Inquinamento

  • Delhi smog: Schools and colleges shut as pollution worsens

    Authorities in the Indian capital, Delhi, have shut all schools and colleges indefinitely amid the worsening levels of air pollution.

    Construction work has also been banned until 21 November but an exception has been made for transport and defence-related projects.

    Only five of the 11 coal-based power plants in the city have been allowed to operate.

    A toxic haze has smothered Delhi since the festival of Diwali.

    The levels of PM2.5 – tiny particles that can clog people’s lungs – in Delhi are far higher than the World Health Organization’s (WHO) safety guidelines. Several parts of the city recorded figures close to or higher than 400 on Tuesday, which is categorised as “severe”.

    A figure between zero and 50 is considered “good”, and between 51 and 100 is “satisfactory”, according to the the air quality index or AQI.

    Some schools had already shut last week because of pollution and the Delhi government said it was mulling over a lockdown to improve air quality as dense clouds of smog engulfed the city.

    A mix of factors like vehicular and industrial emissions, dust and weather patterns make Delhi the world’s most polluted capital. The air turns especially toxic in winter months as farmers in neighbouring states burn crop stubble. And fireworks during the festival of Diwali, which happens at the same time, only worsen the air quality. Low wind speed also plays a part as it traps the pollutants in the lower atmosphere.

    A sense of déjà vu: By Geeta Pandey, BBC News, Delhi

    Every year as winter approaches, there’s a sense of déjà vu for us living in Delhi. The morning skies take on an ominous grey colour, we complain of stuffy nose and itchy eyes, and hospitals start to fill up with people complaining of wheezing and breathing difficulties. Those of us who can afford it, rush to buy expensive air purifiers. The mere act of breathing in Delhi becomes hazardous.

    The city routinely tops the list of “world’s most polluted capitals” and we obsessively start checking apps that provide a reading of the air quality index. We look at the levels of PM2.5, the lung-damaging tiny particles in the air that can exacerbate a host of health issues, including cancer and cardiac problems, and PM10 – slightly larger particles, but still pretty damaging.

    Levels of PM2.5 below 50 are considered “good” and under 100 “satisfactory”. Right now, it’s 363 in Delhi – in some areas, it’s almost 400. In the suburb of Noida, it’s nearly 500.

    Every year, as the air turns murky, the Indian Supreme Court hauls the state and federal governments into court, asking them what they intend to do to clean up the air. On Tuesday, after a prodding from the court, the authorities took some action.

    But these measures are like putting a bandage on a bullet hole – they have been tried in the past and have made little difference to the city’s air in the long term. Experts say cleaning up the air requires drastic measures that are not a priority for the country’s leaders. They warn that at the onset of winter next year, we’ll be back where we are now.

    This year, the pollution has become so dire that it prompted a stern warning from India’s Supreme Court, which directed state and federal governments to take “imminent and emergency” measures to tackle the problem.

    Following the hearing, a meeting was called by Delhi’s Commission for Air Quality Management and emergency measures were announced.

    Other measures announced by the panel include a ban on the entry of trucks in Delhi and the neighbouring states of Uttar Pradesh, Punjab, Haryana and Rajasthan until 21 November, except those carrying essential commodities.

    The panel also directed Delhi and other states to “encourage” private offices to allow 50% of their employees to work from home during the period to cut down vehicle emissions and dust levels.

    India’s pollution problem is not just limited to Delhi.

    Indian cities routinely dominate global pollution rankings and bad air kills more than a million people every year, a report by US research group, the Energy Policy Institute at the University of Chicago (EPIC), said. It added that north India breathes “pollution levels that are 10 times worse than those found anywhere else in the world” and, over time, these high levels have expanded to cover other parts of the country as well.

  • A Bruxelles si meditano misure più restrittive per gli investimenti ecologici

    Davanti alla corsa a una finanza sempre più sostenibile, Bruxelles prepara un giro di vite sui parametri in base ai quali stabilire se gli investimenti sono davvero green oppure usano la sostenibilità solo per attrarre clienti (il cosiddetto greenwashing). In meno di 20 anni il valore dei fondi che si concentrano su questioni ambientali, sociali e di governance (Esg) è arrivato a superare i 30mila miliardi di dollari e nel solo 2020 c’è stato un balzo da 1.700 miliardi. Eppure, a fine agosto un’analisi della Ong Influence Map mostrava che il 71% dei fondi Esg sul mercato non sono allineati all’accordo di Parigi. Ed ha fatto molto rumore l’indagine delle autorità tedesche e americane su Dws, società di asset management controllata da Deutsche Bank, accusata proprio di greenwashing, cioè di vendere per sostenibili prodotti che in realtà non lo sono.

