Libertà

  • Iran, Ucraina, fare la nostra parte

    Da un lato un popolo, oppresso da più di quaranta anni da un regime liberticida e violento, è sceso nelle piazze e nelle strade in cerca di libertà e giustizia, da un altro lato del mondo un popolo sta combattendo da quattro anni contro un invasore, spregiudicato e violento, per mantenere la propria libertà.

    I morti si assommano ai morti in Iran da dove le notizie arrivano molto ridotte mentre il regime spara sulle folle, in Ucraina gli edifici distrutti, compresi gli ospedali, le infrastrutture energetiche colpite testimoniano che Putin, incapace di vincere militarmente, cerca di distruggere la capacità di vivere e perciò di resistere dei civili.

    Nel frattempo a Gaza la fase due del piano di pace non può partire perché la fase uno, di fatto, non si è realizzata e sembra improbabile si realizzi mentre la popolazione civile continua a patire ed a morire.

    Non aiutano certo i palestinesi le violente manifestazioni italiane dei proPal ma forse aiuterebbe il popolo iraniano e quello ucraino se anche noi cittadini, che crediamo nella libertà e nella democrazia, facessimo sentire la nostra voce, al di là di ogni appartenenza politica e sostenessimo, sia nelle piazze che in tutte le occasioni possibili, la fine del regime degli ayatollah e il ritiro di Putin dalle terre ucraine.

    Aiuterebbe sapere con certezza che da oggi in avanti nessuno farà più affari di alcun tipo con l’Iran del regime e con la Russia di Putin, cessando le famigerate triangolazioni che hanno impedite di far sentire con più forza la stretta delle sanzioni ed hanno arricchito alcuni mentre tanti altri morivano.

    Tutti sanno che gli affari poco puliti aiutano i criminali, compresi quelli politici, tutti sembrano non ricordare che molta parte dello sviluppo economico della Cina, sostenitrice di Putin e dell’Iran, si è raggiunto per le tante merci contraffatte ed illegali che anche imprenditori italiani hanno commissionato e venduto.

    Cerchiamo di fare, per quel che possiamo, la nostra parte così, forse, anche la politica smetterà di polemizzare sul nulla e avvierà, anche da parte dell’opposizione, sempre più chiacchierona e mai propositiva, un nuovo percorso che aiuti chi sta morendo in nome della libertà e dei diritti umani che per noi, essendo la norma, sembrano non contare più a sufficienza.

  • Lettera aperta a Conte, Landini e la cara Elly

    Se oggi vedete i venezuelani felici non è perché stanno sostenendo una potenza straniera come gli Stati Uniti. Sono felici perché vedono la fine di un incubo. E ascoltare Giuseppe Conte, Elly Schlein e Maurizio Landini permettersi di fare la morale su quanto accaduto in questi giorni, rifugiandosi dietro discorsi sulle “basi giuridiche”, lo trovo francamente ridicolo e, personalmente, offensivo.

    Perché, a differenza vostra, io in Venezuela ci sono stato. Quel regime non l’ho studiato sui libri, non l’ho analizzato da lontano, non l’ho discusso nei salotti. Quel regime l’ho vissuto. L’ho visto con i miei occhi, a casa di un amico italo-venezuelano, nei miei venti giorni là. Era un altro presidente, ma la stessa identica logica di potere. E sentir parlare politici europei di cosa sia giusto o sbagliato per un Paese che a malapena conoscono, è semplicemente insultante.

    Perché mentre voi parlavate di legalità, i cittadini venezuelani facevano la fila per il cibo.

    Mentre difendevate la “sovranità nazionale”, loro cercavano solo di sopravvivere.

    Mentre rilasciavate dichiarazioni, chi poteva scappava.

    Scappava dalla fame vera.

    Scappava dalla violenza.

    Scappava dalla criminalità fuori controllo.

    Scappava dai cartelli della droga.

    Milioni di persone costrette a lasciare tutto. Un Paese ricchissimo ridotto in ginocchio.

    E sapete qual è la cosa più ipocrita? Che molti di quelli che oggi si indignano per quello che è successo non si sono MAI indignati mentre il Venezuela veniva distrutto giorno dopo giorno. Mai. Perché è facile difendere una dittatura lontana, quando non ci vivi sotto. È facile parlare di principi, quando a pagare non sei tu. È facile sentirsi moralmente superiori, quando il rischio lo corrono sempre gli altri.

