Gran Bretagna

  • A lezione di touristic incoming inglese

    Lezione n.1) Quanti di noi hanno sentito parlare della spada nella roccia estratta dal leggendario condottiero britannico Re Artù? Tutti, o quasi. Ma quanti di noi, invece, sono a conoscenza o hanno sentito mai parlare di antiche e vere spade conficcate nella roccia in Sardegna (a Orune) o in Toscana (a Chiusdino)? O che il mito di Re Artù, molto probabilmente, derivi dalle gesta di un coraggioso generale Romano di istanza in Britannia? Nessuno, o quasi.

    Risultato: i turisti che ogni anno si recano in Cornovaglia a visitare il Castello di Tintagel, casa natale del (mai esistito) Re Artù sono decine di migliaia. Quelli che si recano ad Orune e a Chiusino, poche migliaia.

    Lezione n. 2) Quanti di noi hanno ammirato il coraggio del leggendario brigante della foresta di Sherwood, Robin Hood? Tutti, o quasi. Ma quanti di noi, invece, conoscono le imprese dei veramente esistiti ribelli (cinesi, arabi, greci, romani, calabresi, etc.) che si sono distinti nella storia per essere stati forti uomini d’arme e, al tempo stesso, capaci di accorrere dove l’ingiustizia opprimeva i più inermi?  Troppo pochi.

    Risultato: i turisti che ogni anno si recano nel Nottinghamshire a visitare il covo segreto nella Foresta di Sherwood del (mai esistito) Robin Hood sono decine di migliaia. Quelli che si recano, ad esempio in Aspromonte consapevoli di visitare i luoghi dove visse il “Cacciadiavoli” (all’anagrafe Nino Martino – un brigante calabrese noto per aver vendicato molti torti subiti dalla gente povera) sono poche decine. 

    Lezione n. 3) Quanti di noi hanno amato le straordinarie congetture e le paraboliche analisi investigative del mitico (e personaggio letterario) Sherlock Holmes? Tutti o quasi. Ma quanti di noi, invece, conoscono le imprese dei tanti veri grandi investigatori (cinesi, arabi, greci, romani, italiani, etc.) che si sono distinti nella storia per il loro ammirevole coraggio dimostrato nella lotta contro il crimine per difendere le proprie comunità? Sempre troppo pochi.

    Risultato: i turisti che ogni anno si recano a Londra, in via Baker al numero 239 per visitare la casa del (mai esistito) detective con la pipa? Decine di migliaia. Quelli che si recano, ad esempio, nel piccolo paesino Campano di Padula a visitare la casa natale di Giuseppe Petrosino, detto Joe (un poliziotto italiano pioniere nella lotta contro il crimine organizzato negli Stati Uniti)? Anche in questo caso sono poche decine.

    Lezione n. 4) Quanti di noi… invece, sanno che Shakespeare era, con molte probabilità (e documenti storici), il messinese, naturalizzato inglese, Michelangelo Florio? Eclettico studioso e letterato (figlio del medico palermitano Giovanni Florio e della nobildonna Guglielmina Crollalanza) che scelse come pseudonimo il nome della madre… diventando così il grande William (Guglielmo) Shakespeare (Scrolla-Lancia)… Ma di questa impareggiabile Lezione di Touristic Incoming inglese (o, se preferite, di Touristic Outcoming italiano) parleremo in seguito.

    “L’Angleterre est une nation de boutiquiers (bottegai, n.d.r.)” disse un tempo Napoleone Bonaparte e noi, qui, su questa definizione, aggiungiamo, Chapeau!

  • A Milano l’amore e il desiderio dei preraffaelliti

    1848. L’Europa è in fermento, ovunque gruppi di rivoluzionari chiedono cambiamenti politici e uguaglianza sociale. La rivoluzione industriale sta delineando le conseguenze del progresso: centinaia di persone si trasferiscono in città per lavorare nelle fabbriche e le periferie urbane, dove i nuovi arrivati cercano una dimora (o qualcosa che le assomigli), crescono a dismisura. E con esse i problemi igienici e di adattamento. Londra diventa il simbolo di questo cambiamento epocale, giovani, anziani, donne e soprattutto bambini, spesso senza famiglia, sfruttati nelle fabbriche le cui ciminiere che sbuffano fumo prendono il posto delle guglie di Westminster e della cupola di St Paul’s Cathedral. Karl Marx getta le basi del suo pensiero ideologico, Charles Dickens racconta storie di ragazzini orfani (che poi incontrano un benefattore che regala loro una vista nuova e serena) vittime della furbizia di chi cerca di sopravvivere con ogni espediente alle brutture del sottobosco umano creato da questo cambiamento epocale. E la Regina Vittoria, che darà il nome ad un intero periodo storico, è a capo di quello che sarà il più grande impero dell’epoca moderna. In questo contesto così vivo, e a tratti vivido, un gruppo di giovani anti capitalisti, anti rivoluzione economica e politica creano una ‘confraternita’ per produrre una straordinaria rivoluzione artistica: liberare la pittura britannica dalle convenzioni e dalla dipendenza dai vecchi maestri. Nasce il movimento “preraffaellita” in cui questi giovani visionari sperimentano nuove convinzioni, nuovi stili di vita e di relazioni personali, radicali quanto la loro arte. Al loro genio e alla loro creatività Milano dedica la mostra, bellissima, dal 19 giugno al 6 ottobre a Palazzo Reale, “Preraffaelliti. Amore e desiderio”, promossa e prodotta dal Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e 24 ORE Cultura-Gruppo 24 ORE, organizzata in collaborazione con Tate e curata da Carol Jacobi, Curator British Art del museo londinese. Per la prima volta i capolavori dei preraffaelliti saranno a Milano. Ingiustamente sottovalutati, rispetto ad altri movimenti pittorici, i preraffaelliti sono fortemente legati all’Italia, alla sua bellezza paesaggistica e alla sua arte, quella che precede Raffaello, o meglio i suoi epigoni, considerato il gran maestro al quale pittori e storici dell’arte, soprattutto in Gran Bretagna, si sono ispirati per darsi delle regole, a volte fin troppo leziose. Il fondatore del gruppo, Dante Gabriel Rossetti, figlio di un rivoluzionario carbonaro di origine abruzzese rifugiatosi a Londra, pospone, per onorarlo, il suo nome di battesimo a quello del grande Poeta italiano e con i suoi compagni volge lo sguardo proprio a Dante, Petrarca, all’arte di Giotto, alle pale medievali, alla bellezza della poesia e alla natura che sa commuovere l’anima, per ricreare uno stile unico, nuovo e assai moderno per l’epoca (forse, a tratti, addirittura antesignano dell’impressionismo).

