export

  • Ogni euro nella manifattura ne vale 2,1 per l’Italia

    L’industria manifatturiera giocherà un ruolo fondamentale per la crescita economica e consentirà all’Italia di superare la crisi provocata dalla pandemia. Per ogni euro investito nell’industria italiana se ne generano 2,1 per il sistema Paese. Dall’annuale Forum di Ambrosetti a Cernobbio, sul lago di Como, arriva l’immagine futura dell’industria italiana tra resilienza, rilancio dopo la crisi sanitaria globale e competitività di lungo periodo. A causa della crisi economica, rileva uno studio di The European House – Ambrosetti per Fondazione Fiera Milano, il 70% delle aziende italiane ha registrato un calo di fatturato rispetto allo scorso anno e, di questi, quasi la metà ritiene che il proprio fatturato subirà una flessione superiore al 25% nel 2020.  Lo studio evidenzia la necessità di riportare i temi dell’industria al centro del dibattito strategico e dell’agenda d’azione nazionale.

    Il Dna competitivo dell’industria italiana ha consentito al Paese di avere un ruolo chiave per lo sviluppo della manifattura europea e mondiale. A fine 2019, l’Italia rientrava nella top 5 mondiale dei Paesi con surplus manifatturiero superiore ai 100 miliardi di dollari; 922 prodotti italiani (su un totale di 5.206) rientravano nelle prime 3 posizioni al mondo per surplus commerciale. Permangono però alcune grandi questioni di fondo che “zavorrano” il potenziale dell’industria italiana: rallentamento della produttività, funzionamento poco efficace della pubblica amministrazione, ecosistema dell’innovazione ancora poco dinamico, diffusione di una cultura antindustriale e progressivo impoverimento delle relazioni tra l’industria e le parti sociali.

    La ripartenza del Paese non può prescindere da un “piano d’azione serio e articolato – emerge dalla ricerca – per colmare il divario di competitività ad attrattività tra l’Italia e i suoi competitor internazionali”.

  • 2020 da dimenticare, ma non per la produzione di vino

    È vincente l’Italia del vino nell’anno del Covid-19. Nonostante un calo produttivo (-1% rispetto allo scorso anno) e una congiuntura economica non proprio favorevole, lo Stivale è sul tetto del mondo per quantità mettendo a segno 47,2 milioni di ettolitri e in fila le storiche rivali del settore, con la Francia che registra una produzione di 45 milioni di ettolitri e la Spagna, 42 milioni. Buone, se non ottime le aspettative che emergono sotto il profilo della qualità dell’uva, considerata, per alcuni casi, eccellente. Preoccupa invece l’export, sulla base di quanto presentato da Ismea, Assoenologi e Unione italiana vino (Uiv) con il quadro di sintesi e le stime di vendemmia 2020. Secondo infatti gli analisti a una qualità alta e a una quantità leggermente inferiore alla media dell’ultimo quinquennio (-4%) fa da contraltare la particolare situazione economica internazionale, che registra una notevole riduzione degli scambi globali di vino (-11% a valore e -6% a volume nel primo semestre sul pari periodo 2019) e una contrazione, la prima dopo 20 anni di crescita, delle esportazioni del vino made in Italy (-4% nei primi 5 mesi), sebbene inferiore a quella dei principali competitor.

    L’argomento export e consumi entra dunque, gioco forza, nei tavoli di confronto istituzionali con la ministra per le Politiche agricole, alimentari e forestali Teresa Bellanova che, in occasione della presentazione del report Ismea Assoenologi e Uiv, ha annunciato la richiesta al ministro degli Esteri Luigi Di Maio di riaprire il Tavolo sul vino con la partecipazione dell’Istituto commercio estero (Ice) e Farnesina. Bellanova, ricordando che la sua attenzione nei confronti del settore non è in discussione, ha sottolineato che nel “Dl Agosto la misura destinata alla ristorazione del valore di 600 milioni a fondo perduto è ad una sola condizione, gli acquisti di prodotto made in Italy. Una misura importante, capace di generare – ha specificato – fatturato pari al quadruplo dell’importo destinato a ciascuna impresa, e che evidentemente avrà un effetto virtuoso proprio sul vino e proprio nei segmenti di eccellenza particolarmente colpiti dalla crisi”.

