Inquinamento

  • Ogni anno milioni di uccelli muoiono ogni anno per avvelenamento da piombo

    L’inquinamento da piombo legato alla caccia è un problema serio e poco conosciuto, che minaccia silenziosamente e gravemente la biodiversità e la nostra salute. Ogni anno le munizioni disperdono nell’ambiente miliardi di pallini di piombo che causano la morte indiretta di milioni di uccelli in tutto il mondo (un milione solo nelle zone umide Europee), inquinando gli ecosistemi e minacciando la salute umana.
    Il WWF lancia l’allarme nel suo report “Cartucce avvelenate” nel quale si ribadisce come il piombo sia un metallo altamente tossico, tanto da essere stato bandito da tutti i prodotti di consumo come benzina, vernici, tubature. Eppure ancora oggi tra le 1.400 e le 7.800 tonnellate di piombo vengono rilasciate ogni anno solo nelle Zone Umide d’Europa. In Europa è stato calcolato anche il danno economico provocato da questa forma di inquinamento dell’ambiente naturale: 105 milioni di euro l’anno per la mortalità indiretta provocata dalla caccia sulla fauna europea. Bastano infatti 2-3 pallini ingeriti per uccidere un uccello di media taglia. Il piombo causa anche intossicazioni di tipo cronico, con pericolose disfunzioni del sistema immunitario e riproduttivo.
    Il piombo uccide o avvelena non solo animali e altri organismi, ma ha il potere di bioaccumularsi, di entrare nelle catene alimentari e nel ciclo dell’acqua. I danni sono spesso irreversibili: si accumula negli organi (cervello, fegato, reni) e può persistere fino oltre 30 anni, ha degli effetti irreversibili sul cervello e può passare dalla madre al feto. I bambini sono i soggetti più vulnerabili: su di loro il piombo provoca danni irreparabili al sistema nervoso e in particolare al cervello, con conseguente perdita di udito e riduzione del deficit di apprendimento e del quoziente d’intelligenza (IQ). Il piombo che contamina le falde acquifere entra nella catena alimentare, così come la carne di animali contaminati da piombo (perchè contenenti pallini, frammenti di munizioni o perché si sono cibati di alimenti contaminati): dalla cartuccia al piatto il passo è breve! Questa drammatica catena del veleno potrebbe essere spezzata se solo venissero sostituite le munizioni in piombo con altri materiali o leghe incapaci di permeare i cicli vitali, già ampiamente disponibili sul mercato.

    L’Italia ha ratificato nel 2006 un Accordo internazionale (Agreement on the Conservation of African-Eurasian Migratory Waterbirds – AEWA) nel quale si prevedeva che le parti contraenti sopprimessero l’uso del piombo per la caccia nelle zone umide entro il 2000. Nel 2014 la Convenzione di Bonn aveva deciso di bandire il piombo dalle munizioni per scopi venatori. Anche la comunità scientifica si è schierata in occasione della COP11: un ampio panel di ricercatori raccomandava di eliminare gradualmente da tutti gli habitat l’uso di munizioni di piombo t con alternative non tossiche entro il 2017.

    Il WWF Italia chiede all’Italia di andare oltre e vietare l’utilizzo e il possesso delle munizioni da caccia contenenti piombo in tutte le aree dove si svolge l’attività venatoria, in tutte le forme, a partire dalla stagione venatoria  2021/22.

  • La Regione Lombardia Euro 4

    L’esercizio del potere politico deve partire dal presupposto di possedere un equilibrio ed una conoscenza complessiva fuori dal comune. Una sintesi che vale per tutte le materie più importanti, dall’economia alla politica ma anche ovviamente alle problematiche ambientali e alle sue ricadute. Conoscenze e professionalità che assumono ovviamente valori e priorità differenti a seconda del contesto storico.

    La Regione Lombardia in questo senso dimostra di aver perso completamente il senso delle proporzioni oltre che della conoscenza delle varie cause dell’inquinamento atmosferico bypassando, e peggio, sottovalutando clamorosamente il difficile momento economico attuale.

