Inquinamento

  • Aiuta il tuo bambino a meravigliarsi

    A soli 11 anni, Rachel vince un premio della rivista St. Nicholas Magazine per un suo racconto sul rapporto fra una bambina e le piante e gli animali del suo giardino. Rachel Louise Carson nasce nel maggio del 1907 a Springdale, una piccola comunità rurale della Pennsylvania. Oggi è nota per essere stata un’affermata biologa, zoologa e scrittrice oltre che una convinta ecologista. Come lei stessa ha affermato, doveva il suo amore per la natura alla madre, Maria, che le ha insegnato a conoscerla e a rispettarla. Amore che Rachel ha espresso prima come scrittrice e poi come studiosa. Nel 1929 si laurea presso il Pennsylvania College e nel 1932 consegue il Master in zoologia presso la prestigiosa università Johns Hopkins di Baltimora. Dopo il dottorato, inizia a scrivere numerosi opuscoli sulla conservazione delle risorse naturali e a pubblicare articoli scientifici. Nel suo tempo libero trasforma le sue ricerche in prosa, prima con il racconto “Sottomarino” (nel 1937, per il mensile L’Atlantico), e poi con il libro Under the Sea-Wind (del 1941).

    Iniziano anni difficili. Gli Stati Uniti entrano in guerra e Rachel si concentra sul suo lavoro, diventando editore capo delle pubblicazioni presso lo United States Fish and Wildlife Service (FWS), una agenzia governativa che si occupa della gestione e conservazione della fauna selvatica. Con il libro The Sea Around Us (il Mare intorno a noi) del 1951, diventa un personaggio noto. Il libro rimane nella lista dei bestseller del New York Times per 86 settimane e ne viene tratto un documentario che nel 1952 vince un Premio Oscar. Grazie al suo grande successo, nel 1952, Rachel può lasciare il lavoro e dedicarsi interamente alle sue battaglie ecologiste e alla scrittura.

    Per infondere una maggiore attenzione e sensibilità verso il mondo che ci circonda, nel 1956 scrive un lungo articolo intitolato “Aiuta il tuo bambino a meravigliarsi” (pubblicato postumo con il titolo The Sense of Wonder – Il Senso della Meraviglia). Preoccupata e indignata, infatti, per il massiccio e sempre più crescente uso di pesticidi chimici dopo la Seconda Guerra Mondiale, cerca di sensibilizzare la popolazione sugli enormi rischi che sta correndo.

    Convinta dei suoi rigorosi studi scientifici e di portare avanti una giusta causa, nel 1962, con il libro Silent Spring (Primavera Silenziosa) denuncia pubblicamente gli effetti devastanti del DDT e di altre sostanza chimiche sull’ecosistema e sull’uomo. Fu un vero terremoto politico e mediatico. “La Carson venne assalita violentemente da minacce di cause e derisione “ scrive nel 1999 la rivista Time “inclusa l’insinuazione che questa scienziata così meticolosa fosse una “donna isterica” non qualificata a scrivere un libro di tale portata. Un imponente contrattacco venne organizzato e guidato da Monsanto, Velsicol e American Cyanamid – come da tutta l’industria chimica – puntualmente supportata dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti come pure dai più cauti nel mondo dei mass media”[1].  Grazie al suo enorme coraggio, le cose iniziano a cambiare. L’opinione pubblica inizia a fare pressione sulla politica, il movimento ambientalista prende forza e viene istituita l’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti dove, nel 1972, viene proibito l’uso nei campi e nelle case del DDT. Ad oggi, nell’Unione europea, il DDT è etichettato con la frase di rischio R40: “Possibilità di effetti cancerogeni”. E tutto questo lo dobbiamo a scienziati coscienziosi come lei e a tutte le mamme come Maria, che hanno avuto la sensibilità e la pazienza di infondere nei loro figli l’amore per la “madre di tutte le madri”. Rachel non visse abbastanza a lungo però per vedere la messa al bando del DDT nel suo Paese. Morì di tumore il 14 aprile del 1964 a soli 56 anni.

    PS: nel 1978 viene proibito l’uso del DDT anche in Italia. Viene tuttavia prodotto nel nostro Paese fino al 1997 a Pieve Vergonte (VB) perché… il suo utilizzo non è mai stato vietato in molti Paesi dell’Africa, Asia, Sud America, etc.

