Inquinamento

  • Servono volontari delle acque per prendersi cura dei fiumi

    Mentre il problema inquinamento delle acque, pulizia dei fiumi e loro esondazioni rimane inevaso, in Italia come in Europa, come dimostra anche il recente servizio tv sull’inquinamento del Tevere, i cinesi sono già andati avanti. Infatti Pechino ha deciso di nominare centinaia di migliaia di capi-fiume che saranno responsabili delle pulizie dei corsi d’acqua, sia direttamente che organizzando un sistema di controllo e pulizia. Ovviamente per i cinesi l’incarico al momento non è pagato, è al servizio dello Stato, Stato che da noi purtroppo è latitante. E proprio perché da noi lo Stato è latitante, abbiamo fortunatamente centinaia di miglia di persone che lavorano nel volontariato per supplire alle inefficienze ed inettitudini dell’apparato pubblico. Forse prendendo spunto dall’esperimento cinese potremmo cominciare anche noi a immaginare i volontari delle acque così che finalmente eviteremmo di vedere i greti dei fiumi sommersi da immondizie e da tronchi d’albero, i quali, nel caso di piene, come spesso è successo, travolgono ponti e infrastrutture. I volontari delle acque inoltre potrebbero finalmente vigilare, nessun altro di fatto lo fa, su quelle attività estrattive o di trasformazione che insistono proprio sulle rive dei fiumi e che in più casi sono state responsabili di gravi inquinamenti.

  • Appello dell’Onu per salvare gli uccelli migratori dall’inquinamento

    L’inquinamento provocato dalla plastica comporta gravi rischi per la salute della fauna selvatica a livello globale, perché colpisce una vasta gamma di specie tra cui balene, tartarughe, pesci e uccelli. Lo segnala l’Onu in vista della Giornata mondiale degli uccelli migratori, l’11 maggio, lanciando un appello all’azione per fermare questo inquinamento tramite la riduzione dell’utilizzo della plastica, in particolare monouso (“Protect Birds: Be the Solution to Plastic Pollution!)”.

    «Un terzo della produzione di plastica globale non è riciclabile e almeno otto milioni di tonnellate di plastica finisce nei nostri mari, laghi e fiumi», ricorda Joyce Msuya, direttore esecutivo facente funzione dell’Un Environment avvertendo che «sta finendo nello stomaco di uccelli, pesci, balene, e nel nostro suolo e nell’acqua. Il mondo sta soffocando per la plastica e anche gli uccelli da cui dipende così tanta vita sulla terra».

    Gli uccelli scambiano la plastica per cibo che riempie lo stomaco e li fa morire di fame e usano la plastica per fare il nido scambiandola per foglie, ramoscelli e altri oggetti naturali, che possono ferire e intrappolare i pulcini fragili. Gli uccelli marini, in particolare, spiega l’Un Environment, sono minacciati dagli attrezzi da pesca come le reti in cui possono rimanere impigliati.

    Alcuni scienziati, usando Google immagini e altre fonti del web, hanno riscontrato che di 265 specie di uccelli impigliati in rifiuti di plastica, almeno 147 specie erano uccelli marini, 69 specie di uccelli d’acqua dolce e 49 specie di uccelli terrestri. La ricerca ha mostrato che circa il 40% degli uccelli marini aveva ingerito plastica. A rischio sono anatre, pinguini, albatros, pellicani, gabbiani e uccelli tropicali.

    L’Un environment osserva che occorrono sforzi congiunti di governi, industrie e consumatori per affrontare il problema, in particolare riducendo la plastica monouso.

  • Bassora in Iraq muore di sete e immondizia

    La città di Bassora, la seconda città più grande dell’Iraq, era nota come la “Venezia del Medio Oriente” per i suoi canali, ma oggi i suoi corsi d’acqua sono divenuti pozze d’acqua stagnante: il fiume Shatt-al-Arab, che la attraversa, è così inquinato (vi sono, elenca Reuters, germi, prodotti chimici, alghe tossiche e concentrazioni di sale senza precedenti) da costituire una minaccia per oltre 4 milioni di abitanti di quella che è la seconda città irachena. Mentre il livello di contaminazione dello Shatt-al-Arab è quadruplicato negli ultimi 10 anni, Bassora è caratterizzata da fognature aperte e strade piene di mucchi di spazzatura e la popolazione, con un salario medio di 10.000 dinari iracheni al giorno ha quanto basta (5mila dinari) per il cibo e per circa 500 litri d’acqua (sufficienti per far bere una famiglia) ma non per potersi permettere l’approvvigionamento idrico necessario a lavarsi o per altri usi domestici.