    Da gennaio 2021, quando l’intero Paese sarà ancora in uno stato di emergenza richiesto dal governo Conte, le auto prodotte dal 2006, tutte euro 4, saranno soggette a delle limitazione di circolazione senza precedenti. Anche una mente normodotata sarebbe in grado di comprendere che l’eccezionalità del momento storico e della più grave recessione economica dal dopoguerra ad oggi dovrebbe invitare ad una sospensione temporale (sine die) di qualsiasi norma che tenda a limitare la movimentazione professionale e personale: entrambe infatti rappresentano concettualmente ed oggettivamente una delle tante forme di produzione di valore aggiunto e reddito.

    Va ricordato ai ricchi dirigenti ed esponenti politici della Regione Lombardia, ma anche dell’Emilia Romagna, come le vetture Euro 4, ancora oggi, per le fasce di reddito più basso rappresentano l’unico strumento di lavoro e vettore per gli spostamenti familiari e personali. La Lombardia, seguendo la più cieca, bieca e stupida ideologia “pseudo ambientalista” penalizza ancora una volta il ceto meno abbiente che guida un’auto con oltre tredici anni di vita.

    In altre parole, a venire ancora indicato come untore responsabile dell’inquinamento globale viene indicato in modo infantile e grottesco chi non possiede le risorse economiche necessarie per cambiare la propria vecchia automobile, disponibilità che risulta ovviamente ancora inferiore all’interno della più profonda recessione economica a causa del covid 19.

    La Regione Lombardia inoltre a tali “inquinatori seriali” indica addirittura quanti chilometri si possano percorrere nell’arco temporale di un anno dopo avere obbligato i “poveri sudditi non abbienti” ad inserire una scatola nera nella propria auto collegata ad un sistema di controllo in remoto.

    La discriminazione per reddito che si manifesta nel rigido controllo nella possibilità di movimento e quindi anche della produzione di reddito trova una nuova Abbietta,Vergognosa, Miserabile pagina del libro scritto dalla classe politica e dirigente della Lombardia.

    Il ceto politico e dirigente della Regione Lombardia, convinto di compiere un passo in avanti verso una innovazione nei movimenti, si dimostra sempre più simile alla peggiore nomenclatura di stampo socialista e massimalista la quale scarica sulle classi meno abbienti i costi di un fenomeno complesso ed articolato.

    Mentre il governo italiano, unico in Europa, chiede di prorogare lo stato di emergenza al 31 gennaio 2021 invece di sospendere per rivalutare il contesto storico tutte le normative che in questo contesto penalizzano le fasce di reddito meno abbienti, la Regione Lombardia segue il modello del governo Prodi. Questo infatti nel 2008 penalizzò fiscalmente le auto più vecchie in preda ad un vulnus ambientalista senza pari.

    Ora la Regione Lombardia, coadiuvata anche dall’ottimo sindaco di Milano Sala, uno degli artefici della mobilità urbana attraverso l’introduzione del monopattino elettrico (https://www.ilpattosociale.it/attualita/milano-e-litalia-ripartirebbero-in-monopattino/), dopo 19 anni dimostra di avere la medesima competenza e visione strategica di Prodi.

    Nulla di cui vantarsi…anzi.

  • L’UE investe 80 milioni di euro in trasporti non inquinanti in Slovenia

    La Commissione europea ha approvato l’8 settembre un investimento di 80 milioni di euro dal Fondo di coesione per costruire un tunnel e due viadotti nell’ambito di un progetto più ampio per fornire una seconda linea ferroviaria tra il porto di Capodistria e il villaggio di Divača nella Slovenia occidentale.

    Secondo la Commissione, la nuova linea è essenziale per far fronte a una domanda crescente lungo la rotta e collegare un corridoio cruciale della rete centrale alle rotte marittime.

    Il commissario europeo per la coesione e le riforme, Elisa Ferreira, ha osservato che si tratta di un investimento dell’UE, necessario per il miglioramento della connettività ferroviaria del porto di Capodistria, che è un hub cruciale per il trasporto di merci e passeggeri con l’Europa centrale. Oltre a favorire la connettività slovena, il progetto sostiene perciò anche il funzionamento del mercato interno in quanto rafforza la coesione economica e sociale.

