Grecia

  • Mare nostrum

    L’uomo troppo compiacente che accorda tutto
    per tutto avere, é ruinato dalla propria facilità.

    Confucio

    La ben nota denominazione Mare Nostrum è stata coniata ed usata già dagli antichi romani per indicare il mare Mediterraneo. Un mare sul quale si affacciano molti paesi e si incrociano molti interessi, soprattutto economici. E quando si tratta di interessi economici e di contenziosi tra paesi sono sempre presenti anche degli attriti di vario genere. Quanto sta accadendo in questi ultimi mesi ne è un’eloquente testimonianza.

    A fine luglio scorso sono ricominciati di nuovo gli attriti tra la Grecia e la Turchia dovuti a delle reciproche rivendicazioni su determinate aree marine intorno a delle isole sul Mediterraneo. Aree che sia la Grecia che la Turchia pretendono di essere parte integrante delle proprie zone economiche esclusive. Dopo che la Turchia ha avviato l’esplorazione in mare per delle risorse di gas naturale è stata immediata la reazione ufficiale da parte della Grecia. Da sottolineare che il diritto della sovranità in questi casi viene definito dalla Convenzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite del 1982 sulla legge dei mari (UNCLOS), nota anche come la Convenzione di Montego Bay. Convenzione che ancora non è stata riconosciuta dalla Turchia però. Sono state tante e dure le dichiarazioni delle massime autorità dei due paesi. Ma vista l’evoluzione della situazione non sono mancate neanche le dichiarazioni delle massime autorità delle cancellerie europee e quella statunitense. E finalmente sembra che ci sia un svolta positiva. Il presidente turco, dopo aver fatto il “duro” fino a pochi giorni fa, la sera di sabato scorso ha fatto un passo indietro. Lui ha dichiarato che la Turchia cercherà di risolvere il contenzioso con la Grecia “con saggezza e in maniera civile”. Finalmente lui ha rinunciato alle maniere dure e all’uso della forza, come dichiarava convinto dal luglio scorso e fino a pochi giorni fa. Dando così, secondo il presidente turco “…più spazio alla diplomazia, per risolvere i problemi con il dialogo, con il quale tutti ne escono vincitori”.

    Il 5 agosto scorso la Turchia, però, ha firmato con la Libia un accordo per delimitare le proprie zone economiche esclusive. Accordo che urta ed è incompatibile con quanto prevede l’accordo, tuttora in vigore, tra la Grecia e la Turchia. Ma anche la Grecia, nel frattempo, il 6 agosto scorso, ha firmato un simile accordo con l’Egitto, che delinea le rispettive zone economiche esclusive. Secondo fonti diplomatiche, quest’ultimo accordo mira a contenere proprio le ambizioni della Turchia in quelle aree del Mediterraneo. Un altro accordo che riguarda le zone economiche esclusive tra i paesi del Mediterraneo è stato firmato tra l’Italia e la Grecia il 9 giugno scorso. Un accordo che è stato considerato come “storico” in Grecia, forse anche perché si stavano già preparando ad affrontare quanto è poi successo soltanto circa un mese dopo con la Turchia. Come parte integrante del sopracitato accordo tra la Grecia e l’Italia c’è anche una clausola secondo la quale si prevede la possibilità di continuare la linea del confine marino sia verso il nord che verso il sud “con altri Stati vicini”. E, tutto sommato, si tratterebbe dell’Albania a nord e della Libia e Malta a sud.

    Durante queste ultime settimane si sono riattivate anche le rivendicazioni della Grecia sulla delimitazione del confine marino con l’Albania. Un contenzioso che continua da una decina d’anni e che, guarda caso, è stato riaperto proprio adesso, in questo periodo carico di attriti e di accordi per le zone economiche esclusive e la delimitazione dei confini marini tra diversi paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

    Il 26 agosto scorso il primo ministro greco ha dichiarato, durante una seduta del Parlamento, che il suo governo presenterà un disegno di legge che poi, approvato dal parlamento, permetterebbe l’allargamento del confine marino occidentale della Grecia nel mare Ionio da 6 a 12 miglia marine. Il che significherebbe la riduzione, in egual misura, del confine marino dell’Albania, dove sono state immediate e forti le reazioni. Anche perché si tratta di un argomento che ha generato non pochi attriti tra le forze politiche in Albania, soprattutto in quest’ultimo decennio.

