Libertà

  • Una giornata così bella e soleggiata

    Sophie Magdalena Scholl nasce a Forchtenberg il 9 maggio 1921. È la quarta di sei fratelli: Inge, Hans, Elisabeth, Sophie, Werner e Thilde e non ha ancora dodici anni quando, nonostante il disaccordo del padre Robert (un convinto pacifista), si iscrive alla Gioventù Hitleriana con i suoi tre fratelli più grandi; illusi anche loro dalla imperante propaganda nazista.

    Tuttavia, l’educazione altruista ricevuta in famiglia, non tardò a germogliare nei loro cuori e nelle loro menti. Pochi anni dopo, infatti, ritornarono tutti e quattro sui loro passi. Per questo, nel marzo del 1941 Sophie fu inviata in un campo di lavoro per giovani donne, tra i 18 e i 25 anni, dove dovevano indossare l’uniforme e dove venivano indottrinate con violenza da insegnanti fanatiche. In una lettera ad un’amica Sophie scrive: «Viviamo come prigioniere, non solo il lavoro ma anche le pause di piacere sono doveri. Qualche volta vorrei urlare: il mio nome è Sophie Scholl. Non dimenticatelo!».

    Terminata questa esperienza mortificante, nel maggio del 1942 raggiunge Hans a Monaco di Baviera per iscriversi all’università. Qui scopre che il fratello, insieme ad alcuni amici, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf, tutti poco più che ventenni, hanno fondato la Rosa Bianca (Weiße Rose), un movimento di opposizione non violenta al regime nazista. Senza indugi si unisce a loro, partecipando attivamente ad ogni loro attività come scrivere, stampare e distribuire volantini per informare un pubblico selezionato di studenti, professionisti e intellettuali del male che li circondava, profetizzando che Hitler avrebbe perso la guerra.

    Alcuni di questi volantini arrivano anche alla Gestapo. La caccia ai loro anonimi autori aveva inizio. Siamo nel giugno del 1942.

    Alla fine dell’estate, mentre suo fratello e gli altri erano stati chiamati come soldati in Russia, Sophie rientra a casa dove la attendevano due mesi di lavoro in una fabbrica di armamenti. Poco dopo il suo arrivo, suo padre viene condannato a quattro mesi di reclusione per aver inveito pubblicamente, in uno scatto d’ira, contro il Führer. Sophie, quando poteva, dopo il lavoro, si recava sotto le finestre del carcere per suonare con il suo flauto una canzone cara al padre, nella speranza di alleviarne il dolore.

    Rientrati in ottobre dalla Russia, i membri della Rosa Bianca iniziano a collaborare con il movimento di resistenza nazionale. Nel giro di pochi mesi i loro volantini vengono diffusi in quasi tutta la Germania. Ne scrissero molti e ne spedirono a migliaia. Il 18 febbraio del 1943, poco dopo aver distribuito nuovi volantini all’Università, Hans e Sophie vengono scoperti e arrestati senza opporre alcuna resistenza. Ammanettati e condotti al quartier generale, vengono interrogati (e quasi sicuramente torturati) di continuo per molte ore. Nessuno dei due accetta di ritrattare quanto scritto sugli opuscoli, né di denunciare gli altri membri del gruppo. I fratelli Scholl, dopo un processo farsa durato solo cinque ore, vengono condannati a morte e portati alla prigione di Stadelheim. Lo stesso giorno, alle ore 17 iniziano le esecuzioni con ghigliottina. Sophie è la prima. “Come possiamo aspettarci che la giustizia prevalga quando non c’è quasi nessuno disposto a dare se stesso individualmente per una giusta causa? È una giornata di sole così bella, e devo andare, ma che importa la mia morte, se attraverso di noi migliaia di persone sono risvegliate e suscitate all’azione?”. Queste le sue ultime parole. Nei giorni seguenti, nonostante il loro sacrificio, vengono ghigliottinati molti altri ragazzi, sebbene nessuno di loro abbia mai compiuto attentati o sabotaggi.

     

    «Per un popolo civile non vi è nulla di più vergognoso che lasciarsi governare da una cricca di capi privi di scrupoli e dominati da torbidi istinti senza opporre resistenza…»

    (da uno dei volantini della Rosa Bianca)

     

     

  • Somiglianze inquietanti

    Per me odioso, come le porte dell’Ade, è l’uomo che
    occulta una cosa nel suo seno e ne dice un’altra.

