export

  • Vendite di olio di oliva italiano negli Usa crollate del 40%

    L’export di olio d’oliva italiano verso gli Stati Uniti è crollato del 40% in valore nei primi mesi del 2026, passando da 370 a 223 milioni di dollari, con i volumi in calo del 33%. È quanto emerge dalle rilevazioni dell’US Census Bureau (gennaio-aprile) elaborate dall’Osservatorio sul mercato oleario di Certified Origins, che indica nei dazi statunitensi sull’agroalimentare premium del Made in Italy il principale fattore della frenata.

    Le contrazioni registrate nel primo quadrimestre riflettono l’impatto delle barriere tariffarie sui consumi americani di prodotto d’importazione. A giugno l’ente americano per il commercio (USTR) ha pubblicato i risultati di un’indagine sul lavoro forzato estesa a 60 Paesi, prospettando nuovi dazi del 10% o del 12,5%. Nello scenario delineato, la Tunisia si attesterebbe allo 0% e l’olio di cocco risulterebbe esentato, mentre l’olio d’oliva europeo resterebbe escluso dalle tutele. Sul fronte del dialogo, la NAOOA (North American Olive Oil Association) continua a sollecitare un’esenzione specifica per l’olio d’oliva, sostenendo che il mercato statunitense dipende strutturalmente dalle importazioni. Il quadro tariffario resta quindi un elemento di forte incertezza, che gli operatori seguono con attenzione in vista delle prossime settimane.

    Sul mercato interno italiano, il segmento dell’extravergine italiano registra una netta inversione rispetto ai picchi degli ultimi anni. Le quotazioni, intorno agli 8 €/kg tra novembre e dicembre scorsi, si sono stabilizzate tra maggio e giugno in una fascia compresa tra 5,80 e 6,00 €/kg a seconda di qualità e origine, con una flessione superiore al 30% su base annua. A spingere i prezzi al ribasso concorre il livello elevato delle scorte lungo tutta la filiera. Al 31 maggio 2026 le giacenze totali di olio d’oliva in Italia hanno raggiunto circa 277.000 tonnellate, in aumento di circa il 45% rispetto allo stesso periodo del 2025. Di queste, circa 221.800 tonnellate sono extravergine, e tra queste 132.700 tonnellate di extravergine di origine strettamente nazionale. L’eccesso di offerta interna, unito alla pressione competitiva degli oli d’importazione da Paesi a minor costo, è oggi al centro delle preoccupazioni delle associazioni di categoria.

    In Spagna, primo produttore mondiale, le aspettative sul prossimo raccolto restano ottimistiche. I rilievi fitosanitari condotti su 13 uliveti pilota nelle aree chiave di Jaén e Córdoba indicano uno stato delle piante generalmente ottimo. Il carico è omogeneo a Jaén (70-75%) e più frammentato a Córdoba (dal 20% all’80%, con la maggioranza dei lotti tra il 75 e l’80%). Rispetto alla campagna precedente si stima un incremento produttivo del 50% a Jaén e del 30% a Córdoba, con previsioni preliminari per il raccolto spagnolo orientate tra 1,7 e 1,8 milioni di tonnellate. Un outlook che continua a sostenere la tendenza dei prezzi al ribasso, pur con la cautela legata al superamento della finestra estiva.

    Se il breve termine è segnato da frizioni geopolitiche e da uno scollamento tra prezzi e costi, l’orizzonte di lungo periodo offre importanti segnali di sviluppo. Secondo uno studio dell’analista ed economista agrario Juan Vilar, i consumi mondiali di olio d’oliva sono attesi in crescita tra il 14% e il 20% entro il 2050, pari a una domanda aggiuntiva tra 500.000 e 700.000 tonnellate annue. L’aumento sarà trainato soprattutto dai grandi mercati importatori e non produttori (o a produzione limitata) come Stati Uniti, Brasile e Canada. I mercati tradizionali del bacino del Mediterraneo (Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, Marocco e Turchia), che oggi concentrano circa metà del consumo mondiale, potrebbero invece registrare una lieve flessione.

    “Ci troviamo di fronte a un mercato a due velocità, in cui le tensioni contingenti sui prezzi e l’inasprimento tariffario negli Stati Uniti non devono offuscare la traiettoria di sviluppo di lungo periodo del settore – commenta Giovanni Quaratesi, Head of Corporate Global Affairs di Certified Origins – I dazi penalizzano l’origine europea sul mercato nordamericano, ma non arrestano un trend di crescita strutturale dei consumi. Proprio i mercati oggi sotto pressione sono quelli destinati ad ampliarsi di più: presidiarli adesso con promozione coordinata, filiere certificate e diversificazione commerciale significa costruire la stabilità del settore olivicolo italiano ed europeo dei prossimi anni.

