Iran

  • Covid: Thousands of children left without parents in Iran

    More than 51,000 children in Iran have lost a parent to the Covid-19 pandemic, Iranian welfare authorities say.

    One such case is that of Eliza, aged four.

    Eliza was very attached to her father. They read together, sang together, and he was always there to put her to bed.

    But then one day he started coughing and was taken to hospital. Her father, who was 40, died of Covid.

    “She gets very nervous if I’m out of her sight for one minute, she thinks I might not come back, like daddy,” says Afrooz, Eliza’s mother.

    Eliza is one of thousands of children who are coping with the loss of a mother or father to Covid in Iran.

    Many of these children have been home-schooled for the last 18 months and have little access to their support network due to the pandemic restrictions. It is feared the impact could be far-reaching.

    “Children who lose parents feel life is unpredictable,” says Dr Samineh Shaheem, Professor of Psychology and Leadership in London.

    “They feel that they have lost their agency and have little control over their lives. This may have long-term consequences, while increasing the risk of short-term trauma and adverse effects on their health.”

    Compared to many of these children, Eliza is in a better situation because her mother is a teacher and can provide for her.

    For many families though, life is much more difficult – especially those who have lost their primary breadwinner.

    ‘Dire consequences’

    When the pandemic began, the Iranian economy was already struggling due to US-led economic sanctions, widespread corruption and mismanagement.

    In the first year of the crisis more than one million Iranians lost their job, according to Iran’s Islamic Parliament Research Center, with dire consequences.

    “The economic uncertainty and financial difficulties may push some older children out of the education system so that they can provide for their younger siblings, making them vulnerable to exploitation, which may have dire consequences for the whole family,” says Dr Shaheem.

    Iran has suffered one of the worst coronavirus outbreaks in the Middle East.

    The official death toll in the country has reached more than 120,000, but Iranian authorities admit that the real number is much higher.

    Many Iranians blame the scale of Covid fatalities on the decision of Iran’s Supreme Leader, Ayatollah Ali Khamenei, to ban the import of US- and UK-developed vaccines last winter.

    These vaccines are being imported now, but only 20% of the population have been double-jabbed so far.

    Iran’s president, Ebrahim Raisi, had promised that 70% of the population would be vaccinated by the end of September – a promise that hasn’t been fulfilled.

    And all of this is too late for Eliza’s father.

    Eliza’s mother says: “She keeps saying that when Covid is gone, daddy will come back.”

    It is an impossible wish. Moreover, many children like her will grow up wondering whether the death of their parents could have been prevented, had the vaccine import not been banned.

  • Il primo vero fallimento di Biden

    Sono passati poco più di 6 mesi dall’elezione di Biden ed i primi effetti, soprattutto in politica estera, sono già evidenti. L’amministrazione Trump aveva stretto un’alleanza, confortata e rafforzata anche sul piano economico, con i sauditi sunniti contro l’Iran sciita.

    Il primo produttore mondiale di petrolio (Usa), infatti, poteva gestire, o quantomeno fortemente influenzare, il prezzo del petrolio grazie all’appoggio della nazione con le maggiori riserve del mondo (Arabia Saudita) con evidenti ripercussioni positive per la strategia energetica statunitense. La evidente marginalizzazione dell’Opec negli ultimi quattro anni dallo scenario internazionale ne rappresenta la evidente conseguenza.

    La pressione politica statunitense era riuscita addirittura a rompere l’isolamento politico di Israele con l’avvio di accordi e rapporti diplomatici con due stati arabi dando inizio ad un processo di normalizzazione interamente attribuibile alla innovativa ma soprattutto decisa quanto chiara politica estera dell’amministrazione Trump.

    Viceversa, ora, l’allentamento della pressione della amministrazione Biden nei confronti del principale finanziatore dei terroristi di Hamas ed Hezbollah, lo stato dell’Iran, ha riportato indietro di vent’anni la crisi israelo-palestinese, tanto è vero che persino il processo di arricchimento dell’uranio ha ripreso slancio.

    La politica, specialmente quella estera, viene determinata da fatti concreti e da alleanze basate sempre più spesso sulla convenienza immediata e su una prospettiva a medio termine.

    In questo contesto sicuramente i proclami inneggianti ad un pacifismo da operetta lasciano lo spazio adeguato a chi persegue il rilancio delle tensioni politiche internazionali.

