donne

  • La Corte di giustizia europea giudica lecito vietare il velo islamico sul luogo di lavoro

    Il divieto di indossare il velo islamico al lavoro “può essere giustificato dall’esigenza del datore di lavoro di presentarsi in modo neutrale nei confronti dei clienti o di prevenire conflitti sociali”, tuttavia “tale giustificazione deve rispondere a un’esigenza reale del datore di lavoro”. E’ quanto ha deciso la Corte di giustizia dell’Unione europea pronunciandosi sul ricorso di due cittadine musulmane in causa con i propri datori di lavoro per il loro abbigliamento.

    Le due ricorrenti, impiegate presso società di diritto tedesco in qualità di educatrice specializzata l’una e consulente di vendita e cassiera l’altra, indossavano un velo islamico sul loro rispettivo luogo di lavoro. Considerando che l’uso di un tale velo non corrispondeva alla politica di neutralità politica, filosofica e religiosa perseguita nei confronti dei genitori, dei bambini e dei terzi, la Wabe eV, datore di lavoro della prima, le ha chiesto di togliere il velo e, a seguito del rifiuto di quest’ultima, l’ha provvisoriamente sospesa, per due volte, dalle sue funzioni, rivolgendole nel contempo un’ammonizione. La Mh Muller Handels GmbH, datore di lavoro della seconda ricorrente, da parte sua, a fronte del rifiuto di quest’ultima di togliere il velo sul luogo di lavoro, l’ha dapprima assegnata a un altro posto che le consentiva di portare il velo, poi, dopo averla mandata a casa, le ha ingiunto di presentarsi sul luogo di lavoro priva di segni vistosi e di grandi dimensioni che esprimessero qualsiasi convinzione religiosa, politica o filosofica.

    Dopo i ricorsi ai tribunali nazionali, i due casi sono finiti alla Corte di giustizia. In particolare, alla Corte è stato chiesto se una norma interna di un’impresa, che vieta ai lavoratori di indossare sul luogo di lavoro qualsiasi segno visibile di convinzioni politiche, filosofiche o religiose costituisca, nei confronti dei lavoratori che seguono determinate regole di abbigliamento in ragione di precetti religiosi, una discriminazione diretta o indiretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali; a quali condizioni l’eventuale differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali che discende da una tale norma possa essere giustificata e quali siano gli elementi da prendere in considerazione nell’ambito dell’esame del carattere appropriato di una tale differenza di trattamento.

    Nella sua sentenza, pronunciata in Grande Sezione, la Corte precisa in particolare a quali condizioni una differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali, derivante da una tale norma interna, possa essere giustificata.

    La Corte rileva che il fatto di indossare segni o indumenti per manifestare la religione o le convinzioni personali rientra nella “libertà di pensiero, di coscienza e di religione”. Peraltro, la Corte ricorda la sua giurisprudenza in base alla quale una tale norma non costituisce una discriminazione diretta ove riguardi indifferentemente qualsiasi manifestazione di tali convinzioni e tratti in maniera identica tutti i dipendenti dell’impresa, imponendo loro, in maniera generale e indiscriminata, una neutralità di abbigliamento che osta al fatto di indossare tali segni.

    La Corte ritiene che tale constatazione non sia rimessa in discussione dalla considerazione che taluni lavoratori seguono precetti religiosi che impongono di indossare determinati indumenti. Infatti, se è vero che una norma come quella summenzionata è certamente idonea ad arrecare particolare disagio a tali lavoratori, detta circostanza non incide in alcun modo sulla constatazione in base alla quale tale medesima norma, che rispecchia una politica di neutralità dell’impresa, non istituisce in linea di principio una differenza di trattamento tra lavoratori basata su un criterio inscindibilmente legato alla religione o alle convinzioni personali.

    Nel caso di specie, la norma controversa sembra essere stata applicata in maniera generale e indiscriminata, dato che il datore di lavoro interessato ha del pari chiesto e ottenuto che una lavoratrice che indossava una croce religiosa togliesse tale segno. La Corte giunge alla conclusione che, in tali condizioni, una norma come quella controversa nel procedimento principale non costituisce, nei confronti dei lavoratori che seguono determinate regole di abbigliamento in applicazione di precetti religiosi, una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali. In secondo luogo, la Corte rileva, anzitutto, che la volontà di un datore di lavoro di mostrare, nei rapporti con i clienti, una politica di neutralità politica, filosofica o religiosa può costituire una finalità legittima. La Corte precisa, però, che tale semplice volontà non è di per sé sufficiente a giustificare in modo oggettivo una differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali, dato che il carattere oggettivo di una siffatta giustificazione può ravvisarsi solo a fronte di un’esigenza reale di tale datore di lavoro. Gli elementi rilevanti al fine di individuare una tale esigenza sono, in particolare, i diritti e le legittime aspettative dei clienti o degli utenti e, più nello specifico, in materia di istruzione, il desiderio dei genitori di far educare i loro figli da persone che non manifestino la loro religione o le loro convinzioni personali allorché sono a contatto con i bambini.

