Libertà

  • La libertà di espressione negli USA

    Anche se gli spazi per un pensiero non conformista e la libera espressione di idee si stanno restringendo anche negli Stati Uniti come da tempo succede in Europa, laggiù esistono ancora intellettuali coraggiosi e giornalisti di gran nome che riescono ad esprimersi pubblicamente in modo tutt’altro che “politically correct” e sono pure ospitati da testate importanti. Per fare solo qualche esempio si potrebbero citare il docente John Mearsheimer o il premio Nobel per l’economia Jeffrey Sachs e tra i giornalisti che si occupano di politica internazionale George Friedman. Purtroppo non è lo stesso che succede nel nostro continente, ove chi si esprime in modi non accettati dal pensiero dominante è costretto a farlo su testate minori o solamente in internet. E anche in quest’ultimo caso salvo censura preventiva.

    Negli Usa è interessante, a questo proposito, quanto un già Premio Pulitzer, David Brooks, scrive sul New York Times sotto forma di editoriale (ne riferisce da noi Dante Beneventi su Digital Gazette), suscitando poi un aperto e serio dibattito in tutto il Paese. Brooks è un classico liberal anti-Trump ma il suo ultimo editoriale suona come un vero schiaffo all’America conformista. Il problema non è Trump, scrive ma “Trump è il compimento di ciò che l’America è sempre stata”. E continua: “Una nazione autorizzata dai propri miti sull’eccezionalismo a fare ciò che vuole. Trump non è spuntato dal nulla. Le sue due vittorie sono il risultato delle scelte compiute dagli americani e dai leader che hanno eletto”. L’eccezionalismo cui il giornalista si riferisce è la sincera e condivisa convinzione di quel popolo di essere una eccezionalità nel mondo e di avere il compito di guidare tutti gli altri verso il proprio stile di vita basato sul benessere, la libertà e la democrazia. Poco importa poi che, nella realtà, questi presunti valori servano anche a garantire ai più ricchi tra loro di poter continuare a essere sempre più ricchi a spese del resto del mondo. La grandissima parte del pubblico americano crede veramente di avere la “missione” di dover spingere il mondo verso il “bene” ed è disponibile così a giustificare interventi militare di vario genere in Paesi anche lontani e a violare continuamente il cosiddetto “diritto internazionale” senza porsi il problema delle morti e dei danni che ciò comporterà. “E’ una convinzione che affonda le radici nella nostra storia- riferisce Beneventi citando le parole di Brooks – Dai Padri Pellegrini che credevano di essere il popolo eletto, alla dottrina Monroe…Trump non ha inventato nulla, ha solo tolto la maschera”. Brooks continua domandandosi se gli Stati Uniti sono davvero diversi dalle altre nazioni o sono solo più potenti e quindi si sentono liberi di fare ciò che vogliono. Poi si risponde che nella realtà non sono affatto diversi, sono solo più prepotenti e arroganti e, anche se con Trump hanno messo da parte l’ipocrisia, sono sempre stati gli stessi, almeno dall’inizio del secolo scorso, poiché anche quelli che lo combattono in nome dei presunti valori democratici condividono la stessa presunzione che chi non condivide i “valori americani” stia dalla parte del male.

    In merito alla guerra in Iran, poco popolare perfino negli USA, Brooks continua: “I missili che cadono su Tehran sono il frutto di una presunzione… quella di credere che l’America possa fare a meno di ascoltare il resto del mondo. Quella di pensare che la forza possa sostituire la diplomazia. Quella di ritenere che i propri valori (e i propri interessi – nota del sottoscritto-) siano gli unici valori possibili”. L’editoriale di Brooks finisce poi con un invito: “L’America deve accettare di essere una nazione tra le nazioni, non la nazione guida. Deve smettere di credere di avere il diritto di imporre la propria volontà agli altri. Deve ascoltare, negoziare, compromettersi. O continuerà a fare guerre e a perderle…”.

    Una tale franchezza mette in luce quella verità che in tanti conosciamo da tempo ma che da noi è raro sentire affermare dalle firme importanti del nostro giornalismo o dai nostri intellettuali o pseudo-tali. Negli USA è ancora possibile farlo, almeno fino ad ora, a viso aperto ed essere ospitati da testate autorevoli pur suscitando poi critiche e distinguo.

    La domanda che ci poniamo noi però è: se mai quell’invito venisse accolto, come reagirebbero i vari tycoons a stelle e strisce che dalle guerre e dal predominio mondiale degli Stati Uniti, costantemente riaffermato, ricavano le loro crescenti ricchezze? La risposta è semplice: non lo permetteranno mai.