    L’escalation del conflitto israelo-palestinese e la sua responsabilità vanno attribuiti in parte al cambiamento di atteggiamento nei confronti dell’Iran da parte degli Stati Uniti e dall’ultima sua amministrazione appena insediatasi. Una visione geopolitica contestata da chi individua la ragione di questo nuovo conflitto all’interno di logiche inerenti la politica interna israeliana.

    Sfugge evidentemente ai sostenitori di questa “bizzarra teoria” come durante la precedente amministrazione statunitense guidata da Trump Israele avrebbe ancora una volta fatto ricorso alle nuove elezioni anticipate. Viceversa in quest’ultimo caso il lassismo dell’amministrazione Biden verso lo stato iraniano ha permesso ad Hamas di armarsi e di lanciare oltre 3.000 missili. Una strategia di politica estera che ha trovato, come sempre in queste situazioni, anche l’appoggio dell’Unione Europea, da sempre il ventre molle dello scenario internazionale.

    La fragile tregua imposta ai contendenti proprio dalla amministrazione statunitense conferma la precedente insufficiente pressione politica nello scenario medio orientale.

  • Candidati moderati esclusi dalle presidenziali in Iran

    Sette candidati ammessi e un vincitore che, secondo tutti gli analisti, appare già deciso per mancanza di avversari. La scure del Consiglio dei Guardiani cala sulle speranze di un voto almeno parzialmente competitivo nelle presidenziali del 18 giugno in Iran. L’organo incaricato di vagliare le candidature, dominato dai conservatori, taglia fuori dai giochi tutti i principali candidati moderati e riformisti, ammettendo solo due figure meno note al grande pubblico. La corsa alla successione di Hassan Rohani – che ha raggiunto il limite dei due mandati consecutivi – sembra così destinata a diventare un cammino solitario per l’ultraconservatore Ebrahim Raisi, capo della magistratura e considerato uomo di fiducia della Guida suprema Ali Khamenei.

    Il suo principale sfidante nei sondaggi, l’ex presidente del Parlamento Ali Larijani, un moderato e attualmente consigliere di Khamenei, non potrà invece presentarsi alle urne, secondo alcuni media per via della residenza negli Stati Uniti della figlia. Con lui è stato escluso anche l’uomo di punta dei riformisti, il primo vicepresidente di Rohani, Eshaq Jahangiri. Fuori causa pure il rampante ministro delle Telecomunicazioni Mohammad Javad Azari Jahromi, esponente moderato della nuova generazione nata dopo la Rivoluzione islamica del 1979. Largamente attesa era invece la bocciatura dell’ex presidente populista Mahmoud Ahmadinejad, come già avvenuto 4 anni fa.

    Nonostante le forti polemiche e le rimostranze che sarebbero state fatte a Khamenei da Rohani, l’esito del voto sembra quindi già deciso e rischia di far schizzare alle stelle l’astensionismo, che alle parlamentari dello scorso anno registrò un record del 57%: frutto anche di una sfiducia crescente, dopo la dura repressione delle proteste contro il carovita del 2019 e dell’inverno 2017-2018 e la grave crisi economica che ha stremato la popolazione a seguito delle sanzioni americane. I restanti candidati in lizza avrebbero pochissime chance di mettere in difficoltà il 60enne Raisi, che nel 2017 con il 38% dei voti fu sconfitto da Rohani e oggi, secondo un sondaggio diffuso dall’agenzia Fars, vicina alla sua fazione, è accreditato di oltre il 72% dei consensi.

    Nella lista degli aspiranti presidenti ammessi figurano altri 4 ultraconservatori: l’ex comandante dei Pasdaran, Mohsen Rezai, l’ex negoziatore nucleare Saeed Jalili, e i deputati Amirhossein Ghazizadeh Hashemi e Alireza Zakani. Due sono invece i riformisti, il governatore della Banca centrale Abdolnasser Hemmati e l’ex vicepresidente Mohsen Mehralizadeh.