    Omero

    In Albania durante questi ultimi anni, la cosa pubblica e gli interessi dei cittadini sono gestiti, purtroppo, da politici irresponsabili, incapaci, ipocriti, bugiardi e ingannatori. Loro sono alleati con il “mondo di mezzo”, un “regno sotterraneo”, quello, dove convivono e collaborano la criminalità organizzata con certi clan occulti, locali e internazionali. Quanto è accaduto durante questi ultimi anni, nonché le innumerevoli accuse e denunce pubbliche mai smentite dai diretti interessati, lo dimostrerebbe senza ombra di dubbio una simile e allarmante realtà. Ormai è convinzione diffusa che la strategia dell’attuale primo ministro, per accedere e mantenere il potere, non solo quello politico, si basa, tra l’altro, anche sulla collaborazione e la connivenza proprio con quel “regno sotterraneo”. “Unirsi con tutti i mascalzoni e le carogne” per garantire la vittoria è diventato uno slogan elettorale, nonché la base di una strategia che l’attuale primo ministro ha pubblicamente adottato durante la campagna elettorale del 2013. Ma tutto ciò, come si sa e come la storia millenaria ci insegna, ha anche un prezzo da pagare. Un prezzo che, dati e fatti accaduti alla mano, si sta pagando e si pagherà al “regno sotterraneo”. Il che sembrerebbe possa aver condizionato e continua a condizionare spesso le scelte e le decisioni del primo ministro. Lo dimostrerebbe anche il fatto, rapportato dalle istituzioni internazionali specializzate, che in Albania attualmente l’unico investitore “serio” è proprio la criminalità organizzata che investe, prima di tutto, per riciclare il denaro sporco proveniente da diverse attività illecite. Non solo, ma “i mascalzoni e le carogne”, provenienti dal “regno sotterraneo”, sono diventati ormai anche sindaci e deputati. Sono tanti i casi evidenziati. Per rendere meglio la strategia messa in atto dal primo ministro, basta riferirsi agli scandali legati al passato criminale di alcuni dei sindaci, ad ora cinque, “usciti vincenti” dalle votazioni moniste del 30 giugno 2019. Votazioni, sulle tante problematiche e violazioni costituzionali e legali delle quali il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Anche quando di fronte non ha rivali, le scelte del primo ministro vanno sempre a queste tipologie di persone. Chissà perché?! Un caso molto significativo e rappresentativo della “strategia vincente” del primo ministro è quello del sindaco della capitale che, tra l’altro, ormai sta diventando paurosamente anche una città invivibile. Lui risulta essere il modello per eccellenza del bugiardo, dell’ingannatore, dell’imbroglione, ma anche dell’arrogante che, fatti pubblicamente noti alla mano, sembrerebbe, sia anche il modello di colui che serve ubbidiente, ma anche ne approfitta dall’alleanza con il “regno sotterraneo”.

    L’attuazione della “strategia vincente” del primo ministro, nonché la totale irresponsabilità nella gestione della cosa pubblica e l’incapacità di molti funzionari governativi, statali e/o locali, a tutti i livelli, hanno causato e stanno causando la preoccupante e quotidianamente vissuta realtà albanese. Tutto ciò genera, tra l’altro, povertà, malessere, disperazione diffusa tra gli albanesi. Fino al punto di spingerli a lasciare il paese. Ovviamente non sono soltanto gli albanesi che lasciano il paese per una vita migliore. Si tratta di un fenomeno noto e vecchio quanto il mondo. Ma quello che sta accadendo da alcuni anni con i cittadini albanesi è veramente allarmante. Le cifre paurose e preoccupanti lo dimostrerebbero senza ombra di dubbio e il nostro lettore è stato sempre informato. Ma il fenomeno dell’abbandono del paese, una delle piaghe sociali più gravi, con diverse e allarmanti ripercussioni a medio e lungo termine, non sarebbe stato mai a questi preoccupanti livelli se, dall’altra parte, si fosse generata la speranza e la fiducia che le cose sarebbero cominciate a cambiare per il meglio nel futuro. Agli albanesi, purtroppo, manca questa speranza e questa fiducia. Naturalmente e istituzionalmente, il diretto responsabile della grave situazione creata in Albania è il governo e chi lo dirige. Perché il governo e chi lo dirige hanno l’obbligo istituzionale e morale di gestire nel migliore dei modi la cosa pubblica e tanto altro. Tutto ciò annienta la speranza e la fiducia. In simili condizioni, la responsabilità di creare speranza e generare fiducia spetta all’opposizione. Almeno questo accade e/o dovrebbe accadere in tutti i paesi democratici, o che mirano a diventare tali. Come l’Albania.

