Libertà

  • Hong Kong’s largest pro-democracy paper Apple Daily has announced its closure, in a blow to media freedom in the city

    Hong Kong’s largest pro-democracy paper Apple Daily has announced its closure, in a blow to media freedom in the city.

    The tabloid’s offices were raided last week over allegations that several reports had breached a controversial national security law.

    Police detained the chief editor and five other executives, and company-linked assets were frozen.

    The publication had become a leading critic of the Hong Kong and Chinese leadership.

    The Apple Daily management said that “in view of staff members’ safety”, it had decided “to cease operation immediately after midnight” – making Thursday’s publication the final printed edition.

    UK Foreign Secretary Dominic Raab said the paper’s closure was a “chilling blow to freedom of expression in Hong Kong”.

    The digital version of the 26-year old paper will no longer be updated after midnight.

    A separate announcement by publisher Next Digital thanked the readers for their “loyal support” as well as its journalists, staff and advertisers.

    The tabloid has long been a beacon of media freedom in the Chinese-speaking world, and is a widely read and supported by political dissents in Hong Kong.

    Chinese officials have repeatedly said media freedoms in Hong Kong are respected, but are not absolute.

    Ronny Tong, a member of Hong Kong’s government, accused the paper of orchestrating a political stunt in its decision to shut down.

    “People around the world probably will accuse the Hong Kong government of forcing Apple Daily to close down. But the fact of the matter is, they don’t need to,” he told the BBC.

    ‘A knife over your head’

    The closure comes after sustained pressure on the paper from the authorities.

    Apple Daily founder Jimmy Lai, who has long been a critic of the Chinese Communist Party, is already in jail on a string of charges.

    Last Thursday, some 500 police officers raided the publication’s newsroom, saying its reports had breached the city’s new national security law, which makes undermining the government a criminal offence.

    The arrests struck fear in employees at the paper and a number quit the publication soon after.

    An editorial staff member at the paper described the feeling of unease as “having a knife over your head”. “If you don’t leave by yourself, you may be held criminally responsible,” she told BBC Chinese.

    A current affairs reporter for Apple Daily said after last week’s raid: “I had mixed feelings. On one hand, I was angry at the ruthlessness of the regime. I was also sad that Hong Kong might not have Apple Daily but I also felt fear.”

    Police had accused the newspaper of publishing more than 30 articles calling on countries to impose sanctions on Hong Kong and mainland China since 2019.

    They also arrested the editor-in-chief and four other executives at their homes and froze HK$18m ($2.3m; £1.64m) of assets owned by three companies linked to Apple Daily – Apple Daily Limited, Apple Daily Printing Limited and AD internet Limited.

    The paper then said it only had enough cash to continue normal operations for “several weeks”.

    On Wednesday, a 55-year-old man, identified as an Apple Daily columnist, was arrested on suspicion of conspiring to collude with a foreign country or foreign forces, local media reports said.

    What is the national security law?

    China introduced the national security law in Hong Kong last year in response to massive pro-democracy protests that swept through the administrative region.

    The law essentially reduced Hong Kong’s judicial autonomy and made it easier to punish demonstrators and activists. It criminalises secession, subversion and collusion with foreign forces with the maximum sentence life in prison.

    Since the law was enacted in June, more than 100 people have been arrested under its provisions.

  • Contro Minsk adesso azione forte e decisa dopo l’arresto di Protasevich

    Il dirottamento del volo Ryanair Atene-Vilnius con il chiaro intento di far arrestare dalla polizia bielorussa Roman Protasevich, giornalista e oppositore del presidente Alexandr Lukashenko, da tempo dissidente in Polonia, è un atto di estrema gravità che non ha precedenti. Con lui è stata fermata anche la fidanzata russa Sofia Sapega mentre si sa poco di altri quattro cittadini russi fatti scendere insieme alla coppia.

    Il gesto, condannato da tutta la comunità internazionale, compresa l’Unione europea che ha chiesto il blocco dei voli verso Minsk e il divieto di sorvolo dello spazio aereo comunitario per la compagnia Belavia, è ancor più deprecabile se si pensa alla motivazione addotta, ovvero bomba a bordo e minaccia terroristica che ha allarmato i tanti passeggeri che erano a bordo di quel volo.

    Servirà un’azione forte e decisa nei confronti del governo di Minsk perché le accuse contro Protasevich possono portare a 12 anni di carcere e poiché il giornalista è sulla lista nera del terrorismo se accusato di atti terroristici rischia la pena di morte, ancora attiva nel Paese.

  • Bisogna reagire

    Non c’è differenza tra uccidere personalmente e prendere decisioni

    che invieranno altri ad uccidere. È esattamente la stessa cosa.

