Libertà

  • 17 marzo, elezioni in Russia, chiediamo una manifestazione per difendere la libertà e la giustizia

    Ricorda Antonio Polito, ripreso anche da Gramellini, che in Italia ci sono state, dall’inizio dell’anno, 2538 manifestazioni ma, al momento, e temiamo neppure in futuro, vi è stata una manifestazione per dare solidarietà a Oleg Orlov, il premio Nobel settantenne mandato in galera da Putin.

    Circa 9000 artisti e presunti intellettuali hanno firmato un manifesto per non fare partecipare Israele alla biennale di Venezia, mentre molto minori sono state le adesioni per contestare la presenza dell’Iran, noto in tutto il mondo per un governo che sistematicamente uccide e tortura i dissidenti, con particolare piacere se sono donne.

    Non abbiamo visto manifestazioni con numerosi partecipanti per chiedere che Putin si ritiri dall’Ucraina  dopo le decine di migliaia di morti, ucraini e russi, che ha fatto la sua sciagurata ambizione di potere. Le manifestazioni per la pace chiedono, di fatto, un cessate il fuoco agli ucraini, una pace che significa resa a chi li ha invasi sterminando villaggi e città.

    Non abbiamo visto, mentre giustamente si chiede il rispetto della vita dei civili palestinesi, folle manifestanti e decise a condannare Hamas colpevole della strage del 7 ottobre in Israele, degli ostaggi israeliani, di tanti palestinesi usati come scudo umano mettendo armi e tunnel sotto case, ospedali, moschee, scuole.

    E non abbiamo visto nessun partito politico avere il coraggio di indire una manifestazione per il 17 marzo, quando Putin, in elezioni farsa, sarà nuovamente proclamato signore indiscusso e autorizzato a continuare ad imprigionare, ad uccidere.

    Noi crediamo che Il 17 marzo debba esserci, in Italia, una grande manifestazione per la libertà, i diritti umani e la democrazia, nel ricordo di Navalny, ultimo martire dello zar.

    Se la società cosiddetta civile, le forze politiche, gli intellettuali, gli artisti, i comunicatori dei media volessero si sarebbe ancora in tempo per organizzarla ma ho il solito presentimento, questo appello non sarà ascoltato e l’ambiguità continuerà a regnare sovrana.

  • Una decisione che viola i diritti dei giornalisti indipendenti

    Dove c’è un tribunale c’è iniquità.

    Lev Tolstoj

    Il Consiglio d’Europa è stato costituito a Londra, il 5 maggio 1949. I dieci Paesi che lo hanno fondato dovevano impegnarsi a non avere più conflitti armati in Europa ed evitare, perciò, tutte le atrocità vissute e sofferte durante la Seconda guerra mondiale, finita soltanto quattro anni prima. Nel documento base del Consiglio d’Europa si sancivano anche gli obiettivi da raggiungere. I Paesi firmatari si dovevano impegnare a promuovere e difendere i principi della democrazia, i diritti dell’uomo, l’identità culturale dei Paesi europei, nonché risolvere i diversi problemi sociali nei Paesi membri del Consiglio d’Europa. Obiettivi che ormai devono rispettare non più dieci, bensì quarantasei Paesi aderenti.

    Era il 4 novembre 1950 quando a Roma è stata approvata la Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, nota come la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Si trattava di una Convenzione basata su quanto sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, approvata dall’Assemblea delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Una Convenzione che entrò in vigore il 3 settembre 1953 per gli Stati aderenti al Consiglio d’Europa e che tale rimane anche attualmente per tutti i Paesi membri. In seguito, nel 1959, si costituì la Corte europea dei Diritti dell’Uomo, ideata come un organo internazionale giurisdizionale, il cui principale obbligo istituzionale era ed è quello di garantire quanto si stabilisce nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. In più la Corte europea dei Diritti dell’Uomo, con sede a Strasburgo, garantisce a tutti i cittadini dei Paesi membri del Consiglio d’Europa il diritto di rivolgersi alla Corte. Riconosce perciò il diritto e fare ricorso per risolvere ogni contenzioso con le istituzioni del Paese di appartenenza, dopo avere esaurito lì tutto il percorso giuridico e quando il cittadino non è convinto di aver avuto una giusta giustizia.

    L’articolo 10, comma 1, della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo sancisce: “Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. …”. Mentre il 16 settembre 2022 la Commissione europea ha adottato un documento noto come European Media Freedom Act (Legge europea sulla libertà dei media; n.d.a.). L’articolo 4, comma 3, di questa legge sancisce: “Gli Stati membri non possono sanzionare, intercettare, sottoporre a sorveglianza, perquisizione o sequestro, media professionisti, i loro dipendenti o i loro familiari, perché si rifiutano di rivelare informazioni sulle loro fonti, a meno che ciò non sia giustificato da un’esigenza di interesse pubblico”.

