Grecia

  • Per il Primo Ministro greco è l’UE che deve decidere sui protocolli sanitari per far ripartire il turismo

    Il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis in una intervista rilasciata alla CNN ha dichiarato che deve essere l’UE a decidere sui protocolli sanitari per consentire al settore turistico di ricominciare presto, poiché i paesi del sud Europa stanno lottando per salvare le loro economie dalle conseguenze della crisi causata dal Coronavirus. Mitsotakis ipotizza come data di ripartenza della stagione e del possibile arrivo possibile di turisti in Grecia il 1 ° luglio e nel paese si stanno perciò già rimboccando le maniche perché ciò avvenga. Ovviamente, come suggerisce, è necessario che le compagnie aeree facciano la loro parte sottoponendo i passeggeri a controlli mirati – tampone o altro sistema che possa rilevare la presenza del virus– sia alla partenza del volo che all’arrivo. Protocolli sanitari severi certo ma sicuramente applicabili e da concordare a livello europeo.

    E il premier invita a recarsi in Grecia dove, malgrado il distanziamento sociale e i bar probabilmente chiusi, le bellezze offrono sempre un valido motivo per una vacanza. Naturalmente se la pandemia si sarà affievolita.

    Il paese sta sviluppando un piano in tre punti per riaprirsi al turismo, poiché il settore rappresenta quasi il 20% del PIL della Grecia. Il Primo Ministro ha affermato che sebbene il paese si affidi al turismo solo in parte la crisi potrebbe però deteriorarsi se il Paese non si aprirà affatto agli stranieri.

  • Ciao Salsiccia!

    Nel 2014, dopo anni spesi a lottare contro ogni violenza, ha lasciato tranquillamente il nostro mondo Loukanikos (Λουκάνικος) che in greco significa “salsiccia”. Questo era il soprannome che gli avevano dato le persone per le strade di Atene.

    Facciamo un passo indietro. Siamo nel maggio 2010. A causa di un debito pubblico divenuto insostenibile, i paesi dell’Eurozona e il Fondo Monetario Internazionale approvano un prestito alla Grecia da 110 miliardi di euro, subordinato, però, alla realizzazione di severe misure di austerità. È il caos sociale. Le enormi perdite di posti di lavoro e gli ingenti tagli alla previdenza sociale trasformano la rabbia e l’indignazione pubblica in proteste di piazza, spesso anche cruente. E Louk (altro suo soprannome) era sempre lì, seppur non appartenendo a nessun partito politico o fazione di lotta, nessuno lo avesse convocato. Ai cortei ci arrivava da solo mettendosi in prima linea, sempre dalla parte dei più indifesi. Questo era il suo principio di lotta.

    Nel settembre 2011 l’episodio che lo rese un amatissimo eroe popolare a tal punto che la rivista Time lo indicò come una delle personalità più importanti di quell’anno. Durante l’ennesima manifestazione, diversi poliziotti in borghese iniziarono a caricare violentemente altri poliziotti in divisa perché questi ultimi, stavano protestando contro la forte riduzione dello stipendio. Dopo qualche momento di esitazione, fra lo stupore dei presenti, Louk si gettò nella mischia per prendere le difese dei poliziotti in divisa contro i quali, solo pochi giorni prima, aveva ugualmente protestato per come stavano trattando alcuni studenti in corteo. Louk era fatto così. Soffriva nel vedere tanto dolore e non riusciva a sopportare la violenza di esseri umani contro altri esseri umani, indipendentemente dalle loro ragioni.

    Molte notti, benché avesse un posto fisso dove dormire, lo si poteva incontrare a vagare solitario e pensieroso per le vie della città o in Piazza Syntagma dove si trova il Parlamento Ellenico.

    Migliaia sono le foto che lo ritraggono con il suo fularino rosso al collo mentre protesta fra le sassaiole e i lacrimogeni della polizia. E, a detta del suo medico, è stata proprio la frequente inalazione di quei gas lacrimogeni e di altri prodotti chimici utilizzati durante i disordini a cui ha partecipato, che ne hanno compromesso irrimediabilmente la salute. Louk ci ha lasciati il 9 ottobre del 2014, all’età di dieci anni.

    Sì all’età di 10 anni!

    Perché Louk era un cane. Un bellissimo cane randagio.

    Più amico degli uomini, certamente, di quanto molti uomini oggi riescono ad essere fra di loro.

    Un giornale greco, l’Avgi, pochi giorni dopo la sua morte, ha scritto che Louk è stato sepolto all’ombra di un grande albero su una collina nel centro della città. Grazie, Salsiccia! Riposa in pace, ovunque tu sia.

     

  • I deputati europei sollecitano l’evacuazione degli hotspot sulle isole greche per fermare la diffusione di COVID-19

    L’isola di Lesbo ha confermato il suo primo caso COVID-19 e i deputati europei chiedono alla Commissione europea di evacuare i campi migratori, i cosiddetti “hotspot”, sulle isole greche, poiché sia ​​le pessime condizioni igieniche che di vita potrebbero trasformare la crisi umanitaria in un pubblico problema di salute.

