Inquinamento

  • Allarme auto elettriche: poco profitto e futuro incerto

    Da anni l’intero settore automobilistico è stato invaso dalle nuove tecnologie e specialmente dai nuovi motori sempre più green e attenti all’ambiente. La rivoluzione ha portato continui investimenti nel settore delle vetture elettriche e ad impatto zero, ma non sembra che stia andando tutto come previsto.

    Alix Partners, una società di consulenza, descrive l’industria automobilistica ormai come un deserto del profitto. E non è il primo indizio a riguardo. Prima Standard & Poor’s ha avvisato che l’outlook sui margini tende al brutto a causa dei troppi investimenti, a fronte dei quali la risposta del mercato appare quanto meno improbabile. Poi è stata la volta addirittura del numero due di Bmw, che ha spiegato come i cittadini europei siano molto scettici nell’acquistare auto solo elettriche.

    Gli analisti guardano con preoccupazione ad alcuni indicatori del settore. Il più importante è la quantità impressionante di soldi che i costruttori stanno investendo, da qui al 2023: 225 miliardi di dollari per l’elettrificazione della gamma e altri 50 per la guida autonoma, stando alle stime di Alix Partners. Per dare un riferimento, 275 miliardi è la metà dei 553 miliardi di Ebit che i costruttori di auto e veicoli leggeri hanno generato nel quinquennio 2014/18.

    Le imprese devono costantemente fare investimenti, per andare incontro alle opportunità di nuova domanda che si prospettano all’orizzonte, ma gli analisti in verità dipingono un trend tutt’altro che espansivo nei prossimi anni. Il primo mercato del Mondo, la Cina, che ha generato in questo decennio i due terzi della crescita, pare stia tirando il freno: si proietta un meno 8% quest’anno. Gli Stati Uniti sono entrati nella fase calante del ciclo e l’Europa, per bene che possa fare, non darà i volumi necessari.

    La spinta verso l’elettrificazione arriva comunque dai governi, che impongono limiti alle emissioni impossibili da rispettare e inutili sotto il profilo ambientale, accompagnati da multe miliardarie. Davanti a queste imposizioni, i costruttori si sono sentiti incalzati. In altri termini, è la prima volta che non sono loro, i car makers, a dettare l’agenda dello sviluppo.

    Resta importante capire l’impatto che avranno questi cospicui investimenti con poco mercato e scarsi profitti. Un generale indebolimento finanziario dell’industria automobilistica, che già lo scorso anno ha mandato un’avvisaglia: una flessione del 20% dei profitti, pari a 25 miliardi di dollari, nonostante una contestuale riduzione di 44mila addetti, la prima dopo la crisi 2008/10.

    Per quanto riguarda i consumi del nostro Paese, gli automobilisti italiani sono fortemente interessati all’auto elettrica, ma sono ancora molti i talloni d’Achille che ne frenano l’acquisto. I problemi sono noti, e discussi, da anni: al momento costa troppo, almeno rispetto alle vetture convenzionali, l’autonomia genera ansia e preoccupazioni e la rete di ricarica non è sufficiente e capillare.

    Michele Crisci, presidente dell’Unrae, sottolinea che “il futuro dell’auto elettrica sarà molto legato alla capacità che le infrastrutture avranno di permettere agli utenti una ricarica continua, veloce, diffusa in maniera ampia sia domestica sia pubblica, sia nei luoghi dove lavoriamo. L’auto del futuro – conclude Crisci – sarà sicuramente un’auto elettrica, connessa e condivisa. È inevitabile un periodo di transizione. Si devono tenere in considerazione i futuri sviluppi tecnologici, ma anche la situazione presente, perché in Italia abbiamo 37 milioni di autoveicoli obsoleti rispetto a queste tecnologie”.

    In conclusione i costruttori, dopo più di un secolo di mobilità individuale a motore, oltre a meritare fiducia e rispetto, hanno le spalle per reggere questa nuova sfida. Ma le prossime strategie andranno prese con oculatezza per evitare che tutto il settore finisca in una enorme bolla senza futuro.

  • Nuove regole per il reddito di sopravvivenza

    Pochi giorni fa il Ministero per lo Sviluppo Ecologico del Gran Consiglio dei Vegetali, degli Animali e di tutti i Popoli Indigeni (il 4% della popolazione mondiale, ma che da soli rappresentano il 90% della “diversità culturale umana” del pianeta) ha reso noti i requisiti per la domanda di reddito di sopravvivenza sulla Terra.
    (www.redditodisopravvivenza.natura). Ne riportiamo qui alcune parti.

