digitale

  • L’inflazione digitale

    Il dibattito scatenato nel nostro paese relativamente all’utilizzo delle risorse finanziarie del Recovery Fund dimostra tristemente il livello culturale ed il massimalismo ideologico che definisce il perimetro della nostra residuale credibilità.

    Da più parti si inneggia ad una nuova e più incisiva spinta alla digitalizzazione tanto della nostra economia quanto della pubblica amministrazione. Una direzione certamente giusta che, per quanto riguarda la pubblica amministrazione, già parzialmente introdotta nel recente passato, si è tradotta invece in un onere aggiuntivo per gli utenti e paradossalmente in una perdita di produttività della stessa pubblica amministrazione (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linutile-crescita-della-produttivita/). Questa ulteriore spinta alla digitalizzazione, anche se applicata nel modo corretto, pur sperando in un miglioramento del livello di servizi (e magari finalmente della produttività), con molta difficoltà si potrebbe tradurre in un incremento di nuovi posti di lavoro rispetto a quanto lo possa produrre il turnover. La digitalizzazione applicata all’economia reale, viceversa, rappresenta un adeguamento dei canali e degli strumenti informatici che determinano quindi una forte velocizzazione dei collegamenti e dei complessi processi produttivi.

    Quindi va sottolineato, ancora una volta, come la conoscenza e la cultura all’interno di una impresa rappresentano una ricchezza difficile da valutare in un bilancio tuttavia fondamentali per il futuro della stessa azienda nel complesso mercato globale.

    Rimane evidente, tuttavia, la visione parziale di queste scelte strategiche, specialmente se riferite alle strategie proposte dal governo. Il fattore velocità in un mercato aperto e competitivo sempre più diventa fondamentale se inteso come il time-to-market per rispondere ad un bisogno del mercato da parte di una azienda attraverso il proprio bene o servizio. In altre parole, l’intera economia occidentale risulta condizionata da un mercato saturo e quindi, come logica conseguenza, il sistema industriale o politico non è in grado di condizionarlo come dimostra il flop degli ecoincentivi per le auto elettriche.

    Il nostro sistema economico risulta caratterizzato da un livello di saturazione tale per cui sono le informazioni che vengono dal mercato ad indicare le tendenze dei prodotti e dei servizi richiesti (Pull) alle quali la capacità dell’impresa industriale, appunto attraverso una sempre maggiore velocità di produzione, riesce a far fronte attraverso un bene od un servizio nel minore tempo possibile. Specialmente in relazione alla indicazione proveniente dal mercato la digitalizzazione risulta quindi fondamentale nella sua individuazione e trasmissione al mondo industriale quindi produttivo. Una velocità che deve essere mantenuta anche nel processo inverso dall’azienda verso il mercato, cioè in relazione ai tempi di consegna.

    Anche nel “ritorno” della risposta rispetto a quanto appreso dal mercato per via digitale ancora una volta risulterà determinante il fattore velocità ma in fortissimo rapporto con la sua sostenibilità economica.

    Quindi, nella prima fase la digitalizzazione è fondamentale in quanto consente di ottenere maggiori ed immediati feedback dal mercato per poi elaborarli e trasferirli in produzione in tempi altrettanto ristretti. Successivamente, però, nel percorso inverso, dall’azienda al mercato ed all’utente, risulta evidente che alla stessa velocità si deve aggiungere anche il fattore economico, entrambi determinanti e fondamentali per il completamento di questo ciclo economico e commerciale.

    Al di là quindi di ogni economia digitale risulta fondamentale il costo del trasporto delle merci e di conseguenza del gasolio. Questo sistema rappresentato dai due sensi di marcia risulta assolutamente sconosciuto, o peggio, addirittura negato in virtù di un massimalismo vetero/ecologico applicato all’economia dall’attuale governo. I suoi rappresentanti intendono entro l’anno, infatti, eliminare gli “incentivi” al gasolio virando nella  direzione opposta delle altri nazioni europee e portare il prezzo del gasolio a 1,43 al litro. Basti ricordare come in Germania attualmente il prezzo del gasolio sia di 1,03 al litro: una differenza che determina già ora rispetto al prezzo medio italiano un costo inferiore di quasi -30% rispetto al nostro prezzo medio di 1,27.

    Ora, se venisse confermata questa sciagurata strategia del ministro Costa, la differenza di costo alla pompa salirà al +43% per il trasporto merci che all’80% viaggia su gomma. Quindi, paradossalmente, le nostre merci come qualsiasi utenza professionale pagheranno un +43% in più il prezzo del gasolio al quale vanno aggiunti nel caso italiano il prezzo proibitivo delle autostrade che in Germania sono gratuite.*

    Questo aumento dei costi del trasporto delle merci innescherebbe inevitabilmente una spirale inflattiva in presenza già di una conclamata recessione economica: inflazione il cui andamento risulterà proporzionale alla velocità dei feedback del mercato e quindi dalla digitalizzazione stessa.