  • La Cina rafforza i controlli sugli investimenti stranieri, l’Indonesia accentra sullo Stato l’export di materie prime

    La Cina ha introdotto nuove e ampie norme che rafforzano il controllo sugli investimenti all’estero, con particolare attenzione a capitali, tecnologie, dati e interessi relativi alla sicurezza nazionale, ampliando i poteri di Pechino di intervenire anche su operazioni già concluse. Le nuove regole, pubblicate dal Consiglio di Stato (il gabinetto) e in vigore dal primo luglio, impongono autorizzazioni per l’esportazione di beni, tecnologie, servizi e dati soggetti a restrizioni, fornendo per la prima volta una base giuridica organica per ordinare la revisione o l’annullamento di transazioni internazionali ritenute in contrasto con gli interessi nazionali. La stretta arriva circa un mese dopo l’intervento delle autorità cinesi contro l’acquisizione della startup di intelligenza artificiale Manus da parte del colosso statunitense Meta, operazione che secondo Pechino avrebbe violato norme sugli investimenti all’estero. Le disposizioni vietano inoltre, senza preventiva approvazione, il trasferimento all’estero di personale qualificato in settori sensibili, una misura che sembra colpire pratiche sempre più diffuse tra aziende tecnologiche cinesi, le quali trasferiscono dipendenti e attività operative in giurisdizioni come Singapore per attrarre capitali stranieri.

    Le norme attribuiscono al governo il potere di sottoporre a revisione per motivi di sicurezza nazionale investimenti esteri o cessioni di attività, ordinare la vendita di partecipazioni o la cessazione degli investimenti e imporre sanzioni in caso di mancato rispetto delle disposizioni. Pechino si riserva inoltre la facoltà di limitare o bloccare operazioni che coinvolgono soggetti di Paesi che adottano restrizioni contro investimenti cinesi, rafforzando così gli strumenti di ritorsione economica nei confronti di misure adottate da governi stranieri. Le regole non precisano quali tipologie di operazioni potranno essere considerate una minaccia alla sicurezza nazionale, lasciando ampi margini di discrezionalità alle autorità. Secondo gli analisti, il provvedimento si inserisce nella più ampia strategia cinese diretta a rafforzare il controllo sulle tecnologie sensibili, contrastare le sanzioni occidentali e consolidare l’autosufficienza nazionale nei settori strategici, in particolare nel campo dell’intelligenza artificiale e lungo le filiere tecnologiche avanzate.

    L’Indonesia ha avviato il periodo di transizione verso un nuovo sistema che centralizzerà le esportazioni delle principali materie prime del Paese attraverso la società statale Dsi (Danantara Sumberdaya Indonesia), controllata dal fondo sovrano Danantara. La riforma, annunciata dal presidente Prabowo Subianto, riguarda inizialmente carbone, olio di palma e ferroleghe e punta a contrastare pratiche come la sottofatturazione, aumentare le entrate fiscali e mantenere nel Paese i proventi delle esportazioni per rafforzare la disponibilità di dollari. Il direttore operativo di Danantara, Dony Oskaria, ha assicurato che la nuova società opererà in modo trasparente e verificabile, anche nella definizione dei prezzi di riferimento delle materie prime.

    Durante la fase transitoria gli esportatori dovranno trasmettere tutta la documentazione a Dsi, ma le spedizioni proseguiranno normalmente in maniera decentralizzata. L’annuncio ha però colto di sorpresa il settore privato, alimentando timori per possibili pressioni sui margini di profitto e dubbi sulle future modalità operative. Il governo prevede di valutare i risultati dopo tre mesi, mentre l’entrata in vigore completa del sistema è prevista entro il primo gennaio 2027. Contestualmente è entrata in vigore una nuova norma che impone alla maggior parte degli esportatori di risorse naturali di mantenere i ricavi delle vendite all’estero presso banche statali indonesiane.

  • Nel primo quarto del 2026 business per oltre due miliardi tra Italia e Tunisia

    Dall’1 gennaio a fine aprile 2026 gli scambi commerciali tra Italia e Tunisia hanno toccato i 7,413 miliardi di dinari, pari a 2,18 miliardi di euro al cambio attuale. È ciò che emerge dai dati sull’interscambio pubblicati dall’Istituto nazionale di statistica (Ins) tunisino. Nel primo quadrimestre del 2026, le esportazioni italiane verso la Tunisia hanno raggiunto i 3,869 miliardi di dinari (circa 1,15 miliardi di euro), in aumento di circa il 5,24 per cento rispetto ai 3,677 miliardi di dinari (1,08 miliardi di euro) dei primi quattro mesi dell’anno scorso. Le importazioni dalla Tunisia verso l’Italia, invece, si attestano a 3,543 miliardi di dinari (1,042 miliardi di euro), in aumento del 10,7 per cento rispetto ai 3,201 miliardi di dinari (941 milioni di euro) del primo quadrimestre 2025. L’Italia si conferma il secondo fornitore europeo della Tunisia, e il terzo al mondo, preceduta solamente dalla Francia – che nei primi quattro mesi ha esportato verso Tunisi beni e merci per un valore di 3,775 miliardi di dinari (1,11 miliardi di euro) – e dalla Cina (con 3,805 miliardi di dinari, ossia circa 1,119 miliardi di euro). Il saldo della bilancia commerciale tra Italia e Tunisia pende a favore di Tunisi di 326,6 milioni di dinari (circa 96 milioni di euro).

