Genocidio

  • UN fails to take measures on order against Myanmar on Rohingya

    The United Nations’ Security Council discussed the International Court of Justice’s order that Myanmar do all it can to prevent genocide against the Rohingya Muslims. It however, failed to agree on a statement.

    The country denounced claims that it tried to exterminate the minority in a bloody 2017 crackdown by its military, during which some 740,000 Rohingya were forced to flee into camps in Bangladesh.

    After evidence showed that Myanmar’s government intentionally targeted its Rohingya Muslim minority, the top court in the Hague ordered the country to stop its genocidal campaign against the Rohingyas.

    According to diplomats, France, Estonia, Germany, Poland and Belgium urged Myanmar to comply with measures meant to prevent genocide set forth by the court. According to a diplomatic source, China and Vietnam opposed issuing a joint declaration by the entire council during the closed-door meeting of the Council.

    “Accountability of perpetrators of human rights and humanitarian law violations is a necessary part of this process”, the EU members said, adding that “Myanmar must address the root causes of its conflicts”.

    Myanmar’s case is the third genocide case filed at the court since World War II. A motion to protect the Rohingyas from an extermination campaign was first launched in November when the Gambia accused Myanmar of breaching the 1948 Genocide Convention. The Gambia asked the court for emergency measures to stop Myanmar’s “ongoing genocidal actions”.

    Myanmar’s civilian leader, the now-disgraced Nobel laureate Aung San Suu Kyi, has been accused of overseeing the genocide against Rohingyas. She said in court that Myanmar was defending itself against attacks by Muslim militant groups.

  • Drammatiche conseguenze dell’indifferenza

    La pena che i buoni devono scontare per l’indifferenza alla
    cosa pubblica è quella di essere governati da uomini malvagi.

    Socrate

    Il 27 gennaio scorso è stato ricordato e onorato il “Giorno della Memoria”. Un giorno prima, durante l’Angelus, Papa Francesco, riferendosi alle barbarie nei lager nazisti ammoniva dicendo che “Davanti a questa immane tragedia, a questa atrocità, non è ammissibile l’indifferenza ed è doverosa la memoria”.

    Il “Giorno della Memoria” si celebra ogni 27 gennaio. Una data simbolica, perché il 27 gennaio 1945 sono stati liberati coloro che erano rimasti nel campo di concentramento di Auschwitz. Così è stato deciso il 1º novembre 2005, con la Risoluzione 60/7, durante la 42ª riunione plenaria dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un “Giorno della Memoria” per commemorare le vittime dell’Olocausto. Si ricorda per non dimenticare il genocidio di tutti coloro che i nazisti consideravano come indesiderabili e inferiori per motivi razziali e politici. Ebrei per primi. Si ricorda per non essere indifferenti di fronte alle barbarie causate dalle dittature.

    La strategia di sterminio dei nazisti è stata basata su dei concetti razzisti e antisemiti formulati già alcune decine di anni prima, nel 19o secolo. Una strategia pubblicamente espressa per la prima volta da Hitler nel suo libro “La mia battaglia” (Main Kampf). Strategia riconosciuta anche come la Shoah (tempesta devastante), facendo cinicamente riferimento alle Sacre Scritture. La lugubre strategia di sterminio si ufficializzò nel 1935, con le Leggi di Norimberga ed era costituita da determinate e ben concepite fasi progressive. Fasi che cominciavano con delle severe, restrittive e proibitive politiche e misure economiche contro gli ebrei. Poi si è proseguito con una fase di estrema emarginazione sociale, simbolicamente rappresentata dalla “Notte dei cristalli”, tra l’8 e il 9 novembre 1938, quando furono bruciate le sinagoghe e saccheggiati i negozi degli ebrei in Germania. In seguito, i nazisti hanno messo in atto la fase più atroce e disumana della strategia. Fase sancita con le decisioni prese dai massimi rappresentanti nazisti durante la Conferenza di Wannsee nel gennaio 1942. Decisioni che prevedevano lo sterminio massiccio degli ebrei in tutti i territori controllati dai nazisti. Quello che è accaduto in quel periodo è stato una vera e propria tragedia per milioni di ebrei e non solo. Quello che è accaduto allora non si deve mai dimenticare. Anche perché non accada di nuovo!