  • Smascheramento di un regime

    Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità.

    Buddha

    Il V-Dem (Varieties of Democracy Institute – Istituto delle Varietà di Democrazia; n.d.a.) è un istituto di ricerca indipendente con sede presso l’Università di Gothenburg in Svezia. Ai rapporti e alle tante pubblicazioni dell’istituto, molto noto a livello internazionale, fanno riferimento studiosi e ricercatori da molti paesi del mondo che lavorano nei campi delle scienze politiche, sociologiche, economiche ed altro. L’istituto analizza, elabora e pubblica dati relativi al funzionamento, a livello globale, del sistema democratico. Parte integrante degli obiettivi dell’istituto V-Dem sono anche quelli di monitorare continuamente il funzionamento delle istituzioni governative e statali in circa 180 paesi del mondo, confrontare i sistemi governativi di vari paesi e seguire, anno dopo anno, gli sviluppi e le tendenze del sistema democratico in ogni singolo paese.

    La scorsa settimana è stato reso noto il rapporto, per il 2025, elaborato e pubblicato dal V-Dem. Da quel rapporto risulta che l’Albania ha registrato un calo nell’indice complessivo di democrazia, classificandosi come un’autocrazia elettorale. Tra le molte questioni analizzate e studiate c’è stata anche quella delle ultime “elezioni” politiche del’11 maggio 2025. Si tratta di “elezioni” che l’autore di queste righe, riferendosi a fatti accaduti, documentati e pubblicamente denunciati alla mano, le ha considerate un vero e proprio massacro elettorale. Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito, di tutto ciò e sempre con la dovuta e richiesta oggettività.

    Dal rapporto per il 2025 del V-Dem risulta che l’Albania è stata classificata, insieme ad altri Paesi africani come Somaliland, Zambia e Sierra Leone, come autocrazia elettorale. E sempre riferendosi a quel rapporto risulta che anche la Russia e la Serbia figurano nella lista delle autocrazie elettorali. Bisogna sottolineare che per gli esperti del V-Dem un Paese viene classificato come un’autocrazia elettorale, quando in quel determinato Paese non si organizzano elezioni libere ed eque e non si garantiscono sufficienti spazi per la libertà d’espressione e d’associazione.

    Sempre riferendosi ai risultati del rapporto per il 2025 del V-Dem, risulta altresì che in Albania l’influenza del governo sul sistema della giustizia, sui media e sulla pubblica amministrazione indebolisce i meccanismi democratici. Una simile situazione pone chiaramente l’Albania in una condizione in cui la democrazia esiste solo formalmente, mentre la realtà politica testimonia inconfutabilmente un forte controllo, da parte del governo, delle istituzioni che dovrebbero essere indipendenti, nonché serie restrizioni delle libertà politiche e civili.

    Basandosi a quanto afferma il sopracitato rapporto, risulta che in Albania si sta consolidando una dittatura autoritaria mascherata da una facciata di democrazia. L’autore di queste righe, trattando per il nostro lettore la realtà in Albania, ha fatto sempre riferimento ad una dittatura sui generis camuffata da pluralismo. Ma si tratta di un pluralismo soltanto in apparenza. Un’apparenza resa “credibile”, soprattutto presso le istituzioni internazionali e in alcune cancellerie occidentali, dalla potente propaganda governativa e da determinati supporti lobbistici, finanziati da fondi occulti di oltreoceano e dai miliardi provenienti dal riciclaggio del denaro sporco locale ed internazionale. Il che ha generato e sostenuto la “convinzione” che quella albanese era una vera e propria democrazia in continua evoluzione.

    E mentre il rapporto per il 2025 del V-Dem classifica l’Albania come un’autocrazia elettorale, altri sviluppi e valutazioni confermano la preoccupante realtà albanese. La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato del mancato progresso europeo dell’Albania. L’autore di queste righe scriveva, tra l’altro, che “Lunedì scorso è stato confermato che per l’Albania non è stato approvato il rapporto di valutazione dei parametri di riferimento intermedi noto come IBAR (Intermediate Benchmarks Assessment Report; n.d.a.). Si tratta di un rapporto elaborato dal Gruppo di lavoro sull’Allargamento e i Paesi che negoziano l’adesione all’Unione europea, noto come COELA (Working Party on Enlargement and Countries Negotiating Accession to the EU; n.d.a.), un organo preparatorio del Consiglio dell’Unione europea che gestisce il processo dell’adesione e i rapporti con i Paesi candidati” (Realtà balcaniche; 18 marzo 2026).

