Inquinamento

  • Entro il 2050 l’Europa sarà il primo continente a impatto climatico zero

    “Far diventare l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050”. Con questo obiettivo, la Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen presenterà una Comunicazione strategica su un Green Deal europeo. Del progetto se ne parlerà mercoledì 11 dicembre, alle ore 11.30, nella Sala Blu della Rappresentanza della Commissione europea a Milano (Corso Magenta, 59). Ne discuteranno, tra gli altri, Mariasole Bianco – Biologa marina, Presidentessa Wordrise, vincitrice premio Donnambiente 2019, Enrico Giovannini – Economista, Direttore di ASVIS (in collegamento), Luca Mercalli – Climatologo, Presidente Società Meteorologica Italiana. Durante l’evento sarà trasmessa da Bruxelles la conferenza stampa di presentazione della comunicazione.

    La normativa europea sul clima sancirà per la prima volta nella legge l’obiettivo della neutralità climatica dell’UE entro il 2050. Ciò significa emettere meno biossido di carbonio ed eliminare dall’atmosfera quello emesso. Per farlo è necessario estendere ad altri settori il sistema di scambio di quote di emissione che già aiuta l’UE a ridurre le emissioni dei settori energetico e industriale. Lo sviluppo di fonti di energia più pulite e di tecnologie verdi ci consentirebbe di produrre, viaggiare, consumare e vivere rispettando di più l’ambiente. Occorre sviluppare un’economia realmente circolare e proteggere la biodiversità. In particolare, il Green Deal europeo prevede un percorso per una transizione giusta e socialmente equa. È concepito in modo da non lasciare indietro nessun individuo e nessuna regione in questa grande trasformazione.

    Prima del convegno, alle ore 10, sempre nella Sala Blu della Rappresentanza della Commissione europea, l’Ambasciatore di Finlandia a Roma, S.E. Pia Rantala-Engberg, presenterà le conclusioni del semestre di presidenza finlandese dell’UE.

  • Il ruolo insostituibile degli insetti nell’ecosistema

    Abbiamo in altre occasioni parlato dell’ecosistema e da come lo stesso sia minacciato anche dall’estinzione di alcune specie della fauna e della flora. Non possiamo perciò tralasciare la diminuzione degli insetti e la loro importanza a livello biotico. Gli insetti rappresentano più della metà della fauna selvatica della terra e hanno ruoli insostituibili nell’ecosistema. Sono infatti gli insetti che impollinano, riciclano sostanze organiche, regolano la presenza di parassiti e sono fonte di cibo per altri animali. Questo problema è visto con grande preoccupazione nel mondo scientifico, basti ricordare gli studi effettuati in Germania tra il 1989 e il 2016 dai quali risulta che in questo periodo, 28 anni, si è perso più del 75% della biomassa di insetti. Altre ricerche confermano che ogni anno il calo continua con una percentuale di circa il 2,5% con le evidenti conseguenze per la vita di tutti quegli animali che di insetti si nutrono. Secondo lo studio tedesco gli insettivori ora hanno a disposizione solo un quarto delle risorse che avevano. Pensiamo alle rondini, alle allodole e comunque alla gran parte dei piccoli volatili. Gli insetti sono essenziali per l’impollinazione e senza l’impollinazione non esiste più produzione, la vita stessa dell’essere umano è a rischio, infatti circa il 35% della nostra alimentazione deriva da prodotti che senza impollinazione non esisterebbero più. Il declino degli insetti dipende nella massima parte dai problemi legati all’inquinamento e alla perdita di habitat e la continua e spesso inutile cementificazione accelera il problema. Ora si cerca di correre al riparo eliminando alcune fonti di inquinamento e nuove norme europee mettono al bando certi prodotti e pesticidi particolarmente nocivi ma il danno che è stato fatto all’aria e all’acqua e cioè all’ambiente non è certo sanabile in poco tempo. Inoltre se è vero che l’Europa si è mossa per eliminare l’uso dei prodotti più nocivi è altrettanto vero che gli stessi continuano ad essere usati in altre grandi aree del mondo, dalla Cina all’Africa, dall’Oriente agli stessi Stati Uniti e come ben sappiamo la terra non è fatta a compartimenti stagni, l’inquinamento va da un emisfero all’altro, da un paese al paese vicino e a quello lontano. Il grido di allarme è stato lanciato da tempo ma che la Terra sia a rischio sembra non preoccupare più di tanto i governi ed il mondo produttivo perciò tocca a noi cittadini consumatori cominciare a fare sentire di più la nostra voce ma anche agire, nel nostro quotidiano, per dare una mano al mondo.

