Inquinamento

  • Tre miliardi di nuovi alberi entro il 2030: ogni cittadino può registra il proprio con l’app MapMyTree

    Per tutti i cittadini che desiderano prendere parte all’impegno di piantare tre miliardi di nuovi alberi entro il 2030 è disponibile l’applicazione web MapMyTree. Ogni persona che pianta un albero avrà la possibilità di registrarlo e mapparlo affinché venga contato ai fini dell’obiettivo dell’UE.

    Nell’ambito del Green Deal europeo, la strategia dell’UE sulla biodiversità si impegna a piantare almeno 3 miliardi di nuovi alberi nell’UE entro il 2030, nel pieno rispetto dei principi ecologici,  che significa che bisogna piantare l’albero giusto nel luogo giusto e con uno scopo adeguato. Questo aumenterà la superficie forestale dell’UE, ne sosterrà la resilienza, rafforzerà la biodiversità e contribuirà ad affrontare la triplice crisi planetaria dei cambiamenti climatici, della perdita di biodiversità e dell’inquinamento.

    Le foreste subiscono una pressione sempre maggiore a causa delle minacce e del rischio di catastrofi, ma è sempre più riconosciuto il loro ruolo come soluzioni basate sulla natura per mitigare i cambiamenti climatici e adattarvisi affrontando la perdita di biodiversità e il degrado del suolo. Il contatore MapMyTree è operativo dallo scorso dicembre, quando è stato aperto alle organizzazioni partecipanti.

    Fonte: Commissione europea

  • Affonda una petroliera in Tunisia e scatta l’allarme per la possibile marea nera

    Era venerdì 15, di sera. quando la petroliera ‘Xelo’, proveniente dall’Egitto e diretta a Malta, ha chiesto di poter entrare nelle acque territoriali tunisine per trovare riparo dal mare in tempesta. Ma, prima di raggiungere la costa, nelle ultime ore naufragata nel Golfo di Gabes, di fronte alla costa sud-orientale della Tunisia. E lì è affondata, con il suo carico altamente inquinante: 750 tonnellate di gasolio che ora giacciono in fondo al mare. Le autorità affermano che la situazione “è sotto controllo”. Ma finché il relitto e il suo carico non saranno messi in sicurezza tutto può ancora succedere.

    E’ stata la ministra dell’Ambiente, Leila Chikhaoui, ad affermare di non ravvisare al momento pericoli di inquinamento nell’area, situata praticamente al centro del Mediterraneo. “Riteniamo che lo scafo sia ancora a tenuta stagna e che finora non ci siano state perdite”, ha detto in un’intervista all’Afp. Inoltre, secondo il ministro, “il gasolio tende ad evaporare abbastanza velocemente”, anche nel caso in cui affiorasse. Tuttavia, se necessario la Tunisia potrebbe “fare appello agli aiuti internazionali”. E’ stato intanto attivato il piano nazionale di emergenza per la prevenzione dell’inquinamento marino con l’obiettivo di controllare la situazione ed evitare la diffusione di inquinanti”, ha fatto sapere il ministero dell’Ambiente. I ministeri della Difesa, dell’Interno, dei Trasporti e delle Dogane stanno lavorando quindi per evitare “un disastro ambientale nella regione e per limitarne le ripercussioni”, precisa la stessa fonte.

    Le autorità giudiziarie di Gabes, intanto, hanno aperto un’indagine sull’accaduto, prendendo atto di “perdite minime” che, a loro dire, non farebbero “presagire disastri”. Di certo c’è che venerdì sera la petroliera Xelo, lunga 58 metri e larga 9 e battente bandiera della Guinea Equatoriale, si stava dirigendo verso Malta dal porto di Damietta in Egitto. Mentre imperversava il maltempo ha chiesto di poter entrare in acque tunisine ma, a circa 7 km dalla costa, ha iniziato a imbarcare acqua. Poco dopo nella sala macchine ce n’erano due metri. Le autorità tunisine hanno quindi evacuato i sette uomini di equipaggio, un capitano georgiano, quattro turchi e due azeri, portati in salvo prima dell’affondamento, avvenuto all’alba. Trasportati in ospedale per accertamenti, sono poi stati trasferiti in hotel e interrogati sulle cause del naufragio.

