Fisco

  • Il nuovo integralismo fiscale

    La detenzione preventiva rappresenta una forma di esercizio della Giustizia che dovrebbe risultare eccezionale all’interno del complesso sistema giudiziario il quale, viceversa, dovrebbe privilegiare tempi ragionevolmente più brevi ma soprattutto sicuri in relazione all’esercizio del potere giudiziario. Non può esistere, infatti, un sistema giudiziario nel quale buona parte dei processi finisca con la prescrizione del reato come è altrettanto insopportabile che buona parte dell’esercizio dei propri diritti in ambito civile debba attendere anche dieci anni ed oltre per venire riconosciuta.

    La preventiva detenzione, se divenuta usuale all’interno dell’amministrazione giudiziaria, rappresenta, in altre parole, un’aberrazione all’interno del sistema stesso il quale sconta per altro scarsi investimenti pubblici ed una classe di magistrati assolutamente libera da ogni controllo o giudizio se non al solo CSM. E quest’ultimo, venendo meno al principio della terzietà di giudizio valido per il sistema giudiziario, adotta proprio il principio dell’interna corporis, del quale ‘integralismo politico-ideologico si è vestito il governo in carica partendo dalla assoluta incapacità (in questo esattamente in linea con i precedenti) di avviare una profonda rielaborazione della spesa pubblica e degli effetti della stessa al fine di giustificare, una volta di più, la propria incapacità di una sana gestione della spesa pubblica (come ampiamente accertato dalla CCGIA di Mestre (http://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2019/09/INEFFICENZE-PA-ED-EVASIONE-14.09.2019.pdf). Viceversa si continua ad utilizzare  la problematica relativa all’evasione fiscale come arma di distrazione di massa.

    In altre parole si cerca di attribuire all’evasione fiscale, i cui termini non vengono mai chiaramente indicati, la causa principale del disavanzo e di conseguenza del debito pubblico (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/). Una falsità di una gravità inaudita che vede peraltro il silenzio colpevole del mondo accademico e dei media relativamente al calcolo dell’evasione stessa che non parte neppure dalla definizione tra imponibile e tasse evase.

    Va poi tenuto in debita considerazione il fatto che il ministero “certifica” come nelle controversie fiscali solo un 28% di esiti sia a favore del contribuente (un valore assolutamente fuorviante in quanto tiene conto della somme dei  tre gradi e non del solo esito finale ). In questo contesto la possibilità inserita nell’ennesimo decreto fiscale, che conferisce all’autorità giudiziaria di confiscare preventivamente i beni dell’imputato, rappresenta una forma moderna di neointegralismo religioso fiscale. Con l’aggravante che mentre l’ingiusta detenzione può venire liquidata e risarcita (solo in parte), il danno subito con la confisca dei beni non solo priva nell’immediato del patrimonio ma soprattutto può avere effetti difficilmente quantificabili in caso di risarcimento così come per  una conseguente chiusura dell’attività economica successiva alla confisca.

    Nel nostro ordinamento giudiziario una persona risulta innocente fino al terzo grado di giudizio e questo dovrebbe valere maggiormente per i reati fiscali e amministrativi che, pur colpendo il bene pubblico attraverso la sottrazione di risorse, sono reati patrimoniali.

    All’interno del mondo economico ed amministrativo la confisca dei beni può determinare la chiusura  di qualsiasi attività economica, imprenditoriale e professionale alla quale in caso di riconoscimento dell’innocenza non si potrebbe porre rimedio con un ipotetico risarcimento.  Uno scenario sempre più reale, anche in considerazione della spinta politica ad un maggiore utilizzo della moneta elettronica che fa pensare molto all’accanimento e all’integralismo con il quale il potere politico in carica spinge verso questo tipo di pagamenti.

    La lotta all’evasione fiscale sta ormai assumendo i connotati di una vera e propria lotta religiosa che contrappone il potere politico, sempre più invasivo, alla maggioranza dei contribuenti onesti che vedono ogni anno aumentare oneri e costi come gli adempimenti burocratici.

    Solo l’integralismo religioso applicato in ambito fiscale non si preoccupa degli effetti delle proprie azioni. E di fatto non esiste alcuna differenza nei suoi terribili effetti tra la supremazia di uno Stato in virtù di un integralismo religioso o in nome di un socialismo reale ed etico.

  • Gli studi di settore sono stati sostituiti dagli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale (ISA)

    Dopo un ventennio di onorato servizio, gli studi di settore sono stati definitivamente archiviati per essere sostituiti da un nuovo strumento, gli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale (ISA).