    Di fronte ad un esito elettorale che appare già scritto, Rohani proverà a lasciare in eredità il rilancio dell’accordo nucleare del 2015, croce e delizia della sua esperienza di governo. Proprio oggi, dopo l’intesa con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) sull’estensione di un mese dei controlli sui siti nucleari iraniani, sono ripresi a Vienna i negoziati sul possibile rientro degli Usa nel patto e la revoca delle sanzioni imposte da Donald Trump. “Ci sono alcune serie e importanti questioni ancora da risolvere”, ha ammesso il viceministro degli Esteri Abbas Araghchi, capo negoziatore di Teheran, augurandosi però che stavolta possa trattarsi della tornata decisiva.

  • L’Iran si conferma un posto insicuro per le feluche: diplomatica svizzera precipita dal balcone

    È giallo in Iran sulla morte di una diplomatica svizzera, trovata senza vita in un’area verde nei pressi del palazzo in cui abitava a Teheran. Secondo una prima ricostruzione, la 52enne sarebbe precipitata dal 18esimo piano di un edificio nel quartiere di Kamranieh, nella zona nord della città che nel ’79 ospitò l’aggressione e il sequestro degli americani in servizio presso l’ambasciata Usa. Una tragedia su cui le unità specializzate della polizia iraniana hanno aperto un’inchiesta, escludendo al momento l’ipotesi di un suicidio. Quando è stato rinvenuto il cadavere, ha riferito il portavoce del Dipartimento per le emergenze di Teheran, Mojtaba Khaledi, la donna era già “morta da un po’ di tempo”.

    La funzionaria lavorava presso l’ambasciata di Berna, spesso al centro dell’attenzione perché incaricata di curare gli interessi degli Stati Uniti nel Paese dalla rottura delle relazioni diplomatiche con la Repubblica islamica nel 1980. “Stamani, la cameriera della diplomatica è andata a casa sua. Non avendola trovata, ha chiamato la polizia. Successivamente, un addetto alla manutenzione in un giardino vicino all’edificio ha trovato il corpo, che è stato riconosciuto dal portiere del palazzo”, ha riferito Khaledi.

    Le indagini non escludono l’incidente né l’omicidio. Il corpo presentava fratture alla testa e a un braccio. Sarà l’autopsia a stabilire se siano effettivamente compatibili con la caduta da un balcone o una finestra, e se siano riscontrabili segni di violenza o colluttazioni. Il corpo è già stato messo a disposizione del medico legale. A Berna, il ministro degli Esteri Ignazio Cassis si è detto “scioccato dalla tragica morte” e ha espresso le sue “più profonde condoglianze alla famiglia”. Le autorità svizzere, che seguono la vicenda in coordinamento con quelle iraniane, non hanno fornito al momento dettagli sulle circostanze del decesso, né il nome della diplomatica per tutelarne la privacy. Dal canto suo, il ministero degli Esteri di Teheran ha inviato le sue condoglianze e promesso una rapida conclusione delle indagini.

    Il drammatico episodio giunge in un momento molto delicato per l’Iran, impegnato a Vienna con i partner dell’accordo nucleare nei negoziati sul ritorno degli Usa e la rimozione delle sanzioni. Trattative che secondo la Russia continuano a far segnare “progressi”. Ma la fase è tesa anche sul piano interno, dove a un mese e mezzo dalle presidenziali è scontro tra i fondamentalisti e i moderati dell’uscente Hassan Rohani sull’audio rubato in cui il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif criticava il generale dei Pasdaran Qassem Soleimani, ucciso dagli Usa nel 2020. Un clima di accuse e sospetti che rischia di avvelenarsi ancora.

  • L’Iran limita le ispezioni dell’Aiea, ma apre a un incontro con gli Usa

    L’Iran si prepara a limitare le ispezioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), ma assicura che il suo “programma nucleare resta pacifico” e apre a una cruciale “riunione informale” con gli Stati Uniti mediata dall’Ue. Nel giorno in cui scade l’ultimatum per il nuovo strappo in assenza di una revoca delle sanzioni, Teheran prova comunque a rilanciare il dialogo sul possibile ritorno dell’America di Joe Biden all’intesa nucleare del 2015.

