Filiera

  • Notizia per Beppe Sala: vendite di biciclette in calo del 4% nel 2025

    Il mercato italiano della bicicletta archivia il 2025 con un nuovo segno negativo, confermando la fase di difficolta già emersa negli ultimi anni. Secondo i dati elaborati da Confindustria ANCMA (Associazione Nazionale Ciclo Motociclo Accessori) presentati allo stabilimento Pirelli di Bollate (MI), le vendite complessive di biciclette ed e-bike si attestano a 1.303.000 unità, in calo del 4% rispetto al 2024. Nel dettaglio, le biciclette tradizionali scendono a 1.047.000 pezzi (-3%), mentre le e-bike si fermano a 256.000 unità (-7%).

    Il dato complessivo restituisce un mercato che, solo in apparenza, limita la flessione. La contrazione della domanda nel canale specializzato resta infatti significativa e continua a riflettere le preoccupanti difficoltà vissute da larga parte della rete dei negozi (-14% di vendite e-bike, -8% pedalata muscolare), che rappresenta il riferimento principale per il settore e per la grande maggioranza delle imprese associate. Nello stesso tempo, il recupero di altri canali di vendita – dalla grande distribuzione specializzata all’online – contribuisce a contenere il calo finale e a ridefinire gli equilibri del sell-out.

    Sul fronte industriale, il 2025 mostra invece segnali timidamente più favorevoli per il comparto delle biciclette tradizionali. La produzione sale a 1.805.000 unità (+6%), l’export raggiunge 1.042.000 pezzi (+11%), mentre l’import si riduce a 284.000 unità (-28%). Anche in valore, le esportazioni di biciclette crescono da 276 a 317 milioni di euro (+14,8%), mentre l’import scende da 136 a 133 milioni (-2,2%).

    Più articolato il quadro dell’e-bike, che registra una frenata sia sul mercato interno sia sul versante produttivo e commerciale. Nel 2025 la produzione si attesta a 281.000 unità (-17%), l’export cala a 107.000 pezzi (-20,7%) e l’import scende a 82.000 unità (-7,8%). Anche in valore il comparto evidenzia un arretramento: l’export passa da 153 a 139 milioni di euro (-9,2%) e l’import da 138 a 124 milioni (-10%).

    Nel complesso, la bilancia commerciale del settore ciclo rimane positiva e sostanzialmente allineata all’anno precedente, attestandosi a +172 milioni di euro, contro i +175 milioni del 2024. Un risultato che conferma comunque una certa capacità competitiva della filiera italiana, anche in una fase di mercato ancora debole e disomogenea. A sostenere il profilo industriale del comparto contribuisce anche la dinamica della componentistica: nel 2025 l’export di parti di biciclette cresce a 550 milioni di euro (+14,5%), mentre l’import sale a 577 milioni (+25,4%). Si tratta di numeri che segnalano, da un lato, una filiera produttiva ancora reattiva e, dall’altro, un contesto competitivo che impone molta attenzione a margini, posizionamento e politiche di mercato.

  • Il governo istituisce la Commissione Unica Nazionale sul grano

    Istituita la Commissione Unica Nazionale sul grano che il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha avviato nell’ambito della piattaforma di proposte condivisa con il mondo degli agricoltori per arginare il crollo dei prezzi del grano, assieme alla pubblicazione dei costi medi di produzione Ismea per Sud e Centro-Nord.

    La Cun dovrà individuare il prezzo indicativo del grano duro di produzione nazionale e le sue relative tendenze di mercato. Si tratta di uno strumento importante per combattere il fenomeno del crollo periodico delle quotazioni pagate agli agricoltori, alimentato ad arte grazie agli arrivi di prodotto dall’estero e all’azione delle borse merci. Una situazione che minaccia la sopravvivenza di quasi 140.000 aziende, spesso localizzate in zone interne prive di alternative produttive e quindi particolarmente esposte al rischio di desertificazione, soprattutto nel Sud Italia. La superficie coltivata a grano duro in Italia ammonta a quasi 1,2 milioni di ettari.

    Produrre un quintale di grano duro per la pasta costa in media agli agricoltori 31,8 euro al Sud e 30,3 al Centro-Nord, secondo Ismea. Numeri che evidenziano l’effetto delle manovre dei trafficanti di grano, con le quotazioni pagate agli agricoltori siano calate negli ultimi quattro anni tra il 35% e il 40%. In questo modo – conclude Coldiretti – i ricavi non coprono più le spese, mettendo a rischio le semina future e la tenuta economica delle aziende agricole.

    L’obiettivo è ora di rafforzare la Cun, rispetto alle possibili manovre di chi vorrebbe non farla funzionare, ma anche puntare sui contratti di filiera, lo strumento più efficace per assicurare redditività e prospettive di lungo periodo gli agricoltori, tutelandoli dalle speculazioni attraverso la garanzia di un giusto prezzo, ma anche promuovere investimenti in innovazione ambientale, tecnologica e nella gestione dei dati. Sull’onda della mobilitazione di Coldiretti il governo ha assunto l’impegno a destinare 40 milioni di euro in tale direzione.

    Il grano duro è la materia prima essenziale per la pasta, prodotto simbolo dell’agroalimentare italiano e pilastro dell’export. Eppure, da anni, la filiera vive una contraddizione strutturale. L’Italia è leader mondiale nella trasformazione (molini e pastifici), ma non è autosufficiente nella produzione di grano duro e importa una quota rilevante del fabbisogno. Questa dipendenza dall’estero, combinata con la volatilità dei mercati internazionali e con pratiche di importazione spesso contestate dagli agricoltori, ha generato forti tensioni. I produttori lamentano prezzi troppo bassi e scollegati dai costi di produzione. L’industria, dal canto suo, rivendica la necessità di approvvigionarsi a condizioni competitive per restare sul mercato globale. La Cun non promette prezzi alti per decreto, ma prova a costruire un terreno comune di riferimento. Il prezzo indicativo che emergerà dalla Cun non sarà obbligatorio, ma diventerà il benchmark attorno a cui ruoteranno i contratti di filiera, gli accordi quadro e le trattative private.

