Libertà

  • Autocrati che usano gli stessi metodi non a caso si somigliano

    Io credo che le sole cose sicure in questo mondo siano le coincidenze.

    Leonardo Sciascia

    Tutto si è svolto e finito come era stato previsto. I lavori del XX Congresso nazionale del partito comunista cinese, iniziato il 16 ottobre, si sono conclusi una settimana dopo, il 22 ottobre scorso. Alla fine dei lavori circa 2300 delegati del congresso, presenti nella Grande Sala del Popolo, su piazza Tiananmen nel pieno centro di Pechino, hanno votato all’unanimità le modifiche della Costituzione, il documento base del partito. Costituito nel 1921 a Shanghai, città che allora era nota come la Concessione francese di Shanghai, il partito svolse in seguito il suo primo congresso nazionale che durò nove giorni, dal 23 al 31 luglio 1921. Durante quel congresso è stata approvata anche la prima Costituzione del partito comunista cinese. Un anno dopo, nel luglio 1922 e di nuovo a Shanghai si svolse il secondo congresso del partito, durante il quale si approvò anche l’iscrizione del partito all’Internazionale comunista. Basandosi sull’ideologia marxista e leninista, come anche il partito comunista dell’Unione sovietica, gli obiettivi del partito comunista cinese erano quelli tipici dei partiti di simile orientamento ideologico, costituiti in seguito in diversi Paesi del mondo. Tra quegli obiettivi, i più importanti erano il rovesciamento della borghesia e l’eliminazione delle distinzioni di classe. Obiettivi quelli per l’esercito rivoluzionario del proletariato che si doveva formare. In seguito, si doveva istituire la dittatura del proletariato che, a sua volta, doveva attuare la continua lotta di classe; un importante obiettivo permanente per il partito comunista che doveva guidare anche la nazionalizzazione dei mezzi di produzione.

    Durante il XX congresso nazionale del partito comunista cinese i delegati all’unanimità hanno approvato l’emendamento alla Costituzione del partito sul numero dei mandati, che non erano più di due, per il segretario generale. È stato proprio quell’emendamento che ha permesso all’attuale segretario generale di avere il suo tanto ambito terzo mandato. Il che ha ulteriormente rafforzato i suoi poteri che già erano grandi. Lo stesso emendamento stabiliva anche i cosiddetti “due stabili” e le “due salvaguardie”. Un modo tipicamente cinese per definire determinate cose. Il primo tra i “due stabili” sancisce che il segretario generale è il “nucleo” del partito. Il secondo stabilisce che le idee del segretario generale diventano anche i principi guida del partito. Mentre le “due salvaguardie” sanciscono lo status centrale del segretario generale all’interno del partito e l’autorità centralizzata del partito a livello nazionale. Misure quelle volute dal segretario generale, per consolidare ulteriormente il suo potere istituzionale, il ruolo guida del suo pensiero e della sua volontà all’interno del partito comunista cinese che in realtà è un partito – Stato.

    I delegati del XX congresso nazionale del partito comunista cinese hanno approvato all’unanimità anche una risoluzione finale. In quella risoluzione si ribadisce, tra l’altro, la ferma opposizione all’indipendenza di Taiwan. Tutto questo anche dopo la visita della presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti d’America nei primi giorni dell’agosto scorso. Una visita che ha suscitato subito delle reazioni ufficiali e delle “esercitazioni militari” nei pressi dell’isola da parte della Cina. In quella risoluzione si conferma che la Cina farà “un’opposizione risoluta per scoraggiare i separatisti che cercano ‘l’indipendenza di Taiwan'”.

    Alla fine dei lavori del XX congresso nazionale del partito comunista cinese il segretario generale, durante il suo intervento conclusivo, sempre con il tipico modo cinese d’espressione, ha dichiarato: “Non saremo spaventati da pericolose tempeste, perché la gente ci darà sempre fiducia. Cavalcheremo sempre la tempesta con la nostra gente prendendo le loro priorità come nostre e agendo secondo i loro desideri, continueremo il duro lavoro per trasformare la loro aspirazione a una vita migliore in realtà”. Lui ha affermato, altresì, che “Di fronte a nuove sfide e test nel viaggio che ci attende, dobbiamo rimanere in allerta e rimanere sobri e prudenti come uno studente che affronta un esame senza fine. Non dobbiamo fermare i nostri passi nell’esercizio di una piena e rigorosa governance all’interno del partito. Dobbiamo assicurarci che il nostro partito secolare, il più grande del mondo, diventi sempre più vigoroso attraverso l’autoriforma e continui ad essere la solida spina dorsale su cui il popolo cinese può contare in ogni momento”. Il segretario generale del partito poi ha aggiunto: “Proprio come la Cina non può svilupparsi isolata dal mondo, il mondo ha bisogno della Cina per il suo sviluppo […] Attraverso oltre 40 anni di incessanti riforme e aperture, abbiamo creato i due miracoli di una rapida crescita economica e di una stabilità sociale di lungo termine”. Alla fine del suo discorso, fiducioso, dopo aver ottenuto il tanto ambito terzo mandato, il segretario generale del partito comunista cinese ha dichiarato che la Cina “creerà molte più opportunità per il mondo”. I lavori del del XX congresso nazionale del partito comunista cinese si sono conclusi con le note dell’Internazionale, suonata dalla banda militare. Un tipico e molto significativo messaggio di basilare appartenenza ideologica.

