donne

  • Premio Internazionale Tecnovisionarie®: il riconoscimento a dieci donne di talento che lavorano alla sostenibilità del nostro futuro

    “Interpretare l’economia circolare attraverso l’innovazione”: è questo il filo rosso che ha attraversato la XIV edizione del Premio Internazionale Tecnovisionarie®, evento annuale promosso da Women&Technologies® – Associazione Donne e Tecnologie e che per l’edizione 2020, a causa dell’emergenza Covid-19 e alle conseguenti misure restrittive,  per la prima volta si è svolto in diretta streaming su YouTube, Facebook Live e Periscope, permettendo di raggiungere un ampio numero di partecipanti in tutta Italia.

    Le tecnovisionarie 2020 sono: Lucia Gardossi, Università degli Studi di Trieste, Lara Botta, Innovation Manager, Botta Packaging, Monica Casadei, Socia & Amministratore Delegato, Iride Acque, Sabrina Corbo, Socia & Amministratore Delegato, Green Network, Eugenia Presot, Titolare, Conceria Pietro Presot, Elena Sgaravatti, President of Plantarei, Co-founder & SH, DemBiotech, Federica Storace, CEO & Co-founder, Drexcode, Ersilia Vaudo Scarpetta, Astrofisica, Chief Diversity Officer di ESA, Agenzia Spaziale Europea, Elsa Fornero, Economista, Menzione Speciale per la sostenibilità e il sociale: Cecilia Sironi, Past President, Cnai – Consociazione Nazionale Associazioni Infermieri.

    Le dieci professioniste selezionate da Women&Tech sono imprenditrici, scienziate, accademiche che hanno deciso di canalizzare i loro sforzi verso una società più responsabile. Animate da altruismo, senso morale e spirito di condivisione, rappresentano settori diversi, mostrando, ognuna a suo modo, cosa si può fare per generare cambiamento. Azioni semplici, articolate, complesse, tutte volte a trasformare le sfide di oggi in nuove opportunità.

    Il riconoscimento, infatti, è attribuito a donne che, nella loro attività lavorativa, hanno testimoniato di possedere visione e forte etica professionale centrando il focus 2020 sull’economia circolare. Un tema dalle molteplici sfaccettature, che fa di termini come riuso, riciclo e rinnovamento, la cornice di senso in cui inquadrare il futuro. I dati del Ministero dell’Ambiente parlano chiaro: ogni cittadino dell’Unione Europea genera una media di oltre 4,5 tonnellate di rifiuti l’anno. Quantità ingestibili, direttamente connesse a un sistema produttivo che spreca materia ed energia nella creazione di prodotti destinati alle discariche. Un riconoscimento, quello di quest’anno, che premia il binomio scienza-coscienza.

  • Equilibrio di genere nei consigli di amministrazione: la direttiva europea non ancora adottata

    Si torna a parlare di equilibrio di genere al Parlamento europeo, l’occasione è quella della sessione planaria di ottobre. Nel 2012, la Commissione Europea ha proposto una direttiva per migliorare l’equilibrio di genere nei consigli di amministrazione: si richiedeva che il sesso sottorappresentato costituisse il 40% dei consiglieri di amministrazione delle società quotate in borsa. Sebbene il Parlamento europeo abbia sostenuto la proposta nel 2013, la direttiva non è stata ancora adottata a causa delle riserve di diversi Stati membri in seno al Consiglio.

    Nel 2020, le donne rappresentano solo il 28,7% dei membri del consiglio di amministrazione delle più grandi società quotate nell’Europa a 27. La percentuale è distribuita in modo non uniforme, con un solo Stato membro, la Francia, che raggiunge e supera il 40% delle donne membro di un consiglio. Gli Stati che si avvicinano al 40% sono Belgio, Danimarca, Germania, Italia, Paesi Bassi, Finlandia e Svezia.