    Si attende ora che la furia del mare, dove persistono forti venti e mareggiate, si plachi abbastanza da permettere ai sommozzatori di andare a controllare da vicino le condizioni dello scafo. Poi si deciderà se pompare il carico da lì o avvicinare la nave alla costa. Intanto, a scopo precauzionale, lungo il perimetro del naufragio sono predisposte barriere antinquinamento, sorvegliate dai militari e inaccessibili a chiunque sia estraneo ai soccorsi.

    La regione del Gabes ospita oltre la metà della flotta di pesca tunisina ma negli ultimi anni ha sofferto, secondo diverse ong, di vari episodi di inquinamento, anche per la presenza sulla costa di industrie di lavorazione del fosfato e di un oleodotto che trasporta petrolio dal sud della Tunisia. Intanto, un altro incidente ha coinvolto una petroliera, la ‘Chang Yi’, una petroliera da 9.995 tonnellate immatricolata a Panama, a 300 chilometri dalla costa di Hong Kong. Una esplosione a bordo ha ucciso un uomo dell’equipaggio ferendone altri 6. Ignote le cause del disastro, che ha richiesto l’intervento di un aereo e 2 elicotteri. Nella zona è ormai buio, ed è stato finora impossibile accertare se vi siano o meno perdite di petrolio in mare.

  • Covid e inquinamento

    Con l’arrivo inaspettato del Covid abbiamo avuto negli ultimi due anni un uso massivo di dispositivi medici, e non, di protezione che hanno modificato il nostro stile di vita ma anche il nostro comportamento in termini di smaltimento degli stessi, provocando non solo difficoltà al chiarimento degli organi competenti di come e dove smaltirli, ma anche al loro accumulo casalingo e ambientale.

    Infatti dalle stime ufficiali, che non comprendono i dispositivi ad uso domestico e/o personale, si stima che siano stati prodotti 87.000 tonnellate di rifiuti di dispositivi di protezione individuale, che non comprendono peraltro le mascherine mediche usa e getta.

    In più dobbiamo aggiungere i milioni (si stima più di 140) dei kit di test antigenici e dei rifiuti chimici connessi (più di 700 000 litri), e in aggiunta aghi, siringhe, garze, guanti e materiale vario ad uso sanitario (disinfettanti e detergenti). Ciò impone la ricerca da una parte di normative nazionali e internazionali che diano indicazioni precise sul modo di smaltire e quindi aiutare il cittadino a farlo nel modo corretto, ma dall’altra parte di una sensibilizzazione civica mediata dagli organi governativi che faccia intendere alla popolazione il grave rischio di inquinamento da “materiale Covid“ , evitando così comportamenti personali che portino ad un ulteriore possibile inquinamento.

    Fonte: quotidianosanità.it

  • Italia in fondo alla classifica europea delle green cities, Napoli ultima

    Italia maglia nera nella classifica europea delle città verdi per la mobilità urbana e la qualità dell’aria, con Napoli che è la peggiore delle 36 metropoli di 16 Paesi esaminate nella campagna “Clean cities” (Città pulite), promossa da una coalizione fra ong, associazioni e think tank ambientalisti (tra cui Legambiente, Cittadini per l’aria, Kyoto Club e Transport and Environment). Ma in fondo alla classifica si sono piazzate pure Milano (20esima), Torino (23esima) e Roma (32esima). Sul podio la scandinava Oslo, seguita da Amsterdam e Helsinki, ma anche le più virtuose non sono state promosse a pieni voti visto che il massimo del punteggio è stato 71,5% della capitale norvegese, dimostrando di essere ancora distanti da una mobilità a emissioni zero entro il 2030.