    Ma non è solo il segretario generale del partito comunista cinese, un partito – Stato, che ha rafforzato i suoi poteri istituzionali e personali in seguito a degli emendamenti costituzionali. Lo hanno fatto anche altri autocrati. Uno dei quali è il presidente della Turchia. Lo ha fatto con il referendum del 16 aprile 2017. Lui, fondatore nel 2001, del partito della Giustizia e dello Sviluppo (nella lingua turca Adalet ve Kalkınma Partisi – AKP; n.d.a.), dopo essere stato sindaco di Istanbul (1994 – 1998) e primo ministro dal 2003 fino al 2014, è stato eletto presidente della Turchia nell’agosto del 2014. In seguito, dopo il fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016, il presidente turco ha deciso di rafforzare i propri poteri. Allora lui ha indicato e denunciato il mandante di quel colpo di Stato: Fethullah Gülen, suo amico fino a qualche anno fa.  L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di quel golpe. Egli scriveva tra l’altro che “Il fallito golpe del 15 luglio 2016 rappresenta un momento cruciale della recentissima storia della Turchia in cui è stato coinvolto direttamente e personalmente Erdogan”. Sottolineando che il presidente turco dopo il fallimento del golpe aveva soprattutto “…ideato e avviato un periodo di rappresaglie e di purghe”. Aggiungendo che lui “Vedeva e considerava nemici dappertutto, chiunque poteva essere e/o diventare un pericoloso avversario per lui. Perciò dichiarò guerra a tutto e tutti. Obiettivi e vittime, uccisi o condannati, decine di migliaia, tra alti ufficiali dell’esercito, giornalisti, docenti universitari e insegnanti, artisti e altri ancora. E se questo non rappresenta un inizio di dittatura, allora cos’è?” (Erdogan come espressione di totalitarismo; 28 marzo 2017). L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore anche della cosiddetta Dottrina Davutoglu. Egli, tra l’altro, scriveva nel gennaio dello scorso anno anche di quella dottrina sottolineando che “…da più di dieci anni ormai, è diventata parte integrante ed attiva della politica estera della Turchia”. Chi scrive queste righe informava il nostro lettore che “…La Dottrina Davutoglu, fortemente sostenuta anche dall’attuale presidente turco, si basa sul principio dell’istituzione di una specie di Commonwealth degli Stati ex ottomani, dal nord Africa fino ai Balcani. Secondo questa dottrina, la Turchia dovrebbe diventare un ‘catalizzatore e motore dell’integrazione regionale’. La Turchia deve non essere ‘un’area di anonimo passaggio’ ma diventare ‘l’artefice principale del cambiamento’. Mentre Erdogan, prima da primo ministro e poi da presidente, continua deciso all’attuazione di questa dottrina”. Ma da alcuni anni l’autore di queste righe ha trattato ed informato il nostro lettore, sempre basandosi sui fatti accaduti e documentati, anche dei rapporti di “amicizia e di fratellanza” tra il presidente turco ed il primo ministro albanese. Un rapporto quello che egli ha sempre considerato, basandosi soltanto sui fatti accaduti, pubblicamente noti e documentati, come occulto e fondato su delle sudditanze pericolose da parte del primo ministro albanese (Erdogan come espressione di totalitarismo, 28 marzo 2017; Relazioni occulte e accordi peccaminosi, 11 gennaio 2021; Diabolici demagoghi, disposti a tutto per il potere, 18 gennaio 2021; Amicizie occulte e sudditanze pericolose, 24 gennaio 2022).

    Espressione di quel rapporto di “amicizia e di fratellanza” ma anche di “sudditanza occulta” sono state anche le chiusure nella capitale dell’Albania, il 23 settembre scorso, di un collegio e di un‘asilo per bambini. Tutte e due parte di una fondazione turca finanziata dalla stessa persona accusata dal presidente turco come ideatore e organizzatore del sopracitato golpe del 15 luglio 2016 in Turchia. Quelle due chiusure, considerate del tutto ingiustificate e illecite secondo i dirigenti del collegio e dell’asilo, ma anche da noti professionisti di giurisprudenza e avvocati, sono state attuate solo poco dopo l’inizio di quest’anno scolastico. Non sono servite a niente le giustificazioni date dalla ministra dell’istruzione e da altri rappresentanti governativi. Anzi, hanno soltanto aumentato la diffusa convinzione che quelle chiusure sono state richieste espressamente dal presidente turco al primo ministro albanese e da quest’ultimo eseguite con ubbidienza. Come sempre. E come sempre in cambio di qualche “supporto” da parte del presidente turco, suo “caro amico e fratello”. Che le chiusure, il 23 settembre scorso, del collegio e dell’asilo sono state eseguite in seguito ad una richiesta del presidente turco, o da chi per lui, lo hanno in seguito affermato anche alcune fonti mediatiche in Turchia. Ma quello della chiusura del collegio e dell’asilo non sono stati un caso isolato. Perché due anni fa sono state chiuse tre altre scuole in altrettante città albanesi, sempre parte della rete di scuole ed asili della sopracitata fondazione finanziata dal nemico personale del presidente turco. Durante questi ultimi anni l’opinione pubblica in Albania è stata spesso informata delle ripetute richieste di diversi alti rappresentanti del governo turco, compreso anche lo stesso presidente turco, per delle drastiche misure restrittive nei confronti di tutte le scuole ed altre strutture di quella Fondazione. Ma altre richieste, ormai pubblicamente note, sono state ripetutamente fatte al primo ministro albanese ed altri alti rappresentanti istituzionali, in diverse occasioni, per intervenire e cambiare i vertici della Comunità musulmana albanese, sempre perché considerati come sostenitori del nemico personale del presidente turco.

