Filiera

  • FcA o Benetton: la filiera produttiva

    In rapporto alla difficoltà di ottenere la garanzia per riavviare il flusso di cassa della propria attività, in particolare se PMI, la facilità con la quale il gruppo Fca l’abbia ottenuta fa sicuramente arricciare il naso a non pochi piccoli imprenditori che ancora attendono.

    La discussione, o meglio l’aspro confronto, che tale richiesta ha scatenato si articola tuttavia in rapporto a presupposti e fattori decisamente fuorvianti.

    Quando il governo Renzi ed il ministro Calenda (che adesso si straccia le vesti contro questo finanziamento o meglio questa  garanzia)indicarono in FcA il modello di impresa internazionale con DNA italiano di fatto ammettevano la propria impotenza governativa nella inversione del peso della  burocrazia statale. Un onere da sempre indicato da tutti gli operatori economici come uno dei fardelli insopportabili che favorisce la delocalizzazione non solo produttiva ma anche fiscale e legale. In particolare il fattore fuorviante relativo alla allocazione della controllante in Olanda non ha alcun valore in rapporto ai benefici che la stessa azienda può distribuire sul territorio.

    Il gruppo Ferrero, ad esempio, situato ad Alba di Cuneo da sempre è controllato da una società lussemburghese anticipando di molto la delocalizzazione fiscale seguita da FcA ed ora da Fininvest. Il gruppo albese, da tempo immemore, nonostante la residenza fiscale in Lussemburgo, rappresenta uno dei migliori modelli di welfare aziendale in forte anticipo anche sul meraviglioso modello Luxottica di Del Vecchio.A nessuno è mai venuto in mente di rinfacciare la geolocalizzazione fiscale estera  della controllante Ferrero in quanto la politica dell’azienda rappresenta a livello di servizi ai dipendenti un modello mondiale.

    Tornando a FcA questa garanzia fornita dallo Stato al 70% per un finanziamento erogato da Intesa Sanpaolo verrà utilizzata dall’azienda stessa per pagare i fornitori a monte  della filiera essendosi interrotto il flusso di cassa a valle. Queste stesse aziende fornitrici sicuramente stanno trovando grandissime difficoltà nel riuscire a ottenere le medesime garanzie che invece facilmente FcA ha raggiunto grazie al proprio peso economico e possiamo dirlo anche politico. Anche se la controllante Exor risulta detenere liquidità in cassa rimane evidente la possibilità di fornire quelle risorse finanziarie all’intera filiera produttiva del settore auto che fa capo a FcA.

    Altre considerazioni invece riguardano la medesima richiesta avanzata dal gruppo Benetton (ma vale anche per OVS) che ha fatto della delocalizzazione nei paesi a bassissimo costo di manodopera come della quasi  totale assenza di normative a tutela del lavoro il proprio cavallo di battaglia. In questo caso la garanzia fornita dallo Stato servirebbe solo probabilmente al pagamento delle retribuzioni ai propri dipendenti in Italia ma non riavvierebbe alcuna filiera produttiva risultando questa in Italia assolutamente inesistente.

    In altre parole non è fondamentale tanto la residenza fiscale quanto la tutela della filiera italiana che dovrebbe rappresentare un parametro discriminante nella concessione di tali garanzie da parte dello Stato.

    Certamente il sostegno finanziario fornito dallo Stato come garanzia alla casa ex torinese rappresenta un modo molto più veloce per riavviare l’intera filiera produttiva con quella liquidità che i fornitori non riescono ad ottenere.

    Così FcA rappresenta una sorta di Cavallo di Troia finanziario a favore non solo dei 54.000 dipendenti diretti e dei 400 mila dipendenti dei fornitori che in questo modo potranno riavviare la filiera produttiva che altrimenti verrebbe esportata ancora una volta all’estero.

    In economia come nella politica industriale strategica non è importante tanto dove vengono riscosse le tasse ma il beneficio che un’azienda produce nel territorio.

    P.S. Non risulta che il gruppo Luxottica abbia presentato medesima richiesta. Il migliorie come sempre: Leonardo del Vecchio.

  • I trend di crescita del Pil Netto

    Buona parte degli esperti di economia continua a proporre come unica soluzione al deficit di crescita economica precedente il covid 19, ed a maggior ragione adesso, la necessità di avviare una politica di investimenti pubblici in un articolato piano infrastrutturale. Ancora una volta si omette di affrontare le cause che avevano relegato il nostro Paese all’ultimo posto nella graduatoria in materia di crescita economica dal 2012 al 2019 compreso. Si spera, ancora una volta, nell’effetto benefico della spesa pubblica finalizzata all’ammodernamento infrastrutturale determinando un’inversione del pericoloso trend di decrescita economica.