    Il confine marino tra la Grecia e l’Albania è stato definito dalle grandi potenze con il Protocollo di Firenze del 27 gennaio 1925. Poi, in seguito, il 30 luglio 1926 a Parigi, la Conferenza degli Ambasciatori delle grandi potenze ha sancito definitivamente tutti i confini tra l’Albania e la Grecia. Quella presa dalla Conferenza degli Ambasciatori, era ed è tuttora una decisione obbligatoria per i due paesi. Anche perché adesso, sia la Grecia che l’Albania sono paesi che hanno ufficialmente riconosciuto la sopracitata Convenzione di Montego Bay del 1982 sui mari. Da sottolineare che tra la Grecia e l’Albania il 27 aprile 2009 è stato firmato un Accordo per la “Delimitazione delle loro rispettive zone della piattaforma continentale sottomarina e delle altre zone marine, che a loro appartengono in base al diritto internazionale”. Accordo quello che è stato fortemente contrastato allora dall’opposizione capeggiata dall’attuale primo ministro albanese. La questione finì poi alla Corte Costituzionale, la quale, il 15 aprile 2010, decretò l’anticostituzionalità dell’Accordo e proclamò la sua nullità. Chi scrive queste righe, durante l’autunno del 2018, ha trattato l’argomento in diversi articoli, tra i quagli anche Perfidie e mercanteggiamenti balcanici; 22 ottobre 2018 e Accordi peccaminosi; 29 ottobre 2018.

    Tornando agli ultimi sviluppi, e in seguito alle dichiarazioni del primo ministro della Grecia il 26 agosto scorso in Parlamento, ha reagito anche il primo ministro albanese. Quest’ultimo ha considerato come “molto corretta” la dichiarazione del suo omologo. Mentre le forti reazioni in Albania il primo ministro albanese le considerava come mosse “dall’ignoranza” e usate “come argomento di tradimento del nostro governo”. Perché, secondo lui, la Grecia sta “esercitando un diritto” che deriva dalla Convenzione di Montego Bay del 1982. Negando “stranamente” però, anche il diritto della parte lesa, e cioè l’Albania, di opporsi. Il che non è per niente vero, Convenzione di Montego Bay alla mano. Come al solito, una sua “interpretazione creativa” quella del primo ministro albanese. Poi in seguito lui stesso ha fatto dietro front e ha parlato di negoziati tra le parti e anche, addirittura, di portare il caso presso un tribunale internazionale. Impensabile fino a pochi giorni fa! Chissà perché?! E chissà se è per puro caso che ciò accade proprio dopo una “cena tra amici” con il presidente turco, alcuni giorni fa. Ma nel frattempo anche quest’ultimo ha cambiato l’atteggiamento nei confronti del contenzioso con la Grecia!

    Chi scrive queste righe avrebbe molti altri argomenti da analizzare, in modo che il nostro lettore possa comprendere meglio quanto sta accadendo in queste settimane tra diversi paesi del Mare Nostrum, soprattutto tra la Grecia e l’Albania. Ricorda però che durante un forum internazionale ad Atene, il 16 settembre scorso, la ministra firmataria del sopracitato Accordo del 27 aprile 2009 tra la Grecia e l’Albania, che è anche la sorella dell’attuale primo ministro greco, ha accusato direttamente il primo ministro albanese, anche lui presente, di essere stato “convinto” nel 2009 proprio da Erdogan, a portare il caso alla Corte Costituzionale, per poi annullarlo. Chi scrive queste righe pensa che, come scriveva Confucio, l’uomo troppo compiacente, che accorda tutto per tutto avere, è ruinato dalla propria facilità. Primo ministro albanese compreso.

  • Berlino accoglierà 1500 migranti dai campi in fiamme della Grecia

    La Germania accoglierà 1.553 migranti da cinque isole greche dopo gli incendi che hanno devastato il campo di accoglienza di Moria, sull’isola di Lesbo, lasciando migliaia senza riparo e nella disperazione più totale. Si tratta di 408 famiglie con bambini che hanno già ottenuto lo status di rifugiato in Grecia, ma che potrebbero anche non provenire dal campo di Moria. A questi si aggiungono 150 minori non accompagnati provenienti invece tutti da Moria e la cui accoglienza era stata annunciata la scorsa settimana dal governo tedesco in una misura condivisa con altri 10 Paesi europei.

