export

  • L’intelligenza artificiale porta la Corea del Sud a toccare il record di esportazioni

    La Corea del Sud ha registrato un record assoluto di esportazioni per il mese di gennaio, grazie alla crescita globale dell’intelligenza artificiale, fortemente dipendente dai semiconduttori prodotti nel Paese. Lo indicano i dati ufficiali diffusi oggi dal ministero del Commercio. Il valore complessivo delle esportazioni coreane ha raggiunto 65,8 miliardi di dollari il mese scorso, in aumento del 33,9 per cento su base annua, superando la soglia dei 60 miliardi per la prima volta nel mese di gennaio. Il Paese ospita i principali produttori mondiali di memorie per semiconduttori, diventate un elemento chiave delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. I gruppi tecnologici Samsung e Sk Hynix hanno registrato utili operativi trimestrali record nel periodo ottobre-dicembre. Le esportazioni di semiconduttori sono ammontate a gennaio a 20,5 miliardi di dollari, in crescita del 102,7 per cento su base annua, il secondo miglior dato mensile di sempre dopo il record di 20,8 miliardi registrato il mese precedente. Le esportazioni di automobili sono aumentate del 21,7 per cento a 6 miliardi di dollari, grazie soprattutto alle buone performance dei veicoli ibridi ed elettrici.

    I dati arrivano mentre Seul sta cercando di reagire all’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di un aumento dei dazi sui beni sudcoreani dal 15 al 25 per cento, motivato dalla mancata ratifica parlamentare dell’accordo commerciale. L’intesa, raggiunta nell’ottobre scorso, prevedeva investimenti sudcoreani negli Stati Uniti in cambio della riduzione dei dazi. L’ufficio presidenziale sudcoreano ha sostenuto a novembre che l’accordo non richiede l’approvazione del parlamento, trattandosi di un memorandum d’intesa e non di un atto giuridicamente vincolante. Il ministro sudcoreano del Commercio e dell’Industria Kim Jung-kwan ha incontrato a Washington l’omologo statunitense Howard Lutnick dopo l’annuncio dell’aumento dei dazi ed è rientrato a Seul ieri, senza giungere però a un’intesa con la controparte Usa. “C’è stata una notevole delusione da parte degli Stati Uniti per il fatto che la legge speciale sia ancora ferma all’Assemblea nazionale”, ha spiegato il ministro ai giornalisti, aggiungendo che i colloqui proseguiranno nelle prossime settimane.

  • L’anticipo storico e la sua tutela

    La crescita dell’export sicuramente rappresenta un fattore di consolidamento dell’economia nazionale italiana, come in generale per tutte le economie europee. Tuttavia la sua articolazione fa sorgere qualche perplessità soprattutto in relazione ad una, ancora oggi, latitante politica industriale e contemporaneamente al trasferimento di know how che l’export determina.

    L’export italiano nel 2025-2026 è trainato dalla farmaceutica (+35-39%), dall’agroalimentare (+5-10%) e dai macchinari. In termini assoluti, tuttavia, i settori chiave vengono rappresentati dalla meccanica (circa 16-18%), metallurgia (11-12%) e moda (10-11%), mentre agroalimentare e vitivinicolo sono settori solidi e in costante crescita: valgono il 9,7% export. Meccanica e metallurgia, quindi, esprimono oltre il 30% dell’intero Export italiano manifatturiero e sono proprio i settori che più risentono dei costi dell’energia che ne minano la competitività. Pur avendo una posizione dominante anche nei confronti dell’agroalimentare, non ricevono quella attenzione che meriterebbero, soprattutto in rapporto al contributo economico ed occupazionale che questi settori congiuntamente assicurano.

    Come logica conseguenza una qualsiasi politica industriale dovrebbe partire non dalla scelta di quali settori privilegiare (un vezzo molto comune alla politica la quale si dimostra molto disponibile a sostenere il settore vitivinicolo ed agroalimentare in genere), quanto, viceversa, da una politica energetica che assicuri la competitività alla manifattura sia nel settore primario che secondario, compreso quello del Tessile abbigliamento.

    In questa importante quota di export legato al settore metalmeccanico non andrebbe dimenticato il pericolo rappresentato comunque dal trasferimento di sistemi produttivi (know how) i quali potranno sempre avvalersi di un minor costo della manodopera della nazione importatrice.

    Un pericolo al quale non si può in alcun modo porre rimedio, ma la cui conoscenza rappresenta sicuramente o dovrebbe rappresentare uno stimolo per l’innovazione nel settore manifatturiero, assicurando così un “anticipo storico” rispetto alle economie concorrenti.

    In questo contesto allora la tutela delle filiere rappresenterebbe sicuramente il primo passo verso questo obiettivo, esattamente come è avvenuto negli ultimi anni per lo Swiss made sia nel settore alimentare che in quello industriale e degli orologi.

  • Crescono investimenti e occupazione dell’industria farmaceutica

    Negli ultimi dieci anni, l’Italia si è imposta come un grande “hub” europeo dell’industria farmaceutica, progredendo significativamente in termini di produzione, ricerca, occupazione ed export. Oggi è uno dei principali motori del sistema economico e produttivo italiano che pesa il 10% di tutto l’export nazionale.

    Ciò è stato merito comune di tutte le aziende operanti in Italia, distinguibili in tre principali i numerosi gruppi multinazionali presenti nel nostro Paese.