    Per molti venezuelani, ciò che è accaduto non è stata un’aggressione. È stata la speranza. L’inizio, forse, di una nuova fase. Dopo anni di crisi, repressione, violazioni sistematiche dei diritti umani, potere mantenuto con la forza e collusioni criminali internazionali.

    E quindi mi rivolgo direttamente al presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, alla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein e al segretario generale della CGIL Maurizio Landini.

    Egregi signori, chi difende una dittatura solo perché appartiene al proprio campo politico non difende la pace, non difende il diritto, non difende i popoli. Dimostra solo di preferire l’ideologia alla verità, e una narrazione comoda alla vita reale di milioni di persone.

    Mi piacerebbe capire da voi come riuscite a conciliare il “diritto internazionale” con la realtà di un popolo che oggi, per la prima volta dopo anni, ha sentito di poter respirare. Di poter sperare. Di poter credere, di nuovo, nella libertà.

    Sperando che questo messaggio vi arrivi davvero, vi ringrazio per l’attenzione.

    Giampiero Damiano

  • Nuovi scandali abusivi come espressione del totalitarismo

    Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale

    che calpesta un volto umano, per sempre.

    George Orwell; da “1984”

    L’8 giugno 1949 a Londra veniva pubblicato per la prima volta, dalla casa editrice Secker & Warburg, un romanzo distopico di fantapolitica. L’autore era George Orwell. Il titolo originale del romanzo era Nineteen Eighty-Four (Mille novecento ottantaquattro; n.d.a.), ma in seguito diventò semplicemente 1984. L’autore finì di scrivere questo romanzo nel 1948 e convertendo le ultime due cifre di quell’anno da 48 in 84 scelse anche il suo titolo. Si tratta di un romanzo ambientato in un mondo immaginario, suddiviso in tre parti: Oceania, Euroasia ed Estasia, dove governavano tre grandi potenze totalitarie, in continuo conflitto tra loro.

    George Orwell tratta maestosamente quello che succede a Londra, capitale dell’Oceania, dove il regime totalitario veniva gestito dal Grande Fratello (Big Brother), un personaggio che controllava tutto e tutti, nonostante nessuno l’avesse mai visto di persona. L’autore tratta le conseguenze del totalitarismo, la repressione di tutte le libertà e la generazione di una società amorfa, ubbidiente e incapace di ragionare. Non si sapeva se il Grande Fratello esistesse davvero, o fosse un’invenzione tecnologica, ma lui, e chi per lui, controllava tutti tramite teleschermi muniti di telecamere, installati per legge in ogni abitazione, annientando così qualsiasi possibilità di vita privata.

    In seguito il romanzo è stato tradotto in diverse lingue e pubblicato in molti Paesi del mondo. Da un sondaggio fatto dal noto quotidiano francese Le Monde è risultato che il romanzo 1984 è stato al ventiduesimo posto della classifica dei cento migliori libri scritti nel ventesimo secolo. Ma per il suo contenuto, in altri Paesi, dove il potere veniva gestito da regimi totalitari, la pubblicazione del romanzo 1984 è stata vietata. La realtà virtuale dell’Oceania, descritta maestosamente e con un’impressionante immaginazione e lungimiranza già nel 1948 da George Orwell nelle pagine del suo romanzo 1984, purtroppo è stata e tuttora è una drammatica realtà, vissuta e sofferta in diverse parti del mondo. Anche in Albania.

    La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato di un nuovo scandalo abusivo in cui sono stati coinvolti i dirigenti dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione in Albania. Uno scandalo reso noto recentemente, in seguito alle indagini svolte da un procuratore che ha fatto con coraggio il suo dovere istituzionale. “Si tratta di abusi milionari con quasi tutti gli appalti pubblici svolti dall’Agenzia, per più di dieci anni, in cui, documenti ed intercettazioni alla mano, risultano coinvolti direttamente anche famigliari molto stretti del primo ministro”, scriveva l’autore dell’articolo (Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali; 23 dicembre 2026).

