Libertà

  • La Z di Zorro e la Z di Putin

    Per decenni, per molti, la lettera Z rappresentava la Z di Zorro, quella Z che il cavaliere mascherato tracciava, con il fioretto, sulle divise di coloro che avevano usurpato il potere, affamato il popolo, inculcato la libertà. I poveri dei villaggi, i contadini, i lavoratori forzati nelle miniere avevano trovato in Zorro, sul suo mitico cavallo nero, il loro difensore senza macchia e senza paura che compariva quando c’era qualcuno fa difendere dai soprusi.

    Molti siamo cresciuti con il mito, la leggenda di Zorro, e in tanti avremmo voluto essere come lui quando abbiamo assistito ad ingiustizie che non siamo stati in grado di impedire. Molte generazioni sono nate e cresciute nella convinzione di vivere in una società che, malgrado i tanti difetti e storture, era ormai libera dalle guerre e che la libertà, l’indipendenza, la democrazia, almeno per una larga parte del mondo, fossero acquisite per sempre.

    In questi anni, invece, troppi sono stati indifferenti ai richiami che, metodicamente, altri facevano, anche da questo nostro giornale, per ricordare che proprio libertà, pace, democrazia non sono valori acquisiti, o da enunciare pedissequamente senza comprenderne a fondo i contenuti e gli impegni che comportano per poterle preservare e tramandare. Troppi hanno sproloquiato sui valori senza mai identificarli fino in fondo, senza capire le responsabilità, politiche, economiche, sociali che ciascuno, nel suo vivere quotidiano, si deve assumere, specialmente se ha un ruolo pubblico.

    Troppi hanno preferito gli affari, hanno pensato al loro piccolo o grande orto personale o di gruppo, hanno lasciato che la finanza prevalesse sull’economia, che il guadagno di oggi fosse più importante della protezione del pianeta che, piaccia o non piaccia, risponde a precise, inderogabili leggi di natura.

    Troppi hanno voluto guidare nazioni e mercati ignorando la storia, le realtà geopolitiche, le conseguenze di un progresso che può comportare anche risvolti negativi quando mancano analisi e previsioni, dalla mondializzazione all’uso delle reti, ed hanno, anche da posizioni ideologiche diverse, consentito che si sviluppassero sistemi senza regole.

    Sono state scritte decine di migliaia di carte, trattari internazionali, professioni di pace e sviluppo senza però creare i presupposti per potere concretamente difendere i diritti dei popoli e dei singoli.

    Così siamo  arrivati ai giorni nostri, le certezze di decenni sono state spazzare via da qualche settimana di guerra, i diritti umani, la convenzione di Ginevra, la carta universale dei diritti e quanto altro, sono diventate  parole impotenti davanti ai missili ed alle bombe a grappolo e tutti gli affari che, negli anni, abbiamo fatto con paesi illiberali, violenti, totalitari ci hanno portato ad assistere, più o meno impotenti, al massacro del popolo ucraino e a subire una dipendenza energetica, alimentare, economica che ci mette a rischio tanto quanto il possibile uso delle  armi contro di noi.

    Non possiamo più sperare, come quando eravamo in un mondo dove era chiaro da che parte stava il bene ed il male, la giustizia e l’ingiustizia, nell’arrivo di un moderno Zorro, la Z è diventata il simbolo di una violenza bieca, barbara, efferata, il simbolo della guerra che un uomo, Putin, sta conducendo a tutto campo per inseguire il sogno, antistorico e nefasto, di rendere la  Russia un nuovo impero sempre più vasto per poi, da lì, cercare di cambiare il futuro anche dei paesi fuori dagli immensi confini che sogna.

    La Z di Putin è diventata simbolo del male, del sopruso, ma comincia con la Z anche il nome del presidente ucraino che, in questo momento, con tutti i suoi pregi e difetti, rappresenta il coraggio di un popolo che si batte, fino all’estremo sacrificio, per difendere la propria libertà ed indipendenza. E l’indipendenza dell’Ucraina può significare anche la nostra indipendenza. Questo è il momento per decidere con chi vogliamo stare, senza i troppi distinguo, senza i se e i ma che hanno impedito, fino ad ora iniziative più determinate ed immediate.

    Una parte dell’Ucraina sta cadendo in mano alle milizie di Putin, i morti ed i feriti non si riescono neppure a contare, in parte sono sepolti in fosse comuni o rimasti sotto le macerie delle città, completamente distrutte, ed i bambini, futuro di ogni popolo, sono traumatizzati ed in continuo pericolo mentre noi stiamo a discutere. Da giorni si parla di armi in arrivo ma i giorni passano e a Mariupol, come in altre città, da giorni e giorni mancano cibo ed acqua e ormai non ci sono più munizioni per difendersi. La città, i suoi abitanti, i coraggiosi difensori sono stati lasciati soli senza i mezzi per continuare a contrastare la efferata violenza degli uomini di Putin.

    Di fronte a questo attendismo viene spontaneo pensare che, una volta di più, l’Occidente aspetti gli eventi, prenda decisioni a metà per non precludersi gli affari di oggi e di domani, e quello che sta avvenendo in Germania, sia per l’invio di armi, promesse e in ritardo, che per il gas, ne è un chiaro esempio.

    Si parla di pace, di negoziati, di crimini di guerra e contro l’umanità ma se si vuole uscire veramente dall’ambiguità o tutti i leader europei vanno insieme, domani, da Putin per chiedergli conto di questa guerra e per dire, tutti insieme, che è il momento di fermarsi o, se non si sentono di fare insieme questa ultima, ferma, iniziativa di diplomazia attiva mantengono le promesse fatte e diano ora agli ucraini quel sostegno in armamenti necessario a fermare lo sterminio e la deportazione di un intero popolo. Abbiamo già visto come colpevoli ritardi ci abbiano poi costretto alla Seconda Guerra Mondiale, con milioni di morti che si sarebbero evitati intervenendo prima.

    Certo abbiamo bisogno dell’energia, certo abbiamo bisogno dei cereali e di materie prime ma quello che è più certo di tutto è che gli ucraini hanno bisogno di armi oggi non domani e che anche la nostra futura libertà ha un prezzo da pagare.

  • Tempo di scelta tra la dittatura e la democrazia

    Deve assolutamente esistere una possibilità di togliere

    il potere immediato a chi ne fa cattivo uso.

    Bertrand Russell

    Gli ultimi sviluppi del conflitto in Ucraina, anche durante lunedì, 7 marzo, dimostrano e testimoniano tutta l’aggressività e la crudeltà delle forze d’invasione russa. Nonché dimostrano tutta l’inaffidabilità del presidente russo e dei suoi più stretti collaboratori, facendo riferimento a quanto lui e/o chi per lui dichiarano pubblicamente. Il conflitto, cominciato nelle primissime ore del 24 febbraio scorso, continua, causando ogni giorno centinaia di vittime innocenti e distruggendo tutto con i bombardamenti. I russi non hanno rispettato neanche quanto avevano accordato il 3 marzo scorso riguardo il cessate di fuoco temporaneo e i corridoi umanitari. Centinaia di migliaia di ucraini continuano, ogni giorno, a lasciare il Paese. Sono soprattutto donne e bambini, mentre gli uomini, ma non solo, rimangono a lottare contro gli invasori russi. La loro resistenza, il loro coraggio e i loro sacrifici estremi rappresentano un’ammirevole testimonianza della responsabilità civica e del loro patriottismo.