    Per le aziende del made in Italy farmaceutico FAB13 i risultati del 2024 sono stati molto positivi. I ricavi sono aumentati del 12% rispetto al 2023, raggiungendo i 18,9 miliardi di euro aggregati, con la componente estera in crescita del 14%, anche se il mercato domestico è salito solo del 2% a causa della stagnazione della domanda nazionale. Le esportazioni hanno fatto registrare un +16% rispetto al 2023, molto più di quanto è cresciuto l’export totale di prodotti farmaceutici dell’Italia (+10%). Gli investimenti totali (al netto di acquisizioni di aziende, prodotti e licenze) sono cresciuti del 21% rispetto al 2023, con al loro interno gli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S), pari a 1,4 miliardi, in progresso del 27%. Gli occupati sono cresciuti del 3% rispetto al 2023: +2% in Italia; +4% all’estero. È quanto emerge dal Rapporto e dalla relazione del Prof Marco Fortis, economista e Direttore Generale e Vicepresidente della Fondazione Edison, presentato durante l’evento “FAB13 2025: le 13 aziende storiche del made in Italy farmaceutico” appartenenti a Farmindustria, tenutosi alla Camera dei Deputati. La relazione evidenzia che le industrie storiche familiari crescono grazie all’internazionalizzazione continuando sempre a consolidare in Italia.

    Nel contesto di forte crescita della farmaceutica in Italia, si conferma il ruolo di primo piano svolto dalle industrie italiane, che nelle FAB13 hanno un importante punto di riferimento: 13 aziende del made in Italy farmaceutico che, sviluppatesi negli ultimi decenni hanno acquistato una notevole rilevanza nel panorama dell’industria farmaceutica europea e mondiale. Si tratta di: Alfasigma, Abiogen Pharma, Angelini Pharma, Chiesi Farmaceutici, Dompé Farmaceutici, I.B.N. Savio, Italfarmaco, Kedrion, Menarini, Molteni, Neopharmed Gentili, Recordati e Zambon.

    Le FAB13 contano 65 siti produttivi, di cui 29 in Italia, e 51 centri di R&S in tutto il mondo, con un’estesa rete di filiali (in totale sono 289) che supportano le operazioni globali dell’intero gruppo. Questa struttura capillare permette alle FAB13 di continuare a mantenere una forte presenza sia a livello nazionale che internazionale, garantendo efficienza operativa e capacità di innovazione. Le FAB13 contribuiscono a garantire le cure a milioni di italiani, rafforzando l’autonomia produttiva del sistema farmaceutico nazionale. Negli anni recenti le FAB13 hanno fatto acquisizioni all’estero, sviluppato partnership, ottenuto licenze di commercializzazione e l’approvazione di farmaci innovativi; sono pioniere nello sviluppo di terapie personalizzate innovative e farmaci orfani, rispondendo ai bisogni dei pazienti con malattie rare.

    Le FAB13 occupano il 22% degli addetti dell’intera industria farmaceutica in Italia. Gli occupati risultano complessivamente 50.400 circa, di cui oltre 35.000 all’estero (70%) e 15.000 in Italia (30%). Di questi, la metà sono donne. La percentuale di laureati e diplomati supera l’80%. Oltre il 90% dei dipendenti delle FAB13 sono assunti a tempo indeterminato. Elevata l’incidenza di occupati nella R&S, pari al 56% in Italia. Per quanto riguarda gli investimenti in R&S, sono cresciuti nel 2024 del 27% rispetto al 2023, superando gli 1,4 miliardi di euro e rappresentando il 43% degli investimenti complessivi delle FAB13. Consistenti anche gli investimenti per acquisizioni di aziende, licenze e prodotti al fine di ampliare il portfolio e rafforzare la loro competitività globale: circa 1,4 miliardi nel 2024.

    Nel 2024, il valore della produzione dei gruppi multinazionali e italiani iscritti a Farmindustria ha raggiunto in maniera aggregata i 56,1 miliardi di euro, registrando un incremento dell’87% rispetto al 2016, mentre l’export si è attestato a 53,8 miliardi di euro, con un incremento del 152% rispetto al 2016. Particolarmente rilevante l’andamento delle esportazioni di prodotti farmaceutici ad alta tecnologia, cresciute del 193%. Gli investimenti complessivi hanno raggiunto i 4 miliardi di euro, di cui 2,3 miliardi destinati alla Ricerca e Sviluppo (R&S) e 1,7 miliardi alle attività produttive (dal 2016 crescita del 38%). Gli occupati del settore risultano pari a 67.000 unità (+12% rispetto al 2016). L’Italia è il sesto esportatore mondiale di farmaci e si conferma il terzo esportatore mondiale di farmaci confezionati (alle spalle di Germania e Svizzera).

  • Gli accordi commerciali dell’UE accelerano la crescita delle esportazioni e sostengono la diversificazione

    Secondo la quinta relazione annuale sull’attuazione e l’applicazione della politica commerciale dell’UE l’ampia rete di accordi commerciali dell’UE aiuta le imprese a trovare mercati alternativi per le loro esportazioni, riducendo allo stesso tempo le dipendenze in un contesto geopolitico difficile.

    La relazione, relativa al 2024 e al primo semestre del 2025, conclude che gli accordi commerciali dell’UE incentivano la resilienza e la competitività degli operatori economici dell’UE. Inoltre, gli accordi commerciali dell’UE sostengono la diversificazione e la stabilità della catena di approvvigionamento.

