Libertà

  • La Corte di giustizia europea giudica lecito vietare il velo islamico sul luogo di lavoro

    Il divieto di indossare il velo islamico al lavoro “può essere giustificato dall’esigenza del datore di lavoro di presentarsi in modo neutrale nei confronti dei clienti o di prevenire conflitti sociali”, tuttavia “tale giustificazione deve rispondere a un’esigenza reale del datore di lavoro”. E’ quanto ha deciso la Corte di giustizia dell’Unione europea pronunciandosi sul ricorso di due cittadine musulmane in causa con i propri datori di lavoro per il loro abbigliamento.

    Le due ricorrenti, impiegate presso società di diritto tedesco in qualità di educatrice specializzata l’una e consulente di vendita e cassiera l’altra, indossavano un velo islamico sul loro rispettivo luogo di lavoro. Considerando che l’uso di un tale velo non corrispondeva alla politica di neutralità politica, filosofica e religiosa perseguita nei confronti dei genitori, dei bambini e dei terzi, la Wabe eV, datore di lavoro della prima, le ha chiesto di togliere il velo e, a seguito del rifiuto di quest’ultima, l’ha provvisoriamente sospesa, per due volte, dalle sue funzioni, rivolgendole nel contempo un’ammonizione. La Mh Muller Handels GmbH, datore di lavoro della seconda ricorrente, da parte sua, a fronte del rifiuto di quest’ultima di togliere il velo sul luogo di lavoro, l’ha dapprima assegnata a un altro posto che le consentiva di portare il velo, poi, dopo averla mandata a casa, le ha ingiunto di presentarsi sul luogo di lavoro priva di segni vistosi e di grandi dimensioni che esprimessero qualsiasi convinzione religiosa, politica o filosofica.

    Dopo i ricorsi ai tribunali nazionali, i due casi sono finiti alla Corte di giustizia. In particolare, alla Corte è stato chiesto se una norma interna di un’impresa, che vieta ai lavoratori di indossare sul luogo di lavoro qualsiasi segno visibile di convinzioni politiche, filosofiche o religiose costituisca, nei confronti dei lavoratori che seguono determinate regole di abbigliamento in ragione di precetti religiosi, una discriminazione diretta o indiretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali; a quali condizioni l’eventuale differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali che discende da una tale norma possa essere giustificata e quali siano gli elementi da prendere in considerazione nell’ambito dell’esame del carattere appropriato di una tale differenza di trattamento.

    Nella sua sentenza, pronunciata in Grande Sezione, la Corte precisa in particolare a quali condizioni una differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali, derivante da una tale norma interna, possa essere giustificata.

    La Corte rileva che il fatto di indossare segni o indumenti per manifestare la religione o le convinzioni personali rientra nella “libertà di pensiero, di coscienza e di religione”. Peraltro, la Corte ricorda la sua giurisprudenza in base alla quale una tale norma non costituisce una discriminazione diretta ove riguardi indifferentemente qualsiasi manifestazione di tali convinzioni e tratti in maniera identica tutti i dipendenti dell’impresa, imponendo loro, in maniera generale e indiscriminata, una neutralità di abbigliamento che osta al fatto di indossare tali segni.

    La Corte ritiene che tale constatazione non sia rimessa in discussione dalla considerazione che taluni lavoratori seguono precetti religiosi che impongono di indossare determinati indumenti. Infatti, se è vero che una norma come quella summenzionata è certamente idonea ad arrecare particolare disagio a tali lavoratori, detta circostanza non incide in alcun modo sulla constatazione in base alla quale tale medesima norma, che rispecchia una politica di neutralità dell’impresa, non istituisce in linea di principio una differenza di trattamento tra lavoratori basata su un criterio inscindibilmente legato alla religione o alle convinzioni personali.

    Nel caso di specie, la norma controversa sembra essere stata applicata in maniera generale e indiscriminata, dato che il datore di lavoro interessato ha del pari chiesto e ottenuto che una lavoratrice che indossava una croce religiosa togliesse tale segno. La Corte giunge alla conclusione che, in tali condizioni, una norma come quella controversa nel procedimento principale non costituisce, nei confronti dei lavoratori che seguono determinate regole di abbigliamento in applicazione di precetti religiosi, una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali. In secondo luogo, la Corte rileva, anzitutto, che la volontà di un datore di lavoro di mostrare, nei rapporti con i clienti, una politica di neutralità politica, filosofica o religiosa può costituire una finalità legittima. La Corte precisa, però, che tale semplice volontà non è di per sé sufficiente a giustificare in modo oggettivo una differenza di trattamento indirettamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali, dato che il carattere oggettivo di una siffatta giustificazione può ravvisarsi solo a fronte di un’esigenza reale di tale datore di lavoro. Gli elementi rilevanti al fine di individuare una tale esigenza sono, in particolare, i diritti e le legittime aspettative dei clienti o degli utenti e, più nello specifico, in materia di istruzione, il desiderio dei genitori di far educare i loro figli da persone che non manifestino la loro religione o le loro convinzioni personali allorché sono a contatto con i bambini.

