Libertà

  • Pechino vuole limitare i visti agli americani che difendono l’autonomia di Hong Kong

    La nuova e controversa legge sulla sicurezza nazionale fortemente voluta da Pechino per Hong Kong è in dirittura d’arrivo, anche perchè il primo luglio coincide con la data in cui, nel 1997, l’ex colonia britannica passò sotto la sovranità della Cina. Tra Pechino e Washington, intanto, è scoppiata la guerra dei visti con l’annuncio, più d’immagine che di sostanza, della stretta per quelli dei funzionari americani che “si sono comportati in modo oltraggioso” sulle vicende di Hong Kong. Il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, illustrando la risposta a un’analoga mossa di Washington, ha chiesto agli Stati Uniti di fermare le sue interferenze sull’ex colonia minacciando in caso contrario “forti contromisure”.

    Venerdì 26 giugno, l’amministrazione Trump ha annunciato la stretta sui visti statunitensi per un certo numero di funzionari cinesi non precisati per la violazione dell’autonomia dell’ex colonia. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha spiegato che le restrizioni si sarebbero applicate ad “attuali ed ex” funzionari del Partito comunista cinese “ritenuti responsabili o complici della destabilizzazione dell’alto grado di autonomia di Hong Kong”. “Il piano di ostacolare l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale non potrà mai prevalere”, ha aggiunto Zhao, secondo cui “per prendere di mira le azioni illecite degli Stati Uniti, la Cina ha deciso di imporre restrizioni sui visti agli individui americani che si sono comportati in modo oltraggioso sulle questioni” dell’ex colonia, ha notato Zhao senza precisare i soggetti nel mirino.

    Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione europea e agenzia dell’Onu sui diritti umani hanno espresso timori che la legge possa essere usata per soffocare le critiche a Pechino, con mezzi simili seguiti sul fronte domestico per reprimere il dissenso. La Cina ha affermato che la nuova legge prenderà di mira solo un piccolo gruppo di persone, mentre affronta separatismo, sovversione, terrorismo e interferenze straniere a Hong Kong con pene che potrebbero contemplare, secondo i media locali, il carcere a vita, parte di un testo ancora sconosciuto e che lo potrebbe restare ancora per diverso tempo. Domenica 28 giugno il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo, il ramo legislativo del parlamento cinese, ha esaminato la bozza del disegno di legge: i media statali hanno riferito l’appoggio schiacciante ricevuto. Il governo centrale ha “una determinazione incrollabile di portare avanti la legge sulla sicurezza nazionale e di salvaguardare sovranità e interessi nazionali”, ha detto la tv statale Cctv, citando un portavoce. La legge sulla sicurezza nazionale segna “la fine della manipolazione Usa della società di Hong Kong. ‘Un Paese, due sistemi’ continuerà, ma Hong Kong sarà sempre una città cinese. Non sarà enclave politico Usa”, ha rincarato su Twitter Hu Xijin, editor-in-chief del tabloid nazionalista Global Times.

  • In attesa di Giustizia: chi entra, chi esce

    Storie di questi giorni, apparentemente diverse ma con un minimo comune denominatore: si tratta di un arresto ed una scarcerazione, entrambe fanno scalpore ed entrambe fanno gridare all’ingiustizia ma – in realtà –  c’è giustizia in entrambi i casi.

    Emilio Fede stava scontando una condanna definitiva in regime di detenzione domiciliare nella sua abitazione di Milano. Essendo un beneficio consentito dall’ordinamento penitenziario, aveva chiesto al Magistrato di Sorveglianza di potersi recare a Napoli per incontrare la moglie che non vede da tempo e festeggiare con lei il suo ottantanovesimo compleanno.

    Dando per scontata l’autorizzazione (in effetti l’istanza era priva di controindicazioni), il giornalista si organizza la trasferta: Frecciarossa, pernottamento in un albergo sul lungomare e una cena romantica con vista sul Borgo dei Pescatori. Senza aspettare che gli venga notificato quel permesso cui aveva diritto, Emilio Fede esce di casa e parte in direzione Napoli: una città che, con la sua struggente bellezza, può essere complice di amori mai sopiti o da ritrovare.