    Purtroppo la storia ci testimonia e ci insegna, come sempre, che simili strategie sono state attuate e/o sono in atto in varie parti del mondo. Anche nei Balcani. Magari non più con dei campi di concentramento, come quelli dei nazisti, ma comunque con tante gravi conseguenze, comprese barbarie, massacri collettivi e altre oscenità. La strategia serba contro la popolazione albanese nei territori del Kosovo e non solo, è una di quelle. Una strategia ideata nel 1844, sancita e codificata dal memorandum del ministro serbo degli affari interni dell’epoca. Una strategia che prevedeva l’allargamento dei territori serbi ai territori abitati storicamente dagli albanesi, usando tutti i mezzi possibili e necessari. Quella strategia prevedeva che la Serbia si doveva attivare ed agire di conseguenza: “…dall’edificio dello Stato turco (Impero ottomano; n.d.a.) togliere pietra dopo pietra e appropriarsi di quello che si può da questo buon materiale e sopra le buone e vecchie fondamenta dell’antico impero serbo […] costituire il nuovo Stato della Serbia”. Una strategia che è stata in seguito rielaborata diverse volte durante il secolo passato e che, dagli sviluppi degli ultimi due decenni, sembrerebbe essere sempre attiva per la Serbia. Uno degli strateghi serbi, un professore universitario e poi, dopo la Seconda Guerra Mondiale anche ministro e direttore del’Istituto della balcanologia, in un documento pubblicato nel 1945, ribadiva che la colonizzazione dei territori abitati dagli albanesi “…dev’essere l’unico elemento costante dei governi serbi. Tutto può dividere i serbi tra di loro, ma mai e poi mai il comportamento contro gli albanesi”! Era lo stesso stratega che, già nel 1937, suggeriva la “soluzione finale”. Soluzione che prevedeva anche l’uso della violenza e i massacri per raggiungere l’obiettivo strategico. Deve essere sottolineata, però, la somiglianza di questa tesi con quanto è stato deciso durante la Conferenza di Wannsee nel gennaio 1942 (sopracitato)! Ma lui suggeriva che, prima di arrivare alla “soluzione finale”, si doveva tentare la “soluzione finanziaria”, grazie alla quale si potevano raggiungere gli obiettivi strategici, evitando così la “soluzione finale”. Con la “soluzione finanziaria” lo stratega intendeva “supporti finanziari” al governo albanese, in cambio della sistemazione degli albanesi trasferiti in territorio albanese. O, se necessario, accordarsi con il governo turco che aveva bisogno di mano d’opera, di mandare in Turchia gli albanesi, tenendo presente anche la loro religione musulmana. In quel periodo si sono verificati spostamenti massicci degli albanesi dal Kosovo, sia verso l’Albania, che verso la Turchia. La sopracitata strategia serba prevedeva anche diverse altre modalità come l’impoverimento continuo della popolazione albanese, impedimenti all’istruzione per gli albanesi, l’applicazione di tasse e imposte diverse e pesanti, la provocazione di scontri locali, per motivi religiosi, di proprietà e altro, l’allontanamento “volontario” in altri paesi per trovare mezzi di sostentamento ecc.. E se tutto questo non avesse dato i risultati attesi, si doveva effettuare “l’allontanamento forzato” degli albanesi dai loro territori. Territori che in quel periodo, e cioè negli anni ’30 del secolo passato, si trovavano nel Regno della Serbia. Lo stratega serbo non si preoccupava più di tanto dell’impatto internazionale che avrebbe avuto in quel periodo “l’allontanamento forzato” degli albanesi. Perché, secondo lui “…dal momento che la Germania può allontanare decine di migliaia di ebrei e la Russia (l’Unione Sovietica; n.d.a.) può trasferire milioni di uomini da un continente all’altro, l’allontanamento di qualche centinaia di migliaia di albanesi non porterà allo scoppio della guerra mondiale.”! Una strategia quella serba, ideata nel 1844, elaborata e aggiornata di continuo, rimane attiva, anche se adesso viene camuffata dietro degli “Attraenti progetti regionali”, di cui il nostro lettore è stato informato anche il 13 gennaio scorso.

