Inquinamento

  • Why Delhi’s experiment to fix toxic smog with artificial rain failed

    Authorities in Indian capital Delhi unsuccessfully carried out a cloud seeding trial, which is the science of altering clouds to make rains, to tackle the city’s worsening air pollution on Tuesday.

    Cloud seeding is done by firing small particles – usually silver iodide – into clouds to produce rain. The technique is used around the world, but experts doubt its efficacy as a long-term air pollution control measure.

    A team of the Indian Institute of Technology (IIT) Kanpur and the Delhi government carried out the trial over several neighbourhoods, as thick smog enveloped the city.

    But the attempt – the first in 53 years – was “not completely successful” due to the lack of moisture in the air.

    Over the past two weeks, Delhi’s Air Quality Index (AQI) – which measures the level of PM 2.5 or fine particulate matter in the air that can clog lungs – has been hovering between 300 and 400, which is nearly 20 times the acceptable limit.

    On Tuesday, authorities used a Cessna aircraft to release fire flares containing silver iodide and sodium chloride into the atmosphere.

    In a statement, IIT Kanpur said that despite the lack of rain, there had been a measurable reduction in particulate matter because of Tuesday’s experiment, “indicating that even under limited moisture conditions, cloud seeding can contribute to improved air quality”.

    However, the institute’s director Manindra Agarwal told BBC Hindi that this can’t be a long-term fix for Delhi’s perennial pollution problem.

    “One measure of success is if it rains, which certainly did not happen,” said Mr Agarwal. “The moisture content in the clouds yesterday [Tuesday] was very low. We will continue our efforts in the near future.”

    The trial is likely to be repeated in the coming weeks after the moisture levels in the clouds increases again, Delhi’s Environment Minister Manjinder Sirsa told reporters.

    Delhi’s first cloud-seeding experiment was carried out in 1957, followed by another attempt in 1972, according to the Indian Institute of Tropical Meteorology.

    While those experiments were aimed at drought management, this was the first indigenous effort at cloud seeding to control pollution, said Mr Agarwal.

    The city had considered cloud seeding in 2023 as well, but the plan did not materialise due to pending court approvals.

    Back then, scientists had also highlighted how it was an expensive strategy with low success rates.

    Cloud seeding speeds up the condensation of moisture in clouds to create rain. The salt granules act as ice-nucleating particles, which enable ice crystals to form in the clouds. The moisture in the clouds then latches on to these ice crystals and condenses into rain.

    But the process doesn’t always work and is dependent on the right amount of moisture and humidity in the clouds to allow for ice nuclei to form.

    There is not enough empirical evidence on how much the AQI can come down by cloud seeding, climate change and sustainability expert Abinash Mohanty told the BBC in 2023.

    “We also don’t know what its [cloud seeding] effects are because in the end you’re trying to alter natural processes and that’s bound to have limitations.”

    Globally cloud seeding exercises have yielded mixed results.

    China has boasted about its success to manage rains before hosting the Olympics, with Beijing using rockets, cannons and drones to do cloud seeding.

    However, in the United Arab Emirates, questions over the technique were raised, following floods in Dubai last year.

  • In meno di 80 anni sono state prodotte quasi 10 miliardi di tonnellate di plastica. E ce le mangiamo

    Secondo quanto scrive l’espetto Franco Berrino, dagli anni ’50 a oggi sono state prodotte quasi 10 miliardi di tonnellate di plastica, la produzione è stata pari a 367 milioni nel 2023 ed è prevista triplicare entro il 2050. Consumiamo, solo per fare un esempio, 43 miliardi di bottigliette di plastica al mese, di questi 10 miliardi di tonnellate 3 miliardi sono tuttora in uso, mentre 0,7 sono state bruciate e 5 gettate come rifiuto (inquinante).

    La presenza di plastica nella vita quotidiana dei nostri tempi è talmente pervasiva che qualcuno ha coniato addirittura il termine Plasticene proprio per indicare come gli ultimi 70 anni (quasi 80 ormai) siano caratterizzati dalla presenza di strati crescenti di plastica nei sedimenti e nel suo impatto negativo sugli ecosistemi, sulla fauna marina e, potenzialmente, sulla salute umana.

    La maggior parte della plastica gettata finisce in mare, dove si spezzetta in frammenti piccolissimi, microplastiche e addirittura nanoplastiche (meno di un millesimo di millimetro di grandezza) e da lì finisce facilmente nel corpo umano, passando prima per i pesci (negli Usa è stata trovata plastica in 180 pesci su un campione di pesca di 182 unità) ma anche per animali di terra. Microplastiche sono state trovare in vari organi del corpo umano: apparato circolatorio, fegato, polmoni, testicoli, reni, cervello (uno studio ha rilevato in 12 persone affette da demenza una concentrazione di plastiche tripla rispetto a quella riscontrata in persone normali), nel latte del seno materno.

