Libertà

  • Egyptian journalists from fact-checking website facing terrorism charges

    Prosecutors in Egypt have charged six journalists working for the independent fact-checking platform Matsda2sh with belonging to the outlawed Muslim Brotherhood, according to their lawyer.

    Nabeh al-Ganadi said on Monday that the men were accused of joining a terrorist group, funding terrorism, publishing “fake news”, and using social media to call for acts of terrorism, he added. Matsda2sh has denied the allegations.

    Later, Ganadi said the State Security Prosecution had remanded five of them in custody for 15 days, and that the sixth was still being interrogated.

    The journalists’ arrests last week were condemned by international human rights and press freedom organisations.

    The Committee to Protect Journalists (CPJ) called the detention of Matsda2sh’s entire newsroom a “grave escalation in Egypt’s campaign against independent journalism”.

    It said the country remained one of the world’s leading jailers of journalists, with 25 currently imprisoned or detained.

    President Abdul Fattah al-Sisi has overseen what human rights groups say is an unprecedented crackdown on dissent since he led the military’s overthrow of his predecessor, Muslim Brotherhood leader Mohammed Morsi, in 2013.

    Tens of thousands of people have been detained, mainly Muslim Brotherhood officials and supporters but also leading secular and liberal activists, media workers and academics.

    Matsda2sh, whose name means “Do Not Believe” in Arabic, was founded in 2018 to “resist the flow of false or misleading news”, according to its website.

    It regularly fact-checks statements made by Egyptian officials and carries out investigative reporting in Egypt and other Arab countries.

    Security personnel arrested the six Matsda2sh journalists – Abdullah Qadry, Mohammed Ashraf Abu Emeira, Islam Barakat, Omar Helal, Mohammed Mahmoud, and Mohammed Adel – in a series of raids on their homes across Egypt on 28 and 29 September, according to the Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR), whose lawyers are defending them.

    Initially, no information was provided about where they were being held or the reasons for their detention, the EIPR said.

    On Thursday, the Egyptian interior ministry confirmed their arrests and accused Matsda2sh of seeking to destabilise the country through disinformation.

    It said the platform was unlicensed and operated from abroad, and that its founder, Abdel Rahman Mansour, was member of the Muslim Brotherhood.

    In an interview with the CPJ that day, Mansour insisted that the accusations “misrepresent who we are and the work we do”.

    “We have no affiliation with the Muslim Brotherhood, and the authorities know this,” he said.

    On Monday, the EIPR said most of the detained journalists had testified before the State Security Prosecution that they were “tortured at National Security Agency facilities in the days following their arrests, before being brought before any judicial authority”.

    The journalists reported “beatings, forced stripping, electric shocks and threats to harm them or their families”, it added.

    The interior ministry denied that they had been tortured or mistreated.

    A ministry source said the EIPR’s allegations were “unfounded and come in the context of attempts to evade the charges levelled at them”.

  • Appello per due gemelle e un’altra donna che l’Iran vuole impiccare

    Due gemelle iraniane arrestate a gennaio scorso durante l’ultima grande ondata di proteste contro il regime, Taraneh e Romina Rahimi, sono state condannata la prima a morte per impiccagione, l’altra a scontare 25 anni di carcere. Ed il mondo sembra voltare le spalle riguardo al loro destino così come le ha voltate a Benjamin Netanyahu durante il suo discorso all’assemblea generale dell’Onu.

    Tra l’8 e il 9 gennaio del 2026 le due sorelle, all’epoca diciannovenni e ancora studentesse al liceo, furono prelevate di notte dalle loro abitazioni a Isfahan da uomini incappucciati, in seguito identificati come appartenenti al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Per quattro mesi la madre delle due ragazze, Marzieh Nourmohammadi, ha cercato invano notizie delle figlie rivolgendosi a ospedali e istituzioni statali, prima di riuscire a rintracciarle in un carcere a Dowlatabad, nella città di Isfahan.

    Quando ha potuto visitarle in carcere, lo scorso maggio, le due ragazze – “trattenute in regime di isolamento” –  erano irriconoscibili, ha spiegato il cugino alla testata britannica. Il racconto che la madre ha fatto al cugino è agghiacciante: a stento ha riconosciuto le sue stesse figlie che, “a seguito di tremende percosse, avevano i volti gravemente tumefatti, con lividi su tutto il corpo, ai gomiti, alle nocche e avevano i piedi rotti”.