    Da alcuni anni però, dati e fatti accaduti, e che accadono di continuo, alla mano, sembrerebbe che ci sia un “progetto” che prevederebbe anche l’allontanamento dei cittadini albanesi dalla madre patria. Lo dimostrano i numeri sempre più allarmanti di questi ultimi anni dei richiedenti asilo albanesi in diversi paesi europei e non solo. E guarda caso, sembrerebbe che il governo albanese, dal 2013 in poi, abbia adottato una strategia che porti a tutto ciò. Una strategia che si basa, anch’essa, sull’impoverimento crescente della popolazione, sull’indebolimento e la decadenza del sistema dell’istruzione, sull’annientamento della speranza e della fiducia per un futuro migliore in patria. Nel frattempo in Albania si sta restaurando una nuova dittatura. Potrebbe significare qualcosa tutto ciò?!

    Chi scrive queste righe tratterà in seguito, per il nostro lettore, questo allarmante fenomeno. Egli è convinto che l’indifferenza può generare altre conseguenze drammatiche. Com’è accaduto nel passato e sta accadendo tuttora in varie parti del mondo. L’indifferenza è una preziosa alleata dei regimi totalitari e delle dittature. Mentre le conseguenze le subiscono i popoli. Era convinto Socrate che la pena che i buoni devono scontare per l’indifferenza alla cosa pubblica, è quella di essere governati da uomini malvagi.

  • Recognising the Armenian Genocide means being on the right side of history

    Turkey’s continued denial of both its past and present crimes against humanity proves that it is an insecure state

    The recent passing of House Resolution 296 in the US House of Representatives has highlighted the almost unbelievable roller coaster dynamics of Turkey’s relationship with its NATO allies. For years Ankara has done everything in its power to limit the success of genocide recognition campaigns around the world, primarily with its use of carrot and stick techniques. In Australasia, it would be the threat of not allowing Anzac Day visits by foreign dignitaries from Australia and New Zealand while in the US and certain other countries they have resorted to hiring high-powered lobbying firms to counter moves for genocide recognition.

    The Armenian Genocide – an umbrella term for the 1915 massacres of Armenians, Greeks, and Assyrians by the Ottoman Empire – has for decades been used by Turkey as political capital against well-known democracies around the world. The US block (US, UK, Australia, New Zealand, Israel and a number of other countries) have gone out of their way to placate Turkey and its ever more irrational leader, Erdogan, on this issue, ultimately to 1) procure more sales of military equipment, 2) For Turkey to remain a bulwark against Russian ambitions in the area, and 3) For the West to maintain its bases to further project military might in the Middle East and the region overall.

    The result has been an absolute disaster, hindering Turkish democracy, and helping to silence all those struggling for an egalitarian, secular state there.

    Over the past few years, Erdogan’s handling of American pastor Andrew Brunson’s imprisonment, Turkey’s purchase of Russian S-400 missiles, and its recent military invasion of Syria have finally deteriorated faith in this far removed NATO ally. It’s surprising that this is what it took for the West to take notice. For years, Erdogan’s government has shunned international conventions by imprisoning tens of thousands of suspected Gulenists, Kurds, journalists, artists, and many others without any international noteworthy cost. It led this outlier of a leader to think that he can get away with pretty much anything.

    Turkey’s recent invasion of Syria, made under the pretence of a security corridor and a place for the resettlement of Syrian Arab refugees, has directly targeted the area’s Kurds, Armenians, and other communities and explicitly showed the true face of an unpunished killer.

    This begs the question of when someone gets away with murder, or genocide denial, what is to stop them from committing other crimes against humanity?

    Armenians around the world were devastated to witness Turkey’s bombing of Kurdish forces and civilians in Syria. It was like experiencing PTSD from a 100+-year-old genocide. The YPG/Kurdish-American alliance was destroyed overnight after US President Donald Trump’s call with Erdogan. As far as Trump saw it, the Kurds had served American interests by doing the lion’s share of the fighting against ISIS and were now disposable.

