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  • Donna somala giustiziata per l’omicidio di una minorenne in un caso che ha suscitato indignazione

    Le autorità del Puntland, regione semi-autonoma della Somalia, hanno giustiziato una donna condannata per l’omicidio di una ragazza di 14 anni, in un raro caso nella regione in cui la pena di morte è stata eseguita contro una donna. Hodan Mohamud Diiriye, 34 anni, è stata fucilata martedì nella città di Galkayo dopo che un tribunale l’ha dichiarata colpevole di aver picchiato a morte un’adolescente che lavorava come collaboratrice domestica.

    L’omicidio di Saabirin Saylaan a novembre ha scatenato proteste a Galkayo, insieme a rinnovate richieste di maggiore tutela dei minori.

    Il caso ha toccato un nervo scoperto in un paese in cui gli abusi sui minori spesso non vengono denunciati, soprattutto quando si verificano all’interno di famiglie allargate.

    Le autorità hanno affermato che la sentenza è stata eseguita in base al “qisas”, un principio giuridico islamico che consente alla famiglia di una vittima di omicidio di chiedere l’esecuzione anziché accettare un risarcimento economico. Un decreto nella regione di Mudug, dove è avvenuto l’omicidio, impone l’applicazione della legge islamica in casi simili.

    Membri della famiglia di Saabirin e di Diiriye erano presenti all’esecuzione della sentenza, secondo Faysal Sheikh Ali, governatore di Mudug.

    Le autorità del Puntland hanno affermato che questa era la prima volta in oltre 10 anni che una donna veniva giustiziata lì per ritorsione. L’ultima esecuzione nota di una donna risale al 2013, quando 13 membri del gruppo militante islamista al-Shabaab, tra cui una donna, furono giustiziati tramite fucilazione per il loro coinvolgimento nell’omicidio di un importante studioso islamico, dichiarò all’epoca le autorità.

  • Progetto in 250 scuole elementari contro la violenza di genere

    ‘Storie spaziali per maschi del futuro’ è il nome del progetto volto a proporre nuovi modelli contro gli stereotipi che in 250 scuole elementari si prefigge di contrastare la violenza di genere e far comprendere fin da bambini l’importanza del consenso nelle relazioni sociali, così da accompagnare i futuri ragazzi e adulti in un percorso di accettazione delle proprie fragilità e di gestione di emozioni come la rabbia e la tristezza. Guidato da fondazione Libellula con l’autrice Francesca Cavallo e ScuolAttiva Onlus, il progetto è stato presentato alla Camera alla presenza di parlamentari del Pd (Filippo Sensi), M5s (Stefania Ascari) e Avs (Francesca Ghirra): da marzo porterà fiabe, formazione docenti e strumenti educativi in 250 scuole su tutto il territorio nazionale (il 60% delle quali nelle periferie delle nostre città) coinvolgendo migliaia di bambini, insegnanti e famiglie per promuovere “modelli maschili più liberi, empatici e inclusivi”.

    Il nome dato al progetto rimanda al libro scritto da Cavallo, “Storie spaziali per Maschi del Futuro”, una raccolta di fiabe che affronta gli stereotipi di genere che “danneggiano non solo le bambine, ma anche i bambini maschi, mettendo in discussione modelli tradizionali di maschilità legati al principe azzurro al supereroe – si spiega -. Attraverso la narrazione il libro apre spazi nuovi per immaginare un maschile capace di fragilità, ascolto ed empatia”.

    Al 30 settembre scorso, secondo l’Osservatorio permanente sui delitti di genere pubblicato sul sito di ‘Non una di meno’, in Italia risultavano «70 femminicidi, 3 suicidi indotti di donne, 1 suicidio indotto di un ragazzo trans, 1 suicidio indotto di una persona non binaria, 1 suicidio indotto di un ragazzo, 6 casi in fase di accertamento. Inoltre, ci sono stati almeno altri 62 tentati femminicidi riportati nelle cronache on line di media nazionali e locali e almeno due ragazzi uccisi dal padre». «Tra le persone uccise – si legge sul sito -, la vittima più giovane aveva 1 anno, la più anziana 93. Le vittime hanno un’età media di 55 anni. Si contano 12 casi con denunce o segnalazioni per violenza, stalking, persecuzione nei mesi precedenti. Due persone uccise erano sex worker, 13 persone uccise avevano una disabilità o una malattia grave, spesso cronica o degenerativa, 10 i casi in cui gli minori hanno assistito al femminicidio, 54 gli minori sono rimasti orfani in seguito al femminicidio della madre».