    PPS: nel 1980 vengono raccolti campioni di sangue e di tessuto tra la popolazione statunitense. Vengono trovati ancora livelli misurabili di DDT.

    PPPS: nel 2006, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiara che il DDT, se usato correttamente, non comporterebbe rischi per la salute umana e che l’insetticida dovrebbe comparire accanto alle zanzariere e ai medicinali come strumento di lotta alla malaria.

    PPPPS: nel 2015, l’Università di Wagening (Paesi Bassi) pubblica uno studio dopo aver analizzato campioni di suolo superficiale da 11 Paesi dell’Unione Europea dove emerge che l’83% dei campioni contiene residui di pesticidi (76 diversi tipi di composti). Il Glifosato, il DDT (vietato dagli anni ’70) e i fungicidi sono stati i principali composti rilevati.[2]

    Questa è un’era di specialisti, ognuno dei quali vede solo il proprio problema ed è inconsapevole o intollerante dell’ambiente in cui si trova

    Rachel Carson (1907-1964)

    [1] Time, 29 marzo 1999

    [2] Vera Silva, Hans G.J. Mol, Paul Zomer, Marc Tienstra, Coen J. Ritsema, Violette Geissen. Pesticide residues in European agricultural soils – A hidden reality unfolded. Science of The Total Environment, 2019; 653: 1532 DOI: 10.1016/j.scitotenv.2018.10.441

  • Polveri sottili accelerano la diffusione del virus?

    Un gruppo di ricercatori della società italiana di medicina ambientale, in collaborazione con le università di Bologna e Bari avvertono che i virus possono rimanere nell’aria per diverso tempo utilizzando come vettore di trasporto e diffusione il particolato atmosferico- A loro avviso esiste una relazione tra la forte diffusione del virus a fine febbraio inizi marzo e il i superamento dei limiti stabiliti di concentrazione di PM 10.

    Le fondazioni Ali Babà e Jack Ma donano all’Italia un milione di mascherine e centomila kit di rilevamento del virus, in diversi stati nel mondo iniziative di incoraggiamento all’Italia, tra i tanti mali i che il coronavirus sta portando almeno un fatto positivo, le persone di qualunque colore, religione, sesso stanno cominciando a capire che nessuno può sperare in un futuro se tutti non ci occupiamo seriamente anche dei problemi degli altri e se continuano a trascurare e a distruggere l’ambiente.

  • 10 miliardi di dollari per combattere i cambiamenti climatici: la nuova sfida di Jeff Bezos

    Il fondatore e CEO di Amazon, Jeff Bezos, ha annunciato che investirà 10 miliardi di dollari per un nuovo fondo volto a combattere i cambiamenti climatici. La neo fondazione comincerà ad erogare borse di studio già dalla prossima estate. L’Earth Fund, questo il nome del progetto, finanzierà scienziati, attivisti, ONG impegnati a dare il proprio contributo per proteggere il mondo naturale.

    “Il cambiamento climatico è la più grande minaccia per il nostro pianeta”, ha detto Bezos, che e ha aggiunto: “Voglio lavorare a fianco degli altri sia per ampliare quanto già si conosce sia per esplorare nuove modalità per combattere l’impatto devastante dei cambiamenti climatici su questo pianeta che tutti condividiamo”.

    Amazon si affida ai combustibili fossili per alimentare i veicoli che spediscono i suoi pacchetti. Si è impegnata a diventare a zero emissioni di carbonio entro il 2040 e per questo ha già ordinato 100.000 camion elettrici per effettuare le consegne.

    I suoi dipendenti hanno spesso criticato alcune delle caratteristiche di lavoro, in particolare quelle afferenti l’imballaggio dei prodotti che crea troppi rifiuti e le emissioni provocate dalle enormi flotte di veicoli impiegati per le consegne.

