Libertà

  • Paese che vai, realtà che trovi

    Se non si parla di una cosa è come se non fosse mai accaduta.

    Si dà realtà alle cose solo quando se ne parla.

    Oscar Wilde

    In ogni parte del mondo ed in ogni momento accadono tante, tantissime cose. Cose buone e meno buone. Cose allegre e, purtroppo, anche cose drammatiche che preoccupano. Cose che attirano l’attenzione locale, oppure suscitano una vasta attenzione internazionale. Durante la settimana appena passata sono stati diversi gli avvenimenti e gli sviluppi che hanno attirato l’attenzione pubblica e mediatica.  Partendo dalle due visite di Papa Francesco in Ungheria e in Slovacchia.

    Mercoledì scorso, 15 settembre, si celebrava poi la Giornata internazionale della Democrazia, una ricorrenza proclamata già dall’8 novembre 2007 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. All’occasione il Segretario di Stato statunitense ha sottoscritto e diffuso un messaggio dedicato. In quel messaggio lui ribadiva: “…gli Stati Uniti d’America mettono la democrazia e i diritti dell’uomo al centro della nostra politica estera; sono elementi essenziali per il raggiungimento e la difesa della pace e della stabilità in tutto il mondo”. Sottolineava in seguito che “…lo Stato di diritto, le elezioni libere ed oneste, la libertà di espressione e di stampa sono delle pietre di fondamenta di una sana democrazia e un diritto per tutti”. Alla fine del suo messaggio il Segretario di Stato scriveva: “Indipendentemente dal diritto di eleggere durante un processo elettorale, con la denuncia della corruzione, oppure con i raduni pacifici per una causa comune, gli uomini in ogni angolo del globo vivono ogni giorno la democrazia. In questa Giornata della Democrazia, veniamo a conoscenza che questi sforzi sono molto importanti per difendere, per rafforzare e per rinnovare la democrazia”. Un messaggio scritto bene dal Segretario di Stato. Ma anche se si fa riferimento soltanto a quello che è accaduto per venti anni in Afghanistan e come tutto è finito lì, le parole e le frasi con le quali l’autore del messaggio faceva riferimento ai valori della democrazia perdevano peso e significato. Anzi, in qualche modo, screditavano il messaggio stesso. Forse sarebbe proprio il caso di ricordarsi del detto popolare “[lui] predica bene ma razzola male”.

    Mercoledì scorso, 15 settembre, è stato reso noto ufficialmente quello che ormai viene riferito come “Caso/Crisi dei sottomarini”. Si tratta di un conflitto diplomatico che si sta aggravando di giorno in giorno, tra la Francia da una parte e l’Australia, gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito dall’altra. Un conflitto scaturito dopo la rinuncia dell’Australia all’acquisto di una flotta di sottomarini a propulsione nucleare. Un accordo già ufficialmente firmato e che ammontava ad una cifra di circa 66 miliardi di euro. L’Australia ormai ha deciso diversamente, a favore di un accordo con gli Stati Uniti. L’annuncio ufficiale è stato dato durante una videoconferenza congiunta tra il presidente statunitense, il primo ministro inglese e quello australiano il 15 settembre scorso. Immediate sono state anche le reazioni del presidente e del ministro degli Esteri francese. L’atteggiamento dell’Australia nei confronti della Francia è stato considerato “una pugnalata alle spalle”. Mentre il comportamento statunitense viene considerato dalla Francia come “unilaterale, brutale, imprevedibile”. Per il ministro degli Esteri francese tutto questo “peserà sul futuro della NATO”. Nel frattempo è stato richiamato in patria “per consultazioni” l’ambasciatore francese negli Stati Uniti. Il ministro francese ha dichiarato che si tratta di “…un atto politico pesante che rappresenta la gravità della crisi tra i nostri due paesi e con l’Australia”. La “Crisi dei sottomarini” è tuttora in corso e, per ragioni geopolitiche e geostrategiche, ha coinvolto anche la Cina.

    Venerdì scorso, il 17 settembre, un generale del Comando Centrale degli Stati Uniti d’America ha finalmente ed ufficialmente ammesso quello che, da alcune settimane, si sapeva già. Quello che i rappresentanti statunitensi avevano però sempre negato. E cioè che l’attacco con un drone il 29 agosto scorso, prima del ritiro definitivo dei soldati americani da Kabul, ha sbagliato bersaglio, colpendo un veicolo civile e uccidendo dieci cittadini innocenti, sette dei quali bambini! Allora i rappresentanti statunitensi hanno dichiarato che si trattava di un attacco mirato contro “una minaccia imminente”, riferendosi a dei “kamikaze diretti verso l’aeroporto di Kabul”. Allora si dichiarava che era stato ucciso almeno un membro dell’Isis-K e tre cittadini afghani innocenti. Finalmente però, venerdì scorso, il generale del Comando Centrale statunitense ha considerato tutto quanto era accaduto il 29 agosto a Kabul “un tragico errore” e ha espresso “le più profonde condoglianze ai famigliari delle vittime”. Comunque meglio tardi che mai.