    Purtroppo l’opposizione, con il suo operato, fatti alla mano, ha deluso la fiducia e ha affievolito molto la speranza per un futuro migliore in patria. Soprattutto dal 2017 ad oggi. Un fenomeno che si era verificato anche prima. Ma un accordo, quello del 18 maggio 2017, quanto meno ce lo si aspettava, tra il primo ministro e il capo dell opposizione ha annientato tutto. Un accordo mai reso trasparente e arrivato come fulmine al ciel sereno. Un accordo dopo tre mesi di continue, pacifiche e massicce proteste dei cittadini contro il malgoverno e altro. Proteste che stavano vistosamente aumentando l’attenzione, il supporto e il consenso del pubblico. Un accordo dopo tante forti e ben articolate dichiarazioni pubbliche che consideravano le dimissioni del primo ministro, la costituzioni di un nuovo governo tecnico per preparare nuove elezioni libere, oneste e democratiche come condizioni non negoziabili. Un accordo che ha permesso però al primo ministro di avere facilmente un secondo mandato un mese dopo, in seguito alle elezioni sempre controllate da lui e/o da chi per lui. Soprattutto dalla criminalità organizzata.

    L’anno appena passato ha visto di nuovo i dirigenti dell’opposizione a chiamare i cittadini in piazza. Di nuovo per le stesse cose, con le stesse richieste non negoziabili come nel 2017. E di nuovo i cittadini hanno risposto numerosi, partecipando alle dieci proteste massicce a Tirana. Poi con l’estate tutto è stato “scordato” come se niente fosse e messo nel dimenticatoio. Nessuna spiegazione. Però, per “pulire la coscienza”, i dirigenti dell’opposizione hanno promesso nuove proteste a settembre. Promesse non mantenute per l’ennesima volta e come sempre. Ma loro continuavano a “giurare” la loro determinazione a non scendere a patti con il primo ministro. Anche se “stranamente” alcune delle richieste non negoziabili, come le dimissioni del primo ministro, non si sentivano più nelle loro dichiarazioni pubbliche. Anzi, lasciavano capire che potevano vincere le elezioni anche con questo primo ministro al governo. Noncuranti però delle loro bugie e di tante incoerenze logiche e programmatiche. I cittadini hanno preso di nuovo nota.

    Quest’anno è iniziato con nuovi sviluppi. Il 14 gennaio scorso, “stranamente” e di nuovo quanto meno ce lo si aspettava, il rappresentante del primo ministro, una da lui controllata, insieme con quelli dell’opposizione, si sono riuniti per avviare il processo della riforma elettorale. Altre promesse pubbliche ignorate da parte dei dirigenti dell’opposizione e altre “giustificazioni” per presentare tutto “come un successo”! Sembra che stiano mentendo e ingannando di nuovo e come al solito. Mentre i cittadini sono stati di nuovo delusi e offesi. Ragion per cui non sperano e non hanno più fiducia nelle promesse fatte e pensano soltanto di lasciare il paese. Come i tanti prima di loro.

    Chi scrive queste righe pensa che bisogna ribellarsi contro la dittatura. Pensa anche che ci sono tante somiglianze inquietanti tra quanto è accaduto in Albania in questi ultimi anni e quello che sta accadendo. Somigliano i casi, le persone coinvolte e , purtroppo, anche le conseguenze. E sono soltanto alcune di tante altre somiglianze inquietanti. Ormai anche questa è una convinzione sempre più diffusa in Albania. Quanto è accaduto e sta accadendo in Albania conferma quanto pensava Omero. E cioè che è odioso l’uomo che occulta una cosa nel suo seno e ne dice un’altra.

  • Uiguri, minoranze e diritti umani per celebrare l’edizione 2019 del Premio Sacharov

    L’Ufficio a Milano del Parlamento europeo organizza lunedì 27 gennaio 2020 alle ore 10.00, presso la Sala Conferenze al terzo piano di Corso Magenta 59, un incontro pubblico in occasione dell’edizione 2019 del Premio Sacharov per la libertà di pensiero conferito mercoledì 18 dicembre a Ilham Tohti.

    L’incontro, organizzato in collaborazione con Il Post, sarà l’occasione per discutere di diritti umani e approfondire la situazione della minoranza uigura in Cina insieme a giornalisti e rappresentanti delle associazioni che si occupano di difesa dei diritti umani.