    In mancanza di una confessione credibile per il regime – come racconta la testata britannica Guardian – Taraneh avrebbe ricevuto dalle guardie carcerarie la minaccia di uno stupro ai danni della sorella Romina di fronte a lei. Il quotidiano riferisce anche che “il loro cuoio capelluto è stato completamente compromesso. Praticamente – racconta la madre – le due giovani non avevano più capelli perché venivano tirate per i capelli e trascinate da una cella all’altra”.  Una storia che si ripete inesorabile nella Repubblica islamica sciita, da 47 anni impegnata a combattere contro i capelli delle donne costrette a coprirli con un hijab obbligatorio sin dall’età di 7 anni. Così vuole la lettura della sharia e così aveva voluto e vuole la rivoluzione khomeinista.

    Secondo Hengaw, con sede in Norvegia, e dalla Human Rights Activists News Agency (Hrana), con sede negli Stati Uniti, la magistratura iraniana avrebbe condannato anche un’altra donna alla pena capitale con la stessa accusa. Si tratta di Leila Abolhasani 43 anni e madre di due adolescenti, è stata invece giudicata colpevole di aver incendiato un negozio durante le manifestazioni. I suoi familiari hanno respinto l’accusa, affermando che la donna si era limitata a filmare l’incendio.

    Insieme a loro per gli stessi disordini avvenuti in una piazza di Isfahan, sono stati condannati a morte anche nove uomini. Accusati di aver provocato la morte di due persone, tra cui un membro delle forze di sicurezza.

    Dall’inizio della guerra con gli Stati Uniti, Teheran ha giustiziato 29 uomini per reati legati alle proteste, secondo l’ong norvegese Iran Human Rights (IHR). E sono almeno 16 donne le donne “giustiziate” per altri reati dall’inizio dell’anno.

  • AI: il tempo scorre veloce

    Se i maggiori centri per lo studio e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, per bocca dei loro massimi esponenti e proprietari, chiedono un ente esterno per stabilire regole e tempi dobbiamo essere consapevoli che i pericoli ingenerati dalla AI sono reali, al di là degli interessi strettamente economici e di potere difesi da Trump ed dal presidente cinese.

    Il problema consiste su chi individuerà le figure indipendenti che dovranno dare vita a questa struttura, chi fare le scelte, quali i veri obiettivi per evitare che, una volta ancora, sia il mercato, l’interesse economico e personale, a decidere il futuro, l’utilizzo dell’AI e, di conseguenza, il futuro dell’umanità e cioè il nostro futuro.

    Le accelerazioni che, in ogni campo, si sono evidenziate in questi anni, dalle scoperte tecnologiche e militari all’aumento di guerre, violenze, soppressioni di regole comuni di convivenza civile e di rispetto per le persone, bambini compresi, di perdita di empatia e di percezione della realtà, ci dimostrano come gran parte di quanto ritenevamo acquisito stia diventando effimero, a continuo rischio.

    I concetti di libertà, di democrazia, di regole comuni rispettate, condivise, di attenzione all’altro, di tutela dell’ambiente, come realtà che appartiene a tutti, si stanno modificando in una società nella quale solo il potere assoluto, il denaro, il predominio sugli altri hanno valore.

    Dall’America di Trump alla Russia di Putin o alla Cina di Xi Jinping, per non parlare della dittatura di Erdogan, dell’indifferenza alla vita altrui di Netanyahu, del crudele oscurantismo dei talebani, proseguendo con le varie formazioni terroriste che colpiscono in più parti del mondo, è ormai evidente che per troppi, che ricoprono i massimi incarichi, solo il denaro ed il potere contano dopo aver eliminato quel minimo di apparente attenzione al bene comune che avevano contraddistinto epoche passate.

    Se i governi, o almeno alcuni, non comprendono la necessità ed urgenza di dare vita a un ente sopranazionale per individuare come si debba sviluppare, senza pericoli, l’intelligenza artificiale sia la società a muoversi creando sinergie, scuotendosi dal torpore, diventando finalmente capace di isolare gli indifferenti ed i profittatori, il tempo scorre veloce.

