edilizia

  • Piano Fanfani

    Da più parti e da molto tempo si sottolinea come sia impossibile, non solo per gli studenti, trovare una casa in affitto, nelle grandi città, e trovarla a prezzi accessibili rispetto agli stipendi.

    Come Il Patto Sociale ha già ricordato in altre occasioni da decenni nelle grandi città, ma non solo, non esiste un piano di edificazione di edilizia popolare o convenzionata. I precedenti governi si sono inventati il bonus 110% per far ripartire l’edilizia con i seguenti brillanti risultati:

    1. truffe di ogni genere;
    2. aumento spropositato dei costi delle materie prime;
    3. danno per coloro che sono stati truffati dalle imprese;
    4. spaventoso buco per lo Stato che oggi non ha più le risorse per fare quel che sarebbe necessario almeno per la sanità.

    Se, per crearsi facili consensi elettorali, invece di occuparsi dei cappotti e delle ristrutturazioni, vere o fasulle, di case, casette o condomini si fosse provveduto a mettere in sicurezza le scuole, che stanno più o meno crollando, e ponti e cavalcavia, che sono ormai quasi tutti ad una corsia per evitare che l’eccessivo peso li faccia ulteriore peggiorare, l’edilizia sarebbe ripartita in modo più utile ed onesto e lo Stato avrebbe infrastrutture ed edifici pubblici idonei e non pericolosi.

    Se si fosse dato il via a un piano per la costruzione di edifici di edilizia popolare e convenzionata, oggi non avremmo il problema di studenti accampati con le tende, di speculazioni di privati che, in città come Milano, fanno pagare oltre 1000 euro al mese per 30 metri quadri e non avremmo tante persone del Sud costrette a rifiutare lavoro al Nord perché non in grado, con lo stipendio, di pagarsi l’affitto.

    Vale forse ricordare ai governanti di ieri e come suggerimento a quelli di oggi quel famoso piano Fanfani che diede lavoro a 50mila operai e perciò all’edilizia e realizzò case per chi non le aveva.

  • Risposte

    Alcuni organi di stampa hanno sottolineato l’interesse della Commissione europea a finanziare quanto necessario per poter partire con l’edificazione del famoso ponte sullo Stretto, opera sulla quale vi sono da anni pareri contrastanti.

    Il Ministro Salvini, appena entrato in carica, ha fatto del ponte sullo Stretto di Messina la bandiera del suo dicastero e ne rivendica l’assoluta priorità rispetto ad altre opere che sarebbero assolutamente urgenti per il sud Italia e per la Sicilia, dalle strade alle ferrovie.

    Fatta questa premessa chiediamo al Ministro, ora che la legge di bilancio è stata approvata, cosa intende fare per i troppi cantieri non finiti e le opere abbandonate che ci sono sul territorio italiano.

    Conosciamo i dati forniti nell’aggiornamento pubblicato dall’allora Ministro Giovannini: 410 opere incompiute costate 2,5 miliardi mentre ultimare dighe, ponti, scuole etc costerebbe ancora più di due miliardi ma non sappiamo cosa, e in che tempi, intenda fare il Ministro Salvini.

    Opere da finire, o da demolire se non sono più necessarie, ma l’Italia non può restare con centinaia di cantieri dismessi e di piccoli e grandi ecomostri.

    Anche i candidati presidenti per le prossime elezioni regionali dovrebbero assumersi impegni concreti, con il ministero ed i cittadini, per quanto è di loro competenza.

    Scandalo nello scandalo, delle opere iniziate e non finite, è il vertiginoso costo già fatto e quello che ancora andrebbe fatto per ultimarle.

    Sperare in qualche risposta è così velleitario o è velleitario, scorretto, dannoso, parlare di nuove opere  senza aver finito è neppure programmato di finire le vecchie?

  • Crolla un altro ponte

    In provincia di Pisa, sulla provinciale 329, la sera del primo dicembre è improvvisamente crollato un ponte sul quale scorre un traffico molto intenso, solo il caso ha impedito che ci fossero diverse vittime.

    In attesa di nuovi accertamenti, per definire se il crollo sia stato causato dal totale cedimento di un pilastro o da altri ammaloramenti, e in attesa delle opere di demolizione, che porteranno via qualche mese per poi posizionare un ponte Bailey che consentirà il ripristino della viabilità, i cittadini potranno ringraziare Dio per non essere stati sul ponte al momento del crollo e dovranno sopportare tutti i disagi che dureranno molto tempo.