    Da premettere che gli studi di settore sono stati oggetto di importanti battaglie giuridiche che hanno visto contrapposti i contribuenti, da una parte, all’Agenzia delle entrate, dall’altra, per il riconoscimento dell’attendibilità dello strumento e del suo utilizzo, tout court, quale esclusiva presunzione atta a motivare l’atto accertativo. Nell’anno 2009, una serie di sentenze della suprema corte di cassazione ha derubricato la portata accertativa degli studi, inquadrandoli tra le presunzioni semplici che devono integrare i requisiti di gravità, precisione e concordanza per giustificare l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente.

    Negli anni gli studi sono stati aggiornati e affinati alla realtà economica del Paese Italia migliorando il grado di attendibilità dei risultati proposti.

    Nel frattempo è cresciuto l’impegno per la lotta all’evasione con il Legislatore che ha varato importanti provvedimenti tesi ad aumentare e automatizzare le informazioni in possesso delle autorità: si va dalla comunicazione dei dati dei conti correnti, allo scambio automatico delle informazioni finanziarie con Paesi esteri fino all’istituzione dell’obbligo di fatturazione elettronica.

    In questo clima di esasperato controllo, in cui spesso il diritto alla privacy dei cittadini è stato sacrificato in nome della lotta all’evasione fiscale, vengono varati gli Indici Sintetici di Affidabilità fiscale in sostituzione degli studi di settore considerati non più al passo con i tempi.

    I nuovi Indici, ci dicono non essere più uno strumento accertativo, bensì uno strumento di compliance fiscale che dovrebbe aumentare la propensione del contribuente ad adottare comportamenti sempre più virtuosi.

    Gli indici sono elaborati sulla base di analisi di dati e informazioni relativi a più periodi d’imposta, acquisiti dalle dichiarazioni fiscali, dalle fonti informative disponibili presso l’Anagrafe tributaria, le Agenzie fiscali, l’Istituto nazionale della previdenza sociale, l’Ispettorato nazionale del lavoro e il Corpo della Guardia di Finanza, nonché da altre fonti (art. 9-bis co. 3 del DL 50/2017).

    I dati precompilati dall’Agenzia delle Entrate relativi ai precedenti periodi di imposta e scaricati dal contribuente, o dal suo intermediario, dovranno essere integrati con quelli dell’anno di riferimento per poi essere dati in pasto al programma “il mio ISA” che sentenzierà la promozione o la bocciatura del soggetto sulla base di una pagella con voti che vanno dall’uno al dieci.

    Come abbiamo anticipato, non si tratta di uno strumento accertativo, ma di uno strumento di compliance: con voti superiori all’8 si accederà a benefici premiali crescenti al crescere del voto, con punteggi inferiori al 6 si entrerà in liste selettive per successivi controlli da parte degli enti accertatori. Sarà possibile, per il contribuente, adeguarsi ai maggiori redditi proposti con l’intento di raggiungere un maggior indice di affidabilità.

    Ed è qui che scatta il problema e il grande dibattito che sta animando illustri commentatori, istituzioni, addetti ai lavori e associazioni di categoria: il programma di calcolo è stato reso disponibile troppo a ridosso delle scadenze previste per il pagamento delle imposte, tanto che il Governo ha provveduto a posticipare le scadenze al 30 settembre; sono stati segnalati errori nei dati precompilati che sono stati oggetto di modifiche con decreto del 9 agosto 2019; i programmi di calcolo sono stati più volte aggiornati non ultimo, in data 23 agosto 2019.

    Tutto questo dovrebbe indurre il Legislatore a considerare, almeno per il 2019, solo in via sperimentale il nuovo strumento: come potrebbe ritenersi attendibile la selezione di posizioni anomale, così come l’attribuzione di benefici, effettuata sulla base di un processo di calcolo che ha manifestato così diffuse e pervasive incertezze nonché veri e propri errori?

    Andando oltre nel ragionamento, rispetto a questo minimo assunto logico di partenza, è possibile chiedersi se effettivamente questo strumento sia attuale: è opportuno che, con tutte le informazioni a disposizione delle autorità di controllo (dati bancari, fatturazione elettronica, dati delle liquidazioni iva, ecc.), serva uno strumento statistico di affidabilità con cui decretare il destino dei contribuenti: paradiso per alcuni, inferno per altri?

    Facilmente il meccanismo sembra anacronistico e stridente, come per altro è apparsa l’introduzione della disciplina delle società in perdita sistematica in un momento di crisi economica generalizzata come quello che da alcuni anni contraddistingue il nostro Paese.

    Ancora una volta appare privilegiata la logica del gettito rispetto a quella della razionalità e dell’equità.

