Inquinamento

  • La strategia dell’UE per ridurre i rifiuti di plastica

    Ogni anno gli europei generano 26 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, ma meno del 30% viene raccolto per essere riciclato. Una parte viene esportata per essere smaltita da paesi terzi mentre il resto va in discarica, viene incenerito oppure, nel peggiore dei casi, non viene raccolto e finisce per disperdersi nell’ambiente, inquinando soprattutto foreste, spiagge, fiumi e mari.

    Nel tentativo di contrastare l’inquinamento da plastica, la Commissione europea ha adottato una strategia approvata dal Parlamento europeo nel settembre 2018.

    Uno degli obiettivi della strategia per contrastare i rifiuti di plastica è quello di rendere tutti gli imballaggi di plastica riutilizzabili o riciclabili entro il 2030. Gli eurodeputati hanno approvato una risoluzione non vincolante che impone un livello minimo di contenuto di plastica riciclata per alcuni prodotti di plastica e al contempo stabilisce degli standard qualitativi per la plastica riciclata.

    Le microplastiche sono particelle molto piccole di materiale plastico che misurano generalmente meno di 5 millimetri. Sono crescenti le quantità di microplastiche ritrovate in mare, nel cibo e nelle bevande.

    Gli europarlamentari hanno richiesto che l’utilizzo di microplastiche appositamente aggiunte (ad esempio nei cosmetici e nei prodotti per la cura personale e per la pulizia) venga vietato entro il 2020. Hanno proposto inoltre delle norme più severe per ridurre significativamente il rilascio involontario di microplastiche da prodotti quali i tessuti sintetici, gli pneumatici, le vernici e i mozziconi di sigaretta.

    La strategia adottata dall’UE comprende anche le plastiche monouso. A dicembre 2018 i legislatori europei, Parlamento e Consiglio, hanno approvato il divieto dell’uso di alcuni prodotti in plastica monouso, come posate, piatti e bastoncini per palloncini, e l’obbligo per i produttori degli imballaggi di plastica di contribuire ai costi di raccolta dei rifiuti per tali prodotti.

    Le norme relative alla riduzione dei sacchetti di plastica più comuni e più inquinanti erano state approvate dal Parlamento nel 2015.

  • Il Giappone scaricherà le acque di Fukushima nel Pacifico, Cina e Corea del Sud irritate

    Il governo del Giappone ha annunciato che scaricherà nell’Oceano Pacifico 1 milione di tonnellate di acqua radioattiva, trattata e accumulata nella centrale nucleare di Fukushima, gravemente danneggiata dopo il terremoto del marzo 2011. Una decisione che ha subito scatenato un’ondata di critiche, timori e accuse da parte dei Paesi vicini, in particolare quanti si affacciano sulla stessa porzione di oceano, ovvero Cina e Sud Corea, nonché dall’Unione europea che ha chiesto garanzie in merito.

    Anche se l’operazione non dovrebbe cominciare prima di 2 anni e durare decenni, non è la prima volta che le autorità di Tokyo devono fare i conti con posizioni critiche in merito allo scarico dell’ingente quantità di acqua contaminata, immagazzinata in più di 1.000 serbatoi del sito di Fukushima, la cui capacità di stoccaggio sarà raggiunta entro l’autunno 2022. Mesi fa il governo nipponico e l’operatore dell’impianto Tokyo Electric Power (Tepco) avevano già ventilato la soluzione del lento rilascio in acqua come l’opzione più probabile. Ad insorgere allora erano stati soprattutto organizzazioni ambientaliste, pescatori locali. Ora che il premier Yoshihide Suga ha comunicato la decisione finale, il dibattito si riapre. Un annuncio fatto in un contesto già complesso per il Paese del Sol Levante, tra ripresa della pandemia di Covid-19 e l’attesa apertura dei giochi olimpici Tokyo 2020, tra meno di 100 giorni. La prima reazione avversa è arrivata dalla Cina: “E’ irresponsabile al massimo e nuocerà gravemente alla salute e alla sicurezza pubblica nel mondo oltre che agli interessi vitali dei Paesi vicini”; per Pechino l’oceano “è una proprietà comune dell’umanità”, quindi il rilascio di acque contaminate “non è una questione interna giapponese”. Secondo la Cina, una decisione del genere non può quindi essere presa “senza l’autorizzazione o almeno la consultazione di tutti i Paesi interessati e dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea)”. Sulla stessa linea critica il governo della Corea del Sud, che ha espresso “forte rammarico” per tale decisione e la protesta del popolo sud-coreano. Le autorità di Seul intendono rivolgersi all’Aiea e alla comunità internazionale affinché esaminino le questioni di sicurezza relative allo scarico di acque contaminate nell’oceano.

