Libertà

  • Clamoroso scandalo edilizio e preoccupanti connivenze pericolose

    Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali,

    ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!

    Vangelo secondo Matteo; 18/7

    Così rispose Gesù ai suoi discepoli che volevano sapere da lui “Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?”. Prima di rispondere Gesù prese accanto a se un bambino e disse ai discepoli: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli […]. Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me”. E poi continuò, dicendo loro che “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare”. Era talmente convinto Gesù della pericolosità e delle gravose conseguenze dello scandalo, di qualsiasi scandalo, che disse perentorio ai suoi discepoli: “Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno”. E per rendere ancora più chiaro e comprensibile il significato dello scandalo, Gesù aggiunse: “E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco”. Sì, proprio nella Geenna, riconosciuta dagli ebrei come la valle dell’Hinnom. Geenna era un luogo macabre, ai piedi del monte Sion vicino a Gerusalemme, dove si svolgevano dei riti lugubri di sacrificio, voluti e stabiliti da dio Moloch. Riti nei quagli si usavano i bambini, che prima venivano sgozzati e poi bruciati, offerti in olocausto proprio a Moloch. Quello ci racconta e ci insegna l’evangelista Matteo nel capitolo 18/1-9 del suo Vangelo. L’etimologia stessa della parola scandalo, parola che deriva dalla lingua greca antica (skàndalon – ostacolo, inciampo), significa, secondo i dizionari, “il turbamento della coscienza collettiva provocato da una vicenda, da un atteggiamento o da un discorso che offende i principi morali correnti”. Lo scandalo rappresenta un fatto, una vicenda, una situazione “in cui emergono immoralità, corruzione e che coinvolge personaggi importanti”. Purtroppo gli scandali sono stati presenti nella vita quotidiana delle civiltà umane, dall’antichità ai giorni nostri. In tutto il mondo e con tutte le gravose, dannose, sofferte e pericolose conseguenze.

    La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato sullo svolgimento di una massiccia protesta a Tirana, convocata dal Movimento per la ricostituzione del partito democratico, costituito il 12 dicembre 1990 in Albania, come il primo partito d’opposizione. Attualmente è un partito di opposizione dal 2013 e che purtroppo, dal 2013, è stato usurpato da colui che, fatti accaduti e che si stanno rivelando anche durante la settimana appena passata alla mano, lo ha usato come una rimunerativa impresa familiare per se stesso e per pochissimi suoi fedeli. Questo dimostrano e testimoniano tutti i dati ed i fatti resi pubblici e mai contestati dai diretti interessati, se non che con delle misere dichiarazioni “politiche” che sfuggono alle accuse, si contraddicono e fanno ridere anche i polli. Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito, di tutti questi fatti ormai appurati, nonché di tutti gli altri sviluppi legati al Movimento per la ricostituzione del partito democratico albanese (Il doppio gioco di due usurpatori di potere, 14 giugno 2021; Usurpatori che consolidano i propri poteri, 19 Luglio 2021; Meglio perderli che trovarli, 13 settembre 2021; Agli imbroglioni quello che si meritano, 1 novembre 2021; Un misero e solitario perdente ed un crescente movimento in corso, 22 novembre 2021; Il vizio esce con l’ultimo respiro, 13 dicembre 2021; Importanti decisioni, vergognose manipolazioni e una protesta, 20 dicembre 2021; Una protesta pacifica che ha fatto cadere delle maschere, 10 gennaio 2022).

    Ebbene, la protesta svoltasi sabato 8 gennaio di fronte alla sede del partito democratico albanese aveva come obiettivo quello di far rendere libera l’entrata in quell’edificio per tutti i legittimi e legalmente iscritti membri del partito. Iscritti che, sempre in base ad ormai disponibili dati ufficiali, verificati e verificabili da tutti alla mano, rappresentano la grandissima maggioranza della base del partito. Iscritti ai quali, però, l’usurpatore del partito, in una evidente crisi esistenziale ed in grandissima difficoltà a nascondere la realtà, aveva vietato l’ingresso nella sede. E per riuscire, in preda ai suoi incubi, aveva ordinato di blindare tutti gli ingressi della sede. Si, di blindare tutto con una serie di porte di ferro, messe una dietro l’altra. Ma bugiardo e ingannatore viscerale qual è, l’usurpatore del partito e/o alcuni suoi pochissimi fedeli che fanno da “portavoce” dichiaravano che “l’ingresso era stato vietato agli iscritti semplicemente perché erano in corso dei lavori di pittura e di ordinaria manutenzione”. Misere bugie e vergognosi inganni che sono stati smentiti durante una diretta televisiva, la sera del 6 gennaio scorso, da un coraggioso giornalista il quale, insieme con un operatore televisivo, è riuscito ad entrare dentro l’edificio dalla finestra del bagno a piano terra, lasciata aperta. Ebbene una volta all’interno si è potuto vedere, soltanto in quella parte dell’edificio, una porta blindata per terra! Da quel momento tutto diventò chiaro ed incontestabile. E da allora l’usurpatore e i suoi pochissimi fedeli non parlavano più di “lavori di pittura e di ordinaria manutenzione”. Ma nel frattempo, però, l’usurpatore della dirigenza del partito aveva assoldato alcune decine di criminali, di mercenari pericolosi che si erano sistemati nella sede del partito democratico. E guarda caso, la polizia di Stato, nonostante fosse stata avvisata con una denuncia di quelle presenze all’interno della sede del partito, non ha fatto nessun controllo, come se niente fosse! Chissà perché?! Si sapeva però, e ormai è stato appurato, grazie anche a quanto è accaduto durante la protesta dell’8 gennaio scorso, che l’usurpatore della dirigenza del partito democratico ha avuto sempre il pieno appoggio ed il sostegno del suo “protettore”, il primo ministro albanese, che ha messo a sua disposizione, durante la protesta, le truppe scelte della polizia di Stato. Ormai sono disponibili molte registrazioni video e/o audio, fatte durante quella protesta nella sede del partito democratico, che dimostrano e testimoniano in modo inconfutabile chi ha esercitato violenza contro chi. Così come dimostrano e testimoniano l’uso sproporzionato e legalmente vietato dei gas nocivi, molto pericolosi per la salute, da parte delle truppe scelte della polizia di Stato. Truppe che invece di entrare dentro l’edificio blindato hanno caricato e maltrattato i manifestanti pacifici, gli iscritti del partito, come se fossero dei pericolosi criminali. Ed erano proprio dentro l’edificio blindato, come ormai testimoniano palesemente le tante registrazioni video e/o audio, i veri criminali, i mercenari assoldati dall’usurpatore della dirigenza del partito. Proprio quelli che subito dopo l’inizio della protesta massiccia e pacifica hanno cominciato ad aggredire i manifestanti, lanciando dalle finestre del secondo piano una grande quantità di vetri rotti delle finestre, delle sedie, nonchè hanno fatto uso, vietato dalla legge, dei gas nocivi, gli stessi usati dalla polizia di Stato (sic!). Ma le truppe scelte della polizia di Stato, lasciando liberi di agire i criminali dentro la sede del partito, continuavano ad aggredire barbaramente spietati con gas nocivi ed acqua i manifestanti pacifici, prendendo ordini dai loro superiori. Anche questo è stato ormai registrato e reso pubblico. Di tutto ciò l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore la scorsa settimana (Una protesta pacifica che ha fatto cadere delle maschere, 10 gennaio 2022).

    Sono stati miseri, inutili, incredibili e ridicoli i commenti fatti dai media controllati dal primo ministro e/o da chi per lui, nonché dagli analisti ed opinionisti pagati profumatamente come parte integrante della potente propaganda governativa. Hanno cercato, soprattutto nelle prime ore dopo la dispersione della protesta, di far credere che i manifestanti violenti avessero cercato di distruggere tutto e di mettere in serio pericolo la vita dell’usurpatore e dei suoi pochissimi fedeli che erano dentro la sede. Ma guarda caso, non hanno mai parlato e/o fatto riferimento a quelle decine di criminali che stavano dentro la sede, insieme all’usurpatore. Criminali che sono stati filmati da diverse riprese televisive e/o ripresi dai telefonini mentre aggredivano spietatamente con mezzi diversi i manifestanti pacifici. Manifestanti che volevano semplicemente entrare nella loro casa comune, ma che, invece, avevano trovato le porte di casa chiuse, con le serrature cambiate e blindate da dentro. Chissà perché?! Purtroppo però che queste misere e ridicole informazioni diffuse dalla propaganda governativa, prive di qualsiasi veridicità, sono state riprese e trasmesse da alcuni media internazionali, senza nessuna verifica preventiva, professionalmente richiesta e dovuta.

    Durante tutta la scorsa settimana sono state pubblicate ulteriori testimonianze che dimostrerebbero l’appoggio ed il sostegno del primo ministro all’usurpatore della dirigenza del partito democratico albanese. Da anni ormai si sta parlando, discutendo e si sta diffondendo sempre più la convinzione che tra loro due si sia un accordo occulto. Un accordo stabilito, almeno per il pubblico, il 18 maggio 2017. Anche di questo il nostro lettore è stato spesso informato. Ma durante la scorsa settimana è stata diffusa la notizia di un nuovo e clamoroso scandalo edilizio. Si tratterebbe di un progetto che lo sta elaborando uno studio architettonico straniero. Un progetto che, se finalizzato, permetterà la costruzione di tre grattacieli in pieno centro della capitale. Ma è proprio un piccolo “dettaglio” che rende questo progetto particolare. Ed il piccolo “dettaglio” è che quei tre grattacieli saranno costruiti proprio lì dove attualmente si trova la sede del partito democratico albanese. Proprio lì! Le cattive lingue per tutta la scorsa settimana hanno parlato di interessi comuni tra il primo ministro e l’usurpatore della dirigenza del partito democratico. Interessi che, inevitabilmente, sono legati anche alla criminalità organizzata locale ed internazionale che da anni in Albania, soprattutto nel campo dell’edilizia, sta riciclando i miliardi provenienti da attività illecite, dai traffici di droga, dalla corruzione e da tanto altro. Ma non sono soltanto le cattive lingue. Durante questa settimana appena passata si stanno accumulando dati e documenti facilmente verificabili, che testimoniano questa connivenza pericolosa tra il potere politico e la criminalità organizzata. Usurpatore del partito democratico compreso che, personalmente e con alcuni suoi “portavoce”, compresi quelli molto vicini al governo, all’inizio della settimana e appena la notizia era stata diffusa, hanno cercato di smentire tutto. Ma in seguito, fallendo clamorosamente in quella impossibile impresa, hanno vigliaccamente “scelto” di tacere. E così facendo si autoaccusano. Come hanno fatto anche di fronte ad altri fatti legati ad altrettanto clamorosi scandali di appalti “governativi” milionari che vedono coinvolto direttamente l’usurpatore e/o i suoi diretti e più stretti familiari. Ma si sa, e lo confermano anche i dizionari, che lo scandalo rappresenta un fatto, una vicenda, una situazione “in cui emergono immoralità, corruzione e che coinvolge personaggi importanti”.