    Per gli agricoltori, questo significa maggiore prevedibilità delle dinamiche di mercato, un riferimento nazionale che limita il peso di trattative locali penalizzanti, ma anche uno strumento utile per programmare le semine e valutare la redditività. Per l’industria molitoria e pastaria, invece, implica maggiore chiarezza sui trend di prezzo, una riduzione del rischio informativo e la possibilità di costruire politiche di acquisto più stabili e coerenti nel medio periodo.

  • Il tabacco italiano acquista valore con Philip Morris

    La filiera tabacchicola italiana rappresenta un modello unico in cui l’innovazione e la sostenibilità ambientale convivono generando benefici che vanno ben oltre la sfera economica, pur sempre rilevante e cruciale. Questo percorso prende forma grazie all’accordo Coldiretti-Philip Morris Italia con impegni di lungo periodo formalizzati nei verbali d’Intesa con il Ministero dell’Agricoltura, anche specificamente rivolti alla tutela della biodiversità. Strumenti contrattuali, ricerca applicata e responsabilità condivisa possano orientare le scelte produttive verso una maggiore resilienza ecologica con degli effetti tangibili e concreti. In questo approfondimento sono riportate una serie di esperienze concrete e progetti che testimoniano come la collaborazione multi-livello tra istituzioni, imprese e agricoltori possa tradurre gli obiettivi di sostenibilità in azioni operative, rafforzando la competitività e la qualità della filiera.

    Il Parco Valle del Menago è situato nella provincia veronese nel Comune di Bovolone, un’area dove la produzione tabacchicola ha radici storiche profondamente radicate nel territorio e che oggi rappresenta il fulcro della filiera del tabacco in Veneto. Ed è proprio da qui che ha preso avvio un importante intervento di riqualificazione ambientale, pensato per consolidare e proseguire il percorso iniziato trent’anni fa dalle associazioni locali e dall’amministrazione comunale. Il progetto è parte integrante degli impegni assunti con il Ministero dell’Agricoltura per lo sviluppo di progetti di sostenibilità ambientale con l’obiettivo di tutelare la biodiversità e favorire iniziative di recupero degli ecosistemi degradati, al fine di contrastare il rischio idrico, l’inquinamento dell’acqua e limitare le emissioni di CO₂, anche attraverso soluzioni basate sulla natura (nature based solution). La relazione tra il parco e la filiera agricola è circolare: il parco contribuisce a migliorare la qualità dell’ambiente mediante l’assorbimento di CO₂ e restituendo servizi ecosistemici; la filiera, a sua volta, si impegna a pratiche più sostenibili e utilizza in modo responsabile le risorse provenienti dal territorio. Si tratta di un rapporto che si alimenta reciprocamente, trasformando un intervento locale in un modello replicabile. Il tutto nel perimetro del più grande accordo di filiera nel settore del tabacco in Italia e in Europa, quello tra Coldiretti e Philip Morris Italia.

    Il progetto BeeLeaf, parte invece proprio dall’assunto di utilizzare l’ape come bioindicatore per il monitoraggio della salute degli ecosistemi e della qualità ambientale delle coltivazioni in un sistema di produzione integrata come il tabacco. I risultati sono stati sorprendenti nella loro chiarezza: il comportamento delle api vicine ai campi di tabacco non differisce in modo significativo da quello delle api poste in arnie di riferimento in zone più naturali. Il progetto BeeLeaf si trasformerà ulteriormente ed a partire dal 2026 nei campi di tabacco coinvolti nello studio verranno installate barriere floreali: strisce di vegetazione composta da piante nettarifere e specie pollinifere, pensate per aumentare la biodiversità, arricchire le fonti alimentari per le api e facilitare il loro lavoro di impollinazione. Una sorta di corridoio ecologico inserito nel paesaggio agricolo, capace di sostenere tanto le api quanto la qualità complessiva dell’ecosistema.

    C’è un terzo livello – più tecnico, meno visibile, ma altrettanto determinante – su cui la filiera del tabacco italiana che fa riferimento all’accordo di filiera Coldiretti-Philip Morris Italia sta lavorando: il monitoraggio sistematico della biodiversità nelle aziende agricole e la sostenibilità dei combustibili utilizzati nella fase di essiccazione. Un aspetto importante su cui la filiera del tabacco sta concentrando i propri sforzi come parte degli impegni presi nell’ambito del verbale di intesa con il Ministero dell’Agricoltura riguarda lo sviluppo di progetti ad hoc volti all’utilizzo di energie alternative/rinnovabili, anche in ambito agro-industriale, per promuovere una maggior integrazione dell’intera filiera e massimizzare i benefici dell’economia circolare. Tra questi progetti in particolare troviamo quello riguardante i forni, il cuore tecnologico del processo produttivo, quelle strutture dove le foglie appena raccolte vengono fatte essiccare. È qui che entrano in gioco GPL, metano e soprattutto biomassa, combustibili che incidono non solo sui costi di produzione ma anche sul profilo ambientale dell’intera coltura. Per questo la filiera del tabacco italiano non ha solo stimolato la sostituzione dei combustibili fossili con la biomassa, ma ha anche aderito a un programma di monitoraggio che punta alla tracciabilità totale delle fonti energetiche. L’acqua poi è il primo fattore critico per qualsiasi coltura, e il tabacco non fa eccezione. Non è solo una risorsa: è la variabile che determina crescita, resa, qualità del prodotto finale. Per questo, all’interno dell’accordo di filiera Coldiretti-Philip Morris Italia è stato introdotto il Local Risk Assessment (LRA), uno strumento che analizza in modo sistematico i bacini idrografici in cui ricadono le aziende della filiera e misura il livello di rischio idrico a cui sono esposte. Una sorta di radiografia del territorio, pensata per capire quanto gli equilibri idrici locali possano influenzare la produzione agricola. Un altro tassello decisivo della ricerca agronomica riguarda lo studio dell’utilizzo di molecole alternative più sicure e con un minore impatto sull’ambiente per la gestione integrata delle avversità durante la stagione di crescita.