    Il miglioramento del collegamento ridurrà le strozzature esistenti lungo questa rotta trafficata per un trasporto ferroviario più veloce, più efficiente e competitivo e, reindirizzando il traffico dalla strada alla ferrovia, il progetto contribuirà a ridurre le emissioni di anidride carbonica (CO2) e ossido di azoto (NOx), migliorando la qualità dell’aria locale in linea con l’adesione della politica di coesione agli obiettivi del Green Deal dell’UE.

  • L’inquinamento uccide 630mila europei ogni anno

    Un morto su 8 nell’Ue e nel Regno Unito è dovuto all’inquinamento dell’aria, dell’acqua, alla mancanza di verde. Il 13% dei decessi totali ogni anno, 630mila secondo le stime dell’Oms e dell’Agenzia europea dell’ambiente (Aea), che le ha raccolte in un rapporto sull’impatto delle variabili ambientali e sociali sulla salute in Europa.

    Lo smog è il killer più pericoloso e più noto, 400mila morti l’anno, soprattutto a causa del particolato fine (PM2,5). Poi l’inquinamento acustico, con 12mila decessi. Le ondate di calore, sempre più frequenti a causa del cambiamento climatico, secondo alcuni scenari potrebbero arrivare a mietere 130mila vittime l’anno. L’impatto più forte lo subiscono le fasce sociali più deboli e a basso reddito. “Ricchezza e benessere sono determinanti della salute”, dice all’Ansa Catherine Ganzleben, una delle autrici del rapporto. Realtà che si riflette nella cortina che ancora resiste tra Europa dell’est e dell’ovest. I decessi attribuibili a cause ambientali sono il 19% del totale in paesi a basso reddito pro-capite come la Romania e il 10% in quelli più ricchi come Danimarca e Svezia, con l’Italia al 12%. La Pianura padana si conferma una delle aree con più smog dell’Ue. Il caso della contaminazione delle acque da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) in Veneto ha tristemente insegnato all’Europa sia il rischio degli inquinanti non monitorati ma anche le misure da prendere per rispondere.  La Penisola è il Paese in cui le malattie croniche interessano la parte più piccola della popolazione senza marcare le diseguaglianze, come accade invece nei paesi del Nord Europa. Le città, dove fattori ambientali e sociali si mescolano e si sovrappongono, sono i luoghi più a rischio. Ma possono cambiare le cose recuperando spazi al verde e alle acque, anche solo aumentando la vegetazione dove si può. L’Aea cita una serie di esperienze Ue, dal progetto di ristrutturazione del quartiere Deckel di Amburgo, ai nove corridoi ‘verdi’ di Lisbona, fino al bosco verticale di Milano. Per invertire la tendenza servono però azioni più decise al livello più alto, e una maggiore integrazione delle politiche ambientali, sociali e della salute.

    L’Aea compie anche una prima analisi degli studi su Covid-19 e smog. Sebbene ci siano “prime evidenze” di una correlazione tra alta mortalità da coronavirus, inquinamento atmosferico e povertà, l’Agenzia sottolinea che gli studi effettuati fin qui hanno “una serie di limitazioni significative, quindi i risultati vanno interpretati con attenzione”, e servono nuove ricerche.

  • Per fronteggiare la pandemia, la plastica negli oceani potrebbe triplicarsi entro il 2040

    La quantità di plastica che finisce negli oceani potrebbe triplicarsi entro il 2040, raggiungendo un peso complessivo di 600 milioni di tonnellate, equivalenti a quello di oltre 3 milioni di balenottere azzurre. Un’impennata alla quale sta contribuendo non poco l’attuale pandemia di Covid-19, durante la quale il consumo di plastica monouso è aumentato sensibilmente. A tracciare lo scenario è la ricerca pubblicata sulla rivista Science, coordinata da Winnie Lau, dell’organizzazione non governativa Usa The Pew Charitable Trusts. Fra i contributi, quello dell”italiano Enzo Favoino, della Scuola Agraria del Parco di Monza.