    Non doveva e non poteva andare così: l’impazienza doveva essere contenuta e misurata sul provvedimento del Magistrato e, attenzione, perché da noi, quando vuole la Giustizia sa essere implacabile e rapidissima: più che altro, in questo caso, l’evasione viene scoperta – perché tale, tecnicamente è – in quanto Emilio Fede aveva avvisato i Carabinieri di Milano che sarebbe partito; viene così individuato senza difficoltà, definirlo latitante è pure tecnicamente corretto e quindi viene  prelevato da ben quattro uomini delle Forze dell’Ordine che lo riconducono in albergo con obbligo di permanervi fino a nuove determinazioni dell’autorità giudiziaria. Per tutta una serie di ragioni, anche queste corrette, che per brevità vengono omesse non viene condotto in carcere. A quasi novant’anni, per una pizza annunciata insieme alla moglie sarebbe stato anche un po’ troppo…

    Giustizia, dunque è fatta non senza richiamare il brocardo dura lex sed lex: qualcuno su questa vicenda ci ridacchia e passa oltre, qualcuno sicuramente pensa che “se l’è cercata e gli sta bene”.

    L’altra storia, invece, è quella che ha sgomentato il Guardasigilli facendo gridare allo scandalo uno stuolo di indignati in servizio permanente effettivo: Massimo Carminati, imputato principale del processo c.d. Mafia Capitale è stato scarcerato perché si è fatto cinque anni e sette mesi di custodia cautelare, senza che nei suoi confronti sia intervenuta una sentenza irrevocabile di condanna. Lo prevede la legge, prima ancora la Costituzione: non si può restare detenuti in eterno nell’attesa di una sentenza definitiva, ci sono dei termini e non sono nemmeno brevi. Quando la condanna di Carminati diventerà irrevocabile tornerà in carcere, sempre che la Corte d’Appello di Roma gli infligga una condanna ad un periodo di reclusione superiore alla carcerazione già subita, dal momento che la Cassazione ha detto quello romano non era un aggregato mafioso. Implacabile anche lui, il Ministro della Giustizia ha subito mandato gli Ispettori per verificare cosa fosse successo ma in fondo bastava procurarsi un codice di procedura, pochi articoli dal 303 in avanti e se per l’Eccellenza Bonafede un codice è troppo, per calcolare la durata massima della carcerazione preventiva può bastare qualcuno che gliela spiega e un calendario. Morale? Due storie tanto diverse e tanto simili, come si diceva all’inizio anche se un po’ complicate da capire per i non addetti ai lavori che, forse, su queste colonne si è contribuito a comprendere verificando che, nonostante tutto, conserviamo un barlume di Stato di diritto, pure per i malacarne.  Ancora difficile da comprendere per i giacobini de noantri? Può darsi e viene in mente il pensiero di un vecchio, grande, avvocato: il diritto è una materia ostica per me, figuratevi per voi.

  • Censurato e riaperto in poche ore il canale Youtube di Radio Radio

    “Ventisei ore per ripensarci, ed evitare il peggio. A questo punto il soggetto di cui parliamo non è certo Radio Radio, bensì la piattaforma multinazionale di YouTube”. E’ quanto si legge sul sito ufficiale della storica emittente radiofonica romana Radio Radio che, dopo la cancellazione di domenica 14 giugno del suo canale TV da parte del noto colosso statunitense, ha visto la mattina del 15 giugno revocare l’oscuramento avvenuto ‘per violazione delle norme della community’. La sospensione del canale sarebbe dovuta ad una segnalazione riguardante video con contenuti discriminatori su minori che, come dichiarato dal direttore di radioradio.it Fabio Duranti che aveva fatto partire immediatamente una diffida in cui si intimava a Youtube il ripristino del canale previa azioni legali, non sono mai stati pubblicati.

    Alla notizia della censura tante e immediate le rimostranze dei numerosi fan dell’emittente che a Roma e dintorni è nota, e amata, per l’ampio spazio dedicato allo sport, e alle due squadra della capitale, e per i talk di approfondimento di temi di attualità affrontati con modalità fuori dal coro come l’emergenza coronavirus raccontata in queste settimane con personaggi poco presenti nei salotti televisivi abituali e teorie che la maggior parte dei media definirebbe complottiste.

  • Dannosa ipocrisia in azione, come un déjà vu

    Gli ipocriti più miti sono anche i più temibili.

    Le maschere di velluto sono sempre nere.

    Victor Hugo; da “Oceano”