  • Aumenta la produzione di pomodori italiani, ma frenano le esportazioni

    La campagna di trasformazione del pomodoro 2025 in Italia si è chiusa con una produzione di circa 5,8 milioni di tonnellate, in leggero aumento rispetto al 2024, ma comunque inferiore (-10% circa) al programmato. l’Italia ritorna ad essere il secondo Paese trasformatore di pomodoro a livello mondiale dopo gli Stati Uniti e prima della Cina che, dopo l’exploit degli scorsi anni, ha ridotto drasticamente le produzioni alla luce delle difficoltà legate principalmente al mantenimento delle quote di mercato estero. Il nostro Paese rappresenta il 14,4% della produzione mondiale e il 53,8% del trasformato europeo.

    L’Italia si conferma saldamente il primo Paese produttore ed esportatore di derivati del pomodoro destinati direttamente al consumatore finale. Nel 2024 i mercati esteri hanno fatto registrare segnali positivi sia in volume (+ 6,5%) che in valore (+3,8%). Nel primo semestre del 2025, di contro, si rileva, rispetto al primo semestre 2024, una riduzione dell’export in volume (-3,6%) e in valore (-10,7%), legata quasi certamente all’incertezza causata dalla vicenda dazi Usa (fino al 2024 il comparto subiva una tassazione per l’esportazione in USA tra il 6 e il 12% a seconda dei formati e delle referenze, ora si è passati al 15% per tutti i prodotti). L’Europa, con la Germania in testa, si conferma, ancora una volta, il principale mercato di sbocco dei nostri derivati. Quote significative sono rappresentate dal Regno Unito, dagli Stati Uniti, dal Giappone e dall’Australia.

    Analizzando i dati di consumo interni, nel canale retail, nel primo semestre 2025 si registra una sostanziale stagnazione dei consumi rispetto allo scorso anno, con una lieve contrazione delle quote di mercato sia in termini di volume (-0,4%) che di valore (-0,5%). La flessione maggiore ha riguardato la polpa e il pelato intero. La passata continua ad essere il prodotto più venduto, rappresentando il 63,4% del mercato dei derivati. A seguire troviamo la polpa (20,4%), i pomodori pelati (10,9%), i pomodorini (3,8%) e il concentrato (1,7%). Stabile il canale del “Fuori casa” che rappresenta la maggior parte (il 67%) del volume totale di derivati del pomodoro consumati in Italia (circa 2,1 milioni di tonnellate).

    «La nostra annuale assemblea pubblica è l’occasione ideale per riflettere, insieme alle Istituzioni e a tutti gli attori coinvolti nella filiera del pomodoro da industria, sugli scenari attuali, sulle criticità a cui dobbiamo far fronte e sulle strategie da mettere in atto per guardare al futuro con fiducia. – dichiara il presidente dell’Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali (Anicav) Marco Serafini – Il primato di assoluta qualità che i nostri prodotti “Made in Italy” hanno conquistato nel corso dei decenni resta saldo; tuttavia, è necessario soffermarsi con attenzione sui cambiamenti in corso, in particolare sull’ingresso di nuovi paesi produttori che, pur non potendo garantire lo stesso livello qualitativo, puntano sulla leva del prezzo e rischiano di sottrarci quote di mercato importanti. Nel lungo periodo questa situazione potrebbe creare difficoltà, anche considerando che il nostro comparto è da sempre fortemente orientato all’export. Per prevenire questi rischi sarà quindi indispensabile rendere più efficiente l’intera filiera, così da ridurre i costi senza intaccare la qualità, intervenendo su alcuni temi specifici. Penso, ad esempio, alla corretta gestione delle risorse idriche, ambito sul quale il Masaf ha annunciato proprio in questi giorni importanti interventi, dando ascolto alle nostre richieste; al divieto da parte dell’UE di utilizzare alcuni agrofarmaci e fertilizzanti, che incide negativamente sulle rese agricole e ci pone in una posizione di svantaggio rispetto a paesi che non sono soggetti alle stesse limitazioni; e, ancora, al forte impatto del sistema ETS, che impone standard su emissioni e consumi senza eguali nel mondo, senza tenere adeguatamente conto della stagionalità del nostro lavoro. Sono questioni complesse, sulle quali dobbiamo confrontarci insieme per individuare soluzioni concrete».

