Libertà

  • Due anni di galera alle giornaliste bielorusse che hanno seguito le proteste contro Lukashenko

    Katsyaryna Andreyeva e Darya Chultsova, le due giornaliste di Belsat (la stazione televisiva satellitare polacca rivolta alla Bielorussia), sono state condannate a due anni di prigione per aver riportato in diretta una manifestazione a Minsk, nel novembre scorso. La sentenza, l’ultima di una lunga scia di repressione da quando è scoppiata la protesta, è stata definita “assurda” dal legale delle reporter dato che le giornaliste “stavano solo facendo il loro mestiere”.

    Sulla vicenda è intervenuta anche la leader dell’opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, ora in esilio. “Basta guardare Darya e Katsiaryna: forti, sorridenti, salutano i loro cari attraverso le sbarre. Lukashenko non può spezzarci”, ha scritto su Twitter in sostegno alle reporter. Andreyeva e Chultsova, 27 e 23 anni, nella loro ultima dichiarazione in aula hanno nuovamente respinto le accuse contro di loro, definendole politicamente motivate in quanto la loro unica ragione per essere alla protesta era quella di documentare cosa stava accadendo (live via streaming). Ma evidentemente il loro lavoro non è piaciuto ai piani alti del regime, dato che le forze dell’ordine si sono presentate nell’appartamento da dove stavano trasmettendo – e che aveva una buona visuale sulla piazza dove stava avvenendo la manifestazione in ricordo di Raman Bondarenko, attivista massacrato di botte da frange estremiste vicine alle autorità – e le hanno arrestate.

    “Andreyeva e Chultsova avevano appena coperto un’azione di protesta”, ha ricordato il legale Syarhey Zikratski. “Tutti abbiamo seguito i loro servizi. Le parole che hanno usato erano solo una descrizione di ciò che stava accadendo e sono state erroneamente utilizzate come base per l’accusa contro di loro”, ha dichiarato Zikratski sottolineando che il lavoro giornalistico non può essere definito “disturbo dell’ordine civile”, come sentenziato dalla corte. Il marito di Andreyeva, Ihar Ilyash, anch’egli un giornalista, si è scagliato contro la sentenza: “Ora tutti noi giornalisti dobbiamo riferire ancora di più cosa sta avvenendo per distruggere completamente questo regime terroristico”.

    Nel mentre il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, visto sempre di più come un paria dalla comunità internazionale, ha annunciato un incontro, lunedì 22 febbraio, con Vladimir Putin per “estesi colloqui”. Lukashenko ha negato di voler chiedere a Mosca un altro prestito, questa volta per 3 miliardi di dollari, così come sostengono alcune voci. “Ci sono cose più importanti di cui parlare, come il sostegno della Russia alla difesa e alla sicurezza del nostro Paese”, ha detto Lukashenko precisando che, oltre a Putin, vedrà il vicesegretario del Consiglio di Sicurezza, Dmitry Medvedev.

    Il Cremlino ha confermato l’incontro precisando che i 2 leader si concentreranno sui “rapporti bilaterali”, benché non si escludono scambi di vedute sui principali argomenti dell’agenda “internazionale”. Mosca, non è un segreto, resta interessata al progetto dello Stato dell’Unione in un’ottica di “maggiore integrazione”. Chi conosce il dossier sostiene però che si tratterebbe quasi di un’annessione. Lukashenko, per ora, è riuscito a resistere alle mire del Cremlino.

  • Turkey arrests hundreds over alleged PKK links in Iraq executions

    Turkey on Monday announced the detention of more than 700 people over alleged links to the Kurdistan Workers’ Party (PKK), after it accused the group of executing 13 Turkish nationals in northern Iraq.

    Over the weekend, Ankara said PKK rebels had executed the 13 kidnapped Turks, while the PKK blamed Turkish airstrikes on their bases for their deaths. Αccording to the Turkish Defence Minister, Hulusi Akar, the victims, which were mostly soldiers, police and civilians, lost their lives during a Turkish military operation against the PKK and were found in a cave complex in the Iraqi Kurdistan Region’s mountainous Gare area.

    Twelve of them were shot in the head and one in the shoulder, Akar said on Sunday.

    The US State Department said in a statement the same day that it “deplores the death of Turkish citizens”, if the reports were confirmed, prompting Erdogan to accuse Washington of supporting the Kurdish militants and to label the statement as “deplorable”.

