digitale

  • L’Africa punta sul digitale come driver dello sviluppo

    Negli ultimi anni il dibattito sul ruolo dell’Africa nell’economia digitale globale si è progressivamente spostato da una narrazione di dipendenza tecnologica alla ricerca di una sovranità dei dati e delle infrastrutture digitali. Nel quadro di un più ampio processo di affrancamento da antichi legami coloniali, sempre più Paesi africani stanno cercando di ridefinire il proprio posizionamento nel settore, non limitandosi a essere mercati di consumo per tecnologie sviluppate altrove, ma tentando di costruire capacità interne, infrastrutture autonome e strategie politiche consapevoli. Paesi come Ruanda, Kenya, Egitto o Nigeria – fra gli altri – si sono impegnati in un ambizioso percorso di costruzione digitale ancora irto di difficoltà, in testa quella dell’elettrificazione di un continente dove circa 600 milioni di persone – circa due persone ogni cinque – non hanno accesso alla corrente. Il risultato è un panorama digitale plurale nel quale convivono modelli diversi, che combinano in maniera variabile apertura ai capitali esteri, controllo statale e sviluppo di capacità locali.

    L’Unione africana punta a lanciare entro il 2030 un mercato unico digitale, un’iniziativa pensata sulla falsariga dell’Area di libero scambio continentale (AfCfta), ancora in fase di costruzione. Il progetto vorrebbe uniformare le esperienze dei singoli Stati in un più coeso quadro continentale, tuttavia la strada verso una reale integrazione dei 55 Stati africani resta lunga e complessa: la tendenza comune a diversi Paesi a negoziare con le grandi aziende tecnologiche internazionali in funzione degli interessi nazionali convive infatti con una disparità di risorse e volontà politiche. La recente decisione dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Omc) di non rinnovare la moratoria che da quasi 30 anni proteggeva dai dazi i principali servizi digitali importati dall’Africa – software, servizi cloud, videogiochi, piattaforme di IA – espone inoltre il continente a costi più elevati proprio quando i giganti Amazon, Microsoft o Google hanno rafforzato la loro presenza in Africa e stabilito nel continente le loro prime infrastrutture. La stessa Amazon aveva firmato nel 2023 un accordo di integrazione tecnologica con la piattaforma di e-commerce senegalese Shopmeaway, aprendo ad un nuovo protagonismo africano nella costruzione di un mercato digitale più consapevole.

    Un caso emblematico di questa nuova fase lo offre la Namibia. L’autorità regolatrice delle comunicazioni ha di recente rifiutato di concedere una licenza operativa a Starlink, motivando la decisione con il fatto che, trattandosi di una società interamente controllata da capitale straniero, il suo modello operativo avrebbe sollevato interrogativi in termini di sicurezza nazionale e giurisdizione. La scelta di Windhoek va tuttavia oltre un semplice atto protezionistico e sembra esprimere una crescente consapevolezza politica. In quest’ottica, quella che a una prima lettura appare come il rifiuto di una dipendenza infrastrutturale da attori esterni in un settore strategico come quello della connettività potrebbe risultare, a uno sguardo più attento risulta invece essere un’attenta scelta di campo. Il Paese ha infatti aderito alla Nuova via della seta promossa dalla Cina, dalla quale sta già ottenendo finanziamenti consistenti per lo sviluppo di infrastrutture digitali. In questa prospettiva è possibile individuare alcune grandi direttrici lungo cui si stanno muovendo i Paesi africani.

    Una prima traiettoria è quella della sovranità regolatoria, in cui lo Stato esercita un controllo diretto sull’accesso al mercato tecnologico e sulla gestione delle infrastrutture. Questo modello è visibile, seppur in forme diverse, in contesti come il Ruanda e l’Etiopia. Kigali ha costruito un sistema di governance digitale altamente centralizzato, in cui l’innovazione viene promossa ma incanalata all’interno di un quadro normativo rigoroso. Sull’esempio di modelli asiatici – come Singapore – la tecnologia diventa così uno strumento per rafforzare la capacità statale, attraverso la digitalizzazione dei servizi pubblici e il controllo dei dati. Anche l’Etiopia ha storicamente privilegiato un approccio simile, mantenendo per anni un monopolio statale nelle telecomunicazioni. La recente apertura a operatori stranieri, voluta dal governo del premier Abiy Ahmed, non sembra voler rompere questa tradizione ma rivolgersi verso una graduale e più controllata liberalizzazione di un settore ritenuto prioritario.