    Nella mostra milanese gli spettatori potranno gustare tutti quegli elementi che le 80 opere esposte, tra le quali alcuni dipinti iconici che difficilmente escono dal Regno Unito per essere prestati, come l’Ofelia di John Everett Millais, Amore d’aprile di Arthur Hughes, la Lady of Shalott di John William Waterhouse, sanno raccontare: dall’amore e dal desiderio alla fedeltà alla natura e alla sua fedele riproduzione; e poi le storie medievali, la poesia, il mito, la bellezza in tutte le sue forme.

    Le opere sono presentate per articolate sezioni tematiche, al fine di esplorare gli obiettivi e gli ideali di quel movimento, gli stili dei vari artisti, l’importanza dell’elemento grafico e lo spirito di collaborazione che, nell’ambito delle arti applicate, fu un elemento fondamentale del preraffaellitismo. A testimoniare il tema della poetica degli artisti preraffaelliti, e cioè l’arte e in generale la cultura italiana pre-rinascimentale e quell’idea di “modernità medievale” che tanto caratterizza la loro produzione saranno presenti i dipinti “iconici” su temi che vanno da Dante Alighieri e il suo poema (Paolo e Francesca e Il sogno di Dante al tempo della morte di Beatrice di Dante Gabriel Rossetti) fino al paesaggio italiano tout court (Veduta di Firenze da Bellosguardo di John Brett).

    Una mostra da non perdere perché, come ha sottolineato l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Filippo Del Corno, “i Preraffaelliti si collocano in quel solco della grande cultura ospitata a Milano”. E di bellezza questa volta ce n’è davvero tanta!

  • Scarseggiano i leader e la politica è in declino

    Era Macron che si lamentava recentemente della scarsezza di leader in Europa, tanto da creare difficoltà a scegliere candidati per le nomine alle istituzioni europee. Quelli di cui si parla non sarebbero all’altezza e non avrebbero quella caratura d’esperienza e di preparazione che sarebbero necessarie per gestire la politica europea in un mondo globalizzato ed in continuo movimento. Forse la preoccupazione di Macron è eccessiva, forse si manifesta solo perché i candidati di cui si conosce il nome, come quello di Manfred Weber, non sono uomini a lui vicino. Il fatto è che si semina sfiducia nei confronti dei leader che sono su piazza e che potrebbero assolvere degnamente le funzioni richieste per la guida delle istituzioni europee dopo le elezioni del 26 maggio. Se l’Unione europea si trova in questa situazione – secondo Macron – altrettanto si potrebbe dire del Regno Unito, che da tre anni a questa parte ci offre un quadro non certamente idilliaco delle sue leadership: David Cameron nel 2016 con il referendum, perso, sulla Brexit, Theresa May, che lo ha sostituito, senza riuscire a portare a termine l’uscita del Regno Unito dalla Unione europea, Jeremy Corbyn, il capo dei Laburisti e dell’opposizione, che con le sue ambiguità non ha minimamente contribuito a risolvere la stasi della politica britannica e la confusione del Parlamento, incapace fino ad ora di darsi una maggioranza in grado di risolvere la Brexit. Crisi della democrazia britannica – si è detto. Può darsi, ma la democrazia è retta dagli uomini ed il suo cattivo funzionamento dipende dalla incapacità dei politici di governarla. Non è un buon segno, e i mali britannici non possono scagionare o legittimare quelli europei. In questo caso, mal comune non è mezzo gaudio, ma tristezza e afflizione unica, tanto più che – come nel caso del Regno Unito – i rimedi, vale a dire i probabili successori, si presentano enormemente peggiori dei mali che abbiamo conosciuto. Possibile sostituto della May alla presidenza del partito conservatore, e quindi capo del governo, potrebbe essere Boris Jonhson, già sindaco di Londra e ministro degli  Affari Esteri, molto discusso per i suoi atteggiamenti da bohemien e per le sue uscite poco ortodosse. Basterebbe la sua capigliatura a porre degli interrogativi, o la sua ultima uscita sulla Brexit, da fare subito, anche senza accordo e senza pagare i contributi dovuti al bilancio dell’UE. Come prossimo Primo ministro che non rispetta i patti non lo si può certo paragonare ad un leader responsabile ed accorto. Più che una politica in declino, la sua sarebbe certamente una politica sbagliata. Non parliamo poi di Corbyn, che, come suo padre, è sempre stato dalla parte sbagliata della storia. Le sue ambiguità sulla Brexit non sono niente rispetto alle sue scelte e alla sue preferenze politiche. E’ un comunista. E’ stato staliniano e si è circondato di nostalgici dell’Unione sovietica. Nelle elezioni del 2017 il partito comunista britannico non ha presentato nessun candidato, dichiarando che Corbyn era il loro uomo. Il 6 giugno, anniversario del “D day” e dello sbarco degli alleati anglo-americani in Normandia è considerato da Corbyn e dai suoi stretti collaboratori nostalgici, come è stato annunciato da un tweet della scorsa settimana del ministero degli Esteri russo: “Lo sbarco degli Alleati in Normandia non ha cambiato il corso della Seconda guerra mondiale. L’esito è stato determinato dalla vittoria dell’Armata rossa”. Accettare questa linea significa non riconoscere il destino diverso delle due Germanie e pensare che quella dell’Est, sotto il controllo militare sovietico, che ha subito per oltre mezzo secolo la dittatura e la repressione con l’egemonia della polizia politica, sia stata la migliore. Non a caso Corbyn le sue vacanze le trascorreva nella parte più illiberale della Germania, sotto il controllo apparentemente benigno dell’onnipresente polizia segreta, la Stasi. Che Corbyn credesse al comunismo sovietico, che migliaia di cittadini britannici considerassero l’URSS il paradiso dei lavoratori, non ci meraviglia più di tanto, dopo la lettura de “La trahison des clercs” di Julien Benda. Ma ciò che meraviglia, ciò che impressiona in modo macabro, è che uno di questi clerici, fanatico ed attempato stalinista, fervente antisemita ancora oggi, abbia delle possibilità di diventare il prossimo leader della Gran Bretagna, dentro o fuori l’UE, come si vedrà. Altro che declino della politica. Sarebbe il suo totale fallimento. Ciò nonostante, non crediamo che l’Europa si trovi di fronte a questa lugubre sorte.