    La Commissione europea sa bene che gli investimenti privati servono al Green Deal. L’Ue deve investire circa 350 miliardi di euro in più ogni anno nel decennio 2021-30, rispetto al decennio precedente, per raggiungere gli obiettivi climatici ed energetici e proprio per questo c’è la consapevolezza che gli investimenti su clima e ambiente devono essere credibili. E’ per questo che sono necessarie definizioni, metodologie di misurazione e indicatori quantitativi, ovvero quel pacchetto di standard comuni sugli investimenti verdi su cui l’Ue sta lavorando dal 2018. Da tre anni a Bruxelles si sta costruendo un’architettura di criteri tecnici sulle informative, le metodologie di misurazione della sostenibilità, standard propri per i Green Bond e la classificazione degli investimenti “verdi”. Ma ci sono ancora due grandi problemi da risolvere prima che si possa arrivare al varo di un quadro di riferimento.

    Sul fronte esterno, alla Piattaforma internazionale sulla finanza sostenibile dell’Ue per ora hanno aderito solo Argentina, Canada, Cile, Cina, India, Kenya e Marocco. Sul fronte interno, invece, la classificazione degli investimenti verdi (la cosiddetta tassonomia) è stata bloccata dal Consiglio Ue a causa delle divisioni degli Stati membri su gas e nucleare. Tuttavia, sotto la spinta della Cop26 è possibile che entro breve le nuove norme possano vedere la luce.

    In attesa che arrivi la stretta Ue, c’è però chi già si è attrezzato. E’ il caso della Bei, il braccio finanziario dell’Unione: dal 2022 la Banca europea degli investimenti esaminerà più severamente i contraenti dei prestiti. Già da quest’anno, tutti i progetti approvati devono essere in linea con gli impegni dell’Accordo di Parigi. Dall’anno prossimo chi vorrà accedere a un prestito Bei dovrà presentare un’agenda per la decarbonizzazione, e non potrà ottenere finanziamenti se continua a investire in attività ad alte emissioni.

  • Scegli un titolo

    Nei campi è già spuntato il grano, nel giorno dei morti rappresenta una forte speranza di vita per chi ha tempo e voglia di qualche riflessione, intanto il covid non si arrende e ricominciano ansie ed irrequietezze che potrebbero anche tramutarsi in sentimenti forti contro chi continua a sfilare in nome di una presunta libertà e mentre infetta quelli intorno a lui.

    Cop26 sembra metterà uno stop alla deforestazione nel 2030, perciò per i prossimi 18 anni si potrà continuare a distruggere foreste, boschi, habitat naturali, gli unici che aiutano, veramente, ad abbattere l’inquinamento, a ripulire l’aria, a preservare l’ossigeno? Se si continua come si è fatto in questi anni non sarà necessario inventarsi proroghe per dilazionare ancora i tempi, come avviene sempre, o non servirà neppure rispettare veramente il termine perché se non si mette subito un alt al taglio delle foreste e dei boschi, se non si comincia subito a ripiantumare, nel 2030 non rimarranno più foreste e boschi da abbattere, sarà già tutto distrutto dalla Romania all’Amazzonia, e in Africa la desertificazione sarà praticamente completata. Intanto la Cina ha aumentato l’estrazione di carbone, le terre rare continuano a costare sempre di più e a scarseggiare con il conseguente aumento di tutti i componenti dei quali non possiamo più fare a meno, dal telefono all’iPad, dal computer alla lavatrice ed alle gentili voci robotiche che chiamiamo, in macchina o in casa e in ufficio, per sbrigare quelle semplici cose che, fino a ieri, facevamo benissimo da soli: chiamare un numero di telefono, mettere su la musica, chiedere che tempo fa etc. Giustamente i giovani, ed i grandi, compresi i Grandi della terra, chiedono fatti e non parole, finalmente, a forza di drammatici appelli degli scienziati, si è capito che il tempo stringe e che l’ecosistema va salvato, ne va della vita di tutti. Ma dal dire al fare… Infatti tutti sembriamo ignorare che proprio dall’utilizzo dei vari sistemi informatici e correlati, l’uso dei quali è in continuo ed esponenziale aumento, deriva un preoccupante consumo di energia ed un drammatico aumento dell’inquinamento. Né si parla di quanto danno producano all’aria comune, in tutto il globo, gli esperimenti per nuovi ordigni bellici, l’invio di sempre nuove navicelle spaziali e quanto altro immettiamo nello spazio mentre rimangono aperti i problemi legati alle trivellazioni in mare ed allo smaltimento di materiali altamente tossici come le batterie elettriche ed i pannelli solari.