    Il report ha analizzato anche l’identità degli assassini e le modalità delle aggressioni: «Nei 70 casi accertati di omicidio, il colpevole o presunto tale ha un’età media di 51 anni. Il più giovane aveva 19 anni al momento del delitto, il più anziano 91. Ventidue uomini colpevoli si sono suicidati subito dopo aver compiuto l’omicidio. Ciò significa che non sarà possibile procedere per via giudiziaria e dunque attestare la gravità del gesto e le motivazioni di genere e patriarcali della violenza espressa. Altri 6 uomini colpevoli hanno tentato di togliersi la vita». «Nella quasi totalità dei casi – si legge ancora -, l’assassino era conosciuto dalla persona uccisa. Nel 50 per cento dei casi l’assassino era il marito, il partner, il convivente (35 casi). In 13 casi, a compiere il gesto è stato l’ex partner da cui la persona uccisa si era separata o aveva espresso l’intenzione di separarsi. In 11 casi, l’omicida è il figlio. Negli altri casi la relazione con la vittima era: amico, nipote, cliente, o conoscente». E ancora: «Dei 70 casi accertati di omicidio, 21 sono morte per accoltellamento, e 12 per i colpi di arma da fuoco. Altre cause del decesso sono soffocamento o strangolamento (16), percosse, colpi di forbici, colpi d’ascia, caduta dalla finestra».

  • Taliban order women to wear burkas to access hospitals, charity says

    The Taliban authorities in Afghanistan have ordered female patients, caretakers and staff to wear a burka – a full Islamic veil – to enter public health facilities in the western city of Herat, medical charity Médecins Sans Frontières (MSF) says.

    MSF said the restrictions came into effect from 5 November.

    “These restrictions further impede women’s lives and limit women’s access to health care,” Sarah Chateau, the agency’s programme manager in Afghanistan, told the BBC. She said even those “in need of urgent medical care” had been affected.

    A spokesman for the Taliban government has denied MSF’s account. Reports say restrictions have been partially relaxed since the alarm was raised.

    MSF, which supports paediatric services at Herat Regional Hospital, said it had observed a 28% drop in admissions of patients whose conditions were urgent during the first few days of the new enforcement.

    Ms Chateau said Taliban members had been denying entry to women without the burka by standing at the entrance of the health facilities. A burka is a one-piece veil that covers the face and body, often leaving just a mesh screen to see through.

    A Taliban spokesperson for the Propagation of Virtue and Prevention of Vice Ministry, which enforces strict religious doctrines, dismissed reports that women were being forced to wear the burka.

    “This is totally false. The position of the vice and virtue ministry is generally on the wearing of hijab,” Saif-ul-Islam Khyber said.

    Hijab means covering up generally but also describes the headscarves worn by Muslim women.

    The Taliban official also rejected reports that women were banned from medical centres for not wearing the burka.

    At the same time, the Taliban official said: “Hijab is interpreted differently in different parts of the country, most of which are in conflict with Sharia [law].”

    Activists have also alleged that Taliban guards have been enforcing the wearing of burkas for women to enter key facilities for the past week.

    One female activist from Herat province told the BBC that the dress code was applicable for those who want to enter hospitals, schools and government offices.

    There has also been criticism on social media over the Taliban’s reported decision to impose the burka in Herat.

    An Afghan activist posted a video on X showing some women setting fire to the garments in protest at the Taliban’s rule. The BBC has not independently verified the video.

    The Taliban enforced the burka during their first stint in power in the 1990s.

    Since seizing power in August 2021, the Taliban government has imposed numerous restrictions, particularly for women, in accordance with their interpretation of Islamic Sharia law.

    In 2022, the Taliban issued a decree ordering women to wear an all-covering Islamic face veil in public. Taliban officials then described the face veil edict as “advice”.

    “Even though the veil edit was announced earlier, this is the first time we are seeing the enforcement of the burka in Herat. In the past few days more and more women are coming to the hospital with burkas,” Ms Chateau said.