    All’incontro prenderanno parte Giuliano Pisapia, parlamentare europeo, Giulia Sciorati, ISPI, Claudio Francavilla, Human Rights Watch e Cristin Cappelletti, Open. Modererà il dibattito Luca Misculin, il Post.

    Durante il convegno sarà proiettato il videomessaggio di Jewher Ilham, figlia di Ilham Tothi.

    Assegnato per la prima volta nel 1988 a Nelson Mandela, il Premio Sacharov per la libertà di pensiero è il massimo riconoscimento che l’Unione europea conferisce agli sforzi compiuti a favore dei diritti dell’uomo. È attribuito a singoli, gruppi e organizzazioni che abbiano contribuito in modo eccezionale alla causa della libertà di pensiero.

  • L’UE intensifica la lotta alla disinformazione ma per Facebook è un limite alla libertà di espressione

    Facebook mette in guardia utenti e non solo sul rischio di libertà di espressione perché l’Unione Europea sta attuando misure per fermare le campagne di disinformazione sulle piattaforme online.

    Secondo Nick Clegg, vicepresidente per gli Affari generali di Facebook, nel mondo online quello che poteva essere considerato un discorso accettabile si è ristretto negli ultimi anni erodendo la libertà di espressione.

    Facebook, stando sempre alle parole del manager, sta facendo attenzione a non oltrepassare la linea sottile tra il divieto di disinformazione e la soppressione della libertà di espressione.

    Le altre piattaforme social si sono già impegnate a vietare la pubblicità politica, tuttavia, Facebook ha finora resistito.

    Si prevede che l’UE, che ha istituito un gruppo sulla libertà dei media per valutare il problema, delineerà il suo piano d’azione per la democrazia con misure per la lotta alla disinformazione, consentendo nel contempo elezioni libere ed eque.

    All’inizio di questo mese, intanto, Facebook ed eBay si sono impegnate a rimuovere account, pagine e gruppi coinvolti nel commercio di recensioni false.

  • Una presidenza del tutto inappropriata

    Tutti commettono errori. È per questo che c’è una gomma per ogni matita.
    Proverbio giapponese

    Una delle più importanti istituzioni internazionali attualmente è anche l’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Come tale è stata costituita il 1o agosto 1975. All’inizio si chiamava CSCE (Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa). Tutto è stato sancito dall’“Atto finale di Helsinki”. Era un periodo difficile, quello della “Guerra fredda”. Il compito dell’allora CSCE non era per niente facile, nonostante si stesse verificando quello che viene riconosciuto come il “periodo della distensione” tra i due blocchi. La CSCE doveva, tra l’altro, facilitare quel processo, il dialogo e i negoziati, per prevenire i conflitti tra i paesi, nonché promuovere e sostenere, ovunque si presentasse il caso, i processi democratici. Perché in quel periodo e fino al crollo del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, i cittadini dei Paesi del blocco comunista soffrivano sotto i regimi totalitari. L’Organizzazione prese ufficialmente il nome attuale il 1o gennaio 1995, dopo il vertice dei capi di Stato e di governo, tenuto a Budapest il 6 dicembre 1994. Il documento che sanciva il cambiamento era la Dichiarazione del Vertice di Budapest “Verso una vera partnership in una nuova era”. Attualmente l’Organizzazione comprende 57 Paesi dell’Europa, dell’America del Nord e dell’Asia.

    Lo scopo e gli obiettivi istituzionali dell’OSCE sono diversi. Nata per garantire la pace e la sicurezza in Europa, non solo per impedire conflitti armati ma anche per la difesa dei diritti dell’uomo, l’OSCE è presente e attiva con le sue strutture e/o rappresentanti affinché tutto ciò sia attuato realmente. L’Organizzazione interviene lì dove serve, per garantire il buon governo, lo “Stato di diritto” e i processi democratici in corso. Tramite le sue strutture e/o rappresentanti l’OSCE sostiene, assiste e certifica i processi elettorali in vari paesi e dietro richiesta ufficiale delle istituzioni responsabili degli stessi paesi. L’OSCE è attiva e interviene per garantire la libertà di informazione, in tutte le sue forme ovunque tale libertà venga minacciata, calpestata e, peggio ancora, negata. Questi sono alcuni degli obblighi istituzionali dell’OSCE. Per seguire al meglio e attuare tutti questi obblighi, l’OSCE dispone di diverse strutture e organi decisionali, come il Consiglio permanente, il Segretariato, l’Ufficio per i controlli elettorali ecc. Ogni anno si organizza un Consiglio ministeriale e si svolgono vertici dei capi di Stato e di governo dei Paesi membri per evidenziare e definire le priorità dell’attività. Una delle più importanti istituzioni dell’OSCE è la sua Presidenza, che viene esercitata ogni anno da uno Stato membro. Il ministro degli Esteri del Paese che ha la Presidenza del turno assume l’incarico di Presidente. Come tale collabora con la Presidenza precedente e quella successiva nell’ambito della cosiddetta Troika dell’Osce.