    Il terribile combinato inflazione e recessione economica andrebbe a gravare ancora una volta sulle spalle dei contribuenti attraverso l’aumento dei prezzi al consumo. Un disastro economico che colpirà ovviamente le famiglie a reddito Inferiore. Il tutto in nome di un massimalista vetero ambientalismo che vede nel motore gasolio (il massimo per efficienza energetica) il nemico assoluto: classico esempio di strategie ideologica la quale Individua in un nemico il fattore aggregante.

    L’effetto combinato di questo massimalismo ideologico, unito ad una incompetenza governativa mai raggiunta nella storia della Repubblica Italiana, verrà pagato dall’utenza italiana e trasformerà una opportunità come quella del Recovery Fund nell’ennesima occasione per aggravare accise e tasse e perdere competitività nei confronti del contesto internazionale.

    (*) Per carità di Patria si evita di calcolare il livello medio retributivo tedesco superiore del 30% ad un pari livello italiano in quanto porterebbe il costo del gasolio per l’utenza Italiana a +70% .

  • Il nuovo parco giochi digitale

    Il fondo statunitense Kkr, investitore con 1,8 miliardi nella società FiberCop (la nascente società dovrà gestire la migrazione alla Fibra), si vedrà riconosciuta come quota azionaria il 37,9%, Telecom (partecipata già dalla cassa depositi e prestiti) possiederà la quota maggioritaria del 58% mentre a Fastweb verrà assegnato un 4,5% in ragione del proprio investimento. Il controllo di questa società di conseguenza risulta essere in capo a società e fondi privati.

    Un’operazione che ricorda da vicino quella relativa all’autostradale operata alla fine degli anni 90 e che ha portato il sistema infrastrutturale autostradale italiano all’attuale situazione culminata con il disastro del Ponte Morandi di Genova (https://www.ilpattosociale.it/attualita/autostrade-lincompiuta/).

    Tornando al settore digitale, questa operazione più finanziaria che infrastrutturale vede l’operatore politico e pubblico attori principali anche attraverso la garanzia che viene assicurata all’investitore privato (Kkr) di un rendimento del 9% per il proprio impegno finanziario. Un impegno al rendimento minimo assicurato sulla carta dall’aumento dell’utenza, nella realtà qualora questo non venisse raggiunto dall’aumento delle tariffe.

    Ancora una volta, se da una parte l’esperienza della gestione privata di autostrade non ha insegnato nulla, in quanto la Germania e la Svizzera dimostrano come le reti infrastrutturali possano tranquillamente essere gestite nell’interesse di cittadini da un ente pubblico, così nella telefonia lo Stato invita legittimamente un fondo privato straniero assicurandogli addirittura il rendimento minimo del 9%, di fatto regalando il monopolio a degli operatori privati con un ruolo marginale, anche azionario, di cassa depositi e prestiti.

    Si sceglie quindi una strategia economica spuria a metà tra pubblico e privato la quale tuttavia assicura la perdita di indirizzo da parte dello Stato a favore della gestione della società come sempre finalizzata a rendimenti immediati (Roe) a discapito degli investimenti di medio e lungo termine.

    Una soluzione scellerata per una rete infrastrutturale che dimostra il livello della visione strategica delle infrastrutture fisiche o digitali della nostra classe dirigente e politica. L’Italia con le proprie infrastrutture continua ad essere il parco giochi per interessi privati molto spesso garantiti dallo Stato stesso.

  • 2020: la fiscalità digitale di svantaggio

    Uno dei più giganteschi errori che siano stati commessi nelle analisi politiche ed economiche relative al terzo millennio è quello che indicava nella scomparsa delle ideologie il tratto caratterizzante. I due blocchi contrapposti di Occidente e Oriente, che hanno caratterizzato sostanzialmente il confronto politico all’interno di tutti i paesi occidentali, sono evidentemente venuti meno con la caduta del Muro di Berlino.

    La contrapposizione ideologica, tuttavia, si è trasferita dal terreno politico a quello economico con effetti ancora più devastanti. Risulta evidente, infatti, come la contrapposizione e la stessa applicazione di una ideologia politica possano determinare degli effetti per la vita reale e quotidiana tutto sommato relativi. Uno stato democratico assicura per sua stessa natura la mancanza di un partito dominante ed egemone.

    Risulta quindi evidente come anche la più integralista visione politica espressa da un partito, anche se di maggioranza relativa, debba scendere a dei compromessi rispetto al proprio impianto ideologico al fine di comporre una maggioranza governativa.