    L’Albania è diventato un Paese membro del Consiglio d’Europa dal 13 luglio 1995. Come tale ha assunto anche l’obbligo di rispettare quanto è stato sancito dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, compreso il suo articolo 10, comma 1. Perciò, tutte le istituzioni albanesi, sia quelle statali e governative, sia anche le istituzioni del sistema della giustizia, sono obbligate a rispettare quanto sancito in quell’articolo. E cioè sono obbligate a rispettare il diritto di un giornalista a non rivelare la fonte delle sue informazioni. Ma una decisione della Corte Suprema del 20 febbraio scorso ha violato questo diritto ad un giornalista investigativo che stava indagando sulle attività di un’organizzazione della criminalità organizzata e il coinvolgimento di alcuni alti funzionari istituzionali e rappresentanti politici dell’unico partito al governo. Era il 13 dicembre 2023 quando il giornalista è stato fermato, in piena violazione della legge, dai funzionari della Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata, un “vanto” del sistema “riformato” della giustizia in Albania. Una Struttura che però e purtroppo, dati accaduti e che stanno accadendo alla mano, risulta non rispettare i propri obblighi previsti dalla legge, ma ubbidire agli ordini che arrivano dai massimi livelli governativi e politici. Il nostro lettore è stato spesso informato delle violazioni della Costituzione e delle legge in vigore da parte di questa Struttura. Al giornalista fermato hanno sequestrato i telefoni, i computer ed hanno chiesto di rivelare le fonti delle sue informazioni legate all’organizzazione della criminalità organizzata e ad alcuni alcuni alti funzionari istituzionali e politici sui quali lui stava indagando. Il giornalista ed i suoi legali si sono rivolti al tribunale di primo grado della capitale, ma il tribunale ha dato ragione all’operato della Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata. La stessa decisione è stata presa in seguito anche dalla Corte d’Appello.

    Dopo quelle decisioni sono state immediate le reazioni delle organizzazioni locali ed internazionali dei giornalisti, come Reporters sans Frontières (Reporter senza Frontiere) e la Federazione europea dei giornalisti. Ma sono valse a niente tutte queste reazioni. Il 20 febbraio scorso la Corte Suprema ha convalidato le decisioni del tribunale della capitale e quella della Corte d’Appello. Ma quello che risulta veramente “strano” nella decisione della Corte Suprema è proprio il fatto che quella decisione contrasta palesemente con un’altra decisione presa dalla stessa Corte più di due anni fa. E guarda caso, tre dei cinque giudici erano gli stessi che hanno deliberato diversamente quando si stava giudicando il caso di due giornalisti e dei materiali sequestrati al loro media dai funzionari della Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata! L’autore di queste righe informava il nostro lettore allora che “…i due giornalisti si sono rivolti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Con una sua immediata delibera del 22 aprile 2021, quella Corte ha considerato la decisione presa dal tribunale albanese non valida ed ha deciso che “Le autorità (del Sistema di giustizia albanese; n.d.a.) devono impedire l’attuazione della delibera […] per il sequestro della strumentazione che serve per la conservazione dei dati e delle informazioni, dei computer o altre strumentazioni elettroniche appartenenti al ricorrente …” (Uso scandaloso di dati personali; 31 gennaio 2022). Dopo quella decisione della Corte europea dei Diritti dell’Uomo c’è stata anche la decisione della Corte Suprema albanese a favore dei due giornalisti. Chissà perché il 20 febbraio scorso la stessa Corte, compresi anche tre dei cinque giudici che hanno deliberato, decisero proprio l’opposto contrario, nonostante i due casi erano simili?!

    Chi scrive queste righe pensa che quella decisione della Corte Suprema albanese viola i diritti dei giornalisti indipendenti e rappresenta un ulteriore e preoccupante testimonianza del controllo del sistema “riformato” della giustizia da parte del potere politico. Chi scrive queste righe è convinto che non ovunque dove c’è un tribunale c’è iniquità, come affermava Lev Tolstoj. Ma quella realtà si verifica purtroppo molto spesso in Albania.

  • Azioni concrete per una concreta educazione ai comportamenti ed alle regole

    Certi avvenimenti non dovrebbero accadere, le manganellate ai giovani studenti, le manifestazioni che sfociano in violenza, le richieste di pace che non tengono conto di chi è aggredito e di chi ha aggredito, i bambini ucraini oscurati dalle ingiuste morti di quelli palestinesi, le doppie verità, le pesanti aggressioni verbali, gli insulti personali in politica, il rogo dell’immagine del Presidente del Consiglio, l’indifferenza con la quale si commentano fatti dei quali non si comprende né la tragicità né le conseguenze sono avvenimenti che, in un Paese civile, non dovrebbero accadere.

    Ma accadono.