    Gli hotspot sovraffollati, che attualmente ospitano migliaia di migranti, superando il limite numerico consentito, rendono impossibile qualsiasi misura per arginare il virus, come l’isolamento e il distanziamento sociale.

    In una lettera inviata al commissario per la gestione delle crisi Janez Lenarčič, il presidente del Comitato per le libertà civili Juan Fernando López Aguilar del gruppo di socialisti al Parlamento europeo, ha esortato la Commissione a procedere con “l’evacuazione preventiva dei gruppi più vulnerabili nel campi nelle isole greche”.

    L’eurodeputato spagnolo ha chiesto il coordinamento di una “risposta europea comune”, prima che la situazione diventi “ingestibile” e si rischi un aumento delle vittime. Ha inoltre sottolineato che, poiché le strutture di terapia intensiva di Lesbo sono estremamente limitate e le attrezzature sanitarie necessarie non sono attualmente disponibili, la Commissione deve aumentare le sue risorse finanziarie per la fornitura di cure mediche.

    Il 17 marzo, il Ministero della migrazione e dell’asilo della Grecia ha annunciato misure di protezione per prevenire un focolaio di COVID-19 nei centri di accoglienza e identificazione (RIC) delle isole per richiedenti asilo e migranti. Questi includono la sospensione di 14 giorni delle visite, comprese quelle di agenzie e organizzazioni che forniscono servizi essenziali, di attività ricreative ed educative all’interno dei campi e la limitazione dei movimenti non essenziali, sia all’interno che all’esterno dell’hotspot.

    Si stima che oltre 42.000 richiedenti asilo vivano nei campi dei migranti, di cui 26.000 sono al riparo nell’hotspot di Moria. Poiché quest’ultimo è stato progettato per ospitare 3.000 persone, i migranti si trovano già in una situazione di salute precaria a causa delle condizioni di vita disastrose.

     

  • Frontex pronta ad attivarsi alle frontiere marittime della Grecia

    L’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex) ha concordato di schierare una Squadra di intervento rapido (RABIT) alle frontiere marittime della Grecia nell’Egeo, in seguito alla richiesta del governo greco di un secondo intervento rapido da parte dell’Agenzia, questa volta però verso le sue frontiere esterne. Adesso occorre ridistribuire i funzionari di altre operazioni per fornire assistenza immediata. Le due parti stanno lavorando per finalizzare i dettagli del piano e, una volta concordato, Frontex chiederà agli Stati membri dell’UE e ai paesi associati Schengen di fornire immediatamente guardie di frontiera e altro personale competente entro 5 giorni e attrezzature entro 10 giorni.

    Dal 2021 Frontex disporrà di un proprio personale che assisterà gli Stati membri dell’UE nelle questioni relative alle frontiere.

     

  • Anche i marmi del Partenone di Atene nelle trattative sull’implementazione della Brexit

    Anche la cultura finisce al centro del confronto post-Brexit fra Regno Unito ed Europa. In particolare la questione che da tempo divide Londra e Atene: la restituzione dei marmi del Partenone, conservati da oltre duecento anni al British Museum nella capitale britannica.

    La stampa anglosassone ha rilanciato allarmata la notizia di una bozza di intesa redatta dai diplomatici di Bruxelles in vista delle trattative post-divorzio che devono aprirsi a marzo e nella quale è contenuta una clausola a protezione di “oggetti culturali rimossi illegalmente nei loro Paesi di origine”. E’ in particolare il Times che sottolinea come i colloqui sull’accordo commerciale potrebbero essere utilizzati dal governo greco per portare avanti la causa della restituzione, sempre sentita come motivo di orgoglio nazionale. Immediatamente a Londra si è pensato a un modo per riaprire la vecchia diatriba legale ellenico-britannica e il governo conservatore del premier Boris Johnson ha ‘alzato le barricate’ a scanso di ogni equivoco.

    Un portavoce di Downing Street si è affrettato a precisare che la bozza è ancora in fase di definizione e soprattutto ha escluso che i celebri marmi recuperati da Lord Elgin all’inizio del 1800 possano rientrare all’interno delle trattative con l’Ue. Anche fonti diplomatiche di Bruxelles hanno confermato che la clausola non riguarderebbe i tesori artistici arrivati dalla Grecia, ma è rivolta a contrastare il commercio illegale di antichità.

    Le opere – di cui Atene chiede di tornare in possesso dal 1981, quando era ministro della Cultura l’attrice Melina Mercouri – sono 15 metope, 56 bassorilievi di marmo e 12 statue (quasi l’intero frontone Ovest del tempio), oltre a una delle sei cariatidi del tempietto dell’Eretteo. I marmi, che ornavano il tempio di Athena Parthenos (vergine), gioiello architettonico del V secolo a.C., furono asportati e trafugati fra il 1802 e il 1811 da Lord Thomas Bruce Elgin, allora ambasciatore britannico presso la Sublime Porta, e venduti al British Museum nel 1816 per 35mila sterline oro dell’epoca.

