Inquinamento

  • Nel piacentino un progetto contro l’inquinamento luminoso

    Da alcuni anni in Europa e in Italia si sono sviluppati progetti finalizzati a tutelare il cielo notturno, sempre più minacciato e reso invisibile dalle luci artificiali delle nostre città. Nel piacentino l’iniziativa “Notte sull’Aserei”, promossa da La Cura del bosco Aps insieme ad altre realtà locali, supporta attivamente il progetto LUM dell’Istituto nazionale di astrofisica (INAF), collegato a sua volta al progetto Interreg Europa Centrale Darkersky4CE, volto a ridurre l’inquinamento luminoso nell’Europa Centrale.

    La raccolta fondi promossa da “Notte sull’Aserei” punta a implementare la rete di misurazione di Darkersky4CE proprio nel piacentino con l’acquisto di tre buiometri da installare a Capannette di Pey (Zerba), all’Osservatorio di Lazzarello (Alta Valtidone) e al Giardino degli Alberi maestri (Bettola).

    Daniele Gardiol, astrofisico, Dirigente tecnologo presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF) e coordinatore del progetto Darkersky4CE spiega che «l’inquinamento luminoso non è prodotto dall’illuminazione notturna in toto, bensì dall’illuminazione notturna eccessiva. Un eccesso che può avvenire sia in quantità, ovvero quando la luce è troppa; sia in qualità, ovvero quando è rivolta verso il cielo o direzionata in orizzontale o, ancora, quando si assesta su toni freddi, con temperature di colore superiori ai 3000 gradi Kelvin. Un altro fattore importante che determina l’inquinamento luminoso è poi il tempo, con zone, urbane e non, che restano illuminate per l’intera durata della notte. La somma di queste circostanze porta a una forma di inquinamento di cui spesso si sottovalutano gli effetti».

    L’inquinamento luminoso, rimarca Gardiol, «ha influenze nefaste di vario tipo. In primis, sulla salute umana, dato che altera i cicli circadiani e dunque il sonno delle persone, aumentando il rischio di sviluppare una serie di patologie; e poi sugli ecosistemi, poiché moltissime specie animali hanno abitudini notturne. L’inquinamento luminoso riduce la biodiversità dei territori e minaccia alcuni servizi ecosistemici importanti».

    Posto che «molte persone ignorano i problemi correlati all’inquinamento luminoso» e che «in Italia, non esiste una legge quadro nazionale sull’inquinamento luminoso, ma la materia è regolata da singole leggi regionali, non sempre applicate. Si potrebbero compiere dei passi in avanti in tal senso, proprio grazie alla sensibilizzazione», Gardiol rassicura che «l’intenzione non è certo contrastare l’illuminazione notturna, ma è invece quella di problematizzarla, di capire come migliorarla. Alcune soluzioni sono semplici, già disponibili e parzialmente applicate. Penso all’utilizzo dei temporizzatori, dispositivi che permettono alle luci di azionarsi automaticamente in un determinato intervallo di tempo. Un modo di illuminare che, oltretutto, potrebbe anche essere più sicuro nell’ottica di furti o intrusioni: se una luce si accende solo quando è necessario, allora ci avverte anche della presenza di qualcuno. Poi, come accennavo all’inizio, sarebbe bene prediligere luci calde, con temperature di colore inferiori ai 3000 K ed evitare le luci “sparate” verso l’alto, come, ad esempio, i lampioni sferici. Infine, si potrebbe considerare anche di calibrare l’intensità luminosa in funzione del traffico e della zona».

  • Volatili a rischio

    II cambiamenti climatici, i danni provocati dall’uomo, con la deforestazione e l’eccessiva cementificazione, che non ha tenuto conto delle correnti dei venti e delle conseguenze generali, hanno portato gravi danni alle rotte migratorie degli uccelli e ad una importante diminuzione dei volatili che, a seconda delle stagioni, trasmigrano da un continente all’altro.

    Le specie a rischio sono in continuo aumento, quasi un terzo della popolazione dei pennuti non è più in grado di riprodursi per l’impossibilità di raggiungere i luoghi dove nidificava o di trovare le condizioni per costruirsi il nido.