    Per questo ben venga ogni autorevole dichiarazione, come il Presidente della Repubblica ha fatto, mentre troppi altri hanno invece taciuto, ma è il momento di passare ad azioni concrete che portino, dalla scuola ai media, dalla politica alla così detta società civile, una concreta educazione ai comportamenti ed alle regole che, in democrazia, devono guidare la vita dei singoli come dei gruppi, delle collettività e dei rappresentanti delle istituzioni

    Ma ad oggi nulla di concreto all’orizzonte mentre la violenza, l’incomprensione, la doppia morale segnano ogni giorno di più la nostra vita.

  • Muscardini: “Senza l’integrità territoriale dell’Ucraina non vi può essere pace giusta e sicurezza per la democrazia anche nella stessa Europa”

    Nonostante il tempo, tornato freddo e qualche scroscio di pioggia, la manifestazione a sostegno dell’Ucraina, organizzata dall’Associazione NADIYA, a Piacenza sabato 24 febbraio a due anni dall’invasione russa, ha avuto una folta partecipazione non solo di ucraini ma anche di molti cittadini italiani.

    L’inno ucraino e poi l’inno italiano, cantati dal vivo da una cantante lirica ucraina, la preghiera e le strofe cantate dai bambini e indirizzate ai soldati al fronte sono stati momenti commuoventi tra lo sventolio di bandiere e le foto di soldati caduti e di città distrutte dalla furia di Putin.

    Dopo gli interventi della presidente dell’Associazione, di un consigliere della giunta piacentina e di una esponente di Fratelli d’Italia, l’On. Cristiana Muscardini ha sottolineato come il mondo si divida tra male e bene e che il male si manifesta con le azioni di uomini: “Il male è la negazione della pietà e del rispetto dei diritti umani, la voglia di sopraffazione, di annientare quanto non si riesce a possedere, di distruggere ogni oppositore, di calpestare le leggi internazionali, di uccidere gli ucraini e di condannare a morte i propri cittadini in una guerra  sanguinosa, il male è Putin“.

    Cristiana Muscardini ha invitato i presenti a raccontare ovunque quello che sta accadendo in Ucraina per sconfiggere l’indifferenza di troppi o l’acquiescenza o la connivenza di alcuni: “Nella bandiera ucraina ci sono i colori della bandiera europea, il blu del drappo ed il giallo delle nostre stelle, vogliamo che al più presto l’Ucraina faccia parte dell’Europa, chiediamo ai prossimi deputati europei di farsi carico della difesa della libertà e della giustizia, dell’integrità territoriale dell’Ucraina senza la quale non vi può essere pace giusta e sicurezza per la democrazia anche nella stessa Europa”.

  • Non è più il momento di un silenzio complice

    Il ministro Salvini risponde agli avversari, che lo accusano di non aver rilasciato una dichiarazione dopo la morte di Navalny, affermando di essere troppo impegnato a costruire ponti, strade e ferrovie per avere tempo di rispondere ai suoi avversari.

    Tralasciando il fatto che tutti questi cantieri, in giro per l’Italia, non li abbiamo visti mentre la principale preoccupazione del ministro sembra  rimanere il Ponte sullo Stretto, non la mancanza di strade e ferrovie in Sicilia ed in Calabria,non si può dimenticare che  la dichiarazione del vice di Salvini, sulla morte di Navalny, è stata a dir poco preoccupante mentre il ministro, e vicepremier, noto, nel passato, per le sue simpatie putiniane, è rimasto silenzioso!

    Diamo atto, ancora una volta, alla determinazione e chiarezza con la quale il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è espresso e ci uniamo alle tante voci che hanno denunciato, anche per questa nuova morte “misteriosa”, Putin e  il sistema russo.

    Siamo  tra i molti che ritengono il presidente russo comunque colpevole, sia che abbia ordinato la soppressione di Navalny, sia che Navalny sia stato  ucciso da un solerte sostenitore dello zar, sia che sia morto per cosiddette cause naturali dopo essere stato avvelenato, detenuto in carcere, processato con fantomatiche accuse e poi recluso nel più duro carcere dell’Antartico dove sopravvivere diventa quasi impossibile.

    Putin si comporta come ai tempi di Stalin e dell’Unione Sovietica quando i dissidenti, e cioè quelli che chiedevano libertà e diritti civili, erano reclusi, e spesso soppressi, in Siberia o avvelenati o “suicidati”. Non dimentichiamo le molte morti “misteriose” anche in questi anni di guerra contro l’Ucraina.

    La dura repressione contro coloro che hanno avuto il coraggio di protestare, portando un fiore sotto il monumento delle vittime dei gulag per ricordare Navalny, e gli arresti violenti, quattro, cinque poliziotti contro una sola persona, testimoniano come, in vista delle elezioni e con una guerra che non sta vincendo e per la quale ha fatto morire centinaia di migliaia  russi, l’arroganza, la crudeltà ed il cinismo del nuovo zar non abbiano limiti.