    Golda Meir

    Da lunedì 10 maggio sono ripresi gli scontri nella Striscia di Gaza. Tutto iniziò alcuni giorni prima, dopo la decisione della Corte Suprema israeliana, il 6 maggio, relativa allo sgombero di alcuni edifici abitati da palestinesi a Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est. Una zona quella che è sotto la giurisdizione israeliana dal 1980. Le proteste cominciate il 6 maggio si trasformarono in seguito in scontri veri e propri tra cittadini ebrei e palestinesi. Il 10 maggio scorso Hamas (organizzazione palestinese politica e paramilitare considerata come organizzazione terroristica da alcune nazioni nel mondo; n.d.a.) ha cominciato ad attaccare diverse città israeliane nella Striscia di Gaza con razzi e missili. In quegli attacchi Hamas è stata affiancata dalla Jijad islamica palestinese (gruppo militante palestinese, considerato come un’organizzazione sospetta di terrorismo; n.d.a.). Come immediata risposta Israele ha cominciato gli attacchi aerei contro obiettivi governativi e militari palestinesi nella Striscia di Gaza, ma anche su edifici civili, dove si sospettava fossero funzionanti degli uffici di Hamas. Gli scontri armati continuano incessanti dal 10 maggio e, ad oggi, secondo l’ultimo bilancio del ministero della Sanità palestinese, sono 218 le vittime palestinesi. Durante questi nove giorni di scontri armati, secondo fonti ufficiali israeliani, sono stati lanciati verso Israele circa 3150 razzi, precisando anche che circa il 90% dei razzi sono stati intercettati dal sistema israeliano di difesa missilistica. Sabato scorso è stata abbattuta anche la Torre dei Media a Gaza, l’edificio dove avevano sede sia l’Associated Press statunitense che l’emittente televisiva satellitare araba al-Jazeera. Nel frattempo gli scontri nella Striscia di Gaza continuano, nonostante le mediazioni diplomatiche di alcuni Paesi e/o organizzazioni internazionali. Domenica 16 maggio, papa Francesco, durante la preghiera della Regina Cæli, ha implorato e pregato per la pace in Terra Santa e in tutta la Striscia di Gaza.

    Il 1o febbraio scorso in Myanmar l’esercito. guidato dal capo delle forze armate birmane, ha preso il potere dopo un colpo di Stato. Sono stati arrestati tutti i massimi dirigenti della maggioranza governativa, compresa Aung San Suu Kyi, il premio Nobel per la Pace. Da allora in Myanmar continuano le proteste e gli scontri tra le forze armate e i cittadini. Domenica 16 maggio, papa Francesco ha celebrato la Santa messa per i cittadini birmani residenti a Roma. Il Santo Padre ha pregato per l’amato popolo birmano. Un popolo segnato e sofferente per la violenta repressione delle manifestazioni in Myanmar, dopo il golpe del primo febbraio scorso, che ha portato al potere la giunta militare. Durante la sopracitata messa un sacerdote birmano ha ricordato, tra l’altro, anche le parole dette da papa Francesco alcuni mesi fa, riferendosi a Suor Anne. La suora, le cui immagini, in ginocchio, davanti alle forze di sicurezza birmane, che scongiurava per la vita dei giovani, hanno commosso tutti. Allora papa Francesco disse: “…Anche io mi inginocchio sulle strade del Myanmar, stendo le braccia e dico cessi la violenza”. Ieri, durante la messa, il sacerdote birmano ha fatto riferimento anche di “certi interessi internazionali” di alcune grandi potenze, che appoggiano il regime dei militari in Myanmar.

    L’autore di queste righe pensa che, sia nel caso degli scontri degli ultimi giorni nella Striscia di Gaza, che nel caso degli scontri tra i cittadini e le forze armate, comprese le strutture paramilitari che appoggiano i golpisti in Myanmar, una parte della responsabilità è anche delle cancellerie occidentali e di quella statunitense. Egli pensa che certe preoccupanti e disumane realtà potevano essere state evitate se determinati atteggiamenti delle cancellerie occidentali sarebbero stati diversi. Purtroppo “certi interessi” economici e geostrategici delle grandi potenze internazionali spesso prevalgono sugli interessi delle popolazioni. Come nella Striscia di Gaza e in Myanmar.  Ed in Myanmar, ma non solo, la Cina, la Russia ed altri Paesi vendono le armi ed hanno diversi interessi. Ragion per cui “tollerano” i regimi! Interessi che hanno portato anche alla “chiusura degli occhi e delle orecchie” sia delle cancellerie occidentali che di certi “rappresentanti” delle istituzioni internazionali, comprese anche quelle dell’Unione europea, di fronte alla restaurazione dei regimi totalitari. Compreso quello in Albania. Hanno chiuso gli occhi e le orecchie di fronte alla galoppante corruzione, alle attività illecite, alla connivenza documentata del potere politico con la criminalità organizzata e tanto altro. Tutto questo perché venga “garantita” una specie di stabilità, a scapito dei cittadini. Ma per loro, chi se ne frega dei cittadini! Essi sono delle pecore, come quelle della Fattoria degli animali, maestosamente descritta da George Orwell. Purtroppo, non di rado, i rappresentanti delle cancellerie occidentali e/o delle istituzioni internazionali, tollerano i nuovi dittatori e poi, con una vergognosa e dannosa “ipocrisia”, parlano di “diritti” e di “democrazia”! Ragion per cui, spesso, loro hanno fatto e stanno facendo di tutto per mettere in piedi e mantenere funzionante la Stabilocrazia in diversi Paesi del mondo. Anche in Albania. L’autore di queste righe ha trattato per il nostro lettore questo argomento (Stabilocrazia e democratura; 25 febbraio 2019).