    PS – I dati su Corbyn li abbiamo ricavati da un articolo del “Sunday Times” del 6 giugno, ripreso da “Il Foglio” del 17 giugno.

  • Il terzo no liquida definitivamente l’accordo May con l’UE

    E’ la terza volta che la maggioranza della Camera dei Comuni respinge l’accordo negoziato dalla May con l’UE per l’uscito del Regno Unito dall’Europa. 344 sono stati i no e 286 i sì, più delle due volte precedenti, ma di gran lunga insufficienti per l’approvazione. Sembrano avere una simpatia particolare per il no i parlamentari britannici. Soltanto due giorni fa, in un solo giorno hanno detto no otto volte, senza mai proporre alternative. Tutte le ipotesi in ballo sono state sonoramente bocciate. Questo ultimo e definitivo no è arrivato, nonostante la premier avesse offerto le sue dimissioni se i si avessero avuto la maggioranza. Di fronte a questo ennesimo rifiuto, il leader laburista Corbyn ha reiterato la sua richiesta di dimissioni del governo, che ci sarebbero state se l’accordo sull’uscita fosse stato approvato. Ma anche il Labour ha una grande responsabilità in tutto quanto di caotico e di incomprensibile è avvenuto. Il suo continuo atteggiamento negativo, senza proporre mai alternative serie alle proposte del governo, lo rende corresponsabile della situazione attuale. Di fronte a questa situazione di stallo, resta in piedi solo un mini rinvio limitato al 12 aprile, data entro la quale il RU dovrà decidere se chiedere a Bruxelles un ulteriore allungamento della proroga, purché debitamente motivata, oppure procedere a un’uscita no deal, cioè senza accordo. L’ulteriore proroga, però implicherebbe la partecipazione britannica alle elezioni europee. Non a caso, subito dopo il voto, la May ha definito “quasi certa” la partecipazione alle elezioni di maggio, ritenendo grave la decisione negativa dei Comuni ed evocando la richiesta di un rinvio prolungato all’UE. La May inoltre ha rinfacciato alla Camera di non avere un piano alternativo maggioritario, avendo detto no all’accordo, ma anche a un no deal, a una no Brexit e a un referendum bis. Nonostante tutti questi no contradditori, la premier ha insistito sul fatto che il governo continuerà ad agire affinché la Brexit sia attuata. Il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, intanto, ha deciso di convocare un vertice UE il 10 aprile. Negli ambienti di Bruxelles si prevede uno scenario no deal a partire dalla mezzanotte del 12 aprile. Sembra la soluzione più probabile e in una nota la Commissione si rammarica del voto negativo della Camera dei Comuni. “L’UE resterà unita ed è pienamente preparata ad una hard-Brexit” si afferma nella nota di Bruxelles. La situazione è pesante e gli osservatori si chiedono, senza avere una risposta, che cosa potrebbe creare una maggioranza parlamentare. Nemmeno la proposta di Corbyn sembra raccogliere la maggioranza. La May deve andarsene indicendo subito nuove elezioni, l’accordo da lei sottoscritto va cambiato. La May deve consentire al Paese di decidere il suo futuro attraverso elezioni generali – ha dichiarato Corbyn ai Comuni. Benissimo! E la Brexit? Come si attuerà? Chi ha la formula magica da proporre? E’ l’ulteriore dimostrazione che i no alla May erano riservati alla sua leadership. La Brexit non era, non è che un pretesto per eliminarla dal potere.