    Tra i principali prodotti esportati dall’Italia verso la Tunisia vi sono materie prime energetiche (petrolio raffinato), metalli, tessuti, cuoio e pellami, apparecchi di cablaggio, materie plastiche e prodotti in plastica, motori generatori e trasformatori, prodotti chimici e farmaceutici, impianti e macchinari. Tra i principali prodotti che l’Italia invece importa figurano gli articoli di abbigliamento e calzature, parti e accessori per veicoli, oli e grassi, motori generatori e trasformatori, articoli in plastica, prodotti chimici e fertilizzanti, prodotti della siderurgia, petrolio greggio. Risulta evidente, pertanto, un consistente traffico di perfezionamento-trasformazione di materie prime o semilavorati in prodotti dall’Italia alla Tunisia.

    In generale, nei primi quattro mesi del 2026, il commercio estero tunisino ha registrato una crescita sia delle esportazioni sia delle importazioni, confermando la ripresa di alcuni comparti strategici dell’economia nazionale, ma senza riuscire a contenere il persistente squilibrio della bilancia commerciale, fortemente appesantita dalla componente energetica. Secondo gli ultimi dati Ins, le esportazioni hanno raggiunto i 22,69 miliardi di dinari tunisini (circa 6,78 miliardi di euro), in aumento del 9,5 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025, mentre le importazioni sono salite a 30,22 miliardi di dinari (circa 9,03 miliardi di euro), con una crescita del 7,9 per cento. Il deficit commerciale si è così attestato a 7,53 miliardi di dinari (2,25 miliardi di euro), contro i 7,29 miliardi di dinari (2,18 miliardi di euro) registrati nei primi quattro mesi del 2025. Nonostante l’aggravarsi del saldo negativo, il tasso di copertura delle importazioni da parte delle esportazioni è migliorato, passando dal 74 al 75,1 per cento.

    A sostenere l’export tunisino sono stati soprattutto i settori delle industrie meccaniche ed elettriche, cresciute del 12,2 per cento, e dell’agroalimentare, che ha segnato un aumento del 24,3 per cento grazie in particolare al forte incremento delle vendite di olio d’oliva. Le esportazioni del prodotto simbolo dell’agricoltura tunisina sono infatti passate da 1,76 miliardi di dinari (circa 526 milioni di euro) a 2,63 miliardi di dinari (circa 786 milioni di euro). In crescita anche il settore energetico (+13 per cento), trainato dalle esportazioni di prodotti raffinati, salite a 449,3 milioni di dinari (134 milioni di euro) contro i 105,8 milioni (31,6 milioni di euro) dello stesso periodo del 2025. Più contenuta la performance del comparto tessile, abbigliamento e cuoio, che ha registrato un modesto +0,3 per cento, mentre continua la fase negativa del settore minerario e dei fosfati, con una contrazione del 23,6 per cento. Quest’ultimo rappresenta storicamente uno dei pilastri delle esportazioni tunisine, ma continua a soffrire problemi strutturali, rallentamenti produttivi e difficoltà logistiche.

    Sul fronte delle importazioni, la crescita ha riguardato tutte le principali categorie merceologiche. Gli aumenti più marcati hanno interessato i prodotti alimentari (+18,3 per cento), i prodotti energetici (+13,7 per cento) e i beni di equipaggiamento (+8,9 per cento). In rialzo anche le importazioni di beni di consumo (+7,7 per cento) e di materie prime e semilavorati (+2,2 per cento), segnale di una domanda interna ancora sostenuta e della dipendenza dell’apparato produttivo tunisino dalle forniture estere.

    L’Unione europea (Ue) si conferma il principale partner commerciale della Tunisia. Nei primi quattro mesi del 2026 le esportazioni verso il mercato europeo, che assorbe il 71,3 per cento dell’export tunisino, sono aumentate a 16,18 miliardi di dinari (4,83 miliardi di euro), rispetto ai 14,52 miliardi (4,34 miliardi di euro) dello stesso periodo del 2025. In crescita soprattutto le vendite verso la Francia (+13,8 per cento), l’Italia (+5,2 per cento) e la Germania (+4,7 per cento). In calo invece le esportazioni verso i Paesi Bassi (-7,5 per cento) e la Grecia (-38,9 per cento). Per quanto riguarda i paesi arabi, spicca il forte incremento delle esportazioni verso l’Egitto (+99,9 per cento) e l’Arabia Saudita (+71,7 per cento). In flessione invece gli scambi con il Marocco (-40,1 per cento), l’Algeria (-20,3 per cento) e la Libia (-19,6 per cento).