    «Uno dei temi centrali del dibattito è sicuramente quello della governance della filiera e della necessità di migliorare la relazione tra parte agricola e parte industriale. – dichiara il direttore generale di Anicav Giovanni De Angelis – Serve quindi un dialogo più costruttivo, mettendo al centro del processo di rinnovamento l’interprofessione, che va però ripensata nel suo perimetro di competenze e nel modello operativo, in particolare nel bacino Centro Sud. In questo scenario complesso, gli accordi quadro restano lo strumento imprescindibile e centrale per una corretta programmazione. Solo così possiamo pensare di contrastare l’evidente calo delle rese agricole e l’aumento dei costi di produzione, per poi puntare a distribuire in maniera più equilibrata il valore lungo tutta la filiera, garantendone la competitività. Noi siamo pronti a fare la nostra parte, soprattutto se consideriamo che il prezzo pagato in Italia dall’industria di trasformazione agli agricoltori per la materia prima è da sempre il più alto al mondo».

  • Le scelte sulla politica agricola comune europea preoccupano la filiera del tabacco italiana

    Taglio degli aiuti Pac, proposta di includere il tabacco greggio nel perimetro della Direttiva sulle accise, mancato riconoscimento del processo di innovazione che ha portato ai prodotti di nuova generazione e accise in rialzo, questi gli elementi che stanno creando un clima di forte preoccupazione per la filiera tabacchicola europea e italiana. Si tratta di un settore caratterizzato da un elevato profilo di sostenibilità economica e ambientale, che coinvolge undici paesi europei per una produzione che nel 2024 ha raggiunto 105mila tonnellate con circa 2 milioni di occupati. L’Italia, secondo quanto rileva un’analisi del Centro Studi Divulga, è il primo produttore europeo di tabacco greggio con un terzo del volume totale prodotto in Europa, conta 45mila posti di lavoro lungo la filiera e 200 milioni di valore del solo prodotto agricolo. In questo scenario settoriale, spicca il ruolo dell’accordo di filiera tra Coldiretti e Philip Morris, che coinvolge circa il 50% del tabacco greggio italiano e ha consentito di attivare ingenti investimenti e dato una spinta rilevante a produzioni innovative e sostenibili. L’accordo di filiera Coldiretti-Philip Morris nasce nel 2011 ed è stato recentemente rinnovato fino al 2034, con l’estensione di tutte le garanzie sugli impegni di acquisto. Unico accordo con queste caratteristiche nel panorama italiano ed europeo.

    Per quanto riguarda la politica agricola europea, il tabacco riceve aiuti nell’ambito del I pilastro della Pac relativamente al sostegno di base al reddito per la sostenibilità, nell’ecoschema 4, nel caso del sostegno ridistributivo complementare al reddito per la sostenibilità e per il sostegno complementare al reddito per i giovani agricoltori.

    Per le azioni del Piano di sviluppo rurale la scelta italiana è stata quella di declinarle secondo le diverse esigenze dei territori di produzione. Sei regioni, Veneto, Umbria, Toscana, Lazio, Abruzzo e Campania hanno ammesso il tabacco alle aree di intervento previste (impegni in materia di ambiente e clima e in materia di gestione, vincoli naturali o altri vincoli territoriali specifici, svantaggi territoriali specifici derivanti da determinati requisiti obbligatori, investimenti compresi quelli per l’irrigazione, insediamento dei giovani agricoltori e avvio di imprese rurali, strumenti per la gestione del rischio, cooperazione, scambio di conoscenze e diffusione dell’informazione).

    La Pac è dunque rilevante per il futuro della filiera tabacchicola e, il taglio di risorse finanziarie indicato dalla Commissione con la creazione di un fondo unico, andrebbe sicuramente a penalizzare il settore bloccandone lo sviluppo con conseguenze pesanti in molte aree rurali rivitalizzate proprio grazie alla produzione di tabacco greggio. L’Unione europea negli ultimi anni ha dimostrato di non avere a cuore le imprese agricole e di produzione del tabacco, proponendo approcci penalizzanti che non tengono conto dei possibili impatti a livello locale. Le Direttive già messe in campo da Bruxelles, come la proposta di Direttiva del Consiglio relativa alla struttura e alle aliquote dell’accisa applicata al tabacco e ai prodotti correlati, o che saranno riviste nei prossimi mesi, come la Direttiva sui prodotti del tabacco, nonché la partecipazione alla prossima COP 11 nell’ambito della convenzione quadro dell’Oms (Framework Convention on Tobacco Control), rappresentano una sfida per tutta la filiera nazionale ed europea.

    La proposta della Commissione Ue presentata lo scorso luglio sulla Direttiva accise tabacchi prevede aumenti della tassazione su tutti i prodotti, compresi quelli innovativi italiani e ulteriori misure di diretto interesse per la filiera tabacchicola. L’aumento non equilibrato della tassazione dei prodotti finiti e le ulteriori misure di controllo in materia di tabacco greggio potrebbero tradursi in un aumento di costi e prezzi per i coltivatori italiani ed europei. Andando a colpire anche i prodotti di nuova generazione Made in Italy, la proposta di revisione normativa potrebbe impattare negativamente sulla richiesta di tabacco greggio italiano, con un impatto diretto sull’intera filiera, dalla produzione agricola alla trasformazione e commercializzazione.

    I prodotti del tabacco riscaldato realizzati in Italia sono infatti uno sbocco fondamentale per la produzione agricola italiana e, secondo le stime della stessa Commissione, con gli aumenti di tassazione previsti, subirebbero una contrazione del 30% dei volumi di vendita. In questo modo si scoraggerebbero gli investimenti sia delle aziende agricole che di quelle industriali indebolendo una filiera che in questi anni ha creato valore aggiunto, lavoro e sostenuto lo slancio imprenditoriale e di investimento di molte imprese agricole con effetti positivi nelle aree rurali interessate nel nostro Paese. Un’altra criticità indicata dal report di Divulga è l’introduzione di nuovi obblighi sulla tracciabilità del tabacco greggio, comunicazione e movimentazione che renderebbero ancora più difficile la vita degli agricoltori.