    I recipienti di plastica libera utilizzati per riscaldare cibi in forni a microonde sono un altro straordinario canale di assunzione di plastiche nell’organismo umano.

    Problemi cardiovascolari, ictus, infarti, colite ulcerosa e anche infertilità maschile appaiono alcuni dei danni che la presenza di plastiche nel corpo umano può provocare, anche se Berrino avverte che gli studi su queste problematiche devono essere ulteriormente affinati. Per tutelarsi, lo studio consiglia di usare filtri di ceramica per l’acqua potabie, di evitare il consumo d alimenti pronti confezionati e di lavare bene i filetti di pesce e di carne.

  • Anche l’ambiente tra le vittime di Putin in Ucraina

    Anche l’ambiente è tra le vittime di Putin in Ucraina, come riferisce un reportage del Corriere della Sera.

    Nella foresta rossa, uno dei luoghi più contaminati in seguito all’incidente di Chernobyl nel 1986, ci sono ancora i segni delle trincee scavate disperdendo terreno radioattivo dopo l’attacco russo all’Ucraina. L’imponente sarcofago del reattore numero quattro, più alto della Statua della Libertà, ha ancora un gigantesco buco di quindici metri quadrati causato dall’esplosione di un drone russo. «Il sogno del ritorno della natura a Chernobyl si sta infrangendo con la realtà della guerra» dice Oleksandr Muzychenko, direttore della riserva istituita poco prima della guerra per proteggere l’incredibile rinaturalizzazione che stava prendendo piede nel territorio abbandonato intorno alla centrale. «Ma è l’ambiente di tutta l’Ucraina a subirne le conseguenze in realtà».

    In Ucraina il territorio è di grande valore naturalistico ma reso fragile da anni di inquinamento e dalla pesante eredità sovietica, ed è sotto attacco costante dall’inizio dell’invasione. I campi sono stati e vengono tuttora minati perché l’agricoltura ucraina fallisca. Centrali elettriche e sistemi di depurazione delle acque sono tra i bersagli più frequenti dei bombardamenti russi per costringere la popolazione ucraina alla resa, e così le industrie chimiche e petrolchimiche diventate bombe a orologeria per la popolazione che vive lì vicino. Migliaia di ettari di foreste vengono bruciati nei bombardamenti certe volte per facilitare i movimenti di truppe, la maggior parte delle volte solo per creare una distrazione. Il panorama nel parco naturale di Sviati Hory lascia in effetti senza fiato: chilometri e chilometri di alberi bruciati di cui rimane solo uno stelo annerito, come quello di un fiammifero. «I bombardamenti hanno distrutto oltre seimila ettari di foreste, inclusi boschi di specie ormai rarissime» dice Serhiy Pryimachuk, direttore del parco, mentre parla da una terrazza che si affaccia su tutto il territorio dello Sviati Hory. «Abbiamo provato a salvare il possibile, nonostante ci avessero distrutto i mezzi antincendio, nonostante i bombardamenti, nonostante le mine. Nonostante gli uomini persi durante i tentativi di salvataggio» dice Serhiy, indicando le macchie scure di alberi bruciati all’orizzonte

    Lo Sviati Hory ha patito particolarmente perché si trova in Donbass, a una manciata di chilometri dal fronte e in mezzo a una delle zone più colpite dalla guerra: le campagne intorno sono ancora devastate da incendi causati dall’abbandono e dai bombardamenti costanti, i villaggi sono rovine. La maggior parte dei parchi e delle riserve ucraini ha però comunque patito, e il Mar Nero è forse l’area che più ha sofferto. «I danni degli sversamenti di petrolio, dei bombardamenti sono giganteschi, ma è difficile capire esattamente quanto perché non possiamo accedere a buona parte della costa» dice Ivan Rusev, il direttore del parco delle lagune di Tuzly, vicino Odessa. Nel parco sono cadute centinaia di bombe, e tuttora viene bersagliato dai droni russi. «È successa la stessa cosa con i delfini» aggiunge, mentre mostra una decina di teschi dell’animale, raccolti negli anni della guerra. L’uso di sonar militari e le mine nel Mar Nero ne hanno causato una moria senza precedenti, ma è quasi impossibile fare una stima precisa al momento. «Ne potrebbero essere morti a centinaia, forse migliaia» conclude. Nel Mar Nero si sono però anche riversati i 18 chilometri cubici di acqua della diga Kakhovka, fatta saltare in aria nel luglio 2023. E insieme all’acqua sono arrivati i pesticidi, inquinanti, mine ed esplosivi dei terreni e villaggi travolti dal piccolo tsunami che ha seguito lo svuotamento del bacino.

