tra le imprese che hanno progetti di elevata maturità.

    Altro nodo chiave è quello delle competenze, con il 98% delle imprese a segnalare la necessità di un miglioramento in questo ambito. Nuove professionalità che in generale non avranno un riflesso significativo sui numeri della forza lavoro interna: ci si aspetta infatti un saldo negativo del 2% per impiegati dei livelli più bassi e operai, -1% tra gli impiegati di livello superiore, un aumento dell’1% tra i manager. Tra chi ha già avviato un progetto Industria 4.0, solo il 26% ha previsto team dedicati, nonostante nel 67% dei casi le aziende ammettono di attendersi un’elevata complessità nell’implementazione di questi progetti.

    La maggior parte delle aziende quindi considerano quello di Industria 4.0 un passaggio da gestire, almeno in un primo momento, soprattutto con risorse informatiche specializzate, dunque non sistemiche.

    “Nella fabbrica intelligente – spiega Jacopo Brunelli, partner e managing director di BCG, responsabile operations per Italia, Grecia, Turchia e Israele – saranno più fluide le competenze ricercate e verrà richiesta la capacità di andare oltre le tradizionali abilità tecniche del proprio ruolo. Inoltre, se lo scenario di una sostituzione completa della forza lavoro da parte dei robot sembra scongiurato perché gli automi saranno impiegati sempre più spesso per interagire con gli umani, prevediamo la ricerca di nuove figure professionali con specifiche competenze che coprano aree differenti”.

    Per Andrea Alemanno, senior client officer di Ipsos, “bisogna pensare alle possibilità che offre Industria 4.0; è una ‘rivoluzione copernicana’ che va ben oltre l’ottimizzazione dell’attuale, e consente di affrontare nuove sfide, e di guardare alla supply chain, alla gestione dei clienti e della produzione in modo diverso e costantemente evolutivo”.

    “A due anni e mezzo dalla partenza del piano industria 4.0 – commenta il vice presidente di Confindustria per la politica industriale Giulio Pedrollo – possiamo dire che ha funzionato e che le imprese hanno colto l’opportunità di innovare e di crescere. Una sfida importante e imprescindibile adesso è quella dell’adeguata formazione delle risorse umane già impiegate e soprattutto della creazione di nuovi profili che siano in grado di dispiegare al meglio le potenzialità di Industria 4.0”.

  • Tecnologico e modulare: ecco come sarà lo smarthotel del futuro

    La tecnologia sta facendo passi da gigante in tutto il settore della domotica. Un esempio è il successo dei dispositivi smart-home che permettono di comandare i nostri device in casa con un solo tocco o addirittura semplicemente parlando.

    Questo sviluppo sarà in grado di rivoluzionare anche l’intero settore del turismo attraverso un nuovo modo di interagire con gli ospiti, perché il digitale è una sorta di “passepartout” che apre nuovi orizzonti dell’offerta ricettiva e aumenta la qualità dell’esperienza dell’utente. L’impatto della tecnologia in ambito alberghiero è stato il tema di Hicon – Hospitality Innovation Conference, evento organizzato da Travel Appeal che si è tenuto allo spazio Base a Milano.

    “Questo settore – spiega Carniani, general manager di ToFlorence Hotel e analista della società di ricerca specializzata PhoCusWright – è a una svolta molto importante, che lascia intravedere una serie di altri ulteriori cambiamenti rispetto a quanto avvenuto dall’avvento di Internet ad oggi. Se devo riassumere in tre concetti questa evoluzione parlerei di potere dei viaggiatori, comandi vocali e trasporti 4.0. Le nuove generazioni sono inclini a muoversi in modo totalmente diverso, cercano esperienze diversificate e spendono solo un quarto del loro budget per i voli (dati Expedia 2018, ndr) destinandone oltre il 60% alla destinazione fra attività e tour vari (dati Simplenight 2016). L’avvento degli assistenti vocali come Amazon Alexa e Google Home rende il digitale invisibile e sposterà le prenotazioni su nuove piattaforme e non a caso i grandi player come Booking, Expedia e Lastminute si stanno già adeguando a un nuovo modello di distribuzione dei servizi. In un orizzonte più vicino di quello che pensiamo, infine, i mezzi di spostamento saranno determinanti poiché permetteranno di coprire grandi distanze in pochi minuti”.