    Un ultimo aspetto, di fondamentale importanza, riguarda la possibile equiparazione dei nuovi prodotti del tabacco italiani a quelli tradizionali, un aspetto che non tiene in considerazione le caratteristiche di questi prodotti (per esempio l’assenza di combustione) e le differenti modalità di utilizzo. Un approccio che di fatto non tiene conto delle innovazioni del settore e viene proposto senza nessuna valutazione di impatto sulle filiere produttive. Una chiusura che potrebbe colpire soprattutto la filiera italiana, la cui produzione di tabacco greggio è collegata a prodotti innovativi senza combustione. Insomma, occorrerebbero analisi e valutazioni di impatto accurate che possano tenere in debita considerazione gli effetti sulla salute ma anche gli impatti economici, sociali e occupazionali nei paesi europei, sia nel breve che nel medio-lungo periodo.

  • I produttori di grano italiani lavorano in perdita, secondo Coldiretti

    Produrre un quintale di grano duro per la pasta costa agli agricoltori del Sud 31,8 euro (30,3 al Centro Nord) ma al momento di venderlo se ne vedono pagare appena 28, finendo di fatto per lavorare in perdita. Ad affermarlo è la Coldiretti a commento della pubblicazione da parte di Ismea del monitoraggio dei costi medi per il frumento. Un risultato della grande mobilitazione che ha visto ventimila produttori della più grande organizzazione agricola d’Italia e d’Europa scendere in piazza in tutto il Paese.

    Si tratta, infatti, di un passo avanti fondamentale perché da oggi non si potrà più prescindere dai costi di produzione come riferimento minimo per garantire un prezzo equo e fermare le speculazioni che stanno strozzando le imprese agricole, a salvaguardia dei consumatori e del loro diritto a prodotti sani e locali. Costi di produzione che – sottolinea Coldiretti – non possono essere però il prezzo: serve garantire un margine adeguato all’agricoltore, perché produrre sottocosto come sta avvenendo ora mette a rischio il futuro del Made in Italy.

    Sotto l’effetto delle manovre dei trafficanti di grano le quotazioni pagate agli agricoltori sono calate negli ultimi quattro anni tra il 35% e il 40%, mettendo a repentaglio le prossime semine e la tenuta economica delle aziende agricole, perché i ricavi non coprono più i costi di produzione.

    L’andamento delle campagne di commercializzazione dal 2015/2016 al 2025 (luglio-settembre) evidenzia come dal picco dei listini nel 2021/2022 (470,7 euro a tonnellata) si sia passati a 274,1 negli ultimi tre mesi di quest’anno. I costi medi, sempre per il grano duro, rilevati dall’Ismea si sono attestati nell’Italia centro-settentrionale a circa 302 euro a tonnellata, saliti nel Centro-Sud e in Sicilia a 318 euro. Per il grano tenero il costo medio è di poco superiore ai 230 euro a tonnellata. Ismea spiega che a determinare il costo sono concimi, fitosanitari, sementi, prodotti energetici e acqua, manodopera e costi fissi. Dai grafici elaborati da Ismea spicca dal 2022/2023 un ribaltamento del rapporto prezzi-costi.

    Se nel 2021-2022 la variazione del prezzo del prodotto aveva segnato +73,4% a fronte di +21,4% dei costi, nel 2022+14,9% i costi e -10,8% i prezzi riconosciuti ai produttori, nel 2023/2024 si abbassano i costi (-2,5%), ma molto di più i prezzi (-20,1%) per arrivare alla campagna 2024/2025(costi stabili, ma listini giù del 14,6%). Un altro elemento che avvalora la denuncia di Coldiretti relativamente alla salubrità del grano duro importato è l’exploit degli acquisti dal Canada, dove il prodotto viene trattato con il glifosato in modalità vietate in Italia. Nel 2024 le importazioni sono infatti aumentate del 60,2% per un valore che ha raggiunto 290 milioni di euro.

    Mentre gli acquisti si sono ridotti sia dalla Ue (-8,4%) che dal mondo (-22%). L’Ismea ha anche calcolato il costo medio per area. Nel Sud e cioè Puglia, Sicilia e Basilicata il costo medio a ettaro nel 2025 è stato di 1,170 euro con un differenziale prezzo-costo di -7%. Nel Centro (Toscana e Marche) costo medio a 1,390 a ettaro con un differenziale di -2%. Nel Centro Nord (Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Toscana) 1,427 euro (+2%).

    Da qui il piano di misure presentato da Coldiretti in occasione della mobilitazione e subito condiviso dal Governo con il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida, a partire dall’impegno a istituire la Commissione Unica Nazionale (CUN) sul grano duro, per superare le borse merci locali, fermare le speculazioni e costruire un meccanismo trasparente e partecipato per garantire il corretto formarsi del futuro prezzo di mercato. Una misura finalizzata a costruire armonia che ora diventa ancora più urgente tenendo conto dell’atteggiamento degli industriali che non hanno partecipato alla Commissione sperimentale per il grano duro, una presa di posizione che evidenza un atteggiamento ostile alla istituzione della CUN.