    Forse non solo a me ma anche a tutti gli automobilisti sfuggiti all’ennesimo crollo di un ponte verranno alla mente tutti i ponti e i  cavalcavia che, dopo i controlli effettuati a seguito del crollo del ponte di Genova, sono stati dichiarati bisognosi di immediate opere per la messa in sicurezza.

    Sembra però, al momento, che al Ministro Salvini interessi più il ponte sullo Stretto che rimettere in sesto la rete stradale nazionale e rendere sicuri ponti e cavalcavia.

    Speriamo che questa ultima ennesima tragedia, evitata solo per pura fortuna, ricordi al Ministro che bisogna intervenire con urgenza sia con nuovi e approfonditi controlli che eseguendo le opere necessarie.

    I pochi o tanti soldi dei quali dispone il Governo devono prima di tutto servire per questi interventi e per tutti quelli necessari a garantire l’incolumità delle persone, basta pensare ai tanti edifici scolastici ed alle abitazioni pericolanti. Poi potremo parlare del ponte sullo Stretto per il quale si è già speso troppo rispetto a quanto non si è speso per strade e ferrovie in Calabria e in Sicilia.

  • Solo risistemando le tante opere pubbliche l’edilizia diventa viva e dà lavoro

    Il cedimento di un tratto del cavalcavia XXV aprile, alla periferia di Novara, dove ha rischiato di morire la conducente del veicolo precipitato, in parte, nella voragine apertasi improvvisamente nell’asfalto, è l’ennesimo esempio del deterioramento di troppe infrastrutture e della assoluta indifferenza di coloro che sono preposti alle manutenzioni ed ai controlli.

    Dalla caduta del ponte di Genova sono accaduti altri incidenti, fortunatamente meno gravi, ed è stato verificato che molti ponti e cavalcavia sono a rischio con gravi cedimenti. Tuttora, in molti casi, questi tratti, evidenziati come pericolosi, sono transitabili solo in parte ma le opere di rifacimento sono ancora di là da venire o sono eseguite in modo non idoneo come nel caso del cavalcavia XXV aprile, rimasto chiuso per un anno nel 2015, e poi rimodernato e riaperto ed ora parzialmente crollato!

    Fino a quando si continuerà a giocare con la vita? Quando l’accertamento delle responsabilità sarà finalmente rapida ed i processi immediati?

    Si è tanto parlato della necessità, per far ripartire l’economia dopo il covid, di dare impulso all’edilizia e come sempre ci si è dimenticati che questo settore solo con il ripristino di quanto è gravemente ammalorato e pericolante avrebbe da lavorare per anni.

    Altro che 110 che ha portato ad un insano aumento dei costi, veri o presunti, dei materiali e che presto dovrà per forza finire lasciando imprese e lavoratori a casa, è risistemando le tante opere pubbliche che attendono lavori da anni, rifacendo ponti, strade, acquedotti, costruendo case popolari, delle quali c’è urgenza da anni, che l’edilizia diventa viva e dà lavoro e che si eviteranno sciagure annunciate.

  • Come si inquadra l’attestazione dello stato legittimo degli immobili nell’ambito del superbonus edilizio al 110%

    Per effetto dell’introduzione del co. 13-ter nell’art. 119 del DL 34/2020 ad opera dell’art. 33 del DL 77/2021, gli interventi relativi al 110%, anche qualora riguardino le parti strutturali degli edifici o i prospetti, con la sola eccezione di quelli effettuati in un contesto di demolizione e ricostruzione dell’edificio, vengono considerati alla stregua di interventi di manutenzione straordinaria, per la cui autorizzazione è sufficiente la CILA (comunicazione di inizio lavori asseverata).

    La disposizione ha come obiettivo il superamento dell’attestazione dello stato legittimo degli immobili di cui all’art. 9-bis co. 1-bis del DPR 380/2001, posto che va a esplicitare che “la presentazione della CILA non richiede l’attestazione di stato legittimo” di cui al richiamato art. 9-bis.

    Nella CILA sono attestati gli estremi del titolo abilitativo che ha previsto la costruzione dell’immobile oggetto d’intervento o del provvedimento che ne ha consentito la legittimazione ovvero è attestato che la costruzione è stata completata in data antecedente all’1.9.67.