    Quello che era uno dei laghi artificiali più grandi d’Europa è ora una pianura verde, dove è ricresciuta la vegetazione ma che è ormai inaccessibile; dal belvedere di Prymors’ke, l’ultimo villaggio ancora controllato dagli ucraini e a sette chilometri dal fronte, si sente il tonfo sordo delle bombe da 250kg sganciate dai russi sulle postazioni ucraine. Poco più in là c’è la centrale nucleare di Zaporizhzhya, la più grande in Europa, occupata dai russi dal 2022 e al centro di un pericoloso fuoco incrociato tra le due parti. Le infrastrutture energetiche sono in effetti un altro dei bersagli più comuni dei bombardamenti, parte di una campagna russa diretta a mettere in ginocchio il sistema energetico ucraino e intensificatasi soprattutto dal 2024. La distruzione delle centrali e della rete hanno ridotto a un terzo la capacità energetica ucraina rispetto a prima dell’invasione, con un impatto devastante sulla popolazione ma anche sull’ambiente, soprattutto per il rischio di sversamento di combustibile. Il petrolchimico, ma anche fabbriche di fertilizzanti e altri composti chimici sono stati infatti colpiti di frequente, e di incidenti simili se ne contano a decine: nel febbraio 2024 un drone russo ha colpito un deposito a Kharkiv, creando un fiume in piena di petrolio incendiato che ha ucciso sette persone e devastato le case e l’area intorno. Nemmeno le infrastrutture per l’acqua sono state risparmiate: il quasi mezzo milione di persone della città di Mykolaïv si lava con acqua salmastra a seguito della distruzione russa delle condotte, che hanno costretto le autorità ad approvvigionarsi dalle lagune.

    Condotte e canali distrutti sono un’immagine comune anche nei dintorni di Mykolaïv e in molte altre campagne ucraine, dove l’agricoltura ha forse subito i danni peggiori della guerra. «L’Ucraina è il Paese più minato al mondo» dice Dmitro, sminatore per la cooperazione norvegese. Il suo team lavora con cani, imponenti macchine sminatrici e metal detector per liberare i campi sia dalle mine antiuomo e anticarro lasciate dai russi in ritirata a fine 2022, sia dai missili inesplosi e soprattutto le bombe a grappolo che continuano ad arrivare. Non tutti hanno questi mezzi: poco distante Olena e Oleksandr, due giovani agricoltori ucraini, provano a rendere sicuri i campi con attrezzature improvvisate, vecchi trattori e aratri dismessi. «Ci rendiamo conto che è pericoloso, ma che alternativa abbiamo?» Dice Olesksandr, seduto sullo scheletro di una mietitrebbia distrutta da una mina. «Siamo tornati dopo la liberazione, abbiamo trovato la casa e i campi distrutti. Ma non vogliamo andarcene più. Vogliamo iniziare a ricostruire». Alle sue spalle c’è la sua abitazione, il piano superiore distrutto da una cannonata di carrarmato. I fossi intorno ai campi sono zeppi di bossoli di artiglieria e brandelli di missile raccolti dagli agricoltori lì vicino.

  • Una tomografia può salvare il verde in città dagli eventi climatici estremi

    Gli alberi in città «forniscono eco servizi ambientali importantissimi, oltre al “rapimento” dell’anidride carbonica in atmosfera», spiega il piacentino Massimo Turci, esperto in arboricoltura con una laurea in antropologia culturale. Per questo si parla sempre più spesso di riforestazione urbana, che da un lato soddisfino l’esigenza fisica e mentale di avere intorno a noi alberi, animali e cieli stellati e dall’altro tengano conto degli eventi climatici estremi.