    Gli approcci normativi nazionali sono attualmente molto diversi, ma quelli che hanno assicurato i progressi più rapidi sono anche quelli che hanno normative più ‘rigide’(Belgio, Italia, Francia). Sono stati compiuti progressi anche in alcuni Stati che hanno verso la materia un approccio più morbido, come la Svezia e la Finlandia, anche se è previsto il ricorso a norme più severe in caso di fallimento delle regole ‘soft’.

    L’idea che si possano trarre vantaggi economici da un buon equilibrio di genere nei consigli di amministrazione delle società è promossa dall’Organizzazione Internazionale del lavoro, dalla Banca mondiale e dall’OCSE. Le interviste realizzate da McKinsey con i CEO mostrano anche quanto la diversità del consiglio di amministrazione migliori il processo decisionale eliminando il pensiero di gruppo.

    L’indagine non ha sempre prodotto però risultati soddisfacenti perché è stata posta sì l’attenzione sulla presenza femminile ma non è stato esaminato l’effettivo contributo e il modo con il quale le donne esercitano la loro influenza.

    I consigli di amministrazione ‘di genere’ hanno dimostrato di avere un approccio positivo in merito alla trasparenza delle aziende e le società gestite da CEO donne hanno maggiori probabilità di rimanere operative. Non avere donne in posizioni apicali invece può essere considerato ingiusto e uno spreco di capitale umano.

    Nel 2012 la Commissione ha proposto una direttiva sul miglioramento dell’equilibrio di genere nelle aziende/società quotate in borsa. La proposta era basata sull’Articolo 157 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che fa riferimento al principio di parità di genere nell’occupazione e riconosce l’azione positiva come metodo per ottenerla. L’obiettivo che si prefiggeva era il raggiungimento, entro il 2018, di un minimo del 40% dei membri non esecutivi di sesso femminile sottorappresentato nei consigli di amministrazione nelle aziende del settore pubblico ed entro il 2020 nel settore privato. La direttiva non si applicherebbe alle PMI e agli Stati membri che hanno come obiettivo la presenza femminile al 33%.

    La proposta non è stata adottata perché molti Stati membri hanno espresso riserve sulla sussidiarietà e perché alcuni Paesi dispongono già di una legislazione nazionale al riguardo. A maggio 2020, otto Stati membri si sono opposti alla proposta. Tuttavia, la Commissione mantiene l’impegno, includendo la proposta tra le priorità della strategia sull’uguaglianza di genere 2020-2025.

    Il Parlamento ha fortemente sostenuto la legislazione in questo settore e ha adottato la sua posizione in prima lettura a larga maggioranza il 20 novembre 2013, richiedendo, tra l’altro, sanzioni più severe. Il Parlamento ha continuato a chiedere lo sblocco e l’approvazione sia a febbraio 2019 che gennaio 2020.

  • Covid-19 è sessista

    Quello che si era osservato in questi mesi di pandemia, ora sembra avere una spiegazione: se il Covid-19 tende a essere più grave negli uomini che nelle donne, è per una diversa risposta del sistema immunitario. Le pazienti femminili hanno mostrato infatti di avere una più forte e sostenuta risposta delle cellule T (o linfociti T), una parte essenziale del sistema di difesa dell’organismo, che tra i loro compiti hanno anche quello di uccidere le cellule infettate.