    Due settimane fa è stata resa nota una notizia molto preoccupante. Un diplomatico turco è stato presentato al ministero degli Affari Esteri in Albania come parte attiva dei dirigenti ed alti funzionari dello stesso ministero. La notizia non è stata mai negata da chi di dovere. Il che ne è la diretta conferma della veridicità della stessa. E guarda caso, nello stesso periodo, all’inizio di questo mese, il primo ministro albanese è andato in Turchia per una visita ufficiale e si è incontrato con il suo caro “amico e fratello”, il presidente turco. Lo hanno reso noto le agenzie di stampa turche. Niente di anormale si potrebbe subito pensare. Ma solo il fatto che quella visita non è stata resa nota né dallo stesso primo ministro albanese, come fa sempre tramite i suoi “cinguettii” quotidiani e neanche dal suo ufficio stampa, crea molti sospetti sulla stessa visita. Chissà di cosa hanno discusso e si sono accordati questa volta i due “amici e fratelli”?!

    Chi scrive queste righe è convinto che non sono solo il segretario generale del partito comunista cinese e il presidente turco che hanno rafforzato i propri poteri istituzionali e personali con degli emendamenti costituzionali. Lo hanno fatto diversi autocrati e dittatori come quello russo ed altri. E, nel suo piccolo, lo ha fatto a più riprese anche il primo ministro albanese. Sono sempre degli autocrati che usano gli stessi metodi. Perciò non a caso si somigliano. Aveva ragione Leonardo Sciascia, il quale credeva che le sole cose sicure in questo mondo siano le coincidenze.

  • Fede e umanità

    Papa Francesco ha ricordato, davanti a più di 60.000 giovani, don Luigi Giussani, fondatore delle gioventù studentesca, GS, e di Comunione e Liberazione, nel centenario della sua nascita.
    “Esprimo la mia personale gratitudine per il bene che mi ha fatto, come sacerdote, meditare alcuni libri di don Giussani, e lo faccio anche come pastore universale per tutto ciò che ha saputo seminare e irradiare dappertutto per il bene della chiesa”, ha detto tra l’altro il Santo Padre nel suo intervento.

    Don Giussani ha lasciato una grande impronta in coloro che lo hanno incontrato ed hanno avuto, come me, la fortuna di vivere con lui l’inizio di un percorso.

    Tantissimi anni fa, ai primi anni del liceo, era il tempo del giornale “Milano studenti“ e delle mie prime poesie pubblicate che don Giussani poi  commentava, una in speciale modo,”Il colore di Dio”, l’ha portata per molti anni con se.

    Le riunioni, il famoso raggio e gli incontri ed i canti “John Brown è morto ma lo schiavo è in libertà”, i ricordi sono molti ma non sono stati, e non sono, i ricordi la parte più importante di quel periodo, un periodo che vive in coloro che hanno ascoltato e compreso  don Giussani nella sua essenza più profonda, non i ricordi  ma le sue parole, il modo intenso con il quale, in semplicità, instillava nell’animo verità, comprensione, speranza, impegno, determinazione e, sopratutto, amore per gli altri.

    Nel tempo ho preso la mia strada e ho, come ho potuto e saputo, lontano da GS  e da Comunione e Liberazione, cercato di affermare nella mia vita quotidiana e politica quei valori fondamentali che appartengono non solo al cristianesimo ma che il cristianesimo più vero rappresenta indiscutibilmente e senza ostentazioni.

    Sono convinta che gli insegnamenti di don Giussani e dei miei genitori mi abbiano aiutato a comprendere e rispettare gli altri in modo profondo, lasciandomi la libertà di non provare invidie e rancori e di sapere anche oggi, dopo tanti anni, combattere per la dignità dell’essere umano e della natura.

    Grazie Papa Francesco perché nel ricordo di don Giussani hai unito ancora una volta umanità e fede.

  • Ci sono notizie che vanno oltre l’orrore

    Notizie oltre l’orrore che non commento lasciandole alla meditazione di ciascuno, notizie di fatti che non possono essere cancellate dalla nostra memoria girando la pagina del giornale o facendo un nuovo click sulla Rete, notizie, fatti, tragedie, moniti per tutti:

    in Italia un giovane uomo romano, 33 anni, condivideva, su una rete internazionale di pedofili, video ed immagini dei terribili abusi e delle violenze che compiva sulla sua bambina di neppure due anni.
    Secondo il dossier di Save the children, redatto con l’unità analisi crimini informatici della Polizia postale, nel 2021 sono aumentati di circa il 50% i casi trattati e sono 5311 i/le minori contattati sul web da adulti abusanti.

    In un quartiere tranquillo del nord-est di Parigi Lola, 12 anni, nel tragitto tra casa e scuola è stata avvicinata da una giovane, rapita, legata, ferita, sgozzata, nascosta in uno scatolone e abbandonata per strada.
    A Kherson il direttore della filarmonica, Yuri Keroatenko, è stato vilmente ucciso in casa sua dai soldati russi perchè si era rifiutato di dirigere un concerto organizzato dalle forze d’occupazione.

    Ogni giorno muoiono persone perché credono e difendono la libertà.

  • Alla battaglia ideale per l’Ucraina uniamo quella per gli iraniani oppressi

    Le migliaia di giovani che si ribellano alla violenta dittatura iraniana, affiancati da tante donne ed anche uomini adulti che finalmente non tollerano più i troppi divieti che sopprimono ogni libertà, ci ricordano, ancora una volta, quanto sia importante preservare la nostra democrazia e le conquiste di civiltà che abbiamo raggiunto.