    Ad una prima lettura della norma ancorata esclusivamente all’art. 119 co. 13-ter del DL 34/2020, la decadenza del superbonus al 110% potrà aversi “esclusivamente nei seguenti casi “:

    • mancata presentazione della CILA;
    • realizzo di interventi difformi rispetto a quelli oggetto della CILA appositamente presentata;
    • assenza, nella CILA, dell’attestazione degli estremi del titolo abilitativo di costruzione dell’immobile, oppure degli estremi del provvedimento che ne ha consentito la legittimazione, oppure del fatto che la costruzione dell’immobile è stata completata ante 1.9.67;
    • non corrispondenza al vero delle attestazioni di cui al co. 14 dell’art. 119 del DL 34/2020, ossia delle attestazioni che devono essere rese da tecnici abilitati, sui requisiti degli interventi di efficienza energetica e degli interventi di miglioramento sismico, nonché sulla congruità dei relativi costi, per poter beneficiare del superbonus al 110% sulle spese.

    Nel successivo comma 13-quater, tuttavia, il legislatore si è preoccupato di specificare che, fermo restando quanto previsto al co. 13-ter, resta impregiudicata ogni valutazione circa la legittimità dell’immobile oggetto di intervento.

    Dunque gli interventi col superbonus non hanno alcun effetto di sanatoria sugli abusi edilizi esistenti prima dell’intervento.

    Quella clausola di riserva espressamente inserita dal predetto comma 13-quater ha confermato apertamente la possibilità di verifiche dello Stato legittimo in qualsiasi momento: immediatamente dopo la presentazione della CILA e prima dell’effettivo inizio dei lavori; durante lo svolgimento del cantiere “Superbonus 110”; e anche dopo la sua fine lavori. Queste verifiche potranno anche riguardare non solo gli aspetti puramente urbanistico edilizi, solitamente individuati con pratiche comunali, ma anche ogni altra normativa speciale e di settore (es. antisismica, paesaggistica, vincoli, ecc).

    Ritorna, allora, più attuale che mai, il rimando all’art. 49 del Testo Unico Edilizia che prevede una generale decadenza dalle agevolazioni fiscali in caso di violazioni edilizie. Decadenza che non viene affatto sanata, per quanto in precedenza argomentato, dall’art. 119 del DL 34/2020 che non deroga, in alcun modo, alla disciplina generale del TUE il cui tenore non lascia spazio a differenti interpretazioni: “Fatte salve le sanzioni di cui al presente titolo, gli interventi abusivi realizzati in assenza di titolo o in contrasto con lo stesso, ovvero sulla base di un titolo successivamente annullato, non beneficiano delle agevolazioni fiscali previste dalle norme vigenti, né di contributi o altre provvidenze dello Stato o di enti pubblici. Il contrasto deve riguardare violazioni di altezza, distacchi, cubatura o superficie coperta che eccedano per singola unità immobiliare il due per cento delle misure prescritte, ovvero il mancato rispetto delle destinazioni e degli allineamenti indicati nel programma di fabbricazione, nel piano regolatore generale e nei piani particolareggiati di esecuzione”.

    Il problema di chiarire che non sussistano difformità è quindi comune a tutti i tipi di detrazione per recupero del patrimonio edilizio, non solo a quelle del superbonus 110%, e non può essere aggirato nemmeno tramite lo sconto in fattura o la cessione del credito che non liberano il primo cedente nel caso in cui il credito venisse successivamente disconosciuto a seguito di controlli da parte dell’ADE. (in senso conforme la circolare n. 24 del 2020).

    Nemmeno l’anzianità degli immobili può consentirci deroghe alla normativa sin qui analizzata, posto che l’art. 9-bis del TUE, che disciplina la documentazione amministrativa e lo stato legittimo degli immobili, risulta applicabile anche ai fabbricati realizzati in un’epoca nella quale non era obbligatorio acquisire il titolo abilitativo edilizio.

  • La logica fiscale

    Una delle riforme che l’Europa ci chiede per l’assegnazione dei finanziamenti del PNRR è relativa ad una riforma fiscale complessiva ed articolata che riguardi anche quella del catasto. L’obiettivo primario del governo in carica è ovviamente quello di ottenere i finanziamenti promessi dall’Unione Europea ma altrettanto importante sarebbe mostrare la medesima attenzione verso una reale riduzione del carico fiscale verso i contribuenti e le imprese. In questo contesto ricordare le condizioni attuali del sistema fiscale italiano può venire in aiuto.