    «Siamo spesso convinti che un albero con una perfetta simmetria sia più stabile e sano di un albero asimmetrico, con rami spezzati su un lato per intenderci. Non è così» dice Turci. «I rischi di stabilità di un albero seguono parametri diversi in base al contesto: città o bosco – continua -. La resistenza al vento viene misurata per esempio a due velocità: 90 km/ora se “vento di zona”, 119 km/ora richiesto invece per legge dall’edilizia. Questa estate, in seguito ad un’analisi strutturale, abbiamo fatto abbattere un cedro dell’Atlante a Piacenza, in corso Europa. Mentre a inizio primavera abbiamo fatto ricerca di stabilità di “Nonna Quercia” a Castelsangiovanni. Spesso sono gli interventi di potatura che esegue l’uomo a rendere una pianta – nel tempo – meno stabile». La tomografia sonica è un metodo di analisi moderno che analizza la qualità interna del legno mediante l’impiego di onde sonore e consente di esaminare diverse sezioni di tronco: sofisticati sensori, fissati al tronco, producono un’onda sonora che viene rilevata. Si misura la velocità di propagazione del suono all’interno del legno rilevando così la presenza di eventuali anomalie interne. «Fatti anche i test di trazione, conclusa la diagnosi – conclude Turci – si abbattono gli alberi solo quando necessario per la pubblica sicurezza, sia in aree verdi pubbliche che private. Si consideri, come per le prove meccaniche fatte con la lattina di coca-cola vuota sottoposta a pesi, che un albero anche se internamento quasi cavo e più sono vecchi più sono cavi, può resistere benissimo a venti, tempeste o auto che ci vanno a sbattere».

  • Una migliore protezione delle acque superficiali e sotterranee per rafforzare la resilienza idrica dell’UE

    La Commissione europea accoglie con favore l’accordo politico provvisorio raggiunto tra il Parlamento europeo e il Consiglio sulla proposta della Commissione di aggiornare gli elenchi degli inquinanti delle acque. La revisione farà sì che gli elenchi degli inquinanti delle acque siano allineati ai pareri scientifici più recenti e che le nuove sostanze siano monitorate e controllate in modo più rigoroso nelle acque superficiali e sotterranee. Tre atti legislativi dell’UE saranno adattati di conseguenza: la direttiva quadro sulle acque, la direttiva sugli standard di qualità ambientale e la direttiva sulle acque sotterranee. Le nuove misure renderanno l’UE più resiliente dal punto di vista idrico e rappresentano un importante contributo all’obiettivo di azzerare l’inquinamento.

    Il Parlamento europeo e il Consiglio dovranno ora adottare formalmente la nuova direttiva, che entrerà in vigore 20 giorni dopo la sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE. Gli Stati membri saranno tenuti quindi attuarne le prescrizioni e recepire le modifiche alle tre direttive pertinenti entro il 22 dicembre 2027.

  • Denatalità e sovrapopolazione

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Dario Rivolta

    Quando ero un giovane neo-laureato ebbi la fortuna di conoscere e di conversare con l’ottimo psicologo-sociale Luigi De Marchi (tra l’altro uno dei fondatori dell’AIED- Associazione Italiana per l’Educazione Demografica). Avevo letto da poco un suo interessantissimo libro “Psicopolitica” (oggi potrebbe apparire forse un po’ datato ma quando uscì era attualissimo) nel quale analizzava personaggi e argomenti politici sottoponendoli ad un’analisi psicologica per capire le ragioni dei vari comportamenti. Tra gli argomenti della nostra conversazione ci furono gli effetti destabilizzanti per la società (e per i singoli individui) che derivano dalla sovrappopolazione in aree ristrette. In altre parole: l’eccessiva densità abitativa. Oltre a un esagerato sfruttamento delle superfici causato dall’inarrestabile cementificazione e dalle difficoltà ambientali originate dallo smaltimento di rifiuti sempre più numerosi, il problema più grave di una concentrazione sproporzionata di esseri umani era la crescente aggressività interpersonale e la disumanizzazione delle relazioni che tendevano a diventare superficiali o assenti. A un certo punto, alla nostra conversazione si aggiunse un amico del professore, demografo di professione, che mi scioccò sostenendo che il numero ottimale di abitanti in Italia fosse di non più di 25 milioni di persone (all’epoca il nostro Paese aveva circa 50 milioni di residenti, oggi siamo attorno ai 60). Sinceramente mi sembrò un’esagerazione ma, vivendo nell’area più densamente popolata d’Europa, il milanese, non potei che concordare che un controllo delle nascite fosse indispensabile.