    Dal punto di vista di produzione a livello regionale il report economico conferma il Veneto prima regione con una crescita di un +1% e 11 milioni di ettolitri, seguita da Puglia (8,5), Emilia-Romagna e Abruzzo. Tra le principali aree produttive, in un quadro di raccolto di circa il 20% dell’uva al 3 settembre, segno più per Piemonte e Trentino-Alto Adige (+5%), Lombardia e Marche (+10%), Emilia-Romagna e Abruzzo (+7%). Calo della produzione invece in Toscana e Sicilia (-15%), Friuli-Venezia Giulia (-7%) e Puglia (-5%). Più in generale l’annata produttiva vede in leggero incremento il Nord (+3% sul 2019) mentre al Centro e al Sud le quantità si dovrebbero ridurre rispettivamente del 2 e del 7%. Positivi i giudizi degli operatori. “L’annata 2020 – afferma il presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella – si presenta con delle uve di ottima qualità, sostenute da un andamento climatico sostanzialmente positivo, che non possono che darci interessanti aspettative per i vini provenienti da questa vendemmia”. “Il settore vitivinicolo italiano – dichiara Raffaele Borriello, direttore generale Ismea – ha dato prova di una straordinaria capacità di ripresa e resilienza riuscendo a reggere l’urto di questa crisi senza precedenti che si è abbattuta sul sistema produttivo globale”. “Il bilancio previsionale della vendemmia – commenta il presidente dell’Unione italiana vini, Ernesto Abbona – si annuncia positivo sia per la diffusa qualità delle uve, con diverse punte di eccellenza, sia per una quantità leggermente inferiore allo scorso anno che ci aiuterà a gestire il mercato in maniera equilibrata”.

  • La filiera T/A tra export oriented ed e-commerce: sterili strategie

    Il nostro sistema industriale ha dovuto sopportare il peso ed i costi delle improduttività della pubblica amministrazione ai quali molto spesso ha ovviato nel corso degli anni 80 e 90 con la svalutazione competitiva. Nell’ultimo ventennio, invece, amplificandosi tali diseconomie legate alla pubblica amministrazione, il tentativo di mantenere in equilibrio il sistema industriale viene ricercato anche attraverso la compressione dei costi di produzione molto spesso trasferendo parte della stessa all’estero (TPP), strategia supportata dalla mancanza di una articolata normativa che sia in grado di tutelare l’articolata filiera espressione del made in Italy, come una recente ricerca giornalistica ha ancora una volta dimostrato (https://made-to-measure-suits.bgfashion.net/article/16242/65/Why-the-Italian-fashion-factories-go-bankrupt). Tale strategia del sistema industriale, assolutamente legittima, tuttavia ha sempre posto in secondo piano l’attenzione per il mercato e la domanda e quindi la disponibilità economica degli stessi consumatori italiani, quest’ultimi di competenza della classe politica e dirigente. In particolar modo per il sistema tessile abbigliamento ci se è illusi che la crescita internazionale potesse mantenere in equilibrio il sistema complessivo. In altre parole, si sperava che la forte capacità delle nostre imprese export oriented potesse sopperire al continuo calo della domanda interna legata ad una disponibilità economica sempre minore combinata ad una compressione della propensione al consumo, espressione cristallina dell’incertezza politica del nostro paese, come dimostrano l’aumento in 10 anni dei depositi bancari del 75% (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/).

    I terribili dati relativi al primo trimestre 2019 indicano come la domanda interna per quanto riguarda l’abbigliamento risulti in flessione del -8,1% e come oltre un terzo delle aziende intenda ricorrere alla cassa integrazione per far fronte a questa drastica diminuzione dei consumi. Questi dati dimostrano essenzialmente come fosse miope ed assolutamente illusoria la sola visione che individuasse nella salvezza del settore l’unica strategia export-oriented. Al tempo stesso risulta  altrettanto banale quanto superficiale individuare e giustificare la crisi del dettaglio indipendente solo ed esclusivamente legato all’e-commerce, quindi per questo quasi accettata  in quanto considerata espressione dell’innovazione tecnologica applicata alla distribuzione e perciò inevitabile secondo buona parte del mondo politico ed economico.