    Domenica 19 settembre, è terminato il processo elettorale in Russia per rinnovare i 450 seggi della Duma, cioè la camera bassa dell’Assemblea federale della Federazione Russa. In attesa del risultato finale sono state evidenziate, purtroppo e come si prevedeva, anche molte irregolarità durante la votazione. Dall’opposizione, nonché da fonti mediatiche e da organizzazioni non governative per il monitoraggio del processo elettorale, risulterebbe che siano stati segnalati molti casi di compravendita di voti e di una scarsa sorveglianza nei seggi elettorali delle schede di voto e di buste che sembrerebbero aperte e poi risigillate. In più, le autorità governative hanno cancellato dalle piattaforme e dai social il sito e l’applicazione “Voto intelligente”, promossa dai sostenitori di Alexiei Navalny. Applicazione che permetteva agli elettori di scegliere da una lista di 225 candidati di varia appartenenza politica, tra nazionalisti, stalinisti e liberali, ma non allineati con il presidente russo. Ebbene, dai risultati provvisori che si riferiscono al quasi 90% delle schede scrutinate, il partito “Russia Unita” del presidente russo risulterebbe di nuovo vincente con qualcosa più del 49% dei voti. Il secondo partito risulta essere il partito comunista con circa il 20%. Cresce anche l’assenteismo.

    Ma durante la settimana appena passata ci sono arrivate anche delle notizie gioiose e rassicuranti. Finalmente a Parigi si sono conclusi tutti i lavori per la messa in sicurezza della cattedrale di Notre Dame. Lavori che erano cominciati a metà aprile di due anni fa, immediatamente dopo il devastante e terribile incendio del 15 aprile 2019. Nei prossimi mesi si avvieranno i lavori per il restauro della cattedrale di Notre Dame di Parigi.

    Un’altra bella notizia è arrivata domenica mattina da Napoli. Si è ripetuto, anche questa volta, il tanto atteso ed ambito miracolo di San Gennaro, il Santo patrono e protettore di Napoli, martirizzato con la decapitazione nel lontano 305. Secondo le credenze popolari il miracolo consiste nella liquefazione del sangue del Santo, contenuto dentro un’ampolla. Ebbene proprio domenica 19 settembre, alle ore 10, l’arcivescovo di Napoli ha annunciato a tutti i fedeli l’avvenuta liquefazione del sangue di San Gennaro. Che possa essere di buon auspicio per tutti!

    La settimana appena passata è stata carica di avvenimenti e di sviluppi anche in Albania. Sabato scorso, 18 settembre, hanno giurato, nelle mani del presidente della Repubblica, il primo ministro e i ministri del nuovo governo. Il terzo dell’attuale primo ministro, con un mandato avuto dopo le elezioni del 25 aprile scorso. Il nostro lettore è stato, a più riprese, informato della compravendita dei voti, ben organizzata e attuata molto prima di quelle elezioni, nonché delle manipolazioni e dei brogli elettorali, con il determinante ed onnipresente supporto della criminalità organizzata. Brogli e manipolazioni simili a quelli in Bielorussia durante le elezioni presidenziali del 9 agosto 2020. Ma anche come quelli durante le sopracitate elezioni svoltesi in Russia. I simili si somigliano! E guarda caso, prima che fosse diramato il risultato ufficiale delle elezioni del 25 aprile scorso in Albania, al “vincente” primo ministro sono arrivati gli auguri in lingua inglese, all’inizio dall’ambasciatatrice statunitense a Tirana e poi anche dal Segretario di Stato statunitense. Proprio da lui che nel suo sopracitato messaggio considerava le elezioni libere ed oneste come “delle pietre di fondamenta di una sana democrazia e un diritto per tutti”!

    Giovedì scorso, 16 settembre, il capo storico del partito democratico albanese, allo stesso tempo ex presidente della Repubblica ed ex primo ministro, ha avviato la sua campagna per ripristinare la dignità dei membri del partito e i loro diritti previsti dallo Statuto, ma da anni ignorati da colui che ha usurpato e dirige il partito dal 2013. Si tratta del maggior partito dell’opposizione, ma che, purtroppo, disorganizzato e perdente com’è, rappresenta semplicemente un’opposizione di facciata e molto comoda per la propaganda del primo ministro. L’autore di queste righe ha spesso informato il nostro lettore di tutto ciò, nonché delle ingerenze arroganti e del tutto inadeguate da parte dei rappresentanti diplomatici in Albania, quelli statunitensi in primis. Compresa anche una decisione presa dal Segretario di Stato americano alcuni mesi fa. La stessa persona che, come sopracitato, ha diffuso mercoledì scorso il messaggio in occasione della Giornata internazionale della Democrazia. Si tratta di ingerenze e decisioni che violano, tra l’altro, la stessa Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche. L’autore di queste righe ha trattato il caso per il nostro lettore anche la scorsa settimana (Meglio perderli che trovarli; 13 settembre 2021).

    Chi scrive queste righe pensa che in queste condizioni la campagna avviata giovedì scorso dal capo storico del partito democratico albanese potrebbe rappresentare una svolta positiva per il partito e per gli albanesi in generale. Ad ogni modo, visto quanto è accaduto e sta accadendo in ogni parte del globo, si potrebbe dire: paese che vai, realtà che trovi. Ma, fatti alla mano però, si potrebbe dire anche: tutto il mondo è paese. Chi scrive queste righe è convinto che quanto sta accadendo in queste ultime settimane in Albania ha a che fare con una cosa basilare per ogni società: o la sopravvivenza e il consolidamento della democrazia, oppure il giogo della dittatura. Purtroppo in Albania questa è la drammatica, preoccupante, pericolosa e sofferta realtà. Perciò suonano attuali e importanti le parole di Oscar Wilde, secondo il quale se non si parla di una cosa è come se non fosse mai accaduta. Si dà realtà alle cose solo quando se ne parla.