    Since returning to power, the Taliban have barred women from most workplaces and universities and girls from secondary schools. The UN has repeatedly urged the Taliban to end what it describes as “gender apartheid”.

    Last week, the UN said it had suspended operations at a key border crossing between Afghanistan and Iran because of restrictions on Afghan women staff working at the border.

    Islam Qala, in Herat province, has been the main crossing point for hundreds of thousands of Afghans forced to leave Iran in the past year.

  • Orfani di femminicidio: un libro per richiamare l’attenzione sulle vittime collaterali

    Ci sono spesso delle vittime collaterali nei casi di femminicidio o comunque di assassinio di uno dei genitori da parte dell’altro (o della persona con cui si è creata una nuova relazione): sono i figli di chi viene assassinato.

    Giovanna Cardile, la cui madre Rosalba nel 1985 è stata uccisa da suo marito (padre della stessa Giovanna), porta in luce questa realtà attraverso il libro «Due vite in una – Storia di una rinascita» in cui racconta la sua esperienza e come ha subito e reagito a quel trauma. Il libro è dichiaratamente scritto proprio per offrire a chi abbia vissuto traumi analoghi l’aiuto ed i consigli di chi ha fatto quella stessa esperienza. E mira anche a richiamare l’attenzione dello Stato perché accanto alla prevenzione di simili episodi e alla punizione di chi non è stato bloccato per tempo provveda anche alla cura di chi è rimasto vittima collaterale di quella violenza. L’autrice invoca la creazione di un registro nazionale degli orfani di femminicidio (o anche, caso più raro nei fatti, di uccisione del padre da parte della compagna di questi) in base al quale fornite aiuto sia psicologico che materiale.

    Ad oggi la cura di chi resta orfano è affidata normalmente al più prossimo tra i parenti affidabili (tipicamente i suoi nonni, i genitori di chi è stato ucciso) ma la ‘privatizzazione’ di fatto della tutela di questi orfani non è sempre possibile come testimonia la stessa Giovanna, la cui nonna materna è stata uccisa insieme alla madre Rosalba.

    Allo stato dell’arte, la tutela degli orfani e delle famiglie affidatarie resta demandate a iniziative dei soggetti privati che operano in ambito sociale o di partenariati tra questi ultimi ed enti pubblici. La legge 4/2018 prevede il gratuito patrocinio degli orfani per ottenere il risarcimento del danno nei processi a carico di chi li ha resi orfani nonché un indennizzo a se stante in quanto vittime di reati intenzionali violenti e riconosce agli stessi orfani borse di studio, copertura delle spese per assistenza medica e psicologica. Manca ancora tuttavia una regia unitaria, come sottolinea la Cardile, manca una programmazione uniforme su tutto il territorio nazionale che per prima cosa censisca, attraverso apposito registro, quanti sono questi orfani, così che nei loro confronti possa essere attuato quanto prevede dalla legge 4/2018. I beneficiari della legge si stima siano 3.500 ma appunto è una stima. E manca ancora una regia che indichi delle linee guida riguardo a cosa fare, come fare per tutelare questi orfani e chi deve provvedere, così come manca una programmazione organica delle risorse necessarie per far fronte a tutto questo. Una messa a fattor comune delle attività che oggi vengono svolte frammentariamente e senza una regia a monte a tutela degli orfani consentirebbe anche di condividere le best practices, cioè i percorsi che si sono rivelati più proficui nel consentire agli orfani di superare il trauma e di avere uno sviluppo e una vita quanto più possibile identici a chi cresce in una famiglia in cui i dissapori tra i genitori (fisiologici) non sfocino in un dramma. Lo scorso 6 agosto la commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno del femminicidio ha presentato al Parlamento una relazione di 112 pagine, ma in attesa che il Parlamento prenda visione e valuti il da farsi la formazione di psicologi, avvocati e assistenti sociali che assistono gli orfani resta demandata ai soggetti che svolgono attività di filantropia.

  • I City Angels organizzano un corso gratuito di autodifesa

    I volontari dei City Angels seguono, durante la loro preparazione, un corso di autodifesa molto particolare. Infatti non si tratta del classico corso di difesa personale da palestra, dove si insegnano solo mosse e tecniche. Si tratta, invece, di un’autodifesa soprattutto mentale.