  • Cuban YouTuber says she is being taken away by state security during live interview

    During her conversation with Spain’s Canal 4, Dina Fernandez interrupted the interview saying “the state’s security forces are here. I have to go”.

    (CNN) Cuban YouTuber Dina Fernandez, known as Dina Stars, said she was being taken away by Cuban state security forces in Havana during a live interview on Tuesday.

    Fernandez was being interviewed, along with singer Yotuel, by Spanish broadcaster Canal 4 about the unprecedented anti-government protests in which thousands of people took to the streets across the communist-run island on Sunday.

    During the conversation, Fernandez interrupted the interview saying “the state’s security forces are here. I have to go,” then handed off her computer to a friend who took it to another room, keeping the camera and microphone on. Male voices can be heard in the background, though it is unclear what they are saying.

    Moments after, the YouTuber returns and tells the interviewer she’s been asked to come with who she said were police officers, adding that the Cuban government is now responsible for her whereabouts.

    No security forces are seen from the video and Fernandez does not appear to be forcibly taken away.

    “I hold the government responsible for anything that could happen to me. I have to go.”

    Fernandez then is asked if she is being detained. She responds, “I don’t know. They told me to come along with them.”

    CNN has contacted the Cuban authorities regarding Fernandez, with no response so far.

    Anti-government activists in the country say that more than 100 people have been arrested or are missing on the island following widespread protests on Sunday.

    The Movimiento San Isidro, which advocates for greater artistic expression in Cuba, published a list of activists that it said were believed to have been detained by authorities.

    Among the detainees is journalist Camila Acosta, according to Spain’s Foreign Minister Jose Manuel Albares, who called for her release. Acosta writes for the ABC newspaper in Madrid, the Spanish capital.

    One person died during clashes with police on Monday, Cuba’s Ministry of Interior said Tuesday, according to state-run Radio Rebelde.

    The Interior Ministry said the man who died and other protesters had attacked officials.

    On Sunday, CNN journalists witnessed multiple people being forcibly arrested and thrown in the back of vans at protests in Havana. Videos of the protest showed demonstrators turning over a police car and throwing rocks at officers.

    The Cuban government has not said how many people were arrested or injured in the disturbances.

    These are the largest protests on the island in decades, triggered by anger at a lack of food and medicine as the country undergoes a grave economic crisis aggravated by the Covid-19 pandemic and US sanctions.

    CNNE’s Kiarinna Parisi contributed to this report.

  • Yemeni model facing unfair trial by rebel authorities – rights group

    A Yemeni actress and model accused of an “indecent act” and drug possession is facing an unfair trial by rebel authorities, Human Rights Watch says.

    Intisar al-Hammadi, 20, who denies the charges, was detained by the Houthi movement’s forces in Sanaa in February.

    Her lawyer alleged she was physically and verbally abused by interrogators, subjected to racist insults, and forced to sign a document while blindfolded.

    Prosecutors also allegedly threatened her with a forced “virginity test”.

    Her lawyer told HRW that he had been prevented from seeing Ms Hammadi’s casefile and was stopped from representing her when she appeared in court twice earlier this month.

    The Houthis, who have been fighting a war against Yemen’s internationally recognised government since 2015, have not commented on the case.

    Ms Hammadi, who has a Yemeni father and an Ethiopian mother, has worked as a model for four years and acted in two Yemeni TV series.

    She sometimes appeared in photographs posted online without a headscarf, defying strict societal norms in the conservative Muslim country.

    Her lawyer said she was travelling in a car with three other people in Sanaa on 20 February when rebel Houthi forces stopped it and arrested them. Ms Hammadi was blindfolded and taken to a Criminal Investigations Directorate building, where she was held incommunicado for 10 days, he added.

    “Her phone was confiscated, and her modelling photos were treated like an act of indecency and therefore she was a prostitute [in the eyes of Houthi authorities],” the lawyer told HRW.

    According to HRW, Ms Hammadi told a group of human rights defenders and a lawyer who were allowed to visit her in prison in late May that she was forced by interrogators to sign a document while blindfolded. The document was reportedly a “confession” to several offences.

    In March, Ms Hammadi was transferred to the Central Prison in Sanaa, where guards called her a “whore” and “slave”, because of her dark skin and Ethiopian descent, her lawyer said.

    He added that prosecutors halted their plans to force her to undergo a “virginity test” in early May after Amnesty International issued a statement condemning them. The World Health Organization has said that “virginity tests” have no scientific merit or clinical indication and that they are a violation of human rights.

    “The Houthi authorities’ unfair trial against Intisar al-Hammadi, on top of the arbitrary arrest and abuse against her in detention, is a stark reminder of the abuse that women face at the hands of authorities throughout Yemen,” said Michael Page, HRW’s deputy Middle East director.

    “The Houthi authorities should ensure her rights to due process, including access to her charges and evidence against her so she can challenge it, and immediately drop charges that are so broad and vague that they are arbitrary.”