    È stato il ministro degli Esteri e grande negoziatore di quell’accordo, Mohammad Javad Zarif, a cercare di rassicurare il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, volato a Teheran alla vigilia della nuova deadline. “Colloqui produttivi basati sul rispetto reciproco”, li ha definiti l’ambasciatore iraniano presso le agenzie Onu a Vienna, Kazim Gharimbabadi, precisando che i contenuti verranno resi noti al rientro dalla Repubblica islamica di Grossi, che ha incontrato anche il capo della locale Agenzia per l’energia atomica, Ali Akbar Salehi.

    Secondo Zarif, l’Agenzia Onu potrà “continuare a svolgere il proprio compito di mostrare che il programma nucleare dell’Iran resta pacifico” e la collaborazione non verrà interrotta. Anche se, ha ricordato, pure l’arricchimento dell’uranio non si fermerà fino al ritiro delle sanzioni.

    Salvo marce indietro dell’ultim’ora, da martedì le ispezioni dell’Aiea verranno ridotte del 20-30%, ha confermato il viceministro degli Esteri, Abbas Araghchi. I nuovi ostacoli riguarderanno in particolare le visite alle strutture dove si svolgerebbero sospette attività nucleari non censite, compresi siti militari, e lo stop alla trasmissione delle registrazioni delle telecamere di sorveglianza. Misure che il governo moderato del presidente Hassan Rohani è obbligato a mettere in atto da una legge approvata a dicembre dal Parlamento, controllato dai suoi avversari fondamentalisti. Oggi, più di 2 terzi dei deputati del Majlis hanno ribadito in una dichiarazione pubblica che l’esecutivo non ha il potere di rinviare le restrizioni per favorire i negoziati con gli Usa.

    Dopo gli avvertimenti di Biden al G7 sulle risposte americane a possibili “attività destabilizzanti” dell’Iran, il timore è che lo strappo annunciato possa complicare ulteriormente il dialogo. La Repubblica islamica ha comunque aperto alla “riunione informale” proposta dall’Ue, che la riporterebbe per la prima volta allo stesso tavolo con gli Usa dal ritiro unilaterale dall’accordo sul nucleare deciso da Donald Trump nel 2018. “Stiamo studiando la proposta del capo della politica estera dell’Ue Josep Borrell su un incontro informale” con i 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu più la Germania), gli altri firmatari del patto. “Sulla proposta stiamo consultando i nostri partner, comprese Russia e Cina”, ha spiegato Araghchi. Ma anche in vista delle presidenziali di giugno, per Teheran il tempo stringe. “L’Iran – ha avvertito il consigliere alla Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan – è diplomaticamente isolato. La palla sta a loro”.

  • Il Qatar si offre come mediatore tra Usa e Iran

    In attesa di conoscere le prime mosse di politica mediorientale del nuovo presidente americano Joe Biden e di capire cosa rimarrà delle scelte prese dall’ormai ex presidente Usa Donald Trump, il Qatar si offre come possibile mediatore tra Stati Uniti e Iran, ma chiede che Washington torni a essere più presente nei vari scenari di crisi della regione, dalla Libia al Golfo passando per i Territori palestinesi.

    In una intervista con l’Ansa, la portavoce del ministero degli esteri di Doha, Lolwa al Khater ha raccontato quanto la crisi economica globale e regionale, aggravata dalla pandemia, abbia contribuito ad accelerare la fine del blocco commerciale imposto nel 2017 dall’Arabia Saudita, dall’Egitto, dal Bahrein e dagli Emirati Arabi Uniti.

    Poche settimane fa l’Arabia Saudita e gli altri tre Paesi alleati di Riad hanno deciso di metter fine assieme al Qatar alla crisi scoppiata alla metà del 2017, quando Riad e i suoi alleati avevano imposto a Doha un assedio marittimo, aereo e terrestre, accusando il Qatar, alleato della Turchia, di sostenere il terrorismo. Quelle accuse sembrano improvvisamente svanite, tanto che al Khater afferma: “Era evidente che era una crisi creata ad arte”.

    La velocità con cui si è apparentemente risolta la crisi del Golfo è stata forse dovuta al persistere di altre crisi, giudicate più dannose ai rispettivi interessi nazionali: la crisi economica, aggravata dalla crisi del Covid-19. Proprio al vertice saudita dei primi di gennaio, ricorda al Khater, tutti i paesi erano “consapevoli che questi anni di crisi (del Golfo) hanno creato perdite per tutti”. Ecco perché – ha aggiunto – ci si è accordati di riattivare i diversi progetti di cooperazione che erano stati sospesi a causa della crisi (del Golfo) e riprendere la collaborazione anche in ambito sanitario”.