    “Il reddito di sopravvivenza viene riconosciuto da milioni di anni dalla Natura, senza chiedere nulla in cambio, a tutti gli Esseri Viventi, compresi gli Esseri Umani, per i quali non è mai stata attuata alcuna distinzione di sesso, etnia, lingua, religione, condizione personale e sociale. Fra questi ultimi, in meno di due secoli, gli umani civilizzati-urbanizzati (che rappresentano più del 55% dell’intera popolazione globale) hanno consumato quasi tutte le risorse naturali disponibili sul pianeta con i loro avidi e dannosi stili di vita ed alimentari[1] […]

    Il Gran Consiglio fa presente che il reddito di sopravvivenza verrà d’ora in poi riconosciuto dalla Natura solo a tutti gli esseri umani adulti[2] in possesso, cumulativamente, al momento della presentazione della domanda e per tutta la durata dell’erogazione del beneficio, dei seguenti requisiti:

    1) Il richiedente deve essere un abitante maggiorenne del Pianeta Terra e deve dimostrare, con le sue azioni, di aver compreso che l’Essere Umano è anch’egli un prodotto della Natura (e non viceversa) e che solo dove c’è la Natura è possibile anche la sua sopravvivenza.

    2) Per ottenere il reddito di sopravvivenza la zona dove vive la persona, o la comunità, o la regione, o la nazione richiedente deve avere aria, acqua e terreni non inquinati o in via di depurazione e conversione verso il ripopolamento spontaneo della Natura. In assenza di queste condizioni i richiedenti dovranno, necessariamente dimostrare nei fatti, di essersi adoperati per mantenere e migliorare le suddette condizioni ambientali. Solo a queste condizioni è garantita la sopravvivenza.

    Come si calcola il diritto di sopravvivenza?
    La Natura erogherà il suo beneficio (sotto forma di salute fisica, mentale e spirituale, con la conseguente possibilità di sopravvivere) in misura proporzionale all’effettivo e concreto cambiamento adottato.

    Come richiederlo e come usarlo
    La domanda per il reddito di sopravvivenza può essere presentata, senza limiti di orario e di luogo, alla propria coscienza.
    Per facilitarne la presentazione si consiglia di appoggiare una mano sul proprio petto e sforzarsi di cercare di sentire il battito cardiaco.
    I benefici ottenuti potranno essere cumulabili a, e per, tutte le future generazioni.

    Perdita del diritto
    Vi sono determinate circostanze in cui il reddito di sopravvivenza può essere perso o ridotto, ovvero, in assenza di ogni azione che vada a favore della Natura.
    Si prevede, infatti, la decadenza dal reddito di sopravvivenza quando la persona, o la comunità, o la regione, o la nazione richiedenti non si adoperino, in tempi rapidi, per intervenire su tutte quelle azioni che stanno causando la perdita del diritto di sopravvivenza.
    Chiunque presenti dichiarazioni o documenti falsi, o attestanti cose non vere, oppure ometta informazioni dovute, sarà punito… con l’estinzione”

     

    [1] L’ultimo rapporto, ad esempio, dell’Ipcc (il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite), afferma che se le popolazioni urbanizzate non cambiano direzione, ci restano solo 12 anni per salvare il Pianeta dalla catastrofe climatica (e non solo ndr).

    [2] Il diritto ed il reddito di sopravvivenza continuano ad essere riconosciuti dalla Natura a tutti i bambini del Mondo, senza alcuna richiesta da parte loro e distinzione o eccezione alcuna.

  • La scuola non è l’ambiente di Greta Thunberg: salterà un anno e mezzo di lezioni

    Greta Thunberg, la ragazzina scandinava divenuta icona globale dell’ambientalismo, resterà lontana dai banchi per concentrarsi sulla campagna internazionale a difesa dell’ambiente di cui in questi mesi è appunto diventata il simbolo. Lo hanno detto all’agenzia di stampa Dpa fonti vicine all’attivista svedese 16enne, secondo cui Greta sarà a settembre a New York al summit sul clima, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, e poi alla conferenza sul clima delle Nazioni Unite prevista in Cile a dicembre. Secondo le fonti, alla fine di quest’anno scolastico Greta – promotrice di ‘Fridays for future’, gli scioperi degli studenti contro i cambiamenti climatici – prenderà una pausa per concentrarsi a tempo pieno sulla sua campagna. Nei giorni scorsi, al quotidiano svedese Dagens Nyheter aveva detto: «Il 2020 è l’anno in cui dobbiamo far scendere verso il basso al curva delle emissioni se vogliamo mantenere il riscaldamento globale tra 1,5 e 2 gradi celsius».