    La difesa personale è importante per i City Angels: svolgendo anche attività di sicurezza, e operando in zone pericolose delle città, devono sapere come difendersi. Per questo il fondatore dei City Angels, Mario Furlan, ha dato vita al Wilding: l’autodifesa da strada. E’ una difesa personale realistica ed efficace. Che fa leva sulle 2P: psicologia e prevenzione.

    Mario Furlan ha praticato molte arti marziali ed è istruttore di krav maga e di jeet kune do. Ma è soprattutto un noto docente universitario, scrittore motivazionale e formatore. Infatti nel 2018 è stato eletto “miglior life coach d’Italia” dall’Associazione Italiana Coach. Grazie alle sue conoscenze sia della dura realtà della strada, sia della psicologia, ha ideato il Wilding: la difesa personale dei City Angels.

    Da autodifesa per i City Angels a difesa personale per tutti

    Il corso di autodifesa dei City Angels ha come scopo quello di mettere i volontari in condizione di difendersi da eventuali aggressioni, nonché di intervenire a difesa delle vittime di aggressioni. Ma, come ama ripetere Mario Furlan, “se usi la forza hai perso in partenza”. Pertanto il corso di difesa personale da lui ideato, che si svolge in tutte le città dove i volontari sono presenti, è volto soprattutto ad evitare lo scontro fisico.
    Il Wilding insegna, per prima cosa, ad evitare le 2D: ad essere, cioè, deboli e distratti. Ovviamente si parla di debolezza nel proprio modo di atteggiarsi; infatti i delinquenti cercano vittime facili, deboli. Nel corso di autodifesa istintiva Mario e i suoi coach (si chiamano così gli istruttori di Wilding) insegnano a trasmettere sicurezza e assertività. E a sentirsi più sicuri, tranquilli, padroni di se stessi e capaci di reagire ad eventuali pericoli.

  • Sul web non c’è solo ‘Mia Moglie’

    Non c’è solo ‘Mia moglie’, web e social sono un paradiso per la pruderie. È noto che Telegram abbia una policy di non collaborazione con le autorità: fornisce gli indirizzi Ip per risalire agli utenti solo se obbligato in caso di indagini e possiede una crittografia end-to-end che blinda le chat segrete. Ci sono poi altri forum e siti aperti, consultabili da chiunque e senza iscrizione: Reddit, uno dei più popolati forum al mondo, vanta dei subreddit italiani (canali tematici) in cui migliaia di utenti unici al minuto (dai 3.000 ai 3.500) si scambiano fotografie rubate dai social di ignare donne, ragazze e ragazzine descritte come “amica”, “sorella”, “zia” perché vengano “denudate” e “pisellate”, cioè “scop…..” da altri utenti. Le immagini sono accompagnate da commenti tipo: «Che le fareste?» o peggio.

    Vanno molto i video pedopornografici deepfake. Li chiedono e li creano gli utenti delle chat di Telegram (dove, a differenza dei forum, per entrare occorre iscriversi).

    Nella maggior parte dei casi gli iscritti che postano contenuti pornogfrafici oscurano l’immagine dal profilo ma non sempre. E chi vuole può accedere, tramite dei link che per schivare i controlli si rinnovano di continuo, alla “Private Room” dove circolano contenuti come: «Cerco / ho video di stup…».

    Ancora: tramite app di editing o intelligenza artificiale, i volti delle vittime, non di rado minorenni, non di rado facendo uso di foto vere postate innocentemente su Facebook, vengono incollati su video porno preesistenti per diventare degli iperrealistici filmati pornografici o pedopornografici da buttare in rete.

    C’è poi il “canale spycam più grande d’Italia” a pagamento: 22mila registrazioni rubate alle telecamere di sicurezza di hotel, piscine, camerini e palestre in cui si trova di tutto: “tettona spiata” o “spogliatoi piscina”.