  • L’UE lancia il progetto pilota “Women TechEU”: portare le donne in prima linea nel settore delle tecnologie superavanzate

    La Commissione europea ha lanciato “Women TechEU“, un nuovo programma dell’UE che sostiene le start-up a guida femminile “superavanzate” dal punto di vista tecnologico per aiutarle a diventare futuri campioni di tecnologia. Il sostegno rientra nel nuovo programma sugli ecosistemi dell’innovazione di Orizzonte Europa ed è stato ulteriormente incentivato dal Consiglio europeo per l’innovazione (CEI).

    Le statistiche evidenziano che attualmente solo il 15 % delle start-up innovative è fondato o cofinanziato da donne, mentre appena il 6% ha gruppi fondatori composti da sole donne. Queste imprese guidate da donne raccolgono meno capitale di rischio rispetto alle loro controparti composte da soli uomini, compresi gli investimenti essenziali nella fase iniziale; anche i loro introiti tendono ad essere inferiori. In tutta Europa solo il 5 % circa del capitale di rischio è destinato a gruppi composti da giovani imprenditrici e imprenditori, e appena il 2 % a gruppi composti solo da donne.

    Women TechEU punta a combattere tale divario di genere in materia di innovazione sostenendo le start-up a guida femminile durante le fasi iniziali e più rischiose. Il sostegno finanziario per le start-up guidate da donne prevede sovvenzioni pari a 75.000 euro nonché l’offerta di coaching e tutoraggi di eccellenza attraverso il programma EIC Women Leadership. Anche il programma EIC Accelerator è rivolto anche alle start-up guidate da donne, ma il nuovo regime “Women TechEU” si contraddistingue perché offre sostegni nella fase iniziale e formativa delle imprese, puntando ad aumentare il numero di donne che lanciano una propria start-up.

    Saranno fino a 50 le start-up a tecnologia avanzata più promettenti (sia negli Stati membri dell’UE che nei paesi associati) a ricevere finanziamenti nell’ambito del primo invito pilota “Women TechEU” che si concluderà il 10 novembre 2021.

    Fonte: Commissione europea

  • Yemeni model facing unfair trial by rebel authorities – rights group

    A Yemeni actress and model accused of an “indecent act” and drug possession is facing an unfair trial by rebel authorities, Human Rights Watch says.

    Intisar al-Hammadi, 20, who denies the charges, was detained by the Houthi movement’s forces in Sanaa in February.

    Her lawyer alleged she was physically and verbally abused by interrogators, subjected to racist insults, and forced to sign a document while blindfolded.

    Prosecutors also allegedly threatened her with a forced “virginity test”.

    Her lawyer told HRW that he had been prevented from seeing Ms Hammadi’s casefile and was stopped from representing her when she appeared in court twice earlier this month.

    The Houthis, who have been fighting a war against Yemen’s internationally recognised government since 2015, have not commented on the case.

    Ms Hammadi, who has a Yemeni father and an Ethiopian mother, has worked as a model for four years and acted in two Yemeni TV series.

    She sometimes appeared in photographs posted online without a headscarf, defying strict societal norms in the conservative Muslim country.

    Her lawyer said she was travelling in a car with three other people in Sanaa on 20 February when rebel Houthi forces stopped it and arrested them. Ms Hammadi was blindfolded and taken to a Criminal Investigations Directorate building, where she was held incommunicado for 10 days, he added.

    “Her phone was confiscated, and her modelling photos were treated like an act of indecency and therefore she was a prostitute [in the eyes of Houthi authorities],” the lawyer told HRW.

    According to HRW, Ms Hammadi told a group of human rights defenders and a lawyer who were allowed to visit her in prison in late May that she was forced by interrogators to sign a document while blindfolded. The document was reportedly a “confession” to several offences.

    In March, Ms Hammadi was transferred to the Central Prison in Sanaa, where guards called her a “whore” and “slave”, because of her dark skin and Ethiopian descent, her lawyer said.