    In base a delle informazioni fornite da fonti interne alle strutture dell’Unione europea risulta altresì che il 6 ed il 13 marzo scorso si sono svolte due riunioni del COELA. Riunioni in cui i rappresentanti dei Paesi membri dell’Unione europea e quelli dei Paesi candidati all’adesione hanno analizzato la situazione in ciascuno dei Paese candidati. Ebbene per l’Albania non è stata presa nessuna decisione. Non solo, ma le stesse fonti hanno affermato che sono alcuni Paesi membri dell’Unione europea, soprattutto la Germania, che insistono sul funzionamento reale dello Stato di diritto e del principio della separazione e dell’indipendenza dei poteri: quello esecutivo, legislativo ed il potere giudiziario. Un principio che da anni è stato violato dal primo ministro albanese.

    Sempre la scorsa settimana il Partito Popolare Europeo (PPE) ha presentato al Parlamento europeo 26 emendamenti tramite una sua relazione sull’Albania per l’anno 2025. Sono emendamenti che evidenziano con chiarezza le carenze sistemiche in materia di elezioni, giustizia e governabilità. Nella relazione si evidenziano delle gravi carenze sistemiche nelle elezioni parlamentari albanesi del 2025. Proprio come risulta anche dal sopracitato rapporto del V-Dem. Nella stessa relazione si evidenziano l’ampio utilizzo delle risorse pubbliche da parte del partito al governo, la mancanza di parità di condizioni per l’opposizione e le accuse di compravendita di voti. Secondo gli autori della relazione del PPE sull’Albania, la mancanza di una chiara separazione tra le istituzioni statali e le strutture di partito compromette seriamente la concorrenza e la fiducia dei cittadini.

    Nella relazione sull’Albania, presentata dal PPE la scorsa settimana al Parlamento europeo, si evidenziano anche il deterioramento della libertà di stampa e le pressioni economiche sui giornalisti. In più, attraverso i 26 emendamenti presentati, gli eurodeputati del PPE chiedono anche la depoliticizzazione dell’amministrazione pubblica, nonché una decisa lotta contro la corruzione e la piena trasparenza negli appalti pubblici. Nella sopracitata relazione si avverte che senza questi interventi le prospettive d’adesione dell’Albania nell’Unione europea si affievoliscono. E pensare che l’unica promessa del primo ministro albanese durante la campagna per le “elezioni” dell’11 maggio 2025 era proprio quella della chiusura dei negoziati entro il 2027 e l’adesione a pieno titolo nell’Unione europea entro il 2030. Quanto sta accadendo dimostra che si trattava di una promessa ingannevole, visto che lui non poteva farne altre.

    La scorsa settimana la Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo ha pubblicato una dichiarazione sull’Albania in cui si confermava che il processo di adesione del Paese nell’Unione europea si basa solo sul merito. In più si sottolineava la necessità del adempimento dei criteri di Copenaghen, soprattutto di quello politico. Il che rende obbligatorio anche il reale funzionamento dello Stato di diritto, l’indipendenza del sistema della giustizia, la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata, nonché la garanzia della libertà di stampa.

    Chi scrive queste righe condivide pienamente quanto è stato affermato dal rapporto per il 2025 del V-Dem, riferendosi all’Albania, smascherando così un regime autocratico. Egli trova giusto anche l’attuale atteggiamento delle istituzioni dell’Unione europea. Aveva ragione Buddha: “Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità”.

  • 24 febbraio

    Onore al popolo ucraino, ai militari ed ai civili, al grande cuore di una nazione che unita combatte per difendersi da un sanguinario aggressore e per la libertà.

    Un appello al popolo russo, liberatevi dal giogo della menzogna e del potere assoluto che ogni giorno porta a morte certa migliaia di voi e vi impedisce di essere liberi ed in pace con gli altri popoli

    All’Europa, agli Stati che compongono un gigante economico che arranca per non aver ancora saputo darsi una politica comune e di difesa, abbiate la forza di continuare ad aiutare l’Ucraina senza tentennamenti e ritardi e procedete a realizzare l’Europea concentrica come significativo passo avanti verso la salvaguardia della nostra indipendenza.

    Al presidente americano l’augurio di comprendere che minare l’occidente è colpire anche gli Stati Uniti e che non sarà mai con una, più o meno palese, alleanza o accordo con Putin che potrà realizzare il suo sogno di potere.

    A Putin che una delle tante candele che accende, benché pluriassassino, nella chiesa del suo complice Kirill gli bruci una mano risvegliandolo alla realtà, il male, prima o poi, è sempre punito.