    “You say you don’t support the terrorists but you are actually on their side,” Erdogan said in a televised speech.

    The incident is expected to further fuel a spat between the two NATO allies, with Erdogan slamming the US for supporting the Syrian Kurdish militias of the People’s Protection Units (YPG), which Turkey sees as linked to PKK.

    PKK has been classified as a terrorist organisation by the US and Western countries, as well as by the European Parliament.

  • In Vaticano sconti di pena e piani di recupero per i condannati

    Riduzioni di pena, possibilità di pattuire un piano di lavori di pubblica utilità e attività di volontariato, sospensione del dibattimento nel caso di “legittimo impedimento” da parte dell’imputato: la giustizia penale dello Stato vaticano si aggiorna e “rimodula” le sue norme per adeguarsi alle necessità odierne e all’obiettivo di una pena rivolta al recupero del condannato. È ciò che prevede il Motu proprio di papa Francesco, promulgato il 16 febbraio, “recante modifiche in materia di giustizia” nella legislazione del piccolo Stato d’Oltretevere.

    “Proseguendo nel processo di continuo aggiornamento dettato dalle mutate sensibilità dei tempi”, il Papa emana tre nuovi articoli di legge, modificando e integrando norme, rispettivamente, del codice penale, di quello di procedura penale e della legge n. CCCLI sull’ordinamento giudiziario dello Stato della Città del Vaticano.

    Il primo introduce uno sconto di pena da 45 a 120 giorni per ogni anno di pena restrittiva già scontata al condannato che “abbia tenuto una condotta tale da far presumere il suo ravvedimento ed abbia proficuamente partecipato al programma di trattamento e reinserimento”. Nel momento in cui la pena diventa esecutiva, il condannato elabora d’intesa col giudice “un programma di trattamento e reinserimento contenente l’indicazione degli impegni specifici che assume anche al fine di elidere o di attenuare le conseguenze del reato, considerando a tal fine il risarcimento del danno, le condotte riparatorie e le restituzioni”. Il condannato può proporre “lo svolgimento di lavori di pubblica utilità, di attività di volontariato di rilievo sociale nonché condotte volte a promuovere, ove possibile, la mediazione con la persona offesa”. La precedente legislazione non prevedeva nulla di tutto questo.

    Il secondo articolo, in chiave garantista, abolisce il “processo in contumacia” che era ancora presente nel codice vaticano: nel caso l’imputato non si fosse presentato, il giudizio avveniva sulla base della documentazione raccolta senza l’ammissione dei testimoni della difesa. Ora invece se l’imputato rifiuta di assistere all’udienza senza che sia dimostrato un legittimo impedimento, si procede con il normale processo considerandolo rappresentato dal suo difensore. Se invece l’imputato non si presenta all’udienza e sia dimostrata l’impossibilità di comparire “per legittimo e grave impedimento, ovvero se per infermità di mente sia nell’impossibilità di provvedere alla propria difesa”, il tribunale o il giudice unico è tenuto a sospendere il dibattimento.

    Il terzo articolo introduce, tra l’altro, una modifica importante sul secondo e terzo grado di giudizio, stabilendo che “l’ufficio del promotore di giustizia esercita in autonomia e indipendenza, nei tre gradi di giudizio, le funzioni di pubblico ministero e le altre assegnategli dalla legge”.

    Fino ad oggi era previsto che in caso di ricorso in appello e poi in cassazione, la pubblica accusa fosse rappresentata da un magistrato diverso rispetto a quello che l’aveva condotta nel primo processo, con un incarico ad hoc per i processi di secondo e terzo grado. Ora invece si sancisce che anche in appello e in cassazione, come già avviene per il primo grado, le funzioni di pubblico ministero siano svolte da un magistrato dell’ufficio del promotore di giustizia, designato dal promotore stesso. Diverso rimarrà ovviamente il collegio chiamato a giudicare.

    “Una normativa – spiega il sito della Santa Sede, Vatican News – che tende a velocizzare i procedimenti, dato che d’ora in avanti sarà lo stesso ufficio che ha sostenuto la pubblica accusa in primo grado a sostenerla anche negli eventuali altri gradi di giudizio”.