    Alla confluenza tra Eufrate e Tigri, all’estremità meridionale e paludosa dell’Iraq, Bassora è una delle poche città del Medio Oriente priva di un efficace sistema di trattamento delle acque. Gli abitanti lamentano che il sale che penetra nell’acqua l’ha resa imbevibile, mandando in ospedale circa 90.000 persone, con picchi di 4.000 persone al giorno.

    Grazie a un prestito del Giappone, Baghdad ha avviato la costruzione di un impianto di trattamento delle acque e di un complesso di desalinizzazione.

  • Il rogo di Notre Dame anche un segnale per cambiare passo

    Mentre quasi tutto il mondo partecipa al dolore ed allo sgomento dei francesi per la distruzione di gran parte di Notre Dame, simbolo della cultura e della storia, il presidente della Libia al Assaj lancia un allarme sostenendo che 800.000 migranti, tra i quali diversi terroristi, sono pronti a partire per rifugiarsi in Italia e in Europa.

    Mentre è sempre più forte l’allarme per l’inquinamento e le modifiche del clima, che hanno portato negli ultimi anni ad autentiche distruzioni di parti del pianeta con decine di migliaia di vittime, i problemi legati all’ambiente hanno portato diversi scienziati a lanciare un SOS per il futuro del pianeta, il Corriere della Sera riporta una nuova documentazione della NASA che, dopo aver studiato due gemelli astronauti, evidenzia come gli astronauti siano a rischio di tumore, di modifiche del DNA e di ridotte capacità cognitive. Gli stessi esperti della NASA sostengono che “prima di affrontare le prossime spedizioni nello spazio la tecnologia dovrà offrire soluzioni capaci di eliminare queste minacce altrimenti l’esplorazione non potrà continuare”.

    Quanto sta accadendo dall’inizio del terzo millennio, dagli attacchi terroristici alle catastrofi naturali, dalle ripetute crisi economiche a quelle morali e sociali, dimostra come la politica sia uscita di scena per lasciare posto all’improvvisazione che dà vita a proposte che riguardano interessi specifici e non sono in grado di dare risposte alle esigenze comuni presenti e future.

    Morte le ideologie e le idee e seppellite anche la cultura e la conoscenza, che dovrebbero essere motore per la coscienza di chi governa, troviamo, quasi ovunque nel mondo, che le classi che hanno governato e governano sono riuscite a creare consenso distruggendo, però contestualmente, la stima e la fiducia nelle istituzioni. Il consenso è ormai legato ad alcuni leader ed alle loro affermazioni contingenti e non ad un progetto che dall’oggi si sviluppa verso il domani, capaci di tener conto delle realtà oggettive interne ed esterne. Anche le dichiarazioni che leggiamo ed ascoltiamo in vista delle prossime elezioni europee, sono l’esempio della mancanza di visione e di coraggio di forze partitiche che, siano al governo o all’opposizione, non hanno percezione della gravità del momento e dei pericoli incombenti. Nelle elezioni si fronteggeranno da un lato gli oscurantisti, che trovano naturali alleati all’interno dei sovranisti illusi che, in un mondo nel bene e nel male globalizzato, gli stati possano da soli confrontarsi col terrorismo, l’immigrazione, i cambiamenti climatici, le sfide tecnologiche e le turbolenze dei mercati, sottoposti alle scelte finanziarie del ristretto numero di coloro che manovrano il mondo, dai derivati alle bolle speculative, dall’altro lato i modernisti ad oltranza, coloro che in modo acritico sposano qualunque novità senza domandarsi le conseguenze che le stesse avranno sulla vita dei singoli e degli stati, sulla vita ed il futuro di tutti.