    I Cittadini iraniani che sacrificano la loro vita in questi giorni di dura, violenta repressione sono un esempio che deve indurci a cercare tutti di alimentare la speranza con messaggi ed azioni di condivisione e sostegno.

    Uniamo alla battaglia ideale a favore dell’Ucraina anche quella per la libertà degli iraniani oppressi da una violenza barbara.

  • In attesa di Giustizia: liberté, egalité, ospitalité

    Pietrostefani, Tornaghi, Manenti ed altri ancora sono nomi noti alle cronache sebbene a lungo dimenticati, almeno fino a quando non è sembrato che la Francia – Paese nel quale avevano trovato da decenni  rifugio – si fosse determinata ad estradarli verso l’Italia per scontare le pene a cui erano stati condannati per gravi reati di sangue e di eversione contro l’ordinamento dello Stato.

    Hassan Iquioussen, invece, è un personaggio sicuramente meno conosciuto, almeno al di qua delle Alpi Graie, e si tratta di un Imam nei cui confronti il Ministro dell’Interno francese aveva recentemente emesso un decreto di espulsione in quanto considerato pericoloso: vicino ai Fratelli Musulmani, che in varie occasioni non ha mancato di manifestare apertamente antisemitismo, omofobia, xenofobia e di legittimare l’omicidio di chi avesse tradito la fede musulmana, spesso abilmente impiegando i termini usati salvo poco tempo fa quando gli è sfuggita la frase “taglieremo loro le teste prima che loro taglino le nostre”. Chi siano i destinatari di tale auspicio è piuttosto chiaro: siamo noi, gli infedeli.

    Dunque, una personcina che sarebbe stato di tutta opportunità rispedire al suo Paese di origine ma… grazie ad un tempestivo ricorso, il Tribunale amministrativo ha annullato la decisione ministeriale e l’Imam può serenamente continuare a risiedere nella sua zona prediletta, al confine con il Belgio.

    La sentenza è un inno all’ospitalità affermando che qualche parolina di troppo, per quanto di esplicita provocazione non può giustificare l’espulsione di chi mantiene il pieno diritto di condurre una normale vita famigliare con i suoi congiunti nella terra che ha scelto come sua residenza.

    Insomma, tiene famiglia ed i  francesi, si vede, non hanno il corrispondente diritto a sentirsi un po’ più sicuri di non incappare in qualche giovanotto (Iquioussen è un idolo nella fascia di età andante dai quindici ai quarant’anni) indottrinato al taglio delle teste.

    Molto ospitali, i giudici francesi: per chi non lo sapesse anche gli ex brigatisti italiani, alla fine, non sono stati consegnati alla nostra giustizia perché – in fondo – è ormai storia vecchia, questi gentiluomini si sono comportati bene per tanti anni, hanno messo su famiglia pure loro, hanno un lavoro e qualche ammazzatina a fondamento ideologico anni ’70 non può certo giustificare la prigione proprio adesso che sono dei miti pensionati o quasi. Figuriamoci, poi, in Italia! Dove – sempre secondo la Corte parigina – non vi è garanzia che siano stati sottoposti ad un giusto processo nel quale non hanno neppure potuto difendersi personalmente. E, certo: hanno preferito restare serenamente seduti in qualche barettino della Rive Gauche a sorbirsi un Pernod o a gustarsi un croque monsieur piuttosto che accomodarsi sulle panche di una Corte d’Assise.

    Liberi tutti, allora! Del resto siamo nella terra della libertà, della uguaglianza ed – evidentemente – della ospitalità.

    Far scontare una pena, tuttavia, non equivale a riparare le vittime di un delitto o i loro famigliari ma non è neppure vendetta sociale, anche se sono passati molti anni dai fatti: è semplicemente quella giustizia degli uomini che prima o poi ci si aspetta che arrivi e si manifesti con uno dei suoi esiti possibili.

    Non sempre è così, e i lettori di questa rubrica lo sanno bene: se poi il Presidente di un Collegio giudicante – come quello che si è occupato dei nostri terroristi – si chiama Belin, forse non ci si deve sorprendere più di tanto delle idee che gli passano per la testa. Una testa di Belin, appunto, con licenza parlando.

  • In attesa di Giustizia: Libera Chiesa in libero Stato

    Con queste parole viene definita la concezione separatista in tema di rapporti tra Chiesa e Stato, utilizzata per primo dal politico e filosofo francese Charles de Montalebert, poi ripresa da Cavour al quale ne viene attribuita la paternità dopo la citazione avvenuta in seguito alla proclamazione del Regno d’Italia che portò alla individuazione di Roma come capitale; secondo il pensiero dello statista piemontese, il Papa avrebbe – quindi – dovuto dedicarsi all’esercizio del potere spirituale dimenticandosi quello temporale sui suoi possedimenti con ciò permettendo la convivenza tra Stato e Chiesa. E viceversa.

    Sono passati decenni, si sono succeduti nel tempo i Patti Lateranensi nel 1929, la loro revisione nel 1984 a regolare i rapporti (anche di natura giudiziaria) tra Italia e Santa Sede e con la Costituzione Repubblicana si è abbandonato il concetto di religione di Stato lasciando ai cittadini la libertà di credo.

    Qualche bizzarro cascame da Statuto Albertino, sia pure con qualche “arrangiamento”, si annida peraltro nelle pieghe del nostro sistema penale non meno che nel pensiero di chi  è deputato all’esercizio dell’azione penale: per esempio, la Procura della Repubblica di Crotone che ha ritenuto – non avendo, evidentemente, nulla di meglio da fare – di indagare  per “offesa ad una confessione religiosa” (art. 403 e 404 del  codice penale) Don Mattia Bernasconi,  della parrocchia di San Luigi Gonzaga di Milano.