    L’UE sta attivamente ampliando la propria rete di accordi commerciali. Infatti, l’anno scorso sono entrati in vigore due nuovi accordi preferenziali dell’UE (un accordo di libero scambio con la Nuova Zelanda e un accordo di partenariato economico con il Kenya), portando a ben 44 il numero totale di accordi commerciali dell’UE attualmente in vigore, conclusi con 76 partner commerciali preferenziali.

  • Non solo auto, gli italiani ormai scelgono il Made in China anche per gli elettrodomestici

    Non ci sono solo la sciagurata idea ambientalista o l’infatuazione per una teen ager col curriculum proprio di una teen ager quale Greta Thumberg che ha portato l’Europa a indirizzarsi verso auto elettriche consentendo alla Cina di sbaragliare l’automotive del vecchio continente. Il Dragone sta erodendo l’industria europea anche sul versante degli elettrodomestici. I player europei (dalla ex Whirlpool oggi Beko, a Electrolux e Bosch) nel primo semestre di quest’anno hanno perso l’1,4% di affari mentre le case asiatiche (in particolare, le cinesi Haier, Midea, Hisense) si hanno incrementato la loro quota di mercato dell’1,3%.

    Un rapporto sulle esportazioni cinesi di elettrodomestici bianchi nel primo semestre del 2025, pubblicato recentemente dalla China Chamber of Commerce for Import and Export of Machinery and Electronic Products (CCCME), evidenzia come le esportazioni cinesi globali di elettrodomestici abbiano raggiunto i 68,78 miliardi di dollari nel primo semestre, con una crescita del 6,2% su base annua. L’Italia emerge come nono mercato di destinazione globale per le esportazioni cinesi di elettrodomestici bianchi e secondo mercato europeo dopo la Germania. Il rapporto CCCME documenta come il valore delle esportazioni cinesi di elettrodomestici bianchi verso l’Italia abbia superato gli 1,74 miliardi di dollari nel primo semestre, segnando un incremento del 9,8% su base annua e posizionando il tasso di crescita al terzo posto tra i primi dieci mercati mondiali. I recenti dati ICE (Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane), confermano che da gennaio ad aprile del 2025 la Cina si è affermata come il principale paese di origine per le importazioni italiane di elettrodomestici, con un valore diretto superiore a 590 milioni di euro.

    Nell’insieme le vendite di lavatrici, asciugatrici, forni, cappe, frigoriferi, freeze, microonde sono aumentate dell’1,8% ma i ricavi sono cresciuti solo dello 0,3% e questo testimonia che i competitors dei brand europei fanno leva anzitutto sul prezzo, vendendo al ribasso. Per le asciugatrici il prezzo medio per unità è sceso del 13%, per le cappe dell’11%, per i microonde dell’8,5%, per le lavastoviglie del 6,6%.

    In Italia ha chiuso i battenti la Candy, peraltro già posseduta dalla cinese Haier, ed il sindacato, ma non solo il sindacato, chiede «politiche industriali». Il governo ha stabilito un contributo fino al 30% del costo di un elettrodomestico, ma il problema investe non solo la domanda a valle, ma anche a monte i costi di produzione degli elettrodomestici. Produrre in Italia ha costi più alti non solo per i maggiori costi della manodopera ma anche perché costa maggiormente l’approvvigionamento energetico delle industrie (problema che riguarda tutti i settori, non solo le fabbriche di elettrodomestici). E introdurre dazi verso gli elettrodomestici in arrivo dall’Asia sarebbe una politica inefficace, perché a quel punto i brand extraeuropei delocalizzerebbero la produzione all’interno della stessa Ue (scegliendo verosimilmente Paesi nei quali il costo dell’energia per far funzionare gli stabilimenti è più basso che in Italia).

  • Amazon consente alle Pmi italiane vendite per oltre 1,2 miliardi oltre confine

    Amazon ha annunciato gli ultimi dati del Report sull’Impatto delle oltre 20.000 Piccole e Medie Imprese (PMI) italiane che vendono sul suo negozio online. Di queste, oltre il 65% ha venduto anche al di fuori dei confini nazionali, registrando più di 1,2 miliardi di euro di vendite all’estero. Sul totale delle Poi presenti su Amazon, sono oltre 9.000 (più del 45%) quelle che provengono da aree rurali o a bassa densità di popolazione. Nel solo 2024, 6.000 di queste hanno registrato 500 milioni di euro di vendite all’estero.

    Lombardia, Campania, Lazio, Toscana ed Emilia-Romagna sono le prime cinque regioni più virtuose per valore di vendite all’estero e con il più alto numero di PMI locali presenti sul negozio online; Germania, Francia, Stati Uniti, Regno Unito e Spagna sono i Paesi in cui le PMI italiane hanno venduto con maggiore successo.

    Nata nel 2015 dalla volontà di promuovere l’eccellenza della creatività e del saper fare italiano, la vetrina Made in Italy di Amazon oggi supporta oltre 5.500 aziende del Made in Italy a vendere i propri articoli in undici Paesi del mondo. Sono più di 3 milioni i prodotti della vetrina messi a disposizione dei clienti a livello internazionale e 18 i percorsi regionali presenti all’interno della vetrina che ospitano le tipicità locali. Dal 2019, la vetrina gode della collaborazione di Agenzia ICE, che promuove e supporta le aziende che aderiscono al bando a vendere su Amazon e sulla vetrina Made in Italy attraverso specifiche attività di marketing per l’e-commerce. Tra queste, un piano di formazione per la vendita online e di promozione dei loro prodotti, in Italia e all’estero. L’accordo tra Agenzia ICE e Amazon ha coinvolto finora oltre 2.800 Poi italiane e messo a disposizione dei clienti Amazon a livello internazionale più di 700.000 nuovi prodotti Made in Italy.