    He added that prosecutors halted their plans to force her to undergo a “virginity test” in early May after Amnesty International issued a statement condemning them. The World Health Organization has said that “virginity tests” have no scientific merit or clinical indication and that they are a violation of human rights.

    “The Houthi authorities’ unfair trial against Intisar al-Hammadi, on top of the arbitrary arrest and abuse against her in detention, is a stark reminder of the abuse that women face at the hands of authorities throughout Yemen,” said Michael Page, HRW’s deputy Middle East director.

    “The Houthi authorities should ensure her rights to due process, including access to her charges and evidence against her so she can challenge it, and immediately drop charges that are so broad and vague that they are arbitrary.”

  • Torna il WeWorld Festival 2021

    Il 21, 22 e 23 maggio torna il WeWorld Festival che per la sua 11^ edizione, si svolgerà in una doppia veste: in presenza allo spazio BASE di Milano, online sulla nostra pagina Facebook.  Un’occasione per riflettere, discutere, incontrare, ed ascoltare testimoni che parlano di diritti delle donne in Italia e nel mondo Quest’anno il tema sono gli stereotipi e le tante, troppe, forme nascoste di discriminazione.

    All’interno del Festival verrà presentata, il 21 maggio alle ore 11 in diretta sulla pagina Facebook di WeWorld, la seconda edizione del rapporto MAI PIU’ INVISIBILI, sulla condizione di donne, bambini/e ed adolescenti in Italia. Una fotografia della parte dimenticata del paese durante la Pandemia, dati e voci per capire insieme come un futuro migliore sia ancora possibile e ora più che mai necessario. Interverranno: Elena Bonetti, Ministra per la Famiglia e le Pari opportunità, Elly Schlein, Vice Presidente della Regione Emilia Romagna, Cristina Grieco, Consigliera del Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, già assessora all’Istruzione Regione Toscana.

    Saranno tre giorni di talk, dibattiti, performance e mostre (tutti ad accesso libero e gratuito) per continuare a parlare di empowerment, di diritti e della condizione femminile.

  • Sri Lankan Cabinet approves proposed ban on burqas in public

    COLOMBO, Sri Lanka (AP) — Sri Lanka’s Cabinet on Tuesday approved a proposed ban on wearing full-face veils including Muslim burqas in public, citing national security grounds, despite a U.N. expert’s comment that it would violate international law.

    The Cabinet approved the proposal by Public Security Minister Sarath Weerasekera at its weekly meeting, Weerasekara said on his Facebook page.

    The proposal will now be sent to the Attorney General’s Department and must be approved by Parliament to become law. The government holds a majority in Parliament and the proposal could easily be passed.

    Weerasekara has called burqas, a garment that covers the body and face worn by some Muslim women, a sign of religious extremism and said a ban would improve national security.

    Wearing of burqas was temporarily banned in 2019 after Easter Sunday suicide bomb attacks killed more than 260 people. Two local Muslim groups that had pledged allegiance to the Islamic State group were blamed for the attacks at six locations — two Roman Catholic churches, one Protestant church and three top hotels.

    Last month, Pakistani Ambassador Saad Khattak tweeted that a ban would hurt the feelings of Muslims. The U.N. special rapporteur on freedom of religion or belief, Ahmed Shaheed, tweeted that a ban would be incompatible with international law and the right to free religious expression.

    Muslims make up about 9% of Sri Lanka’s 22 million people, with Buddhists accounting for more than 70%. Ethnic minority Tamils, who are mainly Hindus, comprise about 15%.

  • Quando la difesa diventa un j’accuse

    Quasi unanime lo sdegno per le parole e l’atteggiamento scomposto e da neuro deliri di Grillo in una difesa del figlio che diventa di fatto un j’accuse involontario anche all’educazione famigliare che è stata data al giovane Grillo. La violenza espressa nell’intervista a noi appare assolutamente in linea con quanto, più volte, Grillo ha detto e ha fatto per anni riuscendo così, con la connivenza e l’acquiescenza di troppi, dalla stampa ai magistrati, dalla politica alla così detta società civile, a conquistarsi quella notorietà e peso politico che tutti conosciamo.