    Sulla base di una simulazione, la ricerca indica che, se non saranno intraprese quanto prima azioni volte a ridurre la produzione e il consumo di plastica, nei prossimi 20 anni la quantità di questa sostanza inquinante è destinata ad aumentare da 11 milioni a 29 milioni di tonnellate: l’equivalente di circa 50 chilogrammi di plastica per ogni metro di costa in tutto il mondo. Secondo la simulazione gli attuali impegni presi da governi e industria potranno contribuire a ridurre di appena il 7% entro il 2040 la quantità di plastica che raggiunge gli oceani.

    I maggiori colpevoli dell’invasione di plastica negli oceani sono, secondo la ricerca, i rifiuti solidi urbani non raccolti. Puntare a ridurli è quindi cruciale, ma per la coordinarice della ricerca non esiste un ‘proiettile magico’ in grado di risolvere il problema. Piuttosto sarà indispensabile coordinare più azioni, in un pacchetto che ne comprenda almeno otto. Fra queste i ricercatori indicano la sostituzione di alcune materie plastiche con carta e materiali postabili, la progettazione di prodotti e imballaggi riciclabili, l’aumento del riciclo. L’effetto che si attende è la riduzione, da qui al 2040, di circa l’80% della plastica che fluisce nell’oceano ogni anno; attesi anche un risparmio per i governi stimato in 70 miliardi di dollari, sempre entro il 2040, la riduzione delle emissioni annue di gas serra e la creazione di 700.000 posti di lavoro. “Come dimostra il rapporto – rileva Tom Dillon, vicepresidente per l’ambiente di Pew – con un’azione rapida e concertata possiamo rompere l’onda di plastica. Possiamo investire in un futuro all’insegna della riduzione degli sprechi, migliori risultati sulla salute, maggiore creazione di posti di lavoro e un ambiente più pulito e più resiliente sia per le persone che per la natura”.

  • Reati ambientali in crescita del 15,6% nel 2019, Campania maglia nera

    Colate di cemento, pesca di frodo, sversamenti in acqua e depurazione insufficiente o assente: i nemici del mare non si sono fermati anzi nel 2019 sono aumentati: sono 23.623 i reati contestati, il 15,6% in più rispetto al 2018. A scattare l’impietosa fotografia è Legambiente, che nel suo annuale rapporto Mare Nostrum affibbia al Sud la maglia nera: oltre la metà delle infrazioni, il 52,3%, si sono infatti concentrate tra Campania, Puglia, Sicilia e Calabria. Sono invece 6.486 i sequestri effettuati (con un incremento dell’11,2%), per un valore economico che ammonta a circa 520 milioni di euro, e 22.564 le persone denunciate o arrestate. “Con la pandemia da Covid-19 e il lungo periodo di lockdown abbiamo avuto la chiara dimostrazione di quanto incida negativamente la pressione antropica sull’ecosistema e, ancor più, di quanto sia devastante l’impatto delle attività illecite. In assenza di scarichi industriali, i fiumi si sono rapidamente ripuliti, salvo poi, pochi giorni dopo la ripartenza, tornare a subire l’avvelenamento da parte degli ecocriminali”, si legge nel rapporto.

    La classifica nazionale per numero assoluto di reati contestati vede stabilmente in vetta la Campania, che primeggia tanto nella classifica del cemento che in quelle dell’inquinamento e della navigazione fuorilegge, cedendo il passo solo nella pesca, dov’è seconda dietro la Sicilia. Se si valuta, invece, il numero di reati in rapporto ai chilometri di costa, sale al primo posto la Basilicata, con 10,7 reati a chilometro, seguita dal piccolo Molise, con 10,5 reati a chilometro, e, al terzo posto, l’immancabile Campania con 10. Anche nel 2019, l’abusivismo edilizio e i reati legati al ciclo del cemento hanno dominato la partita con il 42,5% dei reati sanzionati dalle Forze dell’ordine, oltre 10mila infrazioni, più di ventisette ogni giorno. Le Regioni più colpite sono state, nell’ordine, Campania, Puglia, Lazio, Calabria e Sicilia: cinque Regioni, che da sole pesano il 64,5% del totale. Segue con il 33,1% dei reati, l’inquinamento, che deriva dalla maladepurazione degli scarichi civili, ma anche dagli scarichi industriali, dagli impianti petroliferi e dalla ‘maledetta’ plastica, con il fenomeno del littering che colpisce pesantemente la biodiversità marina. Prima è anche in questa classifica la Campania, con quasi il 25% dei reati, seguita da Puglia, Lazio, Calabria e Toscana. La pesca illegale, quella che depreda il mare con pratiche e stumentazioni fuorilegge, rappresenta il 22% delle infrazioni accertate, con 555mila chili di pescato, quasi 69mila metri di reti killer e oltre 7.500 attrezzi da pesca finiti sotto sequestro. Chiude il quadro delle diverse tipologie di sanzioni contestate da Capitanerie di porto e Forze dell’ordine il reato di infrazione al codice della navigazione, che rappresenta il 2,4% del totale, con 571 infrazioni e altrettante persone denunciate in un anno, tra diportisti che oltrepassano i divieti di tutela delle aree marine più delicate o pirati che minacciano la sicurezza di altri natanti o dei bagnanti lungo le spiagge. La Campania, di nuovo, sbaraglia tutti con oltre il 60% delle infrazioni.