    Già ad aprile il primo studio sulle differenze di genere nella risposta all’infezione, condotto all’ospedale Tongren a Pechino, aveva rilevato come la mortalità da coronavirus negli uomini fosse più che doppia di quella delle donne: 2,5 volte in più. Una tendenza riscontrata anche in Italia. Secondo i dati pubblicati a luglio da Istat e Istituto superiore di sanità l’epidemia di Covid-19 in Italia ha colpito di più le donne, mentre la mortalità è stata alta tra gli uomini. I casi femminili erano il 54,2% mentre tra i decessi prevalgono quelli maschili (52%). Gli esperti avevano puntato il dito inizialmente sul maggior numero negli uomini di recettori ACE2, cui il virus si attacca per spiegare la maggiore mortalità maschile. Questo nuovo studio, pubblicato sulla rivista Nature dai ricercatori dell’università di Yale, guidati da Akiko Iwasaki, sembra chiarire la questione, dopo aver studiato 98 pazienti dai 18 anni in su, con un’età media di 61-64 anni, ricoverati allo Yale New Haven Hospital con sintomi da lievi a moderati a positivi al coronavirus. In questo modo hanno potuto vedere che una cattiva risposta delle cellule T è collegata ad una malattia più grave negli uomini. Già nei mesi scorsi si era infatti osservato che i malati di Covid-19 avevano elevati livelli di citochine e chemochine (molecole fondamentali nel regolare e attivare i meccanismi difensivi e processi infiammatori) rispetto a chi non aveva contratto il virus. Tuttavia, alcuni di questi fattori e molecole sono risultati maggiori negli uomini, mentre nelle donne livelli più alti di risposta immunitaria innata data dalle citochine sono risultati collegati ad una malattia più forte. Secondo lo studio i pazienti maschili potrebbero trarre beneficio da terapie che aumentano la risposta delle cellule T mentre le donne da farmaci che mitighino la prima risposta immunitaria innata. Tuttavia, concludono i ricercatori, non è possibile scartare altri possibili fattori che incidano sul rischio di avere una forma più forte di malattia nei due sessi.

     

  • Giappone e Corea del Sud ai ferri corti per una statua

    Il Giappone ha avvertito la Corea del Sud che una scultura eretta in memoria delle ‘donne di conforto’
    abusate dalle truppe di occupazione giapponese durante il dominio nipponico sulla penisola potrebbe danneggiare le relazioni bilaterali. Motivo: la statua, che si trova a Pyeongchang, rappresenta un uomo che si inchina a chiedere perdono di fronte ad una ragazza, un personaggio maschile che
    somiglia un po’ troppo al premier nipponico Shinzo Abe. Il portavoce del governo di Tokyo Yoshihide Suga ha detto che se le notizie apparse sui media sulla statua in questione sono
    vere, “di certo avranno un impatto” sui rapporti tra i due Paesi. Le due statue si trovano nel Korea Botanic Garden, un giardino privato di Pyeongchang. La questione delle donne costrette a prostituirsi dagli invasori giapponesi – coreane, ma anche filippine, vietnamite, thailandesi e malesi – è da sempre
    origine di forte tensione tra Giappone e Corea, tra richieste di scuse e di compensazioni economiche, nonché accordi per chiudere la vicenda mai andati in porto. Kim Chang-ryeol, direttore del giardino botanico, ha detto al Japan Times che la scultura non è stata creata pensando al leader giapponese e non ha finalità politiche. “L’uomo potrebbe rappresentare qualsiasi uomo che deve chiedere scusa a quella ragazza”, ha affermato. Ma media sudcoreani hanno sottolineato che la statua si ispira ad Abe, citando lo scultore locale che l’ha realizzata. “La scultura mostra che il perdono è possibile solo se il Giappone continua a chiedere scusa, fino a quando la Corea accetterà le scuse”, avrebbe detto. Il Giappone esercitò il suo dominio coloniale sulla penisola coreana dal 1910 al 1945. Statue simili, con la sola ragazza seduta e senza l’uomo inchinato, che intendono ricordare le donne di conforto, sono state erette in diversi luoghi della Corea, tra cui un’area antistante l’ambasciata giapponese.

  • La Polonia si sfila dal trattato europeo sulla violenza contro le donne

    Zbigniew Ziobro, ministro della giustizia e procuratore generale polacco, ha dichiarato che il suo ministero presenterà una richiesta al ministero del Lavoro e della famiglia per dare il via al processo di ritiro del suo Paese dalla Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa sulla lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica.

    Ziobro ha sostenuto che la Polonia dispone di strumenti legali sufficienti per proteggere le vittime di violenza domestica e che il trattato firmato anche da Varsavia nel 2015 viola i diritti dei genitori, imponendo alle scuole di insegnare ai bambini il genere da un punto di vista sociologico.

