Inquinamento

  • Reati ambientali in crescita del 15,6% nel 2019, Campania maglia nera

    Colate di cemento, pesca di frodo, sversamenti in acqua e depurazione insufficiente o assente: i nemici del mare non si sono fermati anzi nel 2019 sono aumentati: sono 23.623 i reati contestati, il 15,6% in più rispetto al 2018. A scattare l’impietosa fotografia è Legambiente, che nel suo annuale rapporto Mare Nostrum affibbia al Sud la maglia nera: oltre la metà delle infrazioni, il 52,3%, si sono infatti concentrate tra Campania, Puglia, Sicilia e Calabria. Sono invece 6.486 i sequestri effettuati (con un incremento dell’11,2%), per un valore economico che ammonta a circa 520 milioni di euro, e 22.564 le persone denunciate o arrestate. “Con la pandemia da Covid-19 e il lungo periodo di lockdown abbiamo avuto la chiara dimostrazione di quanto incida negativamente la pressione antropica sull’ecosistema e, ancor più, di quanto sia devastante l’impatto delle attività illecite. In assenza di scarichi industriali, i fiumi si sono rapidamente ripuliti, salvo poi, pochi giorni dopo la ripartenza, tornare a subire l’avvelenamento da parte degli ecocriminali”, si legge nel rapporto.

    La classifica nazionale per numero assoluto di reati contestati vede stabilmente in vetta la Campania, che primeggia tanto nella classifica del cemento che in quelle dell’inquinamento e della navigazione fuorilegge, cedendo il passo solo nella pesca, dov’è seconda dietro la Sicilia. Se si valuta, invece, il numero di reati in rapporto ai chilometri di costa, sale al primo posto la Basilicata, con 10,7 reati a chilometro, seguita dal piccolo Molise, con 10,5 reati a chilometro, e, al terzo posto, l’immancabile Campania con 10. Anche nel 2019, l’abusivismo edilizio e i reati legati al ciclo del cemento hanno dominato la partita con il 42,5% dei reati sanzionati dalle Forze dell’ordine, oltre 10mila infrazioni, più di ventisette ogni giorno. Le Regioni più colpite sono state, nell’ordine, Campania, Puglia, Lazio, Calabria e Sicilia: cinque Regioni, che da sole pesano il 64,5% del totale. Segue con il 33,1% dei reati, l’inquinamento, che deriva dalla maladepurazione degli scarichi civili, ma anche dagli scarichi industriali, dagli impianti petroliferi e dalla ‘maledetta’ plastica, con il fenomeno del littering che colpisce pesantemente la biodiversità marina. Prima è anche in questa classifica la Campania, con quasi il 25% dei reati, seguita da Puglia, Lazio, Calabria e Toscana. La pesca illegale, quella che depreda il mare con pratiche e stumentazioni fuorilegge, rappresenta il 22% delle infrazioni accertate, con 555mila chili di pescato, quasi 69mila metri di reti killer e oltre 7.500 attrezzi da pesca finiti sotto sequestro. Chiude il quadro delle diverse tipologie di sanzioni contestate da Capitanerie di porto e Forze dell’ordine il reato di infrazione al codice della navigazione, che rappresenta il 2,4% del totale, con 571 infrazioni e altrettante persone denunciate in un anno, tra diportisti che oltrepassano i divieti di tutela delle aree marine più delicate o pirati che minacciano la sicurezza di altri natanti o dei bagnanti lungo le spiagge. La Campania, di nuovo, sbaraglia tutti con oltre il 60% delle infrazioni.

  • Il dialogo energetico UE-Cina si concentra sulle politiche ecologiche dopo il coronavirus

    La commissaria europea per l’energia Kadri Simson e il suo omologo cinese, Zhang Jianhua, amministratore della National Energy Administration of China, hanno discusso delle politiche in materia di energia pulita, nello sforzo di entrambe le parti per superare la crisi economica causata da COVID19.

    Durante il nono dialogo UE-Cina sull’energia, che si è svolto parallelamente al 22° vertice UE-Cina tramite videoconferenza, Simpson e Zhang hanno discusso del piano di ripresa dell’UE e del Green Deal europeo, nonché delle misure della Cina volte a stimolare lo sviluppo di energia pulita e la responsabilità condivisa di promuovere investimenti nel settore dell’energia verde nei paesi terzi.