  • Il dialogo energetico UE-Cina si concentra sulle politiche ecologiche dopo il coronavirus

    La commissaria europea per l’energia Kadri Simson e il suo omologo cinese, Zhang Jianhua, amministratore della National Energy Administration of China, hanno discusso delle politiche in materia di energia pulita, nello sforzo di entrambe le parti per superare la crisi economica causata da COVID19.

    Durante il nono dialogo UE-Cina sull’energia, che si è svolto parallelamente al 22° vertice UE-Cina tramite videoconferenza, Simpson e Zhang hanno discusso del piano di ripresa dell’UE e del Green Deal europeo, nonché delle misure della Cina volte a stimolare lo sviluppo di energia pulita e la responsabilità condivisa di promuovere investimenti nel settore dell’energia verde nei paesi terzi.

    Simson e Zhang hanno anche discusso di problemi di sicurezza sui mercati globali dell’energia, diversificazione delle valute per le transazioni energetiche, progressi nelle riforme del mercato dell’energia nell’UE e in Cina, nonché di innovazione energetica e cooperazione commerciale. “Le imprese europee e cinesi sono state invitate a presentare le loro opinioni sulle opportunità e le sfide degli investimenti energetici in Cina”, si legge in un comunicato stampa della Commissione.

    Sono stati esaminati i progressi compiuti sull’attuazione della cooperazione energetica UE-Cina, che è stata firmata a margine del vertice UE-Cina del 2019. Simson e Zhang hanno anche fatto il punto sui progressi della piattaforma di cooperazione energetica tra i due Pesi, lanciata a maggio 2019, e hanno discusso delle attività previste nell’ambito del secondo programma di lavoro annuale della piattaforma.

     

  • Il Tempo del prima e del dopo

    Se fossimo saggi, se avessimo quel minimo di saggezza, di comprensione degli eventi e di capacità di elaborarli, che ha consentito, nei secoli e nei millenni, agli essere umani di conservare la specie, dovremmo capire che c è un prima e un dopo. Un prima e un dopo pandemia.

    Il prima è come siamo stati per decenni, quei decenni che ci hanno consentito di arrivare ad un grado di benessere altissimo per alcuni mentre intere altre popolazioni vivevano ancora, sia economicamente che culturalmente, in realtà arretrate fatte di fame e di violenza fisica. I soprusi appartengono invece a tutte le fasce sociali e a tutte le epoche. Il Tempo del prima è il lungo periodo delle scoperte scientifiche utili e di quelle pericolose, il periodo dello stravolgimento dei sistemi economici, dovuti al prevalere della finanza virtuale sull’economia reale e i derivati, che hanno avvelenato la maggior parte delle banche, sono solo uno dei tanti aspetti nocivi che hanno inquinato, in modo globale, la società.