    Possibilmente servirebbe una revisione completa del sistema fiscale, in primis a livello nazionale, che preveda semplificazioni, maggiori certezze e limiti all’utilizzo delle presunzioni legali comportanti l’inversione dell’onere della prova cui consegue una grave limitazione del diritto alla difesa di ciascun cittadino, ma anche un’armonizzazione a livello europeo, senza la quale sarà molto arduo raggiungere una vera integrazione che non può prescindere da una politica economica comune e da sistemi fiscali omogenei.

  • I pm tedeschi indagano su un’ipotesi di maxi frode al fisco dei Paesi Ue

    Le procure di Colonia, Monaco e Francoforte stanno indagando sull’ipotesi di una maxi frode fiscale da 55 miliardi di dollari realizzata in diversi paesi europei nell’arco di 15 anni attraverso un gigantesco meccanismo legato alla compravendita di azioni di società quotate.

    Sarebbero sei le persone finora coinvolte, compresi alcuni ex dipendenti della sede londinese della HypoVereinsbank, che fa capo al gruppo Unicredit. Le indagini degli inquirenti tedeschi coinvolgerebbero le filiali di diversi gruppi finanziari come Santander, Barclays, Goldman Sachs, Bank of America, Macquarie Group, Bnp Paribas, Société Générale, Crédit Agricole e HypoVereinsbank

    Il meccanismo alla base della frode è incentrato sull’acquisto e la successiva vendita di titoli azionari in prossimità dello stacco dei dividendi. Diverse azioni sarebbero state acquistate allo scoperto prima del pagamento dei dividendi per poi essere rivendute dopo lo stacco della cedola, attraverso però dei fondi pensione e dei fondi d’investimento che godono di un credito d’imposta in Germania.

    Secondo quanto scrive il giornale tedesco Zeit Online, le autorità fiscali tedesche avevano perso almeno 31,8 miliardi di euro tra il 2001 e il 2016 a causa del meccanismo messo in atto dalle banche. Nel sospetto giro di evasione fiscale sarebbe stata colpita anche l’Italia, il cui fisco avrebbe perso 4,5 miliardi di euro (per la Francia sarebbe stato di almeno 17 miliardi, per la Danimarca di 1,7 miliardi e per il Belgio di 201 milioni).

  • Fiscalità e condono: l’effetto beffa

    Ogni governo negli ultimi vent’anni ha elaborato il proprio condono fiscale presentandolo sempre come “l’ultimo, quello definitivo e magari quello tombale”. La titolazione ha visto la fantasia della politica esprimersi ai massimi livelli con proclami del tipo “rottamazione delle cartelle” o “voluntary disclosure” per far rientrare capitali all’estero. L’obiettivo era sempre quello di racimolare un minimo di risorse finanziarie, spesso unite a nuovo deficit che, insieme, dovevano offrire la copertura per nuove spese considerate irrinunciabili per caratterizzare l’azione del governo ed espressione della “rinnovata centralità della politica” rispetto alla bieca e cinica finanza, anche per questo varato dal governo in carica. Tuttavia si pone una questione estremamente importante, soprattutto nell’ottica del rispetto dell’istituzione, che il governo comunque rappresenta, ma anche per  tutte le istituzioni che in nome e per lo Stato operano.

    Al di là della terminologia utilizzata e del peso delle percentuali applicate per “chiudere i contenziosi”, emerge evidente il senso della beffa per chi ha sempre pagato il dovuto allo Stato come per chi, in difficoltà economica, abbia chiesto una rateizzazione rinunciando ad ampie fette del proprio benessere e stile di vita per far fronte a quanto richiesto dal sistema fiscale e dallo Stato.

    Questo senso di forte frustrazione si può ovviamente trasformare in una progressiva perdita di rispetto e considerazione per le istituzioni stesse le quali, ancora una volta, come negli ultimi vent’anni, premiano, e neppure troppo implicitamente, chi abbia deciso di mantenere una posizione debitoria penalizzando parallelamente i “poveri e regolari” contribuenti che invece regolarmente o attraverso un accordo con Equitalia hanno deciso di ottemperare alle proprie incombenze fiscali anche con grandi sacrifici.

    Questo sentimento sempre più radicato nella sempre meno considerata classe dei “contribuenti onesti e tempestivi” dovrebbe invece trovare una approfondita valutazione e non scientemente ignorata da tutto il ceto politico, se non altro per le sue gravissime ripercussioni sotto il profilo anche della tenuta della credibilità delle stesse istituzioni democratiche.

    Si pone quindi a questo punto la necessità di indicare una soluzione per rendere accettabile o per lo meno non insultante per i contribuenti regolari un qualsiasi tipo di condono fiscale che oltre alla beffa non penalizzi ancora più chi invece ha pagato nei termini stabiliti dalla legge le proprie incombenze fiscali.