    Gli occhi sono ora tutti puntati su Biden e sulla prossima politica mediorientale degli Stati Uniti. L’ex presidente Trump sarà da molti ricordato come colui che ha contribuito a esasperare le tensioni con l’Iran, che ha di recente ripreso l’attività di arricchimento dell’uranio.

    Il Qatar, a due passi dalla costa iraniana, si sente “nel cuore della questione”. Ma da Doha non si sbilanciano: “è difficile parlare in nome di un’amministrazione (Biden) che finora ha detto poco sull’argomento”. Ma si dicono pronti a svolgere un ruolo di mediatori per “abbassare la tensione”.  “Il Qatar è pronto a svolgere una mediazione tra le parti, a patto che tutte le parti ci chiedano di avere questo ruolo”, ha detto la portavoce in collegamento audio-video da Doha. Anche con i ritrovati alleati arabi del Golfo, tra cui l’Arabia Saudita, arcinemica dell’Iran, il Qatar è comunque d’accordo su un punto: “nessuno vuole una nuova guerra nella regione”. Il Qatar, come molti altri attori dell’area, è coinvolto anche in Libia e nella questione palestinese. Su questo al Khater lancia un appello proprio a Biden: gli Stati Uniti devono tornare a essere presenti nella regione.

  • Iran reportedly considered killing US ambassador to South Africa

    Iran is weighing an assassination attempt against the United States’ ambassador to South Africa Lana Marks, US media reported on Monday.

    The report citied multiple US intelligence sources and a CIA global threats document. It said it would be the Islamic Republic’s preferred method of retaliating against US president Donald Trump’s assassination of Revolutionary Guards commander Qasem Soleimani in January.

    Iran later launched missile strikes on an Iraqi military base housing US troops, but American casualties were low and intelligence officials said it was likely that there would be more attacks at a later date.

    According to US media, the intelligence report is not clear why the South African-born Marks would be Iran’s target for revenge, except that she is a close friend of Trump’s and a member of his exclusive Mar-a-Lago resort club in Florida.

    Iran’s ministry of foreign affairs has strongly denied the report, and called it “anti-Iran propaganda”.

    A US government official said that Marks, who took up her post last October, had been informed and the threat was listed in the CIA’s World Intelligence Review.

  • La Casa Bianca autorizza la Marina americana a usare la forza contro le cannoniere iraniane se minacciata

    Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato via Twitter di aver ordinato alla Marina americana di sparare su qualsiasi cannoniera iraniana che provi a sferrare un attacco. La scorsa settimana, infatti, la Marina degli Stati Uniti ha affermato che quasi una dozzina di navi iraniane del Corpo della Guardia rivoluzionaria islamica si sono ‘approcciate in maniera molesta’ alla flotta statunitense aumentando errori di calcolo e rischi di collisione.

    Il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche dell’Iran è un’organizzazione paramilitare, separata dalle forze armate convenzionali dell’Iran. Svolge operazioni in tutto il Medio Oriente, forma le milizie sciite arabe e supervisiona le attività in Iran. L’amministrazione Trump lo scorso aprile ha designato le Guardie rivoluzionarie un’organizzazione terroristica straniera.

  • Le origini storiche del conflitto tra curdi e turchi

    Il Kurdistan è stato affidato alla Turchia, sotto protettorato della Francia, al termine della Prima Guerra Mondiale con lo smembramento dell’Impero Ottomano, ma quando nell’area di Mosul venne scoperto il petrolio buona parte del Kurdistan sotto protettorato francese fu accorpata all’Iraq. I curdi, peraltro, sono di ascendenza iranica e non araba mentre l’Iraq è costituito per la più parte da arabi-sunniti. Fatto sta che buona parte dei curdi passarono dal protettorato francese a quello inglese (sull’Iraq), mentre la Francia venne compensata dello scorporo delle aree petrolifere del Kurdistan con una partecipazione in due compagnie petrolifere. I curdi peraltro non hanno accettato di buon grado di essere divisi e sparsi in Stati diversi, solidarizzando ovviamente tra di loro al di là dei confini che li separavano. La Turchia, di contro, non ha mai accettato di buon grado di vedere circoscritto il proprio raggio d’azione su un’area ben più piccola di quella dell’Impero Ottomano e ancor meno ha accettato la solidarietà sviluppatasi tra curdi al di qua e al di là dei propri confini nazionali. La guerra che la Turchia ha mosso ora ai curdi in Siria trae origine proprio dalle ambizioni egemonica dalla nostalgia del passato di Tayyp Erdogan e parimenti dalla volontà di spezzare quella solidarietà etnica tra componenti del Kurdistan che si vedono separati dal confine tra Turchia e Siria e separati all’interno di due diversi Stati.