    Nessuno nega come nel medio e lungo termine questi investimenti si possano tradurre in fattori di competitività importanti per le aziende che competono nel mercato globale, anche se va considerato l’aspetto gestionale, che diventa fondamentale nell’impatto economico di questa infrastruttura, della rete autostradale che è diventata un fattore fortemente anticompetitivo rispetto alla Germania ed alla Svizzera.

    Va ricordato, inoltre, come per esempio, ad esclusione del ponte di Genova, il codice degli appalti abbia di fatto reso impossibile e soprattutto farraginoso ogni procedura di approvazione di tali opere pubbliche.

    Questa crescita economica, ammesso che si manifesti come nelle volontà di chi la propone, rappresenta tuttavia un mercato “drogato di spesa pubblica” e quindi con scarsa crescita propria ed un rapporto costi/benefici imbarazzante.

    In altre parole non si tiene in alcuna considerazione quella quota di mercato o meglio quella quota di PIL Netto* che viene prodotta da soggetti privati con l’intenzione di soddisfare i bisogni o i servizi di altrettanti consumatori e cittadini. Pur sapendo benissimo che parlare di divisioni nette all’interno di un mercato globale risulta molto difficile tuttavia a livello tendenziale e soprattutto identificativo è netta la distanza tra i due mercati ma soprattutto tra i due PIL, il primo legato alla spesa pubblica rispetto al secondo. L’unico contatto di quest’ultimo con la pubblica amministrazione è relativo alla pressione fiscale crescente necessaria per finanziarie quel mercato drogato al quale si faceva riferimento prima.

    Risulta evidente quindi come questa seconda tipologia di mercato privo degli incentivi della spesa pubblica (salvo talvolta attraverso incentivi fiscali come per il settore dell’auto con la rottamazione) rappresenti sicuramente la migliore espressione di soggetti economici che con la  propria  professionalità partecipano ad una crescita del PIL. In questo contesto quindi i trend che si presentano per la loro crescita dopo la fine del lockdown possono suggerire degli scenari meno catastrofici ma soprattutto delle scelte strategiche importanti.

    I veri trend top.

    1. Innanzitutto l’analisi di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti (https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-05-02/america-s-retailers-return-to-lure-virus-weary-shoppers-to-malls). I consumatori statunitensi, infatti, successivamente all’annullamento del lockdown  abbandonano i centri commerciali in quanto troppo affollati e quindi esposti ad un maggiore rischio di contagio e tornano al retail tradizionale. Una tendenza molto interessante che dovrà essere tenuta nella debita considerazione da parte delle giunte comunali in quanto questa nuova attenzione alla distribuzione urbana permetterà di ridare nuova luce a tutti i quartieri delle città e così combattere il degrado che anche in alcuni centri storici regna sovrano. Da sempre gli Stati Uniti rappresentano ed anticipano le tendenze mondiali e quindi anche quelle relative al nostro mercato: un segnale certamente incoraggiante.
    2. Laconsapevolezza. Questa  deve coinvolgere ovviamente i soggetti imprenditoriali e quindi le aziende verso una nuova presa di coscienza e conoscenza uniti nel riconoscimento dei valori espressi e dei traguardi raggiunti dal sistema economico italiano anche in tema di sostenibilità. Da queste consapevolezze si deve ripartire per assicurare una nuova stagione di sviluppo (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/)
    3. I modelli di organizzazione industriale già ampiamente anticipati all’estero e da società operanti anche sul territorio nazionale come modelli di filiera integrata. Sempre più spesso i modelli economici reali anticipano  la loro stessa definizione (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/27/svizzera-e-toscana-i-modelli-di-sviluppo-richemont/).
    4. I valori. Anche in questo caso questi deve venire finalmente riconosciuto tanto dalla classe imprenditoriale quanto da quella politica il valore della tutela delle filiere da monte a valle del made in Italy.

    In questo contesto allora la riduzione della filiera e la tutela della proprietà intellettuale potrebbero rilanciare la nostra economia più del nuovo debito pubblico per realizzare infrastrutture la cui ricaduta è solo nel medio e lungo termine. Una consapevolezza che può essere addirittura supportata attraverso una politica di fiscalità di vantaggio in relazione al reshoring produttivo per riportare lavoro e professionalità  ora delocalizzate in paesi a basso costo di manodopera (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Questi mercati composti di aziende produttive e della distribuzione assieme ai consumatori sono fattori fondamentali della crescita del Pil netto e contemporaneamente lontani dagli effetti della spesa pubblica.

