Gran Bretagna

  • Londra giudica inevitabili controlli doganali per l’Irlanda del Nord dopo la Brexit

    Il governo britannico ha ammesso che sarà necessario effettuare controlli doganali su determinate merci tra l’isola della Gran Bretagna e la regione britannica dell’Irlanda del Nord alla fine del periodo di transizione post-Brexit. “Non ci saranno nuove infrastrutture doganali fisiche e non vediamo la necessità di costruirle”, ha affermato il governo di Boris Johnson pubblicando la sua posizione sul protocollo tra l’Irlanda del Nord e la vicina Repubblica d’Irlanda, negoziato nell’ambito del divorzio con l’Ue. “Tuttavia, espanderemo alcuni punti di accesso esistenti per i prodotti agroalimentari al fine di stabilire controlli aggiuntivi”, ha spiegato.

    Il protocollo irlandese mira a prevenire il ritorno di un confine fisico sull’isola d’Irlanda, dopo l’uscita britannica dall’Ue, che potrebbe minacciare la fragile pace raggiunta dopo tre decenni di sanguinosi conflitti grazie all’accordo del Venerdì Santo del 1998.

    Il ministro Michael Gove ha assicurato ai deputati che qualsiasi controllo sarà “assolutamente minimo”. “Tutto sarà fatto elettronicamente”, ha precisato. A novembre, il premier Johnson aveva garantito agli imprenditori irlandesi, spiegando l’accordo sulla Brexit negoziato con Bruxelles, che non vi sarebbero stati controlli sulle merci tra la Gran Bretagna e la regione britannica. Gove ha anche confermato che l’Irlanda del Nord rimarrà in linea con una serie di norme dell’Ue, anche in materia di salute, almeno fino al 2024.

  • Ritorna l’eugenetica?

    Ci risiamo: Ritorniamo all’eugenetica di memoria nazionalsocialista? Hitler l’aveva imposta e in Germania si praticava correntemente. Sono stati tempi bui per l’intera umanità, non solo per l’Europa diventata tedesca con la conquista hitleriana. Tempi in cui il livello di civilizzazione ha raggiunto i punti più bassi. Ma ciò nonostante, in Europa si parla ora di “grande scrematura”. Se ne parla in Gran Bretagna, che con la Brexit sembrava si fosse liberata dalle pastoie comunitarie dell’Unione europea, per ritrovare interamente la sua sovranità.  Ma se questa viene impiegata per consentire la “grande scrematura” sarà una sovranità da condannare, perché, bene o male, ci riporterà ai tempi bui del nazionalsocialismo hitleriano. E’ vero che l’eugenetica si praticava già in Gran Bretagna ed in America, sia pure in misure non di massa, come in Germania, ma è altrettanto vero che prima di allora mai in Europa si erano accettate forme simili di purificazione della razza. La differenza, tra l’altro, tra l’esperienza europea e quella inglese o americana, consisteva nella diversa ragione della “scrematura”. Fuori Europa i motivi erano pragmatici: ridurre le spese delle cure per i vecchi ammalati, per gli inabili e per i bambini considerati inguaribili. Per i nazionalsocialisti le motivazioni erano ideologiche. Sopprimendo gli ammalati e gli impuri, si contribuiva a migliorare la razza, a purificarla di tutte le scorie, a renderla ariana nella sua essenza. Il che non si capisce che cosa voglia significare realmente. Ma i miti sono duri a morire. Quando anziché la ragione è l’ideologia che ispira le azioni umane, c’è sempre da temere il peggio, c’è sempre il rischio di catastrofi immense. Ma siamo veramente giunti a questo punto ora? No, non ancora, ma potremmo arrivarci. Il tema è stato rilanciato da Boris Johnson e dai suoi consiglieri per la sanità in una recente conferenza stampa. A dire il vero il tema è stato quello della “grande scrematura”, cioè il ricambio delle generazioni, con la sostituzione dei vecchi con i meno vecchi. I costi della vecchiaia sono alti, quasi insopportabili, “e non sarebbe la prima volta – dice Ferrara sul foglio – che civilizzazione e natura si trovano alleate in una selezione demografica spinta”. Il che significherebbe, nella situazione attuale del corona virus, non curare i vecchi e lasciare che la pandemia faccia il suo corso. Ci penserà lei a selezionare quelli che sono in grado di farcela. Gli altri saranno sacrificati sull’altare della convenienza e della selezione naturale. Fa un certo effetto sentir dire queste cose. Cresciuti in un’Europa dalla profonde radici cristiane, oggi platealmente negate dalla cultura imperante, ci sembra inverosimile che questa stessa cultura assecondi la morte anziché la vita. E’ un rovesciamento dei valori e non possiamo non osservare che a mano a mano che i giorni passano notiamo un abbassamento di civiltà dove i valori e i principi cristiani vengono meno. Dove è stata confinata la dignità dell’uomo? I diritti umani di che cosa sono sostanziati, se non dalla consapevolezza che l’uomo ha una dignità irrepetibile, unica, universale. E senza dignità non ci possono essere diritti umani. Ci saranno i dettami delle nuove religioni: l’ambientalismo, la laicità, il politicamente corretto, il pansessualismo, ecc., ma non ci sarà un collante che lega l’uomo alla sua dignità ed al suo diritto all’infinito. La “grande scrematura” rimane una visione pagana, resa tra l’altro ignobile da motivi anche economici, oltre che ideologici. Se la Brexit della Gran Bretagna si macchierà anche di questo delitto, vorrà dire che si merita le astruserie di un premier noto per imboccarle tutte nel verso sbagliato. Uno che non si pettina da anni e che se lo fa è per spettinarsi, quali garanzie di serietà e di credibilità può offrire? Che qualche commentatore straniero critichi l’Italia per la sua decisione di curare tutti i vecchi colpiti dal virus, anziché lasciarli al loro destino, e senza preoccuparsi in primis delle conseguenze economiche, ci fa pensare che il nostro Paese sia ancora abitato da una comunità umana animata da pietas e da solidarietà con la vita. Che è sempre meglio, in ogni caso, della solidarietà con la morte e delle politiche per la purezza della razza ariana.