  • Adesso, 62 anni dopo…

    La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà!

    dal “Manifesto di Ventotene”

    “La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita”. Iniziava così quell’importante testo, quel documento storico che è meglio conosciuto come il “Manifesto di Ventotene”. Sotto il significativo titolo “Per un’Europa libera e unita; Ventotene, agosto 1941”, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, insieme anche con Ursula Hirschmann e altri, in quel documento sviluppavano ed esponevano le loro visioni su come potrebbe e dovrebbe essere la nuova Europa. Spinelli e Rossi in quel periodo, per le loro idee, si trovavano internati al confino nell’isola di Ventotene. Un documento nel quale gli autori argomentavano la necessità di costituire “…una forza sovranazionale europea, in cui le ricchezze avrebbero dovuto essere redistribuite e il governo si sarebbe deciso sulla base di elezioni a suffragio universale”. Tutto scritto mentre la Seconda guerra mondiale era in pieno corso e le sorti del conflitto erano ancora tutt’altro che previste.

    Circa nove anni dopo, il 9 magio 1950, Robert Schuman, l’allora ministro francese degli Affari Esteri, ha presentato una proposta concreta. Proposta che ormai viene conosciuta come la Dichiarazione Schuman e che prevedeva la costituzione di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Una proposta coraggiosa, tenendo presente la storia dei conflitti europei e, più in particolare, quelli tra la Francia e la Germania. Ma, allo stesso tempo, anche una proposta lungimirante, tramite la quale si definiva un nuovo modello, sovranazionale, di collaborazione tra gli stati sovrani, che apriva nuove e concrete prospettive per i paesi europei. Il perno della proposta di Schuman era un accordo tra i paesi aderenti, per mettere in comune le produzioni di carbone e acciaio. “La fusione delle produzioni di carbone e di acciaio […] cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime”. Così dichiarava allora Robert Schuman. Quell’accordo è stato raggiunto circa un anno dopo e i paesi firmatari erano sei: la Francia, la Germania dell’ovest, l’Italia, l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo. Il rispettivo trattato è stato firmato a Parigi il 18 aprile 1951. La lungimiranza della proposta di Schuman andava oltre ad un accordo economico tra paesi sovrani. E non a caso si riferiva al carbone e all’acciaio. Due materie prime che erano alla base della produzione degli armamenti e, perciò, direttamente legati ai conflitti bellici. Il carbone e l’acciaio erano, in quel periodo, due tra i più importanti elementi dell’industria e della potenza politica e militare sia della Francia che della Germania. Accordarsi sulla produzione comune di queste due materie prime, rappresentava una solida base per allontanare il continuo pericolo dei conflitti armati tra paesi e in vasta scala mondiale. Come la storia ha in seguito dimostrato, la costituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio ha spianato la strada alla costituzione, sei anni dopo, di quella che adesso è l’Unione europea.

    Costituzione avviata il 25 marzo 1957 a Roma, in Campidoglio. I rappresentanti del Belgio, della Francia, della Germania, dell’Italia, del Lussemburgo e dell’Olanda hanno firmato i due Trattati di Roma. Il primo era il Trattato che istituiva la Comunità Economica europea. Un trattato che doveva regolamentare e gestire l’integrazione economica dei paesi aderenti e che rappresenta ancora la base legale di diverse decisioni che si prendono nell’ambito dell’ormai Unione europea. Il secondo era il Trattato che istituiva la Comunità europea dell’Energia Atomica, attualmente riconosciuta come Euroatom. Il compito di questo Trattato era quello di regolamentare e gestire gli investimenti sull’energia nucleare, in pieno sviluppo in quel periodo. Jean Monnet, uno dei Padri Fondatori dell’Unione europea dichiarava allora: “Quello che bisogna cercare è una fusione di interessi dei popoli europei e non solamente il ‘mantenimento’ dell’equilibrio di questi interessi”.

    Dal 25 marzo 1957 ad oggi altri paesi hanno aderito all’ormai Unione europea. Nel 1986 i paesi membri erano diventati dodici. Dopo il crollo del muro di Berlino diversi paesi dell’Europa dell’est hanno aderito all’Unione. L’ultimo paese membro, in ordine di tempo, è stato la Croazia nel 2013. Adesione quella che ha fissato il numero complessivo dei paesi membri a 28. Altri paesi, soprattutto quelli balcanici, hanno ufficialmente presentato richiesta e stanno percorrendo il previsto processo dell’adesione nell’Unione europea.

    Ma c’è anche un paese, il Regno Unito, che dal 23 giugno 2016, dopo l’esito del referendum per la permanenza o meno nell’Unione europea, ha avviato le procedure per l’uscita. Circa il 52 % dei suditi della regina Elisabetta hanno votato per il “Brexit”, parola appositamente coniata per indicare l’uscita. Quanto sta succedendo nelle ultime settimane in Gran Bretagna è ormai nota a tutti. Dall’inizio di questo mese sono state tre le votazioni significative con voti trasversali in Parlamento, contro le mozioni presentate sull’accordo dalla premier Theresa May con il capo negoziatore dell’Unione europea Michel Barnier. Accordo che, in base all’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea, stabiliva le procedure, diritti e obblighi compresi, per l’uscita del Regno Unito dall’Unione il 29 marzo 2019. Cioè a fine mese. Da sottolineare che, dal 2009, l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea prevede la possibilità di recesso di uno Stato membro dell’Unione europea dalla stessa Unione. In seguito, il Parlamento del Regno Unito ha votato per una proroga di questa data, nonché contro il “No deal”. Un’altro termine questo, coniato appositamente e che si riferisce all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea senza nessun ulteriore accordo. Il che, insieme con altre problematiche verificate nel frattempo crea altre incognite ed ulteriori grattacapi. Sabato scorso, il 23 marzo, erano circa un milione per le strade di Londra, secondo fonti mediatiche, a manifestare contro l’uscita e la revoca da parte del Parlamento del sopracitato articolo 50, che stabilisce l’atto di “divorzio” tra il Regno Unito e l’Unione europea. Rimane tutto da vedere e da seguire come andrà a finire questo “matrimonio” celebrato nel 1973.

