digitale

  • Acquisti online per 42,6 miliardi quest’anno, ma l’acquirente cerca sempre più informazioni prima di comprare

    Nel 2026 gli acquisti online di prodotto in Italia raggiungeranno i 42,6 miliardi di euro, in crescita del 6% rispetto al 2025, con un’incidenza dell’online sui consumi complessivi che sale all’11,5%. È il quadro tracciato dalle ultime analisi che descrive un mercato entrato in una fase di maturità, in cui la crescita passa soprattutto dalla qualità dell’informazione e del servizio. La crescita dei canali digitali coinvolge anche le imprese manifatturiere che operano prevalentemente nel B2B. Anche quando l’acquisto non si conclude direttamente online, siti aziendali, portali per clienti e rivenditori, marketplace e strumenti della rete commerciale richiedono informazioni di prodotto complete, coerenti e aggiornate.

    Per chi produce e commercializza beni, la moltiplicazione dei canali digitali ha una conseguenza operativa. Lo stesso prodotto deve essere descritto in modo coerente sul sito, sui canali di vendita online, nel catalogo cartaceo, nel listino, nella scheda tecnica e negli strumenti della rete commerciale, spesso in più lingue. Quando cambia un dato, una potenza, un codice, una certificazione, la modifica va riportata a mano su ogni strumento e in ogni traduzione. Il risultato è un allungamento dei tempi di uscita sul mercato, mentre i diversi canali rischiano di riportare versioni differenti dello stesso prodotto.

    Secondo il rapporto Imprese e ICT 2025 dell’Istat, il 41,9% delle piccole e medie imprese italiane svolge attività di analisi dei dati, contro l’83,6% delle grandi imprese. Il dato non riguarda specificamente la gestione delle informazioni di prodotto, ma mostra come l’analisi dei dati sia meno diffusa tra le Pmi rispetto alle grandi aziende. In questo contesto, la frammentazione delle informazioni di prodotto tra sistemi, documenti e reparti rappresenta un nodo operativo per le imprese chiamate ad aggiornare cataloghi, schede tecniche, listini e canali digitali.

    La necessità di disporre di informazioni strutturate si è fatta ancora più centrale con la diffusione dell’intelligenza artificiale. Secondo l’Istat, nel 2025 il 16,4% delle imprese con almeno dieci addetti utilizza almeno una tecnologia di AI, una quota raddoppiata rispetto all’8,2% del 2024. La crescita non è però uniforme: tra il 2023 e il 2025 il divario nell’adozione dell’intelligenza artificiale tra piccole e medie imprese e grandi aziende è passato da circa 20 a 37 punti percentuali. Tra le imprese che hanno valutato investimenti nell’AI senza poi realizzarli, l’Istat segnala inoltre la difficoltà di accesso a dati di qualità. Un ostacolo rilevante anche nella comunicazione di prodotto: quando le informazioni sono incomplete, duplicate, non aggiornate o distribuite tra fonti diverse, anche i contenuti elaborati attraverso strumenti di intelligenza artificiale rischiano di risultare incoerenti o poco affidabili.

  • La Commissione infligge a Google una sanzione pecuniaria di 890 milioni di euro per violazioni del regolamento sui mercati digitali

    La Commissione europea ha adottato due decisioni che constatano la non conformità di Google al regolamento sui mercati digitali  per aver autofavorito i propri servizi su Google Search e per aver introdotto restrizioni alle imprese al fine di indirizzare i consumatori verso canali di acquisto alternativi, spesso meno costosi, su Google Play (steering). A tal riguardo, la Commissione ha inflitto a Google, rispettivamente, un’ammenda di 460 milioni di € e un’ammenda di 430 milioni di €.

    Teresa Ribera, Vicepresidente esecutiva per una Transizione pulita, giusta e competitiva, ha dichiarato: “Google non è riuscita a garantire l’effettivo rispetto del regolamento sui mercati digitali. Oggi abbiamo quindi adottato misure di esecuzione decisive ma equilibrate per sanzionare tali violazioni. I prodotti migliori dovrebbero avere successo perché sono migliori, non perché sono di proprietà dell’impresa che gestisce il motore di ricerca. E i consumatori europei hanno il diritto di essere informati dagli sviluppatori di applicazioni su dove poter sottoscrivere le migliori offerte, anche quando il proprietario dell’app store non ottiene uno sconto. È quel che prevede il regolamento sui mercati digitali, che tutela l’equità, la scelta e l’innovazione nei mercati digitali a vantaggio di tutti i cittadini europei”.