    Accanto a questo modello si sviluppa una seconda traiettoria, basata su una collaborazione strategica con le grandi aziende tecnologiche. Il Kenya rappresenta uno degli esempi più avanzati di questo approccio. Attraverso piani come Vision 2030 – il piano di sviluppo lanciato nel 2008 con l’obiettivo di trasformare il Paese in una nazione industriale a reddito medio-alto – Nairobi ha costruito una politica industriale che mira a trasformare il Paese in un “hub” tecnologico regionale. In questo quadro, la presenza di attori globali nella “Silicon Savannah” ha contribuito a creare un ecosistema dell’innovazione di grande fermento, sostenuto dalla volontà di sviluppare competenze locali, attrarre investimenti e trattenere valore economico all’interno del sistema nazionale. Un’impostazione simile a quella keniota caratterizza anche l’Egitto, che sta investendo massicciamente in infrastrutture digitali, data center e nuove città intelligenti. Il Cairo punta a diventare un nodo strategico tra Africa, Medio Oriente ed Europa, utilizzando la propria posizione geografica per inserirsi nelle grandi reti globali.

    In questo filone si inserisce anche la cooperazione digitale italiana con l’Africa, culminata di recente nello sviluppo dell’AI Hub per lo sviluppo sostenibile. Un accordo di collaborazione strategica trilaterale è stato concluso a febbraio a Nuova Delhi tra Italia, India e Kenya per sviluppare il dispiegamento di infrastrutture di intelligenza artificiale in Africa: l’Italia sta lavorando al lancio di un programma di accelerazione destinato alle start-up africane, sostenuto da un fondo di venture capital iniziale di 50 milioni di euro promosso da Primo Capital e Harmonic Innovation Group. L’iniziativa prevede inoltre la creazione del primo incubatore italiano in Africa, focalizzato su tecnologie climatiche, sistemi alimentari e infrastrutture pubbliche digitali, nonché l’attivazione di un corridoio dell’innovazione che collegherà Italia, Nairobi, India e San Francisco, con il supporto del Centro finanziario internazionale di Nairobi per la strutturazione degli investimenti.

    Una terza direttrice è infine quella che punta ad affermare una sovranità industriale, o meglio a costruire un tessuto tecnologico domestico capace di competere a livello internazionale. La Nigeria, grazie alla sua scala demografica ed economica, ha sviluppato uno degli ecosistemi tecnologici più dinamici del continente, in particolare nel settore fintech, con grandi incubatori a Lagos capaci di attrarre investimenti milionari e un processo di digitalizzazione pubblica che ha coinvolto di recente la piattaforma dei porti. Il governo sta inoltre portando avanti un processo di regolamentazione dell’intelligenza artificiale per inquadrare lo sviluppo di piattaforme digitali in rapida crescita. Il Sudafrica, da parte sua, dispone di una base scientifica e industriale consolidata che coinvolge università, centri di ricerca e imprese, e si inserisce ugualmente in questo filone. Il 13 marzo a Pretoria è stato inaugurato l’African Digital Transformation Center (Adtc), una piattaforma sviluppata in collaborazione con l’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Uit), l’agenzia delle Nazioni Unite che dal 2023 ha lanciato una rete di centri di accelerazione per rafforzare le capacità digitali locali e sostenere l’innovazione a livello globale. Dei 18 centri previsti in tutto il mondo con funzioni di formazione e tutoraggio, sette saranno realizzati in Africa: Gabon, Kenya, Malawi, Senegal, Tanzania, Zimbabwe e Sudafrica.