    A Tokyo chiedono invece trasparenza e la verifica delle informazioni relative al trattamento complessivo delle acque radioattive di Fukushima. Intanto come primo gesto concreto di disapprovazione il ministero degli Esteri sud-coreano ha convocato l’ambasciatore giapponese a Seul, Koichi Aiboshi.  Anche da Bruxelles è arrivato un monito al governo giapponese, con la richiesta della Commissione europea di garanzie in merito al rispetto degli obblighi nazionali ed internazionali da parte di Tokyo in qualsiasi scarico attuerà.

  • L’Onu scopre che gli Stati non stanno tagliando le emissioni climalteranti

    I Paesi del mondo non fanno abbastanza per combattere il riscaldamento globale. Negli ultimi tempi hanno aumentato gli sforzi, ma questi non bastano ancora per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima. E la pandemia di Covid-19, che assorbe risorse gigantesche, non aiuta certo. L’ultimo rapporto dell’Unfccc (l’agenzia dell’Onu per la lotta alla crisi climatica), diffuso oggi, è scoraggiante. Settantacinque Paesi, che producono il 30% dei gas serra, hanno impegni per la riduzione che, nel 2030, porteranno a un taglio complessivo delle emissioni di appena l’1%, rispetto ai valori del 2010.

    Secondo il centro studi dell’Onu sul clima, l’IPCC, per raggiungere l’obiettivo ottimale dell’Accordo di Parigi (mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali), al 2030 bisognerebbe tagliare le emissioni globali del 45% (rispetto al 2010).  Il rapporto dell’Unfccc è ancora parziale: riguarda solo 75 dei 196 paesi che hanno firmato l’Accordo di Parigi. Mancano i due più grandi produttori, Stati Uniti e Cina, che non hanno ancora comunicato all’agenzia i loro impegni, aggiornati rispetto a quelli presi a Parigi nel 2015.  Ma anche se lo studio riguarda solo il 30% delle emissioni globali, il quadro è sconfortante. Se quasi un terzo dei produttori mondiali di gas serra ha in programma di tagliare le emissioni di appena l’1% in dieci anni (quando bisognerebbe dimezzarle), ecco che i target dell’Accordo di Parigi diventano una chimera. Fra i 75 Paesi presi in considerazione nella ricerca preliminare ci sono Giappone, Brasile e Australia: grandi produttori di gas serra, con programmi di riduzione decisamente modesti.

    “Questo rapporto mostra che i livelli attuali di ambizione climatica sono ben lontani dal metterci sulla strada per arrivare agli obiettivi dell’Accordo di Parigi – ha detto Patricia Espinosa, segretario esecutivo dell’Unfccc -. Mentre riconosciamo la svolta recente verso una più forte azione climatica nel mondo, le decisioni per accelerare ed ampliare ovunque l’azione devono essere prese ora”. Espinosa ha chiarito che il rapporto è “uno scatto, non un panorama completo” sugli NDC (Nationally Determined Contributions), mentre il Covid-19 pone sfide impegnative per molte nazioni nel completamento dei loro impegni per il 2020. Per Tasneem Essop, direttore esecutivo del Climate Action Network, “il rapporto mostra con i freddi numeri come i governi stiano fallendo nel fermare la crisi climatica”. Jenninfer Morgan di Greenpeace International commenta che “i Paesi devono lavorare insieme per anteporre la tutela di persone e Pianeta agli interessi dell’industria fossile”. Per Manuel Pulgar-Vidal del Wwf Internazionale “è ingiustificabile che i Paesi più ricchi al mondo, i quali rappresentano il 75% delle emissioni globali, non abbiano fatto la loro parte”.