    Cerchiamo, allora, di comprendere di quale rimproverabile ed indegna condotta si sia reso responsabile questo sacerdote, nei cui confronti sono già stati lanciati strali diocesani: ha celebrato la messa in mare per i giovani della sua parrocchia che aveva accompagnato ad un campo nella cooperativa Terre Joniche – Libera Terra. Nell’ultimo giorno di permanenza in Calabria aveva anche deciso di  portarli in spiaggia invece che in una pineta, originaria destinazione risultata, però, già occupata.

    Qui giunti, essendo domenica, a causa del caldo è maturata la scelta di celebrare la messa in mare utilizzando un materassino come altare.

    Una comprensibile coniugazione tra il rispetto del precetto domenicale e la salvaguardia della salute riparandosi dalle temperature feroci di questo periodo che non ha evitato a Don Mattia le censure dei suoi superiori prima e l’inflessibilità della legge secolare poi; il Procuratore capo di Crotone in persona ha confermato l’apertura di un fascicolo sull’accaduto delegando nientemeno che alla DIGOS lo svolgimento delle indagini. Verranno, quindi, sentiti testimoni, acquisiti filmati e foto della funzione dai telefonini, interpellati vescovi e cardinali, forse anche indagati per concorso nel reato i turisti che hanno prestato il materassino al sacerdote. Questo ci vuole per ridare dignità ad un Paese! Tolleranza zero alla maniera di Rudolph Giuliani: e partendo da una intransigente persecuzione di quelli che sembrano illeciti minori od anche semplici atti devianti che violano norme sociali si andrà realizzare una funzione salvifica e moralizzatrice a tutti i livelli.

    Saremmo stati, però, ancor più grati al procuratore di Crotone se prima di muoversi e spedire le sue truppe all’assalto, avesse prestato più attenzione a quanto prevede il codice penale e cioè che il reato di offesa ad una confessione religiosa si commette mediante il vilipendio di chi la professa, di un ministro o di oggetti di culto, strumenti liturgici, cose consacrate. Dell’uso, magari fantasiosamente improprio, dei materassini da mare per celebrare messa (da parte di un sacerdote regolarmente ordinato) in mare non si parla.

    Sembra, piuttosto, di poter dire che la scelta di Don Mattia sia stata indicativa del fatto che la fede, la preghiera, il sentimento religioso non sono legati necessariamente ad un luogo o ad un momento ma sono dentro di noi e devono potersi esprimere liberamente.

    Soccorre anche inesorabilmente alla memoria, ed a modo di conclusione, un detto proprio della saggezza popolare calabrese: “Studia, studia, se no finisci a fare il Pubblico Ministero”.

  • Tala Safwan: Egyptian TikToker held in Saudi over ‘immoral’ video

    A popular Egyptian social media influencer has been arrested in Saudi Arabia, accused of posting sexually suggestive content.

    Tala Safwan, who has five million followers on TikTok and some 800,000 on YouTube, drew ire online amid claims a recent video had lesbian undertones.

    But Ms Safwan said that had not been her intention.

    Police in the strictly conservative kingdom however said the video could harm public morality.

    With her short dark hair and expressive face, the young vlogger’s frothy, upbeat style is aimed at teenagers.

    Her videos have catchy, tabloid-like headlines as she discusses TV shows and issues sent in by her followers – mostly about relationships and embarrassing situations.

    She sets up pranks and carries out challenges – just like many other successful content creators around the world.

    But one of her recent videos has drawn a very different reaction.

    In the clip, she’s seen chatting to a female Saudi friend, whom she invites over to her house. Her subsequent remarks have been interpreted by some as being sexually suggestive.

    That set off a big campaign against her, with a hashtag trending on Twitter that translates as “Tala offends society”.

    She responded by saying she’d been misunderstood and denying there was any lesbian subtext in her comments – a subject that is still publicly taboo in Saudi Arabia.

    She said that the clip had been taken out of context from the full video she recorded, in order to cause a scandal.

    As the social media pile-on continued, the police in Riyadh announced that they had arrested a local resident “who appeared in a broadcast talking to another woman with sexual content and suggestiveness that could have a negative impact on public morality”.

    The police did not name Tala Safwan, but included a clip of the video with her face and that of her friend blurred.

    It comes just days after the Saudi media regulator demanded that YouTube remove advertisements that it considers offensive to the country’s Muslim values and principles. The regulator threatened to take legal action if nothing was done.

    The announcement followed complaints by Saudi parents that their children were being exposed to inappropriate content in ads broadcast on YouTube.

  • Hong Kong’s ‘Grandma Wong’ jailed over 2019 protests

    A prominent Hong Kong protester has been jailed for 32 weeks for taking part in anti-government protests in 2019.

    Alexandra Wong, 66, nicknamed Grandma Wong, denied the charges earlier this year, but changed her plea to guilty on Wednesday, the first day of her trial.

    Ms Wong was regularly seen at the protests three years ago, usually waving a British union jack flag.

    Prosecutors charged her in connection with two flash mobs on 11 August 2019.

    They accused Ms Wong of shouting “offensive words” at an unlawful assembly, adding that her flag-waving and slogans encouraged an illegal gathering.

    Hong Kong Principal Magistrate Ada Yim said the protests had caused “disruption to social order”.

    Ms Wong disappeared half way through the 2019 protests, but re-emerged in October 2020, saying she had been detained in the border city of Shenzhen and forced to renounce her activism.

    Her jailing comes a day after Hong Kong authorities sentenced a veteran activist and terminal cancer patient to nine months in jail for his attempt to protest against the Beijing Olympics.