    L’annuncio ufficiale di Berlino è arrivato dal vicecancelliere Olaf Scholz dopo la decisione presa dalla cancelliera Angela Merkel in accordo con il ministro dell’Interno Horst Seehofer. “Garantiamo che 1.553 familiari già riconosciuti come rifugiati dalle autorità greche lasceranno le isole” del Mar Egeo per la Germania, ha confermato Scholz. La Francia ha accettato di accogliere 150 minori dal campo di Moria mentre altri Paesi dell’Ue ne prenderanno 100.

    Nel frattempo, il ministro greco della Protezione Civile, Michalis Chrysohoidis, ha annunciato l’arresto di sei migranti sospettati di aver appiccato le fiamme a Lesbo: “Cinque giovani stranieri sono stati arrestati. Si cerca un sesto che è stato identificato”. Gli arresti, ha spiegato poi, “screditano l’ipotesi che ad appiccare il fuoco al campo sia stato un gruppo di estremisti”.

    Circa 800 degli oltre 12mila migranti e rifugiati fuggiti dall’inferno di Moria la scorsa settimana sono stati trasferiti in un nuovo campo, situato a tre chilometri dal porto di Mitilene, capoluogo di Lesbo. Ma la stragrande maggioranza dorme ancora in strada o sui marciapiedi mentre diverse organizzazioni umanitarie cercano di assisterli: l’Unhcr ha già fornito 600 tende familiari, bagni chimici e postazioni per lavare le mani. Le autorità greche affermano che 21 persone nel nuovo campo sono risultate positive al coronavirus e sono state poste in isolamento nel sito temporaneo di Kara Tepe, vicino al campo devastato dal rogo.

    Intanto, il ministro per la Protezione Civile ha annunciato che l’isola di Lesbo sarà svuotata dai rifugiati entro la Pasqua del prossimo anno. “Se ne andranno tutti”, ha assicurato Chrysochoidis. “Dei circa 12.000 rifugiati prevedo che 6.000 verranno trasferiti sulla terraferma entro Natale e il resto entro Pasqua. La gente di quest’isola ne ha passate tante. Sono stati molto pazienti”, ha aggiunto. Moria “era il campo della vergogna”, ha ammesso il ministro. “Adesso appartiene alla storia. Sarà ripulito e sostituito dagli uliveti”.

     

  • Coronavirus: per la Germania necessaria l’unione economica, per la Grecia no a supervisioni da parte dell’UE

    Il presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble, in un articolo pubblicato sul quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), ha invitato gli Stati membri dell’UE a trovare il “coraggio” di trasformare la zona euro in ‘unione economica’, per rispondere ai bisogni della crisi senza precedenti che si è venuta a creare per gli effetti del Coronavirus. Il presidente del parlamento tedesco ha sostenuto che se l’UE avesse istituito un fondo monetario “prevalente” durante la crisi greca del 2010 oggi sicuramente si sarebbe stati tutti un passo avanti. L’UE infatti ha competenza sulla politica monetaria ma la politica economica è invece una responsabilità nazionale.

    E mentre Schäuble si appella ad un rafforzamento dell’unione economica c’è chi, come il primo ministro greco Mitsotakis, rifiuta il monitoraggio dell’UE nelle operazioni economiche di aiuto per il coronavirus. In un’intervista rilasciata al Financial Times affermato che dopo la crisi “i greci sono maturati molto” e che il paese vuole fare le sue riforme. Non sosterrà perciò il ritorno della supervisione rigorosa e impopolare imposta al suo paese dalla “troika” di funzionari dell’UE, della Banca centrale europea (BCE) e del Fondo monetario internazionale (FMI) come avvenne durante la crisi del debito nazionale. La Grecia farà le sue riforme, una revisione semestrale della performance economica condotta dalla Commissione europea è stata sufficiente e non sono ste necessarie ulteriori rigide condizioni.

  • Per il Primo Ministro greco è l’UE che deve decidere sui protocolli sanitari per far ripartire il turismo

    Il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis in una intervista rilasciata alla CNN ha dichiarato che deve essere l’UE a decidere sui protocolli sanitari per consentire al settore turistico di ricominciare presto, poiché i paesi del sud Europa stanno lottando per salvare le loro economie dalle conseguenze della crisi causata dal Coronavirus. Mitsotakis ipotizza come data di ripartenza della stagione e del possibile arrivo possibile di turisti in Grecia il 1 ° luglio e nel paese si stanno perciò già rimboccando le maniche perché ciò avvenga. Ovviamente, come suggerisce, è necessario che le compagnie aeree facciano la loro parte sottoponendo i passeggeri a controlli mirati – tampone o altro sistema che possa rilevare la presenza del virus– sia alla partenza del volo che all’arrivo. Protocolli sanitari severi certo ma sicuramente applicabili e da concordare a livello europeo.