    Il rischio in questi casi è sempre quello di rendere tutto un po’ troppo robotico e spersonalizzante. Per questo lo scopo è comunque quello di non rinunciare alla singolarità dell’utente.

    “Oggi le transazioni travel concluse online o via app sono circa la metà del totale ma oltre il 90% dei viaggiatori sceglie il proprio pacchetto sui canali digitali e conclude l’acquisto in agenzia”. Lo scenario descritto da Mirko Lalli, founder e Ceo di Travel Appeal, startup che analizza in tempo reale (grazie all’intelligenza artificiale) i dati online del settore turistico a beneficio di singole strutture o di catene e consorzi, è chiaro e spiega quanta strada ci sia ancora da fare per rendere più facile il processo di selezione del viaggio agli utenti. “La tecnologia – suggerisce in proposito Lalli – deve sparire per essere utile e di massimo impatto e deve essere così efficace da non essere concepita come qualcosa di complesso.”

    Pensare ad hotel completamente automatizzati, insomma, non è un’utopia ma secondo Lalli non può venire meno l’aspetto della socialità del viaggio. La catena olandese di boutique hotel Citizen M è un esempio a cui fare riferimento: “al check in/check out fai da te e alla prenotazione/pagamento online si affiancano spazi di co-working per lavorare in Wifi o un bar aperto 24×7, coniugando in modo intelligente la componente di socializzazione alle diverse possibilità che offre il digitale”.

    Lo smart hotel sarà fatto anche, e soprattutto, di persone. Anche Giovanna Manzi, Direttore Generale di Best Western Italia, è convinta che la tecnologia sia un elemento abilitante dell’evoluzione dell’hospitality in quanto “permette di sostituire il personale nelle azioni ripetitive e destinare queste risorse al miglioramento del servizio, che nel nostro caso rimane un fattore fortemente distintivo per differenziarsi da operatori come Airbnb, dove solo un quarto degli ospiti incontra fisicamente il proprio host”. Servire meglio il viaggiatore, insomma, rimane un aspetto centrale e va valorizzato con nuovi strumenti per vivere l’esperienza del soggiorno e con una maggiore efficienza di quei processi che il consumatore non vede. “Il cliente – osserva in proposito Manzi – si accorgerà piano piano dei vantaggi portati in dote dalla tecnologia e ne godrà i benefici attraverso una relazione che sarà sempre più personalizzata. Un hotel completamente automatizzato e digitalizzato, per contro, credo sia un’aberrazione se pensiamo alla cultura dell’hospitality italiana”.

    Ecco quindi come riuscire a costruire un a buona sintesi tra mondo reale e mondo virtuale nel settore dell’hotellerie.

  • European Parliament adopts Copyright Directive for the digital age

    An intense day at the European Parliament wrapped up on September 12 after the MEPs entered a lengthy voting session to decide on a Copyright Directive that would modernise intellectual property rights and bring them in line with the digital revolution by encouraging platforms like YouTube, owned by Google, to better reward content creators.

    The new regulations, however, remain controversial as opponents fear that the plans could destroy user-generated content. The bill’s supporters, however, claim the reforms are necessary to fairly compensate artists.

    Article 13 puts the onus on web giants to take measures to ensure that agreements with rights holders for the use of their work are working. This would require all internet platforms to filter content put online by users, which some say would be an excessive restriction on free speech.

    The new copyright law also requires online platforms to pay news organisations for the use of their content in what is being dubbed a “link tax”. Web giants will also now have to take measures to ensure that agreements with rights holders for the use of their work are working.

    In the case of the latter, critics charge that would require all internet platforms to filter content put online by users, which many believe would be an excessive restriction on free speech.