    “Le città italiane potevano uscire dalla pandemia trasformate in meglio: meno inquinamento dell’aria, meno auto in circolazione, più bici e trasporto pubblico. Purtroppo non hanno raccolto la sfida e spesso hanno fatto passi indietro”, commenta Claudio Magliulo, responsabile della campagna Clean Cities in Italia rilevando che invece alcune città europee hanno dimostrato che “si può reinventare lo spazio urbano nel tempo di una stagione”: Parigi, al quinto posto, “ha ad esempio investito nella riduzione drastica del traffico veicolare e nella promozione della mobilità pedonale e ciclistica”.

    Tra gli aspetti considerati nel rapporto “Pan-European City Rating and Ranking on Urban Mobility for Liveable Cities”, (Valutazione pan-europea delle città e classifica sulla mobilità urbana per città vivibili), ci sono, tra gli altri, lo spazio urbano dedicato a pedoni e biciclette, l’accessibilità ed economicità del trasporto pubblico locale, l’infrastruttura per la ricarica dei veicoli elettrici, le politiche di riduzione del traffico, dei veicoli inquinanti e l’offerta di servizi di sharing mobility. Tutto ruota attorno alla mobilità visto che il settore dei trasporti contribuisce a un quarto delle emissioni di gas serra in Italia e in Europa, ed è l’unico ad aver registrato un aumento delle emissioni dal 1990, ricorda il rapporto.

    Dal responsabile mobilità di Legambiente, Andrea Poggio, arriva un appello ai sindaci: “Misuriamoci con l’obiettivo di dimezzare auto e inquinamento e raddoppiare tram e treni, fermare i diesel e promuovere elettrico, biciclette e monopattini, ridisegnare e ridurre la velocità a 30 km/h nell’80% delle strade”.

    La presidente di Cittadini per l’aria, Anna Gerometta aggiunge: “Le mappe dell’inquinamento da biossido di azoto di Milano, Roma e Napoli dipingono città dove il traffico la fa da padrone” mentre la responsabile mobilità di Kyoto Club, Anna Donati, osserva che “questa è la dura lezione per le amministrazioni comunali italiane: serve visione, coraggio e determinazione costante”.

    Delle 30 città con la peggiore qualità dell’aria in Europa 10 sono italiane e questo costa molteplici procedure d’infrazione europee per l’assenza di politiche adeguate in materia.

  • In tutto il mondo gettate ogni giorno 3,4 miliardi di mascherine anti-Covid

    L’emergenza Covid-19 ha imposto ai Paesi di tutto il mondo l’immediata necessità di garantire enormi forniture di dispositivi di protezione individuale (mascherine innanzitutto), di vaccini e di attrezzature ospedaliere. La stessa attenzione, tuttavia, non è stata posta allo smaltimento sicuro e sostenibile dei rifiuti sanitari creati da questa pandemia. Una mancanza che rischia di avere un impatto pesante sull’ambiente e la salute. A lanciare l’allarme è l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) in un rapporto appena pubblicato in cui si evidenzia l’urgente bisogno di migliorare i modelli di gestione dei rifiuti e si stima che ogni giorno siano finite nella spazzatura fino a 3,4 miliardi di mascherine.

    Fare un bilancio dei rifiuti sanitari legati alla pandemia è difficile, spiega l’Oms. Tuttavia esistono numerose ricerche che danno una misura dell’entità del problema. Un’analisi dello United Nations Development Programme (Undp) ha calcolato che la pandemia, incidendo per esempio sui protocolli di sicurezza, ha aumentato la quantità di rifiuti sanitari a 3,4 kg al giorno per ogni letto ospedaliero, che è circa 10 volte di più rispetto ai tempi pre-pandemia. Gli stessi vaccini sono un’importante fonte di rifiuti: ne sono state somministrate oltre 8 miliardi di dosi a livello globale che hanno prodotto 144.000 tonnellate di rifiuti aggiuntivi, 88.000 in fiale, 48 mila in siringhe e 8.000 in contenitori termici.