    Viceversa, questo atteggiamento fortemente ideologizzato, quando viene trasferito all’interno del potere esecutivo e quindi governativo, determina immediatamente, attraverso le proprie strategie e conseguenti scelte operative, degli effetti che si riverberano nella vita quotidiana dei cittadini con degli esiti immediati.

    Sono passati solo cinque giorni dall’accordo sul Recovery Fund il quale sembrerebbe aver ridato centralità ed autorevolezza all’Unione Europea con una forte enfasi del governo italiano in carica.

    In questo nuovo scenario politico il governo Conte si dimostra, invece, ancora una volta, in rotta di collisione con le indicazioni della massima autorità economica europea (Bce), dimostrando una intransigenza politica ed ideologica molto simile a quella dei “sovranisti” dai quali invece afferma di volersi distinguere. Ancora una volta, infatti, il governo nella manovra aggiuntiva del prossimo agosto intende penalizzare l’utilizzo dei contanti nonostante il parere fortemente negativo della Bce (https://www.italiaoggi.it/news/la-bce-boccia-il-governo-conte-sulla-limitazione-del-contante-non-e-affatto-dimostrato-che-serva-a combattere-2416294). Il massimo organismo europeo afferma come nella lotta all’evasione il paradigma della guerra al contante risulti assolutamente inutile ma anche dannoso specialmente per le fasce più povere della popolazione. Quindi la massima autorità finanziaria europea, dalla quale si pretende il quantitative easing, umilia ancora una volta la scelta ideologica più che economica del nostro governo. Rasenta infatti ormai il ridicolo questo nuovo furore “sessantottino” applicato all’economia ed in più in un periodo di grandissima difficoltà, sempre incurante degli effetti per le fasce di popolazione più povere, come sottolineato dalla Bce.

    La fiscalità di vantaggio ha ragione di esistere con il fine di attrarre investimenti dall’estero creando comunque una diseguaglianza rispetto agli investitori nazionali. Quando questa, poi, viene invece applicata solo in rapporto ad una modalità di pagamento attraverso la moneta digitale rappresenta una violazione dei principi di uguaglianza di fronte alle norme anche fiscali diventando una fiscalità di svantaggio per le fasce meno attrezzate digitalmente. Una sordità ed una incompetenza che non hanno riscontri precedenti relative ad una simile contrapposizione tra i cosiddetti filo-europeisti, come ama definirsi la maggioranza di Governo, e la massima autorità monetaria europea.

    Il terzo millennio risulta quindi caratterizzato dal trasferimento del confronto ideologico dalla politica all’economia i cui effetti, come ampiamente anticipato, risulteranno sempre a carico delle fasce più deboli della popolazione.

    In economia quando l’ideologia prende il posto della competenza viene a determinarsi un quadro economico e sociale con effetti molto pesanti in termini di sostenibilità economica in particolar modo per le fasce di popolazione più esposte. Nel terzo millennio quindi si può tranquillamente affermare come il pragmatismo economico venga sacrificato alla ideologia dominante anche se questo determinasse un costo aggiuntivo per i propri cittadini.

  • Digitale e tecnologia, la scuola italiana ai tempi del Coronavirus

    Riceviamo e pubblichiamo una lettera del Presidente dell’AEDE, Prof. Silvano Marseglia

    Cari Colleghi ed amici,

    le vicende legate al “Coronavirus” ci stanno chiedendo un cambio di abitudini e ci impongono la necessità di restare in casa. Ci troviamo così catapultati in un mondo al quale non eravamo abituati, al di fuori dei nostri abituali impegni, al di fuori della scuola, al di fuori di ogni attività.

    Sappiamo bene che dobbiamo fedelmente ubbidire a queste prescrizioni per proteggere la nostra vita e quella degli altri. Non c’è nulla, infatti, di più sacro della vita e del suo valore e noi abbiamo l’obbligo di difenderla.

    Questa situazione, comunque, ha coinvolto notevolmente anche le scuole che, di fronte all’emergenza, hanno  ricercato modalità di insegnamento che potessero permettere di superare le barriere fisiche per coinvolgere gli allievi attraverso eccellenti forme di didattica a distanza.

    Le nuove tecnologie ed i mezzi di comunicazione digitale sono diventati degli ottimi alleati. Veramente ammirevole, pertanto, l’impegno dei docenti che con sacrificio e professionalità  hanno trasformato tempestivamente la loro attività didattica tracciando canali di apprendimento capaci di coniugare l’aspetto cognitivo con quello pedagogico. In questo modo, con un sistema che si va perfezionando di giorno in giorno, stanno sopperendo , in una situazione imprevedibile , a mantenere vivo l’impegno della scuola e sono riusciti ad evitare, in maniera improvvisa ed imprevista, che l’assenza della normale attività didattica in classe potesse creare negli allievi disorientamento o, addirittura, la percezione di vacanze estese.