    L’istituzione museale di Londra ha sempre ribadito il suo diritto di possedere le opere al centro della diatriba. Diatriba che ha avuto una serie di capitoli: Atene ha prima tentato le vie legali, per poi concentrarsi su un’offensiva più politica e diplomatica. La Gran Bretagna ha sempre risposto con un secco ‘no’ alle richieste di restituzione in arrivo dalla Grecia e la sua posizione è difficile che cambi in particolare dopo il divorzio dall’Ue.

  • Greek government moves to improve management of refugee crisis

    ATHENS – Amidst a major uptick in the number of migrant arrivals landing on Greece’s eastern Aegean Islands, Greek Prime Minister Kyriakos Mitsotakis summoned his cabinet on 30 September for talks on how to speed up the asylum process and build new housing facilities, moves that would give the government the ability to transfer several thousand migrants from overcrowded camps to more suitable facilities on the Greek mainland.

    Mitsotakis reportedly opted to call in his closest advisors to discuss the matter Turkey following the death of a woman and a child in a fire at the overcrowded Moria refugee camp on the island of Lesbos. The deaths came at a time when the number of migrants arriving from Turkey has steadily been on the rise in recent weeks.

    The fire at the Moria camp was later extinguished, but the police were later forced to fire tear gas at the angry crowd that had gathered to protest the two deaths. At least 17 people were injured in the ensuing clashes.

    Since coming into office in July, the Mitsotakis’ government has taken the view that solving the ongoing migrant crisis is a top priority for the new administration. Sources close to Mitsotakis told New Europe that the government is trying to take a realistic approach when coming up for solutions to the migrant issue, including using the term “migrant” rather than “refugee” to describe a crisis that first began in the summer of 2015.

    Part of the Mitotakis government’s new approach to the matter includes closely scrutinising the place of origin of those who are now landing on the Greek islands. Very few of the new arrivals are from conflict zones like Syria and Afghanistan, which has helped the Mitsotakis government move away from the poor handling of the migrant crisis by the previous leftist government of Alexis Tsipras, who mostly focused on addressing the humanitarian aspect of the refugee crisis, but did far too little when it came to providing suitable sanitary living conditions for the more than 70,000 migrants that are awaiting their asylum applications to be processed and failed to alleviate the economic burden on the islands who have been hosting the refugees for more than four years.

    The Greek government plans in the coming days to introduce new draft legislation that would reduce the time needed for the asylum processes, which currently can last from several months to years.

    The Mitsotakis government wants to set clear timelines for the country’s primary and secondary administrative asylum committees and streamline the appeals process. According to government officials and lawmakers familiar with the new draft proposal, the goal is to have asylum applications processed within 100 days.

    As part of the overall plan to overhaul the living conditions for the migrants, Greece’s Defence Ministry has presented a list of unused or shuttered military facilities on the Greek mainland which could be transformed into new sites that would be suitable for housing several thousand refugees.

    Some of the sites would be designated as “closed” facilities, or detention centres, where illegal migrants whose asylum applications have been turned down will be transferred before they are repatriated to their country of origin or to Turkey. The broader plan, however, is to move as many people from the islands to the mainland in as little time as possible. Sources within the Civil Protection Ministry have claimed that the Moria refugee camp most of its 13,000 inhabitants transferred from their squalid conditions to new sites on the mainland within the next two months.

    A key component of the Mitsotakis government’s revised approach to the migrant crisis has been their stated readiness to better guard Greece’s national borders as well as those of Europe with more boat patrols by the Hellenic Coast Guard near the maritime territorial boundaries that separate Greece and Turkey.

    Athens has been in close contact with officials from Frontex – the European Border and Coast Guard Agency – in the hope that they can create a wider scope of cooperation between the Greek border services and their EU counterparts when patrolling Greece’s territorial waters and the Turkish coast.

    Greek officials are, however, increasingly in full agreement that their efforts to manage the migrant issues and improve the situation in the country hinges on the Turks’ continued implementation of 2016’s EU-Turkey Statement, whereby Ankara pledged to make greater efforts to limit departures of migrants towards five Greek islands that are closest to the Turkish coast.

    Mitsotakis is said to be ready to broach the particular question about his approach to the refugee crisis at the upcoming European Council meeting scheduled for 17-18 October.

     

  • Incubi e pretese irredentistiche

    La violenza non risolve mai i conflitti, e nemmeno
    diminuisce le loro drammatiche conseguenze.