  • Costruire un futuro resiliente ai cambiamenti climatici: la nuova strategia dell’UE di adattamento

    La Commissione europea ha adottato una nuova strategia dell’UE di adattamento ai cambiamenti climatici che definisce il cammino da percorrere per essere pronti ai loro effetti inevitabili. Se da un lato l’UE fa tutto il possibile per mitigare i cambiamenti climatici, dentro e fuori i propri confini, dall’altro dobbiamo anche prepararci per affrontarne le ineluttabili conseguenze. Da ondate di calore mortali e siccità devastanti, a foreste decimate e coste erose dall’innalzamento del livello dei mari, i cambiamenti climatici hanno già pesanti ripercussioni in Europa e nel mondo. Prendendo le mosse dalla strategia di adattamento ai cambiamenti climatici del 2013, l’obiettivo delle proposte odierne è spostare l’attenzione dalla comprensione del problema alla definizione di soluzioni e passare dalla pianificazione all’attuazione.

    Le perdite economiche dovute alla maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi sono in aumento e quelle conteggiate in UE superano già, da sole, una media di 12 miliardi di € l’anno. Stime prudenti mostrano che esporre l’economia odierna dell’UE a un riscaldamento globale di 3 °C rispetto ai livelli preindustriali comporterebbe una perdita annua di almeno 170 miliardi di €. I cambiamenti climatici non incidono solo sull’economia, ma anche sulla salute e sul benessere dei cittadini europei, che soffrono sempre più a causa delle ondate di calore: a livello mondiale, la catastrofe naturale più letale del 2019 è stata l’ondata di calore che ha colpito l’Europa provocando 2 500 vittime.

    L’azione in materia di adattamento ai cambiamenti climatici deve coinvolgere tutte le componenti della società e tutti i livelli di governance, all’interno e all’esterno dell’UE. Lavoreremo per costruire una società resiliente ai cambiamenti climatici migliorando la conoscenza dei loro effetti e delle soluzioni di adattamento; intensificando la pianificazione dell’adattamento e la valutazione del rischio climaticoaccelerando l’azione di adattamento e contribuendo a rafforzare la resilienza ai cambiamenti climatici a livello mondiale.

    Le azioni di adattamento devono basarsi su dati affidabili e strumenti di valutazione dei rischi a disposizione di tutti — dalle famiglie che acquistano, costruiscono e ristrutturano abitazioni alle imprese delle regioni costiere o agli agricoltori che pianificano le proprie colture. A tale scopo la strategia propone interventi che facciano avanzare le frontiere della conoscenza sull’adattamento così da consentire di migliorare la qualità e la quantità dei dati raccolti sui rischi e le perdite connessi al clima, e di metterli a disposizione di tutti. Climate-ADAPT, la piattaforma europea per le conoscenze sull’adattamento, sarà potenziata e ampliata e sarà affiancata da un osservatorio per la salute destinato a monitorare, analizzare e prevenire meglio gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute.

    Poiché i cambiamenti climatici hanno ripercussioni a tutti i livelli della società e in tutti i settori dell’economia, le azioni di adattamento devono essere sistemiche. La Commissione continuerà a integrare le considerazioni relative alla resilienza ai cambiamenti climatici in tutti i pertinenti settori d’intervento e sosterrà l’ulteriore sviluppo e attuazione di strategie e piani di adattamento, con tre priorità trasversali: integrare l’adattamento nella politica macrofinanziariasoluzioni per l’adattamento basate sulla natura e azioni di adattamento locale.

    Le politiche in materia di adattamento ai cambiamenti climatici devono andare di pari passo con la nostra leadership mondiale nella mitigazione dei cambiamenti climatici. L’accordo di Parigi ha stabilito un obiettivo globale in materia di adattamento e ha sottolineato che l’adattamento è un fattore chiave per lo sviluppo sostenibile. L’UE promuoverà approcci subnazionali, nazionali e regionali all’adattamento, con particolare attenzione all’adattamento in Africa e nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo. A livello internazionale aumenteremo il sostegno alla resilienza e alla preparazione ai cambiamenti climatici fornendo risorse, dando priorità all’azione e aumentando l’efficacia, aumentando i finanziamenti internazionali e rafforzando l’impegno e gli scambi globali in materia di adattamento. Collaboreremo inoltre con i partner internazionali per colmare il divario nei finanziamenti internazionali per il clima.

