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Meditazioni

Più o meno da ogni parte, libri, riviste, social, arrivano inviti alla meditazione come strumento di antinvecchiamento, conoscenza di sé, depurazione fisica e psichica.

Sociologi, psicologi, nutrizionisti ci invitano a dedicare del tempo, specifico e non occasionale, alla meditazione, pratica che da secoli i popoli orientali conoscono e applicano.

Oggi anch’io vi chiedo cinque minuti, non più di cinque, per una meditazione che ci porti lontano dai social, dalle notizie mordi e fuggi, dalle incombenze della nostra vita divenute sempre più travolgenti, pressanti, coinvolgenti, spesso un po’ angoscianti.

Chiudiamo gli occhi o fissiamo un punto fermo, un muro, un albero, il nostro amico peloso che dorme felice sapendo di averci vicino, scegliete voi.

E pensiamo: un black out, un terremoto, una bomba, un hacker, non importa chi, ci ha tolto la corrente, la casa piomba nel buio, il frigorifero sgela le nostre provviste, il riscaldamento è fermo mentre fuori, e poi dentro, la temperatura è sempre più gelida.

Non possiamo fare nulla se non subire, non possiamo muoverci, i mezzi non vanno, le pompe di benzina non funzionano, radio e tv sono mute, i tanto amati social e tutto internet è bloccato, impensabile poter ritirare soldi dalla banca o pagare col bancomat o comunicare con amici e parenti per trovare conforto, siamo soli, isolati, gelati, tra un po’ saremo anche affamati e la pila della torcia si sta esaurendo.

Uno scenario impossibile?

Non se siete in Ucraina

Non se siete a Gaza o in Iran

Non se siete anche qui, in Italia, se qualcuno decidesse che è venuto il momento di attaccare anche il nostro bel paese perché, quando il potere ed il denaro stigmatizzano che l’unica legge internazionale che vige è la legge del più forte, noi non siamo che altre pedine di un disegno che ci ha reso dipendenti da strumenti e uomini che non possiamo controllare.

La nostra è stata una meditazione semplice, breve, che certo non rasserena ma che può metterci un po’ più in sintonia con coloro che queste esperienze, ed altre ben peggiori, le stanno effettivamente vivendo e non solo immaginando e forse, anche se il Covid sembra non averci insegnato niente, potremmo cominciare a ragionare sulla necessità, anche per noi stessi, di provare empatia per gli altri, per il mondo che ci circonda.

Potremmo riscoprire il dialogo come confronto e non come strumento di reciproca prevaricazione o contestazione, a prescindere dell’altro.

Potremmo ripensare a cosa si prova vedendo scomparire casa, ricordi, beni come a Niscemi o peggio come nel terremoto di Reggio Calabria e Messina, agli inizi del ‘900, con la morte della metà degli abitanti, potremmo cominciare ad essere grati per quanto abbiamo e pensare a chi è privo di tutto, anche della libertà, quella libertà della quale altri abusano.

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