  • Twitter ban in Nigeria to end ‘very soon’, information minister says

    ABUJA, Sept 15 (Reuters) – Nigeria said on Wednesday it expects to end its ban on Twitter in a “few more days”, raising hopes among users eager to return to the social media platform three months after the suspension took effect.

    The ban, announced in June, has hurt Nigerian businesses and drawn widespread condemnation for its damaging effect on freedom of expression and the ease of doing business in Africa’s most populous nation.

    But Information Minister Lai Mohammed told a post cabinet media briefing the government was aware of the anxiety the ban had created among Nigerians.

    “If the operation has been suspended for about 100 days now, I can tell you that we’re just actually talking about a few, just a few more days now,” Mohammed said without giving a time frame.

    When pressed further, Mohammed said authorities and Twitter officials had to “dot the I’s and cross the T’s” before reaching a final agreement.

    “It’s just going to be very, very soon, just take my word for that,” he said.

    The government suspended Twitter after it removed a post from President Muhammadu Buhari that threatened to punish regional secessionists.

    It was a culmination of months of tension. Twitter Chief Executive Jack Dorsey’s posts encouraging donations to anti-police brutality protests last October and Twitter posts from Nnamdi Kanu, a Biafran separatist leader currently on trial in Abuja, infuriated authorities.

    Last month, Mohammed told Reuters the Twitter ban would be removed before the end of this year, adding that the government was awaiting a response on three final requests made of the social media platform.  The ban is just one area of concern for free speech advocates. Nigeria dropped five spots, to 120, in the 2021 World Press Freedom Index compiled by Reporters Without Borders, which described Nigeria as one of the most dangerous and difficult West Africa countries for journalists.

    Reporting by Felix Onuah, Writing by MacDonald Dzirutwe, Editing by William Maclean

  • Russi alle urne il 17-19 settembre per il Parlamento

    Conto alla rovescia per l’avvio del processo elettorale che dovrà rinnovare il Parlamento russo. Dal 17 al 19 settembre, infatti, si apriranno le urne, fisiche e virtuali, per scegliere i 450 deputati della Duma, la camera bassa, nonché una serie di rappresentanti regionali. Il partito di Vladimir Putin, Russia Unita, nei sondaggi è al minimo storico, in termini di gradimento. D’altro canto, l’opposizione “non sistemica” – ovvero quella extra-parlamentare – è stata letteralmente azzerata dall’ondata di repressioni scatenata negli ultimi mesi: il movimento fondato da Alexei Navalny è stato dichiarato estremista e tutte le figure apicali sono scappate all’estero. Chi è rimasto non è stato ammesso alle liste. Ciononostante, il passaggio è delicato. Perché racconterà molto di come si gestisce il potere al tempo del crepuscolo di Putin.

    Intanto i numeri. Secondo l’istituto demoscopico VTsIOM, finanziato dallo stato, il blocco di governo non ha registrato più del 30% di favori da giugno. Il colpo di grazia fu la contestata riforma delle pensioni del 2018; poi la stagnazione economica, la riduzione del reddito disponibile e ora l’inflazione (sopra il 6%) hanno scosso duramente gli estimatori dello zar (che comunque gode di un gradimento personale ben più alto del suo partito). Putin è corso ai ripari, varando un pagamento straordinario di 10mila rubli per i pensionati e di 15mila per militari e forze dell’ordine (così come altre categorie di dipendenti pubblici). Una sorta di ‘stecca’ elettorale per addolcire gli animi. In più a guidare il listone nazionale ci sono pesi massimi come il ministro della Difesa Serghei Shoigu e il ministro degli Esteri Serghei Lavrov.

    Dettagli, concordano gli esperti. “I sondaggi di Russia Unita sono pessimi ma non ha molta importanza”, ha detto al Moscow Times Alexei Mukhin, direttore del Centro di Informazione Politica, think tank legato al Cremlino. “Man mano che Putin assumerà un ruolo più attivo nelle ultime settimane, il suo sostegno aumenterà”. Ad essere meno accomodante è invece Andrei Kolesnikov, capo del programma di politica interna russa presso il Carnegie Moscow Center. “Tutto sta andando molto bene per il Cremlino”, ha commentato. “La strada verso le elezioni doveva essere spianata con le epurazioni della società civile, dei media indipendenti e degli oppositori politici: la strategia si è dimostrata molto efficace”.

    Al di là di Navalny, la mannaia del Cremlino in effetti ha colpito ovunque, bollando come indesiderabili o agenti stranieri sia testate indipendenti del calibro di Dozhd sia ong come Golos, da tempo impegnate nel monitorare il corretto svolgimento delle elezioni. L’obiettivo è confermare la maggioranza schiacciante dei due terzi della Duma e, dunque, si temono brogli su larga scala.