  • Hong Kong’s largest pro-democracy paper Apple Daily has announced its closure, in a blow to media freedom in the city

    Hong Kong’s largest pro-democracy paper Apple Daily has announced its closure, in a blow to media freedom in the city.

    The tabloid’s offices were raided last week over allegations that several reports had breached a controversial national security law.

    Police detained the chief editor and five other executives, and company-linked assets were frozen.

    The publication had become a leading critic of the Hong Kong and Chinese leadership.

    The Apple Daily management said that “in view of staff members’ safety”, it had decided “to cease operation immediately after midnight” – making Thursday’s publication the final printed edition.

    UK Foreign Secretary Dominic Raab said the paper’s closure was a “chilling blow to freedom of expression in Hong Kong”.

    The digital version of the 26-year old paper will no longer be updated after midnight.

    A separate announcement by publisher Next Digital thanked the readers for their “loyal support” as well as its journalists, staff and advertisers.

    The tabloid has long been a beacon of media freedom in the Chinese-speaking world, and is a widely read and supported by political dissents in Hong Kong.

    Chinese officials have repeatedly said media freedoms in Hong Kong are respected, but are not absolute.

    Ronny Tong, a member of Hong Kong’s government, accused the paper of orchestrating a political stunt in its decision to shut down.

    “People around the world probably will accuse the Hong Kong government of forcing Apple Daily to close down. But the fact of the matter is, they don’t need to,” he told the BBC.

    ‘A knife over your head’

    The closure comes after sustained pressure on the paper from the authorities.

    Apple Daily founder Jimmy Lai, who has long been a critic of the Chinese Communist Party, is already in jail on a string of charges.

    Last Thursday, some 500 police officers raided the publication’s newsroom, saying its reports had breached the city’s new national security law, which makes undermining the government a criminal offence.

    The arrests struck fear in employees at the paper and a number quit the publication soon after.

    An editorial staff member at the paper described the feeling of unease as “having a knife over your head”. “If you don’t leave by yourself, you may be held criminally responsible,” she told BBC Chinese.

    A current affairs reporter for Apple Daily said after last week’s raid: “I had mixed feelings. On one hand, I was angry at the ruthlessness of the regime. I was also sad that Hong Kong might not have Apple Daily but I also felt fear.”

    Police had accused the newspaper of publishing more than 30 articles calling on countries to impose sanctions on Hong Kong and mainland China since 2019.

    They also arrested the editor-in-chief and four other executives at their homes and froze HK$18m ($2.3m; £1.64m) of assets owned by three companies linked to Apple Daily – Apple Daily Limited, Apple Daily Printing Limited and AD internet Limited.

    The paper then said it only had enough cash to continue normal operations for “several weeks”.

    On Wednesday, a 55-year-old man, identified as an Apple Daily columnist, was arrested on suspicion of conspiring to collude with a foreign country or foreign forces, local media reports said.

    What is the national security law?

    China introduced the national security law in Hong Kong last year in response to massive pro-democracy protests that swept through the administrative region.

    The law essentially reduced Hong Kong’s judicial autonomy and made it easier to punish demonstrators and activists. It criminalises secession, subversion and collusion with foreign forces with the maximum sentence life in prison.

    Since the law was enacted in June, more than 100 people have been arrested under its provisions.

  • Contro Minsk adesso azione forte e decisa dopo l’arresto di Protasevich

    Il dirottamento del volo Ryanair Atene-Vilnius con il chiaro intento di far arrestare dalla polizia bielorussa Roman Protasevich, giornalista e oppositore del presidente Alexandr Lukashenko, da tempo dissidente in Polonia, è un atto di estrema gravità che non ha precedenti. Con lui è stata fermata anche la fidanzata russa Sofia Sapega mentre si sa poco di altri quattro cittadini russi fatti scendere insieme alla coppia.

    Il gesto, condannato da tutta la comunità internazionale, compresa l’Unione europea che ha chiesto il blocco dei voli verso Minsk e il divieto di sorvolo dello spazio aereo comunitario per la compagnia Belavia, è ancor più deprecabile se si pensa alla motivazione addotta, ovvero bomba a bordo e minaccia terroristica che ha allarmato i tanti passeggeri che erano a bordo di quel volo.

    Servirà un’azione forte e decisa nei confronti del governo di Minsk perché le accuse contro Protasevich possono portare a 12 anni di carcere e poiché il giornalista è sulla lista nera del terrorismo se accusato di atti terroristici rischia la pena di morte, ancora attiva nel Paese.

  • Bisogna reagire

    Non c’è differenza tra uccidere personalmente e prendere decisioni

    che invieranno altri ad uccidere. È esattamente la stessa cosa.