  • Greta non ferma la Cina: più elettricità dal carbone

    Su Il Transatlico di Andrew Spannaus, Paolo Balmas segnala che, nonostante Greta Thumberg, le previsioni sui consumi di elettricità prodotta da centrali a carbone in alcuni Paesi sono in aumento per i prossimi anni. In Cina sono in via di realizzazione centrali elettriche a carbone capaci di aumentare la rete elettrica di circa 120 GW. Un numero impressionante se si pensa al resto del mondo, dove si prevede un aumento dell’energia elettrica prodotta da carbone di circa 105 GW. Anche se negli ultimi anni Pechino ha cominciato a prendere provvedimenti per l’impatto dell’industria del carbone sul clima e per trasformare il settore dell’energia elettrica, alcune province, ad esempio alla Mongolia Interna nel nord del Paese, presentano un’economia fortemente dipendente dal carbone mentre i provvedimenti già presi dal governo nazionale per ridurre la produzione hanno bisogno di una politica di riassorbimento della mano d’opera. Cosa che non può essere immediata, soprattutto se si contano in milioni gli operai da ricollocare. Il tutto mentre i consumi energetici aumentano.

    Negli Stati Uniti, invece, il carbone continua a perdere terreno malgrado il sostegno dell’amministrazione Trump per il settore. La posizione presa da Trump, sul carbone “pulito” che aspetta di essere estratto dal suolo americano è sostenuta dalle nuove tecnologie che dovrebbero ridurre l’impatto ambientale della combustione del carbone. Ma la stessa posizione ha un valore politico, in quanto la campagna elettorale di Trump aveva come target gli operai del settore, specialmente in stati produttori di carbone come il Wyoming e il West Virginia. Negli Usa, sta vincendo l’alternativa del gas naturale, fonte più pulita e attualmente più economica, dati i prezzi che si mantengono ancora molto bassi. In generale, per il settore del carbone sembra che ci si diriga realmente verso una transizione a fonti alternative ma, a livello mondiale, sarà chiaramente una transizione di lungo periodo.

  • Il dieselgate costa altri 1,5 miliardi di euro ai tedeschi di Daimler

    A causa del dieselgate i conti si fanno sempre più difficili in casa Daimler. E’ lo stesso gigante automobilistico tedesco ad ammetterlo con una nota ufficiale, spiegando che a causa dei richiami e dei vari procedimenti giudiziari in corso sono previsti oneri aggiuntivi “tra 1,1 e 1,5 miliardi di euro” in relazione ad automobili diesel della marca Mercedes-Benz “in diverse regioni e mercati”. Una formulazione non troppo dissimile a quella usata la scorsa estate, quando il gruppo aveva messo da parte complessivamente 1,6 miliardi di euro per affrontare le conseguenze del dieselgate, abbassando sensibilmente le stime in quanto a guadagni e utili. Stando alle cifre provvisorie, l’utile di gruppo del 2019 è crollato a 5,6 miliardi di euro, ossia oltre un miliardo in meno rispetto alle aspettative del mercato, il 50% in meno rispetto all’anno precedente.

    “L’azienda si trova nel bel mezzo di una crisi veramente grossa”, sintetizza senza troppi complimenti l’analista Juergen Pieper, di Bankhaus Metzler. A quanto anticipano i media tedeschi, il bilancio che il presidente della Daimler, Ola Kaellenius, presenterà il prossimo 11 febbraio dovrebbe rivelarsi ancora più ‘difficile’ del previsto. Se da una parte nella seconda metà dell’anno le vendite dei modelli Mercedes-Benz hanno registrato un miglioramento, il problema attuale sono gli alti costi legati alla ‘rivoluzione’ dell’ingresso nella mobilità elettrica e nelle nuove tecnologie, a cominciare da quelle legate alla guida autonoma.

    Non sono passati due mesi dall’annuncio da parte di Daimler del taglio di decine di migliaia di posti di lavoro allo scopo di diminuire i costi del personale di almeno. Entità del risparmio previsto: 1,4 miliardi di euro entro tre anni. Questo vuol dire ridurre l’occupazione di 10 mila unità (su complessivi 300 mila dipendenti), soprattutto nei settori amministrativi e di “ambiti vicini alla produzione” (in realtà l’operazione riguarda in parte anche i piani alti del management), prevalentemente attraverso fuoriuscite volontarie. Il punto è quello di liberare risorse da reinvestire nei motori “puliti” e nell’auto elettrica.

    “Il programma di risanamento presentato a novembre probabilmente dovrà essere esteso”, afferma Frank Schwope, esperto della Norddeutsche Landesbank. “Si impone una guida a vista”. Come se non bastasse, ci sono le difficoltà nel comparto della vendita di Tir. Kaellenius, due mesi fa, aveva fatto capire che intende modificare completamente la lista delle priorità in casa Daimler. Non sarà facile.