    Quegli occidentali che ancora, in modo palese, o più o meno occulto, simpatizzano con Putin o trescano con lui esportando ed importando merci, direttamente o con il sistema della triangolazione, prendano atto che per il mondo civile, per la gente per bene qualsiasi tipo di silenzio sulle mala gestione di Putin, sui suoi delitti sarà considerato non solo acquiescenza ma connivenza.

    Non è più il momento di un silenzio pauroso o complice.

  • Doverose riflessioni in questo inizio anno

    Non far nulla senza riflessione, alla fine dell’azione non te ne pentirai.

    Dal Siracide, libro dell’Antico Testamento

    Lunedì scorso, 8 gennaio, Papa Francesco ha incontrato i rappresentanti del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Durante l’udienza, tra l’altro, il Santo Padre ha fatto riferimento alla situazione nel mondo, sottolineando l’importanza della pace. Una “…parola tanto fragile e nel contempo impegnativa e densa di significato”. La pace che “… è primariamente un dono di Dio”. Ma che “…nello stesso tempo è una nostra responsabilità”, ha ribadito il Pontefice. Poi ha ricordato quanto aveva detto papa Pio XII alla vigilia di Natale del 1944, mentre la seconda guerra mondiale stava finendo. Pio XII ne era convinto che già allora si sentiva “…una volontà sempre più chiara e ferma: fare di questa guerra mondiale, di questo universale sconvolgimento, il punto da cui prenda le mosse un’era novella per il rinnovamento profondo”. Sono passati ormai quasi ottant’anni dalla fine di quel conflitto mondiale, ma le vere realtà vissute e spesso sofferte in diverse parti del mondo sono tali da far riflettere tutti e responsabilmente. Papa Francesco ha sottolineato lunedì scorso che purtroppo “…la spinta a quel “rinnovamento profondo” sembra essersi esaurita e il mondo è attraversato da un crescente numero di conflitti che lentamente trasformano quella che ho più volte definito “terza guerra mondiale a pezzi” in un vero e proprio conflitto globale”. In seguito, durante l’udienza, il Pontefice ha fatto un’analisi della situazione in diverse parti del mondo, dove sono in corso dei conflitti armati. Come quelli in Ucraina e nella Striscia di Gaza. Ma anche nel Caucaso Meridionale, dove continauno gli attriti tra l’Armenia e l’Azerbaigian. Papa Francesco ha analizzato anche la preoccupante situazione tutt’ora in corso nel continente africano, dove sono diversi i Paesi in conflitto. Così come ha fatto con la situazione dell’America del Sud. Rivolgendosi ai rappresentanti del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, il Pontefice ha ribadito che “…la via della pace esige il rispetto della vita, di ogni vita umana. […]. La via della pace esige il rispetto dei diritti umani, secondo quella semplice ma chiara formulazione contenuta nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”. Il Pontefice ha poi espresso la sua ferma convinzione, secondo la quale “…Il dialogo, invece, dev’essere l’anima della Comunità internazionale”. Sottolineando che “…L’attuale congiuntura è anche causata dall’indebolimento di quelle strutture di diplomazia multilaterale che hanno visto la luce dopo il secondo conflitto mondiale”. Il Papa ha ribadito altresì che “…Per rilanciare un comune impegno a servizio della pace, occorre recuperare le radici, lo spirito e i valori che hanno originato quegli organismi, pur tenendo conto del mutato contesto e avendo riguardo per quanti non si sentono adeguatamente rappresentati dalle strutture delle Organizzazioni internazionali”. Spirito e valori come quelli che hanno evidenziato e proclamato sia gli autori del “Manifesto di Ventotene”, che altri Padri Fondatori dell’attuale Unione europea. Coloro che hanno ideato e attuato il 18 aprile 1951 la costituzione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Proprio quei Padri Fondatori che sei anni dopo, lungimiranti, convinti e determinati hanno firmato, il 25 marzo 1957, il Trattato di Roma che diede vita alla Comunità Economica Europea, la quale, con il Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio 1992, divenne l’attuale Unione europea.