    Paradossale poi se si considera invece come proprio questo settore di economia italiana sostenga con la propria capacità fiscale la tanto desiderata politica di investimenti infrastrutturali.

    Anche in questo difficile contesto post pandemia ancora una volta vengono abbandonate le 4° (calzature/tessile/abbigliamento/pelletteria; arredamento; agro-alimentare/vinicolo;  automazione/plastica/meccanica) dalle strategie proposte dal mondo economico e politico italiano in quanto considerate espressione di una Old Economy.

    Mai come ora il prodotto interno lordo che genera ricchezza “manu  propria” dovrebbe ricevere una maggiore tutela.

    (*): indica quota di Pil non direttamente espressione dell’utilizzo della spesa pubblica in investimenti o spesa corrente.

  • Fair food Swiss Made

    Dimostrando ancora una volta come l’unica forma di democrazia che possa in qualche modo permettere il confronto sulle tematiche vicine ai cittadini sia rappresentata dalla Svizzera, il prossimo 23 settembre gli elettori elvetici verranno chiamati ad esprimersi, quale ennesimo esempio di democrazia diretta, sull’iniziativa referendaria definita Fair food. Tale iniziativa parte dalla necessità espressa dai promotori del referendum di una tutela della filiera produttiva tanto per le carni prodotte all’interno del confine svizzero quanto per quelle di importazione le quali, viceversa, non risultano essere soggette a tale tipo di normativa.

    Lo scontro, piuttosto acceso, come riporta l’amico Riccardo Ruggeri in un suo recente intervento, vede contrapposti i promotori del referendum contro gli stessi rappresentanti delle istituzioni in Svizzera i quali risultano invece ampiamente schierati contro il quesito posto dal referendum. Questi ultimi hanno addirittura l’ardire di affermare come l’introduzione di una simile normativa sulla certificazione della filiera alimentare rappresenterebbe un aggravio di costi e di conseguenza impedirebbe alle fasce meno abbienti di poter accedere a determinati tipi di alimenti.

    Dal punto di vista di chi vive al di fuori dei perimetri nazionali della Svizzera sentire parlare di difficoltà economiche per l’introduzione di una diversa normativa relativa alla certificazione filiera  fa sorridere. Tuttavia quello che risulta più imbarazzante parte dalla semplice considerazione su di una classe politica che dovrebbe rendere più veloci, digitali ed immediati i controlli di filiera anche sulle carmi di importazione in modo da rendere minimale l’aggravio dei costi per gli importatori e di conseguenza per il consumatore finale. In tal senso infatti risulta assolutamente inaccettabile come una certificazione di filiera possa trasformarsi in un fattore anticompetitivo per le carni di importazione.

    Tuttavia questo referendum dimostra ancora una volta come sia sempre più forte ed inarrestabile la volontà da parte dei consumatori e dei cittadini di poter esprimere un acquisto consapevole che scaturisca solo ed esclusivamente dalla certificazione della filiera produttiva: in altre parole dalla conoscenza.

    Questo ovviamente non significa che le produzioni a basso costo tipiche delle catene di fast food debbano sparire e tantomeno essere soggette ad esclusione o a giudizi morali di qualsiasi genere. Un mercato aperto si basa sulla possibilità per ciascun operatore economico all’interno del proprio settore di competenza di proporre un prodotto dichiarando semplicemente la propria filiera produttiva, sia per un prodotto alimentare o del tessile-abbigliamento. Mai come in questo caso la democrazia diretta svizzera dimostra quello che potremmo definire una struttura democratica aperta che pone come centrale la possibilità di espressione del “sentiment” dei propri cittadini attraverso l’istituto del referendum.

    Questo referendum in più dimostra altresì come stia cambiando sempre più velocemente l’atteggiamento dei consumatori ed in questo caso potremmo riferirci a tutti i consumatori europei e non solo svizzeri, europei che si evolvono verso prodotti a maggior valore aggiunto che risultino essi stessi espressione di una filiera alimentare o del tessile e quindi i portatori della cultura contemporanea del paese di provenienza.

    Una cadenza già presente negli Stati Uniti, come una ricerca della Bloomberg Investment dimostrò nel 2016 certificando come l’82% dei consumatori statunitensi fosse disponibile a pagare un prodotto anche il 30% in più purché espressione di un Made In reale.