  • Il “socialismo ambientalista” contro l’evoluzione tecnologica e climatica

    Negli ultimi vent’anni le automobili hanno ridotto la propria capacità inquinanti del 96%. I veicoli con motore a scoppio sono passati  infatti da emissioni di 1600 mg/km agli attuali 80 di un diesel Euro 6. Per emettere 100 grammi di polveri sottili, quindi, un’auto con questa omologazione deve percorrere 20.000 km. Considerando la percorrenza media italiana di poco superiore agli 11.000 km all’anno è evidente che per emettere nell’atmosfera 100 g di polveri sottili un automobilista impieghi circa ventuno (21) mesi. Un dato molto interessante perché una stufa a pallet ci impiega trentadue (32) ore per emettere nell’atmosfera  i medesimi 100 grammi di polveri sottili. In più, buona parte delle polveri sottili inquinanti deriva dell’utilizzo  dei freni e dall’usura degli pneumatici.

    Questi semplici numeri dimostrano, ancora una volta, come ad una costante e continua evoluzione tecnologica che ha saputo esprimere l’industria automobilistica dall’Euro1, ad ogni Euro6 non abbia corrisposto in alcun modo un’evoluzione del pensiero ecologista e tanto meno di tutela  dell’ambiente.

    E’ evidente che la lotta al trasporto privato, in particolar modo del centro, i cittadini non possono realizzarla attraverso continui divieti assolutamente privi di contenuto tecnologico ed ecologico. Al fine di ottenere i risultati reali, anche in tema di inquinamento acustico, non esiste altra soluzione se non probabilmente l’apertura di nuovi servizi sostitutivi adeguati alle esigenze private e per questo non penalizzanti.

    La compagine ecologista ed ambientalista, quindi, non rappresenta altro che la metamorfosi di un pensiero che vede la centralità dell’azione pubblica in campo economico, ma anche dei trasporti, frutto di una ideologia che il sistema elettorale occidentale ed italiano hanno ampiamente allontanato.

    Il frutto di questa ideologia ambientalista assolutamente svincolata dall’evoluzione tecnologica e dalle sue prospettive non tiene in alcuna  considerazione, per esempio, che in soli 50 anni  se tutte le auto in Italia ed Europa fossero elettriche le intere miniere di cobalto sarebbero esaurite. Ovviamente senza considerare la maggiore produzione di energia elettrica marginale necessaria a movimentare il parco auto.

    All’evoluzione tecnologica del complesso sistema dell’industria automobilistica non ha corrisposto alcun aggiornamento del pensiero ambientalista e tanto meno delle ideologie che lo sottendono. I risibili risultati dei blocchi del traffico voluti da sindaci convinti di ottenere visibilità attraverso le proprie iniziative testimoniano semplicemente la loro granitica ignoranza. E soprattutto il tentativo di fare  rientrare dalla porta di servizio l’ideologia socialista  finalizzata alla penalizzazione del bisogno privato, anche se professionale (politicamente ingiustificato secondo questa ideologia), a favore della somministrazione di servizi per classi sociali. Una visione già  ampiamente sconfitta politicamente.

  • Entro il 2050 l’Europa sarà il primo continente a impatto climatico zero

    “Far diventare l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050”. Con questo obiettivo, la Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen presenterà una Comunicazione strategica su un Green Deal europeo. Del progetto se ne parlerà mercoledì 11 dicembre, alle ore 11.30, nella Sala Blu della Rappresentanza della Commissione europea a Milano (Corso Magenta, 59). Ne discuteranno, tra gli altri, Mariasole Bianco – Biologa marina, Presidentessa Wordrise, vincitrice premio Donnambiente 2019, Enrico Giovannini – Economista, Direttore di ASVIS (in collegamento), Luca Mercalli – Climatologo, Presidente Società Meteorologica Italiana. Durante l’evento sarà trasmessa da Bruxelles la conferenza stampa di presentazione della comunicazione.