    Papa Giovanni Paolo II

    Giovedì scorso, 8 novembre, una cerimonia religiosa ortodossa di sepoltura, in un villaggio in cui vive in pace una minoranza greca in Albania, è stata trasformata in una manifestazione violenta antialbanese. Tutto dovuto ad interventi offensivi, intollerabili e legalmente condannabili di gruppi organizzati paramilitari di estremisti ultranazionalisti greci, venuti appositamente dalla Grecia. Espressione arrogante di pretese, incubi e richiami di irredentismo covati e mai nascosti, da più di un secolo. Mentre le frontiere tra l’Albania e la Grecia sono state definitivamente delineate dal Protocollo di Firenze delle grandi potenze del 27 gennaio 1925 e in seguito sancite, il 30 luglio 1926 a Parigi, dalla Conferenza degli Ambasciatori delle grandi potenze (Patto Sociale n.330). Ciò nonostante, le pretese greche su determinati territori albanesi continuano e si manifestano, come una costante, di volta in volta. Si tratta però, di pretese che non solo non hanno credibili fondamenta storiche, ma che, purtroppo, non di rado sono state appoggiate anche da coperture e manipolazioni religiose.

    Da più di settanta anni, un fatto storico ha offerto un cavillo alla diplomazia greca e non solo, per sancire le loro rivendicazioni irredentistiche. Ai greci sono venuti in aiuto gli scontri militari tra loro e l’esercito italiano. Il 28 ottobre 1940 cominciò quella che è stata riconosciuta come la campagna italiana in Grecia. Nel frattempo l’Italia aveva invaso l’Albania nell’aprile 1939. Da allora, Vittorio Emanuele III, oltre ad essere Re d’Italia e Imperatore d’Etiopia si proclamò anche il Re dell’Albania. Dal territorio albanese il Regio Esercito italiano cominciò l’offensiva contro la regione greca dell’Epiro. Ma la campagna italiana contro la Grecia risultò subito un totale fallimento. Le forze greche, in poco tempo, cominciarono un vasto contrattacco, respingendo le truppe italiane oltre frontiera. Ma non si fermarono lì. Per i greci era rappresentata una ghiotta occasione per entrare e occupare dei territori albanesi. Territori che, per i greci, facevano parte di quella regione per la quale avevano coniato il nome “l’Epiro del Nord”. L’esercito italiano comunque riuscì, a fine febbraio 1941, a tener testa all’avanzata greca. Poi tentarono una massiccia controffensiva per respingere i greci dall’Albania, che purtroppo si concluse con un altro sanguinoso fallimento. Nel frattempo la Germania, con degli interventi ben organizzati e attuati, riuscì ad invadere sia la Jugoslavia che la Grecia. Paesi che subito sono stati costretti ad accettare la capitolazione. Soltanto grazie all’intervento tedesco, la campagna italiana in Grecia si concluse il 23 aprile 1941 come vittoriosa nel finale, nonostante sia stata considerata come un grave insuccesso politico e militare.

    Per la Grecia l’importanza storica del conflitto armato con l’Italia è talmente grande che come Festa Nazionale è stata proclamata non la fine della Seconda Guerra Mondiale, bensì l’inizio del conflitto con l’Italia, cioè il 28 ottobre. Una data questa che, da un anno a questa parte, è entrata ufficialmente anche nei rapporti tra l’Albania e la Grecia. In seguito anche il perché.

    Stranamente però, la Grecia mantiene tuttora lo “stato di guerra” con l’Albania, mentre da tempo non lo ha più con l’Italia! E questo perché la sopracitata campagna greca cominciò dal territorio albanese! Un ragionamento questo che fa acqua da tutte le parti, ma che la diplomazia greca porta ancora avanti. Nonostante l’Albania e la Grecia abbiano anche ratificato un Trattato di Amicizia tra di loro, che è entrato in vigore il 5 febbraio 1998. Tutti questi sopramenzionati fatti storici e ufficiali non bastano però a placare, una volta per sempre, i piani irredentistici della Grecia verso determinati territori albanesi.

    Parte integrante di questi piani, sembrerebbe sia anche la presenza di alcuni cimiteri militari dei caduti greci in territorio albanese durante la controffensiva del 1941. Cimiteri distribuiti nel sud e sud-est dell’Albania, in seguito a lunghe trattative tra l’Albania e la Grecia. Ma secondo credibili testimonianze storiche e/o di anziani abitanti, spesso nei luoghi scelti per i cimiteri non è stato mai combattuto! In questo ambito non sono mancati neanche gli scandali. Scandali condannabili non soltanto legalmente, ma soprattutto moralmente. Si è trattato di consapevoli riempimenti di bare non con le ossa dei soldati greci, bensì con scheletri di bambini e donne. Scandali che sono diventati ancora più clamorosi perché sono stati coinvolti anche alcuni preti ortodossi, sia albanesi che greci, e altri rappresentanti delle due chiese. Fatti gravi, evidenziati e resi pubblici in diverse parti del territorio albanese, sempre nell’ambito della costruzione dei cimiteri militari per i caduti greci. Da una delibera del 13 dicembre 2017 del governo albanese è stata stabilita anche la data della ricorrenza: ogni 28 ottobre. Tutto questo e altro ancora è storia vissuta.