    Tutto questo e altro ancora, movimenti populisti compresi, sono le realtà europee adesso, 62 anno dopo la firma dei due Trattati di Roma il 25 marzo 1957. Realtà vissute, mentre soltanto due mesi dopo ci saranno le nuove elezioni per il Parlamento europeo.

    Chi scrive queste righe ha creduto sempre nel lungimirante progetto europeo dei Padri Fondatori, i quali, come ha detto Papa Francesco “hanno avuto fede nella possibilità di un avvenire migliore”. Egli crede in un’Europa fondata sui valori, sull’uguaglianza e sulla libertà, rispettando tutti i diritti e i doveri sanciti dagli accordi. Egli condivide il pensiero di Monnet secondo il quale “non c’è futuro per i popoli europei se non nell’Unione”. Essendo convinto però che non bisogna mai dimenticare l’ultima frase del “Manifesto di Ventotene”. E cioè che “La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà”. Anche per l’Albania, nonostante la grave e allarmante situazione in cui si trova.

  • La May non molla

    Era stato previsto per oggi (27 febbraio) un ulteriore voto ai Comuni sull’accordo del governo con l’UE, perfezionato nel corso dei negoziati che avrebbero dovuto regolare il problema del confine con l’Irlanda del Nord, ma, come era da prevedere, il voto non avrà luogo. La May non è riuscita, ed anche questo era da prevedere, ad ottenere ora soddisfazione sul tema in discussione ed ha preferito rinviare il tutto al 12 marzo. All’interno del governo alcuni ministri, sulla questione del confine e sul rischio di un’uscita no deal, avevano minacciato le dimissioni, E’ anche sotto questa pressione che la May ha rinviato il voto, apprestandosi ad affrontare altri colpi, più o meno mancini, da parte di alcuni dei suoi e da parte dei laburisti, che ora sono disposti ad appoggiare un secondo referendum. Se il 12 marzo l’accordo sarà di nuovo bocciato, il 13 il governo sottoporrà al Parlamento una mozione in cui si chiederà ai deputati se vogliono lasciare l’UE senza accordo. Il risultato è dato per scontato, poiché i duri della Brexit disposti ad accettare un no deal, in aula sono un gruppo sparuto. Il 14 marzo allora il governo presenterebbe una mozione, che propone un’estensione “breve e limitata dell’art. 50, cioè un rinvio dell’uscita, che ora è prevista per il 29 marzo. Non è escluso che su questa ipotesi il parlamento esprima una maggioranza. Resta allora da stabilire quanto durerà l’estensione “breve e limitata”. Se andasse oltre giugno il RU potrebbe partecipare alle elezioni del Parlamento europeo. Ma molti sarebbero contrari. D’altro canto, questa estensione dovrà essere concordata con l’UE, tenendo presente che essa in ogni caso non può prevenire il rischio di un no deal. Le ipotesi sono molte, ma probabilmente la May conta sul fatto che alla fine, o si punta sul suo accordo, o si va incontro al caos, mettendo a rischio la stessa Brexit. La sua strategia del “prender tempo” è ancora vincente, ma fino a quando? Gli estremisti della Brexit sono furiosi, avendo compreso che la strategia del rinvio, dopo i prossimi voti, porterà acqua al mulino della May. I laburisti, anche nel caso di un’approvazione dell’accordo della May, insistono sul secondo referendum e Corbyn, con le sue ambiguità  e con l’ipotesi di un secondo voto popolare, si è alienato la simpatia dei favorevoli alla Brexit, che gli precluderebbero definitivamente un suo ingresso a Downing Street. Non sarebbe una grave perdita per il RU, ma la crisi del Labour continuerebbe, in attesa dell’apparizione di nuove leadership. La May, invece, contestata da sempre, ora dai favorevoli alla Brexit, ora dai suoi contrari, talvolta bocciata dai Comuni, tal altra promossa con la fiducia, tra un rinvio e l’altro, continua a gestire il mazzo e a distribuire le carte. Vedremo quali assi le rimarranno ancora in mano e come intenderà giocarli.