    La normativa europea sul clima sancirà per la prima volta nella legge l’obiettivo della neutralità climatica dell’UE entro il 2050. Ciò significa emettere meno biossido di carbonio ed eliminare dall’atmosfera quello emesso. Per farlo è necessario estendere ad altri settori il sistema di scambio di quote di emissione che già aiuta l’UE a ridurre le emissioni dei settori energetico e industriale. Lo sviluppo di fonti di energia più pulite e di tecnologie verdi ci consentirebbe di produrre, viaggiare, consumare e vivere rispettando di più l’ambiente. Occorre sviluppare un’economia realmente circolare e proteggere la biodiversità. In particolare, il Green Deal europeo prevede un percorso per una transizione giusta e socialmente equa. È concepito in modo da non lasciare indietro nessun individuo e nessuna regione in questa grande trasformazione.

    Prima del convegno, alle ore 10, sempre nella Sala Blu della Rappresentanza della Commissione europea, l’Ambasciatore di Finlandia a Roma, S.E. Pia Rantala-Engberg, presenterà le conclusioni del semestre di presidenza finlandese dell’UE.

  • Il ruolo insostituibile degli insetti nell’ecosistema

    Abbiamo in altre occasioni parlato dell’ecosistema e da come lo stesso sia minacciato anche dall’estinzione di alcune specie della fauna e della flora. Non possiamo perciò tralasciare la diminuzione degli insetti e la loro importanza a livello biotico. Gli insetti rappresentano più della metà della fauna selvatica della terra e hanno ruoli insostituibili nell’ecosistema. Sono infatti gli insetti che impollinano, riciclano sostanze organiche, regolano la presenza di parassiti e sono fonte di cibo per altri animali. Questo problema è visto con grande preoccupazione nel mondo scientifico, basti ricordare gli studi effettuati in Germania tra il 1989 e il 2016 dai quali risulta che in questo periodo, 28 anni, si è perso più del 75% della biomassa di insetti. Altre ricerche confermano che ogni anno il calo continua con una percentuale di circa il 2,5% con le evidenti conseguenze per la vita di tutti quegli animali che di insetti si nutrono. Secondo lo studio tedesco gli insettivori ora hanno a disposizione solo un quarto delle risorse che avevano. Pensiamo alle rondini, alle allodole e comunque alla gran parte dei piccoli volatili. Gli insetti sono essenziali per l’impollinazione e senza l’impollinazione non esiste più produzione, la vita stessa dell’essere umano è a rischio, infatti circa il 35% della nostra alimentazione deriva da prodotti che senza impollinazione non esisterebbero più. Il declino degli insetti dipende nella massima parte dai problemi legati all’inquinamento e alla perdita di habitat e la continua e spesso inutile cementificazione accelera il problema. Ora si cerca di correre al riparo eliminando alcune fonti di inquinamento e nuove norme europee mettono al bando certi prodotti e pesticidi particolarmente nocivi ma il danno che è stato fatto all’aria e all’acqua e cioè all’ambiente non è certo sanabile in poco tempo. Inoltre se è vero che l’Europa si è mossa per eliminare l’uso dei prodotti più nocivi è altrettanto vero che gli stessi continuano ad essere usati in altre grandi aree del mondo, dalla Cina all’Africa, dall’Oriente agli stessi Stati Uniti e come ben sappiamo la terra non è fatta a compartimenti stagni, l’inquinamento va da un emisfero all’altro, da un paese al paese vicino e a quello lontano. Il grido di allarme è stato lanciato da tempo ma che la Terra sia a rischio sembra non preoccupare più di tanto i governi ed il mondo produttivo perciò tocca a noi cittadini consumatori cominciare a fare sentire di più la nostra voce ma anche agire, nel nostro quotidiano, per dare una mano al mondo.

  • Ambiente: la miopia europea ed italiana

    Mentre l’Europa ed il nostro Paese eleggono ad icona di una “nuova stagione di sensibilità sostenibile” e come conseguenza si trovano a seguire una adolescente svedese in delirio di visibilità, dalla quale pretendono di individuare le nuove opzioni ambientaliste di sviluppo economico, il mondo della conoscenza, dell’industria e della scienza offrono visioni radicalmente diverse.

    I trend della crescita dell’inquinamento dimostrano, ancora una volta, come sotto accusa non sia tanto il modello industriale ed economico europeo (tanto meno italiano che è il più eco-sostenibile in Europa (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/) quanto la crescita esponenziale delle emissioni dei paesi dell’estremo Oriente, come dimostra il grafico.