    Bene anche l’annuncio di 40 milioni da destinare ai contratti di filiera con aiuto de minimis di almeno 100 euro all’ettaro, che rappresentano oggi lo strumento più concreto per dare stabilità e reddito agli agricoltori, coinvolgendo anche il mondo dei pastai a cui viene garantito un credito d’imposta da 10 milioni di euro. Grazie a questo strumento i produttori di grano potranno avere un ricavo di 40 euro al quintale, tra prezzo riconosciuto all’interno del contratto di filiera e contributi pubblici. Il piano di Coldiretti chiede anche il blocco delle importazioni sleali di grano trattato con sostanze vietate in Europa, come il glifosate presente nel grano canadese “veleno” per le nostre tavole, garantendo la reciprocità delle regole e imponendo agli alimenti provenienti da Paesi terzi gli stessi standard richiesti agli agricoltori italiani ed europei. È fondamentale poi estendere a tutta l’Ue l’obbligo di indicare l’origine del grano sulla pasta, già in vigore in Italia, per garantire ai consumatori il diritto a una informazione trasparente su ciò che consumano. Al tempo stesso serve investire in ricerca, innovazione e transizione tecnologica anche con il supporto del Crea. Occorre poi un piano nazionale per stoccaggi e infine serve triplicare la resa ad ettaro attraverso le nuove tecniche di irrigazione così da assicurare riserve strategiche, forniture sicure e difendere la sovranità alimentare.

  • Gli agricoltori incassano il 7% netto del prezzo al bancone dei loro prodotti

    Su 100 euro spesi dal consumatore per l’acquisto di prodotti agricoli freschi, meno di 20 euro remunerano il valore aggiunto degli agricoltori, ai quali, sottratti gli ammortamenti e i salari, resta un utile di 7 euro, contro i circa 19 euro del macro-settore del commercio e trasporto. E per i prodotti alimentari trasformati la situazione è ancora peggiore con l’utile dell’agricoltore che si riduce a 1,5 euro, solo di poco inferiore a quello dell’industria, pari a 1,6 euro, contro i 13,1 euro del commercio e trasporto che fanno la parte del leone. E’ quanto emerge dall’analisi della catena del valore, realizzata dall’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea), sulla base degli ultimi dati Istat disponibili e relativi al 2021, che evidenzia comunque una erosione die margini agricoli rispetto al 2013. Permangono – scrive Ismea – squilibri strutturali nella distribuzione del valore lungo la filiera agroalimentare, con le fasi più a valle, quali logistica e distribuzione, in grado di trattenere la quota più elevata del valore finale del prodotto, a discapito soprattutto della fase agricola”.

    L’approfondimento, realizzato dall’Istituto, sulla filiera della pasta e su quella della carne bovina ha messo in luce una situazione di sofferenza, con margini particolarmente compressi, se non addirittura negativi, per le aziende agricole e gli allevamenti, mitigati solo dal sostegno pubblico, attraverso la Pac e gli aiuti nazionali. Una situazione che evidenzia la necessità di intervenire con una più equa distribuzione nella catena del valore con la recente normativa sulle pratiche sleali lungo la filiera e la rilevazione dei costi standard sotto i quali non devono scendere i compensi. Il Rapporto Agroalimentare 2024 elaborato dall’Ismea evidenzia anche gli importanti risultati raggiunti dall’export agroalimentare che per l’intero nel 2024 potrebbe raggiungere i 70 miliardi di euro anche se ci sono timori per il prossimo anno per la nuova politica dei dazi annunciata dal neopresidente Usa Donald Trump. Già nei primi nove mesi del 2024 comunque e le esportazioni hanno superato le importazioni con la bilancia commerciale che è tornata in attivo nell’agroalimentare anche se permangono settori a forte dipendenza dall’estero come la soia con un tasso di autosufficienza nel 2023 del 32%, il mais (46%), e il grano duro (52%) e tenero (36%). A pesare i bassi compensi riconosciuti alla produzione ma anche gli eventi climatici eccezionali.

  • La Commissione aggiorna le norme sulla commercializzazione dei prodotti agroalimentari

    La Commissione ha proposto di rivedere le vigenti norme che riguardano la commercializzazione di una serie di prodotti agroalimentari, quali frutta e verdura, succhi e confetture di frutta, miele, pollame o uova. Le revisioni proposte dovrebbero aiutare i consumatori a operare scelte informate per una dieta più sana e contribuire a prevenire gli sprechi alimentari.

    Tra le scelte proposte dalla Commissione:

    etichettatura di origine – norme più chiare e obbligatorie per miele, frutta a guscio e frutta secca, banane mature, nonché frutta e verdura rifilate, trasformate e tagliate (come le foglie di insalata confezionate). In caso di miscele, occorrerà riportare sull’etichetta il o i paesi di origine. Il fatto di elencare i paesi di origine consentirà di aumentare la trasparenza per i consumatori, oltre a promuovere la produzione di questi prodotti nell’UE;

    sprechi alimentari – le revisioni proposte riguardano sia i rifiuti alimentari che quelli di imballaggio. Ad esempio, per gli ortofrutticoli esteticamente meno attraenti (con difetti esterni, ma comunque adatti al consumo locale/diretto) venduti a livello locale e direttamente dai produttori ai consumatori è prevista una deroga dalle norme di commercializzazione. Valorizzarne la freschezza potrebbe offrire ai consumatori maggiori opportunità di acquistare frutta e verdura fresca a prezzi più accessibili e andare a vantaggio dei produttori attivi nelle filiere corte. Lo stesso vale per alcuni prodotti colpiti da calamità naturali o da altre circostanze eccezionali, se il loro consumo è sicuro;

    imballaggio – i prodotti destinati alla donazione potrebbero essere esentati dai principali requisiti di etichettatura. Ciò potrà ridurre gli adempimenti burocratici e le esigenze di etichettatura, facilitando il lavoro degli operatori;