    Fonte: Commissione europea

  • La “transizione ideologica” verso la sharing economy

    Uno dei pilastri della ideologia ambientalista viene rappresentato sicuramente dalla sharing Economy opposta all’economia tradizionale perché quest’ultima si basa sull’acquisto del bene, quindi espressione del “becero ed anacronistico” consumismo a “forte impatto ambientale”.

    La condivisione, invece, tra più soggetti del medesimo bene, specialmente se nell’ambito della movimentazione urbana, diventa un vero e proprio Must per questa nuova ideologia sharing tanto da riconoscerle i connotati di economy. Se poi, a questa ora sharing economy si aggiunge anche l’alimentazione elettrica dei monopattini il quadro idilliaco ed astrale proposto dalle diverse forme di ideologia ambientalista prende forma.

    Lo stesso governo dimissionario Conte ha sostenuto fiscalmente (ovviamente a debito) l’acquisto di monopattini elettrici individuati come la via maestra per abbattere le emissioni di CO2 all’interno del perimetro urbano. Una scelta basata su paradigmi e luoghi comuni privi di ogni riscontro verificabile ma al tempo stesso espressione di una ideologia politica la cui sintesi trasforma questa nuova attenzione verso l’ambiente in una vera e propria ideologia svincolata spesso dal semplice riscontro relativo ai dati reali.

    Risultano, viceversa, fondamentali nella valutazione dell’impatto ambientale proprio la attendibilità delle fonti di quei dati come base giustificativa di un’ideologia, per non diventare invece l’anello debole di questo rinnovato integralismo ambientalista.

    Arcadis (*) è una società multinazionale di ingegneria quotata al NASDAQ e che si occupa anche di consulenza ambientale tanto da detenere la leadership mondiale. Attraverso una propria ricerca relativa all’impatto ambientale appunto dei monopattini elettrici in sharing ha potuto stabilire come l’emissione di CO2 per km dei monopattini sia pari a 105,5 grammi per km. Solo per fornire un confronto una Mercedes 350 de (elettrodiesel) ne emette 29gr/Co2 mentre una Golf 2000 turbo diesel 102gr/Co2. Una Toyota Yaris full hybrid 64gr/Co2 mentre una FcA Panda mild hybrid 89gr/Co2 (**). Una motocicletta al di sotto di 750 cc emette invece 204gr/Co2 i quali diventano 231gr/Co2 per le cilindrate superiori.

    Nella valutazione delle emissioni di Co2 viene tenuto in considerazione il processo produttivo, che per quanto riguarda i monopattini elettrici avviene nell’estremo Oriente, il quale non garantisce il rispetto di nessun parametro ambientale unito ovviamente alla valutazione della quota inquinante per permettere ai monopattini di arrivare sui mercati in relazione al ciclo di vita medio degli stessi monopattini che risulta essere di 18 mesi.

    Questa valutazione complessiva ed articolata ridicolizza le posizioni degli ultimi anni sostenute dalle diverse frange ambientaliste quanto dai sindaci delle diverse città italiane, espressione delle più diverse forze politiche.

    Contemporaneamente ripropone ancora una volta come all’interno di una rinnovata o corretta attenzione all’impatto ambientale la riduzione della filiera produttiva, da anni proposta da chi scrive come vera opzione strategico produttiva, rappresenta una scelta non solo vantaggiosa sotto il profilo economico ma valida sotto il profilo della compatibilità e della sostenibilità ambientale.

    Risulta evidente da questi dati come buona parte dell’ideologia ambientalista rappresenti il veicolo politico per contestare un sistema economico assolutamente perfettibile ma espressione imperfetta di una visione liberale e democratica opposta ad un integralismo socialista tipico degli ambienti ambientalisti.