    La crisi politico-istituzionale che si trascina nel nostro Paese dal momento della crisi del 2008 lo sta portando al collasso economico. In questo senso infatti va considerato il paradosso del costante (e per questo indice di una sempre maggiore insicurezza) aumento dei  depositi bancari legato viceversa ad una diminuzione dei consumi e del denaro circolante. In più, in questo incredibile corto circuito economico nel quale la ricchezza prodotta non viene più messa in circolo e di conseguenza non diventa essa stessa veicolo di sviluppo esiste ancora chi pensa ad una ulteriore riduzione del contante per combattere l’evasione fiscale. Ulteriore conferma dell’assoluto distaccamento tra l’economia percepita da parte della classe politica e quella reale vissuta quotidianamente dagli operatori economici.

    La responsabilità di tale corto circuito economico nel quale la ricchezza prodotta non viene utilizzata per ricreare a sua volta nuova ricchezza a cascata (effetto leva) ma solo come strumento difensivo attraverso il deposito bancario va interamente imputata alla classe politica e dirigente.

    La prima dimostra giorno dopo giorno la propria incompetenza in ambito economico e politico giovandosi della irresponsabilità che il mandato elettorale regala. La seconda completamente lontana dal sentiment dei consumatori da non prevedere tale situazione e tanto meno pensare a soluzioni per invertire questo trend.

    Ancora una volta i dati economici dimostrano come la crisi del nostro Paese non sia economica ma soprattutto culturale.

     

  • L’incubo stagflazione

    Nel novembre 2017 il governo in carica Gentiloni, appoggiato dal centro studi  di Confindustria, indicava per il 2018 una crescita del Pil in un +1,4%. Già allora giudicai ampiamente pressapochista ed ottimistica questa previsione indicando nella crescita del +1% un obiettivo molto più raggiungibile, risultando il nostro sviluppo economico sostanzialmente “esterovestito”, cioè legato alla crescita della domanda  internazionale perché soprattutto le nostre Pmi sono parte di filiere estere di alto di gamma, ulteriore conferma della centralità delle nostre imprese, al 95% medio piccole ma centrali sul mercato.

    Progressivamente nel 2018 la crescita è andata via via diminuendo dal primo trimestre, fino ad arrivare al terzo con una crescita nulla (Pil Q3 +0,0%). Questa conferma del rallentamento  della crescita economica proietta il dato finale e complessivo annuale ad un +0,8% (fonte Confindustria), al massimo un +1% di Pil. Già questo andamento renderà necessaria una ulteriore manovra di correzione in quanto la spesa pubblica risulta finanziata da una entrata fiscale calcolata su di un Pil superiore per lo meno di 0,4%.

    Contemporaneamente, a causa anche delle tensioni internazionali, l’inflazione registra un tasso di crescita del +1,4%, imputabile soprattutto alla crescita dei prodotti petroliferi: quindi un’inflazione importata e non certo espressione di un aumento dei consumi. Ulteriore conferma di tale situazione viene fornita dall’indice generale dei consumi che si ferma ad un +1,4%, quindi, se confrontato con l’inflazione, abbiamo una crescita zero dei consumi stessi.

    In altre parole, nonostante negli ultimi due anni i governi Renzi e Gentiloni avessero affermato  esattamente il contrario, e cioè che la crescita economica fosse strutturale quando invece era semplicemente legata alla ripresa della domanda internazionale, e contrariamente a quanto afferma ancora l’attuale governo in carica, la crescita del PIL nominale risulta inferiore al tasso di inflazione: classico esempio di stagflazione. Innescando in questo modo un pericolosissimo vortice negativo nel quale progressivamente il differenziale tra inflazione e crescita economica (Pil 0,8/1%, inflazione 1,4%, quindi da un -0,6/0,4%) viene pagato dai consumatori attraverso una minore capacità di spesa e quindi fornendo un nuovo impulso alla decrescita (felice non lo sarà mai!!) come alla frenata del Pil.