    Il rapporto Oms porta anche l’esempio del programma messo in piedi dall’Onu all’inizio della pandemia per far fronte alle richieste di dispositivi di protezione individuale soprattutto da parte dei Paesi a basso reddito. Solo all’interno di questo programma sono state prodotte 87.000 tonnellate di dispositivi di protezione individuale (Dpi) acquistati tra marzo 2020 e novembre 2021 solo nell’ambito di una iniziativa di emergenza promossa dalle Nazioni Unite. Sono stati inoltre distribuiti oltre 140 milioni di kit per i test potenzialmente in grado di generare 2.600 tonnellate di rifiuti non infettivi (principalmente plastica) e 731.000 litri di solventi chimici (equivalenti a un terzo di una piscina olimpionica).

    “È assolutamente importante fornire i dispositivi necessari, ma è altrettanto fondamentale che il loro utilizzo e smaltimento avvenga in sicurezza e senza impatto sull’ambiente circostante”, dichiara Michael Ryan, direttore esecutivo del programma per le emergenze sanitarie dell’Oms.

  • L’Africa è la pattumiera dell’Europa

    Alice for Children lamenta che l’Africa viene trattata come la discarica dei Paesi europei perché è destinataria del traffico di rifiuti europei e segnala che a settembre 2021 sono stati individuati e sequestrati numerosi container che trasportavano rifiuti europei in Africa, pericolosi e non bonificati. “Parliamo – dice la Onlus – di migliaia di pezzi di motorini, moto, veicoli, quali motori, freni, sterzi, marmitte. Il mese prima, a Torino, erano stati fermati dei container diretti in Ghana carichi di rifiuti elettrici ed elettronici che sarebbero dovuti passare per l’iter di smaltimento. A luglio, invece, al porto di Genova sono stati scoperte 57 tonnellate di rifiuti in partenza per il continente africano”.

    “Chi opta per il traffico illecito di rifiuti verso l’Africa, perlopiù le organizzazioni criminali, lo fa per risparmiare sulle spese di smaltimento e recupero in Italia, e agisce mescolando i rifiuti illegali con prodotti di varia natura nei container – spiega ancora la Onlus – Quando avviene la mescolanza dei rifiuti, e la contaminazione fra materiali, diventa impossibile risalire ai responsabili del traffico e la provenienza dei rifiuti. Uno dei business più consistenti negli ultimi tempi è la rivendita di pannelli fotovoltaici non funzionanti ai Paesi africani: molti di questi vengono venduti come usati e ancora performanti, pur non essendolo, per evitare le spese di smaltimento. Le indagini per contrastare il traffico di rifiuti negli ultimi anni, in Italia, si sono concentrate in zone specifiche del Paese, ovvero in Campania e In Liguria, dai cui porti prende il mare il quantitativo più rilevanti di carichi di rifiuti, camuffati nei container”.

    Riferendo che l’80 % dei prodotti elettronici che arrivano in Africa provengono dal Vecchio Continente, Alice for Children precisa che le destinazioni africane predilette dai rifiuti europei in Africa dei rifiuti sono i Paesi dell’Africa occidentale, in particolar modo Senegal, Nigeria, il Gambia, Togo, Sierra Leone, ma soprattutto il Ghana dove, alla periferia di Accra, c’è la più grande discarica di rifiuti elettronici al mondo, quella di Agbogbloshie, ‘popolata ‘per l’85 % da rifiuti di provenienza europea.  Il Ghana è considerato il cimitero dellE-Waste. In Italia, oltre 6 elettrodomestici su 10 non sono smaltiti correttamente, e prendono la via dell’imbarco illegale – meno dispendioso in termini economici – verso Paesi stranieri anziché seguire l’iter canonico”.

  • Delhi smog: Schools and colleges shut as pollution worsens

    Authorities in the Indian capital, Delhi, have shut all schools and colleges indefinitely amid the worsening levels of air pollution.

    Construction work has also been banned until 21 November but an exception has been made for transport and defence-related projects.

    Only five of the 11 coal-based power plants in the city have been allowed to operate.

    A toxic haze has smothered Delhi since the festival of Diwali.

    The levels of PM2.5 – tiny particles that can clog people’s lungs – in Delhi are far higher than the World Health Organization’s (WHO) safety guidelines. Several parts of the city recorded figures close to or higher than 400 on Tuesday, which is categorised as “severe”.

