Inquinamento

  • La balena ci salva dalla CO2

    Tutti parlano della necessità di ridurre sempre di più le emissioni di CO2, spesso anche con scelte non idonee o sbagliate, basti pensare a quanto consumano le reti informatiche, ì cervelloni che dovrebbero guidare i mezzi di trasporto senza guidatore, ai costi per lo smaltimento delle batterie delle macchine elettriche o alle decisioni di quei sindaci che mettono gli ingressi a pagamento, anche per i residenti, e non hanno abbassato di un grado l’inquinamento.

    Pochi invece parlano, come l’economista Robert Chami, che ha lavorato per venti anni al Fondo Monetario Internazionale, di quanto sia necessario riassorbire quella CO2 che abbiamo immesso nell’atmosfera e di come si può fare naturalmente.

    In una intervista, rilasciata a Massimo Sideri, Chami ricorda che “in natura esiste da sempre un sistema di purificazione, il fitoplancton che cattura la CO2 dall’atmosfera per 37 miliardi di tonnellate all’anno. Il krill mangia il fitoplancton e a sua volta è mangiato dalle balene, 33 tonnellate di krill all’anno per ogni balena”. Perciò ogni balena viva vale più di un miliardo di dollari rispetto alla CO2 che, nell’arco della vita, ha eliminato.

    In sintesi la natura ha già gli strumenti per aiutarci a ripulire l’ambiente e rimettere in sesto l’ecosistema, senza la salvaguardia del quale moriremo, ma occorrono ricercatori, come l’economista  Chami o lo scienziato italiano Berzaghi, che lavora in Congo, i quali, dati alla mano, facciano capire, a coloro che parlano di ambiente ma non lo conoscono, che il valore di una balena, di un elefante, come degli alberi è immenso se sono vivi perché ci aiutano a purificare quanto abbiamo avvelenato e a salvaguardare quanto ci circonda.

  • Ma Sala conosce il problema?

    Una direttiva europea ha da tempo stabilito che, considerata la necessità ed urgenza di applicare tutto quanto necessario per realizzare l’economia circolare, ogni Stato Membro dovrà, entro l’inizio del 2025, istituire la raccolta differenziata anche per il tessile.

    Tale norma dovrebbe portare a notevoli risparmi, utili all’ambiente, specie per quanto riguarda la CO2: riciclare quanto è compreso nel settore abbigliamento è diventata una strada che può produrre sia ricchezza che miglioramento dell’aria e risparmio di acqua.

    L’Italia ha anticipato la data  al 1 gennaio 2022 ma dell’argomento si è parlato ben poco e sembrano non esserne a conoscenza non solo i cittadini ma, purtroppo, la maggior parte  dei rappresentanti delle istituzioni se è vero che sono poche le città italiane che hanno predisposto aree per il deposito degli indumenti da riciclare e che i cittadini non sanno dove eventualmente conferire quanto desiderano eliminare.

    Anche le campane della Caritas sono quasi introvabili e le amministrazioni comunali ignorano il problema con la conseguenza che molti indumenti finiscono nella spazzatura creando altro danno, inoltre  vi sono diversi contrasti tra le leggi nazionali e quelle regionali che impediscono il decollo del settore.

    Chissà se Sala, il sindaco di Milano, così attivo, anche troppo, per le piste ciclabili, il restringimento  delle strade, l’aumento del ticket di ingresso, anche ai residenti, e per quant’altro può valergli un patentino ecologista (anche se Milano rimane sporca, senza alberi, con marciapiedi rotti etc  etc,) conosce il problema e pensa di fare qualcosa di utile.

  • Per la maggioranza degli europei la transizione verde andrebbe accelerata

    Secondo una nuova indagine Eurobarometro appena pubblicata, la grande maggioranza degli europei (93%) ritiene che i cambiamenti climatici rappresentino un grave problema su scala mondiale. Più della metà (58%) crede che la transizione verso un’economia verde andrebbe accelerata, soprattutto alla luce delle impennate dei prezzi dell’energia e delle preoccupazioni per gli approvvigionamenti del gas originate dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Dal punto di vista economico, il 73% degli europei concorda sul fatto che i costi dei danni causati dai cambiamenti climatici siano molto superiori agli investimenti necessari per la transizione verde. Tre quarti degli intervistati (75%) pensano che la lotta ai cambiamenti climatici favorirà l’innovazione.