    Lucky for us, most Americans don’t see it that way. Many in the United States and their congressional representatives were appalled at how easily a U.S. ally was literally thrown under the bus by a President fighting a now ongoing impeachment inquiry. It truly brought Turkey’s continued diplomatic abuse to light.

    As Armenian-Americans, we have fought for recognition of the genocide for many years. We will continue to fight for a Senate resolution of the same kind in the coming days and months. The importance of such resolutions is to finally make it clear to Turkey that there is a price to pay for genocide denial, for continuing to act with impunity against its own minorities and activists and to shed international laws.

    These resolutions will not predicate behaviour by the State Department, nor the President, but will nonetheless send a strong message that Americans will not stand for this. The rest of the world also needs to take a strong stance against Erdogan and his insecure state.

    While I was in New Zealand, I wrote a strong critique of Erdogan’s response to the Christchurch mosque shootings with his false claims of responsibility against New Zealanders.

    Australians and New Zealanders should be appalled, stand up to this thug and refuse to visit their perished loved ones who are buried under Turkish soil in Gallipoli while the government of Turkey continues its unending abuse.

    Most of my friends are shocked that Israel has also never formally recognised the genocide. Irrespective of the bad diplomatic blood between Turkey and Israel, Prime Minister Benjamin Netanyahu’s government has blocked all such efforts to recognise the Armenian Genocide due to the intelligence sharing that Israel has with Turkey and, until now, the US’ official stance on genocide recognition. Israel should have been the first state to pass a resolution that gave official recognition to the Armenian genocide as we’re now all too familiar with Hitler’s quote when asked about the Nazi’s extermination of Europe’s Jews: “Who, after all, speaks today of the annihilation of the Armenians?”

    It is time to punish genocide denial around the world.

    Last year Armenia experienced a unique historical detour, shedding its post-Soviet corrupt oligarchic state and instituting a progressive regime via the peaceful Velvet Revolution led by Prime Minister Nikol Pashinyan. We’ve made a documentary film called “I Am Not Alone” which premiered at the Toronto International Film Festival in September and shows the details of the revolution.

    What continues to stand out for me is how decentralised civil disobedience was successfully used as a tool for peaceful regime change in Armenia. Turkey continues its illegal blockade of Armenia, holding a whole country hostage from international trade routes and rights. With so many countries and provinces around the world struggling with their own democratic movements – Hong Kong, Lebanon, Chile, and Iraq, to name a few – it is essential for the citizens of Turkey to claim their destiny and find a way forward toward the goal of a more progressive, egalitarian, democratic country. Erdogan and his deeply corrupt government continue to send them into a downward spiral of misfortune.

    The Armenian Genocide should serve as an important historical lesson to all. Unpunished crimes against humanity that are ignored for economic or political gain by the international community will eventually lead to global disorder.

     

  • Shoah e Ruanda, due lezioni parallele: il nuovo libro di Niccolò Rinaldi sarà presentato a Firenze

    In occasione della Giornata della Memoria, lunedì 28 gennaio, alle ore 18, presso la Libreria Claudiana di Firenze (Borgo Ognissanti, 14 rosso), sarà presentato il libro Shoah, Ruanda: due lezioni parallele di Niccolò Rinaldi (edizioni Giuntina). Con l’autore interverrà Valdo Spini, ad introdurre l’incontro sarà Letizia Tomassone, pastora della chiesa metodista e valdese di Firenze.