    Ci lascia un po’ perplessi l’accordo annunciato dal ministro Cingolani tra alcuni governi ed importanti fondazioni private. Se è vero che senza l’impegno anche dei privati non si potranno raggiungere gli obiettivi per il risanamento dell’ambiente e lo sviluppo di un nuovo sistema economico non possiamo però ignorare che la presenza dell’Ikea, che è noto abbia acquistato e poi abbattuto grandi boschi ovunque ha potuto, ci fa dubitare del buon fine dell’operazione.

  • Sempre più boschi in Italia, in 10 anni Co2 abbattuta di 290 milioni di tonnellate

    Cinquecentottantasette ettari di aria più pulita: aumenta la superficie dei boschi in Italia e anche la capacità di assorbire anidride carbonica. In 10 anni la superficie boschiva nazionale è salita a 11 milioni di ettari, la biomassa forestale è cresciuta del 18,4%. E’ questo ha un deciso effetto positivo sull’aria. Alberi e legname consentono così di intrappolare e assorbire 290 milioni di tonnellate di Co2 in più.

    I Carabinieri Forestali, con l’aiuto dei droni, ma anche più prosaicamente di grandi strumenti di misurazione ‘fisica’ come i calibri, hanno realizzato un importante Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi forestali di Carbonio. Con il supporto scientifico del Crea hanno misurato lo stato di vitalità delle foreste e il loro contributo per mitigare la “febbre planetaria”. E per una volta le notizie che arrivano sul fronte ambientale sono positive. “La rilevazione evidenzia un dato oggettivamente confortante – afferma il comandante dei Carabinieri Forestali, il generale Antonio Pietro Marzo – L’inventario è uno strumento di conoscenza concreta a supporto delle politiche ambientali e forestali. Conoscere vuol dire comprendere e quindi agire di conseguenza, favorendo il cambiamento e i processi non solo di conservazione ma anche di sviluppo”.

    I boschi, calcola l”inventario’, coprono il 36,7% del territorio nazionale, i metri cubi di biomassa espressi in valori per ettaro sono passati da 144,9 a 165,4 metri cubi. Importanti i dati sulla quantità di Co2 sottratta all’atmosfera che passa da1.798 milioni di tonnellate a quota 2.088 milioni corrispondente a 569 milioni di tonnellate di carbonio organico trattenuto nella biomassa e nel legno morto. Gli alberi sono di fatto una vera e propria macchina biologica che cattura carbonio: un metro cubo di legno secco contiene circa 260 chili di carbonio, pari a circa metà del suo peso.

    Le Regioni che maggiormente contribuiscono al volume complessivo dei boschi italiani sono la Toscana, il Piemonte e la Lombardia, rispettivamente con il 10.4%, il 9.8% e l’8.7% del totale. I valori minimi regionali sono stati registrati per la Puglia, la Valle d’Aosta e il Molise, con contributi variabili tra l’1.0% e l’1.3% del totale, che ovviamente tiene conto anche dalla loro diversa superficie, oltre che della diversa composizione delle foreste. La fotografia mostra anche che le specie presenti sono 180 ma di queste ne bastano quattro per rappresentare il 50% del volume dei boschi: il faggio, l’abete rosso, il castagno e il cerro. Bisogna aggiungere poi altre sette specie per arrivare al 75%: il larice, la roverella, il carpino nero, il leccio, l’abete bianco, il pino nero e il pino silvestre.

  • Allevare gli animali con cui l’uomo si sfama produce oltre 17 miliardi di tonnellate di CO2

    Più di 17 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno: a tanto ammonta l’impatto ambientale della produzione di cibo a livello globale in termini di emissione di gas serra. Il 29% deriva dalla produzione di alimenti di origine vegetale, mentre quasi il doppio (il 57%) è dovuto ai cibi di origine animale. A ‘pesare’ sul bilancio sono soprattutto gli allevamenti bovini e le coltivazioni di riso, con il Sud America e il Sudest asiatico in testa alle regioni che emettono più gas serra. La stima è pubblicata sulla rivista Nature Food da un gruppo internazionale di esperti guidato dall’Università dell’Illinois a cui partecipa anche la divisione Statistica della Fao di Roma.