    Quest’anno, a partire dal 1o gennaio, l’Albania, diventato dal 19 giugno 1991 un Paese membro dell’Organizzazione, avrà l’incarico ufficiale di esercitare la Presidenza dell’OSCE. Il processo della presentazione della candidatura per un così importante incarico istituzionale è cominciato molti anni prima, agli inizi degli anni 2000. Nel 2006 ha ufficialmente presentato la candidatura ed in seguito è stato deciso che la presidenza dell’OSCE sarebbe andata all’Albania nel 2014. Nel 2013 però, anno elettorale per il Paese, su richiesta ufficiale dell’Albania, è stata decisa la posticipazione della data di quell’incarico. Ragion per cui la Presidenza dell’OSCE per l’Albania è stata negoziata e decisa per il 2020.

    Tenendo però presente la vissuta realtà albanese degli ultimi anni, un simile e così importante incarico istituzionale risulta essere veramente del tutto inappropriato. Perché la galoppante corruzione, ormai evidenziata e rapportata anche dalle istituzioni internazionali specializzate, sta generando danni enormi, materiali e morali. Perché da più di un anno il paese si trova ad affrontare una delle più gravi crisi istituzionali della sua storia, crisi che si sta aggravando ogni giorno che passa. Perché ormai in Albania, dati e fatti alla mano, la cosa pubblica viene gestita e depredata da una preoccupante e pericolosa “strana alleanza” tra i massimi rappresentanti della politica attiva con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti internazionali. Perché in Albania, ogni anno che passa, diventano sempre più numerose, serie e allarmanti le constatazioni sul controllo, condizionamento, brogli e manipolazioni dei risultati elettorali da parte delle strutture governative e statali. Constatazioni fatte e rapportate dai rappresentanti e/o osservatori dell’ODIHR (Office for Democratic Institutions and Human Right) che assiste tutti gli Stati membri dell’OSCE durante i processi elettorali. Da evidenziare soprattutto il Rapporto finale dell’ODIHR per le votazioni amministrative moniste del 30 giugno 2019! Votazioni alle quali i vertici del Congresso delle Autorità Locali e Regionali del Consiglio d’Europa non hanno voluto mandare una delegazione per assistere alle votazioni. La ragione era per causa “delle continue insicurezze legate all’organizzazione delle elezioni amministrative del 30 giugno in Albania e dei possibili rischi per la sicurezza in diverse zone”! Perché in Albania, durante l’ultima seduta del 2019, il Parlamento ha approvato una legge per censurare i media e la libera espressione, ideata e voluta dal primo ministro, forse anche ispirato da quello che sta accadendo in Turchia e in Russia con i media non controllati. Perché in Albania il sistema della giustizia è ormai controllato personalmente dal primo ministro e/o da chi per lui. Tutto ciò grazie anche alla “riforma del sistema” del primo ministro fortemente sostenuta dalla sua propaganda governativa e, purtroppo, anche da certi “rappresentanti internazionali”. I risultati e le prospettive sono ormai evidenti e allarmanti allo stesso tempo. Perché ormai in Albania è stata restaurata una nuova e pericolosa dittatura, che usa come facciata un ridicolo e fatiscente pluralismo politico. Perché in Albania i diritti dell’uomo si calpestano e si violano di continuo e non esiste più per i cittadini la garanzia legale delle istituzioni. Per queste e per tante altre evidenziate ragioni, la Presidenza albanese dell’OSCE per tutto il 2020 è del tutto inappropriata.