  • Almirante e non solo

    Vi sono molti motivi, ogni giorno, per essere rattristati osservando le tragedie che affliggono ogni lato del pianeta o i problemi di ciascuno, per questo cominciamo a diventare particolarmente stanchi di assistere ad alcune manifestazioni di ignoranza, stupidità e mala fede.

    Con buona pace di tutti, se poi qualcuno non trova Pace non è un problema nostro, tutti coloro che hanno ricordato, pubblicamente e non, la figura di Giorgio Almirante hanno reso un doveroso omaggio ad una persona che ha inciso nella recente storia italiana, per decenni, lasciando un segno tangibile di cosa significhi cercare il dialogo ed il confronto, anche con i più irriducibili avversari.

    Almirante lottò contro gli opposti estremismi, parlò di rispetto e condusse decine di migliaia di giovani sulla strada della democrazia e della ricerca della libertà, insegnò a vivere il presente pensando al domani, a difendere le proprie idee sapendole confrontare con quelle degli altri.

    Partì, per la sua prima campagna elettorale, con uno sgabello sul quale saliva per parlare nelle strade e nelle piazze, fu vittima di ingiustizie e violenze (chi si ricorda oggi il Cantagallo o il palco portato via a Trieste, solo per citare eventi minori), vide uccisi e feriti suoi militanti e dirigenti e sempre pronunciò parole di giustizia e mai di odio e vendetta.

    Era un capo severo e nello stesso tempo umano e comprensivo ma non tollerava che i suoi iscritti dimenticassero il dovere, che come italiani avevano, di rispettare le leggi, la Costituzione, la Repubblica.

    Anche negli anni più violenti girava da solo, in treno, aereo o con l’utilitaria, con il suo sorriso e lo sguardo dei suoi occhi, azzurri, senza paure, senza menzogne.

    Rispondeva, a tutti coloro che gli scrivevano, battendo a macchina le sue lettere ed in ogni parte d’Italia, con una memoria incredibile, riconosceva, ringraziava, anche l’ultimo iscritto che andava a salutarlo.

    Altri tempi, i tempi che ci hanno portato lutti e tragedie ma anche i tempi nei quali i giovani avevano ancora sentimenti e speranze, i tempi nei quali, sia  a destra che a sinistra,  ci si incontrava nelle sedi, nelle sezioni periferiche ed i più giovani potevano confrontarsi con gli adulti e i dirigenti, deputati compresi, che passavano serate e domeniche a parlare con gli iscritti e gli elettori, giravano tra la gente, rispondevano ad uno dei primari compiti della democrazia e cioè conoscere i problemi senza stare arroccati nelle stanze del potere.

    Altri tempi dove la politica si faceva in strada e gli elettori li guardavi in faccia e dovevi rispondere, senza tanti giri di parole, alle loro domande

    Ricordare Almirante è anche ricordare, a chi oggi fa politica, che l’unica legge elettorale che può portare alla partecipazione vera degli elettori, e cioè il ritorno alle urne, è quella che ridà ai cittadini il diritto, con la preferenza, di scegliere, e poi controllare e valutare, i loro rappresentanti.

    Ogni legge, e le attuali sono state già da tempo dichiarate incostituzionali, che toglie il diritto di scelta agli elettori è una legge liberticida, utile solo a riaffermare l’incontrastato potere dei segretari e presidenti di partito i quali mettono in lista, troppe volte, chi è funzionale al loro sistema di potere interno.

    Oggi deputati e senatori vivono a Roma cercando di compiacere i loro leader, per essere certi di essere ripresentati alle prossime elezioni o per guadagnarsi un incarico da qualche parte, spesso sono avulsi dalla realtà, sia territoriale che nazionale, e la gente si allontana sempre più dalla politica e perde fiducia e rispetto verso le istituzioni perché non si sente rappresentata con la necessaria trasparenza.

    Oggi i partiti, almeno quelli che sono, o si candidano a diventare, forze di governo, abbiano il coraggio di ridare agli elettori i loro legittimi diritti di scelta e spendano qualche soldo non per faraoniche celebrazioni e feste ma per riaprire qualche sede locale ricreando, per giovani ed anziani, quei luoghi di incontro senza i quali siamo tutti vittime dei social di turno.