  • Oltre metà degli italiani rischia seriamente di cascare in una truffa online

    Il fenomeno delle frodi digitali è ormai in crescita da molti anni su scala globale. Infatti, il 2025 ha visto un salto di quantità e di qualità delle tipologie di truffe ai danni delle famiglie e delle imprese che, anche grazie all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale – come deepfake vocali e chatbot ingannevoli – diventano sempre più iperrealistiche e difficili da rilevare. Questi reati rappresentano ormai una minaccia capace di erodere la fiducia nel settore dei servizi finanziari, poiché i truffatori sfruttano la vulnerabilità del consumatore attraverso azioni sempre più complesse – come il phishing, il vishing e il social engineering – colpendo le persone con tecniche sempre più evolute.

    Per comprendere meglio il rischio di esposizione delle persone a questi fenomeni criminali, CRIF, SDA Bocconi e Assofin hanno intrapreso uno studio sviluppato attorno all’Indicatore di Protezione dalle Frodi (IPF), uno strumento che aiuta a misurare quanto i consumatori siano preparati e “resilienti” di fronte ai tentativi di truffa online.  I risultati della ricerca, presentati in occasione dell’evento Tomorrow Speaks 2025 di CRIF, hanno evidenziato come oltre un quarto degli intervistati (27%) abbia dichiarato di aver già subito frodi digitali, come ad esempio il furto di dati, credenziali bancarie, segno evidente di una diffusa esposizione al rischio.

    Parallelamente, il 54% del campione ha presentato una protezione parziale o fragile, insufficiente a garantire una difesa adeguata. In altri termini, oltre la metà degli utenti si trova attualmente in condizioni di rischio con lacune specifiche in alcuni comportamenti che lasciano ampie vulnerabilità sfruttabili da minacce sofisticate, generate sempre più spesso dall’utilizzo fraudolento dell’intelligenza artificiale (es. social engineering o frodi AI-driven).

    Più della metà delle persone, quindi, si trova in una condizione di potenziale rischio, ma che può essere migliorata. Infatti, chi ha subito un primo tentativo di frode tende a rientrare più spesso nella fascia intermedia di rischio, mentre i livelli più alti di resilienza si osservano tra chi ha un’istruzione più elevata o un reddito maggiore.

    Da quest’ultimo dato si evince come la resilienza antifrode è il risultato dell’incontro tra tecnologia, conoscenza e responsabilità personale: dove le persone più consapevoli, cioè quelle che imparano a riconoscere i segnali di rischio e a gestire con prudenza i propri strumenti digitali, sono anche quelle più difficili da colpire.

    Più le persone sono consapevoli e formate sul piano finanziario, più adottano comportamenti cauti e responsabili, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche psicologico e con attenzione ai presidi normativi. L’educazione finanziaria si comporta da vero “moltiplicatore di protezione” e risulta quindi un motore trasversale della resilienza antifrode.

    Gli istituti finanziari e di credito sono quindi chiamati a potenziare la capacità di difesa preventiva del sistema combinando soluzioni tecnologiche avanzate e sviluppo delle competenze umane. Infatti, se da un lato occorre investire in strumenti di analisi avanzata (Intelligenza Artificiale per rilevare anomalie, monitoraggio real-time delle transazioni, presidi biometrici e soluzioni di analisi comportamentale) capaci di identificare tempestivamente tentativi di frode sofisticati, dall’altro rimane fondamentale innalzare il livello di educazione finanziaria e digitale degli utenti attraverso programmi formativi diffusi, campagne informative e simulazioni di attacco che possono rendere i consumatori più consapevoli e preparati di fronte alle minacce.

    La posta in gioco è molto elevata, poiché è fondamentale proteggere utenti, imprese e operatori dai costi finanziari e reputazionali delle frodi, rafforzando al contempo la resilienza complessiva del sistema finanziario digitale in un momento storico in cui l’innovazione tecnologica procede a grandi passi ma anche nuove tecniche fraudolente vengono sviluppate in modo continuo.