    Nel 2020, in piena pandemia quindi, la pressione fiscale è aumentata dal 42,3 al 42,8% come espressione di una strategia economico-politica esattamente opposta rispetto a quella, per esempio, della Germania. Il governo di Angela Merkel ha diminuito l’Iva con l’obiettivo di fornire gli strumenti economici necessari per invertire il trend pandemico dell’economia. Da questo semplice confronto tra sistemi economici concorrenti (le due maggiori realtà manifatturiere europee) emerge chiaro come non si possa considerare sufficiente la rassicurazione di una riforma fiscale a somma zero per i contribuenti espressa dal governo in carica. Una riforma fiscale dovrebbe garantire, inoltre, una maggiore equità e, nello specifico del caso italiano, contemporaneamente ridurre la pressione complessiva in quanto il Total Tax rate italiano ha raggiunto l’insostenibile percentuale indicata al 59,9% (fonte Rapporto Payng Taxes 2020).

    Se l’obiettivo dichiarato della riforma del catasto è riuscire a fare emergere oltre un milione di immobili non accatastati ai quali applicare ovviamente una fiscalità, questa emersione dovrebbe quindi dimostrare delle conseguenze positive anche per i contribuenti oltre che per le finanze pubbliche. Partendo dal raggiungimento di questo obiettivo programmatico e lasciando invariati i saldi della pressione fiscale sugli immobili come all’art.7 “…Il relativo valore patrimoniale e una rendita attualizzata” non verranno utilizzati per “…la determinazione della base imponibile dei tributi”

    Cosi viene rappresentato di per sé un aumento della pressione fiscale in quanto l’invarianza dei saldi a fronte di nuovi contribuenti, e quindi nuovo gettito, sarebbe raggiunta solo ed esclusivamente attraverso una contemporanea riduzione delle aliquote applicate. In più, la sola ipotesi di un aumento dell’Iva sui consumi energetici, quando andrebbero sostanzialmente diminuite le accise sui carburanti anche solo per attenuare l’ondata inflattiva, non depone a favore della filosofia adottata dal governo nella elaborazione della riforma fiscale.

    Rimodulare le aliquote sull’Irpef come la riduzione dell’Irap rappresentano un obiettivo importante ed assolutamente condivisibile esattamente quanto una prima ed ovviamente parziale riduzione della pressione complessiva.

    L’attenuazione dell’ormai insostenibile peso fiscale rappresenta l’unica strategia nell’immediato in grado di offrire un sostegno alla domanda interna e quindi un aiuto alla ripresa dei consumi “domestici” il cui effetto risulta ancora oggi ampiamente sottostimato all’interno di una crescita sostanziale di un’economia, anche in considerazione dell’andamento delle retribuzioni e di un possibile malefico ritorno del fiscal drag con l’avvio ormai conclamato di una stagione a forte reflazione. Emergendo nuovi contribuenti con la riforma del catasto e con la sempre promessa della lotta all’evasione, e quindi con un nuovo gettito, allora le dinamiche di una politica fiscale si riducono sostanzialmente a due. Lasciando invariate le aliquote il nuovo gettito si sommerà al precedente (1) determinando un ulteriore aumento della stessa pressione anche se a saldi costanti oppure si utilizzerà l’intero ammontare (2) delle nuove risorse fiscali per allentare la presa fiscale non solo per le aziende ma anche riducendo le tasse di consumo e fornire così, per la prima volta nella storia del nostro Paese, un sostegno alla domanda interna. Un fattore economico da sempre dimenticato anche se “sostenuto” da risibili lotterie degli scontrini o cash back degni più del gioco del Monopoli che di una politica economica di un paese serio.

    Non può esistere concettualmente una riforma fiscale a saldi invariati che non preveda l’abbassamento delle aliquote a fronte di un aumento delle risorse disponibili. Una questione di logica più che di matematica.

  • Leggi chiare per garantire sicurezza e controlli

    Quanti anni ci vorranno per sapere chi è colpevole per il sistema antincendio che non ha funzionato e per lo scriteriato, criminale uso di materiali a rapida combustione utilizzati per il rivestimento del grattacelo Torre del Moro a Milano? E quanto tempo occorrerà perché le istituzioni verifichino, in tutta Italia, quanti altri stabili, costruiti per altro recentemente, siano a reale rischio incendi? Quando sarà attuata una legge ad hoc per impedire che gli incendi tramutino in pochi minuti un intero palazzo in un fiammifero? Quando i comuni avranno uffici tecnici capaci di valutare i materiali impiegati per l’edilizia?