  • Mosca finanzia corsi di giornalismo pro-Cremlino

    Nel 2024, Reporter senza frontiere (Rsf) ha denunciato l’apertura di scuole di giornalismo finanziate dallo Stato, destinate a formare giovani reporter “allineati” con la narrativa ufficiale. La più nota è la Shkola Voenkora di Tomsk, in Siberia, che offre corsi online gratuiti per futuri “corrispondenti di guerra” da inviare nei territori occupati. Gli insegnanti provengono da Rt (Russia today), Ria Novosti e Izvestia. «È una fabbrica di propagandisti», afferma Jeanne Cavalier, responsabile Rsf per l’Europa orientale. «L’obiettivo è reclutare giovani reporter disposti a diffondere il messaggio del Cremlino senza vincoli etici». Tra i promotori figurano il propagandista Sergej Mardan (Komsomolskaya Pravda) e Alexander Malkovich, deputato e fondatore di media filorussi in Ucraina, legato al defunto Evgenij Prigožin, capo del gruppo paramilitare Wagner.

    Il modello si esporta anche all’estero. Nel 2023 nasce a Mosca l’African Initiative, agenzia finanziata da Viktor Lukovenko, anche lui vicino alla macchina propagandistica di Prigožin. L’organizzazione opera in Mali, Burkina Faso e Repubblica Centrafricana, formando giovani giornalisti e diffondendo la narrativa pro-Cremlino nel continente africano. Secondo Rsf, tra i volti occidentali associati a questa rete figura l’italiano Vittorio Nicola Rangeloni, già reporter nel Donbass e autore del documentario “Africa Che”, che celebra «un’Africa liberata dall’Occidente». Per Cavalier, la presenza di giornalisti occidentali come Rangeloni serve a legittimare la propaganda del Cremlino, utilizzando voci percepite come indipendenti e linguaggi giornalistici apparentemente neutrali, ma ideologicamente orientati e privi di codici deontologici. In Italia, la penetrazione della narrativa filo putiniana si muove attraverso una rete di associazioni culturali e diplomatiche.

    Tra le più attive, secondo il Center for Countering Disinformation di Kiev, ci sono Russia, Emilia-Romagna e Vento dell’Est, che si presentano come promotori di dialogo e cultura, ma agiscono come piattaforme di propaganda. Eventi, convegni e iniziative di “diplomazia culturale” veicolano una narrazione centrata sull’“amicizia con la Russia” e sulla presunta russofobia occidentale. «Le parole costano poco» – osserva Boyechko – «ma alla lunga possono costare un’intera generazione».

  • Iranian footballers say Australia has given them ‘hope’ for safe future

    Two Iranian footballers who were granted asylum in Australia have said the country has given them “hope for a future where we can live and compete in safety”.

    Atefeh Ramezanisadeh and Fatemeh Pasandideh were among seven members of the Iranian team who were originally granted humanitarian visas while in Australia for the Women’s Asian Cup – but the other five changed their minds and returned home.

    It was feared the team would face repercussions for declining to sing the Iranian national anthem at their opening match, days after the war began.

    In their first public statement, Ramezanisadeh and Pasandideh thanked supporters for their compassion and asked for privacy.

    “At this stage, our primary focus is on our safety, our health and beginning the process of rebuilding our lives,” the statement read.

    “We are overwhelmed by the warmth and generosity of the Iranian diaspora community in Australia. Your support has made us feel welcome and less alone as we navigate this transition,” they added.

    The pair also thanked the Australian government for providing them “a safe haven in this beautiful country” and officials from the Home Affairs staff for their “dedicated” assistance.

    Ramezanisadeh and Pasandideh – who have been pictured training with A-League Women’s team Brisbane Roar – said they hope to continue their elite sporting careers in Australia.

    The drama around the Iranian team unfolded against the background of the war back in their home country which erupted on 28 February when Israel and the US launched joint air strikes.

    Concerns grew about the team’s safety after footage emerged of a host on state TV calling them “traitors” who ought to be punished for their silence during the anthem on 2 March.

    The players were moved to Brisbane, about an hour’s drive north from the Gold Coast where they had been staying with their teammates before giving minders the slip and going into the protection of Australian Federal Police.

    Human rights activists have said the women who returned to Iran may have been pressured to reverse their decisions through threats against their families.

    Home Affairs Minister Tony Burke at the time said the Australian government could not “remove the context in which the players are making these incredibly difficult decisions”.