    Tornando alla realtà di queste ultime settimane, il 28 ottobre scorso, durante la ricorrenza per i caduti greci del 1941, in un villaggio della minoranza greca nel sud dell’Albania, un abitante ha provocato e ha sparato con un mitra, prima in aria e poi verso una macchina della polizia. Dopo alcune ore, continuando a non consegnarsi e sparando contro i poliziotti, l’aggressore è stato ucciso dalla polizia albanese. Si è saputo in seguito, secondo fonti mediatiche, che la vittima era un estremista e ben addestrato per l’uso delle armi e non solo. Tutto ciò è diventato subito un caso diplomatico tra i due paesi. A gettar benzina sul fuoco è servita anche una irresponsabile dichiarazione del Primo Ministro albanese. E, guarda caso, un giorno dopo le tante discusse dimissioni del ministro degli Interni. Un’ottima opportunità per spostare l’attenzione pubblica e mediatica.

    Dopo le dovute verifiche e le procedure legali, è stato dato anche il nulla osta per la sepoltura. La cerimonia ha avuto luogo nel villaggio natale della vittima, l’8 novembre scorso. Un villaggio di pochi abitanti ormai. Ma durante la cerimonia, oltre ai familiari, i parenti e i compaesani erano in tanti, alcune migliaia, quelli venuti dalla Grecia. E, purtroppo, si trattava di persone con degli obiettivi ben definiti e che poco avevano a che fare con la pacificità e la sacralità della cerimonia di sepoltura. I manifestanti, tenendo delle gigantesche bandiere della Grecia, gridavano “ascia e fuoco contro i cani albanesi”. Altri tenevano dei grandi manifesti offensivi nei quali, tra l’altro, era scritto “Qui è Grecia”. Inequivocabili incitamenti dell’odio nazionale e testimonianze dell’offesa nazionale. In seguito sono arrivate le dovute reazioni diplomatiche da entrambe le parti. La faccenda non è chiusa ancora, almeno mediaticamente.

    Chi scrive queste righe, riferendosi a quanto sopra e ad altri precedenti avvenimimenti, considera quanto è accaduto una grave e aggressiva offesa fatta alla dignità nazionale albanese sul proprio territorio. Egli è convinto anche dell’incapacità dei politici albanesi, e soprattutto del primo ministro, di affrontare come si deve situazioni del genere. Essendo altresì convinto che, come diceva Papa Giovanni Paolo II, la violenza non risolve mai i conflitti, e nemmeno diminuisce le loro drammatiche conseguenze.