    Dopo la tragedia del ponte di Genova stiamo ancora aspettando che siano messi a norma tutti i ponti e cavalcavia pericolanti e la maggior parte delle strade statali, provinciali e comunali presentano rischi continui per il grave dissesto del manto stradale. Far ripartire l’edilizia non è consentire nuove urbanizzazioni con un costante, tragico, dannoso ed inutile consumo del suolo ma far finalmente partire un reale monitoraggio della situazione delle vie di comunicazione e degli edifici pubblici e privati, monitoraggio che non può continuare ad essere fine a se stesso ma deve essere contestuale alle necessarie opere per la messa in sicurezza di tutto quanto resta al momento un pericolo per l’incolumità delle persone, basta pensare a quanti edifici scolastici sono ancora a rischio nonostante le promesse fatte ancora dal governo Renzi.

    C’è una carenza legislativa che va di pari passo con la carenza di controlli a tutti i livelli. Non vogliamo ancora più leggi che appesantiscano i già difficili iter burocratici ma vogliamo leggi chiare che garantiscano insieme lavoro e sicurezza e vogliamo che i controlli siano fatti da persone competenti e incorruttibili, i comuni e le regioni dovranno assumersi responsabilità concrete e lo Stato dovrà essere garante della loro efficienza, lo Stato deve essere capace di offrire normative che non consentano, tanto per cambiare, che si possa ancora dire “fatta la legge trovato l’inganno”. Anche per questo una maggiore lotta alla criminalità organizzata, che nell’edilizia, in modo palese o attraverso intermediari, ha trovato terreno di conquista insediandosi nei gangli vitali della società, è una priorità alla quale crediamo che il governo Draghi possa dare risposta, partiti politici e mondo imprenditoriale permettendo.

  • L’edilizia che risana e ricostruisce salva l’ecosistema

    Da molto e da diverse parti si continua a sostenere che per far ripartire l’economia deve ripartire l’edilizia. Come abbiamo già sostenuto in passato l’edilizia che deve ripartire è quella delle grandi, medie e piccole opere, l’edilizia che si occupa perciò di ricostruire, risanare ponti, cavalcavia e strade, edifici pubblici spesso fatiscenti, come le scuole, di rimettere in sesto la rete idrica che perde acqua da tutte le parti e di incentivare il recupero del nostro patrimonio rurale abbandonato a se stesso con gravi danni anche paesaggistici. L’Italia, in crisi demografica e con un eccessivo e sempre più pericoloso consumo di suolo, non ha bisogno di nuove villette a schiera, spesso lasciate costruire dai comuni per incrementare con gli oneri urbanistici le casse semivuote. Non c’è bisogno di costruzioni di fatto edificate con materiale scadente, ed in parte prefabbricato, e che saranno da abbattere o ricostruire completamente alla fine del mutuo. Il 78% degli italiani risulta proprietario dell’abitazione ed il 18% di una seconda casa, siamo il paese al mondo nel quale i privati hanno un ingente patrimonio immobiliare, ora è il momento delle opere pubbliche, del risparmio del suolo, delle costruzioni fatte per durare perché dalla fine della guerra la maggior parte di quanto è stato costruito non rappresenterà nulla per le future generazioni. Fino alla metà del secolo scorso, e da quando è nata la civiltà, chi costruiva voleva anche lasciare un segno, e così noi abbiamo avuto  epoche storiche collegate alle costruzioni sia pubbliche che private. Ormai da troppi anni invece anche nell’edilizia ha prevalso l’usa e getta con le conseguenze che tutti conosciamo ma partite dalle bolle speculative che si sono via via succedute. il governo Draghi dia un segnale forte perché si comprenda che parlare di ambiente e di ecosistema significa anche risanare le fattorie e le case abbandonate, impedire la costruzione in aree protette o pericolose, dire basta alla speculazione selvaggia che troppi costruttori d’assalto e proprietari di cave hanno fatto distruggendo salute, territorio ed economia.