    Scenari economici che sarebbero potuti diventare ancora più negativi se la scelta del governo Gentiloni, su indicazione dei ministri Padoan e Calenda, fosse stata quella di aumentare l’IVA in modo tale da ridurre il peso del debito pubblico come conseguenza dell’aumento dell’inflazione: una strategia molto simile a quella dei sovranisti ispiratori della politica economica dell’attuale governo. In uno scenario così proposto il differenziale tra inflazione e crescita del PIL probabilmente sarà stato addirittura maggiore, con ulteriore aggravio per i consumatori italiani.

    In questo conteso solo un rallentamento della domanda internazionale, che si tradurrebbe in una minore crescita internazionale, di fatto ridurrebbe la domanda di quei fattori inflattivi relativi alle materie prime, soprattutto per il petrolio, e di conseguenza a caduta diminuirebbe la possibilità di importare inflazione che così si adeguerebbe alla bassa crescita del Pil.

    In altre parole il riequilibrio tra crescita e Pil, come l’allontanamento dall’incubo stagflazione,  verrebbe dal rallentamento della crescita internazionale, esattamente come la crescita economica italiana è dipesa dall’aumento della domanda e dello sviluppo internazionale. Ulteriore conferma di come le strategie di sviluppo economico degli ultimi vent’anni abbiano giocato sulla capacità delle aziende italiane market ed export oriented senza innescare alcuna politica di sostegno alla domanda interna. Il pericolo e l’incubo di una stagflazione. la quale divora il potere d’acquisto dei consumatori, rimane dietro l’uscio anche per la incapacità di comprenderne gli effetti ma soprattutto le cause.

  • L’arredo-design italiano cerca la sua dimensione sui mercati

    Il settore dell’arredamento e del design in Italia è sempre più florido. A dimostrarlo non solo i numeri sempre positivi di questi anni ma soprattutto le fiere e gli eventi, la Milano Design week su tutte, che riscuotono sempre maggior successo.

    Nonostante questi dati, il settore è sempre alla ricerca della sua dimensione. La chimera che in molti stanno inseguendo è la creazione di un gruppo da un miliardo di euro di fatturato. Se ne parla da tempo, ma solo negli ultimi tre anni – tra fusioni e acquisizioni, l’interventismo dei fondi, l’ampliamento e il consolidamento di vecchie operazioni – le imprese italiane dell’arredo-design intravedono la possibilità di creare holding in grado di reggere la sfida dei mercati globali. Da Design Holding a Poltrona Frau Group, da iGuzzini a Calligaris, solo per citare i più recenti protagonisti di operazioni societarie così complesse.

    Recentemente due casi, diversi tra loro, ma emblematici della vivacità del settore: iGuzzini passata sotto il controllo di Fagerhult e la padovana Saba Italia acquisita da Italian Design Brands (Idb).

    Nel caso della marchigiana iGuzzini – 232 milioni di euro di ricavi, in rampa di lancio per la quotazione in Borsa, ma acquisita a sorpresa dal gruppo di Stoccolma Fagerhult, 500 milioni di euro di fatturato – nascerà un colosso dell’illuminotecnica a controllo svedese.

    Un caso simile a quello di Poltrona Frau Group che, con il controllo del fondo Charme (famiglia Montezemolo), era il perno per la creazione di una holding italiana dell’arredo-design di alto livello (con i marchi Poltrona Frau, Cassina e Cappellini), sul modello di quanto creato nella moda dai francesi Lvmh e Kering. Ma nel 2014, nel pieno del processo, il gruppo è stato acquisito dall’americana Haworth, colosso mondiale del settore di mobili per l’ufficio, con un fatturato di 1,8 miliardi di dollari e molte idee di sviluppo.