     

  • Brexit almost done, il divorzio dalla Ue passa ancora per alcune tappe

    L’uscita del Regno Unito dall’Unione europea è ormai certa ma non avverrà in un  colpo solo. La ratifica del divorzio tra Ue e UK non segna la fine del lungo e tortuoso processo attraverso cui la Brexit si tramuterà da scelta a realtà di fatto.

    Tra febbraio e marzo avranno inizio i negoziati commerciali. Londra si è detta pronta ad avviare i negoziati commerciali dal primo febbraio, ma i membri dell’Ue non hanno ancora maturato una posizione univoca circa gli obiettivi dei negoziati. Il premier Boris Johnson dovrebbe esporre le sue ambizioni per un accordo di libero scambio dello stesso tipo firmato dall’Ue con il Canada di recente, senza allineamento

    con le regole dell’Ue. Il mandato dell’Ue dovrebbe essere approvato a livello ministeriale entro il 25 febbraio, consentendo l’inizio dei colloqui intorno al primo marzo. Oltre al commercio, il Regno Unito e i 27 non sono a corto di argomenti sui quali dovranno accordarsi: sicurezza e cooperazione giudiziaria, istruzione, energia. Allo stesso tempo, Londra prevede di avviare negoziati con altri Paesi, guidati dagli Stati Uniti, per raggiungere accordi di libero scambio.

    Fino all’1 luglio il Regno Unito può estendere il periodo di transizione oltre la fine del 2020 per uno o due anni, previa comunicazione all’Ue della sua richiesta, che deve essere inviata appunto prima dell’1 luglio. Johnson insiste che non chiederà una proroga, ma la Commissione europea ritiene che la scadenza per il periodo di transizione sia molto ravvicinata. La presidente Ursula von der Leyen ha avvertito che sarebbe stato impossibile trovare un accordo su “tutti gli aspetti” e che si sarebbero dovute scegliere delle “priorità”.

    Il 31 dicembre, salvo proroghe, si concluderà il periodo di transizione e quindi si concluderanno a tutti gli effetti i 47 anni di adesione del Regno Unito alla Ue.

