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  • Violenze contro donne e bambini in aumento

    Negli ultimi 5 anni le violenze domestiche sono aumentate del 60%, gli atti persecutori e di stalking del 59%, le inchieste a carico di persone note (autori identificati) per episodi che vedono coinvolti soggetti deboli sono passate dalle 5998 del 2021-22 alle 7433 del 2025-26 e 5400 di queste indagini sono giunte a conclusione giudiziaria.

    I soggetti deboli che subiscono molestie di diversa gravità (fino a femminicidio e pedofilia) sono anzitutto donne e minori. Nel 2024 i reati contro i minorenni hanno raggiunto in Italia 7.204 casi, con un aumento del 35% nell’ultimo decennio. Si tratta di un dato che riguarda principalmente maltrattamenti in famiglia, violenze sessuali (le stime internazionali indicano che fino al 90% degli abusi sessuali non viene denunciato) e pedopornografia online. Le vittime sono più spesso le bambine. Tra le forme più gravi e meno visibili c’è la violenza assistita intrafamiliare, quando i bambini assistono a violenze tra adulti, spesso nei confronti della madre. In Italia, oltre il 65% dei figli di donne vittime di violenza ha assistito agli abusi. In più di un caso su quattro, i minori sono anche vittime dirette. Le conseguenze cambiano con l’età: nei bambini maltrattati emergono ansia e disturbi del sonno, tra i 5 e i 10 anni senso di colpa e difficoltà relazionali, negli adolescenti comportamenti aggressivi, depressione e uso di sostanze. Oltre il 20% sviluppa disturbo post-traumatico da stress. Essere maltrattati aumenta inoltre del 13% la probabilità di abbandono scolastico. Nei casi più gravi si registrano disturbi alimentari, autolesionismo e tentativi di suicidio. Ma l’impatto del maltrattamento infantile non si esaurisce nell’infanzia: può estendersi all’età adulta causando disturbi mentali, malattie croniche, obesità, asma, dipendenze e comportamenti a rischio. Un altro elemento critico è la trasmissione intergenerazionale della violenza: chi ha subito abusi ha maggiori probabilità di riproporre le dinamiche violente in età adulta.

    Secondo le stime Istat, il 31,9% delle donne tra 16 e 75 anni (circa 6,4 milioni) ha subito nel corso della vita una forma di violenza fisica o sessuale, con una stabilità generale del fenomeno rispetto alle rilevazioni precedenti. La violenza psicologica in coppia o da ex partner si attesta al 17,9%, mentre quella economica al 6,6%. Si registra tuttavia una maggiore propensione a chiedere aiuto e a rivolgersi ai centri antiviolenza. Le indagini sul maltrattamento all’infanzia (Autorità Garante, Cismai, Terre des Hommes) evidenziano un forte incremento dei bambini e adolescenti in carico ai servizi sociali per situazioni di abuso o negligenza, con un aumento dei tassi registrati negli ultimi anni. Nell’87% dei casi i maltrattanti appartengono al nucleo familiare (tra trascuratezza, violenza assistita e abusi psicologici o fisici). Una parte rilevante della violenza intrafamiliare peraltro rimane nascosta tra le mura domestiche a causa della difficoltà delle vittime a denunciare e dell’isolamento del contesto familiare.

  • Crackdown on South Africa’s unsafe streets ordered by president to keep women safe

    South African President Cyril Ramaphosa has announced an audit of unsafe streets “that place women at risk”, after the bodies of 12 women were found in just two months east of Johannesburg.

    The deaths have sparked a national outcry about the scale of violence against women in a country that has one of the highest rates of gender-based violence in the world.

    Ramaphosa also announced plans to reduce alcohol-related violence as part of his multidisciplinary, national emergency response to the murders.

    He said gender-based violence could not “be accepted as a normal part of life” and admitted that South Africa had “not done enough” to protect women and girls.

    “There has understandably been widespread fear that the discovery of these women in close proximity could indicate the work of a single perpetrator,” Ramaphosa said in an address to the nation on Tuesday evening.

    “At present, the police have not found evidence establishing that these killings were committed by a single perpetrator.”