    La storia dei governi degli ultimi vent’anni ci insegna come i condoni fiscali rappresentino “l’estrema ratio” con l’obiettivo appunto di reperire le risorse finanziarie aggiuntive, e quindi una tantum finalizzate alla copertura finanziaria di scelte di politica specifiche del governo per l’anno in corso, e probabilmente per quello successivo, che dovrebbero caratterizzare l’unicità come l’espressione della politica del governo in carica regolarmente eletto.

    Quindi, al di là della sterilità di una norma finanziaria una tantum, che successivamente vede poi spesso riaprirsi i termini per l’adesione ai nuovi parametri temporali del condono, l’unica soluzione possibile per evitare che buona parte degli italiani che invece regolarmente paga le incombenze fiscali percepisca il senso della beffa dal condono stesso è semplicemente rappresentata dalla decisione di destinare tutte le risorse reperite attraverso la lotta all’evasione fiscale e la chiusura di posizioni fiscali debitorie dei vari contribuenti interamente destinate alla diminuzione della pressione fiscale complessiva.

    In altre parole l’opportunità di fornire un supporto normativo alle persone che non fossero in grado di pagare le proprie incombenze fiscali dovrebbe rivelarsi un vantaggio o quanto meno non una beffa anche per la maggioranza dei contribuenti che invece hanno sempre rispettato le regole il cui contenuto finanziario si possa tradurre, negli anni a seguire, in un alleggerimento della pressione fiscale stessa. Tale decisione strategica di trasformare una scelta prettamente politica (condono fiscale) in un vantaggio generale per tutti i contribuenti, destinando le risorse all’alleggerimento della pressione fiscale stessa, rappresenterebbe un primo passo verso quella riduzione della pressione fiscale promessa, essa stessa legata a proclami vuoti e privi di copertura finanziaria, ma invece espressione di una strategia di impiego di risorse innovativa.

    Sottovalutare l’aspetto beffardo della lunga serie di condoni fiscali nei confronti di chi ha sempre ottemperato ai propri obblighi rappresenta uno dei più grossi errori dei governi degli ultimi vent’anni come di quello attuale.

  • Imprese sempre più al setaccio dell’amministrazione fiscale

    Le imprese italiane sono viste con sempre maggior sospetto da parte delle autorità pubblica, secondo quanto denuncia la Cgia di Mestre.

    Nel 2017 le aziende hanno subito 1,595 milioni di controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza. Tra accertamenti analitici o parziali, controlli incrociati o eseguiti per strada, accessi in azienda, verifiche sulla corretta emissione di scontrini e ricevute o comunicazioni spedite via Pec su anomalie riscontrate negli studi di settore, quasi un’azienda italiana su 3 è stata oggetto dell’attenzione del fisco.

    L’anno scorso le ispezioni sono più che raddoppiate rispetto al 2016, in particolare in seguito all’attività di “compliance”, ovvero alle comunicazioni preventive con le quali l’amministrazione finanziaria ha chiesto agli imprenditori informazioni su presunte incongruenze emerse dall’analisi della propria posizione fiscale. A queste ispezioni vanno poi aggiunte quale legate all’azione di controllo realizzata dall’Inps, dall’Inail e dalle Asl.

    Gli accertamenti sono stati 157.917, di cui 144.877 nei confronti di imprese e lavoratori autonomi con volume d’affari al di sotto dei 5,164 milioni di euro, i controlli 34.479, i controlli strumentali 522.522. Si tratta di atti con i quali viene contestato un maggior reddito e possono essere compiuti sotto forma di accertamento analitico o parziale. Le attività di controllo si concretizzano in accessi in azienda per verificare la corrispondenza dei documenti contabili a effettivi fatti di gestione, ovvero la corrispondente archiviazione nei registri aziendali. Possono essere anche controlli incrociati con la documentazione di altre imprese Quando si tratta di controlli strumentali sono eseguiti principalmente dalla Guardia di Finanza e sono diretti a verificare la corretta emissione di scontrini e ricevute fiscali, comprendono anche i controlli su strada relativi al trasporto merci e all’individuazione di indici di capacità contributiva.

    Le comunicazioni per la compliance sono state 880.425, le comunicazioni di anomalie relative agli studi di settore 147mila.