  • Il portoghese Almeida rappresenterà Bruxelles nel Regno Unito dopo la Brexit

    Il diplomatico portoghese João Vale de Almeida è stato nominato dal responsabile della politica estera dell’UE, Josep Borrell, capo della delegazione dell’UE nel Regno Unito, ruolo che rivestirà dal 1° febbraio, cioè dal giorno successivo all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Con la Brexit, infatti, il Regno Unito sarà un paese terzo e, di conseguenza, l’UE avrà una sua rappresentanza come già accade in altri paesi del mondo.

    In passato, Vale de Almeida è stato ambasciatore dell’UE presso le Nazioni Unite, dal 2015 al 2019, e primo ambasciatore dell’UE negli Stati Uniti, dal 2010 al 2014. È stato anche capo di gabinetto di José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, tra il 2004 e il 2009.

     

  • Brexit: probabile entro il 31 gennaio 2020

    Il 2020 si apre con un evento di sicuro interesse per molti nostri concittadini e di importanza rilevante per il sistema Europa nel suo complesso: la definitiva uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. 

    Il processo ha avuto un’accelerata dopo la vittoria elettorale di Boris Johnson del 12 dicembre scorso che, forte dei consensi ottenuti, ha sottoposto al parlamento britannico la legge di ratifica della Brexit entro il 31 gennaio, approvata a larga maggioranza.

    Un ultimo passaggio parlamentare sarà previsto entro la metà di gennaio per rendere definitivo il processo iniziato con il si referendario del 23 giugno 2016. 

    E’ previsto un periodo di transazione che si dovrà concludere entro il 31 dicembre 2020 con la ratifica di un accordo con la UE che dovrà regolamentare il commercio e i diritti dei cittadini. 

    Il processo ormai irreversibile e prossimo alla sua conclusione avrà non pochi effetti anche per i cittadini e le imprese del nostro Paese: con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea di fatto si avrà a che fare con un Paese terzo con tutto ciò che ne consegue. 

    Gli acquisti e le vendite effettuati da e verso la Gran Bretagna non saranno più intracomunitari ma verranno trattate come importazioni e esportazioni; la circolazione dei cittadini potrebbe richiedere visti d’ingresso analogamente a quanto già avviene oggi con i Paesi extraeuropei. 

    La movimentazione delle merci sarà soggetta a regimi doganali nuovi che potrebbero avere costi differenti dagli attuali, nonché procedure più complesse che ne allungheranno i tempi rallentandone il flusso. 

    Non ci saranno aggravi burocratici e contabili con riferimento alla moneta, essendo già oggi la Gran Bretagna fuori dall’unione monetaria. Certo è che occorrerà vedere la reazione dei mercati monetari per capire gli effetti che l’uscita definitiva dalla UE avranno sul rapporto di cambio con l’euro, oggi attestato a circa 0,85 sterline per 1 euro. 

    Anche da un punto di vista finanziario gli scenari cambieranno. Gli istituti finanziari della Gran Bretagna diventeranno extracomunitari con implicazioni in termini di norme antiriciclaggio e di comunicazione dei dati. 

    Non dimentichiamo, a questo proposito, che Londra è un importante piazza finanziaria e molte società estere lì radicate potrebbero propendere per scegliere nuovi sedi all’interno dell’Unione Europea, un’occasione per noi e per le nostre città che dovranno farsi trovare preparate. 

    Saranno richieste moderne infrastrutture con possibili effetti positivi sugli investimenti e quindi sulla crescita. Sarà necessario un cambio di passo anche culturale sotto tutti i punti di vista, non ultimo la capacità di comunicare in lingua straniera. 

    L’uscita dalla UE comporterà importanti ricadute anche sui gruppi societari più strutturati che oggi possono distribuire dividendi in esenzione della ritenuta alla fonte applicando la direttiva “madre-figlia”: anche questo sarà un tema da tenere in debita considerazione e che, accumunato ad altri, potrebbe far propendere per spostare le sedi delle imprese dalla Gran Bretagna. 

    Alcune accortezze, ancorché banali, saranno richieste dal lato burocratico. Penso, ad esempio, agli statuti societari che spesso nelle norme assembleari richiamano la possibilità che queste siano convocate in Italia o nei Paesi dell’Unione Europea. Se si vorrà prevedere la possibilità di indirle anche in Gran Bretagna occorrerà esplicitarlo. 