    Quasi nove europei su dieci (88%) concordano sulla necessità di ridurre al minimo le emissioni di gas a effetto serra e di compensare allo stesso tempo le emissioni residue per far sì che l’UE raggiunga la neutralità climatica entro il 2050. Quasi nove europei su dieci (87 %) credono che sia importante che l’UE fissi obiettivi ambiziosi per aumentare il ricorso alle energie rinnovabili e una percentuale analoga (85%) ritiene altrettanto cruciale che l’UE intervenga per migliorare l’efficienza energetica, ad esempio incoraggiando i cittadini a isolare le abitazioni, installare pannelli solari o acquistare automobili elettriche. Sette intervistati su dieci (70 %) credono che ridurre le importazioni di combustibili fossili possa aumentare la sicurezza energetica e avvantaggiare economicamente l’UE.

    La grande maggioranza dei cittadini dell’UE (93 %) s’impegna già individualmente in favore del clima e opta per scelte sostenibili nella vita di tutti i giorni. Tuttavia, quando è stato chiesto loro chi debba farsi carico della lotta ai cambiamenti climatici, i cittadini hanno evidenziato la necessità di altre riforme che accompagnino l’azione individuale, segnalando anche la responsabilità dei governi nazionali (56 %), dell’UE (56 %), delle imprese e dell’industria (53%).

    I cittadini europei percepiscono inoltre i cambiamenti climatici come una minaccia anche nella vita quotidiana. In media, oltre un terzo degli europei si sente personalmente esposto ai rischi e alle minacce ambientali, una preoccupazione che in 7 Stati membri è condivisa da più della metà dei cittadini, soprattutto nei paesi dell’Europa meridionale, ma anche in Polonia e Ungheria. L’84% degli europei concorda sul fatto che gli interventi per combattere i cambiamenti climatici e risolvere le questioni ambientali dovrebbero essere una priorità anche per migliorare la salute pubblica, mentre il 63% degli intervistati ritiene che prepararsi agli effetti dei cambiamenti climatici possa avere conseguenze positive per i cittadini dell’UE.

  • Nucleare no! O nucleare (per forza) sì?

    Da illuso ambientalista, il fatto che si ritorni a parlare del nucleare come di una probabile e imminente soluzione al fabbisogno energetico del Paese mi rattrista non poco. Soprattutto dopo che per ben due volte, nel referendum del 1987 e in quello del 2011, noi italiani abbiamo fortemente espresso la nostra volontà per abrogarne il suo utilizzo. Tuttavia non possiamo che prendere atto del fatto che il consumo di energia elettrica sta crescendo in modo esponenziale e che la produzione delle nostre centrali termoelettriche, idroelettriche e geotermoelettriche, anche se sommata a quella degli impianti eolici e fotovoltaici, è ben lontana dal soddisfare la domanda. Per questo motivo siamo costretti ad acquistare energia elettrica dall’estero. Stessa cosa per gli idrocarburi liquidi e gassosi necessari al nostro fabbisogno (importiamo quasi l’80% delle nostre esigenze). Per risolvere il problema qualcuno ha ritirato fuori il dibattito sul nucleare. Qualcun altro la proposta di sfruttare al massimo i giacimenti di petrolio e di gas presenti sul nostro territorio. Qualcun altro l’idea che si debbano investire maggiori risorse economiche nelle energie alternative. Insomma, nessuno o quasi, sembra mettere in discussione il fatto che si debba continuare a consumare (senza darsi un limite) sempre più energia, elettrica in primis. Tutt’altro. Il Governo Italiano, come altri Governi europei, continua a stanziare ingenti somme di denaro (nell’ordine di miliardi di euro) per “calmierare” le sempre più care bollette e allo stesso tempo a riconsiderare l’apertura o la riapertura di impianti di estrazione di risorse naturali nei propri territori. Come dicono i portoghesi, non è possibile avere il sole in cortile e la pioggia sull’orto (noi diremmo, la botte piena e la moglie ubriaca) pertanto fino a quando non ci sarà una inversione della crescita dei consumi questo è l’unico scenario possibile.