    succhi di frutta – potranno recare la menzione “senza zuccheri aggiunti” per chiarire che, contrariamente ai nettari di frutta, i succhi non possono per definizione contenere zuccheri aggiunti, una caratteristica di cui la maggior parte dei consumatori non è a conoscenza. Inoltre, per rispondere alla crescente domanda di prodotti con meno zuccheri, un succo riformulato potrebbe indicare sull’etichetta “succo di frutta a tasso ridotto di zuccheri”. Per semplificare ulteriormente e adattarsi ai gusti dei consumatori, il termine “acqua di cocco” potrebbe essere utilizzato accanto a “succo di cocco”;

    confetture e marmellate – il contenuto di frutta sarà portato da 350 a 450 grammi minimi (550 per i prodotti di alta qualità) per chilogrammo di prodotto finito. Con l’aumento generalizzato del contenuto di frutta, ai consumatori verrebbe offerto un prodotto con meno zuccheri liberi e una quantità di frutta superiore a quella attuale. Il termine “marmellata”, finora autorizzato soltanto per le confetture di agrumi, si applicherebbe a tutte le confetture, in modo da adeguare il nome del prodotto a quello più utilizzato a livello locale;

    uova – i pannelli solari potrebbero essere introdotti nei sistemi di produzione all’aperto per stimolare l’approvvigionamento di energia da fonti rinnovabili. Anche la stampigliatura delle uova verrebbe effettuata direttamente in azienda per migliorare la tracciabilità.

  • FcA o Benetton: la filiera produttiva

    In rapporto alla difficoltà di ottenere la garanzia per riavviare il flusso di cassa della propria attività, in particolare se PMI, la facilità con la quale il gruppo Fca l’abbia ottenuta fa sicuramente arricciare il naso a non pochi piccoli imprenditori che ancora attendono.

    La discussione, o meglio l’aspro confronto, che tale richiesta ha scatenato si articola tuttavia in rapporto a presupposti e fattori decisamente fuorvianti.

    Quando il governo Renzi ed il ministro Calenda (che adesso si straccia le vesti contro questo finanziamento o meglio questa  garanzia)indicarono in FcA il modello di impresa internazionale con DNA italiano di fatto ammettevano la propria impotenza governativa nella inversione del peso della  burocrazia statale. Un onere da sempre indicato da tutti gli operatori economici come uno dei fardelli insopportabili che favorisce la delocalizzazione non solo produttiva ma anche fiscale e legale. In particolare il fattore fuorviante relativo alla allocazione della controllante in Olanda non ha alcun valore in rapporto ai benefici che la stessa azienda può distribuire sul territorio.

    Il gruppo Ferrero, ad esempio, situato ad Alba di Cuneo da sempre è controllato da una società lussemburghese anticipando di molto la delocalizzazione fiscale seguita da FcA ed ora da Fininvest. Il gruppo albese, da tempo immemore, nonostante la residenza fiscale in Lussemburgo, rappresenta uno dei migliori modelli di welfare aziendale in forte anticipo anche sul meraviglioso modello Luxottica di Del Vecchio.A nessuno è mai venuto in mente di rinfacciare la geolocalizzazione fiscale estera  della controllante Ferrero in quanto la politica dell’azienda rappresenta a livello di servizi ai dipendenti un modello mondiale.

    Tornando a FcA questa garanzia fornita dallo Stato al 70% per un finanziamento erogato da Intesa Sanpaolo verrà utilizzata dall’azienda stessa per pagare i fornitori a monte  della filiera essendosi interrotto il flusso di cassa a valle. Queste stesse aziende fornitrici sicuramente stanno trovando grandissime difficoltà nel riuscire a ottenere le medesime garanzie che invece facilmente FcA ha raggiunto grazie al proprio peso economico e possiamo dirlo anche politico. Anche se la controllante Exor risulta detenere liquidità in cassa rimane evidente la possibilità di fornire quelle risorse finanziarie all’intera filiera produttiva del settore auto che fa capo a FcA.

    Altre considerazioni invece riguardano la medesima richiesta avanzata dal gruppo Benetton (ma vale anche per OVS) che ha fatto della delocalizzazione nei paesi a bassissimo costo di manodopera come della quasi  totale assenza di normative a tutela del lavoro il proprio cavallo di battaglia. In questo caso la garanzia fornita dallo Stato servirebbe solo probabilmente al pagamento delle retribuzioni ai propri dipendenti in Italia ma non riavvierebbe alcuna filiera produttiva risultando questa in Italia assolutamente inesistente.

    In altre parole non è fondamentale tanto la residenza fiscale quanto la tutela della filiera italiana che dovrebbe rappresentare un parametro discriminante nella concessione di tali garanzie da parte dello Stato.

    Certamente il sostegno finanziario fornito dallo Stato come garanzia alla casa ex torinese rappresenta un modo molto più veloce per riavviare l’intera filiera produttiva con quella liquidità che i fornitori non riescono ad ottenere.

    Così FcA rappresenta una sorta di Cavallo di Troia finanziario a favore non solo dei 54.000 dipendenti diretti e dei 400 mila dipendenti dei fornitori che in questo modo potranno riavviare la filiera produttiva che altrimenti verrebbe esportata ancora una volta all’estero.

    In economia come nella politica industriale strategica non è importante tanto dove vengono riscosse le tasse ma il beneficio che un’azienda produce nel territorio.

    P.S. Non risulta che il gruppo Luxottica abbia presentato medesima richiesta. Il migliorie come sempre: Leonardo del Vecchio.