    La complessiva digitalizzazione dell’economia e della conoscenza dovrebbe rappresentare un’occasione per tutti per abbandonare strategie basate sulla semplice ideologia politica e passare senza timore ad ideologie politiche ed ambientaliste basate sulla conoscenza, ora disponibile liberamente. Invece si continua con i soliti luoghi comuni legati a schieramenti politici più che alla valutazione oggettiva delle varie opzioni anche in ambito di sostenibilità nella complessa ed articolata questione ambientalista.

    Non possedere una conoscenza approfondita all’interno di un determinato settore non è grave in quanto facilmente colmabile attraverso la volontà di accedere ad una aggiornamento come ad un approfondimento, ignorare o peggio ancora negare la realtà con i suoi dati per pura scelta ideologica rappresenta la peggiore forma di stupidità.

    (*) www.arcadis.com

    (**) valori di CO2 che vanno divisi ovviamente per il numero di passeggeri presenti in auto

  • Il patto europeo per il clima: coinvolgere i cittadini per creare un’Europa più verde

    La Commissione europea ha varato il patto europeo per il clima, un’iniziativa a livello dell’UE che invita persone, comunità e organizzazioni a partecipare all’azione per il clima e a costruire un’Europa più verde. Nell’ambito del Green Deal europeo, il patto per il clima offre uno spazio dove tutti possono condividere informazioni, esprimersi e agire per far fronte alla crisi climatica, entrando così a far parte di un movimento europeo per il clima in continua crescita.

    Un anno fa la Commissione ha inaugurato il Green Deal europeo, un piano per trasformare l’UE in una società equa, sana, sostenibile e prospera, e per risanare il modo in cui interagiamo con la natura. La Commissione sta predisponendo la politica e la legislazione necessarie per dar vita a cambiamenti sistemici, ma le soluzioni delineate nel Green Deal possono avere successo solo con il coinvolgimento e il contributo attivo di tutti noi.

    Il patto europeo per il clima offre alle persone di ogni estrazione sociale uno spazio per comunicare e per sviluppare e attuare collettivamente soluzioni per il clima, grandi e piccole. Condividendo idee e traendo ispirazione gli uni dagli altri possiamo moltiplicare il nostro impatto collettivo. Il patto è un’iniziativa aperta, inclusiva e in evoluzione incentrata sull’azione per il clima: invita le regioni, le comunità locali, l’industria, le scuole e la società civile a condividere informazioni sui cambiamenti climatici, sul degrado ambientale e sul modo in cui ciascuno affronta queste minacce esistenziali. Tramite una piattaforma online e tramite il dialogo e gli scambi tra i cittadini, il patto promuoverà il collegamento tra la transizione digitale e quella verde.

    Oggi la Commissione lancia un invito rivolto a ogni persona e organizzazione affinché diventino ambasciatori del patto per il clima, dando così l’esempio e coinvolgendo le proprie comunità nell’azione per il clima.

    Il patto vuole contribuire a diffondere informazioni scientificamente fondate sull’azione per il clima e fornire consigli pratici per le nostre scelte quotidiane. Appoggerà inoltre le iniziative locali e incoraggerà l’assunzione di impegni individuali e collettivi nell’ambito dell’azione per il clima, contribuendo a incentivare sostegno e partecipazione.

    Nella sua fase iniziale, il patto darà priorità alle azioni incentrate su quattro ambiti che comportano vantaggi immediati non solo per il clima e l’ambiente, ma anche per la salute e il benessere dei cittadini: spazi verdi, mobilità verde, edifici efficienti e competenze verdi. Il patto ha un mandato aperto e la sua portata evolverà a seconda delle idee e dei contributi delle persone e delle organizzazioni partecipanti. Un evento annuale sul patto per il clima riunirà tutti i partecipanti per condividere esperienze e conoscenze.

    Il 16 dicembre, dalle 9:00 alle 11:00 CET, si terrà online l’evento per il lancio del patto europeo per il clima, con il vicepresidente esecutivo Frans Timmermans. L’evento prevede la presentazione del ruolo dei primi ambasciatori del patto europeo per il clima, un’introduzione ai prossimi impegni legati al patto e una discussione, animata da ospiti speciali, sulle azioni che tutti noi possiamo adottare per combattere i cambiamenti climatici.