    Anche sul lato delle importazioni, l’Europa mantiene un ruolo centrale: gli acquisti dalla Ue, pari al 45,5 per cento del totale, sono cresciuti a 13,75 miliardi di dinari (4,11 miliardi di euro), contro i 12,14 miliardi (3,63 miliardi di euro) dei primi quattro mesi del 2025. Gli aumenti più significativi riguardano la Francia (+24,7 per cento) e l’Italia (+10,7 per cento), mentre risultano in calo le importazioni dalla Bulgaria (-19,3 per cento) e dalla Grecia (-6,4 per cento). Fuori dall’Ue, la Tunisia ha aumentato le importazioni dalla Turchia (+8,1 per cento) e dall’India (+32,1 per cento), mentre si registra una netta riduzione degli acquisti dalla Russia (-57 per cento) e una lieve flessione dalla Cina (-3,7 per cento).

    L’analisi della bilancia commerciale per gruppi di prodotti mostra che il principale fattore di squilibrio resta il settore energetico, con un deficit di 4,19 miliardi di dinari (1,25 miliardi di euro), in aumento rispetto ai 3,68 miliardi (1,10 miliardi di euro) dello stesso periodo dell’anno precedente. Il saldo negativo riguarda anche le materie prime e i semilavorati (-1,98 miliardi di dinari, pari a 592 milioni di euro), i beni di equipaggiamento (-1,46 miliardi, pari a 436 milioni di euro) e i beni di consumo (-859 milioni, pari a 257 milioni di euro). Solo il comparto alimentare registra un avanzo, pari a 963,5 milioni di dinari (288 milioni di euro). Secondo i dati dell’Ins, escludendo il settore energetico il deficit commerciale tunisino si riduce a 3,34 miliardi di dinari (circa 998 milioni di euro), evidenziando come la dipendenza energetica continui a rappresentare uno dei principali elementi di vulnerabilità macroeconomica del Paese nordafricano.

  • Opportunità nell’Unione economica eurasiatica, Kazakhstan e Kirghizistan aprono alle imprese italiane

    La Camera di commercio di Roma ha ospitato il 15 maggio la conferenza internazionale “Unione economica eurasiatica: condizioni e opportunità per le imprese straniere”, organizzata con la Fondazione di studi internazionali e geopolitica e l’Unione economica eurasiatica (Uee). L’evento, davanti a una platea di imprenditori, è stato un invito al dialogo e alla ricostruzione di rapporti perché, come ha sottolineato il moderatore Giulio Andreotti, giurista dell’Università Parthenope di Napoli, “al di là dei conflitti esiste una comunità di operatori economici” e “la speranza è far sì che rapporti possano svilupparsi”. Anche Lorenzo Tagliavanti, presidente della Camera di commercio di Roma, ha fatto presente che “bisogna ritrovare gli elementi per il dialogo”, osservando che “non cominciamo dall’anno 0” e che “siamo forti nell’economia tradizionale ma significativi anche nei settori innovativi”. Giancarlo Elia Valori, presidente della Fondazione di studi internazionali e geopolitica, ha invocato “apertura”, per “riscrivere insieme la risposta del nostro tempo”, per “costruire, fare, realizzare” ora che “si riapre il grande gioco delle relazioni internazionali”.

    Tra i relatori sono intervenuti anche l’ambasciatore della Russia in Italia, Aleksej Paramonov, e il rappresentante della Bielorussia presso la Fao, Jurij Ambrazevic. Il primo, dopo aver ripercorso la storia dell’Uee, ha invocato uno “sguardo rivolto al futuro” e sottolineato i “molti punti di convergenza”, gli interessi e le opportunità che uniscono i Paesi dell’organizzazione e i loro partner. Il secondo ha osservato che c’è ancora un “interscambio attivo” nonostante le sanzioni legate alla guerra in Ucraina.

    Tra gli interventi di spicco quelli degli ambasciatori del Kazakhstan, Yerbolat Sembayev, e del Kirghizistan, Ermek Omuraliev, che hanno entrambi assicurato la massima disponibilità dei loro Paesi a collaborare con le imprese italiane. Sembayev, in particolare, ha ricordato che tra i partner europei, l’Italia è al primo posto per volume di interscambio, pari a circa 15 miliardi di dollari, trainato soprattutto dagli idrocarburi, ma che ci sono ampi margini di crescita e diversificazione. Il diplomatico ha anche espresso apprezzamento per il format “Made in Kazakhstan with Italy”, importante per favorire il trasferimento di tecnologie italiane. Omuraliev ha parlato di “un grande potenziale inesplorato” nella cooperazione economica e ha espresso la volontà di rafforzare la cooperazione in termini di investimenti e localizzazione delle imprese, ricordando le agevolazioni fiscali e le altre misure di sostegno alle imprese e agli investitori.

