Kosovo

  • A ciascuno quello che si merita

    La giustizia non è mossa dalla fretta… e quella di Dio ha secoli a disposizione.

    Umberto Eco

    Il 20 novembre 1945 nella città di Norimberga, nota per le celebrazioni organizzate dal Partito del Reich di Hiltler, una delle città simbolo del regime nazista, ebbero inizio i processi giudiziari contro i crimini di guerra. I processi durarono per circa un anno e sono stati svolti presso la Corte Militare Internazionale. La decisione per la costituzione di quella Corte, che doveva giudicare i crimini di guerra dei nazisti, era stata presa già prima della fine della seconda guerra mondiale dalle tre potenze vincitrici: Stati Uniti d’America, Unione Sovietica e Regno Unito. Nel primo processo di Norimberga venivano giustiziati i più stretti collaboratori di Hiltler, tutti giudicati colpevoli e condannati a morte per impiccagione. La stessa Corte dichiarò criminale anche la famigerata Organizzazione delle SS (le Schutzstaffel – squadre di protezione; n.d.a.). Secondo i giudici, le SS sono state colpevoli di “…persecuzione e lo sterminio degli ebrei, brutalità ed esecuzioni nei campi di concentramento, eccessi nell’amministrazione dei territori occupati, l’amministrazione del programma di lavoro schiavistico e il maltrattamento e assassinio di prigionieri di guerra”.. Un altro processo di Norimberga, chiamato anche il “processo ai dottori”, giudicava le responsabilità dei rappresentanti di rango inferiore nella gerarchia nazista. Quanto ebbe inizio 75 anni fa a Norimberga e le seguenti decisioni della Corte Militare Internazionale rappresentano una significativa e valida esperienza e non soltanto giuridica.

    Purtroppo con la fine della seconda guerra mondiale e dopo le decisioni prese dal Processo di Norimberga non ebbero fine i crimini di guerra commessi in diversi paesi del mondo. E neanche in Europa. Compresi quelli nell’ex Jugoslavia, durante l’inarrestabile processo di disgregazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Sono note e testimoniate ormai le crudeltà fatte dalle forze armate, militari e paramilitari della Serbia e subite dalle diverse popolazioni dell’ex Jugoslavia. Crimini che ormai sono stati giudicati e condannati dal Tribunale Penale internazionale per l’ex Jugoslavia, un’istituzione giuridica delle Nazioni Unite con un mandato provvisorio. È stato costituito nel maggio del 1993, in base alla Risoluzione 827 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di giudicare e decidere sui crimini di guerra commessi dalle strutture militari e paramilitari dell’ex Jugoslavia dal 1991 in poi. Quel Tribunale ha avuto l’obbligo istituzionale di trattare i crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio ecc., durante i conflitti armati in Croazia (1991-1995), in Bosnia-Erzegovina (1992-1995) in Kosovo (1998-1999) ed in Macedonia (2001). Quel Tribunale ha concluso definitivamente la sua attività, come previsto, il 31 dicembre 2017.

    Tornando ai giorni nostri, il 5 novembre scorso il Tribunale speciale del Kosovo ha ordinato l’arresto del presidente della Repubblica kosovara. Negli stessi giorni sono stati arrestati, sempre con ordine del Tribunale speciale del Kosovo, anche tre altri alti rappresentanti politici di primo piano. La scorsa settimana il nostro lettore ha avuto modo di informarsi su quanto sta attualmente accadendo in Kosovo (Che siano semplicemente delle fortuite coincidenze! 16 novembre 2020). Subito dopo essere stata resa nota la decisione del Tribunale, il presidente della Repubblica del Kosovo ha rassegnato le sue dimissioni. Attualmente gli arrestati si trovano nella sede del Tribunale speciale all’Aia (Olanda). Dal 9 novembre scorso sono iniziati i processi giudiziari contro gli arrestati. Bisogna sottolineare che nonostante il Tribunale speciale abbia sede all’Aia, si tratta sempre di un Tribunale del Kosovo, costituito nell’agosto del 2015, dopo l’approvazione del Parlamento in Kosovo. L’obiettivo del Tribunale è quello di indagare e deliberare sui crimini di guerra commessi dai dirigenti dell’Esercito di Liberazione Nazionale e/o da altri, contro le “minoranze etniche e oppositori politici” residenti in Kosovo, durante la guerra tra la Serbia ed il Kosovo (1998-1999) e negli anni a seguire. Il Tribunale speciale si compone di quattro Camere specialistiche e dell’Ufficio dei procuratori specializzati. La costituzione di quel Tribunale è stata chiesta dopo la pubblicazione di un Rapporto del Consiglio d’Europa, redatto da un senatore svizzero. In quel documento ufficiale si rapportava di crimini di guerra commessi da dirigenti e membri del Esercito di Liberazione del Kosovo, durante e subito dopo il conflitto armato del 1998-1999 tra la Serbia ed il Kosovo. In seguito, tra i rappresentanti delle istituzioni del Kosovo e dell’Unione europea, si sono negoziate e concordate le modalità del funzionamento del Tribunale speciale, dei suoi obiettivi e delle procedure da svolgere. Bisogna sottolineare però che non tutti i partiti in Kosovo hanno votato per la costituzione del Tribunale speciale. Le ragioni principali erano legate al fatto che un simile Tribunale non doveva giudicare soltanto i crimini, fatti dagli albanesi nel territorio del Kosovo durante la guerra e negli anni successivi, ma anche quelli fatti, sempre in Kosovo e sempre nello stesso periodo, dai serbi (militari e/o cittadini). In più, secondo quelli che hanno votato contro, il Tribunale, che non aveva nessun giudice dal Kosovo, doveva avere la sua sede in Kosovo e non all’Aia, perché così si minimizzava l’autorità dello del Kosovo. Quelli che hanno votato contro hanno ribadito comunque che rispettavano la professionalità e la serietà dei giudici e dei procuratori del Tribunale speciale. Da anni però in Kosovo una parte consistente dell’opinione pubblica, degli analisti e degli opinionisti ha espresso delle perplessità sulle decisioni che prenderà il Tribunale speciale. Non tanto per la professionalità, quanto, secondo loro, perché si potrebbero confondere le colpe individuali di singoli dirigenti kosovari, con la bontà e la giustezza della guerra di liberazione del Kosovo dalla Serbia. Una Guerra quella fortemente sostenuta, sia diplomaticamente che militarmente, dalle grandi potenze internazionali. Ma temendo anche dei “parallelismi” tra i crimini di guerra, ormai documentati e condannati, fatti dalla Serbia, con dei crimini di alcuni dirigenti che devono rispondere individualmente, nel caso le accuse fatte dall’Ufficio dei procuratori specializzati risultino fondate. A proposito, un’altra fossa comune è stata scoperta il 16 novembre scorso in una miniera nel sud della Serbia, dopo mesi di scavi, con dei cadaveri che secondo gli specialisti, con molta probabilità, potrebbero essere degli albanesi del Kosovo uccisi durante la guerra.