    Ebbene, si tratta della stessa Agenzia che, nel gennaio di questo anno, ha “dato vita” anche ad una “assistente virtuale” generata tramite l’intelligenza artificiale. La stessa “assistente virtuale” che lo scorso settembre diventò la prima “ministra digitale” del nuovo governo albanese. Una ministra che doveva gestire tutti gli appalti pubblici in Albania. Il nostro lettore è stato informato di questa “novità” a livello mondiale, ossia “…la presenza nel governo di un “ministro digitale”, generato e gestito dall’intelligenza artificiale. E, guarda caso, quella ministra, che si chiama “Diella” (significa Sole in femminile, in un dialetto albanese; n.d.a.), gestirà tutte le gare d’appalto”. Una scelta quella del primo ministro, nell’ambito delle sue messinscene propagandistiche, che gli doveva servire per “attirare” l’attenzione non solo in Albania. E per qualche tempo ci è anche riuscito, visto che della sua “ministra digitale” hanno parlato e scritto diversi media internazionali. Ma in realtà si trattava solo e soltanto di propaganda, per coprire una ben diversa e molto preoccupante realtà. Una realtà di cui il nostro lettore da anni è stato informato, fatti accaduti e documentati alla mano, sempre con la dovuta e richiesta oggettività. In seguito, nello stesso articolo, il nostro lettore veniva informato che “…la “ministra digitale” serve a concentrare tutti gli appalti nelle mani del primo ministro e di chi per lui. Ma anche a scaricare tutte le colpe su un essere non esistente” (Ulteriore consolidamento di un regime; 15 settembre 2025).

    Adesso, dopo che è stato documentato lo scandalo milionario con la manipolazione e il clamoroso abuso degli appalti pubblici gestiti dall’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione in questi ultimi dieci anni, diventa chiaro anche il perché della nomina della prima “ministra digitale” al mondo, fatta dal primo ministro albanese. Come si può credere ad una simile Agenzia, che dal 2013 ad oggi è stata diretta da una “stretta collaboratrice” del primo ministro e che, intercettazioni alla mano, ha orientato e gestito tutti gli appalti abusivi ormai documentati? E non a caso, il primo ministro la sta difendendo a spada tratta, come sta facendo anche con la sua vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. E anche lei, la vice primo ministra, è direttamente coinvolta in alcuni scandali milionari dei quali il nostro lettore è stato informato durante queste ultime settimane (Preoccupante sostegno europeo, 24 novembre 2025; Scandalo ai massimi livelli governativi,1 dicembre 2025; Bugie che non possono nascondere uno scandalo milionario, 8 dicembre 2025; Bugie e minacce per coprire uno scandalo milionario, 15 dicembre 2025; Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali, 23 dicembre 2025).

    Bisogna sottolineare che l’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione da anni dipende direttamente dal primo ministro e rende conto a lui. Ragion per cui, dopo che è stato reso pubblico il sopracitato scandalo, quell’Agenzia viene considerata come “il giardino personale” del primo ministro e dei suoi più stretti famigliari. E non a caso, soprattutto durante questi ultimi anni, sono stati molti anche i progetti, accompagnati sempre da abusivi appalti legati al “controllo digitale” di sempre più ambienti pubblici. Come nel romanzo ‘1984” di George Orwell, in cui il Grande Fratello controllava tutto e tutti tramite i teleschermi muniti di telecamere. I dittatori hanno molti aspetti in comune. Il primo ministro albanese, essendo ormai un dittatore sui generis, vuole, a tutti i costi, consolidare la sua onnipotenza. E oltre alla stretta collaborazione, ormai documentata, con la criminalità organizzata albanese, pericolosa a livello internazionale, il primo ministro ormai da anni sta approfittando anche del “generoso supporto tecnologico” garantito dall’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione.

    Come nel romanzo “1984” di George Orwell, il Grande Fratello albanese controlla tutti i dati sensibili dei cittadini. Il che ha permesso ai suoi “patrocinatori” di essere parte attiva degli ultimi massacri elettorali, dei quali il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Ma i dati personali e riservati dei cittadini sono stati usati anche dalla criminalità organizzata, come risulta dalle indagini svolte. In più risulta che tramite l’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione sono stati manipolati abusivamente anche i dati catastali delle proprietà dei cittadini, ma anche quelle statali. Si tratta di abusi scandalosi che non potevano mai e poi mai essere stati attuati senza l’ordine o, almeno, l’espresso beneplacito del primo ministro. Colui che è il diretto responsabile, istituzionalmente parlando, dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione, che sta da più di dieci anni abusando dei soldi dei cittadini più poveri dell’Europa.