  • Fantascienza, profezia o semplice analisi logica?

    Nel 1973 uscì nei cinema di mezzo mondo, un film di fantascienza intitolato 2022: i sopravvissuti. La trama è semplice: il pianeta è devastato e inaridito dall’inquinamento e dalla sovrappopolazione. La ricerca di cibo è, di conseguenza, il principale problema per l’umanità e l’unico alimento in commercio per le masse più povere è il Soylent Green. Un simil-biscotto multicolore ottenuto dal “sano e naturale Plancton marino”, come pubblicizzato dalla Soylent, la più grande Food Corporation che lo produce. Contrariamente, però, a quanto da loro dichiarato, un non integerrimo poliziotto (interpretato da un cupo Charlton Heston) viene a scoprire che le riserve di Plancton sono praticamente esaurite e che il vero ingrediente di questo composto sono i cadaveri umani. Fine! Fantascienza o profezia?

    Venendo a noi e alla realtà dei nostri giorni, inquinamento e desertificazione ci sono. Così come la sovrappopolazione: nel 2022 saremo 8 miliardi di bocche da sfamare e va da sé che è impossibile continuare a sfruttare le risorse del pianeta (aria, acqua, terra, vegetali, animali e persone) nella misura attuale. E come andrà a finire? Nel numero di luglio del 2001 de L’Espresso, un illustre docente italiano di Scienze della Nutrizione, nella Rubrica “Mangiare Sano” scriveva che “Il cannibalismo rappresenta una scelta nutrizionalmente razionale”. Nel 2014, in Nord America, con lo slogan pubblicitario Abbiamo pensato noi al tuo cibo così che tu non debba farlo (We thought about your food so you wouldn’t have to) viene immesso sul mercato il Soylent, una linea di polveri e bevande alimentari “sane e complete” (con formule segrete) per sostituire i pasti umani. E rimaniamo ancora in America dove, è di qualche giorno fa la notizia che lo Stato di Washington ha legalizzato, per la prima volta al mondo, la trasformazione in concime di cadaveri umani. Fine? Questo è quanto accadrà? Da fantascienza a profetizzata realtà? Ora, il film del 1973 termina con il poliziotto agonizzante che urla ad una folla completamente indifferente la terribile verità scoperta. E noi? Evidentemente non abbiamo riflettuto abbastanza allora, ma dobbiamo necessariamente farlo adesso, se vogliamo cambiare un terribile ed infelice finale (per i nostri figli e nipoti) già scritto quarantasei anni fa; quando ancora qualcuno, senza bisogno di super computer e smartphone, usava ancora bene il cervello per immaginare e raccontare cosa sarebbe successo al pianeta e all’umanità se si fosse andati avanti ai quei ritmi di consumismo scriteriato. Nessuna suggestiva profezia ma una semplice analisi logica. Causa ed effetto. Uno più uno.

  • Servono volontari delle acque per prendersi cura dei fiumi

    Mentre il problema inquinamento delle acque, pulizia dei fiumi e loro esondazioni rimane inevaso, in Italia come in Europa, come dimostra anche il recente servizio tv sull’inquinamento del Tevere, i cinesi sono già andati avanti. Infatti Pechino ha deciso di nominare centinaia di migliaia di capi-fiume che saranno responsabili delle pulizie dei corsi d’acqua, sia direttamente che organizzando un sistema di controllo e pulizia. Ovviamente per i cinesi l’incarico al momento non è pagato, è al servizio dello Stato, Stato che da noi purtroppo è latitante. E proprio perché da noi lo Stato è latitante, abbiamo fortunatamente centinaia di miglia di persone che lavorano nel volontariato per supplire alle inefficienze ed inettitudini dell’apparato pubblico. Forse prendendo spunto dall’esperimento cinese potremmo cominciare anche noi a immaginare i volontari delle acque così che finalmente eviteremmo di vedere i greti dei fiumi sommersi da immondizie e da tronchi d’albero, i quali, nel caso di piene, come spesso è successo, travolgono ponti e infrastrutture. I volontari delle acque inoltre potrebbero finalmente vigilare, nessun altro di fatto lo fa, su quelle attività estrattive o di trasformazione che insistono proprio sulle rive dei fiumi e che in più casi sono state responsabili di gravi inquinamenti.