    Il problema non è ovviamente solo italiano e qualcuno sta provando a farvi fronte. La Svezia ha predisposto una legge per imporre il divieto di cercare, comprare o vendere online contenuti personalizzati sessualmente espliciti, video e foto realizzati on-demand compresi. La Ue per ora ha soltanto avviato in via sperimentale un’app per verificare l’età di chi naviga nel web, così da impedire l’accesso alla pornografia di minorenni, misura che tuttavia non appare risolutiva riguardo allo scippo di immagini (anche di minorenni) da parte di adulti e alla diffusione e commercializzazione di quelli stesse immagino all’interno di una cerchia di persone cui sia legalmente consentita la fruizione di immagini e/o servizi sessuali.

  • Hundreds of women with brooms join protests as Indonesia leader flies to China

    Hundreds of women wearing pink and wielding broomsticks marched to parliament in Indonesia’s capital on Wednesday to protest against police abuses and wasteful government spending.

    Protests in Jakarta and other key cities have stretched into their second week, fuelled by anger over cost of living issues and lavish perks for MPs.

    They turned violent after young motorcycle taxi driver Affan Kurniawan was killed when he was run over by a police vehicle.

    As protests intensified, President Prabowo Subianto said he would cancel a trip to Beijing to attend China’s massive military parade, but he was seen posing for a group photo on Wednesday, alongside Xi Jinping and Russian President Vladimir Putin.

    Before his China trip, Prabowo said over the weekend that he would roll back perks for lawmakers – one of the core complaints of the protesters.

    During Wednesday’s rally, pink-clad female protesters from the Indonesian Women’s Alliance (IWA) said the broomsticks symbolised their desire to “sweep away the dirt of the state, militarism and police repression”.

    The protesters also waved signs with the words “reform the police”.

    “Protests are not crimes, but rather democratic rights inherent in every citizen,” one of the protesters, Mutiara Ika, told BBC Indonesia.

    The IWA is a political group comprised of 90 women’s organisations and movements, as well as various civil society groups including labor unions, human rights organisations and indigenous communities.

    The women’s movement has a history of standing up to regimes in Indonesia, playing a crucial role in past waves of protest. Similar to the current demonstrations, women took a stand against Suharto’s authoritarian rule leading up to the 1998 reform movement.

    The IWA says their choice of the colour pink symbolises bravery.

    Other protesters have opted for green – the colour of Affan’s rideshare company uniform – in a display of solidarity.

    Online, people are calling the colours “hero green” and “brave pink”, and many are customising their social media profile pictures with filters in those shades.

    The United Nations’ human rights office has called for “prompt, thorough, and transparent investigations” on allegations of human rights violations in Jakarta’s handling of the protests.

    “The state must immediately meet all the demands of the people during the demonstrations before further casualties occur,” said Amnesty International Indonesia Executive Director Usman Hamid.

    At least 10 people died during the wave of demonstrations at the end of August – some allegedly due to police violence – while at least 1,042 people were rushed to hospitals across the archipelago, data from the Indonesian Legal Aid Foundation says.

    The Chairperson of the National Human Rights Commission, Anis Hidayah, said the current situation was worrying, especially due to the violence perpetrated by the authorities that continued throughout the demonstrations.

    “These actions are the result of a very limited space for dialogue. When people want to express their problems and difficulties, the space seems to be available but not easily accessible,” he said at a press conference in Jakarta on Tuesday.

    In an attempt to quell the nationwide protests, President Prabowo announced on Sunday that several state-funded perks given to politicians would be reined in, including the size of some allowances.

    But while the move was welcomed by protesters, some suggest it doesn’t go far enough.

    “It is not only about one issue, but about long-standing concerns with inequality, governance and accountability,” Herianto, a former central co-ordinator for the All-Indonesian Students’ Union, told the BBC.

    “Symbolic changes are important, but people expect deeper reforms, particularly in areas that affect ordinary citizens such as agricultural policy, education and fair economic opportunities,” he added.

    “The ultimate goal is to push for a more accountable, transparent, and people-centred governance.”

  • La Corte penale internazionale chiede l’arresto del capo dei talebani

    La Camera preliminare II della Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso mandati di arresto nei confronti di Haibatullah Akhundzada, leader supremo dei talebani, e di Abdul Hakim Haqqani, capo della giustizia dei talebani, che esercitano de facto l’autorità in Afghanistan dal 15 agosto 2021. Lo annuncia la Cpi in una nota ufficiale.