    La distruzione dell’habitat naturale ha portato alla diminuzione, o alla distruzione, di alcune specie non solo per l’abbattimento di gran parte delle foreste amazzoniche ma anche per la sempre più forte scomparsa di tante aree verdi e per il costante aumento delle edificazioni, anche in Europa.
    In Italia uno dei punti, forse il punto più importante, per le rotte migratorie è lo Stretto di Messina con milioni di uccelli che, tutti gli anni, in autunno dall’Europa emigrano verso l’Africa ed in primavera ritornano in Europa. Anche per questo la costruzione del Ponte sullo Stretto pone problemi insormontabili dal punto di vista ambientale.

    Tra i volatili particolarmente a rischio ci sono i rapaci che si accoppiano una sola volta all’anno e fanno al massimo due pulcini mentre uccelli più piccoli, come i merli, si accoppiano più volte e covano più uova perché la mortalità dei pulcini è molto alta.

    Un altro problema grave è la siccità, gli uccelli acquatici trovano difficoltà a trovare ambienti nei quali nidificare e sostare per riprodursi.

    Secondo la Lipu due terzi della popolazione che nidifica in Italia è ormai a rischio di vita, la loro sopravvivenza è un problema che dobbiamo affrontare con urgenza, che dobbiamo considerare ogni volta che iniziamo un opera, pubblica o privata, che modifica sostanzialmente l’ambiente ma partire dalle correnti d’aria e dal verde, perché anche gli uccelli sono essenziali per la vita dell’ecosistema, perciò per la nostra sopravvivenza come esseri umani.

  • L’inquinamento sempre più causa di morte

    Si parla spesso dei gravi problemi di salute dovuti al fumo delle sigarette e continuano invece a rimanere sotto traccia sia l’aumento di consumo delle sostanze stupefacenti, specie di quelle chimiche che hanno portato ad un considerevole e preoccupante rialzo della mortalità e dei crimini legati allo spaccio ed alla tossicodipendenza, sia allo spaventoso numero di morti collegati all’inquinamento dell’aria, l’aria che tutti comunque dobbiamo respirare.

    Invisibile l’inquinamento atmosferico colpisce inesorabile tutti noi, secondo i dati pubblicati da varie parti si calcola che nel mondo, ogni anno, circa otto milioni di persone perdano la vita a causa dell’inquinamento.
    I veleni che respiriamo direttamente e che, attraverso le piogge acide ed i venti, si depositano intorno a noi e sulle sostanze  che mangiamo non lasciano scampo mentre un colpevole silenzio ammanta la spaventosa realtà: se l’Europa ha fatto passi da gigante, a volte anche sbagliando le prospettive industriali necessarie alla sopravvivenza del continente, altri, come la Cina, la Russia, gli Stati Uniti, e non solo, continuano ad essere indifferenti di fronte ad un problema che causa e causerà milioni di morti.

    Intervenire è necessario e le misure debbono tenere conto delle realtà e delle conflittualità su tutto il pianeta.

  • I quattrini fan ballare i burattini

    Chi sono questi burattini che ballano perché pagati o perché sperano che prima o poi saranno pagati?

    Giornalisti, politici, uomini d’affari, finanzieri ed imprenditori, e spesso anche rappresentanti dell’intellighenzia, che continuano a sostenere non vi sia alcun cambiamento climatico mentre il mondo in alcune aree va arrosto ed in altre è sommerso da diluvi e catastrofi di ogni genere.

    Sono quei burattini che ignorano sia lo scioglimento dei ghiacciai a casa nostra sia quanto sta avvenendo in tante altre parti del mondo.

    Che sia dovuto alle azioni umane o alle modifiche che la natura mette in essere ogni tanti secoli o millenni quello che appare evidente è che non si prendono misure per sopperire ai pericoli ed alle necessità degli abitanti della terra, umani, animali, alberi ed insetti.

    In Mongolia, nelle immense praterie di quel Paese cinque volte più esteso dell’Italia, il 77% delle superficie è colpito da desertificazione e nelle praterie si sono aperti grandi voragini. Le voragini si aprono perché il terreno nelle regioni montane, che una volta era permanentemente congelato, si scioglie per via del riscaldamento globale. Il ghiaccio sciolto crea un vuoto nel sottosuolo che collassa dando luogo a enormi buche dalle quali fuoriescono gas e virus rimasti congelati per migliaia di anni.

    Quando il suolo si scongela i microbi decompongono la materia organica e rilasciano gas serra, metano e anidride carbonica. Oltre ai pericoli dovuti alla fuoriuscita di questi gas vi sono quelli legati a virus e batteri che potrebbero ritornare attivi e creare gravi problemi per la salute.