    Al di là del risultato del referendum stesso che vede appunto su fronti opposti promotori contro l’establishment politico, non tenere conto di questo cambiamento culturale dei consumatori stessi che chiedono maggior chiarezza e conoscenza in merito alla qualità del prodotto grazie ad una maggiore cultura della salute rappresenterebbe il peggiore degli errori che una classe politica ed economica potrebbero mai dimostrare.

    Un mercato aperto ed evoluto deve permettere attraverso la conoscenza di essere consapevole della qualità del prodotto sia per un hamburger che per una bistecca di Chianina, evitando di privilegiare una tipologia di consumo rispetto ad un’altra.

    Un atteggiamento dell’autorità politica che si basa sulla chiarezza e conoscenza della filiera a monte e che permette quindi  al consumatore di operare una scelta consapevole. Un mercato evoluto risulta tale quando la conoscenza acquisisce un proprio valore non solo culturale ma anche economico.

  • La Commissione europea pubblica una metodologia comune di prova sulle differenze di qualità nei prodotti alimentari

    Il Centro comune di ricerca (JRC), il servizio della Commissione europea per la scienza e la conoscenza, ha elaborato una metodologia comune per consentire alle autorità nazionali di tutela dei consumatori di effettuare prove che confrontino la composizione e le caratteristiche dei prodotti alimentari commercializzati in confezioni simili nell’Unione. Quest’iniziativa completa le azioni già intraprese dalla Commissione in seguito al discorso sullo stato dell’Unione del Presidente Juncker.

    Il Centro comune di ricerca ha presentato la metodologia nella riunione del Forum ad alto livello per un miglior funzionamento della filiera alimentare.

    Nel giugno 2017 il Forum ad alto livello per un miglior funzionamento della filiera alimentare, scelto dalla Commissione per affrontare la questione delle differenze di qualità nei prodotti alimentari, ha incaricato il Centro comune di ricerca di sviluppare la metodologia. La metodologia completa le azioni annunciate nell’iniziativa della Commissione chiamata “new deal” per i consumatori che mira a chiarire e rafforzare i diritti dei consumatori, anche vietando le pratiche di differenziazione qualitativa dei prodotti che sono ingannevoli per i consumatori; permettere a enti qualificati di avviare azioni rappresentative per conto dei consumatori; dotare di maggiori poteri sanzionatori le autorità degli Stati membri che tutelano i consumatori.

    Tutti i prodotti alimentari venduti nell’UE devono rispettare severe norme di sicurezza e i consumatori devono essere informati delle caratteristiche principali, stabilite in particolare nel diritto dell’UE in materia di etichettatura, e non dovrebbero essere indotti in errore, ad esempio, dalle confezioni. Alle autorità nazionali responsabili della sicurezza alimentare e della tutela dei consumatori spetta il compito di garantire che gli alimenti immessi sul mercato unico rispettino la pertinente legislazione dell’UE. La metodologia di prova,  che si basa sui principi fondamentali della trasparenza, comparabilità, selezione di campioni analoghi e prova dei prodotti, aiuterà le autorità ad accertare che i prodotti alimentari siano commercializzati in conformità al diritto dell’Unione.

    Con il coordinamento del Centro comune di ricerca, i laboratori di alcuni Stati membri dell’UE applicheranno ora la metodologia in una campagna di prova paneuropea, al fine di raccogliere dati sulla portata del problema delle differenze di qualità. I primi risultati dovrebbero essere disponibili entro la fine del 2018. Questo esercizio dovrebbe fornire orientamenti pratici alle autorità che indagano sulle pratiche ingannevoli.

    Soddisfazione è stata espressa dai Commissari europei Bieńkowska, responsabile per il Mercato interno, l’industria, l’imprenditoria e le PMI, Věra Jourová, responsabile per la Giustizia, i consumatori e la parità di genere e Tibor Navracsics, Commissario per l’Istruzione, la cultura, i giovani e lo sport e responsabile per il Centro comune di ricerca, secondo i quali con la nuova iniziativa tutti i cittadini dell’Unione godranno degli stessi diritti e di un trattamento equo all’interno del mercato unico, per sentirsi tutelati e trattati allo stesso modo e ricevere informazioni chiare e oneste sui prodotti che acquistano.