    Quanto sta accadendo in Kosovo ha suscitato reazioni anche in Albania. Subito è stata attivata la propaganda governativa per accusare il capo dell’opposizione, il quale, durante la guerra del Kosovo, era stato assunto come traduttore dall’UNMIK (la Missione dell’Amministrazione ad interim delle Nazioni Unite in Kosovo; n.d.a.). Il primo ministro albanese ha messo in atto la sua ennesima “buffonata” propagandistica, basandosi su delle accuse “prefabbricate ad arte”, con la speranza di spostare, anche per poco tempo, l’attenzione dai suoi innumerevoli scandali.

    Chi scrive queste righe pensa che il capo dell’opposizione albanese ne ha delle colpe, ma che riguardano il modo in cui ha fatto “opposizione” a questo primo ministro. Ne ha colpe anche, e soprattutto, per aver compromesso e sgretolato sistematicamente lo spirito di rivolta e di protesta dei cittadini albanesi, dopo le tante “forti” promesse fatte da lui pubblicamente e mai mantenute. Chi scrive queste righe pensa che, sia nel caso dei dirigenti del Kosovo, ormai arrestati e sotto processo, che nel caso del capo dell’opposizione albanese, è la giustizia che si deve esprimersi.  Egli è convinto però che il tempo è galantuomo e che, prima o poi, a ciascuno sarà dato quel che si merita. Che il processo di Norimberga sia un esempio! La giustizia non è mossa dalla fretta. E quella di Dio ha secoli a disposizione.

  • Che siano semplicemente delle fortuite coincidenze!

    Io credo che le sole cose sicure in questo mondo siano le coincidenze.

    Leonardo Sciascia

    Da molto tempo i rapporti tra la Serbia ed il Kosovo sono stati e rimangono tesi. I primi conflitti sono cominciati già dal 19o secolo, per poi continuare all’inizio del secolo passato, soprattutto durante la prima guerra balcanica (1912-1913). I conflitti non si sono placati neanche dopo la seconda guerra mondiale, nonostante fossero sporadici e localizzati. Gli scontri tra i serbi e gli albanesi del Kosovo si sono riattivati soprattutto dopo la morte di Tito nel 1980, continuando per tutto il decennio per poi accentuarsi dopo che la Repubblica Federale di Jugoslavia (costituita nel 1992 e che, in quel periodo, comprendeva la Serbia, il Kosovo ed il Montenegro; n.d.a.) cominciò a disgregarsi all’inizio degli anni ’90. In seguito tra i due Paesi c’è stata anche una guerra che ebbe inizio a febbraio del 1998. Il 5 marzo 1998 a Prekaz, un villaggio in Kosovo, c’è stato un massacro. Numerosi soldati serbi attaccarono alcune abitazioni dove vivevano famigliari e parenti di uno dei più noti comandanti dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, che era stato costituito alcuni anni prima per far fronte alle crescenti frustrazioni della popolazione albanese da parte dei militari serbi. In quel massacro sono stati uccisi 60 albanesi, di cui diciotto donne e dieci minorenni. Quanto accadde quel 5 marzo ha attirato subito l’attenzione pubblica internazionale. Immediata ed unanime è stata la condanna da parte delle cancellerie europee e di quella statunitense. L’allora segretaria di Stato dichiarò che ” Questa crisi non è un affare interno della Repubblica Federale di Jugoslavia”. In seguito ci furono diverse decisioni prese dalle istituzioni internazionali. Proprio il 23 settembre 1998, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una Risoluzione, la 1199, con la quale si esprimeva una “grave preoccupazione” per quello che stava accadendo in Kosovo. Perché allora da credibili fonti dell’ONU risultava che oltre 230.000 persone, albanesi del Kosovo, erano state sfollate dalle loro case a causa di “eccessi ed uso indiscriminato della forza da parte delle forze di sicurezza serbe e dell’esercito jugoslavo”. Un altro barbaro massacro è stato attuato il 15 gennaio 1999 a Račak, un villaggio in Kosovo. I militari serbi hanno prima radunato e poi ucciso 45 contadini albanesi. I corpi, seppelliti in una fossa comune, sono stati scoperti in seguito dagli osservatori internazionali dell’OSCE, mentre i serbi hanno sempre negato il massacro. Quel massacro però ha rappresentato une delle principali accuse per i crimini di guerra con le quali sono stati accusati e poi condannati Slobodan Milošević, presidente dell’allora Repubblica Federale di Jugoslavia ed altri alti funzionari serbi dal Tribunale penale Internazionale per l’ex Jugoslavia. La guerra tra la Serbia ed il Kosovo si concluse l’11 giugno 1999, dopo l’intervento militare della NATO. Determinanti sono stati i bombardamenti aerei su Belgrado ed altri siti della Serbia.