    Entrambi, sovranisti e modernisti, ci diranno che vogliono un’altra Europa ma non vi sarà mai un’Europa migliore se non si creeranno le condizioni per una politica comune e la politica comune non vi potrà mai essere fino a che gli interessi di uno stato, supportato dalla sua forza, preparazione e capacità di alleanze, prevarranno all’interno del Consiglio. E’ infatti nel Consiglio europeo, non nella Commissione che è un organo esecutivo, che le logiche nazionali hanno fino ad ora prevalso e se qualche paese, come l’Italia, non ha avuto tutto quello che ha voluto, ed è da dimostrare, lo si deve alla debolezza politica, che continua da molti anni, dei nostri governi. Non saranno gli Junker  di turno a poter proporre un passo diverso all’Unione, non solo perché questo non è nel potere del Presidente della Commissione ma soprattutto perché il Presidente, benché inserito nelle liste elettorali, è indicato, scelto, dai governi, dai partiti che sono in maggioranza o che tentano di diventarlo ed e perciò di fatto sempre il Consiglio che controlla la Commissione. Di questo le firme politiche non parlano, questo i cittadini non lo sanno perché è comunque interesse di chi governa un paese scaricare sull’Europa le responsabilità di quanto che non sono in grado di fare sono sempre i governi a voler tenere il Consiglio europeo così com’è, con i veti incrociati, piuttosto che aprire la strada al metodo comunitario.

    Intanto bruciano le chiese, i profughi o muoiono  in mare o ci invadono, cambiando e turbando la nostra vita, regole assurde ci impediscono, per migliorare l’inquinamento, di accendere il camino ma intanto si lascia che l’atmosfera sia stravolta con continui esperimenti nello spazio, intanto le povertà e le disperazioni aumentano ed i derivati continuano ad avvelenare l’economia.

     

  • Emergenza inquinamento: la terra ed i suoi abitanti non possono più aspettare

    Il monito del Presidente della Repubblica Mattarella e le grandi manifestazioni degli studenti, in Italia ed in tutto il mondo, per richiamare l’attenzione di tutti, istituzioni, cittadini ed imprese, al gravissimo problema ambientale fanno sperare che anche i più protervi negazionisti del problema terra comincino a prendere atto dell’emergenza che il nostro pianeta deve affrontare in tempi rapidi. Vi sono misure delle quali parlano tutti, anche se poi non partano subito le disposizioni conseguenti, altre, di portata diversa ma tutte utili, delle quali non si parla o, se se ne parla, non vedono nessuna espressione di volontà concreta.

    Ne accenniamo alcune. Gran parte degli edifici pubblici non sono a norma per il riscaldamento e troppi mezzi di trasporto pubblico rimangono estremamente  inquinanti, manca una politica di programmazione per diminuire, sulle grandi distanze, il trasporto su gomma sostituendolo con quello su rotaie e per mare, rimane irrisolto il problema degli acquedotti che disperdono, perché obsoleti e danneggiati, più del 30% dell’acqua, bene primario e non rinnovabile, mancano misure adeguate, in agricoltura e per l’allevamento di bestiame, che sostengano i produttori per l’utilizzo di sostanze meno dannose per la salute e l’ambiente, l’incuria dei greti dei fiumi, dei torrenti e delle zone montuose e collinari abbandonate sono solo alcuni dei problemi che l’Italia dovrebbe immediatamente affrontare. Occorre però che il nostro Paese si faccia anche promotore di iniziative verso il resto del mondo: non è pensabile di contrastare l’inquinamento spedendo in Africa le nostre macchine diventate per noi inutilizzabili per le troppe emissioni di gas di scarico. Non è spostando il problema in un altro paese o continente o basandoci sull’acquisto o vendita delle vecchie quote verdi che noi potremo fermare l’avanzata del disastro ambientale.

    Sia l’Italia ad impegnare, almeno l’Europa, alla distruzione delle macchine che inquinano vietandone l’esportazione in altri paesi. Sia l’Italia a chiedere una momentanea moratoria agli esperimenti ed alle missioni nello spazio che in questo momento creano nuovi danni all’atmosfera, e ad attivarsi perché si fermino le deforestazioni a tappeto che modificano i venti ed il clima. In un mondo globalizzato i danni causati in un paese, in un continente, si rifrangono in altri paesi e continenti, per questo è necessario ci cerchino impegni vasti e comuni almeno per affrontare e alcuni problemi come quelli legate alle piattaforme che estraggono petrolio in mare e che in troppi casi, come avviene da diversi anni vicino alle coste della California, continuano ogni giorno a disperdere decine di barili di greggio perché è impossibile ripararle.