  • Tutto tace

    Un’affermazione ricorrente, specie detta da coloro che governano, è che la crisi legata al mondo delle costruzioni ed ai settori collegati impedisce sviluppo e posti di lavoro. Ma nonostante le molte promesse e dichiarazioni del governo ad oggi non solo non sono partite le grandi opere ma nemmeno si è proceduto a dare avvio a quelle più piccole, a partire dalla messa in sicurezza delle scuole. Tutto tace per quanto riguarda la bonifica di troppe aree inquinate, la messa in sicurezza dai rischi idrogeologici, la ricostruzione delle aree terremotate, un piano acqua potabile per rifare il nostro sistema idrico infatti è più l’acqua che è sprecata disperdendosi nel terreno di quella che arriva nelle nostre case.

    L’edilizia non può ripartire in assenza di programmi e rapide designazioni di quelle opere che servono, a livello nazionale o regionale, a ridare sviluppo e sicurezza al paese, incredibilmente ancora oggi gran parte di ponti e viadotti non sono ancora stati controllati. Ma è anche difficile immaginare che l’edilizia si risollevi quando nel settore privato non vi sono più nuove costruzioni per le eccessive imposizioni fiscali che portano molti a rinunciare a comperarsi la casa ed altri a disfarsi di quella che hanno.

    La crisi ha colpito tutti ma uno dei fatti più allarmanti, specie in un paese come il nostro nel quale da sempre tutti mirano ad acquistarsi la casa, è l’aumento del 25%, rispetto all’anno scorso, delle case messe all’asta. Le responsabilità specifiche delle banche e dei soggetti che erogano i mutui portano decine di migliaia di cittadini a dover sottostare alla perdita della loro abitazione venduta a prezzi molto inferiori al valore reale, mentre tantissimi altri cittadini mettono in vendita, anche sottocosto, i loro beni perché non sono più in grado di mantenerli. Da un lato troppe case in vendita dall’altro quasi nulle le opzioni d’affitto e mentre tasse e balzelli vari aumentano come pensare che l’edilizia possa riprendersi e con lei tutti gli altri, molti, settori collegati? Ma il governo tace e dorme e non certo il sonno del giusto.

  • Continua lo scandalo sulla mancata assegnazione degli alloggi popolari

    L’assessore ai Lavori pubblici e Casa del Comune di Milano, Gabriele Rabaiotti, in un’intervista al Corriere della Sera, affronta il problema delle case popolari sostenendo che Milano è meglio di altre città in quanto vi è un alloggio pubblico ogni dieci alloggi e che i problemi principali sono le domande irregolari e l’occupazione di case di edilizia pubblica da parte di persone che non avrebbero più i titoli. In verità vi sono moltissime case del Comune o della Regione non utilizzate sia perché ancora fatiscenti sia perché non assegnabili a persone non autosufficienti in quanto con barriere architettoniche, sia perché, ed è noto da anni, vi è un farraginoso sistema di assegnazione, sia perché di fatto non si riescono neppure a fare i cambi di alloggio anche quando gli inquilini lo richiedono. Senza dilungarci sulle pesanti problematiche passate dell’ALER sta di fatto che una città come Milano, che ha indubbiamente avuto negli ultimi anni una grande svolta in meglio per quanto riguarda il turismo, le offerte culturali e lo sviluppo di attività in tutti i settori, una città che è ai primissimi posti a livello europeo per attrattività, non può continuare a lasciare inevase le richieste legittime di migliaia di cittadini, specie in una situazione che vede aumentare il disagio delle famiglie sia per le nuove povertà sia per gli alti costi che la vita  a Milano comporta.

    Se ci sono problemi da risolvere per snellire, migliorare i sistemi di controllo, di ristrutturazione  e di assegnazione si passi finalmente ad azioni concrete, quelle azioni che fino ad ora sono mancate, come dimostrano le tante persone in regola con i titoli di assegnazione e che da anni inutilmente, anche quando posizionate all’inizio della graduatoria nei bandi, attendono ancora la casa promessa. Persone che in molti casi sono anziane o portatrici di gravi impedimenti fisici e vivono in appartamenti a locazione privata o pubblica privi di ascensore e perciò praticamente recluse. Milano è una città tradizionalmente generosa ma il problema dell’edilizia pubblica si trascina da decenni diventando ogni giorno sempre più drammatico e come le amministrazioni di centrodestra non hanno saputo risolvere il problema così le amministrazioni di centrosinistra lo hanno ancor più aggravato.

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