    Chi scrive queste righe, anche questa volta, avrebbe avuto bisogno di molto più spazio per  ribadire, analizzare e commentare tante altre cose e rendere meglio l’idea della situazione e per trasmettere, con la dovuta responsabilità, al nostro lettore quello che realmente sta accadendo in Albania. Ma anche quello appena scritto basta per rendersi conto. Chi scrive queste righe è convinto che il governo albanese e i suoi rappresentanti ufficiali non sono in grado e perciò, non possono garantire l’osservanza e l’adempimento di tutti gli obiettivi istituzionali dell’OSCE. Una simile situazione imbarazzante si poteva e si doveva evitare. Si poteva e si doveva negoziare e stabilire un’altra data per la Presidenza albanese dell’OSCE. E così facendo si poteva aiutare realmente e concretamente anche la stessa Albania. Perché no, si poteva e si doveva chiedere all’Albania l’adempimento di determinate richieste, come delle conditio sine qua non, con le quali si poteva garantire, finalmente, l’avvio dei processi veramente democratici. Bastava adottare le condizioni in vigore, poste dal Consiglio europeo, per l’avanzamento dei negoziati dell’adesione dell’Albania nell’Unione europea. O, almeno parte di quelle condizioni. Che poi rappresentano anche gli obiettivi e le ragioni di essere della stessa OSCE. Ma tutti possono commettere errori. Anche le istituzioni, compresa l’OSCE. È per questo che c’è una gomma per ogni matita.

  • Cambodian opposition leader goes on trial for ‘treason’

    A Cambodian court opened a trial against the prominent Cambodian opposition leader Kem Sokha, accusing him of “conspiring with foreign powers” to overthrow the government.

    Based on a video of a speech he gave in 2013, Sokha has been accused of received long-term support from the United States.

    Sokha has denied committing treason: “All of my activities were focused on human rights and democracy, carried out in peaceful and non-violent manners in accordance with the Constitution of the Kingdom of Cambodia”, he stated.

    Critics from across the world called the trial a “circus”. The move is seen a violation of democracy. The country has been ruled for 35 years by strongman Hun Sen.

    The European Union is considering withdrawing its preferential Everything But Arms trade deal because of Hun Sen’s authoritarian rule and his crackdown on human rights in the country. The deal grants duty and quota free access to the EU for all exports except weapons and ammunition.

    “My political activities were focused on the participation in free, fair, and just elections that truly reflect the will of the Cambodian people… I continue to demand that the court permanently drop the charge against me so that I can fully exercise my political freedom in participation in serving and defending the interests of the country and the people”, Sokha said.

    Journalists complained that only a “few” were allowed into the court. The trial could last up to three months.

     

  • Parlare fuori dagli schemi predisposti

    Mentre gran parte del mondo va in fiamme, dagli incendi alle guerre, dagli attentati alle loro conseguenze immediate e aspettate nel tempo, mentre ogni giorno vi sono nuove vittime della strada, dell’ignoranza, della povertà, sembra che gran parte di coloro preposti a rappresentare le istituzioni abbiano, come sempre, più a cuore le loro prossime campagne elettorali, dagli Stati Uniti all’Italia, che l’interesse del loro Paese e della comunità internazionale. La vita non vale più nulla, basta un messaggio e la morte arriva, basta un necrologio per dimenticare subito quanto si dovrebbe e potrebbe fare per cambiare la situazione. Nel frattempo attendiamo nuove vittime dall’incuria del territorio visto che, per fare un esempio sul dissesto e l’illegalità che vige in Italia, da Pozzuoli ai Campi Flegrei, lo stato di allerta è passato da verde a giallo in pochi anni. Un milione di persone vivono a rischio in queste aree, un altro numero considerevole in Liguria mentre i terremotati rimangono ancora senza casa.

    Perciò cari lettori oggi non scriverò nulla, non commenterò stragi né le azioni che dall’Iraq all’Iran, dalla Libia alla Siria, passando per tutte le altre zone di guerra della Somalia, dell’Afganistan etc. stanno continuamente uccidendo persone e togliendoci quella libertà e sicurezza che ingenuamente credevamo di avere raggiunto mentre alle vittime insanguinate si aggiungono i delitti economici che da anni ed anni restano impuniti. Non parlerò di nulla perché questa volta vorrei che foste voi a parlare, a parlare veramente, fuori dagli schemi predisposti dai giornali o dai dirigenti di partito, a parlare, dopo aver pensato, valutato, ragionato, a parlare perché bisogna togliere, a chi vuole decidere per noi, la sensazione, la certezza che tanto non parleremo mai.

  • In attesa di Giustizia: la solitudine del difensore

    Questa settimana la rubrica non si occuperà espressamente di vicende giudiziarie ma di quella umana di un professionista del settore.