    Valutando la gravità di un probabile conflitto armato tra la Serbia ed il Kosovo, già prima della guerra, le cancellerie occidentali hanno cercato di negoziare degli accordi per garantire la pace tra i due Paesi. Il 18 marzo 1999 è stato firmato in Francia l’Accordo di Rambouillet soltanto dai rappresentanti del Kosovo, degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito. Accordo che però non è stato firmato dai rappresentanti della Serbia e della Russia. Dopo la fine della guerra in Kosovo sono stati sempre presenti ed attivi i rappresentanti  internazionali e truppe di pace del KFOR (KFOR – Kosovo Force è stata la Forza militare internazionale, costituita in base alla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, guidata dalla NATO ed entrata nel territorio del Kosovo il 12 giugno 1999; n.d.a.). Alcuni anni dopo il Kosovo, con il pieno sostegno di tutti i Paesi membri del G7, ha proclamato la sua indipendenza dalla Serbia il 17 febbraio 2008. In seguito più di cento altri Paesi di tutto il mondo hanno riconosciuto il Kosovo come Paese indipendente. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore in passato dei rapporti tra i due Paesi. Compreso anche l’ultimo articolo di circa due mesi fa (Chi approfitta e chi perde cosa da un accordo?14 settembre 2020).

    Ventuno anni dopo la fine della guerra tra la Serbia ed il Kosovo, il 12 novembre scorso, si è svolto a Belgrado un incontro tra il presidente della Repubblica serba e i cinque ambasciatori dei Paesi più industrializzati del mondo, accreditati in Serbia. Subito dopo l’incontro il presidente serbo ha fatto alcune dichiarazioni che hanno immediatamente suscitato delle dure reazioni, non solo in Kosovo, ma anche delle istituzioni internazionali. Secondo il presidente serbo “… Tanti pensano che ci troviamo in un’ottima posizione per quanto riguarda il Kosovo, per causa della situazione interna lì […] Ma il conflitto a Nagorno-Karabakh ha dimostrato che un conflitto congelato potrebbe trasformarsi in una vera e propria catastrofe”. In seguito, per essere “diplomaticamente corretto” il presidente serbo ha anche detto che “…La soluzione migliore che si possa ottenere è [quella] attraverso il dialogo e che sarebbe meglio ottenerla prima che sia tardi e [quando potrebbe] accadere qualche conflitto”. Il presidente serbo ha ribadito che la Serbia, per far fronte a qualsiasi evenienza “…continuerà a rafforzarsi economicamente e militarmente”!

    “Stranamente” c’è una significativa somiglianza tra il conflitto a Nagorno Karabakh iniziato il 27 settembre scorso e il Kosovo. Dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica, la regione di Nagorno Karabakh, nonostante abitata da più del 90% da armeni, apparteneva all’Azerbaigian. La regione da allora ha cercato l’indipendenza dall’Azerbaigian. Ci sono “strane coincidenze” nelle somiglianze tra il Nagorno Karabakh ed il Kosovo. Chissà se il riferimento a Nagorno Karabakh sia stato semplicemente anche una fortuita coincidenza nella dichiarazione del presidente serbo?! Ma bisogna ricordare al nostro lettore che lui è stato anche il ministro dell’Informazione dal 1998 fino al 2000, proprio durante la guerra tra la Serbia ed il Kosovo. Promotore di una legge sull’informazione che sanzionava duramente i media che contrastavano il regime di Milošević e la guerra con il Kosovo, l’attuale presidente della Serbia, in quel periodo, è stato messo nella cosiddetta black list e gli era vietato l’accesso nell’Unione europea. Sono note le sue ufficiali prese di posizione contro la libertà dei media ed altro, anche negli anni successivi. Nel 2014 lui, facendo riferimento a quegli atti compiuti, ha riconosciuto i suoi errori. Chissà però quanto siano state sentite quelle scuse?!