  • Niente si muove per la Brexit

    Nessuna strategia credibile emerge dalla situazione creatasi nel Regno Unito dopo il voto contrario del 15 gennaio e il voto a favore della May del giorno dopo. I 432 “no” all’accordo ottenuto con l’UE non sono una bazzecola. Sono 230 voti in più del “sì”, una differenza enorme, che non lascia dubbi sull’atteggiamento del parlamento in ordine alle regole negoziate dalla May con l’UE per normalizzare l’uscita del Regno Unito dalle istituzioni europee. “Queste regole non ci convengono e bisogna cambiarle!” L’hanno detto gli oppositori del governo, ma anche più di un centinaio di deputati facenti parte della maggioranza governativa. Nessuno però ha fatto proposte specifiche di emendamento al testo dell’accordo. C’è quindi il rischio che si arrivi al 29 marzo, giorno previsto per l’uscita, senza nessun accordo. Che fare allora? Il parlamento ha invitato la May a presentare una mozione emendabile entro il 29 gennaio, cioè fra quattro giorni. Ma a che punto è la preparazione di questa nuova mozione? Essa dovrebbe contenere norme per garantire l’assenza di una frontiera fra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda e permettere eventualmente al Regno Unito di usufruire dei vantaggi d’appartenenza all’Unione doganale con l’UE. Ma come sarà possibile ottenere nello stesso tempo una botte piena e una moglie ubriaca? Sarà la grande considerazione che si ha di se stessi di poter giungere a questo risultato contro ogni possibilità reale? O sarà che ai politicanti di lungo corso sarà permesso di raggiungere l’impossibile? Comunque sia, in tutti questo tempo che ci separa dal voto negativo del 15 gennaio non è emerso nulla che possa far pensare a una nuova strategia della May. Verrebbe da dire che anche prima del voto, le scelte della Premier hanno dato l’impressione di essere state subite. Era la situazione di fatto che le determinava, giustificate a posteriori come indicative della volontà di non deludere le aspettative degli elettori che si erano pronunciati in maggioranza a favore della Brexit. Il lungo e defatigante lavoro del negoziato con i rappresentanti dell’UE sembrava l’accettazione di un sacrificio per giungere al risultato voluto dagli elettori, senza tener conto degli interessi reali del RU. Mancano quattro giorni, dicevamo, e non si vede l’ombra di un piano B. I conservatori continuano a litigare. Una minoranza non lascia passare giorno senza scagliarsi contro la leader del loro governo e del loro partito. A che cosa mirino non si sa esattamente. Si sa che disturbano, che intorpidiscono le acque, che creano confusione. Mentre si sa invece che Corbyn, il leader dei laburisti, vuole la caduta del governo per andare ad elezioni anticipate, pensando di mettere a frutto per il suo partito le incongruenze, le incertezze, le divisioni dei conservatori. Sul fronte della Brexit tergiversa. Non vuole un’uscita senza accordo, ma non dice quale accordo vuole esattamente: con l’unione doganale o senza? Con la frontiera libera all’Irlanda del Nord o chiusa? Vuole una zona di libero scambio, o meno? Il silenzio su questi temi, che sono poi quelli dl negoziato con l’UE, è di regola. Nemmeno sulla possibilità di un nuovo referendum, come è stato chiesto da deputati del suo stesso partito, si è mai pronunciato. Che vuole, allora, effettivamente? I suoi critici lamentano che sia ancora legato ai miti ottocenteschi del marxismo continentale e che la sua visione della modernità sia bloccata da questi ceppi. Comunque sia, c’è poco da espettarsi anche da lui, perché senza una visione strategica anche il socialismo inglese non va molto lontano. E allora? C’è chi ha alzato grida di gioia per le dichiarazioni fatte dalla Regina Elisabetta, in occasione del pranzo di gala offerto ai Sovrani olandesi a Buckingham Palace, con le quali ha esortato a trovare un “terreno comune” e a “non perdere mai di vista lo scenario più ampio”. Parole interpretate come un velato riferimento all’uscita del RU dall’UE e al dibattito in corso nel Paese. Nessun riferimento diretto alla Brexit, ma questo discorso è stato letto come un monito nemmeno troppo velato, all’attuale situazione politica del Reno Unito, come un appello a scegliere la strasa dell’unità, del dialogo e del superamento delle divisioni, come valori guida consigliabili a tutti. Come sempre, anche su questo intervento, il primo dopo il risultato del referendum, le opinioni divergono e cercano di portare acqua al mulino di chi le esprime. Altro che unità! Su tutto ormai ci si divide! Figurarsi su un’opinione espressa dalla Sovrana, dopo che il suo equilibrato silenzio, aveva caratterizzato questi lunghi mesi di dibattito e di divergenze! E allora? Lo ripetiamo. Siamo ansiosi  di conoscere come andrà a finire. Ci sconcerta la mancanza di strategia su entrambi i fronti. Vorremmo sperare che fosse soltanto apparente questa mancanza e che invece i contendenti avessero un asso nella manica: rinvio della data d’uscita e nuove prospettive per il negoziato, senza escludere un nuovo referendum. Che prendano tempo i britannici. Se la Brexit è un problema loro, come abbiamo affermato in altre occasioni, se la risolvano in casa. Soltanto dopo potranno dirci, con certezza, se vogliono uscire o se vogliono restare. E sarà più semplice, eventualmente, un nuovo negoziato.

  • Brexit: il modello norvegese

    Troppo spesso si considera il declino culturale del nostro Paese assolutamente svincolato dal contesto europeo. L’istituzione del referendum relativo all’uscita della Gran Bretagna (Brexit)  dall’Unione Europea nacque dalla presunzione di Cameron di “conoscerne e prevederne” l’esito che considerava scontato e così rafforzare la propria posizione politica, convinto nella vittoria del “remain”.

    Successivamente a questa ottusa ed egocentrica presunzione politica si sono aggiunte le diverse visioni relative ad una “hard” o “soft Brexit” che contrappongono politici britannici di varie ideologie politiche agli esponenti della stessa Unione Europea. Il negoziato, per arrivare ad una forma condivisa ma soprattutto a “basso impatto economico” per entrambe le parti, ha visto l’altalenarsi di prese di posizione altamente irresponsabili. La prima delle due opzioni (hard Brexit)  determinerebbe l’uscita dal libero mercato dello stato britannico con un conseguente appesantimento delle procedure doganali e imposizioni di possibili tariffe o dazi. Si pensi che il solo allungamento delle pratiche doganali ha spinto la Toyota e ricordare come la scelta dei siti produttivi nella Gran Bretagna verrebbe in questo caso rimessa in discussione. Il ‘time to market’ ormai nella economia globale rappresenta un fattore fondamentale per il successo di una gamma di prodotti.

    Il gioco politico relativo alla due opzioni, tanto in Gran Bretagna quanto nella Unione Europea, ha rappresentato il palcoscenico per egocentrici politici che utilizzavano l’intera problematica a proprio uso e consumo. In questo contesto non va dimenticato come la stessa Italia esporti in Gran Bretagna 28 miliardi di dollari ed una eventuale hard Brexit rappresenterebbe un grave problema per le nostre aziende esportatrici ed esponenti del nostro Made in Italy.