  • Nuova accusa contro Suu Kyi in Myanmar e la Cina si irrita

    L’ex capo del governo birmano, Aung San Suu Kyi, rischia di rimanere in carcere a tempo indefinito senza processo, dopo che è stata accusata di avere “violato la legge sulla gestione dei disastri naturali”. Una accusa che si aggiunge a quella di avere importato illegalmente dei walkie-talkie. La legge è stata varata per perseguire le persone che hanno infranto le restrizioni sul coronavirus. La pena massima per la violazione delle leggi sul Covid è di tre anni di reclusione. Ma una modifica del codice penale introdotta dalla giunta la scorsa settimana consente la detenzione senza il permesso del tribunale. I militari che hanno spodestato con un golpe e tengono nascosta da 15 giorni ai domiciliari l’ex leader settantacinquenne, hanno assicurato che il premio Nobel per la pace “è in buona salute”.

    Nel Paese intanto continuano la stretta repressiva e gli arresti dei dissidenti nonostante le condanne della comunità internazionale e le imponenti manifestazioni di piazza che chiedono la liberazione della leader. Internet è stato bloccato quasi del tutto per la seconda notte consecutiva, ma sui militari è arrivata una doccia fredda da Pechino: il golpe “non è affatto quello che la Cina vorrebbe vedere”, ha ammonito l’ambasciatore cinese nella ex Birmania, Chen Hai. “Avevamo notato da tempo la faida interna per le elezioni, ma non eravamo stati informati in anticipo di un cambiamento politico”, ha spiegato in una dichiarazione pubblicata sul sito Internet dell’ambasciata cinese.

    Il monito della Cina arriva mentre resta forte la pressione internazionale sulla giunta militare. L’inviata dell’Onu per il Myanmar, Christine Schraner Burgener, ha avvertito di “possibili gravi conseguenze” qualora venga usata la “mano pesante” contro i dimostranti. Burgener ha avuto un colloquio telefonico con Soe Win, vice comandante dell’esercito e ha definito il blocco di internet una violazione dei “principi democratici fondamentali”. Le restrizioni all’accesso alla rete, ha aggiunto l’inviata Onu, stanno danneggiando anche “settori chiave, banche comprese”.

    I carri armati continuano a percorrere le strade del Paese. Circa 420 persone – politici, medici, attivisti, studenti, scioperanti – sono state arrestate nelle ultime due settimane. Rimane segreta la località dove sono detenuti Suu Kyi, ex capo de facto del governo civile e il presidente della Repubblica, Win Myint, incarcerati nelle prime ore del golpe. La connessione internet è stata quasi completamente interrotta alle 19,30 italiane e riattivata 8 ore dopo.

    La repressione non ferma però la mobilitazione per la democrazia. Centinaia di manifestanti hanno marciato anche di recente a Yangon, la capitale economica del Myanmar. “Ridateci i nostri leader!” e “Dateci speranza!” gli slogan sugli striscioni. I blindati per strada hanno però scoraggiato molti cittadini e le manifestazioni non sono più affollate come nei giorni precedenti.

  • Pechino conferma l’arresto della reporter accusata di aver spiato per l’Australia

    Cheng Lei, ex giornalista e volto noto della Cgtn, il canale della tv statale cinese in lingua inglese, è stata arrestata il 5 febbraio per spionaggio con l’accusa formale di “aver fornito segreti di Stato all’estero”. Cheng, nata nella provincia di Hunan, ma in possesso della cittadinanza australiana dopo essere emigrata da bambina, fu presa in custodia a Pechino dalla polizia del dipartimento sulla sicurezza nazionale lo scorso agosto senza spiegazioni, quando i suoi figli, di nove e undici anni, erano dai nonni in Australia durante la chiusura delle scuole per la pandemia del Covid-19.

    La svolta è stata riferita lunedì in mattinata dal ministro degli Esteri australiano Marise Payne, rimarcando che il governo australiano “ha espresso le sue serie preoccupazioni sulla detenzione di Cheng” in merito “al suo benessere e alle condizioni di detenzione”. Payne ha riferito che i funzionari consolari hanno visitato la donna sei volte finora, di cui l’ultima a fine gennaio. Cheng, che alla Cgtn ha lavorato per quasi un decennio, aveva regolarmente partecipato agli eventi tenuti dall’ambasciata australiana. Poche ore dopo è maturata la conferma del ministero degli Esteri di Pechino, secondo cui il suo caso “è in fase di ulteriore elaborazione”, assicurando che “tutti i diritti di Cheng sono stati completamente garantiti. Speriamo che l’Australia rispetti la sovranità giudiziaria cinese e la smetta di interferire nella gestione del caso in qualsiasi modo”, ha affermato in conferenza stampa il portavoce Wang Wenbin.