    Nel caso Idb-Saba Italia, invece, continua il progetto di aggregazione di brand made in Italy di alto standing: il polo nato tre anni fa e arrivato ora oltre i 100 milioni di euro di fatturato aggregato comprendeva già Gervasoni, Meridiani, Cenacchi International e Davide Groppi. Perché anche le conglomerate a controllo italiano hanno accelerato le operazioni. A settembre c’è stata la creazione di Design Holding, il nuovo soggetto partecipato dai gruppi finanziari Investindustrial (che ha già in portafogli B&B Italia, Flos e la danese Louis Poulsen) e Carlyle, che ha per obiettivo la crescita per acquisizioni internazionali e la quotazione a Piazza Affari entro tre anni (si veda l’intervista accanto).

    Guarda alla Borsa anche l’azienda friulana Calligaris, 140 milioni di fatturato, che a inizio agosto ha raggiunto un accordo con il fondo Alpha per la cessione, da parte della famiglia, dell’80% delle quote dell’azienda che controlla anche Ditre Italia.

    “Sono operazioni sempre più frequenti – dice Claudio Feltrin, presidente di Assarredo e dell’azienda di famiglia, la veneta Arper – motivate dalla necessità di restare competitivi in uno scenario globalizzato. Fino a dieci anni fa un’impresa con 20 milioni di euro di fatturato poteva vivere tranquillamente, ma oggi è necessario crescere e per farlo occorrono grandi risorse”. In un settore dominato dalle imprese familiari, servono professionalità manageriali che spesso possono arrivare soltanto dall’esterno. Anche per questo, osserva Feltrin, “il modello più efficace sembra quello dell’ingresso nel capitale di investitori finanziari e industriali. Vedo un crescente interesse da parte del mondo della finanza nei confronti dell’industria italiana dell’arredo – aggiunge -. Sia perché la finanza in questo momento è ricca di risorse, sia perché il nostro comparto è rimasto indietro e offre molte opportunità interessanti per i fondi e gli altri investitori”.

    Se la qualità del design made in Italy è fuori discussione a livello internazionale, l’appetibilità delle aziende produttrici per gli investitori è, tuttavia, tutta da dimostrare. “La debolezza del settore – dice Antonio Catalani, professore di Management del design alla Bocconi e allo Iulm – affonda le radici in una logica vetero-familiare della struttura con poco supporto di capitale e scarsa internazionalizzazione. Il cambio generazionale ha aiutato pochi brand a rifocalizzarsi tornando sui fondamentali dell’impresa. Ma resta la difficoltà a fare massa critica e contrariamente a quello che si crede i brand davvero appetibili sono al massimo una trentina. C’è molto da fare per riorganizzare la gran parte del sistema”.

  • La flessione dell’export Ue penalizza l’Italia

    Il ritorno dalle vacanze estive è stato alquanto agitato. I giorni festivi possono spiegare solo in parte il brusco arretramento dell’export extra-Ue di settembre, preoccupante soprattutto perché generale, visibile con poche eccezioni nei principali mercati. Tutto questo è dato dal crollo delle esportazioni e della crescita degli acquisti dall’estero. Questa la fotografia aggiornata dall’Istat sui flussi di merci verso i territori esterni all’Unione europea: “Il surplus commerciale a settembre 2018 è stimato pari a +79 milioni, in forte diminuzione rispetto a +3.521 milioni di settembre 2017. Da inizio anno diminuisce l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +48.176 milioni per il 2017 a +47.776 milioni per il 2018)”.

    Su base mensile destagionalizzata la frenata è del 3,7%, in termini annui del 7,3%, il risultato peggiore da luglio 2016.

    Nelle casse delle aziende entrano 15,1 miliardi, oltre un miliardo in meno rispetto allo stesso mese del 2016, per effetto anzitutto della frenata di Washington, primo mercato extra-Ue delle nostre merci, in calo dell’8,7%. I paesi asiatici cedono terreno a doppia cifra, con Cina e Giappone a ridurre del 17% gli acquisti di made in Italy, l’India dell’11,7%. Male anche Medio Oriente e America Latina anche se i due dati più preoccupanti riguardano mercati più vicini, Russia e Turchia. Verso Mosca il crollo è del 24,9%, un risultato che trascina verso il basso il bilancio dall’inizio dell’anno, dove il calo è del 6%. Dati inattesi, proprio nel momento in cui i rincari del greggio stanno rafforzando il potere d’acquisto di Mosca, mentre era in un certo senso scontato il crollo della Turchia, alle prese con la pesante svalutazione della lira. Già ad agosto il risultato era stato negativo ma ora il quadro si aggrava, con un calo delle nostre vendite del 31,1%, che porta a -8% il bilancio del periodo gennaio-settembre.