    Nel frattempo in Albania domenica scorsa, 6 marzo, si sono svolte le elezioni amministrative parziali in sei comuni. I cittadini dovevano eleggere i nuovi sindaci, dopo che i loro predecessori, tranne uno, sono stati costretti a lasciare il posto, oppure rimossi, per motivi giuridici, di corruzione e altro. E tutti loro rappresentavano il partito del primo ministro attuale. Bisogna sottolineare che il mandato dei sindaci eletti durerà soltanto un anno, fino alle nuove elezioni amministrative previste per il 2023. In più, si è trattato soltanto di elezioni dei sindaci e non dei consiglieri comunali, essendo quelli attuali eletti ormai nelle precedenti elezioni amministrative del 2019. Elezioni che sono state boicottate in un modo del tutto inspiegabile ed ingiustificato, dopo una decisione politica presa dai dirigenti dell’opposizione. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Domenica scorsa in lizza c’erano i rappresentanti della maggioranza governativa e quelli delle due fazioni del partito democratico albanese, il maggior partito dell’opposizione. Fazioni quelle ufficializzate dal dicembre scorso, dopo il congresso dell’11 dicembre ed, in seguito, dal referendum, svoltosi una settimana dopo, il 18 dicembre, per approvare le decisioni prese dallo stesso congresso convocato dalla maggioranza dei sui delegati, come previsto dallo Statuto del partito. Tutti i delegati del congresso, dal settembre scorso, hanno aderito a quello che da allora è ormai noto come il Movimento per la ricostituzione del partito democratico albanese. Un Movimento quello nato per ripristinare tutti i valori e i principi che sono stati riconosciuti ed incorporati nello Statuto dalla costituzione del partito democratico il 12 dicembre 1990, come primo partito di opposizione alla dittatura comunista. I delegati del congresso dell’11 dicembre hanno anche tolto il mandato rappresentativo a colui che, dal 2013, era diventato il capo del partito ma il suo operato, le sue alleanze e i suoi accordi occulti con il primo ministro, i cui contenuti sfuggono ai più, sono risultati fatali, in seguito, non solo per il partito democratico, ma anche per il percorso democratico della stessa Albania. Non solo: rimasto in una evidenziata e verificata minoranza, circondato da alcuni pochi ubbidienti seguaci, l’usurpatore della dirigenza del partito democratico e i suoi hanno messo in scena un [anti]congresso proprio il 18 dicembre scorso. Ma, sempre fatti accaduti alla mano, quel congresso tutto poteva essere tranne che un raduno di membri ed elettori del partito democratico, diventando così vergognosamente e pubblicamente una misera messinscena ed una bufala per salvare la faccia e la sedia. L’usurpatore della dirigenza del partito democratico albanese, in tutta questa sua impresa ingannatrice ha avuto tutto il necessario appoggio del primo ministro e delle strutture governative. Comprese anche le “comparse” per riempire gli spazi che potevano rimanere vuoti senza la loro presenza.

    Quell’usurpatore ha beneficiato anche del sostegno della propaganda governativa e degli analisti ed opinionisti a pagamento, controllati dal primo ministro e/o da chi per lui. Proprio quelli che, fino a qualche mese fa, avevano fatto dell’usurpatore un bersaglio facile da attaccare e ridicolizzare. Con il supporto del sistema “riformato” della giustizia l’usurpatore della dirigenza del partito democratico è riuscito a rimandare, chissà per quando, una decisione obbligata dalla legge del tribunale di Tirana, con la quale di doveva formalizzare quanto deciso dal sopracitato congresso dell’11 dicembre scorso. Un “prezioso” supporto quello da parte del sistema “riformato” di giustizia, personalmente controllato dal primo ministro e/o da chi per lui per la sua “stampella”. Il nostro lettore è stato informato di questi sviluppi a più riprese durante i mesi precedenti (Il doppio gioco di due usurpatori di potere, 14 giugno 2021; Usurpatori che consolidano i propri poteri, 19 Luglio 2021; Meglio perderli che trovarli, 13 settembre 2021; Agli imbroglioni quello che si meritano, 1 novembre 2021; Un misero e solitario perdente ed un crescente movimento in corso, 22 novembre 2021; Il vizio esce con l’ultimo respiro, 13 dicembre 2021).

    Ma quello del primo ministro, non era un supporto senza beneficio. Anzi, era ed è proprio il primo ministro ad essere direttamente interessato che l’usurpatore della dirigenza del partito democratico continuasse ad avere ancora in uso il timbro e la sigla del partito. E, cercando di salvare la faccia, la fazione facente capo all’usurpatore della dirigenza del partito democratico ha presentato il suo candidato in tutti i sei comuni per le elezioni amministrative parziali del 6 marzo scorso. Ma i consiglieri e gli strateghi elettorali del primo ministro avevano un altro obiettivo: quello di usare la sigla del partito democratico come una diversione, un inganno durante le elezioni per confondere i votanti e facilitare la vittoria dei propri candidati.

    Questa volta il primo ministro e i suoi non si sono “impegnati pubblicamente” durante la campagna come nelle altre precedenti elezioni. Il che, comunque, non significa che lui abbia rinunciato al “vizio” di manipolare, condizionare e controllare il risultato elettorale. Anzi! Anche durante questa campagna elettorale, nonché durante la giornata delle elezioni, sono stati verificati, documentati e denunciati dai media non controllati e dai rappresentanti della Commissione per la ricostituzione del partito democratico diversi casi di uso abusivo del potere amministrativo, dell’uso abusivo di tutti i mezzi a disposizione, in piena violazione delle leggi in vigore. Tra le tante denunce fatte c’è stata una che coinvolgeva direttamente e personalmente uno dei sei candidati della maggioranza governativa. Da una registrazione telefonica, resa pubblicamente nota il 4 marzo scorso, si sentiva chiaramente una richiesta abusiva del candidato sindaco a “scopo elettorale” a suo favore. Ebbene, in qualsiasi altro Paese democratico, dove il sistema della giustizia risulta essere uno dei tre poteri indipendenti, le istituzioni del sistema giudiziario avrebbero avviato subito un’inchiesta sul caso. Ma non in Albania però, dove purtroppo il sistema “riformato” è selettivo e agisce dietro ordini arrivati dai massimi livelli del potere politico ed istituzionale.

    Durante la campagna per le elezioni amministrative parziali del 6 marzo scorso, purtroppo sono stati verificati anche degli interventi a “gamba tesa” dell’ambasciatrice statunitense in Albania. Interventi in violazione dell’articolo 41 della Convenzione di Vienna per le relazioni diplomatiche. Lo ha fatto da quando è stata accreditata, appoggiando il primo ministro. Ma negli ultimi mesi, guarda caso, ha appoggiato, sempre abusando del suo stato istituzionale, anche l’usurpatore della dirigenza del partito democratico. Lo ha fatto “generosamente” anche durante l’ultima campagna elettorale. Questi atteggiamenti dell’ambasciatrice statunitense, in palese violazione del suo mandato istituzionale, ormai sono noti anche al nostro lettore. L’autore di queste righe ricorda al nostro lettore però cosa è accaduto in Italia, dopo che l’ambasciatore statunitense aveva chiesto ai cittadini italiani di votare ‘No’ durante il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Ormai si sa l’immediata reazione di tutti i partiti politici contro la richiesta dell’ambasciatore. Così come si sa anche la sua giustificazione e le scuse da lui chieste subito dopo.

    I risultati delle elezioni amministrative parziali del 6 marzo sono stati ufficialmente resi ormai noti. I rappresentanti della maggioranza governativa hanno vinto cinque dei sei comuni, dove si votava per eleggere solo il sindaco. Uno dei nuovi sindaci che hanno avuto il mandato è anche colui che, come risultava dalla sopracitata registrazione telefonica, aveva chiesto favori elettorali! Basta solo questo caso per capire quello che la propaganda governativa cerca di nascondere. I risultati ufficiali delle elezioni del 6 marzo hanno sancito anche la significativa vittoria del candidato del Movimento per la ricostituzione del partito democratico nella città simbolo dell’anticomunismo in Albania. Ma quello che bisogna sottolineare e che è altrettanto significativo riguarda il deludente, bensì atteso, risultato elettorale della fazione del partito democratico facente capo all’usurpatore della dirigenza del partito. La vistosa differenza tra i candidati delle due fazioni testimonia in modo palese e senza ambiguità chi sono i veri rappresentanti del partito democratico, così come toglie ormai ogni “giustificazione” all’usurpatore. Adesso anche il timbro e la sigla del partito devono essere consegnati ai legittimi aventi diritto. L’importanza, quella vera e a lungo termine, di queste elezioni parziali amministrative in sei comuni, riguarda il chiarimento finale e per sempre: chi rappresenta il partito democratico albanese. Si sapeva che il primo ministro, come ha fatto anche in precedenza, avrebbe messo in moto la sua ben collaudata macchina elettorale, con l’appoggio della criminalità organizzata e dei milioni provenienti dalle attività illecite e dal riciclaggio dei denari sporchi, condizionando e controllando il risultato elettorale. Così come è successo anche durante le elezioni del 25 aprile scorso, delle quali il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Ma il risultato delle elezioni del 6 marzo scorso ha palesemente dimostrato che il Movimento per la ricostituzione del partito democratico albanese ha avuto un convincente e schiacciante appoggio elettorale, mentre l’usurpatore ha registrato l’ennesima sconfitta, la quinta e senza nessuna ben che minima vittoria, facendo lui così, a livello personale, veramente pena. Nel frattempo però un’altra “perdente illustre” di queste elezioni è anche l’ambasciatrice statunitense, dopo il suo investimento personale, in palese violazione della Convenzione di Vienna, schierandosi così apertamente in appoggio dell’altro “perdente illustre”, l’usurpatore della dirigenza del partito democratico. Proprio di colui che purtroppo, in tutti questi anni, ha facilitato il compito del primo ministro albanese e delle sue alleanze occulte, per restaurare una nuova ma sempre pericolosa dittatura.