    Simson e Zhang hanno anche discusso di problemi di sicurezza sui mercati globali dell’energia, diversificazione delle valute per le transazioni energetiche, progressi nelle riforme del mercato dell’energia nell’UE e in Cina, nonché di innovazione energetica e cooperazione commerciale. “Le imprese europee e cinesi sono state invitate a presentare le loro opinioni sulle opportunità e le sfide degli investimenti energetici in Cina”, si legge in un comunicato stampa della Commissione.

    Sono stati esaminati i progressi compiuti sull’attuazione della cooperazione energetica UE-Cina, che è stata firmata a margine del vertice UE-Cina del 2019. Simson e Zhang hanno anche fatto il punto sui progressi della piattaforma di cooperazione energetica tra i due Pesi, lanciata a maggio 2019, e hanno discusso delle attività previste nell’ambito del secondo programma di lavoro annuale della piattaforma.

     

  • Il Tempo del prima e del dopo

    Se fossimo saggi, se avessimo quel minimo di saggezza, di comprensione degli eventi e di capacità di elaborarli, che ha consentito, nei secoli e nei millenni, agli essere umani di conservare la specie, dovremmo capire che c è un prima e un dopo. Un prima e un dopo pandemia.

    Il prima è come siamo stati per decenni, quei decenni che ci hanno consentito di arrivare ad un grado di benessere altissimo per alcuni mentre intere altre popolazioni vivevano ancora, sia economicamente che culturalmente, in realtà arretrate fatte di fame e di violenza fisica. I soprusi appartengono invece a tutte le fasce sociali e a tutte le epoche. Il Tempo del prima è il lungo periodo delle scoperte scientifiche utili e di quelle pericolose, il periodo dello stravolgimento dei sistemi economici, dovuti al prevalere della finanza virtuale sull’economia reale e i derivati, che hanno avvelenato la maggior parte delle banche, sono solo uno dei tanti aspetti nocivi che hanno inquinato, in modo globale, la società.

    Il Prima è lo sfruttamento sconsiderato del pianeta perché chi lo effettuava era incapace di previsione delle conseguenze o indifferente alle stesse. Molti si sono sempre sentiti al di sopra o, meglio ancora, al di fuori, da quello che riguardava le persone normali. E’ sempre esistita, ed è stata particolarmente radicata negli ultimi decenni, la convinzione, in alcuni piccoli gruppi di persone, particolarmente potenti per i mezzi i diversi mezzi, che avevano a disposizione, che le eventuali conseguenze negative delle loro scelte non li avrebbero colpiti. Ed è prevalsa, sia nel mondo capitalista che in quello comunista, la convinzione che il patrimonio che la natura ci aveva offerto, dalle foreste ai giacimenti del sottosuolo, dagli animali, alla gestione delle acque e alla modifica dei venti fosse eterno o anche eventualmente sostituibile.