    Four arrests have been made so far.

    Admitting the government has not done enough in recent years to prevent gender-based violence, he announced a new wave of measures to help protect women and girls.

    “Every municipality must begin a women’s safety audit without delay,” he said. “High-risk areas must be identified” and addressed.

    “These audits must identify broken streetlights, overgrown public spaces, abandoned buildings, unsafe transport routes and facilities, poorly secured parks, and other conditions that place women at risk.”

    Ramaphosa has also instructed ministers to draw up a plan for an “enforcement package” to reduce alcohol-related violence.

    “Alcohol does not cause gender-based violence and it can never excuse it. Responsibility always lies with the perpetrator,” he said.

    “But harmful alcohol use is a significant aggravating factor in interpersonal violence, and it must be addressed as part of our wider prevention effort.”

    The South African president also said a deeper change, beyond policing and legislation, must take place to reduce violence against women and girls, saying it “does not begin when a fist is raised” or when a woman is raped or murdered.

    “It begins much earlier,” he said. “It begins in attitudes that regard women as inferior… with the belief that a man has the right to control a woman.

    “It begins when jealousy is mistaken for love, when control is mistaken for protection and coercion is mistaken for affection.

    “It begins when a man refuses to accept the word no.”

    He went on to call on men and boys to take the lead in ending gender-based violence.

    “We have placed the burden of male violence on women,” Ramaphosa said. “That must change.”

    “The solution to violence against women cannot be to make women less free.”

    South Africa has one of the highest homicide rates, with 5,427 people murdered between April and June this year alone.

    While South African police statistics do not differentiate victims by gender, the South African Human Rights Commission said recently that 569 women were killed and 1,052 others survived attempted murder between April and June this year.

  • Appello per due gemelle e un’altra donna che l’Iran vuole impiccare

    Due gemelle iraniane arrestate a gennaio scorso durante l’ultima grande ondata di proteste contro il regime, Taraneh e Romina Rahimi, sono state condannata la prima a morte per impiccagione, l’altra a scontare 25 anni di carcere. Ed il mondo sembra voltare le spalle riguardo al loro destino così come le ha voltate a Benjamin Netanyahu durante il suo discorso all’assemblea generale dell’Onu.

    Tra l’8 e il 9 gennaio del 2026 le due sorelle, all’epoca diciannovenni e ancora studentesse al liceo, furono prelevate di notte dalle loro abitazioni a Isfahan da uomini incappucciati, in seguito identificati come appartenenti al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Per quattro mesi la madre delle due ragazze, Marzieh Nourmohammadi, ha cercato invano notizie delle figlie rivolgendosi a ospedali e istituzioni statali, prima di riuscire a rintracciarle in un carcere a Dowlatabad, nella città di Isfahan.

    Quando ha potuto visitarle in carcere, lo scorso maggio, le due ragazze – “trattenute in regime di isolamento” –  erano irriconoscibili, ha spiegato il cugino alla testata britannica. Il racconto che la madre ha fatto al cugino è agghiacciante: a stento ha riconosciuto le sue stesse figlie che, “a seguito di tremende percosse, avevano i volti gravemente tumefatti, con lividi su tutto il corpo, ai gomiti, alle nocche e avevano i piedi rotti”.

    In mancanza di una confessione credibile per il regime – come racconta la testata britannica Guardian – Taraneh avrebbe ricevuto dalle guardie carcerarie la minaccia di uno stupro ai danni della sorella Romina di fronte a lei. Il quotidiano riferisce anche che “il loro cuoio capelluto è stato completamente compromesso. Praticamente – racconta la madre – le due giovani non avevano più capelli perché venivano tirate per i capelli e trascinate da una cella all’altra”.  Una storia che si ripete inesorabile nella Repubblica islamica sciita, da 47 anni impegnata a combattere contro i capelli delle donne costrette a coprirli con un hijab obbligatorio sin dall’età di 7 anni. Così vuole la lettura della sharia e così aveva voluto e vuole la rivoluzione khomeinista.