    Tutto questo non cancella gli appeals del sistema anglosassone che resta molto smart ed efficiente e che, infatti, fino ad oggi, ha attratto molti investitori stranieri. I soggetti già oggi lì radicati difficilmente si lasceranno tentare da altre sedi europee in mancanza di un concreto cambio di passo in termini di sburocratizzazione, di tax rate e di politica economica e monetaria. 

    Certo è che, comunque lo si voglia analizzare, l’uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna resta un segnale estremamente importante per le Istituzioni europee che dovranno prendere atto del malcontento che serpeggia tra i cittadini e che saranno chiamate a mettere in campo azioni correttive per riavvicinarsi alle aspettative della popolazione.

  • Clinton calls UK decision to bury Russian election-meddling report “shameful”

    Former U.S. Secretary of State Hillary Clinton called the decision of the Conservative government to bury a parliamentary report on Russian meddling in UK politics “shameful.”

    The report by the parliament’s Intelligence and Security Committee (ISC) on Russian interference in UK democracy has been cleared by the security services. According to the BBC, it includes allegations of espionage, subversion, and election-meddling. It was sent to the British prime minister Boris Johnson on October 17.

    However, prime minister Johnson did not approve its publication and, therefore, it will not be seen before the December 12 vote. That means the publication of the report could be delayed for months or it may never see the light of day. Members of the parliament’s intelligence committee have been highly critical of Johnson’s failure to release the report.

    “I find it inexplicable that your government will not release a government report about Russian influence. Inexplicable and shameful,” Clinton told the BBC.

    “Every person who votes in this country deserves to see that report before your election happens,” Clinton added, going on to compare the US and the UK experiences. Clinton said that the US public should have known Russia’s engagement with the Trump campaign before the election.

    “There is no doubt – we know it in our country, we have seen it in Europe, we have seen it here – that Russia, in particular, is determined to try to shape the politics of Western democracies,” Clinton said.

    The British government claims that the publication of the report is a matter of normal procedure. Chief Secretary to the Treasury Rishi Sunak told the BBC that the report had to be “properly processed” before being made public. The same view was echoed by Chancellor Sajid Javid, who called the timescale of the publication “perfectly normal.”

    That is claim has been rejected by the Chair of the Committee responsible for the report, the Conservative former attorney general Dominic Grieve.

    Britain and the US have accused Russia of meddling in their electoral process. Moscow repeatedly denied any meddling, blaming all allegations to anti-Russian hysteria.

    The British parliament’s report was completed in March 2019 and includes testimonies and evidence from Britain’s main intelligence agencies, MI5, GCHQ and MI6. The CIA has produced similar reports.

    The Labour Party says that the report is not being published to avert any revelations of links between the former campaign manager of the Leave campaign and Johnson’s senior adviser, Dominic Cummings, to Russia.