    E il premier invita a recarsi in Grecia dove, malgrado il distanziamento sociale e i bar probabilmente chiusi, le bellezze offrono sempre un valido motivo per una vacanza. Naturalmente se la pandemia si sarà affievolita.

    Il paese sta sviluppando un piano in tre punti per riaprirsi al turismo, poiché il settore rappresenta quasi il 20% del PIL della Grecia. Il Primo Ministro ha affermato che sebbene il paese si affidi al turismo solo in parte la crisi potrebbe però deteriorarsi se il Paese non si aprirà affatto agli stranieri.

  • Ciao Salsiccia!

    Nel 2014, dopo anni spesi a lottare contro ogni violenza, ha lasciato tranquillamente il nostro mondo Loukanikos (Λουκάνικος) che in greco significa “salsiccia”. Questo era il soprannome che gli avevano dato le persone per le strade di Atene.

    Facciamo un passo indietro. Siamo nel maggio 2010. A causa di un debito pubblico divenuto insostenibile, i paesi dell’Eurozona e il Fondo Monetario Internazionale approvano un prestito alla Grecia da 110 miliardi di euro, subordinato, però, alla realizzazione di severe misure di austerità. È il caos sociale. Le enormi perdite di posti di lavoro e gli ingenti tagli alla previdenza sociale trasformano la rabbia e l’indignazione pubblica in proteste di piazza, spesso anche cruente. E Louk (altro suo soprannome) era sempre lì, seppur non appartenendo a nessun partito politico o fazione di lotta, nessuno lo avesse convocato. Ai cortei ci arrivava da solo mettendosi in prima linea, sempre dalla parte dei più indifesi. Questo era il suo principio di lotta.

    Nel settembre 2011 l’episodio che lo rese un amatissimo eroe popolare a tal punto che la rivista Time lo indicò come una delle personalità più importanti di quell’anno. Durante l’ennesima manifestazione, diversi poliziotti in borghese iniziarono a caricare violentemente altri poliziotti in divisa perché questi ultimi, stavano protestando contro la forte riduzione dello stipendio. Dopo qualche momento di esitazione, fra lo stupore dei presenti, Louk si gettò nella mischia per prendere le difese dei poliziotti in divisa contro i quali, solo pochi giorni prima, aveva ugualmente protestato per come stavano trattando alcuni studenti in corteo. Louk era fatto così. Soffriva nel vedere tanto dolore e non riusciva a sopportare la violenza di esseri umani contro altri esseri umani, indipendentemente dalle loro ragioni.

    Molte notti, benché avesse un posto fisso dove dormire, lo si poteva incontrare a vagare solitario e pensieroso per le vie della città o in Piazza Syntagma dove si trova il Parlamento Ellenico.

    Migliaia sono le foto che lo ritraggono con il suo fularino rosso al collo mentre protesta fra le sassaiole e i lacrimogeni della polizia. E, a detta del suo medico, è stata proprio la frequente inalazione di quei gas lacrimogeni e di altri prodotti chimici utilizzati durante i disordini a cui ha partecipato, che ne hanno compromesso irrimediabilmente la salute. Louk ci ha lasciati il 9 ottobre del 2014, all’età di dieci anni.

    Sì all’età di 10 anni!

    Perché Louk era un cane. Un bellissimo cane randagio.

    Più amico degli uomini, certamente, di quanto molti uomini oggi riescono ad essere fra di loro.

    Un giornale greco, l’Avgi, pochi giorni dopo la sua morte, ha scritto che Louk è stato sepolto all’ombra di un grande albero su una collina nel centro della città. Grazie, Salsiccia! Riposa in pace, ovunque tu sia.

     

  • I deputati europei sollecitano l’evacuazione degli hotspot sulle isole greche per fermare la diffusione di COVID-19

    L’isola di Lesbo ha confermato il suo primo caso COVID-19 e i deputati europei chiedono alla Commissione europea di evacuare i campi migratori, i cosiddetti “hotspot”, sulle isole greche, poiché sia ​​le pessime condizioni igieniche che di vita potrebbero trasformare la crisi umanitaria in un pubblico problema di salute.