    In sostanza, in questo momento molto duro per tutti, la scuola, grazie alla passione che i docenti ripongono nel loro lavoro, sta restituendo un po’ di normalità agli alunni di ogni ordine e grado di scuola ed ai loro genitori.

    Un vivo grazie, pertanto,  a tutti loro,  unitamente ad un grazie riconoscente nei confronti di tutto il mondo sanitario impegnato in prima linea contro un nemico comune.

    In conclusione vi chiedo, cortesemente, di rimanere in contatto tra noi, in un clima di grande solidarietà reciproca, guardando avanti con fiducia.

    Un caro saluto a tutti.

    Silvano Marseglia
    Presidente europeo
    Association Européenne des Enseignants/European Association of Teachers

  • La produttività da fattore economico a mito predigitale

    Da oltre vent’anni il  nostro Paese non esprime una politica industriale in quanto ministri, accademici ed economisti periodicamente si sono innamoratoli della New Economy prima e di app, gig and sharing economy successivamente.

    Ora, come d’incanto, dal lessico quotidiano queste “innovative definizione di economie” sono assolutamente sparite.

    Contemporaneamente la domanda internazionale che aveva illuso i governi Renzi e Gentiloni di aver trovato la quadra per lo sviluppo del nostro Paese si ferma portando la nostra crescita allo 0.0%. Ecco, allora, riemergere le convinzioni e soprattutto le dottrine economiche obsolete precedenti la creazione del mercato globale. In questo senso, in considerazione del profilo della politica economica perseguita, l’attuale compagine governativa, dopo aver negato ostinatamente le difficoltà internazionali, si ritrova a gestire l’emergenza senza possedere alcuna competenza. Basti pensare alle previsioni dell’ottobre 2018 con una maggioranza di governo che si ostinava ad affermare la propria sicurezza in una crescita del +2% ed addirittura del + 3% per il 2019 e il 2020.

    L’ultima rilevazione statistica relativa al PIL dell’anno in corso vede amaramente una “crescita” zero, mentre per il 2020 la crescita è stata calcolata probabilmente in un misero +0,3%, “solamente” -2,7 punti percentuali in meno rispetto alle previsioni governative.

    A completare, tuttavia, il quadro disarmante relativo all’analisi economica assistiamo alle dichiarazioni dell’opposizione rispetto a questo governo e alla sua politica economica attraverso anche i  loro economisti “di riferimento” che parlano della diminuzione della produttività come causa della nostra mancata   crescita. Addirittura alcuni analisti si sono spinti persino ad affermare che se fossero stati mantenuti i livelli di produttività espressi nel 2018 oggi assisteremmo ad una crescita del +1%. Una analisi decisamente risibile e che comprende due errori clamorosi relativi al nuovo mercato globale.

    Per evidenziare tali ingiustificabili analisi  basta prendere ad esempio la Brembo. L’azienda lombarda si caratterizza per un alto tasso di produttività, frutto di continui investimenti in produttività e in digitalizzazione tanto da renderla una delle prime aziende al mondo nei sistemi frenanti. Eppure nel primo trimestre 2019 l’azienda di Bergamo ha registrato un calo del fatturato del -1,2%, con una diminuzione degli utili del 11,9% (prima evidenza dell’errore di valutazione).

    Passando ai quattordici distretti industriali del nord-est, come  quello della Calzatura della Riviera del Brenta, si nota che nel primo trimestre ha aumentato la cassa integrazione di oltre il 22% . Contemporaneamente, sempre nei distretti del Nord Est, solamente due, occhialerie e agroalimentare, risultano in crescita mentre tutti gli altri presentano flessioni e comunque arretramenti.

    Tornando alle analisi che si sono lette in questi giorni sia Brembo che i distretti industriali del Nord-Est rappresentano modelli di realtà industriali che più hanno investito nella digitalizzazione e, di conseguenza, nell’aumento della produttività: tuttavia registrano riduzioni di fatturati e soprattutto di ordinativi.

    La ragione di questa pericolosa inversione di tendenza rispetto al 2018 è identificabile nella diminuzione della domanda internazionale e, di conseguenza, le nostre aziende che fanno parte per la loro forte capacità innovativa delle filiere internazionali pagano una diminuzione del fatturato e degli ordini. Una cosa talmente evidente, essendo l’economia italiana Export Oriented ( primo errore di valutazione).