  • Ambiente: la miopia europea ed italiana

    Mentre l’Europa ed il nostro Paese eleggono ad icona di una “nuova stagione di sensibilità sostenibile” e come conseguenza si trovano a seguire una adolescente svedese in delirio di visibilità, dalla quale pretendono di individuare le nuove opzioni ambientaliste di sviluppo economico, il mondo della conoscenza, dell’industria e della scienza offrono visioni radicalmente diverse.

    I trend della crescita dell’inquinamento dimostrano, ancora una volta, come sotto accusa non sia tanto il modello industriale ed economico europeo (tanto meno italiano che è il più eco-sostenibile in Europa (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/) quanto la crescita esponenziale delle emissioni dei paesi dell’estremo Oriente, come dimostra il grafico.

    Contemporaneamente l’ottusità del nuovo mondo talebano-ambientalista individua nelle auto, in particolare quelle diesel, la causa dell’inquinamento quando invece questa, in virtù della tecnologia applicata alla motorizzazione diesel, risulta avere un impatto ambientale inferiore alla stessa motorizzazione elettrica, icona dell’ambientalismo di nuovo conio (https://www.tecnoandroid.it/2019/06/16/diesel-inquina-meno-elettrico-scomoda-verita-541122/amp?__twitter_impression=true).

    La componente talebana di tali posizioni emerge, poi, dalla negazione dei risultati delle nuove tecnologie applicate sia al mondo economico ed industriale che alla vita quotidiana. Di fatto viene negato implicitamente il valore stesso dell’evoluzione tecnico-scientifica che ha portato l’occidente all’attuale livello e qualità di vita, espressione di una cultura complessiva. Questo atteggiamento negazionista comporta anche il rischio di azzerare il vantaggio tecnologico ed industriale europeo a favore di progetti di sviluppo per i quali non esiste neppure la elementare copertura energetica (elettrificazione dei mezzi di trasporto) ai quali l’apporto delle stesse centrali nucleari risulterebbe ampiamente insufficiente.

    Mai come ora l’impreparazione, espressione di una posizione ideologica e moralista, anticamera di uno Stato etico della componente oscurantista dei movimenti ambientalisti, arriva a negare persino l’appello di 500 scienziati (https://www.startmag.it/energia/500-scienziati-greta-clima-onu-emergenza-climatica/) in contrapposizione al fenomeno mediatico di Greta non tanto in relazione ai cambiamenti climatici quanto alle cause degli stessi. Dimenticando contemporaneamente, o forse più semplicemente ignorando, i risultati di una  ricerca della NASA relativamente all’effetto fertilizzante dell’anidride carbonica  (https://www.nasa.gov/feature/goddard/2016/carbon-dioxide-fertilization-greening-earth).

    Affrontare i cambiamenti climatici che hanno sempre caratterizzato le diverse fasi della storia evolutiva del nostro pianeta attraverso una visione politica ed oscurantista si traduce nella perdita della consapevolezza relativa al valore dello sviluppo come della conoscenza evolutiva, sintesi di conoscenza, sapere e tecnologia.

    Ulteriore conferma di un declino del nostro continente, incapace di valorizzare le proprie eccellenze e sempre più incline a avvitarsi in una decrescita sempre più infelice.