    Ormai sono diventati tutti dei miseri ipocriti. Dopo essere stati, ognuno per conto proprio e per ben noti motivi, arroganti, agguerriti e perentori fino ad una decina di giorni fa, adesso in Albania tutti hanno cambiato maschera e modo di recitare. Il primo ministro, da arrogante, prepotente e cinico qual è, di sua natura, sta cercando di apparire “collaborativo”. I dirigenti dell’opposizione, da perentori nelle loro richieste “non negoziabili” e agguerriti, riferendosi alle “line rosse” da non oltrepassare, ormai “cantano vittoria” per nascondere, invece, una vistosa sconfitta. I soliti “rappresentanti internazionali”, da irremovibili e aspri tutori, dopo aver “messo in riga le parti”, adesso si sono fatti da parte e stanno “rispettando” quanto sancito dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Proprio loro, che fino a pochi giorni fa hanno palesemente violato quella Convenzione, mostrando anche le loro “preferenze”. Da non dimenticare, per dovere di cronaca, neanche i ridicoli e insignificanti rappresentanti della “nuova opposizione” parlamentare, che da circa un anno, da quando l’opposizione ha rassegnato i mandati parlamentari, è diventata un “serbatoio di voti” per il primo ministro. Proprio loro adesso hanno alzato la voce, giurando “fedeltà ai principi” e intransigenza di fronte a quanto decidono i “grandi”. Presentando però delle proposte e/o richieste “suggerite amichevolmente” da qualche “rappresentante internazionale”, oppure redatte negli uffici controllati dal primo ministro e i suoi! Tutti sono dei miseri ipocriti però, nessuno escluso. Tutti stanno recitando adesso, dopo la sera del 5 giungo scorso in Albania. Giorno in cui, grazie ai soliti “rappresentanti internazionali”, è stato raggiunto il “consenso” e firmato un documento scritto in inglese per la “grande fretta”: quello dell’Accordo sulla Riforma elettorale. Tutti, però, hanno fatto e stanno facendo finta che l’Albania sia un paese dove quella Riforma consoliderebbe ulteriormente la democrazia (Sic!). Invece ciò che, in realtà, potrebbe consolidare la Riforma elettorale sarebbe la nuova dittatura restaurata ormai in Albania, permettendo un terzo mandato all’attuale primo ministro! Il nostro lettore è stato informato la scorsa settimana (Dittatura sostenuta anche dai ‘rappresentanti internazionali’; 8 giugno 2020).

    L’Albania purtroppo non è un paese democratico. E men che meno un paese economicamente e socialmente prospero ed evoluto, come altri paesi dell’Europa occidentale. Anzi! Ragion per cui non si devono “adottare” e attuare degli approcci fatti in quei paesi. Sarebbe sbagliato e con delle conseguenze negative. L’Albania ha ereditato tutt’altro dal passato. Da quel passato sotto l’impero ottomano prima, per circa cinque secoli, e poi sotto la dittatura comunista, per circa cinque decenni. Da quel passato l’Albania ha ereditato un’evidente arretratezza economica, politica e culturale. Purtroppo questi “segni del passato” si sono fatti sentire e hanno ostacolato i processi della democratizzazione del paese dopo la caduta della dittatura comunista nel 1991. I cinici avrebbero detto, non avendo tutti i torti, che non si potrebbe cancellare così facilmente e in poco tempo il passato! L’Albania, però, ha un vitale bisogno di cambiare, di iniziare un lungo e difficile, ma veritiero, percorso verso una fattibile e funzionante democrazia. E i cittadini hanno il sacrosanto diritto di ambire alla prosperità economica e sociale. Ma, invece, quanto sta accadendo durante questi ultimi anni in Albania va proprio al senso contrario.

    L’autore di queste righe è convinto e lo ribadisce da tempo, dati e fatti accaduti e/o che stanno tuttora accadendo alla mano, che in Albania ormai è stata restaurata una nuova dittatura. Una realtà che viene evidenziata e confermata anche da quanto è stato pubblicato dai rapporti ufficiali delle istituzioni internazionali specializzate. Si tratta di una dittatura sui generis, ma non per questo meno pericolosa, anzi! Perché si tratta di una dittatura camuffata da una facciata di pluralismo e pluripartitismo. Quanto sta accadendo con la Riforma elettorale in queste ultime settimane, all’autore di queste righe ricorda quello che Tancredi diceva allo zio, principe di Salina (Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa). “… Zio, se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”! L’approccio alla Riforma elettorale e tutto quello che è successo fino alla firma dell’Accordo non è stato quello dovuto, anzi! I rappresentanti politici al Consiglio Politico e soprattutto i soliti “rappresentanti internazionali” hanno trattato i negoziati come si fa di solito in commercio, o in altre occasioni simili. Hanno cercato ed ottenuto che le parti “concedessero” qualcosa in cambio di altro. E invece, con la Riforma elettorale, nelle condizioni particolari in cui si trova l’Albania, quell’approccio è stato sbagliato già in partenza. Perciò anche il prodotto finale non poteva essere quello dovuto e necessario per il paese. Nel caso dell’Accordo sulla Riforma elettorale, tenendo presente la drammatica situazione, causata, controllata e gestita da una nuova e pericolosa dittatura, negoziare, o meglio mercanteggiare, come è stato fatto, significherebbe semplicemente ignorare la sostanza e trattare dei dettagli tecnici! Perché i negoziati per quell’Accordo non erano dei negoziati per costituire un’alleanza governativa, o per dividere il potere, il controllo e/o le influenze in un accordo commerciale, oppure imprenditoriale! No! Perché la Riforma elettorale dovrebbe essere tale da garantire, finalmente, delle elezioni libere, oneste e democratiche in Albania. Da garantire elezioni tramite le quali il cittadino possa esprimere liberamente le proprie scelte, senza essere condizionato, minacciato, manipolato ecc.. Proprio come è accaduto durante le ultime elezioni in Albania. Ragion per cui, ogni altro tipo di “compromesso” danneggerebbe l’esito della Riforma.