    Chi scrive queste righe considera che questi scandali abusivi sono un’espressione del totalitarismo. Parafrasando George Orwell, nel caso dell’Albania, si potrebbe dire che se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano, per sempre.

  • Taliban warn Afghans who wore ‘un-Islamic’ Peaky Blinders outfits

    Four Afghan men were ordered to report to the Taliban government’s department of vice and virtue for dressing in costumes inspired by the TV series Peaky Blinders.

    The friends were told that their clothing was “in conflict with Afghan and Islamic values”, a Taliban spokesman told the BBC, adding the values in Peaky Blinders went against Afghan culture.

    In videos posted online, the men, who have been released, can be seen posing in flat caps and three-piece suits similar to those worn in the series set in England soon after World War One.

    Since the Taliban seized power in 2021, they have imposed a number of restrictions on daily life in accordance with their interpretation of Islamic Sharia law.

    “Even jeans would have been acceptable, but the values in the Peaky Blinders series are against Afghan culture,” Saiful Islam Khyber, a spokesman for the Taliban government’s provincial department of Vice and Virtue in Herat city told the BBC.

    The men, all in their early twenties, come from the town of Jibrail in Herat province. They were ordered to report to the Taliban’s “morality police” on Sunday, and presented themselves for questioning in Herat the following day.

    “They were promoting foreign culture and imitating film actors in Herat,” Khyber wrote on social media, adding that they had undergone a “rehabilitation programme”.

    They were not formally arrested, “only summoned and advised and released”, Khyber told the BBC’s US partner CBS News.

    “We have our own religious and cultural values, and especially for clothing we have specific traditional styles,” he said.

    “The clothing they wore has no Afghan identity at all and does not match our culture. Secondly, their actions were an imitation of actors from a British movie. Our society is Muslim; if we are to follow or imitate someone, we should follow our righteous religious predecessors in good and lawful matters.”

    The men could be seen thanking officials for their advice and saying they were unaware they had violated any laws in a video released by the ministry after they were questioned – though it is unclear under what circumstances the interview was recorded.

    “I have innocently been sharing content that was against Sharia which had many viewers,” one said in the recording.

    He said he had been “summoned and advised”, and would no longer do “anything like this”.

    In an interview with YouTube channel Herat-Mic uploaded at the end of November, before they were summoned, the friends said they admired the fashion displayed in the series, adding that they had received positive reactions from locals.

    “At first we were hesitant, but once we went outside, people liked our style, stopped us in the streets, and wanted to take photos with us,” one of the men said, according to a translation by CBS News.

  • Iranian director given jail sentence while on trip to collect US awards

    Award-winning Iranian film-maker Jafar Panahi has been given a prison sentence on charges of creating propaganda against the political system, his lawyer has said, on the same day his new film won a string of awards in the US.

    Panahi has been handed a one-year sentence and a travel ban in Iran, his lawyer said on Monday.

    However, he was in New York to pick up three prizes, including best director, at the Gotham Awards for his latest film, It Was Just An Accident, which he shot illegally in Iran.

    Panahi, 65, has served two previous spells in prison in his home country, and said in an interview shortly before receiving his latest sentence that he planned to return.

    Film-makers ‘risking everything’

    Panahi is one of Iran’s leading directors but has been subjected to constraints from authorities including a ban on making films in the country as well as the prison sentences and travel restrictions.

    He didn’t refer to the new sentence in his Gotham Awards speeches, but praised “film-makers who keep the camera rolling in silence, without support, and at times, by risking everything they have, only with their faith in truth and humanity”.

    He added: “I hope that this dedication will be considered a small tribute to all film-makers who have been deprived of the right to see and to be seen, but continue to create and to exist.”

    It Was Just An Accident also won best screenplay and best international film, and is expected to be a contender at the Oscars in Hollywood in the spring.

    Panahi covertly shot the film, which tells the tale of five ordinary Iranians who are confronted with a man they believed tortured some of them in jail.

    He has said it was partly inspired by his last spell in jail and stories that other prisoners “told me about, the violence and the brutality of the Iranian government”.

    When the film won the top prize at the Cannes Film Festival in France in May, he used his acceptance speech to speak out against the restrictions of the regime.