    La vicenda è destinata a infiammare ancora di più i pessimi rapporti esistenti tra Pechino e Canberra, in uno scontro a tutto campo dalla diplomazia al commercio. Le tensioni hanno avuto un’impennata dopo che Canberra ha chiesto un’indagine internazionale sull’origine della pandemia e Pechino ha risposto con rappresaglie commerciali. Un altro australiano, lo scrittore Yang Hengjun, è sotto processo a Pechino, accusato di spionaggio dopo l’arresto di gennaio 2019 all’aeroporto di Guangzhou.

    A Hong Kong, intanto, all’attivista radiofonico pro-democrazia Wan Yiu-sing, 52 anni, è stata contestata la “sedizione”, per quello che è il secondo caso finora registrato dal ritorno dell’ex colonia nel 1997 sotto la sovranità cinese. Il dipartimento di polizia sulla sicurezza nazionale ha notificato quattro capi d’accusa, tutti riconducibili ad altrettante trasmissioni radiofoniche online dello scorso anno.  Intanto, si avvicina il processo per altri 8 attivisti, tra cui 3 ex parlamentari, per le proteste dello scorso anno: le contestazioni si riferiscono all’incitamento del 30 giugno a partecipare a una manifestazione non autorizzata del giorno dopo. Tra gli imputati, Wu Chi-wai del Democratic Party e 4 esponenti della League of Social Democrats, incluso il carismatico ex deputato ‘Long Hair’ Leung Kwok-hung.

  • L’appoggio a Navalny porta all’espulsione reciproca di diplomatici tra Ue e Russia

    L’Europa risponde alla Russia. O meglio, lo hanno fatto i Paesi colpiti dall’espulsione dei loro diplomatici – Germania, Polonia e Svezia – con una misura speculare. Occhio per occhio, dunque. La scelta è stata subito bollata da Mosca (che aveva accusato i diplomatici di aver preso parte alle proteste pro-Navalny) come “infondata” e ultima di una serie di azioni definite “ingerenze nei nostri affari interni”. E via accusando.

    L’Europa intesa come Unione, invece, si sta ancora leccando le ferite per l’umiliazione inflitta all’Alto rappresentante della politica estera Josep Borrell. “Era un viaggio delicato, lo sapevamo prima che partisse”, ha dichiarato il portavoce della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Borrell presenterà una relazione sul suo viaggio a Mosca al collegio dei commissari, alla plenaria del Parlamento europeo, e al Consiglio Esteri il 22 febbraio, e in quelle sedi si discuteranno “le implicazioni e le conseguenze”. Ma, assicura l’Ue, durante i colloqui tra Borrell e l’omologo Serghei Lavrov si sono raggiunti dei “momenti di tensione” anche “feroci”, sottolineando che l’Alto rappresentante “ha portato tutti i messaggi dell’Unione”.

    Il rapporto tra la Russia e l’Occidente, già difficili, promettono insomma di diventare ancora più roventi e questo potrebbe avere dei risvolti di politica interna, dato che è proprio sul ‘resto del mondo’ che poggia ora la strategia del team di Navalny per ottenere la liberazione del principe degli oppositori russi. “Faremo in modo che ogni leader straniero possa discutere con Putin nient’altro che della sua scarcerazione”, ha assicurato in un messaggio alla base Leonid Volkov, responsabile della rete regionale del Fondo Anti-Corruzione e luogotenente di Navalny. Il Fondo, ha rassicurato Volkov, è in grado di operare anche senza il suo leader, che ha dato istruzioni precise prima di finire in cella. Ci saranno “nuove inchieste” e “nuove manifestazioni pacifiche” nel prossimo futuro, oltre che un forte impegno a veder approvate dure sanzioni agli oligarchi della cerchia di Putin – colpendo così anche “il suo portafoglio”.