    A impensierire è soprattutto (ma non solo) il voto elettronico. Oltre a Mosca in altre 6 regioni sarà permesso e tra queste figura l’oblast di Rostov, compresi i residenti delle Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk con passaporto russo. Ovvero una riserva di voti, circa 600mila, difficilmente controllabili. “Se i numeri non torneranno alle urne li faranno tornare col sistema elettronico”, confida un candidato del Partito Comunista. Detto questo, Russia Unita non può accaparrarsi tutti i seggi. Sarà dunque interessante capire chi e dove, tra i singoli candidati, riuscirà a passare il filtro. E dunque se il potere permetterà un minimo di (fisiologico) dissenso. In caso contrario, sarà l’occupazione definitiva delle istituzioni da parte del blocco putiniano.

  • Libertà vo cercando

    “Libertà vo cercando, che è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta”: nel Purgatorio di Dante sono queste le parole che Virgilio rivolge a Catone Uticense.

    Mai come in questo anno, che commemora Dante Alighieri e che vede l’Italia, come gran parte del resto del mondo, combattere ancora contro la pandemia, questa parole dovrebbero ricordare a tutti che per difendere la propria libertà non si può mettere a rischio la libertà e la salute degli altri. I nostri diritti individuali trovano confine nel rispetto dei diritti altrui, della collettività. Chi dimentica questo, sia che si tratti di un politico, di un giornalista, di una persona immagine o di un semplice cittadino, si mette fuori da quell’ordine sociale che ha dato vita, e tiene in vita, la democrazia. Tutte le polemiche e le proteste messe in essere in questi giorni, in totale spregio di qualunque misura cautelare contro il diffondersi del virus, dimostrano come intolleranza, ignoranza, disprezzo degli altri e confusione mentale si stiano diffondendo in una società che preferisce sposare acriticamente qualunque falsa notizia che appaia sulla rete che tenere conto della realtà. Una realtà tragica che, in questi lunghissimi mesi, ha visto morire 127.971 persone ed altre decine di migliaia a non essere completamente guarite e ancora portatrici di patologie gravi ed invalidanti. Una società che sembra accettare che battere la gran cassa dei propri personali interessi sia consentito a prescindere dalle conseguenze che ci saranno e dove l’intolleranza è alleata alla stupidità di chi, per non mettere la mascherina, mette a rischio gli altri e se stesso, salvo poi pretendere di essere curato a spese di tutti, in ospedale. La libertà individuale, se non si svolge un’attività che porta a contatto con gli altri, dà diritto a non vaccinarsi, a non mettere la mascherina, a non lavarsi le mani ma, in questo caso, il diritto alla libertà di tutti gli altri deve imporre che chi non accetta le regole comuni deve starsene a casa sua fino alla fine della pandemia, deve pagarsi le spese sanitarie, se contrae il virus, deve rispondere, a termini di legge, se ha infettato altri e procurato danni ai singoli o alla collettività.

    Avvilisce che per alcuni il vaccinarsi o meno sia diventato un elemento divisivo che porta a vere manifestazioni di violenza, non solo verbale, e a posizioni pseudo politiche e pseudo culturali che danneggiano una vita civile e relazionale corretta. Anche questi sono tra i danni del covid. Tra i possibili scenari invece ottimisti quello che questa pandemia possa portarci ad affrontare più preparati il futuro, partendo dalla Medicina del territorio, dalla prevenzione ed organizzazione a monte, dal controllo globale sulle ricerche scientifiche per evitare quelle scorrette e pericolose, dallo scambio tempestivo di informazioni utili ad una maggior serietà e consapevolezza di tutti coloro che, a vario titolo, si occupano della cosa pubblica, dalla gestione delle reti all’informazione, dalla politica, all’economia, alla cultura.

  • Il green pass e la presunta libertà perduta

    Le polemiche sul Green Pass e, soprattutto, le argomentazioni dei focosi oppositori dovrebbero preoccupare gli antropologi perché sono evidenti espressioni di una collettiva, sebbene per fortuna fortemente minoritaria mutazione della capacità di comprendere il senso logico dei ragionamenti e il nesso tra cause ed effetti dei comportamenti umani.

    A parte la sempre inevitabile strumentalità di alcuni contestatori, appare infatti evidente la profonda convinzione della maggioranza di questi delle proprie ragioni, specie sotto il profilo del dettato costituzionale della tutela della propria libertà.

    Ecco perché è doveroso spiegare, fino allo sfinimento se necessario, che non è assolutamente vero che il Green Pass produrrebbe discriminazioni tra i cittadini, mentre al contrario la sua mancanza le determinerebbe senz’altro. Infatti non c’è nessuna discriminazione in un Paese in cui si rispetta, forse perfino al di là di ogni oggettiva ragionevolezza, il diritto a non vaccinarsi, mentre ovviamente non si può penalizzare chi sceglie di vaccinarsi, rendendolo uguale a chi non accetta di farlo. Questa sarebbe appunto una discriminazione inaccettabile. Non è il caso di ricordare che il rifiuto a vaccinarsi, con la sola eccezione di impedimento sanitario a farlo, è un atto di asocialità perché oltre ad esporre il non vaccinato ai rischi dell’infezione, lo rende oggettivamente responsabile della salute altrui e questo comporta che un atto di libertà non può costituire nocumento per altre persone. Ma che un non vaccinato possa invocare i diritti costituzionali alla parità di trattamento, oltre che sbagliato, appare come una pretesa ingiustificata. I vaccinati hanno il sacrosanto diritto di accedere a qualsiasi luogo desiderino in assoluta sicurezza, senza la preoccupazione di essere insidiati da potenziali untori non vaccinati. Quindi il grido di libertà per tutti senza presunte discriminazioni della Meloni è sbagliato e politicamente scorretto, ed ha solo la funzione di adescare i pasdaran no vax a caccia di protettori delle loro pretese.