    “La Vetrina Made in Italy è una storia di successo della strategia di sostegno all’export italiano nel mondo: con un investimento pubblico di 11,5 milioni di Euro è stato generato un fatturato superiore a 650 milioni di Euro in 10 anni. Risultati che confermano quanto sia strategico, per un tessuto imprenditoriale come quello italiano, favorire l’accesso a strumenti digitali avanzati, capaci di amplificare la visibilità internazionale e ridurre le barriere all’ingresso sui mercati. Transizioni digitali e verdi sono una garanzia di crescita esponenziale dell’export e della proiezione delle aziende nel mondo”, ha commentato Fabrizio Lobasso, Vicedirettore Generale per l’Internazionalizzazione economica al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

    Amazon ha inoltre annunciato che dal 5 al 12 ottobre sarà disponibile per i clienti giapponesi ed europei una speciale finestra dal nome “Happy 10th Anniversary Made in Italy!”, che consentirà loro di conoscere e acquistare una curata selezione di prodotti dell’eccellenza del Bel Paese all’interno della vetrina Made in Italy. “Giappone e Italia condividono molte sfide comuni. Tra queste, la necessità di sostenere le realtà di piccole e medie dimensioni in un contesto globale sempre più competitivo. La vetrina ‘Made in Italy’, lanciata da Amazon Italia nel 2015, rappresenta un’iniziativa all’avanguardia che valorizza le imprese di piccole e medie dimensioni, cuore pulsante del made in Italy, offrendo loro una piattaforma concreta per crescere sui mercati esteri. Lo stesso accade in Giappone con il ‘Japan Store’ di Amazon. Confido che iniziative come queste continuino a contribuire in modo significativo alla crescita commerciale delle piccole e medie attività in Giappone, in Italia e in tutto il mondo”, ha commentato Nabeshima Tokuko, Console Generale Aggiunta del Giappone a Milano.

    Le oltre 20.000 Pmi italiane che vendono attraverso Amazon sono distribuite su tutto il territorio nazionale, contribuendo a generare valore all’interno delle singole economie locali in modo omogeneo. Analizzando in particolare le vendite all’estero dalle PMI nelle singole regioni, la Lombardia si conferma la prima in classifica per valore dell’export, con oltre 345 milioni di euro di vendite registrate all’estero nel 2024 e più di 3.400 Pmi della regione presenti su Amazon, di cui oltre il 65% esporta. Seguono la Campania, con un export di oltre 170 milioni di euro e più di 3.100 Poi, di cui oltre il 60% esporta; Lazio con più di 115 milioni di euro registrati all’estero e più di 1.800 Pmi, di cui oltre il 65% esporta; Toscana, con più di 100 milioni di euro registrati all’estero e oltre 1.100 Pmi, di cui più del 65% esporta. A chiudere la top 5 infine l’Emilia-Romagna, con oltre 1.400 Pmi, di cui più del 65% esporta. Queste ultime nel 2024 hanno registrato più di 95 milioni di euro di vendite all’estero. Tra le altre regioni con un elevato livello di export figurano anche Piemonte (oltre 85 milioni di euro e oltre 1.100 Pmi), Veneto (oltre 80 milioni di euro e oltre 1.400 Pmi), Puglia (oltre 45 milioni di euro e più di 1.600 Pmi); Sicilia (più di 45 milioni di euro e oltre 1.300 Pmi) e Marche (oltre 40 milioni di euro e più di 550 Pmi).

    Da quando Amazon è arrivata in Italia, nel 2010, ha investito oltre 25 miliardi di euro per costruire infrastrutture, creare posti di lavoro e supportare migliaia di imprese locali. Solo nel 2024, gli investimenti hanno superato i 4 miliardi di euro. Attualmente l’azienda impiega nel nostro Paese oltre 19.000 persone con contratto a tempo indeterminato, attive in oltre 60 strutture distribuite su tutto il territorio nazionale – tra cui sedi logistiche, uffici corporate, data center e il servizio clienti. A questi si aggiungono i posti di lavoro indiretti: secondo le stime di Keystone, nel 2024, si stima che gli investimenti di Amazon in Italia abbiano sostenuto oltre 40mila posti di lavoro indiretti e più di 10mila posti di lavoro indotti in settori come costruzioni, logistica e altri servizi professionali.

  • L’accordo sui dazi tra UE e USA è un suicidio per l’Europa

    La gravità di questo accordo sui dazi per gli interessi dell’Europa si deduce dal comunicato finale della Commissione UE che, a parole, cerca di nascondere la debacle totale della difesa degli interessi del vecchio continente, che invece ne esce fortemente impoverito e umiliato.

    E ciò, in primo luogo, perché l’accordo sui dazi non è una intesa alla pari, ma una serie di imposizioni unilaterali del Presidente Trump, che ha un solo obiettivo e cioè quello di impoverire il mondo e in particolare l’Europa, per arricchire gli USA, senza alcuna motivazione, tranne quella del Marchese del Grillo e cioè “io sono io e voi non siete un c…o”.

    Ma per capire bene la drammatica gravità di queste imposizioni, subite senza reazione alcuna dalla Commissione UE, né dai leader europei, ma anzi con l’impegno di alcuni di assecondare a tutti i costi Trump, a partire dal Premier Meloni, che ha poi dichiarato “E’ andata meglio di quanto mi aspettassi”, occorre analizzare cosa esattamente è stato incredibilmente accettato dalla Commissione UE, per capire l’entità del danno economico e come inciderà sul futuro dell’Europa.