  • Con Boris Johnson la Brexit diventa un rebus

    L’ipotesi più probabile è che l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea avvenga il 31 ottobre senza nessun accordo per il dopo (no deal). Boris Johnson, il primo ministro, punta a questa soluzione, pur di mettere la parola fine alla Brexit, che da tre anni infierisce sulla politica britannica, contando le dimissioni di due primi ministri e di numerosi ministri, senza, per ora, cavare un ragno dal buco. L’accordo raggiunto infatti da Theresa May con l’UE è stato respinto tre volte dal parlamento e l’attuale governo insiste per modificarlo entro la fine d’ottobre, non si sa bene se è perché ci crede o se ne fa finta, tanto per prender tempo. Il pomo della discordia è rappresentato dal confine dell’Irlanda del Nord con la Repubblica d’Irlanda. Nell’accordo con la May, l’UE garantirebbe un confine aperto, senza dogane, in attesa di trovare una soluzione definitiva comune con il R.U. dopo la sua uscita dall’Europa. Ma è proprio su questo tema che si sono scatenati i fautori della Brexit. Nessun legame, sia pure provvisorio, con l’Unione doganale europea. L’uscita deve essere netta, senza addentellati, sia pure provvisori, con le strutture dell’UE. L’atteggiamento di rifiuto del Primo ministro Johnson e la sua richiesta di un nuovo accordo sembrano provocatori. Come è possibile in due o tre settimane raggiungere un risultato che non è stato possibile raggiungere in tre anni di negoziati? Non a caso l’opposizione chiede una nuova proroga fino al gennaio dell’anno prossimo. Ma Johnson è irremovibile. Non solo ne ha fatto un’altra delle sue, chiudendo il Parlamento per cinque settimane, in modo da impedire dibattiti che potrebbero, forse, modificare la situazione; non solo ha perso la maggioranza, per un voto, sulla quale si reggeva il suo governo; non solo ha dovuto subire una legge che vieta un’uscita “no deal” dell’UE¸ non solo ha subito le dimissioni del ministro del Lavoro, Amber Rudd, una Tory moderata, che non condivideva le sue posizioni radicali, ma ha rimpiazzato seduta stante la dimissionaria e minaccia inutilmente elezioni anticipate da effettuarsi in ottobre, prima dell’uscita preventivata. Diciamo inutilmente perché i due terzi dei voti necessari per giungere alle elezioni Johnson se li sogna. Non esiste questa maggioranza in Parlamento e la minaccia fa parte di un inutile ricatto teso a confermare che in caso di elezioni lui ne uscirebbe vittorioso. È di ieri, infatti, il risultato di un sondaggio promosso dall’istituto YouGov che dà ai Conservatori il 35%  dei voti, con 14 punti di scarto sul Labour di Corbyn, indicato in calo al 21%, con i LibDem al 19% e il Brexit Party di Farage al 12%. Nessuna elezione in vista, quindi, e corsa verso l’uscita senza accordo. Il “no deal”, tanto temuto dal mondo economico e finanziario, potrebbe diventare realtà e rappresentare la scelta definitiva di Johnson per realizzare la Brexit. Le conseguenze di un’uscita senza accordo coinvolgerebbero anche i Paesi dell’UE con i quali il Regno Unito ha intensi rapporti commerciali, ma è indubbio che le conseguenze peggiori le subirebbe la Gran Bretagna, nonostante le offerte del presidente americano Trump per accordi commerciali privilegiati tra Usa e RU. La situazione è ingarbugliata, non c’è dubbio, e la politica del Primo ministro Johnson non tende a sbrogliarla, anzi! I britannici devono ringraziare i 92 mila iscritti al partito conservatore, responsabili della sua nomina in sostituzione di Theresa May, 92 mila contro 66 milioni di britannici. 92 mila che rappresentano il popolo sovrano. E’ certo comunque che questo tipo di sovranità lascia molto a desiderare e le conseguenze della sua scelta sono subite da una stragrande maggioranza di cittadini. E’ una sovranità che, mutatis mutandi, assomiglia un po’ a quella recentemente espressasi in Italia, con 79 mila cittadini “grillini” che hanno dato il via libera, tramite un voto elettronico, al governo Pd/M5s (79mila contro 60 milioni di cittadini italiani). Le rassomiglianze non finiscono qui. L’Italia ha scelto come prima forza politica un movimento fondato da un teatrante comico. Il Regno Unito ha scelto come Primo ministro un personaggio considerato da molti un guitto, un clown, capace di decisioni spassose e bizzarre. Dipenderà anche da questo se la situazione politica nei due Paesi si trova in uno stato confusionale?

  • A lezione di touristic incoming inglese

    Lezione n.1) Quanti di noi hanno sentito parlare della spada nella roccia estratta dal leggendario condottiero britannico Re Artù? Tutti, o quasi. Ma quanti di noi, invece, sono a conoscenza o hanno sentito mai parlare di antiche e vere spade conficcate nella roccia in Sardegna (a Orune) o in Toscana (a Chiusdino)? O che il mito di Re Artù, molto probabilmente, derivi dalle gesta di un coraggioso generale Romano di istanza in Britannia? Nessuno, o quasi.

    Risultato: i turisti che ogni anno si recano in Cornovaglia a visitare il Castello di Tintagel, casa natale del (mai esistito) Re Artù sono decine di migliaia. Quelli che si recano ad Orune e a Chiusino, poche migliaia.