    Siamo in un’epoca nella quale si diventa più forti, più ascoltati, più potenti urlando, minacciando, insultando, non è importante quello che dici ma come lo dici e più lo dici con la bava alla bocca più trovi spazio fino a che, prima o poi, e prima o poi succede perché il tempo spesso è galantuomo, tutta la violenza e la rabbia ti tornano indietro, addosso e improvvisamente scopri, anche se non te ne accorgi subito, che non sei nessuno. Fa pena un uomo che nei fatti ha dimostrato tutte le sue carenze di padre e di essere umano, non dico di politico perché Grillo la politica non sa, e non ha mai saputo, neppure cosa sia. A Milano si diceva ‘ofelè fa el to mesté!’, ecco Grillo era un comico, a chi piaceva faceva ridere e poteva continuare così mentre invece è stato tramutato in un capo partito, nel predicatore di un nuovo sistema che si è dimostrato più confuso del vecchio, e oggi fa piangere chi ha creduto in lui. Forse qualche esame di coscienza dovrebbe essere fatto dai troppi che lo hanno assecondato dandogli uno spazio ingiustificato ed un potere mal riposto, ma da troppo tempo in Italia, e non solo, gli esami di coscienza sono stati aboliti.

    Le donne, i bambini, le persone che comunque subiscono una violenza sanno una volta di più che le leggi non bastano a difenderli, ci vuole una cultura diversa, a partire dalla politica, dai mass media, dalla scuola, diversa da persone come Grillo.

  • Nel 2020 boom di richieste di aiuto da parte delle donne (+72%)

    Nel 2020, l’anno della pandemia, la permanenza forzata in casa di molte donne si è tramutata in un vero e proprio inferno. Il numero delle violenze di partner e conviventi ha fatto saltare l’asticella delle richieste di aiuto al 1522, il numero antiviolenza e stalking. Tra marzo e ottobre dell’anno scorso – ha certificato e in qualche modo ribadito il 2/o Rapporto sulla filiera della sicurezza in Italia, realizzato dal Censis e da Federsicurezza – le chiamate sono state 23.071, aumentate del 72% rispetto alle 13.424 dello stesso periodo del 2019.

    Ma l’aumento della paura e dell’ansia ha interessato un po’ tutti gli italiani, condizionandone fortemente la qualità della vita: il 75,8% ha paura di camminare per strada e di prendere i mezzi pubblici di sera, l’83,8% teme di frequentare luoghi affollati, l’88,5% di incontrare persone sconosciute sui social network, il 76,3% ha paura di condividere immagini sul web e il 22,5% di stare a casa da soli di notte. Il tutto in un contesto composto da oltre 6 milioni di italiani che ha paura di tutto, i cosiddetti ‘panofobici’, persone che in casa o fuori vivono costantemente in stato d’ansia. E tra questi prevalgono le donne (18%), seguite a ruota dalle persone con meno di 35 anni (16,3% pari a 1,7 milioni).

    La presenza della paura in realtà cozza con un drastico calo (-19%) delle denunce per reati (1.866.857) rispetto al 2019. Nonostante ciò per due terzi degli italiani (il 66,6% del totale) la paura di rimanere vittima di un reato non è diminuita e per il 28,6% è addirittura aumentata. Un settore in crescita è il cybercrime, con 241.673 truffe e frodi informatiche, il 13,9% in più rispetto all’anno precedente. E il risultato è che un italiano su tre non si sente sicuro quando fa operazioni bancarie online o usa sistemi di pagamento elettronici per acquisti in rete. Secondo lo studio il 50,5% degli italiani esprime fiducia nelle guardie giurate e negli operatori della sicurezza privata, “ma – ha detto durante la presentazione del rapporto il consigliere di Federsicurezza Alberto Ziliani – il 55,7% è convinto che il settore avrebbe bisogno di un maggiore riconoscimento sociale”. “In termini di sicurezza – ha evidenziato la deputata di Forza Italia Annagrazia Calabria, vicepresidente della Commissione Affari costituzionali della Camera – le parole chiave devono essere prevenzione e sussidiarietà, affinché si crei una sistema integrato di tutela che poggi anche sui privati, adeguatamente formati”.

    “E’ necessario investire sulla fiducia dei cittadini”, ha avvertito il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni (Lega). “E’ un tema importante quello della sicurezza integrata, sia quando si parla della propria abitazione che dell’intero Paese. E tutto deve andare di pari passo con il concetto di libertà. Anche per questo va difeso il settore della sicurezza privata, con le sue 1.700 aziende e i 70mila lavoratori che diventano 200mila se si tiene conto dell’indotto”. Nella sicurezza “serve integrazione tra pubblico e privato e le competenze debbono aumentare, visto anche l’aumento delle tecnologie”, ha rimarcato Alberto Pagani (Pd) della Commissione Difesa della Camera.