  • Meditazioni

    Più o meno da ogni parte, libri, riviste, social, arrivano inviti alla meditazione come strumento di antinvecchiamento, conoscenza di sé, depurazione fisica e psichica.

    Sociologi, psicologi, nutrizionisti ci invitano a dedicare del tempo, specifico e non occasionale, alla meditazione, pratica che da secoli i popoli orientali conoscono e applicano.

    Oggi anch’io vi chiedo cinque minuti, non più di cinque, per una meditazione che ci porti lontano dai social, dalle notizie mordi e fuggi, dalle incombenze della nostra vita divenute sempre più travolgenti, pressanti, coinvolgenti, spesso un po’ angoscianti.

    Chiudiamo gli occhi o fissiamo un punto fermo, un muro, un albero, il nostro amico peloso che dorme felice sapendo di averci vicino, scegliete voi.

    E pensiamo: un black out, un terremoto, una bomba, un hacker, non importa chi, ci ha tolto la corrente, la casa piomba nel buio, il frigorifero sgela le nostre provviste, il riscaldamento è fermo mentre fuori, e poi dentro, la temperatura è sempre più gelida.

    Non possiamo fare nulla se non subire, non possiamo muoverci, i mezzi non vanno, le pompe di benzina non funzionano, radio e tv sono mute, i tanto amati social e tutto internet è bloccato, impensabile poter ritirare soldi dalla banca o pagare col bancomat o comunicare con amici e parenti per trovare conforto, siamo soli, isolati, gelati, tra un po’ saremo anche affamati e la pila della torcia si sta esaurendo.

    Uno scenario impossibile?

    Non se siete in Ucraina

    Non se siete a Gaza o in Iran

    Non se siete anche qui, in Italia, se qualcuno decidesse che è venuto il momento di attaccare anche il nostro bel paese perché, quando il potere ed il denaro stigmatizzano che l’unica legge internazionale che vige è la legge del più forte, noi non siamo che altre pedine di un disegno che ci ha reso dipendenti da strumenti e uomini che non possiamo controllare.

    La nostra è stata una meditazione semplice, breve, che certo non rasserena ma che può metterci un po’ più in sintonia con coloro che queste esperienze, ed altre ben peggiori, le stanno effettivamente vivendo e non solo immaginando e forse, anche se il Covid sembra non averci insegnato niente, potremmo cominciare a ragionare sulla necessità, anche per noi stessi, di provare empatia per gli altri, per il mondo che ci circonda.

    Potremmo riscoprire il dialogo come confronto e non come strumento di reciproca prevaricazione o contestazione, a prescindere dell’altro.

    Potremmo ripensare a cosa si prova vedendo scomparire casa, ricordi, beni come a Niscemi o peggio come nel terremoto di Reggio Calabria e Messina, agli inizi del ‘900, con la morte della metà degli abitanti, potremmo cominciare ad essere grati per quanto abbiamo e pensare a chi è privo di tutto, anche della libertà, quella libertà della quale altri abusano.

  • 27 gennaio

    Ricordare può fare paura, costringe a cercare sempre di più di conoscere gli orrori del passato e di fare i conti con la storia e con le persone di ieri e di oggi,

    Ricordare significa comprendere che, per sconfiggere il male, ciascuno si deve impegnare in ogni istante perché in questa epoca, che credevamo sarebbe stata un’epoca di progresso, libertà, democrazia, rispetto dei diritti di ciascuno, abbiamo invece scoperto come la forza del sopruso tenti quotidianamente di prevalere.

    Il Giorno della Memoria sancisca che ogni giorno ci deve non far dimenticare che il senso della nostra vita è saper garantire la vita degli altri.

  • Le terre rare della Groenlandia valgono più della vita degli iraniani

    Dopo aver dichiarato, durante le violenze del regime iraniano contro il suo popolo sceso nelle strade per cercare libertà, che non avrebbe tollerato ulteriori massacri o esecuzioni, Trump si è fidato della parola degli aguzzini, così sono stati inutilmente trucidate migliaia e migliaia di persone inermi, si sono tornate a programmare le impiccagioni e le famiglie degli uccisi sono ora controllate, ricattate e costrette a pagare per avere indietro le salme dei loro cari.

    Trump pensa alla Groenlandia e perciò non vuole infastidire su altri fronti, Ucraina ed Iran, i colleghi Putin e Xi-Jinping.

    Il regime degli ayatollah sembra aver ripreso il controllo e che una volta ancora il popolo sia stato schiacciato dalla repressione cruenta e crudele.