    Panahi was jailed in 2022 for protesting against the detention of two fellow film-makers who had been critical of the authorities. He was released after seven months of the six-year sentence.

    He was previously sentenced to six years in 2010 for supporting anti-government protests and creating “propaganda against the system”. He was released on conditional bail after two months.

    In an interview with the Financial Times conducted in Los Angeles shortly before his latest sentence was delivered, he recalled a recent conversation with an elderly Iranian exile who he had met in the city.

    “She begged me not to go back,” he said. “But I told her I can’t live outside Iran. I can’t adapt to anywhere else.

    “And I said she shouldn’t worry, because what are the officials going to do that they haven’t done already?”

  • Le condizioni favorevoli ad una riedizione degli Anni di Piombo

    L’assalto alla redazione del quotidiano La Stampa rappresenta la conferma di un clima sempre più pesante che si respira nel Paese e comunque anche nel continente europeo, ma, sia chiaro, non per la prima volta.

    Al di là della gravità del gesto in quanto tale, sono le reazioni dei principali organi istituzionali come delle più diverse compagini politiche ad indicare il livello preoccupante di pericolo per la stessa sopravvivenza delle istituzioni democratiche.

    Innanzitutto, non si può escludere fin d’ora, che dopo l’attacco alla redazione attuato da queste frange violente, che non rappresentano ovviamente l’intera massa dei contestatori,  si possa assistere ad  una successiva escalation che porti  direttamente ad un attacco fisico nei confronti dei singoli giornalisti, esattamente come in passato avvenne per Casalegno, Tobagi, Tinelli e Montanelli, in quanto, oggi come cinquant’anni addietro, non si considerano i giornalisti come un patrimonio culturale di un paese ma semplicemente come una leva intellettuale finalizzata alla conferma di un’idea o di una visione politica (*).

    In questo contesto va decisamente interpretata l’affermazione quasi giustificava di questo assalto, inteso come un “avvertimento nei confronti dei giornalisti” unito ad una generica e blanda condanna dell’intera sinistra. Quest’ultima si conferma molto più tiepida nei confronti dell’attacco alla libera stampa torinese rispetto alla energica condanna avvenuta in occasione dell’assalto della sede della CGIL da parte di forze dell’estrema destra.

    Si percepisce, quindi, una analogia con l’atteggiamento bonario e comprensivo nei confronti dei terroristi dell’estrema sinistra ed una parte del PCI assieme a molti ambienti dell’estrema sinistra accademica (“compagni che sbagliano”) riscontrabile specialmente nel primo periodo degli anni di piombo.

    A questo tepore intellettuale che avvolge le frange più estreme della contestazione giovanile a favore della Palestina (ProPal) e contemporaneamente avversa al governo in carica (in questo molto simile all’Autonomia operaia degli anni ’70), corrisponde da parte dell’intero governo Meloni una imbarazzante sottovalutazione  delle tensioni  sociali che  tre anni di flessioni della produzione industriale (addirittura 25 consecutive) stanno creando in termini di crisi economica e perdita di posti di lavoro.

    Molto probabilmente ancora oggi buona parte della assolutamente inadeguata “intelligentia economica governativa” si dimostra convinta che gli effetti devastanti delle innumerevoli flessioni della produzione industriale siano stati compensati da un risibile aumento dei contratti nel settore turistico.

    Viceversa, la realtà oggettiva conferma come solo tra Veneto e Friuli (il mitico Nordest) siano oltre 70 i tavoli di crisi nel settore metalmeccanico ai quali vanno aggiunti i 450 posti di lavoro persi nel settore della occhialeria della provincia di Belluno, per non parlare della disastrosa situazione del settore Automotive che coinvolge l’intero mondo industriale del nord Italia con aumenti della cassa integrazione di oltre il 100%.

    In altre parole, la nefasta combinazione tra sottovalutazione di una parte della sinistra di una possibile declinazione eversiva e terroristica dei movimenti più estremisti tra quelli scesi in piazza e la ingiustificabile incapacità di una valutazione obiettiva delle disastrose politiche del governo Meloni stanno creando le condizioni favorevoli ad una nuova stagione degli Anni di Piombo.

    Non comprendere i potenziali pericoli generati dalle tensioni legata ad una situazione economica e sociale esplosiva certifica ancora una volta il senso di assoluta adeguatezza che avvolge nella sua articolata eterogeneità maggioranza ed opposizione.