  • Bankitalia registra frodi digitali entro limiti non troppo allarmanti nella seconda metà del 2024

    I casi di frode nei pagamenti digitali al dettaglio effettuati in Italia hanno un’incidenza limitata rispetto al totale delle transazioni. È quanto emerge dal Rapporto sulle operazioni di pagamento fraudolente in Italia nel secondo semestre 2024, pubblicato dalla Banca d’Italia.

    Le relative perdite per gli utenti sono in gran parte attenuate dai meccanismi di tutela previsti dalla normativa di settore. Tuttavia, anche se i volumi sono contenuti, le frodi – sottolinea il rapporto – rimangono un fenomeno insidioso, pertanto, la prevenzione e la riduzione dei rischi di frode nei pagamenti digitali sono cruciali per l’integrità del sistema dei pagamenti al dettaglio. In particolare, il tasso di frode – cioè l’incidenza del valore delle transazioni fraudolente sul valore totale delle operazioni di pagamento – è dello 0,002% per i bonifici nel loro complesso, dello 0,017% per le operazioni con carte e dello 0,021% per quelle con moneta elettronica.

    Tra i bonifici, quelli istantanei continuano a mostrare tassi di frode superiori (0,057%) rispetto ai bonifici ordinari (0,0015%). I tassi di frode sono superiori per le operazioni transfrontaliere rispetto a quelle domestiche. Le operazioni a distanza sono più esposte ai casi di frode, rispetto ai pagamenti al punto vendita fisico (Pos); il divario si è ridotto nel 2024 per la flessione delle frodi negli acquisti online.

    Le transazioni con autenticazione forte del cliente (Sca – Strong customer authentication) e con presidi alternativi previsti dalla normativa (cd. esenzioni Sca) mostrano livelli di rischio contenuti. La frode cd. “da manipolazione del pagatore” è diffusa soprattutto nei bonifici ma è in crescita anche nelle operazioni con carta. È molto insidiosa perché sfrutta informazioni sul cliente raccolte con tecniche di ingegneria sociale e lo induce a disporre volontariamente un pagamento verso un beneficiario fraudolento.

    Questo tipo di frode non consente l’attivazione automatica dei meccanismi di rimborso previsti dalla normativa, rendendo più difficile per l’utente il recupero delle somme. Grazie ai presidi di sicurezza rafforzati (Sca), le frodi attuate a seguito di smarrimento, contraffazione, furto della carta e dei dati associati, sono diminuiti del 7% su base annua. Nel secondo semestre del 2024, la quota di perdite da frode a carico dell’utente è del 71% per i bonifici e del 68% per i prelievi da Atm.

    Per le carte di pagamento e la moneta elettronica, invece, risulta più elevato l’onere a carico del prestatore di servizi di pagamento e di altri intermediari finanziari (rispettivamente 60 per cento e 58 per cento). Dal 9 ottobre 2025, diventerà obbligatorio per i prestatori di servizi di pagamento effettuare la verifica in tempo reale sull’Iban e sui dati del beneficiario del bonifico (istantaneo e tradizionale), che dovranno segnalare eventuali discrepanze prima dell’autorizzazione del pagamento.

  • La Commissione avvia una consultazione sulla prossima legge sull’equità digitale

    La Commissione europea ha avviato una consultazione pubblica e un invito a presentare contributi sulla prossima legge sull’equità digitale che rafforzerà la protezione e l’equità digitale per i consumatori, garantendo allo stesso tempo condizioni di parità e norme semplificate per le imprese dell’UE. Affronterà sfide specifiche e pratiche dannose che i consumatori devono affrontare online, come la progettazione di interfacce ingannevoli o manipolative, il marketing fuorviante da parte degli influencer dei social media, la progettazione di prodotti digitali che creano dipendenza e le pratiche di personalizzazione sleali, in particolare quando le vulnerabilità dei consumatori sono sfruttate a fini commerciali. I giovani costituiscono un importante segmento di consumatori con modelli di consumo specifici, e spesso sono i primi utilizzatori delle nuove tecnologie e dei prodotti digitali. La legge sull’equità digitale presterà particolare attenzione alla protezione dei minori online.