  • Non solo l’Amazzonia, vanno a fuoco anche le terre del freddo

    Mentre l’Amazzonia continua a bruciare, da mesi le fiamme divorano la foresta pluviale coinvolgendo un’area di quasi 3.000 kmq, poco prima si era consumato un altro gravissimo disastro ambientale: gli incendi delle foreste siberiane hanno bruciato un’area boschiva la cui superficie è praticamente pari a quella della Grecia. Secondo il climatologo Luca Mercalli, presidente della Società meteorologica italiana, in soli 15 giorni è stata liberata nell’aria una quantità di anidride carbonica pari a quella emessa in un anno da 13 milioni di persone. Questi incendi si aggiungono all’aumento del riscaldamento del pianeta e allo scioglimento di gran parte della calotta glaciale, come in Groenlandia dove ghiaccio e neve sciogliendosi e scoprendo lembi di terra fanno sì che la radiazione solare non venga più riflessa e vi sia un’ulteriore aumento della temperatura. Lo strato di terra gelato, quando si scalda eccessivamente, rilascia nell’atmosfera metano, con evidenti conseguenze. In Italia lo stesso professor Mercalli profetizza che entro il 2050 non ci saranno più ghiacciai sotto il 3.500 metri mentre già oggi, riferisce la professoressa Guglielmina Diolaiuti dell’Università Statale di Milano, nella sola provincia di Sondrio l’erosione dei ghiacciai ha comportato la perdita di 56 milioni di metri cubi di acqua potabile in un anno.

    Qualunque inerzia o ritardo, come anche ha ricordato qualche giorno fa il Papa, è devastante per le conseguenze che ci saranno in tutto il mondo. Il problema climatico, il problema degli incendi, il problema della mancanza di controlli e provvedimenti per l’ambiente non riguardano una sola nazione ma tutti noi, è quindi dovere di tutti noi intervenire.

  • Allarme auto elettriche: poco profitto e futuro incerto

    Da anni l’intero settore automobilistico è stato invaso dalle nuove tecnologie e specialmente dai nuovi motori sempre più green e attenti all’ambiente. La rivoluzione ha portato continui investimenti nel settore delle vetture elettriche e ad impatto zero, ma non sembra che stia andando tutto come previsto.

    Alix Partners, una società di consulenza, descrive l’industria automobilistica ormai come un deserto del profitto. E non è il primo indizio a riguardo. Prima Standard & Poor’s ha avvisato che l’outlook sui margini tende al brutto a causa dei troppi investimenti, a fronte dei quali la risposta del mercato appare quanto meno improbabile. Poi è stata la volta addirittura del numero due di Bmw, che ha spiegato come i cittadini europei siano molto scettici nell’acquistare auto solo elettriche.

    Gli analisti guardano con preoccupazione ad alcuni indicatori del settore. Il più importante è la quantità impressionante di soldi che i costruttori stanno investendo, da qui al 2023: 225 miliardi di dollari per l’elettrificazione della gamma e altri 50 per la guida autonoma, stando alle stime di Alix Partners. Per dare un riferimento, 275 miliardi è la metà dei 553 miliardi di Ebit che i costruttori di auto e veicoli leggeri hanno generato nel quinquennio 2014/18.

    Le imprese devono costantemente fare investimenti, per andare incontro alle opportunità di nuova domanda che si prospettano all’orizzonte, ma gli analisti in verità dipingono un trend tutt’altro che espansivo nei prossimi anni. Il primo mercato del Mondo, la Cina, che ha generato in questo decennio i due terzi della crescita, pare stia tirando il freno: si proietta un meno 8% quest’anno. Gli Stati Uniti sono entrati nella fase calante del ciclo e l’Europa, per bene che possa fare, non darà i volumi necessari.

    La spinta verso l’elettrificazione arriva comunque dai governi, che impongono limiti alle emissioni impossibili da rispettare e inutili sotto il profilo ambientale, accompagnati da multe miliardarie. Davanti a queste imposizioni, i costruttori si sono sentiti incalzati. In altri termini, è la prima volta che non sono loro, i car makers, a dettare l’agenda dello sviluppo.

    Resta importante capire l’impatto che avranno questi cospicui investimenti con poco mercato e scarsi profitti. Un generale indebolimento finanziario dell’industria automobilistica, che già lo scorso anno ha mandato un’avvisaglia: una flessione del 20% dei profitti, pari a 25 miliardi di dollari, nonostante una contestuale riduzione di 44mila addetti, la prima dopo la crisi 2008/10.

    Per quanto riguarda i consumi del nostro Paese, gli automobilisti italiani sono fortemente interessati all’auto elettrica, ma sono ancora molti i talloni d’Achille che ne frenano l’acquisto. I problemi sono noti, e discussi, da anni: al momento costa troppo, almeno rispetto alle vetture convenzionali, l’autonomia genera ansia e preoccupazioni e la rete di ricarica non è sufficiente e capillare.