    Chi scrive queste righe, fatti accaduti, documentati, denunciati, verificati e verificabili alla mano, è convinto che in Albania ormai è stata restaurata una nuova dittatura sui generis come espressione di una pericolosa alleanza del potere politico, istituzionalmente rappresentato dal primo ministro, con la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti locali e internazionali. Chi scrive queste righe è altrettanto convinto che ormai lo scontro non è più quello tra le diverse ideologie. Lo scontro, sia a livello locale che più ampio, come nel caso dell’Ucraina, è quello tra le dittature e le democrazie e/o delle “tendenze democratiche” di società che, dopo una travagliata storia, stanno cercando di avviare dei processi democratici. Perciò per i cittadini e coloro che essi rappresentano è proprio il tempo di scelta tra la dittatura e la democrazia. E come in Russia, anche in Albania i cittadini devono reagire. Perché come era convinto Bertrand Russell, deve assolutamente esistere una possibilità di togliere il potere immediato a chi ne fa cattivo uso. E l’uso cattivo del potere lo sta facendo in Ucraina il presidente russo. Mentre in Albania il primo ministro.

  • Quale cultura occidentale

    All’interno di una profonda crisi che, per sua stessa natura, tende ad esasperare gli animi e, di conseguenza, le reazioni, il terribile sopraggiungere del dramma della guerra successiva a due anni di pandemia pone, tuttavia, in vergognosa evidenza i limiti non più accettabili legati ad una risposta letteralmente anticulturale del nostro Paese.

    All’inizio della settimana il sindaco di Milano ha sospeso il direttore d’orchestra di origine russa poiché non aveva preso posizione e opportune distanze da Putin. Una richiesta che dimostra come il sindaco della capitale economica dell’Italia non sia in grado di distinguere tra il mondo dell’arte in ogni sua espressione ed il terribile contesto storico.

    Successivamente una università, che dovrebbe rappresentare la sintesi pluralista di tutte le espressioni culturali possibili ed immaginabili senza alcuna esclusione, ha prima sospeso, sulla base di rappresentare la cultura russa, per poi maldestramente riattivato un corso su Dostoevskij.

    Quasi contemporaneamente un altro istituto accademico privato di Roma ha sospeso dall’insegnamento un proprio docente solo ed esclusivamente perché durante un’intervista si era permesso di indicare una articolata visione della crisi bellica ucraina considerando anche gli effetti delle scelte di altri soggetti istituzionali: non tanto, come giustificazione dell’evento ma come espressione di una articolata situazione dalla quale ha trovato successivamente un innesco la follia di Putin. Una tesi che offriva la possibilità, quindi, di uscire dalla sempre più infantile divisione tra buoni e cattivi come tra favorevoli o contrari alla guerra e soprattutto tra chi considera la guerra come nel gioco del RisiKo la contrapposizione tra bene ed il male.

    Il docente sospeso intendeva proporre un approccio culturale complesso, espressione di una articolata sintesi di cause e di una responsabilità più diffusa in nome di una pluralità di opinioni, simbolo una volta dell’istituto accademico ora diventato artefice della più retrograda censura.

    La stessa esclusione degli atleti dalle Paralimpiadi invernali sulla base della loro semplice appartenenza a Russia e Bielorussia tradisce palesemente il messaggio e lo spirito olimpico di fratellanza e di pace tra i popoli, indipendentemente dal contesto storico.

    Si aggiunge adesso la copertura del David a Firenze decisa dal sindaco di Firenze: “il David di Michelangelo, emblema della libertà contro la tirannia si copre di nero…un gesto simbolico di lutto…”, come ha successivamente dichiarato lo stesso sindaco di una delle capitali mondiali della cultura.

    Queste esplicite manifestazioni di intolleranza nei confronti di chi non segue la narrativa della maggioranza, spingendo addirittura ad una censura culturale e personale di tali posizioni di minoranza in assoluto contrasto con quanto dovrebbero garantire una democrazia ed un istituto universitario, negano la pluralità del pensiero in ogni sua forma.

    Sulla base del medesimo furore ideologico vengono esclusi dalle competizioni olimpiche gli atleti solo sulla base della loro provenienza nazionale. A queste posizioni si aggiunge quella del sindaco Nardella di Firenze, il quale si spinge ad utilizzare il simbolo della bellezza e quindi di una delle massime espressioni culturali per fini impropri a conferma di una mentalità e di una cultura ormai oscurantista.

    All’interno di momenti storici così difficili la cultura, in ogni sua molteplice forma, e lo sport rappresentano due valori in grado di proporre all’interno di un contesto bellico un messaggio di unità e di pluralità democratica tra gli uomini utilizzando i propri simboli culturali e comportamenti democratici.

    Questi episodi rappresentano l’ennesima triste conferma di una cultura escludente e profondamente oscurantista la cui forza nasce dalla sola capacità di sottrarre simboli e discriminare le persone sulla base di semplici comportamenti e pensieri annullando il confronto democratico, il quale viene sostituto in questo modo da una ripetitiva quanto monocratica amplificazione del pensiero unico che non presenta nulla di culturale.

    Mai come ora l’integralismo iconoclasta utilizzato contro i simboli culturali e le libere espressioni di pensieri indipendenti dimostra la propria forza all’interno di quella che una volta poteva venire considerata la cultura occidentale.

  • Vadano loro

    Egregio Direttore,

    nella maggior parte dei Paesi del mondo si sono svolte e si svolgono manifestazioni per chiedere che il presidente Putin fermi le armi che stanno distruggendo la vita e le case, il futuro di cittadini inermi. Credo che solo in Italia si siano svolte manifestazioni per chiedere che non si forniscano armi di difesa agli ucraini. A tutti coloro che nelle scorse ore, mentre è in atto la continua distruzione e morte di un popolo, hanno chiesto che non siano inviate armi in Ucraina, negandole così il legittimo diritto a difendersi, a difendere la propria libertà e la vita di milioni di civili, rivolgiamo un fermo invito: vadano loro a fare da scudo umano contro le bombe di Putin, i missili, la minaccia nucleare. Vadano in Ucraina e vadano anche a Mosca a ripristinare quelle emittenti chiuse dal regime, vadano a Mosca a manifestare per il cessate il fuoco e la pace. Vadano a Mosca, Landini e tutti gli altri per capire, finalmente, qual è la differenza tra uno Stato democratico e liberale, che li lascia parlare in piazza anche quando dicono pericolose idiozie, e uno Stato che vive sotto il regime violento ed irresponsabile di Putin, una dittatura che non conosce le parole libertà e rispetto degli altri. Vadano nelle carceri a incontrare le migliaia di cittadini russi incarcerati proprio perché, nelle piazze, chiedevano la pace e dicevano no alla guerra.

    Lettera pubblica su La Libertà di Piacenza domenica 6 marzo 2022

  • Il prezzo della libertà

    Tutto ha un prezzo, dal pane che comperiamo ogni giorno al compromesso che ogni giorno facciamo per preservare i nostri rapporti in famiglia o sul luogo di lavoro. Tutto è basato, per noi che viviamo in democrazia, sulla conoscenza del prezzo che è giusto pagare e sui limiti del compromesso che è giusto e corretto accettare. Noi possiamo, in gran parte, scegliere, con il voto, chi ci rappresenta e criticare, manifestare contro quelli stessi che abbiamo votato. Possiamo avere ragionevoli certezze sull’uso delle leggi, della giustizia, dell’informazione, possiamo, diciamolo in parole povere, contare sul diritto alla libertà, alla civile convivenza, alla dignità come singoli e come collettività.

    Noi crediamo di sapere che quanto ciascuno di noi si è faticosamente costruito, che il territorio sul quale viviamo, la nostra patria, paese, nazione, sono nostri non per diritto divino ma perché sancito da quelle regole internazionali che, uniche, preservano tutto il pianeta ed i singoli stati, da genocidi e catastrofi. Noi crediamo, o per meglio dire abbiamo creduto per decenni, che la convivenza civile si basa sul rispetto di regole, di accordi, sul riconoscimento del diritto alla libertà di ciascun individuo e di ciascun popolo.

    Oggi sappiamo che non è così, nulla è più scontato, oggi abbiamo capito che per difendere libertà e diritti, che credevamo sanciti, acquisiti dopo due guerre mondiali, dobbiamo pagare un prezzo.

    Non stiamo difendendo soltanto il popolo ucraino e l’integrità, la libertà di un paese amico, stiamo difendendo la libertà, il futuro, l’esistenza che ci siamo conquistati nel secolo scorso.

    Si, mettiamocelo in testa una volta per tutte, la libertà, la democrazia, la dignità, i più elementari diritti umani non sono diritti acquisiti, per nessuno, ma ogni giorno vanno riaffermati e difesi a qualunque prezzo.