    Da allora ho sempre ascoltato con un certo sospetto le preoccupazioni ripetute continuatamente nei media in merito alla cosiddetta “crisi demografica”.  È indubbio che, essendoci nei Paesi sviluppati più morti che nascite, l’età media delle popolazioni stia “pericolosamente” crescendo e non sono sordo agli allarmi lanciati contro il rischio che nel futuro medio-lungo potrebbero non esserci abbastanza lavoratori giovani per pagare le pensioni degli anziani. Così come sono conscio che i costi sanitari per curare i tanti vecchi con le malattie tipiche dell’età non potranno che aumentare. Tuttavia, non mi convincono coloro che trovano la soluzione insistendo nel sostenere la necessità di “importare” grandi quantità di manodopera dall’estero. Sono diversi i motivi per cui questa soluzione mi sembra poco convincente e comincio col dire che finora nessuno ha avuto il coraggio di calcolare esattamente la differenza aritmetica tra i contributi pagati dai lavoratori stranieri e i costi che lo Stato deve sostenere per l’assistenza sociale a loro e alle loro famiglie (il ricongiungimento familiare è auspicabile non solo per una questione di umanità, ma anche perché contribuisce a un migliore inserimento nella società che accoglie. Comunque è un costo economico aggiuntivo). E fin qui parliamo soltanto di chi è venuto per lavorare e ha trovato un’occupazione. Occorre però aggiungere che i fanatici dell’”accoglienza” (e quei magistrati che pretendono di dettare loro le regole ai governi) si rifiutano di considerare l’enorme dispendio di denaro e i problemi sociali che tutti dobbiamo sopportare a causa di coloro che, arrivati clandestinamente e qui rimasti, lavoreranno in nero o si dedicheranno ad attività molto meno legali.

    Una variabile che chi si dispera per la mancanza di manodopera sembra non aver mai considerato è l’impatto che l’Intelligenza Artificiale avrà sempre di più sul mondo del lavoro e sulle quote di occupati. Uno studio elaborato dall’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ha calcolato che un posto di lavoro su quattro in tutto il mondo è potenzialmente esposto all’intelligenza artificiale generativa. Ottimisticamente, l’ILO suggerisce che tale esposizione vada intesa come potenziale trasformazione delle attività, ma enuncia alcune categorie di lavoratori che potrebbero sparire. Secondo analisi OCSE e dati specifici per l’Italia, circa 15 milioni di lavoratori (più della metà degli occupati) saranno interessati dall’IA. Di questi, circa 6 milioni sono in ruoli ad alto rischio di sostituzione completa. Una parte significativa dei dipendenti pubblici (circa 12%) sono a rischio sostituzione e oltre il 50% è “altamente esposto”)

    Un demografo cinese, tale Li Jianxin professore all’Università di Pechino, ha affermato che la rivoluzione apportata dai recenti sviluppi dell’informatica ha il potenziale per ridefinire radicalmente la vita, la morte e le strutture familiari, rendendo potenzialmente obsolete le preoccupazioni tradizionali sulla diminuzione della popolazione. In Cina, nonostante si siano già allarmati per il locale forte calo delle nascite, c’è già chi sta valutando quanti posti di lavoro si potranno perdere negli anni a venire con l’incremento dell’automazione e l’obsolescenza in arrivo per alcune professioni. A noi, dopo la nostra fallimentare esperienza nel farlo, potrà sembrare strano ma a certi livelli hanno cominciato a considerare l’ipotesi di un “reddito di cittadinanza” per i futuri disoccupati.

    Un ragionamento come quello qui affrontato potrebbe facilmente essere accusato di “luddismo” e si ripeterà che per quanti posti di lavoro si perderanno, altrettanti se ne troveranno in nuove attività collegate proprio al funzionamento dell’IA Generativa. Purtroppo nessuno, nemmeno l’ILO (vedi lo studio citato), ne è del tutto convinto e, mentre è ovvio che alcune attività non potranno che restare umane e fisiche, altre e specialmente quelle cognitive e digitalizzabili sarà molto più conveniente affidarle ai computer intelligenti. Il problema della diminuzione delle nascite andrà dunque ripensato alla luce di ciò che potrebbe accadere nei prossimi anni.

    Un fatto che invece è già attuale e di cui perfino i più fanatici ambientalisti sembrano non curarsi è quello che il fenomeno della denatalità appartiene ad alcune aree del mondo e per altre è esattamente il contrario. Costoro si preoccupano per la CO2 causata dagli allevamenti di animali ma cosa dire della popolazione umana che ha raggiunto gli otto miliardi di individui? Negli anni sessanta del secolo scorso, e quindi circa ottanta anni fa, sul nostro pianeta gli esseri umani erano poco più di tre miliardi ma la crescita è stata vorticosa e molto di più in alcune aree della Terra rispetto ad altre.  In Africa, ad esempio, gli abitanti del continente erano 285 milioni nel 1960. Nel 2000 erano già più di ottocento milioni e ora sono (stime ONU) 1,49 miliardi. Con questo ritmo i demografi considerano che nel 2030 saranno un miliardo e settecento milioni e nel 2050 raggiungeranno i due miliardi e mezzo. Conseguenza: 1 persona su 4 nel mondo nascerà in Africa.  Mai nessuno ha avuto il coraggio di dire che, anziché curare dei bambini probabilmente condannati dalla natura, sarebbe meglio fare campagne per il controllo delle nascite e regalare agli adulti degli anticoncezionali? Perché non ne parlano mai quegli ambientalisti sempre pronti ad urlare contro il nostro eccessivo consumo delle risorse della terra? Più abitanti significano più consumi, più rifiuti, più sfruttamento delle materie prime, più inquinamento. Anche (questo lo dico per gli esaltati del cambiamento climatico di origine antropica) più CO2! Oltre che occuparsi dei problemi futuri della nostra denatalità perché economisti e sociologi non valutano i problemi presenti che alcune sovra-natalità causeranno alle nostre società?