    Solo Svizzera e Africa settentrionale si sottraggono a questo trend, che comunque riduce le nostre performance medie del 2018; a questo punto per i mercati extra-Ue si registra una crescita limitata all’1,4%.

    Di contro, settembre è un mese di forte crescita dal lato delle importazioni, spinte verso l’alto dall’energia (+39%) ma anche da beni strumentali e durevoli: la crescita media nel mese è pari al 17,5%, che si riduce all’11% escludendo dal calcolo l’energia. Un trend divergente che va quasi ad azzerare l’avanzo commerciale: i 3,5 miliardi di settembre 2017 si sono ora ridotti a 79 milioni. Gli statistici commentano i dati rimarcando la “flessione congiunturale e tendenziale delle esportazioni verso i paesi extra Ue a settembre 2018, dopo la positiva dinamica registrata ad agosto”.

    Per le importazioni si rileva, invece, una crescita molto marcata sia sul mese precedente che, soprattutto, su base annua. Il saldo della bilancia commerciale con i paesi extra Ue è prossimo al pareggio a fronte dell’avanzo di 3,5 miliardi di settembre 2017.

    “A settembre 2018, il saldo commerciale rimane comunque positivo, anche se si riduce a circa un miliardo, se espresso in termini destagionalizzati”.

  • Pil warning

    Per le aziende quotate che risultano soggette ad una disciplina molto rigida in relazione alle comunicazioni ai propri soci spesso si assiste alla dichiarazione di “profit warning” nel caso in cui il management aziendale  intenda avvertire i proprio azionisti che per l’anno in corso gli utili risulteranno in discesa se non azzerati.

    Immancabilmente, invece, in Italia, come ogni anno da parte di istituti quali Istat e Centro Studi Confindustria, tra giugno e settembre vengono rivisti i dati della crescita economica rispetto a quelli inseriti nella legge finanziaria varata l’anno precedente dal governo. Parlando quindi dello Stato italiano, composto non da azionisti ma da cittadini, la riduzione della crescita si manifesta, di conseguenza, non con una diminuzione del “dividendo azionario” ma attraverso un progressivo aumento inevitabile della pressione fiscale o una riduzione della spesa corrente al fine di mantenere l’equilibrio finanziario. Quindi, come ogni anno da oltre un ventennio, si assiste al “Pil warning”.

    Nel primo caso, cioè per le aziende quotate, l’effetto del warning risulta quello di una riduzione della redditività delle quote azionarie. Nel secondo, e ci riferiamo allo Stato italiano, viceversa l’effetto si manifesta attraverso la necessità di una manovra finanziaria aggiuntiva per mantenere l’equilibrio economico-finanziario garantito da entrate fiscali che invece, proprio a causa del PIL Warning, risulteranno sicuramente inferiori progressivamente alla minore crescita. Senza tale manovra aggiuntiva salterebbero le coperture finanziarie per i capitolati di spesa del bilancio dell’anno in corso.

    Mentre nel primo caso il Warning si traduce in una riduzione dei margini azionari, e quindi della disponibilità economica, nel secondo si traduce in un aumento ulteriore della pressione fiscale o una malaugurata riduzione della spesa pubblica che negli ultimi anni quasi sempre si è trasformata in una riduzione dei trasferimenti agli enti locali. Quest’ultimi poi la trasformano in una riduzione dei servizi sanitari e di altro genere alla cittadinanza.