    Henna Virkkunen, Vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, ha dichiarato: “Le due decisioni adottate oggi confermano la nostra determinazione ad applicare il regolamento sui mercati digitali per salvaguardare le imprese e l’innovazione. La Corte ha riscontrato che Google danneggia le imprese che offrono servizi simili, come gli acquisti o lo sport, non concedendo loro lo stesso livello di rilievo su Google Search. La Corte ha inoltre riscontrato che Google ha impedito agli sviluppatori di applicazioni di offrire offerte più economiche ai clienti sulla piattaforma di applicazioni Google Play. Google deve ora porre fine a tale non conformità e non proseguirla in futuro. Le decisioni odierne inviano un messaggio chiaro; non esiteremo a utilizzare i nostri strumenti per salvaguardare le opportunità commerciali e di innovazione offerte dal regolamento sui m sui mercati digitali”.

  • La distopia europea: dalla chat control all’euro digitale

    C’è un sottile filo conduttore che unisce i corridoi di Bruxelles, le torri di Francoforte e gli schermi dei nostri smartphone. Passo dopo passo, sotto la bandiera della sicurezza collettiva e della modernizzazione tecnologica, si sta delineando un’architettura sociale e digitale che fino a pochi anni fa non si sarebbe neppure potuta immaginare. Sono due le scelte politiche adottate dall’Unione Europea in particolare, apparentemente distanti ma profondamente sinergiche, che stanno ridisegnando i confini delle nostre libertà fondamentali: il cosiddetto “Chat Control” e l’introduzione dell’Euro Digitale.

    ​Il dibattito europeo è stato scosso dal voto del Parlamento Europeo sul rinnovo e l’estensione delle deroghe alla direttiva ePrivacy, tassello fondamentale di quella macro-normativa nota come “Chat Control”. Dietro al nobile e indiscutibile obiettivo di combattere la pedopornografia e proteggere i minori online, la proposta originaria della Commissione Europea nasconde un meccanismo senza precedenti: obbligare (o spingere fortemente) i fornitori di servizi di messaggistica — come WhatsApp, Signal, Telegram e i client di posta elettronica — a scansionare in modo automatico e preventivo i messaggi, le immagini e le comunicazioni private di tutti i cittadini.

    ​La vera criticità, quindi, risiede nell’aggiramento della crittografia end-to-end, la tecnologia che garantisce che solo il mittente e il destinatario possano leggere un messaggio. Per attuare il controllo ipotizzato i software dovrebbero analizzare i contenuti direttamente sui dispositivi degli utenti prima che vengano cifrati, oppure forzare i gestori a creare delle “backdoor” (porte sul retro).

    In questo nuovo contesto di controllo digitale molti giuristi hanno lanciato l’allarme: si tratta dell’equivalente digitale di uno Stato che apre e legge ogni singola lettera cartacea prima che venga imbucata, violando gli articoli 7 e 8 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE. In quanto il rischio non è solamente rappresentato da un possibile errore degli algoritmi (i cosiddetti “falsi positivi” che potrebbero criminalizzare utenti innocenti), ma la creazione di un’infrastruttura permanente di sorveglianza di massa, pronta a essere convertita per qualsiasi altro scopo di controllo politico o sociale a seconda dell’indirizzo politico espresso dalla maggioranza europea.​Parallelamente, la Banca Centrale Europea (BCE) procede spedita verso l’introduzione dell’Euro Digitale, la valuta digitale della Banca Centrale (CBDC). Presentato come una comoda alternativa al contante e uno strumento di sovranità monetaria contro i giganti americani del tech, l’Euro Digitale porta con sé interrogativi inquietanti.

    ​A differenza del contante, che per sua natura garantisce l’anonimato e la totale libertà di utilizzo, una valuta emessa direttamente in forma digitale dalla banca centrale è, per definizione, tracciabile e potenzialmente “azzerabile”. Questo significa che l’autorità centrale possiede, teoricamente, la capacità tecnica non solo di registrare ogni singola transazione economica del cittadino, ma anche di porre limiti di spesa, stabilire scadenze per l’utilizzo del denaro o bloccare i fondi in base a criteri politici, fiscali o peggio di una mancata aderenza ai “precetti e comportamento sociali” stabiliti dallo stato in nome di un interesse comune.