    Il dopo se fosse il ritorno al prima, alla realtà che ci ha portato alla pandemia e al suo diffondersi nel mondo, sarebbe ricominciare un cammino destinato a portarci a nuove tragedie senza più possibilità di tornare indietro. Una strada senza uscita, un baratro nel quale dopo aver lanciato i più anziani vedremo cadere giovani e bambini nell’inarrestabile declino della specie più debole del pianeta, l’uomo. C’è un prima al quale non possiamo, non dobbiamo ritornare come se nulla fosse accaduto e se il tempo del contagio e dell’isolamento non è servito a comprendere che ci sono momenti nei quali si deve scegliere e saper dividere il grano dall’olio allora tutto diventa pericolosamente possibile. Prima di arrivare al dopo, al nuovo tempo, dobbiamo affrontare molte sfide, quelle economiche con centinaia di migliaia di persone rimaste senza la prospettiva di un lavoro e di centinaia di migliaia che il lavoro hanno perso sia come dipendenti che come imprenditori. Le sfide economiche sono aggravate in Italia da una burocrazia elefantiaca e dall’evidente calo di consumi frutto della mancanza di reddito di chi non lavora o lavora a ritmo ridotto. La mondializzazione, che era stata affrontata senza la capacità di guidarla, è servita al virus per espandersi, i controlli internazionali hanno funzionato male e con ritardo, i paesi hanno gestito la pandemia in modo difforme ma il virus ha colpito quasi tutti più o meno con la stessa intensità ed ovunque le vittime più numerose sono stati gli anziani. La politica ha dovuto lasciare campo libero ai tecnici, spesso non adeguatamente preparati e sicuramente non in grado di supportare le risposte scientifiche con le necessità sociali ed economiche della popolazione e il mondo si è spaccato tra negazionismi e super previdenti senza che il risultato complessivo cambiasse. Siamo tornati in pochi giorni alle misure di cautela utilizzate nei secoli scorsi per le grandi epidemie, lavarsi le mani, stare lontani, coprirsi la bocca. Tutta la nostra sapienza tecnologica e il credere di poter vedere avanti con business sempre più avanzati non ci ha consentito di provvedere in tempo a fare scorta dei presidi di protezione più elementari, come le mascherine, i tamponi e i reagenti necessari per andare a stanare il virus. Qualcosa di infinitamente piccolo, qualcosa che presumibilmente, ancora una volta arriva da un animale e dalla nostra incuria e superbia ci ha messo tutti in ginocchio nonostante i nostri viaggi su Marte, le più sofisticate armi nucleari ed i sistemi informatici e robotici che ormai ci esonerano anche dal pensare.

    Se torneremo  al tempo di prima sarà per indifferenza, per ignoranza, per inerzia, per nostalgia, per prosopopea, perché prima avevamo la sensazione di sapere, di conoscere, anche nei momenti difficili, la composizione della nostra cuccia o la posizione del nostro ipotetico trampolino di lancio. Sembrava tutto possibile e permesso, chi non arrivava al benessere poteva sperarci, chi c’era arrivato arrancava per conservarlo, tutti comunque nell’ignoranza di cosa si celava dietro la nube tossica dell’inquinamento, l’abbattimento di una foresta, il pericolo degli allevamenti intensivi e dei troppi prodotti pericolosi abbandonati o portati appositamente sul terreno agricolo e nella falda.

    Il dopo è la crisi economica sia per i mercati internazionali che dovranno riconsiderare chi è in grado di comperare e a che prezzo vendere, sia per i mercati interni che già soffrivano da tempo, e si dovranno fare i conti con i derivati che hanno intossicato le banche, con le necessità dell’economia reale che quando produce rischia di non trovare a chi vendere. Il dopo è anche la crisi umana che covava da tempo e che è sul punto di esplodere. Prima lentamente siamo stati portati a confondere i diritti individuali, sanciti anche dalla carta universale, col diritto di ciascuno di fare qualunque cosa gli potesse portare appagamento, senza tenere conto di quanto ledesse gli altrui diritti la difesa dei propri piaceri. Più importanti i diritti degli adulti di chiamare figlio anche chi è, su commissione, stato procreato da altri che il diritto di una nuova creatura obbligata a venire al mondo, più importante il diritto di affermare la propria religione o tradizione che rispettare le vite altrui e l’inviolabilità fisica di altri esseri umani.

    Più importante poter vendere a poco prezzo che conservare, come necessarie all’ecosistema, non solo di un area determinata, le foreste rumene o amazzoniche, più importante strappare energia dalle rocce che impedire lo sprofondamento di intere aree, più importante solcare avanti e indietro i cieli che riflettere sulle conseguenze sopportate dall’atmosfera, più importante iniettare lo zucchero nelle fragole o gonfiare i vitelli che produrre con meno guadagno ma nel rispetto della salute. Popoli di vecchi malandati e caparbi nella difesa delle loro verità, nei mondi sviluppati, popoli di giovani arrabbiati, affamati e sempre di più disposti anche al suicidio pur di trascinare con se i presunti colpevoli, nei paesi meno sviluppati. E’ stata chiamata civiltà quel tipo di progresso che intorno alle megalopoli ha creato le bidonville o gli ammassamenti nei casermoni popolari e che ha assistito alla propria sconfitta per colpa di un virus invisibile e vecchio come il mondo.