  • I trend di crescita del Pil Netto

    Buona parte degli esperti di economia continua a proporre come unica soluzione al deficit di crescita economica precedente il covid 19, ed a maggior ragione adesso, la necessità di avviare una politica di investimenti pubblici in un articolato piano infrastrutturale. Ancora una volta si omette di affrontare le cause che avevano relegato il nostro Paese all’ultimo posto nella graduatoria in materia di crescita economica dal 2012 al 2019 compreso. Si spera, ancora una volta, nell’effetto benefico della spesa pubblica finalizzata all’ammodernamento infrastrutturale determinando un’inversione del pericoloso trend di decrescita economica.

    Nessuno nega come nel medio e lungo termine questi investimenti si possano tradurre in fattori di competitività importanti per le aziende che competono nel mercato globale, anche se va considerato l’aspetto gestionale, che diventa fondamentale nell’impatto economico di questa infrastruttura, della rete autostradale che è diventata un fattore fortemente anticompetitivo rispetto alla Germania ed alla Svizzera.

    Va ricordato, inoltre, come per esempio, ad esclusione del ponte di Genova, il codice degli appalti abbia di fatto reso impossibile e soprattutto farraginoso ogni procedura di approvazione di tali opere pubbliche.

    Questa crescita economica, ammesso che si manifesti come nelle volontà di chi la propone, rappresenta tuttavia un mercato “drogato di spesa pubblica” e quindi con scarsa crescita propria ed un rapporto costi/benefici imbarazzante.

    In altre parole non si tiene in alcuna considerazione quella quota di mercato o meglio quella quota di PIL Netto* che viene prodotta da soggetti privati con l’intenzione di soddisfare i bisogni o i servizi di altrettanti consumatori e cittadini. Pur sapendo benissimo che parlare di divisioni nette all’interno di un mercato globale risulta molto difficile tuttavia a livello tendenziale e soprattutto identificativo è netta la distanza tra i due mercati ma soprattutto tra i due PIL, il primo legato alla spesa pubblica rispetto al secondo. L’unico contatto di quest’ultimo con la pubblica amministrazione è relativo alla pressione fiscale crescente necessaria per finanziarie quel mercato drogato al quale si faceva riferimento prima.

    Risulta evidente quindi come questa seconda tipologia di mercato privo degli incentivi della spesa pubblica (salvo talvolta attraverso incentivi fiscali come per il settore dell’auto con la rottamazione) rappresenti sicuramente la migliore espressione di soggetti economici che con la  propria  professionalità partecipano ad una crescita del PIL. In questo contesto quindi i trend che si presentano per la loro crescita dopo la fine del lockdown possono suggerire degli scenari meno catastrofici ma soprattutto delle scelte strategiche importanti.

    I veri trend top.

    1. Innanzitutto l’analisi di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti (https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-05-02/america-s-retailers-return-to-lure-virus-weary-shoppers-to-malls). I consumatori statunitensi, infatti, successivamente all’annullamento del lockdown  abbandonano i centri commerciali in quanto troppo affollati e quindi esposti ad un maggiore rischio di contagio e tornano al retail tradizionale. Una tendenza molto interessante che dovrà essere tenuta nella debita considerazione da parte delle giunte comunali in quanto questa nuova attenzione alla distribuzione urbana permetterà di ridare nuova luce a tutti i quartieri delle città e così combattere il degrado che anche in alcuni centri storici regna sovrano. Da sempre gli Stati Uniti rappresentano ed anticipano le tendenze mondiali e quindi anche quelle relative al nostro mercato: un segnale certamente incoraggiante.
    2. Laconsapevolezza. Questa  deve coinvolgere ovviamente i soggetti imprenditoriali e quindi le aziende verso una nuova presa di coscienza e conoscenza uniti nel riconoscimento dei valori espressi e dei traguardi raggiunti dal sistema economico italiano anche in tema di sostenibilità. Da queste consapevolezze si deve ripartire per assicurare una nuova stagione di sviluppo (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/)
    3. I modelli di organizzazione industriale già ampiamente anticipati all’estero e da società operanti anche sul territorio nazionale come modelli di filiera integrata. Sempre più spesso i modelli economici reali anticipano  la loro stessa definizione (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/27/svizzera-e-toscana-i-modelli-di-sviluppo-richemont/).
    4. I valori. Anche in questo caso questi deve venire finalmente riconosciuto tanto dalla classe imprenditoriale quanto da quella politica il valore della tutela delle filiere da monte a valle del made in Italy.

    In questo contesto allora la riduzione della filiera e la tutela della proprietà intellettuale potrebbero rilanciare la nostra economia più del nuovo debito pubblico per realizzare infrastrutture la cui ricaduta è solo nel medio e lungo termine. Una consapevolezza che può essere addirittura supportata attraverso una politica di fiscalità di vantaggio in relazione al reshoring produttivo per riportare lavoro e professionalità  ora delocalizzate in paesi a basso costo di manodopera (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Questi mercati composti di aziende produttive e della distribuzione assieme ai consumatori sono fattori fondamentali della crescita del Pil netto e contemporaneamente lontani dagli effetti della spesa pubblica.

    Paradossale poi se si considera invece come proprio questo settore di economia italiana sostenga con la propria capacità fiscale la tanto desiderata politica di investimenti infrastrutturali.

    Anche in questo difficile contesto post pandemia ancora una volta vengono abbandonate le 4° (calzature/tessile/abbigliamento/pelletteria; arredamento; agro-alimentare/vinicolo;  automazione/plastica/meccanica) dalle strategie proposte dal mondo economico e politico italiano in quanto considerate espressione di una Old Economy.

    Mai come ora il prodotto interno lordo che genera ricchezza “manu  propria” dovrebbe ricevere una maggiore tutela.

    (*): indica quota di Pil non direttamente espressione dell’utilizzo della spesa pubblica in investimenti o spesa corrente.

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