    In questo contesto di difficoltà internazionale, Volkswagen, in controtendenza, aumenta la redditività del 10% grazie al grandissimo successo della T-roc che dimostra, ancora una volta, come l’innovazione per risultare fondamentale e soprattutto vincente fino ad essere decisiva deve diventare innanzitutto espressione di una “innovazione di prodotto” e successivamente” di processo” (ed ecco chiarito il secondo errore di queste analisi  che si dichiarano in contrapposizione con la politica economica del governo).

    In questo contesto globale, anche se i distretti industriali hanno acquisito sempre nuova produttività grazie agli investimenti nell’innovazione tecnologica e di prodotto soffrono le dinamiche internazionali.

    Sembra invece incredibile come, ancora oggi, la produttività, che rappresenta sicuramente un fattore economico importante (espressione semplicemente della innovazione di processo), non sia così determinante in un mercato le cui dinamiche generali vengono  determinato dalla domanda (in quanto i nostri mercati sono saturi) e non certo dall’offerta come qualcuno sembra dimenticare.

    Si rimane basiti e senza parole nell’ascoltare dottrine economiche del governo ma al tempo stesso le posizioni espressione del fronte politico opposto, entrambe dimostrazione inequivocabile di un declino culturale che impedisce a questi soggetti di adattarsi alla nuova realtà ma soprattutto ai nuovi fattori del mercato globale. Sarà sempre troppo tardi quando queste dottrine toglieranno peso ai singoli fattori economici per capire che al mercato globale si reagisce con strategie globali e non attraverso il mantenimento di un parametro economico inteso come il mito predigitale della produttività.

     

     

  • Quattro imprese italiane su cinque pronte all’industria 4.0

    Il dato è confortante: ben il 78% delle aziende italiane ha avviato processi di trasformazione digitale, improntati verso l’Industria 4.0.

    In realtà la ricerca realizzata da Bcg e Ipsos tra le imprese fornisce un quadro caratterizzato da luci e ombre, presentando più di una criticità nel viaggio verso Industria 4.0. Tra le 170 aziende coinvolte (oltre 20 settori di appartenenza, con una prevalenza di realtà del Nord Italia) in termini di conoscenza il problema non esiste più: il 100% delle imprese conosce l’argomento.

    A distanza di oltre due anni dal varo dei maxi-incentivi fiscali disponibili per i beni “connessi”, il 22% del campione non ha avviato alcun progetto digitale e al momento non pianifica nulla sul tema. Il 78% delle aziende ha invece progetti in corso o comunque già pianificati, anche se le applicazioni in corso sono circoscritte ai primi step: ad esempio l’avvio di un primo progetto pilota in produzione o la connessione delle le prime macchine. Solo un quarto delle imprese (24%) si è invece già spinto oltre, avviando o completando la connessione con clienti e fornitori o addirittura arrivando a connettere l’intera catena del valore. In media i dati dicono quindi che solo il 19% delle imprese (il 24% del 78%) ha messo in pista progetti profondi e radicati, in grado di modificare in modo evidente i risultati ottenuti.

    Così, non sorprende più di tanto osservare che nel 54% dei casi le imprese non si sentano in grado di poter fare un bilancio sull’effetto incrementale di questi cambiamenti in termini di maggiori ricavi, mentre solo il 25% del campione segnala un saldo positivo. In generale solo il 14% delle aziende con progetti a bassa complessità dichiara di aver sperimentato un aumento di ricavi, percentuale che balza invece al 60% tra le imprese che hanno progetti di elevata maturità.

    Altro nodo chiave è quello delle competenze, con il 98% delle imprese a segnalare la necessità di un miglioramento in questo ambito. Nuove professionalità che in generale non avranno un riflesso significativo sui numeri della forza lavoro interna: ci si aspetta infatti un saldo negativo del 2% per impiegati dei livelli più bassi e operai, -1% tra gli impiegati di livello superiore, un aumento dell’1% tra i manager. Tra chi ha già avviato un progetto Industria 4.0, solo il 26% ha previsto team dedicati, nonostante nel 67% dei casi le aziende ammettono di attendersi un’elevata complessità nell’implementazione di questi progetti.

    La maggior parte delle aziende quindi considerano quello di Industria 4.0 un passaggio da gestire, almeno in un primo momento, soprattutto con risorse informatiche specializzate, dunque non sistemiche.

    “Nella fabbrica intelligente – spiega Jacopo Brunelli, partner e managing director di BCG, responsabile operations per Italia, Grecia, Turchia e Israele – saranno più fluide le competenze ricercate e verrà richiesta la capacità di andare oltre le tradizionali abilità tecniche del proprio ruolo. Inoltre, se lo scenario di una sostituzione completa della forza lavoro da parte dei robot sembra scongiurato perché gli automi saranno impiegati sempre più spesso per interagire con gli umani, prevediamo la ricerca di nuove figure professionali con specifiche competenze che coprano aree differenti”.