    Troveremo altro gas senza la Russia, avremo per un po’ meno turisti, ne troveremo altri, rinunceremo a qualche esportazione, tireremo un po’ la cinghia, dopo tanta opulenza ad alcuni non farà male ed aiuteremo chi ha più bisogno. Impareremo a distribuire meglio ricchezza e profitto, reimpareremo cosa vuol dire solidarietà e condivisione, soprattutto ritroveremo dignità e sapremo che ogni conquista vale un po’ di sacrificio, così finalmente apprezzeremo quello che abbiamo e non daremo tutto per scontato.

    Si può avere paura, è legittimo, ma non si può continuare, come in troppi abbiamo fatto per anni, a nascondere la testa come gli struzzi, la libertà ha un prezzo ed ora, senza piagnistei, dobbiamo pagarlo, non c’è alternativa se non la schiavitù fisica e morale.

  • Milano e l’arte negata

    L’arte in ogni propria espressione rappresenta la sublimazione del libero pensiero e come tale deve venire rispettata, indipendentemente persino dalla complessità umana e politica del suo stesso autore.

    Ugualmente l’arte deve essere svincolata da ogni valutazione di opportunità storica e, di conseguenza, dal contesto politico e sociale nel quale questa possa trovare la propria forma ma soprattutto indipendentemente dal possibile utilizzo propagandistico ed ideologico, come già avvenuto in passato, dei diversi protagonisti politici ed istituzionali.

    Questa forma di libertà, però, deve trovare medesima forma ed applicazione nei confronti dell’autore stesso o meglio dell’artista al quale si deve concedere di non prendere posizione in relazione a tematiche politiche e sociali proprio in virtù di quella tutela come valore assicurato per l’espressione artistica.

    La storia spesso ha assistito all’uso dell’arte e dello sport come veicolo finalizzato alla propria propaganda ideologica da parte delle istituzioni. Probabilmente, ragionando ex post, esiste un trait d’union tra la retorica espressa durante le Olimpiadi di Berlino volute da Hitler e quelle invernali del 2014 a Sochi di Putin.

    Per entrambi rappresentavano l’occasione e la certificazione della propria grandezza e della nazione ospitante a testimoniare poi l’ingresso nell’alveo dei potenti.

    L’arte, però, a differenza del gesto atletico dovrebbe venire valutata proprio e solo in quanto libera espressione della mente umana nelle sue più molteplici forme all’interno di un contesto che sappia riconoscere e tutelare la stessa libertà dell’autore, la quale diventa la stessa garanzia di integrità artistica.

    Quanto preteso dal sindaco di Milano dal maestro russo Valery Gergiev, da sempre vicino alle posizioni di Putin, che, e di fronte al suo diniego, ha deciso il suo allontanamento, rappresenta, sia chiaro, il punto più basso da parte di una istituzione italiana all’interno di un sistema democratico o presunto tale nell’ambito dell’esercizio del proprio potere.

    Questo delirio milanese di fatto introduce all’interno della valutazione di una qualsiasi opera d’arte la necessità di una ulteriore certificazione di vicinanza ai parametri decisi dall’autorità stessa, limitando inevitabilmente la libertà stessa dell’opera e dell’autore.

    Probabilmente il sindaco di Milano non si rende neppure conto delle conseguenze della propria richiesta né tanto meno delle conseguenze relative alla libertà di espressione e delle libertà di espressione garantite costituzionalmente.

    Mai come ora il “politicamente corretto” all’interno del quale si può inserire questa richiesta del sindaco di Milano assomiglia sempre più al nazismo di ottant’anni (80) anni addietro. L’arte nasce libera e tale deve restare, così libera persino da ogni considerazione relativa al suo stesso autore.

  • I dittatori devono essere trattati come tali e mai tollerati

    Fin quando ci saranno delle dittature, non avrò il coraggio di criticare una democrazia.

    Jean Rostand

    La storia, come sempre, ci insegna. Anche nel caso della Russia. Ci insegna che il territorio della Russia è stato occupato, sia quando era un Impero, che in seguito, quando era diventata l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, o semplicemente l’Unione sovietica. Il territorio russo è stato occupato dalle armate di Napoleone Bonaparte nell’ambito di quella che è nota come la campagna di Russia. Un’occupazione che iniziò il 23 giugno 1812 e finì, con una disastrosa sconfitta di Bonaparte, il 14 dicembre 1812. Dopo 129 anni, è stata attuata un’altra occupazione del territorio, questa volta da parte delle armate naziste del Terzo Reich, di quella che era diventata l’Unione sovietica (dal 1922, dopo il crollo dell’Impero zarista dei Romanov ed in seguito alla guerra civile in Russia; n.d.a.). Un’occupazione quella, nonostante i due Paesi avessero firmato a Mosca, il 23 agosto 1939, il trattato di non aggressione di durata decennale noto come Patto Molotov-Ribbentrop. L’occupazione dell’Unione sovietica cominciò il 22 giugno 1941 in seguito all’operazione Barbarossa. Un’occupazione che finì, sulla carta, l’8 maggio 1945, dopo la resa incondizionata del Terzo Reich. E queste sono le sole due occupazioni del territorio russo.

    La storia ci insegna però anche delle invasioni, da parte degli eserciti russi, di territori altrui. Invasioni sia durante il secolo passato, quando si chiamava ancora Unione sovietica, sia in seguito, quando divenne, dal 1991, la Federazione Russa, o semplicemente Russia. La storia ci testimonia e ci insegna che, addirittura dal 1939, l’Unione sovietica prima e la Russia poi non ha mai smesso di attaccare e di invadere altri Paesi. Lo ha fatto nel novembre 1939, quando attaccò la Finlandia. Quel conflitto tra l’Unione sovietica e la Finlandia, noto anche come la guerra d’inverno, ebbe fine nel marzo 1940. L’accordo di pace di Mosca tra i due Paesi diede all’Unione sovietica dei territori e alcune isole nel golfo di Finlandia. Ma prima ancora di attaccare la Finlandia, l’Unione sovietica, nell’ambito del patto Molotov-Ribbentrop, aveva attaccato ed occupato la parte orientale della Polonia. Sempre nell’ambito di quel patto, la Germania aveva occupato la parte occidentale della Polonia il 1o settembre 1939. L’occupazione della Polonia orientale da parte dell’Unione sovietica cominciò il 17 settembre 1939, calpestando il patto di non aggressione tra i due Paesi, firmato il 25 luglio 1932, con durata fino al 31 dicembre 1945. Un’occupazione che durò fino al 22 giugno 1941, quando l’Unione sovietica venne occupata, a sua volta, proprio dalla Germania nazista, nonostante tra i due Paesi fosse in vigore il patto Molotov-Ribbentrop di non aggressione di durata decennale. Si attuò così un meritato “castigo” all’Unione sovietica, subendo sulla propria pelle quello che, soltanto due anni prima, aveva fatto subire alla Polonia. Patti di non aggressione reciproche alla mano!

    Dopo la fine della seconda guerra mondiale, un’altra guerra, nota ormai come la “Guerra fredda”, iniziò, dal 1947, tra l’Unione sovietica e gli Stati Uniti d’America e i Paesi dell’Europa occidentale. Una guerra quella, per fortuna senza scontri armati tra i due blocchi, che durò fino al crollo del muro di Berlino ed il seguente sgretolamento della stessa Unione sovietica. Ma anche durante quel periodo, l’Unione sovietica non smise di attaccare e di invadere altri Paesi. Correva l’anno 1956 quando in Ungheria i cittadini si ribellarono contro il regime comunista ungherese, che seguiva le direttive dell’Unione sovietica. La ribellione popolare iniziò il 23 ottobre 1956. Ma quello che stava accadendo in Ungheria non poteva essere tollerato dell’Unione sovietica. Ragion per cui il 4 novembre 1956 un ingente contingente militare dell’Unione sovietica entrò ed invase Budapest e altre parti dell’Ungheria. Dopo alcuni giorni di scontri armati con tante vittime, il 10 novembre 1956 l’Unione sovietica prese di nuovo il controllo del Paese, costituendo anche un nuovo governo ubbidiente. Dodici anni dopo un’altra invasione si mise in atto. Questa volta contro un altro Paese membro del Trattato di Varsavia. Si trattava della Cecoslovacchia. Formalmente le truppe dell’invasione appartenevano all’Unione sovietica e ad altri quattro Paesi membri, anch’essi, del Trattato di Varsavia. Ma, si sa, era proprio l’Unione sovietica che comandava. Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 prese via l’invasione, il cui obiettivo era quello di fermare i processi della democratizzazione e della liberalizzazione della società cecoslovacca, messi in atto da quella che ormai viene nota come la “Primavera di Praga”. Le truppe d’invasione insanguinarono le piazze, prendendo il controllo e costituendo un altro governo, sempre controllato dall’Unione sovietica. Ormai si sa quanto accadde allora a Praga. Il simbolo, però, della resistenza antisovietica diventò un giovane studente di filosofia, Jan Palach. Con un estremo atto di abnegazione, il 16 gennaio 1969, arrivato nella piazza San Venceslao, in pieno centro di Praga, si cosparse di benzina e si diede fuoco con un accendino, diventando una torcia umana. Jan Palach morì tre giorni dopo. Ma la seria degli interventi militari attuati dall’Unione sovietica purtroppo non si fermò. Undici anni dopo, il 24 dicembre 1979 cominciò un’altra invasione, quella contro un altro Paese indipendente, l’Afghanistan. Un’invasione con l’obiettivo di deporre l’allora presidente della Repubblica democratica dell’Afghanistan, che non era visto di buon occhio dall’Unione sovietica. Al suo posto volevano un’altro presidente, ubbidiente all’Unione sovietica. Quell’invasione però diede vita ad un vasto movimento di vari raggruppamenti di guerriglieri afghani, noti come i mujaheddin. L’occupazione dei territori dell’Afghanistan durò per dieci lunghi anni. Il 15 febbraio 1989 ebbe fine l’occupazione sovietica, con la ritirata di tutti i suoi contingenti. Ragion per cui viene considerata anche come il “Vietnam sovietico”.