    Chiarito che i dazi per l’Europa non saranno reciproci, ed avranno un peso in generale del 15% del valore dei beni esportati, salvo eccezioni che ancora non si vedono, le esportazioni degli USA all’Europa invece non subiranno nessun dazio, ma anzi l’aggiunta di una miriade di nuovi prodotti, fino ad ora mai accettati dall’UE, in quanto privi degli stessi parametri di tutela della salute dei consumatori adottati dall’Europa da decenni.

    I dazi sono pesanti, sia perché sono unilaterali, sia in considerazione della debolezza del dollaro rispetto all’euro, ma non impossibili da sopportare; tuttavia il vero problema, che è sfuggito alla pubblica opinione, distratta dai dazi minacciati all’inizio al 30%, è il danno esagerato di una serie di estorsioni rovinose per il futuro dell’Europa.

    Ed ecco le estorsioni imposte per impoverirci:

    • Imporre all’Europa l’acquisto di beni energetici, Gas naturale liquefatto, petrolio e nucleare per una spesa di 750 miliardi di dollari in tre anni, con un costo di 216 miliardi in più ogni anno da pagare agli USA, pari al 60% dell’intera spesa totale per l’acquisto dei prodotti energivori dell’UE. Ma questa imposizione, oltre al costo, ha due aspetti inaccettabili e cioè, in primo luogo, che è profondamente sbagliato comprare risorse energivore da un solo Paese, perché significa accettare una dipendenza che è una forma di controllo e di ricatto, come è già accaduto con la Russia; e, in secondo luogo, il fatto che a comprare le risorse energivore non sono gli Stati, ma le imprese che, in un mercato libero, devono essere appunto libere di comprare dove costa di meno, non dove si minaccia di più.
    • Un’altra gravissima imposizione è costituita dall’obbligo delle imprese europee di spendere non meno di 600 miliardi di dollari da investire in vari settori economici negli USA, entro il 2029. Anche in questo caso le imprese sono libere di investire, e non può essere né la Commissione UE, né i singoli stati ad imporre alcunché. Ma appare chiaro che l’obiettivo di Trump, che sia l’obbligo di acquisto dei beni energetici, o gli investimenti, oltre al vantaggio dei danari, sembra alimentare il sospetto di due trappole utili al ricatto nei confronti dell’Europa, pronte a scattare con altre pretese ancora più gravose, in caso di acquisti minori di quelli concordati.
    • L’acquisto di 40 miliardi di chip per l’A.I., ed un impegno in ambito militare, di fare acquisti nel campo della difesa, da parte della Commissione UE, senza quantificazione di spesa (ma comunque per centinaia di miliardi di dollari).
    • L’assoluta assenza di tassazione nei confronti dei BIG Tech, che sono imprese private e che in Europa guadagnano centinaia di miliardi di dollari, per i quali l’UE aveva individuato sistemi di tassazione del tutto accettabili, e che Trump intende cancellare senza alcun diritto, ma con la minaccia di aumentare di nuovo i dazi, a conferma della totale inaffidabilità e dell’assenza di rispetto delle leggi sovrane dell’UE e dei singoli Stati (e silenzio assordante dei sovranisti europei).

    Quindi per riassumere il costo complessivo nei prossimi 3 -4 anni per l’UE di questa condanna dei dazi, partiamo da una spesa di circa 1.390 miliardi per gli acquisti obbligatori negli USA dei punti 1, 2 e 3, altri miliardi da quantificare per  le perdite delle imprese europee per l’aumento dei dazi, e la debolezza del dollaro in costante discesa,  più la perdita di svariati miliardi da quantificare per la eliminazione delle tassazioni per i Big Tech di cui al punto 4, più l’acquisto di armamenti USA, si arriva a  valutare un costo tra spese e mancate entrate di non meno di 2.300-3.000 miliardi di dollari nel triennio, che rivela che l’accordo con gli USA costituisca una condanna alla povertà degli Stati Europei, a beneficio degli USA, e la fine di una prospettiva di crescita economica e di strategia di sicurezza del vecchio continente, senza contare la totale esposizione al rischio quotidiano di subire qualsiasi altra forma di estorsione e minaccia di ulteriori aggravi di qualunque tipo.

    Ma soprattutto l’obiettivo principale sembra quello della sottrazione di risorse all’Europa per impedire l’attuazione del Piano per la competitività con le altre superpotenze, elaborato e presentato da Mario Draghi, che prevede, guarda caso, per il rilancio dell’Europa investimenti aggiuntivi di 750-800 miliardi di euro l’anno, fino al 5% del Pil.

    Questo accordo di dazi per l’Europa è solo uno strumento di cancellazione del ruolo e del sistema di vita Europeo, per consentire agli USA non solo di arricchirsi sul nostro impoverimento, ma anche di dominarci e renderci del tutto ininfluenti, ridurci a merce di scambio tra superpotenze, e trasformarci da popoli alla pari a paria.

    Abbiamo però ancora una via di uscita, ma occorre salda unità, coraggio e schiena dritta, per evitare che si caschi in un baratro di totale sottomissione.

    Infatti l’accordo politico del 27 luglio 2025 non è giuridicamente vincolante, il che vuol dire che può e deve essere ripreso e fortemente modificato in direzione di maggiore riequilibrio tra le due parti.