    Per contenere il virus hanno detto che bisognava mantenere il distanziamento sociale. Non il distanziamento fisico ma sociale. Già da questo lapsus freudiano capiamo quanto privo dei più elementari valori, quanto anaffettivo, era il tempo del prima, il distanziamento sociale ha significati ben diversi dal distanziamento fisico! Il tempo del dopo non può essere uguale al tempo del prima perché il silenzio dell’isolamento, i malati, i morti, le differenze e le difficoltà economiche dovrebbero averci insegnato la necessità di saperci reciprocamente aiutare con una solidarietà vera e costante, di pretendere dalle istituzioni, e da chi le rappresenta, il rispetto del ruolo che ricopre, la capacità di affrontare per tempo i problemi e di sapersi assumere le responsabilità delle scelte che comunque vanno sempre prese nel rispetto della democrazia parlamentare e della nostra Costituzione. Il tempo del dopo è il tempo dell’ambiente, della sua preservazione, unico modo per conservare la salute e il lavoro. Il tempo del dopo è il tempo che sconfigge l’arroganza e premia il merito, che boccia l’intruppamento, il pensiero unico e crede che la scienza debba essere coniugata con la coscienza, che sa che il mercato deve avere regole corrette, che chi sbaglia deve pagare, che le megalopoli non sono sempre una conquista di libertà e che per costruire il futuro si deve cominciare a costruire il presente.

     

  • Sui fondali del Tirreno la più alta concentrazione di microplastiche al mondo

    Nel Tirreno c’è la più alta concentrazione di microplastiche mai misurata nei fondali marini del mondo: nello specchio di mare compreso fra Toscana, Lazio, Sardegna e Corsica si possono contare fino a 1,9 milioni di frammenti per metro quadrato. Lo indica lo studio pubblicato su Science dalle Università di Manchester, Durham e Brema, insieme al Centro oceanografico britannico (Noc) e l’Istituto francese di ricerca per lo sfruttamento del mare, che in Italia è stato diffuso dall’agenzia di stampa Ansa.

    Le microplastiche ritrovate nei fondali del Tirreno sono costituite per lo più da fibre tessili che non vengono efficacemente trattenute dagli impianti di trattamento delle acque reflue. Le analisi dei campioni, incrociate con le mappe dei fondali e i modelli delle correnti marine profonde, hanno permesso di capire che le microplastiche non sono distribuite in maniera uniforme: in realtà si concentrano e depositano in aree specifiche, degli hotspot che rappresentano per i fondali quello che sono le ‘isole di spazzatura’ per le acque più superficiali. Il ‘motore’ di questi spostamenti sono le stesse correnti marine profonde che portano ossigeno e nutrienti: ciò significa che le microplastiche finiscono per accumularsi nei punti dove si concentra la maggiore biodiversità marina, rischiando di essere più facilmente assorbite o ingerite da parte degli esseri

    viventi che popolano gli abissi. Lo studio è il primo a evidenziare il legame diretto che unisce le correnti alla concentrazione di microplastiche: per questo i ricercatori sperano che possa essere utile per prevedere le aree dei fondali marini che nel mondo sono più interessati da questo fenomeno, potendo così esaminare direttamente l’impatto che le microplastiche hanno sull’ecosistema marino.

  • Emissioni di gas serra in calo da 28 anni in Italia

    Le emissioni di gas serra in Italia sono in calo da 28 anni: nel 2018 erano il 17% in meno rispetto al 1990, pari a 428 milioni di tonnellate di Co2 equivalente contro 516. In questo lasso di tempo sono cresciute energie rinnovabili (idroelettrico ed eolico) ed efficienza energetica, soprattutto nei settori industriali; di contro è però sono aumentate anche le polveri sottili (Pm10) prodotte dal riscaldamento residenziale. L’agricoltura ha ridotto del 13% le sue emissioni che costituiscono solo il 7% delle emissioni di gas serra, circa 30 milioni di tonnellate di Co2 equivalente (anche se dagli allevamenti, in particolare dalle categorie bovini, suini ed avicoli, deriva il 78% delle emissioni nazionali di ammoniaca, precursore importante delle polveri sottili). Tutti questi dati sono contenuti in due rapporti, il National Inventory Report 2020 e l’Informative Inventory Report 2020, presentati dall’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (Ispra).