    Purtroppo, non devono preoccupare solo i diversi conflitti armati attualmente in corso, evidenziati da Papa Francesco lunedì scorso, l’8 gennaio, durante l’udienza con i rappresentanti del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Devono preoccupare seriamente anche i molti regimi dittatoriali oppressivi ed attivi in diversi Paesi del mondo. Si tratta di realtà vissute e sofferte che generano la morte, causando tantissime vittime umane, come anche i conflitti armati. Con solo una differenza. Si, perché per le vittime delle guerre si tengono delle evidenze più o meno esatte, mentre per le vittime delle dittature, per centinaia di migliaia di persone che perdono la vita in “silenzio”, nel corso degli anni, in seguito alle numerose violazioni, sofferenze e privazioni, spesso non si sa niente. Si tratta di realtà, quelle legate alle dittature, dove l’individuo, l’essere umano, deve soltanto e semplicemente ubbidire al regime, oppure deve subire tutte le conseguenze. Si tratta delle realtà di cui non sempre si parla e si sa pubblicamente quello che accade, soprattutto fuori dai confini del paese. Si tratta purtroppo di realtà vissute, sofferte e note solo lì dove il regime esercita il suo potere dittatoriale. Ma durante questi ultimi decenni ci sono delle realtà che hanno cominciato ed essere note anche in altre parti del mondo. Sono delle realtà evidenziate e rese pubbliche, tra l’altro, sia da giornalisti coraggiosi, che da cittadini scappati da quelle dittature. Realtà rese pubblicamente note, altresì, da alcune istituzioni internazionali specializzate che da anni analizzano lo stato della democrazia nella maggior parte dei Paesi del mondo. Lo ha fatto dal 2006 anche l’Economist Intelligence Unit Index of Democracy (L’Unità d’intelligenza dell’Economist, parte del noto settimanale britannico The Economist che prepara e pubblica l’Indicatore della Democrazia nel mondo; n.d.a.). Oggetto dello studio, dell’elaborazione dei dati e delle analisi specializzate sono 167 diversi Paesi. Facendo riferimento allo stato  reale della democrazia, i Paesi vengono classificati in quattro categorie, denominate come “democrazie complete”, “democrazie imperfette”, “regimi ibridi” e “regimi autoritari”. Lo studio si concentra su cinque diversi obiettivi principali, che sono il processo elettorale ed il pluralismo, le libertà civili, il funzionamento del governo, la partecipazione politica e la cultura politica/democratica.

    Ebbene, dall’ultimo rapporto dell‘Economist Intelligence Unit pubblicato nel febbraio del 2023 e che si riferisce ai dati del 2022, raccolti ed elaborati nel ambito del Democracy Index, risulta che solo circa la metà della popolazione mondiale, e cioè il 45.3%, vive in un Paese con un sistema democratico, in una delle sue note e studiate forme. Dallo stesso rapporto per il 2022 risulta però e purtroppo che il 36.9% della popolazione mondiale vive in un Paese dov’è attivo un regime autoritario. L’Afghanistan risulta essere il Paese ultimo classificato. Tutto dovuto al ritorno dei talebani al potere, dopo il ritiro vergognoso delle truppe internazionali da Kabul, il 15 agosto 2021. Un ritorno quello che ha di nuovo restaurato il loro regime. Dall’ultimo rapporto dell‘Economist Intelligence Unit risulta che il Paese che ha avuto il peggior andamento nel mondo, dal punto di vista dell’adempimento dei principi democratici, è stato la Russia. Il Paese, una delle maggiori potenze mondiali, ha perso 22 punti rispetto alla sua posizione del 2021, fermandosi al 146o posto. Nel rapporto si elencano anche tutti gli altri Paesi oggetto dello studio, le loro posizioni ed il perché di quei risultati. Il rapporto dell‘Economist Intelligence Unit, pubblicato dal settimanale britannico The Economist, termina con la frase: “Nonostante alcuni miglioramenti globali, la democrazia resta minacciata”. Una preoccupante constatazione questa che deve far riflettere seriamente tutti coloro che hanno delle responsabilità politiche ed istituzionali, sia in ogni singolo Paese, che a livelli più ampi.