    Gli interventi armati portati in atto dall’Unione sovietica seguirono anche dopo, quando si costituì, dal 1991, la Federazione Russa. Sono note quelle che ormai si chiamano le due guerre cecene. La prima iniziò nel 1994, quando le truppe armate della Russia entrarono in Cecenia e attaccarono Groznyj. Ma dopo lunghe e devastanti battaglie e scontri armati tra le parti e dopo la determinata resistenza dei ceceni, nonché la reazione massiccia dell’opinione pubblica, la Russia decise di ritirarsi nel 1996 e di firmare un trattato di pace nel 1997. Purtroppo i conflitti tra la Russia e la Cecenia non finirono con quel trattato di pace. Nel 1999 le truppe armate russe ritornarono ad invadere, cercando di controllare i territori conquistati dai separatisti ceceni, dando così inizio alla seconda guerra cecena. Formalmente il conflitto armato ebbe inizio dopo le incursioni militari nel Caucaso settentrionale, parte della Federazione, di raggruppamenti armati delle sedicenti Brigate Internazionali Islamiche. La reazione armata delle truppe russe è stata immediata. Un anno dopo, nel maggio del 2000, la Russia ha preso il controllo del territorio in Cecenia. Ma la presenza delle forze russe ha scatenato la reazione dei guerriglieri locali nel Caucaso settentrionale. Reazione che ha causato ingenti danni ai russi. Nel aprile 2009, dopo dieci anni di continui e sanguinosi conflitti armati, la Russia considerò finita la sua missione militare in Cecenia. Ma non smisero le sue ambizioni d’invasione. L’occasione si presentò quando la Georgia entrò, all’inizio dell’agosto 2008, con le sue truppe armate nell’Ossezia del Sud, una regione autonoma del suo territorio. Non tardò la reazione della Russia che intervenne militarmente contro la Georgia. Le forze armate russe arrivarono molto vicino alla capitale Tbilisi. Il 15 agosto 2008 fu firmato un “cessate il fuoco” tra la Russia e la Georgia. Secondo gli impegni ufficialmente presi, la Russia si doveva ritirarsi dal territorio della Georgia, mentre quest’ultima non doveva usare la forza militare contro l’Abcasia e l’Ossezia del Sud, le due regioni filorusse che nel 1991 avevano proclamato la loro indipendenza. Tre le due regioni e la Georgia i conflitti armati iniziarono dal 1991, per poi diventare violenti tra il 7 e l’8 agosto 2008. Il che portò a quella che viene nota come la guerra tra la Russia e la Georgia. La Russia però non rispettò gli accordi del 15 agosto 2008 e in seguito proclamò la costituzione di una “zona cuscinetto” intorno all’Abcasia e l’Ossezia del Sud. Così facendo la Russia non ha mai, in seguito, ritirato completamente e come prestabilito, le sue truppe dalla Georgia.

    Ma la strategia espansionistica della Russia continuò. Il seguente obiettivo fu la Crimea. Era il 27 febbraio del 2014 quando delle truppe armate russe, senza insegne, entrarono in Crimea, prendendo possesso di siti strategici in tutta la penisola. In seguito è stato proclamato e costituito un governo filorusso in Crimea. La Russia ha ufficialmente riconosciuto il 18 marzo 2014 Sebastopoli e la repubblica di Crimea come parte della Federazione russa. A quella decisione della Russia si opposero duramente sia l’Ucraina che gli Stati Uniti d’America, l’Unione europea ed altri Paesi. Il che ha portato all’espulsione della Russia dal Gruppo G8. Alla Russia sono state imposte diverse sanzioni da parte degli Stati Uniti d’America, dall’Unione europea e da altri Paesi. Però, fatti accaduti alla mano, quelle sanzioni si sono rivelate un’arma a doppio taglio, con dei risultati, purtroppo, non simili a quelli prestabiliti e desiderati. Il resto è storia di questi ultimi giorni.

    Si, perché sembra la Russia non abbia mai smesso di attuare le sue ambizioni di invadere territori che non le appartengono. Ne è un’altra testimonianza, purtroppo, quanto è accaduto la settimana scorsa. Nelle primissime ore del 24 febbraio è cominciata una vasta invasione militare del territorio ucraino da parte delle forze armate della Russia. Invasione che era stata annunciata alcune ore prima dal presidente russo durante un suo intervento televisivo. E, all’occasione, ha minacciato non solo gli ucraini, ma tutto il mondo. Lui, perentorio, ha dichiarato che “…Chiunque provi a interferire deve sapere che la nostra risposta sarà immediata e porterà a conseguenze mai sperimentate nella storia”! Da allora sono passati cinque giorni e gli sviluppi si susseguono. Ma sembrerebbe che il piano russo non abbia portato i risultati prestabiliti ed attesi. Questo grazie soprattutto alla determinazione e allo spiccato patriottismo dei semplici cittadini ucraini. Gli esempi sono ormai di dominio pubblico e hanno commosso l’opinione pubblica in ogni parte del mondo. Opinione che ha, allo stesso tempo, fortemente condannato la decisione del presidente russo. Ne sono una eloquente dimostrazione e testimonianza anche le massicce manifestazioni nelle piazze di molte città europee la scorsa domenica, ma anche prima. Nel frattempo il presidente ucraino ha dato un personale esempio di determinazione e di patriottismo. Egli ha anche saputo dire con poche e chiare parole delle verità che altri avrebbero preferito non venissero note pubblicamente. Ha fatto una semplice domanda il 24 febbraio scorso, rivolgendosi ai “grandi del mondo” e chiedendo: “Chi è pronto a combattere con noi? Non vedo nessuno. Chi è pronto a dare all’Ucraina una garanzia di adesione alla NATO? Tutti hanno paura”. Oppure, reagendo all’offerta statunitense di metterlo al sicuro, ha semplicemente detto: “La battaglia è qui. Mi servono munizioni, non un passaggio”! Il conflitto è tuttora in corso e gli sviluppi si susseguono. Tutto potrebbe accadere, auspicando però che di nuovo si verifichi la metafora di Davide e Golia.

    Chi scrive queste righe non può non pensare, tra l’altro, anche dell’ipocrisia e dell’ambiguità verificate durante l’operato di alcuni dei “grandi del mondo” in questi giorni. Egli non può neanche ignorare determinati interessi economici e lobbistici e le derivate conseguenze. Chi scrive queste righe è convinto però che i dittatori devono essere trattati come tali e mai tollerati. Tornando agli insegnamenti della storia, egli nota che tutte le invasioni e le occupazioni da parte dell’Unione sovietica prima e poi dalla Russia sono state fatte sempre da dittatori come Stalin, Bréžnev e Putin. Ragion per cui chi scrive queste righe, parafrasando Jean Rostand, afferma che fin quando ci saranno dei dittatori, non si dovrebbe avere mai il coraggio di criticare una democrazia.

  • I diritti umani nel cuore dell’Europa – La mostra fotografica sul Premio Sacharov organizzata dall’Ufficio di Milano del Parlamento europeo

    L’Ufficio del Parlamento europeo a Milano ha organizzato un evento ibrido e una mostra fotografica sul Premio Sacharov 2021 per la libertà di pensiero, in onore della vita e dell’eredità che ci ha lasciato Andrei Sacharov. L’evento di lancio ha avuto luogo mercoledì 2 marzo alle ore 12 presso il Milano LUISS Hub. La mostra SACHAROV – I Diritti Umani nel cuore dell’Europa, sotto l’alto patrocinio del Parlamento europeo, sarà visitabile fino al 16 marzo, sempre presso l’hub in Via Massimo D’Azeglio, 3 a Milano.