    La politica, quella vera, è saper prevenire i problemi e saper intervenire con tempestività quando questi si presentano. Globalizzato il mercato oggi va globalizzato il buon senso perché la terra ed i suoi abitanti, di qualunque colore e religione, non hanno più tempo di aspettare .

  • Impatto ambientale dell’industria tessile e dell’abbigliamento

    Il volume di vestiti acquistati nell’UE a persona è aumentato del 40% in pochi decenni e l’abbigliamento ha un impatto ambientale fino al 10% del consumo dell’UE. Gli effetti sono spesso percepiti più fortemente nei paesi terzi, poiché la maggior parte della produzione avviene all’estero. L’uso da parte dei consumatori ha anche una grande impronta ambientale nazionale, dovuta all’acqua, all’energia e alle sostanze chimiche utilizzate nel lavaggio, nell’asciugatura e nella stiratura. Meno della metà dei vestiti usati viene raccolta per essere riutilizzata o riciclata quando non è più necessaria, e solo l’uno per cento viene riciclato in nuovi vestiti. Il Parlamento europeo da tempo sostiene la promozione dell’uso di materie prime ecologiche e sostenibili e il riutilizzo e il riciclaggio degli indumenti.

  • L’Arpae rileva aria pesante a Piacenza ma non risponde ai cittadini, il ministro Costa sollecitato a prendere posizione sul bitumificio

    I piacentini lamentano un’aria sempre più mefitica nella loro città, vedendo nel rinnovo del parco pullman circolante la prima misura per ridurre la cappa di smog (che rende arduo optare per la mobilità sostenibile rappresentata dalla bicicletta), ma intanto quella stessa Arpae (Agenzia regionale di protezione dell’ambiente dell’Emilia), le cui centraline rilevano la presenza di agenti inquinanti nell’aria sopra i livelli di guardia, evita di rispondere alle obiezioni che ormai da aprile i cittadini di Gossolengo, alle porte del capoluogo, le pongono in merito all’impatto ambientale che avrà la costruzione di un bitumificio nel parco del Trebbia. L’inerzia dell’ente è stata di recente sottoposta dall’on. Cristiana Muscardini al ministro dell’Ambiente Sergio Costa, i piacentini osservano intanto – sia a livello di uomo delle strada sia a livello di organizzazioni rappresentative (Legambiente, Associazione internazionale dei medici per l’ambiente) che il peggioramento della qualità dell’aria è frutto di quei flussi di traffico che sono destinati a crescere laddove si realizzino ulteriori impianti produttivi (nel piacentino ci sono progetti di insediamenti logistici, oltre al bitumificio già in via di realizzazione). L’idea del blocco del traffico, la più scontata delle proposte che emerge in questi casi, rischia di essere solo un pannicello caldo, ma probabilmente un vero e proprio non-sense, laddove impianti come il bitumificio – come rileva il comitato che ha sollecitato l’Arpae a fare le opportune verifiche sull’impatto di quell’insediamento – non possono che generare un maggior traffico di veicoli pesanti da/per il bitumificio stesso.

  • Environment and climate action need more EU funds, MEPs say

    New Europe Online/KG

    Following European Parliament’s adoption of its position on the EU’s long-term 2021-2027 budget, MEPs voted in favour on December 11 of doubling funding for the LIFE programme, the EU’s only funding instrument for climate change, environment and nature conservation, compared to the last 7-year period.
    Setting out their position on the scope and the priorities for investing in areas which are crucial for future growth, MEPs approved by 580 votes to 41 against, and 45 abstentions the proposal for the LIFE programme for 2021-2027 financing of environmental and climate objectives.
    MEPs propose to double funding for the LIFE programme compared to the last 7-year period. The total financial envelope foreseen is €6.44 billion in 2018 prices (€7.27 billion in current prices compared to the Commission’s proposal of €5.45 billion).
    The EU programme for the environment and climate action will contribute to mainstreaming climate action and to reaching an overall target of at least 25% of the EU’s budget expenditure supporting climate objectives over the 2021-2027 period, the European Parliament said in a press release.
    The European Parliament is now ready to start negotiations with EU member states, the press release read. MEPs want a swift agreement on MFF-related files before the European elections, in order to avoid any serious setbacks in launching the new programmes due to late adoption, as experienced in the past.
    Environmental organisations hailed the move. WWF noted that the European Parliament voted in favour of increasing the allocation for LIFE from 0.3% to 0.6% of the EU budget. This is higher than the European Commission’s proposal to increase the allocation to 0.4%. Parliament also voted to dedicate 45% of the fund to nature and biodiversity projects, 5% higher than the recommendation from the European Commission.
    “It’s commendable that the European Parliament has gone slightly above the European Commission’s recommendations, but even with the proposed increase, the LIFE budget remains minuscule. This clearly shows that policymakers continue ignoring the real value of our planet and the biodiversity it hosts, and fail to understand that funding nature conservation is not a cost, but an investment in our future,” said Andreas Baumueller, Head of Natural Resources, WWF European Policy Office.
    An increase to 1% would further enable the LIFE Programme to fulfil its aim to contribute to the implementation, updating and development of EU biodiversity, environment and climate policies, WWF said, adding that the environmental group urges the Environment Council to send a strong message in support of increasing LIFE funding at its meeting on December 20.