    Il 40% della popolazione mongola vive di pastorizia e quanto sta accadendo crea nuovi problemi anche dal punto di vista economico.

    L’ecosistema è sempre più a rischio, quanto accade in Mongolia, al pari delle conseguenze del terremoto in Venezuela o delle spropositate piogge in Thailandia, come in altre regioni africane, piuttosto che per la sempre più diffusa siccità di vaste aree, che porta carestie ed ulteriore povertà, dimostrando che, anche a distanza di centinaia o migliaia di chilometri, siamo tutti collegati.

    Mentre i burattini ballano, noi tutti dovremmo impegnarci per far comprendere, a chi ci governa in Italia ed in Europa, che la strada per combattere almeno i problemi legati all’inquinamento dev’essere un problema da affrontare con quei Paesi che, ad oggi, dell’inquinamento e delle sue conseguenze non si occupano o lo negano.

    L’Europa, con un pesante, eccessivo, sacrificio economico e sociale, ha abbattuto i suoi livelli di inquinamento ma se questo non sarà fatto da altri Paesi, Cina in testa, tutto risulterà vano, così come è vano e pazzesco che le autovetture che in Europa non possono più circolare, giustamente, perché pericolose in quanto troppo inquinanti, siano portate e vendute, quindi messe in circolazione, in Paesi africani o comunque extraeuropei.

    L’inquinamento non può essere spostato da un Paese all’altro ma deve essere controllato tramite regole condivise. Chi non si adegua a tali regole, necessarie per la sopravvivenza del pianeta, deve vedersi punito non comprando più i beni che produce a discapito della nostra salute.

  • Ogni volta che mangiamo o beviamo ingeriamo dosi micro di plastica

    Bere e mangiare comporta ingerire plastica: l’assunzione di carne, latticini, uova, verdure, cereali, frutta, pane e pesce comporta assunzione di plastiche nell’organismo. Infatti le piante assorbono particelle di plastica dal suolo tramite le radici e le introducono nelle catene trofiche, mentre gli animali le inalano o le ingeriscono, come le creature marine che le confondono con il plancton. Uno studio stima che la quantità di particelle involontariamente consumata in 109 Paesi sia aumentata di circa sei volte tra il 1990 e il 2018. L’apertura di una bottiglia di plastica può liberare circa 553 particelle per litro, mentre l’acqua del rubinetto, ne contiene meno di 10 per litro, secondo studi in Germania, Spagna, Belgio e Paesi Bassi. Chi beve acqua in bottiglia può ingerire fino a 90mila frammenti all’anno, contro i 52mila di chi consuma solo acqua del rubinetto. I contenitori per alimenti possono liberare particelle: frutta già sbucciata o macedonie in cellophane possono rilasciare fino a 250 frammenti per centimetro di confezione. Meglio evitare vaschette preconfezionate e privilegiare materiali come legno o acciaio per i pasti da portare. Chi consuma pasti pronti frequentemente dovrebbe moderarsi: uno studio in Cina stima che chi ne assume in quantità compresa tra 5-10 al mese possa ingerire da 145 a 5.520 particelle dai contenitori stessi. Ogni taglio su un tagliere in plastica può generare 100–300 particelle per millimetro di incisione. Un tagliere in polietilene può rilasciare da 7,4 a 50,7 grammi all’anno, mentre uno in polipropilene circa 49,5 grammi, quasi quanto una razione giornaliera di cereali. Perfino le pentole antiaderenti graffiate possono liberare frammenti, mentre materiali alternativi come silicone, vetro o acciaio inossidabile riducono il rischio. Quanto alle bioplastiche, le cannucce in Pla (acido polilattico) si sono spesso rivelate meno biodegradabili delle controparti tradizionali, frammentandosi in modo più rapido. Sale, grasso, acido e calore accelerano la “rottura” della plastica: un contenitore nel microonde può liberare fino a 4,22 milioni di frammenti e 2,11 miliardi di nanoframmenti per centimetro quadrato, mentre persino conservarlo in frigorifero produce un effetto simile, sebbene più lento.

    Anche le pulizie domestiche generano microplastiche: le spugne usa e getta, soprattutto quelle abrasive, rilasciano fino a 7 milioni di frammenti durante l’uso.

  • Australia’s coal and gas exports violate our human rights, group says in new UN case

    A group of Australians have accused the government of violating their human rights by continuing to export coal and gas and are asking the UN to take action.