    ​Anche se le istituzioni rassicurano sul rispetto della privacy, la concentrazione di un tale potere nelle mani di un unico organo tecnocratico rappresenta un punto di non ritorno per le libertà economiche, politiche ed individuali.

    ​Se analizzati separatamente, questi provvedimenti appaiono come riforme tecniche, ma se considerati nel loro insieme dimostrano il disegno di una distopia continentale: ​una società in cui lo Stato (o un’entità sovranazionale) ha il potere di monitorare in tempo reale cosa diciamo nelle nostre chat private e, contemporaneamente, possiede le chiavi di accesso e di controllo del nostro portafoglio digitale. In uno scenario simile, il dissenso politico, la critica editoriale o semplicemente lo stile di vita non allineato potrebbero essere sanzionati o disincentivati con un semplice clic limitando la capacità di spesa o segnalando automaticamente comunicazioni ritenute “inappropriate” dai filtri algoritmici.

    ​L’Europa, storicamente culla dei diritti dell’individuo, della privacy e delle libertà civili, rischia di trasformarsi nel laboratorio di un inedito modello di controllo centralizzato. La transizione ecologica e digitale non può avvenire al prezzo del baratto dei diritti inalienabili sia individuali che collettivi.

    Questa deriva digitale si sta trasformando in una partita decisiva per il futuro della democrazia stessa.

  • Sette imprese su 10 dell’Emilia Romagna investono nelle tecnologie digitali

    L’Emilia-Romagna si conferma uno dei territori più dinamici d’Italia sul fronte dell’innovazione. I dati parlano chiaro: nel 2025 il 70,7% delle imprese emiliano-romagnole ha investito in almeno un ambito della digitalizzazione. Tra le micro e piccole imprese la quota raggiunge il 67,6%, in crescita di 4,1 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Un dato che coinvolge anche uno dei settori più rappresentativi dell’economia regionale: l’agroalimentare.

    La Food Valley emiliano-romagnola vale circa 37 miliardi di euro, coinvolge oltre 53 mila imprese agricole e agroalimentari e occupa più di 129 mila persone lungo l’intera filiera. Solo l’industria alimentare conta circa 4.500 imprese e oltre 64 mila addetti. A trainare il settore è anche la forte vocazione internazionale: l’export agroalimentare ha raggiunto il valore di oltre 10 miliardi di euro, nei primi nove mesi del 2025, con Parma, Modena, Reggio Emilia e Bologna tra i principali poli italiani.

    In questo contesto, la trasformazione digitale non è più soltanto una leva per migliorare l’efficienza produttiva, ma anche uno strumento essenziale per rafforzare la competitività delle imprese in tutte le fasi del business. Difatti, se fino a pochi anni fa il dibattito sull’intelligenza artificiale applicata al food era concentrato quasi esclusivamente sulla fase produttiva – dall’agricoltura di precisione al controllo qualità automatizzato, dalla manutenzione predittiva degli impianti all’ottimizzazione dei consumi energetici –, oggi il valore della tecnologia sta emergendo anche nella fase successiva, quella che inizia quando il prodotto esce dallo stabilimento e raggiunge il mercato. Del resto, per le imprese agroalimentari la sfida non è più soltanto produrre bene, ma individuare nuovi clienti, comprendere la domanda, presidiare i canali digitali, sviluppare relazioni commerciali efficaci per la vendita.

    È qui che emerge il ruolo della tecnologia e soprattutto dell’intelligenza artificiale. Innanzitutto, le nuove soluzioni basate sull’AI consentono alle aziende di interpretare meglio i dati commerciali, individuare nuovi segmenti di mercato, anticipare i trend di consumo e supportare le attività di export. Attraverso l’analisi avanzata delle informazioni è possibile identificare buyer potenzialmente interessati, qualificare i contatti commerciali e personalizzare la comunicazione in funzione delle esigenze di clienti e distributori. Per un’impresa agroalimentare questo significa poter intercettare nuove opportunità di business in tempi più rapidi e con maggiore precisione. Anche il marketing sta vivendo una profonda evoluzione. Gli strumenti di nuova generazione permettono di creare contenuti mirati, analizzare le performance delle campagne digitali e migliorare la presenza sui canali online, rendendo più efficace il dialogo con consumatori, buyer e stakeholder. Parallelamente, sistemi evoluti di customer care e agenti intelligenti possono supportare la gestione delle richieste, velocizzare le risposte e garantire una maggiore continuità del servizio, liberando risorse che possono essere dedicate ad attività a più alto valore aggiunto.