    Giacomo Nicolucci era un giovane penalista di Lanciano, un marito e un padre e, naturalmente un difensore (il termine racchiude un significato superiore rispetto ad “avvocato”) che – come tale – portava dentro di sé le angosce che solo chi si occupa della vita dei propri simili può provare: sì, perché sia pure in termini diversi, la professione forense si rassomiglia a quella di un chirurgo. La libertà e l’onore sono i valori che il difensore tutela e dalla cui salvaguardia dipende il destino dei suoi simili che glieli hanno affidati, senza fare distinzioni tra buoni e presunti cattivi ma solo tra garanzie rispettate ed altre calpestate di cui pretendere l’osservanza: il processo non è la sede per ottenere vendette sociali ma giustizia e giustizia significa anche pena adeguata al fatto ed alla persona che si accerti lo abbia commesso. Il tormento interiore non è poca cosa e gli affanni personali, quasi sempre passano in secondo piano, in silenzio, nella solitudine che accompagna scelte quasi mai semplici o scontate da cui dipende il futuro di altri uomini.

    Giacomo Nicolucci, durante i giorni che, per tradizione, sono di festa e trascorsi nella serenità famigliare si è tolto la vita e non ne sapremo mai il motivo: ma non importa, dietro ad un gesto così estremo deve esserci una disperazione profonda, qualcosa che è maturato ed ha macerato l’animo di un essere aduso a convivere con i problemi altrui facendoli propri mai potendoli condividere per il rispetto estremo che si deve al segreto professionale: tutt’al più, se lo si ha, con un co-difensore. Ma, alla fine, l’avvocato è sempre solo con quelle ansie che lo consumano un giorno dopo l’altro.

    Quale che sia la ragione che ha indotto Giacomo Nicolucci a rivolgere contro di sé una pistola, di fronte alla immensa e sconosciuta tragedia interiore che lo ha mosso ed a quella della sua famiglia è dovuto solo dolente rispetto.

    Ma c’è chi non la pensa così e, sia pure dovendosi riconoscere a chiunque libertà di pensiero, indignano, danno il voltastomaco, certi commenti apparsi in rete da parte di un gruppo di vegani o animalisti o entrambe le cose: ma verrebbe da dire, più correttamente, di  sub umani.

    Giacomo era un cacciatore, come lo sono per natura la maggior parte delle creature e, francamente, anche se non si condivide l’attività venatoria dell’uomo, sono inaccettabili commenti  – se ne citano un paio solo a mo’ di esempio – quali “io non la vedo una morte tragica, vedo la vita di tutte le creature che non moriranno per il suo divertimento…lo vedo come uno psicopatico assassino che per divertirsi deve trucidare altri esseri viventi.  Morto lui, vivi loro, quindi champagne!” oppure “Grandeeee, l’unico e l’ultimo sparo giusto che ha fatto”.

    Tutto ciò porta ad una riflessione amara: anche questo, sfortunatamente, è il Paese reale. Vengono i brividi a pensare che gente così possa far parte di una Corte d’Assise come giudice popolare contribuendo ad amministrare giustizia in nome del popolo italiano, alla educazione che può declinare sui propri figli, al fatto – non ho remore a dirlo –  che abbiano il diritto di esprimere il voto in un urna. Gli animali cui sembrano tenere tanto, sono di gran lunga migliori di chi mostra di non avere nessuna interiorità, di chi disprezza quella vita che, diversamente, sostiene di voler tutelare all’estremo.

    Neppure le belve più feroci sarebbero capaci di tanta insensibilità, di una simile mancanza di compassione per una tragica fine, una fine giunta in solitudine, subitanea nell’esecuzione e – forse – nella determinazione come spesso lo sono le decisioni che i difensori devono adottare nella loro estrema solitudine. Ma una cosa non sanno i nazi-vegani: che una toga, quella toga che Giacomo indossava e che incarna i valori della libertà e dei diritti, anche se insanguinata non muore mai.

  • Per Putin anche i giornalisti sono ‘agenti stranieri’ e vanno controllati

    Giornalisti alla pari degli 007. Accade in Russia dove Putin ha firmato un decreto legge a dir poco liberticida in cui si equiparano giornalisti, blogger e tutti coloro sospettati di ricevere supporto finanziario o altro materiale da organizzazioni di media esteri agli ‘agenti stranieri’. Il provvedimento si affianca ad una precedente legge approvata dal Cremlino nel 2012 per arginare l’attività degli agenti segreti veri sul territorio russo, emanata in seguito alle proteste antigovernative nel Paese per la salita al potere di Putin. Gli attivisti per i diritti umani vedono in questo nuovo editto una tattica brutale per colpire le voci critiche contro il governo e un modo per invadere la vita e la sicurezza dei giornalisti. Dal canto suo Mosca afferma che la legge è ‘solo’ una risposta alla decisione del governo degli Stati Uniti di vietare al canale di Stato russo RT la sua unità operativa sul territorio statunitense come secondo il Foreign Agents Registration Act.