    Il Prima è lo sfruttamento sconsiderato del pianeta perché chi lo effettuava era incapace di previsione delle conseguenze o indifferente alle stesse. Molti si sono sempre sentiti al di sopra o, meglio ancora, al di fuori, da quello che riguardava le persone normali. E’ sempre esistita, ed è stata particolarmente radicata negli ultimi decenni, la convinzione, in alcuni piccoli gruppi di persone, particolarmente potenti per i mezzi i diversi mezzi, che avevano a disposizione, che le eventuali conseguenze negative delle loro scelte non li avrebbero colpiti. Ed è prevalsa, sia nel mondo capitalista che in quello comunista, la convinzione che il patrimonio che la natura ci aveva offerto, dalle foreste ai giacimenti del sottosuolo, dagli animali, alla gestione delle acque e alla modifica dei venti fosse eterno o anche eventualmente sostituibile.

    Il dopo se fosse il ritorno al prima, alla realtà che ci ha portato alla pandemia e al suo diffondersi nel mondo, sarebbe ricominciare un cammino destinato a portarci a nuove tragedie senza più possibilità di tornare indietro. Una strada senza uscita, un baratro nel quale dopo aver lanciato i più anziani vedremo cadere giovani e bambini nell’inarrestabile declino della specie più debole del pianeta, l’uomo. C’è un prima al quale non possiamo, non dobbiamo ritornare come se nulla fosse accaduto e se il tempo del contagio e dell’isolamento non è servito a comprendere che ci sono momenti nei quali si deve scegliere e saper dividere il grano dall’olio allora tutto diventa pericolosamente possibile. Prima di arrivare al dopo, al nuovo tempo, dobbiamo affrontare molte sfide, quelle economiche con centinaia di migliaia di persone rimaste senza la prospettiva di un lavoro e di centinaia di migliaia che il lavoro hanno perso sia come dipendenti che come imprenditori. Le sfide economiche sono aggravate in Italia da una burocrazia elefantiaca e dall’evidente calo di consumi frutto della mancanza di reddito di chi non lavora o lavora a ritmo ridotto. La mondializzazione, che era stata affrontata senza la capacità di guidarla, è servita al virus per espandersi, i controlli internazionali hanno funzionato male e con ritardo, i paesi hanno gestito la pandemia in modo difforme ma il virus ha colpito quasi tutti più o meno con la stessa intensità ed ovunque le vittime più numerose sono stati gli anziani. La politica ha dovuto lasciare campo libero ai tecnici, spesso non adeguatamente preparati e sicuramente non in grado di supportare le risposte scientifiche con le necessità sociali ed economiche della popolazione e il mondo si è spaccato tra negazionismi e super previdenti senza che il risultato complessivo cambiasse. Siamo tornati in pochi giorni alle misure di cautela utilizzate nei secoli scorsi per le grandi epidemie, lavarsi le mani, stare lontani, coprirsi la bocca. Tutta la nostra sapienza tecnologica e il credere di poter vedere avanti con business sempre più avanzati non ci ha consentito di provvedere in tempo a fare scorta dei presidi di protezione più elementari, come le mascherine, i tamponi e i reagenti necessari per andare a stanare il virus. Qualcosa di infinitamente piccolo, qualcosa che presumibilmente, ancora una volta arriva da un animale e dalla nostra incuria e superbia ci ha messo tutti in ginocchio nonostante i nostri viaggi su Marte, le più sofisticate armi nucleari ed i sistemi informatici e robotici che ormai ci esonerano anche dal pensare.

    Se torneremo  al tempo di prima sarà per indifferenza, per ignoranza, per inerzia, per nostalgia, per prosopopea, perché prima avevamo la sensazione di sapere, di conoscere, anche nei momenti difficili, la composizione della nostra cuccia o la posizione del nostro ipotetico trampolino di lancio. Sembrava tutto possibile e permesso, chi non arrivava al benessere poteva sperarci, chi c’era arrivato arrancava per conservarlo, tutti comunque nell’ignoranza di cosa si celava dietro la nube tossica dell’inquinamento, l’abbattimento di una foresta, il pericolo degli allevamenti intensivi e dei troppi prodotti pericolosi abbandonati o portati appositamente sul terreno agricolo e nella falda.