    Golda Meir

    Da lunedì 10 maggio sono ripresi gli scontri nella Striscia di Gaza. Tutto iniziò alcuni giorni prima, dopo la decisione della Corte Suprema israeliana, il 6 maggio, relativa allo sgombero di alcuni edifici abitati da palestinesi a Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est. Una zona quella che è sotto la giurisdizione israeliana dal 1980. Le proteste cominciate il 6 maggio si trasformarono in seguito in scontri veri e propri tra cittadini ebrei e palestinesi. Il 10 maggio scorso Hamas (organizzazione palestinese politica e paramilitare considerata come organizzazione terroristica da alcune nazioni nel mondo; n.d.a.) ha cominciato ad attaccare diverse città israeliane nella Striscia di Gaza con razzi e missili. In quegli attacchi Hamas è stata affiancata dalla Jijad islamica palestinese (gruppo militante palestinese, considerato come un’organizzazione sospetta di terrorismo; n.d.a.). Come immediata risposta Israele ha cominciato gli attacchi aerei contro obiettivi governativi e militari palestinesi nella Striscia di Gaza, ma anche su edifici civili, dove si sospettava fossero funzionanti degli uffici di Hamas. Gli scontri armati continuano incessanti dal 10 maggio e, ad oggi, secondo l’ultimo bilancio del ministero della Sanità palestinese, sono 218 le vittime palestinesi. Durante questi nove giorni di scontri armati, secondo fonti ufficiali israeliani, sono stati lanciati verso Israele circa 3150 razzi, precisando anche che circa il 90% dei razzi sono stati intercettati dal sistema israeliano di difesa missilistica. Sabato scorso è stata abbattuta anche la Torre dei Media a Gaza, l’edificio dove avevano sede sia l’Associated Press statunitense che l’emittente televisiva satellitare araba al-Jazeera. Nel frattempo gli scontri nella Striscia di Gaza continuano, nonostante le mediazioni diplomatiche di alcuni Paesi e/o organizzazioni internazionali. Domenica 16 maggio, papa Francesco, durante la preghiera della Regina Cæli, ha implorato e pregato per la pace in Terra Santa e in tutta la Striscia di Gaza.

    Il 1o febbraio scorso in Myanmar l’esercito. guidato dal capo delle forze armate birmane, ha preso il potere dopo un colpo di Stato. Sono stati arrestati tutti i massimi dirigenti della maggioranza governativa, compresa Aung San Suu Kyi, il premio Nobel per la Pace. Da allora in Myanmar continuano le proteste e gli scontri tra le forze armate e i cittadini. Domenica 16 maggio, papa Francesco ha celebrato la Santa messa per i cittadini birmani residenti a Roma. Il Santo Padre ha pregato per l’amato popolo birmano. Un popolo segnato e sofferente per la violenta repressione delle manifestazioni in Myanmar, dopo il golpe del primo febbraio scorso, che ha portato al potere la giunta militare. Durante la sopracitata messa un sacerdote birmano ha ricordato, tra l’altro, anche le parole dette da papa Francesco alcuni mesi fa, riferendosi a Suor Anne. La suora, le cui immagini, in ginocchio, davanti alle forze di sicurezza birmane, che scongiurava per la vita dei giovani, hanno commosso tutti. Allora papa Francesco disse: “…Anche io mi inginocchio sulle strade del Myanmar, stendo le braccia e dico cessi la violenza”. Ieri, durante la messa, il sacerdote birmano ha fatto riferimento anche di “certi interessi internazionali” di alcune grandi potenze, che appoggiano il regime dei militari in Myanmar.

    L’autore di queste righe pensa che, sia nel caso degli scontri degli ultimi giorni nella Striscia di Gaza, che nel caso degli scontri tra i cittadini e le forze armate, comprese le strutture paramilitari che appoggiano i golpisti in Myanmar, una parte della responsabilità è anche delle cancellerie occidentali e di quella statunitense. Egli pensa che certe preoccupanti e disumane realtà potevano essere state evitate se determinati atteggiamenti delle cancellerie occidentali sarebbero stati diversi. Purtroppo “certi interessi” economici e geostrategici delle grandi potenze internazionali spesso prevalgono sugli interessi delle popolazioni. Come nella Striscia di Gaza e in Myanmar.  Ed in Myanmar, ma non solo, la Cina, la Russia ed altri Paesi vendono le armi ed hanno diversi interessi. Ragion per cui “tollerano” i regimi! Interessi che hanno portato anche alla “chiusura degli occhi e delle orecchie” sia delle cancellerie occidentali che di certi “rappresentanti” delle istituzioni internazionali, comprese anche quelle dell’Unione europea, di fronte alla restaurazione dei regimi totalitari. Compreso quello in Albania. Hanno chiuso gli occhi e le orecchie di fronte alla galoppante corruzione, alle attività illecite, alla connivenza documentata del potere politico con la criminalità organizzata e tanto altro. Tutto questo perché venga “garantita” una specie di stabilità, a scapito dei cittadini. Ma per loro, chi se ne frega dei cittadini! Essi sono delle pecore, come quelle della Fattoria degli animali, maestosamente descritta da George Orwell. Purtroppo, non di rado, i rappresentanti delle cancellerie occidentali e/o delle istituzioni internazionali, tollerano i nuovi dittatori e poi, con una vergognosa e dannosa “ipocrisia”, parlano di “diritti” e di “democrazia”! Ragion per cui, spesso, loro hanno fatto e stanno facendo di tutto per mettere in piedi e mantenere funzionante la Stabilocrazia in diversi Paesi del mondo. Anche in Albania. L’autore di queste righe ha trattato per il nostro lettore questo argomento (Stabilocrazia e democratura; 25 febbraio 2019).