    The bill’s sponsor, Alex Voss of the European People’s Party, said the directive would not lead to any form of online censorship but instead strikes a balance between individual creators and larger online platforms that take advantage of their accounts.

    The proposal was approved with 438 votes in favour and 226 against, with 39 abstentions. This vote took place after the adoption of several amendments that were more favourable to major Web companies and advocates of digital freedom.

    The European Commission welcomed the adoption of the Parliament’s negotiating position, with the Vice-President for the Digital Single Market Andrus Ansip and the Commissioner for Digital Economy and Society Mariya Gabriel saying that discussions can now start on a legislative proposal that would boost the standing of the Digital Single Market strategy.

    Our aim for this reform is to bring tangible benefits for EU citizens, researchers, educators, writers, artists, press, and cultural heritage institutions and to open up the potential for more creativity and content by clarifying the rules and making them fit for the digital world,” Ansip and Gabriel said in a joint statements. “At the same time, we aim to safeguard free speech and ensure that online platforms – including 7,000 European online platforms – can develop new and innovative offers and business models.”

    The two Commissioners reiterated that the EU executive stands ready to start working with the European Parliament and the Council of the EU  for the swift adoption of the directive, “ideally by the end of 2018”.

     

  • Trend estivi 2018: lo shopping in spiaggia si fa con lo smartwatch

    La smaterializzazione del processo di pagamento fa dire addio ai contanti, ma la nuova frontiera della tecnologia, con la smaterializzazione della carta, fa dire addio anche ai pagamenti con il pos soprattutto in spiaggia. Grazie, infatti, agli orologi digitali si può tranquillamente lasciare a casa o in albergo la carta di credito.
    Così se tra piscina e ombrellone, viene la voglia di un gelato o di un aperitivo, basta dare un’occhiata al polso e digitare sul proprio orologio il codice per procedere al pagamento. Più liberi dunque, ma anche più leggeri per godersi le vacanze e anche le consumazioni sulla spiaggia, rimanendo in costume senza preoccuparsi di prendere borsa e portafoglio sotto l’ombrellone o in cabina.
    Per pagare basta avvicinare l’orologio al lettore tenendo il dito sul sensore oppure effettuare il riconoscimento del volto a seconda della tipologia di orologio che si indossa.
    Dall’abbonamento settimanale ombrellone-lettino a un semplice caffè preso in giornata, come per ogni acquisto fatto in modalità contactless, con l’orologio si possono effettuare transazioni di qualsiasi importo. Con un gesto semplice si può usufruire di un pagamento veloce e sicuro.
    Dopo la moneta elettronica, quindi, arriva il pagamento con gli orologi, grazie al chip NFC, che permette la comunicazione tra dispositivi che vengono avvicinati a una distanza massima di 4 cm. La trasmissione dei dati avviene in maniera criptata e la distanza così ridotta rende ancora più sicura la comunicazione, scongiurando il rischio di intercettazioni. Grazie all’NFC basta avvicinare il proprio orologio al POS fornito di tecnologia contactless, autorizzare il pagamento ed il ‘gioco’ è fatto.
    I vantaggi ottenuti dall’utilizzo di queste nuove tecnologie sono molti più di quanti si possa immaginare. I pagamenti tramite dispositivi smart permettono, infatti, come i pagamenti con carta di credito, di non portare con sé grosse somme di contante con il vantaggio che, in caso di furto o di smarrimento, nulla può essere prelevato (occorrono codici o impronte digitali). Inoltre, il commerciante non riceve nessuna informazione sulla carta registrata per il pagamento via orologio, ma solamente il codice della transazione.

  • Le imprese italiane ancora poco digitali

    Nonostante i passi in avanti degli ultimi anni, il rapporto tra le imprese e il mondo del digitale rimane tortuoso e con diverse difficoltà. Molto spesso l’approccio delle imprese risulta essere quasi disinteressato, come se tutto quello che riguarda la parte digitale dell’impresa fosse un di più.

