Libertà

  • L’attentato a Ranucci conferma la necessità di difendere sempre la libertà di stampa

    La libertà di stampa oltre ad essere un diritto, almeno in uno Stato democratico, è anche uno dei beni più preziosi per ciascuno di noi che, attraverso la stampa libera, viene a conoscenza di tutto quanto realmente avviene nel suo paese e nel mondo.

    I giornalisti d’inchiesta, ormai pochi, devono essere particolarmente apprezzati e protetti perché, attraverso il loro lavoro, si svelano scandali, manovre di associazioni criminali, a volte collusi con organi vitali dello Stato, delitti e violazioni delle leggi.

    A tutti questi giornalisti va il nostro apprezzamento e sostegno invitandoli sempre a tutte le verifiche necessarie per impedire che persone, poi dichiarate innocenti, abbiano gravi danni da notizie diffuse e rivelatesi erronee.

    Il Patto Sociale, che non ha mai usufruito di sovvenzioni o protezioni, crede fermamente che la notizia debba essere data in forma chiara e corretta e non debba mai confondersi con il commento politico, che il giornalista ha diritto di esprimere e del quale si deve assumere la responsabilità

    Andrebbe in ogni caso verificato se non sia fuorviante, a volte pericoloso, riportare nei media, durante le indagini, informazioni non verificate o definitive e commenti che possono, anche inconsapevolmente, esercitare una pressione sugli organismi giudicanti.

    A Ranucci, vittima di un attentato particolarmente grave per le conseguenze che avrebbe potuto avere anche sui suoi familiari, ed ai tanti giornalisti che hanno pagato con la vita il loro impegno per cercare la verità, la nostra vicinanza come testata e come singole persone che tentano di dare il loro contributo all’informazione riaffermando che in nessun modo vanno accettate intimidazioni o ricatti.

  • Chi oggi non fa parlare le persone ebree è comunista

    A Fiano la mia solidarietà per non aver potuto esercitare il suo diritto di partecipare ad un dibattito nel quale era relatore, ci permettiamo però di suggerire a Fiano, che conosciamo e per molti aspetti abbiamo sprezzato, che se non sarà in grado, nella volontà, di chiamare le cose con il loro nome continuerà ad avere problemi con quelli che crede suoi amici.

    Diceva Voltaire “se vuoi parlar con me fissa i tuoi termini” e questa sarebbe una norma che dovremmo tutti rispettare ma Fiano, come tanti altri, ha paura di definire estremisti comunisti, estremisti di sinistra, coloro che hanno impedito a lui di parlare e che hanno sfilato per le strade inneggiando ad Hamas e alla carneficina che Hamas ha compiuto, non solo in quel tragico 7 ottobre.

    L’odio di parte, i preconcetti, l’ottusità, che ottenebra la realtà, non saranno mai d’aiuto alla convivenza civile, caro Fiano chi ti ha allontanato a Venezia è comunista, cerca di comprenderlo pensando a quanti ebrei hanno dovuto fuggire dall’Unione Sovietica e a quello che sta ancora succedendo.

  • Social media content restricted in Afghanistan, Taliban sources confirm

    Restrictions have been placed on content on some social media platforms in Afghanistan, Taliban government sources told BBC Afghan.

    Filters have been applied to restrict certain types of content on sites including Facebook, Instagram and X, the sources at the Ministry of Communications and Information Technology said.

    It is not clear exactly what sort of posts are subject to filtering. Some social media users in Kabul told the BBC that videos on their Facebook accounts are no longer viewable, while access to Instagram has also been restricted.

    These restrictions on social media content come a week after internet and telecommunications services were cut off across the country for two days.

    The move caused widespread problems for citizens and its end was greeted with celebration.

    The 48-hour blackout disrupted businesses and flights, limited access to emergency services and raised fears about further isolating women and girls whose rights have been severely eroded since the hardline Islamist group swept back to power in 2021.

    Social media users in Afghanistan have been complaining about limited access to different platforms in various provinces since Tuesday.

    A Taliban government source said: “Some sort of controls have been applied to restrict certain types of content on platforms such as Facebook, Instagram, and X.

    “We hope this time there wouldn’t be any full ban on internet.

    “The filtering is almost applied for the whole county and most provinces are covered now.”

    There is no formal explanation from Taliban government officials for the restrictions.

    Cybersecurity organisation NetBlocks said “restrictions are now confirmed on multiple providers, the pattern shows an intentional restriction”. Social sites have been intermittently accessible on smartphones, according to news agency AFP.

    A man who works in a government office in eastern Nangarhar province told the BBC he could open Facebook but could not see pictures or play videos.

    He said the “internet is very slow as a whole”.

    Another user in southern Kandahar province, who runs a private business, said his fibre optic internet had been cut off since Tuesday but mobile phone data was working, with Facebook and Instagram being “severely slow”.

    The Taliban government has not given an explanation for the total shutdown last week. However, last month, a spokesperson for the Taliban governor in the northern province of Balkh said internet access was being blocked “for the prevention of vices”.

    Since returning to power, the Taliban have imposed numerous restrictions in accordance with their interpretation of Islamic Sharia law.

    Afghan women have told the BBC that the internet was a lifeline to the outside world since the Taliban banned girls over the age of 12 from receiving an education.

    Women’s job options have also been severely restricted and in September, books written by women were removed from universities.