    Proprio un anno fa, il 17 maggio 2020, è stato barbaramente demolito l’edificio del Teatro Nazionale in Albania. Un edificio, in pienissimo centro di Tirana, dichiarato protetto anche da alcune rinomate istituzioni specializzate internazionali. Le immagini trasmesse dai media in quel 17 maggio 2020 sembravano e somigliavano a quelle che si vedono in questi giorni quando si trasmettono le cronache di guerra dalla Striscia di Gaza. Ma mentre, per esempio, l’abbattimento della Torre dei Media a Gaza tre giorni fa è stata causata dai bombardamenti, quello dell’edificio del Teatro Nazionale a Tirana, proprio un anno fa, è dovuto non a dei bombardamenti, ma da un atto vile e barbaro, voluto, ideato e programmato da anni nella diabolica e perversa mente dell’attuale primo ministro albanese.

    La scorsa settimana Cristiana Muscardini scriveva per il nostro lettore che “…In molti siamo stati inorriditi quando i talebani hanno distrutto i Buddha di Bamiyan o l’Isis ha frantumato il Tempio di Baalshamin a Palmira”. Trattando l’importanza della conservazione dei monumenti e di quanto sta accadendo in questi ultimi anni in varie parti del mondo, compresi anche dei Paesi evoluti, ella, giustamente, si chiedeva “…Di questo passo dovremmo radere al suolo le piramidi perché costruite da schiavi e forse anche gli acquedotti romani per non parlare dei templi non solo dell’Antica Grecia?” (Rimuovere la storia senza contestualizzarla; 12 maggio 2021).

    L’autore di queste righe oggi farà semplicemente riferimento ad alcuni passaggi di quello che ha scritto un anno fa sul vigliacco, scellerato e barbaro abbattimento, nelle primissime ore del 17 maggio 2020 dell’edificio del Teatro Nazionale. Un anno fa l’autore di queste righe informava il nostro lettore: “…Ebbene, da ieri, domenica 17 maggio, prima dell’alba, l’edificio del Teatro Nazionale a Tirana non esiste più. Lo hanno demolito, lo hanno distrutto in fretta e furia, dopo un barbaro e vigliacco assalto notturno di ingenti forze speciali della polizia di Stato ed altre strutture paramilitari. È stata veramente una barbarie, una malvagia opera ideata, programmata e messa in atto finalmente dagli individui delle tenebre”. E poi continuava, scrivendo “…Barbari, come i famigerati militanti fanatici dell’ISIS che, dal 2015 e fino al 2017, hanno distrutto moltissime preziose opere d’arte dell’antica città di Palmira, in Siria. E che avevano minato e fatto saltare in aria tra l’altro, anche il santuario di Baal-Shamin e la cella del tempio di Bell. Con la sola differenza però che hanno usato delle giganti ruspe, invece che della dinamite…” L’autore di queste righe informava il nostro lettore anche del perché di questo barbaro atto: ”…Comunque sia, documenti e fatti accaduti alla mano, la distruzione di quell’edificio è stata sempre motivata da ingenti e continui guadagni finanziari” (I vigliacchi della notte hanno distrutto il Teatro Nazionale; 18 maggio 2020).  Egli lo aveva ribadito già nel giugno 2018, che “Siamo davanti, perciò, ad un affare speculativo edilizio che comporterebbe profitti finanziari elevatissimi. Dei profitti derivati dal riciclaggio di denaro sporco proveniente dai traffici illeciti, aumentati paurosamente in questi ultimi anni (Il tempo è dei farabutti ma….; 18 giugno 2018)”. Egli ribadiva, molto preoccupato, anche che “…Con quell’atto è stato dimostrato pubblicamente che in Albania non esiste più lo Stato di diritto. E non esiste neanche lo Stato legale. In Albania la dittatura ha mostrato tutta la sua brutalità. Quanto è accaduto il 17 maggio scorso è stata un’eloquente dimostrazione e una inconfutabile testimonianza dell’arroganza di una consolidata e funzionante dittatura (Arroganza, abusi e canagliate di una dittatura; 25 maggio 2020).

    Chi scrive queste righe considera e, da tempo, ribadisce come molto significativo il simbolismo della vigliacca e barbara demolizione dell’edificio del Teatro Nazionale in pieno centro di Tirana il 17 maggio 2020, proprio un anno fa. Ma dopo le elezioni del 25 aprile scorso e visto anche quanto sta accadendo in questi ultimi giorni con l’opposizione in Albania, le ragioni per le quali i cittadini devono essere molto preoccupati sono ulteriormente aumentate. Spetta a loro scegliere tra essere pecore ubbidienti, oppure reagire contro il regime. Come in Myanmar.