    Ma veniamo a noi. In quante case oltre a tutte le luci interne ed esterne troviamo vari cellulari, uno o più telefoni cordless, uno o più tablet, uno o più computer, l’impianto wi-fi, una o più TV, il decoder, l’impianto stereo, gli amplificatori bluetooth, le cuffie bluethooth, una stampante, uno scanner, una telecamera, una o più macchine fotografiche, la lavatrice, l’asciugatrice, il phon, il rasoio elettrico, il frigorifero, il congelatore, il forno elettrico, il forno a microonde, i piani a induzione, il frullatore, la friggitrice, il tostapane, il coltello elettrico, il minipimer, la gelatiera, lo spremiagrumi, il robot da cucina, lo scalda acqua, la macchinetta del caffé elettrica, il tritarifiuti elettrico, l’aspirapolvere, il robot da pavimenti, la scopa elettrica, i condizionatori d’aria, il deumidificatore elettrico, il depuratore d’aria elettrico, i ventilatori, la stufetta elettrica, la coperta elettrica, il citofono, il sistema di allarme, la pompa per lavare l’auto, il tagliaerba elettrico, la sega elettrica, il trapano elettrico, l’avvitatore elettrico, giocattoli e videogiochi, un drone, un monopattino elettrico, una bicicletta elettrica, una moto elettrica, un’auto elettrica, il cancello elettrico, la porta del garage elettrica, etc. etc. etc. Se così stanno le cose e si prospettano sempre più strumenti e mezzi e automezzi elettrici sarà difficile intraprendere la via di una decrescita razionale e sostenibile. Le stesse energie cosiddette “alternative”, per quanto oggetto di grande attenzione, mai riusciranno da sole a soddisfare l’attuale domanda a meno che non riempiamo il Paese di pale eoliche e di pannelli fotovoltaici. Tutte cose comunque che hanno un ciclo di vita alquanto breve e quindi da rimpiazzare (con quali risorse?) entro pochi anni.

    Nucleare sì o nucleare no allora? Al momento e al di là di qualsiasi nostra opinione al riguardo, pare che i lunghi tempi di realizzazione di impianti nucleari di nuova generazione e i loro enormi costi stiano facendo desistere gli speculatori di settore (e quelli finanziari). Per ciò, grazie a questi problemi e non di certo a ragioni di tipo ambientale e sociale, pare che sul discorso del nucleare possiamo stare tranquilli per qualche anno. Tuttavia, come detto sopra, vista l’ingente e urgente domanda di energia, il metodo più rapido per immettere sul mercato altra energia sia quella di fare altre dighe, altri inceneritori e di trivellare, ovunque lo si riesca ancora a fare, nel mare, sulle coste, in pianura, in collina, lungo le vallate e sui monti. E allora, nuova domanda: nuove dighe, inceneritori e trivelli sì o no? La risposta è sempre quella del portoghese. Se non pensiamo e non ci prepariamo ad un modello di vita più sobrio e sostenibile la risposta è necessariamente sì. Vi ricordate tutte le battaglie per non avere le antenne dei cellulari vicino casa? Nessuno dice più una parola perché tutti vogliamo e usiamo il cellulare. Stessa cosa sarà per i nuovi impianti di estrazione degli idrocarburi solidi e liquidi e le centrali elettriche. Da una parte aumentiamo i consumi e dall’altra parte vogliamo un ambiente più pulito e pagare sempre di meno per le bollette. Non è possibile. Vivendo in un Paese che importa circa l’85% del suo fabbisogno di energia primaria la conclusione della storia la conosciamo già. Dopo alcuni timidi focolai di protesta (da parte delle comunità direttamente interessate da nuovi progetti di inceneritori come di trivelle, etc.) tutto tornerà come prima, o meglio, continuerà a peggiorare l’ambiente più di prima.

    Se una scimmia accumulasse più banane di quante ne può mangiare quando la maggioranza delle altre scimmie muore di fame, gli scienziati studierebbero quella scimmia per scoprire cosa diavolo le stia succedendo. Quando a farlo sono gli esseri umani, li mettiamo sulla copertina di Forbes.”

    Emir Simão Sader, sociologo brasiliano

  • La qualità delle acque di balneazione europee resta elevata

    Secondo l’ultima relazione annuale sulle acque di balneazione appena pubblicata, nel 2022 la maggior parte dei siti di balneazione in Europa è risultata all’altezza dei più severi standard di qualità dell’UE, meritandosi la classificazione di “eccellente”. La valutazione, elaborata dall’Agenzia europea dell’ambiente in collaborazione con la Commissione, segnala ai bagnanti dove possono trovare le acque di balneazione più pulite in Europa questa estate.