    The group say their lives have been harmed due to extreme weather in Australia – bushfires, floods, heatwaves, rising sea levels and toxic algal blooms – and the government’s support of fossil fuel companies is to blame.

    It is the first legal claim taken to an international body or court since 2025’s ruling by the International Court of Justice (ICJ) that countries can be sued over climate change.

    Any decision by the UN is not legally binding but Australia – one of the world’s largest coal and gas exporters – would be expected to respond.

    The BBC has contacted Environment Minister Murray Watt for comment.

    Dr Barry Traill, a wildlife ecologist and volunteer firefighter, is one of the ten litigants.

    In 2009, several of his friends died during the devastating Black Saturday bushfires in Victoria, despite being prepared and experienced, he said.

    “That deeply changed me,” Traill said, and “it became clear that the old rules around fires and survival no longer applied”.

    In 2019, he was on the frontlines battling severe blazes in Queensland during the so-called Black Summer fires where he saw that climate change was not a future problem.

    “It is already killing people and hurting lives, landscapes and communities across Australia,” he said.

    “Continuing to allow coal and gas companies to increase pollution, while people face worsening disasters, is a profound failure of responsibility.”

    Brendon Donohue has also joined the legal claim, describing how he was trapped in his home for 10 days in 2022 when floods in Brisbane damaged the power supply of his apartment block, meaning the lifts, intercom and exits were not accessible.

    “Because I live with blindness and mobility challenges, climate impacts affect me differently and can make everyday life much harder to navigate safely,” he said.

    Another case is that of Prof Anne Poelina, an Indigenous woman from the Kimberley region in Western Australia, who describes being displaced from the area around the Fitzroy River, one of the state’s most important waterways, because of catastrophic flooding.

    “When the river is healthy, our people are healthy,” she said, and “when the river suffers, our people suffer.”

    “What concerns me most is the intergenerational loss of cultural knowledge,” she added as “so much of our knowledge is not written down”, but passed on by being physically present on the land.

    One of the lawyers helping the group with their claim said that “climate harm caused by Australia’s coal and gas doesn’t stop at a border, and neither does Australia’s responsibility for it”.

    “They are asking the United Nations Human Rights Committee to declare that it’s unlawful for Australia to continue approving and subsidising coal and gas for export without a plan to protect people from dangerous climate change,” said Hannah White, senior lawyer with Environmental Justice Australia.

    Last July, the ICJ – considered the world’s highest court with global jurisdiction – ruled that countries can sue each other for climate change, including over historic emissions of planet-warming gases.

  • Coltivazioni illegali di grano e mais a Chernobyl

    Secondo la Procura generale dell’Ucraina per oltre cinque anni sarebbero stati coltivati illegalmente grano e mais nella zona di Chernobyl. L’Ufficio del procuratore ambientale specializzato della Procura generale ha presentato una causa al Tribunale economico della regione di Kiev per ottenere la restituzione allo Stato di tre appezzamenti di terreno per una superficie totale di oltre 190 ettari. Secondo gli inquirenti, i terreni sarebbero stati trasferiti illegalmente dalla proprietà statale a una società privata. Gli appezzamenti si trovano nel distretto di Vyshhorod, all’interno della zona di alienazione (zona ad accesso controllato, altamente contaminata, con un raggio di 30 km dalla centrale nucleare) e della zona di reinsediamento (meno contaminata) attorno a di Chernobyl. In origine i lotti sarebbero stati gestiti dall’ente statale responsabile della zona di esclusione tuttavia, il loro status sarebbe stato modificato illegalmente, trasferendoli prima alla proprietà comunale e poi concedendo il diritto d’uso a una società privata.

    Secondo la procura a partire dal 2020, questi territori sarebbero stati utilizzati sistematicamente per la coltivazione di grano e mais senza le necessarie autorizzazioni. Attività di questo genere generano un “serio rischio per la vita e la salute delle persone”, a causa della contaminazione radioattiva ancora presente nella zona, ha spiegato la procura in una nota. L’indagine ha rivelato che le autorizzazioni si basavano su una decisione del Consiglio distrettuale della regione di Polesia, che in realtà non esiste, e su atti statali rilasciati a un’ex impresa collettiva denominata “Svitannok”, attualmente in liquidazione e priva di successori. Non è stato specificato a quali mercati siano stati destinati i raccolti. Il tribunale ha già avviato un procedimento penale. Il 26 aprile 1986 il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl (allora nell’Unione sovietica, oggi in Ucraina) esplose durante un test di sicurezza a causa di errori di procedura. Fu il peggiore disastro nucleare della storia, l’unico insieme a quello di Fukushima ad aver raggiunto il livello 7 sulla scala Ines (per gli eventi nucleari e radiologici). Due operai rimasero uccisi nell’esplosione e 28 pompieri e operatori morirono entro pochi mesi per la sindrome acuta da radiazioni. Secondo stime dell’Organizzazione mondiale della sanità il numero totale di morti attribuibili alle radiazioni potrebbe variare dalle 4 mila alle 9 mila persone in tutta Europa.