    Lo zar, però, intanto gongola. Un sondaggio del Levada Center, rispettato istituto demoscopico russo, mostrerebbe infatti come il video sul suo ‘palazzo segreto’ – cavallo di battaglia di Navalny per incendiare la protesta – abbia avuto un impatto meno incisivo del previsto sulla società. Stando al Levada, la video-inchiesta sulla reggia principesca del Mar Nero è stata vista solo dal 26% degli intervistati. Un dato che si presta a varie interpretazioni. Un quarto della popolazione (sopra i 18 anni) non è male, ma è ben lontano dalle oltre 100 milioni di visualizzazioni sbandierate dal Fondo. Ancora. Un altro 10% dice di conoscere il contenuto del video, anche se non l’ha visto, mentre un 32% ne ha sentito parlare, benché non ne conosca i dettagli. Il 31% degli intervistati invece non ne sa proprio nulla. Ma il dato forse più interessante è il seguente: il 77% tra chi ha visto il film, ne conosceva il contenuto o almeno ne ha sentito parlare – dunque il 68% del campione – non ha cambiato il proprio atteggiamento nei confronti di Putin. Per il 17% invece l’atteggiamento è peggiorato (e c’è un 3% per il quale è persino migliorato). Un terzo (33%) dei consapevoli si dice poi sicuro che le informazioni del video non siano “vere” mentre un altro 24% è convinto che, anche se lo fossero, il Paese ha cominciato a vivere meglio con Putin. Il che non suona come una condanna senz’appello. Insomma, la diga del consenso putiniano sembra tenere.

    Intanto il Partito Libertario (non registrato) ha notificato al comune di Mosca l’intenzione di tenere una manifestazione il prossimo 23 febbraio. Per sostenere Navalny ma anche per chiedere l’annullamento della pena del deputato comunale Yulia Galyamina e sollecitare il rilascio di Azat Miftakhov, lo studente condannato a sei anni di carcere in gennaio. Come dire, c’è vita nell’opposizione russa oltre a Navalny.

  • Birmania in piazza, i generali minacciano la repressione

    Minacce di una repressione armata, idranti sparati sulla folla nella capitale, la legge marziale nella seconda città più popolosa del Paese: in Birmania il regime golpista fa capire di essere pronto a usare la forza, ma nel Paese le manifestazioni di protesta contro il colpo di stato di inizio mese diventano ogni giorno più grandi. Da una parte un esercito abituato a comandare, dall’altra una risposta popolare che i generali probabilmente non avevano messo in conto: due forze contrapposte che fanno aumentare il rischio di violenze con il passare delle ore.

    In centinaia di migliaia sono scesi nelle strade di Yangon, l’ex capitale, in scia ad altre imponenti manifestazioni degli ultimi giorni. Ma altre proteste si sono viste a Mandalay, nonostante la proclamazione della legge marziale con coprifuoco notturno, e persino nella vasta capitale Naypyidaw, costruita negli ultimi anni della dittatura con il chiaro intento di rendere difficili assembramenti anti-governativi. Qui – dove vivono molti dipendenti statali – in mattinata la polizia ha usato gli idranti nel tentativo di disperdere la folla, mentre a Yangon e in altre città del Paese, le forze dell’ordine si sono limitate a impedire l’accesso ai palazzi del potere.

    Il capo delle forze armate, generale Min Aung Hlaing, è apparso in televisione per giustificare il golpe, di nuovo con la motivazione dei “brogli elettorali” nelle elezioni dello scorso novembre in cui ha trionfato la “Lega nazionale per la democrazia” di Aung San Suu Kyi, e annunciando nuove inchieste sulle presunte irregolarità. Ma sono spiegazioni che non convinceranno una folla fatta in gran parte di giovani, che scendono in piazza in un’atmosfera di protesta gioiosa e con scritte, chiaramente ispirate a “meme” imparati in fretta nei pochi anni su Internet, che deridono il regime. Con l’accesso a Internet ormai ristabilito, per quanto le connessioni siano molto rallentate (forse anche per i picchi di utenti collegati per informarsi e condividere immagini delle proteste), nessuno sembra avere ormai paura di esprimere il proprio dissenso.

    Diversi negozi hanno inoltre iniziato a togliere dagli scaffali prodotti dei conglomerati dell’esercito, come la popolare Myanmar Beer.