    Una decina di giorni fa venivano arrestati il presidente della Repubblica del Kosovo ad alcuni altri alti rappresentanti politici del Kosovo. Proprio a quegli arresti si riferiva il presidente serbo nella sua sopracitata dichiarazione, quando parlava di “un’ottima posizione [della Serbia] per quanto riguarda il Kosovo”. Il Tribunale speciale per i crimini di guerra in Kosovo, con sede all’Aia (Olanda) accusa gli arrestati di omicidi, torture e sparizioni forzate di cittadini serbi del Kosovo ecc., durante la sopracitata guerra tra i due paesi. Lunedì 9 novembre scorso sono cominciate le sedute nell’aula del Tribunale. Tutto il reso sarà reso ufficialmente noto in seguito. I giudici del Tribunale devono dimostrare tutta la loro professionalità e prendere tutto il tempo necessario per dare una giusta e vera giustizia alla fine del processo.

    Chi scrive queste righe, seguirà tutti gli sviluppi ed informerà in modo oggettivo il nostro lettore. Come ha sempre cercato di fare. Ma nel frattempo non può nascondere che trova difficile credere che il sopracitato riferimento del presidente serbo a Nagorno Karabakh sia stato una fortuita  coincidenza. Egli condivide però quanto scriveva Leonardo Sciascia. E cioè che [spesso] le sole cose sicure in questo mondo siano le coincidenze.

  • Chi approfitta e chi perde cosa da un accordo?

    Chi approfitta e chi perde cosa da un accordo?
    Quando si dice che si è d’accordo su qualcosa in linea di principio,
    significa che non si ha la minima intenzione di metterla in pratica.

    Otto von Bismarck

    Il 4 settembre scorso, nell’ufficio ovale del presidente degli Stati Uniti d’America a Washington D.C., ha avuto luogo un incontro tra i massimi rappresentanti della Serbia e del Kosovo. Erano presenti l’anfitrione, presidente Trump, il presidente della Serbia e il primo ministro del Kosovo. Erano presenti anche le tre delegazioni rispettive. Un vertice a tre, rimandato però per due volte. Inizialmente era stato previsto per il 27 giugno scorso. Ma prima della partenza per Washington la delegazione del Kosovo ha annunciato che non poteva partecipare più al previsto vertice. La mancata partenza era dovuta al rilascio, il 24 giungo 2020, di un comunicato dell’Ufficio del Procuratore Speciale per il Kosovo. Con quel comunicato si rendeva noto che il Procuratore Speciale aveva presentato dieci capi d’accusa presso le Camere Speciali del Kosovo contro il presidente della Repubblica del Kosovo. Proprio lui che doveva dirigere la delegazione. Poi, in seguito, il vertice a tre a Washington è stato previsto per il 2 settembre scorso. Ma anche quella volta è stato rimandato, per poi essere stato realizzato finalmente, due giorni dopo, il 4 settembre. La persona incaricata dal presidente statunitense per organizzare l’incontro e per preparare il contenuto del previsto accordo aveva, dall’inizio, ribadito che si trattava di un accordo con obiettivi economici. Mentre per quelli politici le delegazioni della Serbia e del Kosovo dovevano negoziare con i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea.

    Nel frattempo i massimi rappresentanti dell’Unione europea non hanno visto di buon occhio lo spostamento a Washington dei negoziati tra la Serbia ed il Kosovo. Ragion per cui, subito dopo il fallimento del vertice a tre del 27 giugno 2020, il presidente francese ha proposto un vertice in videoconferenza. Il 12 luglio scorso da Parigi, lui e la cancelliera tedesca hanno dialogato con il presidente serbo, il primo ministro kosovaro e l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza. Un dialogo considerato positivo dagli organizzatori. Per l’occasione il rappresentante dell’Unione europea per il dialogo tra la Serbia ed il Kosovo ha espresso la sua soddisfazione perché, secondo lui, finalmente il dialogo tra la Serbia ed il Kosovo, con la diretta mediazione degli alti rappresentanti dell’Unione europea per la normalizzazione dei rapporti, “è ritornato, dopo 20 mesi, nella giusta via”.

    Dopo il sopracitato vertice in videoconferenza le parti hanno ribadito le loro richieste. Il primo ministro del Kosovo ha annunciato le sue cinque. La più importante delle quali era che l’Accordo integrale della Pace tra il Kosovo e la Serbia “doveva portare ad un riconoscimento reciproco” tra i due paesi. Perché per il momento la Serbia considera il Kosovo come una sua regione, parte integrante del suo territorio. Invece il presidente della Serbia, riferendosi al contenuto sostanziale delle richieste del Kosovo, ha dichairato che “… se quello è il perno di tutto ciò che essi [la delegazione del Kosovo] vogliono discutere, allora tutto diventa completamente insensato”.

    Il processo di mediazione di un accordo tra la Serbia ed il Kosovo è cominciato a Rambouillet, in Francia, nel lontano febbraio del 1999. Il testo con il contenuto dell’accordo presentato alle parti, che prevedeva un’autonomia sostanziale per il Kosovo, nonché le modalità della presenza dei rappresentanti internazionali, civili e militari ecc., era preparato dagli esperti della NATO (l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord). Dopo tanti, continui e difficili negoziati non si è raggiunto però un accordo. Il 18 marzo 1999 le delegazioni del Kosovo, degli Stati Uniti d’America e del Regno Unito hanno firmato quello che viene riconosciuto come l’Accordo di Rambouillet. Mentre le delegazioni della Serbia e della Russia hanno rifiutato di farlo. Ragion per cui, in seguito, la NATO ha deciso l’intervento militare con bombardamenti aerei contro la Serbia. Il resto è ormai storia nota.