    La consultazione pubblica sarà aperta per 12 settimane. I cittadini, le autorità pubbliche e le parti interessate sono invitati a condividere le loro idee su come rafforzare ulteriormente la protezione dei consumatori dell’UE online.

    I risultati del controllo dell’adeguatezza dell’equità digitale, pubblicato l’anno scorso dalla Commissione, hanno confermato l’importanza delle leggi dell’UE in materia di tutela dei consumatori, ma hanno indicato alcune lacune ed evidenziato che i consumatori continuano a incontrare molteplici problemi online. La legge sull’equità digitale affronterà tali carenze.

  • Nuovo polo digitale per rafforzare l’industria nucleare europea

    Il Centro comune di ricerca (JRC) ha varato un nuovo polo di modellizzazione volto a fornire modelli e dati nucleari affidabili alle parti interessate in tutta Europa. Lo scopo di questa modellizzazione digitale è descrivere e prevedere il comportamento dei reattori nucleari in condizioni critiche.

    Il polo di modellizzazione mira ad aiutare l’industria nucleare europea a sviluppare e diffondere applicazioni come i piccoli reattori modulari, che possono contribuire alla decarbonizzazione dell’economia dell’Unione europea, in particolare nell’industria pesante. Il polo è inoltre uno strumento utile per i responsabili politici, in quanto funge da piattaforma centralizzata per sostenere la progettazione e la valutazione delle politiche europee all’intersezione tra energia, ambiente ed economia.

    Il nuovo polo trae slancio dai punti di forza unici del Centro comune di ricerca, combinando strumenti informatici avanzati con decenni di esperienza nella ricerca nucleare.

  • Protezione dei minori online: la Commissione pubblica un progetto di orientamenti nel quadro del regolamento sui servizi digitali

    La Commissione ha avviato una consultazione pubblica su un progetto di orientamenti per la protezione dei minori online nel quadro del regolamento sui servizi digitali. In questo modo la Commissione mira a rendere più sicuro l’ambiente online sostenendo le piattaforme accessibili ai minori affinché garantiscano loro un elevato livello di tutela della vita privata, sicurezza e protezione.

    Il progetto di orientamenti riguarda un’ampia gamma di misure, quali la verifica dell’età degli utenti, il miglioramento del modo in cui i contenuti vengono raccomandati agli utenti per ridurre il rischio che i minori siano esposti a contenuti dannosi, l’impostazione predefinita degli account dei minori come privati, le migliori pratiche per la moderazione dei contenuti sicuri per i minori, i canali di segnalazione e l’assistenza a misura di minore, nonché orientamenti sulla governance interna delle piattaforme.

    Le parti interessate, compresi i giovani ambasciatori per un’internet migliore per i ragazzi (BIK+), sono state ampiamente consultate e hanno contribuito all’elaborazione del progetto di orientamenti.

    Le misure delineate negli orientamenti verranno applicate alle piattaforme online di tutte le dimensioni utilizzate dai minori – a eccezione delle micro e piccole imprese – comprese le piattaforme online di dimensioni molto grandi con oltre 45 milioni di utenti mensili nell’UE.

    Il pubblico può presentare osservazioni sul progetto di orientamenti fino al 10 giugno 2025. La Commissione chiede il contributo di tutte le parti interessate, compresi i minori, i genitori e i tutori, le autorità nazionali, i fornitori di piattaforme online e gli esperti.

    La Commissione prevede di adottare gli orientamenti prima dell’estate 2025, segnando una tappa importante nell’impegno dell’UE a rendere l’ambiente digitale più sicuro per i minori.