    Anche in Europa, come in altre parti del mondo, ci sono dei Paesi nei quali non si rispettano i principi dalla democrazia, non si rispettano i diritti innati dell’essere umano ed altri sacrosanti diritti acquisiti. Paesi dove non si rispetta il principio della separazione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario). Un principio che rappresenta anche un criterio di valutazione del funzionamento del sistema democratico in un determinato Paese. Un principio quello della separazione dei poteri noto già dall’antichità ed ovviamente adattandosi alle condizioni storiche e sociali dell’epoca. Un principio che è stato elaborato in seguito, durante il diciottesimo secolo, da Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu, un filosofo, giurista, nonché studioso di storia e del pensiero politico francese e non solo, meglio e semplicemente noto Montesquieu. L’autore di queste righe, mentre tratta ed analizza per il nostro lettore argomenti che hanno a che fare con la democrazia e/o i regimi autocratici e dittatoriali, ha spesso fatto riferimento al principio della separazione dei poteri. In un suo precedente articolo egli trattava ampiamente proprio questo principio. “Un principio che si basa sulla necessità di garantire la sovranità dello Stato e che individua tre poteri, i quali devono essere sempre attivi e ben indipendenti uno dall’altro, proprio per non permettere abusi di potere che danneggerebbero il normale funzionamento di uno Stato democratico”, scriveva l’autore di queste righe per il nostro lettore a fine ottobre 2023. Cercando di risalire alle origini storiche del principio, egli scriveva: “Il principio della separazione dei poteri era già noto dall’antichità, sia in Grecia che, in seguito, anche nella Roma antica. Un principio trattato da Platone, nella sua nota opera “La Repubblica” e da Aristotele, nella sua opera “La Politica”. Un principio che venne adottato anche nella Costituzione della Roma antica. Ma un trattamento dettagliato del principio della separazione dei poteri in uno Stato democratico è stato fatto secoli dopo. Prima da John Locke, nella sua opera “Due trattati sul governo”, pubblicata nel 1690, in seguito Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu, dopo un lungo e impegnativo lavoro, durato per ben quattordici anni, pubblicò  nel 1748 un insieme di trentuno libri, raccolti in due volumi ed intitolato “Spirito delle leggi” (De l’esprit des lois; n.d.a.)”. E poi aggiungeva che “…Ovviamente Montesquieu, quando ha scritto la sua opera prendeva in considerazione l’organizzazione statale di quel tempo, tenendo presente soprattutto l’organizzazione statale nel Regno Unito e la sua Costituzione. Perciò affermava che il potere legislativo “…verrà affidato e al corpo dei nobili e al corpo che sarà scelto per rappresentare il popolo”. Invece, per quanto riguarda il potere esecutivo “…deve essere nelle mani d’un monarca, perché questa parte del governo, che ha bisogno quasi sempre d’una azione istantanea, è amministrata meglio da uno che da parecchi”. Mentre, riferendosi al potere giudiziario, Montesquieu ribadiva che doveva essere rappresentato ed esercitato da “…giudici tratti temporaneamente dal popolo”. Il potere giudiziario dovrebbe, altresì, “…essere sottoposto solo alla legge, di cui deve riprodurre alla lettera i contenuti”. Secondo lui il potere giudiziario, doveva essere “la bouche de la lois” (la bocca della legge; n.d.a.)”. Così scriveva l’autore di queste righe per il nostro lettore (Anche il sistema della giustizia a servizio del regime; 30 ottobre 2023). È ormai ben noto il pensiero di Montesquieu, filosofo e giurista francese del Settecento, attuale anche adesso. Ed è ben nota una frase con la quale egli spiegava anche l’indispensabilità della separazione del potere esecutivo da quello legislativo e dal potere giudiziario. L’indispensabilità che quei tre poteri siano sempre indipendenti l’uno dall’altro. Montesquieu era convinto che “…Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere”. Purtroppo attualmente sono non pochi coloro che, avendo del potere da esercitare, ne fanno uso ed abuso. Lo testimoniano fatti accaduti e che tuttora stanno accadendo in diversi Paesi del mondo, alcuni dei quali anche in Europa. Così come lo testimoniano inconfutabilmente, tra l’altro, anche gli studi e i rapporti ufficiali pubblicati da diverse istituzioni internazionali specializzate; compresa l‘Economist Intelligence Unit.

    Chi scrive queste righe ha valutato di fare e di condividere con il nostro lettore alcune doverose riflessioni in questo inizio anno. Egli, nel suo piccolo, continuerà a trattare questi argomenti anche in futuro. Chi scrive queste righe è convinto che ciascuno deve fare di tutto per sostenere i processi democratici. Ma, allo stesso tempo, deve contrastare qualsiasi tendenza che porta ad un regime autocratico. Perché verrà un giorno in cui ognuno deve rendere conto alla propria coscienza.

  • Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli: il documentario italiano ‘Stai fermo lì’ riceve il Premio per la Pace dell’Ambasciata svizzera in Italia

    “Quello che mi rattrista maggiormente sono i ricordi delle persone trattenute in carcere, picchiate e torturate, anche per motivi futili come indossare i jeans o ascoltare la musica occidentale… i ricordi delle madri che aspettano i figli e disperate non sanno dove sono finiti. Una situazione che ancora oggi va avanti… E pensare invece che noi dovremmo essere fratelli, dovremmo condividere la felicità e tutti insieme proteggere la terra!”. Sono parole pronunciate da Babak Monazzami, giovane persiano, nel documentario Stai fermo lì che racconta una parte della sua vita. Il documentario ha ricevuto il Premio sulla Pace dell’Ambasciata Svizzera in Italia in occasione del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, giunto alla XV edizione, svoltosi nel capoluogo campano dal 15 al 25 novembre e intitolato, quest’anno, Diritti minori – I bambini alla guerra.

    A raccogliere e filmare i pensieri e i racconti di Babak è la giornalista Clementina Speranza, alla sua prima esperienza in veste di regista, che ha intitolato il documentario Stai fermo lì, come la canzone di Giusy Ferreri per cui Monazzami ha interpretato, durante il suo periodo milanese, un video musicale e che un po’ il leitmotiv della sua vita: da una parte scappa e dall’altra è costretto a rimanere fermo.