    Lo studio è il primo a tener conto delle emissioni nette dei tre principali gas serra (anidride carbonica, metano e protossido di azoto) derivanti da tutti i settori delle filiere alimentari relative a 171 coltivazioni e 16 prodotti da allevamento. “Sebbene la CO2 sia molto importante, il metano generato dalle coltivazioni di riso e dagli animali e il protossido di azoto derivante dai fertilizzanti sono rispettivamente 34 e 298 volte più potenti nel trattenere calore in atmosfera”, spiega il primo autore dello studio, Xiaoming Xu.

    I dati, raccolti in oltre 200 Paesi del mondo intorno al 2010, dimostrano che i sistemi alimentari sono responsabili del 35% delle emissioni legate alle attività umane. In particolare, il 29% è dovuto alla produzione di cibi di origine vegetale (19% CO2, 6% metano, 4% protossido di azoto), il 57% si deve agli alimenti di origine animale (32% CO2, 20% metano, 6% protossido di azoto), mentre gli altri prodotti a uso non alimentare, come il cotone e la gomma, contribuiscono alle emissioni per il 14%. Grazie a questi dati, i ricercatori sono riusciti a creare un database pubblico che consente di stimare l’impatto ambientale delle varie attività del settore alimentare nelle diverse aree del mondo. I risultati dimostrano per esempio che Cina, Brasile, Stati Uniti e India sono i Paesi ‘maglia nera’ per le emissioni associate alla produzione di alimenti di origine animale, mentre le emissioni relative ai cibi di origine vegetale sono maggiori in Cina, India e Indonesia.

    Considerando che la crescita della popolazione mondiale porterà ad aumentare le colture e gli allevamenti, così come l’uso di acqua, fertilizzanti e pesticidi, la lavorazione e il trasporto dei prodotti, i ricercatori auspicano che il database possa essere utilizzato per stimare al meglio le emissioni di gas serra legate alle diverse attività del settore alimentare: un modo per incoraggiare tutti – dai semplici cittadini fino ai decisori politici – ad adottare stili di vita e politiche che possano mitigare gli effetti dei gas serra, prima che il cambiamento climatico diventi irreversibile.

  • Problemi ancora senza risposta

    Mentre ogni giorno diventa sempre più preoccupante la situazione climatica e l’erosione costante di suolo, con le ormai note conseguenze per l’ecosistema, e molti scienziati temono si sia raggiunto il punto di non ritorno, rimangono ancora senza risposta proprio alcuni dei principali problemi che devono essere risolti. Chi produrrà sufficiente energia elettrica per le macchine visto che solo alcune ibride ricaricano le batterie durante i percorsi che fanno con carburante tradizionale? Si pensa ad un ritorno al nucleare? Certamente, nonostante il loro potenziamento, le  fonti energetiche alternative non saranno sufficienti anche perché non si è ancora trovato il modo di accumulare l’energia prodotta dal vento o dal sole mentre le nostre riserve d’acqua per produrre elettricità sono ormai agli sgoccioli. Inoltre non è stato ancora chiarito come saranno smaltite le batterie non più utilizzabili, problema non da poco in una società che non è stata ancora in grado di smaltire, senza conseguenze, le scorie nucleari. Sul problema inquinamento resta inoltre aperto il quesito di dove cadono, sono caduti, cadranno i vari satelliti in giro per lo spazio e che via via si disintegrano, che i loro pezzi possano girare per l’eternità nell’etere è decisamente dubbio nonché pericoloso visto che ormai si parla anche di viaggi  privati nello spazio. Gli oceani sono pieni di veleni che stanno facendo ammalare pesci di ogni grandezza mentre le barriere coralline di stanno sfaldando, speriamo che ad alcuni geni non venga in mente proprio di utilizzare le profondità oceaniche come nuove gigantesche discariche.

  • Le calamità naturali in Europa sono costate 77 miliardi in 20 anni

    Il cambiamento climatico e i suoi drammatici effetti come le inondazioni che in questi giorni stanno devastando il nord Europa sono una realtà concreta e misurabile, con un impatto sulle nostre vite, ma anche sulle nostre economie. Nel periodo che va dal 1995 al 2017, alluvioni, tempeste, siccità e terremoti hanno provocato degli shock economici negativi nell’Unione europea con un conseguente calo della produzione interna, causando quasi 77 miliardi di danni, di cui 43,5 miliardi di euro direttamente collegabili ai disastri naturali, e 33,4 miliardi di euro derivanti dai legami economici con le aree colpite da calamità naturali. La fotografia, piuttosto cupa, è restituita dal progetto di ricerca Titan, realizzato dal programma europeo Espon, specializzato in analisi delle politiche regionali.