    Secondo i dati di quest’anno del rapporto sulla competitività dei settori produttivi realizzato dall’Istat, il 63% delle imprese italiane realizza infatti nell’ambito Ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) investimenti irrilevanti. L’analisi, arrivata alla sesta edizione, pone il focus sulle strutture e le performance del sistema produttivo italiano. Questi numeri fotografano aziende poco produttive e scarsamente efficienti, mediamente di dimensioni ridotte, inserite in settori produttivi strettamente tradizionali. Il rapporto descrive un sistema chiaramente in transizione, con segnali di ripresa dal lato degli investimenti grazie anche al piano Industria 4.0. Elementi positivi che si contrappongono però a lacune ancora troppo evidenti.

    Anche se la risalita rispetto al biennio precedente è costante, il rapporto evidenzia infatti un ritmo di accumulazione del capitale modesto rispetto ai maggiori paesi europei, con ritardi soprattutto negli investimenti in beni immateriali. Il risultato è che la quota in investimenti fissi lordi in rapporto al Pil è più bassa della media dell’Unione (gap di 3,1 punti) e il divario tende ad allargarsi. Questi ritardi riguardano soprattutto l’area digitale, dove l’Italia paga un divario ancora troppo rilevante ad esempio nella velocità di connessione ad internet.

    Due terzi delle imprese italiane con oltre i dieci addetti ritengono poco rilevante l’Ict nella propria attività. Nella definizione Istat, queste imprese risultano “indifferenti”, a cui si contrappongono le aziende digitali “compiute” (elevato capitale fisico e umano, alta digitalizzazione e produttività) pari ad appena il 3% del totale, 5400 in tutto. Nel mezzo vi sono aziende “sensibili” al tema (18mila), impegnate ad investire in capitale umano, inserite più spesso nelle filiere di bevande, elettronica, informatica, audiovisivi. Modificare queste medie è importante non solo in termini di produttività ed efficienza ma anche in funzione della creazione di nuova occupazione: l’analisi Istat evidenzia infatti come nel biennio 2016-2017 le imprese più propense a digitalizzare abbiano creato in media più posti di lavoro ricomponendo inoltre l’assetto a vantaggio delle figure più qualificate. In media un’impresa su due qui ha aumentato le posizioni lavorative almeno del 3,5%, un valore cinque volte superiore rispetto alla categoria delle aziende “indifferenti”.

    I segnali di transizione positiva sono comunque evidenti, a cominciare dalla propensione ad investire: il 67% delle imprese dichiara infatti di averlo fatto nel corso del 2017. Nuovi percorsi di crescita che hanno anche contribuito a spingere verso l’alto la propensione innovativa calcolata dall’Istat, salita di quattro punti rispetto alla precedente rilevazione. Resta tuttavia rilevante il gap dimensionale, perché se è vero che ad aver investito sono quasi sette aziende su dieci, la percentuale crolla al 42% per le Pmi. Visto che l’Italia ha nel suo DNA le piccole-medio imprese, questa è una barriera da superare a livello globale.

    Questo ciclo di investimenti proseguirà comunque anche nel 2018, con quasi la metà del campione che prevede di spendere in nuovi software, il 31,9% in tecnologie di comunicazione, il 27% in connessioni ad alta velocità. Nelle simulazioni Istat, l’impatto delle misure di incentivazione dovrebbe produrre a livello globale per il Paese un aumento dello 0,1% degli investimenti totali sia nell’anno in corso che nel 2019. Le premesse per procedere nella direzione della crescita paiono dunque esserci, basta iniziare a cambiare mentalità.