    Il rischio è però che una popolazione giovane, senza memoria della repressione della “rivoluzione di zafferano” del 2007 e ancor meno del massacro che schiacciò le proteste pro-democrazia nel 1988, sottovaluti la determinazione di un esercito che si sente il garante indispensabile della stabilità nazionale e ha enormi interessi in ballo. “Provvedimenti devono essere presi contro le infrazioni che mettono in pericolo la stabilità dello Stato e la sicurezza pubblica”, ha ammonito la rete statale. Da parte sua, la giunta è probabilmente conscia che la Birmania del 2021 è distante anni luce da quella del 2007: un’eventuale repressione armata finirebbe su tutti i social media, con conseguenze disastrose sull’immagine dei militari in patria e nelle relazioni internazionali. Oggi è arrivato anche l’appello di papa Francesco, che ha espresso la sua solidarietà al popolo birmano e esortato la giunta a rimettere in libertà gli almeno 160 politici e altri dissidenti arrestati.

  • Il separatismo religioso e le scuole francesi

    La notizia è di quelle che fanno riflettere. Oltre il 59% degli insegnanti francesi dichiara di essersi imbattuto in una forma di separatismo religioso nel proprio istituto attuale e il 24% dichiara di sperimentare regolarmente o di tanto in tanto veementi sfide nei confronti delle loro modalità di insegnamento. Il dato è aumentato di 9 punti rispetto al 2018. I dati appartengo ad un sondaggio sul separatismo scolastico in Francia condotto da Iannis Roder, professore associato di storia dal 1999 in un liceo a Seine-Saint-Denis e responsabile dell’Osservatorio sull’istruzione della Fondation Jean Jaurès, ripreso da La Nuova Bussola Quotidiana il 18 gennaio. Il rapporto rivela che i casi coinvolgono tutta la Francia, e non più solo periferie e banlieu. Nell’articolo, che riporta alcuni episodi accaduti in varie cittadine della Francia, in cui gli insegnati sono stati costretti a fare i conti con minacce dei genitori e atteggiamenti di sfida degli alunni, si legge che molti docenti “per evitare una possibile destabilizzazione della classe e le manifestazioni di protesta di vario genere, preferiscono tacere ed evitare di affrontare determinati argomenti. È paura? Secondo chi ha redatto il rapporto, sì.  Più spesso perché si sentono abbastanza soli nell’eventuale battaglia. È sorprendente notare che il 16% degli insegnanti afferma di non denunciare gli incidenti di cui sono stati testimoni. D’altronde solo il 56% dichiara alla propria dirigenza le forme di separatismo, e quindi di rifiuto della Francia e delle sue leggi, cioè poco più di 1 su 2”. E si legge ancora: “ciò che l’indagine ha inteso per ‘separatismo religioso’ è qualsiasi atto o manifestazione che si traduca in un rifiuto di attività, una richiesta specifica, una sfida all’educazione in nome delle convinzioni religiose. Il rapporto contiene discussioni circa i programmi e persino le discipline. Sono elencate per esempio le infinite controversie sull’educazione fisica avanzate da ragazzine cui l’islam impone un certo tipo di comportamenti e abbigliamento negli spogliatoi e nello sport. E poi le mense halal, le gite scolastiche e il velo. Il 49% degli insegnanti solo delle scuole secondarie afferma di essersi già auto-censurato durante le lezioni. Osservazione sconvolgente per gli analisti francesi se si considera che l’ultimo studio IFOP per la Fondazione Jean-Jaurès è stato realizzato in occasione del sesto anniversario dell’attentato a Charlie Hebdo. Un dato da evidenziare con l’assassinio di Samuel Paty perpetrato lo scorso ottobre e che è aumentato di 12 punti in meno di tre anni”.

  • Diabolici demagoghi, disposti a tutto per il potere

    La maggior parte dei tiranni sono stati demagoghi che si sono acquistata la fiducia del popolo con le calunnie.
    Aristotele; “Politica”