    Iran’s sports ministry said that they had “defeated the enemy’s plans” against them through their “national spirit and patriotism”, and accused Australia’s government of “playing in Trump’s field”.

    News agency Tasnim – which is affiliated with the Islamic Revolutionary Guard Corps – meanwhile reported the players had faced “psychological warfare, extensive propaganda and seductive offers” in Australia.

  • La libertà di espressione negli USA

    Anche se gli spazi per un pensiero non conformista e la libera espressione di idee si stanno restringendo anche negli Stati Uniti come da tempo succede in Europa, laggiù esistono ancora intellettuali coraggiosi e giornalisti di gran nome che riescono ad esprimersi pubblicamente in modo tutt’altro che “politically correct” e sono pure ospitati da testate importanti. Per fare solo qualche esempio si potrebbero citare il docente John Mearsheimer o il premio Nobel per l’economia Jeffrey Sachs e tra i giornalisti che si occupano di politica internazionale George Friedman. Purtroppo non è lo stesso che succede nel nostro continente, ove chi si esprime in modi non accettati dal pensiero dominante è costretto a farlo su testate minori o solamente in internet. E anche in quest’ultimo caso salvo censura preventiva.

    Negli Usa è interessante, a questo proposito, quanto un già Premio Pulitzer, David Brooks, scrive sul New York Times sotto forma di editoriale (ne riferisce da noi Dante Beneventi su Digital Gazette), suscitando poi un aperto e serio dibattito in tutto il Paese. Brooks è un classico liberal anti-Trump ma il suo ultimo editoriale suona come un vero schiaffo all’America conformista. Il problema non è Trump, scrive ma “Trump è il compimento di ciò che l’America è sempre stata”. E continua: “Una nazione autorizzata dai propri miti sull’eccezionalismo a fare ciò che vuole. Trump non è spuntato dal nulla. Le sue due vittorie sono il risultato delle scelte compiute dagli americani e dai leader che hanno eletto”. L’eccezionalismo cui il giornalista si riferisce è la sincera e condivisa convinzione di quel popolo di essere una eccezionalità nel mondo e di avere il compito di guidare tutti gli altri verso il proprio stile di vita basato sul benessere, la libertà e la democrazia. Poco importa poi che, nella realtà, questi presunti valori servano anche a garantire ai più ricchi tra loro di poter continuare a essere sempre più ricchi a spese del resto del mondo. La grandissima parte del pubblico americano crede veramente di avere la “missione” di dover spingere il mondo verso il “bene” ed è disponibile così a giustificare interventi militare di vario genere in Paesi anche lontani e a violare continuamente il cosiddetto “diritto internazionale” senza porsi il problema delle morti e dei danni che ciò comporterà. “E’ una convinzione che affonda le radici nella nostra storia- riferisce Beneventi citando le parole di Brooks – Dai Padri Pellegrini che credevano di essere il popolo eletto, alla dottrina Monroe…Trump non ha inventato nulla, ha solo tolto la maschera”. Brooks continua domandandosi se gli Stati Uniti sono davvero diversi dalle altre nazioni o sono solo più potenti e quindi si sentono liberi di fare ciò che vogliono. Poi si risponde che nella realtà non sono affatto diversi, sono solo più prepotenti e arroganti e, anche se con Trump hanno messo da parte l’ipocrisia, sono sempre stati gli stessi, almeno dall’inizio del secolo scorso, poiché anche quelli che lo combattono in nome dei presunti valori democratici condividono la stessa presunzione che chi non condivide i “valori americani” stia dalla parte del male.

    In merito alla guerra in Iran, poco popolare perfino negli USA, Brooks continua: “I missili che cadono su Tehran sono il frutto di una presunzione… quella di credere che l’America possa fare a meno di ascoltare il resto del mondo. Quella di pensare che la forza possa sostituire la diplomazia. Quella di ritenere che i propri valori (e i propri interessi – nota del sottoscritto-) siano gli unici valori possibili”. L’editoriale di Brooks finisce poi con un invito: “L’America deve accettare di essere una nazione tra le nazioni, non la nazione guida. Deve smettere di credere di avere il diritto di imporre la propria volontà agli altri. Deve ascoltare, negoziare, compromettersi. O continuerà a fare guerre e a perderle…”.