    Lezione n. 2) Quanti di noi hanno ammirato il coraggio del leggendario brigante della foresta di Sherwood, Robin Hood? Tutti, o quasi. Ma quanti di noi, invece, conoscono le imprese dei veramente esistiti ribelli (cinesi, arabi, greci, romani, calabresi, etc.) che si sono distinti nella storia per essere stati forti uomini d’arme e, al tempo stesso, capaci di accorrere dove l’ingiustizia opprimeva i più inermi?  Troppo pochi.

    Risultato: i turisti che ogni anno si recano nel Nottinghamshire a visitare il covo segreto nella Foresta di Sherwood del (mai esistito) Robin Hood sono decine di migliaia. Quelli che si recano, ad esempio in Aspromonte consapevoli di visitare i luoghi dove visse il “Cacciadiavoli” (all’anagrafe Nino Martino – un brigante calabrese noto per aver vendicato molti torti subiti dalla gente povera) sono poche decine. 

    Lezione n. 3) Quanti di noi hanno amato le straordinarie congetture e le paraboliche analisi investigative del mitico (e personaggio letterario) Sherlock Holmes? Tutti o quasi. Ma quanti di noi, invece, conoscono le imprese dei tanti veri grandi investigatori (cinesi, arabi, greci, romani, italiani, etc.) che si sono distinti nella storia per il loro ammirevole coraggio dimostrato nella lotta contro il crimine per difendere le proprie comunità? Sempre troppo pochi.

    Risultato: i turisti che ogni anno si recano a Londra, in via Baker al numero 239 per visitare la casa del (mai esistito) detective con la pipa? Decine di migliaia. Quelli che si recano, ad esempio, nel piccolo paesino Campano di Padula a visitare la casa natale di Giuseppe Petrosino, detto Joe (un poliziotto italiano pioniere nella lotta contro il crimine organizzato negli Stati Uniti)? Anche in questo caso sono poche decine.

    Lezione n. 4) Quanti di noi… invece, sanno che Shakespeare era, con molte probabilità (e documenti storici), il messinese, naturalizzato inglese, Michelangelo Florio? Eclettico studioso e letterato (figlio del medico palermitano Giovanni Florio e della nobildonna Guglielmina Crollalanza) che scelse come pseudonimo il nome della madre… diventando così il grande William (Guglielmo) Shakespeare (Scrolla-Lancia)… Ma di questa impareggiabile Lezione di Touristic Incoming inglese (o, se preferite, di Touristic Outcoming italiano) parleremo in seguito.

    “L’Angleterre est une nation de boutiquiers (bottegai, n.d.r.)” disse un tempo Napoleone Bonaparte e noi, qui, su questa definizione, aggiungiamo, Chapeau!