  • Appello dell’Onu per salvare gli uccelli migratori dall’inquinamento

    L’inquinamento provocato dalla plastica comporta gravi rischi per la salute della fauna selvatica a livello globale, perché colpisce una vasta gamma di specie tra cui balene, tartarughe, pesci e uccelli. Lo segnala l’Onu in vista della Giornata mondiale degli uccelli migratori, l’11 maggio, lanciando un appello all’azione per fermare questo inquinamento tramite la riduzione dell’utilizzo della plastica, in particolare monouso (“Protect Birds: Be the Solution to Plastic Pollution!)”.

    «Un terzo della produzione di plastica globale non è riciclabile e almeno otto milioni di tonnellate di plastica finisce nei nostri mari, laghi e fiumi», ricorda Joyce Msuya, direttore esecutivo facente funzione dell’Un Environment avvertendo che «sta finendo nello stomaco di uccelli, pesci, balene, e nel nostro suolo e nell’acqua. Il mondo sta soffocando per la plastica e anche gli uccelli da cui dipende così tanta vita sulla terra».

    Gli uccelli scambiano la plastica per cibo che riempie lo stomaco e li fa morire di fame e usano la plastica per fare il nido scambiandola per foglie, ramoscelli e altri oggetti naturali, che possono ferire e intrappolare i pulcini fragili. Gli uccelli marini, in particolare, spiega l’Un Environment, sono minacciati dagli attrezzi da pesca come le reti in cui possono rimanere impigliati.

    Alcuni scienziati, usando Google immagini e altre fonti del web, hanno riscontrato che di 265 specie di uccelli impigliati in rifiuti di plastica, almeno 147 specie erano uccelli marini, 69 specie di uccelli d’acqua dolce e 49 specie di uccelli terrestri. La ricerca ha mostrato che circa il 40% degli uccelli marini aveva ingerito plastica. A rischio sono anatre, pinguini, albatros, pellicani, gabbiani e uccelli tropicali.

    L’Un environment osserva che occorrono sforzi congiunti di governi, industrie e consumatori per affrontare il problema, in particolare riducendo la plastica monouso.

  • Bassora in Iraq muore di sete e immondizia

    La città di Bassora, la seconda città più grande dell’Iraq, era nota come la “Venezia del Medio Oriente” per i suoi canali, ma oggi i suoi corsi d’acqua sono divenuti pozze d’acqua stagnante: il fiume Shatt-al-Arab, che la attraversa, è così inquinato (vi sono, elenca Reuters, germi, prodotti chimici, alghe tossiche e concentrazioni di sale senza precedenti) da costituire una minaccia per oltre 4 milioni di abitanti di quella che è la seconda città irachena. Mentre il livello di contaminazione dello Shatt-al-Arab è quadruplicato negli ultimi 10 anni, Bassora è caratterizzata da fognature aperte e strade piene di mucchi di spazzatura e la popolazione, con un salario medio di 10.000 dinari iracheni al giorno ha quanto basta (5mila dinari) per il cibo e per circa 500 litri d’acqua (sufficienti per far bere una famiglia) ma non per potersi permettere l’approvvigionamento idrico necessario a lavarsi o per altri usi domestici.

    Alla confluenza tra Eufrate e Tigri, all’estremità meridionale e paludosa dell’Iraq, Bassora è una delle poche città del Medio Oriente priva di un efficace sistema di trattamento delle acque. Gli abitanti lamentano che il sale che penetra nell’acqua l’ha resa imbevibile, mandando in ospedale circa 90.000 persone, con picchi di 4.000 persone al giorno.

    Grazie a un prestito del Giappone, Baghdad ha avviato la costruzione di un impianto di trattamento delle acque e di un complesso di desalinizzazione.

  • Il rogo di Notre Dame anche un segnale per cambiare passo

    Mentre quasi tutto il mondo partecipa al dolore ed allo sgomento dei francesi per la distruzione di gran parte di Notre Dame, simbolo della cultura e della storia, il presidente della Libia al Assaj lancia un allarme sostenendo che 800.000 migranti, tra i quali diversi terroristi, sono pronti a partire per rifugiarsi in Italia e in Europa.