    La Commissione UE sostiene che ha il bazooka e che lo usi allora contro i prodotti USA, definendo percentuali di dazi quanto meno reciproci; ha le leggi per tassare i BIG TECH plurimiliardari americani e sottoporli a tassazione; e metta in difficoltà le imprese e il governo americano, perché lo scontro dei dazi fa danni a ciascuno dei contendenti, ma soprattutto respinga le imposizioni di migliaia di miliardi di dollari da investire negli USA. E rivendichi l’indipendenza dell’Europa, e la lealtà di 80 anni di alleanza agli USA che da soli bastano per garantire il rispetto reciproco. Draghi di recente ha detto: “E’ evaporata l’illusione di una UE che ha potere nel mondo”, sottolineando di fatto che l’Europa non può accettare di subire l’affronto di una serie di estorsioni, anche perché rimarrebbe per sempre sottomessa, anche dopo Trump, e finirebbe la sua esistenza nell’impoverimento degli stati che la compongono. Invece di una Federazione degli Stati d’Europa, rischiamo addirittura la disintegrazione dell’Unione Europea per pura codardia e incapacità di una guida politica capace di visione e comprensione della propria forza, e la sua scomparsa segnerà anche la fine della democrazia e dello stile di vita dei popoli europei.

  • La Cina sorpassa Italia e Francia nel commercio con la Tunisia

    Le esportazioni cinesi verso Tunisi hanno toccato i 6,527 miliardi di dinari (circa 1,92 miliardi di euro nei primi 7 mesi del 2025), segnando una crescita impressionante del 37,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La Cina ha conquistato il primato come primo fornitore della Tunisia, scavalcando partner europei come l’Italia e la Francia. Questa ascesa ha permesso a Pechino di superare l’Italia, che si ferma a 5,711 miliardi di dinari (1,67 miliardi di euro), e la Francia, che ha esportato merci per 5,374 miliardi di dinari (1,58 miliardi di euro). Il sorpasso segna un punto di svolta nelle dinamiche commerciali della Tunisia, con un’influenza cinese in forte espansione, ma pesa sulle casse dello Stato tunisino che si trova a far fronte ad un aumento del deficit commerciale. È quanto emerge dai dati sull’interscambio commerciale pubblicati oggi dall’Istituto nazionale di statistica (Ins) tunisino, secondo cui le esportazioni dalla Tunisia dal primo gennaio a fine luglio 2025 hanno quasi mantenuto i livelli del 2024, attestandosi a 36,973 miliardi di dinari (10,87 miliardi di euro), mentre le importazioni sono cresciute in maniera significativa, raggiungendo 48,878 miliardi di dinari (14,37 miliardi di euro).

    Questo divario ha portato a un deficit commerciale di 11,905 miliardi di dinari (3,5 miliardi di euro), in aumento rispetto ai 9,632 miliardi di dinari (2,84 miliardi di euro) registrati nello stesso periodo dell’anno precedente. Di conseguenza, il tasso di copertura, ovvero il rapporto tra esportazioni e importazioni, è sceso al 75,6%, contro il 79,4% del 2024. A un’analisi più approfondita, si notano dinamiche differenti tra i vari settori. Le esportazioni tunisine hanno beneficiato di una crescita nel settore delle miniere e fosfati (+8,6%) e delle industrie meccaniche ed elettriche (+6,5%). Viceversa, si è registrato un calo significativo nel settore energetico (-34,8%), dovuto in gran parte alla diminuzione delle vendite di prodotti raffinati. Anche le esportazioni del settore agroalimentare sono diminuite del 17,5 per cento, principalmente a causa del calo del valore delle vendite di olio d’oliva. Il settore tessile, abbigliamento e cuoio ha mostrato una leggera flessione (-0,2%).

    Sul fronte delle importazioni, si osserva una crescita generalizzata. L’acquisto di beni strumentali è aumentato del 18,6%, quello di materie prime e semilavorati del 6,6% e quello di beni di consumo del 12,1%. Al contrario, si è assistito a una diminuzione delle importazioni di prodotti energetici (-14,9%) e alimentari (-5,1%). La distribuzione geografica del commercio tunisino evidenzia una dipendenza significativa dall’Unione europea (Ue), che rappresenta il 70,6% delle esportazioni totali e il 44,2% delle importazioni. Le esportazioni verso l’Ue sono aumentate complessivamente, in particolare verso Germania (+15,4%) e Francia (+7,5%), ma sono calate in modo evidente con l’Italia (-9,4%) e la Spagna (-30,4%). Un notevole aumento delle esportazioni si è registrato anche verso i Paesi arabi, in particolare Marocco (+38,5%), Libia (+12,5%) e Algeria (+20,8%).

    Per quanto riguarda le importazioni dall’Ue, sono aumentate con la Francia (+12,7%) e la Germania (+10,3%), mentre hanno subito una leggera flessione con l’Italia (-0,7%). Fuori dall’Ue, oltre che con la Cina, le importazioni sono cresciute notevolmente con la Turchia (+14,9%), ma sono diminuite con la Russia (-21,9%) e l’India (-9,2%). Il deficit commerciale di 11,905 miliardi di dinari (3,5 miliardi di euro) è trainato principalmente dal saldo negativo di alcuni gruppi di prodotti. Il settore energetico è quello che contribuisce maggiormente al deficit con 6,037 miliardi di dinari (1,77 miliardi di euro), seguito da materie prime e semilavorati (-3,8 miliardi di dinari o 1,11 miliardi di euro), beni strumentali (-1,959 miliardi di dinari, circa 576 milioni di euro) e beni di consumo (-930,7 milioni di dinari, circa 273 milioni di euro). L’unico settore a registrare un surplus è quello alimentare, con un saldo positivo di 823,4 milioni di dinari (242 milioni di euro).