  • Il cielo di piombo nel futuro europeo

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    L’ideologia nella contemporaneità troppo spesso esprime unicamente la capacità o, peggio, la volontà politica di negare le realtà oggettive.

    Quanto sta avvenendo all’interno dell’Unione Europea ne rappresenta un esempio eclatante e preoccupante in un’ottica futura della stessa istituzione. Va ricordato come siano solo cinque gli stati membri, Germania, Italia, Francia, Spagna e Polonia che contribuiscono alla creazione di quasi 12.000 miliardi del Pil europeo (per semplificazione si adotta il valore a prezzi correnti piuttosto di quello a parità di potere d’acquisto [Ppa]) il quale, con l’apporto marginale degli altri ventidue componenti (22 per 5.000 miliardi di Pil), arriva a malapena ai 17.000 miliardi (*).

    In altre parole, il cuore industriale ed economico dell’Unione Europea risulta circoscritto a queste cinque nazioni e rappresenta oltre il 70% dell’intero PIL comunitario, mentre il restante 30% si può attribuire ai residuali ventidue (22) non citati. Già questa fotografia economica dovrebbe indurre l’intera istituzione europea ad una politica di tutela e conservazione del cuore pulsante economico europeo che ne garantisce la stessa sopravvivenza economica e valenza istituzionale nello scenario internazionale.

    Passando, poi, al fronte delle emissioni sempre a questi cinque Stati a forte trazione industriale viene attribuito un valore complessivo pari al 5,4% delle emissioni globali (**), mentre nella sua complessità l’Unione Europea rilascia circa il 7-7,5% delle emissioni globale.

    La Cina presenta un PIL di circa 17.800 miliardi di euro in crescita, ma al suo sistema industriale ed economico vanno attribuite il 28% delle emissioni globali, tanto da renderla il primo paese inquinante del mondo (gli Stati Uniti con un Pil di 26.990 mld di euro emettono il 21% delle emissioni globali).

    Nel confronto con l’economia cinese, quindi, l’Unione Europea produce una ricchezza complessiva di poco inferiore a quella cinese (17.000 mld in Ue rispetto ai 17.870.000 in Cina***) ma emette un quarto delle sostanze inquinanti rispetto al colosso cinese.

    Nello specifico, poi, il cuore pulsante economico e soprattutto industriale europeo (che solo nel settore Automotive garantisce 13 milioni di posti di lavoro), rappresentato dai cinque stati citati prima, Germania, Italia, Francia, Spagna e Polonia produce un PIL pari ad oltre il 65% di quello cinese ma è responsabile di emissioni inferiori di cinque volte (1/5) rispetto a quelle del gigante cinese.

    Il modello economico europeo, in altre parole, soprattutto nella sua parte industriale dovrebbe essere definito come la perfetta sintesi dell’evoluzione tecnologica ed industriale frutto di investimenti finanziari e professionali, la quale mira ad un efficientamento continuo del sistema, con l’obiettivo di ottimizzare i costi energetici e quindi la sostenibilità economica.

    Una tale superiorità dimostrata da questi numeri meriterebbe, come accennato prima, la totale ed assoluta tutela nei confronti dei prodotti di altri sistemi industriali come quello cinese, il cui sistema industriale rispetto alle emissioni risulta a forte impatto ambientale.

    Questa mancanza di attenzione o, peggio ancora, la volontà di azzerare l’asset storico dell’economia europea in nome di una infantile “transizione energetica ed ecologica” porterà inevitabilmente l’intera Europa verso un disastro molto simile, in termini economici, a quello del secondo conflitto mondiale.

    Una simile strategia rappresenta, in altri termini, una politica eversiva finalizzata al rovesciamento economico della stessa dell’Unione Europea.

    Una volontà di distruggere ogni asset industriale confermata dall’ultima proposta presentata dalla Presidente della Commissione Europea la quale vuole imporre l’introduzione dell’obbligo di riduzione del 90% delle emissioni entro il 2040.