  • Il Covid ha insegnato agli anziani a diventare digitali

    Anziani digitali rinforzati, o resilienti, o resistenti. Queste tre tipologie di persone tra i 65 e gli 80 anni sono state definite dal Ilqa-19 “The Longitudinal study on older people’s quality of life during the Covid-19 pandemic” (2020 – 2024) che indaga le conseguenze dell’epidemia di Covid-19 nella vita quotidiana degli anziani, esplorando in particolare l’uso delle risorse digitali e le trasformazioni intervenute nel tempo delle reti familiari e sociali. La ricerca è stata finanziata dalla Fondazione Cariplo nell’ambito del progetto “Active-Ir. Active ageing in changing societies. Older people’s social and digital resources in pandemic and post-pandemic Italy”. Capofila del progetto è l’Università Milano Bicocca, responsabili della terza e quarta indagine Ilqa sono i ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Simone Carlo, Sara Nanetti, Francesco Diodati, e sono coinvolte anche l’Università di Pavia e la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana. La ricerca, cominciata nel maggio 2020, prevedeva interviste a distanza di un anno a un panel di 40 anziani e anziane residenti in dieci borghi della provincia di Lodi, al centro dell’emergenza COVID-19 nel marzo 2020 (prima zona rossa europea).

    Arrivato alla quarta rilevazione (2023/2024), e con un approccio longitudinale, lo studio sta esplorando nel tempo le conseguenze del Covid-19 sulla qualità della vita delle persone anziane e sulle pratiche di vita quotidiana, concentrandosi sulle risorse attivate e sulle strategie adottate per reagire alle sfide poste dall’epidemia. Nello specifico si stanno esplorando nel tempo i rischi e le opportunità connessi alla crescente digitalizzazione nei servizi per le persone anziane. A distanza di quattro anni dalla prima rilevazione, emergono alcuni risultati interessanti che permettono di individuare profili diversi di anziani digitali a seconda del precedente background tecnologico. Il primo gruppo è costituito dagli “anziani digitali rinforzati”, vale a dire attrezzati digitalmente già prima del Covid-19. Si tratta di fruitori consapevoli delle tecnologie che hanno incrementato il loro uso durante e dopo la fase emergenziale. Sono stati poi identificati gli “anziani digitali resilienti”, ovvero i soggetti in fase di acquisizione delle competenze digitali che al termine dell’emergenza hanno in parte continuato a utilizzare alcuni servizi digitali (SPID, eGov), abbandonandone altri (videochiamate, ecommerce) in una logica di scelte e opportunità e di desiderio di tornare alla normalità.

    Infine, gli “anziani digitali resistenti” sono rimasti estranei al mondo delle tecnologie anche durante l’emergenza. Tali anziani senza competenze digitali possono comunque fare affidamento su reti familiari strette. Gli intervistati inquadrano questo aiuto all’interno di un modello culturale non individualista e basato su tradizionali forme di reciprocità fra le generazioni. D’altro canto, però, altri interlocutori lamentano la perdita della propria indipendenza a causa della recente digitalizzazione dei servizi. In questi casi, la dipendenza dal supporto dei figli e delle nuove generazioni è vista come un impoverimento del proprio status individuale e come una forma di controllo che limita la realizzazione personale. L’emergenza Covid-19 ha notevolmente aumentato l’offerta di servizi digitali (pubblici ma anche di comunicazione e intrattenimento) ma non si è notato il corrispettivo aumento dell’uso da parte delle diverse fasce della popolazione. In particolare, la diffusione dell’uso dei servizi digitali è stata più lenta nelle fasce di popolazione più anziane. Il rapido processo di digitalizzazione durante la pandemia di Covid-19 non ha colmato il divario tra utenti anziani digitalizzati e non, ma lo ha piuttosto ampliato. Se da un lato ha avvantaggiato chi ha una rete di supporto, dall’altro tende ad emarginare ancora di più gli anziani isolati che devono affrontare un processo di digitalizzazione dei servizi (pubblici) senza avere l’aiuto necessario e rischiando così di essere ulteriormente svantaggiati.