    Al di là delle spesso azzardate previsioni relative a chi tra l’Unione nella sua articolata interezza o piuttosto la Gran Bretagna avrebbe maggiori danni nel caso di un mancato accordo, adesso la Brexit rimane un problema ECONOMICO evidente con certo anche connotazioni politiche.

    Esiste, tuttavia, un unico modello già rodato da applicare e che funziona discretamente. La Norvegia infatti non fa parte dell’Unione Europea, tuttavia ha aderito all’Efta (Associazione europea di libero scambio), come all’area economica europea (Eea), mantenendo però la propria indipendente autorità per le materie relative all’off shore ed alla pesca.

    L’obiettivo principale da raggiungere in questo modo dovrebbe muovere i negoziatori inglesi ed europei al raggiungimento di un accordo che possa permettere il mantenimento della libera circolazione delle merci come delle persone adottando appunto un modello consolidato come quello che regola le relazioni commerciali tra l’Unione stessa e la Norvegia.

    Mai come in questo caso gli interessi economici coincidono con gli interessi dei cittadini europei quanto britannici che vivono del libero scambio e, di conseguenza, della possibilità delle proprie aziende nelle quali lavorano di esportare in regime di libero mercato i propri prodotto o servizi.

    Di certo per ora gli scenari che la politica e le istituzioni hanno offerto durante queste complesse quanto inattese trattative successive all’esito del referendum dimostrano ancora una volta l’assoluto declino  culturale che coinvolge l’intero continente europeo.

    Anteporre la propria smania di grandezza al conseguimento di un equilibrio successivo al referendum dimostra tanto in Inghilterra quanto in Europa il livello del nostro declino culturale e politico.

  • 432 NO alla Brexit contro 202 SI’

    Quel che si prevedeva è accaduto. La Camera dei Comuni ha respinto l’accordo del governo con l’UE per l’uscita del Regno Unito dall’Europa. Quel che non si prevedeva, invece, è stata la dimensione del NO: 432 pareri contrari contro soltanto 202 a favore. Il che vuol dire che la crisi in seno al parlamento, ed in particolare in seno al partito conservatore, è molto più ampia di quel che si temeva. Una larga fetta di deputati conservatori ha votato contro il proprio governo, dando man forte all’opposizione laburista, che non ha mai dichiarato che Brexit vuole. Il partito di Corbyn vuole innanzitutto le dimissioni della May. Per il resto si vedrà! Il che sta a dimostrare che anche tra i laburisti ci sono opinioni contrarie e divergenti. Alcuni vorrebbero un secondo referendum, nella speranza che stavolta la Brexit sia respinta, ma Corbyn non è dello stesso parere. La volontà dei deputati comunque è stata chiara: No a questa Brexit negoziata dalla May nel corso di 18 mesi. Quale Brexit, allora? Quella senza accordo, con conseguenze incalcolabili per la finanza e per l’economia, tanto del RU che dell’UE? Quella con una presenza del RU nell’Unione doganale (e quindi nel mercato unico) a tempo indeterminato? Sarebbe salvaguardata in questo modo la libera circolazione delle merci alla frontiera dell’Irlanda del Nord con la repubblica irlandese, come vorrebbe il partito nord-irlandese che sostiene la May al governo. Sarebbe la Brexit del cosiddetto Piano B, vale a dire con modifiche all’accordo attuale per chiedere ulteriori rassicurazioni sulla dichiarazione politica facente parte dell’accordo attuale che riguarderebbero il “backstop” con il RU dentro l’Unione doganale. Una Soft Brexit con una proroga della sua entrata in vigore per permettere un negoziato finalizzato a non prevedere la piena permanenza nel mercato unico, ma una forma di accordo di libero scambio simile a quello che l’UE ha negoziato recentemente con il Canada. Le ipotesi sono molte, ma probabilmente non esiste per ora nessuna maggioranza a favore di esse.  E’ indubbio che il ritorno dei dazi doganali e l’entrata in funzione delle dogane impensierisce molti produttori. Essere tagliati fuori dal grande mercato unico fa temere una diminuzione dei traffici commerciali, con conseguenze negative nel settore della produzione e dei trasporti. Quale soluzione scegliere, allora? L’incertezza è sovrana e i rischi del peggio non sono solo minacce verbali. Molti si chiedono, anche a livello internazionale, che cosa farà la May? Rimarrà in carica o darà le dimissioni per favorire un’uscita dalla crisi? Conoscendo il suo carattere e la sua tempra di combattente, i suoi amici affermano che non abbandonerà il governo, tanto più che non esiste al momento attuale una ipotesi alternativa dichiarata. La frammentazione delle forze politiche, unita a quella della Scozia che non vuole la Brexit, non permette al momento di imbarcarsi per un approdo sicuro. Ricostituire l’unità dei conservatori e pretendere una visione unitaria dei Laburisti sembrano ipotesi lontane dalla realtà. Siamo portati a credere, come abbiamo affermato in altre occasioni, che la Brexit, più che un problema per l’Europa, sia soprattutto un problema interno inglese. Un sovranismo mal posto, un populismo un po’ retorico, un nazionalismo fuori tempo sono tutti elementi che non possono essere ricomposti con la necessità dello stare insieme e con una geopolitica razionale. La Brexit è anche un problema di cultura ed è difficile, per il pragmatismo anglosassone, rendersene conto. Occorre tempo. Ma nel frattempo bisogna riuscire a far andar d’accordo le frontiere con la libera circolazione e le relazioni commerciali con la libertà di scambio. Le sfide che nel mondo globale attendono gli europei, inglesi compresi, non aspettano certamente le sottigliezze dei politicanti di professione. Il mondo va avanti e l’Europa, Regno Unito compreso, non può  permettersi di fermarsi davanti al no dei deputati laburisti, unito a quello dei deputati conservatori che rifiutano la leadership del loro Primo ministro. La posta in gioco è troppo alta perché si rinunci a quel senso di responsabilità richiesto dalla gravità della situazione. Anche l’Italia avrebbe una lezione da tirare dalla realtà britannica. Chiacchere a vanvera sull’Europa e sulla sua moneta unica non favoriscono comprensione e solidarietà, due elementi indispensabili per lo stare insieme senza traumi. Così come non portano a soluzioni condivise i sovranismi populisti. Una Brexit mal riuscita avrebbe conseguenze incalcolabili anche per l’Italia.