    Per le piccole e medie imprese, che rappresentano la struttura portante dell’agroalimentare regionale, si tratta di un’opportunità particolarmente significativa. Molte aziende emiliane o romagnole dispongono di prodotti riconosciuti e di una forte identità territoriale, ma si trovano a competere in mercati sempre più complessi e interconnessi. L’intelligenza artificiale può contribuire a ridurre questo gap, rendendo accessibili attività che fino a pochi anni fa richiedevano investimenti considerevoli e competenze specifiche.

    Il contesto istituzionale sostiene questa traiettoria. La Regione Emilia-Romagna ha destinato 25 milioni di euro al sostegno della transizione digitale delle imprese, favorendo l’adozione di tecnologie avanzate e soluzioni basate sull’intelligenza artificiale. Tra i programmi regionali e camerali attivi nel 2026 figurano bandi dedicati alla digitalizzazione con contributi a fondo perduto fino al 40-50% degli investimenti, rivolti anche commercio di vicinato, bar, ristoranti, e pubblici esercizi[4]. La struttura cooperativa del settore conferma il peso strategico di questa filiera: le sole cooperative agroalimentari emiliano-romagnole sviluppano un fatturato di oltre 16 miliardi di euro, pari al 39% dell’intera industria agroalimentare regionale. Le cooperative aderenti a Legacoop Emilia-Romagna generano nel comparto 7,9 miliardi di euro di fatturato e oltre 14.600 occupati.

    Per il settore agroalimentare si apre, quindi, una fase che va oltre la digitalizzazione della filiera. L’intelligenza artificiale continuerà a innovare la produzione, ma una parte crescente del suo impatto si giocherà nel rapporto con il mercato. Per molte imprese della Food Valley la sfida non sarà soltanto produrre meglio, ma comprendere prima i cambiamenti della domanda, individuare nuove opportunità e rafforzare le relazioni con clienti e distributori. In uno scenario sempre più competitivo, la differenza sarà determinata dalla capacità di trasformare i dati in decisioni e le informazioni in valore.

  • Progressi nel decennio digitale dell’UE ma ancora divari da colmare

    La Commissione europea ha pubblicato la quarta relazione sullo stato del decennio digitale, che mostra come l’Europa abbia compiuto progressi verso gli obiettivi della trasformazione digitale fissati per il 2030, in particolare per quanto riguarda infrastrutture digitali sicure e sostenibili e la digitalizzazione dei servizi pubblici. La sfida principale consiste ora nel conseguire risultati su larga scala, con maggiore rapidità e coerenza.

    La pubblicazione della relazione coincide con la diffusione dell’ultimo Eurobarometro speciale, dal quale emerge che una schiacciante maggioranza di cittadini europei considera la politica digitale una priorità fondamentale dell’UE, sostenendo con convinzione un futuro digitale europeo più autonomo.

    Il programma strategico per il decennio digitale rappresenta la bussola dell’UE per promuovere e finanziare la competitività e la sovranità digitale dell’Europa. La relazione valuta i progressi compiuti dall’Unione nel processo di digitalizzazione in diversi ambiti, tra cui le infrastrutture critiche, la trasformazione digitale delle imprese, le competenze digitali e la digitalizzazione dei servizi pubblici.

  • L’Africa punta sul digitale come driver dello sviluppo

    Negli ultimi anni il dibattito sul ruolo dell’Africa nell’economia digitale globale si è progressivamente spostato da una narrazione di dipendenza tecnologica alla ricerca di una sovranità dei dati e delle infrastrutture digitali. Nel quadro di un più ampio processo di affrancamento da antichi legami coloniali, sempre più Paesi africani stanno cercando di ridefinire il proprio posizionamento nel settore, non limitandosi a essere mercati di consumo per tecnologie sviluppate altrove, ma tentando di costruire capacità interne, infrastrutture autonome e strategie politiche consapevoli. Paesi come Ruanda, Kenya, Egitto o Nigeria – fra gli altri – si sono impegnati in un ambizioso percorso di costruzione digitale ancora irto di difficoltà, in testa quella dell’elettrificazione di un continente dove circa 600 milioni di persone – circa due persone ogni cinque – non hanno accesso alla corrente. Il risultato è un panorama digitale plurale nel quale convivono modelli diversi, che combinano in maniera variabile apertura ai capitali esteri, controllo statale e sviluppo di capacità locali.