    Gli hotspot sovraffollati, che attualmente ospitano migliaia di migranti, superando il limite numerico consentito, rendono impossibile qualsiasi misura per arginare il virus, come l’isolamento e il distanziamento sociale.

    In una lettera inviata al commissario per la gestione delle crisi Janez Lenarčič, il presidente del Comitato per le libertà civili Juan Fernando López Aguilar del gruppo di socialisti al Parlamento europeo, ha esortato la Commissione a procedere con “l’evacuazione preventiva dei gruppi più vulnerabili nel campi nelle isole greche”.

    L’eurodeputato spagnolo ha chiesto il coordinamento di una “risposta europea comune”, prima che la situazione diventi “ingestibile” e si rischi un aumento delle vittime. Ha inoltre sottolineato che, poiché le strutture di terapia intensiva di Lesbo sono estremamente limitate e le attrezzature sanitarie necessarie non sono attualmente disponibili, la Commissione deve aumentare le sue risorse finanziarie per la fornitura di cure mediche.

    Il 17 marzo, il Ministero della migrazione e dell’asilo della Grecia ha annunciato misure di protezione per prevenire un focolaio di COVID-19 nei centri di accoglienza e identificazione (RIC) delle isole per richiedenti asilo e migranti. Questi includono la sospensione di 14 giorni delle visite, comprese quelle di agenzie e organizzazioni che forniscono servizi essenziali, di attività ricreative ed educative all’interno dei campi e la limitazione dei movimenti non essenziali, sia all’interno che all’esterno dell’hotspot.

    Si stima che oltre 42.000 richiedenti asilo vivano nei campi dei migranti, di cui 26.000 sono al riparo nell’hotspot di Moria. Poiché quest’ultimo è stato progettato per ospitare 3.000 persone, i migranti si trovano già in una situazione di salute precaria a causa delle condizioni di vita disastrose.

     

  • Frontex pronta ad attivarsi alle frontiere marittime della Grecia

    L’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex) ha concordato di schierare una Squadra di intervento rapido (RABIT) alle frontiere marittime della Grecia nell’Egeo, in seguito alla richiesta del governo greco di un secondo intervento rapido da parte dell’Agenzia, questa volta però verso le sue frontiere esterne. Adesso occorre ridistribuire i funzionari di altre operazioni per fornire assistenza immediata. Le due parti stanno lavorando per finalizzare i dettagli del piano e, una volta concordato, Frontex chiederà agli Stati membri dell’UE e ai paesi associati Schengen di fornire immediatamente guardie di frontiera e altro personale competente entro 5 giorni e attrezzature entro 10 giorni.

    Dal 2021 Frontex disporrà di un proprio personale che assisterà gli Stati membri dell’UE nelle questioni relative alle frontiere.

     

  • Anche i marmi del Partenone di Atene nelle trattative sull’implementazione della Brexit

    Anche la cultura finisce al centro del confronto post-Brexit fra Regno Unito ed Europa. In particolare la questione che da tempo divide Londra e Atene: la restituzione dei marmi del Partenone, conservati da oltre duecento anni al British Museum nella capitale britannica.

    La stampa anglosassone ha rilanciato allarmata la notizia di una bozza di intesa redatta dai diplomatici di Bruxelles in vista delle trattative post-divorzio che devono aprirsi a marzo e nella quale è contenuta una clausola a protezione di “oggetti culturali rimossi illegalmente nei loro Paesi di origine”. E’ in particolare il Times che sottolinea come i colloqui sull’accordo commerciale potrebbero essere utilizzati dal governo greco per portare avanti la causa della restituzione, sempre sentita come motivo di orgoglio nazionale. Immediatamente a Londra si è pensato a un modo per riaprire la vecchia diatriba legale ellenico-britannica e il governo conservatore del premier Boris Johnson ha ‘alzato le barricate’ a scanso di ogni equivoco.

    Un portavoce di Downing Street si è affrettato a precisare che la bozza è ancora in fase di definizione e soprattutto ha escluso che i celebri marmi recuperati da Lord Elgin all’inizio del 1800 possano rientrare all’interno delle trattative con l’Ue. Anche fonti diplomatiche di Bruxelles hanno confermato che la clausola non riguarderebbe i tesori artistici arrivati dalla Grecia, ma è rivolta a contrastare il commercio illegale di antichità.