    Gli oppositori del Green Pass, nelle loro analisi basate su slogan senza supporti di contenuti scientifici né logici, ignorano o sottovalutano la pericolosità del Covid che, a parte la letalità, lascia al 10-15% di infettati conseguenze gravi riconosciute come patologie da “Long Covid”, che durano anche oltre sei mesi dopo la guarigione, e perfino patologie permanenti gravi o gravissime con conseguenti costi enormi per la collettività.

    Per tutte queste ragioni si impongono le limitazioni del Green Pass, che non sono punizioni, ma misure di contenimento della pandemia a chi non vuole per sua scelta l’immunità e quindi rimane soggetto a rischio. Ma poi dove sarebbe lo scandalo? Il vaccino è lo strumento riconosciuto per tornare liberi a fare una vita normale, chi lo rifiuta, rinuncia a tornare alla vita normale. E’ come se un dipendente pubblico con la licenza elementare protestasse per ottenere l’incarico di dirigente, per il quale occorre la laurea. Si tratta di una condizione e la libertà non solo non si può invocare a difesa, ma proprio perché essendo la carenza del titolo frutto di libera scelta è stata pienamente rispettata. Inoltre è assolutamente noto che il vaccino non esclude in assoluto il rischio di infezione, ma lo limita fortemente e, soprattutto, ne esclude totalmente il pericolo di mortalità. E su questo nessuno ha mai mentito. Sono stati sempre noti infatti i livelli di immunizzazione dei vaccini, le cui percentuali mai sono state superiori al 94-95%, che non è il 100%. Per questo è strumentale il tentativo di ridicolizzare i vaccini sostenendo con le battutine la loro inutilità. Senza i vaccini, almeno fino a quando non si troveranno cure efficaci per sconfiggere il virus, non c’è libertà e ritorno alla normalità per nessuno. Ma è proprio per questo che occorre che tutti si vaccinino e chi non lo vuole fare sia necessariamente assoggettato ad un regime diverso rispetto a chi invece accetta di farlo. Ecco perché insegnanti e studenti debbono essere vaccinati, perché le scuole devono riaprire ed operare in presenza, ma non possono in alcun caso diventare focolai per la diffusione del contagio.

    Per fortuna che al governo c’è Draghi, e non i soliti sensali della politica italiana, che ha istituito il Green Pass, ma deve fare di più e cioè estenderlo ai viaggi in treno, in aereo e nei mezzi di trasporto in generale e introdurre l’obbligatorietà del vaccino, dopo quella del personale sanitario, anche al personale della scuola, insegnante ed ausiliario, agli alunni dai 12 anni in su ed a tutte le categorie che hanno rapporti e contatti con il pubblico.

    Questo è il senso vero di un Paese ordinato, con un governo che tutela i diritti fondamentali dei cittadini come sancito dalla Costituzione, che stabilisce le norme a tutela della salute pubblica e la loro applicazione, con tutti i necessari controlli e relative sanzioni e che garantisce anche la libertà a chi, per sua scelta, rifiuti l’unico strumento di liberazione dal virus e dal rischio di morte, ma con le limitazioni imposte dal buon senso e dal principio etico che la libertà di ciascun cittadino finisce dove comincia la libertà degli altri.

    *Già sottosegretario ai BB.AA.CC.

  • Anche i libri per bambini di Hong Kong nel mirino del regime di Pechino

    Anche i testi illustrati per bambini sono finiti nelle strette maglie della sicurezza nazionale di Hong Kong. La polizia ha arrestato cinque associati dell’Unione generale dei logopedisti, una sigla sindacale locale, a causa di “tre libri sediziosi” per bambini con pecore sospettate di incitare all’odio verso i governi dell’ex colonia e di Pechino, rappresentati dai lupi.

    Il sovrintendente senior Steve Li del dipartimento della Sicurezza nazionale ha spiegato le ragioni alla base delle accuse con le pecore identificate con la gente di Hong Kong, mentre nelle storie compaiono a un certo punto i lupi famelici che, nell’interpretazione, sono ritenuti essere la Cina. “Un libro mostrava le pecore molto pulite e i lupi molto sporchi. Ha cercato di accusare la Cina di aver portato il virus”, ha detto Li in una surreale conferenza stampa. Le prefazioni in due dei tre testi collegano le storie alle proteste contro il governo del 2019 e, sul punto, Li ha specificato che le pubblicazioni mirano a glorificare la violenza e ad incitare i bambini a odiare il governo e la magistratura della città. Un’altra storia alluderebbe a uno sciopero tenuto dagli operatori sanitari all’inizio del 2020 per cercare di fare pressione sul governo sulla chiusura delle frontiere con la Cina a causa della pandemia del Covid-19. “Il libro mostrava che le pecore erano molto pulite e i lupi molto sporchi. Ha cercato di accusare la Cina di aver portato il virus – ha osservato -. I libri, per esempio, mostravano i lupi mentre gettavano spazzatura e sputavano dappertutto”.

    Le persone arrestate sono due uomini e tre donne di età compresa tra i 25 e i 28 anni con l’accusa di aver cospirato per la pubblicazione di materiale sedizioso, tra cui il presidente il vicepresidente, il segretario e il tesoriere dell’Unione.