    L’iniziativa si svolge in collaborazione con Memorial Italia, la sede italiana della nota associazione Memorial creata a Mosca negli anni ’80 con lo scopo di promuovere lo sviluppo della società civile, della coscienza giuridica dei cittadini e di uno stato di diritto democratico al fine di prevenire il ritorno al totalitarismo. L’incontro inaugurale, moderato da Cristina Giuliano, giornalista di Askanews, è stato l’occasione per discutere di diritti umani insieme alle diverse sedi internazionali di Memorial e con Vladimir Milov, consigliere per la politica estera ed economia di Alexei Navalny.

    La mostra esplora la dimensione europea di Sacharov, il cui destino personificò la coscienza illuminata del mondo e trasmise il senso di un impegno politico che sarebbe rimasto attuale fino ad oggi. La prima parte della mostra è dedicata alla figura di Andrej Sacharov, protagonista indiscusso della nostra storia: la sua attività scientifica, il dissenso, la lotta per i diritti umani, l’esilio, il premio Nobel, l’impegno politico per la democratizzazione del sistema sovietico. La seconda parte è dedicata alle personalità che sono state insignite del “Premio Sacharov per la libertà di pensiero”.

    Istituito dal Parlamento europeo nel 1988 è un riconoscimento dedicato ad Andrej Sacharov allo scopo di premiare personalità od organizzazioni che abbiano dedicato la loro vita alla difesa dei diritti umani e delle libertà di pensiero. Presentando diverse personalità e organizzazioni insignite da questo premio la mostra si rivolge ad un ampio pubblico con lo scopo di far conoscere meglio questo grande protagonista del Novecento, la sua storia e la sua opera e sensibilizzare gli spettatori alla causa dei diritti umani.

    Il Premio Sacharov per l’edizione 2021 è stato assegnato al dissidente politico russo Alexei Navalny. Attivista dell’opposizione russa e prigioniero politico, Navalny ha condotto una campagna contro la corruzione del regime di Putin e ha, attraverso i suoi account social e le campagne politiche, contribuito a denunciare gli abusi interni al sistema riuscendo a mobilitare milioni di persone in Russia in sostegno della sua protesta.

  • Uso scandaloso di dati personali

    Mentire fa parte del mestiere del politico.
    Perciò, nel senso morale della parola, un politico non può mentire.

    Richard Nixon

    Era l’estate del 1972. Negli Stati Uniti d’America era in pieno svolgimento la campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 7 novembre. Di fronte al candidato repubblicano, il presidente uscente Richard Nixon, c’era il candidato democratico George McGovern. Ma proprio in quell’estate negli Stati Uniti d’America scoppiò quello che diventò uno dei più grandi scandali politici: lo scandalo Watergate. Si chiamò così perché tutto cominciò nell’albergo Watergate di Washington D.C.. In quell’albergo si trovavano gli uffici del Comitato nazionale democratico per il candidato MvGovern. Tutto si scoprì per puro caso, proprio quando una guardia della sicurezza dell’albergo notò qualcosa di sospetto in una porta che collegava il parcheggio sotterraneo con il pozzo delle scale e avvertì la polizia. Gli agenti, arrivati subito, trovarono cinque uomini entrati negli ambienti del quartier generale del Comitato nazionale democratico. Dalle indagini in seguito risultò che quelle persone erano ritornate in quelle stanze per riparare delle microspie, da loro installate, per fare delle intercettazioni telefoniche. Lo scandalo è stato seguito giornalisticamente da due giornalisti del Washington Post. Grazie al loro lavoro e alla collaborazione, di uno di  loro, con una persona allora denominata “Gola profonda – deep throat” – e rimasta sconosciuta fino al 2005, si scoprirono molti dettagli dello scandalo Watergate. Nonostante alcuni dei più stretti collaboratori del presidente uscente Nixon sapessero tutto, a scandalo scoppiato tentarono di sdrammatizzare il caso. Durante una conferenza stampa, il 19 giugno 1972, il portavoce della Casa Bianca dichiarò che si trattava semplicemente di “un tentativo di scasso di terza categoria” e che non aveva niente a che fare con il presidente e i suoi collaboratori. Ma quanto si scoprì in seguito, grazie anche ai due giornalisti del Washington Post, che nel 1973 sono stati insigniti del premio Pulitzer proprio per le loro incessanti indagini sullo scandalo Watergate, portò ad una approfondita inchiesta da parte di una commissione del Senato e di altre istituzioni specializzate statunitensi. Da quelle indagini risultò che si trattava proprio di un piano ben ideato e attuato, tramite delle intercettazioni, di spionaggio ed altro, dai collaboratori del presidente Nixon per facilitare la sua rielezione il 7 novembre 1972. Elezioni vinte proprio da lui con il 60.7% dei voti. Ma il presidente rieletto non riuscì a finire il suo secondo mandato, nonostante avesse cercato di incolpare gli altri di quello scandalo. In seguito alle dichiarazioni di alcuni collaboratori del presidente, che avevano “vuotato il sacco” davanti ai giudici, il 27 luglio 1974 la Commissione Giudicante per la Camera dei Rappresentanti ha votato a favore del impeachment per il presidente (messa in stato di accusa; n.d.a.) per “aver ostacolato il corso delle indagini”. Nei giorni successivi sono state aggiunte due altre accuse contro il presidente: quella di “abuso di potere” e quella di “ostacolo al Congresso”. Era proprio la pubblicazione, ai primi giorni di agosto 1974, di una registrazione segreta, nota da allora come la “Pistola fumante – Smoking gun”, che tolse ogni dubbio; il presidente era stato informato ed aveva permesso tutte le attività illecite, ormai note come lo scandalo Watergate. Di fronte a quegli imbarazzanti e accusatori sviluppi, Nixon diede le sue dimissioni come presidente degli Stati Uniti d’America l’8 agosto 1974.

    Era la primavera del 2021. In Albania era in pieno svolgimento la campagna elettorale per le elezioni politiche del 25 aprile 2021. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di tutti i clamorosi abusi fatti, del diretto e determinante coinvolgimento della criminalità organizzata per condizionare e controllare il voto, dell’uso illegale delle risorse umane, coinvolgendo e spesso obbligando i dipendenti dell’amministrazione pubblica e i loro familiari a votare per il partito del primo ministro e di tanto altro (Scenari orwelliani in attesa del 25 aprile, 19 aprile 2021; Il regime che si sta riconfermando dopo il 25 aprile, 27 aprile 2021; Dopo il 25 aprile chi si giustifica si autoaccusa, 3 maggio 2021).

    Era l’11 aprile 2021 quando un media albanese pubblicò la notizia di un grande scandalo che coinvolgeva direttamente il partito del primo ministro ed alcune istituzioni governative. Si trattava di un sistema ben organizzato di 9027 persone, tutte con nomi e cognomi evidenziati e facilmente verificabili, chiamate anche  “patrocinatori”, intendendo come tali delle persone che dovevano “stare vicine” ad altre persone, molte più persone, non tanto per proteggerle, quanto per sapere tutto di loro, promettendo “vantaggi’ se avessero votato per il primo ministro, oppure minacciando loro se il voto a favore non fosse stato dimostrato e verificato. “Patrocinatori” si chiamavano anche i collaboratori del famigerato servizio segreto durante gli anni bui della dittatura comunista. E per contattare tutte quelle persone i “patrocinatori” hanno avuto a disposizione tutti i dati personali, dei dati confidenziali e protetti dalla legge in vigore in Albania. Dai dati ormai di dominio pubblico da quell’11 aprile 2021 risulta che sono state 910.061 le persone ad essere contattate e/o sulle quali i “patrocinatori” dovevano raccogliere ed elaborare tutte le necessarie informazioni. Dati alla mano ormai, la persona più giovane dell’elenco aveva circa 18 anni, mentre quella più anziana circa 99 anni! Ma quello che rende lo scandalo ancora più clamoroso e preoccupante è che la maggior parte dei “patrocinatori” erano dei dipendenti dell’amministrazione pubblica, sia centrale che locale. Ed erano anche dei dipendenti delle istituzioni, per i quali la legge impedisce categoricamente il diretto coinvolgimento in simili attività politiche, come tutti i dipendenti della polizia di Stato, delle strutture dell’esercito e della Guardia repubblicana. Ma in Albania le leggi, quando serve al potere politico, soprattutto quello del primo ministro, valgono quanto una carta straccia. Per il primo ministro, i suoi stretti collaboratori e la propaganda governativa i “patrocinatori” erano soltanto dei “membri del partito che fanno un valoroso lavoro” (Sic!).