    Secondo i ricercatori, l’Europa centrale, orientale e sud-orientale è stata l’area relativamente più colpita da calamità naturali in termini economici. E tra i Paesi più esposti c’è anche l’Italia, dove a subire di più i colpi del cambiamento climatico spiccano l’Abruzzo e diverse province in Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Puglia. Non va comunque meglio sul versante occidentale europeo, dove a soffrire i maggiori danni sono state alcune aree nel Regno Unito, in Irlanda, Danimarca, Francia e Spagna.

    Le tempeste di vento e le alluvioni sono, tra le calamità naturali osservate, quelle che hanno lasciato ricadute economiche e disastri più pesanti dietro sé. Tra il 1981 e il 2010, questi fenomeni hanno causato il 76% dei danni stimati dai ricercatori, seguiti da siccità e terremoti, ciascuno responsabile per il 24%.

    Le regioni più interessate dalle calamità naturali non sono comunque necessariamente quelle che soffrono le maggiori perdite economiche. Francia e Germania, ad esempio, sono le aree più colpite dalla siccità, ma i danni più consistenti causati da questo fenomeno si registrano nei Paesi del Mediterraneo (Italia e Spagna su tutti), e dell’Europa centro-orientale (Romania e Ungheria).

    “Le calamità naturali – scrivono i ricercatori – non sono equamente distribuite tra i diversi territori. A parità di pericolosità, il loro impatto può variare considerevolmente” a seconda della vulnerabilità di un determinato luogo. Una variante complessa da definire, composta da una molteplicità di fattori – sociali, economici, demografici, ambientali e di governance – che aiuta a capire perché una calamità naturale possa trasformarsi in una catastrofe.

    Secondo lo studio, i territori più vulnerabili e a rischio anche per il prossimo futuro si trovano nella regione baltica e nell’Europa orientale e meridionale. Aree definite “ad alta” e “molto alta” vulnerabilità nelle quali, complessivamente, si concentrano 116 milioni di persone su un totale di 528 milioni, pari al 22% della popolazione europea. Italia, Grecia, Romania e Bulgaria sono i Paesi che contano la maggior parte della popolazione residente in territori molto vulnerabili, seguiti da Spagna, Portogallo, Ungheria, Polonia e Francia.

  • L’inquinamento ideologico

    Il terzo millennio ha assistito al trasferimento del furore ideologico e rivoluzionario dalle tematiche politiche a quelle etiche ed ambientaliste. Dal crollo del muro di Berlino agli ultimi disordini di Cuba la volontà politica rivoluzionaria ha perso ogni riferimento istituzionale e politico reale (rimane solo la Corea del Nord) e come logica conseguenza per la propria stessa sopravvivenza ed esistenza “in vita” ha dirottato il proprio furore verso scenari etici ed ambientalisti. Dimostrando, comunque, anche in questi casi la assoluta intransigenza classica delle forze rivoluzionarie e sovversive che non intendono mediare minimamente alla ricerca di un consenso democratico ma semplicemente imporre le proprie idee sic et nunc.

    La vicenda del decreto Zan dimostra essenzialmente quanto granitico contemporaneamente antidemocratico possa risultare l’atteggiamento di chi intenda imporre una legge nella medesima forma in cui è stata ideata invece di cercare una mediazione democratica.

    In ambito ambientalista, tuttavia, lo spirito rivoluzionario sia in Italia che in Europa trova uno nuovo spazio tanto ampio quanto inversamente proporzionale alla competenza espressa. La presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen ha indicato nel 2035 il “traguardo” per imporre il divieto di vendita di autovetture endotermiche al fine di abbassare del 50% (?) le emissioni di CO2. Francamente si ignora ancora oggi per quale sconosciuta proprietà transitiva le competenze in ambito delle politiche familiari (maturate come ministro in Germania) possano essersi trasformate in pochi anni in quelle relative alla sostenibilità. Tant’è, una dichiarazione che ha trovato ovviamente il consenso di tutti gli schieramenti politici i quali, come scritto prima, orfani di modelli istituzionali e politici di riferimento ora si gettano anima e corpo in quelle ambientaliste per combattere l’ultima battaglia “rivoluzionaria” possibile e contemporaneamente giustificare la propria esistenza.