    Le opere – di cui Atene chiede di tornare in possesso dal 1981, quando era ministro della Cultura l’attrice Melina Mercouri – sono 15 metope, 56 bassorilievi di marmo e 12 statue (quasi l’intero frontone Ovest del tempio), oltre a una delle sei cariatidi del tempietto dell’Eretteo. I marmi, che ornavano il tempio di Athena Parthenos (vergine), gioiello architettonico del V secolo a.C., furono asportati e trafugati fra il 1802 e il 1811 da Lord Thomas Bruce Elgin, allora ambasciatore britannico presso la Sublime Porta, e venduti al British Museum nel 1816 per 35mila sterline oro dell’epoca.

    L’istituzione museale di Londra ha sempre ribadito il suo diritto di possedere le opere al centro della diatriba. Diatriba che ha avuto una serie di capitoli: Atene ha prima tentato le vie legali, per poi concentrarsi su un’offensiva più politica e diplomatica. La Gran Bretagna ha sempre risposto con un secco ‘no’ alle richieste di restituzione in arrivo dalla Grecia e la sua posizione è difficile che cambi in particolare dopo il divorzio dall’Ue.

  • Greek government moves to improve management of refugee crisis

    ATHENS – Amidst a major uptick in the number of migrant arrivals landing on Greece’s eastern Aegean Islands, Greek Prime Minister Kyriakos Mitsotakis summoned his cabinet on 30 September for talks on how to speed up the asylum process and build new housing facilities, moves that would give the government the ability to transfer several thousand migrants from overcrowded camps to more suitable facilities on the Greek mainland.

    Mitsotakis reportedly opted to call in his closest advisors to discuss the matter Turkey following the death of a woman and a child in a fire at the overcrowded Moria refugee camp on the island of Lesbos. The deaths came at a time when the number of migrants arriving from Turkey has steadily been on the rise in recent weeks.

    The fire at the Moria camp was later extinguished, but the police were later forced to fire tear gas at the angry crowd that had gathered to protest the two deaths. At least 17 people were injured in the ensuing clashes.

    Since coming into office in July, the Mitsotakis’ government has taken the view that solving the ongoing migrant crisis is a top priority for the new administration. Sources close to Mitsotakis told New Europe that the government is trying to take a realistic approach when coming up for solutions to the migrant issue, including using the term “migrant” rather than “refugee” to describe a crisis that first began in the summer of 2015.

    Part of the Mitotakis government’s new approach to the matter includes closely scrutinising the place of origin of those who are now landing on the Greek islands. Very few of the new arrivals are from conflict zones like Syria and Afghanistan, which has helped the Mitsotakis government move away from the poor handling of the migrant crisis by the previous leftist government of Alexis Tsipras, who mostly focused on addressing the humanitarian aspect of the refugee crisis, but did far too little when it came to providing suitable sanitary living conditions for the more than 70,000 migrants that are awaiting their asylum applications to be processed and failed to alleviate the economic burden on the islands who have been hosting the refugees for more than four years.

    The Greek government plans in the coming days to introduce new draft legislation that would reduce the time needed for the asylum processes, which currently can last from several months to years.

    The Mitsotakis government wants to set clear timelines for the country’s primary and secondary administrative asylum committees and streamline the appeals process. According to government officials and lawmakers familiar with the new draft proposal, the goal is to have asylum applications processed within 100 days.

    As part of the overall plan to overhaul the living conditions for the migrants, Greece’s Defence Ministry has presented a list of unused or shuttered military facilities on the Greek mainland which could be transformed into new sites that would be suitable for housing several thousand refugees.

    Some of the sites would be designated as “closed” facilities, or detention centres, where illegal migrants whose asylum applications have been turned down will be transferred before they are repatriated to their country of origin or to Turkey. The broader plan, however, is to move as many people from the islands to the mainland in as little time as possible. Sources within the Civil Protection Ministry have claimed that the Moria refugee camp most of its 13,000 inhabitants transferred from their squalid conditions to new sites on the mainland within the next two months.

    A key component of the Mitsotakis government’s revised approach to the migrant crisis has been their stated readiness to better guard Greece’s national borders as well as those of Europe with more boat patrols by the Hellenic Coast Guard near the maritime territorial boundaries that separate Greece and Turkey.