    La Camera ha rilevato che sussistono fondati motivi per ritenere che Akhundzada e Haqqani abbiano commesso, ordinato, indotto o istigato il crimine contro l’umanità di persecuzione per motivi di genere nei confronti di ragazze, donne e altre persone non conformi alla politica dei talebani in materia di genere, identità o espressione di genere; e per motivi politici contro persone percepite come “alleate di ragazze e donne”.

    La Corte ritiene che tali crimini siano stati commessi sul territorio afgano a partire dalla presa del potere da parte dei talebani, il 15 agosto 2021, e siano proseguiti almeno fino al 20 gennaio 2025, continua la nota. Secondo la Corte penale internazionale, i talebani hanno attuato una politica governativa “che ha portato a gravi violazioni dei diritti e delle libertà fondamentali della popolazione civile afgana, in relazione a condotte quali omicidio, detenzione arbitraria, tortura, stupro e sparizione forzata”. Sebbene i talebani abbiano imposto alcune regole e divieti all’intera popolazione, hanno colpito in modo specifico ragazze e donne per motivi legati al genere, privandole dei diritti fondamentali, prosegue la nota. In particolare, mediante decreti e ordinanze, i Talebani hanno privato in modo grave ragazze e donne dei diritti all’istruzione, alla privacy e alla vita familiare, nonché delle libertà di movimento, espressione, pensiero, coscienza e religione. Sono state inoltre colpite altre persone in quanto alcune espressioni della sessualità e/o dell’identità di genere sono state considerate incompatibili con la politica dei talebani in materia di genere.

    La Camera ha inoltre riscontrato che anche individui percepiti come oppositori di tali politiche, anche in modo passivo o per omissione, sono stati presi di mira dai talebani. Ciò include persone descritte come “alleate di ragazze e donne”, considerate oppositori politici. Infine, la Cpi ha stabilito che i mandati di arresto resteranno sotto sigillo in questa fase, al fine di proteggere vittime e testimoni e salvaguardare il corretto svolgimento del procedimento. Tuttavia, considerata la natura continuativa delle condotte contestate, la Camera ha ritenuto che la divulgazione pubblica dell’esistenza dei mandati sia nell’interesse della giustizia, in quanto può contribuire a prevenire la commissione di ulteriori crimini.

  • Syria government says women must wear burkinis at public beaches

    Syria’s Islamist-led interim government has decreed that women must wear burkinis – a swimsuit that covers the body except for the face, hands and feet – or other “decent” clothes at public beaches and swimming pools.

    The regulations, issued by the tourism ministry, were “aimed at enhancing public safety standards and preserving public decency”, Syrian state news channel Al-Ikhbariyah al-Suriyah reported.

    Private beaches, clubs and pools, as well as hotels with more than four stars, are exempt, the directive said.

    Women often dress modestly on public beaches in Syria, but some women do opt for more Western styles of swimwear. The new government previously pledged to govern inclusively.

    Under the new directive, beachgoers and visitors to public pools must wear “more modest swimwear”, specifying “the burkini or swimming clothes that cover more of the body”.

    The decree added that women should wear a cover-up or loose clothing over their swimwear when they move between swimming areas.

    “Travelling in swimwear outside the beach without appropriate cover is prohibited,” it said.

    Men should also wear a shirt when they are not swimming, and are not allowed to be bare-chested outside swimming areas.

    The statement said “normal Western swimwear” was generally allowed in exempted places “within the limits of public taste”.

    More generally, people should wear loose clothing that covers the shoulders and knees and “avoid transparent and tight clothing”, the decree added.

    The directive did not say whether those who fail to follow the rules would be penalised or how the rules would be enforced. But it did say lifeguards and supervisors would be appointed to monitor compliance on beaches.

    It also included other safety regulations around pools and beaches.

    Reacting to the new rule, one woman from Idlib in the north-west of the country told the BBC’s World Service that, while she could see both sides of the argument, “I do think there is a positive to this, from a moral and respectful point of view.”

    Celine said: “Some people and families don’t feel comfortable seeing or wearing too much exposed skin and I believe that is a valid perspective.”

    But another woman, Rita, who lives in the capital, Damascus, said she was “not comfortable” with the new rule, “especially as we are not used to such laws”.