    Negli anni dopo quell’intervento militare, i negoziati tra i due paesi hanno continuato, sempre con le stesse e insuperabili difficoltà. Nel novembre 2005 ha avuto inizio quello che diventerà il processo per l’indipendenza del Kosovo, nell’ambito di quella che è stata riconosciuta come la Conferenza di Vienna. Dopo una serie di incontri tra le parti, il 2 febbraio 2007 il rappresentante internazionale ha presentato le sue proposte per portare ad un accordo. Quel rappresentante era un noto diplomatico e politico finlandese. Egli è stato presidente della Finlandia dal 1994 al 2000 e anche sottosegretario dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Per il suo continuo e apprezzato impegno per la pace nel mondo, a lui, Martti Ahtisaari, è stato assegnato il premio Nobel per la pace 2008. La Serbia, come sempre, ha rifiutato il riconoscimento del Kosovo come Stato indipendente. Mentre il Kosovo, con il deciso sostegno di tutti i paesi del G7 e di molti altri in seguito, ha dichiarato la sua indipendenza il 17 febbraio 2008.

    Un terzo processo di dialoghi tra la Serbia ed il Kosovo, per raggiungere un accordo di pace, è ricominciato nel 2011, con la mediazione dei massimi rappresentanti dell’Unione europea. Si tratta di un processo che continua tutto’ora e che, come sopracitato, è ricominciato il 12 luglio scorso, dopo venti mesi di pausa. Si tratta, però, di un processo che ha avuto degli alti e bassi e che ha rischiato di portare non solo ad un fallimento, ma anche a degli accordi che potevano mettere a repentaglio la sicurezza e la stabilità nei Balcani. Perché, come è stato reso pubblico durante gli ultimi anni, si poteva arrivare, con un consenso non solo dei massimi rappresentanti della Serbia e del Kosovo, ma anche dell’attuale primo ministro albanese, ad un pericoloso processo della ridistribuzione di determinati territori confinanti, a vantaggio della Serbia. Un simile progetto ha visto come un attivo promotore anche l’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza dal 2014 al 2019. Durante questo periodo tra la Serbia e il Kosovo sono stati raggiunti degli accordi particolari, che mai sono stati però attuati in seguito. Ragion per cui, la mediazione dell’Unione europea è stata considerata come un fallimento da molti analisti e opinionisti internazionali.

    Una situazione quella che ha fatto “scendere in campo” gli Stati Uniti d’America. Ovviamente ci sono anche dei motivi non pubblicamente dichiarati che hanno portato ad una simile decisione. Motivi che, secondo gli analisti, hanno a che fare con l’aumento della presenza russa e cinese nei Balcani. Ma anche motivi che avrebbero a che fare, forse, anche con la campagna in corso per le elezioni presidenziali del prossimo novembre. Sui reali motivi e sui primi e attesi risultati del vertice del 4 settembre scorso a Washington D.C., tra i massimi rappresentanti della Serbia e del Kosovo, alla presenza del presidente statunitense, le opinioni sono diverse e spesso anche ben differenti. Comunque sia, la discesa in campo degli Stati Uniti darà un nuovo impulso dei negoziati e della soluzione finale del problema spinoso tra la Serbia e il Kosovo. Come è stato anche nel 1999 e poi, nel 2007 – 2008. Il primo risultato, comunque, è stato la ripresa dei negoziati con la mediazione dell’Unione europea. Tutto rimane, però, da vedere.

    Chi scrive queste righe pensa che quando si tratta di un accordo non ci sono mai né vincitori e né vinti. Altrimenti non si tratterebbe di un accordo, ma bensì di un diktat. Egli auspica che quanto scriveva Bismark, su un accordo in linea di principio, non sia vero sempre. Perché se no, ci si chiederebbe chi approfitta e chi perde cosa dall’accordo del 4 settembre scorso a Washington?

  • Nazionalismo squallido e ingannevole

    Il nazionalismo è una malattia infantile. È il morbillo dell’umanità.

    Albert Einstein

    “Che non ci raccontino troppe balle i nostri amici europei e che non ci chiedano più di quello che possiamo sopportare, mentre accarezzano la Serbia”. Così dichiarava il primo ministro albanese durante la riunione comune del governo albanese e quello del Kosovo il 26 novembre scorso a Peja (Kosovo). Da non credere! Perché si riferiva agli “amici” dell’Unione europea, e più precisamente della Commissione europea. E non soltanto a loro, ma anche ad alcuni dirigenti influenti di qualche paese europeo, altrettanto influente. Si riferiva proprio a quegli “amici” che fino a poco tempo fa si vantava della loro amicizia e del loro “sincero appoggio” che stavano dando all’Albania e, a tempo debito, anche al Kosovo. Il suo discorso era pieno di “dichiarazioni patriottiche e nazionaliste” e, essendo in Kosovo, anche di (finte) attenzioni ai problemi che sta affrontando il più giovane paese europeo, con una spiccata maggioranza albanese. Non a caso lui ha assunto il ruolo di colui che, per dei “sani principi”, non torna in dietro e attacca anche gli “amici europei”. In quel contesto il primo ministro albanese dichiarava il 26 novembre scorso a Peja che “La strada del futuro non si può costruire con dei coltelli dietro la schiena degli albanesi”. E i manici di quei coltelli erano nelle mani degli “amici europei” (Sic!). Proprio a quegli “amici” ai quali ha rivolto la sua “originale” imprecazione nella lingua, come ha sottolineato lui, “del Parlamento Europeo”: “What the fuck!”.