    Artista poliedrico Babak dipinge tele dai molteplici soggetti che compaiono anche nel documentario e una sua opera dedicata ai diritti umani, La sposa bambina, era presente anche in sala in occasione della proiezione alla quale ha partecipato con l’autrice del documentario. “Non è stato facile effettuare le riprese, l’emozione ha interrotto numerose volte il girato. Il ripercorrere i ricordi cruenti e tragici, o sentimentali, sui propri cari, impediva a Babak di proseguire”, afferma Clementina Speranza.  E aggiunge: “Obiettivo non è solo quello di risvegliare la coscienza del pubblico, ma anche di ricordare quale sia il prezzo che il silenzio può esigere. È un invito a non chiudere gli occhi verso chi è dovuto scappare dalla propria terra anche se mai l’avrebbe voluto”.

    Da tre anni l’Ambasciata di Svizzera collabora con il Festival dei Diritti umani istituendo il ‘Premio per la Pace’, valore che caratterizza fortemente il documentario Stai fermo lì, come sottolineato da Raffaella D’Errico, Console Onoraria di Svizzera in Campania: “Assegnando questo premio, l’Ambasciata di Svizzera intende mettere in evidenza come il rispetto dei diritti umani sia il presupposto necessario per ottenere una pace durevole. La difesa dei diritti umani deve andare al di là dei casi più noti ed eclatanti; ogni destino individuale vale la nostra attenzione”.

    Con quasi 50 conflitti, di cui due alle porte dell’Europa, e nel 75° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo il documentario Stai fermo lì racconta una storia tipica del nostro tempo. “E’ il frutto di una serie di guerre che l’Occidente ha dichiarato ai paesi Orientali lasciando poi irrisolti i problemi e creando nuovi e ulteriori problemi, non ai governi ma alle popolazioni indifese, e a chi fugge e viene perseguitato in tutto il mondo” – spiega Maurizio Del Bufalo, direttore artistico del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli. Proprio come nel caso di Babak, “un agente di pace, un mediatore culturale che viene perseguitato anche in Europa. Stiamo pagando le colpe di una cattiva gestione della pace mondiale. Questo premio per la pace – conclude Del Bufalo – vuole essere un premio a chi, nonostante le condizioni in cui il suo Paese si trovi, riesce a lavorare per la pace di tutti anche a costo di pagare per le conseguenze del suo coraggio”.

    In sala erano presenti Julie Meylan, Prima Segretaria dell’Ambasciata della Svizzera in Italia, Mariano Bruno, Console Onorario del Principato di Monaco, Segretario Generale del Corpo Consolare di Napoli; Francesca Giglio console Onoraria delle Filippine; Stefano Ducceschi, Console Onorario della Germania; Gianluca Eminente, console onorario dell’Islanda; Valentina Mazza, console onoraria del Kazakhstan; Maria Luisa Cusati, Console Onoraria del Portogallo; Jacopo Fronzoni Console Onorario della Slovenia.

  • ‘Viva l’Italia’

    Mentre si assiste ad una corsa nel sostegno a chi ha urlato alla Scala

    “Viva l’Italia antifascista” modestamente anch’io dico:

    ” Viva l’Italia”. Il mio Paese

    che una classe politica urlante

    non merita

    perché non dimostra rispetto

    con il silenzio neppure in un luogo come la Scala di Milano

    Viva l’Italia

    liberale e repubblicana

    depurata da queste polemiche

    e con una classe politica nutrita

    con  slogan  per celare il vuoto siderale

    Viva l’Italia

    la mia Italia

    e non la vostra che

    avete distrutto economicamente

    nell’ultimo trentennio rendendola

    l’unica con una decrescita del reddito in Europa

    Viva l’Italia

    che agli inutili corsi di affettività nelle scuole

    non manda un prete

    ma neanche un esponente LGBT

    Viva l’Italia

    nella quale

    la sanità viene gestita

    come servizio

    e non come business

    Viva l’Italia

    che preferisce

    come modello politico la democrazia diretta

    ed economico la Svizzera

    Viva l’Italia

    che invece di svendere il proprio patrimonio industriale e societario

    investe per arricchire la propria economia

    Viva l’Italia

    la cui crescita economica viene quantificata soprattutto

    dalla creazione

    di posti di lavoro a tempo indeterminato

    Viva l’Italia

    nella quale il merito conta più della conoscenza

    e la stessa università si dimostra indipendente e non complice della politica

    Viva l’Italia

    che tutela le minoranze di ogni sorta

    ma non certo penalizzando la maggioranza

    Viva l’Italia

    con un sistema elettorale che permetta di scegliere il candidato

    e non implichi soprattutto l’elezione

    della sua intera famiglia

    Viva l’Italia

    che riesce a distaccarsi dai modelli politici ed ideologici del millennio precedente

    come fascismo e comunismo

    Viva l’Italia

    nella quale i giornali non si schierano politicamente

    ma contestano i fatti indipendentemente da chi li commette

    Viva l’Italia

    in grado di realizzare perlomeno

    una pista di bob a Cortina d’Ampezzo

    per le prossime Olimpiadi invernali 2026

    Viva l’Italia

    della quale

    all’estero non dobbiamo vergognarci

    come adesso

    Viva l’Italia

    Secolarizzata, lontana da una chiesa che si fa influenzare da un no-global senza arte né parte

    Viva l’Italia quindi.