    In linea con la ricchezza e diversità dell’azione per il clima in Europa, la Commissione invita i cittadini, le imprese e le organizzazioni della società civile a organizzare altri eventi dedicati al patto per il clima. Gli eventi consentiranno la discussione in varie lingue, coinvolgendo così le comunità locali, e si concentreranno su temi specifici o sottolineeranno il ruolo che particolari gruppi o settori ricoprono nell’ambito del patto per il clima.

    La Commissione europea ha annunciato per la prima volta il patto europeo per il clima all’interno degli orientamenti politici della presidente von der Leyen, pubblicati nel luglio 2019. Nel dicembre 2019 la comunicazione sul Green Deal europeo ha ulteriormente approfondito gli obiettivi del patto per il clima. Tra marzo e giugno 2020 si è svolta una consultazione pubblica aperta i cui risultati hanno contribuito all’elaborazione della comunicazione pubblicata oggi.

  • La difesa degli habitat naturali è anche difesa contro nuovi virus e patologie

    Qualche giorno fa alcuni bambini e ragazzi portoghesi si sono appellati alla Corte Europea denunciando 33 Stati che non hanno ancora applicato l’accordo di Parigi mentre in tutto il mondo gli effetti della crisi ambientale e climatica si fanno sempre più evidenti e preoccupanti. Anche la segretaria esecutiva di Ipbes (il panel intergovernativo creato nel 2012 sotto l’egida dell’ONU per incentivare la politica ad agire con migliori conoscenze scientifiche), in una intervista al Corriere della Sera, ha rilanciato l’allarme estinzione per decine di migliaia di specie vegetali ed animali, con le ovvie conseguenze anche per la vita umana.

    La difesa degli habitat naturali è anche difesa contro nuovi virus e patologie, il rispetto dell’ambiente, l’agricoltura e l’allevamento sostenibili, la preservazione del territorio e la bonifica di tanti siti messi in pericolo sia dall’incuria che da edificazioni illegali o sbagliate sono alcuni dei tanti temi che la politica dovrebbe affrontare e invece ignora di fatto, basta pensare al continuo consumo di suolo, all’allargamento smisurato delle città mentre, proprio ora, il covid ci insegna che più vi è urbanizzazione  più il rischio aumenta. I dati forniti da Ipbes parlano di un’enorme quantità di virus sconosciuti, più di 540.000 virus sconosciuti in natura potrebbero infettare le persone e portare a nuove pandemie. Anne Larigauderie ricorda che i microbi in natura vivono in equilibrio con i loro ospiti animali e si propagano negli umani solo quando il loro habitat è disturbato tramutandosi in virus.

    Le ragioni commerciali fino ad oggi hanno sempre prevalso ed impedito che la politica, sempre miope e in ritardo, avesse la forza, meglio ancora la volontà, di intervenire. Così in un mondo globalizzato, dove continuano a circolare sempre di più umani ed animali, anche i virus girano. Come abbiamo più volte ricordato con il Patto Sociale la necessità di salvaguardare l’ecosistema è una necessità globale perché la distruzione delle foreste amazzoniche, o brasiliane, per incrementare l’allevamento e l’agricoltura o la deforestazione in Romania, per fornire legname per i componenti d’arredo della grande distribuzione, sono altrettanto pericolosi per ogni luogo del mondo. Quello che avviene a decine di migliaia di km di distanza in breve influirà anche sulla nostra vita, modificando i venti e le piogge, causando quelle catastrofi naturali che tanto naturali non sono perché, a monte, c’è stata l’incosciente mano di uomini che hanno preferito un profitto immediato alla conservazione della vita di tutti. Queste sono responsabilità che ogni governo, in ogni parte del mondo, si deve assumere rendendosi finalmente conto che sia il sistema capitalista autoreferenziale che quello comunista hanno fallito.