    Chi scrive queste righe seguirà ed informerà in nostro lettore di questo nuovo scandalo. Egli però è convinto della pericolosità di questa “alleanza” occulta tra il primo ministro e l’usurpatore della dirigenza del partito democratico albanese. Perché una simile “alleanza”, se non affrontata con la dovuta responsabilità civile e patriottica, potrebbe diventare una pietra tombale per la sofferente e traballante democrazia albanese. Non bisogna mai dimenticare che, come diceva Gesù, guai al mondo per gli scandali! Guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo! Perché tutti loro saranno poi gettati nella Geenna del fuoco.

  • Importanti decisioni, vergognose manipolazioni e una protesta

    Spesso le aspettative falliscono, e più spesso dove più sono promettenti;

    e spesso soddisfano dove la speranza è più fredda e la disperazione più consona.

    William Shakespeare

    Come era già stato annunciato la scorsa settimana, lunedì 20 dicembre, alle ore 16.00, moltissimi sostenitori del partito democratico albanese erano radunati di fronte alla sede del partito. Erano veramente in tanti e tutti ben motivati. Si trattava dei sostenitori del nuovo Movimento per la ricostituzione del partito democratico. Bisogna anche sottolineare che si tratta del primo partito oppositore della dittatura comunista, costituito trentuno anni fa, il 12 dicembre 1990. Si tratta proprio di quel partito che, nonostante il periodo buio nel quale vivevano terrorizzati gli albanesi, ha organizzato e ha guidato tutte le massicce proteste che hanno portato, in seguito, alla caduta della dittatura comunista. Una delle più sanguinose e spietate dittature dell’Europa. Ma che, purtroppo, quel partito democratico, il maggiore partito dell’opposizione dal 2013, durante questi ultimi anni, mentre in Albania si stava restaurando una nuova e camuffata dittatura sui generis, ha continuamente mancato e deluso nel compimento dei suoi obblighi politici ed istituzionali. Ma ha anche offeso la fiducia dei suoi iscritti e sostenitori, nonché di molti cittadini albanesi, che vedevano nell’opposizione politica la sola speranza per arginare, fare fronte e combattere la pericolosa alleanza del potere politico, rappresentato dal primo ministro, con la sempre più attiva criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti locali ed internazionali, soprattutto da oltreoceano e con obiettivi concreti in Albania e nei Balcani. Il nostro lettore, durante queste ultime settimane, sempre dati e fatti accaduti alla mano, è stato informato degli sviluppi in corso in Albania che riguardano il partito democratico albanese. La ragione è stata proprio la nascita del nuovo Movimento per la ricostituzione del partito democratico albanese (Il doppio gioco di due usurpatori di potere, 14 giugno 2021; Usurpatori che consolidano i propri poteri, 19 Luglio 2021; Meglio perderli che trovarli, 13 settembre 2021; Agli imbroglioni quello che si meritano, 1 novembre 2021; Un misero e solitario perdente ed un crescente movimento in corso, 22 novembre 2021; Il vizio esce con l’ultimo respiro, 13 dicembre 2021). Un Movimento capeggiato dal capo storico del partito, allo stesso tempo presidente della Repubblica (1992-1997) e primo ministro (2005-2013), che sta diventando sempre più ampio, attirando tutta l’attenzione pubblica. Un Movimento che ha scombussolato, da alcuni mesi, anche la “quiete” politica in Albania.

    I rappresentanti del Movimento, compreso il capo storico del partito, dalla scorsa settimana avevano annunciato ed invitato non solo i sostenitori del partito democratico e dell’opposizione, ma anche i cittadini a protestare, lunedì 20 dicembre, davanti alla sede del Consiglio dei ministri. Si tratta della prima protesta chiamata da un partito politico, dopo circa venti mesi. I motivi erano due. Il primo riguardava un accordo, che va contro gli interessi dell’Albania ed altri Paesi balcanici, anzi, che favoreggia senza ombra di dubbio e dati economici alla mano, gli interessi economici e regionali della Serbia. Un accordo convenuto e sottoscritto dal presidente della Serbia, dal primo ministro della Macedonia del Nord e dal primo ministro dell’Albania. Un accordo che nell’arco di due anni ha cambiato nome, dal “Mini-Schengen balcanico” all’accordo dei “Balcani Aperti” (Open Balcan). Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito, di questi sviluppi regionali, nell’ambito dell’accordo Open Balcan, fortemente voluto e sostenuto, già dal 1999, soprattutto dal suo vero ideatore; un multimiliardario speculatore di borsa statunitense. Ma l’accordo Open Balcan, sempre fatti, dati e obiettivi geopolitici ed economici ormai noti e dichiarati alla mano, è anche un accordo che permette, sia alla Russia, che alla Cina di essere attivamente presenti nella regione balcanica (Accordo ingannevole e pericoloso, 13 gennaio 2020; Bugie scandalose elevate a livello statale; 24 febbraio 2020; Preoccupanti avvisaglie dai Balcani, 8 novembre 2021 ecc…). E proprio nell’ambito dell’accordo Open Balcan, lunedì 20 dicembre si è organizzata e svolta in Albania l’ennesima riunione tra il presidente della Serbia, il primo ministro della Macedonia del Nord ed il primo ministro dell’Albania. Proprio per denunciare e contestare quell’accordo è stata convocata e svolta anche la prima protesta chiamata da un partito politico dopo quasi venti mesi.

    Il secondo motivo della protesta riguardava gli accordi concessionari e palesemente corruttivi del governo albanese, mentre le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia “stanno a guardare”. Avendo però i massimi riconoscimenti ed elogi da parte dei soliti “rappresentanti internazionali” in Albania. Chissà perché?! Si sa però che i rappresentanti del sempre più vasto Movimento per la ricostituzione del partito democratico albanese, hanno pubblicamente dichiarato, dallo scorso settembre e durante queste ultime settimane, che non permetteranno mai che accordi simili siano attuati e che combatteranno la corruzione e l’abuso del potere, nonché si impegneranno perché il sistema della giustizia diventi finalmente un giusto, imparziale ed indipendente sistema. Cosa che non ha fatto, volutamente e/o perché costretto, colui che, fino alla settimana scorsa, aveva usurpato la dirigenza del partito democratico albanese.

    Durante la settimana appena passata sono state prese importanti decisioni in Albania. Ma durante la settimana appena passata si sono fatte anche delle misere, vergognose e disperate manipolazioni. Tutta l’attenzione pubblica era, però, focalizzata su quanto si attendeva accadesse sabato scorso, 18 dicembre. Per quel giorno erano stati annunciati due avvenimenti politici importanti. Il primo riguardava il referendum per confermare, da parte di tutti gli iscritti del partito democratico albanese, l’espulsione dell’usurpatore del partito democratico albanese. Un’espulsione decisa l’11 dicembre scorso, durante il congresso straordinario del partito, convocato, per la prima volta in assoluto, con la richiesta di più di un quarto dei delegati del congresso (Il vizio esce con l’ultimo respiro, 13 dicembre 2021). Mentre il secondo avvenimento politico riguardava un congresso, convocato dall’usurpatore, sempre il 18 dicembre, come una sfida a quello svolto una settimana fa.

    Ebbene, sabato scorso, tutti gli iscritti del partito democratico sono stati invitati a confermare o a rifiutare l’espulsione di colui che dirigeva il partito fino ad una settimana fa. Una decisione presa, quella del referendum, non perché quanto hanno deciso l’11 dicembre 4446 delegati dei 4935 presenti al congresso avesse bisogno di un’ulteriore conferma. Lo prevede anche lo Statuto del partito. Ma l’11 dicembre il congresso straordinario del partito democratico, convocato da molto più di un quarto dei delegati, ha deciso di confermare quella decisione per togliere ogni dubbio, rendendo l’ultima parola agli iscritti, alla base del partito. Ebbene, sabato scorso, sul tutto il territorio, con il loro voto, gli aventi diritto hanno confermato la decisione presa dal congresso straordinario dell’11 dicembre 2021. E cioè l’espulsione dell’usurpatore della dirigenza del partito democratico albanese. Perciò, da domenica scorsa, quando la commissione del referendum ha comunicato ufficialmente il risultato finale, il partito verrà diretto da una Commissione transitoria per la ricostituzione del partito democratico albanese fino al 22 marzo 2022, quando si svolgerà il congresso ricostitutivo del partito e saranno eletti anche i suoi nuovi dirigenti. Una decisione quella presa durante il sopracitato congresso dell’11 dicembre scorso.