    Ora si guarda anche a un nuovo identikit della salute dell’aria in versione lockdown. L’Emilia-Romagna e il bacino padano, fino alla Slovenia, saranno un grande “laboratorio a cielo aperto” per conoscere e misurare nel dettaglio gli effetti delle misure adottate per l’emergenza Covid-19. Si tratta di un maxi progetto di ricerca guidato da Regione Emilia-Romagna e Arpae nell’ambito del piano europeo Prepair, al quale parteciperanno i 18 partner del progetto Prepair (le Regioni Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta, la provincia di Trento e le relative agenzie regionali per l’ambiente, le municipalità di Bologna, Milano, Torino, l’agenzia ambientale slovena Arso, Fondazione Lombardia per l’Ambiente Fla e la societa’ consortile emiliano-romagnola Arter), la Rete italiana ambiente e salute Rias e il gruppo di lavoro regionale ambiente e salute che unisce gli esperti di Arpae, dei Dipartimenti di Sanità pubblica e dei diversi Servizi regionali. Il progetto mira a valutare sperimentalmente l’efficacia delle misure sulla qualità dell’aria e a indagare, attraverso studi scientifici rigorosi, la possibile relazione tra pandemia e inquinamento atmosferico.

    Anche l’Ispra è pronta a scendere in campo. In via di definizione, ha riferito il direttore generale Alessandro Bratti un programma di lavoro tra Ispra, agenzie per l’Ambiente ed Enea sottolineando “che al momento non ci sono evidenze scientifiche della correlazione inquinamento Covid-19”. Per quanto riguarda i dati dei rapporti Ispra, per il Pm10 primario è il riscaldamento la principale fonte di emissione nel 2018, contribuendo al totale per il 54%. Non solo. Il settore, con un +41%, è l’unico che aumenta le proprie emissioni a causa della crescita della combustione di legna per il riscaldamento residenziale, mentre calano di oltre il 60% quelle prodotte dal

    trasporto stradale e rappresentano, nello stesso anno, il 12% del totale. Per l’agricoltura, la maggior parte delle emissioni – quasi l’80% – deriva dagli allevamenti, in particolare dalle categorie di bestiame bovino (quasi il 70%) e suino (più del 10%), mentre il 10% proviene dall’uso dei fertilizzanti sintetici.

  • Il Covid si combatte con una lotta più efficiente all’inquinamento

    Quarantottesimo giorno dalla chiusura delle prime  provincie identificate come zona rossa  e quarantaquattresimo dalla chiusura di tutta Italia, oggi apprendiamo che uno studio della società di medicina ambientale, con le università di Bari, Bologna, Triste e di Napoli, ha identificato il Covid nel particolato PM. Sono stati eseguiti 34 campioni di PM10 in aree industriali della bergamasca, dal 22 febbraio al 13 marzo, e in almeno 8 delle 22 giornate, con 12 campioni positivi, è stato identificato il virus. In condizioni di stabilità atmosferica, e con alte concentrazioni di PM, le micro goccioline infette si stabilizzano sulle particelle e generano dei cluster aumentando la persistenza del virus nell’atmosfera. Le goccioline di saliva possono arrivare, in certe condizioni, anche a 10 metri di distanza, è perciò necessario tenere basse le emissioni di particolato.

    L’epidemiologo Prisco Piscitelli ricorda come quanto è avvenuto in Cina, in Italia e negli Stati Uniti, specie nello stato di New York, dimostra che il virus è stato più virulento nelle aree con alti livelli di particolato, da qui la necessità di tenere sotto controllo l’emissione  di polveri sottili e l’ulteriore conferma della necessità di mascherine anche in luoghi chiusi quando vi è presenza di più di persone. Lo studio dimostra come sarà utile continuare a testare l’aria per verificare la presenza del virus nell’atmosfera come indicatore per la sua presenza o ricomparsa. Resta perciò evidente che la lotta al virus attuale ed altre eventuali pandemie ha come presupposto una diversa e più efficiente lotta all’inquinamento ed una migliore capacità di preservare l’ecosistema. Significativo inoltre  che, dopo che per settimane era stato detto dall’OMS e ripreso dall’ISS, che le mascherine non servivano oggi sia ormai evidente la necessità di utilizzarle per poter riprendere ad uscire di casa.