    L’Unione africana punta a lanciare entro il 2030 un mercato unico digitale, un’iniziativa pensata sulla falsariga dell’Area di libero scambio continentale (AfCfta), ancora in fase di costruzione. Il progetto vorrebbe uniformare le esperienze dei singoli Stati in un più coeso quadro continentale, tuttavia la strada verso una reale integrazione dei 55 Stati africani resta lunga e complessa: la tendenza comune a diversi Paesi a negoziare con le grandi aziende tecnologiche internazionali in funzione degli interessi nazionali convive infatti con una disparità di risorse e volontà politiche. La recente decisione dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Omc) di non rinnovare la moratoria che da quasi 30 anni proteggeva dai dazi i principali servizi digitali importati dall’Africa – software, servizi cloud, videogiochi, piattaforme di IA – espone inoltre il continente a costi più elevati proprio quando i giganti Amazon, Microsoft o Google hanno rafforzato la loro presenza in Africa e stabilito nel continente le loro prime infrastrutture. La stessa Amazon aveva firmato nel 2023 un accordo di integrazione tecnologica con la piattaforma di e-commerce senegalese Shopmeaway, aprendo ad un nuovo protagonismo africano nella costruzione di un mercato digitale più consapevole.

    Un caso emblematico di questa nuova fase lo offre la Namibia. L’autorità regolatrice delle comunicazioni ha di recente rifiutato di concedere una licenza operativa a Starlink, motivando la decisione con il fatto che, trattandosi di una società interamente controllata da capitale straniero, il suo modello operativo avrebbe sollevato interrogativi in termini di sicurezza nazionale e giurisdizione. La scelta di Windhoek va tuttavia oltre un semplice atto protezionistico e sembra esprimere una crescente consapevolezza politica. In quest’ottica, quella che a una prima lettura appare come il rifiuto di una dipendenza infrastrutturale da attori esterni in un settore strategico come quello della connettività potrebbe risultare, a uno sguardo più attento risulta invece essere un’attenta scelta di campo. Il Paese ha infatti aderito alla Nuova via della seta promossa dalla Cina, dalla quale sta già ottenendo finanziamenti consistenti per lo sviluppo di infrastrutture digitali. In questa prospettiva è possibile individuare alcune grandi direttrici lungo cui si stanno muovendo i Paesi africani.

    Una prima traiettoria è quella della sovranità regolatoria, in cui lo Stato esercita un controllo diretto sull’accesso al mercato tecnologico e sulla gestione delle infrastrutture. Questo modello è visibile, seppur in forme diverse, in contesti come il Ruanda e l’Etiopia. Kigali ha costruito un sistema di governance digitale altamente centralizzato, in cui l’innovazione viene promossa ma incanalata all’interno di un quadro normativo rigoroso. Sull’esempio di modelli asiatici – come Singapore – la tecnologia diventa così uno strumento per rafforzare la capacità statale, attraverso la digitalizzazione dei servizi pubblici e il controllo dei dati. Anche l’Etiopia ha storicamente privilegiato un approccio simile, mantenendo per anni un monopolio statale nelle telecomunicazioni. La recente apertura a operatori stranieri, voluta dal governo del premier Abiy Ahmed, non sembra voler rompere questa tradizione ma rivolgersi verso una graduale e più controllata liberalizzazione di un settore ritenuto prioritario.