    Ma sabato scorso l’ormai espulso usurpatore del partito democratico albanese con pochissimi suoi “fedeli” avevano convocato un altro congresso. Che, infatti, più che un vero congresso era una specie di “anticongresso”, per “annebbiare” quanto era stato deciso una settimana fa. Ma anche per “sfumare” quanto si attendeva essere confermato dal referendum che si stava svolgendo lo stesso giorno, il 18 dicembre. Un compito veramente difficile, ma che in realtà era impossibile. Sì, perché la maggior parte dei delegati del congresso, ufficialmente noti come tali, avevano ormai espresso la loro convinzione e decisione una settimana fa. Ragion per cui loro non potevano essere presenti nel congresso del 18 dicembre. Questo semplice ma testardo fatto lo sapevano benissimo anche l’ormai ex dirigente del partito democratico e quei pochissimi suoi “fedeli”. Ma per portare il loro “progetto” fino in fondo, avevano preso le loro misure. Misure misere e vergognose, che in realtà, fotografie, riprese video e denunce fatte alla mano, sono state smascherate subito e senza ombra di dubbio. Sono suonate ridicole ed inverosimili le dichiarazioni della persona incaricata per la gestione della votazione quando ha dichiarato la partecipazione al congresso di 5004 delegati! Una misera bugia quella sua, perché la sala dove si svolgeva il congresso non poteva contenere quel giorno più di 1958 persone sedute. Ha contato le sedie in diretta un giornalista, a congresso finito. Ma lo confermava facilmente anche una ricerca su internet. E guarda caso, subito dopo essere stata resa nota quella misera bugia, i gestori dell’apposito sito hanno “corretto” la capienza della sala, da 2100 che era, a 5600. Ma avevano dimenticato di “correggere” anche il numero dei posti seduti in sala, lasciando quello reale, e cioè 2100! E si sa, i gestori del sito internet sono dipendenti dell’amministrazione governativa. Mentre l’ex dirigente/usurpatore del partito democratico è stato per tutti questi anni, fatti realmente accaduti, documentati e pubblicamente noti alla mano, una “stampella” del primo ministro. Con tutte le derivanti e drammatiche conseguenze. Ma non bastava solo quella misera bugia. Perché è risultato e documentato che in sala sono stati portati anche dei minori, degli alluni delle scuole medie superiori, studenti di un’università privata, proprietà di un deputato del gruppo parlamentare del primo ministro e di altre persone, che non solo non erano delegati del congresso, ma che non avevano niente a che fare con il partito democratico. Sono stati portati semplicemente per riempire la sala. In più e se per un momento si possa anche presumere che tutti i presenti al congresso del 18 dicembre scorso erano dei delegati, il congresso non poteva prendere nessuna decisione, non essendo raggiunto il quorum necessario. Un’impresa fallita vergognosamente quella degli organizzatori del “anticongresso” di sabato scorso. Ma anche un’ulteriore occasione per gli albanesi di rendersi conto e di conoscere colui che, per otto lunghi anni, aveva usurpato la direzione del partito democratico albanese.

    Chi scrive queste righe, cercando, come sempre, di informare oggettivamente il nostro lettore su quello che accade in Albania, nella regione balcanica e altrove, ha rapportato anche questi ultimi sviluppi. Egli però è convinto che la persona che si trova realmente in grande difficoltà non è solo l’ex dirigente del partito democratico, ormai ufficialmente espulso, ma anche è soprattutto il primo ministro. La protesta svolta lunedì pomeriggio davanti ai suoi uffici ne era un chiaro e significativo messaggio. Mentre sono sempre molto attuali le parole scritte da William Shakespeare. E cioè che “Spesso le aspettative falliscono, e più spesso dove più sono promettenti; e spesso soddisfano dove la speranza è più fredda e la disperazione più consona”. Sia per il primo ministro albanese, la sua “stampella” ed altri loro “compari” e sostenitori, sia per i tantissimi onesti e sofferenti cittadini albanesi, che non hanno niente in comune con loro.

  • Schiaffo dell’Alta Corte di Budapest a Orban: in Ungheria prevale il diritto Ue

    Questa volta lo schiaffo a Viktor Orban arriva proprio dai giudici ungheresi: la Corte costituzionale di Budapest ha respinto un ricorso del premier di Fidesz contro il primato del diritto europeo. Orban si era infatti rivolto agli alti togati ungheresi, un anno fa, nel dicembre 2020, per mettere in discussione una sentenza della Corte di giustizia europea, secondo la quale l’Ungheria aveva violato la legge Ue, permettendo di respingere fisicamente e far arrestare i richiedenti asilo al confine con la Serbia.

    “Il caso non può essere oggetto di un riesame del giudizio della Corte di Giustizia europea”, secondo la pronuncia di oggi, né può portare ad un “esame del primato della legge Ue”, ha deciso la Corte costituzionale di Budapest. Una decisione arrivata a sorpresa: il premier infatti, proprio qualche ora prima, alla radio pubblica, aveva affermato di attendere una sentenza a suo favore. Del resto i 15 giudici della Corte sono tutti nominati dalla maggioranza governativa del parlamento ungherese, ma questo stavolta non ha aiutato il premier.

    L’esecutivo di Fidesz ha interpretato comunque la pronuncia a suo favore; con la ministra della giustizia Judit Varga che su Twitter ha rimarcato come la sentenza rafforzi le posizioni di Budapest, “costruendo una forte barriera legale oltre alla chiusura fisica delle nostre frontiere”.

    Sulla decisione ha espresso soddisfazione, sia pur con cautela, il commissario europeo alla Giustizia, Didier Raynders, che ha commentato a margine del consiglio europeo Giustizia: “Sono piuttosto soddisfatto che la Corte costituzionale ungherese sembra accordarsi al nostro parere, dico sembra perché ancora non ho letto il testo”. “La Corte costituzionale non ha voluto opporsi ad una sentenza della Corte di giustizia europea – ha aggiunto – e questo riguardava la questione della primazia del diritto europeo. L’obiettivo è fare in modo che il governo ungherese attui la decisione della Corte di giustizia europea”. Reynders ha poi ricordato come “sin dall’inizio” di questa vicenda avesse “segnalato che non eravamo assolutamente soddisfatti della posizione assunta dal governo” di Budapest, cioè di “adire alla Corte costituzionale per andare contro una decisione della Corte di giustizia” europea.

    Orban si era mosso motivato anche dalla pronuncia dell’Alta Corte polacca, che si era espressa andando nella direzione opposta, affermando il primato del diritto polacco su quello europeo.

    La sentenza di oggi ha fatto esultare Amnesty International Ungheria, che ha salutato l’esito con soddisfazione. Mentre il giornale on line HGV.HU ha messo nero su bianco che il giudizio della Corte abbia disatteso le aspettative di Orban, dal momento che non ne ha sostenuto le politiche governative sui rifugiati.

  • Il vizio esce con l’ultimo respiro

    Niente è più forte di un’idea il cui tempo è arrivato.

    Victor Hugo

    Ogni nazione/popolo ha il governo che si merita. Nel bene e nel male. È una frase molto nota ed usata da tempi remoti. Un’affermazione attribuita a Socrate, uno dei più rinomati filosofi della Grecia antica, vissuto venticinque secoli fa. Ma la frase usata da Socrate sarebbe stata espressa non proprio così. Secondo molti studiosi, la frase usata da Socrate era “Ogni nazione/popolo merita il suo sovrano”. Anche perché in quel periodo, più che di governo, si trattava di una persona che gestiva il potere, come despota, come sovrano assoluto. L’incertezza sulle vere parole usate dal noto filosofo è dovuta al fatto che tutti i pensieri di Socrate ci sono pervenuti tramite quanto hanno lasciato scritto altri suoi coetanei e/o discepoli. Ma in tempi molto più recenti, la frase, che ormai si usa comunemente, è quella formulata dal filosofo e diplomatico Joseph De Maistre. Lui era l’inviato del re Vittorio Emanuele I presso la corte dello Zar Alessandro I a San Pietroburgo tra il 1803 e 1817. In una sua lettera, pubblicata su un giornale russo nel 1811 egli scriveva: “Ogni popolo ha il governo che si merita”. E si riferiva a quanto accadeva nella Russia zarista in termini critici.

    “Ogni popolo ha il governo che si merita” è un’affermazione che, purtroppo, lo sta testimoniando anche la realtà albanese; almeno quella vissuta e sofferta dal 2013 in poi. Ma in male però. Analizzando quanto è accaduto durante questi ultimi otto anni, sempre facendo riferimento a dei dati verificabili e ai fatti accaduti, documentati, testimoniati e denunciati, risulta che gli albanesi sono diventati sempre più permissivi, indifferenti e, addirittura apatici. Ma anche “pragmatici”. Le ragioni potrebbero essere diverse e specifiche per diversi gruppi sociali e/o per dei singoli individui. Ovviamente la sempre più crescente delusione dai rappresentanti politici dei vari partiti ha fatto la sua. Ma anche la crescente povertà, quella realmente vissuta e non mascherata dai tanti “abili giochetti statistici” delle istituzioni governative, ha indotto gli albanesi a “scendere a patti”, vendendo il loro voto in cambio di soldi e/o di generi alimentari. Un fenomeno questo sempre più presente e sempre più diffuso, soprattutto nelle aree rurali. Ma anche nelle città, compresa la capitale. Un fenomeno che è stato evidenziato e sottolineato nei rapporti ufficiali degli osservatori internazionali durante le ultime elezioni, quelle del 25 aprile scorso, che hanno permesso all’attuale primo ministro di ottenere il suo terzo mandato. Ma ci sono anche altre ragioni che hanno permesso agli albanesi di “tollerare” e di avere il “governo che si meritano”. Lo hanno fatto per degli interessi diversi. Lo hanno fatto la maggior parte degli impiegati nell’amministrazione pubblica, per paura di perdere il lavoro e/o perché erano stati costretti a dimostrare il voto, fotografando le schede elettorali, in piena violazione delle leggi in vigore. Lo hanno fatto non pochi imprenditori che sono in “buoni rapporti” con il governo. E loro stessi, come datori di lavoro, hanno obbligato coloro che sono stipendiati in quelle imprese. Lo hanno fatto anche non pochi “rappresentanti” della società civile che beneficiano della “generosità” del governo e/o di tutti quelli che finanziano i loro progetti, comprese anche alcune ambasciate e/o organizzazioni internazionali. E coloro che sono ormai “rappresentanti’ della società civile in Albania non sono pochi.  Ma, ovviamente, in tutto ciò hanno contribuito anche alcuni raggruppamenti occulti locali ed internazionali. Così come hanno contribuito, perché direttamente interessati, diversi clan della criminalità organizzata, non solo quella locale, che da anni ormai, contenuti dei rapporti ufficiali delle istituzioni specializzate internazionali alla mano, ma non solo, collaborano strettamente con i rappresentanti politici. Si tratta di quell’alleanza che, da anni ormai, l’autore di queste righe sta informando il nostro lettore. E cioè dell’alleanza del potere politico, istituzionalmente rappresentata dal primo ministro, con la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti locali e internazionali. Ragion per cui, nolens volens, anche il popolo albanese, durante questi ultimi anni merita il governo che ha. Che diventa sempre peggiore. Ma purtroppo, parafrasando la sopracitata frase formulata da Joseph De Maistre, sembrerebbe che il popolo albanese meriti anche l’opposizione che ha.