  • La pandemia rallenta il percorso verso la parità di genere

    Lo shock pandemico, con il duro colpo inflitto alla partecipazione femminile al lavoro, allontana di ulteriori 36 anni il momento in cui il mondo dovrebbe vedere l’uguaglianza di genere: “nonostante si stiano creando condizioni di parità in termini di educazione e condizioni sanitarie, le donne non hanno le stesse opportunità, fronteggiano ostacoli economici, un peggioramento della partecipazione politica e difficoltà nel mantenere il posto di lavoro”.

    A tracciare il bilancio della situazione globale delle disparità di genere è il World Economic Forum nel suo Gender Gap Report, che come ogni anno fa il conto, sulla base delle condizioni attuali, degli anni che in prospettiva ci vorranno per arrivare alla parità. Un bilancio nettamente peggiorato nell’anno segnato dal Covid, che ha colpito l’occupazione, inasprito le disparità familiari con incombenze mediamente ricadute soprattutto sulle madri, falcidiato opportunità per le ragazze: dai 99,5 calcolati nella precedente edizione, ora ce ne vogliono 135,6. “La pandemia ha fortemente l’eguaglianza di genere, sia nel posto di lavoro che a casa, riportando indietro le lancette dopo anni di progressi”; spiega Saadia Zahidi, Managing Director del World Economic Forum.

    In testa alla classifica della parità di genere si mantengono i Paesi nordeuropei, a partire da Islanda, Finlandia, Norvegia e Svezia, quest’ultima preceduta dalla Nuova Zelanda e seguita dalla Namibia. Gli Usa sono solo 30esimi. Pur con tutte le difficoltà vissute dalle donne in Italia, nient’affatto immuni al trend globale che le ha viste pagare il prezzo più salato dell’impatto socio-economico della pandemia insieme ai giovani, la Penisola segna un miglioramento degli indicatori calcolati dall’organizzazione di Ginevra. La posizione dell’Italia migliora infatti di 14 posizioni, al 62esimo posto su 156 economie prese in considerazione: nel 2020 era 76esima: va meglio, ma resta distanza dalle vicine Germania (11esima) e Francia (16esima). E’ al 41esimo posto nella scala dell’emancipazione politica femminile, 33esima quanto a numero di donne con posizioni ministeriali.  Più indietro, tuttavia, al 55esimo posto sul fronte dell’educazione, con strada da fare in particolare nella partecipazione femminile ai corsi di studio con più futuro: come le materie Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) da dove provengono solo il 15,7% delle laureate, quasi la metà rispetto ai maschi (33,9%). E ancora, parità di genere lontana nel lavoro part time (49,9% delle donne, contro il 21,4% degli uomini) e nei redditi: la media femminile è del 42,8% più bassa rispetto agli uomini, e persino quando svolgono mansioni simili, le donne soffrono ancora un gap di ben il 46,7% rispetto agli stipendi degli uomini.

  • ‘La mia vita di donna in politica’, il libro di Astrd Lulling, storica deputata europea

    Il 25 marzo alle 18.30 l’Associazione degli Ex Deputati europei (FMA) organizza, in collaborazione con l’ufficio del Parlamento europeo a Lussemburgo e il Centro di informazione Europe Direct dell’Università del Lussemburgo, il suo secondo evento “Librorum”. In questa occasione sarà presentato il libro “La mia vita di donna in politica (Mein Leben als Frau in der Politik)” di Astrid Lulling, membro del Parlamento europeo dal 1965 al 1974 e dal 1989 al 2014 e membro delle FMA.

    L’evento sarà aperto da Monica Baldi, Consigliere FMA responsabile della comunicazione, e sarà presieduto da Miguel Angel Martínez Martínez, membro del Consiglio FMA con una sessione di domande e risposte con il pubblico.

    L’interpretazione simultanea sarà disponibile in inglese e francese.

  • La competenza non ha un genere privilegiato

    Una delle forme più ridicole di “politicamente corretto” utilizzate con l’obiettivo dichiarato di dimostrarsi anche progressisti è quella di individuare nel genere femminile la soluzione ai problemi della nostra articolata e complessa società in quanto l’universo femminile sarebbe espressione di una superiorità congenita rispetto a quello maschile. Contemporaneamente si arriva anche ad affermare come le donne sarebbero solo in quanto tali migliori dei colleghi maschili all’interno di qualsiasi campo operativo nel quale si trovassero ad interagire.