    Per Andrea Alemanno, senior client officer di Ipsos, “bisogna pensare alle possibilità che offre Industria 4.0; è una ‘rivoluzione copernicana’ che va ben oltre l’ottimizzazione dell’attuale, e consente di affrontare nuove sfide, e di guardare alla supply chain, alla gestione dei clienti e della produzione in modo diverso e costantemente evolutivo”.

    “A due anni e mezzo dalla partenza del piano industria 4.0 – commenta il vice presidente di Confindustria per la politica industriale Giulio Pedrollo – possiamo dire che ha funzionato e che le imprese hanno colto l’opportunità di innovare e di crescere. Una sfida importante e imprescindibile adesso è quella dell’adeguata formazione delle risorse umane già impiegate e soprattutto della creazione di nuovi profili che siano in grado di dispiegare al meglio le potenzialità di Industria 4.0”.

  • Tecnologico e modulare: ecco come sarà lo smarthotel del futuro

    La tecnologia sta facendo passi da gigante in tutto il settore della domotica. Un esempio è il successo dei dispositivi smart-home che permettono di comandare i nostri device in casa con un solo tocco o addirittura semplicemente parlando.

    Questo sviluppo sarà in grado di rivoluzionare anche l’intero settore del turismo attraverso un nuovo modo di interagire con gli ospiti, perché il digitale è una sorta di “passepartout” che apre nuovi orizzonti dell’offerta ricettiva e aumenta la qualità dell’esperienza dell’utente. L’impatto della tecnologia in ambito alberghiero è stato il tema di Hicon – Hospitality Innovation Conference, evento organizzato da Travel Appeal che si è tenuto allo spazio Base a Milano.

    “Questo settore – spiega Carniani, general manager di ToFlorence Hotel e analista della società di ricerca specializzata PhoCusWright – è a una svolta molto importante, che lascia intravedere una serie di altri ulteriori cambiamenti rispetto a quanto avvenuto dall’avvento di Internet ad oggi. Se devo riassumere in tre concetti questa evoluzione parlerei di potere dei viaggiatori, comandi vocali e trasporti 4.0. Le nuove generazioni sono inclini a muoversi in modo totalmente diverso, cercano esperienze diversificate e spendono solo un quarto del loro budget per i voli (dati Expedia 2018, ndr) destinandone oltre il 60% alla destinazione fra attività e tour vari (dati Simplenight 2016). L’avvento degli assistenti vocali come Amazon Alexa e Google Home rende il digitale invisibile e sposterà le prenotazioni su nuove piattaforme e non a caso i grandi player come Booking, Expedia e Lastminute si stanno già adeguando a un nuovo modello di distribuzione dei servizi. In un orizzonte più vicino di quello che pensiamo, infine, i mezzi di spostamento saranno determinanti poiché permetteranno di coprire grandi distanze in pochi minuti”.

    Il rischio in questi casi è sempre quello di rendere tutto un po’ troppo robotico e spersonalizzante. Per questo lo scopo è comunque quello di non rinunciare alla singolarità dell’utente.

    “Oggi le transazioni travel concluse online o via app sono circa la metà del totale ma oltre il 90% dei viaggiatori sceglie il proprio pacchetto sui canali digitali e conclude l’acquisto in agenzia”. Lo scenario descritto da Mirko Lalli, founder e Ceo di Travel Appeal, startup che analizza in tempo reale (grazie all’intelligenza artificiale) i dati online del settore turistico a beneficio di singole strutture o di catene e consorzi, è chiaro e spiega quanta strada ci sia ancora da fare per rendere più facile il processo di selezione del viaggio agli utenti. “La tecnologia – suggerisce in proposito Lalli – deve sparire per essere utile e di massimo impatto e deve essere così efficace da non essere concepita come qualcosa di complesso.”

    Pensare ad hotel completamente automatizzati, insomma, non è un’utopia ma secondo Lalli non può venire meno l’aspetto della socialità del viaggio. La catena olandese di boutique hotel Citizen M è un esempio a cui fare riferimento: “al check in/check out fai da te e alla prenotazione/pagamento online si affiancano spazi di co-working per lavorare in Wifi o un bar aperto 24×7, coniugando in modo intelligente la componente di socializzazione alle diverse possibilità che offre il digitale”.