    L’autore di queste righe, da anni, ma soprattutto dal 2017, ha spesso trattato per il nostro lettore questa drammatica situazione in cui si trovava l’opposizione albanese, riferendosi, prima di tutto, ai dirigenti dell’opposizione, quelli del partito democratico in primis, essendo quel partito il maggiore partito dell’opposizione. Si tratta del primo partito oppositore della dittatura comunista, costituito il 12 dicembre 1990. Si tratta proprio di quel partito che ha organizzato e ha guidato tutte le massicce proteste che hanno portato alla caduta della dittatura comunista. Da tutti i fatti accaduti alla mano, soprattutto dal 2017 in poi, risulta che il dirigente del partito democratico, allo stesso tempo anche il capo dell’opposizione, in carica dal 2013, solo due mesi prima che il primo ministro cominciasse il suo primo mandato, ha deluso tutte, veramente tutte le aspettative. Aspettative che diventano un obbligo istituzionale, ma anche personale e riguardano le responsabilità politiche da onorare. Il capo del partito democratico, durante tutto il suo operato come tale, con le sue decisioni prese, con le sue scelte fatte, ha palesemente dimostrato che più di un dirigente del partito, è stato un usurpatore di quell’incarico istituzionale. Ragion per cui anche l’autore di queste righe, da tempo ormai, quando si riferisce a lui lo considera proprio come l’usurpatore del partito democratico. Un individuo che si ricorderà come una persona che ha promesso pubblicamente e mai ha mantenuto e rispettato una sola sua promessa fatta. Un individuo che ha mentito ripetutamente e costantemente non solo agli elettori del partito democratico, ma anche ai cittadini albanesi. Un individuo che ha cercato in seguito, dopo ogni sua promessa non mantenuta, dopo ogni sua bugia pubblica, di ingannare di nuovo, facendo altre promesse e pronunciando pubblicamente altre bugie. Un individuo che con il suo operato non ha fatto altro che facilitare l’operato disastroso del suo “avversario politico”, il primo ministro, diventando così una sua misera “stampella”.

    L’autore di queste righe e, come lui, anche tanti altri, da innumerevoli fatti accaduti alla mano, non può non pensare che l’usurpatore del partito democratico ha avuto almeno due compiti prestabiliti da attuare, nonostante possano sembrare alquanto strani ed inverosimili. Il primo è stato la continua disgregazione delle strutture del partito democratico. Il secondo è stato quello di corrodere e di corrompere lo spirito della sacrosanta ribellione dei cittadini di fronte alla violazione dei loro diritti. Purtroppo, da tutto quello che è accaduto e pubblicamente noto in questi ultimi anni, risulterebbe che tutti e due questi compiti sono stati esauditi dall’usurpatore del partito democratico, allo stesso tempo capo dell’opposizione albanese. Di tutto ciò, da anni, l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore. Compresi anche gli articoli degli ultimi mesi (Il doppio gioco di due usurpatori di potere, 14 giugno 2021; Usurpatori che consolidano i propri poteri, 19 Luglio 2021; Meglio perderli che trovarli, 13 settembre 2021; Agli imbroglioni quello che si meritano, 1 novembre 2021; Un misero e solitario perdente ed un crescente movimento in corso, 22 novembre 2021). Così come ha informato il nostro lettore della nascita, dal settembre scorso, di un nuovo Movimento che ha, come obiettivo primario, la ricostituzione del partito democratico albanese con i principi del conservatorismo occidentale. Un Movimento il quale, da quando è stato avviato, sta avendo sempre più appoggio dalla base del partito ma che sta attirando anche l’attenzione di tutta l’opinione pubblica, avendo così lo sviluppo che, da più di tre mesi ormai, sta offuscando tutti gli altri. Un Movimento che, in rispetto dello Statuto del partito democratico albanese, in seguito alla richiesta di almeno un quarto dei delegati del congresso del partito, ha convocato l’11 dicembre scorso il congresso straordinario del partito. E proprio quel congresso si è svolto sabato scorso, alla presenza di circa 65% dei delegati. Durante quel congresso i legittimi partecipanti hanno preso diverse decisioni importanti che si riferivano a diversi e necessari emendamenti dello Statuto del partito. Durante il congresso dell’11 dicembre scorso i delegati hanno votato anche l’espulsione dell’usurpatore del partito democratico come dirigente del partito. E per rendere quella decisione più democratica possibile, sempre durante il congresso del sabato scorso, i delegati hanno deciso anche la votazione di tutti gli iscritti del partito democratico sabato prossimo, 18 dicembre, tramite un referendum, per la conferma di quella decisione. In più, i delegati del congresso hanno votato anche la costituzione di una Commissione transitoria per la ricostituzione del partito democratico. Una Commissione che coordinerà tutte le attività del partito democratico fino alla ristrutturazione degli organi dirigenti del partito, in centro e sul tutto il territorio. In più, questa Commissione avrà il compito di organizzare la convocazione del congresso ricostituivo del partito democratico, il 22 marzo 2022.

    Nel frattempo, l’usurpatore del partito democratico, non più dirigente dall’11 dicembre scorso, ma soltanto un semplice deputato, trovandosi in vistosa difficoltà, con alcuni suoi “fedelissimi”, sta cercando di fare “diversione”. Stanno cercando di ingannare di nuovo. E come sempre, si stanno contraddicendo vistosamente, vergognosamente e miseramente. Ma a loro non importa che stanno diventando ridicoli pubblicamente. Per loro si tratta di una “reazione” di sopravvivenza. Ragion per cui tutto è permesso. Bugie, promesse, inganni e “minacce” comprese. Ma come la saggezza popolare ci insegna, in diverse lingue, il vizio esce con l’ultimo respiro. Saggezza, che si sta dimostrando anche adesso, in queste ultime settimane e in questi ultimi giorni, con quanto sta facendo l’ormai ex dirigente/usurpatore del partito democratico albanese. Ma la sua corsa è agli ultimi metri. E la fine di quella corsa, con ogni probabilità, sarà quella che lui e i suoi pochi, pochissimi “fedeli” non avrebbero mai voluto accadesse. E insieme con l’ormai ex dirigente e usurpatore del partito, neanche il suo “protettore”, il primo ministro, avrebbe voluto accadesse.

    Chi scrive queste righe, visti gli sviluppi prodotti dal Movimento per la ricostituzione del partito democratico albanese, continuerà a seguirli e poi informare il nostro lettore. E sempre con la massima oggettività possibile. Egli però e convinto che se non ci fosse questo Movimento, la situazione in Albania sarebbe stata peggiore di quella del settembre scorso, quando il Movimento prese via. Perché l’ormai costituita dittatura sui generis in Albania non avrebbe avuto, come in questi ultimi anni, nessun vero ostacolo oppositivo. Adesso potrebbe rinascere la speranza per gli albanesi che la frase “Ogni nazione ha il governo che si merita” possa avere una connotazione positiva in futuro. Anche perché, come era convinto Victor Hugo, niente è più forte di un’idea il cui tempo è arrivato. E quell’idea potrebbe essere rappresentata dal nuovo Movimento. Spetta però agli albanesi vegliare e fare di tutto perché quell’idea possa essere realizzata senza alterazioni. Agli albanesi la scelta.

  • Imperatore della Cina libera

    Zhang Zhan è una cittadina cinese che ha avuto il coraggio di denunciare da subito i tentativi del governo cinese di mettere la museruola ed obbligare al silenzio i giornali indipendenti che pubblicavano le vere notizie sulla pandemia. E’ la cittadina che ha cercato di far sapere, ai cinesi ed al mondo, con parole ed immagini, come erano trattate le famiglie dei pazienti ammalati di covid 19. Per questo è stata incriminata e condannata a quattro anni di carcere senza neppur poter ricevere visite dai famigliari. Dal maggio 2020 ha più volte fatto lo sciopero della fame ed ora è allo stremo delle forze. Altre persone, medici, giornalisti, cittadini comuni hanno subito e continuano a subire l’intollerante Potere dell’“imperatore cinese” Xi Jinping mentre il dragone allunga sempre più le mani in ogni area del mondo, Italia compresa, non solo con la Via della Seta ma specialmente con l’istituto Confucio che apparentemente promuove lo studio della lingua cinese ma, nella realtà, si incunea nella cultura e nelle abitudini degli altri paesi creando dipendenze e sottraendo informazioni.