  • Di nuovo proteste

    Giunge un momento in cui la protesta non è più sufficiente: dopo la filosofia è necessaria l’azione.
    Victor Hugo, I miserabili, 1862

    Erano le 11:52 del 1° novembre 2024 quando è crollata la tettoria della stazione ferroviaria di Novi Sad. Un crollo che, riferendosi ai dati ufficiali, ha causato 16 vittime, tra le quali un bambino di sei anni, nonché molti feriti. E subito dopo quel drammatico evento, il 3 novembre 2024, in diverse città della Serbia sono cominciate le proteste contro il governo, accusato, tra l’altro, di appalti truccati, di mancanza di trasparenza obbligatoria per legge e di corruzione.

    Da allora delle massicce proteste, organizzate dagli studenti universitari, alle quali hanno partecipato sempre anche decine di migliaia di cittadini, agricoltori con i loro trattori ed altri, si sono svolte a Belgrado ed in altre città della Serbia. “La corruzione uccide” è stato uno dei primi slogan usati durante queste proteste. Riferendosi a quanto è accaduto alla stazione ferroviaria di Novi Sad, i manifestanti sono convinti che quella della stazione sia “un crimine, non una tragedia”. E questa loro convinzione viene annunciata durante le proteste.

    Novi Sad, la seconda città più grande della Serbia, si trova nel nord del Paese, dove passa anche la ferrovia che collega Budapest con Belgrado. L’entrata in funzione della linea ferroviaria ad alta velocità che collega queste due capitali è prevista per non oltre i primi mesi del prossimo anno. E proprio nell’ambito di questo progetto, già dal 2021, sono stati previsti ed avviati anche i lavori di ristrutturazione della stazione ferroviaria di Novi Sad.

    Bisogna sottolineare che il progetto viene finanziato dalla Cina, nell’ambito di quella che è nota come la Belt and Road Initiative (Iniziativa Cintura e Strada, riconosciuta come la Nuova Via della Seta; n.d.a.). Si tratta di un programma strategico del governo cinese, reso pubblicamente noto nel 2013, che finanzia con più di 1000 miliardi di dollari statunitensi molti investimenti infrastrutturali in diverse parti del mondo, compresa anche l’Europa. Bisogna altresì sottolineare che il Ministero delle Costruzioni, Infrastrutture e Trasporti in Serbia ha affidato i lavori per la ricostruzione della ferrovia e della stazione di Novi Sad ad un consorzio di ditte cinesi.

    In seguito alle continue proteste in Serbia legate al tragico evento di Novi Sad, il primo ministro serbo ha presentato le sue dimissioni il 28 gennaio scorso. Lo stesso ha fatto anche il sindaco di Novi Sad. Mentre altri due ministri, quello delle Costruzioni, Infrastrutture e Trasporti ed il suo collega del Commercio, si sono dimessi rispettivamente il 4 ed il 20 novembre scorso. Ma nonostante ciò le proteste continuano sempre massicce a Belgrado ed in diverse città della Serbia. I manifestanti chiedono giustizia per le vittime, trasparenza nei contratti pubblici, la pubblicazione dei documenti relativi alla ricostruzione della stazione di Novi Sad, la fine della repressione contro gli studenti ed altri manifestanti, nonché l’aumento del 20% del budget per l’istruzione superiore. Il nostro lettore è stato informato di queste proteste a tempo debito (Proteste massicce che stanno mettendo in difficoltà un regime; 17 marzo 2025).

    Ma le proteste degli studenti e dei cittadini in Serbia contro il regime corrotto, come lo chiamano loro, non si sono placate neanche durante questi ultimi mesi estivi. Le ultime sono cominciate il 12 agosto scorso e sono continuate anche la scorsa settimana. Si tratta sempre di proteste massicce che adesso sono state affrontate duramente dalle forze dell’ordine, nonché da numerosi paramilitari ben armati e determinati, come riportano i media non controllati dal governo serbo, ma anche i molti media internazionali.

    Contro quelle proteste massicce il presidente serbo e i suoi stretti collaboratori ultimamente hanno concepito e stanno attuando una nuova strategia. Si tratta di contro-proteste alle quali partecipano i militanti del Partito Progressivo Serbo (in serbo Srpska napredna stranka – SNS; n.d.a.). Si tratta di un partito nazional-conservatore costituito nell’ottobre 2008 e che, dal 2012 fino al 2023, ha avuto come dirigente Aleksandar Vučić, l’attuale presidente della Repubblica di Serbia. Proprio colui che però ha cominciato la sua vera carriera politica nel 1998, quando diventò ministro dell’Informazione dell’allora Repubblica Federale di Jugoslavia (composta dalla Serbia e dal Montenegro; n.d.a.). Una Repubblica, quella, che aveva in quel tempo come presidente Slobodan Milošević. L’attuale presidente della Serbia, quando era ministro dell’Informazione è stato anche l’ideatore di una famigerata legge proprio sull’informazione. Una legge che violava apertamente la libertà d’espressione dei media oppositori del regime di Slobodan Milošević e prevedeva delle pesanti sanzioni a tutti i media critici. Ragion per cui l’allora ministro dell’Informazione, l’attuale presidente della Serbia, è stato inserito nella Black Lists (Lista nera; n.d.a.) di accesso nei Paesi dell’Unione europea.