  • Stabile il commercio agroalimentare dell’UE

    L’ultima relazione pertinente pubblicata dalla Commissione europea mostra che nell’aprile 2025 il commercio agroalimentare dell’UE è rimasto stabile.

    Nell’aprile 2025 le esportazioni agroalimentari dell’UE hanno raggiunto i 20,1 miliardi di euro. Pur registrando un calo del 4% rispetto a marzo, il valore supera del 2% quello dello stesso mese dello scorso anno. Il Regno Unito è stato il mercato in più forte crescita tra gennaio e aprile, con un aumento delle esportazioni pari a 778 milioni di euro (+4%), dovuto principalmente all’aumento dei prezzi dei prodotti a base di cacao. Le esportazioni verso la Svizzera sono aumentate di 467 milioni di euro (+11%), trainate anch’esse dai prodotti a base di cacao. I prezzi del cacao e del caffè hanno continuato a sostenere i valori delle esportazioni nel loro complesso. Le esportazioni di caffè, tè, cacao e spezie sono cresciute di 1,3 miliardi di euro (+43%), trainate da un raddoppio dei prezzi della pasta di cacao, del burro di cacao e del cacao in polvere e da un aumento del 28% dei prezzi del caffè. Sono aumentate anche le esportazioni di cioccolato e dolciumi (+708 milioni di euro, +21%), con i prezzi del cioccolato in crescita del 31%.

    Nell’aprile 2025 le importazioni agroalimentari dell’UE hanno raggiunto i 16,2 miliardi di euro. Si tratta di un aumento dell’8% rispetto allo scorso anno, nonostante una riduzione del 4% rispetto al mese precedente. Gli aumenti maggiori sono stati registrati dalla Costa d’Avorio (+1,4 miliardi di €, +71%, principalmente per via dell’aumento dei prezzi del cacao), dalla Cina (+806 milioni di euro, +29%, per diverse categorie) e dal Canada (+722 milioni di euro, +90%, principalmente per via dell’aumento delle importazioni di cereali e semi oleosi). Il caffè e il cacao hanno trainato l’aumento del valore delle importazioni, con una crescita di categoria pari a 5,4 miliardi di euro (+63%). I prezzi rimangono il principale fattore trainante, con il raddoppio di quelli del cacao e l’aumento del 67% di quelli del caffè.

  • Distretti agroalimentari italiani mai così apprezzati all’estero come nel 2024

    A fine 2024, l’export dei distretti agroalimentari italiani ha segnato un nuovo record, con oltre 28 miliardi di euro di vendite sui mercati esteri e una crescita del 7,1% rispetto al 2023 (1,9 miliardi in più). È quanto emerge dal Monitor dei distretti agroalimentari italiani al 31 dicembre 2024, curato dal Research Department di Intesa Sanpaolo. L’andamento, è in linea con il totale del settore agro-alimentare italiano, di cui i distretti rappresentano il 42,5% in termini di valori esportati. Settore che Intesa Sanpaolo presidia attraverso la Direzione Agribusiness, rete nazionale parte della divisione Banca dei territori di Intesa Sanpaolo guidata da Stefano Barrese, e partner strategico per le aziende del comparto che attualmente supporta ben 172 filiere agroalimentari grazie al Programma sviluppo filiere di Intesa Sanpaolo coinvolgendo oltre 8.200 fornitori strategici delle aziende capofila, 21.500 dipendenti con un giro d’affari complessivo di oltre 22 miliardi di euro. Il bilancio complessivo dell’export agroalimentare del 2024, prima dell’introduzione dei dazi da parte dell’amministrazione Trump (varati ad aprile 2025 e poi parzialmente sospesi), vede protagonista la filiera dell’olio (+40,9% a prezzi correnti) con il distretto dell’olio toscano che avanza di 419 milioni (+43,5%), in particolare con verso gli Stati Uniti (+43,5%) verso cui indirizza oltre il 40% del suo export. Anche il distretto dell’olio umbro cresce a due cifre (+26,5%), così come il comparto oleario dell’olio e pasta del barese (+47,6%).

    La filiera complessivamente risulta molto esposta verso il mercato Usa, con un peso sull’export complessivo di circa un terzo (32,7%, contro una media del 12,9% per i distretti agroalimentari). Seconda per contributo alla crescita è la filiera della pasta e dolci, con un progresso del 7,8% nel 2024, in un contesto di raffreddamento dei prezzi alla produzione sui mercati esteri. Il distretto più importante in termini di valori esportati, quello dei dolci di Alba e Cuneo, ha realizzato ben 304 milioni in più rispetto al 2023 (+16,5%). Andamento positivo anche per i dolci e pasta veronesi (+12,6%). I distretti vitivinicoli superano i 6,7 miliardi nel 2024 (+4%). Il distretto principale, quello dei vini di Langhe, Roero e Monferrato, arretra leggermente (-1,7%); molto positiva invece la dinamica per i vini del Veronese (+9,2%), per i vini dei colli fiorentini e senesi (+9,8%), e per il prosecco di Conegliano-Valdobbiadene (+7,3%). Nel complesso, la filiera vitivinicola esporta verso il mercato americano quasi un quarto del suo export complessivo (23%), con punte del 43% per i vini e distillati di Trento, del 38% per i vini dei colli fiorentini e senesi e del 27% per il prosecco di Conegliano-Valdobbiadene. Bene la filiera agricola, con oltre 4,1 miliardi di export (+4,7%), ma con risultati molto eterogenei tra i distretti. Il maggior contributo viene dal distretto dell’ortofrutta romagnola che si porta nel 2024 a quota 689 milioni di euro, il 14,9% in più rispetto al 2023.