  • Fiscalità di vantaggio: cui prodest

    La scelta relativa a dove realizzare il sito di produzione dei Suv BMW da parte della casa bavarese venne influenzata dalla politica di fiscalità di vantaggio che lo stato del South Carolina offriva per attirare  investimenti produttivi. Viceversa la Mercedes per la propria produzione scelse l’Alabama per i medesimi motivi e medesimi Suv. Attualmente, ancora la Mercedes ha deciso di investire un miliardo di dollari negli Stati Uniti nella produzione del primo Suv elettrico. In questo caso un elemento aggiuntivo è sicuramente la riduzione della tassazione sugli utili di impresa (corporate tax) operata dall’amministrazione Trump.

    In entrambi i casi risulta evidente l’effetto dell’azione di politica fiscale dei singoli stati statunitensi i quali cercano di attirare investimenti (che permettono quindi un aumento degli occupati e del PIL) promettendo innanzitutto la stabilità fiscale ed una vera e propria fiscalità di vantaggio che si esprime attraverso aliquote che rendono competitivo il maggior costo del lavoro rispetto ai paesi del Far East, ma compensabile grazie all’ottimo livello della pubblica amministrazione e la grande qualità professionale.

    In entrambi i casi la sintesi tra fiscalità di vantaggio e quindi sostenibilità unita alla decisione del presidente Trump di abbassare l’aliquota nazionale sui redditi di impresa manifesta  l’intenzione e soprattutto ottiene il risultato di rendere di nuovo competitivi ed attrattivi gli Stati Uniti d’America grazie al combinato di due politiche fiscali, nazionale e dei singoli Stati della Federazione.

    Una politica che  in Europa viene da tempo ampiamente adottata dalla Gran Bretagna nella quale FcA ha stabilito la propria nuova sede fiscale ma anche dall’Irlanda, dall’Austria, dalla Slovenia ed ora anche dalla Croazia.

    Al di là ed al di qua dell’Atlantico, in altre parole, la leva fiscale (ma potremmo dire tutto l’approccio al rapporto tra il sistema fiscale e le imprese) viene utilizzata in chiave competitiva dalle autorità politiche che hanno compreso come  un mercato globale esponga anche i singoli stati (espressione di sistemi politici ed economici) alla concorrenza nella ricerca di investimenti produttivi. Logica conseguenza evidenzia come sia vitale ottimizzare il pacchetto che un paese intende offrire  con il combinato tra  sistema fiscale, qualità della pubblica amministrazione e dei servizi.

    Una strategia economica e fiscale che ha dato grandissimi risultati ottenuti con la riduzione delle aliquote su redditi di impresa dell’amministrazione Trump, vista la fuga per esempio della FcA dal Messico riportando la propria produzione di Pick Up all’interno degli Stati Uniti. Una tendenza confermata anche dai nuovi investimenti di Google a Londra, di Jp Morgan ed Apple sempre all’interno del perimetro statunitense.

    In Italia viceversa il governo Renzi ha introdotto l’aliquota fissa di 100.000 euro per tutte le persone con redditi  milionari affinché questi scelgano l’Italia come propria residenza fiscale. La logica di tale scelta (in modo alquanto imbarazzante) viene spiegata attraverso la convinzione che la presenza di queste persone dotate di una forte capacità di consumo possano, a caduta, offrire un miglioramento della qualità della vita per i contribuenti italiani.

    Il confronto tra le strategie economico fiscali italiana e statunitense ed europea relativamente all’utilizzo della leva fiscale dimostrano il livello culturale ed economico ed evidenziano  l’imbarazzante declino assoluto al quale è ormai e arrivato il nostro Paese, partendo dalla semplice analisi delle immediate ricadute che un’impresa che localizzi il proprio sito produttivo all’interno di un  territorio offra in termini di occupazione diretta ed indiretta rispetto ad un singolo milionario.

    A conferma di questo insostenibile, e ripeto, oltremodo imbarazzante confronto tra la politica fiscale  italiana rispetto a quella europea e statunitense basti ricordare che il nuovo calciatore della Juventus Ronaldo, al di là dell’ingaggio che percepirà (come lavoratore dipendente i contributi vanno pagati dalla Juventus), per gli altri circa 24 milioni aggiuntivi che percepirà dalle varie società contribuirà con 100.000 euro complessivamente a saldare ogni spettanza con il sistema tributario italiano, mentre per un  lavoratore come per un imprenditore la pressione media fiscale è del 43.2% mentre il Total Tax Rate va oltre il 62% .

    In perfetta continuità con la decisione del  governo Renzi infatti per le rendite finanziarie il governo Gentiloni  ha introdotto una flat Tax del 26% con la possibilità di compensare le minusvalenze (possibilità negata alle imprese in relazione ai crediti con la pubblica amministrazione): un’aliquota che favorisce le rendite  finanziarie oltre i 750.000 euro penalizzando ancora una volta i piccoli risparmiatori.