    “In the coastal area, different ladies from different religions all have been going there and until now, we wore what we wanted,” she said. “Religious people could avoid those in bikinis. But this law makes us scared of where to go.”

    She added: “We have no problem with the burkini itself, but it’s a problem with the concept that the government are controlling this.”

    In December last year, Islamist rebel forces led by Ahmed al-Sharaa toppled Bashar al-Assad’s regime, bringing years of civil war to an end.

    Since then, al-Sharaa, now the country’s interim president, has promised to run the country in an inclusive way.

    In an interview with the BBC shortly after he took power, he said he believed in education for women and denied that he wanted to turn Syria into a version of Afghanistan – which has severely curtailed women’s rights.

    In March, Sharaa signed a constitutional declaration covering a five-year transitional period.

    The document said Islam was the religion of the president, as the previous constitution did, and Islamic jurisprudence was “the main source of legislation”, rather than “a main source”.

    The declaration also guaranteed women’s rights, freedom of expression, and media freedom.

  • In attesa di Giustizia: la legge non è uguale per tutti

    Continua inarrestabile il profluvio di norme penali peggio che inutili: di dubbia legittimità costituzionale ed, a volte, entrambe le cose.

    Meglio dell’8 marzo, come data, non si poteva scegliere per annunciare con il dovuto clamore il disegno di legge di origine governativa che introduce nel codice penale il reato di femminicidio.

    Chi ne ha scritto il testo, a parte una conoscenza approssimativa della lingua italiana, dimostra una volta di più di aver dato una lettura superficiale alla Costituzione che all’art. 3 proclama l’eguaglianza di tutti i cittadini (quindi uomini, donne, LGBTQ e chi più ne ha più ne metta) di fronte alla legge non meno che del 32 che, unico tra tutti, individua come fondamentale il diritto alla salute sottintendendo quello alla vita, anche in questo caso – ovviamente – senza distinguo.

    Il cosiddetto femminicidio è indubbiamente un fenomeno sociale con il quale si devono fare i conti ma anche durante una bevuta di birra al Bar Sport, se questo fosse l’argomento, chiunque si renderebbe conto che la vita di una vittima durante una rapina, di un regolamento di conti piuttosto che di odio razziale non vale meno di un’altra e, a proposito: se in un conflitto a fuoco tra un rapinatore maschio ed un Carabiniere donna fosse quest’ultima a morire che tipo di reato sarebbe? Omicidio o femminicidio? Oppure di un soggetto che ha in corso la transizione di genere? Peggio che mai nell’ipotesi di un gender fluid la cui identità di genere oscilla lungo lo spettro di genere variando nel tempo…

    Si badi bene che l’intenzione non è quella di svilire la portata di un tema sociale drammatico quale quello del crimine di genere, piuttosto quella di criticare una opzione normativa che una volta di più si richiama al più bieco populismo ed è volta all’accaparramento di consenso elettorale.

    Il femminicidio, dunque, rischia (con elevata probabilità di acclamazione bipartisan una volta pervenuto in Aula) di diventare un reato a sé, un omicidio diverso dagli altri: incostituzionale ed inutile perché già allo stato attuale della normazione con l’aggravante dell’odio di genere o altre quali i motivi abietti e futili o la crudeltà può comportare la pena dell’ergastolo.

    Per introdurre un dato di novità rispetto al passato il nostro sciatto legislatore ha pensato bene di descrivere la condotta come quella caratterizzata da odio ed intesa a “reprimere l’esercizio dei diritti, delle libertà e della personalità della vittima”: sembra una supercazzola di Tognazzi, che cosa vorrà mai dire, in concreto, tutto ciò? Sicuramente che un altro canone costituzionale che sfugge alla penna del legislativo di via Arenula è quello di tassatività che impone la determinatezza delle fattispecie criminose utilizzando espressioni precise in modo che sia possibile distinguere ciò che è penalmente lecito da ciò che è sanzionato anche senza avere un dottorato di ricerca all’Istituto di Diritto Penale della Sapienza.

    Trascorsi i tempi bui in cui alla consolle del Ministero della Giustizia sedeva un dj incompetente in utroque jure c’era da sperare in meglio e viene invece da chiedersi a che punto è la notte.

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