    Ma per coloro che conoscono il comportamento del primo ministro albanese, si è trattato semplicemente, e per l’ennesima volta, di squallide e ingannevoli minacce che nessuno dovrebbe prendere sul serio. Perché il primo che non crede a quello che dice è proprio lui stesso, il primo ministro albanese. Lo fa semplicemente per attirare e/o deviare l’attenzione mediatica e pubblica. Soprattutto in Albania, dove lui sta soccombendo sotto il peso enorme delle sue stesse malefatte. E lo fa assumendo il ruolo del patriota e di colui per il quale la questione nazionale rappresenta una priorità invalicabile. Auspicando, magari, anche delle reazioni forti da parte degli “amici europei”, che potrebbero permettergli in seguito, di certificare e sancire il ruolo del padre della patria e della nazione. Ma come spesso nessuno degli ‘amici europei” prende sul serio quanto dice il primo ministro albanese. E, men che meno, prende sul serio le sue minacce, comprese quelle nazionaliste. Non lo hanno preso sul serio neanche in precedenza, mentre il Consiglio dell’Unione europea prima e in seguito il Consiglio europeo, dovevano decidere nel giugno scorso, sull’apertura dei negoziati dell’Albania come paese candidato all’adesione nell’Unione europea. La decisione delle sopracitate istituzioni europee lo scorso giugno, nonostante la raccomandazione positiva della Commissione europea, è stata chiaramente negativa. Ignorando perciò sia le viscide e vergognose implorazioni del primo ministro albanese, che le sue minacce. Minacce che allora erano focalizzate soprattutto sul pericolo della presenza russa, turca, cinese e degli altri nei Balcani. Ergo anche in Albania. Non lo hanno preso sul serio per tre anni di seguito e neanche prima. Mentre lui, in prima persona e tramite la sua ben potente e organizzata propaganda mediatica, garantiva sempre e scommetteva sull’incondizionato appoggio europeo all’adesione dell’Albania nell’Unione europea. Adesione che, visto come stanno andando le cose, dovrebbe ritardare non di poco. Ma nonostante nessuno lo prenda sul serio di quello che dice, minacce comprese, il primo ministro continua a fare lo stesso, come se niente fosse. Perché per lui è l’unico modo di apparire e farsi sembrare per quello che mai è stato e mai sarà. Questo è il suo modo di pensare e di fare. Pretende “favori” per niente meritati e per averli o si mette ad elemosinare senza scrupolo alcuno, oppure sguaina la spada e si mette a minacciare. Come ha fatto anche il 26 novembre scorso, durante la sopracitata riunione comune del governo albanese e quello del Kosovo. E per finirla in bellezza con le “minacce nazionaliste” in quell’occasione ha concluso, esprimendo la sua convinzione sull’unione “del Kosovo con l’Albania nel 2025, con o senza l’Unione europea”!

    Sono dichiarazioni che nonostante nessuno crede, possono servire come pretesto per altri paesi della regione, Serbia per prima, che non riconosce lo Stato del Kosovo, Si tratta di un aperto contenzioso che si porta avanti dal 17 febbraio 2008, quando il Kosovo proclamò la sua indipendenza dalla Serbia. Da sottolineare anche che dall’agosto scorso, si sta parlando di negoziati tra i due paesi per la ridefinizione dei confini, su basi etniche. Lo ha dichiarato per primo il presidente del Kosovo, per poi avere una conferma positiva da quello serbo. E tutto faceva capire che c’era anche il consenso “tacito” del primo ministro albanese in tutto ciò. Dichiarazione che ha scatenato subito aperte reazioni contrarie sia dalla maggior parte dei massimi livelli della politica in Kosovo che in Albania. Dichiarazioni ufficiali contrarie ad una ridefinizione dei confini tra la Serbia e il Kosovo sono arrivate anche dalle istituzioni dell’Unione europea e da singoli paesi. L’ultima chiara presa di posizione risale a qualche giorno fa. Si tratta della dichiarazione ufficiale del ministero degli Esteri tedesco, in risposta alle domande di un gruppo di deputati del partito Alleanza per la Germania (Allianz für Deutschland) sull’argomento in questione. Secondo il sopracitato ministero “il governo federale (tedesco; n.d.a.) ha chiaramente fatto sapere, in alcune occasioni, che non appoggia i cambiamenti territoriali nei Balcani, su base di criteri etnici”. Poi, alla domanda sulle dichiarazioni del primo ministro albanese, riguardo la possibilità dell’unione dell’Albania con il Kosovo se falliscono le trattative con l’Unione europea, la posizione del ministero degli Esteri tedesco è stata “diplomaticamente corretta”. La risposta era che “in Albania, come in altri paesi della regione (balcanica; n.d.a.) si discute sempre delle alternative possibili, nel caso non ci fosse l’adesione nell’Unione europea”. Le cattive lingue, da tempo dicono però, che in tutto ciò c’è dietro una ben definita strategia di un noto speculante miliardario di borsa statunitense. Sia per la ridefinizione dei confini tra il Kosovo e la Serbia, che di altre scelte geostrategiche nei Balcani, Albania compresa.