  • A Milano l’amore e il desiderio dei preraffaelliti

    1848. L’Europa è in fermento, ovunque gruppi di rivoluzionari chiedono cambiamenti politici e uguaglianza sociale. La rivoluzione industriale sta delineando le conseguenze del progresso: centinaia di persone si trasferiscono in città per lavorare nelle fabbriche e le periferie urbane, dove i nuovi arrivati cercano una dimora (o qualcosa che le assomigli), crescono a dismisura. E con esse i problemi igienici e di adattamento. Londra diventa il simbolo di questo cambiamento epocale, giovani, anziani, donne e soprattutto bambini, spesso senza famiglia, sfruttati nelle fabbriche le cui ciminiere che sbuffano fumo prendono il posto delle guglie di Westminster e della cupola di St Paul’s Cathedral. Karl Marx getta le basi del suo pensiero ideologico, Charles Dickens racconta storie di ragazzini orfani (che poi incontrano un benefattore che regala loro una vista nuova e serena) vittime della furbizia di chi cerca di sopravvivere con ogni espediente alle brutture del sottobosco umano creato da questo cambiamento epocale. E la Regina Vittoria, che darà il nome ad un intero periodo storico, è a capo di quello che sarà il più grande impero dell’epoca moderna. In questo contesto così vivo, e a tratti vivido, un gruppo di giovani anti capitalisti, anti rivoluzione economica e politica creano una ‘confraternita’ per produrre una straordinaria rivoluzione artistica: liberare la pittura britannica dalle convenzioni e dalla dipendenza dai vecchi maestri. Nasce il movimento “preraffaellita” in cui questi giovani visionari sperimentano nuove convinzioni, nuovi stili di vita e di relazioni personali, radicali quanto la loro arte. Al loro genio e alla loro creatività Milano dedica la mostra, bellissima, dal 19 giugno al 6 ottobre a Palazzo Reale, “Preraffaelliti. Amore e desiderio”, promossa e prodotta dal Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e 24 ORE Cultura-Gruppo 24 ORE, organizzata in collaborazione con Tate e curata da Carol Jacobi, Curator British Art del museo londinese. Per la prima volta i capolavori dei preraffaelliti saranno a Milano. Ingiustamente sottovalutati, rispetto ad altri movimenti pittorici, i preraffaelliti sono fortemente legati all’Italia, alla sua bellezza paesaggistica e alla sua arte, quella che precede Raffaello, o meglio i suoi epigoni, considerato il gran maestro al quale pittori e storici dell’arte, soprattutto in Gran Bretagna, si sono ispirati per darsi delle regole, a volte fin troppo leziose. Il fondatore del gruppo, Dante Gabriel Rossetti, figlio di un rivoluzionario carbonaro di origine abruzzese rifugiatosi a Londra, pospone, per onorarlo, il suo nome di battesimo a quello del grande Poeta italiano e con i suoi compagni volge lo sguardo proprio a Dante, Petrarca, all’arte di Giotto, alle pale medievali, alla bellezza della poesia e alla natura che sa commuovere l’anima, per ricreare uno stile unico, nuovo e assai moderno per l’epoca (forse, a tratti, addirittura antesignano dell’impressionismo).

    Nella mostra milanese gli spettatori potranno gustare tutti quegli elementi che le 80 opere esposte, tra le quali alcuni dipinti iconici che difficilmente escono dal Regno Unito per essere prestati, come l’Ofelia di John Everett Millais, Amore d’aprile di Arthur Hughes, la Lady of Shalott di John William Waterhouse, sanno raccontare: dall’amore e dal desiderio alla fedeltà alla natura e alla sua fedele riproduzione; e poi le storie medievali, la poesia, il mito, la bellezza in tutte le sue forme.

    Le opere sono presentate per articolate sezioni tematiche, al fine di esplorare gli obiettivi e gli ideali di quel movimento, gli stili dei vari artisti, l’importanza dell’elemento grafico e lo spirito di collaborazione che, nell’ambito delle arti applicate, fu un elemento fondamentale del preraffaellitismo. A testimoniare il tema della poetica degli artisti preraffaelliti, e cioè l’arte e in generale la cultura italiana pre-rinascimentale e quell’idea di “modernità medievale” che tanto caratterizza la loro produzione saranno presenti i dipinti “iconici” su temi che vanno da Dante Alighieri e il suo poema (Paolo e Francesca e Il sogno di Dante al tempo della morte di Beatrice di Dante Gabriel Rossetti) fino al paesaggio italiano tout court (Veduta di Firenze da Bellosguardo di John Brett).

    Una mostra da non perdere perché, come ha sottolineato l’assessore alla Cultura del Comune di Milano, Filippo Del Corno, “i Preraffaelliti si collocano in quel solco della grande cultura ospitata a Milano”. E di bellezza questa volta ce n’è davvero tanta!