    Molto positivo anche l’andamento del distretto delle mele dell’Alto Adige, che realizza un balzo del 18,9%. Continua la contrazione sui mercati esteri per la nocciola e frutta piemontese (-15,2%). Anche la filiera delle conserve contribuisce positivamente alla dinamica dell’export dei distretti agroalimentari, con un +3,5% nel 2024. Stabili le conserve di Nocera, primo distretto per export nella filiera. In accelerazione nell’ultimo trimestre del 2024 la filiera delle carni e salumi che chiude il 2024 con un incremento del 5,3%. Si distinguono le carni di Verona (+6,3%) e i salumi del modenese (+5,2%), incremento a due cifre per salumi dell’Alto Adige (+13,9%). La filiera del lattiero-caseario avanza del 6,1% (146 milioni di euro in più), di cui quasi 111 realizzati dal lattiero caseario parmense (+31%), che esporta verso gli Usa il 25% dei suoi flussi di vendite all’estero. Il distretto del lattiero-caseario sardo (+1,4% nel 2024) è quello maggiormente esporto sul mercato americano, con il 72% del totale. Avanza la filiera del caffè (+9,5% nel 2024), con ottimi andamenti per tutti e tre i distretti che la compongono: caffè, confetterie e cioccolato torinese (+7,1%), caffè di Trieste (+15,5%) e caffè e confetterie del napoletano (+10,7%). La filiera del riso è l’unica che chiude in terreno leggermente negativo il 2024 (-1,7%). In calo dell’1,6% per il distretto del riso di Pavia e dell’1,7% per quello del riso di Vercelli.

    Molto positiva, infine, la dinamica del distretto dell’ittico del Polesine e del Veneziano (+10,8%). La Germania si conferma il primo partner commerciale nel 2024 (+6,9%); bene anche i flussi destinati alla Francia (+4,8%), stabile il contributo del Regno Unito (+0,4%). Ma la destinazione verso la quale si è registrata la maggior crescita sono gli Stati Uniti (+14,9%), e questo aumento non sembra legato ad eventuali politiche di approvvigionamento anticipato post-elezione di Trump, avvenuta a novembre: tassi di crescita sostenuti si sono registrati in tutti i trimestri dell’anno. I dazi introdotti e parzialmente sospesi dall’amministrazione Trump ai primi di aprile del 2025 vanno a colpire ad ampio raggio molta parte della nostra produzione; tra i comparti distrettuali più esposti l’olio, il vino e i latticini. I nostri prodotti venduti negli Usa, tuttavia, potrebbero essere potenzialmente meno sensibili alle variazioni di prezzo rispetto a quelli dei nostri competitors: si tratta, infatti, di produzioni di nicchia, spesso legate al territorio e certificate Dop-Igp, molto apprezzate da una clientela ad alto reddito, che potrebbe beneficiare dei tagli fiscali promessi da Trump. La ricerca di nuovi partner commerciali resta una strategia molto valida di diversificazione del rischio derivante dall’entrata in vigore di dazi più pesanti. Buon contributo alla crescita dell’export dei distretti agroalimentari è venuto infatti anche dalle economie emergenti, che rappresentano il 20% del totale: crescono del 7,7%o nel 2024 contro un +6,9% delle economie avanzate.

    Tra queste vanno segnalate Polonia (+15,3%) e Romania (+15,2%); bene anche la Cina (+9,7%) grazie allo sprint del quarto trimestre (+16,9%). Massimiliano Cattozzi, responsabile direzione Agribusiness Intesa Sanpaolo, ha dichiarato: “Il nuovo record dell’export dei distretti agroalimentari italiani conferma la forza competitiva delle nostre filiere e la crescente domanda internazionale di prodotti di qualità, identitari e sostenibili. La Banca dei territori, attraverso la direzione Agribusiness, è al fianco delle imprese in questo percorso di crescita, accompagnandole con soluzioni concrete per affrontare le sfide di un contesto globale in rapida evoluzione: nuovi mercati, transizione green, digitalizzazione e ricambio generazionale. Grazie alla sinergia con partner e istituzioni, alla nostra rete capillare e a un programma dedicato allo sviluppo delle filiere, accompagniamo ogni giorno oltre 80.000 clienti nella valorizzazione del made in Italy nel mondo, trasformando la presenza internazionale del Gruppo in una leva strategica per la competitività del Paese”. Intesa Sanpaolo è fortemente focalizzata nel settore Agribusiness credendo fermamente nell’importanza strategica che esso rappresenta per l’economia del Paese. A supporto dei propri clienti la direzione Agribusiness mette a disposizione 250 punti operativi di cui 95 filiali in tutto il territorio grazie a circa 1.100 specialisti che offrono, ad oltre 80 mila clienti, consulenza e supporto su temi cruciali legati all’accesso a nuovi mercati, alla sostenibilità, alla digitalizzazione e al passaggio generazionale per le imprese agroalimentari come testimoniano i 2 miliardi di euro di erogazioni a medio e lungo termine concessi nel 2024.

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