    Ebbene, proprio nell’ambito della strategia dell’uso delle contro-proteste per sminuire le influenze delle proteste massicce degli studenti e dei cittadini serbi, cominciate il 3 novembre scorso dopo il crollo della tettoria della stazione ferroviaria di Novi Sad, sabato scorso, 23 agosto, è stata resa pubblica una notizia. Si annunciava che il Partito Progressista Serbo, realmente diretto dall’attuale presidente serbo, appoggiava i raduni dei cosiddetti “cittadini che si contrappongono ai blocchi”. E si fa riferimento ai blocchi causati dalle proteste massicce contro il governo ed il presidente serbo. Si annunciava che quei raduni cominciavano in più di 80 città serbe a partire dalle 18:30 di sabato scorso. La propaganda a servizio del presidente ha cercato di far apparire tutto come un’iniziativa spontanea dei cittadini. Lo stesso presidente serbo ha dichiarato che quei raduni “…non sono contro le proteste in sé, ma contro i blocchi”, cercando così di liberarsi da ogni responsabilità legata alla drammatica realtà causata dal malgoverno e dalla diffusa corruzione.

    Dopo quell’annuncio molti militanti e simpatizzanti del Partito Progressista Serbo sono scesi in piazza in diverse città della Serbia. E ai manifestanti, in una cittadina vicina a Belgrado, si è unito anche il presidente della Serbia. Lui ha dichiarato ai giornalisti presenti che i raduni dei “cittadini che si contrappongono ai blocchi” sono stati “…. regolarmente annunciati e autorizzati, a differenza di quelli del movimento degli studenti, e che si tengono in modo del tutto pacifico e senza alcun episodio di violenza”. E così ha voluto accusare di violenza gli studenti e i cittadini. Ma, fatti accaduti alla mano, sono stati proprio i reparti della polizia e i tanti paramilitari armati che hanno aggredito gli studenti e i cittadini, soprattutto durante le proteste cominciate il 12 agosto scorso in diverse citta della Serbia. Un fatto questo riportato anche dai media internazionali.

    E mentre il presidente serbo ha ottimi rapporti con il suo omologo russo e quello cinese, riesce a ricevere un comportamento “diplomaticamente corretto” anche da alcuni “grandi dell’Europa”, e si sa anche il perché. Ma giovedì scorso il presidente serbo ha personalmente annunciato che aveva avuto un “colloquio telefonico buono e sostanziale” con il presidente del Venezuela Nicolás Maduro, pubblicamente noto come un dittatore. Il presidente serbo ha affermato che Maduro è un “grande amico della Serbia (Sic!). Ma i saggi latini ci insegnano che similes cum similibus congregantur.

    Chi scrive queste righe sta seguendo sia le proteste massicce degli studenti e dei cittadini in Serbia, sia le contro-proteste dei militanti e i simpatizzanti del Partito Progressista Serbo. Egli pensa che gli studenti e i cittadini serbi devono far propria l’affermazione di Victor Hugo. E cioè che giunge un momento in cui la protesta non è più sufficiente; dopo la filosofia è necessaria l’azione.

  • Il regime chiude abusivamente una televisione ‘non gradita’

    Censura e libertà di stampa saranno sempre in lotta fra loro. La censura

    la esige ed esercita il potente, la libertà di stampa la reclama l’inferiore.

    Johann Wolfgang Goethe, Massime e riflessioni, 1833 (postumo)

    Due settimane fa l’autore di queste righe informava il nostro lettore di quello che prevedevano sia la Costituzione che il famigerato articolo 55 del Codice penale durante la spietata dittatura comunista in Albania (1945 – 1991). In quel articolo si sanciva che “L’agitazione e la propaganda fascista, antidemocratica, religiosa, guerrafondaia, antisocialista, così come la distribuzione, oppure la conservazione per la distribuzione della letteratura con un contenuto tale [capace] d’indebolire oppure di minare lo Stato della dittatura del proletariato, si condanna con la privazione della libertà da 3 a 10 anni. Le stesse opere, nel caso siano state attuate in tempo di guerra, oppure abbiano causato delle conseguenze estremamente pesanti, si condannano con la privazione della libertà con non meno di 10 anni, o con la morte”.

    Il nostro lettore, due settimane fa, è stato altresì informato che il 25 luglio scorso è stata presentata la bozza del nuovo Codice penale. L’autore di queste righe scriveva per il nostro lettore: “…Tra i tanti emendamenti presentati, alcuni meritano veramente tutta l’attenzione dell’opinione pubblica, delle cancellerie europee e delle istituzioni internazionali, comprese quelle dell’Unione europea, visto che l’Albania è un Paese candidato all’adesione […]. Si tratta di una “copia” camuffata del sopracitato articolo 55. La nuova proposta prevede condanne fino a 3 anni per la “profanazione” del Presidente, del Parlamento, del Consiglio dei ministri ecc…[…]. Ma tutti sono concordi sul fatto che con questo articolo si cerca di difendere il primo ministro dalle tante, innumerevoli, continue e ben meritate accuse, critiche, ridicolizzazioni e ben altro”. (Ritorno ai metodi censoriali del regime comunista; 5 agosto 2025).

    Solo quindici giorni dopo la sopracitata presentazione della bozza del nuovo Codice penale, un atto abusivo ha attirato l’attenzione pubblica in Albania. Alle ore 7:36 di sabato, 9 agosto scorso, è stato bloccato il segnale di un’importante televisione informativa. Parte integrante di un noto gruppo mediatico, la televisione, costituita nel 2002, è stata la prima rete televisiva in Albania che trasmette ininterrottamente le notizie, sia quelle locali che internazionali. Si tratta, fatti accaduti e documentati alla mano, di un atto abusivo e vendicativo del regime del primo ministro contro un media che non “ubbidiva” più ai suoi ordini.