  • Nel 2025 le esportazioni agroalimentari dell’UE hanno raggiunto il nuovo picco di 238,4 miliardi di euro

    L’ultima relazione sul commercio agroalimentare dell’UE, pubblicata dalla Commissione europea, mostra che le esportazioni agroalimentari dell’UE hanno raggiunto un nuovo record nel 2025, nonostante le sfide economiche globali.

    Nel 2025 le esportazioni agroalimentari dell’UE sono ammontate complessivamente a 238,4 miliardi di euro, con un aumento dell’1% rispetto al 2024 (+2,3 miliardi di €). Il Regno Unito è rimasto la principale destinazione delle esportazioni agroalimentari dell’UE, rappresentando il 23% del totale (55,6 miliardi di euro). Tra gli altri sviluppi principali, le esportazioni sono aumentate in modo significativo verso la Svizzera (+1,2 miliardi di euro, +7%) e la Turchia (+1,1 miliardi di euro, +16%). I preparati a base di cereali, i prodotti lattiero-caseari e il vino hanno continuato a trainare le esportazioni dell’UE, mentre cacao, caffè e cioccolato hanno registrato i maggiori aumenti di valore, in gran parte dovuti all’aumento dei prezzi.

    Le importazioni agroalimentari dell’UE sono salite a 188,6 miliardi di euro, con un aumento del 9% rispetto al 2024 (+15,3 miliardi di euro). Il Regno Unito, il Brasile e gli Stati Uniti sono rimasti i principali fornitori, con cacao, caffè, frutta e frutta a guscio che hanno trainato la crescita delle importazioni a causa dell’aumento dei prezzi mondiali.

    Nel 2025 l’UE ha mantenuto un avanzo commerciale complessivo nel settore agroalimentare pari a 49,9 miliardi di euro. Si tratta di un importo inferiore di 13,3 miliardi di euro rispetto all’avanzo complessivo del 2024, principalmente a causa dell’aumento dei prezzi all’importazione di materie prime chiave come caffè, cacao, frutta e frutta a guscio. L’UE rimane il primo esportatore mondiale di prodotti agroalimentari ed è stata anche il primo importatore mondiale nel 2025.

    Nel 2025 il commercio agroalimentare ha rappresentato il 9% delle esportazioni totali dell’UE, il 7,5% delle importazioni totali dell’UE e il 37% dell’avanzo commerciale complessivo dell’UE.

  • I dazi non arrestano la globalizzazione: commercio mondiale in crescita del 5% nel 2025

    Il commercio mondiale è cresciuto vicino al 5 per cento nel 2025 e nel triennio 2026-2028 è atteso in aumento medio del 2,3 per cento, con impatti di dazi e tensioni geopolitiche inferiori alle stime iniziali. È quanto emerge dalla Mappa dell’export 2026 presentata a Roma da Sace. Secondo il capo economista Alessandro Terzulli, gli shock commerciali e politici “hanno avuto impatti economici inferiori a quello che ci si poteva aspettare”, anche grazie alla capacità di adattamento delle imprese e a fattori temporanei come l’anticipo delle importazioni negli Stati Uniti.

    “Se un importatore sa che dovrà pagare dazi più alti, tende a fare scorte prima”, ha spiegato, richiamando l’effetto di anticipo delle importazioni (il cosiddetto front-loading), ossia l’aumento degli acquisti prima dell’entrata in vigore dei nuovi dazi per evitare rincari successivi, particolarmente evidente nella farmaceutica. A sostenere gli scambi hanno contribuito anche gli investimenti tecnologici, in particolare nell’intelligenza artificiale e nei semiconduttori. Tuttavia, ha avvertito Terzulli, nel medio-lungo periodo resta il rischio di “un’erosione delle regole” in un contesto di crescente frammentazione. L’incertezza resta elevata, ma “non si è tradotta in un blocco delle decisioni economiche” come temuto.

    Sul fronte italiano, il presidente di Sace, Guglielmo Picchi, ha sottolineato che “l’Italia è un Paese che cresce grazie all’export”, ricordando che nel 2025 il Paese si è confermato quarto esportatore mondiale. “Nonostante tutto e tutti, dai prezzi dell’energia ai dazi, la capacità degli imprenditori italiani di conquistare nuovi mercati è straordinaria”, ha dichiarato. Picchi ha evidenziato che investimenti pubblici e consumi interni “non riescono a dare slancio alla crescita del Pil” e che “il vero driver è l’export”. In questo quadro, Sace è chiamata a rafforzare il sostegno alle imprese, anche in coerenza con il Piano Mattei per l’Africa, dove l’agenzia svolge un ruolo di attuatore finanziario nei mercati più complessi.