    Michele Crisci, presidente dell’Unrae, sottolinea che “il futuro dell’auto elettrica sarà molto legato alla capacità che le infrastrutture avranno di permettere agli utenti una ricarica continua, veloce, diffusa in maniera ampia sia domestica sia pubblica, sia nei luoghi dove lavoriamo. L’auto del futuro – conclude Crisci – sarà sicuramente un’auto elettrica, connessa e condivisa. È inevitabile un periodo di transizione. Si devono tenere in considerazione i futuri sviluppi tecnologici, ma anche la situazione presente, perché in Italia abbiamo 37 milioni di autoveicoli obsoleti rispetto a queste tecnologie”.

    In conclusione i costruttori, dopo più di un secolo di mobilità individuale a motore, oltre a meritare fiducia e rispetto, hanno le spalle per reggere questa nuova sfida. Ma le prossime strategie andranno prese con oculatezza per evitare che tutto il settore finisca in una enorme bolla senza futuro.

  • Nuove regole per il reddito di sopravvivenza

    Pochi giorni fa il Ministero per lo Sviluppo Ecologico del Gran Consiglio dei Vegetali, degli Animali e di tutti i Popoli Indigeni (il 4% della popolazione mondiale, ma che da soli rappresentano il 90% della “diversità culturale umana” del pianeta) ha reso noti i requisiti per la domanda di reddito di sopravvivenza sulla Terra.
    (www.redditodisopravvivenza.natura). Ne riportiamo qui alcune parti.

    “Il reddito di sopravvivenza viene riconosciuto da milioni di anni dalla Natura, senza chiedere nulla in cambio, a tutti gli Esseri Viventi, compresi gli Esseri Umani, per i quali non è mai stata attuata alcuna distinzione di sesso, etnia, lingua, religione, condizione personale e sociale. Fra questi ultimi, in meno di due secoli, gli umani civilizzati-urbanizzati (che rappresentano più del 55% dell’intera popolazione globale) hanno consumato quasi tutte le risorse naturali disponibili sul pianeta con i loro avidi e dannosi stili di vita ed alimentari[1] […]

    Il Gran Consiglio fa presente che il reddito di sopravvivenza verrà d’ora in poi riconosciuto dalla Natura solo a tutti gli esseri umani adulti[2] in possesso, cumulativamente, al momento della presentazione della domanda e per tutta la durata dell’erogazione del beneficio, dei seguenti requisiti:

    1) Il richiedente deve essere un abitante maggiorenne del Pianeta Terra e deve dimostrare, con le sue azioni, di aver compreso che l’Essere Umano è anch’egli un prodotto della Natura (e non viceversa) e che solo dove c’è la Natura è possibile anche la sua sopravvivenza.

    2) Per ottenere il reddito di sopravvivenza la zona dove vive la persona, o la comunità, o la regione, o la nazione richiedente deve avere aria, acqua e terreni non inquinati o in via di depurazione e conversione verso il ripopolamento spontaneo della Natura. In assenza di queste condizioni i richiedenti dovranno, necessariamente dimostrare nei fatti, di essersi adoperati per mantenere e migliorare le suddette condizioni ambientali. Solo a queste condizioni è garantita la sopravvivenza.

    Come si calcola il diritto di sopravvivenza?
    La Natura erogherà il suo beneficio (sotto forma di salute fisica, mentale e spirituale, con la conseguente possibilità di sopravvivere) in misura proporzionale all’effettivo e concreto cambiamento adottato.

    Come richiederlo e come usarlo
    La domanda per il reddito di sopravvivenza può essere presentata, senza limiti di orario e di luogo, alla propria coscienza.
    Per facilitarne la presentazione si consiglia di appoggiare una mano sul proprio petto e sforzarsi di cercare di sentire il battito cardiaco.
    I benefici ottenuti potranno essere cumulabili a, e per, tutte le future generazioni.