    Bisogna sottolineare, sempre fatti accaduti, documentati e pubblicamente noti alla mano, che alcuni proprietari dei più influenti e diffusi gruppi mediatici in Albania sono anche degli “amici” del primo ministro. E lui, in cambio, valuta questa “amicizia”. Lo ha fatto anche come il presidente del Comitato degli Investimenti Strategici. L’ultima sua “beneficenza” è stata fatta alla dirigente di un noto e potente gruppo mediatico, il 10 aprile scorso. Durante una seduta del Comitato degli Investimenti Strategici lei è stata dichiarata “Investitore strategico” ed ha ottenuto una licenza per costruire in una ambita area della capitale. E come lei, in precedenza, hanno “beneficiato” anche altri proprietari di noti gruppi mediatici.

    Ma simili “amicizie” non durano a lungo, soprattutto se non ci sono più degli “interessi reciproci” da condividere. Lo conferma il caso del proprietario del gruppo mediatico attaccato il 9 agosto scorso. Ovviamente, fatti accaduti e pubblicamente noti alla mano, lui non è uno stinco di santo, anzi! Ragion per cui lui è stato anche “amico” del primo ministro. Lo dicevano i saggi latini: Similes cum similibus congregantur.  Ma il proprietario del gruppo mediatico malauguratamente è stato “amico” anche del sindaco della capitale, in carcere ormai dal 10 febbraio scorso. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito di quell’incarcerazione e delle ragioni per cui è stata voluta, ordinata ed eseguita. Il primo ministro, come ha fatto ormai anche con altri suoi “collaboratori”, lo ha usato e poi lo buttato via come scorza di limone spremuto. L’ingannatrice messinscena del primo ministro è durata solo alcuni giorni dopo l’arresto del sindaco.

    Sembrerebbe però che il proprietario del gruppo mediatico sopracitato avesse continuato l’amicizia ed il supporto, anche mediatico, con il sindaco della capitale, ormai in prigione. Chissà perché?! Le cattive lingue parlano però di interessi comuni legati ad investimenti nel campo dell’edilizia e non solo. Nel frattempo la televisione chiusa abusivamente il 9 agosto scorso, stava trasmettendo delle notizie non gradite al primo ministro. Alcuni giornalisti del gruppo mediatico stavano pubblicando dei fatti e dati che coinvolgevano direttamente il primo ministro e/o alcuni suoi stretti famigliari in alcuni scandali corruttivi ed abusivi milionari. Scandali sui quali le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia hanno steso un velo pietoso, nonostante presso quelle istituzioni siano state depositate, da anni ormai, delle denunce molto dettagliate.

    Dalle prime ore di sabato, 9 agosto scorso, decine di poliziotti hanno circondato i due edifici della televisione, parte del gruppo mediatico abusivamente aggredito. Nel frattempo era stato interrotto anche la fornitura di energia elettrica. Alle ore 7:36 del 9 agosto la televisione non trasmetteva più. Secondo le autorità si tratta di un contenzioso tra il ministero dell’Economia, Cultura ed Innovazione ed il gruppo mediatico, che riguarda i contratti d’affitto e altri atti procedurali. Ma, documenti alla mano, i rappresentanti dei gruppo mediatico dimostrano che il contenzioso riguarda solo uno dei due edifici bloccati da decine di poliziotti armati. I rappresentanti della polizia di Stato non hanno però dimostrato i necessari documenti sui quali si basava quell’operazione. In più sono stati violati anche i limiti di tempo, previsti dalla legge, supponendo che esisteva la pretesa base legale. Ragion per cui diventa normale e naturale pregiudicare la chiusura del segnale della ben nota televisione che trasmetteva, 24 ore su 24, notizie sia dall’Albania che da tutto il mondo.

    Nei giorni succesivi in quegli edifici sequestrati sono entrati, in palese violazione delle procedure legali, anche forze della polizia militare, nonché dei camion che hanno caricato e portato via tutti i documenti, i computer ed altri materiali dei giornalisti della televisione e del gruppo mediatico. Bisogna sottolineare che alcuni di quei giornalisti stavano indagando sugli abusi e gli scandali che coinvolgevano personalmente il primo ministro e alcuni suoi stretti collaboratori e famigliari. Le cattive lingue dicono che questa è anche la ragione del “sequestro” dei due edifici.

    La scorsa settimana è stato reso noto un rapporto del Dipartimento di Stato statunitense in cui si trattava anche la libertà d’espressione. Il capitolo sull’Albania del rapporto era realistico e molto critico. “I giornalisti si sono spesso autocensurati per evitare la violenza…e per mantenere il posto di lavoro ….. Il governo, i partiti politici e i gruppi criminali hanno usato i loro diretti legami con i proprietari dei media e i capi redattori per influenzare i contenuti dei rapporti” affermava il rapporto. In più, subito dopo la chiusura della televisione, hanno subito reagito le associazioni dei giornalisti locali ed internazionali, nonché i media europei. Ragion per cui oggi, 18 agosto è stato ripristinato il segnale televisivo. Chissà perché questo dietrofront del primo ministro?! Si perché nessuno poteva chiudere abusivamente una televisione ‘non gradita” senza il suo ordine.