    Koo Sze-Yiu, 75, was arrested by police in February before he could carry out a solo demonstration criticising China.

    He was charged with sedition, which he has denied. He has said he will appeal against the sentence.

    Hong Kong was rocked by months of anti-government protests in 2019 and 2020. They were initially sparked by plans to allow extradition to mainland China, and then grew to include several issues, including anger over a controversial new security law brought in by China which cracks down on dissent.

  • La ribellione contro le dittature è un sacrosanto diritto e dovere

    La disobbedienza, agli occhi di chiunque abbia letto la storia,

    è la virtù originale dell’uomo. È attraverso la disobbedienza che il

    progresso si è realizzato, attraverso la disobbedienza e la ribellione.

    Oscar Wilde

    Sono tanti, tantissimi gli insegnamenti della storia dell’umanità, i quali ci testimoniano che i regimi totalitari, le dittature non si affrontano, non si combattono e non si vincono con dei comportamenti e mezzi democratici. La storia, quella grande e infallibile maestra, da secoli ormai ci insegna che le dittature si sconfiggono e si sradicano solo e soltanto con la disobbedienza, con le rivolte e con la ribellione degli oppressi. Siano quelle classiche, oppure le “dittature moderne” camuffate sotto le apparenze ingannatrici di pluralismo e di democrazia. Ovunque i sacrosanti diritti vengono meno, il dovere di disobbedire e di ribellarsi diventa, altresì, sacrosanto e giustificato. Se adesso ci sono dei Paesi evoluti, dove funziona lo Stato democratico, dove si garantisce quella che Montesquieu, nel 1748, chiamava la divisione dei poteri e dove quella divisione è reale e funziona, è anche perché in alcuni di loro e nel corso dei secoli, i diritti sono stati difesi con determinazione. Quanto è accaduto in Francia dal 1789 in poi né è una significativa testimonianza. Ma anche quanto è accaduto, prima ancora, in Inghilterra. Molto significativa è stata la disobbedienza al re Giovanni da parte di un gruppo di nobili, ormai noti anche come i “nobili ribelli”, che si sopo opposti al re e alla dinastia dei Plantageneti che controllava tutto e tutti. Era il 15 giugno del 1215 quando i “baroni ribelli” hanno presentato al re Giovanni un documento allora chiamato Magna Carta libertatum (Grande Carta della libertà; n.d.a.) e comunemente nota come Magna Carta. Proprio così, da allora i “baroni ribelli” pretendevano che alcuni diritti fossero stati rispettati. Il re, dopo alcune resistenze, cercando anche l’appoggio del Papa Innocenzo III, è stato costretto ad accettare le richieste dei “baroni ribelli”. Richieste che prevedevano e dovevano garantire la tutela dei diritti della chiesa, la protezione dei civili dalla detenzione ingiustificata, il funzionamento di una rapida giustizia e la limitazione dei diritti di tassazione feudali della monarchia. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Ma se in Inghilterra adesso la monarchia, rappresentata da settant’anni ormai dalla regina Elisabetta II, rispetta i diritti e la divisione dei poteri, è anche grazie a quello che fecero i “baroni ribelli’, circa otto secoli fa. Un significativo esempio del funzionamento della democrazia nel Regno Unito è stato dato anche la scorsa settimana. Giovedì scorso, 7 luglio, il primo ministro è stato costretto a dare le proprie dimissioni, non solo come capo del governo, ma anche come dirigente del Partito conservatore. Lui è stato accusato di ammettere, dopo averlo negato prima, che un suo fedelissimo, l’ex vice capogruppo parlamentare del partito conservatore, era stato indagato in passato “per comportamento inappropriato nei confronti degli uomini”. Ma sul primo ministro pesavano anche le clamorose sconfitte durante le ultime due elezioni di circoscrizione. Non è stato da meno neanche il cosiddetto “scandalo delle multe”, legato a varie multe prese per i festeggiamenti a Downing Street durante la chiusura dovuta alla pandemia, nonché le accuse di aver mentito in Parlamento. Una significativa dimostrazione che testimonia come i politici eletti e rappresentanti del popolo, esercitando con grande responsabilità il loro potere conferito, riescono a costringere il capo del governo a dimettersi. E lo hanno fatto in tanti, ministri e altri rappresentanti del governo, i quali da lunedì scorso, dando le proprie dimissioni, hanno chiesto anche al primo ministro di fare altrettanto. E tutto questo perché nel Regno Unito le regole della democrazia funzionano e si rispettano.