    Tornando quindi ai percettori di reddito  milionari, il sistema fiscale italiano applica aliquote che vanno dal 10% per un reddito di 1.000.000 al 0,4% per i probabili oltre 24 milioni di utili che le diverse società assicurano a Ronaldo.

    In altre parole, mentre all’estero si utilizza la leva fiscale per attrarre investimenti che producono occupazione diretta ed indiretta assieme a PIL aggiuntivo, in Italia i governi degli ultimi tre anni, Renzi e Gentiloni, hanno utilizzato questa leva fiscale per favorire le rendite finanziarie ed attrarre singoli percettori di redditi milionari. La differenza tra le due diverse strategie ed ovviamente obiettivi raggiunti viene certificata dai livelli di sviluppo economico.

    Al tempo stesso le due  politiche fiscali rappresentano la distinzione tra lo spessore culturale e le competenze economico-strategiche della nostra classe dirigente e politica i cui effetti risultano  ormai ampiamente verificabili.

    Il  nostro Paese nell’attuale situazione di declino economico si preoccupa di creare le condizioni ideali per un calciatore ma non per un’impresa che crei occupazione e Pil aggiuntivo.

    Una scelta…Una strategia…espressione inequivocabile del nostro declino culturale…

     

  • Italia al 19esimo posto nella Ue per innovazione e seconda per gettito fiscale delle imprese

    L’Italia resta diciannovesima nella classifica stilata dalla Commissione europea dei Paesi più innovatori confermando il risultato dell’anno precedente. Lo comunica l’esecutivo europeo in una nota. Nel quadro europeo di valutazione dell’innovazione, la Svezia si conferma il Paese leader nell’Ue insieme a Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Regno Unito e Lussemburgo, mentre la Germania retrocede dal gruppo dei Paesi leader a quello dei ‘forti’ innovatori.

    “Il quadro di valutazione del 2018 dimostra ancora una volta che l’Europa è ricca di talenti e di spirito imprenditoriale – ha commentato Elżbieta Bieńkowska, commissaria per l’industria – ma che deve impegnarsi di più affinché quest’eccellenza si traduca in risultati positivi”. A livello mondiale l’Ue sta recuperando il ritardo nei confronti di Canada, Giappone e Stati Uniti e mantiene il proprio vantaggio sulla Cina che però si sta riducendo progressivamente a causa di un tasso di incremento del rendimento innovativo cinese superiore di quasi tre volte a quello europeo.

    “Le nostre proposte per Orizzonte Europa, il prossimo programma di ricerca e innovazione dell’Ue”- ha aggiunto Carlos Moedas, Commissario per la Ricerca, la scienza e l’innovazione – “permetteranno di accelerare l’innovazione lungo l’intera catena del valore e di individuare e potenziare le innovazioni rivoluzionarie».

    Indietro nell’innovazione, il Belpaese è invece in cima alla classifica europea per incidenza del prelievo fiscale delle imprese sul gettito tributario totale: le aziende italiane versano al fisco 101,1 miliardi di euro l’anno e tra i principali Paesi europei solo l’Olanda (14,2%) registra una incidenza del prelievo fiscale sul gettito fiscale totale superiore (14,1%)., secondo quanto segnala la Cgia di Mestre, sottolineando che con i nostri principali competitor, invece, scontiamo dei differenziali preoccupanti; tutti presentano un “sacrificio fiscale” nettamente inferiore al nostro. Sulle aziende tedesche, ad esempio, grava un prelievo sul gettito totale del 12,3%, sulle spagnole dell’11,6%, su quelle britanniche dell’11,4% e sulle francesi del 10,2%.

  • Tassazione dei dividendi: cosa cambia

    La legge di bilancio 2018 interviene sulla tassazione dei dividendi e dei capital gains eliminando una incoerenza che si era determinata nel sistema impositivo a seguito dell’innalzamento dell’imposta sostitutiva sui redditi di capitale disposta dal DL 66/2014 con decorrenza 1 luglio del medesimo anno. Il nostro breve intervento sarà focalizzato ai dividendi distribuiti dalle società di capitali nazionali partecipate da persone fisiche che detengono la partecipazione non in regime di impresa.

    Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.