  • Accordi peccaminosi

    Non vendere il sole per acquistare una candela.
    Proverbio ebraico

    La questione dei confini tra l’Albania e la Grecia è stata trattata, all’inizio, dalla Conferenza degli Ambasciatori a Londra del 30 maggio 1913 e successivamente dal Trattato di Bucarest del 13 agosto 1913. L’autorità internazionale dell’Albania in quel periodo era quella di un paese che aveva proclamato la sua indipendenza dall’Impero Ottomano soltanto il 28 novembre 1912.
    Da quegli accordi il territorio dove vivevano storicamente gli albanesi è stato diviso ingiustamente a favore della Serbia e della Grecia. Una situazione questa contestata dai rappresentanti albanesi nelle capitali europee. Ad onor del vero, in quel periodo il nascente Stato albanese, tra l’altro, continuava ad essere succube anche dei contrasti e degli scontri interni tra i diversi capi clan che controllavano il territorio. Il che ha indebolito molto la voce delle delegazioni albanesi nelle sedi internazionali. Anche il Trattato di Versailles, sottoscritto il 28 giugno 1919 ed entrato in vigore il 10 gennaio 1920, non ha reso giustizia alla separazione di molti territori albanesi da quello della madre patria, per “ragioni geopolitiche”.
    Nel periodo tra le due guerre mondiali i confini tra l’Albania e la Grecia sono stati oggetto di dibattiti e trattative a livello internazionale. La decisione definitiva per la delimitazione dei confini tra i due paesi ha trovato espressione nel Protocollo di Firenze delle grandi potenze del 27 gennaio 1925. In seguito, il 30 luglio 1926 a Parigi, la Conferenza degli Ambasciatori delle grandi potenze ha sancito definitivamente e unanimemente tutti i confini tra l’Albania e la Grecia. La decisione presa dalla Conferenza degli Ambasciatori era obbligatoria per le parti. Nonostante i rappresentanti dei due paesi avessero delle obiezioni per la delimitazione dei confini, l’Accordo di Parigi è stato firmato e, in seguito, rispettato sia dall’Albania che dalla Grecia. Gli Atti Ufficiali che delineavano i confini tra i due paesi, una volta firmati, sono diventati incontestabili e obbligatori. Quegli Atti sono stati depositati, all’inizio, presso la Lega delle Nazioni e dal 1945, presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Quanto previsto e definito in quegli Atti è stato rispettato dalle parti e non sono state mai espresse ufficialmente e in sede internazionale rivendicazioni territoriali dai diretti interessati. Questo fino ai primi anni 2000.
    Era proprio il periodo in cui sono state effettuate perforazioni sulle piattaforme marine per cercare probabili giacimenti petroliferi e definire le loro potenzialità. Dallo studio dei dati elaborati, risulterebbe che sotto la piattaforma marina albanese, al confine con quella greca, potrebbero esserci buone probabilità di trovare ricchi giacimenti di petrolio e/o di gas. Ragion per cui la diplomazia greca si mise subito in moto per trovare dei motivi e aprire un “Caso marino bilaterale” tra la Grecia e l’Albania. Un compito non difficile, visto anche che non sempre la controparte albanese era allo stesso livello come esperienza, professionalità e altro. Il che ha facilitato l’abile diplomazia greca a trovare, tecnicamente, un modus vivendi e portare le trattative per i contenziosi relativi alla delimitazione dei confini marini, dalla sede legale internazionale, come prevedevano gli Atti Ufficiali sanciti dalla Conferenza degli Ambasciatori delle grandi potenze il 30 luglio 1926 a Parigi, ad una sede bilaterale tra i due paesi. La parte albanese ha acconsentito. Musica per le orecchie dei greci.
    Nell’arco di pochissimi anni le delegazioni dei due paesi hanno negoziato insieme un accordo bilaterale sulla delimitazione del confine marino. Il 27 aprile 2009 a Tirana è stato firmato l’Accordo tra la Repubblica d’Albania e la Repubblica di Grecia per la “Delimitazione delle loro rispettive zone della piattaforma continentale sottomarina e delle altre zone marine, che a loro appartengono in base al diritto internazionale”. Quell’Accordo è stato contestato fortemente allora in Albania dall’opposizione, capeggiata dall’attuale primo ministro. La questione arrivò alla Corte Costituzionale, la quale il 15 aprile 2010 decretò l’anticostituzionalità dell’Accordo e proclamò la sua nullità. Nonostante ciò, la diplomazia greca ha continuato a fare pressione perché la parte albanese continuasse a rispettare il sopracitato Accordo, tenendo sempre aperto il “Caso marino” tra i due paesi. Trattative che sono state riprese, in modo del tutto non trasparente e in palese violazione della sopracitata decisione della Corte Costituzionale, e sono state molto attive da un anno a questa parte. Le cattive lingue dicono che tutto era dovuto alla disperata situazione in cui si trovava il primo ministro albanese. Lui cercava di trovare, a tutti i costi, l’apertura dei negoziati, come paese candidato, per l’adesione dell’Albania all’Unione europea. La Grecia poteva mettere il veto contro. Come da anni sta facendo con la Macedonia. La grande fretta per concludere il “Caso marino” potrebbe dare ragione alle cattive lingue. Anche perché simili contenziosi tra paesi sui confini non mancano. Neanche nei Balcani. Sono almeno tre e tutti e tre durano da almeno una ventina d’anni. Mentre il caso tra l’Albania e la Grecia è stato “risolto” in quattro e quattr’otto! Basta riferirsi al caso tra la Slovenia e la Croazia e quello tra la Romania e la Bulgaria. Quest’ultimo per una piccola area di mare, con sotto il petrolio. Molto aspro è anche il contenzioso tra la Turchia e la Grecia, sempre per alcune aree marine sul mar Egeo. Anche in questo caso, la presenza dei giacimenti petroliferi sottomarini sembra sia la vera ragione dei disaccordi.
    Le inattese dimissioni del ministro degli Esteri greco hanno riportato a galla non poche gravi problematiche. Compresa anche quella del “Caso marino” e il rispettivo accordo tra l’Albania e la Grecia. Alcuni giorni dopo le sue dimissioni, l’ex ministro degli Esteri greco si vantava che dopo 75 anni, in pieno accordo con l’attuale ministro albanese degli Esteri, hanno “allargato il confine [marino] della Grecia”. Senza più vincoli istituzionali, il ministro dimissionario greco ha cominciato a dire delle verità tenute segrete fino ad ora. Chissà perché! Forse per mettere in imbarazzo anche il suo “amico” primo ministro Tzipras.
    Immediate sono state le reazioni in Albania. Ma anche e soprattutto in Turchia. Il 23 ottobre scorso il ministro turco degli Esteri dichiarava che ogni tentativo della Grecia “per allargare la sua linea marina, nello Ionio o nell’Egeo, rappresenterà [per la Turchia; n.d.a.] un Casus belli”. È bastata questa dichiarazione e la reazione statunitense, per costringere Tzipras, subito dopo, a ritirarsi, per il momento, dalle sue pretese. Il che riguarda anche il “Caso marino” con l’Albania. Tutto è da vedere!
    Nel frattempo un’altra e inattesa dimissione, questa volta in Albania, ha suscitato molte reazioni. Sabato scorso si è dimesso il ministro degli Interni. Un nuovo caso che produrrà, forse, altri inattesi sviluppi.
    Chi scrive queste righe tratterà il caso la prossima settimana. Egli però è convinto che colui che si dovrebbe dimettere è proprio il primo ministro. Lo doveva fare da tempo, ma probabilmente non lo farà neanche adesso. Le cattive lingue dicono che non glielo permette la criminalità organizzata. Lo doveva sapere. Il peso degli accordi peccaminosi spesso ti schiaccia!