  • Rifiuti radioattivi: l’Europa richiama l’Italia

    La Commissione europea ad ottobre ha inviato all’Italia una lettera di costituzione in mora per non aver adottato un programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi conforme ai requisiti della direttiva europea sul combustibile nucleare esaurito e sui rifiuti radioattivi (direttiva del Consiglio (Direttiva 2011/70). Obiettivo della direttiva era quello di proteggere i lavoratori e la popolazione dai pericoli derivanti dalle radiazioni ionizzanti.

    Dopo un primo momento di perplessità dovuto al fatto che l’Italia ha abbandonato il nucleare con un referendum nel 1987, la Commissione spiega che i rifiuti radioattivi non derivano soltanto dalla produzione di energia elettrica in centrali nucleari, ma anche dall’uso di materiali radioattivi in altri settori, come in quello sanitario, industriale, agricolo e della ricerca. Tutti gli Stati membri producono quindi rifiuti radioattivi.

    Adesso l’Italia avrà due mesi di tempo per rispondere alla messa in mora della Commissione. Senza una risposta soddisfacente la Commissione può decidere l’invio di un parere motivato e, in un terzo momento, un ricorso alla Corte europea di Giustizia.

  • Ogni anno milioni di uccelli muoiono ogni anno per avvelenamento da piombo

    L’inquinamento da piombo legato alla caccia è un problema serio e poco conosciuto, che minaccia silenziosamente e gravemente la biodiversità e la nostra salute. Ogni anno le munizioni disperdono nell’ambiente miliardi di pallini di piombo che causano la morte indiretta di milioni di uccelli in tutto il mondo (un milione solo nelle zone umide Europee), inquinando gli ecosistemi e minacciando la salute umana.
    Il WWF lancia l’allarme nel suo report “Cartucce avvelenate” nel quale si ribadisce come il piombo sia un metallo altamente tossico, tanto da essere stato bandito da tutti i prodotti di consumo come benzina, vernici, tubature. Eppure ancora oggi tra le 1.400 e le 7.800 tonnellate di piombo vengono rilasciate ogni anno solo nelle Zone Umide d’Europa. In Europa è stato calcolato anche il danno economico provocato da questa forma di inquinamento dell’ambiente naturale: 105 milioni di euro l’anno per la mortalità indiretta provocata dalla caccia sulla fauna europea. Bastano infatti 2-3 pallini ingeriti per uccidere un uccello di media taglia. Il piombo causa anche intossicazioni di tipo cronico, con pericolose disfunzioni del sistema immunitario e riproduttivo.
    Il piombo uccide o avvelena non solo animali e altri organismi, ma ha il potere di bioaccumularsi, di entrare nelle catene alimentari e nel ciclo dell’acqua. I danni sono spesso irreversibili: si accumula negli organi (cervello, fegato, reni) e può persistere fino oltre 30 anni, ha degli effetti irreversibili sul cervello e può passare dalla madre al feto. I bambini sono i soggetti più vulnerabili: su di loro il piombo provoca danni irreparabili al sistema nervoso e in particolare al cervello, con conseguente perdita di udito e riduzione del deficit di apprendimento e del quoziente d’intelligenza (IQ). Il piombo che contamina le falde acquifere entra nella catena alimentare, così come la carne di animali contaminati da piombo (perchè contenenti pallini, frammenti di munizioni o perché si sono cibati di alimenti contaminati): dalla cartuccia al piatto il passo è breve! Questa drammatica catena del veleno potrebbe essere spezzata se solo venissero sostituite le munizioni in piombo con altri materiali o leghe incapaci di permeare i cicli vitali, già ampiamente disponibili sul mercato.

    L’Italia ha ratificato nel 2006 un Accordo internazionale (Agreement on the Conservation of African-Eurasian Migratory Waterbirds – AEWA) nel quale si prevedeva che le parti contraenti sopprimessero l’uso del piombo per la caccia nelle zone umide entro il 2000. Nel 2014 la Convenzione di Bonn aveva deciso di bandire il piombo dalle munizioni per scopi venatori. Anche la comunità scientifica si è schierata in occasione della COP11: un ampio panel di ricercatori raccomandava di eliminare gradualmente da tutti gli habitat l’uso di munizioni di piombo t con alternative non tossiche entro il 2017.