    Nel frattempo, il 26 novembre scorso, un dibattito televisivo in prima serata, ha messo a nudo la persona che guida il governo albanese. Gli sghignazzamenti, gli scherni, le repliche ciniche e spesso volutamente evasive e prive di significato, sono state le “armi” con le quali il primo ministro ha cercato di rispondere alle semplici e dirette domande di due degli invitati nel dibattito. Erano una nota opinionista delle relazioni internazionali ed un ex diplomatico. Chi scrive queste righe pensa che con quanto hanno fatto durante quel dibattito, essi hanno reso un grande servizio pubblico agli albanesi, e non solo a quelli che vivono in Albania. Hanno screditato il primo ministro facendolo finalmente apparire, in diretta televisiva, per quello che realmente è e non per quello che sempre cerca di sembrare.

  • Perfidie e mercanteggiamenti balcanici

    Temo i danai [greci] anche quando portano doni

    Virgilio, Eneide; II, 49

    “Timeo danaos et dona ferentes”. Una ben nota frase scritta da Virgilio nel suo famoso poema epico Eneide. Una frase che ormai da molto tempo, invece che ai danai, si riferisce ai greci. Così disse Laocoonte, veggente e gran sacerdote, ai troiani. Gli ammoniva di non accettare il dono che gli achei, discendenti dei danai, avevano portato come testimonianza di pace ai troiani. Si trattava del famoso cavallo di legno, lasciato dagli achei alle porte di Troia, dopo aver fatto finta di abbandonare il campo. Laocoonte fece di tutto per convincere i troiani che non era un dono, ma bensì un inganno, una trappola degli achei. Purtroppo non ci riuscì. Il resto è storia. Secondo la leggenda, per punire Laocoonte, gli dei protettori degli achei mandarono a lui e ai suoi figli due enormi serpenti, strangolandoli tutti e tre. Questo accadeva più di tremila anni fa.

    La settimana scorsa invece, ha rassegnato le sue dimissioni il ministro greco degli Esteri. La ragione delle dimissioni si presume sia stata, per lo meno, lo scontro con il ministro della Difesa sull’accordo tra la Grecia e la Macedonia per il nome di quest’ultima. Con le sue dimissioni il ministro si pensa abbia voluto esprimere anche il suo malcontento per il mancato supporto del primo ministro durante lo scontro con il collega nazionalista della Difesa. Secondo indiscrezioni mediatiche risulterebbe che l’ormai ex ministro sia stato accusato di “uso improprio dei fondi ministeriali” e di “essere un uomo del finanziere americano George Soros”. L’indomani il primo ministro Alexis Tsipras ha accettato le dimissioni del ministro degli Esteri, assumendo lui stesso la responsabilità del ministero. Negli ultimi giorni i media hanno riferito di un fondo segreto di circa 45 milioni di euro del ministero degli Esteri greco, usato abusivamente dall’ormai ex ministro, per influenzare i media e determinate persone, politici compresi, sia in Macedonia che in Albania e altri paesi della regione. Domenica scorsa il fatto è stato ammesso anche dal capo del gruppo parlamentare del partito del primo ministro Tsipras, precisando però che si trattava di un fondo segreto, approvato dal Parlamento. Sempre secondo le indiscrezioni mediatiche, soltanto in questo mese sono stati versati circa un milione di euro a certi media albanesi. Negli ultimi giorni i media hanno reso noti alcuni dei nomi degli approfittatori.

    Storicamente il territorio dei Balcani è diventato un’arena di contrasti e di scontri armati. Nel 19o secolo e fino alla prima guerra mondiale, soltanto l’Albania era sotto l’Impero Ottomano, mentre gli altri paesi avevano acquisito l’indipendenza dall’Impero. Il che gli metteva in una posizione di vantaggio agli inizi del 20o secolo, nelle loro pretese territoriali, mentre l’Impero si stava sgretolando. Le mire espansionistiche della Grecia e della Serbia, ma non solo, verso i territori albanesi sono ben conosciute. Basta ricordare quanto succedeva nel periodo dalla Conferenza di Londra (1913) fino ai trattati di Versailles (1919). Alla fine di quel lungo processo di spartizione e riconoscimento ufficiale di territori nazionali e di confini, intere regioni abitate dagli albanesi sono state annesse alla Serbia (in seguito Regno dell’Jugoslavia) e alla Grecia. Realtà che continua tuttora, tranne il caso del Kosovo.

    Il Kosovo, abitato per quasi 90% dagli albanesi, è stato fino al 2008 una regione, prima dell’ex Jugoslavia e poi della Serbia. Dopo i bombardamenti della NATO, dal 24 marzo fino al 10 giugno 1999, il Kosovo ha assunto uno status speciale. In seguito e in rispetto della Risoluzione n.1244 delle Nazioni Unite, in Kosovo ha esercitato la sua autorità l’UNMIK (United Nations Interim Administration Mission in Kosovo). Il 17 febbraio 2008 il Parlamento della Repubblica del Kosovo, costituito con un vasto e molto significativo appoggio internazionale, ha proclamato l’indipendenza del Kosovo. Da quel periodo in poi il paese è stato riconosciuto da più di 110 stati, appartenenti all’Organizzazione delle Nazioni Unite. Ma, inaspettatamente, nei primi giorni dell’agosto scorso, il presidente della Repubblica del Kosovo ha parlato di una nuova delimitazione del confine tra il Kosovo e la Serbia. Una dichiarazione che ha subito suscitato una vasta e contraria reazione, sia in Kosovo che in diversi paesi europei e oltre. Molti noti ed influenti politici e opinionisti locali e internazionali hanno reagito determinati contro la dichiarazione del presidente kosovaro, sottolineando, tra l’altro, la riapertura di un nuovo e vasto scontro nei Balcani. Da indiscrezioni mediatiche, risulterebbe che uno degli artefici di quella inattesa e pericolosa mossa sarebbe il miliardario statunitense George Soros, tramite suo figlio. Figlio che nei giorni prima della sopracitata dichiarazione ha incontrato diverse volte sia il presidente kosovaro, che quello serbo e il primo ministro albanese. Il caso, che rappresenta uno scandalo, è tuttora aperto.