  • I nuovi fattori di rischio della guerra e l’effetto moltiplicatore con i vecchi

    La guerra e la corsa al riarmo globale stanno provocando un significativo aumento delle emissioni di gas serra, ridicolizzando gli obiettivi climatici imposti dall’Unione Europea la quale peraltro si illude ancora in una possibile conversione del settore Automotive nel settore armamenti (*). Non va dimenticato infatti come le attività militari globali risultino responsabili di circa 5,5% mondiale della emissioni mondiali.
    Basti pensare come il conflitto russo ucraino (una “semplice” guerra regionale) a quattro anni dall’inizio abbia determinato una emissione di 311 milioni di tonnellate di CO₂ che supera le emissioni annuali di paesi come Austria, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia sommate (**). Come naturale conseguenza è evidente che nella più recente evoluzione delle crisi internazionali (l’apertura di una vera e propria guerra continentale in Medio Oriente) qualsiasi politica economica che presenti come obiettivo la riduzione delle emissioni risulti non solo  ininfluente ma soprattutto  punitiva nei confronti degli operatori economici dei paesi soggetti a questa normativa, ma che contemporaneamente devono pagare gli effetti della guerra.
    Questi ultimi, infatti, risultano già sufficienti nella creazione di problematiche eccezionali per le scelte strategiche che tutti gli operatori economici devono comunque operare, alle quali  non si possono aggiungere quelle relative al rispetto di obiettivi di emissione ora velleitari e velleitari già con il mantenimento degli asset industriali, comunque ampiamente già  superati dalle emissioni legate alle guerre.

    In un simile contesto di crisi complessa i diversi fattori di rischio non sommano i propri effetti ma li moltiplicano con un affetto paradossale.

    La perversa volontà politica, espressa anche recentemente, dell’Unione Europea con il mantenimento di una applicazione cieca e miope del Green Deal, anche in un contesto di così difficile situazione geopolitica, non può che determinare inevitabilmente un ulteriore appesantimento dello scenario economico già reso difficile a causa della guerra.

    Una situazione, quindi, che diventa impossibile penalizzando ulteriormente il sistema economico europeo a causa della moltiplicazione degli effetti bellici uniti ad una politica di decarbonizzazione, la quale rimane inalterata ed assolutamente indifferente anche di fronte all’ eccezionalità delle momento storico.

    (*) https://www.ticinolive.ch/2025/03/19/europa-la-nuova-transizione-difensiva/amp/ (2025)

    (**) solo per offrire un termine di paragone l’Italia è responsabile dello 0,7% delle missioni totali, la Svizzera dello 0,1%, mentre l’Europa del 6,7%.

  • Why Delhi’s experiment to fix toxic smog with artificial rain failed

    Authorities in Indian capital Delhi unsuccessfully carried out a cloud seeding trial, which is the science of altering clouds to make rains, to tackle the city’s worsening air pollution on Tuesday.

    Cloud seeding is done by firing small particles – usually silver iodide – into clouds to produce rain. The technique is used around the world, but experts doubt its efficacy as a long-term air pollution control measure.

    A team of the Indian Institute of Technology (IIT) Kanpur and the Delhi government carried out the trial over several neighbourhoods, as thick smog enveloped the city.

    But the attempt – the first in 53 years – was “not completely successful” due to the lack of moisture in the air.

    Over the past two weeks, Delhi’s Air Quality Index (AQI) – which measures the level of PM 2.5 or fine particulate matter in the air that can clog lungs – has been hovering between 300 and 400, which is nearly 20 times the acceptable limit.

    On Tuesday, authorities used a Cessna aircraft to release fire flares containing silver iodide and sodium chloride into the atmosphere.