  • Non tutti i giovani si lasciano incantare dai social. Ma tra chi ci casca ci sono soprattutto le ragazze

    I social già oggi richiedono un’età minima di 13 anni per iscriversi. Ma il problema, che neanche il divieto di iscriversi fino ai 16 anni introdotto in Australia risolve, è che i dati forniti all’iscrizione possono essere falsati. Così, la questione dei social resta un nodo che è semplicistico pensare di risolvere a colpi di norma e di divieti.

    I giovani in realtà “vorrebbero avere una sana vita ‘analogica’ e circa la metà di loro prova a uscire di casa per divertirsi, a fare sport con regolarità e ad avere uno stile alimentare equilibrato. Tanti altri però si lasciano ipnotizzare dalla dimensione digitale, con effetti deleteri su umore e prospettive per il futuro. Le più colpite sono le ragazze”.

    Questa è la realtà di fatto, così come emerge dall’annuale indagine condotta dall’Associazione Nazionale DiTe (Dipendenze tecnologiche, gap e cyberbullismo) in collaborazione con il portale studentesco Skuola.net e in anteprima pubblicata da Adnkronos Salute – su un campione di 2.510 ragazze e ragazzi italiani, tra i 10 e i 24 anni – in occasione della Giornata nazionale contro le dipendenze tecnologiche, indetta dalla stessa associazione per il 30 novembre. Lo studio arriva nei giorni della clamorosa decisione presa dall’Australia sul divieto di utilizzo dei social per gli “under 16”.

    Il quadro che emerge è quello dei giovani “sempre più isolati”, secondo l’indagine “la ridotta capacità di relazionarsi ‘vis a vis’ si riflette in una crescente assenza di amici in carne ed ossa: il 26,8% non ha legami significativi coltivati regolarmente con incontri al di fuori delle piattaforme digitali. E nella riduzione della capacità di uscire di casa: il 14,4% spesso se non sempre fa fatica a incontrare i propri amici dal vivo”. “Questi dati – sottolinea Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, Presidente dell’Associazione Di.Te. – ci restituiscono il ritratto di una generazione consapevole dell’importanza delle relazioni autentiche e delle buone abitudini, ma al tempo stesso immersa in una realtà che amplifica insicurezze e solitudini”.

    I social influenzano stati d’animo e percezioni del sé. “In questa pericolosa deriva, l’influsso del digitale è evidente: il 49,3% dei giovani ammette di sentirsi influenzato da ciò che vede sui social media, mentre il 34,2% si sente spesso triste o insoddisfatto dopo un uso prolungato delle piattaforme sociali”, avverte l’indagine. “Qui sta la chiave – commenta Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net – dell’apparente contrasto tra la ricerca del benessere fisico e il malessere mentale: infatti il 36% del campione ammette che il rapporto con il proprio corpo è legato a doppio filo con i modelli proposti dai social. Anche la ricerca di un ‘fisico da post’ fa parte degli effetti della dieta digitale”. Ma non basta: “la cura per questi stati d’animo viene cercata nella loro causa. Spesso, infatti, si visitano i social per gestire distrarsi dagli stati d’animo come tristezza o rabbia (58%) oppure frustrazione/delusione (54,4%)”, rimarca l’indagine.

    Un effetto a catena che ha ricadute oltre l’esperienza online. “Il passaggio più preoccupante della ricerca – avverte Lavenia – è legato a un altro aspetto: la gestione delle emozioni e la percezione del domani. Il 62,3% delle ragazze e dei ragazzi, infatti, confessa di fare fatica a immaginare la propria vita futura. Una difficoltà che, peraltro, cresce con l’età. Viviamo in un’epoca in cui tutto è istantaneo, e questa immediatezza sembra soffocare la capacità di progettare a lungo termine. I social, che dovrebbero essere uno strumento, diventano spesso un rifugio che però amplifica frustrazione e insoddisfazione”.