    A figure between zero and 50 is considered “good”, and between 51 and 100 is “satisfactory”, according to the the air quality index or AQI.

    Some schools had already shut last week because of pollution and the Delhi government said it was mulling over a lockdown to improve air quality as dense clouds of smog engulfed the city.

    A mix of factors like vehicular and industrial emissions, dust and weather patterns make Delhi the world’s most polluted capital. The air turns especially toxic in winter months as farmers in neighbouring states burn crop stubble. And fireworks during the festival of Diwali, which happens at the same time, only worsen the air quality. Low wind speed also plays a part as it traps the pollutants in the lower atmosphere.

    A sense of déjà vu: By Geeta Pandey, BBC News, Delhi

    Every year as winter approaches, there’s a sense of déjà vu for us living in Delhi. The morning skies take on an ominous grey colour, we complain of stuffy nose and itchy eyes, and hospitals start to fill up with people complaining of wheezing and breathing difficulties. Those of us who can afford it, rush to buy expensive air purifiers. The mere act of breathing in Delhi becomes hazardous.

    The city routinely tops the list of “world’s most polluted capitals” and we obsessively start checking apps that provide a reading of the air quality index. We look at the levels of PM2.5, the lung-damaging tiny particles in the air that can exacerbate a host of health issues, including cancer and cardiac problems, and PM10 – slightly larger particles, but still pretty damaging.

    Levels of PM2.5 below 50 are considered “good” and under 100 “satisfactory”. Right now, it’s 363 in Delhi – in some areas, it’s almost 400. In the suburb of Noida, it’s nearly 500.

    Every year, as the air turns murky, the Indian Supreme Court hauls the state and federal governments into court, asking them what they intend to do to clean up the air. On Tuesday, after a prodding from the court, the authorities took some action.

    But these measures are like putting a bandage on a bullet hole – they have been tried in the past and have made little difference to the city’s air in the long term. Experts say cleaning up the air requires drastic measures that are not a priority for the country’s leaders. They warn that at the onset of winter next year, we’ll be back where we are now.

    This year, the pollution has become so dire that it prompted a stern warning from India’s Supreme Court, which directed state and federal governments to take “imminent and emergency” measures to tackle the problem.

    Following the hearing, a meeting was called by Delhi’s Commission for Air Quality Management and emergency measures were announced.

    Other measures announced by the panel include a ban on the entry of trucks in Delhi and the neighbouring states of Uttar Pradesh, Punjab, Haryana and Rajasthan until 21 November, except those carrying essential commodities.

    The panel also directed Delhi and other states to “encourage” private offices to allow 50% of their employees to work from home during the period to cut down vehicle emissions and dust levels.

    India’s pollution problem is not just limited to Delhi.

    Indian cities routinely dominate global pollution rankings and bad air kills more than a million people every year, a report by US research group, the Energy Policy Institute at the University of Chicago (EPIC), said. It added that north India breathes “pollution levels that are 10 times worse than those found anywhere else in the world” and, over time, these high levels have expanded to cover other parts of the country as well.

  • A Bruxelles si meditano misure più restrittive per gli investimenti ecologici

    Davanti alla corsa a una finanza sempre più sostenibile, Bruxelles prepara un giro di vite sui parametri in base ai quali stabilire se gli investimenti sono davvero green oppure usano la sostenibilità solo per attrarre clienti (il cosiddetto greenwashing). In meno di 20 anni il valore dei fondi che si concentrano su questioni ambientali, sociali e di governance (Esg) è arrivato a superare i 30mila miliardi di dollari e nel solo 2020 c’è stato un balzo da 1.700 miliardi. Eppure, a fine agosto un’analisi della Ong Influence Map mostrava che il 71% dei fondi Esg sul mercato non sono allineati all’accordo di Parigi. Ed ha fatto molto rumore l’indagine delle autorità tedesche e americane su Dws, società di asset management controllata da Deutsche Bank, accusata proprio di greenwashing, cioè di vendere per sostenibili prodotti che in realtà non lo sono.