    Il WWF Italia chiede all’Italia di andare oltre e vietare l’utilizzo e il possesso delle munizioni da caccia contenenti piombo in tutte le aree dove si svolge l’attività venatoria, in tutte le forme, a partire dalla stagione venatoria  2021/22.

  • La Regione Lombardia Euro 4

    L’esercizio del potere politico deve partire dal presupposto di possedere un equilibrio ed una conoscenza complessiva fuori dal comune. Una sintesi che vale per tutte le materie più importanti, dall’economia alla politica ma anche ovviamente alle problematiche ambientali e alle sue ricadute. Conoscenze e professionalità che assumono ovviamente valori e priorità differenti a seconda del contesto storico.

    La Regione Lombardia in questo senso dimostra di aver perso completamente il senso delle proporzioni oltre che della conoscenza delle varie cause dell’inquinamento atmosferico bypassando, e peggio, sottovalutando clamorosamente il difficile momento economico attuale.

    Da gennaio 2021, quando l’intero Paese sarà ancora in uno stato di emergenza richiesto dal governo Conte, le auto prodotte dal 2006, tutte euro 4, saranno soggette a delle limitazione di circolazione senza precedenti. Anche una mente normodotata sarebbe in grado di comprendere che l’eccezionalità del momento storico e della più grave recessione economica dal dopoguerra ad oggi dovrebbe invitare ad una sospensione temporale (sine die) di qualsiasi norma che tenda a limitare la movimentazione professionale e personale: entrambe infatti rappresentano concettualmente ed oggettivamente una delle tante forme di produzione di valore aggiunto e reddito.

    Va ricordato ai ricchi dirigenti ed esponenti politici della Regione Lombardia, ma anche dell’Emilia Romagna, come le vetture Euro 4, ancora oggi, per le fasce di reddito più basso rappresentano l’unico strumento di lavoro e vettore per gli spostamenti familiari e personali. La Lombardia, seguendo la più cieca, bieca e stupida ideologia “pseudo ambientalista” penalizza ancora una volta il ceto meno abbiente che guida un’auto con oltre tredici anni di vita.

    In altre parole, a venire ancora indicato come untore responsabile dell’inquinamento globale viene indicato in modo infantile e grottesco chi non possiede le risorse economiche necessarie per cambiare la propria vecchia automobile, disponibilità che risulta ovviamente ancora inferiore all’interno della più profonda recessione economica a causa del covid 19.

    La Regione Lombardia inoltre a tali “inquinatori seriali” indica addirittura quanti chilometri si possano percorrere nell’arco temporale di un anno dopo avere obbligato i “poveri sudditi non abbienti” ad inserire una scatola nera nella propria auto collegata ad un sistema di controllo in remoto.

    La discriminazione per reddito che si manifesta nel rigido controllo nella possibilità di movimento e quindi anche della produzione di reddito trova una nuova Abbietta,Vergognosa, Miserabile pagina del libro scritto dalla classe politica e dirigente della Lombardia.

    Il ceto politico e dirigente della Regione Lombardia, convinto di compiere un passo in avanti verso una innovazione nei movimenti, si dimostra sempre più simile alla peggiore nomenclatura di stampo socialista e massimalista la quale scarica sulle classi meno abbienti i costi di un fenomeno complesso ed articolato.

    Mentre il governo italiano, unico in Europa, chiede di prorogare lo stato di emergenza al 31 gennaio 2021 invece di sospendere per rivalutare il contesto storico tutte le normative che in questo contesto penalizzano le fasce di reddito meno abbienti, la Regione Lombardia segue il modello del governo Prodi. Questo infatti nel 2008 penalizzò fiscalmente le auto più vecchie in preda ad un vulnus ambientalista senza pari.

    Ora la Regione Lombardia, coadiuvata anche dall’ottimo sindaco di Milano Sala, uno degli artefici della mobilità urbana attraverso l’introduzione del monopattino elettrico (https://www.ilpattosociale.it/attualita/milano-e-litalia-ripartirebbero-in-monopattino/), dopo 19 anni dimostra di avere la medesima competenza e visione strategica di Prodi.

    Nulla di cui vantarsi…anzi.

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