    Ma che sia un’Italia

    libera da tutti quelli

    che oggi si identificano semplicemente

    in un slogan “antifascista”

    ma già domani

    torneranno a lavorare per i propri interessi politici, ideologici ed economici

    anche contro quelli dell’intera Nazione

    Viva l’Italia

    ma libera da tutti quelli che si sentono autorizzati

    ad occupare incarichi pubblici con la propria famiglia

    Viva l’Italia

    nella quale il mandato elettorale non rappresenta una competenza acquisita

    ma semplicemente l’opportunità di circondarsi di persone preparate

    che permettono di realizzare quanto promesso in campagna elettorale

    Viva l’Italia

    che non è quella che

    ci sta lasciando chi

    si esalta per uno slogan

    oppure finge  di non sentire

    Viva l’Italia che merita molto più di questo.

  • Preservare la libertà e l’indipendenza della nostra repubblica senza creare motivi di divisione

    Gramellini, che spesso apprezziamo per la sua rubrica ‘Il caffè’ sul Corriere della Sera, sabato 9 dicembre scrive che vi sarà un problema fino a quando gridare ‘viva l’Italia antifascista’ non diventerà un modo di dire condiviso e persino banale come gridare ‘viva la mamma’.

    Purtroppo gridare ‘viva la mamma’ non ci sembra più un modo molto condiviso nella nostra società che invece sembra a tutti costi, nei media e nella politica, voler ritornare a spaccarsi, a creare pretestuosi distingui mentre la gente comune pensa a ben altro.

    Il fascismo è morto da qualche decennio, la Costituzione è in vigore ed è una Costituzione repubblicana e liberale, difenderla significa difendere la democrazia e la libertà, una democrazia che a volte sembra minata dal settarismo, dai pregiudizi, dalle polemiche volte solo a cercare consenso politico o audience mediale.

    Da parte nostra siamo contenti che la senatrice Segre, con la sua presenza, abbia onorato il palco reale alla Scala, per il resto la democrazia, piaccia o non piaccia, si basa sui voti e sui consensi degli elettori ed abbiamo pesi e contrappesi che impediscono che possa essere calpestata.

    Vigiliamo tutti allora, da destra e da sinistra, per  preservare la libertà e l’indipendenza della nostra repubblica e smettiamola di creare sempre motivi di divisione, di distrarre l’opinione pubblica da fatti importanti per cercare di indirizzarla verso piccole speculazioni più o meno personali.

    Cerchiamo di essere un po’ più maturi nei nostri comportamenti pubblici e privati perché ognuno di noi ha dei doveri anche per quello che rappresentiamo nel mondo, un mondo dove centinaia di persone muoiono ogni giorno per guerre crudeli, attacchi terroristi, fame e miseria.

  • Non c’è libertà quando non ci si può difendere

    Il suicidio del signor Alberto Re,  persona di 78 anni che nella vita aveva avuto equilibrio e successi,avvenuto  dopo essere stato aggredito via social dimostra, se ancora ce n’era bisogno, come non soltanto i più giovani possano avere la vita sconvolta, fino ad arrivare ad atti estremi, dalla violenza di chi usa la tastiera solo per fare del male e sopperire così alle proprie frustrazioni ed incompletezze.

    L’abbiamo detto, lo ripetiamo e lo ripeteremo: internet senza regole e senza gli strumenti per decodificare i messaggi diventa, da strumento utile e spesso necessario, il grimaldello per entrare nelle vite degli altri, per fare del male, per contrabbandare falsità come verità, per insegnare la crudeltà.

    Inutile manifestare contro la violenza alle donne, e sarebbe anche ora di manifestare contro la violenza tout court, se non affrontiamo come trovare il modo per impedire che messaggi sbagliati,esempi negativi, pericolosi, immagini violente e sanguinarie, giochi di morte passino continuamente sulla rete avvelenando la vita di troppe persone,specie adolescenti.

    Massimo Gramellini scrive “ci vorrebbe un giubbotto antisocial“, io sommessamente mi chiedo come sia possibile che tutti si sentano vivi solo se sono presenti  sui social esponendosi così, inutilmente, alle parole di rabbia e di odio che ormai imperversano,mettendo in piazza sentimenti, paure, incertezze, comunque visioni della propria intimità che in ogni momento possono diventare un boomerang

    Mi chiedo come non ci si renda conto che la violenza sta montando sempre di più mentre, in nome della libertà, è proprio la libertà ad essere offesa.

    Non può esistere la libertà di fare del male agli altri, non c’è libertà quando non hai possibilità di difesa.

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