    Prima della recente modifica normativa, le disposizioni fiscali prevedevano due differenti regimi impositivi correlati alla percentuale di partecipazione al capitale sociale a seconda che fosse definita qualificata o meno. Le partecipazioni non qualificate scontavano un’imposta sostitutiva con aliquota fissa, mentre quelle qualificate concorrevano, in misura non integrale, alla determinazione del reddito complessivo del soggetto percettore. Quest’ultimo meccanismo consentiva di evitare la doppia imposizione sui redditi che avrebbero scontato prima l’imposizione sul reddito delle società di capitali e poi quelle sul reddito del socio. Questi sistemi di tassazione, imposta sostitutiva sul 100% o imposta proporzionale su una parte del dividendo distribuito sono cambiati nel corso degli anni determinando, a volte, incoerenze nel sistema.

    Inizialmente le partecipazioni non qualificate venivano incise da un’imposta sostitutiva del 12.5% (fino al 2011), mentre quelle qualificate concorrevano nella misura del 40% alla determinazione del reddito complessivo del socio. Pertanto, ipotizzando un’aliquota del 43% per il Socio qualificato, il dividendo percepito veniva inciso da un carico di imposta pari al 17.2% (100×40%x43%). Quindi la partecipazione qualificata scontava un carico di imposta maggiore rispetto a quella non qualificata. Nel 2012 e fino al 1 luglio 2014 l’imposta sostitutiva sui dividendi è stata pari al 20% dopo di che è salita al 26% come abbiamo già avuto modo di osservare.

    Com’è cambiato nel frattempo il regime impositivo di quelle qualificate? Fino al 2007 la parte imponibile era pari al 40%, dal 2008 al 2016 la percentuale è salita al 49.72% per crescere ulteriormente al 58.14% nel 2017 a seguito della riduzione dell’aliquota IRES.

    Quindi, numeri alla mano, dal 2008 al 2016 il dividendo percepito dal socio “qualificato” era inciso da un’imposta pari al 21.38% che sale al 25 nel 2017.

    Vediamo quindi come dal 2014 in avanti la partecipazione non qualificata fosse colpita da un carico di imposta maggiore di quella qualificata determinando l’inversione delle iniziali posizioni e un evidente incongruenza nel sistema.

    Come abbiamo detto la legge di bilancio pone fine a tutto ciò prevedendo un unico regime impositivo a prescindere dalla percentuale di possesso al capitale sociale: i dividendi con maturazione successiva al 2018 saranno soggetti a imposta sostitutiva del 26%. Per non penalizzare gli imprenditori virtuosi che hanno lasciato abbondanti riserve in azienda contribuendo alla loro capitalizzazione, il legislatore ha previsto un regime transitorio sino al 31 dicembre 2022 periodo durante il quale la distribuzione delle riserve di utili sarà assoggettata al medesimo regime previsto alla data di formazione. Tali soggetti potranno pertanto effettuare un minimo di pianificazione fiscale deliberando e distribuendo utili pregressi entro il 2022.

    Quest’ultima opportunità, ovviamente, dovrà essere attentamente valutata in considerazione dei piani strategici aziendali e delle risorse finanziarie disponibili per evitare che per fruire di un risparmio di imposta si determinino più o meno gravi tensioni finanziarie.

    Come sempre, quindi, la variabile fiscale non può assurgere a unico e esclusivo discrimine per determinare i comportamenti imprenditoriali che devono essere sottesi da uno specifico piano di medio-lungo periodo di cui la tassazione è solamente una delle componenti.

  • Il lavoro dipendente è una risorsa soprattutto per il fisco

    Altro che tutela dei lavoratori, il lavoro dipendente torna utile allo Stato per mettere le mani in tasca a chi è, appunto, lavoratore dipendente. L’Italia è il settimo Paese d’Europa per la pressione fiscale più alta (il fisco si prende il 42,9% del Pil, meno di Francia, Belgio e delle nazioni scandinave, ma più della Germania, che si ferma al 40,4%) e i lavoratori dipendenti, proprio perché dipendenti e dunque con scarsa mobilità, sono uno dei target più facili da raggiungere. La controprova che sia così la forniscono i dati relativi alle imprese: le grandi imprese, quelle con oltre 500 imprese che possono facilmente trasferirsi e sottrarsi così all’esosità fiscale, hanno visto ridursi la quota di prelievo fiscale a proprio carico dal 28,6% del periodo 2009-14 al 22,6% del 2016; le imprese di taglia media sono passate nello stesso periodo da un prelievo pari al 38,4% ad uno del 31,7%. In sostanza, come ha calcolato L’Espresso (da cui attingiamo i dati) nel 2008, tra Ires e Irap le imprese avevano pagato imposte sui profitti per 79,9 miliardi; nel 2016 il gettito di quelle due stesse imposte è sceso invece a 51,1 miliardi, ovvero 28 miliardi in meno di 8 anni prima.