    All’interno della complessa tematica ambientalista, tuttavia, risulterebbe opportuno che tanto la presidente della Commissione europea quanto i dotti leader politici ora novelli ecologisti cominciassero ad abbandonare la deriva ideologica legata all’ambientalismo talebano per entrare finalmente nell’ambito della conoscenza e dell’approfondimento. Solo in questo caso, infatti, questi potrebbero apprendere come da un rapporto pubblicato da “Transport & Environment” (*) [sintesi delle principali associazioni europee per la lotta all’inquinamento] nel 2017 le 203 navi da crociera abbiano consumato 2.367 chilotonnellate di carburante (1 chilotonnellata uguale 1.000 tonnellate) emettendo 10.286 chilotonnellate di CO2 unite a 10 chilotonnellate di zolfo (SOx) e 10 chilotonnellate di particolato (PM) (*). Quindi, ai vettori navali croceristici vengono attribuite oltre 10 milioni di tonnellate di CO2 pari alla quantità emessa dagli stati di Lussemburgo, Lettonia e Cipro uniti e soprattutto pari a 20 volte le emissioni dei 260 milioni di auto circolanti in Europa. Inoltre, sempre in rapporto alla rilevazione del 2017 delle 203 navi da crociera si ricorda come il settore marittimo utilizzi un carburante marino con una percentuale di zolfo pari allo 0,1% per litro: 100 volte superiore a quello utilizzato dalle autovetture che per legge risulta pari allo 0,001% per litro. Questo limite può arrivare fino al 1,5% se si naviga al di fuori delle aree marine protette ma addirittura al 3,5% per le navi cargo, quindi 3.500 volte superiore al limite imposto per autovetture (*).

    Questo strabismo, espressione di un approccio squisitamente ideologico, viene confermato anche quando vengono analizzate le emissioni del settore aeronautico. Anche in questo caso alcuni dati possono risultare oltre che chiarificatori anche preziosi. Va ricordato, per cominciare, come una giornata di lavoro di un aeroporto equivalga all’emissione di oltre 350.000 autovetture, mentre gli aerei commerciali generano all’anno oltre 600 milioni di tonnellate di CO2 con la particolarità del settore aereo di scaricare direttamente anche l’ossido di azoto direttamente nella stratosfera.

    Il settore aeronautico privato usufruisce, inoltre, dell’assoluta esenzione di accise ed inoltre le sue dinamiche delle emissioni non rientrano nel protocollo di Kyoto tra quelle da ridurre, al contrario del settore automobilistico (*). In questo senso, allora, basti ricordare come per ogni passeggero il trasporto aereo emetta 285 mg di CO2 mentre risultano 42 mg per il trasporto su ruota (**).

    Ovviamente, per continuare, tanto alla presidente della Commissione europea quanto ai burocrati che la sostengono risulterà, inoltre, assolutamente sconosciuto il rapporto della divisione motori del CNR (****), il massimo istituto di ricerca italiano, il quale, confrontando i diversi parametri di compatibilità ambientale applicati tanto al ciclo di produzione (1)  quanto alle emissioni (2) ed al ciclo di smaltimento (3),  è arrivato alla conclusione di come il motore diesel risulti meno impattante nell’ambiente rispetto ad un auto elettrica

    (https://valori.it/il-diesel-inquina-meno-dellelettrico-una-sorprendente-analisi-del-cnr-spiega-perche/) (***).

    Questi pochi dati dimostrano essenzialmente come da una parte l’azione di lobbysmo esercitata dal settore aereonautico, non solo dalle compagnie aeree ma soprattutto dalle aziende produttrici di aeromobili che spesso vedono impegnato anche capitale pubblico, abbia ottenuto una “tutela politica” il cui costo risulta interamente a carico del settore automobilistico. Inoltre la scellerata dichiarazione del Presidente della Commissione europea dimostra l’assoluta irresponsabilità in quanto, di fatto, bloccherà o quantomeno condizionerà ogni investimento e miglioramento tecnologico dei motori endotermici con conseguenti disastrose ricadute occupazionali per l’intera e complessa filiera produttiva

    A questi costi economici e sociali diretti si dovranno aggiungere anche i vantaggi competitivi per le altre aree macroeconomiche le quali si guardano bene dall’applicare dei protocolli così granitici anche per le terribili conseguenze economiche e sociali. In molti di questi, infatti, non viene negato il valore della movimentazione elettrica, specialmente in ambito urbano e quindi il valore di un nuovo impulso all’auto elettrica, ma contemporaneamente non vengono di certo penalizzate assolutamente le automobili endotermiche. Una valutazione totalmente corretta se considerato il difficile momento dell’economia mondiale legato agli effetti della pandemia da covid-19.