    L’annuncio ha suscitato forti malumori e le proteste non si sono fatte attendere: durante il fine settimana migliaia di manifestanti hanno attraversato le strade della capitale e di altre città per esprimere il dissenso contro il piano del governo.

    Domenica scorsa, il partito PIS, al potere in Polonia, si è dissociato dall’annuncio, dichiarando che non tutti nella coalizione erano a favore della decisione. Anche il segretario generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejcinovic Buric, ha preso una chiara posizione contro la decisione, etichettando l’annuncio del governo polacco come “allarmante”. “La Convenzione di Istanbul è il principale trattato internazionale del Consiglio d’Europa per combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica. E’ questo il suo unico obiettivo. Un passo indietro – sottolinea la Buric – sarebbe deplorevole e rappresenterebbe un significativo regresso nella protezione delle donne dalla violenza in Europa”.

    Anche i legislatori dell’UE hanno sollevato forti perplessità e hanno invitato l’Unione europea ad accedere alla convenzione di Istanbul. Nel suo precedente incarico di Commissario per la giustizia, Vera Jourova, a giugno 2017, aveva apposto la sua firma al documento.

    La Dichiarazione è il primo strumento giuridicamente vincolante dedicato alla lotta contro la violenza verso le donne e una pietra miliare nella storia della protezione dei loro diritti, fornisce una definizione di violenza di genere e prevede, tra l’altro, la criminalizzazione di abusi come le mutilazioni genitali femminili (MGF), lo stupro coniugale e il matrimonio forzato.

    La mossa della Polonia arriva in un momento piuttosto simbolico. Durante la pandemia, diversi paesi in Europa hanno segnalato un aumento significativo degli episodi di violenza domestica, con le donne vittime di abusi dei partner.

    Preoccupazioni simili a quelle della Polonia sono state sollevate dall’Ungheria, che rifiuta di ratificare la convenzione, sostenendo che promuove “ideologie di genere distruttive” e “migrazione illegale”.

     