    Proprio un anno fa, il 17 maggio 2020, è stato barbaramente demolito l’edificio del Teatro Nazionale in Albania. Un edificio, in pienissimo centro di Tirana, dichiarato protetto anche da alcune rinomate istituzioni specializzate internazionali. Le immagini trasmesse dai media in quel 17 maggio 2020 sembravano e somigliavano a quelle che si vedono in questi giorni quando si trasmettono le cronache di guerra dalla Striscia di Gaza. Ma mentre, per esempio, l’abbattimento della Torre dei Media a Gaza tre giorni fa è stata causata dai bombardamenti, quello dell’edificio del Teatro Nazionale a Tirana, proprio un anno fa, è dovuto non a dei bombardamenti, ma da un atto vile e barbaro, voluto, ideato e programmato da anni nella diabolica e perversa mente dell’attuale primo ministro albanese.

    La scorsa settimana Cristiana Muscardini scriveva per il nostro lettore che “…In molti siamo stati inorriditi quando i talebani hanno distrutto i Buddha di Bamiyan o l’Isis ha frantumato il Tempio di Baalshamin a Palmira”. Trattando l’importanza della conservazione dei monumenti e di quanto sta accadendo in questi ultimi anni in varie parti del mondo, compresi anche dei Paesi evoluti, ella, giustamente, si chiedeva “…Di questo passo dovremmo radere al suolo le piramidi perché costruite da schiavi e forse anche gli acquedotti romani per non parlare dei templi non solo dell’Antica Grecia?” (Rimuovere la storia senza contestualizzarla; 12 maggio 2021).

    L’autore di queste righe oggi farà semplicemente riferimento ad alcuni passaggi di quello che ha scritto un anno fa sul vigliacco, scellerato e barbaro abbattimento, nelle primissime ore del 17 maggio 2020 dell’edificio del Teatro Nazionale. Un anno fa l’autore di queste righe informava il nostro lettore: “…Ebbene, da ieri, domenica 17 maggio, prima dell’alba, l’edificio del Teatro Nazionale a Tirana non esiste più. Lo hanno demolito, lo hanno distrutto in fretta e furia, dopo un barbaro e vigliacco assalto notturno di ingenti forze speciali della polizia di Stato ed altre strutture paramilitari. È stata veramente una barbarie, una malvagia opera ideata, programmata e messa in atto finalmente dagli individui delle tenebre”. E poi continuava, scrivendo “…Barbari, come i famigerati militanti fanatici dell’ISIS che, dal 2015 e fino al 2017, hanno distrutto moltissime preziose opere d’arte dell’antica città di Palmira, in Siria. E che avevano minato e fatto saltare in aria tra l’altro, anche il santuario di Baal-Shamin e la cella del tempio di Bell. Con la sola differenza però che hanno usato delle giganti ruspe, invece che della dinamite…” L’autore di queste righe informava il nostro lettore anche del perché di questo barbaro atto: ”…Comunque sia, documenti e fatti accaduti alla mano, la distruzione di quell’edificio è stata sempre motivata da ingenti e continui guadagni finanziari” (I vigliacchi della notte hanno distrutto il Teatro Nazionale; 18 maggio 2020).  Egli lo aveva ribadito già nel giugno 2018, che “Siamo davanti, perciò, ad un affare speculativo edilizio che comporterebbe profitti finanziari elevatissimi. Dei profitti derivati dal riciclaggio di denaro sporco proveniente dai traffici illeciti, aumentati paurosamente in questi ultimi anni (Il tempo è dei farabutti ma….; 18 giugno 2018)”. Egli ribadiva, molto preoccupato, anche che “…Con quell’atto è stato dimostrato pubblicamente che in Albania non esiste più lo Stato di diritto. E non esiste neanche lo Stato legale. In Albania la dittatura ha mostrato tutta la sua brutalità. Quanto è accaduto il 17 maggio scorso è stata un’eloquente dimostrazione e una inconfutabile testimonianza dell’arroganza di una consolidata e funzionante dittatura (Arroganza, abusi e canagliate di una dittatura; 25 maggio 2020).

    Chi scrive queste righe considera e, da tempo, ribadisce come molto significativo il simbolismo della vigliacca e barbara demolizione dell’edificio del Teatro Nazionale in pieno centro di Tirana il 17 maggio 2020, proprio un anno fa. Ma dopo le elezioni del 25 aprile scorso e visto anche quanto sta accadendo in questi ultimi giorni con l’opposizione in Albania, le ragioni per le quali i cittadini devono essere molto preoccupati sono ulteriormente aumentate. Spetta a loro scegliere tra essere pecore ubbidienti, oppure reagire contro il regime. Come in Myanmar.