    Comprendendo la difficoltà di una situazione complessa  come quella di quell’area geografica, è già un passo avanti se diversi i paesi arabi riconoscono Israele mentre ancora si attende se e come saranno demilitarizzati i terroristi di Hamas, non riusciamo però a giustificare la mancanza di alcuni interventi americani che avrebbero aiutato la popolazione a raggiungere lo scopo per il quale tante persone, si parla di trentamila, si sono sacrificate accettando di morire affinché milioni di altri loro concittadini potessero vivere in  libertà, giustizia, democrazia.

    Agli Stati Uniti non mancavano e non mancano certo gli strumenti tecnologici ed informatici che, se utilizzati subito, avrebbero messo in ginocchio il sistema, bastava bloccare le comunicazioni delle televisioni e radio del regime, i sistemi di comunicazione, interne al regime stesso, tra forze armate, guardiani della rivoluzione, centrali elettriche, centri nevralgici e tutto quanto consentiva al potere di organizzare la sanguinaria repressione.

    La guerra si fa anche così, lo sa bene Putin che con i suoi hacker, giusto per dare un saggio di quello che sarebbe in grado di fare, da tempo mette in tilt aeroporti e strutture sensibili europee creando danni apparentemente per ora solo marginali ma che, se usati su larga scala, porterebbero alla paralisi del nostro sistema.

    Non si chiedeva a Trump di rapire la guida suprema iraniana, come ha fatto con Maduro, o di mandare missili o corpi speciali ma di usare la tecnologia americana per dare un aiuto concreto a chi, sfidando, e spesso trovando, la morte si batteva contro uno dei regimi più pericolosi sia verso il suo popolo che verso il contesto internazionale.

    Ancora una volta, per il presidente americano, gli affari hanno prevalso, infatti la Groenlandia si può benissimo difendere da attacchi russi o cinesi attraverso la NATO, della quale gli Stati Uniti fanno ancora parte, e alla quale Trump avrebbe potuto offrire, anche in parte a pagamento, lo scudo dorato che gli Stati Uniti stanno preparando per difendere i cieli da qualunque attacco.

    Prendersela con i paesi europei, minacciando o applicando dazi, oltre che dannoso è ridicolo e tragico nello stesso tempo, gli europei hanno il dovere di difendere la Groenlandia anche per difendere se stessi e quel poco di diritto internazionale che ancora sta in piedi, ma Trump, come Putin e Xi Jinping, vuole le terre rare delle quali la Groenlandia è ricca e che servono a tutti gli Stati per fare funzionare la tecnologia di oggi e di domani.

    Di fronte agli interessi conta veramente poco che siano morti, e moriranno ancora, migliaia di iraniani e di ucraini, le terre rare del Donbass o sepolte sotto i ghiacciai valgono più della vita e della libertà degli esseri umani.

  • Iran, Ucraina, fare la nostra parte

    Da un lato un popolo, oppresso da più di quaranta anni da un regime liberticida e violento, è sceso nelle piazze e nelle strade in cerca di libertà e giustizia, da un altro lato del mondo un popolo sta combattendo da quattro anni contro un invasore, spregiudicato e violento, per mantenere la propria libertà.

    I morti si assommano ai morti in Iran da dove le notizie arrivano molto ridotte mentre il regime spara sulle folle, in Ucraina gli edifici distrutti, compresi gli ospedali, le infrastrutture energetiche colpite testimoniano che Putin, incapace di vincere militarmente, cerca di distruggere la capacità di vivere e perciò di resistere dei civili.

    Nel frattempo a Gaza la fase due del piano di pace non può partire perché la fase uno, di fatto, non si è realizzata e sembra improbabile si realizzi mentre la popolazione civile continua a patire ed a morire.

    Non aiutano certo i palestinesi le violente manifestazioni italiane dei proPal ma forse aiuterebbe il popolo iraniano e quello ucraino se anche noi cittadini, che crediamo nella libertà e nella democrazia, facessimo sentire la nostra voce, al di là di ogni appartenenza politica e sostenessimo, sia nelle piazze che in tutte le occasioni possibili, la fine del regime degli ayatollah e il ritiro di Putin dalle terre ucraine.

    Aiuterebbe sapere con certezza che da oggi in avanti nessuno farà più affari di alcun tipo con l’Iran del regime e con la Russia di Putin, cessando le famigerate triangolazioni che hanno impedite di far sentire con più forza la stretta delle sanzioni ed hanno arricchito alcuni mentre tanti altri morivano.