    Chi scrive queste righe è convinto che quanto è accaduto il 9 agosto scorso con la chiusura del segnale di una nota televisione è un’ulteriore testimonianza del regime in azione. Non dobbiamo dimenticare quanto affermava Goethe: “Censura e libertà di stampa saranno sempre in lotta fra loro. La censura la esige ed esercita il potente, la libertà di stampa la reclama l’inferiore”.

  • Libertà: difendere i diritti di tutti non solo di alcuni

    “Tutelare la libertà di tutti” è il messaggio della Schlein dal Pride di Budapest.

    Come non essere d’accordo in via di principio, tutti hanno diritto alla libertà e tutti avrebbero diritto di aspettarsi manifestazioni, con in testa anche la segretaria del Pd italiano, per quello che la sua presenza può valere nel mondo, per difendere diritti violati.

    Libertà per gli ucraini da più di tre anni perseguitati dalla guerra di Putin, ma la Schlein non sfila per loro né per i rapiti che Hamas ancora tiene, prigionieri, vivi o morti che siano.

    Libertà per gli iraniani oppressi dal regime e libertà per chi è schiavo di Kim Jong-un.

    Libertà per chi non è più libero di dire come la pensa perché diventa subito strumentalizzato e etichettato come fascista, razzista, sionista.

    Libertà per i bambini piccoli resi schiavi fin dai primi anni dagli smartphone che i genitori mettono loro in mano per non essere disturbati.

    Libertà per le decine di migliaia di persone che in Italia lavorano per agenzie varie che commissionano lavori che sono pagati a novanta giorni, quando pagano, e nessun partito o sindacato si occupa dei diritti di questi lavoratori.

    Libertà per chi ha un deficit fisico e non può raggiungere tanti luoghi ed uffici perché le barriere architettoniche non sono state eliminate, dopo anni ed anni di promesse

    Libertà per chi vuole camminare per strada senza essere minacciato, derubato, accoltellato da sempre più numerose bande di adolescenti armati di coltello

    Libertà per chi, sicuramente sbagliando, vuole ancora sentirsi normale, si accontenta del suo sesso, del suo lavoro, se riesce ad averlo, della sua piccola vita e vorrebbe solo essere lasciato in pace senza essere costretto per ogni cosa a passare ore al telefono con un call center o sul computer inseguendo spid ed altro per capire cosa sta facendo l’INPS o come prenotare una visita medica urgente.

    Libertà dall’uso eccessivo della rete, dalle sconnesse dichiarazioni di vari leader politici, dalla violenza nelle strade, libertà di circolare senza lavori stradali che durano da anni, senza amministratori locali che consumano inutilmente suolo, tagliano alberi e danno concessioni edilizie per case che, quando i proprietari avranno finito di pagare il mutuo, saranno completamente da rifare.

    Libertà di vivere con quel po’ di serenità che la vita ci concede e perciò giustizia perché non c’è libertà senza giustizia come dimostra quello che sta avvenendo in Ucraina da più di tre anni senza che si sia avuto il coraggio di rivedere le regole ormai obsolete ed inutili delle Nazioni Unite.

    Cara segretaria del Pd ognuno in Italia fa ciò che gli pare della sua condizione sessuale e hanno più diritti, ormai, le minoranze di  coloro che un giorno erano diversi rispetto alle maggioranze di coloro che un giorno, ed ancora oggi, si sentono normali compresi quei vecchi chiusi in istituti anticamera della morte e spesso luoghi di tortura fisica e psichica

    Cara Schlein, prova a manifestare anche per qualcosa d’altro non solo contro il governo, prova a dire qualcosa di vero ed utile, prova a capire che l’abisso è vicino per tutti se diventa normale che l’egoismo di avere un figlio travalichi ogni legge di natura per arrivare prima o poi, e il tempo non sembra troppo lontano, a farli completamente artificiali.

    Difendere i diritti di tutti, non difendere solo i diritti di alcuni.

  • La sicurezza, i dati sensibili, Musk

    La sicurezza di una nazione, prima ancora che dalle Forze Armate, è garantita dai sistemi di intelligence e dalla esclusiva proprietà dei siti strategici e dei dati sensibili.

    Preoccupano seriamente le ipotesi di affidare a sistemi privati, di chiunque siano, la gestione dei nostri dati sensibili che, già nel passato, spesso, non sono stati gestiti direttamente da strutture pubbliche ma private con i problemi, molto preoccupanti, che sono sorti negli ultimi tempi per l’uso ed abuso di questi dati.

    L’ingerenza di interessi di singoli personaggi o di altri Stati nella vita democratica di una nazione non è un’ipotesi avveniristica ma è quello che è già più volte accaduto con conseguenze molto gravi.

    Per impossessarsi dei gangli vitali di un paese, potendo così condizionare scelte, alleanze, decisioni politiche o geopolitiche, non è necessario dare corso ad una invasione armata, è più che sufficiente conoscere, entrare in possesso, dei dati sensibili.

    L’Europa, per sua incapacità, dipende, dal punto di vista della finanza e dell’economia, da quanto è deciso al di là dell’Atlantico, non essendo stata in grado di mettere a punto un suo autonomo sistema di valutazione.