  • La convivenza domestica forzata aumenta le violenze

    Ancora femminicidi e sangue tra le mura domestiche. Dopo la vicenda del 45enne che per ‘vendetta’
    sulla ex ha ucciso i suoi due figli gemelli nel Lecchese prima di togliersi la vita, si registrano nuovi casi: da Grosseto, dove un uomo si è suicidato dopo aver tentato di uccidere la moglie, ora in gravi condizioni, fino al litorale laziale dove a Fregene un 39enne è stato arrestato per aver cercato di colpire
    con una cesoia la moglie in fuga da lui. Episodi che tornano tristemente all’ordine del giorno per gli investigatori: nell’ultimo Report realizzato dall’Organismo permanente di monitoraggio durante l’emergenza coronavirus, si rileva che a partire dalla fine di marzo si assiste ad un costante graduale
    incremento dei ‘reati spia’ della violenza di genere (atti persecutori, maltrattamenti e violenza sessuale), che dagli 886 di fine marzo sono arrivati a 1.080 al 10 maggio 2020, in corrispondenza del progressivo allentamento delle misure restrittive. Il reato che subisce un aumento più significativo è quello dei maltrattamenti contro familiari e conviventi. Dal primo marzo al 10 maggio, rispetto al periodo di riferimento dello scorso anno, si registra il -46,67% di femminicidi rispetto all’anno precedente (da 30 nel 2019 a 16 nel 2020), il calo è anche in ambito familiare e affettivo (da 23 a 15). Sono anche aumentate le telefonate al numero antiviolenza 1522 del Dipartimento per le Pari Opportunità, nato per sostenere ed aiutare le donne vittime di violenza. Il reato che subisce un aumento più significativo è quello dei maltrattamenti contro familiari e conviventi. L’elevato numero di richieste di aiuto pervenute al numero dedicato lascia presumere il senso di solitudine e di smarrimento connesso alla difficoltà per le donne di rivolgersi alle forze di polizia. Calano – secondo i dati della Criminalpol – anche le violenze sessuali, al -66%. Ma gli episodi proseguono e dopo il lockdown il rischio è che in questa fase 3 possano registrarsi invece nuovi picchi. Tra le vicende più recenti, c’è quella di un 64enne trovato morto e sua moglie ferita gravemente in una casa alla periferia di Grosseto. L’ipotesi al momento è che l’uomo si sia tolto la vita dopo aver tentato di uccidere la moglie. A Reggio Emilia, invece, un 42enne di origini napoletane è stato arrestato dai carabinieri per aver distrutto l’auto della moglie e poi per aver tentato di aggredire gli stessi militari. La donna, quando è rientrata dal mare, si è persino trovata il marito in casa nonostante nei confronti di quest’ultimo il giudice avesse disposto allontanamento dall’abitazione e divieto di avvicinamento alla coniuge a causa di maltrattamenti subiti in precedenza. A Fregene, invece, la polizia ha messo le manette a un cittadino marocchino di 39 anni, fermato subito dopo aver tentato di uccidere la moglie, una 35enne romana con la quale è sposato da oltre 10 anni. La donna nei giorni scorsi era
    scappata dalla casa in cui vivevano insieme ai loro tre figli, perché esasperata dalle violenze subite negli anni e si era rifugiata nella villetta di famiglia a Fregene. Quando la 35enne è rincasata, se l’è trovato alle spalle con in mano una grossa cesoia con la quale ha tentato di colpirla. Soltanto la prontezza di riflessi della vittima le ha permesso di fuggire, riuscendo ad entrare nell’abitazione e chiudendo dietro la grata della porta, sulla quale si è andato ad infrangere il colpo. Violenze e drammi colpiscono anche i minori: a Genova una studentessa di 16 anni, vittima di una violenza sessuale qualche mese fa, ha tentato il suicidio. A salvarla è stato l’amico del cuore, a cui la ragazza aveva scritto un disperato messaggio.

  • Detective Stories: Violenza e stalking ai tempi del COVID

    Rimaniamo distanti oggi per abbracciarci più forte domani”. Queste le parole ormai famose, pronunciate dal Presidente del Consiglio al momento dell’inizio della quarantena.

    Ma ora che il peggio sembra essere passato, forse anche la voglia di riabbracciarsi è svanita, con episodi di violenza in aumento e le grandi città spesso teatro di aggressioni, risse e disordini. Questa situazione potrebbe essere una conseguenza della “cabin fever”, una sorta di sindrome che provoca irritabilità ed irrequietezza alle persone costrette a vivere in uno spazio ristretto per un lungo periodo di tempo. Ansia e confusione mentale sono tra gli effetti indesiderati dell’isolamento forzato, effetti che certamente hanno contribuito ad aumentare la pericolosità di alcuni soggetti in determinati contesti familiari.

    Forse ci si è preoccupati troppo degli ipotetici abbracci che ci saremmo potuti dare al termine dell’emergenza, e poco di tutti quei drammi che giornalmente si vivono all’interno dei contesti domestici.

    Tra le vittime del Covid difatti ci sono anche anziani, donne e minori che hanno subito violenze domestiche, un fenomeno che durante l’isolamento forzato, ha registrato un forte aumento.

    Dopo due mesi con le città sostanzialmente “crime free”, l’aumento dei reati è naturale, basti pensare a tutti quei criminali che per un lungo periodo non hanno potuto contare sulle solite “entrature”. Per loro è questo il momento di agire e recuperare il tempo ed il denaro perso, in diversi ambiti.

    Sotto un certo punto di vista, ciò vale anche per gli stalker, che impossibilitati ad agire durante la quarantena, hanno sviluppato nuove capacità, diventando particolarmente abili nell’acquisizione di informazioni online. Il tempo a loro disposizione gli ha consentito di creare profili “falsi” con i quali controllare ed apprendere informazioni sulle loro vittime, imparando a conoscerne abitudini e luoghi frequentati senza destare sospetti.