    La sacrosanta parità di genere rappresenta sicuramente un obiettivo da raggiungere attraverso atti normativi e comportamenti i quali possono indicare la direzione da seguire.  In un contesto più articolato e complesso questo traguardo, la parità, rappresenta e soprattutto esercita quella funzione svolta “dall’ascensore sociale” all’interno delle società democratiche per le classe meno abbienti. Il riconoscimento dell’assoluta uguaglianza deve venire ricercata e contemporaneamente conseguita, o quantomeno progressivamente avvicinata, tanto nei diritti quanto nell’accesso a supporti attraverso sostegni normativi e finanziari. Il tutto come semplice e naturale riconoscimento delle articolate espressioni del genere umano e non tanto come uno specifico supporto ad una sola delle forme di genere.

    Il mondo progressista, invece, per dimostrare la propria posizione “all’avanguardia” risulta andare oltre questa parità “dalla linea di partenza”, individuando ed identificando come una vera e propria icona la superiore potenzialità dell’universo femminile quale nuova forma di rivincita e rinascita della civiltà occidentale.

    La vicenda dei vaccini dimostra, invece, come Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, assieme a Sandra Gallina, interprete, la cui competenza in passato è stata espressa nell’ambito della pesca, entrambe prive di una minima competenza in ambito contrattualistico, abbiano gestito in modo indegno i contratti con le Big Pharma. Le problematiche relative all’approvvigionamento dei vaccini nascono essenzialmente dalla loro responsabile incapacità, per di più ammessa dalla stessa Presidente. Contemporaneamente, sul suolo italiano due esponenti del genere femminile e maschile, Azzolina ed Arcuri, hanno investito centinaia di milioni in banchi a rotelle, ora vergognosamente accatastati nei magazzini.

    Queste due coppie di genere, la prima iconica ed europea, la seconda italiana ed espressione dei due generi, dimostrano come abbiano entrambe espresso la propria incompetenza. In più il commissario Arcuri (per l’emergenza sanitaria) avrebbe dovuto elaborare, ancor prima di sapere quando potessero diventare disponibili, un piano vaccinale articolato e preciso da attuare immediatamente dopo la disponibilità dei vaccini. Basti ricordare in questo senso la vergognosa operazione delle primula (https://www.ilpattosociale.it/attualita/le-1-500-primule-il-fiore-del-delirio-italico/).

    Sembra incredibile come non si riesca, all’interno del mondo della politica e in quello dell’intelligentia italiana, a comprendere come la competenza non sia legata al genere (e ancor meno alle tendenze sessuali) ma sia espressione finale di una forma mentale assolutamente indipendente dal genere stesso che si esprime all’interno di un percorso di apprendimento cominciato (la vera base di partenza) dal conseguimento del titolo di studio.

    In altre parole, non può essere il semplice titolo di studio, unito ad una qualità di genere riconosciuta, a certificare la competenza di una persona quanto la capacità, con la disponibilità e la volontà ad un continuo miglioramento ed aggiornamento delle proprie competenze da sviluppare partendo proprio da quelle conseguite e certificate dal titolo di studio.

    Mai come ora l’arretramento culturale assume caratteristiche macroscopiche proprio all’interno di quegli ambienti che si considerano progressisti. Si indica nel genere femminile la soluzione ai nostri problemi incapaci di comprendere di commettere il medesimo errore dal quale la società vorrebbe ora emendarsi: cioè la superiorità di un solo genere.

    Sembra incredibile, in più, come questa visione colpevole dei medesimi vizi della cultura maschilista da combattere altro non sia che l’espressione di una visione infantile la quale tende ad annullare il valore della preparazione preferito ad un concetto di “competenza espressione di una qualità di genere”.

    L’incompetenza emersa evidente dalla vicenda dei vaccini nel contesto europeo ed italiano rappresenta il vero problema in ambito politico, e soprattutto istituzionale, pur vedendo come protagoniste anche delle donne, perché dimostra esattamente come la competenza sia l’unica qualità da ricercare indipendentemente dal genere che la esprime.

    All’interno di una società evoluta è necessario operare sulle opportunità da offrire per valorizzare le competenze indipendentemente del genere.

    In una società evoluta, democratica e liberale le differenze, di genere o espressione di altri fattori, non vengono annullate ma sublimate in quanto l’interazione tra queste offre come risultato non la semplice somma delle singole qualità di genere ma la crescita esponenziale come espressione della moltiplicazione delle stesse differenze. Annullare le evidenti differenze di genere difatti annulla il valore che queste possono produrre all’interno un sistema politico economico paritario.

    Mai come ora contro il nuovo massimalismo di generi Vive la difference!

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