  • Via la mascherina senza i controlli?

    Togliere la mascherina da subito ai vaccinati? Questa sarebbe la nuova proposta? Chi controllerà per strada, nei luoghi dei noti assembramenti o nei supermercati che coloro che non hanno la mascherina siano veramente già stati vaccinati? Ormai da giorni sono in aumento le persone che non usano alcuna precauzione, a partire proprio dalla mascherina! Prima di dare il via libera, prima di dire che chi è già vaccinati può non usare la mascherina sarebbe più intelligente aspettare qualche settimana, i rischi sono ancora troppi e, soprattutto, sono troppe le persone che fanno le furbe ai danni degli altri e di loro stessi. Il governo, Sileri in testa, pensi prima a trovare il modo di impedire gli assembramenti e di organizzare in modo idoneo i trasporti poi chi è vaccinato ed in possesso dell’idoneo certificato potrà girare senza mascherina e sottostare a quegli adeguati controlli che, auspichiamo, ci saranno.

  • Sri Lankan Cabinet approves proposed ban on burqas in public

    COLOMBO, Sri Lanka (AP) — Sri Lanka’s Cabinet on Tuesday approved a proposed ban on wearing full-face veils including Muslim burqas in public, citing national security grounds, despite a U.N. expert’s comment that it would violate international law.

    The Cabinet approved the proposal by Public Security Minister Sarath Weerasekera at its weekly meeting, Weerasekara said on his Facebook page.

    The proposal will now be sent to the Attorney General’s Department and must be approved by Parliament to become law. The government holds a majority in Parliament and the proposal could easily be passed.

    Weerasekara has called burqas, a garment that covers the body and face worn by some Muslim women, a sign of religious extremism and said a ban would improve national security.

    Wearing of burqas was temporarily banned in 2019 after Easter Sunday suicide bomb attacks killed more than 260 people. Two local Muslim groups that had pledged allegiance to the Islamic State group were blamed for the attacks at six locations — two Roman Catholic churches, one Protestant church and three top hotels.

    Last month, Pakistani Ambassador Saad Khattak tweeted that a ban would hurt the feelings of Muslims. The U.N. special rapporteur on freedom of religion or belief, Ahmed Shaheed, tweeted that a ban would be incompatible with international law and the right to free religious expression.

    Muslims make up about 9% of Sri Lanka’s 22 million people, with Buddhists accounting for more than 70%. Ethnic minority Tamils, who are mainly Hindus, comprise about 15%.

  • Il simbolismo della sedia e i nuovi dittatori

    C’è un limite, oltre il quale la pazienza cessa di essere una virtù.

    Edmund Burke

    Martedì scorso, 6 aprile 2021, ad Ankara si è svolto un vertice, ai massimi livelli, tra l’Unione europea e la Turchia. L’Unione era rappresentata dal presidente del Consiglio Charles Michel e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, mentre la Turchia dal presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan. Durante quel vertice si dovevano trattare, tra l’altro, anche delle importanti questioni che da tempo preoccupano le istituzioni dell’Unione europea, come quelle dei diritti umani e dell’assistenza, in territorio turco, dei rifugiati provenienti dal nord Africa e da altri Paesi. Il vertice però cominciò subito con quello che è stato definito come un “incidente diplomatico”, ossia l’incidente della “sedia mancante” o della “sedia negata”. Chissà se si è trattato realmente di una disattenzione, di una svista casuale, da parte degli addetti del protocollo ufficiale dei padroni di casa, oppure di un voluto e premeditato “avvertimento”? Ma il protocollo ufficiale turco è noto per la sua stretta osservanza delle regole. Allora perché, a quale scopo, quella “poltrona mancante” per la presidente della Commissione europea?! Ormai sono di dominio pubblico le immagini di tutto quello che è accaduto. Si vedono il presidente del Consiglio europeo ed il presidente turco accomodarsi nelle soltanto due poltrone, con dietro le rispettive bandiere. Si vede, però, anche la presidente della Commissione europea, l’unica donna partecipante al vertice, che, non trovando la sua di poltrona, guarda per alcuni secondi gli altri, poi fa un gesto con la mano destra e sembra sentirsi un suo “ehm” di disappunto e di imbarazzo. In seguito lei viene “sistemata” di fianco, su un divano, di fronte al ministro degli Esteri turco, il quale, però, ha uno status inferiore dal punto di vista del protocollo diplomatico. E’ vero che per il protocollo dell’Unione europea, riferendosi alle più alte cariche istituzionali, nell’ambito delle rappresentanze internazionali, il presidente del Consiglio europeo precede il presidente della Commissione, ma è altrettanto vero però, che in tutti i casi precedenti, recentemente accaduti, nei quali i due alti rappresentanti dell’Unione europea sono stati presenti insieme, durante degli incontri internazionali con delle massime autorità nazionali, a loro è stato riservato sempre lo stesso trattamento protocollare, come lo testimoniano anche alcune fotografie, pubblicate dai media dopo l’incidente della “sedia mancante”. Sono fotografie scattate nel 2015, nell’ambito di un vertice dei Paesi del G20, sempre in Turchia e sempre tra l’attuale presidente turco e gli allora presidenti del Consiglio e della Commissione europea. Ebbene, tutti e tre erano seduti nelle loro poltrone, posizionate equidistanti tra di loro. Chissà perché allora quella “disattenzione”, quella “svista protocollare”, il 6 aprile scorso, durante il vertice, ai massimi livelli di rappresentanza, tra l’Unione europea e la Turchia?! E guarda caso, era un vertice durante il quale si doveva trattare anche la recente uscita della Turchia, il 21 marzo 2021, dalla Convenzione di Istanbul, il cui obiettivo è quello di prevenire la violenza contro le donne. Un’uscita quella, molto criticata dalle istituzioni dell’Unione europea. Una “strana coincidenza” però, perché quella Convenzione del Consiglio d’Europa è stata aperta alla firma dei Paesi membri proprio ad Istanbul, nel maggio 2011. Chissà se anche quell’atteggiamento “disattento” del protocollo turco, nei confronti della presidente della Commissione europea, aveva a che fare con quella Convenzione?! Si sa, però, che il presidente turco aveva espresso, anche in precedenza, la sua opinione discriminatoria sulle donne. Ormai è di dominio pubblico la sua opinione, espressa pubblicamente nel 2016 sulle donne; per lui esse sono “prima di tutto delle madri”!