    Guarda caso però, dopo essere stato reso pubblico lo scandalo dei “patrocinatori”, le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia hanno “sbagliato obiettivo”. Invece di indagare come e perché sono stati messi a disposizione per scopi elettorali e come e perché sono stati usati tutti quei dati sensibili e personali, protetti dalle leggi e dalle convenzioni internazionali, riconosciute anche dall’Albania, quelle istituzioni hanno subito cominciato le indagini contro i due giornalisti e fondatori del media che ha reso pubblico lo scandalo. I procuratori della Struttura speciale contro la Corruzione e la Criminalità organizzata, una delle nuove istituzioni del “riformato” sistema della giustizia in Albania, che si sono occupati del caso, hanno chiesto ed ottenuto il permesso dal tribunale ed hanno subito sequestrato anche tutti i sistemi computeristici e i dati del media incriminato, nonché i telefonini personali dei due giornalisti. Una palese ed inconfutabile dimostrazione e testimonianza del totale controllo del sistema da parte del primo ministro e/o da chi per lui. Subito dopo i due giornalisti si sono rivolti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Con una sua immediata delibera del 22 aprile 2021, quella Corte ha considerato la decisione presa dal tribunale albanese non valida ed ha deciso che “Le autorità (del Sistema di giustizia albanese; n.d.a.) devono impedire l’attuazione della delibera […] per il sequestro della strumentazione che serve per la conservazione dei dati e delle informazioni, dei computer o altre strumentazioni elettroniche appartenenti al ricorrente (il media danneggiato; n.d.a.)”. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di questo scandalo subito dopo essere stato reso pubblico (Scenari orwelliani in attesa del 25 aprile; 19 aprile 2021).

    Ma quella era solo una parte di uno scandalo ben più grande e clamoroso. Scandalo che diventò pubblico il 21 dicembre scorso. E si trattava sempre dell’uso abusivo, illegale e scandaloso dei dati personali dei cittadini albanesi, con tutte le preoccupanti e pericolose conseguenze derivanti. Si trattava di dati che riguardavano i codici delle carte d’identità, i nomi e cognomi di circa 630.000 cittadini, albanesi e non, il posto di lavoro, il loro compito lavorativo e i rispettivi stipendi, sia nell’amministrazione pubblica e statale, che nel settore privato. Alcuni giorni dopo sono state rese pubbliche anche le targhe delle macchine e chi le possiede. Da quei dati, sempre protetti dalla legge in vigore in Albania, che sono in possesso soltanto delle poche e ben evidenziate istituzioni governative, sono emerse altre inconfutabili testimonianze dell’abuso di potere conferito per uso elettorale. Sono state evidenziate delle “assunzioni elettorali” tra il gennaio e l’aprile 2021, proprio prima e durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del 25 aprile 2021, con le quali il primo ministro ha “vinto” il suo ambito terzo mandato. Ma, allo stesso tempo, sono stati evidenziati, palesemente documentati e testimoniati anche dei casi eclatanti di “stipendi d’oro” e di “doppi ed ingenti stipendi” non giustificati e non giustificabili, sia nel settore pubblico che quello privato. Stipendi esorbitanti per molti analisti ed opinionisti che da anni hanno venduto l’anima e si sono messi a disposizione della propaganda governativa. E tutto ciò in uno dei Paesi più poveri dell’Europa. Anche di fronte a questo nuovo scandalo il primo ministro e i suoi più stretti collaboratori, nonché i media da lui controllati, hanno cercato di spostare l’attenzione pubblica su degli aspetti minori ed insignificanti dello scandalo stesso. Ed in qualche modo ci sono riusciti. Anche perché gli scandali si susseguono in Albania. Mentre il sistema “riformato” della giustizia, guarda caso, non riesce mai a trovare i veri colpevoli. Nel frattempo però, proprio mentre il 21 dicembre scorso era stato reso pubblico “lo scandalo degli stipendi”, scandalo che ha attirato anche l’attenzione mediatica internazionale, l’ambasciatrice statunitense continuava e continua ad elogiare i “successi” del Sistema di giustizia in Albania. Quello “riformato”, anche e soprattutto con centinaia di milioni di dollari dei contribuenti statunitensi, mai giustificati. Chissà perché?! Ma anche con altre centinaia di milioni di euro dei contribuenti dei Paesi dell’Unione europea, come ha evidenziato la settimana scorsa il rapporto annuale della Corte dei Conti europea. Bisogna però sottolineare che tra lo scandalo Watergate e i due sopracitati casi dell’uso scandaloso, preoccupante e pericoloso dei dati personali in Albania, c’è un elemento in comune: quello di fare di tutto per mantenere il potere. E quando poi lo scandalo diventa pubblico si cerca di insabbiare la verità e di minimizzare e sdrammatizzare tutto.

    Chi scrive queste righe, riferendosi all’uso scandaloso dei dati personali in Albania, ma non solo, è convinto che il sistema “riformato” della giustizia è tutt’altro che indipendente. Ragion per cui ha indagato i due giornalisti, che hanno pubblicato lo scandalo, invece dei veri responsabili. Chi scrive queste righe si chiede cosa sarebbe successo negli Stati Uniti d’America se invece di indagare i collaboratori del presidente Nixon per lo scandalo Watergate le istituzioni specializzate avessero indagato i due giornalisti del Washington Post come colpevoli? Ma negli Stati Uniti, dove funziona il sistema della giustizia, sono state condannate tutte le persone coinvolte e il presidente si è dimesso. Mentre i due giornalisti sono stati insigniti del premio Pulitzer. Invece in Albania il primo ministro, godendo il suo terzo mandato, si vanta addirittura del contributo dei “valorosi patrocinatori” e cerca di minimizzare, mentendo, tutto il resto. Aveva ragione perciò il presidente Nixon, secondo il quale “Mentire fa parte del mestiere del politico. Perciò, nel senso morale della parola, un politico non può mentire”. Ne è testimonianza il primo ministro albanese.

  • Clamoroso scandalo edilizio e preoccupanti connivenze pericolose

    Guai al mondo per gli scandali! È inevitabile che avvengano scandali,

    ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!

    Vangelo secondo Matteo; 18/7

    Così rispose Gesù ai suoi discepoli che volevano sapere da lui “Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?”. Prima di rispondere Gesù prese accanto a se un bambino e disse ai discepoli: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli […]. Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me”. E poi continuò, dicendo loro che “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare”. Era talmente convinto Gesù della pericolosità e delle gravose conseguenze dello scandalo, di qualsiasi scandalo, che disse perentorio ai suoi discepoli: “Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno”. E per rendere ancora più chiaro e comprensibile il significato dello scandalo, Gesù aggiunse: “E se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi ed essere gettato nella Geenna del fuoco”. Sì, proprio nella Geenna, riconosciuta dagli ebrei come la valle dell’Hinnom. Geenna era un luogo macabre, ai piedi del monte Sion vicino a Gerusalemme, dove si svolgevano dei riti lugubri di sacrificio, voluti e stabiliti da dio Moloch. Riti nei quagli si usavano i bambini, che prima venivano sgozzati e poi bruciati, offerti in olocausto proprio a Moloch. Quello ci racconta e ci insegna l’evangelista Matteo nel capitolo 18/1-9 del suo Vangelo. L’etimologia stessa della parola scandalo, parola che deriva dalla lingua greca antica (skàndalon – ostacolo, inciampo), significa, secondo i dizionari, “il turbamento della coscienza collettiva provocato da una vicenda, da un atteggiamento o da un discorso che offende i principi morali correnti”. Lo scandalo rappresenta un fatto, una vicenda, una situazione “in cui emergono immoralità, corruzione e che coinvolge personaggi importanti”. Purtroppo gli scandali sono stati presenti nella vita quotidiana delle civiltà umane, dall’antichità ai giorni nostri. In tutto il mondo e con tutte le gravose, dannose, sofferte e pericolose conseguenze.

    La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato sullo svolgimento di una massiccia protesta a Tirana, convocata dal Movimento per la ricostituzione del partito democratico, costituito il 12 dicembre 1990 in Albania, come il primo partito d’opposizione. Attualmente è un partito di opposizione dal 2013 e che purtroppo, dal 2013, è stato usurpato da colui che, fatti accaduti e che si stanno rivelando anche durante la settimana appena passata alla mano, lo ha usato come una rimunerativa impresa familiare per se stesso e per pochissimi suoi fedeli. Questo dimostrano e testimoniano tutti i dati ed i fatti resi pubblici e mai contestati dai diretti interessati, se non che con delle misere dichiarazioni “politiche” che sfuggono alle accuse, si contraddicono e fanno ridere anche i polli. Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito, di tutti questi fatti ormai appurati, nonché di tutti gli altri sviluppi legati al Movimento per la ricostituzione del partito democratico albanese (Il doppio gioco di due usurpatori di potere, 14 giugno 2021; Usurpatori che consolidano i propri poteri, 19 Luglio 2021; Meglio perderli che trovarli, 13 settembre 2021; Agli imbroglioni quello che si meritano, 1 novembre 2021; Un misero e solitario perdente ed un crescente movimento in corso, 22 novembre 2021; Il vizio esce con l’ultimo respiro, 13 dicembre 2021; Importanti decisioni, vergognose manipolazioni e una protesta, 20 dicembre 2021; Una protesta pacifica che ha fatto cadere delle maschere, 10 gennaio 2022).