    Secondo Hengaw, con sede in Norvegia, e dalla Human Rights Activists News Agency (Hrana), con sede negli Stati Uniti, la magistratura iraniana avrebbe condannato anche un’altra donna alla pena capitale con la stessa accusa. Si tratta di Leila Abolhasani 43 anni e madre di due adolescenti, è stata invece giudicata colpevole di aver incendiato un negozio durante le manifestazioni. I suoi familiari hanno respinto l’accusa, affermando che la donna si era limitata a filmare l’incendio.

    Insieme a loro per gli stessi disordini avvenuti in una piazza di Isfahan, sono stati condannati a morte anche nove uomini. Accusati di aver provocato la morte di due persone, tra cui un membro delle forze di sicurezza.

    Dall’inizio della guerra con gli Stati Uniti, Teheran ha giustiziato 29 uomini per reati legati alle proteste, secondo l’ong norvegese Iran Human Rights (IHR). E sono almeno 16 donne le donne “giustiziate” per altri reati dall’inizio dell’anno.

  • Poche donne operaie, eppure in media guadagnano il 12% in meno dei blue collars uomini

    Le donne nelle fabbriche sono poche e vengono pagate meno. “È tempo che la condizione del lavoro femminile in questo Paese, e il fatto che le donne guadagnano strutturalmente meno, sia un argomento discusso davanti ai numeri. Ecco perché abbiamo fatto un’indagine sui dati di oltre 1.300 aziende”, spiega la segretaria nazionale Fiom Barbara Tibaldi, illustrando quanto emersa da uno studio del sindacato sulla situazione del personale nelle aziende metalmeccaniche con più di 50 dipendenti. Su oltre 500mila lavoratori monitorati, la presenza femminile si ferma ad appena il 21,5% e a loro spetta soltanto il 19,6% del monte retributivo annuo lordo, con un gender pay gap medio che si attesta al 12%.

    “Per superare questo divario di salario è necessario che ci sia un intervento, una contrattazione collettiva e che si applichi correttamente la direttiva europea sulla parità salariale”, sottolinea Tibaldi per la quale i dati raccontano che il divario salariale è riconducibile a due elementi: “non vieni pagata per il lavoro che fai ma quando un’azienda unilateralmente che decide che vali o sei disponibile. Quando le aziende erogano da sole i premi li danno agli uomini. Il secondo elemento è il tempo: vengo assunta per lavorare otto ore ma se lo stipendio che prende dipende dalla disponibilità, strutturalmente sarà penalizzata perché il lavoro di cura è ancora a carico delle donne”.

    Il monitoraggio evidenzia una forte disparità nei ruoli aziendali: le donne rappresentano il 30,5% degli impiegati e il 23,1% dei quadri, ma scendono al 17,5% tra i dirigenti e al 12,2% tra le operaie. A questo si aggiunge un ricorso sproporzionato alle forme di flessibilità e riduzione dell’orario: lavora in part-time il 12,2% delle donne rispetto a solo l’1,3% degli uomini, mentre lo smart working coinvolge il 37,1% delle lavoratrici contro il 23,5% dei colleghi maschi.

    In termini economici, il divario medio annuo lordo è consistente in ogni inquadramento e la differenza in valore assoluto è più alto per i ruoli apicali: 29.977 euro in meno per le dirigenti, 7.955 euro per le impiegate, 6.788 euro per le quadri e 6.173 euro per le operaie. Nel salario strutturale definito dal contratto nazionale, il gap è dell’8,5% (dovuto principalmente al minor orario). La forbice si apre invece al 23,6% nel salario accessorio, legato alla contrattazione individuale. Al contrario, nei grandi gruppi industriali dove la contrattazione integrativa e la presenza del sindacato sono consolidate, spiega la Fiom, il divario scende all’8,3%.

    Ecco perché, sottolinea il segretario Michele De Palma, “se c’è un antidoto al veleno del gender pay gap è la contrattazione a fronte di un sistema normativo che non garantisce un reale equilibrio sui luoghi di lavoro”. “Spero che la presidente del Consiglio Meloni guardi questi dati e spero di poter avere l’occasione con la ministra Calderone di poter affrontare il nostro bilancio e poi dopo anche le nostre proposte per cambiare la situazione”, conclude De Palma.