    Contemporaneamente l’ottusità del nuovo mondo talebano-ambientalista individua nelle auto, in particolare quelle diesel, la causa dell’inquinamento quando invece questa, in virtù della tecnologia applicata alla motorizzazione diesel, risulta avere un impatto ambientale inferiore alla stessa motorizzazione elettrica, icona dell’ambientalismo di nuovo conio (https://www.tecnoandroid.it/2019/06/16/diesel-inquina-meno-elettrico-scomoda-verita-541122/amp?__twitter_impression=true).

    La componente talebana di tali posizioni emerge, poi, dalla negazione dei risultati delle nuove tecnologie applicate sia al mondo economico ed industriale che alla vita quotidiana. Di fatto viene negato implicitamente il valore stesso dell’evoluzione tecnico-scientifica che ha portato l’occidente all’attuale livello e qualità di vita, espressione di una cultura complessiva. Questo atteggiamento negazionista comporta anche il rischio di azzerare il vantaggio tecnologico ed industriale europeo a favore di progetti di sviluppo per i quali non esiste neppure la elementare copertura energetica (elettrificazione dei mezzi di trasporto) ai quali l’apporto delle stesse centrali nucleari risulterebbe ampiamente insufficiente.

    Mai come ora l’impreparazione, espressione di una posizione ideologica e moralista, anticamera di uno Stato etico della componente oscurantista dei movimenti ambientalisti, arriva a negare persino l’appello di 500 scienziati (https://www.startmag.it/energia/500-scienziati-greta-clima-onu-emergenza-climatica/) in contrapposizione al fenomeno mediatico di Greta non tanto in relazione ai cambiamenti climatici quanto alle cause degli stessi. Dimenticando contemporaneamente, o forse più semplicemente ignorando, i risultati di una  ricerca della NASA relativamente all’effetto fertilizzante dell’anidride carbonica  (https://www.nasa.gov/feature/goddard/2016/carbon-dioxide-fertilization-greening-earth).

    Affrontare i cambiamenti climatici che hanno sempre caratterizzato le diverse fasi della storia evolutiva del nostro pianeta attraverso una visione politica ed oscurantista si traduce nella perdita della consapevolezza relativa al valore dello sviluppo come della conoscenza evolutiva, sintesi di conoscenza, sapere e tecnologia.

    Ulteriore conferma di un declino del nostro continente, incapace di valorizzare le proprie eccellenze e sempre più incline a avvitarsi in una decrescita sempre più infelice.

  • Non solo l’Amazzonia, vanno a fuoco anche le terre del freddo

    Mentre l’Amazzonia continua a bruciare, da mesi le fiamme divorano la foresta pluviale coinvolgendo un’area di quasi 3.000 kmq, poco prima si era consumato un altro gravissimo disastro ambientale: gli incendi delle foreste siberiane hanno bruciato un’area boschiva la cui superficie è praticamente pari a quella della Grecia. Secondo il climatologo Luca Mercalli, presidente della Società meteorologica italiana, in soli 15 giorni è stata liberata nell’aria una quantità di anidride carbonica pari a quella emessa in un anno da 13 milioni di persone. Questi incendi si aggiungono all’aumento del riscaldamento del pianeta e allo scioglimento di gran parte della calotta glaciale, come in Groenlandia dove ghiaccio e neve sciogliendosi e scoprendo lembi di terra fanno sì che la radiazione solare non venga più riflessa e vi sia un’ulteriore aumento della temperatura. Lo strato di terra gelato, quando si scalda eccessivamente, rilascia nell’atmosfera metano, con evidenti conseguenze. In Italia lo stesso professor Mercalli profetizza che entro il 2050 non ci saranno più ghiacciai sotto il 3.500 metri mentre già oggi, riferisce la professoressa Guglielmina Diolaiuti dell’Università Statale di Milano, nella sola provincia di Sondrio l’erosione dei ghiacciai ha comportato la perdita di 56 milioni di metri cubi di acqua potabile in un anno.

    Qualunque inerzia o ritardo, come anche ha ricordato qualche giorno fa il Papa, è devastante per le conseguenze che ci saranno in tutto il mondo. Il problema climatico, il problema degli incendi, il problema della mancanza di controlli e provvedimenti per l’ambiente non riguardano una sola nazione ma tutti noi, è quindi dovere di tutti noi intervenire.

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