    Athens has been in close contact with officials from Frontex – the European Border and Coast Guard Agency – in the hope that they can create a wider scope of cooperation between the Greek border services and their EU counterparts when patrolling Greece’s territorial waters and the Turkish coast.

    Greek officials are, however, increasingly in full agreement that their efforts to manage the migrant issues and improve the situation in the country hinges on the Turks’ continued implementation of 2016’s EU-Turkey Statement, whereby Ankara pledged to make greater efforts to limit departures of migrants towards five Greek islands that are closest to the Turkish coast.

    Mitsotakis is said to be ready to broach the particular question about his approach to the refugee crisis at the upcoming European Council meeting scheduled for 17-18 October.

     

  • Incubi e pretese irredentistiche

    La violenza non risolve mai i conflitti, e nemmeno
    diminuisce le loro drammatiche conseguenze.

    Papa Giovanni Paolo II

    Giovedì scorso, 8 novembre, una cerimonia religiosa ortodossa di sepoltura, in un villaggio in cui vive in pace una minoranza greca in Albania, è stata trasformata in una manifestazione violenta antialbanese. Tutto dovuto ad interventi offensivi, intollerabili e legalmente condannabili di gruppi organizzati paramilitari di estremisti ultranazionalisti greci, venuti appositamente dalla Grecia. Espressione arrogante di pretese, incubi e richiami di irredentismo covati e mai nascosti, da più di un secolo. Mentre le frontiere tra l’Albania e la Grecia sono state definitivamente delineate dal Protocollo di Firenze delle grandi potenze del 27 gennaio 1925 e in seguito sancite, il 30 luglio 1926 a Parigi, dalla Conferenza degli Ambasciatori delle grandi potenze (Patto Sociale n.330). Ciò nonostante, le pretese greche su determinati territori albanesi continuano e si manifestano, come una costante, di volta in volta. Si tratta però, di pretese che non solo non hanno credibili fondamenta storiche, ma che, purtroppo, non di rado sono state appoggiate anche da coperture e manipolazioni religiose.

    Da più di settanta anni, un fatto storico ha offerto un cavillo alla diplomazia greca e non solo, per sancire le loro rivendicazioni irredentistiche. Ai greci sono venuti in aiuto gli scontri militari tra loro e l’esercito italiano. Il 28 ottobre 1940 cominciò quella che è stata riconosciuta come la campagna italiana in Grecia. Nel frattempo l’Italia aveva invaso l’Albania nell’aprile 1939. Da allora, Vittorio Emanuele III, oltre ad essere Re d’Italia e Imperatore d’Etiopia si proclamò anche il Re dell’Albania. Dal territorio albanese il Regio Esercito italiano cominciò l’offensiva contro la regione greca dell’Epiro. Ma la campagna italiana contro la Grecia risultò subito un totale fallimento. Le forze greche, in poco tempo, cominciarono un vasto contrattacco, respingendo le truppe italiane oltre frontiera. Ma non si fermarono lì. Per i greci era rappresentata una ghiotta occasione per entrare e occupare dei territori albanesi. Territori che, per i greci, facevano parte di quella regione per la quale avevano coniato il nome “l’Epiro del Nord”. L’esercito italiano comunque riuscì, a fine febbraio 1941, a tener testa all’avanzata greca. Poi tentarono una massiccia controffensiva per respingere i greci dall’Albania, che purtroppo si concluse con un altro sanguinoso fallimento. Nel frattempo la Germania, con degli interventi ben organizzati e attuati, riuscì ad invadere sia la Jugoslavia che la Grecia. Paesi che subito sono stati costretti ad accettare la capitolazione. Soltanto grazie all’intervento tedesco, la campagna italiana in Grecia si concluse il 23 aprile 1941 come vittoriosa nel finale, nonostante sia stata considerata come un grave insuccesso politico e militare.

    Per la Grecia l’importanza storica del conflitto armato con l’Italia è talmente grande che come Festa Nazionale è stata proclamata non la fine della Seconda Guerra Mondiale, bensì l’inizio del conflitto con l’Italia, cioè il 28 ottobre. Una data questa che, da un anno a questa parte, è entrata ufficialmente anche nei rapporti tra l’Albania e la Grecia. In seguito anche il perché.