    In a statement, IIT Kanpur said that despite the lack of rain, there had been a measurable reduction in particulate matter because of Tuesday’s experiment, “indicating that even under limited moisture conditions, cloud seeding can contribute to improved air quality”.

    However, the institute’s director Manindra Agarwal told BBC Hindi that this can’t be a long-term fix for Delhi’s perennial pollution problem.

    “One measure of success is if it rains, which certainly did not happen,” said Mr Agarwal. “The moisture content in the clouds yesterday [Tuesday] was very low. We will continue our efforts in the near future.”

    The trial is likely to be repeated in the coming weeks after the moisture levels in the clouds increases again, Delhi’s Environment Minister Manjinder Sirsa told reporters.

    Delhi’s first cloud-seeding experiment was carried out in 1957, followed by another attempt in 1972, according to the Indian Institute of Tropical Meteorology.

    While those experiments were aimed at drought management, this was the first indigenous effort at cloud seeding to control pollution, said Mr Agarwal.

    The city had considered cloud seeding in 2023 as well, but the plan did not materialise due to pending court approvals.

    Back then, scientists had also highlighted how it was an expensive strategy with low success rates.

    Cloud seeding speeds up the condensation of moisture in clouds to create rain. The salt granules act as ice-nucleating particles, which enable ice crystals to form in the clouds. The moisture in the clouds then latches on to these ice crystals and condenses into rain.

    But the process doesn’t always work and is dependent on the right amount of moisture and humidity in the clouds to allow for ice nuclei to form.

    There is not enough empirical evidence on how much the AQI can come down by cloud seeding, climate change and sustainability expert Abinash Mohanty told the BBC in 2023.

    “We also don’t know what its [cloud seeding] effects are because in the end you’re trying to alter natural processes and that’s bound to have limitations.”

    Globally cloud seeding exercises have yielded mixed results.

    China has boasted about its success to manage rains before hosting the Olympics, with Beijing using rockets, cannons and drones to do cloud seeding.

    However, in the United Arab Emirates, questions over the technique were raised, following floods in Dubai last year.

  • In meno di 80 anni sono state prodotte quasi 10 miliardi di tonnellate di plastica. E ce le mangiamo

    Secondo quanto scrive l’espetto Franco Berrino, dagli anni ’50 a oggi sono state prodotte quasi 10 miliardi di tonnellate di plastica, la produzione è stata pari a 367 milioni nel 2023 ed è prevista triplicare entro il 2050. Consumiamo, solo per fare un esempio, 43 miliardi di bottigliette di plastica al mese, di questi 10 miliardi di tonnellate 3 miliardi sono tuttora in uso, mentre 0,7 sono state bruciate e 5 gettate come rifiuto (inquinante).

    La presenza di plastica nella vita quotidiana dei nostri tempi è talmente pervasiva che qualcuno ha coniato addirittura il termine Plasticene proprio per indicare come gli ultimi 70 anni (quasi 80 ormai) siano caratterizzati dalla presenza di strati crescenti di plastica nei sedimenti e nel suo impatto negativo sugli ecosistemi, sulla fauna marina e, potenzialmente, sulla salute umana.

    La maggior parte della plastica gettata finisce in mare, dove si spezzetta in frammenti piccolissimi, microplastiche e addirittura nanoplastiche (meno di un millesimo di millimetro di grandezza) e da lì finisce facilmente nel corpo umano, passando prima per i pesci (negli Usa è stata trovata plastica in 180 pesci su un campione di pesca di 182 unità) ma anche per animali di terra. Microplastiche sono state trovare in vari organi del corpo umano: apparato circolatorio, fegato, polmoni, testicoli, reni, cervello (uno studio ha rilevato in 12 persone affette da demenza una concentrazione di plastiche tripla rispetto a quella riscontrata in persone normali), nel latte del seno materno.

    I recipienti di plastica libera utilizzati per riscaldare cibi in forni a microonde sono un altro straordinario canale di assunzione di plastiche nell’organismo umano.

    Problemi cardiovascolari, ictus, infarti, colite ulcerosa e anche infertilità maschile appaiono alcuni dei danni che la presenza di plastiche nel corpo umano può provocare, anche se Berrino avverte che gli studi su queste problematiche devono essere ulteriormente affinati. Per tutelarsi, lo studio consiglia di usare filtri di ceramica per l’acqua potabie, di evitare il consumo d alimenti pronti confezionati e di lavare bene i filetti di pesce e di carne.

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