    Mentre gli Stati Uniti hanno azzerato ogni aiuto finanziario alla insostenibile transizione elettrica e, contemporaneamente, Cina ed India hanno firmato un accordo per costruire decine e decine di nuove centrali elettriche a carbone, oltre alle 1.161 già operative in Cina che assicurano oltre il 70% della energia elettrica prodotta dal carbone.

    Le conseguenze di tale ennesimo delirio ricadranno maggiormente sulle cinque nazioni che rappresentano il 70% del Pil ma solo marginalmente sulle altre ventidue che raggiungono a malapena il 30%.

    In ultima analisi, il periodo caratterizzato dalla operatività delle due ultime Commissioni europee esprime, nei contenuti e nella forma, delle analogie con quello degli “anni di piombo” durante i quali anche una parte delle istituzioni deviate operavano con gruppi terroristici per il sovvertimento del sistema democratico.

    Ora il ruolo della istituzione deviata sembra perfetto per la Commissione europea e la maggioranza che la sostiene mentre la complicità con gruppi esterni si traduce nei finanziamenti a gruppi di integralisti ecologisti e media ad essi collegati che intendono sovvertire non più l’ordinamento democratico ma l’essenza del sistema economico occidentale e conseguentemente i propri sostenitori.

    Nel periodo 1968/82 gli anni di piombo hanno causato circa 350 vittime ed oltre mille feriti, mentre il futuro di piombo originato dalle stesse istituzioni europee darà origine a 13 milioni di disoccupati, localizzati perlopiù nelle cinque nazioni. Quelle cinque che da sole determinano quel benessere diffuso di cui ancora oggi gode l’intera Unione Europea.

    (*) Germania Pil 4307 Mld di euro, Francia Pil 2903 Mld di euro, Italia Pil 2200 Mld di euro, Spagna Pil 1583 Mld di euro, Polonia Pil 849 Mld di euro

    (**) Germania 2% delle emissioni globali, Italia 1% delle emissioni globali, Francia 1% delle emissioni globali, Spagna 0,7% delle emissioni globali, Polonia 0,7% delle emissioni globali

    (***) a parità di potere d’acquisto i valori in verità cambiano a favore della Cina che registra un Pil di oltre 27.200 Mld di dollari mentre la Ue si ferma a 17.700

  • L’UE più vicina agli obiettivi per il 2030 su clima ed energia, secondo i piani nazionali

    Secondo la valutazione della Commissione europea dei piani nazionali per l’energia e il clima (PNEC), gli Stati membri dell’Unione europea hanno notevolmente ridotto il divario per conseguire gli obiettivi su energia e clima per il 2030. L’UE nel suo complesso è prossima a ridurre del 55% le emissioni di gas a effetto serra, come previsto dalla normativa europea sul clima, raggiungendo una quota di almeno il 42,5% di energie rinnovabili.

    Dalla valutazione della Commissione emerge che l’UE è sulla buona strada per ridurre le emissioni nette di gas a effetto serra di circa il 54% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, se gli Stati membri attuano pienamente le misure nazionali e le politiche dell’UE esistenti e previste

    La valutazione della Commissione fornisce inoltre una solida base per le discussioni sulle prossime tappe del percorso di decarbonizzazione dell’UE per il 2040 e sul conseguimento della neutralità climatica entro il 2050.

  • Guerra e inquinamento

    Su Putin e la sua sciagurata guerra contro l’Ucraina abbiamo scritto, come tanti, in più occasioni e l’intensificarsi degli attacchi contro i civili, con decine di morti e feriti, avvenuti negli ultimi giorni è l’ennesima riprova della sua spregiudicata crudeltà e del poco valore che dà alle richieste di tregua.

    C’è però un aspetto di questa guerra che è meno attenzionato anche se particolarmente grave per le conseguenze presenti e future.

    Nei primi tre anni di guerra bombe, missili ad alto potenziale, esplosivi di ogni tipo, milioni di proiettili, droni e quant’altro e lo spaventoso quantitativo di macerie, ci sono intere città distrutte, delle quali molte con componenti pericolosi, hanno, grazie a Putin, dato un’altra terribile spinta al progredire dell’inquinamento più tossico, per non parlare dei mezzi militari distrutti ed anch’essi da smaltire.

    Grandi, immense quantità di terreno, quello che prima era il granaio del mondo, è in gran parte ormai perso per anni all’agricoltura, e le foreste bruciate potrebbero anche influire sui cambiamenti, in alcune zone, del clima.

    Si parla ad esempio, e sempre per approssimazione in difetto, di 230 milioni di tonnellate di carbonio nei più di tre anni di guerra.