  • Via la mascherina senza i controlli?

    Togliere la mascherina da subito ai vaccinati? Questa sarebbe la nuova proposta? Chi controllerà per strada, nei luoghi dei noti assembramenti o nei supermercati che coloro che non hanno la mascherina siano veramente già stati vaccinati? Ormai da giorni sono in aumento le persone che non usano alcuna precauzione, a partire proprio dalla mascherina! Prima di dare il via libera, prima di dire che chi è già vaccinati può non usare la mascherina sarebbe più intelligente aspettare qualche settimana, i rischi sono ancora troppi e, soprattutto, sono troppe le persone che fanno le furbe ai danni degli altri e di loro stessi. Il governo, Sileri in testa, pensi prima a trovare il modo di impedire gli assembramenti e di organizzare in modo idoneo i trasporti poi chi è vaccinato ed in possesso dell’idoneo certificato potrà girare senza mascherina e sottostare a quegli adeguati controlli che, auspichiamo, ci saranno.

  • Sri Lankan Cabinet approves proposed ban on burqas in public

    COLOMBO, Sri Lanka (AP) — Sri Lanka’s Cabinet on Tuesday approved a proposed ban on wearing full-face veils including Muslim burqas in public, citing national security grounds, despite a U.N. expert’s comment that it would violate international law.

    The Cabinet approved the proposal by Public Security Minister Sarath Weerasekera at its weekly meeting, Weerasekara said on his Facebook page.

    The proposal will now be sent to the Attorney General’s Department and must be approved by Parliament to become law. The government holds a majority in Parliament and the proposal could easily be passed.

    Weerasekara has called burqas, a garment that covers the body and face worn by some Muslim women, a sign of religious extremism and said a ban would improve national security.

    Wearing of burqas was temporarily banned in 2019 after Easter Sunday suicide bomb attacks killed more than 260 people. Two local Muslim groups that had pledged allegiance to the Islamic State group were blamed for the attacks at six locations — two Roman Catholic churches, one Protestant church and three top hotels.

    Last month, Pakistani Ambassador Saad Khattak tweeted that a ban would hurt the feelings of Muslims. The U.N. special rapporteur on freedom of religion or belief, Ahmed Shaheed, tweeted that a ban would be incompatible with international law and the right to free religious expression.

    Muslims make up about 9% of Sri Lanka’s 22 million people, with Buddhists accounting for more than 70%. Ethnic minority Tamils, who are mainly Hindus, comprise about 15%.

  • Il simbolismo della sedia e i nuovi dittatori

    C’è un limite, oltre il quale la pazienza cessa di essere una virtù.

    Edmund Burke

    Martedì scorso, 6 aprile 2021, ad Ankara si è svolto un vertice, ai massimi livelli, tra l’Unione europea e la Turchia. L’Unione era rappresentata dal presidente del Consiglio Charles Michel e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, mentre la Turchia dal presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan. Durante quel vertice si dovevano trattare, tra l’altro, anche delle importanti questioni che da tempo preoccupano le istituzioni dell’Unione europea, come quelle dei diritti umani e dell’assistenza, in territorio turco, dei rifugiati provenienti dal nord Africa e da altri Paesi. Il vertice però cominciò subito con quello che è stato definito come un “incidente diplomatico”, ossia l’incidente della “sedia mancante” o della “sedia negata”. Chissà se si è trattato realmente di una disattenzione, di una svista casuale, da parte degli addetti del protocollo ufficiale dei padroni di casa, oppure di un voluto e premeditato “avvertimento”? Ma il protocollo ufficiale turco è noto per la sua stretta osservanza delle regole. Allora perché, a quale scopo, quella “poltrona mancante” per la presidente della Commissione europea?! Ormai sono di dominio pubblico le immagini di tutto quello che è accaduto. Si vedono il presidente del Consiglio europeo ed il presidente turco accomodarsi nelle soltanto due poltrone, con dietro le rispettive bandiere. Si vede, però, anche la presidente della Commissione europea, l’unica donna partecipante al vertice, che, non trovando la sua di poltrona, guarda per alcuni secondi gli altri, poi fa un gesto con la mano destra e sembra sentirsi un suo “ehm” di disappunto e di imbarazzo. In seguito lei viene “sistemata” di fianco, su un divano, di fronte al ministro degli Esteri turco, il quale, però, ha uno status inferiore dal punto di vista del protocollo diplomatico. E’ vero che per il protocollo dell’Unione europea, riferendosi alle più alte cariche istituzionali, nell’ambito delle rappresentanze internazionali, il presidente del Consiglio europeo precede il presidente della Commissione, ma è altrettanto vero però, che in tutti i casi precedenti, recentemente accaduti, nei quali i due alti rappresentanti dell’Unione europea sono stati presenti insieme, durante degli incontri internazionali con delle massime autorità nazionali, a loro è stato riservato sempre lo stesso trattamento protocollare, come lo testimoniano anche alcune fotografie, pubblicate dai media dopo l’incidente della “sedia mancante”. Sono fotografie scattate nel 2015, nell’ambito di un vertice dei Paesi del G20, sempre in Turchia e sempre tra l’attuale presidente turco e gli allora presidenti del Consiglio e della Commissione europea. Ebbene, tutti e tre erano seduti nelle loro poltrone, posizionate equidistanti tra di loro. Chissà perché allora quella “disattenzione”, quella “svista protocollare”, il 6 aprile scorso, durante il vertice, ai massimi livelli di rappresentanza, tra l’Unione europea e la Turchia?! E guarda caso, era un vertice durante il quale si doveva trattare anche la recente uscita della Turchia, il 21 marzo 2021, dalla Convenzione di Istanbul, il cui obiettivo è quello di prevenire la violenza contro le donne. Un’uscita quella, molto criticata dalle istituzioni dell’Unione europea. Una “strana coincidenza” però, perché quella Convenzione del Consiglio d’Europa è stata aperta alla firma dei Paesi membri proprio ad Istanbul, nel maggio 2011. Chissà se anche quell’atteggiamento “disattento” del protocollo turco, nei confronti della presidente della Commissione europea, aveva a che fare con quella Convenzione?! Si sa, però, che il presidente turco aveva espresso, anche in precedenza, la sua opinione discriminatoria sulle donne. Ormai è di dominio pubblico la sua opinione, espressa pubblicamente nel 2016 sulle donne; per lui esse sono “prima di tutto delle madri”!