    Certo nessuno di noi, singolarmente, avrà la forza di far liberare Zhang Zhan né altre persone ingiustamente incarcerate in Cina, in Turchia e in tanti altri paesi dove la parola giustizia e democrazia non compaiono nel vocabolario del Potere. Ma le nostre voci insieme possono aiutare molto chi sta soffrendo ingiustamente e ciascuno di noi può, anche attraverso le azioni quotidiane, dimostrare che non accettiamo più di comperare ed usare i prodotti, non solo cinesi, fatti da veri e propri schiavi. Ciascuno di noi può, ogni giorno, ricordare a se stesso e a chi ha intorno che la democrazia nella quale viviamo, per quanto imperfetta, è un bene inestimabile che dobbiamo saper difendere da chi, anche oggi, in casa nostra, con parole e fatti di odio mina il vivere civile.

  • Consapevolmente dalla parte del male, appoggiando una dittatura

    La tolleranza diventa un crimine quando applicata al male.

    Thomas Mann

    Durante i secoli ogni popolo, a seconda dell’appartenenza religiosa, della tradizione e della storia vissuta, ha stabilito le sue festività che devono essere rispettate e celebrate. Comprese quelle che si riferiscono all’indipendenza e alla liberazione del proprio Paese. Sì, perché durante la loro lunga storia, ogni popolo ha dovuto combattere il male dell’oppressione e dell’occupazione.

    In Italia, per esempio, si celebra ogni anno dal 1946, la festa della Repubblica, per ricordare ed onorare la nascita della Repubblica italiana. Una scelta che fecero gli italiani, tra la monarchia e la repubblica, tramite il referendum istituzionale tenuto il 2 ed il 3 giugno 1946. Una scelta che è stata determinata anche dal fatto che la famiglia reale dei Savoia diede il suo appoggio al regime fascista. Da quel giugno del 1946, gli italiani festeggiano il 2 giugno la festa della loro Repubblica. Così come festeggiano, dal 1945, ogni 25 aprile anche la festa della Liberazione, per commemorare la liberazione dell’Italia, alla fine della seconda guerra mondiale, sia da una dura, spietata e sofferta occupazione nazista, che dal regime fascista che lo ha preceduto.

    In Francia si celebra, ogni 14 luglio dal 1880, la Festa Nazionale francese per eccellenza, le 14 juillet. Una ricorrenza proposta e decisa per ricordare ed onorare non la presa della Bastiglia (14 luglio 1789; n.d.a.), ma la festa della Federazione, ossia il giuramento federativo del 14 luglio 1790. Giorno in cui, a Parigi, si radunarono in tantissimi per salutare la grande armata dei federati, guardie nazionali e volontari, provenienti da tutti i dipartimenti della Francia per dare appoggio alla rivoluzione. Quel giorno loro prestarono giuramento “alla Nazione, alla Legge e al Re”. In Francia si celebra, dal 1944, anche il 25 agosto. Era il giorno della liberazione di Parigi dai nazisti da parte delle forze armate francesi ed americane, dopo lo sbarco degli alleati in Normandia, il 6 giugno 1944. Ma era dal 19 agosto che i parigini erano stati ribellati contro le forze naziste presenti nella capitale, sapendo anche dell’arrivo delle truppe alleate. Era però la 2a divisione blindata francese, e non altre truppe che, dietro la ferma insistenza del generale Charles de Gaulle già dalla notte del 24 agosto entrò a Parigi. Si è trattato, soprattutto, di un atto con una grande valenza simbolica che i dirigenti militari francesi, de Gaulle in testa, volevano a tutti i costi. Perché volevano ridare alla Francia tutto il suo prestigio perso con l’occupazione nazista nel giugno 1940 e la costituzione del governo collaborazionista, la cosiddetta repubblica di Vichy. Così facendo, i dirigenti francesi affermavano la rinascita della Francia e la sua parità con le altre grandi potenze alleate. Un’altra ricorrenza che si celebra in Francia è l’8 maggio, la festa della Vittoria (la Fête de la Victoire; n.d.a.). Una festa che ricorda la vittoria delle truppe alleate contro i nazisti e la fine, nel territorio europeo, della seconda guerra mondiale. L’8 maggio 1945 è stato scelto proprio per ricordare la resa definitiva e senza condizioni della Germania nazista, dopo i negoziati della capitolazione tra il 7 ed il 9 maggio 1945. E come in Italia ed in Francia, le festività e le ricorrenze legate all’indipendenza e alla liberazione si commemorano in tutti i Paesi europei e in tutte le altre parti del mondo. Anche in Albania.

    Il 28 novembre 1912 l’Albania, con l’appoggio anche delle grandi potenze europee, divenne un Paese libero e sovrano, staccandosi definitivamente dall’allora traballante Impero ottomano. Quel giorno non era scelto a caso, ma aveva un forte significato storico. Perché il 28 novembre 1443 l’eroe nazionale dell’Albania, Georgio Castriota, detto Scanderbeg (dalla lingua turca Iscander significa Alessandro e si riferisce ad Alessandro Magno di Macedonia; n.d.a.), tornato nella sua terra natale, dopo aver disertato dall’esercito ottomano, ha cacciato le truppe d’occupazione dal castello della propria famiglia, alzando la sua bandiera. L’indipendenza dell’Albania dall’Impero ottomano è stata riconosciuta internazionalmente, con la firma del Trattato di Londra, il 30 maggio 1913. Da quel tempo, il 28 novembre viene celebrata come la festa Nazionale dell’Albania. Ed era proprio il 28 novembre 1944, quando l’ex dittatore comunista proclamò questa data anche come la festa della Liberazione dell’Albania dall’occupazione fascista e nazista, durante la seconda guerra mondiale. Una proclamazione ufficializzata dal Bollettino n.51 del 28 novembre 1944, che veniva pubblicato allora quotidianamente dal partito comunista. In quel Bollettino, riferendosi alla festa dell’Indipendenza, si scriveva: “I festeggiamenti del grande giorno del 28 novembre che ricorda la vittoria dell’Indipendenza nazionale nel 1912 e che quest’anno coincide con la festa della liberazione di Tirana e di tutta l’Albania continueranno per tre giorni…”. Attenzione! Si ribadiva senza equivoci che “coincide con la festa della liberazione di Tirana e di tutta l’Albania”. Ma in poco meno di un anno, il 9 novembre 1945, il partito comunista albanese al potere, durante una riunione della dirigenza del Consiglio Antifascista di Liberazione Nazionale, organo supremo allora, decise diversamente sulla data della Liberazione. La cambiò di solo un giorno, proclamando come tale da allora il 29 novembre. E non a caso. Tutto è dovuto alla totale dipendenza dal partito comunista jugoslavo del partito comunista albanese, già dalla sua costituzione nel novembre 1941. Come “giustificazione” si diede allora un “fatto storico”, inventato a proposito, ma mai documentato e/o testimoniato. Si dichiarò ufficialmente che era proprio il 29 novembre il giorno in cui “…l’ultimo soldato nazista lasciò il territorio albanese” (Sic!). Mentre gli scontri armati, secondo diverse testimonianze, continuarono ancora. La vera ragione era un’altra ed era legata alla Jugoslavia. Il 29 novembre rappresentava una data importante per il partito comunista di Tito. Il 29 novembre 1943, il Consiglio Antifascista di Liberazione Nazionale jugoslavo (imitato come denominazione anche dal partito comunista albanese, come sopracitato) si autoproclamò come l’unico potere legale in Jugoslavia. In più Tito è stato nominato presidente del Consiglio. Ma il 29 novembre in Jugoslavia aveva anche un’altra valenza storica. Il 29 novembre 1945 è stata proclamata la Repubblica popolare federativa della Jugoslavia. Perciò i “vassalli” del partito comunista albanese decisero di cambiare la data della festa di Liberazione dal 28 al 29 novembre, come espressione di devozione e di sudditanza ai cari “compagni” jugoslavi. Bisogna sottolineare che era così forte quella sudditanza, che nel 1946 i dirigenti del partito comunista albanese avevano sottoscritto un Trattato di Amicizia e di Collaborazione, concordato per far diventare più solido il legame tra i due Paesi, che mirava a fare dell’Albania la settima repubblica jugoslava. Per fortuna che in seguito i rapporti peggiorarono e, nel 1948, l’Albania si staccò dall’influenza jugoslava per entrare sotto quella dell’Unione sovietica.