    Quanto è stato raggiunto con l’Accordo del 5 giugno scorso potrebbe compromettere seriamente e di nuovo anche e soprattutto le elezioni libere, oneste e democratiche in Albania. Purtroppo i dirigenti dell’opposizione, dopo il 5 giugno scorso, si sono di nuovo dimenticati delle tante “condizioni non negoziabili’ e delle “linee rosse” da non essere mai oltrepassate dal primo ministro e/o dai suoi. Si sono di nuovo dimenticati anche delle tante promesse pubbliche fatte ai cittadini, mentre chiedevano proprio il loro appoggio “per rovesciare questo governo corrotto e compromesso”! Ragion per cui adesso però i dirigenti dell’opposizione avrebbero come minimo l’obbligo politico, istituzionale e morale di chiarire tutto. Chiarire perciò se hanno mentito prima, oppure adesso che stanno “cantando vittoria”?! Loro adesso dovrebbero avere anche il coraggio di spiegare ai loro sostenitori e, in generale, ai cittadini, il perché di questo “dietro front”, di questo cambiamento radicale. Ma sembrerebbe che quel necessario e obbligatorio coraggio a loro manca purtroppo. Comunque adesso loro non possono fare i finti tonti e come se fossero caduti dalle nuvole! Un’inutile ipocrisia, perché da tempo ormai, non sono più credibili.

    Chi scrive queste righe è convinto che in nessun paese, da che mondo è mondo, una dittatura possa essere sostituita con il “voto libero”! La storia ci insegna. Perché in nessuna dittatura non si riesce a votare liberamente. Le dittature, da che mondo è mondo, si rovesciano solo e soltanto con le rivolte popolari! Poi, in seguito, l’ordine delle cose si stabilisce con il voto libero, onesto e democratico. Perciò egli la considera una dannosa e pericolosa ipocrisia in azione, quella dei rappresentanti politici e internazionali in Albania, dopo l’Accordo del 5 giugno scorso! Dannosa e pericolosa perché, come scriveva Victor Hugo, gli ipocriti più miti sono anche i più temibili. E le maschere di velluto sono sempre nere. Anche quelle in scena adesso in Albania!

  • Hong Kong police arrest dozens of pro-democracy protestors

    Dozens of pro-democracy protestors were arrested in Hong Kong on Tuesday after people took to the streets to mark the first anniversary of the anti-government movement.

    The demonstrators occupied roads and blocked traffic, carrying banners and yelling slogans, such as: “Hong Kong independence, the only way” and “Rejuvenate Hong Kong, revolution of our era”.

    Public gatherings have been banned since March because of the coronavirus pandemic. Police used pepper spray to disperse protesters. 53 people had been arrested for participating in an illegal assembly, police said, adding that it had used “minimum necessary force” to disperse the crowd.

    The demonstrations in Hong Kong began last year when people took to the streets to reject a bill that would have facilitated extradition to China. The protests, often followed by brutal crackdowns by security forces, evolved into a wider movement calling for greater freedoms in what is the most concerted challenge to Beijing’s rule since the former British colony’s 1997 handover. Beijing has denied the arrests were politically motivated and has blamed the West for provoking unrest.

    The protests escalated last month, when China’s parliament decided to impose national security laws on Hong Kong, and made it a criminal offence to disrespect the Chinese national anthem.

    City leader Carrie Lam said that “Hong Kong cannot afford such chaos”, adding that residents needed to prove Hong Kong people “are reasonable and sensible citizens of the People’s Republic of China” if they want their freedoms and autonomy to continue.

     

  • OSCE members slam Russia’s lack of response to human rights violations in Chechnya

    In a joint statement, 16 members of the Organisation for Security and Cooperation in Europe (OSCE) said Russia has failed to address severe human rights violations in the semi-autonomous region of Chechnya.

    The statement was delivered to OSCE by the Danish delegation to the organisation on behalf of the delegations of Belgium, Canada, Denmark, Estonia, Finland, France, Germany, Iceland, Ireland, Latvia, Lithuania, the Netherlands, Norway, Sweden, the United Kingdom, and the United States.