  • Perfidie e mercanteggiamenti balcanici

    Temo i danai [greci] anche quando portano doni

    Virgilio, Eneide; II, 49

    “Timeo danaos et dona ferentes”. Una ben nota frase scritta da Virgilio nel suo famoso poema epico Eneide. Una frase che ormai da molto tempo, invece che ai danai, si riferisce ai greci. Così disse Laocoonte, veggente e gran sacerdote, ai troiani. Gli ammoniva di non accettare il dono che gli achei, discendenti dei danai, avevano portato come testimonianza di pace ai troiani. Si trattava del famoso cavallo di legno, lasciato dagli achei alle porte di Troia, dopo aver fatto finta di abbandonare il campo. Laocoonte fece di tutto per convincere i troiani che non era un dono, ma bensì un inganno, una trappola degli achei. Purtroppo non ci riuscì. Il resto è storia. Secondo la leggenda, per punire Laocoonte, gli dei protettori degli achei mandarono a lui e ai suoi figli due enormi serpenti, strangolandoli tutti e tre. Questo accadeva più di tremila anni fa.

    La settimana scorsa invece, ha rassegnato le sue dimissioni il ministro greco degli Esteri. La ragione delle dimissioni si presume sia stata, per lo meno, lo scontro con il ministro della Difesa sull’accordo tra la Grecia e la Macedonia per il nome di quest’ultima. Con le sue dimissioni il ministro si pensa abbia voluto esprimere anche il suo malcontento per il mancato supporto del primo ministro durante lo scontro con il collega nazionalista della Difesa. Secondo indiscrezioni mediatiche risulterebbe che l’ormai ex ministro sia stato accusato di “uso improprio dei fondi ministeriali” e di “essere un uomo del finanziere americano George Soros”. L’indomani il primo ministro Alexis Tsipras ha accettato le dimissioni del ministro degli Esteri, assumendo lui stesso la responsabilità del ministero. Negli ultimi giorni i media hanno riferito di un fondo segreto di circa 45 milioni di euro del ministero degli Esteri greco, usato abusivamente dall’ormai ex ministro, per influenzare i media e determinate persone, politici compresi, sia in Macedonia che in Albania e altri paesi della regione. Domenica scorsa il fatto è stato ammesso anche dal capo del gruppo parlamentare del partito del primo ministro Tsipras, precisando però che si trattava di un fondo segreto, approvato dal Parlamento. Sempre secondo le indiscrezioni mediatiche, soltanto in questo mese sono stati versati circa un milione di euro a certi media albanesi. Negli ultimi giorni i media hanno reso noti alcuni dei nomi degli approfittatori.

    Storicamente il territorio dei Balcani è diventato un’arena di contrasti e di scontri armati. Nel 19o secolo e fino alla prima guerra mondiale, soltanto l’Albania era sotto l’Impero Ottomano, mentre gli altri paesi avevano acquisito l’indipendenza dall’Impero. Il che gli metteva in una posizione di vantaggio agli inizi del 20o secolo, nelle loro pretese territoriali, mentre l’Impero si stava sgretolando. Le mire espansionistiche della Grecia e della Serbia, ma non solo, verso i territori albanesi sono ben conosciute. Basta ricordare quanto succedeva nel periodo dalla Conferenza di Londra (1913) fino ai trattati di Versailles (1919). Alla fine di quel lungo processo di spartizione e riconoscimento ufficiale di territori nazionali e di confini, intere regioni abitate dagli albanesi sono state annesse alla Serbia (in seguito Regno dell’Jugoslavia) e alla Grecia. Realtà che continua tuttora, tranne il caso del Kosovo.