    Dopo il sopracitato incidente diplomatico, sono state diverse le reazioni degli alti rappresentanti delle istituzioni e delle cancellerie europee. E’ stata molto significativa quella, fatta l’8 aprile scorso, dal presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi. “Non condivido assolutamente Erdogan” ha detto Draghi, il quale era “….dispiaciuto moltissimo per l’umiliazione che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dovuto subire “. E poi, riferendosi al presidente turco, ha detto che si tratta di dittatori che bisogna chiamarli “per quello che sono”.

    Il simbolismo della sedia non è stato usato soltanto il 6 aprile scorso, durante il vertice tra L’Unione europea e la Turchia. Quel simbolismo è ormai noto e usato anche prima, ovviamente in ben altri contesti. Lo ha usato nel 1965 il presidente francese Charles de Gaulle. Allora la Commissione della Comunità economica europea aveva avanzato la proposta della costituzione di un mercato agricolo comune e sovranazionale, controllato e finanziato indipendentemente dai Paesi membri. La Commissione aveva proposto anche altre modifiche, che secondo i promotori, dovevano portare ad un rafforzamento, sia del Parlamento europeo che della Commissione stessa. Un’altra proposta, che allora non andava a genio ai rappresentanti della Francia, era la votazione non più all’unanimità, per delle decisioni del Consiglio dei ministri dei Paesi membri della Comunità, bensì la votazione a maggioranza qualificata. Si trattava di proposte che miravano a garantire l’integrazione europea dai Paesi membri e il superamento del carattere nazionale nelle decisioni prese dal Consiglio. Ma tutto ciò non era condiviso dal presidente francese De Gaulle. Per esprimere pubblicamente il suo dissenso e la sua contrarietà usò il simbolismo della sedia. Sì, proprio così. A partire dal 30 giugno 1965 lui decise di lasciare la “sedia vuota”, durante tutte le riunioni della Comunità. Quella sedia rimase “vuota” fino al 29 gennaio 1966 quando tutti gli Stati membri della Comunità firmarono quello che è noto come il compromesso di Lussemburgo. Con quel compromesso veniva confermato il voto all’unanimità quando uno Stato membro riteneva compromesso un suo particolare interesse considerato di grande importanza. Con la firma del compromesso di Lussemburgo finì anche la cosiddetta “crisi della sedia vuota”.

    Il simbolismo della sedia ha suscitato anche la fantasia degli artisti. Ne è una nota espressione la “sedia rotta”, chiamata anche la “sedia a tre gambe”, a Ginevra. Si tratta di una scultura di legno di grandi dimensioni che, messa nella piazza di fronte al Palazzo delle Nazioni, attira sempre l’attenzione dei passanti. La scultura è dedicata alle vittime delle mine antiuomo. E proprio la mancanza di una gamba della sedia simboleggia le gravi conseguenze dell’uso di quelle mine e, più in generale, anche le vittime di guerra. Ovviamente, non sono solo questi i casi in cui viene usato il simbolismo della sedia, ma, riferendosi a quelli sopracitati, si sa il perché della “sedia vuota” usata dal presidente de Gaulle. Si sa benissimo anche il significato del simbolismo della “sedia rotta” a Ginevra. Rimane da sapere il perché della sedia rifiutata alla presidente della Commissione europea, durante il vertice tra l’Unione europea e la Turchia il 6 aprile scorso.