    La Commissione europea sa bene che gli investimenti privati servono al Green Deal. L’Ue deve investire circa 350 miliardi di euro in più ogni anno nel decennio 2021-30, rispetto al decennio precedente, per raggiungere gli obiettivi climatici ed energetici e proprio per questo c’è la consapevolezza che gli investimenti su clima e ambiente devono essere credibili. E’ per questo che sono necessarie definizioni, metodologie di misurazione e indicatori quantitativi, ovvero quel pacchetto di standard comuni sugli investimenti verdi su cui l’Ue sta lavorando dal 2018. Da tre anni a Bruxelles si sta costruendo un’architettura di criteri tecnici sulle informative, le metodologie di misurazione della sostenibilità, standard propri per i Green Bond e la classificazione degli investimenti “verdi”. Ma ci sono ancora due grandi problemi da risolvere prima che si possa arrivare al varo di un quadro di riferimento.

    Sul fronte esterno, alla Piattaforma internazionale sulla finanza sostenibile dell’Ue per ora hanno aderito solo Argentina, Canada, Cile, Cina, India, Kenya e Marocco. Sul fronte interno, invece, la classificazione degli investimenti verdi (la cosiddetta tassonomia) è stata bloccata dal Consiglio Ue a causa delle divisioni degli Stati membri su gas e nucleare. Tuttavia, sotto la spinta della Cop26 è possibile che entro breve le nuove norme possano vedere la luce.

    In attesa che arrivi la stretta Ue, c’è però chi già si è attrezzato. E’ il caso della Bei, il braccio finanziario dell’Unione: dal 2022 la Banca europea degli investimenti esaminerà più severamente i contraenti dei prestiti. Già da quest’anno, tutti i progetti approvati devono essere in linea con gli impegni dell’Accordo di Parigi. Dall’anno prossimo chi vorrà accedere a un prestito Bei dovrà presentare un’agenda per la decarbonizzazione, e non potrà ottenere finanziamenti se continua a investire in attività ad alte emissioni.

  • Scegli un titolo

    Nei campi è già spuntato il grano, nel giorno dei morti rappresenta una forte speranza di vita per chi ha tempo e voglia di qualche riflessione, intanto il covid non si arrende e ricominciano ansie ed irrequietezze che potrebbero anche tramutarsi in sentimenti forti contro chi continua a sfilare in nome di una presunta libertà e mentre infetta quelli intorno a lui.

    Cop26 sembra metterà uno stop alla deforestazione nel 2030, perciò per i prossimi 18 anni si potrà continuare a distruggere foreste, boschi, habitat naturali, gli unici che aiutano, veramente, ad abbattere l’inquinamento, a ripulire l’aria, a preservare l’ossigeno? Se si continua come si è fatto in questi anni non sarà necessario inventarsi proroghe per dilazionare ancora i tempi, come avviene sempre, o non servirà neppure rispettare veramente il termine perché se non si mette subito un alt al taglio delle foreste e dei boschi, se non si comincia subito a ripiantumare, nel 2030 non rimarranno più foreste e boschi da abbattere, sarà già tutto distrutto dalla Romania all’Amazzonia, e in Africa la desertificazione sarà praticamente completata. Intanto la Cina ha aumentato l’estrazione di carbone, le terre rare continuano a costare sempre di più e a scarseggiare con il conseguente aumento di tutti i componenti dei quali non possiamo più fare a meno, dal telefono all’iPad, dal computer alla lavatrice ed alle gentili voci robotiche che chiamiamo, in macchina o in casa e in ufficio, per sbrigare quelle semplici cose che, fino a ieri, facevamo benissimo da soli: chiamare un numero di telefono, mettere su la musica, chiedere che tempo fa etc. Giustamente i giovani, ed i grandi, compresi i Grandi della terra, chiedono fatti e non parole, finalmente, a forza di drammatici appelli degli scienziati, si è capito che il tempo stringe e che l’ecosistema va salvato, ne va della vita di tutti. Ma dal dire al fare… Infatti tutti sembriamo ignorare che proprio dall’utilizzo dei vari sistemi informatici e correlati, l’uso dei quali è in continuo ed esponenziale aumento, deriva un preoccupante consumo di energia ed un drammatico aumento dell’inquinamento. Né si parla di quanto danno producano all’aria comune, in tutto il globo, gli esperimenti per nuovi ordigni bellici, l’invio di sempre nuove navicelle spaziali e quanto altro immettiamo nello spazio mentre rimangono aperti i problemi legati alle trivellazioni in mare ed allo smaltimento di materiali altamente tossici come le batterie elettriche ed i pannelli solari.