  • Anche le vacche lo sanno

    “Se non faccio qualcosa” pensò il giovane Payeng “anche noi uomini saremo destinati a morire come questi serpenti”. Payeng Jadav aveva sedici anni quando una mattina del 1979 fece una scoperta che lo turbò molto. Decine di serpenti giacevano morti lungo le rive sabbiose dell’isola Majuli del fiume Brahmaputra. Dopo essere stati trasportati da un’inondazione su questo lembo di terra arida, perché anche deforestato dall’uomo, i rettili erano morti per le temperature torride e la totale assenza di ombra. Quel ragazzino non lo trovava giusto e sentiva di dover fare qualcosa, ma cosa? Andò a chiedere consiglio agli anziani del villaggio e loro gli risposero che solo una foresta avrebbe potuto contrastare la forza delle alluvioni e l’avanzamento della desertificazione nelle stagioni calde. Gli consigliarono di iniziare dal bambù locale, perché capace di generare forti e profonde radici legnose. Da quel lontano giorno di quarantuno anni fa, Payeng ha piantato fino ad oggi, con la sola forza delle sue nude mani, più di trentamila piante.

    Ci troviamo in India, nello stato dell’Assam, nell’estremo est del Paese e la rigogliosa area verde, nota oggi come la foresta di Molai (dal soprannome di Payeng) si estende per oltre cinquecentocinquanta ettari (più di ottocento campi da calcio). Così ricoperta di alberi, l’isola è “rinata”, dando riparo a migliaia di specie animali differenti: insetti, rettili, volatili e a piccoli e grandi mammiferi selvatici come lepri, cinghiali, cervi, bufali, rinoceronti, elefanti e persino scimmie e la braccatissima Tigre del Bengala.

    Il Governo Indiano venne a conoscenza della foresta di Molai solo nel 2008, quando venne individuato un branco di circa 100 elefanti selvatici che si erano allontanati dalla foresta per qualche giorno. Da allora Payeng non ha avuto più una vita tanto semplice. Premi, riconoscimenti e decine di giornalisti che ogni anno lo raggiungono per intervistarlo. Qualcuno gli ha anche chiesto di andare con loro in Europa o in America ma Payeng ha sempre risposto che c’era ancora tanto da fare perché “Finché la natura sopravvive sull’Isola di Majuli, anch’io sopravvivo!”. Negli anni Payeng è diventato anche un bravo fotografo, raccogliendo migliaia di foto di specie vegetali ed animali selvatici che sono preziosi documenti di studio presso diversi istituiti di ricerca sparsi per il Mondo. Un giornalista americano una volta gli chiese: “Da dove nasce tutto questo amore per la Natura?”. Lui gli rispose “Dalla mia educazione, specialmente quella di mia nonna. Vengo da una famiglia povera, che non ha studiato ma che ha potuto vivere solo grazie al fiume e alla foresta”. E, ad un altro intervistatore che gli chiese: “Come hai fatto a fare tutto questo da solo?”, lui, con il suo bellissimo sorriso, rispose: “Non ho fatto tutto da solo. Pianta uno o due alberi. Loro faranno i semi. Il vento sa come piantarli, qui gli uccelli sanno tutti come piantarli, anche le vacche lo sanno, anche gli elefanti lo sanno, anche il fiume Brahmaputra lo sa. L’intero ecosistema lo sa”.

    Solo noi non lo sappiamo?

    PICCOLO PROMEMORIA

    Circa 350 milioni di nativi vivono vicino o all’interno delle poche foreste ancora esistenti sul Pianeta. Foreste che da sole ospitano l’80% della biodiversità terrestre. Preservare il loro ambiente è fondamentale per tutte le specie, compresi gli esseri umani. Chiunque può fare la differenza, piantando anche un solo albero quando può. Payeng docet.