    It was issued 17 months after a fact-finding report, called Moscow Mechanism Report that was presented at the OSCE, said the authorities in Chechnya had committed “very serious” human rights violations and abuses.

    The OSCE members stressed that “the climate of impunity” continues to prevail, citing continuous attacks against journalists, human rights defenders and the LGBTI community. According to their statement, those groups of people are being harassed and persecuted, unlawfully arrested, subjected to torture and even extrajudicially executed.

    The countries called on Russia to fully implement the recommendations included in the report, calling the situation in Chechnya “deeply worrying”.

    “We will continue to raise our concerns with regard to the numerous credible allegations of ongoing serious human rights violations and abuses in Chechnya until we receive a substantive response from the Russian Federation and observe tangible progress in the region,” their statement reads.

    The leader of Chechnya, Ramzan Kadyrov, since appointed by Vladimir Putin in 2007, has been implementing aggressive measures to rule the region, leaving no space for minority groups, journalists and activists.

    Amid the Coronavirus pandemic, Kadyrov said in an interview to state-run media that people who fail to self-isolate after testing positive for COVID-19, should be killed. After his statement circulated in Russian media, people who spread the news apologised for their move, with human rights groups citing fears that the confessions were coerced.

  • In attesa di Giustizia: libertà

    Libertà, parola che molti considerano fuori moda, pronti ad accettare anche l’affossamento ingiustificato dei diritti fondamentali o la loro limitazione con criteri interpretativi affidati alle FAQ della Presidenza del Consiglio o al Carabiniere che ferma i passanti con il mitra spianato. Parola bellissima che invece dobbiamo sempre avere come stella polare di riferimento; per tutti è l’estremo di una privazione sino ad ora mai sperimentata e che deve far riflettere su quanto possa essere afflittiva.

    Ed una riflessione particolare merita un’emergenza nell’emergenza: quella carceraria perché il carcere è luogo per eccellenza di privazione della libertà ed è parte del territorio.

    Una società civile si deve occupare di chi da solo non può farcela soprattutto nei momenti di difficoltà e di fronte al dilagare del Covid-19 è stato da subito evidente quanto fosse necessario intervenire nei luoghi di detenzione perché in quei luoghi c’è chi da solo non può farcela perché la sua volontà e capacità dipendono da altri, nello specifico dallo Stato nelle sue articolazioni competenti.

    A fronte delle sollecitazioni provenienti dalle più diverse voci volte a segnalare che le precarie condizioni delle carceri italiane non consentono un’adeguata gestione della pandemia intramuraria anche a causa del sovraffollamento, le risposte adottate dal governo sono state di mera facciata.

    I provvedimenti di scarcerazione adottati dalla magistratura di sorveglianza sulla base della normativa vigente, contrariamente a quanto erroneamente riportato da alcuni quotidiani, hanno riguardato un numero limitato di detenuti, alcune – ancora meno – hanno fatto scalpore per la caratura criminale dei beneficiati e la complessiva gestione della criticità ha portato alle dimissioni del Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria che presto sarà sostituito con funzionario di sicura fede manettara.

    Non si può, tuttavia, sottovalutare questa bomba epidemiologica ad orologeria che sono gli istituti di pena: sono necessari interventi  strutturali a livello nazionale, ma anche soluzioni concrete a livello territoriale, quali spazi ove ospedalizzare i detenuti positivi ed alloggi da mettere a disposizione di coloro che non riescono a beneficiare di misure alternative alla detenzione solo perché non ne hanno uno.  In questa ottica si è mosso il Comune di Milano con approvazione a larga maggioranza di un ordine del giorno sull’emergenza carcere,  e che si è reso disponibile ad offrire alloggio presso le case di sua proprietà ad una ventina di carcerati nonché a riceverne altre  positive al Covid-19  presso l’hotel Michelangelo.

    Ma è di vitale importanza individuare nuovi spazi ove poter ricevere e curare le persone detenute con sintomi di infezione virale.

    In un momento di grave pericolo quale quello attuale, la situazione drammatica delle carceri e della diversa umanità che per ruolo e ragione la compone, è un’emergenza che nessuno, nell’ambito delle proprie specifiche competenze, può esimersi dall’affrontare nell’interesse non solo dei detenuti (il che, ormai, appare sempre politicamente scorretto) ma degli operatori penitenziari e della collettività tutta perché nessuno o quasi – contagiato o no – è detenuto per sempre.

    La Costituzione vale anche per i detenuti, garantisce il diritto ad una pena giusta ed improntata al senso di umanità, il loro diritto alla salute non è affievolito e la custodia cautelare in carcere per chi è ancora in attesa di giudizio è espressamente prevista dal codice come residuale: principi da non dimenticare finché si aspira a restare nel novero delle democrazie in cui Giustizia non resti una parola vuota di significato.