    Stranamente però, la Grecia mantiene tuttora lo “stato di guerra” con l’Albania, mentre da tempo non lo ha più con l’Italia! E questo perché la sopracitata campagna greca cominciò dal territorio albanese! Un ragionamento questo che fa acqua da tutte le parti, ma che la diplomazia greca porta ancora avanti. Nonostante l’Albania e la Grecia abbiano anche ratificato un Trattato di Amicizia tra di loro, che è entrato in vigore il 5 febbraio 1998. Tutti questi sopramenzionati fatti storici e ufficiali non bastano però a placare, una volta per sempre, i piani irredentistici della Grecia verso determinati territori albanesi.

    Parte integrante di questi piani, sembrerebbe sia anche la presenza di alcuni cimiteri militari dei caduti greci in territorio albanese durante la controffensiva del 1941. Cimiteri distribuiti nel sud e sud-est dell’Albania, in seguito a lunghe trattative tra l’Albania e la Grecia. Ma secondo credibili testimonianze storiche e/o di anziani abitanti, spesso nei luoghi scelti per i cimiteri non è stato mai combattuto! In questo ambito non sono mancati neanche gli scandali. Scandali condannabili non soltanto legalmente, ma soprattutto moralmente. Si è trattato di consapevoli riempimenti di bare non con le ossa dei soldati greci, bensì con scheletri di bambini e donne. Scandali che sono diventati ancora più clamorosi perché sono stati coinvolti anche alcuni preti ortodossi, sia albanesi che greci, e altri rappresentanti delle due chiese. Fatti gravi, evidenziati e resi pubblici in diverse parti del territorio albanese, sempre nell’ambito della costruzione dei cimiteri militari per i caduti greci. Da una delibera del 13 dicembre 2017 del governo albanese è stata stabilita anche la data della ricorrenza: ogni 28 ottobre. Tutto questo e altro ancora è storia vissuta.

    Tornando alla realtà di queste ultime settimane, il 28 ottobre scorso, durante la ricorrenza per i caduti greci del 1941, in un villaggio della minoranza greca nel sud dell’Albania, un abitante ha provocato e ha sparato con un mitra, prima in aria e poi verso una macchina della polizia. Dopo alcune ore, continuando a non consegnarsi e sparando contro i poliziotti, l’aggressore è stato ucciso dalla polizia albanese. Si è saputo in seguito, secondo fonti mediatiche, che la vittima era un estremista e ben addestrato per l’uso delle armi e non solo. Tutto ciò è diventato subito un caso diplomatico tra i due paesi. A gettar benzina sul fuoco è servita anche una irresponsabile dichiarazione del Primo Ministro albanese. E, guarda caso, un giorno dopo le tante discusse dimissioni del ministro degli Interni. Un’ottima opportunità per spostare l’attenzione pubblica e mediatica.

    Dopo le dovute verifiche e le procedure legali, è stato dato anche il nulla osta per la sepoltura. La cerimonia ha avuto luogo nel villaggio natale della vittima, l’8 novembre scorso. Un villaggio di pochi abitanti ormai. Ma durante la cerimonia, oltre ai familiari, i parenti e i compaesani erano in tanti, alcune migliaia, quelli venuti dalla Grecia. E, purtroppo, si trattava di persone con degli obiettivi ben definiti e che poco avevano a che fare con la pacificità e la sacralità della cerimonia di sepoltura. I manifestanti, tenendo delle gigantesche bandiere della Grecia, gridavano “ascia e fuoco contro i cani albanesi”. Altri tenevano dei grandi manifesti offensivi nei quali, tra l’altro, era scritto “Qui è Grecia”. Inequivocabili incitamenti dell’odio nazionale e testimonianze dell’offesa nazionale. In seguito sono arrivate le dovute reazioni diplomatiche da entrambe le parti. La faccenda non è chiusa ancora, almeno mediaticamente.

    Chi scrive queste righe, riferendosi a quanto sopra e ad altri precedenti avvenimimenti, considera quanto è accaduto una grave e aggressiva offesa fatta alla dignità nazionale albanese sul proprio territorio. Egli è convinto anche dell’incapacità dei politici albanesi, e soprattutto del primo ministro, di affrontare come si deve situazioni del genere. Essendo altresì convinto che, come diceva Papa Giovanni Paolo II, la violenza non risolve mai i conflitti, e nemmeno diminuisce le loro drammatiche conseguenze.

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