    Tutti sanno che gli affari poco puliti aiutano i criminali, compresi quelli politici, tutti sembrano non ricordare che molta parte dello sviluppo economico della Cina, sostenitrice di Putin e dell’Iran, si è raggiunto per le tante merci contraffatte ed illegali che anche imprenditori italiani hanno commissionato e venduto.

    Cerchiamo di fare, per quel che possiamo, la nostra parte così, forse, anche la politica smetterà di polemizzare sul nulla e avvierà, anche da parte dell’opposizione, sempre più chiacchierona e mai propositiva, un nuovo percorso che aiuti chi sta morendo in nome della libertà e dei diritti umani che per noi, essendo la norma, sembrano non contare più a sufficienza.

  • Lettera aperta a Conte, Landini e la cara Elly

    Se oggi vedete i venezuelani felici non è perché stanno sostenendo una potenza straniera come gli Stati Uniti. Sono felici perché vedono la fine di un incubo. E ascoltare Giuseppe Conte, Elly Schlein e Maurizio Landini permettersi di fare la morale su quanto accaduto in questi giorni, rifugiandosi dietro discorsi sulle “basi giuridiche”, lo trovo francamente ridicolo e, personalmente, offensivo.

    Perché, a differenza vostra, io in Venezuela ci sono stato. Quel regime non l’ho studiato sui libri, non l’ho analizzato da lontano, non l’ho discusso nei salotti. Quel regime l’ho vissuto. L’ho visto con i miei occhi, a casa di un amico italo-venezuelano, nei miei venti giorni là. Era un altro presidente, ma la stessa identica logica di potere. E sentir parlare politici europei di cosa sia giusto o sbagliato per un Paese che a malapena conoscono, è semplicemente insultante.

    Perché mentre voi parlavate di legalità, i cittadini venezuelani facevano la fila per il cibo.

    Mentre difendevate la “sovranità nazionale”, loro cercavano solo di sopravvivere.

    Mentre rilasciavate dichiarazioni, chi poteva scappava.

    Scappava dalla fame vera.

    Scappava dalla violenza.

    Scappava dalla criminalità fuori controllo.

    Scappava dai cartelli della droga.

    Milioni di persone costrette a lasciare tutto. Un Paese ricchissimo ridotto in ginocchio.

    E sapete qual è la cosa più ipocrita? Che molti di quelli che oggi si indignano per quello che è successo non si sono MAI indignati mentre il Venezuela veniva distrutto giorno dopo giorno. Mai. Perché è facile difendere una dittatura lontana, quando non ci vivi sotto. È facile parlare di principi, quando a pagare non sei tu. È facile sentirsi moralmente superiori, quando il rischio lo corrono sempre gli altri.

    Per molti venezuelani, ciò che è accaduto non è stata un’aggressione. È stata la speranza. L’inizio, forse, di una nuova fase. Dopo anni di crisi, repressione, violazioni sistematiche dei diritti umani, potere mantenuto con la forza e collusioni criminali internazionali.

    E quindi mi rivolgo direttamente al presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, alla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein e al segretario generale della CGIL Maurizio Landini.

    Egregi signori, chi difende una dittatura solo perché appartiene al proprio campo politico non difende la pace, non difende il diritto, non difende i popoli. Dimostra solo di preferire l’ideologia alla verità, e una narrazione comoda alla vita reale di milioni di persone.

    Mi piacerebbe capire da voi come riuscite a conciliare il “diritto internazionale” con la realtà di un popolo che oggi, per la prima volta dopo anni, ha sentito di poter respirare. Di poter sperare. Di poter credere, di nuovo, nella libertà.

    Sperando che questo messaggio vi arrivi davvero, vi ringrazio per l’attenzione.

    Giampiero Damiano

  • Nuovi scandali abusivi come espressione del totalitarismo

    Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale

    che calpesta un volto umano, per sempre.

    George Orwell; da “1984”

    L’8 giugno 1949 a Londra veniva pubblicato per la prima volta, dalla casa editrice Secker & Warburg, un romanzo distopico di fantapolitica. L’autore era George Orwell. Il titolo originale del romanzo era Nineteen Eighty-Four (Mille novecento ottantaquattro; n.d.a.), ma in seguito diventò semplicemente 1984. L’autore finì di scrivere questo romanzo nel 1948 e convertendo le ultime due cifre di quell’anno da 48 in 84 scelse anche il suo titolo. Si tratta di un romanzo ambientato in un mondo immaginario, suddiviso in tre parti: Oceania, Euroasia ed Estasia, dove governavano tre grandi potenze totalitarie, in continuo conflitto tra loro.