     

  • Tutti alla fermata del tram dell’Innovazione per conoscere i segreti del digitale

    In occasione della Milano Digital Week (15-18 marzo), l’Associazione Women&Tech, fondata da Gianna Martinengo, ha organizzato, in partnership con ATM, un workshop itinerante. Al posto della classica sala riunioni, uno scenografico Tram Carrelli 1928 che, il 17 e 18 marzo, dal capolinea di Piazza Fontana, percorrerà le vie del centro, con tour che dureranno 45 minuti e saranno attivi dalle 10 alle 13 e dalle 14.30 alle 17.30, per un totale di 8 corse al giorno e 40 partecipanti per tour. Il Tram del Digitale è un “luogo in mobilità” nel quale i cittadini, gratuitamente, possono ascoltare le esperienze e le testimonianze dei protagonisti della trasformazione digitale. Non solo scenari futuribili, ma proposte concrete e soluzioni che raccontano come la tecnologia possa aiutare la vita quotidiana delle persone.
    Diversi i temi trattati dai professionisti che si daranno il cambio alla guida virtuale del tram: si andrà dalla smart mobility alla cybersecurity, dall’Internet delle Cose alla User Experience, dall’Intelligenza Artificiale alla robotica, all’Impresa 4.0. Particolare attenzione verrà posta alla ricaduta che il digitale ha sui rapporti interpersonali nelle aziende, nelle famiglie e nella società.
    A disposizione dei cittadini che vorranno salire su questo speciale mezzo ci saranno tablet forniti da Microsoft, che consentiranno di seguire gli interventi con il supporto di materiali digitali.

    Numerosi i protagonisti del mondo accademico e delle imprese che animeranno i workshop durante i tour del Tram dell’Innovazione. Il giro inaugurale si terrà sabato 17 marzo alle ore 10 e sarà aperto dagli interventi di Roberta Cocco, Assessore alla Trasformazione digitale e Servizi civici del Comune di Milano, Marco Granelli, Assessore alla Mobilità e Ambiente del Comune di Milano, Luca Bianchi, Presidente di ATM, Gianna Martinengo, imprenditrice, ideatrice del progetto; seguiranno le testimonianze di Arianna Fontana, Presidente Confartigianato-sezione di Milano, Elisa Liberale, responsabile Affari Legali di Microsoft, Anna Beduschi, Marketing Officer Italy di Talkwalker, Olga Iarussi, Ceo di Triumph, Gruppo Sella.

    La partecipazione agli appuntamenti del Tram dell’Innovazione è gratuita, previa registrazione online al seguente link https://www.eventbrite.it/e/registrazione-il-tram-dellinnovazione-44136124336?aff=erelpanelorg.

  • La Ue punta a sostituire i satelliti ai burocrati nella gestione della politica agricola comune

    La Commissione europea scommette sui satelliti per rendere più sostenibile l’agricoltura europea e tagliare la burocrazia della politica agricola comune. Le agenzie di pagamento nazionali già oggi usano alcuni dati del sistema di satelliti europei Copernico, ma l’Ue vuole accelerare. Il progetto pilota dell’Esa Sen4Cap, che vede l’Italia tra i paesi sperimentatori, vuole sfruttare il flusso di dati che arriva dai satelliti Copernico per realizzare un sistema automatico che sostituisca i controlli sul campo e riduca la burocrazie delle ‘domande Pac’ per gli agricoltori.

    I dati forniscono inoltre chance per aumentare l’efficienza e ridurre l’impatto ambientale dell’agricoltura. La Commissione europea stima che un’agricoltura digitalizzata, basata sull’integrazione di dati satellitari e sul terreno, possa portare guadagni in efficienza del 40% nella sola gestione dei concimi. «Siamo ancora in una fase iniziale di integrazione dei flussi di dati in applicazioni» utilizzabili dagli agricoltori, afferma il Cema, l’organizzazione di settore delle macchine agricole europee, perché molte aziende «ancora non vedono nel digitale un’opportunità per migliorare le loro pratiche agricole». «Tra qualche anno tutti gli agricoltori europei avranno uno smartphone – ha detto il dirigente della Commissione Tassos Haniotis – molti di questi dispositivi saranno fatti negli Usa o in Cina, ma i dati saranno europei e questo ci dà vantaggio tecnologico. Se non lo sfruttiamo ora lo perderemo per sempre».