    Dopo il sopracitato incidente diplomatico, sono state diverse le reazioni degli alti rappresentanti delle istituzioni e delle cancellerie europee. E’ stata molto significativa quella, fatta l’8 aprile scorso, dal presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi. “Non condivido assolutamente Erdogan” ha detto Draghi, il quale era “….dispiaciuto moltissimo per l’umiliazione che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dovuto subire “. E poi, riferendosi al presidente turco, ha detto che si tratta di dittatori che bisogna chiamarli “per quello che sono”.

    Il simbolismo della sedia non è stato usato soltanto il 6 aprile scorso, durante il vertice tra L’Unione europea e la Turchia. Quel simbolismo è ormai noto e usato anche prima, ovviamente in ben altri contesti. Lo ha usato nel 1965 il presidente francese Charles de Gaulle. Allora la Commissione della Comunità economica europea aveva avanzato la proposta della costituzione di un mercato agricolo comune e sovranazionale, controllato e finanziato indipendentemente dai Paesi membri. La Commissione aveva proposto anche altre modifiche, che secondo i promotori, dovevano portare ad un rafforzamento, sia del Parlamento europeo che della Commissione stessa. Un’altra proposta, che allora non andava a genio ai rappresentanti della Francia, era la votazione non più all’unanimità, per delle decisioni del Consiglio dei ministri dei Paesi membri della Comunità, bensì la votazione a maggioranza qualificata. Si trattava di proposte che miravano a garantire l’integrazione europea dai Paesi membri e il superamento del carattere nazionale nelle decisioni prese dal Consiglio. Ma tutto ciò non era condiviso dal presidente francese De Gaulle. Per esprimere pubblicamente il suo dissenso e la sua contrarietà usò il simbolismo della sedia. Sì, proprio così. A partire dal 30 giugno 1965 lui decise di lasciare la “sedia vuota”, durante tutte le riunioni della Comunità. Quella sedia rimase “vuota” fino al 29 gennaio 1966 quando tutti gli Stati membri della Comunità firmarono quello che è noto come il compromesso di Lussemburgo. Con quel compromesso veniva confermato il voto all’unanimità quando uno Stato membro riteneva compromesso un suo particolare interesse considerato di grande importanza. Con la firma del compromesso di Lussemburgo finì anche la cosiddetta “crisi della sedia vuota”.

    Il simbolismo della sedia ha suscitato anche la fantasia degli artisti. Ne è una nota espressione la “sedia rotta”, chiamata anche la “sedia a tre gambe”, a Ginevra. Si tratta di una scultura di legno di grandi dimensioni che, messa nella piazza di fronte al Palazzo delle Nazioni, attira sempre l’attenzione dei passanti. La scultura è dedicata alle vittime delle mine antiuomo. E proprio la mancanza di una gamba della sedia simboleggia le gravi conseguenze dell’uso di quelle mine e, più in generale, anche le vittime di guerra. Ovviamente, non sono solo questi i casi in cui viene usato il simbolismo della sedia, ma, riferendosi a quelli sopracitati, si sa il perché della “sedia vuota” usata dal presidente de Gaulle. Si sa benissimo anche il significato del simbolismo della “sedia rotta” a Ginevra. Rimane da sapere il perché della sedia rifiutata alla presidente della Commissione europea, durante il vertice tra l’Unione europea e la Turchia il 6 aprile scorso.