    Il 6 e il 7 gennaio scorso il primo ministro albanese è stato in Turchia per una visita ufficiale. L’anfitrione, il presidente turco, aveva riservato un’accoglienza in pompa magna per il suo discepolo e “caro amico” albanese. Secondo le informazioni ufficiali si trattava di una visita, durante la quale i due “amici” hanno rinnovato la loro stretta collaborazione. Sono stati firmati diversi accordi, tra i quali il più importante era l’Accordo del Partenariato Strategico tra i due Paesi. Sempre secondo le informazioni ufficiali, il presidente turco ha promesso al suo ospite albanese sostegno ed investimenti in Albania. Si tratta di investimenti per la costruzione di 522 unità abitative nelle zone colpite dai terremoti del 2019 e di un ospedale. Ma si tratta anche di investimenti per la costruzione/ricostruzione di diverse moschee in Albania. Bisogna ricordare che in pieno centro di Tirana, accanto al Parlamento, con il diretto interessamento del presidente turco e gli investimenti da lui garantiti, è stata costruita ormai la più grande moschea di tutta la penisola balcanica. Durante la comune conferenza stampa, il 7 gennaio scorso, il presidente turco ha dichiarato solennemente che “…l’Albania è un Paese amico, fratello e alleato. Siamo due popoli fratelli, che abbiamo combattuto insieme e che abbiamo lasciato segni nella storia”. Poi ha aggiunto che dappertutto in Albania attualmente si “trovano molte testimonianze della cultura comune”. Affermazioni che rispecchiano alcuni dei pilastri della cosiddetta Dottrina Davutoğlu, la quale è stata trattata la scorsa settimana dall’autore di queste righe (Relazioni occulte e accordi peccaminosi; 11 gennaio 2021). Durante la stessa conferenza stampa, il primo ministro albanese ha ringraziato il suo “caro amico” presidente per quanto ha fatto e sta facendo per l’Albania e, a sua volta, ha promesso la stretta collaborazione, sua e del suo governo, per combattere il terrorismo e le organizzazioni terroristiche. Una cosa che il presidente turco aveva da tempo chiesto al suo “amico” ed ha pubblicamente sottolineato anche durante la comune conferenza stampa. Secondo quest’ultimo “…la collaborazione nella lotta contro il terrorismo” rappresenta un’importanza particolare. Subito dopo ha specificato che si trattava di una sola organizzazione, considerata terroristica dal presidente turco. Ribadendo, convinto e determinato, anche che non permetterà mai che quell’organizzazione possa “…avvelenare le relazioni tra i due Paesi.”. Opinione, quella, condivisa anche dal primo ministro albanese. Ed era la sola richiesta che il presidente turco aveva fatto al primo ministro albanese durante la sopracitata visita. Almeno secondo quanto hanno ufficialmente dichiarato durante la loro comune conferenza stampa. Perché di quello sul quale  loro due si sono accordati in privato, e ne hanno avuto occasione, non si è saputo e non si saprà mai. Ma, leggendo tra le righe si capisce che non tutto è stato detto al pubblico, anzi! Perché non si possono dire le ragioni e neanche le reciproche promesse fatte per degli accordi e delle intese di interesse personale. Di entrambi. Per il momento il primo ministro albanese deve fare di tutto per avere un terzo mandato, costi quel che costi, durante le elezioni del 25 aprile prossimo. Ed al suo “caro amico”, al presidente turco, sono “sfuggite” alcune parole, durante la sopracitata conferenza stampa, che si riferivano proprio al suo appoggio per il primo ministro durante quelle elezioni. Parlando della sopracitata costruzione di un ospedale in una delle regioni roccaforti del primo ministro albanese, come parte importante degli accordi firmati, il presidente turco ha detto che “…finirà prima delle elezioni!”. In più, il presidente turco ha anche espresso la sua convinzione che “…le elezioni del 25 aprile saranno utili per il popolo albanese e l’Albania”. E, ovviamente, perché tutto ciò possa accadere, il presidente turco dovrebbe aver promesso al suo amico albanese tutto il suo appoggio. A patto, però, che quest’ultimo continuasse a garantire la collaborazione ed il suo personale impegno nella lotta comune contro quella “organizzazione terroristica” che potrebbe “avvelenare le relazioni tra i due Paesi”.

    Si tratta dell’organizzazione FETÖ (Fethullahçı Terör Örgütü – Organizzazione del Terrore Gülenista; n.d.a.). Secondo il presidente turco, il capo di quest’organizzazione, Fethullah Gülen, è stato proprio l’ideatore e l’organizzatore del fallito colpo di Stato del 16 settembre 2016 in Turchia. In realtà Gülen, un noto politologo e predicatore dell’Islam, è il fondatore di una ben altra organizzazione, il Movimento Gülen. Egli è anche tra i fondatori dell’Associazione per la Lotta contro il Comunismo, nonché di una rete di scuole e altre strutture di insegnamento privato, da allora ben radicata sia in Turchia, che in altri paesi. Albania compresa. Gülen è stato, fino al 2012, uno dei più stretti amici e collaboratori dell’attuale presidente turco. Amicizia e collaborazione che finì definitivamente nel 2013, quando Gülen denunciò pubblicamente gli scandali della corruzione, che vedevano direttamente coinvolto Erdogan e i suoi familiari. Da allora quest’ultimo ha dichiarato guerra all’ultimo sangue a Gülen, essendo anche ufficialmente considerato il capo della sopracitata organizzazione FETÖ dalle istituzioni turche della giustizia. Da anni ormai Gülen si trova negli Stati Uniti d’America. Ragion per cui la Turchia ha chiesto, a più riprese, alle autorità statunitense l’estradizione di Gülen. Estradizione che è stata sempre rifiutata. Non solo, ma sia gli Stati Uniti, che tutti gli Stati membri dell’Unione europea hanno fermamente condannato le accuse di Erdogan nei confronti di Gülen.