    La Frenata del PIL stimato ora al +1,3%, unito al forte calo dell’export oltre Ue ( -2,7%), inevitabilmente si trasformeranno in una manovra correttiva. Quindi, come ampiamente anticipato, tutti i dati entusiastici raccontati e favoleggiati dagli ultimi due ex governi Renzi e Gentiloni e dalle rispettive maggioranze si sciolgono in soli tre mesi come neve al sole. Si renderà necessaria inevitabilmente una ulteriore manovra correttiva legata alla decrescita del PIL al di sotto delle previsioni governative (di circa 9 miliardi), in aggiunta a quella già conclamata e scaturita

    dall’aumento dei tassi di interessi e di conseguenza dei costi al servizio del debito pubblico (altri 5/9 miliardi). Ovviamente a questi andranno aggiunti anche i 14 miliardi necessari per bloccare l’effetto delle clausole di garanzia relative all’aumento dell’Iva. Ancora una volta tutti i centri studi, in particolare di Confindustria, durante l’emanazione e la elaborazione della legge finanziaria o Def  per l’anno 2018 hanno fornito un supporto poco professionale alla politica governativa, specialmente in relazione alle prospettive di crescita del PIL. Poi, come sempre, da anni tali elaborazioni vengono successivamente smentite tra giugno e settembre.

    La compagine politica di maggioranza e di governo di cui questa risulta l’espressione possono avere il desiderio di offrire scenari economici di sviluppo positivi quando si trovano al governo e questo si può anche comprendere. In questo senso basti ricordare un ex ministro dell’Economia che affermò che in 4 anni avrebbe portato la quota export sul PIL dall’attuale 28,7% ad oltre il 50%. Un’affermazione priva di qualsiasi supporto ma soprattutto competenza economica e di conoscenza del mercato.

    A riprova si ricorda che della primavera del 2015, in cui la quota Export era il 28,5% sul PIL (periodo di uscita di questa entusiastica intervista al Corriere della Sera), nonostante il clima sempre più concorrenziale e competitivo le aziende italiane sono riuscite ad aumentare complessivamente la quota Export su PIL all’attuale 29,7, quindi con una crescita importante di oltre lo 0,4 % l’anno. Un risultato determinato solo ed esclusivamente dalle capacità delle imprese italiane di presidiare i mercati esteri e non certo dalla capacità o dal supporto del governo per il quale, dopo aver stanziato 34 milioni per la lotta all’italian sounding, di questa priorità non resta alcuna traccia.

    Non può essere comprensibile e tanto meno giustificabile da parte di certi studi non mantenere delle posizioni terze per evitare le continue smentite a sei mesi dalle proprie previsioni economiche.

    Tutto questo poi in un contesto nel quale i titolari dei dicasteri economici affermavano che la ripresa economica sarebbe avvenuta attraverso la forte esplosione dell’export, il cui calo del 2,7% (maggio 2018/2017 extra Ue) dimostra ancora una volta la loro assoluta “eccentricità” nelle previsioni economiche. Una responsabilità che ovviamente cadrà sul governo in carica il quale invece di affrontare queste problematiche terribili favoleggia di flat Tax, reddito cittadinanza e amenità varie invece di affrontare la terribile eredità lasciata dai governi Renzi e Gentiloni.

    Ovviamente, tornando al parallelo tra azienda e Stato italiano, a fronte di un profit warning molto spesso gli azionisti rispondono attraverso il ritiro della delega e della fiducia al management e, in taluni casi, chiedendone anche la messa sotto accusa. Viceversa, nella gestione della complessa economia italiana la responsabilità rimane un parametro sconosciuto all’intera classe politica, in particolar modo se “tecnica”.

    La decadenza economica del nostro Paese, ieri come oggi, nasce da una classe politica e dirigente che si dimostra sorda e cieca rispetto all’impatto dei fattori economici da loro determinati.

  • Pil ed inflazione: chi paga il differenziale

    Sembra incredibile come ancora oggi troppi esponenti, diretta espressione della linea politica economica dei partiti, continuino imperterriti a parlare di crescita economica italiana unita al raggiungimento degli obiettivi prefissati dagli ultimi governi successivi al 2013 (quindi dal governo Monti), quando i dati consuntivi, soprattutto i numeri negativi uniti alle prospettive di crescita, delineano un quadro assolutamente diverso. Uno scenario talmente fosco da assumere le tinte di una vera e propria recessione.