    Una tale franchezza mette in luce quella verità che in tanti conosciamo da tempo ma che da noi è raro sentire affermare dalle firme importanti del nostro giornalismo o dai nostri intellettuali o pseudo-tali. Negli USA è ancora possibile farlo, almeno fino ad ora, a viso aperto ed essere ospitati da testate autorevoli pur suscitando poi critiche e distinguo.

    La domanda che ci poniamo noi però è: se mai quell’invito venisse accolto, come reagirebbero i vari tycoons a stelle e strisce che dalle guerre e dal predominio mondiale degli Stati Uniti, costantemente riaffermato, ricavano le loro crescenti ricchezze? La risposta è semplice: non lo permetteranno mai.

  • Smascheramento di un regime

    Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità.

    Buddha

    Il V-Dem (Varieties of Democracy Institute – Istituto delle Varietà di Democrazia; n.d.a.) è un istituto di ricerca indipendente con sede presso l’Università di Gothenburg in Svezia. Ai rapporti e alle tante pubblicazioni dell’istituto, molto noto a livello internazionale, fanno riferimento studiosi e ricercatori da molti paesi del mondo che lavorano nei campi delle scienze politiche, sociologiche, economiche ed altro. L’istituto analizza, elabora e pubblica dati relativi al funzionamento, a livello globale, del sistema democratico. Parte integrante degli obiettivi dell’istituto V-Dem sono anche quelli di monitorare continuamente il funzionamento delle istituzioni governative e statali in circa 180 paesi del mondo, confrontare i sistemi governativi di vari paesi e seguire, anno dopo anno, gli sviluppi e le tendenze del sistema democratico in ogni singolo paese.

    La scorsa settimana è stato reso noto il rapporto, per il 2025, elaborato e pubblicato dal V-Dem. Da quel rapporto risulta che l’Albania ha registrato un calo nell’indice complessivo di democrazia, classificandosi come un’autocrazia elettorale. Tra le molte questioni analizzate e studiate c’è stata anche quella delle ultime “elezioni” politiche del’11 maggio 2025. Si tratta di “elezioni” che l’autore di queste righe, riferendosi a fatti accaduti, documentati e pubblicamente denunciati alla mano, le ha considerate un vero e proprio massacro elettorale. Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito, di tutto ciò e sempre con la dovuta e richiesta oggettività.

    Dal rapporto per il 2025 del V-Dem risulta che l’Albania è stata classificata, insieme ad altri Paesi africani come Somaliland, Zambia e Sierra Leone, come autocrazia elettorale. E sempre riferendosi a quel rapporto risulta che anche la Russia e la Serbia figurano nella lista delle autocrazie elettorali. Bisogna sottolineare che per gli esperti del V-Dem un Paese viene classificato come un’autocrazia elettorale, quando in quel determinato Paese non si organizzano elezioni libere ed eque e non si garantiscono sufficienti spazi per la libertà d’espressione e d’associazione.

    Sempre riferendosi ai risultati del rapporto per il 2025 del V-Dem, risulta altresì che in Albania l’influenza del governo sul sistema della giustizia, sui media e sulla pubblica amministrazione indebolisce i meccanismi democratici. Una simile situazione pone chiaramente l’Albania in una condizione in cui la democrazia esiste solo formalmente, mentre la realtà politica testimonia inconfutabilmente un forte controllo, da parte del governo, delle istituzioni che dovrebbero essere indipendenti, nonché serie restrizioni delle libertà politiche e civili.

    Basandosi a quanto afferma il sopracitato rapporto, risulta che in Albania si sta consolidando una dittatura autoritaria mascherata da una facciata di democrazia. L’autore di queste righe, trattando per il nostro lettore la realtà in Albania, ha fatto sempre riferimento ad una dittatura sui generis camuffata da pluralismo. Ma si tratta di un pluralismo soltanto in apparenza. Un’apparenza resa “credibile”, soprattutto presso le istituzioni internazionali e in alcune cancellerie occidentali, dalla potente propaganda governativa e da determinati supporti lobbistici, finanziati da fondi occulti di oltreoceano e dai miliardi provenienti dal riciclaggio del denaro sporco locale ed internazionale. Il che ha generato e sostenuto la “convinzione” che quella albanese era una vera e propria democrazia in continua evoluzione.