    Ebbene, la protesta svoltasi sabato 8 gennaio di fronte alla sede del partito democratico albanese aveva come obiettivo quello di far rendere libera l’entrata in quell’edificio per tutti i legittimi e legalmente iscritti membri del partito. Iscritti che, sempre in base ad ormai disponibili dati ufficiali, verificati e verificabili da tutti alla mano, rappresentano la grandissima maggioranza della base del partito. Iscritti ai quali, però, l’usurpatore del partito, in una evidente crisi esistenziale ed in grandissima difficoltà a nascondere la realtà, aveva vietato l’ingresso nella sede. E per riuscire, in preda ai suoi incubi, aveva ordinato di blindare tutti gli ingressi della sede. Si, di blindare tutto con una serie di porte di ferro, messe una dietro l’altra. Ma bugiardo e ingannatore viscerale qual è, l’usurpatore del partito e/o alcuni suoi pochissimi fedeli che fanno da “portavoce” dichiaravano che “l’ingresso era stato vietato agli iscritti semplicemente perché erano in corso dei lavori di pittura e di ordinaria manutenzione”. Misere bugie e vergognosi inganni che sono stati smentiti durante una diretta televisiva, la sera del 6 gennaio scorso, da un coraggioso giornalista il quale, insieme con un operatore televisivo, è riuscito ad entrare dentro l’edificio dalla finestra del bagno a piano terra, lasciata aperta. Ebbene una volta all’interno si è potuto vedere, soltanto in quella parte dell’edificio, una porta blindata per terra! Da quel momento tutto diventò chiaro ed incontestabile. E da allora l’usurpatore e i suoi pochissimi fedeli non parlavano più di “lavori di pittura e di ordinaria manutenzione”. Ma nel frattempo, però, l’usurpatore della dirigenza del partito aveva assoldato alcune decine di criminali, di mercenari pericolosi che si erano sistemati nella sede del partito democratico. E guarda caso, la polizia di Stato, nonostante fosse stata avvisata con una denuncia di quelle presenze all’interno della sede del partito, non ha fatto nessun controllo, come se niente fosse! Chissà perché?! Si sapeva però, e ormai è stato appurato, grazie anche a quanto è accaduto durante la protesta dell’8 gennaio scorso, che l’usurpatore della dirigenza del partito democratico ha avuto sempre il pieno appoggio ed il sostegno del suo “protettore”, il primo ministro albanese, che ha messo a sua disposizione, durante la protesta, le truppe scelte della polizia di Stato. Ormai sono disponibili molte registrazioni video e/o audio, fatte durante quella protesta nella sede del partito democratico, che dimostrano e testimoniano in modo inconfutabile chi ha esercitato violenza contro chi. Così come dimostrano e testimoniano l’uso sproporzionato e legalmente vietato dei gas nocivi, molto pericolosi per la salute, da parte delle truppe scelte della polizia di Stato. Truppe che invece di entrare dentro l’edificio blindato hanno caricato e maltrattato i manifestanti pacifici, gli iscritti del partito, come se fossero dei pericolosi criminali. Ed erano proprio dentro l’edificio blindato, come ormai testimoniano palesemente le tante registrazioni video e/o audio, i veri criminali, i mercenari assoldati dall’usurpatore della dirigenza del partito. Proprio quelli che subito dopo l’inizio della protesta massiccia e pacifica hanno cominciato ad aggredire i manifestanti, lanciando dalle finestre del secondo piano una grande quantità di vetri rotti delle finestre, delle sedie, nonchè hanno fatto uso, vietato dalla legge, dei gas nocivi, gli stessi usati dalla polizia di Stato (sic!). Ma le truppe scelte della polizia di Stato, lasciando liberi di agire i criminali dentro la sede del partito, continuavano ad aggredire barbaramente spietati con gas nocivi ed acqua i manifestanti pacifici, prendendo ordini dai loro superiori. Anche questo è stato ormai registrato e reso pubblico. Di tutto ciò l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore la scorsa settimana (Una protesta pacifica che ha fatto cadere delle maschere, 10 gennaio 2022).

    Sono stati miseri, inutili, incredibili e ridicoli i commenti fatti dai media controllati dal primo ministro e/o da chi per lui, nonché dagli analisti ed opinionisti pagati profumatamente come parte integrante della potente propaganda governativa. Hanno cercato, soprattutto nelle prime ore dopo la dispersione della protesta, di far credere che i manifestanti violenti avessero cercato di distruggere tutto e di mettere in serio pericolo la vita dell’usurpatore e dei suoi pochissimi fedeli che erano dentro la sede. Ma guarda caso, non hanno mai parlato e/o fatto riferimento a quelle decine di criminali che stavano dentro la sede, insieme all’usurpatore. Criminali che sono stati filmati da diverse riprese televisive e/o ripresi dai telefonini mentre aggredivano spietatamente con mezzi diversi i manifestanti pacifici. Manifestanti che volevano semplicemente entrare nella loro casa comune, ma che, invece, avevano trovato le porte di casa chiuse, con le serrature cambiate e blindate da dentro. Chissà perché?! Purtroppo però che queste misere e ridicole informazioni diffuse dalla propaganda governativa, prive di qualsiasi veridicità, sono state riprese e trasmesse da alcuni media internazionali, senza nessuna verifica preventiva, professionalmente richiesta e dovuta.

    Durante tutta la scorsa settimana sono state pubblicate ulteriori testimonianze che dimostrerebbero l’appoggio ed il sostegno del primo ministro all’usurpatore della dirigenza del partito democratico albanese. Da anni ormai si sta parlando, discutendo e si sta diffondendo sempre più la convinzione che tra loro due si sia un accordo occulto. Un accordo stabilito, almeno per il pubblico, il 18 maggio 2017. Anche di questo il nostro lettore è stato spesso informato. Ma durante la scorsa settimana è stata diffusa la notizia di un nuovo e clamoroso scandalo edilizio. Si tratterebbe di un progetto che lo sta elaborando uno studio architettonico straniero. Un progetto che, se finalizzato, permetterà la costruzione di tre grattacieli in pieno centro della capitale. Ma è proprio un piccolo “dettaglio” che rende questo progetto particolare. Ed il piccolo “dettaglio” è che quei tre grattacieli saranno costruiti proprio lì dove attualmente si trova la sede del partito democratico albanese. Proprio lì! Le cattive lingue per tutta la scorsa settimana hanno parlato di interessi comuni tra il primo ministro e l’usurpatore della dirigenza del partito democratico. Interessi che, inevitabilmente, sono legati anche alla criminalità organizzata locale ed internazionale che da anni in Albania, soprattutto nel campo dell’edilizia, sta riciclando i miliardi provenienti da attività illecite, dai traffici di droga, dalla corruzione e da tanto altro. Ma non sono soltanto le cattive lingue. Durante questa settimana appena passata si stanno accumulando dati e documenti facilmente verificabili, che testimoniano questa connivenza pericolosa tra il potere politico e la criminalità organizzata. Usurpatore del partito democratico compreso che, personalmente e con alcuni suoi “portavoce”, compresi quelli molto vicini al governo, all’inizio della settimana e appena la notizia era stata diffusa, hanno cercato di smentire tutto. Ma in seguito, fallendo clamorosamente in quella impossibile impresa, hanno vigliaccamente “scelto” di tacere. E così facendo si autoaccusano. Come hanno fatto anche di fronte ad altri fatti legati ad altrettanto clamorosi scandali di appalti “governativi” milionari che vedono coinvolto direttamente l’usurpatore e/o i suoi diretti e più stretti familiari. Ma si sa, e lo confermano anche i dizionari, che lo scandalo rappresenta un fatto, una vicenda, una situazione “in cui emergono immoralità, corruzione e che coinvolge personaggi importanti”.

    Chi scrive queste righe seguirà ed informerà in nostro lettore di questo nuovo scandalo. Egli però è convinto della pericolosità di questa “alleanza” occulta tra il primo ministro e l’usurpatore della dirigenza del partito democratico albanese. Perché una simile “alleanza”, se non affrontata con la dovuta responsabilità civile e patriottica, potrebbe diventare una pietra tombale per la sofferente e traballante democrazia albanese. Non bisogna mai dimenticare che, come diceva Gesù, guai al mondo per gli scandali! Guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo! Perché tutti loro saranno poi gettati nella Geenna del fuoco.

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