  • La Ue si fida di Emiliano e gli affida una relazione sui gas serra

    La Commissione ambiente (Enve) del Comitato europeo delle regioni (Cdr), ha nominato il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, relatore del parere sulla ‘Strategia europea di lungo termine per la riduzione dei gas ad effetto serra in linea con gli Accordi di Parigi’. Ne dà notizia la Regione evidenziando che la Strategia di cui l’Unione europea deve dotarsi, avrà il compito di delineare una visione condivisa per un’economia a basse emissioni di Co2, al fine di attuare gli Accordi di Parigi del 2016. La Strategia dovrà identificare percorsi innovativi in diversi settori, tra cui quello energetico che gioca un ruolo essenziale nella decarbonizzazione dei processi produttivi industriali.

    “Il cambiamento climatico – commenta Emiliano – è il tema sul quale siamo tutti chiamati a dare risposte concrete. Si tratta di un problema che ha ricadute globali e incide sul benessere dell’ambiente e delle persone”. “Ringrazio – prosegue – tutti coloro che hanno contribuito alla mia designazione in qualità di relatore di questo importante parere, che abbiamo fortemente voluto perché è perfettamente in linea con l’impegno e le azioni che il governo regionale sta svolgendo sin dall’avvio del mandato”. “Intendiamo, in particolare – prosegue – sottolineare l’impegno del Gruppo socialista al Comitato delle regioni, senza il quale questo risultato non sarebbe stato possibile. Ritengo che le autorità locali e regionali abbiano la competenza e l’esperienza per poter validamente contribuire alle decisioni che in questo settore si dovranno assumere a livello europeo”. “Questa nomina – conclude – testimonia l’apprezzamento a livello europeo per il lavoro svolto dalla Regione Puglia in questo ambito, con una serie di azioni che ho avuto il piacere di sottoporre all’attenzione del coordinatore del gruppo Pse nella lettera di candidatura”.

  • Italiani tra i più entusiasti delle Ztl in Europa

    Gli italiani sono tra i più favorevoli in Ue alle ztl in città. E’ quanto emerge da un’indagine Ipsos per l’ong ambientalista Transport & Environment, in base a cui il 74% dei cittadini italiani e circa i due terzi degli europei supportano le zone a traffico limitato nei centri urbani, con il divieto di circolazione delle auto inquinanti. Secondo il sondaggio, il sostegno per le zone a bassa emissione è più alto in Ungheria (77%), Italia (74%) e Gran Bretagna (73%). E circa i due terzi degli intervistati in altri Paesi Ue la pensa allo stesso modo: Polonia (66%), Spagna (65%), Svezia (63%), Belgio (60%), Francia (60%) e Germania (57%). Oggi sono 265 le zone urbane a basse emissioni in 12 Paesi dell’Ue, 250 delle quali riguardano automobili.

    Secondo l’ultimo rapporto sulla qualità dell’aria dell’Agenzia Ue per l’ambiente, in Europa 3,9 milioni di persone abitano in aree dove sono superati contemporaneamente e regolarmente i limiti dei principali inquinanti dell’aria (Pm10, biossido di azoto e ozono). Di queste, 3,7 milioni, cioè circa il 95%, vive nel Nord Italia. L’Italia nel suo complesso è al secondo posto in Europa per morti per Pm2.5 (60.600) e al primo per le morti da biossido di azoto (20.500) e per l’ozono (3.200).

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