    Nel frattempo in Albania continua la campagna elettorale per le elezioni politiche del 25 aprile prossimo. Il primo ministro sta sfoggiando tutto il suo arsenale degli insulti e delle offese coatte per i suoi avversari. In questa campagna lui sta beneficiando molto anche del dichiarato sostegno del suo “carissimo amico”, il presidente turco, che ha dichiarato di aver garantito fondi per la costruzione di un ospedale e di 522 unità abitative nelle zone colpite dai terremoti del 2019, prima del 25 aprile. Di tutto ciò il nostro lettore è stato ormai informato (Diabolici demagoghi, disposti a tutto per il potere; 18 gennaio 2021). Il presidente turco ha recentemente agevolato anche l’arrivo in Albania di una certa limitata quantità di vaccini cinesi, sempre come sostegno elettorale per il suo “caro amico” albanese. Il presidente turco è stato vicino al primo ministro albanese anche la scorsa settimana, in un periodo di bisogno. Sì, perché la scorsa settimana i controllori di volo dell’unico aeroporto internazionale in Albania, dopo che per quasi un anno le loro richieste sono state ignorate da chi di dovere, usando le clausole previste dalla legge, non si sono presentati al lavoro. Il che ha messo in difficoltà e in agitazione il primo ministro, anche perché si stavano evidenziando, in piena campagna elettorale, degli scandali finanziari del governo. Allora, per sormontare quella imbarazzante situazione, dalla Turchia sono arrivati alcuni crumiri, per sostituire i loro colleghi albanesi. Gli “amici” servono per questo e ben altro.

    Chi scrive queste righe, anche in questo caso, avrebbe avuto bisogno di molto più spazio, per trattare quest’ultimo argomento, nonché le gravi conseguenze dell’operato dei nuovi dittatori. Sia in Turchia che in Albania. Ma lo farà prossimamente. Nel frattempo però, egli è convinto che anche in Albania si potrebbe trattare il simbolismo della sedia. Si potrebbe trattare più che di un simbolismo; si potrebbe trattare la realtà della sedia, anzi, delle sedie impropriamente occupate, delle sedie istituzionali usurpate da persone irresponsabili e pericolose. Come in primo ministro, ma non solo. In Albania è ormai di dominio pubblico la realtà delle sedie occupate e/o usurpate e delle persone attaccate alle sedie istituzionali di qualsiasi tipo e appartenenza. Un simbolismo sui generis quello della sedia in Albania. Ed una realtà molto preoccupante e pericolosa quella dei nuovi dittatori! Dittatori che bisogna considerarli “per quello che sono”! Di fronte a simili realtà, per tutte le persone responsabili, sia in Albania, che nell’Unione europea e nelle cancellerie occidentali, dovrebbe essere un limite, oltre il quale la pazienza cesserebbe di essere una virtù.

  • La Commissione avvia il forum europeo dei mezzi d’informazione con un dialogo sulla sicurezza dei giornalisti

    La Commissione ha avviato un dialogo sulla protezione dei giornalisti nell’UE che coinvolge numerose parti interessate, tra cui i giornalisti e le loro associazioni, società di informazione, rappresentanti dei consigli consultivi dei media, Parlamento europeo, Stati membri, autorità di regolamentazione e partner internazionali.

    Gli omicidi dei giornalisti d’inchiesta Daphne Caruana Galizia e Ján Kuciak avrebbero dovuto essere un campanello d’allarme per l’Unione europea”, ha dichiarato Věra Jourová, Vicepresidente responsabile per i Valori e la trasparenza, che aprirà l’evento. “Tuttavia le minacce e gli attacchi contro i giornalisti sono sempre più numerosi, e sono minacce e attacchi contro la democrazia nel suo complesso. Per la prima volta la Commissione lavora a un’iniziativa dedicata alla sicurezza dei giornalisti che dovrebbe apportare miglioramenti tangibili sul campo.” E Thierry Breton, Commissario per il Mercato interno, ha aggiunto: “La libertà dei media non può essere data per scontata, dobbiamo difenderla attivamente, soprattutto nell’era digitale e con l’accresciuto rischio di attacchi online. Dobbiamo far sì che i giornalisti possano svolgere il loro ruolo cruciale nelle nostre democrazie garantendone la sicurezza quando svolgono il loro lavoro.

    Il dialogo proseguirà fino al 25 marzo nel quadro del forum europeo dei mezzi d’informazione. Si tratta di una tappa fondamentale nell’elaborazione della raccomandazione della Commissione agli Stati membri volta a garantire la protezione dei giornalisti (online e offline) e a combattere gli attacchi basati sul genere e contro le minoranze nell’UE, che sarà presentata più avanti quest’anno.