    La scorsa settimana sono ricominciate con forza e determinazione le proteste in Sri Lanka. Era dal marzo scorso che i manifestanti pacifici chiedevano le dimissioni del presidente del Paese e di suo fratello, il primo ministro. Proteste quelle di marzo e aprile scorso che hanno costretto il presidente a “convincere” suo fratello, il primo ministro, a dare le dimissioni. Proteste che però non si sono placate con quelle dimissioni. Anzi! Durante le proteste della scorsa primavera era accaduta una cosa del tutto inattesa. Hanno protestato insieme anche i rappresentanti dei diversi gruppi religiosi del Paese e cioè i buddisti, i musulmani, gli induisti e i cattolici. Una cosa inattesa quella perché le profonde divisioni ed i conflitti tra le varie comunità religiose hanno causato in passato anche dei violenti scontri tra di loro e dei loro sostenitori. Dopo le proteste della passata primavera, la scorsa settimana sono state annunciate nuove proteste pacifiche. Proteste che si sono svolte sabato scorso. Migliaia di manifestanti, arrivati nella capitale da tutte le parti dello Sri Lanka, hanno circondato il palazzo presidenziale ed altri edifici governativi. Il motivo della protesta era sempre lo stesso; la peggiore crisi finanziaria che da tempo sta affliggendo il Paese e la mancanza della liquidità in moneta straniera, che ha reso impossibile l’importazione di carburante, di cibi essenziali e di medicine. Una crisi dovuta agli abusi di potere e alla continua corruzione ai più alti livelli istituzionali, a partire dal presidente dello Sri Lanka e della sua famiglia. Una vera e propria dinastia quella, che annovera sette fratelli i quali hanno avuto degli incarichi importanti politici ed istituzionali. Famiglia che spesso è stata accusata di abuso di potere, di corruzione e di nepotismo. Il solo fatto che nell’aprile scorso lo Sri Lanka aveva, come presidente e come primo ministro, due fratelli né è una molto significativa ed inconfutabile testimonianza di tutto ciò. Sabato scorso, per dissuadere i manifestanti pacifici, sono stati usati gas lacrimogeni e cariche delle truppe speciali, ma niente è servito a fermare la determinazione dei cittadini. Sabato scorso i manifestanti sono riusciti finalmente a passare i cordoni di sicurezza militare e di polizia che circondava gli edifici tra i più importanti del Paese, tra cui la casa del Presidente, quella del primo ministro, data poi alle fiamme, ed il ministero delle Finanze. Durante la giornata sono state annunciate sia l’allontanamento dalla capitale ad uno “sconosciuto posto sicuro” del presidente, sia la sua disponibilità a dimettersi il 13 luglio prossimo. In seguito, nel pomeriggio di sabato scorso, anche il primo ministro ha dato le sue dimissioni dall’incarico avuto dal presidente tre mesi fa. Un altro significativo esempio che dimostra come la disobbedienza popolare contro un regime corrotto si possa trasformare in proteste. Ed in seguito, durante sabato scorso, anche in ribellione. Nel frattempo, dalle immagini trasmesse dai media e in rete, si vedevano gli ambienti lussuosi della casa presidenziale. E si vedevano anche decine di manifestanti che si tuffavano nella piscina del presidente. Dalle immagini si evidenzia molto chiaramente il lusso esagerato nel quale viveva la famiglia presidenziale, mentre la gente soffriva la fame. Adesso, dopo quanto è accaduto sabato scorso in Sri Lanka, rimane da seguire, nel prossimo futuro, ma anche oltre, come si evolveranno sia la situazione politica, sia quella economica e finanziaria nel Paese asiatico.

    La scorsa settimana, e proprio la sera di giovedì 7 luglio, nella capitale dell’Albania si è svolta una massiccia protesta pacifica. Decine di migliaia di cittadini, arrivati da tutte le parti del Paese, hanno riempito la viale principale della capitale, quella che porta all’edificio del Consiglio dei Ministri. Un edificio che quel giorno, dietro ordini ben precisi, era stato “sigillato” con delle porte e finestre metalliche per paura di essere preso d’assalto. Ma non era quella l’intenzione degli organizzatori della protesta. Almeno non quella volta, la sera di giovedì scorso. La protesta è stata organizzata dal maggior partito dell’opposizione, il ricostituito partito democratico. Il primo partito di opposizione che, dal dicembre 1990, ha organizzato tutte le proteste contro la dittatura comunista che hanno portato poi alla caduta del regime. Un partito però, che, sfortunatamente e vergognosamente, per alcuni anni era diventato “un’impresa familiare” della persona che dal 2013 aveva usurpato la direzione del partito ed una “stampella” del primo ministro. Un partito che poi, dal settembre 2021, ha cominciato un impegnativo percorso di ricostituzione. Un processo quello che nonostante la ricostituzione delle strutture locali e centrali del partito, continua ancora. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò nei mesi precedenti.

    I cittadini che hanno partecipato alla protesta massiccia e pacifica di giovedì scorso nella capitale albanese avevano tanti e ben validi motivi per disobbedire e protestare. Da anni in Albania si sta soffrendo una grave e preoccupante realtà. Realtà determinata da una galoppante corruzione che sta coinvolgendo tutti quegli che gestiscono la cosa pubblica. Partendo dal primo ministro e dai suoi “fedelissimi leccapiedi”. Realtà causata da un pauroso abuso di potere da parte di tutti quelli che esercitano dei poteri pubblici. Partendo dal primo ministro e dai suoi “fedelissimi leccapiedi”. Realtà che ha determinato, tra l’altro in questi ultimi anni, un continuo flusso demografico verso altri paesi dell’Europa. Si tratta soprattutto di giovani, di persone istruite e professionalmente abili, che lasciano tutto e tutti e vanno via, in cerca di una vita migliore. Solo in questi ultimi anni, dati ufficiali alla mano, i richiedenti asilo in diversi Paesi europei provenienti dall’Albania sono tra i primi, insieme con i siriani e gli afgani. Mentre in termini relativi, e cioè tenendo presente il numero complessivo della popolazione, gli albanesi diventano i primi. Il che ormai sta provocando degli effetti drammatici e non solo demografici, ma anche economici ed altro. Solo questo fatto verificato e facilmente verificabile rappresenta una pesante accusa per il malgoverno. L’Albania si sta paurosamente spopolando! Solo questo fatto dovrebbe essere un assordante campanello d’allarme per tutte le persone responsabili, per tutti gli albanesi patrioti. Solo questo fatto dovrebbe essere un buon motivo, non solo per protestare, ma per ribellarsi contro il nuovo regime restaurato in Albania. L’autore di queste righe ha spesso informato il nostro lettore di questa preoccupante realtà e delle sue paurose conseguenze, che hanno già cominciato ad evidenziarsi.