    Guarda caso però, l’Albania che sta proseguendo, anche se con risultati vistosamente negativi, il processo dell’adesione nell’Unione, è anche l’unico Paese europeo che da alcuni anni ormai sta condividendo ufficialmente quanto ritiene il presidente turco Erdogan. Mettendosi così, apertamente, contro tutti i Paesi occidentali e gli Stati Uniti. Chissà perché e chissà in cambio di cosa?! Non solo, ma era proprio a fianco del suo “caro amico” Erdogan che il primo ministro, durante la sopracitata conferenza stampa, ha accusato le istituzioni dell’Unione europea. Riferendosi agli Stati membri e all’Unione stessa, lui ha dichiarato che “…diversamente da alcuni altri […] la Turchia e il presidente Erdogan si sono trovati vicini al popolo albanese durante la pandemia, dimostrando valori di solidarietà”. Nessuno sa, però, a quali aiuti si riferiva il primo ministro albanese e in cambio di quale promessa fatta a lui [personalmente] dal presidente turco. E non è la prima volta, soprattutto in questi ultimi anni, mentre il processo europeo dell’Albania è vistosamente bloccato, per diretta responsabilità del primo ministro albanese, che quest’ultimo attacca e minaccia le istituzioni europee e/o i singoli Stati membri dell’Unione europea. Seguendo proprio l’esempio del suo “caro amico” Erdogan.

    Chi scrive queste righe pensa che la somiglianza tra loro va oltre ed è molto più ampia. O meglio dire, la smania del primo ministro albanese di imparare, di imitare e di somigliare al suo amico in tutto e per tutto è vistosa. E in tutto e per tutto li accomuna una caratteristica: per il loro potere personale sono disposti a qualsiasi cosa, ignorando principi e vendendo anche l’anima, se necessario. L’attaccamento al potere ha messo in evidenza i loro comportamenti da veri despoti. Essendo, però, anche molto attenti, con le loro note capacità demagogiche, di apparire come dei patrioti, come dei “padri della nazione”, premurosi e attenti al benessere dei rispettivi cittadini. Calpestando, però, le loro innate libertà e i loro sacrosanti diritti. E come la maggior parte dei tiranni, che sono stati anche demagoghi, si sono acquistata la fiducia del popolo con le calunnie.

  • Hong Kong arrests 53 for trying to ‘overthrow’ government with unofficial vote

    Hong Kong police arrested 53 people in raids on democracy activists on Wednesday in the biggest crackdown since China last year imposed a new security law which rights activists say is aimed at eliminating dissent.

    About 1,000 police took part in the raids. The arrests were linked to last year’s unofficial vote to choose opposition candidates in city elections, which authorities said was part of a plan to overthrow the government.

    The arrests come as authorities continue a crackdown on dissent under a new controversial security law imposed by Beijing. The law aims to tackle secession, subversion, terrorism and collusion with foreign forces, with punishments of up to life in prison.

    Hong Kong Secretary for Security John Lee said those arrested had planned to cause “serious damage” to society and that authorities would not tolerate subversive acts. Beijing’s top representative office in Hong Kong said in a statement it firmly supported the arrests.

    Police did not name those arrested, but their identities were revealed by their social media accounts and their organisations. They included former lawmakers, activists and people involved in organising the 2020 primaries, among them James To, Lam Cheuk-ting, Benny Tai and Lester Shum.

    Since its imposition, leading activists such as media tycoon Jimmy Lai have been arrested, some democratic lawmakers have been disqualifiedactivists have fled into exile and protest slogans and songs have been declared illegal.

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