    Putin anche prima della guerra non aveva certo attenzione alla necessità mondiale di ridurre l’inquinamento infatti, durante il suo regime, le emissioni di gas serra sono aumentate del 23% mentre nell’Unione Europea erano diminuite del 30, ma ora la sua irrazionale e crudele fame di potere e conquista ha portato ad una situazione gravemente pericolosa per tutti perché i venti e le piogge non conoscono confini e portano ovunque i veleni che Putin ha disseminato in Ucraina.

    Putin è un pericolo per il mondo e anche questo aspetto Trump continua a non comprendere obnubilato da una sete di potere che lo accumuna ai dittatori come Putin e Xi Jinping, altro criminale ambientale, come ricordava Papa Francesco “nessuno si salva da solo” e noi ricordiamo che tutti paghiamo e pagheremo le conseguenze dei crimini altrui se non cerchiamo di impedirli.

  • Ambientalismo spaziale: i satelliti inquinano

    Una pioggia di satelliti Starlink attraversa l’atmosfera terrestre: nel solo mese di gennaio ne sono rientrati 120 giunti ormai alla fine della loro vita operativa, con un ritmo di circa 4 al giorno. Si tratta di un processo necessario che rischia, però, di minacciare l’atmosfera, ed è solo all’inizio: a partire dal 2018 la SpaceX di Elon Musk ha posizionato in orbita terrestre più di 7mila satelliti per l’Internet globale, che man mano rientrano bruciando nell’atmosfera per essere rimpiazzati da quelli di nuova generazione. A questi vanno aggiunte tutte le altre mega-costellazioni in fase di dispiegamento.

    Il rischio deriva dal fatto che, rientrando nell’atmosfera, i satelliti bruciano e si disintegrano prima di toccare il suolo per ridurre al minimo il rischio di detriti spaziali, ma così facendo rilasciano polveri di metalli inquinanti, come l’ossido di alluminio che corrode lo strato di ozono.
    “Gli Starlink sono fatti principalmente di alluminio, che quando il satellite evapora rimane in quota nell’atmosfera”, ha detto all’agenzia di stampa Ansa Alberto Buzzoni, astronomo dell’Istituto Nazionale di Astrofisica. “E la stessa cosa si verifica al momento del lancio, poiché i propellenti usati dai razzi, soprattutto quelli solidi, sono a base di ossido di alluminio. Tuttavia – prosegue – quando si parla di clima e di atmosfera si ha sempre a che fare con un sistema caotico ed estremamente complesso, dunque è difficile fare previsioni sulle conseguenze di questi eventi. Ad esempio, sappiamo che le particelle di alluminio rendono l’atmosfera più brillante, come tanti piccoli specchietti”, afferma il ricercatore dell’Inaf: “Riflettono quindi una maggiore quantità di luce solare raffreddando l’atmosfera, con un’azione opposta a quella dell’effetto serra”.
    Già uno studio pubblicato a ottobre 2023 sulla rivista dell’Accademia delle Scienze americana, Pnas, ha trovato prove del fatto che la disintegrazione dei satelliti lascia tracce persistenti nell’atmosfera: nei campioni raccolti da un aereo, i ricercatori hanno scoperto che il 10% delle particelle contiene alluminio e altri metalli provenienti proprio da satelliti e razzi. Un altro studio pubblicato a giugno 2024 su Geophysical Research Letters ha rilevato che la concentrazione degli ossidi di alluminio nell’atmosfera è aumentata di 8 volte tra il 2016 e il 2022. Un dato comprensibile, dal momento che la scomparsa di un solo satellite Starlink di prima generazione produce circa 30 chilogrammi di ossido di alluminio, che possono persistere poi per decenni.
    “Oggi i rientri sono dominati dai satelliti Starlink per una chiara faccenda di numeri, sono la popolazione dominante nel contesto complessivo dei satelliti in orbita”, ha detto sempre all’Ansa anche Gianluca Masi, astrofisico e responsabile scientifico del Virtual Telescope Project. “Questa è una criticità che può rappresentare un intralcio significativo alle osservazioni astronomiche – prosegue – soprattutto in certi momenti della notte e dell’alba”.

    Il rientro di satelliti sempre più numerosi è però dovuto anche agli effetti del ciclo solare, ora al suo massimo. “L’attività solare, infatti, rende più gonfia l’atmosfera – commenta Buzzoni – che arriva alla quota alla quale si trovano i satelliti in orbita bassa intorno alla Terra, frenandoli. È una buona cosa, perché in questo modo l’atmosfera agisce da spazzino dei detriti spaziali”. In ogni caso, i 120 Starlink rientrati il mese scorso non costituiscono più un caso particolarmente eclatante: “Questa è ormai la situazione normale – conclude l’astronomo – e il tasso di rientro rimarrà probabilmente simile per tutto l’anno”.

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