    L’ipotesi, che sempre più insistentemente circola, di un accordo tra lo stato italiano e Musk, che ha già dichiarato come questo accordo gli aprirebbe la strada per uguali contratti negli altri Stati dell’Unione, preoccupa per molti motivi:

    1) consegneremmo i nostri dati sensibili, e cioè un immenso potere con ricadute a breve e lungo termine, ad un uomo che rappresenta, per prima cosa, solo i suoi interessi perseguiti senza scrupoli o paletti, come dimostra il fatto che in poco tempo è riuscito a diventare l’uomo più ricco del mondo;

    2) consegneremmo i nostri dati sensibili ad una persona che oggi, come tutor del presidente Trump, supporta una visione degli Stati Uniti come paese egemone che potrebbe anche occupare, con la forza, altri paesi o parte di questi;

    3) Musk vive ed agisce secondo la sua personale ideologia, la conquista, a qualunque prezzo, di quello che vuole ottenere o sperimentare, non esistono per lui confini di ordine etico, morale o democratico.

    Come può un governo, che ha votato la maternità surrogata come delitto universale, immaginare, anche lontanamente, di affidare l’Italia e gli italiani ad un uomo che con la maternità surrogata ha avuto dei figli e gli ha chiamati con delle sigle senza dargli un vero nome? Non è anche questa una ulteriore dimostrazione del cinismo che guida le sue decisioni?

    È possibile che di fronte al potere, al miraggio di una tecnologia sempre più oltre, al desiderio di sentirsi amici ed apprezzati da chi, da uomo più ricco si sta trasformando nell’uomo più potente del mondo, chi ci governa sia accecato, incapace di comprendere i pericoli immediati ed a lungo termine, vanificando le speranze che tanti avevano avuto, speranze di libertà, indipendenza, democrazia vera?

    Possono gli italiani accettare di vedere ceduti i dati sensibili personali e della loro nazione, possono gli europei accettare di essere conquistati e dipendenti non solo da un altro Stato ma da un uomo che potrebbe in breve diventare il proprietario di quanto è più segreto e vitale per l’esistenza democratica di ciascuno e di tutti?

  • Oltre 365 milioni, e in aumento, i cristiani perseguitati in tutto il mondo

    Il rapporto “World Watch List 2024”, redatto dalla ong PorteAperte/OpenDoors e presentato alla Camera dei Deputati stima in oltre 365 milioni i cristiani nel mondo sottoposti a persecuzioni forti per la loro fede. Il fenomeno, diagnosticato sulla base dell’analisi di circa quattromila persone (tra reti locali, ricercatori ed esperti esterni e che prende in esame “Chiese storiche”, comunità di espatriati o di immigrati e quelle convertite al cristianesimo), riguarda un cristiano su sette a livello planetario, uno su cinque in Africa e due su cinque in Asia.

    Dall’ottobre 2022 al settembre 2023 si è registrato il livello più alto di persecuzione mai accertato dalla nascita, 31 anni fa, della World Watch List, peraltro in linea con un trend in costante aumento da dieci anni. I cristiani perseguitati sono aumentati di cinque milioni rispetto allo scorso anno e su 100 Paesi monitorati 76 hanno un livello di persecuzione considerato almeno “alto”, mentre quelli a livello “estremo” sono passati in un anno da 11 a 13. Il Paese più ostile ai cristiani si conferma, come sempre dal 2002, la Corea del Nord; seguono Somalia, Libia, Eritrea e Yemen. Paesi dove, si legge nel rapporto, “la fede cristiana va vissuta nel segreto e, se scoperti, i cristiani – soprattutto quelli convertiti – rischiano la morte”.

    Al sesto posto c’è la Nigeria, che detiene il record di cristiani uccisi a causa della violenza jihadista. Sono 4.118 sui 4.998 totali nel mondo – il secondo è la Repubblica Democratica del Congo con 261. Si tratta di uno dei pochi numeri assoluti in calo rispetto allo scorso anno, quando i cristiani uccisi furono 5.621. Secondo Porte Aperte il calo è dovuto ai mesi antecedenti alle elezioni in Nigeria, periodo in cui i massacri si sono fermati per poi ricominciare dopo il voto. Nel Paese africano c’è stato anche il numero più alto di rapimenti di cristiani, 3.300 sui 3.906 globali, ma in generale è tutta la fascia del Sahel a essere particolarmente difficile a causa dei gruppi islamisti.

    Il Pakistan, costantemente tra le prime dieci nazioni in cui la vita dei cristiani è più difficile, si trova al settimo posto ed è il secondo per le violenze contro i cristiani. Sale all’ottavo posto dal decimo il Sudan, seguito dall’Iran. Decimo posto per l’Afghanistan, dove la violenza sui cristiani è calata dopo le persecuzioni degli anni precedenti che hanno portato molte comunità a fuggire. “La vita dei cristiani non è ora più sicura”, si legge, “ma semplicemente i talebani hanno smesso di cercarli”.

    L’India, all’undicesimo posto in classifica per avversione al cristianesimo, è lo Stato con il maggior numero di cristiani arrestati – 2.332 su 4.125, seguito da Eritrea (400), Cuba (75) e Nicaragua (60). Il Paese centroamericano, spiega Nani, “è salito fino alla trentesima posizione a causa del governo Ortega che limita la vita dei cristiani in questo Paese”.  Sull’India, aggiunge, c’è una grossa preoccupazione in vista delle elezioni del prossimo anno, che potrebbero esacerbare il clima e il conflitto tra le confessioni religiose. Tra i nuovi Paesi in cui la persecuzione ha raggiunto il livello “estremo” ci sono la Siria e l’Arabia Saudita. Fra gli altri dati emersi globalmente ci sono anche 14.766 attacchi alle Chiese e ai luoghi di culto mentre sono decine di migliaia le aggressioni personali e alle attività economiche.