     

  • Aiuta il tuo bambino a meravigliarsi

    A soli 11 anni, Rachel vince un premio della rivista St. Nicholas Magazine per un suo racconto sul rapporto fra una bambina e le piante e gli animali del suo giardino. Rachel Louise Carson nasce nel maggio del 1907 a Springdale, una piccola comunità rurale della Pennsylvania. Oggi è nota per essere stata un’affermata biologa, zoologa e scrittrice oltre che una convinta ecologista. Come lei stessa ha affermato, doveva il suo amore per la natura alla madre, Maria, che le ha insegnato a conoscerla e a rispettarla. Amore che Rachel ha espresso prima come scrittrice e poi come studiosa. Nel 1929 si laurea presso il Pennsylvania College e nel 1932 consegue il Master in zoologia presso la prestigiosa università Johns Hopkins di Baltimora. Dopo il dottorato, inizia a scrivere numerosi opuscoli sulla conservazione delle risorse naturali e a pubblicare articoli scientifici. Nel suo tempo libero trasforma le sue ricerche in prosa, prima con il racconto “Sottomarino” (nel 1937, per il mensile L’Atlantico), e poi con il libro Under the Sea-Wind (del 1941).

    Iniziano anni difficili. Gli Stati Uniti entrano in guerra e Rachel si concentra sul suo lavoro, diventando editore capo delle pubblicazioni presso lo United States Fish and Wildlife Service (FWS), una agenzia governativa che si occupa della gestione e conservazione della fauna selvatica. Con il libro The Sea Around Us (il Mare intorno a noi) del 1951, diventa un personaggio noto. Il libro rimane nella lista dei bestseller del New York Times per 86 settimane e ne viene tratto un documentario che nel 1952 vince un Premio Oscar. Grazie al suo grande successo, nel 1952, Rachel può lasciare il lavoro e dedicarsi interamente alle sue battaglie ecologiste e alla scrittura.

    Per infondere una maggiore attenzione e sensibilità verso il mondo che ci circonda, nel 1956 scrive un lungo articolo intitolato “Aiuta il tuo bambino a meravigliarsi” (pubblicato postumo con il titolo The Sense of Wonder – Il Senso della Meraviglia). Preoccupata e indignata, infatti, per il massiccio e sempre più crescente uso di pesticidi chimici dopo la Seconda Guerra Mondiale, cerca di sensibilizzare la popolazione sugli enormi rischi che sta correndo.

    Convinta dei suoi rigorosi studi scientifici e di portare avanti una giusta causa, nel 1962, con il libro Silent Spring (Primavera Silenziosa) denuncia pubblicamente gli effetti devastanti del DDT e di altre sostanza chimiche sull’ecosistema e sull’uomo. Fu un vero terremoto politico e mediatico. “La Carson venne assalita violentemente da minacce di cause e derisione “ scrive nel 1999 la rivista Time “inclusa l’insinuazione che questa scienziata così meticolosa fosse una “donna isterica” non qualificata a scrivere un libro di tale portata. Un imponente contrattacco venne organizzato e guidato da Monsanto, Velsicol e American Cyanamid – come da tutta l’industria chimica – puntualmente supportata dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti come pure dai più cauti nel mondo dei mass media”[1].  Grazie al suo enorme coraggio, le cose iniziano a cambiare. L’opinione pubblica inizia a fare pressione sulla politica, il movimento ambientalista prende forza e viene istituita l’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti dove, nel 1972, viene proibito l’uso nei campi e nelle case del DDT. Ad oggi, nell’Unione europea, il DDT è etichettato con la frase di rischio R40: “Possibilità di effetti cancerogeni”. E tutto questo lo dobbiamo a scienziati coscienziosi come lei e a tutte le mamme come Maria, che hanno avuto la sensibilità e la pazienza di infondere nei loro figli l’amore per la “madre di tutte le madri”. Rachel non visse abbastanza a lungo però per vedere la messa al bando del DDT nel suo Paese. Morì di tumore il 14 aprile del 1964 a soli 56 anni.