    La qualità delle acque dei siti costieri, che rappresentano i due terzi delle zone di balneazione, è generalmente migliore di quella dei fiumi e dei laghi delle zone interne. Nel 2022 la qualità dell’88,9% dei siti di balneazione costieri dell’UE è stata considerata “eccellente” rispetto al 79,3% dei siti interni.

    Nel 2022 il 95% delle acque di balneazione a Cipro, in Austria, Grecia e Croazia è stato classificato come “eccellente”. Va aggiunto che nello stesso anno tutte le acque di balneazione sottoposte a valutazione a Malta, in Bulgaria, Romania, Slovenia e Lussemburgo hanno soddisfatto almeno lo standard minimo di “qualità sufficiente”.

    Dall’adozione della direttiva sulle acque di balneazione nel 2006, la percentuale di siti di qualità “eccellente” è aumentata, stabilizzandosi negli ultimi anni tra l’85% e l’89% per le acque di balneazione delle zone costiere e tra il 77% e l’81% per quelle interne. Nel 2022 questo livello è stato raggiunto dall’85,7% di tutte le acque di balneazione dell’UE, mentre il 95,9% rispondeva agli standard minimi di qualità.

    Più dell’8% delle acque di balneazione europee si trova in città con più di 100.000 abitanti, principalmente in Grecia, Francia, Italia e Spagna, svolgendo un ruolo importante nella qualità della vita nelle città oltre a garantire benefici ecosistemici.

  • La transizione energetica di Quinto Orazio Flacco

    Come sempre la contrapposizione relativa alle tematiche climatiche ha assunto le classiche dinamiche politiche ed ideologiche. Invece, tornando nell’alveo dell’interesse comune, nessuno ha intenzione di negare la necessità di un consumo più equilibrato delle risorse energetiche e contemporaneamente favorire il molteplice approvvigionamento diversificato e privilegiando quelle con un progressivo minore impatto ambientale.

    In questo contesto, tuttavia, andrebbe ricordato come il nostro Paese abbia già intrapreso questo percorso con notevole anticipo rispetto all’assolutismo ideologico ambientalista, avendo già ridotto del 40% le emissioni di CO2 in soli 30 anni (*). Ben prima di questa deriva ideologica che esprime un qualunquismo ambientalista senza precedenti, il nostro sistema industriale ha ampiamente dimostrato di essere in grado di razionalizzare ed ottimizzare il proprio fabbisogno energetico, anche perché questa strategia rappresenta una ottimizzazione dei costi che si traducono in una maggiore redditività e competitività all’interno delle gestione dei processi industriali e di una qualsiasi attività economica.

    Viceversa, questo approccio talebano alle problematiche ambientali affossa anche sotto il profilo operativo una giusta maggiore attenzione all’ambiente attraverso anche la mistificazione di risultati e proponendo strategie operative assolutamente irrealizzabili in quanto risultano portatrici di insostenibili conseguenze per costi economici e sociali in termini di drastiche riduzione dei posti di lavoro.

    L’esempio citato con enfasi della fonte ambientalista in relazione al fatto che il Portogallo abbia raggiunto il 50% del fabbisogno energetico attraverso delle fonti rinnovabili rappresenta uno di questi aspetti in quanto i confronti statistici vanno fatti tra sistemi omologhi. Il Portogallo, infatti, presenta un Pil di 237 miliardi di dollari, cioè il 15% di quello italiano di 2087 miliardi di dollari, il confronto risulta quindi assolutamente improponibile (https://ember-climate.org/press-releases/wind-and-solar-produce-more-than-half-of-portugals-electricity-for-the-first-time/).

    La stessa polemica rigorosamente ideologica scaturita dopo l’alluvione in Emilia Romagna conferma il livello impresentabile dei contendenti politici, il tutto a spese dei cittadini alluvionati.

    Tornando quindi nel mondo reale, si conferma quindi una realtà operativa espressa attraverso la ricerca di una maggiore “economicità” dei sistemi industriali, già ora in grado di raggiungere autonomamente degli obiettivi di maggiore tutela ambientale attraverso l’ottimizzazione dei costi energetici, ridicolizzando, contemporaneamente, ogni ideologia di transizione energetica che imponga, per esempio, l’auto elettrica o gli interventi per le abitazioni, come espressioni centrali della stessa strategia.