  • World’s longest detained journalist wins rights prize

    A journalist detained in Eritrean prison without trial for 23 years has won a Swedish human rights prize for his commitment to freedom of expression.

    Dawit Isaak, who holds dual Eritrean-Swedish citizenship, was given the Edelstam Prize “for his… exceptional courage”, the foundation behind the award said in a statement.

    Dawit was one of the founders of Setit, Eritrea’s first independent newspaper.

    He was detained in 2001 after his paper published letters demanding democratic reforms.

    Dawit was among a group of about two dozen individuals, including senior cabinet ministers, members of parliament and independent journalists, arrested in a government purge.

    Over the years, the Eritrean government has provided no information on his whereabouts or health, and many who were jailed alongside him are presumed dead.

    The Edelstam Prize, awarded for exceptional courage in defending human rights, will be presented on 19 November in Stockholm.

    Dawit’s daughter, Betlehem Isaak, will accept the prize on his behalf as he remains imprisoned in Eritrea.

    His work with the Setit included criticism of the government and calls for democratic reform and free expression, actions that led to his arrest in a crackdown on dissent.

    The Edelstam Foundation has called for Dawit’s release, urging the Eritrean authorities to disclose his location and allow him legal representation.

    “Dawit Isaak is the longest detained journalist in the world. We are very concerned about his health and his whereabouts are unknown, he is not charged with a crime, and he has been denied access to his family, consular assistance, and the right to legal counsel – effectively, it is an enforced disappearance,” said Caroline Edelstam, the chair of the Edelstam Prize jury.

    His “indefatigable courage stands as a testament to the principle of freedom of expression.”

    The Edelstam Foundation also urged the international community to pressure Eritrea for Dawit’s release and to advocate for human rights reforms.

    The Edelstam Prize honours individuals who show exceptional bravery in defending human rights, in memory of Swedish diplomat Harald Edelstam.

    Eritrea is the only African country without privately owned media, having shut down its private press in 2001 under the pretext of “national security”.

    Dawit, who fled to Sweden in 1987 during Eritrea’s war for independence, returned after the country gained independence in 1993 after becoming a Swedish citizen.

    There have been no elections in Eritrea since its independence, and President Isaias Afwerki has held power for nearly 31 years.

  • Minacce ai giornalisti europei che denunciano una grave realtà

    Il codardo minaccia quando è al sicuro.

    Wolfgang Goethe

    “L’Albania è l’esempio principale di un Paese caotico, nelle mani dei gangster”. Si tratta di una frase riportata in un articolo pubblicato il 13 maggio 2019 da Bild, un noto quotidiano tedesco. L’autore dell’articolo, riferendosi alla clamorosa manipolazione dei risultati del voto in un comune nel nord est del Paese, specificava che “…in Albania governa un’alleanza della politica con la criminalità organizzata”. Lui si basava anche su molte intercettazioni telefoniche in possesso alla redazione di Bild, la trascrizione delle quali era stata inserita nell’articolo. Dalle intercettazioni risultava che alcuni rappresentanti di spicco della criminalità organizzata, insieme con ministri, deputati della maggioranza, dirigenti locali dell’amministrazione pubblica ed alti funzionari della polizia di Stato, gestivano il controllo, il condizionamento e la compravendita dei voti durante le ultime elezioni politiche ed in altre gare locali, comprese quelle sopracitate. L’autore dell’articolo evidenziava che “…Adesso sta diventando chiaro per l’altra parte del continente che c’è qualcosa di seriamente sbagliato nel Paese che era totalmente isolato sotto il comunismo dell’epoca della pietra”. Chi scrive queste righe ha analizzato il contenuto dell’articolo pubblicato il 13 maggio 2019 dal noto quotidiano tedesco Bild ed ha informato a tempo debito il nostro lettore (Proteste come unica speranza, 20 maggio 2019; L’importanza dei prossimi giorni per evitare il peggio, 24 giugno 2019; Riflessioni dopo le votazioni moniste, 1 luglio 2019).

    Mediapart è una nota rivista francese indipendente pubblicata online e creata nel 2008 dall’ex redattore capo di Le Monde. Questo media si compone di due sezioni: una è la rivista, nota come Le Journal, dove scrivono giornalisti professionisti, mentre l’altra sezione è Le Club, strutturata come un forum collaborativo a cura della comunità di abbonati. I dirigenti di Mediapart hanno scelto di non accettare nessuna pubblicità e tutte le spese vengono finanziate soltanto dagli abbonamenti dei cittadini. Ed è stata proprio Mediapart che ha denunciato gli abusi fatti da due presidenti della Repubblica francese, Sarcozy e Hollande. Ma anche il caso ormai noto come l’affare Bettencourt. E questi sono soltanto alcuni dei molti altri casi seguiti e resi pubblici dai giornalisti investigativi di Mediapart. Ebbene, il 28 febbraio scorso Mediapart pubblicava un articolo intitolato “Albanie: comment l’autocrate Edi Rama est devenu le meilleur allié des Occidentaux” (Albania; come l’autocrate Edi Rama [il primo ministro] è diventato il miglior alleato degli occidentali; n.d.a.). Un articolo investigativo scritto da tre noti giornalisti del Mediapart, che trattavano ed analizzavano la preoccupante e problematica realtà albanese. Riferendosi al primo ministro albanese, gli autori dell’articolo sottolineavano che lui “…guida l’Albania in un modo sempre più aspro, sapendo [però] come diventare utile per i suoi partner stranieri ed evitare ogni critica riguardo alla caduta verso l’autoritarismo”. In seguito loro ponevano la domanda: “Come mai il regime del primo ministro Edi Rama è diventato il partner privilegiato degli occidentali nella penisola balcanica, mentre le libertà fondamentali continuano a peggiorare in Albania?”. Chi scrive queste righe analizzava ed informava il nostro lettore anche dei contenuti di quest’articolo (Autocrati disponibili a tutto in cambio di favori; 11 marzo 2024).