    Il forum e la raccomandazione fanno parte di una più ampia serie di iniziative volte a fronteggiare le minacce alla libertà e al pluralismo dei media nell’UE, come annunciato nel piano d’azione per la democrazia europea e in particolare per i giornalisti, con un’iniziativa destinata a contrastare l’abuso di azioni legali strategiche tese a bloccare la partecipazione pubblica. Il piano si accompagna al piano d’azione a sostegno della ripresa e della trasformazione dei settori dei media e dell’audiovisivo dell’UE.

  • In attesa di Giustizia: fregnacce alla moda di Palazzo Chigi

    Chi si ricorda della raccolta dei punti VDB? Antesignani anni ‘60 dei programmi di fidelizzazione dei supermercati erano legati all’acquisto di prodotti come la margarina Gradina e i formaggini Milkana. Ricchi premi e cotillon per chi completava la raccolta.

    Qualche genitore previdente deve averne fatto imponente incetta sino a garantirsi la possibilità di ottenere in cambio titoli accademici e diplomi di laurea per la propria prole…che oggi ci ritroviamo al comando del Paese.

    Tra le ultime, più note e fantasiose creazioni della nostra classe politica si annoverano – festeggiandosi in questi giorni l’anniversario – i D.P.C.M. di cui nessuno aveva mai sentito neppure parlare prima del 2020. Per carità, atto in sé del tutto legittimo e corrispondente al più noto Decreto Ministeriale dal quale differisce per la qualifica del componente del Governo che lo emana; il problema sono i contenuti.

    Su queste colonne se ne è trattato sin dai primi tempi, revocando in dubbio che con quello strumento si potessero disporre limitazioni della libertà personale che si sostanziano in obblighi di permanenza domiciliare: ora abbiamo una interessantissima sentenza di un Giudice di Reggio Emilia che tratta l’argomento e di cui vale la pena approfondire la motivazione.

    La premessa è che il P.M. aveva chiesto la condanna per decreto penale (il che significa senza nemmeno celebrare un processo quando il fatto contestato appare incontrovertibile) di due persone imputate del reato di falso per avere autocertificato, contrariamente al vero, di essere uscite dal luogo di domicilio per sottoporsi ad esami clinici: ciò avveniva il 13 marzo 2020, quindi proprio nelle prime giornate di lock down.

    Il Giudice però ha assolto entrambi, e lo ha fatto “in battuta” senza neppure la necessità di un confronto dialettico con accusa e difesa in dibattimento: scrive che, in via assorbente, va rilevata la indiscutibile illegittimità costituzionale dei D.P.C.M. nella parte in cui dispongono limitazioni della libertà personale.

    Che si tratti di questo e non di semplice limitazione della libertà di circolazione, secondo il giudice reggiano, si ricava da una corposa serie di decisioni della Corte Costituzionale in materia di provvedimenti del tutto analoghi e ben noti, come il DASPO o il TSO, che pure sono restrizioni della libertà persino più lievi rispetto a quelle declinate con i D.P.C.M.. La stessa Corte Costituzionale, scrive sempre il Giudice, ha chiarito (già dal 1964…non una novità, questione solo di aver studiato…) che la libertà di circolazione riguarda il divieto di accesso a determinate zone, eventualmente perché ritenute a qualsiasi titolo pericolose, ma non quello di uscire dalla propria abitazione.

    A queste considerazioni segue la possibilità di disapplicare, ritenendolo incostituzionale, il D.P.C.M. dell’8 marzo 2020: in forza di una legge del 1865 (avete letto bene: non è una novità assoluta e si studia al terzo anno di giurisprudenza) il Giudice può non tenere alcun conto, cioè disapplicare, provvedimenti amministrativi – come lo sono i D.P.C.M. – ritenuti illegittimi, ingiustificati o anche incostituzionali senza necessità di trasmettere gli atti alla Corte proprio perché non si tratta di leggi dello Stato ma di meri atti della pubblica amministrazione.

    Il vizio “a monte” del D.P.C.M. che non poteva limitare la libertà dei cittadini ha determinato “a valle” la mancanza di antigiuridicità del fatto di chi ha autocertificato il falso. Forse per il lettori “atecnici” si tratta di concetti piuttosto complessi, sebbene si sia cercato di renderli più comprensibili possibile. Ad altri livelli avrebbero dovuto costituire ovvietà impedenti di scrivere fregnacce. Tranne che i titoli – di tutti i componenti  della “compagnia di giro” del capocomico – non siano stati conseguiti con la raccolta dei punti VDB, rigorosamente dopo la frequentazione delle scuole serali…ma al buio.

  • La Veterinaria al femminile va oltre gli stereotipi

    Le donne Veterinarie sono il 51,8% della categoria professionale. Sono soprattutto libere professioniste, titolari di Partita Iva o a regime agevolato/forfettario, e ritengono “irrinunciabile” l’indipendenza economica (95%). Ma giudicano il proprio reddito “insoddisfacente” (44%) e per questo chiedono allo Stato politiche di sostegno economico-finanziario. Soprattutto per la maternità.