    L’Africa rappresenta infatti uno degli assi strategici della Mappa. Nel Nord Africa l’Export Opportunity Index medio si attesta intorno a 54. L’indicatore, sviluppato da Sace su una scala da 0 a 100, misura il livello di opportunità per le imprese italiane Paese per Paese, combinando peso sull’export, dinamica attesa, accesso al mercato e struttura della domanda. Accanto a questo, la Mappa valuta il rischio di credito – ossia la probabilità di mancato pagamento da parte di controparti sovrane, bancarie o corporate – e il rischio politico, legato a eventi come espropri, restrizioni valutarie, guerre o disordini civili, anch’essi su scala 0-100.

    Nel caso del Nord Africa, le opportunità si accompagnano a livelli di rischio elevati ma in parte compensati da riforme e investimenti infrastrutturali. Il Piano Mattei punta a mobilitare capitali e competenze italiane in settori come energia, infrastrutture e filiere agroindustriali. Tra i Paesi più dinamici figura il Marocco, indicato come hub logistico e produttivo grazie al porto di Tanger Med, allo sviluppo dell’automotive e agli investimenti nelle rinnovabili e nell’idrogeno, oltre che nelle infrastrutture ferroviarie ad alta velocità.

    Nelle Americhe, gli Stati Uniti restano un mercato da presidiare nonostante le tensioni tariffarie, mentre il Brasile – prima economia dell’area – beneficia dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur, che prevede la graduale rimozione dei dazi sul 91 per cento delle merci europee. Nonostante fragilità fiscali e incertezze politiche, il Paese mantiene un Export Opportunity Index tra i più elevati dell’area e continua ad attrarre investimenti in infrastrutture e automazione industriale.

    In Asia, l’India emerge come economia in forte espansione, sostenuta da riforme fiscali, digitalizzazione e investimenti in infrastrutture ed energia. Terzulli ha tuttavia osservato che “quanto l’India diventerà la nuova fabbrica del mondo rispetto alla Cina, questo non lo so: c’è strada da fare”. La Cina, dal canto suo, “è un mercato da cui non si può prescindere”, con oltre 15 miliardi di export italiano e un Export Opportunity Index elevato, pur a fronte di un profilo di rischio “non bassissimo” e di tensioni geopolitiche persistenti. Pechino sta raddoppiando gli investimenti in tecnologie avanzate e industrie emergenti, mentre l’approccio europeo resta improntato al “de-risking” senza chiusure.

    Più critica la situazione in Russia, che presenta un rischio di credito e politico pari a 100. “C’è un enorme problema di pagamenti”, ha ricordato Terzulli, sottolineando che l’esclusione dai circuiti finanziari e il regime sanzionatorio rendono l’operatività estremamente complessa. Anche nei Balcani e nell’Europa emergente, pur in presenza di opportunità legate alla convergenza europea e alle infrastrutture, i profili di rischio restano eterogenei. Nel complesso, la Mappa dell’export 2026 restituisce l’immagine di un mondo più frammentato ma non paralizzato. Le opportunità esistono, ma richiedono selettività, gestione del rischio e strumenti adeguati. In chiusura, il presidente di Sace ha ribadito l’impegno dell’agenzia ad accompagnare le imprese nei mercati esteri in una fase di trasformazione globale. “Le opportunità sono tante, dai dazi all’intelligenza artificiale: per noi sono tutte occasioni da cogliere in un’ottica di diversificazione. Noi siamo poco preoccupati perché il nostro compito è trasformare il rischio in opportunità”, ha affermato Picchi. “Sace è questo: un mitigatore di rischio che rende bancabili progetti che altrimenti non lo sarebbero e permette alle imprese di entrare in mercati dove da sole difficilmente riuscirebbero ad andare”, ha concluso.

  • L’intelligenza artificiale porta la Corea del Sud a toccare il record di esportazioni

    La Corea del Sud ha registrato un record assoluto di esportazioni per il mese di gennaio, grazie alla crescita globale dell’intelligenza artificiale, fortemente dipendente dai semiconduttori prodotti nel Paese. Lo indicano i dati ufficiali diffusi oggi dal ministero del Commercio. Il valore complessivo delle esportazioni coreane ha raggiunto 65,8 miliardi di dollari il mese scorso, in aumento del 33,9 per cento su base annua, superando la soglia dei 60 miliardi per la prima volta nel mese di gennaio. Il Paese ospita i principali produttori mondiali di memorie per semiconduttori, diventate un elemento chiave delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. I gruppi tecnologici Samsung e Sk Hynix hanno registrato utili operativi trimestrali record nel periodo ottobre-dicembre. Le esportazioni di semiconduttori sono ammontate a gennaio a 20,5 miliardi di dollari, in crescita del 102,7 per cento su base annua, il secondo miglior dato mensile di sempre dopo il record di 20,8 miliardi registrato il mese precedente. Le esportazioni di automobili sono aumentate del 21,7 per cento a 6 miliardi di dollari, grazie soprattutto alle buone performance dei veicoli ibridi ed elettrici.