    Mai come ora il problema relativo ad una giusta maggiore attenzione per l’ambiente viene rappresentato da chi afferma di operare in suo nome. Solo il risparmio energetico in ogni sua evoluzione tecnologica può assicurare il futuro del pianeta, non certo il cambio di paradigma che costringa un complesso sistema economico e sociale, come quello del continente europeo, ad una totale elettrificazione imposta per legge (nella mobilità ed approvvigionamento energetico) il cui impatto ambientale, economico e sociale risulterà sicuramente devastante.

    In un periodo di oscurantismo culturale come l’attuale, nel quale quasi quotidianamente si registrano volontà politiche contro lo studio del latino nelle scuole, proprio Orazio ci fornisce la strategia vincente sulla tutela ambientale: “Est modus in rebus” (**).

    In altre parole, viene ribadito nella contemporaneità il valore della moderazione in contrapposizione al furore ideologico espresso in ambito ambientalista.

    (*) Da 500 milioni di tonnellate di CO2 alle attuali 300 milioni.

    (**) La teoria del “giusto mezzo” o “v’è una misura nelle cose”

  • La Commissione si impegna a capire come rafforzare l’attuazione del principio “chi inquina paga”

    La Commissione ha avviato una consultazione pubblica per raccogliere i pareri dei cittadini e delle parti interessate sull’attuazione del principio “chi inquina paga” nell’Unione europea. La Commissione userà le informazioni per valutare se le politiche europee e nazionali siano sufficienti a garantire che chi inquina sostenga i costi delle misure di prevenzione, controllo e riparazione dell’inquinamento. La consultazione riguarderà aspetti quali l’uso di strumenti di mercato da parte dell’UE e degli Stati membri, il pagamento indiretto di chi inquina mediante sovvenzioni dannose per l’ambiente, la mancata applicazione del principio nel contesto dei fondi dell’UE, il modo in cui vengono affrontate le responsabilità ambientali e l’utilizzo dei prezzi nelle politiche.

    Le consultazione pubblica è una risposta alla relazione della Corte dei conti europea secondo la quale il principio “chi inquina paga” è applicato in modo disomogeneo nelle politiche ambientali dell’UE, con una copertura e un’attuazione incomplete. I risultati della consultazione saranno utilizzati per preparare una valutazione globale delle politiche, nota anche come “controllo dell’adeguatezza”, nel 2024. La valutazione servirà a elaborare una raccomandazione su come attuare al meglio tale principio nelle politiche ambientali, come annunciato nel piano d’azione per l’inquinamento zero della Commissione.

    La consultazione resterà aperta fino al 4 agosto 2023.

  • Una mostra ‘dedicata’ alla plastica del Po

    Si intitola Il Po Antropocene Archeologia di Plastica la mostra allestita nel Padiglione San Corrado a Calendasco (PC) vistabile dall’8 al 13 maggio. Decine gli “oggetti” rigorosamente di plastica ma non solo, paccottiglia che è emersa, nel vero senso della parola, dal letto del Po in quest’anno di secca straordinaria.

    La plastica affondata, spinta dalla corrente insabbia, imprigiona anche le cose più inaspettate: pezzi di giocattoli, arnesi d’uso quotidiano, scarpe, palloni, oggetti di “bellezza” quali rossetti, creme, flaconi vari. La patina grigio-nera o verdognola che li ricopre è la prova provata della loro lunga permanenza in acqua.

    Plastica “archeologica”, dopo decenni nell’acqua è ancora intonsa e dove non dovrebbe essere.

    La mostra è stata allestita e pensata da Umberto Battini, cultore del Po e storico locale con la collaborazione dell’artista Bruno Grassi che ha messo a disposizione l’antico hospitale medievale francigeno di Calendasco.

  • L’animale più intelligente, l’uomo, cerchi di riparare agli errori che ha fatto

    Pochi giorni fa, il 22 aprile, si è celebrata la Giornata Mondiale per la Terra. Anche il Santo Padre ha ricordato la necessità di difendere il nostro pianeta mentre, ogni giorno, aumentano le conseguenze negative del cambiamento climatico causato dalle azioni dell’uomo.
    Torniamo sull’argomento per rimarcare, come abbiamo già scritto più volte, le gravi conseguenze portate, anche dal punto di vista ambientale, dalla guerra che i russi stanno combattendo in Ucraina, dalle altre guerre in corso, come in Sudan, dagli esperimenti per testare nuovi armi nucleari che innalzano il rischio di un’ulteriore accelerazione dell’inquinamento.
    Monossido e biossido di carbonio, ossido nitrico, ossido di azoto, protossido di azoto, formaldeide, vapori di cianuro di idrogeno e di azoto sono solo alcuni dei molti componenti chimici che stanno avvelenando l’aria, il terreno e l’acqua sia dei fiumi che delle falde. A questi si aggiungono tutte le altre parti pericolose che compongono i vari tipi di materiale bellico, armi esplose ed inesplose, che per anni continueranno ad inquinare non solo il suolo me anche a minare la salute delle persone.