    Nella vecchia Europa, invece, e nel nostro Paese l’ideologia ecologista rappresenta la nuova versione 4.0 di uno schieramento politico ben identificato, già sconfitto dalla storia, come la vicenda di Cuba dimostra in questi giorni.

    Tuttavia, la traslazione dei medesimi ed obsoleti principi politici ed ideologici, i quali nulla hanno a che fare con la “transizione ecologica”, produrrà in questo caso degli effetti disastrosi da qui al 2035 lasciando completamente invariato il problema dell’inquinamento espressione, come ampiamente dimostrato, di cause diverse dall’auto privata. In questo senso, quindi, ci si trova di fronte non tanto ad una forma di classica ignoranza della relazione causa-effetto quanto alla sua stessa negazione come evidente espressione di un approccio assolutamente ideologico privo di contenuti e conoscenza e magari probabilmente condizionato anche da interessi corporativi.

    Un comportamento di una classe politica e burocratica europea e italiana supportato da schieramenti politici assolutamente pericolosi in quanto non in grado, forse anche per una propria disonestà intellettuale, di entrare nelle logiche complesse e soprattutto nelle cause articolate di un fenomeno mondiale come quello dell’inquinamento.

    In questo contesto caratterizzato da problematiche complesse legate anche alle conseguenze economiche e sociali della pandemia l’approccio ideologico alle tematiche di sostenibilità rappresenta la peggiore forma di inquinamento con effetti disastrosi di gran lunga superiori a quelli dei carburanti fossili.

    (*) fonti: www.lescienze.it, www.rinnovabili.it, www.noGeoingegnerie.com, www.TransportEnvironment.org

    (**)   www.infodata.ilsole24ore..com

    (***) www.im.cnr.it

    (****) www.cnr.it

  • Quale concetto di sostenibilità

    Culturalmente la nostra epoca si potrebbe identificare con il processo di appiattimento ed assimilazione generale di buona parte della classe politica e dirigente ad un tema considerato mainstream. A livello europeo questo processo diventa addirittura identificativo e distintivo senza spesso averne approfondito le tematiche generali come gli aspetti specifici.

    In questo momento, anche durante il G20 a Venezia, il concetto “politico” relativo alla ricerca di una maggiore ecosostenibilità ha assicurato il palcoscenico per ottenere visibilità e quindi è stato utilizzato da ogni carica politica e governativa in cerca delle luci della ribalta. In più, la sola evocazione di una qualsivoglia sostenibilità diventa una medaglia ed ammanta di novella verginità quelle professionalità come le stesse figure politiche già ampiamente compromesse con le passate gestioni i cui effetti si vorrebbero ora contrastare.

    Tuttavia sembra paradossale come la sostenibilità risulti ancora legata solo ed esclusivamente al concetto di riduzione delle emissioni di CO2. Anche in questo senso andrebbe ricordato a questi novelli esperti di ecosostenibilità come il 50% del totale delle emissioni dei gas serra vada attribuito a 25 megalopoli delle quali 23 sono in territorio cinese. Risulta assolutamente ridicolo, quindi oltre che insultante per chi lo subisce, ogni blocco del traffico che assessori e sindaci privi di competenze ma abbondantemente imbevuti di ideologia impongono alle città italiane.

    Tornando al concetto di ecosostenibilità, secondo il suo valore più complesso ed alto dovrebbe comprendere anche altri parametri altrettanto importanti come le percentuali di dipendenti a tempo indeterminato, la certificazione dei fornitori e il rispetto normativo nello smaltimento dei rifiuti delle lavorazioni. Questo concetto di sostenibilità privo di quel contenuto ideologico risulta molto più vicino ed adeguato ad un quadro di sviluppo complessivo sostenibile anche in relazione al tentativo di azzerare o perlomeno ridurre possibilmente ogni costo sociale (02.09.2019 https://www.ilpattosociale.it/2019/09/02/la-sostenibilita-complessiva-il-made-in-italy-e-lesempio-biellese/). Inoltre, invece di allinearsi alle discutibili posizioni massimaliste tenute dall’Unione Europea il governo italiano e il suo Parlamento dovrebbero dimostrare di conoscere e apprezzare il sistema economico  e soprattutto il  sistema industriale italiano partendo dalla consapevolezza dei propri risultati già raggiunti proprio in tema di sostenibilità (30.09.2019 https://www.ilpattosociale.it/2019/09/30/ambiente-la-miopia-europea-ed-italiana/).