    È il caso di Maria (nome di fantasia), una giovane madre straniera vittima di stalking da parte dell’ex compagno, alcolizzato e violento. Prima della nascita della bambina e dell’emergenza corona virus, Maria si era trasferita a Milano, ma l’uomo non si diede per vinto ed iniziò ad inviare una serie di messaggi al numero della ragazza, minacciandola di rapire la bambina qualora non fosse tornata a Roma. Maria cancellò i suoi profili social e cambiò numero di telefono… ma non fu sufficiente. Durante la quarantena, grazie alla creazione di diversi profili falsi, l’uomo era riuscito ad agganciare alcune amiche di Maria, scoprendo così informazioni circa le routine della giovane, i luoghi frequentati e le amicizie. Anche se Maria aveva cercato di scomparire, le sue tracce si potevano ancora trovare sui profili social delle amiche. Terminata l’emergenza e con la riapertura delle regioni, l’uomo giunse a Milano ed iniziò a cercare Maria, ma fortunatamente venne notato da un amico della giovane, che la informò. Disperata Maria mi contattò alla ricerca di una soluzione. Decisi di organizzare un falso incontro tra lei e l’ex compagno, (un incontro da tenersi in un luogo pubblico e finalizzato alla documentazione del comportamento violento dell’uomo), durante il quale Maria sarebbe sempre stata monitorata a vista da un team di investigatori privati. Pochi minuti dopo l’incontro, vi fu una rapida escalation nel comportamento dell’uomo, il quale iniziò ad urlare ed afferrare violentemente Maria, attirando l’attenzione dei passanti. Informammo le forze dell’ordine ed intervenimmo subito. L’uomo venne arrestato ma forse tutto questo si sarebbe potuto evitare.

    Lo stalking non è un fatto personale, ma una piaga sociale pericolosissima, che può essere contrastata con la prevenzione. Le nostre informazioni presenti sulla rete rappresentano un pericolo in quanto possono essere sufficienti a svelare a soggetti malintenzionati molto circa le nostre abitudini.

    Per quanto cancellare la propria presenza dalla rete rappresenti una eventualità da adottare nei casi più estremi, consiglio a tutte le vittime di stalking, (effettive e potenziali), di verificare le impostazioni di privacy dei propri profili, rendendoli privati e limitandone la consultazione di certe informazioni solo alle cerchie più strette di amici, ma soprattutto consiglio di evitare sempre di fornire troppe informazioni circa la propria vita personale, evitando di taggarsi nei locali/luoghi frequentati, se non altro evitando di farlo durante il periodo della propria permanenza, in quanto ciò rende più facile la propria identificazione.

    Qualche tempo fa feci un esperimento: analizzando le Instagram stories di un bar sotto al mio ufficio durante la pausa pranzo, osservai quelle più recenti relative a quel luogo. Per tutta la settimana controllai le storie caricate dalle persone presenti nel locale in quel momento, analizzando quindi i profili social “pubblici” delle potenziali “vittime”. Con alcune brevi verifiche (svolte col cellulare ed alla portata di tutti), in alcuni casi ero riuscito a scoprire molto circa le loro amicizie, attività lavorative e luoghi frequentati. Sfruttando le informazioni acquisite, finsi di essere un conoscente comune, o una persona conosciuta tempo addietro in determinati ambiti lavorativi. Su cinque tentativi, riuscii ad ottenere il numero di telefono di tre “vittime”.

    E se fossi stato un malintenzionato?

     

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubricad.castro@vigilargroup.com

  • Con il lockdowm in aumento le violenze domestiche: la denuncia del Consiglio d’Europa

    Da quando sono entrate in vigore le misure restrittive a causa del Coronavirus sono aumentate le richieste di aiuto da parte di donne vittime di violenza domestica. Secondo il segretario generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejčinović Burić, sarebbero addirittura quadruplicate.