    Perdita del diritto
    Vi sono determinate circostanze in cui il reddito di sopravvivenza può essere perso o ridotto, ovvero, in assenza di ogni azione che vada a favore della Natura.
    Si prevede, infatti, la decadenza dal reddito di sopravvivenza quando la persona, o la comunità, o la regione, o la nazione richiedenti non si adoperino, in tempi rapidi, per intervenire su tutte quelle azioni che stanno causando la perdita del diritto di sopravvivenza.
    Chiunque presenti dichiarazioni o documenti falsi, o attestanti cose non vere, oppure ometta informazioni dovute, sarà punito… con l’estinzione”

     

    [1] L’ultimo rapporto, ad esempio, dell’Ipcc (il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite), afferma che se le popolazioni urbanizzate non cambiano direzione, ci restano solo 12 anni per salvare il Pianeta dalla catastrofe climatica (e non solo ndr).

    [2] Il diritto ed il reddito di sopravvivenza continuano ad essere riconosciuti dalla Natura a tutti i bambini del Mondo, senza alcuna richiesta da parte loro e distinzione o eccezione alcuna.

  • La scuola non è l’ambiente di Greta Thunberg: salterà un anno e mezzo di lezioni

    Greta Thunberg, la ragazzina scandinava divenuta icona globale dell’ambientalismo, resterà lontana dai banchi per concentrarsi sulla campagna internazionale a difesa dell’ambiente di cui in questi mesi è appunto diventata il simbolo. Lo hanno detto all’agenzia di stampa Dpa fonti vicine all’attivista svedese 16enne, secondo cui Greta sarà a settembre a New York al summit sul clima, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, e poi alla conferenza sul clima delle Nazioni Unite prevista in Cile a dicembre. Secondo le fonti, alla fine di quest’anno scolastico Greta – promotrice di ‘Fridays for future’, gli scioperi degli studenti contro i cambiamenti climatici – prenderà una pausa per concentrarsi a tempo pieno sulla sua campagna. Nei giorni scorsi, al quotidiano svedese Dagens Nyheter aveva detto: «Il 2020 è l’anno in cui dobbiamo far scendere verso il basso al curva delle emissioni se vogliamo mantenere il riscaldamento globale tra 1,5 e 2 gradi celsius».

  • Fantascienza, profezia o semplice analisi logica?

    Nel 1973 uscì nei cinema di mezzo mondo, un film di fantascienza intitolato 2022: i sopravvissuti. La trama è semplice: il pianeta è devastato e inaridito dall’inquinamento e dalla sovrappopolazione. La ricerca di cibo è, di conseguenza, il principale problema per l’umanità e l’unico alimento in commercio per le masse più povere è il Soylent Green. Un simil-biscotto multicolore ottenuto dal “sano e naturale Plancton marino”, come pubblicizzato dalla Soylent, la più grande Food Corporation che lo produce. Contrariamente, però, a quanto da loro dichiarato, un non integerrimo poliziotto (interpretato da un cupo Charlton Heston) viene a scoprire che le riserve di Plancton sono praticamente esaurite e che il vero ingrediente di questo composto sono i cadaveri umani. Fine! Fantascienza o profezia?

    Venendo a noi e alla realtà dei nostri giorni, inquinamento e desertificazione ci sono. Così come la sovrappopolazione: nel 2022 saremo 8 miliardi di bocche da sfamare e va da sé che è impossibile continuare a sfruttare le risorse del pianeta (aria, acqua, terra, vegetali, animali e persone) nella misura attuale. E come andrà a finire? Nel numero di luglio del 2001 de L’Espresso, un illustre docente italiano di Scienze della Nutrizione, nella Rubrica “Mangiare Sano” scriveva che “Il cannibalismo rappresenta una scelta nutrizionalmente razionale”. Nel 2014, in Nord America, con lo slogan pubblicitario Abbiamo pensato noi al tuo cibo così che tu non debba farlo (We thought about your food so you wouldn’t have to) viene immesso sul mercato il Soylent, una linea di polveri e bevande alimentari “sane e complete” (con formule segrete) per sostituire i pasti umani. E rimaniamo ancora in America dove, è di qualche giorno fa la notizia che lo Stato di Washington ha legalizzato, per la prima volta al mondo, la trasformazione in concime di cadaveri umani. Fine? Questo è quanto accadrà? Da fantascienza a profetizzata realtà? Ora, il film del 1973 termina con il poliziotto agonizzante che urla ad una folla completamente indifferente la terribile verità scoperta. E noi? Evidentemente non abbiamo riflettuto abbastanza allora, ma dobbiamo necessariamente farlo adesso, se vogliamo cambiare un terribile ed infelice finale (per i nostri figli e nipoti) già scritto quarantasei anni fa; quando ancora qualcuno, senza bisogno di super computer e smartphone, usava ancora bene il cervello per immaginare e raccontare cosa sarebbe successo al pianeta e all’umanità se si fosse andati avanti ai quei ritmi di consumismo scriteriato. Nessuna suggestiva profezia ma una semplice analisi logica. Causa ed effetto. Uno più uno.