    Tutelare la specificità del sistema economico industriale italiano rappresenta o dovrebbe rappresentare il principale obiettivo di una classe dirigente politica e governativa senza per questo risultare distanti dalle politiche di “austerità ambientale” ma potenziali veicoli di un forte impatto economico e sociale.

    In questo senso basterebbe ricordare come l’Unione europea contribuisca con il 9% delle emissioni di CO2, quindi, rimanendo più che condivisibile la ricerca di un minore impatto (*) ambientale, emerge evidente come la miopia europea nasconda obbiettivi politici ed ideologici pericolosi per la crescita complessiva del nostro Paese e dell’Europa industriale. In questo senso basti ricordare la recente ricerca pubblicata dall’istituto Bruno Leoni nella quale si dimostra come gli oltre 1000 miliardi investiti nelle ferrovie abbiano avuto sotto il profilo ambientale un impatto pressoché minimale nel settore del trasporto merci (https://www.linkiesta.it/2021/07/ferrovie-treni-europa-ambiente/).

    Invece di accodarsi al trend dominante e fuorviante europeo, espressione di una impostazione ideologica anti economica, il governo Draghi dovrebbe con orgoglio rivendicare gli obiettivi raggiunti e prospettare un concetto di sostenibilità più ampio contenente fattori e parametri aggiuntivi espressione di una sintesi economica, sociale ed ambientale.

    Ora più che mai il palcoscenico offerto dalla ricerca di una maggiore ecosostenibilità diventa il nuovo trait d’union di entità politiche elettoralmente minoritarie ma unite non tanto dal riconoscimento degli effetti climatici, che qui nessuno contesta, quanto dalle attribuzioni delle responsabilità individuabili sempre nell’economia liberale occidentale e nei comportamenti soggettivi dei privati cittadini. Proprio questi “responsabili” della crisi climatica sono coloro i quali da decenni non li votano più. La vendetta politica dei perdenti si tinge quindi di verde.

    (*) l’obiettivo di emissioni zero per il 2050 fa sorridere in quanto espressione di una competenza infantile.

  • La Commissione fornisce orientamenti per l’applicazione armonizzata delle norme sulla plastica monouso

    La Commissione europea ha fornito orientamenti sulle norme sulla plastica monouso e ha adottato una decisione di esecuzione relativa al monitoraggio e alla comunicazione degli attrezzi da pesca immessi sul mercato e dei rifiuti di attrezzi da pesca raccolti. Tali norme mirano a ridurre i rifiuti marini derivanti dai prodotti di plastica monouso e dagli attrezzi da pesca e a promuovere la transizione a un’economia circolare basata su modelli commerciali, prodotti e materiali innovativi e sostenibili.

    In base alle norme dell’UE del 2019 in materia di plastica monouso, entro il 3 luglio di quest’anno gli Stati membri devono garantire che determinati prodotti di plastica monouso non siano più immessi sul mercato dell’Unione. Gli orientamenti mirano a garantire che le nuove norme siano applicate correttamente e uniformemente in tutta l’UE. Il recepimento armonizzato nella legislazione nazionale è importante per il corretto funzionamento del mercato interno per quanto riguarda i prodotti disciplinati da tali norme. Gli orientamenti illustrano le definizioni e i termini chiave e sono stati sviluppati attraverso ampie consultazioni con gli Stati membri e interazioni con un’ampia gamma di parti interessate.

    La decisione di esecuzione relativa al monitoraggio e alla comunicazione degli attrezzi da pesca e dei rifiuti di attrezzi da pesca raccolti consente agli Stati membri di adempiere all’obbligo di riferire, a partire dal 2022, sugli attrezzi da pesca contenenti plastica immessi sul mercato e sugli attrezzi da pesca raccolti in mare. L’obiettivo è incentivare il recupero di tutti gli attrezzi da pesca e migliorarne la gestione attraverso regimi di responsabilità estesa del produttore. Maggiori informazioni sono disponibili nel comunicato stampa e nelle domande e risposte.

    Fonte: Commissione europea

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