  • Two reportedly killed as women take part in rare protest in Afghanistan

    Taliban police used live fire to disperse a rare protest against the detention of women accused of violating strict Islamic dress codes in the western Afghan city of Herat, witnesses and protesters said.

    Medics told the BBC two people died, but did not specify how. A number of others at the protest were injured.

    Both men and women had taken to the streets days after local Taliban government officials reportedly began arresting women perceived to be “improperly wearing the hijab”.

    Police in Herat denied there had been any deaths, but have acknowledged they responded to the protest, telling the BBC that officers had “taken action to ensure security and maintain public order”.

    It is unclear what methods police used to break up the protest. Witnesses say the police opened fire, but the police did not confirm this when asked directly by the BBC.

    One protester told AFP that the security forces “used sticks, whips and firearms to disperse the crowd. They even fired shots into the air”.

    He told the news agency he saw people wounded. “People are extremely frightened,” he said. AFP also quoted a photographer who said he had seen security forces “striking protesters and firing weapons in the direction of the crowd”.

    “Based on what I personally witnessed, a significant number of people were injured,” the photographer said.

    The BBC could not independently verify the accounts.

    Gunfire can be clearly heard in videos circulating online, while women can be heard screaming “don’t beat [them]”.

    Sayed Masoud Hosseini, spokesperson for the Herat Police Command, said the protesters “acted in a manner that disturbed public order”.

    He added they were trying to “create tension under the pretext of protesting issues related to the observance of hijab and opposing Islamic hijab, which is considered a divine obligation”.

    In one clip, some protesters can be heard chanting “education, work, freedom”, the BBC’s Afghan service reported.

    Richard Bennett, the United Nations’ special rapporteur on the situation of human rights in Afghanistan, said on social media site X he was “alarmed by excessive use of force against seemingly peaceful protesters in Herat today”, calling on those responsible to be “held accountable”.

    Protests against the Taliban, especially by women, have been rare in Afghanistan since they retook power in August 2021.

    Initial attempts by women to defy the strict new rules brought in to control everything from their clothes to their education petered out, with women telling the BBC they were cowed by officials’ response to their protests – including being beaten, abused, jailed and even threatened with death by stoning.

    The wearing of a hijab is one of many rules brought in by the Taliban, who made it mandatory in May 2022.

    However, this latest crackdown in Herat was reportedly only announced on Friday.

    A number of eyewitnesses told BBC Afghan that since Saturday they had “seen with their own eyes women being arrested for not wearing the hijab”.

    One woman said the markets had since been “deserted”, while another told BBC Afghan that officers from the Ministry for Propagation of Virtue and Prevention of Vice, the so-called morality police, were checking cars and rickshaws for women wearing the hijab improperly.

    City officials have given conflicting accounts on whether or not women were being detained, with the Herat Provincial Information and Culture Department saying reports of dozens of arrests were “incorrect and rumoured”.

  • Iranian footballers say Australia has given them ‘hope’ for safe future

    Two Iranian footballers who were granted asylum in Australia have said the country has given them “hope for a future where we can live and compete in safety”.

    Atefeh Ramezanisadeh and Fatemeh Pasandideh were among seven members of the Iranian team who were originally granted humanitarian visas while in Australia for the Women’s Asian Cup – but the other five changed their minds and returned home.

    It was feared the team would face repercussions for declining to sing the Iranian national anthem at their opening match, days after the war began.

    In their first public statement, Ramezanisadeh and Pasandideh thanked supporters for their compassion and asked for privacy.

    “At this stage, our primary focus is on our safety, our health and beginning the process of rebuilding our lives,” the statement read.

    “We are overwhelmed by the warmth and generosity of the Iranian diaspora community in Australia. Your support has made us feel welcome and less alone as we navigate this transition,” they added.

    The pair also thanked the Australian government for providing them “a safe haven in this beautiful country” and officials from the Home Affairs staff for their “dedicated” assistance.