    Ci lascia un po’ perplessi l’accordo annunciato dal ministro Cingolani tra alcuni governi ed importanti fondazioni private. Se è vero che senza l’impegno anche dei privati non si potranno raggiungere gli obiettivi per il risanamento dell’ambiente e lo sviluppo di un nuovo sistema economico non possiamo però ignorare che la presenza dell’Ikea, che è noto abbia acquistato e poi abbattuto grandi boschi ovunque ha potuto, ci fa dubitare del buon fine dell’operazione.

  • Sempre più boschi in Italia, in 10 anni Co2 abbattuta di 290 milioni di tonnellate

    Cinquecentottantasette ettari di aria più pulita: aumenta la superficie dei boschi in Italia e anche la capacità di assorbire anidride carbonica. In 10 anni la superficie boschiva nazionale è salita a 11 milioni di ettari, la biomassa forestale è cresciuta del 18,4%. E’ questo ha un deciso effetto positivo sull’aria. Alberi e legname consentono così di intrappolare e assorbire 290 milioni di tonnellate di Co2 in più.

    I Carabinieri Forestali, con l’aiuto dei droni, ma anche più prosaicamente di grandi strumenti di misurazione ‘fisica’ come i calibri, hanno realizzato un importante Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi forestali di Carbonio. Con il supporto scientifico del Crea hanno misurato lo stato di vitalità delle foreste e il loro contributo per mitigare la “febbre planetaria”. E per una volta le notizie che arrivano sul fronte ambientale sono positive. “La rilevazione evidenzia un dato oggettivamente confortante – afferma il comandante dei Carabinieri Forestali, il generale Antonio Pietro Marzo – L’inventario è uno strumento di conoscenza concreta a supporto delle politiche ambientali e forestali. Conoscere vuol dire comprendere e quindi agire di conseguenza, favorendo il cambiamento e i processi non solo di conservazione ma anche di sviluppo”.

    I boschi, calcola l”inventario’, coprono il 36,7% del territorio nazionale, i metri cubi di biomassa espressi in valori per ettaro sono passati da 144,9 a 165,4 metri cubi. Importanti i dati sulla quantità di Co2 sottratta all’atmosfera che passa da1.798 milioni di tonnellate a quota 2.088 milioni corrispondente a 569 milioni di tonnellate di carbonio organico trattenuto nella biomassa e nel legno morto. Gli alberi sono di fatto una vera e propria macchina biologica che cattura carbonio: un metro cubo di legno secco contiene circa 260 chili di carbonio, pari a circa metà del suo peso.

    Le Regioni che maggiormente contribuiscono al volume complessivo dei boschi italiani sono la Toscana, il Piemonte e la Lombardia, rispettivamente con il 10.4%, il 9.8% e l’8.7% del totale. I valori minimi regionali sono stati registrati per la Puglia, la Valle d’Aosta e il Molise, con contributi variabili tra l’1.0% e l’1.3% del totale, che ovviamente tiene conto anche dalla loro diversa superficie, oltre che della diversa composizione delle foreste. La fotografia mostra anche che le specie presenti sono 180 ma di queste ne bastano quattro per rappresentare il 50% del volume dei boschi: il faggio, l’abete rosso, il castagno e il cerro. Bisogna aggiungere poi altre sette specie per arrivare al 75%: il larice, la roverella, il carpino nero, il leccio, l’abete bianco, il pino nero e il pino silvestre.

Back to top button