    Mentre è sempre più forte l’allarme per l’inquinamento e le modifiche del clima, che hanno portato negli ultimi anni ad autentiche distruzioni di parti del pianeta con decine di migliaia di vittime, i problemi legati all’ambiente hanno portato diversi scienziati a lanciare un SOS per il futuro del pianeta, il Corriere della Sera riporta una nuova documentazione della NASA che, dopo aver studiato due gemelli astronauti, evidenzia come gli astronauti siano a rischio di tumore, di modifiche del DNA e di ridotte capacità cognitive. Gli stessi esperti della NASA sostengono che “prima di affrontare le prossime spedizioni nello spazio la tecnologia dovrà offrire soluzioni capaci di eliminare queste minacce altrimenti l’esplorazione non potrà continuare”.

    Quanto sta accadendo dall’inizio del terzo millennio, dagli attacchi terroristici alle catastrofi naturali, dalle ripetute crisi economiche a quelle morali e sociali, dimostra come la politica sia uscita di scena per lasciare posto all’improvvisazione che dà vita a proposte che riguardano interessi specifici e non sono in grado di dare risposte alle esigenze comuni presenti e future.

    Morte le ideologie e le idee e seppellite anche la cultura e la conoscenza, che dovrebbero essere motore per la coscienza di chi governa, troviamo, quasi ovunque nel mondo, che le classi che hanno governato e governano sono riuscite a creare consenso distruggendo, però contestualmente, la stima e la fiducia nelle istituzioni. Il consenso è ormai legato ad alcuni leader ed alle loro affermazioni contingenti e non ad un progetto che dall’oggi si sviluppa verso il domani, capaci di tener conto delle realtà oggettive interne ed esterne. Anche le dichiarazioni che leggiamo ed ascoltiamo in vista delle prossime elezioni europee, sono l’esempio della mancanza di visione e di coraggio di forze partitiche che, siano al governo o all’opposizione, non hanno percezione della gravità del momento e dei pericoli incombenti. Nelle elezioni si fronteggeranno da un lato gli oscurantisti, che trovano naturali alleati all’interno dei sovranisti illusi che, in un mondo nel bene e nel male globalizzato, gli stati possano da soli confrontarsi col terrorismo, l’immigrazione, i cambiamenti climatici, le sfide tecnologiche e le turbolenze dei mercati, sottoposti alle scelte finanziarie del ristretto numero di coloro che manovrano il mondo, dai derivati alle bolle speculative, dall’altro lato i modernisti ad oltranza, coloro che in modo acritico sposano qualunque novità senza domandarsi le conseguenze che le stesse avranno sulla vita dei singoli e degli stati, sulla vita ed il futuro di tutti.

    Entrambi, sovranisti e modernisti, ci diranno che vogliono un’altra Europa ma non vi sarà mai un’Europa migliore se non si creeranno le condizioni per una politica comune e la politica comune non vi potrà mai essere fino a che gli interessi di uno stato, supportato dalla sua forza, preparazione e capacità di alleanze, prevarranno all’interno del Consiglio. E’ infatti nel Consiglio europeo, non nella Commissione che è un organo esecutivo, che le logiche nazionali hanno fino ad ora prevalso e se qualche paese, come l’Italia, non ha avuto tutto quello che ha voluto, ed è da dimostrare, lo si deve alla debolezza politica, che continua da molti anni, dei nostri governi. Non saranno gli Junker  di turno a poter proporre un passo diverso all’Unione, non solo perché questo non è nel potere del Presidente della Commissione ma soprattutto perché il Presidente, benché inserito nelle liste elettorali, è indicato, scelto, dai governi, dai partiti che sono in maggioranza o che tentano di diventarlo ed e perciò di fatto sempre il Consiglio che controlla la Commissione. Di questo le firme politiche non parlano, questo i cittadini non lo sanno perché è comunque interesse di chi governa un paese scaricare sull’Europa le responsabilità di quanto che non sono in grado di fare sono sempre i governi a voler tenere il Consiglio europeo così com’è, con i veti incrociati, piuttosto che aprire la strada al metodo comunitario.