    Il Kosovo, abitato per quasi 90% dagli albanesi, è stato fino al 2008 una regione, prima dell’ex Jugoslavia e poi della Serbia. Dopo i bombardamenti della NATO, dal 24 marzo fino al 10 giugno 1999, il Kosovo ha assunto uno status speciale. In seguito e in rispetto della Risoluzione n.1244 delle Nazioni Unite, in Kosovo ha esercitato la sua autorità l’UNMIK (United Nations Interim Administration Mission in Kosovo). Il 17 febbraio 2008 il Parlamento della Repubblica del Kosovo, costituito con un vasto e molto significativo appoggio internazionale, ha proclamato l’indipendenza del Kosovo. Da quel periodo in poi il paese è stato riconosciuto da più di 110 stati, appartenenti all’Organizzazione delle Nazioni Unite. Ma, inaspettatamente, nei primi giorni dell’agosto scorso, il presidente della Repubblica del Kosovo ha parlato di una nuova delimitazione del confine tra il Kosovo e la Serbia. Una dichiarazione che ha subito suscitato una vasta e contraria reazione, sia in Kosovo che in diversi paesi europei e oltre. Molti noti ed influenti politici e opinionisti locali e internazionali hanno reagito determinati contro la dichiarazione del presidente kosovaro, sottolineando, tra l’altro, la riapertura di un nuovo e vasto scontro nei Balcani. Da indiscrezioni mediatiche, risulterebbe che uno degli artefici di quella inattesa e pericolosa mossa sarebbe il miliardario statunitense George Soros, tramite suo figlio. Figlio che nei giorni prima della sopracitata dichiarazione ha incontrato diverse volte sia il presidente kosovaro, che quello serbo e il primo ministro albanese. Il caso, che rappresenta uno scandalo, è tuttora aperto.

    Il 30 settembre scorso in Macedonia si è votato per il referendum che chiedeva ai cittadini di esprimersi sul cambio del nome del paese da “Repubblica di Macedonia” in “Repubblica della Macedonia Settentrionale”. L’assenteismo è stato vasto e determinante. Ha partecipato al voto poco più del 35% degli aventi diritto e quasi il 91% di essi hanno votato a favore del cambiamento del nome. Il che non ha sancito il cambiamento. La scorsa settimana il Parlamento macedone ha approvato un pacchetto di emendamenti costituzionali in supporto del cambiamento del nome. Tra un mese si voterà per quegli emendamenti. Soltanto in seguito e soltanto se anche il parlamento greco approverà l’Accordo di Prespa sul nuovo nome, allora si proclamerà la Repubblica della Macedonia Settentrionale. Nel frattempo, e sempre da indiscrezioni mediatiche, risulterebbe anche il coinvolgimento di George Soros in tutto ciò. Una cosa è comunque ben evidenziata. E cioè il fallimento, con il referendum, anche della strategia dell’Unione europea e il supporto al cambiamento da parte dei massimi rappresentanti della Commissione europea.  Anche questo rimane un caso aperto e tutto da seguire.

    Le dimissioni dell’ormai ex ministro greco degli Esteri hanno riacceso in questi giorni in Albania lo scandalo, almeno per quanto riguarda il paese, del presunto accordo raggiunto, in totale mancanza di trasparenza, tra i rappresentanti dell’Albania e della Grecia. L’accordo prevede la delimitazione del confine marino tra i due paesi. Tutto è stato appreso, almeno in Albania, soltanto da alcune dichiarazioni pubbliche del dimissionario ministro degli Esteri. Mentre le massime autorità locali parlavano malvolentieri e con un linguaggio sibillino. Il che fa pensare veramente ad uno scandalo che sa di tradimento degli interessi nazionali. Anche in questo caso e sempre da indiscrezioni mediatiche, risulterebbe presente lo zampino di George Soros.

    Chi scrive queste righe cercherà di trattare la prossima settimana questo scandalo in tutti i suoi dettagli, almeno quelli pubblicamente noti. In gioco sono parte della piattaforma marina albanese, quella che da qualche anno risulterebbe ricca di giacimenti di petrolio. Guarda caso i greci mirano proprio a quell’area! Nel frattempo lui condivide quanto scriveva Virgilio, e cioè che bisogna temere i greci anche quando portano doni.

  • Commission confirms OLAF is investigating Greece’s use of EU migration funds

    Days after three journalists were arrested in Greece following a report that Athens’ Defence Minister Panos Kammenos had misused EU migration funds, Brussels has confirmed that the European Anti-Fraud Agency (OLAF), is looking into the case after the discovery of what they deemed were “certain irregularities from the Ministry of Defence with a food contractor.”

    Both the EU executive and OLAF have refused to comment further on the matter, with the Berlaymont opting to refrain from making a statement regarding the mishandling of funds until the ongoing investigation gathers more evidence.

    OLAF had already opened a case into the Greek defence ministry’s use of EU funds prior to the arrest of the three journalists from the Greek-language daily Fileleftheros.

    A source from the Commission said the case involving the Greek defence ministry was the only known example of irregularities that the EU executive found during its annual audits that are carried out in October.

    Two cases sent to OLAF according to report

    Last year’s report was published by DG HOME – which is responsible for carrying out migration and asylum issues, as well as border and security policy for the Commission – published on April 30 a report outlining as the development and implementation of its own anti-fraud strategy, based on the methodology provided by OLAF.

    According to the annual report, two fraud cases tied to certain irregularities were handed over to OLAF for analysis, while DG HOME continued to provide information and assist the investigation.

    New Europe could not confirm whether the Commission has submitted information to OLAF regarding the investigation since the end of March, leaving open the question about whether Brussels will find more irregularities within the next audits during the upcoming economic year.

     

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