    (*) Un dubbio che comunque dovrebbe assalire l’intera categoria in rapporto alle scelte ideologiche dimostrate

  • Dichiarazione congiunta della Vicepresidente esecutiva Virkkunen, dell’Alta rappresentante Kallas e del Commissario McGrath in occasione della Giornata mondiale per mettere fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti

    Una stampa libera è il cuore della democrazia. La nostra società ha bisogno di giornalisti che gettino luce sulle ingiustizie e facciano sì che chi è al potere debba rispondere delle proprie azioni. Eppure in tutto il mondo troppi giornalisti continuano a venire uccisi, torturati, molestati, detenuti e costretti all’esilio.

    La Federazione internazionale dei giornalisti ha pubblicato un comunicato dal quale emerge in che misura nel 2025 la ricerca della verità sia stata fatale in molte parti del mondo.

    Il diritto internazionale umanitario parla chiaro: i giornalisti sono civili e come tali devono essere sempre protetti. Ogni attacco contro di loro deve essere oggetto di indagini tempestive, indipendenti ed efficaci. Tutti gli autori dei reati devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni.

    L’UE sostiene il giornalismo indipendente in tutto il mondo e protegge le persone a rischio. Inoltre, si è attivata per fronteggiare le crescenti minacce nel settore digitale, dove i giornalisti sono sempre più esposti a molestie coordinate, sorveglianza illecita e campagne concepite per screditarli o intimidirli.

    Dal 2015, attraverso il meccanismo ProtectDefender.EU, l’UE ha fornito sostegno diretto a quasi 13 000 giornalisti a rischio in tutto il mondo, di cui 943 solo tra settembre 2024 e agosto 2025. Due nuovi progetti finanziati dall’UE, per un valore complessivo di 20 milioni di €, stanno ora rafforzando i media indipendenti in oltre 40 paesi, con particolare attenzione alle giornaliste che riferiscono su gruppi minoritari o settori con scarsa copertura mediatica.

    All’interno dell’Unione, la promozione del pluralismo e della libertà dei media è stata al centro degli sforzi dell’UE volti a rafforzare la democrazia e lo Stato di diritto. Il regolamento europeo sulla libertà dei media ha introdotto solide garanzie per i media e i giornalisti, assicurando che possano svolgere il loro lavoro senza pressioni indebite. La Commissione europea continua a monitorare gli sviluppi relativi alla libertà e al pluralismo dei media, anche per quanto riguarda la sicurezza e la protezione dei giornalisti in tutti gli Stati membri dell’UE e in alcuni paesi dell’allargamento, attraverso le relazioni annuali sullo Stato di diritto. Inoltre, l’UE sostiene un meccanismo di risposta rapida a livello europeo per monitorare e sostenere la libertà dei media e la sicurezza dei giornalisti, attualmente attuato da MFRR.eu.

    Il lavoro dei giornalisti consente alle società di vedere chiaramente – e di agire. In occasione di questa Giornata internazionale per mettere fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti, invitiamo tutti gli Stati a rispettare i loro obblighi: proteggere i giornalisti e garantire l’assunzione di responsabilità.

  • L’attentato a Ranucci conferma la necessità di difendere sempre la libertà di stampa

    La libertà di stampa oltre ad essere un diritto, almeno in uno Stato democratico, è anche uno dei beni più preziosi per ciascuno di noi che, attraverso la stampa libera, viene a conoscenza di tutto quanto realmente avviene nel suo paese e nel mondo.

    I giornalisti d’inchiesta, ormai pochi, devono essere particolarmente apprezzati e protetti perché, attraverso il loro lavoro, si svelano scandali, manovre di associazioni criminali, a volte collusi con organi vitali dello Stato, delitti e violazioni delle leggi.

    A tutti questi giornalisti va il nostro apprezzamento e sostegno invitandoli sempre a tutte le verifiche necessarie per impedire che persone, poi dichiarate innocenti, abbiano gravi danni da notizie diffuse e rivelatesi erronee.