    Essere costretti a rimanere in casa fa accrescere significativamente le possibilità di esposizione ad abusi verbali e fisici e limita la capacità di condividere con qualcuno l’accaduto oltre a non poter  sfuggire a una situazione pericolosa.

    Marija Pejčinović Burić, in un’intervista rilasciata al tedesco DPA, ha affermato che oltre alla violenza domestica il blocco potrebbe minacciare anche l’indipendenza economica delle donne, poiché il controllo finanziario è uno strumento tipico dei partner aggressivi per manipolare le loro compagne. Molte donne, inoltre, come ha sottolineato il segretario, non sono in grado di chiedere aiuto a causa delle restrizioni imposte.

    Il Consiglio d’Europa offre perciò agli Stati membri una piattaforma per lo scambio di informazioni sulla violenza domestica e sulle migliori pratiche per prevenirla.

  • Stupro su autobus a New Dehli, impiccati i 4 condannati

    Quattro uomini sono stati impiccati prima dell’alba del 20 marzo scorso a Nuova Delhi per il brutale stupro di una ragazza su un autobus nel dicembre 2012, che scioccò il paese. Gli assalitori picchiarono selvaggiamente con sbarre di ferro la 23enne e il fidanzato, saliti su un autobus a Nuova Delhi dopo una serata al cinema. La giovane studente di fisioterapia morì 2 settimane dopo per le ferite riportate.

    “Nostra figlia ha finalmente avuto giustizia. il sole si alza oggi con nuove speranze per le figlie dell’India”, ha commentato la madre della vittima, Asha Devi, che ha atteso la notizia dell’avvenuta esecuzione davanti al carcere di Tihar, dove si era radunata una folla fin dalle prime ore del mattino.

    L’esecuzione di Akshay Thakur, Vinay Sharma, Pawan Gupta e Mukesh Singh è avvenuta alle 05.30 ora locale, dopo che la sera precedente erano stati respinti gli ultimi appelli degli avvocati. Ad aggredire la coppia di fidanzati erano stati in 6. Ma Ram Singh, che era anche il conducente dell’autobus, è morto in carcere per un apparente suicidio. E un altro responsabile, che aveva 17 anni all’epoca dei fatti, è stato scarcerato nel 2015 dopo aver scontato tre anni di carcere, la pena massima per un minorenne in India.

    In India le condanne a morte sono rare e non sempre vengono eseguite. Vi sono state cinque esecuzioni dal 1995 e l’ultima risaliva al 2015. Lo stupro di Nirbhaya (senza paura), il nome dato dalla stampa indiana alla giovane vittima, provocò un’ondata manifestazioni di protesta in tutta l’India sollevando il velo sulla diffusa piaga degli stupri.

  • “Mai più invisibili”, il nuovo indice 2020 di WeWorld sulla condizione di donne, bambini e bambine

    2 euro da donare con sms al numero solidale 45597 dal 1 al 15 marzo – mese notoriamente dedicato alle donne – per sostenere la campagna di WeWorld Onlus #maipiùinvisibili dedicata alle donne vittime di violenza in Italia e nel mondo. Nel nostro Paese una donna su tre subisce violenza almeno una volta nella vita ma non lo dice, solo poche denunciano. Sono invisibili, come i loro bambini che assistono alla violenza sulle loro mamme, invisibili come le bambine, in tante parti del mondo, costrette a matrimoni precoci o vittime di mutilazioni genitali. “La violenza sulle donne è un problema che ci riguarda tutti e tutte, ma ognuno di noi può scegliere se voltarsi dall’altra parte o prendere posizione. Oggi con un sms possiamo fare un piccolo gesto concreto per fermarla” dichiara Marco Chiesara, Presidente di WeWorld.