    Ramezanisadeh and Pasandideh – who have been pictured training with A-League Women’s team Brisbane Roar – said they hope to continue their elite sporting careers in Australia.

    The drama around the Iranian team unfolded against the background of the war back in their home country which erupted on 28 February when Israel and the US launched joint air strikes.

    Concerns grew about the team’s safety after footage emerged of a host on state TV calling them “traitors” who ought to be punished for their silence during the anthem on 2 March.

    The players were moved to Brisbane, about an hour’s drive north from the Gold Coast where they had been staying with their teammates before giving minders the slip and going into the protection of Australian Federal Police.

    Human rights activists have said the women who returned to Iran may have been pressured to reverse their decisions through threats against their families.

    Home Affairs Minister Tony Burke at the time said the Australian government could not “remove the context in which the players are making these incredibly difficult decisions”.

    Iran’s sports ministry said that they had “defeated the enemy’s plans” against them through their “national spirit and patriotism”, and accused Australia’s government of “playing in Trump’s field”.

    News agency Tasnim – which is affiliated with the Islamic Revolutionary Guard Corps – meanwhile reported the players had faced “psychological warfare, extensive propaganda and seductive offers” in Australia.

  • La Commissione lancia una piattaforma per rafforzare il ruolo delle donne in agricoltura

    La Commissione europea ha lanciato la piattaforma per le donne in agricoltura, una nuova iniziativa pensata per rafforzare il ruolo delle donne nel settore agricolo e promuovere pari opportunità nelle comunità rurali. Annunciata nella “Visione per l’agricoltura e l’alimentazione” della Commissione, la piattaforma mira ad aumentare la partecipazione femminile all’agricoltura, incoraggiare il tutoraggio e favorire lo scambio di buone pratiche. Il lancio coincide inoltre con la proclamazione da parte delle Nazioni Unite del 2026 come Anno internazionale delle agricoltrici.

    Nonostante il loro contributo fondamentale, le donne restano sottorappresentate nell’agricoltura dell’UE: gestiscono infatti solo il 32% delle aziende agricole. Persistono ancora diversi ostacoli, tra cui un accesso diseguale alla terra, ai finanziamenti e alla formazione, che continuano a limitarne il pieno potenziale.

    Il cuore della nuova piattaforma sarà il tutoraggio. I tutor condivideranno conoscenze pratiche e contribuiranno a creare una rete di supporto volta a contrastare gli stereotipi, ispirare le giovani donne e promuovere una presenza femminile sempre più riconosciuta nei ruoli di leadership del settore agricolo. Attraverso la valorizzazione di modelli di riferimento e il rafforzamento delle reti di mentoring, l’iniziativa punta ad accrescere la fiducia, migliorare l’accesso alle opportunità e garantire che il contributo delle donne sia pienamente riconosciuto.

    Nell’ambito della politica agricola dell’UE, gli Stati membri possono ora introdurre misure mirate, tra cui incentivi finanziari, per sostenere le agricoltrici. La Commissione sta inoltre migliorando la raccolta dei dati per integrare pienamente la dimensione di genere nell’elaborazione delle politiche. Solo nel 2024, 55 300 giovani donne hanno ricevuto sostegno per avviare un’attività agricola e beneficiare di un sostegno supplementare al reddito. Un settore agricolo più equo e inclusivo è essenziale per il futuro dell’Europa.

  • Donna somala giustiziata per l’omicidio di una minorenne in un caso che ha suscitato indignazione

    Le autorità del Puntland, regione semi-autonoma della Somalia, hanno giustiziato una donna condannata per l’omicidio di una ragazza di 14 anni, in un raro caso nella regione in cui la pena di morte è stata eseguita contro una donna. Hodan Mohamud Diiriye, 34 anni, è stata fucilata martedì nella città di Galkayo dopo che un tribunale l’ha dichiarata colpevole di aver picchiato a morte un’adolescente che lavorava come collaboratrice domestica.

    L’omicidio di Saabirin Saylaan a novembre ha scatenato proteste a Galkayo, insieme a rinnovate richieste di maggiore tutela dei minori.