    I dati arrivano mentre Seul sta cercando di reagire all’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di un aumento dei dazi sui beni sudcoreani dal 15 al 25 per cento, motivato dalla mancata ratifica parlamentare dell’accordo commerciale. L’intesa, raggiunta nell’ottobre scorso, prevedeva investimenti sudcoreani negli Stati Uniti in cambio della riduzione dei dazi. L’ufficio presidenziale sudcoreano ha sostenuto a novembre che l’accordo non richiede l’approvazione del parlamento, trattandosi di un memorandum d’intesa e non di un atto giuridicamente vincolante. Il ministro sudcoreano del Commercio e dell’Industria Kim Jung-kwan ha incontrato a Washington l’omologo statunitense Howard Lutnick dopo l’annuncio dell’aumento dei dazi ed è rientrato a Seul ieri, senza giungere però a un’intesa con la controparte Usa. “C’è stata una notevole delusione da parte degli Stati Uniti per il fatto che la legge speciale sia ancora ferma all’Assemblea nazionale”, ha spiegato il ministro ai giornalisti, aggiungendo che i colloqui proseguiranno nelle prossime settimane.

  • L’anticipo storico e la sua tutela

    La crescita dell’export sicuramente rappresenta un fattore di consolidamento dell’economia nazionale italiana, come in generale per tutte le economie europee. Tuttavia la sua articolazione fa sorgere qualche perplessità soprattutto in relazione ad una, ancora oggi, latitante politica industriale e contemporaneamente al trasferimento di know how che l’export determina.

    L’export italiano nel 2025-2026 è trainato dalla farmaceutica (+35-39%), dall’agroalimentare (+5-10%) e dai macchinari. In termini assoluti, tuttavia, i settori chiave vengono rappresentati dalla meccanica (circa 16-18%), metallurgia (11-12%) e moda (10-11%), mentre agroalimentare e vitivinicolo sono settori solidi e in costante crescita: valgono il 9,7% export. Meccanica e metallurgia, quindi, esprimono oltre il 30% dell’intero Export italiano manifatturiero e sono proprio i settori che più risentono dei costi dell’energia che ne minano la competitività. Pur avendo una posizione dominante anche nei confronti dell’agroalimentare, non ricevono quella attenzione che meriterebbero, soprattutto in rapporto al contributo economico ed occupazionale che questi settori congiuntamente assicurano.

    Come logica conseguenza una qualsiasi politica industriale dovrebbe partire non dalla scelta di quali settori privilegiare (un vezzo molto comune alla politica la quale si dimostra molto disponibile a sostenere il settore vitivinicolo ed agroalimentare in genere), quanto, viceversa, da una politica energetica che assicuri la competitività alla manifattura sia nel settore primario che secondario, compreso quello del Tessile abbigliamento.

    In questa importante quota di export legato al settore metalmeccanico non andrebbe dimenticato il pericolo rappresentato comunque dal trasferimento di sistemi produttivi (know how) i quali potranno sempre avvalersi di un minor costo della manodopera della nazione importatrice.

    Un pericolo al quale non si può in alcun modo porre rimedio, ma la cui conoscenza rappresenta sicuramente o dovrebbe rappresentare uno stimolo per l’innovazione nel settore manifatturiero, assicurando così un “anticipo storico” rispetto alle economie concorrenti.

    In questo contesto allora la tutela delle filiere rappresenterebbe sicuramente il primo passo verso questo obiettivo, esattamente come è avvenuto negli ultimi anni per lo Swiss made sia nel settore alimentare che in quello industriale e degli orologi.

  • Crescono investimenti e occupazione dell’industria farmaceutica

    Negli ultimi dieci anni, l’Italia si è imposta come un grande “hub” europeo dell’industria farmaceutica, progredendo significativamente in termini di produzione, ricerca, occupazione ed export. Oggi è uno dei principali motori del sistema economico e produttivo italiano che pesa il 10% di tutto l’export nazionale.

    Ciò è stato merito comune di tutte le aziende operanti in Italia, distinguibili in tre principali i numerosi gruppi multinazionali presenti nel nostro Paese.

    Per le aziende del made in Italy farmaceutico FAB13 i risultati del 2024 sono stati molto positivi. I ricavi sono aumentati del 12% rispetto al 2023, raggiungendo i 18,9 miliardi di euro aggregati, con la componente estera in crescita del 14%, anche se il mercato domestico è salito solo del 2% a causa della stagnazione della domanda nazionale. Le esportazioni hanno fatto registrare un +16% rispetto al 2023, molto più di quanto è cresciuto l’export totale di prodotti farmaceutici dell’Italia (+10%). Gli investimenti totali (al netto di acquisizioni di aziende, prodotti e licenze) sono cresciuti del 21% rispetto al 2023, con al loro interno gli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S), pari a 1,4 miliardi, in progresso del 27%. Gli occupati sono cresciuti del 3% rispetto al 2023: +2% in Italia; +4% all’estero. È quanto emerge dal Rapporto e dalla relazione del Prof Marco Fortis, economista e Direttore Generale e Vicepresidente della Fondazione Edison, presentato durante l’evento “FAB13 2025: le 13 aziende storiche del made in Italy farmaceutico” appartenenti a Farmindustria, tenutosi alla Camera dei Deputati. La relazione evidenzia che le industrie storiche familiari crescono grazie all’internazionalizzazione continuando sempre a consolidare in Italia.