  • In Italia start-up innovative, ma poco digitali

    Molto spesso gli investitori italiani pensano che in Italia non ci siano progetti giovani validi, che la qualità delle startup sia modesta. Questa affermazione puntualmente viene contestata, poiché spesso le idee imprenditoriali sono buone e i prodotti o i servizi di massima qualità. Quello che manca a queste imprese è la digitalizzazione, visto che una startup innovativa oggi non può prescindere da una presenza sul web.

    Nel 2016 il primo Report Startup Seo realizzato da Instilla, una startup tech italiana che si occupa di marketing digitale, aveva messo in luce che tra le startup innovative iscritte nel registro imprese ben 6 startup su 10 non avevano il sito web o ne avevano uno non funzionante.

    La seconda edizione del report “Startup Seo 2017 – La digitalizzazione delle startup in Italia”, evidenzia un miglioramento della situazione, ma c’è ancora molta strada da fare, considerando anche il fatto che i parametri presi in esame rappresentano davvero le condizioni di base per una qualsiasi impresa moderna.

    L’analisi ha preso in esame due categorie di imprese: la prima è composta dalle imprese iscritte al Registro delle Startup innovative (aggiornato a luglio 2017) che hanno dichiarato di avere un sito web; la seconda è composto dalle imprese supportate da ‘facilitatori’, ovvero un acceleratore, incubatore o investitore. Delle 7.568 imprese iscritte nel registro delle start up innovative a luglio del 2017 solo 3.760 (il 49,7%) ha una vetrina in rete che funziona.

    L’obiettivo è quello di stabilire il grado di digitalizzazione di queste imprese, considerando determinati parametri, alcuni in grado di misurare il livello base del sito (in particolare l’usabilità e la velocità da mobile) e il livello base di ottimizzazione Seo, la Search Engine Optimization, vale a dire quell’insieme di qualità e attenzioni dei contenuti di un sito che permettono di scalare i ranking nelle ricerche su Google. Solo 100 tra le start up esaminate hanno un sito che rispetta i parametri base per ottimizzare la ricerca, denotando un notevole ritardo rispetto ad altri Paesi Europei.

    “L’innovazione non passa solo attraverso il prodotto, deve essere supportata da un approccio al business che comprende anche il digitale”, spiega Alessio Pisa, Ceo di Instilla. “Paghiamo lo scotto di un ritardo culturale del Paese anche se avere un sito internet significa moltiplicare le opportunità di crescita e nonostante alcune regioni stiano cercando di colmare il gap con il resto dell’Europa”, prosegue Pisa.

    La classifica stilata da Instilla mette al primo posto, per innovazione digitale delle start up, il Molise (il 30,8% delle nuove imprese innovative di questa regione ha un sito), seguito dall’area del Trentino (18,7%) e dall’Emilia Romagna, terza con una quota del 17,1%. Agli ultimi posti, invece l’Abruzzo (8,5%), la Calabria (7,3%) e la Valle d’Aosta, dove la digitalizzazione è quasi del tutto assente.

    Le cose però stanno migliorando in tutte le regioni come dimostra il confronto con la precedente classifica del 2016. Grandi passi li ha fatti per esempio il Friuli Venezia Giulia, passato da un modesto 2,9% al 14,5% attuale, percentuale superiore a quella della Lombardia, dove solo il 13,9% delle start up ha un sito. Ancora molto indietro anche il Lazio, regione che resta inchiodata a una percentuale del 9,2%.

    Più incoraggiante la situazione sul fronte della fruibilità su dispositivi mobile: quasi il 90% dei siti web funzionanti è anche ottimizzato per la visualizzazione su uno smartphone; anche se quelli con una sufficiente velocità di caricamento sono poco più del 30%.

    Le startup del settore servizi e del settore primario hanno un indice di digitalizzazione superiore alla media nazionale del 12,4%. Il dato più preoccupante è che l’ultimo settore per digitalizzazione è quello del turismo, industria che dovrebbe essere tra le più floride in Italia, con solo l’8,6% delle startup che superano il livello base del sito.

Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.