    Il caso ha toccato un nervo scoperto in un paese in cui gli abusi sui minori spesso non vengono denunciati, soprattutto quando si verificano all’interno di famiglie allargate.

    Le autorità hanno affermato che la sentenza è stata eseguita in base al “qisas”, un principio giuridico islamico che consente alla famiglia di una vittima di omicidio di chiedere l’esecuzione anziché accettare un risarcimento economico. Un decreto nella regione di Mudug, dove è avvenuto l’omicidio, impone l’applicazione della legge islamica in casi simili.

    Membri della famiglia di Saabirin e di Diiriye erano presenti all’esecuzione della sentenza, secondo Faysal Sheikh Ali, governatore di Mudug.

    Le autorità del Puntland hanno affermato che questa era la prima volta in oltre 10 anni che una donna veniva giustiziata lì per ritorsione. L’ultima esecuzione nota di una donna risale al 2013, quando 13 membri del gruppo militante islamista al-Shabaab, tra cui una donna, furono giustiziati tramite fucilazione per il loro coinvolgimento nell’omicidio di un importante studioso islamico, dichiarò all’epoca le autorità.

  • Progetto in 250 scuole elementari contro la violenza di genere

    ‘Storie spaziali per maschi del futuro’ è il nome del progetto volto a proporre nuovi modelli contro gli stereotipi che in 250 scuole elementari si prefigge di contrastare la violenza di genere e far comprendere fin da bambini l’importanza del consenso nelle relazioni sociali, così da accompagnare i futuri ragazzi e adulti in un percorso di accettazione delle proprie fragilità e di gestione di emozioni come la rabbia e la tristezza. Guidato da fondazione Libellula con l’autrice Francesca Cavallo e ScuolAttiva Onlus, il progetto è stato presentato alla Camera alla presenza di parlamentari del Pd (Filippo Sensi), M5s (Stefania Ascari) e Avs (Francesca Ghirra): da marzo porterà fiabe, formazione docenti e strumenti educativi in 250 scuole su tutto il territorio nazionale (il 60% delle quali nelle periferie delle nostre città) coinvolgendo migliaia di bambini, insegnanti e famiglie per promuovere “modelli maschili più liberi, empatici e inclusivi”.

    Il nome dato al progetto rimanda al libro scritto da Cavallo, “Storie spaziali per Maschi del Futuro”, una raccolta di fiabe che affronta gli stereotipi di genere che “danneggiano non solo le bambine, ma anche i bambini maschi, mettendo in discussione modelli tradizionali di maschilità legati al principe azzurro al supereroe – si spiega -. Attraverso la narrazione il libro apre spazi nuovi per immaginare un maschile capace di fragilità, ascolto ed empatia”.

    Al 30 settembre scorso, secondo l’Osservatorio permanente sui delitti di genere pubblicato sul sito di ‘Non una di meno’, in Italia risultavano «70 femminicidi, 3 suicidi indotti di donne, 1 suicidio indotto di un ragazzo trans, 1 suicidio indotto di una persona non binaria, 1 suicidio indotto di un ragazzo, 6 casi in fase di accertamento. Inoltre, ci sono stati almeno altri 62 tentati femminicidi riportati nelle cronache on line di media nazionali e locali e almeno due ragazzi uccisi dal padre». «Tra le persone uccise – si legge sul sito -, la vittima più giovane aveva 1 anno, la più anziana 93. Le vittime hanno un’età media di 55 anni. Si contano 12 casi con denunce o segnalazioni per violenza, stalking, persecuzione nei mesi precedenti. Due persone uccise erano sex worker, 13 persone uccise avevano una disabilità o una malattia grave, spesso cronica o degenerativa, 10 i casi in cui gli minori hanno assistito al femminicidio, 54 gli minori sono rimasti orfani in seguito al femminicidio della madre».