    Entrando più nel dettaglio dell’indagine, la percezione dell’influenza (negativa) dei social varia notevolmente tra i generi: se tra la ragazze è il 65% a sentirsi condizionata da ciò che vede online, tra i ragazzi ci si ferma al 31%. Per questo, secondo lo psicologo Lavenia, “è fondamentale lavorare su percorsi educativi che aiutino le ragazze a sviluppare una maggiore autostima, offrendo loro strumenti per leggere criticamente i contenuti online e contrastare le insicurezze”. “La situazione è ancora peggiore – conferma Grassucci – se ci limitiamo a misurare l’impatto dei social sul rapporto con il proprio corpo: è rilevante secondo il 47% delle ragazze intervistate e solo per il 18% della controparte maschile.

  • L’UE chiede a piattaforme e motori di ricerca online di grandi dimensioni le prime relazioni di revisione e di valutazione dei rischi

    I fornitori dei primi 19 motori di ricerca online di dimensioni molto grandi (VLOSE) e piattaforme online di dimensioni molto grandi (VLOP) designati nell’aprile 2023 devono pubblicare per la prima volta le loro relazioni annuali di valutazione dei rischi e di revisione, a norma del regolamento sui servizi digitali.

    Tali relazioni devono includere le valutazioni effettuate dai fornitori di piattaforme e motori di ricerca online di dimensioni molto grandi per individuare e analizzare i rischi derivanti dai loro servizi, quali la diffusione di contenuti illegali, la disinformazione o la protezione dei minori. Tali relazioni illustrano inoltre le misure messe in atto da piattaforme e motori di ricerca per attenuare i rischi individuati.

    La Commissione organizzerà inoltre seminari in cui i fornitori di tali servizi designati saranno invitati a presentare le valutazioni dei rischi pubblicate ai coordinatori nazionali dei servizi digitali, alle organizzazioni della società civile e ad altre parti interessate. Tali seminari dovrebbero svolgersi all’inizio del 2025.

  • La Commissione accoglie con favore l’orientamento generale sull’IVA nell’era digitale

    La Commissione ha accolto con favore l’orientamento generale annunciato dal Consiglio in merito alle proposte della Commissione sull’IVA nell’era digitale. Con l’adozione e la promozione della digitalizzazione, il pacchetto rende il sistema dell’IVA dell’UE più propizio alle imprese e più resiliente alle frodi. Le nuove norme segnano inoltre il primo passo per affrontare le sfide derivanti dall’economia delle piattaforme e contribuisce a creare la parità di condizioni tra i servizi ricettivi a breve termine e i servizi di trasporto online e tradizionali.

    Il pacchetto introduce tre misure:

    1. Il nuovo sistema introduce la comunicazione digitale uniforme in tempo reale ai fini dell’IVA basata sulla fatturazione elettronica per le operazioni transfrontaliere, che fornirà tempestivamente agli Stati membri le informazioni preziose di cui hanno bisogno per intensificare la lotta contro le frodi dell’IVA. La fatturazione elettronica accelererà ulteriormente la trasformazione delle imprese nell’era digitale attraverso la semplificazione delle operazioni, garantendo la conformità e la sicurezza, consentendo un processo decisionale basato sui dati e sostenendo la scalabilità per la crescita e l’innovazione future.
    2. Gli operatori dell’economia delle piattaforme nel settore dei servizi di trasporto di passeggeri e dei servizi ricettivi a breve termine diventeranno inoltre responsabili della riscossione dell’IVA e del versamento dell’imposta alle autorità fiscali, se il fornitore indiretto non applica l’IVA. La misura contribuirà a migliorare la parità di condizioni fra i servizi online e tradizionali e agevolerà le attività per gli operatori indiretti che non saranno responsabili dell’IVA.
    3. L’iniziativa ridurrà infine l’esigenza di registrarsi più volte nei diversi Stati membri, attraverso l’espansione del modello già esistente di “sportello unico per l’IVA” già in essere per le imprese commerciali.

    I ministri delle Finanze dell’UE dovrebbero adottare la proposta a seguito di una nuova consultazione con il Parlamento europeo.

     

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