    Accanto a questo modello si sviluppa una seconda traiettoria, basata su una collaborazione strategica con le grandi aziende tecnologiche. Il Kenya rappresenta uno degli esempi più avanzati di questo approccio. Attraverso piani come Vision 2030 – il piano di sviluppo lanciato nel 2008 con l’obiettivo di trasformare il Paese in una nazione industriale a reddito medio-alto – Nairobi ha costruito una politica industriale che mira a trasformare il Paese in un “hub” tecnologico regionale. In questo quadro, la presenza di attori globali nella “Silicon Savannah” ha contribuito a creare un ecosistema dell’innovazione di grande fermento, sostenuto dalla volontà di sviluppare competenze locali, attrarre investimenti e trattenere valore economico all’interno del sistema nazionale. Un’impostazione simile a quella keniota caratterizza anche l’Egitto, che sta investendo massicciamente in infrastrutture digitali, data center e nuove città intelligenti. Il Cairo punta a diventare un nodo strategico tra Africa, Medio Oriente ed Europa, utilizzando la propria posizione geografica per inserirsi nelle grandi reti globali.

    In questo filone si inserisce anche la cooperazione digitale italiana con l’Africa, culminata di recente nello sviluppo dell’AI Hub per lo sviluppo sostenibile. Un accordo di collaborazione strategica trilaterale è stato concluso a febbraio a Nuova Delhi tra Italia, India e Kenya per sviluppare il dispiegamento di infrastrutture di intelligenza artificiale in Africa: l’Italia sta lavorando al lancio di un programma di accelerazione destinato alle start-up africane, sostenuto da un fondo di venture capital iniziale di 50 milioni di euro promosso da Primo Capital e Harmonic Innovation Group. L’iniziativa prevede inoltre la creazione del primo incubatore italiano in Africa, focalizzato su tecnologie climatiche, sistemi alimentari e infrastrutture pubbliche digitali, nonché l’attivazione di un corridoio dell’innovazione che collegherà Italia, Nairobi, India e San Francisco, con il supporto del Centro finanziario internazionale di Nairobi per la strutturazione degli investimenti.

    Una terza direttrice è infine quella che punta ad affermare una sovranità industriale, o meglio a costruire un tessuto tecnologico domestico capace di competere a livello internazionale. La Nigeria, grazie alla sua scala demografica ed economica, ha sviluppato uno degli ecosistemi tecnologici più dinamici del continente, in particolare nel settore fintech, con grandi incubatori a Lagos capaci di attrarre investimenti milionari e un processo di digitalizzazione pubblica che ha coinvolto di recente la piattaforma dei porti. Il governo sta inoltre portando avanti un processo di regolamentazione dell’intelligenza artificiale per inquadrare lo sviluppo di piattaforme digitali in rapida crescita. Il Sudafrica, da parte sua, dispone di una base scientifica e industriale consolidata che coinvolge università, centri di ricerca e imprese, e si inserisce ugualmente in questo filone. Il 13 marzo a Pretoria è stato inaugurato l’African Digital Transformation Center (Adtc), una piattaforma sviluppata in collaborazione con l’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Uit), l’agenzia delle Nazioni Unite che dal 2023 ha lanciato una rete di centri di accelerazione per rafforzare le capacità digitali locali e sostenere l’innovazione a livello globale. Dei 18 centri previsti in tutto il mondo con funzioni di formazione e tutoraggio, sette saranno realizzati in Africa: Gabon, Kenya, Malawi, Senegal, Tanzania, Zimbabwe e Sudafrica.

  • Oltre metà degli italiani rischia seriamente di cascare in una truffa online

    Il fenomeno delle frodi digitali è ormai in crescita da molti anni su scala globale. Infatti, il 2025 ha visto un salto di quantità e di qualità delle tipologie di truffe ai danni delle famiglie e delle imprese che, anche grazie all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale – come deepfake vocali e chatbot ingannevoli – diventano sempre più iperrealistiche e difficili da rilevare. Questi reati rappresentano ormai una minaccia capace di erodere la fiducia nel settore dei servizi finanziari, poiché i truffatori sfruttano la vulnerabilità del consumatore attraverso azioni sempre più complesse – come il phishing, il vishing e il social engineering – colpendo le persone con tecniche sempre più evolute.

    Per comprendere meglio il rischio di esposizione delle persone a questi fenomeni criminali, CRIF, SDA Bocconi e Assofin hanno intrapreso uno studio sviluppato attorno all’Indicatore di Protezione dalle Frodi (IPF), uno strumento che aiuta a misurare quanto i consumatori siano preparati e “resilienti” di fronte ai tentativi di truffa online.  I risultati della ricerca, presentati in occasione dell’evento Tomorrow Speaks 2025 di CRIF, hanno evidenziato come oltre un quarto degli intervistati (27%) abbia dichiarato di aver già subito frodi digitali, come ad esempio il furto di dati, credenziali bancarie, segno evidente di una diffusa esposizione al rischio.