    Il report ha analizzato anche l’identità degli assassini e le modalità delle aggressioni: «Nei 70 casi accertati di omicidio, il colpevole o presunto tale ha un’età media di 51 anni. Il più giovane aveva 19 anni al momento del delitto, il più anziano 91. Ventidue uomini colpevoli si sono suicidati subito dopo aver compiuto l’omicidio. Ciò significa che non sarà possibile procedere per via giudiziaria e dunque attestare la gravità del gesto e le motivazioni di genere e patriarcali della violenza espressa. Altri 6 uomini colpevoli hanno tentato di togliersi la vita». «Nella quasi totalità dei casi – si legge ancora -, l’assassino era conosciuto dalla persona uccisa. Nel 50 per cento dei casi l’assassino era il marito, il partner, il convivente (35 casi). In 13 casi, a compiere il gesto è stato l’ex partner da cui la persona uccisa si era separata o aveva espresso l’intenzione di separarsi. In 11 casi, l’omicida è il figlio. Negli altri casi la relazione con la vittima era: amico, nipote, cliente, o conoscente». E ancora: «Dei 70 casi accertati di omicidio, 21 sono morte per accoltellamento, e 12 per i colpi di arma da fuoco. Altre cause del decesso sono soffocamento o strangolamento (16), percosse, colpi di forbici, colpi d’ascia, caduta dalla finestra».

  • Taliban order women to wear burkas to access hospitals, charity says

    The Taliban authorities in Afghanistan have ordered female patients, caretakers and staff to wear a burka – a full Islamic veil – to enter public health facilities in the western city of Herat, medical charity Médecins Sans Frontières (MSF) says.

    MSF said the restrictions came into effect from 5 November.

    “These restrictions further impede women’s lives and limit women’s access to health care,” Sarah Chateau, the agency’s programme manager in Afghanistan, told the BBC. She said even those “in need of urgent medical care” had been affected.

    A spokesman for the Taliban government has denied MSF’s account. Reports say restrictions have been partially relaxed since the alarm was raised.

    MSF, which supports paediatric services at Herat Regional Hospital, said it had observed a 28% drop in admissions of patients whose conditions were urgent during the first few days of the new enforcement.

    Ms Chateau said Taliban members had been denying entry to women without the burka by standing at the entrance of the health facilities. A burka is a one-piece veil that covers the face and body, often leaving just a mesh screen to see through.

    A Taliban spokesperson for the Propagation of Virtue and Prevention of Vice Ministry, which enforces strict religious doctrines, dismissed reports that women were being forced to wear the burka.

    “This is totally false. The position of the vice and virtue ministry is generally on the wearing of hijab,” Saif-ul-Islam Khyber said.

    Hijab means covering up generally but also describes the headscarves worn by Muslim women.

    The Taliban official also rejected reports that women were banned from medical centres for not wearing the burka.

    At the same time, the Taliban official said: “Hijab is interpreted differently in different parts of the country, most of which are in conflict with Sharia [law].”

    Activists have also alleged that Taliban guards have been enforcing the wearing of burkas for women to enter key facilities for the past week.

    One female activist from Herat province told the BBC that the dress code was applicable for those who want to enter hospitals, schools and government offices.

    There has also been criticism on social media over the Taliban’s reported decision to impose the burka in Herat.

    An Afghan activist posted a video on X showing some women setting fire to the garments in protest at the Taliban’s rule. The BBC has not independently verified the video.

    The Taliban enforced the burka during their first stint in power in the 1990s.

    Since seizing power in August 2021, the Taliban government has imposed numerous restrictions, particularly for women, in accordance with their interpretation of Islamic Sharia law.

    In 2022, the Taliban issued a decree ordering women to wear an all-covering Islamic face veil in public. Taliban officials then described the face veil edict as “advice”.

    “Even though the veil edit was announced earlier, this is the first time we are seeing the enforcement of the burka in Herat. In the past few days more and more women are coming to the hospital with burkas,” Ms Chateau said.

    Since returning to power, the Taliban have barred women from most workplaces and universities and girls from secondary schools. The UN has repeatedly urged the Taliban to end what it describes as “gender apartheid”.

    Last week, the UN said it had suspended operations at a key border crossing between Afghanistan and Iran because of restrictions on Afghan women staff working at the border.

    Islam Qala, in Herat province, has been the main crossing point for hundreds of thousands of Afghans forced to leave Iran in the past year.

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