    Li ha invitato i genitori e i distributori a liberarsi dei libri incriminati: “Tutte le pubblicazioni sono rivolte a bimbi di età compresa tra i 4 e i 7 anni, età cruciale per sviluppare la conoscenza morale ed etica. Insegnando loro che il bianco è nero e il nero è bianco, con quali valori cresceranno? Potrebbero finire per avere intenzioni criminali”, ha azzardato il sovrintendente, non escludendo altri arresti.

    La Confederazione dei sindacati (CTU) pro-democrazia ha espresso forte preoccupazione per il caso, ritenuto il segnale di un’escalation volta a strangolare la libertà di espressione, nonché “una campana a morto per la libera creazione artistica. Oggi un libro per bambini è definito sedizioso. Domani qualsiasi metafora potrebbe essere letta come tale”, ha affermato la CTU in una nota. “Questo spiega anche perché molti creatori si autocensurano, ritirando le loro opere dagli scaffali. Il caso mostra ancora una volta come la legge sia stata usata dalle autorità per diffondere la paura”.

    Intanto il tribunale di West Kowloon ha negato la libertà su cauzione a quattro ex alti dirigenti dell’Apple Daily, il tabloid pro-democrazia fondato da Jimmy Lai e costretto alla chiusura il 24 giugno, accusati di aver violato la legge sulla sicurezza nazionale. L’editore associato Chan Pui-man, il capo editoriale della sezione di notizie in inglese Fung Wai-kong, il caporedattore esecutivo Lam Man-chung e l’editorialista Yeung Ching-kei devono rispondere di cospirazione e collusione con le forze straniere per il fatto di aver chiesto sanzioni contro Hong Kong e la Cina.

  • Xi Jinping in visita in Tibet, 31 anni dopo Jiang Zemin

    Dopo più di un decennio, Xi Jinping è tornato a Lhasa, la capitale del Tibet, alla guida di una delegazione ufficiale, nel 70° anniversario dell’invasione della regione da parte delle truppe comuniste, un evento celebrato a Pechino come “pacifica liberazione”. Si tratta della prima visita di Xi da presidente della Repubblica popolare: il primo e ultimo leader cinese in carica a recarvisi era stato Jiang Zemin, nel 1990.

    L’agenzia Xinhua, ha riferito che Xi è arrivato ieri a Lhasa dopo aver visitato il giorno prima Nyingchi, nel Sud verso il sensibile confine con l’India, anche nota come la Svizzera del Tibet, per le sue valli fluviali e gole alpine. Nel filmato diffuso dall’emittente statale Cctv, lo si vede salutare una folla con costumi etnici e con in mano bandiere cinesi mentre scende dall’aereo, accolto da tappeto rosso e da danze tradizionali. “Tutte le regioni e le genti di tutte le etnie in Tibet marceranno verso una vita felice”, ha promesso il presidente.

    Sebbene sia arrivato all’aeroporto di Nyingchi Mainling, la sua visita non è stata menzionata sui media ufficiali per alcuni giorni. Dopo un “caldo benvenuto da parte di quadri e folle di tutti i gruppi etnici”, racconta Cctv, Xi è andato al ponte sul fiume Nyang per valutare la situazione ecologica e ambientale di questo corso d’acqua e del fiume Yarlung Tsangpo. Il presidente ha anche visitato il locale Museo dell’urbanistica e altre aree per esaminare la pianificazione dello sviluppo urbano, la rivitalizzazione rurale e la costruzione di parchi urbani. E’ stato anche alla stazione ferroviaria di Nyingchi per conoscere la pianificazione della ferrovia Sichuan-Tibet prima di prendere un treno per Lhasa, la capitale del Tibet, e anche città più in alto del mondo, 3.656 metri sopra il livello del mare. Qui, è stato accompagnato dal capo del partito comunista locale, Wu Yingjie, in una passeggiata nel quartiere Bakhor, vicino al tempio Jokhang, tra una massiccia presenza di forze di sicurezza.

    Xi aveva visitato già due volte la regione autonoma dove Pechino è accusata a livello internazionale di perseguire il rafforzamento della sua presenza militare e politiche di assimilazione etnica e culturale: nel 1998, in veste di capo del partito della provincia del Fujian e nel 2011, come vicepresidente. In quest’ultima occasione, aveva commemorato a Lhasa quella che definisce “la pacifica liberazione del Tibet” e promesso di combattere le “attivita’ separatiste” legate al Dalai Lama, il leader spirituale buddista in esilio in India dal 1959 e contro la cui influenza sul Tibet la Cina ha combattuto per anni, investendo massicciamente nella regione dopo le proteste del 2008 contro il regime comunista. A oggi, le manifestazioni sono praticamente scomparse, fatta eccezione per i tragici gesti di alcuni monaci buddisti, fedeli al Dalai Lama, che negli ultimi anni si sono dati fuoco per protesta.