    Nonostante la vera, vissuta e sofferta realtà albanese, il primo ministro continua a governare. Ovviamente non sarebbe il caso di paragonare la realtà albanese con quella del Regno Unito, dove il primo ministro il 7 luglio scorso ha rassegnato le proprie dimissioni. Ma il primo ministro albanese non ha nessuna intenzione di dimettersi. Come hanno fatto sabato scorso il presidente ed il primo ministro dello Sri Lanka, paragonabili con il loro simile in Albania per il modo di abusare del potere. E guarda caso, sia in Albania che in Sri Lanka, tutte le fallimentari riforme sono state promosse e sostenute da una persona (e/o da chi per lui), da un multimiliardario speculatore di borsa statunitense e fondatore delle Fondazioni della Società Aperta. Quelle economiche promosse in Sri Lanka nel gennaio 2016. Mentre, allo stesso tempo, si promuovevano la “riforma” del sistema della giustizia ed altre “iniziative” in Albania. Ma anche nei Balcani occidentali.

    L’11 luglio, Papa Francesco ha inviato un messaggio ai partecipanti alla Conferenza della Gioventù dell’Unione europea che si sta svolgendo a Praga. Riferendosi alla guerra in Ucraina, il Pontefice ha detto: “Ora dobbiamo impegnarci tutti a mettere fine a questo scempio della guerra, dove, come al solito, pochi potenti decidono e mandano migliaia di giovani a combattere e morire. In casi come questo è legittimo ribellarsi!”.

    Chi scrive queste righe è fermamente convinto che la ribellione contro le dittature è un sacrosanto diritto e dovere. La storia, quella validissima maestra, ci insegna che nessuna dittatura è stata vinta con dei mezzi democratici. Le dittature si rovesciano con la ribellione. L’autore di queste righe non smetterà mai di ricordare la convinzione di Benjamin Franklin, secondo il quale ribellarsi ai tiranni significa obbedire a Dio. Condividendo anche quando scriveva Oscar Wilde e cioè che è attraverso la disobbedienza che il progresso si è realizzato, attraverso la disobbedienza e la ribellione.

  • La Turchia arresta il leader in carica dell’Isis ‘senza sparare un colpo’

    La Turchia ha arrestato l’uomo che in marzo era stato nominato nuovo leader dell’Isis, Abu al-Hasan al-Hashimi al-Qurashi, preso “senza sparare un solo colpo di pistola”:  lo ha rivelato il portale turco OdaTv, secondo cui l’operazione delle squadre anti terrorismo, in collaborazione con i servizi segreti di Ankara, è avvenuta nelle scorse settimane, dopo che l’abitazione del leader del ‘Califfato’ era stata tenuta d’occhio per giorni.

    Il presidente Recep Tayyip Erdogan è stato subito informato e, stando a quanto dice la stampa, dovrebbe commentare pubblicamente l’arresto, anche se non si sa esattamente quando.

    Secondo la ricostruzione, sarebbero state ottenute informazioni molto importanti in seguito all’interrogatorio. Abu al-Hasan al-Hashimi al-Qurashi è infatti finora l’unico leader dell’Isis ad essere stato catturato vivo e a non essersi fatto esplodere prima di essere preso, come il predecessore Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi e il primo storico leader dell’organizzazione, Abu Bakr al-Baghdadi. Entrambi morirono in seguito ad operazioni dirette dagli Usa, il primo nel 2019 e il secondo pochi mesi fa, a inizio febbraio. Al contrario dell’ultimo capo dell’Isis, il luogo dove i precedenti leader del califfato islamico si nascondevano, e dove si tolsero la vita, è lo stesso: la regione di Idlib, nel nordovest della Siria sul confine con la Turchia.

    L’area è da anni sotto il controllo di Ankara che nel 2016 ha iniziato una serie di operazioni militari oltre confine contro l’Isis ma anche per colpire le forze curde siriane dello Ypg, che a loro volta combattevano nella zona i militanti del sedicente Stato islamico con il sostegno degli Usa. Negli anni, le milizie curde hanno perso sempre più il controllo del territorio e pochi giorni fa Erdogan ha annunciato che presto l’esercito turco inizierà una nuova campagna militare contro di loro per completare il progetto di una zona di sicurezza sul confine con la Siria profonda 30 km.

    L’arresto del nuovo capo dell’Isis potrebbe gettare l’ombra del dubbio sulle accuse – frequenti in passato sia da parte di Mosca che dall’Occidente – secondo cui la Turchia avrebbe avuto presunti rapporti con il califfato islamico, o con gruppi ad esso legati. Sicuramente, il successo dell’operazione dell’antiterrorismo rafforza le recenti dichiarazioni del Segretario della Nato Jens Stoltenberg che, durante il forum di Davos, ha sottolineato “il ruolo chiave nella lotta all’Isis” da parte di Ankara. Nel suo discorso, il Segretario generale ha anche affermato che “nessun altro alleato Nato ha sofferto più attacchi terroristici della Turchia”.

    Il Paese è stato duramente colpito dalla violenza dell’Isis che, tra il 2015 e il 2016, ha messo a segno e rivendicato una lunga serie di attentati con oltre 200 vittime in meno di due anni. La magistratura turca ha condannato vari militanti del sedicente Stato islamico, ad esempio, per la strage a una manifestazione di protesta ad Ankara nell’ottobre del 2015, che con oltre 100 vittime resta l’attentato con più morti nella storia della repubblica turca.

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