    PS: nel 1978 viene proibito l’uso del DDT anche in Italia. Viene tuttavia prodotto nel nostro Paese fino al 1997 a Pieve Vergonte (VB) perché… il suo utilizzo non è mai stato vietato in molti Paesi dell’Africa, Asia, Sud America, etc.

    PPS: nel 1980 vengono raccolti campioni di sangue e di tessuto tra la popolazione statunitense. Vengono trovati ancora livelli misurabili di DDT.

    PPPS: nel 2006, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiara che il DDT, se usato correttamente, non comporterebbe rischi per la salute umana e che l’insetticida dovrebbe comparire accanto alle zanzariere e ai medicinali come strumento di lotta alla malaria.

    PPPPS: nel 2015, l’Università di Wagening (Paesi Bassi) pubblica uno studio dopo aver analizzato campioni di suolo superficiale da 11 Paesi dell’Unione Europea dove emerge che l’83% dei campioni contiene residui di pesticidi (76 diversi tipi di composti). Il Glifosato, il DDT (vietato dagli anni ’70) e i fungicidi sono stati i principali composti rilevati.[2]

    Questa è un’era di specialisti, ognuno dei quali vede solo il proprio problema ed è inconsapevole o intollerante dell’ambiente in cui si trova

    Rachel Carson (1907-1964)

    [1] Time, 29 marzo 1999

    [2] Vera Silva, Hans G.J. Mol, Paul Zomer, Marc Tienstra, Coen J. Ritsema, Violette Geissen. Pesticide residues in European agricultural soils – A hidden reality unfolded. Science of The Total Environment, 2019; 653: 1532 DOI: 10.1016/j.scitotenv.2018.10.441

  • Polveri sottili accelerano la diffusione del virus?

    Un gruppo di ricercatori della società italiana di medicina ambientale, in collaborazione con le università di Bologna e Bari avvertono che i virus possono rimanere nell’aria per diverso tempo utilizzando come vettore di trasporto e diffusione il particolato atmosferico- A loro avviso esiste una relazione tra la forte diffusione del virus a fine febbraio inizi marzo e il i superamento dei limiti stabiliti di concentrazione di PM 10.

    Le fondazioni Ali Babà e Jack Ma donano all’Italia un milione di mascherine e centomila kit di rilevamento del virus, in diversi stati nel mondo iniziative di incoraggiamento all’Italia, tra i tanti mali i che il coronavirus sta portando almeno un fatto positivo, le persone di qualunque colore, religione, sesso stanno cominciando a capire che nessuno può sperare in un futuro se tutti non ci occupiamo seriamente anche dei problemi degli altri e se continuano a trascurare e a distruggere l’ambiente.

  • 10 miliardi di dollari per combattere i cambiamenti climatici: la nuova sfida di Jeff Bezos

    Il fondatore e CEO di Amazon, Jeff Bezos, ha annunciato che investirà 10 miliardi di dollari per un nuovo fondo volto a combattere i cambiamenti climatici. La neo fondazione comincerà ad erogare borse di studio già dalla prossima estate. L’Earth Fund, questo il nome del progetto, finanzierà scienziati, attivisti, ONG impegnati a dare il proprio contributo per proteggere il mondo naturale.

    “Il cambiamento climatico è la più grande minaccia per il nostro pianeta”, ha detto Bezos, che e ha aggiunto: “Voglio lavorare a fianco degli altri sia per ampliare quanto già si conosce sia per esplorare nuove modalità per combattere l’impatto devastante dei cambiamenti climatici su questo pianeta che tutti condividiamo”.

    Amazon si affida ai combustibili fossili per alimentare i veicoli che spediscono i suoi pacchetti. Si è impegnata a diventare a zero emissioni di carbonio entro il 2040 e per questo ha già ordinato 100.000 camion elettrici per effettuare le consegne.

    I suoi dipendenti hanno spesso criticato alcune delle caratteristiche di lavoro, in particolare quelle afferenti l’imballaggio dei prodotti che crea troppi rifiuti e le emissioni provocate dalle enormi flotte di veicoli impiegati per le consegne.

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