    Lo smart hotel sarà fatto anche, e soprattutto, di persone. Anche Giovanna Manzi, Direttore Generale di Best Western Italia, è convinta che la tecnologia sia un elemento abilitante dell’evoluzione dell’hospitality in quanto “permette di sostituire il personale nelle azioni ripetitive e destinare queste risorse al miglioramento del servizio, che nel nostro caso rimane un fattore fortemente distintivo per differenziarsi da operatori come Airbnb, dove solo un quarto degli ospiti incontra fisicamente il proprio host”. Servire meglio il viaggiatore, insomma, rimane un aspetto centrale e va valorizzato con nuovi strumenti per vivere l’esperienza del soggiorno e con una maggiore efficienza di quei processi che il consumatore non vede. “Il cliente – osserva in proposito Manzi – si accorgerà piano piano dei vantaggi portati in dote dalla tecnologia e ne godrà i benefici attraverso una relazione che sarà sempre più personalizzata. Un hotel completamente automatizzato e digitalizzato, per contro, credo sia un’aberrazione se pensiamo alla cultura dell’hospitality italiana”.

    Ecco quindi come riuscire a costruire un a buona sintesi tra mondo reale e mondo virtuale nel settore dell’hotellerie.

  • European Parliament adopts Copyright Directive for the digital age

    An intense day at the European Parliament wrapped up on September 12 after the MEPs entered a lengthy voting session to decide on a Copyright Directive that would modernise intellectual property rights and bring them in line with the digital revolution by encouraging platforms like YouTube, owned by Google, to better reward content creators.

    The new regulations, however, remain controversial as opponents fear that the plans could destroy user-generated content. The bill’s supporters, however, claim the reforms are necessary to fairly compensate artists.

    Article 13 puts the onus on web giants to take measures to ensure that agreements with rights holders for the use of their work are working. This would require all internet platforms to filter content put online by users, which some say would be an excessive restriction on free speech.

    The new copyright law also requires online platforms to pay news organisations for the use of their content in what is being dubbed a “link tax”. Web giants will also now have to take measures to ensure that agreements with rights holders for the use of their work are working.

    In the case of the latter, critics charge that would require all internet platforms to filter content put online by users, which many believe would be an excessive restriction on free speech.

    The bill’s sponsor, Alex Voss of the European People’s Party, said the directive would not lead to any form of online censorship but instead strikes a balance between individual creators and larger online platforms that take advantage of their accounts.

    The proposal was approved with 438 votes in favour and 226 against, with 39 abstentions. This vote took place after the adoption of several amendments that were more favourable to major Web companies and advocates of digital freedom.

    The European Commission welcomed the adoption of the Parliament’s negotiating position, with the Vice-President for the Digital Single Market Andrus Ansip and the Commissioner for Digital Economy and Society Mariya Gabriel saying that discussions can now start on a legislative proposal that would boost the standing of the Digital Single Market strategy.

    Our aim for this reform is to bring tangible benefits for EU citizens, researchers, educators, writers, artists, press, and cultural heritage institutions and to open up the potential for more creativity and content by clarifying the rules and making them fit for the digital world,” Ansip and Gabriel said in a joint statements. “At the same time, we aim to safeguard free speech and ensure that online platforms – including 7,000 European online platforms – can develop new and innovative offers and business models.”

    The two Commissioners reiterated that the EU executive stands ready to start working with the European Parliament and the Council of the EU  for the swift adoption of the directive, “ideally by the end of 2018”.

     

  • Trend estivi 2018: lo shopping in spiaggia si fa con lo smartwatch

    La smaterializzazione del processo di pagamento fa dire addio ai contanti, ma la nuova frontiera della tecnologia, con la smaterializzazione della carta, fa dire addio anche ai pagamenti con il pos soprattutto in spiaggia. Grazie, infatti, agli orologi digitali si può tranquillamente lasciare a casa o in albergo la carta di credito.
    Così se tra piscina e ombrellone, viene la voglia di un gelato o di un aperitivo, basta dare un’occhiata al polso e digitare sul proprio orologio il codice per procedere al pagamento. Più liberi dunque, ma anche più leggeri per godersi le vacanze e anche le consumazioni sulla spiaggia, rimanendo in costume senza preoccuparsi di prendere borsa e portafoglio sotto l’ombrellone o in cabina.
    Per pagare basta avvicinare l’orologio al lettore tenendo il dito sul sensore oppure effettuare il riconoscimento del volto a seconda della tipologia di orologio che si indossa.
    Dall’abbonamento settimanale ombrellone-lettino a un semplice caffè preso in giornata, come per ogni acquisto fatto in modalità contactless, con l’orologio si possono effettuare transazioni di qualsiasi importo. Con un gesto semplice si può usufruire di un pagamento veloce e sicuro.
    Dopo la moneta elettronica, quindi, arriva il pagamento con gli orologi, grazie al chip NFC, che permette la comunicazione tra dispositivi che vengono avvicinati a una distanza massima di 4 cm. La trasmissione dei dati avviene in maniera criptata e la distanza così ridotta rende ancora più sicura la comunicazione, scongiurando il rischio di intercettazioni. Grazie all’NFC basta avvicinare il proprio orologio al POS fornito di tecnologia contactless, autorizzare il pagamento ed il ‘gioco’ è fatto.
    I vantaggi ottenuti dall’utilizzo di queste nuove tecnologie sono molti più di quanti si possa immaginare. I pagamenti tramite dispositivi smart permettono, infatti, come i pagamenti con carta di credito, di non portare con sé grosse somme di contante con il vantaggio che, in caso di furto o di smarrimento, nulla può essere prelevato (occorrono codici o impronte digitali). Inoltre, il commerciante non riceve nessuna informazione sulla carta registrata per il pagamento via orologio, ma solamente il codice della transazione.