    E mentre il rapporto per il 2025 del V-Dem classifica l’Albania come un’autocrazia elettorale, altri sviluppi e valutazioni confermano la preoccupante realtà albanese. La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato del mancato progresso europeo dell’Albania. L’autore di queste righe scriveva, tra l’altro, che “Lunedì scorso è stato confermato che per l’Albania non è stato approvato il rapporto di valutazione dei parametri di riferimento intermedi noto come IBAR (Intermediate Benchmarks Assessment Report; n.d.a.). Si tratta di un rapporto elaborato dal Gruppo di lavoro sull’Allargamento e i Paesi che negoziano l’adesione all’Unione europea, noto come COELA (Working Party on Enlargement and Countries Negotiating Accession to the EU; n.d.a.), un organo preparatorio del Consiglio dell’Unione europea che gestisce il processo dell’adesione e i rapporti con i Paesi candidati” (Realtà balcaniche; 18 marzo 2026).

    In base a delle informazioni fornite da fonti interne alle strutture dell’Unione europea risulta altresì che il 6 ed il 13 marzo scorso si sono svolte due riunioni del COELA. Riunioni in cui i rappresentanti dei Paesi membri dell’Unione europea e quelli dei Paesi candidati all’adesione hanno analizzato la situazione in ciascuno dei Paese candidati. Ebbene per l’Albania non è stata presa nessuna decisione. Non solo, ma le stesse fonti hanno affermato che sono alcuni Paesi membri dell’Unione europea, soprattutto la Germania, che insistono sul funzionamento reale dello Stato di diritto e del principio della separazione e dell’indipendenza dei poteri: quello esecutivo, legislativo ed il potere giudiziario. Un principio che da anni è stato violato dal primo ministro albanese.

    Sempre la scorsa settimana il Partito Popolare Europeo (PPE) ha presentato al Parlamento europeo 26 emendamenti tramite una sua relazione sull’Albania per l’anno 2025. Sono emendamenti che evidenziano con chiarezza le carenze sistemiche in materia di elezioni, giustizia e governabilità. Nella relazione si evidenziano delle gravi carenze sistemiche nelle elezioni parlamentari albanesi del 2025. Proprio come risulta anche dal sopracitato rapporto del V-Dem. Nella stessa relazione si evidenziano l’ampio utilizzo delle risorse pubbliche da parte del partito al governo, la mancanza di parità di condizioni per l’opposizione e le accuse di compravendita di voti. Secondo gli autori della relazione del PPE sull’Albania, la mancanza di una chiara separazione tra le istituzioni statali e le strutture di partito compromette seriamente la concorrenza e la fiducia dei cittadini.

    Nella relazione sull’Albania, presentata dal PPE la scorsa settimana al Parlamento europeo, si evidenziano anche il deterioramento della libertà di stampa e le pressioni economiche sui giornalisti. In più, attraverso i 26 emendamenti presentati, gli eurodeputati del PPE chiedono anche la depoliticizzazione dell’amministrazione pubblica, nonché una decisa lotta contro la corruzione e la piena trasparenza negli appalti pubblici. Nella sopracitata relazione si avverte che senza questi interventi le prospettive d’adesione dell’Albania nell’Unione europea si affievoliscono. E pensare che l’unica promessa del primo ministro albanese durante la campagna per le “elezioni” dell’11 maggio 2025 era proprio quella della chiusura dei negoziati entro il 2027 e l’adesione a pieno titolo nell’Unione europea entro il 2030. Quanto sta accadendo dimostra che si trattava di una promessa ingannevole, visto che lui non poteva farne altre.

    La scorsa settimana la Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo ha pubblicato una dichiarazione sull’Albania in cui si confermava che il processo di adesione del Paese nell’Unione europea si basa solo sul merito. In più si sottolineava la necessità del adempimento dei criteri di Copenaghen, soprattutto di quello politico. Il che rende obbligatorio anche il reale funzionamento dello Stato di diritto, l’indipendenza del sistema della giustizia, la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata, nonché la garanzia della libertà di stampa.

    Chi scrive queste righe condivide pienamente quanto è stato affermato dal rapporto per il 2025 del V-Dem, riferendosi all’Albania, smascherando così un regime autocratico. Egli trova giusto anche l’attuale atteggiamento delle istituzioni dell’Unione europea. Aveva ragione Buddha: “Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità”.