  • US watchdog wants India on religious freedom blacklist

    A United States government panel on Tuesday has called for India to be put on a religious freedom blacklist.

    The US Commission on International Religious Freedom said in its annual report that India should join the ranks of “countries of particular concern” that would be subject to sanctions if they do not improve their records.

    “In 2019, religious freedom conditions in India experienced a drastic turn downward, with religious minorities under increasing assault”, the report said.

    It highlighted India’s controversial citizenship law, which the United Nations has called “fundamentally discriminatory”. The country has been torn by deadly protests followed by curfew since December, when the Citizenship Amendment Act, offered by PM Modi, was passed.

    The law allows citizenship for Hindus, Sikhs, Buddhists, Jains, Parsis, and Christians who illegally migrated to India from Afghanistan, Bangladesh, and Pakistan. It, however, does not allow citizenship for Muslims.

    The report also highlighted the revocation of the autonomy of Kashmir, which was India’s only Muslim-majority state.

    The panel’s vice-chair Nadine Maenza said that India has a broader “move toward clamping down on religious minorities that’s really troublesome”.

    The report concluded by calling on the US to impose punitive measures, including visa bans on Indian officials.

  • Una giornata così bella e soleggiata

    Sophie Magdalena Scholl nasce a Forchtenberg il 9 maggio 1921. È la quarta di sei fratelli: Inge, Hans, Elisabeth, Sophie, Werner e Thilde e non ha ancora dodici anni quando, nonostante il disaccordo del padre Robert (un convinto pacifista), si iscrive alla Gioventù Hitleriana con i suoi tre fratelli più grandi; illusi anche loro dalla imperante propaganda nazista.

    Tuttavia, l’educazione altruista ricevuta in famiglia, non tardò a germogliare nei loro cuori e nelle loro menti. Pochi anni dopo, infatti, ritornarono tutti e quattro sui loro passi. Per questo, nel marzo del 1941 Sophie fu inviata in un campo di lavoro per giovani donne, tra i 18 e i 25 anni, dove dovevano indossare l’uniforme e dove venivano indottrinate con violenza da insegnanti fanatiche. In una lettera ad un’amica Sophie scrive: «Viviamo come prigioniere, non solo il lavoro ma anche le pause di piacere sono doveri. Qualche volta vorrei urlare: il mio nome è Sophie Scholl. Non dimenticatelo!».

    Terminata questa esperienza mortificante, nel maggio del 1942 raggiunge Hans a Monaco di Baviera per iscriversi all’università. Qui scopre che il fratello, insieme ad alcuni amici, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf, tutti poco più che ventenni, hanno fondato la Rosa Bianca (Weiße Rose), un movimento di opposizione non violenta al regime nazista. Senza indugi si unisce a loro, partecipando attivamente ad ogni loro attività come scrivere, stampare e distribuire volantini per informare un pubblico selezionato di studenti, professionisti e intellettuali del male che li circondava, profetizzando che Hitler avrebbe perso la guerra.

    Alcuni di questi volantini arrivano anche alla Gestapo. La caccia ai loro anonimi autori aveva inizio. Siamo nel giugno del 1942.

    Alla fine dell’estate, mentre suo fratello e gli altri erano stati chiamati come soldati in Russia, Sophie rientra a casa dove la attendevano due mesi di lavoro in una fabbrica di armamenti. Poco dopo il suo arrivo, suo padre viene condannato a quattro mesi di reclusione per aver inveito pubblicamente, in uno scatto d’ira, contro il Führer. Sophie, quando poteva, dopo il lavoro, si recava sotto le finestre del carcere per suonare con il suo flauto una canzone cara al padre, nella speranza di alleviarne il dolore.

    Rientrati in ottobre dalla Russia, i membri della Rosa Bianca iniziano a collaborare con il movimento di resistenza nazionale. Nel giro di pochi mesi i loro volantini vengono diffusi in quasi tutta la Germania. Ne scrissero molti e ne spedirono a migliaia. Il 18 febbraio del 1943, poco dopo aver distribuito nuovi volantini all’Università, Hans e Sophie vengono scoperti e arrestati senza opporre alcuna resistenza. Ammanettati e condotti al quartier generale, vengono interrogati (e quasi sicuramente torturati) di continuo per molte ore. Nessuno dei due accetta di ritrattare quanto scritto sugli opuscoli, né di denunciare gli altri membri del gruppo. I fratelli Scholl, dopo un processo farsa durato solo cinque ore, vengono condannati a morte e portati alla prigione di Stadelheim. Lo stesso giorno, alle ore 17 iniziano le esecuzioni con ghigliottina. Sophie è la prima. “Come possiamo aspettarci che la giustizia prevalga quando non c’è quasi nessuno disposto a dare se stesso individualmente per una giusta causa? È una giornata di sole così bella, e devo andare, ma che importa la mia morte, se attraverso di noi migliaia di persone sono risvegliate e suscitate all’azione?”. Queste le sue ultime parole. Nei giorni seguenti, nonostante il loro sacrificio, vengono ghigliottinati molti altri ragazzi, sebbene nessuno di loro abbia mai compiuto attentati o sabotaggi.