    Un recente report ha previsto che entro il 2040 il settore tecnologico rappresenterà il 14% delle emissioni globali. Per pensare ai nostri gesti quotidiani dobbiamo sapere che solo inviare una mail porta ad una produzione di anidride carbonica di più di 40 grammi.
    Lo scambio di conversazioni normali con Chat GPT equivale al consumo di una bottiglia d’acqua e l’aumento di questi scambi porta molti ricercatori a sostenere che vi saranno ulteriori ricadute negative proprio per quanto riguarda l’acqua, ed il suo consumo, in un’epoca nella quale la siccità è divenuto un problema globale.
    Anche Google consuma acqua, nei data center degli Stati Uniti si sono consumati 12,7 miliardi di litri di acqua dolce solo nel 2021.
    Sempre più grave il problema in Cina dove questi centri sono alimentati a carbone causando emissioni per 100 milioni di tonnellate di CO2.

    Benissimo celebrare la giornata per la salvaguardia della Terra ma senza azioni concrete ed immediate, e non parliamo certo delle auto elettriche o dei 30 km in città, per salvare l’ecosistema né noi né la Terra avranno vita perciò l’animale più intelligente, l’uomo,cerchi di riparare agli errori che ha fatto quando ha messo la sua intelligenza al servizio della morte.

  • Dubbi

    Il direttore generale dell’Agenzia Spaziale Europea ha definito un successo incredibile il decollo di Starship anche se non si è separata dal razzo ed è riuscita a raggiungere solo la quota di 39 km invece dei 233 previsti. Le due parti hanno così cominciato ad oscillare e a cadere perciò, ad appena quattro minuti dal lancio, si è deciso, per evitare catastrofi, di fare esplodere la navetta e lo stadio superiore del Super Heavy.

    Anche l’amministratore capo della Nasa ha scritto “congratulazioni a Spacex etc etc”.

    Siamo come tutti consapevoli che le grandi innovazioni hanno bisogno di prove, esperimenti ed insuccessi per arrivare ai successi desiderati e certamente i tecnici e gli scienziati che Musk ha messo al lavoro sono persone di rare ed invidiabili capacità.

    I nostri dubbi riguardano due aspetti.

    Il primo: in un tema così delicato per il possibile futuro dell’umanità nello spazio quanto è accettabile, giusto, mentre già ci sono noti e meno noti, conflitti tra gli interessi delle varie potenze e super potenze, che uno o più privati diventino i capofila di esperimenti così determinanti? Quali possono essere le conseguenze? Certe scoperte, possibilità, non dovrebbero appartenere allo stato, cioè alla collettività, invece che a dei singoli pensando alle conseguenze in termini di potere?

    Il secondo aspetto riguarda l’arcinoto problema della tragedia ambientale che ha già cominciato ad abbattersi sulla terra e della quale, ogni giorno, vediamo le sempre più pericolose conseguenze.

    E’ corretto, accettabile che, mentre l’ecosistema vacilla, spinto ancor di più verso il baratro dalle conseguenze di quanto sta avvenendo per le guerra in Ucraina (milioni di proiettili, bombe, razzi), dagli esperimenti con armi nucleari e quant’altro che, distruggono l’ossigeno, inquinano inesorabilmente l’aria di tutti, modificano le temperature e le colture (basti pensare solo alle piogge acide), non si abbia la capacità di rinunciare, almeno per qualche tempo, ad esperimenti nello spazio?

    Nessuno mi risponda che di fronte alla conquista scientifica è poca cosa perforare in continuazione l’etere perché se è vitale per contrastare l’inquinamento impedire ai singoli, i pochi che ancora lo possiedono, di accendere un caminetto, per scaldarsi o per avere compagnia, se diventa proibito fumare anche all’aperto, se le macchine devono essere elettriche, e chi non può cambiarla dovrà andare a piedi, non si dica che non si può mettere una moratoria a questi continui esperimenti, almeno lo facciano i paesi civili.

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