    Nel frattempo in Albania continua la campagna elettorale per le elezioni politiche del 25 aprile prossimo. Il primo ministro sta sfoggiando tutto il suo arsenale degli insulti e delle offese coatte per i suoi avversari. In questa campagna lui sta beneficiando molto anche del dichiarato sostegno del suo “carissimo amico”, il presidente turco, che ha dichiarato di aver garantito fondi per la costruzione di un ospedale e di 522 unità abitative nelle zone colpite dai terremoti del 2019, prima del 25 aprile. Di tutto ciò il nostro lettore è stato ormai informato (Diabolici demagoghi, disposti a tutto per il potere; 18 gennaio 2021). Il presidente turco ha recentemente agevolato anche l’arrivo in Albania di una certa limitata quantità di vaccini cinesi, sempre come sostegno elettorale per il suo “caro amico” albanese. Il presidente turco è stato vicino al primo ministro albanese anche la scorsa settimana, in un periodo di bisogno. Sì, perché la scorsa settimana i controllori di volo dell’unico aeroporto internazionale in Albania, dopo che per quasi un anno le loro richieste sono state ignorate da chi di dovere, usando le clausole previste dalla legge, non si sono presentati al lavoro. Il che ha messo in difficoltà e in agitazione il primo ministro, anche perché si stavano evidenziando, in piena campagna elettorale, degli scandali finanziari del governo. Allora, per sormontare quella imbarazzante situazione, dalla Turchia sono arrivati alcuni crumiri, per sostituire i loro colleghi albanesi. Gli “amici” servono per questo e ben altro.

    Chi scrive queste righe, anche in questo caso, avrebbe avuto bisogno di molto più spazio, per trattare quest’ultimo argomento, nonché le gravi conseguenze dell’operato dei nuovi dittatori. Sia in Turchia che in Albania. Ma lo farà prossimamente. Nel frattempo però, egli è convinto che anche in Albania si potrebbe trattare il simbolismo della sedia. Si potrebbe trattare più che di un simbolismo; si potrebbe trattare la realtà della sedia, anzi, delle sedie impropriamente occupate, delle sedie istituzionali usurpate da persone irresponsabili e pericolose. Come in primo ministro, ma non solo. In Albania è ormai di dominio pubblico la realtà delle sedie occupate e/o usurpate e delle persone attaccate alle sedie istituzionali di qualsiasi tipo e appartenenza. Un simbolismo sui generis quello della sedia in Albania. Ed una realtà molto preoccupante e pericolosa quella dei nuovi dittatori! Dittatori che bisogna considerarli “per quello che sono”! Di fronte a simili realtà, per tutte le persone responsabili, sia in Albania, che nell’Unione europea e nelle cancellerie occidentali, dovrebbe essere un limite, oltre il quale la pazienza cesserebbe di essere una virtù.

  • La Commissione avvia il forum europeo dei mezzi d’informazione con un dialogo sulla sicurezza dei giornalisti

    La Commissione ha avviato un dialogo sulla protezione dei giornalisti nell’UE che coinvolge numerose parti interessate, tra cui i giornalisti e le loro associazioni, società di informazione, rappresentanti dei consigli consultivi dei media, Parlamento europeo, Stati membri, autorità di regolamentazione e partner internazionali.

    Gli omicidi dei giornalisti d’inchiesta Daphne Caruana Galizia e Ján Kuciak avrebbero dovuto essere un campanello d’allarme per l’Unione europea”, ha dichiarato Věra Jourová, Vicepresidente responsabile per i Valori e la trasparenza, che aprirà l’evento. “Tuttavia le minacce e gli attacchi contro i giornalisti sono sempre più numerosi, e sono minacce e attacchi contro la democrazia nel suo complesso. Per la prima volta la Commissione lavora a un’iniziativa dedicata alla sicurezza dei giornalisti che dovrebbe apportare miglioramenti tangibili sul campo.” E Thierry Breton, Commissario per il Mercato interno, ha aggiunto: “La libertà dei media non può essere data per scontata, dobbiamo difenderla attivamente, soprattutto nell’era digitale e con l’accresciuto rischio di attacchi online. Dobbiamo far sì che i giornalisti possano svolgere il loro ruolo cruciale nelle nostre democrazie garantendone la sicurezza quando svolgono il loro lavoro.

    Il dialogo proseguirà fino al 25 marzo nel quadro del forum europeo dei mezzi d’informazione. Si tratta di una tappa fondamentale nell’elaborazione della raccomandazione della Commissione agli Stati membri volta a garantire la protezione dei giornalisti (online e offline) e a combattere gli attacchi basati sul genere e contro le minoranze nell’UE, che sarà presentata più avanti quest’anno.

    Il forum e la raccomandazione fanno parte di una più ampia serie di iniziative volte a fronteggiare le minacce alla libertà e al pluralismo dei media nell’UE, come annunciato nel piano d’azione per la democrazia europea e in particolare per i giornalisti, con un’iniziativa destinata a contrastare l’abuso di azioni legali strategiche tese a bloccare la partecipazione pubblica. Il piano si accompagna al piano d’azione a sostegno della ripresa e della trasformazione dei settori dei media e dell’audiovisivo dell’UE.

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