  • Le imprese italiane ancora poco digitali

    Nonostante i passi in avanti degli ultimi anni, il rapporto tra le imprese e il mondo del digitale rimane tortuoso e con diverse difficoltà. Molto spesso l’approccio delle imprese risulta essere quasi disinteressato, come se tutto quello che riguarda la parte digitale dell’impresa fosse un di più.

    Secondo i dati di quest’anno del rapporto sulla competitività dei settori produttivi realizzato dall’Istat, il 63% delle imprese italiane realizza infatti nell’ambito Ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) investimenti irrilevanti. L’analisi, arrivata alla sesta edizione, pone il focus sulle strutture e le performance del sistema produttivo italiano. Questi numeri fotografano aziende poco produttive e scarsamente efficienti, mediamente di dimensioni ridotte, inserite in settori produttivi strettamente tradizionali. Il rapporto descrive un sistema chiaramente in transizione, con segnali di ripresa dal lato degli investimenti grazie anche al piano Industria 4.0. Elementi positivi che si contrappongono però a lacune ancora troppo evidenti.

    Anche se la risalita rispetto al biennio precedente è costante, il rapporto evidenzia infatti un ritmo di accumulazione del capitale modesto rispetto ai maggiori paesi europei, con ritardi soprattutto negli investimenti in beni immateriali. Il risultato è che la quota in investimenti fissi lordi in rapporto al Pil è più bassa della media dell’Unione (gap di 3,1 punti) e il divario tende ad allargarsi. Questi ritardi riguardano soprattutto l’area digitale, dove l’Italia paga un divario ancora troppo rilevante ad esempio nella velocità di connessione ad internet.

    Due terzi delle imprese italiane con oltre i dieci addetti ritengono poco rilevante l’Ict nella propria attività. Nella definizione Istat, queste imprese risultano “indifferenti”, a cui si contrappongono le aziende digitali “compiute” (elevato capitale fisico e umano, alta digitalizzazione e produttività) pari ad appena il 3% del totale, 5400 in tutto. Nel mezzo vi sono aziende “sensibili” al tema (18mila), impegnate ad investire in capitale umano, inserite più spesso nelle filiere di bevande, elettronica, informatica, audiovisivi. Modificare queste medie è importante non solo in termini di produttività ed efficienza ma anche in funzione della creazione di nuova occupazione: l’analisi Istat evidenzia infatti come nel biennio 2016-2017 le imprese più propense a digitalizzare abbiano creato in media più posti di lavoro ricomponendo inoltre l’assetto a vantaggio delle figure più qualificate. In media un’impresa su due qui ha aumentato le posizioni lavorative almeno del 3,5%, un valore cinque volte superiore rispetto alla categoria delle aziende “indifferenti”.

    I segnali di transizione positiva sono comunque evidenti, a cominciare dalla propensione ad investire: il 67% delle imprese dichiara infatti di averlo fatto nel corso del 2017. Nuovi percorsi di crescita che hanno anche contribuito a spingere verso l’alto la propensione innovativa calcolata dall’Istat, salita di quattro punti rispetto alla precedente rilevazione. Resta tuttavia rilevante il gap dimensionale, perché se è vero che ad aver investito sono quasi sette aziende su dieci, la percentuale crolla al 42% per le Pmi. Visto che l’Italia ha nel suo DNA le piccole-medio imprese, questa è una barriera da superare a livello globale.

    Questo ciclo di investimenti proseguirà comunque anche nel 2018, con quasi la metà del campione che prevede di spendere in nuovi software, il 31,9% in tecnologie di comunicazione, il 27% in connessioni ad alta velocità. Nelle simulazioni Istat, l’impatto delle misure di incentivazione dovrebbe produrre a livello globale per il Paese un aumento dello 0,1% degli investimenti totali sia nell’anno in corso che nel 2019. Le premesse per procedere nella direzione della crescita paiono dunque esserci, basta iniziare a cambiare mentalità.

     

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