    Fonte: Comunicato della Commissione europea del 14/06/2018

  • Tutela normativa: da opportunità a vincolo

    Può sembrare incredibile come la tutela o perlomeno la presunta tutela spacciata dalla compagine governativa possa trasformarsi da strumento valorizzatore della filiera del made in Italy in vincolo e fattore anticompetitivo. Probabilmente o, meglio, purtroppo il governo spinto da una voglia e da una smania di dimostrare la propria attività dopo il disastro del semestre di presidenza dell’Unione Europea ha varato queste nuove normative relative alla filiera nel settore della pasta e del riso (che imporrebbe l’utilizzo di solo grano italiano per ottenere made in Italy) e quasi contemporaneamente ha  imposto l’aumento della percentuale di arancia nelle produzioni delle aranciate industriali.

    Paradossale poiché questa iniziativa relativa anche al riso risulti successiva alla decisione di togliere i dazi all’importazione di riso vietnamita esponendo in questo modo l’intero settore della risicoltura italiana a prodotti espressione di dumping economico, igienico, sociale e normativo. Dimenticando, anzi, peggio, omettendo come la materia relativa alla disciplina del made in risulti di competenza esclusiva dell’Unione europea e che, di conseguenza, ogni normativa all’interno del singolo Stato possa essere ritenuta valida solo per le aziende nazionali.

    Viceversa, gli operatori internazionali possono bellamente bypassare questa nuova normativa trasformando così l’iperattivismo normativo (vecchia problematica della politica italiana con 250.000 leggi) in un ulteriore fattore anticompetitivo per le aziende nazionali. Forse il governo, in pieno delirio normativo, era convinto che valesse il principio della sussidiarietà tanto caro alle compagini autonomiste ma assolutamente  non contemplato nella attribuzione delle competenze legislative nell’Unione europea.

    Per inquadrare la paradossale situazione normativa aiuta infatti rimarcare come la titolarità e la potestà legislativa relativa al made in risulti di attribuzione dell’Unione europea e non dei singoli stati. Quindi ogni iniziativa normativa in materia deve presentare un respiro ed una valenza europea.

    Logica conseguenza di queste divisioni delle potestà legislative tra singoli stati ed Unione Europea è che ogni imposizione normativa che venga attuata sul territorio italiano in relazione alla tutela, o presunta tale, dei prodotti risulti valevole solo ed esclusivamente per le aziende che operano nel territorio italiano non certo per le imprese industriali estere che esportano i propri prodotti nel mercato italiano. In questo contesto, e dimostrando una grande intelligenza, il pastificio De Cecco ha avviato una campagna di sensibilizzazione relativa al proprio prodotto indicando i luoghi di provenienza del grano (Italia Francia Australia Arizona Usa) al fine di valorizzare il processo di trasformazione italiano che rende la pasta italiana unica al mondo. Mediando il principio dello Swiss Made, che tutela la produzione del famoso cioccolato senza possedere la Svizzera all’interno del proprio territorio un unico campo coltivato a cacao e tutelando perciò il processo di trasformazione come vero valore aggiunto.

    Tale mancanza di sussidiarietà normativa fa emergere ancora una volta l’assoluta incompetenza sia dei vari ministri che hanno varato queste nuove norme quanto degli economisti ed accademici che non hanno compreso il valore disastroso di questa iniziativa legislativa al solo fine di spacciarla come un’azione di tutela e quindi semplicemente mediatica. Un iperattivismo normativo e comunicativo che ha avuto come unico risultato quello di favorire i prodotti di importazione che arrivano dall’Unione Europea che godono di un vantaggio competitivo rispetto alle aziende italiane le quali invece a queste norme risultano sottoposte.

    In più, entro la fine dell’anno, dovrebbe entrare in vigore una nuova normativa relativa all’etichettatura dei prodotti obbligando le aziende a cambiare ulteriormente il proprio packaging e la dichiarazione dei prodotti. Ancora una volta viene spacciata un’iniziativa normativa a favore  delle nostre aziende e soprattutto a tutela dell’intera filiera nazionale che interviene nella realizzazione del prodotto finito, espressione della cultura italiana intesa come sintesi felice di know how industriale, capacità professionali e creatività. Un’iniziativa che viceversa si rivela come ulteriore fattore anticompetitivo legato ad una profonda incompetenza di chi l’ha pensata e trasformata in normativa, riuscendo in una follia tutta nostrana come sintesi ed espressione della nostra cultura politica ed economica che riesce nell’arduo compito di trasformare un un’opportunità come la tutela made in Italy in vincolo.

    Una contraddizione tra intenzione ed effetto reale che dimostra l’esistenza di una classe politica assolutamente incapace anche solo di conoscere le reali esigenze delle aziende che operano nel made in Italy reale ma anche le singole competenze ed attribuzioni normative tra l’Italia e l’Unione Europea.

Back to top button
Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.