    I dati relativi alla crescita economica per il 2018 parlano di una crescita del PIL pari a 1,5 % (a tal proposito si ricorda che, come sempre da oltre vent’anni,a settembre si assiste ad un ritocco decimale al ribasso). Assolombarda prevede invece la crescita dell’inflazione, sempre per l’anno 2018, pari al 1,7%. Il differenziale, cioè lo 0,2%, indica chiaramente ed inequivocabilmente la decrescita reale del potere d’acquisto dei cittadini, quindi da una vera e propria recessione del valore nominale nella capacità di acquisto, espressione forse impropria ma reale di una recessione economica. Il tutto frutto di una crescita inferiore persino al tasso di inflazione, quindi essa stessa espressione di una domanda interna e conseguentemente di una frenata anche dell’export.

    La risultante dell’incrocio di questi dati delinea una situazione paradossale se confrontata con le  teorie economiche che negli ultimi anni hanno assunto la centralità della discussione economica e politica italiana.

    Il risultato di tale aumento dell’inflazione superiore al PIL viene determinato dall’importazione dell’inflazione stessa attraverso l’aumento delle materie prime, in particolare i prodotti petroliferi, come delle tariffe pubbliche, soprattutto quelle legate ai servizi offerti dalle aziende partecipate e dagli enti locali, espressione della mancanza di concorrenza ed ancora oggi di rendite di posizione. Come non ricordare la posizione favorevole all’aumento dell’IVA dei ministri Padoan e Calenda i quali si illudevano, attraverso l’impostazione dell’IVA, di ottenere l’obiettivo di ridurre il peso del debito pubblico.

    Un’opinione questa condivisa anche dal presidente della BCE Draghi il quale, nonostante la politica monetaria fortemente espansiva, non riuscì a ottenere un sostanziale aumento dell’inflazione, addirittura dirottando  la speranza nell’aumento del prezzo del greggio e dimostrando, ancora una volta, come tanto i politici italiani quanto i presidenti europei non si siano mai posti il problema di chi avrebbe pagato differenziale tra un aumento del PIL inferiore al tasso di inflazione.

    Dall’altra parte di questa contesa politica ed economica ci sono i sostenitori dell’inflazione legata magari  ad una moneta debole la quale darebbe impulso all’esportazione rendendo competitivi i prodotti italiani. In questo senso ecco allora i sostenitori del ritorno alla liretta, visionari ma soprattutto pericolosi in quanto l’inflazione provoca una sostanziale perdita del potere d’acquisto dei cittadini a reddito fisso e, di conseguenza, la nuova competitività andrebbe tutta a carico dei cittadini stessi. Agli smemorati sostenitori di questa dottrina si ricorda come negli anni ‘70 venne introdotta la scala mobile la quale a sua volta generò  nuova inflazione tanto da dover essere abolita all’inizio degli anni ‘80 per fermare la spirale inflattiva che in pratica impoveriva il ceto medio. Senza dimenticare la problematica relativa al Fiscal Drag, cioè all’aumento del prelievo fiscale allegato all’aumento dei valori nominali delle retribuzioni.

    Per quanto riguarda invece le previsioni del 2019, il grafico nella foto riporta come la nostra decrescita economica risulterà ancora maggiore in quanto il PIL crescerà solo del +1.2% (quindi con un – 0,3% di crescita economica) al quale contemporaneamente seguirà un aumento dell’inflazione pari al +1,4%.

    Il terribile combinato di frenata della crescita del PIL, unito comunque ad una infrazione che risulta superiore dello 0,2% al PIL stesso, determinerà ancora, una volta, una perdita del potere d’acquisto dei cittadini, quindi una ulteriore flessione della domanda interna che rappresenta una delle motivazioni per la quale non si riesce a trovare una crescita stabile dell’economia del nostro Paese.

    Un quadro a dir poco allarmante per non dire disastroso che evidentemente non riesce a suscitare alcuna reazione nel mondo politico come in quello economico, entrambi rivolti verso teorie  e strategie economiche  espressione di un asset economico ormai superato dal mercato globale. Si guarda al passato per non dimostrare l’incapacità di comprendere il presente e di delineare uno scenario futuro.

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