    Il Patto Sociale, che non ha mai usufruito di sovvenzioni o protezioni, crede fermamente che la notizia debba essere data in forma chiara e corretta e non debba mai confondersi con il commento politico, che il giornalista ha diritto di esprimere e del quale si deve assumere la responsabilità

    Andrebbe in ogni caso verificato se non sia fuorviante, a volte pericoloso, riportare nei media, durante le indagini, informazioni non verificate o definitive e commenti che possono, anche inconsapevolmente, esercitare una pressione sugli organismi giudicanti.

    A Ranucci, vittima di un attentato particolarmente grave per le conseguenze che avrebbe potuto avere anche sui suoi familiari, ed ai tanti giornalisti che hanno pagato con la vita il loro impegno per cercare la verità, la nostra vicinanza come testata e come singole persone che tentano di dare il loro contributo all’informazione riaffermando che in nessun modo vanno accettate intimidazioni o ricatti.

  • Chi oggi non fa parlare le persone ebree è comunista

    A Fiano la mia solidarietà per non aver potuto esercitare il suo diritto di partecipare ad un dibattito nel quale era relatore, ci permettiamo però di suggerire a Fiano, che conosciamo e per molti aspetti abbiamo sprezzato, che se non sarà in grado, nella volontà, di chiamare le cose con il loro nome continuerà ad avere problemi con quelli che crede suoi amici.

    Diceva Voltaire “se vuoi parlar con me fissa i tuoi termini” e questa sarebbe una norma che dovremmo tutti rispettare ma Fiano, come tanti altri, ha paura di definire estremisti comunisti, estremisti di sinistra, coloro che hanno impedito a lui di parlare e che hanno sfilato per le strade inneggiando ad Hamas e alla carneficina che Hamas ha compiuto, non solo in quel tragico 7 ottobre.

    L’odio di parte, i preconcetti, l’ottusità, che ottenebra la realtà, non saranno mai d’aiuto alla convivenza civile, caro Fiano chi ti ha allontanato a Venezia è comunista, cerca di comprenderlo pensando a quanti ebrei hanno dovuto fuggire dall’Unione Sovietica e a quello che sta ancora succedendo.

  • Social media content restricted in Afghanistan, Taliban sources confirm

    Restrictions have been placed on content on some social media platforms in Afghanistan, Taliban government sources told BBC Afghan.

    Filters have been applied to restrict certain types of content on sites including Facebook, Instagram and X, the sources at the Ministry of Communications and Information Technology said.

    It is not clear exactly what sort of posts are subject to filtering. Some social media users in Kabul told the BBC that videos on their Facebook accounts are no longer viewable, while access to Instagram has also been restricted.

    These restrictions on social media content come a week after internet and telecommunications services were cut off across the country for two days.

    The move caused widespread problems for citizens and its end was greeted with celebration.

    The 48-hour blackout disrupted businesses and flights, limited access to emergency services and raised fears about further isolating women and girls whose rights have been severely eroded since the hardline Islamist group swept back to power in 2021.

    Social media users in Afghanistan have been complaining about limited access to different platforms in various provinces since Tuesday.

    A Taliban government source said: “Some sort of controls have been applied to restrict certain types of content on platforms such as Facebook, Instagram, and X.

    “We hope this time there wouldn’t be any full ban on internet.

    “The filtering is almost applied for the whole county and most provinces are covered now.”

    There is no formal explanation from Taliban government officials for the restrictions.

    Cybersecurity organisation NetBlocks said “restrictions are now confirmed on multiple providers, the pattern shows an intentional restriction”. Social sites have been intermittently accessible on smartphones, according to news agency AFP.

    A man who works in a government office in eastern Nangarhar province told the BBC he could open Facebook but could not see pictures or play videos.

    He said the “internet is very slow as a whole”.

    Another user in southern Kandahar province, who runs a private business, said his fibre optic internet had been cut off since Tuesday but mobile phone data was working, with Facebook and Instagram being “severely slow”.

    The Taliban government has not given an explanation for the total shutdown last week. However, last month, a spokesperson for the Taliban governor in the northern province of Balkh said internet access was being blocked “for the prevention of vices”.

    Since returning to power, the Taliban have imposed numerous restrictions in accordance with their interpretation of Islamic Sharia law.

    Afghan women have told the BBC that the internet was a lifeline to the outside world since the Taliban banned girls over the age of 12 from receiving an education.

    Women’s job options have also been severely restricted and in September, books written by women were removed from universities.

Pulsante per tornare all'inizio