  • In attesa di Giustizia: la bandiera della libertà

    Gli avvocati, come noto, non godono di grande popolarità: visti come cavillosi mestatori intenti a fare mercimonio della professione per assicurare impunità ai colpevoli nei processi penali e ragioni non dovute alla parte assistita negli altri settori della giurisdizione.

    La difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del giudizio, recita la nostra Costituzione e – con le inevitabili eccezioni – il ministero degli avvocati è svolto con lealtà e rispetto della legge con l’obiettivo principale di far rispettare le garanzie che ad ognuno spettano in ogni sede giudiziaria.

    Paradigma della sacralità della funzione difensiva è l’avvocata iraniana Nasrin Sotoudeh: impegnata nella difesa di attivisti, oppositori di regime e donne iraniane arrestate per il solo fatto di essersi tolte il velo in pubblico, ha vinto il Premio per la Scrittura per la Libertà nel 2011 e il Premio Sakharov per la libertà di pensiero l’anno dopo.

    Già arrestata e condannata nel suo Paese per aver cooperato con il Centro di difesa per i Diritti Umani, è stata nuovamente catturata e processata per reati contro la sicurezza nazionale, per tali intendendosi il suo quotidiano contrasto a qualsiasi forma di autoritaria compressione della libertà: lo scorso mese è stata condannata a trentotto anni di carcere e centoquarantotto frustate da infliggersi in pubblico affinché sia di esempio.

    Poco si sa del processo a carico di Nasrin Sotoudeh se non che non è stato sostanzialmente consentito un contraddittorio e, quindi, la difesa stessa è stata mutilata irrimediabilmente.

    Una donna a difesa della libertà,  delle donne e non solo, dei diritti fondamentali di tutti che paga con la sua libertà ed il suo sacrificio, un’autentica martire immolatasi sapendo a cosa andava incontro in una battaglia disperata per la giustizia nel suo Paese dove, diversamente da noi, non c’è neppure attesa. Non c’è e basta.

    Un esempio per chiunque, una vicenda di cui si parla poco o nulla un grido nel silenzio sulle atrocità che questa donna coraggiosa ha combattuto da sempre.

    In un mondo globalizzato dove qualsiasi accadimento, anche il più banale e dal più remoto dei luoghi sembra riverberarsi come un’onda d’urto  sull’intero pianeta di vicende come queste l’opinione pubblica di interessa poco e punto e le coscienze che si smuovono non sono molte.

    Tra queste quelle dei suoi Colleghi, degli Avvocati con la A maiuscola, di coloro che preferiscono essere chiamati difensori perché rende meglio l’idea; la mobilitazione è massiccia, simbolicamente tre Camere Penali (Roma, Milano e Brescia) hanno già iscritto come socia onoraria Nasrin Sotoudeh, le altre 127 si stanno muovendo in tal senso e – tra le altre iniziative – il 18 aprile ci sarà un flash mob degli avvocati milanesi: in toga davanti al Consolato della Repubblica Islamica dell’Iran a reclamare la liberazione dell’avvocata.

    Servirà, non servirà? Un significato profondo, tuttavia, questa manifestazione lo esprime: quelle toghe provocatoriamente indossate saranno un simbolo di libertà e di amore, estremo visibile di chi porta nel cuore il destino dei più deboli e degli oppressi, un vessillo che nessuna violenza può ammainare, se mai rendere ancora più orgoglioso chi lo veste con dignità, coraggio, e quotidianamente si impegna nell’interesse di quella Giustizia che deve essere vista  non come strumento repressivo bensì come una categoria dello spirito, comportante vincoli etici ed indicazioni culturali inderogabili.

Back to top button