    Da allora, comunque, in Albania continuano ad essere celebrate separate le due feste: quella dell’indipendenza il 28 novembre e quella della Liberazione il 29 novembre.  E continuano, dopo il crollo della dittatura comunista, anche i dibattiti e le discussioni, a vari livelli, tra gli specialisti storici e i rappresentanti politici, sulla vera data della liberazione dell’Albania dall’occupazione nazista. Ma, ad oggi, non c’è un comune accordo. Il partito socialista albanese, diretto discendente del partito comunista, riconosce il 29 novembre come festa della Liberazione. Mentre i partiti della parte opposta festeggiano sia la festa dell’Indipendenza che quella della Liberazione ogni 28 novembre. Ed è proprio il 28 novembre che, dal punto di vista protocollare, arrivano anche tutti i messaggi d’auguri dalle presidenze e dalle cancellerie degli altri Paesi. Anche quelli dagli Stati Uniti d’America, dopo il crollo della dittatura comunista nel 1991, quando si ristabilirono i rapporti diplomatici. All’occasione, oltre al presidente statunitense, che manda un messaggio d’auguri al suo omologo albanese, il Dipartimento di Stato diffonde pubblicamente una dichiarazione con la quale augura in occasione della festa dell’Indipendenza, il 28 novembre. Così è stato anche la scorsa settimana. Ma guarda caso, l’ambasciatrice statunitense in Albania, diversamente dai suoi dirigenti istituzionali del Dipartimento, ha inviato i suoi auguri agli albanesi con un suo “cinguettio” in rete per il 77esimo anniversario della liberazione. “Auguri per il Giorno della Liberazione, Albania!”. Così scriveva l’ambasciatrice. Mettendosi inutilmente, inspiegabilmente e ingiustificabilmente al centro dei dibattiti e delle meritate critiche ed accuse per schierarsi apertamente ed ufficialmente, al contrario del Dipartimento di Stato, in un modo del tutto non diplomatico, con il partito del primo ministro. Cosa che infatti sta facendo pubblicamente da poche settimane, dopo che è stata accreditata. Lei sa anche il perché, ma dovrebbe essere stato un buon motivo che l’ha spinta ad una simile scelta. Dovrebbe però conoscere quel minimo necessario della storia albanese della seconda metà del secolo passato almeno e di quella di questi due ultimi decenni prima di scrivere un simile “messaggio d’auguri”. Perché da quella data, il 29 novembre 1944, considerandola per un momento come giustificata storicamente, l’Albania è stata liberata sì dall’occupazione nazista, ma è entrata in un periodo molto drammatico, durato per più di 46 lunghissimi e soffertissimi anni sotto la più spietata e sanguinosa dittatura comunista dell’Europa dell’Est. Ma così facendo però, l’ambasciatrice statunitense in Albania si schiera apertamente e consapevolmente dalla parte del male, appoggiando una dittatura. Appoggiando proprio la dittatura sui generis restaurata e ormai consolidata, come espressione diretta dell’alleanza tra il potere politico, rappresentato dal primo ministro istituzionalmente, la criminalità organizzata locale ed internazionale e alcuni clan occulti, anche quelli locali ed internazionali. Ed uno di quei raggruppamenti occulti, il più potente dal punto di vista finanziario e decisionale in Albania, secondo le cattive lingue, ha la sua sede proprio oltreoceano. Sempre secondo le cattive lingue, l’ambasciatrice statunitense in Albania, così come alcuni suoi superiori nel Dipartimento di Stato statunitense, sono sotto le dirette influenze e al servizio di quel raggruppamento occulto di oltreoceano. E, guarda caso, le cattive lingue raramente hanno sbagliato su quello che, da anni, sta accadendo e tuttora accade in Albania.

    Chi scrive queste righe da anni sta denunciando quanto stanno facendo alcuni ambasciatori, quelli statunitensi in primis e certi “rappresentanti internazionali” in Albania. Quanto è stato ormai reso pubblico, dal 15 agosto scorso, su quello che era accaduto per venti anni in Afghanistan, potrebbe rendere meglio l’idea. Chi scrive queste righe ricorda di nuovo al nostro lettore che l’ambasciatrice, come altri suoi predecessori, non ha mai detto una parola per condannare la corruzione galoppante dei massimi rappresentanti politici in Albania. Anche quando i rapporti ufficiali del Dipartimento di Stato statunitense riferivano di una preoccupante realtà. La stessa ambasciatrice era tra le primissime persone che si sono congratulate ufficialmente e pubblicamente, con il primo ministro per la sua “vittoria” elettorale del 25 aprile scorso, prima ancora del risultato finale delle elezioni! E si potrebbe continuare con molti altri fatti, ormai pubblicamente noti, che dimostrerebbero la violazione, da parte dell’ambasciatrice statunitense dell’articolo 41 della Convezione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Chi scrive queste righe, visti anche gli sviluppi di questi ultimi mesi in Albania, pensa che tutti gli albanesi onesti e patrioti devono prendere in mano le loro sorti e anche quelle del Paese ed agire di conseguenza, ribellandosi contro il Male. Perché, come era convinto anche Thomas Mann, la tolleranza diventa un crimine quando applicata al male,

  • In attesa di Giustizia: tabù

    Fino alla fine degli anni ’80 del secolo scorso ogni volta che si registrava un sovraccarico di lavoro nel settore penale degli uffici giudiziari il rimedio era nel ricorso all’amnistia: nulla che, allora, sconvolgesse la coscienza dei cittadini; il provvedimento decongestionava efficacemente l’arretrato cancellando fascicoli per “reati nani” tipo l’ingiuria, la guida senza patente, i furtarelli in supermercato.

    Storicamente, a parte l’amnistia “Togliatti” che accompagnò un momento storico di pacificazione sociale,  si è sempre trattato di forme di “perdono” contenute di solito accompagnate dall’indulto e cioè a dire da uno “sconto” di pena (generalmente ricompreso tra i sei mesi e i due anni) per coloro che erano stati condannati definitivamente, ma non per tutti ed esclusi alcuni reati molto gravi come la rapina o grossi traffici di droga, che contribuiva a dare un po’di sollievo a carceri sempre alle prese con il sovraffollamento.

    Tutt’ad un tratto, in conseguenza di una modifica della Costituzione che ha previsto una maggioranza parlamentare di problematico raggiungimento (2/3 sul testo complessivo e 2/3 su ogni singolo articolo della legge) per l’approvazione di un’amnistia, e non casualmente dai tempi di Mani Pulite che hanno segnato l’inizio dell’epopea giustizialista, parlare di provvedimenti di clemenza è diventato un tabù e solo sollecitarli (tranne quando a farlo è stato il Pontefice) è diventata una manifestazione di pensiero politicamente scorretto, il sintomo di una manovra volta a soccorrere – neanche a dirlo – amici e compagni di partito corrotti e corruttori sebbene, per la verità, un’amnistia per tali reati non vi sia mai stata.

    L’arretrato di milioni di processi penali non celebrati si è – ovviamente – ancor più appesantito a causa del fermo quasi totale dei Tribunali in tempi di pandemia: ma guai a parlare di soluzioni che consistano nella estinzione dei reati, anche di piccolo cabotaggio, per dare respiro ad un sistema allo stremo.

    I tabù, peraltro, possono essere astutamente sfatati: ecco allora, tra le pieghe della riforma che dovrebbe farci guadagnare i fondi del PNRR, spuntare la panacea di tutti i mali. Nella legge delega, infatti, è previsto che gli uffici del pubblico ministero, per garantire l’efficace ed uniforme esercizio dell’azione penale, nell’ambito dei criteri indicati dal Parlamento con legge, individuino criteri di priorità trasparenti e predeterminati di indicare nei progetti organizzativi delle Procure al fine di selezionare le notizie di reato da trattare con precedenza rispetto alle altre, tenendo anche conto del numero degli affari da trattare e delle risorse disponibili il tutto allineandosi con le capacità di assorbimento del carico da parte degli uffici giudicanti.

    Tradotto: un’operazione di eugenetica giudiziaria mediante selezione delle indagini che si possono accantonare e dei processi che non si faranno mai perché non ci sono uomini, aule, risorse, denari.

    Un’amnistia strisciante approvata per legge che rafforza quanto già previsto in termini analoghi da una circolare del Consiglio Superiore della Magistratura di qualche anno fa: la parolaccia “clemenza”, però non viene pronunciata in nome, piuttosto, della positiva visione prospettica di una ottimizzazione del funzionamento degli Uffici. Anche il popolo pentastellato, che con quei paroloni ha una rarefatta dimestichezza, plaude all’iniziativa che se non altro ha il merito di sfilare la foglia di fico che da lustri ricopre le pudenda di un’amministrazione della Giustizia in perenne debito di ossigeno che si arrangia come può.

    A prescindere da alcuni profili di dubbia costituzionalità di una disciplina che sembra violare, primo tra tutti, il principio di obbligatorietà della azione penale sarebbe stato forse preferibile mettere mano ad una consistente depenalizzazione: soprattutto nelle leggi speciali più che nel codice esistono migliaia di reati semplicemente ridicoli che, prima della destinazione all’oblio intasano e rallentano le Procure con adempimenti iniziali indispensabili quali la iscrizione della notizia di reato, la convalida di un sequestro, la formazione di un fascicolo che verrà poi dimenticato. Qualche esempio? L’utilizzo di stalloni non autorizzati dal veterinario provinciale nella monta equina o l’impiego di vernici non omologate per dipingere le linee di galleggiamento delle navi, tanto per citarne un paio e, chi ne ha voglia, può ritrovare un vecchio articolo di questa rubrica (La parabola dei pappagallini) che tratta l’argomento.

    Sfortunatamente, anche la depenalizzazione è un tabù, la sola parola è impronunciabile da un legislatore per il quale il ricorso al diritto punitivo, invece che essere visto come dovrebbe e cioè uno strumento sussidiario di controllo sociale, è fonte inesauribile di soddisfacimento della pancia dell’elettorato con quanto ne deriva in termini di consenso.

    Per la Giustizia, probabilmente, l’attesa è ancora lunga.

  • Il sovranismo mediatico ed il dubbio socratico

    Esiste una corrente di pensiero estremamente pericolosa e detestabile che avrebbe l’intenzione, ergendosi a censore in virtù di una non meglio identificata superiorità morale ed ideologica, di porre un limite alla divulgazione di notizie “false” specialmente in questo periodo di ennesima pandemia di covid.

    Andrebbe ricordato a lorsignori come la democrazia non può prevedere alcun limite all’espressione del pensiero del singolo cittadino, il quale ovviamente se ne assume, in relazione ai contenuti, tutte le responsabilità penali e civili.

    Si cerca, invece, di imporre una sorta ‘Pensiero Unico’ come espressione di una forma   di totalitarismo mediatico la cui prima apparizione e, peggio ancora, di certificazione istituzionale si potrebbe individuare nella istituzione di una commissione parlamentare nel luglio 2020 relativa alle fake news.

    Il desiderio di porre un filtro, quindi un vincolo, e conseguentemente un istituto censore dotato di questo potere, alla libera circolazione delle notizie risulta talmente evidente in quanto, sempre in relazione al carosello mediatico, questa commissione ed il Parlamento non si sono mai preoccupati della posizione del nostro Paese all’interno della classifica mondiale della libertà di stampa.