  • 24 febbraio

    Onore al popolo ucraino, ai militari ed ai civili, al grande cuore di una nazione che unita combatte per difendersi da un sanguinario aggressore e per la libertà.

    Un appello al popolo russo, liberatevi dal giogo della menzogna e del potere assoluto che ogni giorno porta a morte certa migliaia di voi e vi impedisce di essere liberi ed in pace con gli altri popoli

    All’Europa, agli Stati che compongono un gigante economico che arranca per non aver ancora saputo darsi una politica comune e di difesa, abbiate la forza di continuare ad aiutare l’Ucraina senza tentennamenti e ritardi e procedete a realizzare l’Europea concentrica come significativo passo avanti verso la salvaguardia della nostra indipendenza.

    Al presidente americano l’augurio di comprendere che minare l’occidente è colpire anche gli Stati Uniti e che non sarà mai con una, più o meno palese, alleanza o accordo con Putin che potrà realizzare il suo sogno di potere.

    A Putin che una delle tante candele che accende, benché pluriassassino, nella chiesa del suo complice Kirill gli bruci una mano risvegliandolo alla realtà, il male, prima o poi, è sempre punito.

  • Meditazioni

    Più o meno da ogni parte, libri, riviste, social, arrivano inviti alla meditazione come strumento di antinvecchiamento, conoscenza di sé, depurazione fisica e psichica.

    Sociologi, psicologi, nutrizionisti ci invitano a dedicare del tempo, specifico e non occasionale, alla meditazione, pratica che da secoli i popoli orientali conoscono e applicano.

    Oggi anch’io vi chiedo cinque minuti, non più di cinque, per una meditazione che ci porti lontano dai social, dalle notizie mordi e fuggi, dalle incombenze della nostra vita divenute sempre più travolgenti, pressanti, coinvolgenti, spesso un po’ angoscianti.

    Chiudiamo gli occhi o fissiamo un punto fermo, un muro, un albero, il nostro amico peloso che dorme felice sapendo di averci vicino, scegliete voi.

    E pensiamo: un black out, un terremoto, una bomba, un hacker, non importa chi, ci ha tolto la corrente, la casa piomba nel buio, il frigorifero sgela le nostre provviste, il riscaldamento è fermo mentre fuori, e poi dentro, la temperatura è sempre più gelida.

    Non possiamo fare nulla se non subire, non possiamo muoverci, i mezzi non vanno, le pompe di benzina non funzionano, radio e tv sono mute, i tanto amati social e tutto internet è bloccato, impensabile poter ritirare soldi dalla banca o pagare col bancomat o comunicare con amici e parenti per trovare conforto, siamo soli, isolati, gelati, tra un po’ saremo anche affamati e la pila della torcia si sta esaurendo.

    Uno scenario impossibile?

    Non se siete in Ucraina

    Non se siete a Gaza o in Iran

    Non se siete anche qui, in Italia, se qualcuno decidesse che è venuto il momento di attaccare anche il nostro bel paese perché, quando il potere ed il denaro stigmatizzano che l’unica legge internazionale che vige è la legge del più forte, noi non siamo che altre pedine di un disegno che ci ha reso dipendenti da strumenti e uomini che non possiamo controllare.

    La nostra è stata una meditazione semplice, breve, che certo non rasserena ma che può metterci un po’ più in sintonia con coloro che queste esperienze, ed altre ben peggiori, le stanno effettivamente vivendo e non solo immaginando e forse, anche se il Covid sembra non averci insegnato niente, potremmo cominciare a ragionare sulla necessità, anche per noi stessi, di provare empatia per gli altri, per il mondo che ci circonda.

    Potremmo riscoprire il dialogo come confronto e non come strumento di reciproca prevaricazione o contestazione, a prescindere dell’altro.

    Potremmo ripensare a cosa si prova vedendo scomparire casa, ricordi, beni come a Niscemi o peggio come nel terremoto di Reggio Calabria e Messina, agli inizi del ‘900, con la morte della metà degli abitanti, potremmo cominciare ad essere grati per quanto abbiamo e pensare a chi è privo di tutto, anche della libertà, quella libertà della quale altri abusano.

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