    Il dopo è la crisi economica sia per i mercati internazionali che dovranno riconsiderare chi è in grado di comperare e a che prezzo vendere, sia per i mercati interni che già soffrivano da tempo, e si dovranno fare i conti con i derivati che hanno intossicato le banche, con le necessità dell’economia reale che quando produce rischia di non trovare a chi vendere. Il dopo è anche la crisi umana che covava da tempo e che è sul punto di esplodere. Prima lentamente siamo stati portati a confondere i diritti individuali, sanciti anche dalla carta universale, col diritto di ciascuno di fare qualunque cosa gli potesse portare appagamento, senza tenere conto di quanto ledesse gli altrui diritti la difesa dei propri piaceri. Più importanti i diritti degli adulti di chiamare figlio anche chi è, su commissione, stato procreato da altri che il diritto di una nuova creatura obbligata a venire al mondo, più importante il diritto di affermare la propria religione o tradizione che rispettare le vite altrui e l’inviolabilità fisica di altri esseri umani.

    Più importante poter vendere a poco prezzo che conservare, come necessarie all’ecosistema, non solo di un area determinata, le foreste rumene o amazzoniche, più importante strappare energia dalle rocce che impedire lo sprofondamento di intere aree, più importante solcare avanti e indietro i cieli che riflettere sulle conseguenze sopportate dall’atmosfera, più importante iniettare lo zucchero nelle fragole o gonfiare i vitelli che produrre con meno guadagno ma nel rispetto della salute. Popoli di vecchi malandati e caparbi nella difesa delle loro verità, nei mondi sviluppati, popoli di giovani arrabbiati, affamati e sempre di più disposti anche al suicidio pur di trascinare con se i presunti colpevoli, nei paesi meno sviluppati. E’ stata chiamata civiltà quel tipo di progresso che intorno alle megalopoli ha creato le bidonville o gli ammassamenti nei casermoni popolari e che ha assistito alla propria sconfitta per colpa di un virus invisibile e vecchio come il mondo.

    Per contenere il virus hanno detto che bisognava mantenere il distanziamento sociale. Non il distanziamento fisico ma sociale. Già da questo lapsus freudiano capiamo quanto privo dei più elementari valori, quanto anaffettivo, era il tempo del prima, il distanziamento sociale ha significati ben diversi dal distanziamento fisico! Il tempo del dopo non può essere uguale al tempo del prima perché il silenzio dell’isolamento, i malati, i morti, le differenze e le difficoltà economiche dovrebbero averci insegnato la necessità di saperci reciprocamente aiutare con una solidarietà vera e costante, di pretendere dalle istituzioni, e da chi le rappresenta, il rispetto del ruolo che ricopre, la capacità di affrontare per tempo i problemi e di sapersi assumere le responsabilità delle scelte che comunque vanno sempre prese nel rispetto della democrazia parlamentare e della nostra Costituzione. Il tempo del dopo è il tempo dell’ambiente, della sua preservazione, unico modo per conservare la salute e il lavoro. Il tempo del dopo è il tempo che sconfigge l’arroganza e premia il merito, che boccia l’intruppamento, il pensiero unico e crede che la scienza debba essere coniugata con la coscienza, che sa che il mercato deve avere regole corrette, che chi sbaglia deve pagare, che le megalopoli non sono sempre una conquista di libertà e che per costruire il futuro si deve cominciare a costruire il presente.

     

  • Sui fondali del Tirreno la più alta concentrazione di microplastiche al mondo

    Nel Tirreno c’è la più alta concentrazione di microplastiche mai misurata nei fondali marini del mondo: nello specchio di mare compreso fra Toscana, Lazio, Sardegna e Corsica si possono contare fino a 1,9 milioni di frammenti per metro quadrato. Lo indica lo studio pubblicato su Science dalle Università di Manchester, Durham e Brema, insieme al Centro oceanografico britannico (Noc) e l’Istituto francese di ricerca per lo sfruttamento del mare, che in Italia è stato diffuso dall’agenzia di stampa Ansa.