  • Sempre più complicata la situazione della Brexit

    L’11 gennaio alla Camera dei Comuni inizierà il dibattito sull’accordo con l’UE approvato dal governo May e il voto dovrebbe aver luogo tra il 14 ed il 15 gennaio. Il nuovo anno non sembra aver portato novità significative. Non si sono fatti passi avanti nel tentativo di scongiurare il voto negativo, che riporterebbe la situazione al punto di partenza, vale a dire al rischio più che certo di un’uscita del Regno Unito dall’Unione europea senza accordo. Sarebbe una situazione paradossale. Il governo ha approvato l’accordo con le dimissioni di tre ministri, i conservatori pro Europa vorrebbero un secondo referendum, ma per ora non esiste nessuna iniziativa in proposito. Anche una parte dei laburisti vorrebbero un secondo referendum, ma Corbyn, il loro leader, non fa una mossa in questa direzione; si barcamena ambiguamente nella speranza di giungere alla caduta del governo e di presentarsi come candidato alla sostituzione della May. Un altro aspetto del paradosso è rappresentato dal fatto che il nodo non sciolto nell’accordo raggiunto fino ad ora è la questione del confine con l’Irlanda del Nord, una frontiera aperta con l’UE, come vogliono gli irlandesi che sono al governo con la May, o una frontiera chiusa che imporrebbe la dogana con la repubblica d’Irlanda? La prima soluzione prevede l’appartenenza dell’Irlanda del Nord all’unione doganale con l’Europa e la seconda è rifiutata dai politici che sono al governo con la May. Che fare, dunque? Prorogare la data dell’uscita, il 29 marzo, come pronostica qualcuno, oppure uscire alla data prevista e senza trattato per il dopo? Già, senza trattato! Ma è proprio questa situazione che impaurisce molti inglesi e che fa temere anche per il futuro del Regno Unito. Non a caso, infatti, si sta registrando un boom di passaporti che offrono una seconda nazionalità agli inglesi. La Germania, l’Irlanda, la Spagna e il Portogallo hanno registrato un significativo aumento  delle richieste di passaporto da parte degli inglesi. Nel 2017 in Germania sono state richieste 7.500 naturalizzazioni contro le 622 del 2015, in Irlanda c’è stato il 22% d’aumento, in Spagna il numero delle richieste è triplicato. Sono dati allarmanti che corrispondono alla paura dei cittadini inglesi di non poter più lavorare e viaggiare liberamente dopo la data fissata per l’uscita dall’Europa. Secondo un sondaggio effettuato su un campione di 25mila intervistati, solo il 22% dei cittadini britannici sostiene l’accordo raggiunto con l’UE dalla May: un dato che testimonia il grave stato d’incertezza che ha caratterizzato questi ultimi mesi e che ha scavato una profonda frattura tra il governo e l’opinione pubblica. Lo stesso governo ha organizzato una simulazione del passaggio di camion al porto di Dover, l’approdo più vicino alla Francia, nel caso di una frontiera chiusa con l’Europa e di un controllo doganale. Ogni giorno, dal porto di Dover passano circa 10.000 furgoni. Un rapporto dell’University College di Londra ritiene che il mancato accordo sulla Brexit avrebbe delle conseguenze incredibili. Un aumento minimo dei controlli alla dogana comporterebbe un’enorme peggioramento del traffico. Anche alcuni secondi farebbero una differenza enorme. Secondo il detto rapporto universitario un aumento di 40 secondi a veicolo non avrebbe alcun impatto sul traffico. Se i ritardi arrivassero invece a 70 secondi per ogni veicolo, ci sarebbero delle code di sei giorni in cui sarebbero coinvolti dai 1200 al 2724 camion. Con un ritardo di 80 secondi – spiega il rapporto – non ci sarebbero rimedi: tutto il paese rimarrebbe sconvolto e incastrato nel traffico. Se il no deal, cioè la mancanza di un trattato per dopo l’uscita, fa intravedere soltanto per il traffico doganale ostacoli e complicazioni come quelli previsti dallo studio universitario citato, non si può certamente affermare che la situazione sia tranquilla a Londra. La crisi è palese e minaccia d’aggravarsi con il voto negativo del parlamento del 15 gennaio prossimo. Una Brexit senza trattato d’uscita sarebbe certamente un disastro. E ancora possibile porvi rimedio? L’estensione dell’art. 50, che richiede l’approvazione dei 27 Stati dell’UE, sembra difficile da raggiungere. A meno che la decisione di un secondo referendum, oppure le elezioni anticipate a causa di una crisi del governo May non rappresentino della buone ragioni per rinegoziare il trattato.

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