    George Orwell tratta maestosamente quello che succede a Londra, capitale dell’Oceania, dove il regime totalitario veniva gestito dal Grande Fratello (Big Brother), un personaggio che controllava tutto e tutti, nonostante nessuno l’avesse mai visto di persona. L’autore tratta le conseguenze del totalitarismo, la repressione di tutte le libertà e la generazione di una società amorfa, ubbidiente e incapace di ragionare. Non si sapeva se il Grande Fratello esistesse davvero, o fosse un’invenzione tecnologica, ma lui, e chi per lui, controllava tutti tramite teleschermi muniti di telecamere, installati per legge in ogni abitazione, annientando così qualsiasi possibilità di vita privata.

    In seguito il romanzo è stato tradotto in diverse lingue e pubblicato in molti Paesi del mondo. Da un sondaggio fatto dal noto quotidiano francese Le Monde è risultato che il romanzo 1984 è stato al ventiduesimo posto della classifica dei cento migliori libri scritti nel ventesimo secolo. Ma per il suo contenuto, in altri Paesi, dove il potere veniva gestito da regimi totalitari, la pubblicazione del romanzo 1984 è stata vietata. La realtà virtuale dell’Oceania, descritta maestosamente e con un’impressionante immaginazione e lungimiranza già nel 1948 da George Orwell nelle pagine del suo romanzo 1984, purtroppo è stata e tuttora è una drammatica realtà, vissuta e sofferta in diverse parti del mondo. Anche in Albania.

    La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato di un nuovo scandalo abusivo in cui sono stati coinvolti i dirigenti dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione in Albania. Uno scandalo reso noto recentemente, in seguito alle indagini svolte da un procuratore che ha fatto con coraggio il suo dovere istituzionale. “Si tratta di abusi milionari con quasi tutti gli appalti pubblici svolti dall’Agenzia, per più di dieci anni, in cui, documenti ed intercettazioni alla mano, risultano coinvolti direttamente anche famigliari molto stretti del primo ministro”, scriveva l’autore dell’articolo (Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali; 23 dicembre 2026).

    Ebbene, si tratta della stessa Agenzia che, nel gennaio di questo anno, ha “dato vita” anche ad una “assistente virtuale” generata tramite l’intelligenza artificiale. La stessa “assistente virtuale” che lo scorso settembre diventò la prima “ministra digitale” del nuovo governo albanese. Una ministra che doveva gestire tutti gli appalti pubblici in Albania. Il nostro lettore è stato informato di questa “novità” a livello mondiale, ossia “…la presenza nel governo di un “ministro digitale”, generato e gestito dall’intelligenza artificiale. E, guarda caso, quella ministra, che si chiama “Diella” (significa Sole in femminile, in un dialetto albanese; n.d.a.), gestirà tutte le gare d’appalto”. Una scelta quella del primo ministro, nell’ambito delle sue messinscene propagandistiche, che gli doveva servire per “attirare” l’attenzione non solo in Albania. E per qualche tempo ci è anche riuscito, visto che della sua “ministra digitale” hanno parlato e scritto diversi media internazionali. Ma in realtà si trattava solo e soltanto di propaganda, per coprire una ben diversa e molto preoccupante realtà. Una realtà di cui il nostro lettore da anni è stato informato, fatti accaduti e documentati alla mano, sempre con la dovuta e richiesta oggettività. In seguito, nello stesso articolo, il nostro lettore veniva informato che “…la “ministra digitale” serve a concentrare tutti gli appalti nelle mani del primo ministro e di chi per lui. Ma anche a scaricare tutte le colpe su un essere non esistente” (Ulteriore consolidamento di un regime; 15 settembre 2025).

    Adesso, dopo che è stato documentato lo scandalo milionario con la manipolazione e il clamoroso abuso degli appalti pubblici gestiti dall’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione in questi ultimi dieci anni, diventa chiaro anche il perché della nomina della prima “ministra digitale” al mondo, fatta dal primo ministro albanese. Come si può credere ad una simile Agenzia, che dal 2013 ad oggi è stata diretta da una “stretta collaboratrice” del primo ministro e che, intercettazioni alla mano, ha orientato e gestito tutti gli appalti abusivi ormai documentati? E non a caso, il primo ministro la sta difendendo a spada tratta, come sta facendo anche con la sua vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. E anche lei, la vice primo ministra, è direttamente coinvolta in alcuni scandali milionari dei quali il nostro lettore è stato informato durante queste ultime settimane (Preoccupante sostegno europeo, 24 novembre 2025; Scandalo ai massimi livelli governativi,1 dicembre 2025; Bugie che non possono nascondere uno scandalo milionario, 8 dicembre 2025; Bugie e minacce per coprire uno scandalo milionario, 15 dicembre 2025; Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali, 23 dicembre 2025).