     

    «Per un popolo civile non vi è nulla di più vergognoso che lasciarsi governare da una cricca di capi privi di scrupoli e dominati da torbidi istinti senza opporre resistenza…»

    (da uno dei volantini della Rosa Bianca)

     

     

  • Somiglianze inquietanti

    Per me odioso, come le porte dell’Ade, è l’uomo che
    occulta una cosa nel suo seno e ne dice un’altra.

    Omero

    In Albania durante questi ultimi anni, la cosa pubblica e gli interessi dei cittadini sono gestiti, purtroppo, da politici irresponsabili, incapaci, ipocriti, bugiardi e ingannatori. Loro sono alleati con il “mondo di mezzo”, un “regno sotterraneo”, quello, dove convivono e collaborano la criminalità organizzata con certi clan occulti, locali e internazionali. Quanto è accaduto durante questi ultimi anni, nonché le innumerevoli accuse e denunce pubbliche mai smentite dai diretti interessati, lo dimostrerebbe senza ombra di dubbio una simile e allarmante realtà. Ormai è convinzione diffusa che la strategia dell’attuale primo ministro, per accedere e mantenere il potere, non solo quello politico, si basa, tra l’altro, anche sulla collaborazione e la connivenza proprio con quel “regno sotterraneo”. “Unirsi con tutti i mascalzoni e le carogne” per garantire la vittoria è diventato uno slogan elettorale, nonché la base di una strategia che l’attuale primo ministro ha pubblicamente adottato durante la campagna elettorale del 2013. Ma tutto ciò, come si sa e come la storia millenaria ci insegna, ha anche un prezzo da pagare. Un prezzo che, dati e fatti accaduti alla mano, si sta pagando e si pagherà al “regno sotterraneo”. Il che sembrerebbe possa aver condizionato e continua a condizionare spesso le scelte e le decisioni del primo ministro. Lo dimostrerebbe anche il fatto, rapportato dalle istituzioni internazionali specializzate, che in Albania attualmente l’unico investitore “serio” è proprio la criminalità organizzata che investe, prima di tutto, per riciclare il denaro sporco proveniente da diverse attività illecite. Non solo, ma “i mascalzoni e le carogne”, provenienti dal “regno sotterraneo”, sono diventati ormai anche sindaci e deputati. Sono tanti i casi evidenziati. Per rendere meglio la strategia messa in atto dal primo ministro, basta riferirsi agli scandali legati al passato criminale di alcuni dei sindaci, ad ora cinque, “usciti vincenti” dalle votazioni moniste del 30 giugno 2019. Votazioni, sulle tante problematiche e violazioni costituzionali e legali delle quali il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Anche quando di fronte non ha rivali, le scelte del primo ministro vanno sempre a queste tipologie di persone. Chissà perché?! Un caso molto significativo e rappresentativo della “strategia vincente” del primo ministro è quello del sindaco della capitale che, tra l’altro, ormai sta diventando paurosamente anche una città invivibile. Lui risulta essere il modello per eccellenza del bugiardo, dell’ingannatore, dell’imbroglione, ma anche dell’arrogante che, fatti pubblicamente noti alla mano, sembrerebbe, sia anche il modello di colui che serve ubbidiente, ma anche ne approfitta dall’alleanza con il “regno sotterraneo”.