    Nel contesto di forte crescita della farmaceutica in Italia, si conferma il ruolo di primo piano svolto dalle industrie italiane, che nelle FAB13 hanno un importante punto di riferimento: 13 aziende del made in Italy farmaceutico che, sviluppatesi negli ultimi decenni hanno acquistato una notevole rilevanza nel panorama dell’industria farmaceutica europea e mondiale. Si tratta di: Alfasigma, Abiogen Pharma, Angelini Pharma, Chiesi Farmaceutici, Dompé Farmaceutici, I.B.N. Savio, Italfarmaco, Kedrion, Menarini, Molteni, Neopharmed Gentili, Recordati e Zambon.

    Le FAB13 contano 65 siti produttivi, di cui 29 in Italia, e 51 centri di R&S in tutto il mondo, con un’estesa rete di filiali (in totale sono 289) che supportano le operazioni globali dell’intero gruppo. Questa struttura capillare permette alle FAB13 di continuare a mantenere una forte presenza sia a livello nazionale che internazionale, garantendo efficienza operativa e capacità di innovazione. Le FAB13 contribuiscono a garantire le cure a milioni di italiani, rafforzando l’autonomia produttiva del sistema farmaceutico nazionale. Negli anni recenti le FAB13 hanno fatto acquisizioni all’estero, sviluppato partnership, ottenuto licenze di commercializzazione e l’approvazione di farmaci innovativi; sono pioniere nello sviluppo di terapie personalizzate innovative e farmaci orfani, rispondendo ai bisogni dei pazienti con malattie rare.

    Le FAB13 occupano il 22% degli addetti dell’intera industria farmaceutica in Italia. Gli occupati risultano complessivamente 50.400 circa, di cui oltre 35.000 all’estero (70%) e 15.000 in Italia (30%). Di questi, la metà sono donne. La percentuale di laureati e diplomati supera l’80%. Oltre il 90% dei dipendenti delle FAB13 sono assunti a tempo indeterminato. Elevata l’incidenza di occupati nella R&S, pari al 56% in Italia. Per quanto riguarda gli investimenti in R&S, sono cresciuti nel 2024 del 27% rispetto al 2023, superando gli 1,4 miliardi di euro e rappresentando il 43% degli investimenti complessivi delle FAB13. Consistenti anche gli investimenti per acquisizioni di aziende, licenze e prodotti al fine di ampliare il portfolio e rafforzare la loro competitività globale: circa 1,4 miliardi nel 2024.

    Nel 2024, il valore della produzione dei gruppi multinazionali e italiani iscritti a Farmindustria ha raggiunto in maniera aggregata i 56,1 miliardi di euro, registrando un incremento dell’87% rispetto al 2016, mentre l’export si è attestato a 53,8 miliardi di euro, con un incremento del 152% rispetto al 2016. Particolarmente rilevante l’andamento delle esportazioni di prodotti farmaceutici ad alta tecnologia, cresciute del 193%. Gli investimenti complessivi hanno raggiunto i 4 miliardi di euro, di cui 2,3 miliardi destinati alla Ricerca e Sviluppo (R&S) e 1,7 miliardi alle attività produttive (dal 2016 crescita del 38%). Gli occupati del settore risultano pari a 67.000 unità (+12% rispetto al 2016). L’Italia è il sesto esportatore mondiale di farmaci e si conferma il terzo esportatore mondiale di farmaci confezionati (alle spalle di Germania e Svizzera).

  • Gli accordi commerciali dell’UE accelerano la crescita delle esportazioni e sostengono la diversificazione

    Secondo la quinta relazione annuale sull’attuazione e l’applicazione della politica commerciale dell’UE l’ampia rete di accordi commerciali dell’UE aiuta le imprese a trovare mercati alternativi per le loro esportazioni, riducendo allo stesso tempo le dipendenze in un contesto geopolitico difficile.

    La relazione, relativa al 2024 e al primo semestre del 2025, conclude che gli accordi commerciali dell’UE incentivano la resilienza e la competitività degli operatori economici dell’UE. Inoltre, gli accordi commerciali dell’UE sostengono la diversificazione e la stabilità della catena di approvvigionamento.

    L’UE sta attivamente ampliando la propria rete di accordi commerciali. Infatti, l’anno scorso sono entrati in vigore due nuovi accordi preferenziali dell’UE (un accordo di libero scambio con la Nuova Zelanda e un accordo di partenariato economico con il Kenya), portando a ben 44 il numero totale di accordi commerciali dell’UE attualmente in vigore, conclusi con 76 partner commerciali preferenziali.

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