    A differenza delle precedenti visite, questa volta Xi ha spostato l’attenzione dalla questione separatismo e sicurezza interna, ai dossier interni puntando sui temi della stabilità e dello sviluppo. Secondo Junfei Wu, vice direttore del think tank Tianda Institute di Hong Kong, “l’adattamento del buddismo tibetano alla società socialista” e il rafforzamento dell’unità etnica, con la promozione di un’educazione ideologica, sono le priorità di Xi in Tibet. “La sinizzazione delle religioni è già una pietra angolare della politica religiosa del governo centrale per forgiare una identità cinese comune”, ha spiegato l’analista, citato dal South China Morning Post, “è portata avanti non solo in Tibet ma anche in Xinjiang e Mongolia Interna”. Sul fronte dello sviluppo, invece, Xi è intenzionato ad attuare grandi progetti di infrastrutture per spingere la crescita economica e l’occupazione nella regione. I dati ufficiali mostrano che il settore pubblico impiega oltre il 40% della forza lavoro tibetana e gli analisti osservano che è necessario rivedere il modello di sviluppo per renderlo più sostenibile.

  • La Corte di giustizia europea giudica lecito vietare il velo islamico sul luogo di lavoro

    Il divieto di indossare il velo islamico al lavoro “può essere giustificato dall’esigenza del datore di lavoro di presentarsi in modo neutrale nei confronti dei clienti o di prevenire conflitti sociali”, tuttavia “tale giustificazione deve rispondere a un’esigenza reale del datore di lavoro”. E’ quanto ha deciso la Corte di giustizia dell’Unione europea pronunciandosi sul ricorso di due cittadine musulmane in causa con i propri datori di lavoro per il loro abbigliamento.

    Le due ricorrenti, impiegate presso società di diritto tedesco in qualità di educatrice specializzata l’una e consulente di vendita e cassiera l’altra, indossavano un velo islamico sul loro rispettivo luogo di lavoro. Considerando che l’uso di un tale velo non corrispondeva alla politica di neutralità politica, filosofica e religiosa perseguita nei confronti dei genitori, dei bambini e dei terzi, la Wabe eV, datore di lavoro della prima, le ha chiesto di togliere il velo e, a seguito del rifiuto di quest’ultima, l’ha provvisoriamente sospesa, per due volte, dalle sue funzioni, rivolgendole nel contempo un’ammonizione. La Mh Muller Handels GmbH, datore di lavoro della seconda ricorrente, da parte sua, a fronte del rifiuto di quest’ultima di togliere il velo sul luogo di lavoro, l’ha dapprima assegnata a un altro posto che le consentiva di portare il velo, poi, dopo averla mandata a casa, le ha ingiunto di presentarsi sul luogo di lavoro priva di segni vistosi e di grandi dimensioni che esprimessero qualsiasi convinzione religiosa, politica o filosofica.

    Dopo i ricorsi ai tribunali nazionali, i due casi sono finiti alla Corte di giustizia. In particolare, alla Corte è stato chiesto se una norma interna di un’impresa, che vieta ai lavoratori di indossare sul luogo di lavoro qualsiasi segno visibile di convinzioni politiche, filosofiche o religiose costituisca, nei confronti dei lavoratori che seguono determinate regole di abbigliamento in ragione di precetti religiosi, una discriminazione diretta o indiretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali; a quali condizioni l’eventuale differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali che discende da una tale norma possa essere giustificata e quali siano gli elementi da prendere in considerazione nell’ambito dell’esame del carattere appropriato di una tale differenza di trattamento.

    Nella sua sentenza, pronunciata in Grande Sezione, la Corte precisa in particolare a quali condizioni una differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali, derivante da una tale norma interna, possa essere giustificata.

    La Corte rileva che il fatto di indossare segni o indumenti per manifestare la religione o le convinzioni personali rientra nella “libertà di pensiero, di coscienza e di religione”. Peraltro, la Corte ricorda la sua giurisprudenza in base alla quale una tale norma non costituisce una discriminazione diretta ove riguardi indifferentemente qualsiasi manifestazione di tali convinzioni e tratti in maniera identica tutti i dipendenti dell’impresa, imponendo loro, in maniera generale e indiscriminata, una neutralità di abbigliamento che osta al fatto di indossare tali segni.

    La Corte ritiene che tale constatazione non sia rimessa in discussione dalla considerazione che taluni lavoratori seguono precetti religiosi che impongono di indossare determinati indumenti. Infatti, se è vero che una norma come quella summenzionata è certamente idonea ad arrecare particolare disagio a tali lavoratori, detta circostanza non incide in alcun modo sulla constatazione in base alla quale tale medesima norma, che rispecchia una politica di neutralità dell’impresa, non istituisce in linea di principio una differenza di trattamento tra lavoratori basata su un criterio inscindibilmente legato alla religione o alle convinzioni personali.

    Nel caso di specie, la norma controversa sembra essere stata applicata in maniera generale e indiscriminata, dato che il datore di lavoro interessato ha del pari chiesto e ottenuto che una lavoratrice che indossava una croce religiosa togliesse tale segno. La Corte giunge alla conclusione che, in tali condizioni, una norma come quella controversa nel procedimento principale non costituisce, nei confronti dei lavoratori che seguono determinate regole di abbigliamento in applicazione di precetti religiosi, una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali. In secondo luogo, la Corte rileva, anzitutto, che la volontà di un datore di lavoro di mostrare, nei rapporti con i clienti, una politica di neutralità politica, filosofica o religiosa può costituire una finalità legittima. La Corte precisa, però, che tale semplice volontà non è di per sé sufficiente a giustificare in modo oggettivo una differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali, dato che il carattere oggettivo di una siffatta giustificazione può ravvisarsi solo a fronte di un’esigenza reale di tale datore di lavoro. Gli elementi rilevanti al fine di individuare una tale esigenza sono, in particolare, i diritti e le legittime aspettative dei clienti o degli utenti e, più nello specifico, in materia di istruzione, il desiderio dei genitori di far educare i loro figli da persone che non manifestino la loro religione o le loro convinzioni personali allorché sono a contatto con i bambini.