    La riduzione del peso fiscale a carico delle imprese ha una logica: più alto è il prelievo, maggiore è l’incentivo alle imprese, che possono permetterselo, di trasferirsi e dunque per non perdere l’intero gettito fiscale l’amministrazione pubblica deve mitigare le proprie pretese. Per un lavoratore, invece, trasferirsi è molto più difficile ed ecco allora che l’amministrazione fiscale non ha mitigato le sue pretese del tutto, ma le ha semplicemente trasferite su un altro obiettivo: dal 2008 al 2016, riferisce L’Espresso, il gettito dell’Irpef, che grava sugli individui, è aumentato (includendo le addizionali versate a Regioni e Comuni) di 11,7 miliardi, per un totale di 183,3 miliardi. In Italia,  prosegue il settimanale riportando i calcoli dell’Ocse, tasse e contributi si mangiano il 47,8% del costo aziendale di un lavoratore (in Germania il 49,4%, in Francia il 48,1%), e questo pone l’Italia sopra la media (36%)  dei 35 Paesi dell’Ocse. Molto meglio dell’Italia fanno la Spagna (39,5), il Giappone, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, tutti poco sopra il 30%.

  • Addio alla scheda carburante

    Tra le novità di maggior impatto della legge di bilancio 2018 (Legge n. 205/2017) possiamo annoverare sicuramente la scomparsa della scheda carburante con effetto dal 1 luglio 2018. Anche in questo caso si tratta di misure varate dal legislatore per contrastare l’evasione fiscale.

    Tutti sappiamo che per dedurre i costi del carburante per autotrazione acquistato nell’esercizio di imprese, arti e professioni e per detrarre la relativa imposta sul valore aggiunto, ai sensi del DPR 444/1997 il soggetto acquirente è tenuto a compilare in modo analitico la scheda carburante che sostituisce a tutti gli effetti la fattura. Facciano attenzione i malintenzionati che proprio questa integrale sostituzione della fattura con la scheda carburante, tra l’altro, comporta l’estensione della normativa sanzionatoria di cui all’emissione di fatture false alle operazioni di falsificazione o manomissione delle schede carburanti.

    Nonostante le conseguenze insite nell’uso distorto delle schede carburanti, evidentemente il malcostume è diffuso tanto che il settore dei carburanti e della certificazione dei relativi corrispettivi presenta, ancora oggi, ampie sacche di evasione. Ed è proprio per questo, riteniamo, che la deducibilità del relativo costo e la detraibilità della relativa IVA subiscano delle decurtazioni legislative che, altrimenti, non troverebbero ragion d’essere.

    Tutto ciò non è stato sufficiente. Con l’intento appunto di contrastare questi fenomeni il legislatore ha imposto, con decorrenza 1 luglio 2018, l’obbligo di pagamento del carburante con moneta elettronica per consentirne la deducibilità del costo. Inoltre, con la medesima decorrenza, gli acquisti di carburante effettuati da soggetti titolari di partita iva dovranno essere certificati tramite fattura elettronica (anticipando l’obbligo della fattura elettronica generalmente previsto per il 1 gennaio 2019).

    Con riferimento alla tracciabilità dell’acquisto tramite moneta elettronica già era intervenuto il Decreto sviluppo del 2011 prevedendo l’esonero dall’obbligo di compilazione della scheda carburante per coloro che si impegnassero ad effettuare i pagamenti dei rifornimenti esclusivamente con carte di credito o di debito intestate al titolare dell’impresa. Nonostante tale previsione sia tutt’ora in vigore e non sia stata formalmente abrogata, di fatto lo sarà con l’entrata in vigore delle nuove norme più sopra presentate.

    Non pochi saranno i problemi pratici: si pensi alle possibili code connesse con i tempi di emissione della fattura elettronica, ai rifornimenti presso le stazioni automatiche.  Probabilmente una semplificazione in tal senso dovrà essere concessa ai contribuenti. Una soluzione operativa potrebbe essere quella di stipulare contratti di netting con le compagnie petrolifere: in modo semplice il contribuente potrebbe effettuare i rifornimenti nei circuiti convenzionati, pagare con l’apposita carta e ricevere a fine mese la fattura elettronica dei rifornimenti effettuati.

    Concludiamo con un’osservazione: se pur condivisibile lo spirito della norma, ancora una volta sembrano aumentare le difficoltà amministrative dei contribuenti senza comunque che venga a crearsi il legame tra la targa del mezzo e il relativo rifornimento di carburante che consentirebbe la certezza di escludere usi fraudolenti. Allo stato dei fatti, forse, sarebbe stato sufficiente rendere obbligatoria la tracciabilità dei pagamenti così come previsto dal regime opzionale istituito dal decreto sviluppo.

Back to top button
Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.