  • 16 mila cristiani assassinati in tre anni in Nigeria

    Il Foglio di oggi, nell’editoriale di prima pagina, dà voce e spazio alla richiesta di aiuto rivolta all’Occidente dai vescovi nigeriani. “E’ in corso una pulizia etnica” – hanno dichiarato, contraddicendo il Papa che ha più volte invitato alla prudenza circa l’uso di tale termine: “A me non piace, e voglio dirlo chiaramente, a me non piace quando si parla di un genocidio dei cristiani: questo è un riduzionismo, è un riduzionismo. La verità è una persecuzione che porta i cristiani alla fedeltà, alla coerenza nella propria fede. Non facciamo un riduzionismo sociologico di quello che è un mistero della fede: il martirio”. Non vogliamo ridurre ciò che succede in Nigeria ad una polemica sull’interpretazione da dare al fenomeno. Certo, il martirio nella scala dei valori, viene prima della pulizia etnica, è un mistero di fede che non si deve ridurre a fatto puramente sociologico, ma qualunque sia la lettura del fenomeno, un dato è certo: in Nigeria in tre anni sono stati assassinati 16 mila cristiani, vale a dire la popolazione di un’intera città come Todi, o Sorrento, o Brunico. Il fatto che ha provocato l’intervento dei vescovi è stato l’assassinio di più di cento contadini cristiani  avvenuto il 23 giugno scorso nello stato di Plateau, nella Nigeria Centrale. Gli autori del massacro sono stati i pastori islamici fulani, una etnia nomade dedita alla pastorizia e al commercio. E’ in questa occasione che il vescovo di Gboko, mons. William Amove Avenya, ha parlato di “una vera e propria pulizia etnica” ed ha invitato a “non commettere lo stesso errore che è stato fatto con il genocidio in Ruanda. Era sotto gli occhi di tutti, ma nessuno lo ha fermato. E sappiamo bene come è andata a finire”, ha aggiunto. Nel 2018, nel solo stato di Benue ci sono stati 492 morti. Nella diocesi di Maiduguri in gennaio, ce ne sono stati più di settanta. Il vescovo Oliver Dashe Doeme tiene la conta delle vittime dei fulani con quelle perpetrate dai miliziani jihadisti di Boko Haram (2.050), tra stupri, incendi e distruzioni di chiese e rapimenti quasi sempre di ragazze. I vescovi denunciano l’esistenza di una chiara agenda per islamizzare la Middle Belt nigeriana, un termine che designa la regione centrale della Nigeria. I principali ispiratori di questa strategia sono il governo e il presidente Muhammadu Buhari, di etnia fulani. In un comunicato della Conferenza episcopale nigeriana di qualche giorno fa si legge che “Non si può più considerare una mera coincidenza il fatto che gli autori di questi crimini odiosi sono della stessa religione di coloro che controllano gli apparati di sicurezza, incluso lo stesso presidente. Le parole non bastano al presidente e ai capi dei servizi di sicurezza per convincere il resto della cittadinanza che i massacri non facciano parte di un progetto religioso più ampio. Questi assassini “sono criminali e terroristi, ma non fanno le stesse cose nei territori a maggioranza musulmana” – ha aggiunto mons. William Amove Avenya in una dichiarazione all’ “Aiuto alla chiesa che soffre”. Sono da anni che le chiese cristiane della Nigeria lanciano l’allarme, invocando un aiuto dell’Occidente, che non è mai arrivato. Non si tratta solo di un nuovo Ruanda; la partita è ben più grossa e decisiva – afferma Il Foglio – e cita uno dei massimi studiosi delle religioni, Philip Jenkins, il quale ha scritto che “l’equilibrio tra islam e cristianesimo in Africa sarà deciso in Nigeria” che secondo tutte le stime diverrà entro trent’anni uno tra i dieci paesi con più cristiani al mondo.

    E l’Occidente? Che farà l’Occidente? Nulla, temiamo, come non ha fatto nulla per il genocidio etnico in Ruanda. E l’Italia? E la Santa Sede? L’Italia è troppo impegnata a piangere le vittime delle tragiche migrazioni sui gommoni insicuri nel Mediterraneo e a maledire chi vuole bloccare questo commercio di persone. Le migliaia di vittime innocenti che vengono trucidate in Nigeria per mano assassina, nell’intento di far scomparire i cristiani da quelle terre non interessano nessuno, nemmeno gli “indignati” in servizio permanente effettivo, soprattutto se si tratta di credenti in Dio.

    La Santa Sede grida al “martirio”, non al genocidio religioso, e non trova nemmeno il tempo di includere nella liturgia della “preghiera universale” in ogni messa, un ricordo particolare per questi fratelli martiri. L’Occidente sta diventando a-cristiano e rifiutando le radici cristiane che l’hanno ispirato si autocondanna al declino e rischia di soccombere alla occupazione islamica.

    Grazie al Foglio ed all’autore dell’articolo, Matteo Matzuzzi, che hanno la sensibilità di porre in prima pagina una notizia che altri organi d’informazione nascondono.

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