  • Scarseggiano i leader e la politica è in declino

    Era Macron che si lamentava recentemente della scarsezza di leader in Europa, tanto da creare difficoltà a scegliere candidati per le nomine alle istituzioni europee. Quelli di cui si parla non sarebbero all’altezza e non avrebbero quella caratura d’esperienza e di preparazione che sarebbero necessarie per gestire la politica europea in un mondo globalizzato ed in continuo movimento. Forse la preoccupazione di Macron è eccessiva, forse si manifesta solo perché i candidati di cui si conosce il nome, come quello di Manfred Weber, non sono uomini a lui vicino. Il fatto è che si semina sfiducia nei confronti dei leader che sono su piazza e che potrebbero assolvere degnamente le funzioni richieste per la guida delle istituzioni europee dopo le elezioni del 26 maggio. Se l’Unione europea si trova in questa situazione – secondo Macron – altrettanto si potrebbe dire del Regno Unito, che da tre anni a questa parte ci offre un quadro non certamente idilliaco delle sue leadership: David Cameron nel 2016 con il referendum, perso, sulla Brexit, Theresa May, che lo ha sostituito, senza riuscire a portare a termine l’uscita del Regno Unito dalla Unione europea, Jeremy Corbyn, il capo dei Laburisti e dell’opposizione, che con le sue ambiguità non ha minimamente contribuito a risolvere la stasi della politica britannica e la confusione del Parlamento, incapace fino ad ora di darsi una maggioranza in grado di risolvere la Brexit. Crisi della democrazia britannica – si è detto. Può darsi, ma la democrazia è retta dagli uomini ed il suo cattivo funzionamento dipende dalla incapacità dei politici di governarla. Non è un buon segno, e i mali britannici non possono scagionare o legittimare quelli europei. In questo caso, mal comune non è mezzo gaudio, ma tristezza e afflizione unica, tanto più che – come nel caso del Regno Unito – i rimedi, vale a dire i probabili successori, si presentano enormemente peggiori dei mali che abbiamo conosciuto. Possibile sostituto della May alla presidenza del partito conservatore, e quindi capo del governo, potrebbe essere Boris Jonhson, già sindaco di Londra e ministro degli  Affari Esteri, molto discusso per i suoi atteggiamenti da bohemien e per le sue uscite poco ortodosse. Basterebbe la sua capigliatura a porre degli interrogativi, o la sua ultima uscita sulla Brexit, da fare subito, anche senza accordo e senza pagare i contributi dovuti al bilancio dell’UE. Come prossimo Primo ministro che non rispetta i patti non lo si può certo paragonare ad un leader responsabile ed accorto. Più che una politica in declino, la sua sarebbe certamente una politica sbagliata. Non parliamo poi di Corbyn, che, come suo padre, è sempre stato dalla parte sbagliata della storia. Le sue ambiguità sulla Brexit non sono niente rispetto alle sue scelte e alla sue preferenze politiche. E’ un comunista. E’ stato staliniano e si è circondato di nostalgici dell’Unione sovietica. Nelle elezioni del 2017 il partito comunista britannico non ha presentato nessun candidato, dichiarando che Corbyn era il loro uomo. Il 6 giugno, anniversario del “D day” e dello sbarco degli alleati anglo-americani in Normandia è considerato da Corbyn e dai suoi stretti collaboratori nostalgici, come è stato annunciato da un tweet della scorsa settimana del ministero degli Esteri russo: “Lo sbarco degli Alleati in Normandia non ha cambiato il corso della Seconda guerra mondiale. L’esito è stato determinato dalla vittoria dell’Armata rossa”. Accettare questa linea significa non riconoscere il destino diverso delle due Germanie e pensare che quella dell’Est, sotto il controllo militare sovietico, che ha subito per oltre mezzo secolo la dittatura e la repressione con l’egemonia della polizia politica, sia stata la migliore. Non a caso Corbyn le sue vacanze le trascorreva nella parte più illiberale della Germania, sotto il controllo apparentemente benigno dell’onnipresente polizia segreta, la Stasi. Che Corbyn credesse al comunismo sovietico, che migliaia di cittadini britannici considerassero l’URSS il paradiso dei lavoratori, non ci meraviglia più di tanto, dopo la lettura de “La trahison des clercs” di Julien Benda. Ma ciò che meraviglia, ciò che impressiona in modo macabro, è che uno di questi clerici, fanatico ed attempato stalinista, fervente antisemita ancora oggi, abbia delle possibilità di diventare il prossimo leader della Gran Bretagna, dentro o fuori l’UE, come si vedrà. Altro che declino della politica. Sarebbe il suo totale fallimento. Ciò nonostante, non crediamo che l’Europa si trovi di fronte a questa lugubre sorte.

    PS – I dati su Corbyn li abbiamo ricavati da un articolo del “Sunday Times” del 6 giugno, ripreso da “Il Foglio” del 17 giugno.

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