    Il tutto si delinea come quanto di più indegno all’interno di uno stato democratico nel quale gli organi istituzionali, invece di attivarsi per il mantenimento di una pur sempre migliorabile libertà di pensiero ed espressione, si preoccupano degli effetti, spesso risibili, delle teorie ridicole dei no Green pass, come dei terrapiattisiti, e contemporaneamente di verità “scientifiche” considerate assolute poi spesso smentite dallo stessa comunità.

    Andrebbe ricordato a questi dotti signori assieme agli esponenti delle istituzioni parlamentari, che oggi come allora si ergono a  tutori della verità assoluta in nome di una superiorità intellettuale ed etica e, di conseguenza, come gli unici “distributori” della verità, nel momento in cui si ponga un limite alla diffusione delle notizie, fermo restando le responsabilità penali quanto  civili, verrebbe meno la stessa democrazia la quale prevede appunto la libertà indipendentemente dai contenuti o dai divulgatori.

    In verità questo tentativo rappresenta semplicemente una pessima “riesumazione di obsoleti contenuti politici ed ora mediatici” di un’ideologia post-comunista la quale ritrova nella gestione mediatica la possibilità di imporre i medesimi paradigmi espressione di una propria superiorità intellettuale etica e morale.

    Un totalitarismo che si estende ovviamente nel non prevedere ogni possibilità, anche solo del dubbio in relazione alla continua evoluzione del mondo scientifico, come è normale vista l’eccezionalità della situazione. A questa normale difficoltà e tourbillon comunicativo, tuttavia, la cittadinanza dovrebbe dimostrare un’assoluta fiducia priva di ogni dubbio quasi in segno di una propria sottomissione al mondo della scienza e di una parte del ceto politico. In questo contesto andrebbe ricordato come il trenta  giugno  del 2021 all’interno de Il Messaggero venne pubblicato il risultato di una ricerca della Washington University School of Medicine nella quale si affermava come la seconda dose del vaccino assicurasse una immunizzazione   per almeno  3-5 anni (https://www.ilmessaggero.it/salute/ricerca/pfizer_moderna_vaccini_durata_immunita_studio_varianti_ultime_notizie_news-6053222.html). La dinamica della pandemia delle ultime settimane di fatto ridicolizza le conclusioni a soli pochi mesi da questa ricerca espressione di un’altra “certezza scientifica” ma proprio grazie alla sublimazione del Dubbio Socratico applicato, allora come oggi, questa notizia risulta passata nell’oblio senza che abbia determinato alcuna reazione antiscientifica e tantomeno ispiratrice di un passaggio verso le teorie no-vax.

    Purtroppo la complessa gestione pandemica viene utilizzata dai promotori della supremazia del Pensiero Unico ancora una volta come un’occasione finalizzata all’imposizione della propria supremazia ideologica etica la quale utilizza i fallibili risultati scientifici in continua evoluzione con l’obiettivo di imporre i propri dogmi morali, etici ed ideologici.

    Questa miserabile declinazione di un nuovo “socialismo mediatico” trova la propria massima espressione nella gestione di molti programmi televisivi sia pro vax che no vax: in quanto il confronto tra opinioni diverse, se non addirittura opposte, presuppone la dimostrazione di competenze minime non necessarie nelle trasmissioni ad indirizzo unico.

    Anche la elementare libertà di espressione di incompetenze più assolute rappresenta una garanzia democratica e si può porre come base per l’evoluzione del progresso ed un termine di riferimento dal quale sottrarsi. Contemporaneamente a questa strategia mediatica umiliante per un paese democratico per comoda convenienza politica si omette di commentare come l’Italia nella classifica della Libertà di Stampa risulti al settantasettesimo (77°) posto. Un risultato vergognoso e non perché non esistano giornali a sufficienza o format televisivi ma perché giornalisti ed editori hanno scelto di divulgare semplicemente la propria ideologia di appartenenza o dell’area politica di appartenenza.

    Socrate diede il valore e i connotati di una forma di intelligenza al Dubbio verso chi proponeva certezze: egli sapeva di non sapere. Un sano bagno di umiltà sarebbe certamente rigeneratore per la nostra democrazia anche solo per comprendere come dimostrare di avere un dubbio nei confronti di granitiche certezze non comporti automaticamente appartenere alla fazione avversa come gli “illuminati del pensiero unico” credono e vorrebbero imporre.

    Il dubbio si manifesta, invece, come una limpida espressione di quel processo di crescita complessiva il quale per fortuna di ideologico non ha proprio nulla.

  • Un po’ di sale in zucca a tutti

    Se, come dicono gli esagitati no pass, fossimo in un sistema che non tiene conto della libertà non si sarebbero rispettate fino ad oggi, anche in modo eccessivo, manifestazioni e proteste e tutti avremmo l’obbligo, da tempo, di usare le mascherina anche all’aperto, quando vi è la presenza di più persone. Dopo l’implacabile aumento dei contagi che continua da più giorni, non sarebbero possibili manifestazioni fatte senza utilizzare i dispositivi di sicurezza cha l’Oms e l’Istituto Superiore di Sanità continuano a ricordare come essenziali. Se fossimo in una democrazia capace di darsi regole e di farle rispettare il personale sanitario, che non si è vaccinato, sarebbe fuori dal lavoro e tutti coloro che fanno propaganda contro il vaccino sarebbero, da tempo, stati sanzionati. Se fossimo una democrazia, come la democratica repubblica austriaca, avremmo tutti l’obbligo del vaccino. Se fossimo in una democrazia autentica la risibile minoranza che, giorno dopo giorno, procurando disordine e aumento del contagio, sfila ed emana, via social, minacce non avrebbe quotidianamente pubblicità gratuita sui mezzi di informazione. E non vedremmo espulsi dagli ospedali e dai luoghi di cura tutti quei malati non covid che la pandemia ha emarginato e in alcuni casi, per colpa dei mancati ricoveri, condannato a morte. E se fossimo in una democrazia nella quale la rappresentanza politica avesse a cuore gli interessi collettivi, e non quello di cercare consenso per il proprio partito, con battute ad effetto o strizzando l’occhio alle frange più irragionevoli ed estreme, si sarebbe da mesi provveduto a riorganizzare sul territorio quell’assistenza sanitaria che manca da troppi anni e che, salvo rari ed encomiabili casi, è stata insufficiente soprattutto in periodo pandemico procurando ulteriori morti. Se fossimo in una democrazia autentica tutti coloro che, rivestendo un ruolo politico o pubblico, continuano ad ammiccare, più o meno palesemente, ai no vax e ai no pass dovrebbero rendere conto delle proprie azioni. Ma noi siamo noi perciò la stragrande maggioranza degli italiani continua ad essere costretta a rischiare più del necessario per colpa di qualche migliaia di esagitati che trovano appagante sfilare senza mascherina e sbandierando tricolori e bandiere che sviliscono proprio nel momento nel quale, per difendere la loro presunta libertà, mettono a repentaglio la salute di tutti gli altri. Ormai è nei fatti: la stragrande maggioranza degli italiani rischierà e subirà nuove restrizioni per colpa di una risicata minoranza, per l’incapacità della politica di fare prevenzione, emanare regole certe e per la mancanza di determinazione nel farle rispettare. Anche l’Unione Europea ha le sue colpe perché è stata, ed è priva, di un piano pandemico di prevenzione e risposta celere ed è incapace di chiedere agli Stati membri l’applicazione di regole comuni almeno per difendere i confini interni ed esterni dal sempre più incalzante diffondersi del virus. Mantenere Schengen dovrebbe sottendere l’immediato obbligo di gran pass per ogni spostamento dall’esterno e interno all’Unione, con qualsiasi mezzo si viaggi, sappiamo bene, infatti, che mentre per i passaggi aerei c’è l’obbligo di tampone chi viaggia in torpedone, auto etc non si deve presentare nessun documento che attesti non si sia malati di covid. E resta comunque in attesa di risposta una domanda che assilla specialmente le fasce economicamente più deboli: il denaro speso per curare chi non ha voluto vaccinarsi inciderà sulle tasse, sulla maggiore futura carenza di servizi, sul debito pubblico? E se si può consentite a pochi di mettere a rischio la salute e la vita fisica, economica e sociale di molti qual è il concetto di democrazia che si applica in Italia?

  • Un misero e solitario perdente ed un crescente movimento in corso

    Non aspetto mai di vedere un lavoro perfetto fatto da un uomo imperfetto.

    Alexander Hamilton; Il Federalista

    Era il dicembre del 1990. In quasi tutti i Paesi dell’Europa centrale ed orientale erano crollati i regimi totalitari comunisti. Tutto in seguito a quelle che, nel 1989, si chiamarono le Rivoluzioni delle Nazioni. I primi segnali erano stati dati però in Polonia, nel 1980, dalle manifestazioni degli operai nei cantieri navali di Danzica e dalla costituzione del sindacato indipendente Solidarność (Solidarietà). Ma era dopo la proclamazione nell’Unione Sovietica delle due dottrine politiche di Glasnost (Trasparenza) e di Perestrojka (Ristrutturazione) che nei Paesi dell’Est Europa sono stati fomentati e cominciati i primi movimenti contro i regimi totalitari. Nelle elezioni parlamentari del giugno 1989 in Polonia Solidarność, diventato partito politico, vinse tutti i seggi della Camera dei Deputati e 99 dei 100 seggi del Senato. Nell’ottobre 1989, durante una seduta del Parlamento ungherese si decise di avere elezioni parlamentari multipartitiche e l’elezione diretta del presidente della Repubblica. Il 9 novembre 1989, una data che rimarrà nella memoria collettiva, crollò il muro di Berlino. Il 10 dicembre 1989, dopo delle massicce proteste pacifiche ad oltranza a Praga, crollò anche il regime comunista della Cecoslovacchia. Il 22 dicembre 1989 in Romania veniva giustiziato il segretario generale del partito comunista, catturato dopo il suo disperato tentativo di fuga ed in seguito alle massicce proteste a Bucarest ed in altre città. Cadeva così un altro regime. La stessa fine ebbe anche il regime comunista in Bulgaria, dopo le elezioni del giugno 1990. Simili sviluppi politici seguirono nei Paesi baltici, ai quali fu riconosciuta la loro indipendenza dall’Unione Sovietica nel settembre 1991. Il 1º dicembre l’Ucraina proclamò la sua indipendenza dall’Unione Sovietica dopo un referendum, per poi arrivare alla caduta definitiva del regime comunista nella stessa Unione Sovietica. Era il 25 dicembre 1991 quando, sul Cremlino, sventolò di nuovo dal 1917, la bandiera della Russia.