    L’attuazione della “strategia vincente” del primo ministro, nonché la totale irresponsabilità nella gestione della cosa pubblica e l’incapacità di molti funzionari governativi, statali e/o locali, a tutti i livelli, hanno causato e stanno causando la preoccupante e quotidianamente vissuta realtà albanese. Tutto ciò genera, tra l’altro, povertà, malessere, disperazione diffusa tra gli albanesi. Fino al punto di spingerli a lasciare il paese. Ovviamente non sono soltanto gli albanesi che lasciano il paese per una vita migliore. Si tratta di un fenomeno noto e vecchio quanto il mondo. Ma quello che sta accadendo da alcuni anni con i cittadini albanesi è veramente allarmante. Le cifre paurose e preoccupanti lo dimostrerebbero senza ombra di dubbio e il nostro lettore è stato sempre informato. Ma il fenomeno dell’abbandono del paese, una delle piaghe sociali più gravi, con diverse e allarmanti ripercussioni a medio e lungo termine, non sarebbe stato mai a questi preoccupanti livelli se, dall’altra parte, si fosse generata la speranza e la fiducia che le cose sarebbero cominciate a cambiare per il meglio nel futuro. Agli albanesi, purtroppo, manca questa speranza e questa fiducia. Naturalmente e istituzionalmente, il diretto responsabile della grave situazione creata in Albania è il governo e chi lo dirige. Perché il governo e chi lo dirige hanno l’obbligo istituzionale e morale di gestire nel migliore dei modi la cosa pubblica e tanto altro. Tutto ciò annienta la speranza e la fiducia. In simili condizioni, la responsabilità di creare speranza e generare fiducia spetta all’opposizione. Almeno questo accade e/o dovrebbe accadere in tutti i paesi democratici, o che mirano a diventare tali. Come l’Albania.

    Purtroppo l’opposizione, con il suo operato, fatti alla mano, ha deluso la fiducia e ha affievolito molto la speranza per un futuro migliore in patria. Soprattutto dal 2017 ad oggi. Un fenomeno che si era verificato anche prima. Ma un accordo, quello del 18 maggio 2017, quanto meno ce lo si aspettava, tra il primo ministro e il capo dell opposizione ha annientato tutto. Un accordo mai reso trasparente e arrivato come fulmine al ciel sereno. Un accordo dopo tre mesi di continue, pacifiche e massicce proteste dei cittadini contro il malgoverno e altro. Proteste che stavano vistosamente aumentando l’attenzione, il supporto e il consenso del pubblico. Un accordo dopo tante forti e ben articolate dichiarazioni pubbliche che consideravano le dimissioni del primo ministro, la costituzioni di un nuovo governo tecnico per preparare nuove elezioni libere, oneste e democratiche come condizioni non negoziabili. Un accordo che ha permesso però al primo ministro di avere facilmente un secondo mandato un mese dopo, in seguito alle elezioni sempre controllate da lui e/o da chi per lui. Soprattutto dalla criminalità organizzata.

    L’anno appena passato ha visto di nuovo i dirigenti dell’opposizione a chiamare i cittadini in piazza. Di nuovo per le stesse cose, con le stesse richieste non negoziabili come nel 2017. E di nuovo i cittadini hanno risposto numerosi, partecipando alle dieci proteste massicce a Tirana. Poi con l’estate tutto è stato “scordato” come se niente fosse e messo nel dimenticatoio. Nessuna spiegazione. Però, per “pulire la coscienza”, i dirigenti dell’opposizione hanno promesso nuove proteste a settembre. Promesse non mantenute per l’ennesima volta e come sempre. Ma loro continuavano a “giurare” la loro determinazione a non scendere a patti con il primo ministro. Anche se “stranamente” alcune delle richieste non negoziabili, come le dimissioni del primo ministro, non si sentivano più nelle loro dichiarazioni pubbliche. Anzi, lasciavano capire che potevano vincere le elezioni anche con questo primo ministro al governo. Noncuranti però delle loro bugie e di tante incoerenze logiche e programmatiche. I cittadini hanno preso di nuovo nota.

    Quest’anno è iniziato con nuovi sviluppi. Il 14 gennaio scorso, “stranamente” e di nuovo quanto meno ce lo si aspettava, il rappresentante del primo ministro, una da lui controllata, insieme con quelli dell’opposizione, si sono riuniti per avviare il processo della riforma elettorale. Altre promesse pubbliche ignorate da parte dei dirigenti dell’opposizione e altre “giustificazioni” per presentare tutto “come un successo”! Sembra che stiano mentendo e ingannando di nuovo e come al solito. Mentre i cittadini sono stati di nuovo delusi e offesi. Ragion per cui non sperano e non hanno più fiducia nelle promesse fatte e pensano soltanto di lasciare il paese. Come i tanti prima di loro.

    Chi scrive queste righe pensa che bisogna ribellarsi contro la dittatura. Pensa anche che ci sono tante somiglianze inquietanti tra quanto è accaduto in Albania in questi ultimi anni e quello che sta accadendo. Somigliano i casi, le persone coinvolte e , purtroppo, anche le conseguenze. E sono soltanto alcune di tante altre somiglianze inquietanti. Ormai anche questa è una convinzione sempre più diffusa in Albania. Quanto è accaduto e sta accadendo in Albania conferma quanto pensava Omero. E cioè che è odioso l’uomo che occulta una cosa nel suo seno e ne dice un’altra.

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