  • In attesa di Giustizia: libertà di opinione

    Il diritto di esprimere liberamente le proprie idee è sancito dalla Carta Costituzionale con qualche ovvio limite: per esempio, alla istigazione all’odio razziale. Viceversa non vi è alcun presidio rispetto alla possibilità di mentire ma anche di dire sciocchezze sesquipedali.

    Siamo – sì, ci risiamo – alle soglie di un’altra protesta degli avvocati contro la modifica della prescrizione di cui abbiamo trattato più volte: l’agitazione contemplerà questa volta anche una maratona oratoria dinanzi alla sede della Cassazione nel corso della quale i penalisti si alterneranno per spiegare le ragioni della agitazione. Quest’ultima, giova ricordarlo, si fonda sulla mancata approvazione di una riforma della giustizia, annunciata ma mai messa in cantiere, per bilanciare la sostanziale abrogazione della prescrizione stessa; maiora urgunt: elezioni di ogni natura, legge finanziaria, crisi endogovernative più o meno striscianti, chi ha tempo per occuparsi di una bagatella come la Giustizia?

    Si levano intanto le voci che esprimono, legittimamente, opinioni dissenzienti, una tra le tante quella della giornalista Liana Milella la quale sul suo blog parla di “partito degli avvocati” (inesistente) che ha applaudito alla riforma sulla legittima difesa promossa da Salvini (falso) che premono per la separazione delle carriere (come se fosse un crimine: è così in molti paesi civilizzati) e per tutto ciò che ostacola la giustizia e fanno gli interessi dei loro clienti (dovrebbero, forse, essere patrocinanti infedeli?), piantando il solito sciopero  (che, in sè e per sé è un diritto costituzionalmente assistito a tutti) contro la normativa voluta da Bonafede con toni da crociata.

    Prendiamo atto che Liana Milella ha esercitato un suo diritto applaudire alla disciplina del “fine processo mai” ma misurandone i contenuti tenendo conto che siamo al cospetto di una opinionista che fu persino avversaria alla riforma del c.d. giusto processo e prima ancora lamentava l’abbandono del sistema inquisitorio a favore del più moderno processo accusatorio.

    Sul suo blog, peraltro, appaiono commenti a sostegno di questo letterale tenore: il partito degli avvocati ,in Italia, è sempre stato fortissimo. Basta pensare che solo per ottenere un parere, questi professionisti si fanno pagare dei bei soldini. Ma, solo per precisare, si fanno pagare prima di dare il loro parere. Un comportamento che è lo stesso delle prostitute, che si fanno pagare prima di compiere l’atto sessuale. Mi sono sempre chiesto se questo è un paragone casuale, cioè se si somigliano solo in questo. Ma per tornare a questi professionisti (a proposito anche le prostitute si dichiarano professioniste) io proporrei ,se ne avessi la possibilità, una legge che mettesse in atto un paragrafo che dica che, quando si scopre che un delinquente colpevole è assolto grazie al suo avvocato, la pena la sconta l’avvocato. Anche perchè poi sappiamo che i colpevoli, ma in modo particolare i mandanti, raramente vengono scoperti e condannati. Vengo all’argomento proposto dalla blogmaster, che è la prescrizione. Mi piacerebbe se la prescrizione venisse prescritta. Ma capisco che non si riuscirà mai a fare questo, e allora mi accontenterei se venisse abolita, subito dopo il primo grado di giudizio.

    Chissà se la Milella ha mai avuto la possibilità di sperimentare il nostro apparato della Giustizia, se il suo epigono di cui abbiamo riportato l’illuminato commento ha mai avuto necessità di un avvocato: libertà di parola per loro, di opinione per voi che mi leggete ed a cui lascio sempre ampi margini di valutazione.

    Libertà di opinione, però, anche per me e dico: se questo è il tessuto del Paese forse è sbagliato riconoscere a chiunque il diritto di elettorato attivo e passivo. Ho esagerato? Perdonatemi, io sono da sempre in attesa di Giustizia e vedo fare e sento dire in proposito solo sciocchezze…

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