    L’unico Paese dell’Est Europa nel quale ancora, nel 1991, governavano i comunisti era l’Albania. Ma anche in Albania le proteste contro la dittatura comunista cominciarono già nel 1990, in seguito alle influenze delle Rivoluzioni delle Nazioni in altri Paesi del blocco comunista. Era proprio l’8 dicembre 1990 quando gli studenti dell’Università di Tirana scesero numerosi in piazza per protestare contro il regime. Proteste, alle quali subito dopo si sono uniti i cittadini della capitale. Alcuni giorni dopo, l’11 dicembre 1990, in uno degli edifici del campus universitario si riunirono i rappresentanti degli studenti, insieme con alcuni loro professori. Alla fine di quella riunione si costituì il primo partito d’opposizione in Albania, il partito democratico. Era il 12 dicembre 1990. In seguito il partito democratico organizzò le proteste contro la dittatura, costringendo i massimi suoi dirigenti a indire le prime elezioni pluripartitiche nel marzo 1991. Elezioni che però sono state manipolate e vinte dal partito comunista. Ma l’onda delle proteste massicce continuò e costrinse l’allora primo ministro a dimettersi nel giugno 1991. Seguirono due altri governi, uno il cosiddetto governo della stabilità fino a dicembre 1991 e l’altro un governo tecnico che doveva portare il Paese verso le nuove ed anticipate elezioni fissate per il 22 marzo 1992. In quelle elezioni il partito democratico albanese vinse 92 dei 140 seggi del Parlamento. Cominciò così, ventinove anni fa, il lungo e tortuoso periodo, ancora in corso, della transizione democratica dell’Albania. Ma purtroppo, non solo quel processo non è ancora terminato, ma dati e fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, in Albania, in questi ultimi anni è stato restaurato e si sta consolidando un nuovo regime totalitario. L’autore di queste righe da anni e spesso ha informato il nostro lettore di questa sempre più grave e preoccupante realtà.

    Dal settembre 2013 al potere in Albania vi è il partito socialista, che è il diretto discendente politico del famigerato partito comunista albanese. Non solo, ma sempre dati alla mano, alcuni dei massimi rappresentanti del governo, compreso il primo ministro, nonché altri alti dirigenti delle istituzioni governative e statali in Albania, sono dei diretti discendenti e/o parenti dei dirigenti del partito comunista degli anni ’80 del secolo passato. E dal 2013 in poi il partito socialista sta diventando, sempre più, un partito nel quale tutto viene deciso dal suo capo, che è il primo ministro. Proprio tutto. Mentre gli altri ubbidiscono, sottomessi, ma in cambio di benefici abusivi e corruttivi. Una situazione questa che ormai è nota a tutti.

    Il partito democratico albanese, dopo aver perso alle elezioni del 23 giugno 2013 e dopo le dimissioni irrevocabili del suo capo storico da ogni incarico istituzionale, purtroppo ha archiviato solamente delle sconfitte elettorali e non solo. Il partito democratico, dal 2013 in poi, con le sue decisioni politiche, ha semplicemente facilitato il “compito” al primo ministro nella sua folle, irresponsabile e pericolosa corsa verso il continuo consolidamento della nuova dittatura in Albania. Anche di questi preoccupanti sviluppi il nostro lettore è stato continuamente informato. Così come è stato sempre informato, dal 2017 in poi, anche delle dirette responsabilità politiche ed istituzionali dell’attuale capo del partito democratico di una simile e grave situazione sociale e politica in Albania. In più, e sempre dati e fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, il capo del partito democratico e dell’opposizione risulta essere più che un dirigente un usurpatore del partito. Le cattive lingue da tempo dicono che lui è stato selezionato e poi sostenuto per avere quell’alto ed importante incarico politico ed istituzionale dallo stesso sostenitore oltreoceano dell’attuale primo ministro. Le cattive lingue da tempo stanno ripetendo che l’usurpatore del partito democratico albanese è stato scelto per fare sempre la “stampella” al primo ministro. E, come spesso è accaduto e accade in Albania, le cattive lingue hanno avuto sempre ragione. Quanto è accaduto e sta accadendo testimonia che all’usurpatore del partito democratico è stato assegnato un duplice compito, per quanto possa sembrare strano ed improprio. Quello di sgretolare e rendere non funzionali le strutture del partito, con tutte le derivate conseguenze. Ma anche quello di inculcare l’indifferenza e l’apatia e di annientare lo spirito di ribellione e delle proteste degli albanesi contro le ingiustizie, le continue violazioni dei sacrosanti diritti dei cittadini, contro gli scandalistici abusi e la galoppante corruzione governativa. E fino ad ora quel duplice compito l’usurpatore del partito democratico è riuscito a farlo.

    Fino ad ora però. Perché da alcuni mesi, ma soprattutto dallo scorso settembre, la posizione politica ed istituzionale dell’usurpatore sembrerebbe essere stata messa in serie difficoltà. Tutto dopo l’espulsione, con una decisione personale dell’usurpatore, in piena e palese violazione dello Statuto, il 9 settembre scorso, del capo storico del partito democratico dal gruppo parlamentare. Risulterebbe che questa decisione sia stata presa dietro dei ricatti fatti all’usurpatore del partito democratico in lingua inglese. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di questi recenti sviluppi (Il doppio gioco di due usurpatori di potere, 14 giugno 2021; Usurpatori che consolidano i propri poteri, 19 Luglio 2021; Meglio perderli che trovarli, 13 settembre 2021; Agli imbroglioni quello che si meritano, 1 novembre 2021). La situazione è diventata così allarmante politicamente, ma anche con delle dirette conseguenze sociali, che nel partito democratico, dallo scorso settembre, si è messo in moto un crescente Movimento interno. Un Movimento guidato dal capo storico del partito, con un vasto e sempre in crescita sostegno della base, dei dirigenti locali delle strutture del partito e di non pochi deputati, contro l’operato dell’usurpatore del partito democratico e di alcuni pochi, pochissimi altri dirigenti del partito, suoi “fedeli”. Un operato del tutto in palese violazione dello Statuto del partito, fino al punto che anche i “fedeli” dell’usurpatore non sono stati eletti come prevede lo Statuto, ma sono semplicemente nominati da lui per servire, ubbidienti, il “benefattore”. Così facendo lui, il “benefattore”, ha trasformato, purtroppo, il partito democratico, sempre dati e fatti accaduti alla mano, in un’impresa famigliare molto rimunerativa. Godendo però anche della “magnanimità” del primo ministro e dei suoi. Che poi sono anche coloro che ne traggono non pochi benefici. Come risulterebbe sia da fonti mediatiche, ma anche dalle accuse dirette, documentate e pubbliche che, durante queste ultime settimane, sta facendo e denunciando il capo storico del partito in molti suoi incontri con la base sul tutto il territorio. Durante questi quasi tre mesi sono state depositate anche le firme della maggior parte dei delegati del Congresso del partito, come prevede lo Statuto, per convocare proprio il Congresso. Il numero delle firme sta aumentando con il tempo. Comunque, siccome è stata ormai superata la soglia prevista dallo Statuto del partito, la convocazione del Congresso straordinario, richiesto almeno da un quarto dei delegati, è stata fissata per l’11 dicembre prossimo. Anche il simbolismo vuole e merita la sua parte! Sì perché era proprio l’11 dicembre del 1990 quando si radunarono i rappresentanti degli studenti, insieme con alcuni loro professori, e costituirono il partito democratico albanese. Adesso, dopo trentuno anni, il partito ha un indispensabile bisogno di ricostituirsi sugli stessi principi messi nelle sue fondamenta nel dicembre 1990, quando si costituì per la prima volta. E fino all’11 dicembre sono rimaste soltanto tre settimane. Nel frattempo l’usurpatore del partito, quel misero e solitario perdente, si sente sempre più solo ed isolato dalla base, circondato soltanto da quei suoi pochi “fedelissimi”. E che, guarda caso, sta avendo però tutto il sostegno della potente propaganda mediatica del primo ministro, nonché dei suoi tanti “opinionisti” a pagamento, i quali, fino a pochi mesi fa hanno fatto dell’usurpatore del partito democratico un ridicolo bersaglio. Chissà perché questo cambiamento di “strategia” adesso, in queste ultime settimane?!

    Chi scrive queste righe continuerà a seguire ed informare il nostro lettore su tutti questi sviluppi, cercando, come sempre ha fatto, di essere più oggettivo possibile. Egli è però convinto che si tratta di sviluppi che oltrepassano il partito democratico albanese per la loro importanza. Sono sviluppi che interessano tutti gli albanesi onesti e patrioti, vista la drammatica, preoccupante, pericolosa e sofferta realtà albanese. E siccome la base ideologica per la ricostituzione del partito democratico è quella del conservatorismo occidentale, bisogna tenere presente anche il pensiero politico di Alexander Hamilton, un conservatore per eccellenza e uno dei tre autori della raccolta dei saggi The Federalist (Il Federalista, pubblicato a New Your nel 1788; n.d.a.). Compreso quanto egli affermava sugli “imperfetti” – e l’imperfezione sarebbe solo uno dei ben altri difetti dell’usurpatore del partito democratico albanese – e cioè che non bisogna aspettare mai di vedere un lavoro perfetto fatto da un uomo imperfetto.

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