  • Cuban YouTuber says she is being taken away by state security during live interview

    During her conversation with Spain’s Canal 4, Dina Fernandez interrupted the interview saying “the state’s security forces are here. I have to go”.

    (CNN) Cuban YouTuber Dina Fernandez, known as Dina Stars, said she was being taken away by Cuban state security forces in Havana during a live interview on Tuesday.

    Fernandez was being interviewed, along with singer Yotuel, by Spanish broadcaster Canal 4 about the unprecedented anti-government protests in which thousands of people took to the streets across the communist-run island on Sunday.

    During the conversation, Fernandez interrupted the interview saying “the state’s security forces are here. I have to go,” then handed off her computer to a friend who took it to another room, keeping the camera and microphone on. Male voices can be heard in the background, though it is unclear what they are saying.

    Moments after, the YouTuber returns and tells the interviewer she’s been asked to come with who she said were police officers, adding that the Cuban government is now responsible for her whereabouts.

    No security forces are seen from the video and Fernandez does not appear to be forcibly taken away.

    “I hold the government responsible for anything that could happen to me. I have to go.”

    Fernandez then is asked if she is being detained. She responds, “I don’t know. They told me to come along with them.”

    CNN has contacted the Cuban authorities regarding Fernandez, with no response so far.

    Anti-government activists in the country say that more than 100 people have been arrested or are missing on the island following widespread protests on Sunday.

    The Movimiento San Isidro, which advocates for greater artistic expression in Cuba, published a list of activists that it said were believed to have been detained by authorities.

    Among the detainees is journalist Camila Acosta, according to Spain’s Foreign Minister Jose Manuel Albares, who called for her release. Acosta writes for the ABC newspaper in Madrid, the Spanish capital.

    One person died during clashes with police on Monday, Cuba’s Ministry of Interior said Tuesday, according to state-run Radio Rebelde.

    The Interior Ministry said the man who died and other protesters had attacked officials.

    On Sunday, CNN journalists witnessed multiple people being forcibly arrested and thrown in the back of vans at protests in Havana. Videos of the protest showed demonstrators turning over a police car and throwing rocks at officers.

    The Cuban government has not said how many people were arrested or injured in the disturbances.

    These are the largest protests on the island in decades, triggered by anger at a lack of food and medicine as the country undergoes a grave economic crisis aggravated by the Covid-19 pandemic and US sanctions.

    CNNE’s Kiarinna Parisi contributed to this report.

  • Yemeni model facing unfair trial by rebel authorities – rights group

    A Yemeni actress and model accused of an “indecent act” and drug possession is facing an unfair trial by rebel authorities, Human Rights Watch says.

    Intisar al-Hammadi, 20, who denies the charges, was detained by the Houthi movement’s forces in Sanaa in February.

    Her lawyer alleged she was physically and verbally abused by interrogators, subjected to racist insults, and forced to sign a document while blindfolded.

    Prosecutors also allegedly threatened her with a forced “virginity test”.

    Her lawyer told HRW that he had been prevented from seeing Ms Hammadi’s casefile and was stopped from representing her when she appeared in court twice earlier this month.

    The Houthis, who have been fighting a war against Yemen’s internationally recognised government since 2015, have not commented on the case.

    Ms Hammadi, who has a Yemeni father and an Ethiopian mother, has worked as a model for four years and acted in two Yemeni TV series.

    She sometimes appeared in photographs posted online without a headscarf, defying strict societal norms in the conservative Muslim country.

    Her lawyer said she was travelling in a car with three other people in Sanaa on 20 February when rebel Houthi forces stopped it and arrested them. Ms Hammadi was blindfolded and taken to a Criminal Investigations Directorate building, where she was held incommunicado for 10 days, he added.

    “Her phone was confiscated, and her modelling photos were treated like an act of indecency and therefore she was a prostitute [in the eyes of Houthi authorities],” the lawyer told HRW.

    According to HRW, Ms Hammadi told a group of human rights defenders and a lawyer who were allowed to visit her in prison in late May that she was forced by interrogators to sign a document while blindfolded. The document was reportedly a “confession” to several offences.

    In March, Ms Hammadi was transferred to the Central Prison in Sanaa, where guards called her a “whore” and “slave”, because of her dark skin and Ethiopian descent, her lawyer said.

    He added that prosecutors halted their plans to force her to undergo a “virginity test” in early May after Amnesty International issued a statement condemning them. The World Health Organization has said that “virginity tests” have no scientific merit or clinical indication and that they are a violation of human rights.

    “The Houthi authorities’ unfair trial against Intisar al-Hammadi, on top of the arbitrary arrest and abuse against her in detention, is a stark reminder of the abuse that women face at the hands of authorities throughout Yemen,” said Michael Page, HRW’s deputy Middle East director.

    “The Houthi authorities should ensure her rights to due process, including access to her charges and evidence against her so she can challenge it, and immediately drop charges that are so broad and vague that they are arbitrary.”

Back to top button