    I fondi raccolti serviranno per sostenere il programma nazionale di WeWorld Onlus contro la violenza sulle donne che ha nella prevenzione e nella sensibilizzazione i propri strumenti fondamentali. A queste si unisce l’intervento sul territorio che comprende il presidio antiviolenza SOStegno Donna all’interno del Pronto Soccorso di un ospedale di Roma – un ambiente aperto h24 ore, sette giorni su sette per accogliere e proteggere le donne vittime di violenza e, se necessario, anche i loro figli – e gli Spazi Donna WeWorld presenti a Napoli (Scampia), a Milano (Giambellino) e Roma (San Basilio) e quelli in apertura di Bologna e Cosenza, dove sono accolte ogni anno 1.000 donne vulnerabili, spesso con i loro figli.
    Gli Spazi Donna sono nati con l’obiettivo di far emergere il sommerso in quartieri difficili dove molto spesso la violenza sulle donne è talmente diffusa da essere giustificata e spesso nemmeno percepita persino dalle donne che la subiscono. Ogni anno 1.000 donne, spesso con i loro figli, sono accolte e assistite grazie ai progetti della Onlus.

    La campagna #maipiùinvisibili si colloca all’interno dell’Indice 2020 ‘Mai più Invisibili’ realizzato da WeWorld in cui emerge non solo la disuguaglianza tra donne (e minori) e uomini ma anche la diversificazione da regione a regione. L’indagine è stata realizzata da WeWorld per misurare l’inclusione di donne e popolazione under 18, monitorandola attraverso 38 indicatori per rilevare molteplici aspetti (economico, educativo, sanitario, culturale, politico, civile) e considerando l’intreccio tra le condizioni di vita degli uni e delle altre.

    Il rapporto rileva come alla ormai nota suddivisione tra Nord e Sud del Paese se ne sia aggiunta un’altra: tra Nord e Centro-Ovest da una parte, Centro-Est e Sud dall’altra. Donne e bambini/e vivono in condizioni di buona e sufficiente inclusione nei territori posti a Nord e nel Centro-Ovest, mentre sono in condizione di grave esclusione o di insufficiente inclusione al Sud, nelle isole e nella parte centro orientale del Paese. La classifica finale vede al primo posto il Trentino -Alto Adige (valore Index pari a 4,8), seguito da Lombardia (3,4), Valle d’Aosta (3,4), Emilia-Romagna (3), Lazio e Friuli Venezia-Giulia (2,1), Veneto (1,9), Toscana (1,6), Liguria (1,5), Piemonte (1), Marche (0). Nella parte bassa della classifica (Index in negativo) le Regioni del Centro-est e Sud Italia: gli ultimi posti sono occupati da Sardegna (-2,6), Puglia (-3,5), Campania (-3,9), Sicilia (-4,3). Fanalino di coda è la Calabria (-4,5). Donne e bambini residenti in Calabria vivono uno svantaggio doppio rispetto a donne e bambini del Trentino- Alto Adige, con un divario di ben 9,3 punti tra le due Regioni.

    I divari tra territori sono particolarmente marcati per l’aspetto educativo dei bambini e delle bambine, con picchi di dispersione scolastica che sfiorano il 20% in alcune Regioni del Sud (contro il 10,6% della media europea) e in quella economica per le donne: in Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna circa 2 donne su 10 sono a rischio povertà ed esclusione sociale, mentre in Sicilia lo è 1 donna su 2.

    Ne emerge la fotografia di un’Italia con grandi sacche di povertà soprattutto nelle periferie più problematiche, proprio dove WeWorld interviene con progetti a sostegno dei diritti di donne e bambini, gli Spazi Donna WeWorld, appunto, nati nel 2014. L’obiettivo dell’indice “Mai più invisibili” è quello di rendere disponibili e fruibili alcuni dati che raramente arrivano all’attenzione dell’opinione pubblica e di fornire un elemento utile a tutti gli attori pubblici, privati e del terzo settore per costruire migliori e più consapevoli politiche e interventi che affrontino in modo congiunto i fattori di esclusione che perpetuano il divario generazionale e di genere.

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