    E’ l’istantanea di una consultazione condotta dall’ANMVI (v. nota) sulla professione veterinaria al femminile, dalla quale emerge una questione di genere concreta e priva di luoghi comuni.

    In attività– La maggioranza delle partecipanti (90%) è in attività professionale e il settore prevalente è la medicina veterinaria per animali da compagnia. Ha un’età compresa fra i 30 i 50 anni (il 64% del campione) ha almeno un figlio (48%) e vorrebbe più tempo da dedicare alla famiglia attuale o di origine (70%).

    La carriera- Le Veterinarie chiedono di non dover essere costrette a scegliere fra vita extra-professionale e carriera professionale. Carriera professionale che le vede prevalentemente (42%) in posizioni di collaborazione presso realtà societarie o associative delle quali sono ancora poche quelle al vertice come direttrici sanitarie, comproprietarie di quote o titolari (23%).

    L’80% delle partecipanti non ha mai ricoperto ruoli di vertice in ambito veterinario. E tuttavia, gli incarichi di rappresentanza non sembrano attrarre: il criterio dell’equilibrio di genere introdotto dalla riforma degli Ordini delle professioni sanitarie (cd Legge Lorenzin) è valutato positivamente dal 33%, ma è indifferente per il 59%.

    Gender o a-gender? – Le Veterinarie non danno una connotazione di genere alla professione medico veterinaria in sé, ma spostano il focus sulle condizioni di esercizio in quanto donne. Anche il sorpasso di genere fra gli iscritti all’albo nazionale non vale come rivendicazione, ma è principalmente un dato “neutro”.

    Maternità e tempo– La dimensione donna entra davvero in gioco quando si tratta di maternità e genitorialità. L’88% chiede sostegni strutturali allo Stato più che alle organizzazioni di categoria. Il 51,5% vorrebbe sostegni al lavoro domestico per poter ridurre il carico di lavoro extra professionale. Conciliare il tempo professionale con quello extra-professionale è un’abilità che riesce a poche (16%). Solo il 19% auspica una riduzione del carico professionale. E per il 52% delle rispondenti il tempo da dedicare all’aggiornamento professionale è “insufficiente”.

    Una professione adatta alle donne– Per il 60% delle Veterinarie la professione è adatta alle donne. Che le donne abbiano un proprio peculiare approccio- sia al cliente che al paziente in cura- è vero “a volte” per la maggioranza delle rispondenti (36%) e non lo è per il 17%. Percentuali che diluiscono e la connotazione di genere, guardando alla professionalità come ad un valore a-gender.

    Discriminazione– Quando c’è discriminazione (23% sì, 22% a volte) verso la Veterinaria donna, essa proviene soprattutto dai clienti (33%): in generale, la discriminazione verso la donna Veterinario è dovuta principalmente a pregiudizi sulle capacità professionali (66%) e alla resistenza culturale a guardare alla donna come al “dottore” e non a una figura ausiliaria. Raggiunge la significativa percentuale del 45% la quota di Veterinarie che intravvede una esposizione al rischio di discriminazione e di violenza di genere.

    I rapporti con i Colleghi- Nei rapporti con i più stretti Colleghi di lavoro, le Veterinarie si confermano ben poco influenzate dal genere, a prevalere nei giudizi è un equidistante “dipende” (42%) seguito da un 37% di rispondenti per le quali “non c’è differenza” di genere. Nei commenti liberi, le partecipanti stigmatizzano però che la maternità, in atto o potenziale, è un fattore sfavorevole nei colloqui di lavoro o per il mantenimento dei rapporti di lavoro. Ma il gender gap, per il 63%, è un problema culturale generale universale, che va oltre lo specifico della Veterinaria (solo il 15% pensa che la mancanza di pari opportunità per le donne Veterinarie dipenda da fattori endogeni della Categoria). Un 10% attribuisce delle responsabilità alle stesse donne.

    Superare gli stereotipi- Superare gli stereotipi di genere e favorire la sensibilità di genere sono due priorità culturali, accanto ad un cambio di mentalità e allo sviluppo di una maggiore coesione fra i sessi.

    NOTA – “Essere Veterinarie, essere Donne Consultazione sulla dimensione professionale femminile” – Questionario e commenti liberi somministrato nel periodo settembre- novembre 2020. Rispondenti 2.246 Veterinarie – ©ANMVI 2020

    Ufficio Stampa ANMVI – Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani- 0372/40.35.47

  • Il genere neutro degli incarichi

    Tra i tanti problemi stiamo a discutere su quanto ha detto Beatrice Venezi, e cioè di non essere direttrice ma direttore d’orchestra. Solidarizzo con lei, le funzioni, gli incarichi che si ricoprono sono di genere neutro, il maschile ed il femminile si distinguono dall’articolo. Poi ovviamente c’è chi crede che la parità tra uomo e donna non si raggiunga parificando gli stipendi e le opportunità ma chiamando ministra chi è a capo di un ministero, ministra, molto simile a minestra, non sarà anche questo un subdolo modo di far rimanere indietro le donne?

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