    Il 30 settembre scorso in Macedonia si è votato per il referendum che chiedeva ai cittadini di esprimersi sul cambio del nome del paese da “Repubblica di Macedonia” in “Repubblica della Macedonia Settentrionale”. L’assenteismo è stato vasto e determinante. Ha partecipato al voto poco più del 35% degli aventi diritto e quasi il 91% di essi hanno votato a favore del cambiamento del nome. Il che non ha sancito il cambiamento. La scorsa settimana il Parlamento macedone ha approvato un pacchetto di emendamenti costituzionali in supporto del cambiamento del nome. Tra un mese si voterà per quegli emendamenti. Soltanto in seguito e soltanto se anche il parlamento greco approverà l’Accordo di Prespa sul nuovo nome, allora si proclamerà la Repubblica della Macedonia Settentrionale. Nel frattempo, e sempre da indiscrezioni mediatiche, risulterebbe anche il coinvolgimento di George Soros in tutto ciò. Una cosa è comunque ben evidenziata. E cioè il fallimento, con il referendum, anche della strategia dell’Unione europea e il supporto al cambiamento da parte dei massimi rappresentanti della Commissione europea.  Anche questo rimane un caso aperto e tutto da seguire.

    Le dimissioni dell’ormai ex ministro greco degli Esteri hanno riacceso in questi giorni in Albania lo scandalo, almeno per quanto riguarda il paese, del presunto accordo raggiunto, in totale mancanza di trasparenza, tra i rappresentanti dell’Albania e della Grecia. L’accordo prevede la delimitazione del confine marino tra i due paesi. Tutto è stato appreso, almeno in Albania, soltanto da alcune dichiarazioni pubbliche del dimissionario ministro degli Esteri. Mentre le massime autorità locali parlavano malvolentieri e con un linguaggio sibillino. Il che fa pensare veramente ad uno scandalo che sa di tradimento degli interessi nazionali. Anche in questo caso e sempre da indiscrezioni mediatiche, risulterebbe presente lo zampino di George Soros.

    Chi scrive queste righe cercherà di trattare la prossima settimana questo scandalo in tutti i suoi dettagli, almeno quelli pubblicamente noti. In gioco sono parte della piattaforma marina albanese, quella che da qualche anno risulterebbe ricca di giacimenti di petrolio. Guarda caso i greci mirano proprio a quell’area! Nel frattempo lui condivide quanto scriveva Virgilio, e cioè che bisogna temere i greci anche quando portano doni.

  • Stallo delle trattative tra Kosovo e Serbia e la porta della Ue rischia di chiudersi

    Kosovo e Serbia sono avversari di vecchia data, con una storia di sanguinosi conflitti. Il profondo disaccordo tra i due non è qualcosa che appartiene al passato, esiste oggi e permea ogni aspetto e ogni persona su entrambi i lati del confine. Accettare un compromesso non si adatta alla narrativa nazionalista in nessuno dei due paesi e per questo l’accordo che le due nazioni stanno perseguendo non sarà favorito da porzioni considerevoli della popolazione.

    L’Ue ha chiarito che né la Serbia né il Kosovo aderiranno all’Unione prima della completa normalizzazione delle relazioni e il veto russo nel Consiglio di sicurezza dell’Onu sta bloccando diversi importanti processi di sviluppo. Eppure le circostanze non sono mai state così favorevoli alla ricerca di un compromesso. Il potere della prospettiva europea rinnovata e rafforzata per i Balcani occidentali, annunciata dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker nel suo discorso sullo stato del sindacato del 2017, seguita poi dalla strategia della Commissione in febbraio e dalle conclusioni degli Stati membri dell’Ue, è un forte incentivo che ha già dato i suoi frutti sotto forma di accordo Skopje-Atene sulla questione del nome della Macedonia. Kosovo e Serbia potrebbero essere i prossimi.

    Per il Kosovo, i progressi nel dialogo hanno contribuito alla conclusione dell’accordo di stabilizzazione e associazione UE-Kosovo, entrato in vigore nell’aprile 2016. Alla Serbia hanno fruttato l’apertura dei negoziati di adesione nel giugno 2013.

    Ora l’accordo finale è una possibilità per risolvere tutte le questioni tra i due Stati una volta per tutte e sostituire le divisioni e gli ostacoli regionali con la cooperazione e l’apertura regionali.

    Ma l’attuale mandato della Commissione si esaurisce alla fine dell’anno prossimo e la campagna elettorale del Parlamento europeo distoglierà l’attenzione dalla regione, mentre l’esito delle elezioni potrebbe portare a un’Unione europea più introversa e molto meno disponibile di quella attuale a fare progressi nell’agenda dell’allargamento.

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