    Intanto bruciano le chiese, i profughi o muoiono  in mare o ci invadono, cambiando e turbando la nostra vita, regole assurde ci impediscono, per migliorare l’inquinamento, di accendere il camino ma intanto si lascia che l’atmosfera sia stravolta con continui esperimenti nello spazio, intanto le povertà e le disperazioni aumentano ed i derivati continuano ad avvelenare l’economia.

     

  • Emergenza inquinamento: la terra ed i suoi abitanti non possono più aspettare

    Il monito del Presidente della Repubblica Mattarella e le grandi manifestazioni degli studenti, in Italia ed in tutto il mondo, per richiamare l’attenzione di tutti, istituzioni, cittadini ed imprese, al gravissimo problema ambientale fanno sperare che anche i più protervi negazionisti del problema terra comincino a prendere atto dell’emergenza che il nostro pianeta deve affrontare in tempi rapidi. Vi sono misure delle quali parlano tutti, anche se poi non partano subito le disposizioni conseguenti, altre, di portata diversa ma tutte utili, delle quali non si parla o, se se ne parla, non vedono nessuna espressione di volontà concreta.

    Ne accenniamo alcune. Gran parte degli edifici pubblici non sono a norma per il riscaldamento e troppi mezzi di trasporto pubblico rimangono estremamente  inquinanti, manca una politica di programmazione per diminuire, sulle grandi distanze, il trasporto su gomma sostituendolo con quello su rotaie e per mare, rimane irrisolto il problema degli acquedotti che disperdono, perché obsoleti e danneggiati, più del 30% dell’acqua, bene primario e non rinnovabile, mancano misure adeguate, in agricoltura e per l’allevamento di bestiame, che sostengano i produttori per l’utilizzo di sostanze meno dannose per la salute e l’ambiente, l’incuria dei greti dei fiumi, dei torrenti e delle zone montuose e collinari abbandonate sono solo alcuni dei problemi che l’Italia dovrebbe immediatamente affrontare. Occorre però che il nostro Paese si faccia anche promotore di iniziative verso il resto del mondo: non è pensabile di contrastare l’inquinamento spedendo in Africa le nostre macchine diventate per noi inutilizzabili per le troppe emissioni di gas di scarico. Non è spostando il problema in un altro paese o continente o basandoci sull’acquisto o vendita delle vecchie quote verdi che noi potremo fermare l’avanzata del disastro ambientale.

    Sia l’Italia ad impegnare, almeno l’Europa, alla distruzione delle macchine che inquinano vietandone l’esportazione in altri paesi. Sia l’Italia a chiedere una momentanea moratoria agli esperimenti ed alle missioni nello spazio che in questo momento creano nuovi danni all’atmosfera, e ad attivarsi perché si fermino le deforestazioni a tappeto che modificano i venti ed il clima. In un mondo globalizzato i danni causati in un paese, in un continente, si rifrangono in altri paesi e continenti, per questo è necessario ci cerchino impegni vasti e comuni almeno per affrontare e alcuni problemi come quelli legate alle piattaforme che estraggono petrolio in mare e che in troppi casi, come avviene da diversi anni vicino alle coste della California, continuano ogni giorno a disperdere decine di barili di greggio perché è impossibile ripararle.

    La politica, quella vera, è saper prevenire i problemi e saper intervenire con tempestività quando questi si presentano. Globalizzato il mercato oggi va globalizzato il buon senso perché la terra ed i suoi abitanti, di qualunque colore e religione, non hanno più tempo di aspettare .

  • Impatto ambientale dell’industria tessile e dell’abbigliamento

    Il volume di vestiti acquistati nell’UE a persona è aumentato del 40% in pochi decenni e l’abbigliamento ha un impatto ambientale fino al 10% del consumo dell’UE. Gli effetti sono spesso percepiti più fortemente nei paesi terzi, poiché la maggior parte della produzione avviene all’estero. L’uso da parte dei consumatori ha anche una grande impronta ambientale nazionale, dovuta all’acqua, all’energia e alle sostanze chimiche utilizzate nel lavaggio, nell’asciugatura e nella stiratura. Meno della metà dei vestiti usati viene raccolta per essere riutilizzata o riciclata quando non è più necessaria, e solo l’uno per cento viene riciclato in nuovi vestiti. Il Parlamento europeo da tempo sostiene la promozione dell’uso di materie prime ecologiche e sostenibili e il riutilizzo e il riciclaggio degli indumenti.

Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.