    Parallelamente, il 54% del campione ha presentato una protezione parziale o fragile, insufficiente a garantire una difesa adeguata. In altri termini, oltre la metà degli utenti si trova attualmente in condizioni di rischio con lacune specifiche in alcuni comportamenti che lasciano ampie vulnerabilità sfruttabili da minacce sofisticate, generate sempre più spesso dall’utilizzo fraudolento dell’intelligenza artificiale (es. social engineering o frodi AI-driven).

    Più della metà delle persone, quindi, si trova in una condizione di potenziale rischio, ma che può essere migliorata. Infatti, chi ha subito un primo tentativo di frode tende a rientrare più spesso nella fascia intermedia di rischio, mentre i livelli più alti di resilienza si osservano tra chi ha un’istruzione più elevata o un reddito maggiore.

    Da quest’ultimo dato si evince come la resilienza antifrode è il risultato dell’incontro tra tecnologia, conoscenza e responsabilità personale: dove le persone più consapevoli, cioè quelle che imparano a riconoscere i segnali di rischio e a gestire con prudenza i propri strumenti digitali, sono anche quelle più difficili da colpire.

    Più le persone sono consapevoli e formate sul piano finanziario, più adottano comportamenti cauti e responsabili, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche psicologico e con attenzione ai presidi normativi. L’educazione finanziaria si comporta da vero “moltiplicatore di protezione” e risulta quindi un motore trasversale della resilienza antifrode.

    Gli istituti finanziari e di credito sono quindi chiamati a potenziare la capacità di difesa preventiva del sistema combinando soluzioni tecnologiche avanzate e sviluppo delle competenze umane. Infatti, se da un lato occorre investire in strumenti di analisi avanzata (Intelligenza Artificiale per rilevare anomalie, monitoraggio real-time delle transazioni, presidi biometrici e soluzioni di analisi comportamentale) capaci di identificare tempestivamente tentativi di frode sofisticati, dall’altro rimane fondamentale innalzare il livello di educazione finanziaria e digitale degli utenti attraverso programmi formativi diffusi, campagne informative e simulazioni di attacco che possono rendere i consumatori più consapevoli e preparati di fronte alle minacce.

    La posta in gioco è molto elevata, poiché è fondamentale proteggere utenti, imprese e operatori dai costi finanziari e reputazionali delle frodi, rafforzando al contempo la resilienza complessiva del sistema finanziario digitale in un momento storico in cui l’innovazione tecnologica procede a grandi passi ma anche nuove tecniche fraudolente vengono sviluppate in modo continuo.

  • Bankitalia registra frodi digitali entro limiti non troppo allarmanti nella seconda metà del 2024

    I casi di frode nei pagamenti digitali al dettaglio effettuati in Italia hanno un’incidenza limitata rispetto al totale delle transazioni. È quanto emerge dal Rapporto sulle operazioni di pagamento fraudolente in Italia nel secondo semestre 2024, pubblicato dalla Banca d’Italia.

    Le relative perdite per gli utenti sono in gran parte attenuate dai meccanismi di tutela previsti dalla normativa di settore. Tuttavia, anche se i volumi sono contenuti, le frodi – sottolinea il rapporto – rimangono un fenomeno insidioso, pertanto, la prevenzione e la riduzione dei rischi di frode nei pagamenti digitali sono cruciali per l’integrità del sistema dei pagamenti al dettaglio. In particolare, il tasso di frode – cioè l’incidenza del valore delle transazioni fraudolente sul valore totale delle operazioni di pagamento – è dello 0,002% per i bonifici nel loro complesso, dello 0,017% per le operazioni con carte e dello 0,021% per quelle con moneta elettronica.

    Tra i bonifici, quelli istantanei continuano a mostrare tassi di frode superiori (0,057%) rispetto ai bonifici ordinari (0,0015%). I tassi di frode sono superiori per le operazioni transfrontaliere rispetto a quelle domestiche. Le operazioni a distanza sono più esposte ai casi di frode, rispetto ai pagamenti al punto vendita fisico (Pos); il divario si è ridotto nel 2024 per la flessione delle frodi negli acquisti online.