    Le microplastiche ritrovate nei fondali del Tirreno sono costituite per lo più da fibre tessili che non vengono efficacemente trattenute dagli impianti di trattamento delle acque reflue. Le analisi dei campioni, incrociate con le mappe dei fondali e i modelli delle correnti marine profonde, hanno permesso di capire che le microplastiche non sono distribuite in maniera uniforme: in realtà si concentrano e depositano in aree specifiche, degli hotspot che rappresentano per i fondali quello che sono le ‘isole di spazzatura’ per le acque più superficiali. Il ‘motore’ di questi spostamenti sono le stesse correnti marine profonde che portano ossigeno e nutrienti: ciò significa che le microplastiche finiscono per accumularsi nei punti dove si concentra la maggiore biodiversità marina, rischiando di essere più facilmente assorbite o ingerite da parte degli esseri

    viventi che popolano gli abissi. Lo studio è il primo a evidenziare il legame diretto che unisce le correnti alla concentrazione di microplastiche: per questo i ricercatori sperano che possa essere utile per prevedere le aree dei fondali marini che nel mondo sono più interessati da questo fenomeno, potendo così esaminare direttamente l’impatto che le microplastiche hanno sull’ecosistema marino.

  • Emissioni di gas serra in calo da 28 anni in Italia

    Le emissioni di gas serra in Italia sono in calo da 28 anni: nel 2018 erano il 17% in meno rispetto al 1990, pari a 428 milioni di tonnellate di Co2 equivalente contro 516. In questo lasso di tempo sono cresciute energie rinnovabili (idroelettrico ed eolico) ed efficienza energetica, soprattutto nei settori industriali; di contro è però sono aumentate anche le polveri sottili (Pm10) prodotte dal riscaldamento residenziale. L’agricoltura ha ridotto del 13% le sue emissioni che costituiscono solo il 7% delle emissioni di gas serra, circa 30 milioni di tonnellate di Co2 equivalente (anche se dagli allevamenti, in particolare dalle categorie bovini, suini ed avicoli, deriva il 78% delle emissioni nazionali di ammoniaca, precursore importante delle polveri sottili). Tutti questi dati sono contenuti in due rapporti, il National Inventory Report 2020 e l’Informative Inventory Report 2020, presentati dall’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (Ispra).

    Ora si guarda anche a un nuovo identikit della salute dell’aria in versione lockdown. L’Emilia-Romagna e il bacino padano, fino alla Slovenia, saranno un grande “laboratorio a cielo aperto” per conoscere e misurare nel dettaglio gli effetti delle misure adottate per l’emergenza Covid-19. Si tratta di un maxi progetto di ricerca guidato da Regione Emilia-Romagna e Arpae nell’ambito del piano europeo Prepair, al quale parteciperanno i 18 partner del progetto Prepair (le Regioni Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta, la provincia di Trento e le relative agenzie regionali per l’ambiente, le municipalità di Bologna, Milano, Torino, l’agenzia ambientale slovena Arso, Fondazione Lombardia per l’Ambiente Fla e la societa’ consortile emiliano-romagnola Arter), la Rete italiana ambiente e salute Rias e il gruppo di lavoro regionale ambiente e salute che unisce gli esperti di Arpae, dei Dipartimenti di Sanità pubblica e dei diversi Servizi regionali. Il progetto mira a valutare sperimentalmente l’efficacia delle misure sulla qualità dell’aria e a indagare, attraverso studi scientifici rigorosi, la possibile relazione tra pandemia e inquinamento atmosferico.

    Anche l’Ispra è pronta a scendere in campo. In via di definizione, ha riferito il direttore generale Alessandro Bratti un programma di lavoro tra Ispra, agenzie per l’Ambiente ed Enea sottolineando “che al momento non ci sono evidenze scientifiche della correlazione inquinamento Covid-19”. Per quanto riguarda i dati dei rapporti Ispra, per il Pm10 primario è il riscaldamento la principale fonte di emissione nel 2018, contribuendo al totale per il 54%. Non solo. Il settore, con un +41%, è l’unico che aumenta le proprie emissioni a causa della crescita della combustione di legna per il riscaldamento residenziale, mentre calano di oltre il 60% quelle prodotte dal

    trasporto stradale e rappresentano, nello stesso anno, il 12% del totale. Per l’agricoltura, la maggior parte delle emissioni – quasi l’80% – deriva dagli allevamenti, in particolare dalle categorie di bestiame bovino (quasi il 70%) e suino (più del 10%), mentre il 10% proviene dall’uso dei fertilizzanti sintetici.

Back to top button

Adblock Detected

Please consider supporting us by disabling your ad blocker