    Bisogna sottolineare che l’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione da anni dipende direttamente dal primo ministro e rende conto a lui. Ragion per cui, dopo che è stato reso pubblico il sopracitato scandalo, quell’Agenzia viene considerata come “il giardino personale” del primo ministro e dei suoi più stretti famigliari. E non a caso, soprattutto durante questi ultimi anni, sono stati molti anche i progetti, accompagnati sempre da abusivi appalti legati al “controllo digitale” di sempre più ambienti pubblici. Come nel romanzo ‘1984” di George Orwell, in cui il Grande Fratello controllava tutto e tutti tramite i teleschermi muniti di telecamere. I dittatori hanno molti aspetti in comune. Il primo ministro albanese, essendo ormai un dittatore sui generis, vuole, a tutti i costi, consolidare la sua onnipotenza. E oltre alla stretta collaborazione, ormai documentata, con la criminalità organizzata albanese, pericolosa a livello internazionale, il primo ministro ormai da anni sta approfittando anche del “generoso supporto tecnologico” garantito dall’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione.

    Come nel romanzo “1984” di George Orwell, il Grande Fratello albanese controlla tutti i dati sensibili dei cittadini. Il che ha permesso ai suoi “patrocinatori” di essere parte attiva degli ultimi massacri elettorali, dei quali il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Ma i dati personali e riservati dei cittadini sono stati usati anche dalla criminalità organizzata, come risulta dalle indagini svolte. In più risulta che tramite l’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione sono stati manipolati abusivamente anche i dati catastali delle proprietà dei cittadini, ma anche quelle statali. Si tratta di abusi scandalosi che non potevano mai e poi mai essere stati attuati senza l’ordine o, almeno, l’espresso beneplacito del primo ministro. Colui che è il diretto responsabile, istituzionalmente parlando, dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione, che sta da più di dieci anni abusando dei soldi dei cittadini più poveri dell’Europa.

    Chi scrive queste righe considera che questi scandali abusivi sono un’espressione del totalitarismo. Parafrasando George Orwell, nel caso dell’Albania, si potrebbe dire che se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano, per sempre.

  • Taliban warn Afghans who wore ‘un-Islamic’ Peaky Blinders outfits

    Four Afghan men were ordered to report to the Taliban government’s department of vice and virtue for dressing in costumes inspired by the TV series Peaky Blinders.

    The friends were told that their clothing was “in conflict with Afghan and Islamic values”, a Taliban spokesman told the BBC, adding the values in Peaky Blinders went against Afghan culture.

    In videos posted online, the men, who have been released, can be seen posing in flat caps and three-piece suits similar to those worn in the series set in England soon after World War One.

    Since the Taliban seized power in 2021, they have imposed a number of restrictions on daily life in accordance with their interpretation of Islamic Sharia law.

    “Even jeans would have been acceptable, but the values in the Peaky Blinders series are against Afghan culture,” Saiful Islam Khyber, a spokesman for the Taliban government’s provincial department of Vice and Virtue in Herat city told the BBC.

    The men, all in their early twenties, come from the town of Jibrail in Herat province. They were ordered to report to the Taliban’s “morality police” on Sunday, and presented themselves for questioning in Herat the following day.

    “They were promoting foreign culture and imitating film actors in Herat,” Khyber wrote on social media, adding that they had undergone a “rehabilitation programme”.

    They were not formally arrested, “only summoned and advised and released”, Khyber told the BBC’s US partner CBS News.

    “We have our own religious and cultural values, and especially for clothing we have specific traditional styles,” he said.

    “The clothing they wore has no Afghan identity at all and does not match our culture. Secondly, their actions were an imitation of actors from a British movie. Our society is Muslim; if we are to follow or imitate someone, we should follow our righteous religious predecessors in good and lawful matters.”

    The men could be seen thanking officials for their advice and saying they were unaware they had violated any laws in a video released by the ministry after they were questioned – though it is unclear under what circumstances the interview was recorded.

    “I have innocently been sharing content that was against Sharia which had many viewers,” one said in the recording.

    He said he had been “summoned and advised”, and would no longer do “anything like this”.

    In an interview with YouTube channel Herat-Mic uploaded at the end of November, before they were summoned, the friends said they admired the fashion displayed in the series, adding that they had received positive reactions from locals.

    “At first we were hesitant, but once we went outside, people liked our style, stopped us in the streets, and wanted to take photos with us,” one of the men said, according to a translation by CBS News.

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