    Le transazioni con autenticazione forte del cliente (Sca – Strong customer authentication) e con presidi alternativi previsti dalla normativa (cd. esenzioni Sca) mostrano livelli di rischio contenuti. La frode cd. “da manipolazione del pagatore” è diffusa soprattutto nei bonifici ma è in crescita anche nelle operazioni con carta. È molto insidiosa perché sfrutta informazioni sul cliente raccolte con tecniche di ingegneria sociale e lo induce a disporre volontariamente un pagamento verso un beneficiario fraudolento.

    Questo tipo di frode non consente l’attivazione automatica dei meccanismi di rimborso previsti dalla normativa, rendendo più difficile per l’utente il recupero delle somme. Grazie ai presidi di sicurezza rafforzati (Sca), le frodi attuate a seguito di smarrimento, contraffazione, furto della carta e dei dati associati, sono diminuiti del 7% su base annua. Nel secondo semestre del 2024, la quota di perdite da frode a carico dell’utente è del 71% per i bonifici e del 68% per i prelievi da Atm.

    Per le carte di pagamento e la moneta elettronica, invece, risulta più elevato l’onere a carico del prestatore di servizi di pagamento e di altri intermediari finanziari (rispettivamente 60 per cento e 58 per cento). Dal 9 ottobre 2025, diventerà obbligatorio per i prestatori di servizi di pagamento effettuare la verifica in tempo reale sull’Iban e sui dati del beneficiario del bonifico (istantaneo e tradizionale), che dovranno segnalare eventuali discrepanze prima dell’autorizzazione del pagamento.

  • La Commissione avvia una consultazione sulla prossima legge sull’equità digitale

    La Commissione europea ha avviato una consultazione pubblica e un invito a presentare contributi sulla prossima legge sull’equità digitale che rafforzerà la protezione e l’equità digitale per i consumatori, garantendo allo stesso tempo condizioni di parità e norme semplificate per le imprese dell’UE. Affronterà sfide specifiche e pratiche dannose che i consumatori devono affrontare online, come la progettazione di interfacce ingannevoli o manipolative, il marketing fuorviante da parte degli influencer dei social media, la progettazione di prodotti digitali che creano dipendenza e le pratiche di personalizzazione sleali, in particolare quando le vulnerabilità dei consumatori sono sfruttate a fini commerciali. I giovani costituiscono un importante segmento di consumatori con modelli di consumo specifici, e spesso sono i primi utilizzatori delle nuove tecnologie e dei prodotti digitali. La legge sull’equità digitale presterà particolare attenzione alla protezione dei minori online.

    La consultazione pubblica sarà aperta per 12 settimane. I cittadini, le autorità pubbliche e le parti interessate sono invitati a condividere le loro idee su come rafforzare ulteriormente la protezione dei consumatori dell’UE online.

    I risultati del controllo dell’adeguatezza dell’equità digitale, pubblicato l’anno scorso dalla Commissione, hanno confermato l’importanza delle leggi dell’UE in materia di tutela dei consumatori, ma hanno indicato alcune lacune ed evidenziato che i consumatori continuano a incontrare molteplici problemi online. La legge sull’equità digitale affronterà tali carenze.

  • Nuovo polo digitale per rafforzare l’industria nucleare europea

    Il Centro comune di ricerca (JRC) ha varato un nuovo polo di modellizzazione volto a fornire modelli e dati nucleari affidabili alle parti interessate in tutta Europa. Lo scopo di questa modellizzazione digitale è descrivere e prevedere il comportamento dei reattori nucleari in condizioni critiche.

    Il polo di modellizzazione mira ad aiutare l’industria nucleare europea a sviluppare e diffondere applicazioni come i piccoli reattori modulari, che possono contribuire alla decarbonizzazione dell’economia dell’Unione europea, in particolare nell’industria pesante. Il polo è inoltre uno strumento utile per i responsabili politici, in quanto funge da piattaforma centralizzata per sostenere la progettazione e la valutazione delle politiche europee all’intersezione tra energia, ambiente ed economia.

    Il nuovo polo trae slancio dai punti di forza unici del Centro comune di ricerca, combinando strumenti informatici avanzati con decenni di esperienza nella ricerca nucleare.

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