  • Servono volontari delle acque per prendersi cura dei fiumi

    Mentre il problema inquinamento delle acque, pulizia dei fiumi e loro esondazioni rimane inevaso, in Italia come in Europa, come dimostra anche il recente servizio tv sull’inquinamento del Tevere, i cinesi sono già andati avanti. Infatti Pechino ha deciso di nominare centinaia di migliaia di capi-fiume che saranno responsabili delle pulizie dei corsi d’acqua, sia direttamente che organizzando un sistema di controllo e pulizia. Ovviamente per i cinesi l’incarico al momento non è pagato, è al servizio dello Stato, Stato che da noi purtroppo è latitante. E proprio perché da noi lo Stato è latitante, abbiamo fortunatamente centinaia di miglia di persone che lavorano nel volontariato per supplire alle inefficienze ed inettitudini dell’apparato pubblico. Forse prendendo spunto dall’esperimento cinese potremmo cominciare anche noi a immaginare i volontari delle acque così che finalmente eviteremmo di vedere i greti dei fiumi sommersi da immondizie e da tronchi d’albero, i quali, nel caso di piene, come spesso è successo, travolgono ponti e infrastrutture. I volontari delle acque inoltre potrebbero finalmente vigilare, nessun altro di fatto lo fa, su quelle attività estrattive o di trasformazione che insistono proprio sulle rive dei fiumi e che in più casi sono state responsabili di gravi inquinamenti.

  • Appello dell’Onu per salvare gli uccelli migratori dall’inquinamento

    L’inquinamento provocato dalla plastica comporta gravi rischi per la salute della fauna selvatica a livello globale, perché colpisce una vasta gamma di specie tra cui balene, tartarughe, pesci e uccelli. Lo segnala l’Onu in vista della Giornata mondiale degli uccelli migratori, l’11 maggio, lanciando un appello all’azione per fermare questo inquinamento tramite la riduzione dell’utilizzo della plastica, in particolare monouso (“Protect Birds: Be the Solution to Plastic Pollution!)”.

    «Un terzo della produzione di plastica globale non è riciclabile e almeno otto milioni di tonnellate di plastica finisce nei nostri mari, laghi e fiumi», ricorda Joyce Msuya, direttore esecutivo facente funzione dell’Un Environment avvertendo che «sta finendo nello stomaco di uccelli, pesci, balene, e nel nostro suolo e nell’acqua. Il mondo sta soffocando per la plastica e anche gli uccelli da cui dipende così tanta vita sulla terra».

    Gli uccelli scambiano la plastica per cibo che riempie lo stomaco e li fa morire di fame e usano la plastica per fare il nido scambiandola per foglie, ramoscelli e altri oggetti naturali, che possono ferire e intrappolare i pulcini fragili. Gli uccelli marini, in particolare, spiega l’Un Environment, sono minacciati dagli attrezzi da pesca come le reti in cui possono rimanere impigliati.

    Alcuni scienziati, usando Google immagini e altre fonti del web, hanno riscontrato che di 265 specie di uccelli impigliati in rifiuti di plastica, almeno 147 specie erano uccelli marini, 69 specie di uccelli d’acqua dolce e 49 specie di uccelli terrestri. La ricerca ha mostrato che circa il 40% degli uccelli marini aveva ingerito plastica. A rischio sono anatre, pinguini, albatros, pellicani, gabbiani e uccelli tropicali.

    L’Un environment osserva che occorrono sforzi congiunti di governi, industrie e consumatori per affrontare il problema, in particolare riducendo la plastica monouso.

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