    Il 21 aprile scorso il programma investigativo Report, trasmesso in prima serata su Rai3, trattava la realtà albanese ed evidenziava gli abusi di potere, riferendosi a fatti accaduti, pubblicamente noti ed ufficialmente denuciati. Il programma trattava l’Accordo firmato il 6 novembre 2023 a Roma tra l’Italia e l’Albania sui migranti. È stato evidenziato anche la stretta collaborazione del potere politico con la criminalità organizzata. Il giornalista riportava nel programma Report del 21 aprile scorso anche le affermazioni di due noti procuratori italiani, da lui intervistati: Nicola Gratteri e Francesco Mandoi. “…La mafia albanese è forte, perché è attiva in uno Stato dova la corruzione e ampiamente diffusa”. Così ha detto Gratteri al giornalista, mentre Mandoi ha affermato che “…la mafia albanese ha i suoi rappresentanti nel governo ed orienta molte scelte dello stesso governo”. Durante il programma Report è stato trattato anche il coinvolgimento attivo del fratello del primo ministro con un’organizzazione che trafficava cocaina. Un fatto quello noto ormai da anni in Albania, nonostante le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia, da anni ormai, non agiscono. Chi scrive queste righe ha informato di tutto ciò il nostro lettore (Clamorosi abusi rivelati da un programma televisivo investigativo, 23 aprile 2024; Altre verità rivelate da un programma televisivo investigativo, 7 maggio 2024; Nuove verità inquietanti da un programma televisivo investigativo, 3 giugno 2024).

    Il 13 settembre scorso un altro media tedesco, Der Spiegel (Lo specchio, n,d,a,), ha pubblicato un lungo e dettagliato articolo investigativo in cui veniva analizzata la grave realtà vissuta e sofferta in Albania. Bisogna sottolineare che Der Spiegel è un media settimanale molto influente a livello internazionale. L’autore dell’articolo, un noto giornalista, trattava, fatti pubblicamente denunciati alla mano, ma anche riferendosi ad interviste fatte da lui o da altri media internazionali, tra cui anche da Rai 3, la drammatica e grave realtà albanese e la galoppante corruzione che coinvolge tutti. Anche i più alti rappresentanti governativi, primo ministro compreso. L’autore dell’articolo affermava, tra l’altro, che il primo ministro albanese “…ha portato tutto il Paese alla criminalità. Adesso l’Albania è adatta ad un caso di studio sulla corruzione”. Chi scrive queste righe ha informato il nostro lettore dei contenuti di quest’articolo (Riflessioni durante la Giornata internazionale della democrazia; 16 settembre 2024).

    Di fronte a simili articoli, ma anche ad altri, pubblicati da diversi noti giornali europei e statunitensi, il primo ministro albanese si trova in vistose difficoltà. Difficoltà che lo costringono a reagire, a modo suo. Prima cerca di “convincere” giornalisti e loro dirigenti con delle “ricompense”. Ma poi, se non acconsentono, comincia subito con le minacce. Lo confermano anche alcuni dei giornalisti e redattori di giornali. Così ha fatto il primo ministro con il giornalista ed il direttore del programma Report di Rai3. Lo aveva fatto prima anche con il giornalista del quotidiano tedesco Bild. E non solo lo aveva minacciato, ma lo aveva anche ufficialmente denunciato. Una denuncia che poi dopo è stata ritirata proprio dal primo ministro. Chissà perché?! Le cattive lingue hanno detto allora che i fatti gli erano tutti contro. Lo ha fatto anche dopo la pubblicazione del sopracitato articolo di Der Spiegel. Il giornalista dell’articolo ha dichiarato che il primo ministro albanese è “…amato dall’Europa, nonostante la corruzione a casa”. E si riferiva ad alcuni alti rappresentanti dell’Unione europea. In seguito lui scriveva che dopo aver letto l’articolo di Der Spiegel “…ha telefonato una notte tardi ed ha tentato di influenzare il nostro articolo”. Mentre un noto giornalista del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, sempre riferendosi alle minacce fatte dal primo ministro albanese al suo collega di Der Spiegel, sciveva: “Questo è un caso tipico di Edi Rama, come lo hanno vissuto molti giornalisti. Lui telefona direttamente ai giornalisti e cerca di affogarli sotto un’onda di minacce. Se lui non può comprarvi, almeno lui desidera offendervi”.

    Chi scrive queste righe trova vergognose e vili le minacce fatte dal primo ministro albanese ai giornalisti che denunciano la grave realtà che lui stesso ha generato e permesso. Ma, nonostante le apparenze, chi lo conosce bene, afferma che lui da bambino è stato un codardo. Ed il codardo minaccia quando è al sicuro. Era convinto Wolfgang Goethe, che di esperienze ne aveva tante!

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