Iran

  • Iran protests: Security forces intensify deadly crackdown in Kurdish areas

    At least 30 anti-government protesters have been killed by security forces in Kurdish-populated cities in west Iran in the past week, a rights group says.

    Hengaw reported that seven had died since Sunday in Javanroud alone, amid an intense crackdown by Revolutionary Guards armed with heavy weapons.

    On Monday, the funerals of two protesters turned into a mass rally.

    In one video, a protester can be heard saying the Revolutionary Guards are firing machine guns at people’s heads.

    The footage, which has been verified by BBC Persian, also appears to show people covered in blood lying on a street and someone shouting that a girl has been shot in the head. Automatic gunfire can also be heard.

    A mother who was worried about the fate of her young daughter and son protesting in the town posted an emotional appeal to people elsewhere in Iran, saying: “Please help us, they are killing everyone, killing our youth. Why aren’t people in Tehran coming out to the streets? Please help Kurdistan, help our youth.”

    The BBC also obtained on Monday a video showing a convoy of Revolutionary Guards with machine guns mounted on pick-up trucks heading to Mahabad, which has also witnessed intense confrontations recently.

    The city’s member of parliament, Jalal Mahmoudzadeh, said at least 11 people had been killed there in the past week.

    In Piranshahr, another small town, tens of thousands participated in the funeral of Karvan Ghadershokri, a 16-year-old-boy who was killed at a protest. A crowd earlier gathered in front of his parents’ house to prevent security forces from stealing his body.

    Every such funeral has turned into a mass rally against the clerical establishment. In response, security forces have taken away a number of protesters’ bodies and buried them in secret, without the presence of their families and friends.

    The protests that have spread across Iran like wildfire over the past two months started in the Kurdish region.

    They were sparked by the death in custody of Mahsa “Zhina” Amini, a 22-year-old Kurdish woman who fell into a coma after being arrested by morality police in the capital Tehran for allegedly wearing “improper” hijab.

    The Kurdish region has remained an epicentre of the unrest and has been a focus of the deadly crackdown by security forces.

    Iranian authorities have accused armed Kurdish opposition groups based in neighbouring Iraq of instigating “riots” in the region, without providing any evidence. The videos posted on social media have shown unarmed protesters confronting security personnel.

    Hengaw, which is based in Iraq’s Kurdistan Region, said last week that more than 80 protesters had been killed and 4,000 others detained in Kurdish-populated areas alone.

    The Human Rights Activists News Agency (HRANA), which is based outside Iran, has put the nationwide toll at 419 and also reported the deaths of 54 security personnel.

  • Pericolosa indifferenza ed errori del passato

    In Iran le ragazze continuano ad essere uccise mentre con tanti altri, non solo giovani fortunatamente, chiedono giustizia per chi è stato assassinato dal regime e lottano per avere un minimo di diritti e di libertà.

    Dispiace che le piazze italiane rimangano vuote e fredde su questo dramma e che tanta parte politica dimostri un’indifferenza pericolosa. Scaldarsi, anche in modo scorretto, sugli immigrati non assolve dal silenzio che è stato lasciato cadere su altre tragedie.

    Sull’immigrazione le parole del Santo Padre tolgono ogni dubbio su cosa è giusto fare.

    Anche sull’Ucraina il Papa è stato chiaro: vi è il diritto di difendersi da aggressioni e violenze.

    Altrettanto evidente è che senza l’aiuto delle armi occidentali gli ucraini non avrebbero che potuto soccombere al fuoco russo e sarebbero ora sotto il giogo di Mosca mentre i miliziani della Wagner e i sanguinari ceceni avrebbero avuto tutto l’agio di violentare, stuprare, rubare, saccheggiare su tutto il territorio ucraino così come hanno fatto nei territori che hanno occupato.

    Continua la doppia verità di certa politica, una politica che ha stancato definitivamente coloro che hanno ancora il coraggio di pensare con la propria testa, per questo i partiti al governo stiano attenti a non ripetere errori già fatti da alcuni di loro o dagli avversari ed il terzo polo se vuole veramente, come ha più volte dichiarato, pensare al futuro del Paese senza posizioni precostituite si avvii alle elezioni regionali con idee nuove e non rimestando acqua nel mortaio.

  • Sanzioni Ue all’Iran

    L’Unione europea ha licenziato un pacchetto sanzioni ai danni dell’Iran a causa delle «feroci repressioni” della protesta scatenata dal caso Mahsa Amini e ha messo nel mirino le “presunte” forniture di droni alla Russia.

    “Stiamo raccogliendo le prove e siamo pronti a reagire con i mezzi a nostra disposizione”, ha detto l’alto rappresentante della politica estera Ue Josep Borrell al termine del consiglio affari esteri Ue (Cae) riunitosi in Lussemburgo. Un artifizio diplomatico perché, in realtà, l’Ue sarebbe intenzionata a intervenire presto.

    La velocità delle crisi, insomma, supera l’attuale capacità dell’Ue di farvi fronte. Il Cae doveva essere incentrato sul grande risultato di far partire, finalmente, la missione di addestramento Ue per le forze ucraine (ben 15mila nell’arco dei prossimi due anni). Per come si era messa ad agosto dopo l’annuncio a sorpresa di Borrell, con una certa riluttanza a procedere da parte di alcuni Stati membri, Bruxelles ha chiuso la partita in tempi assai brevi per queste latitudini.

    L’Ungheria ad esempio si è astenuta, lasciando “costruttivamente” andare avanti gli altri. La missione avrà il quartier generale a Bruxelles, istruirà anche le forze di difesa territoriali ucraine (dunque non solo l’esercito regolare) e si svolgerà sul territorio di alcuni Paesi Ue (Polonia, Germania e Francia). Luce verde anche a un’ulteriore tranche di assistenza militare all’Ucraina da 500 milioni di euro, sempre attraverso lo European Peace Facility.

    Al Cae si è unito in collegamento – da un bunker antiaereo – il ministro degli Esteri di Kiev Dmytro Kuleba. “Credo che sia la prima volta che accade una cosa del genere”, ha sottolineato Borrell. Kuleba ha sferzato gli alleati a procedere con un nono giro di sanzioni alla Russia e ha sollevato con forza la questione dei droni iraniani (stando ad altri media Teheran starebbe per fornire a Mosca anche missili a corto raggio). L’Ue sul punto si sta attivando e i 27 hanno chiesto la compilazione di un dossier, con il contributo della varie intelligence. Sembra un paradosso, con le immagini dei droni che piovono sui cieli ucraini. “Ma di droni è pieno il mondo”, ha confidato un alto funzionario europeo. “L’intesa politica sulla necessità di sanzionare l’Iran c’è già, ora serve il contributo del servizio legale”.

    Intanto il Consiglio si è mosso colpendo 11 individui e 4 entità iraniane – compresa la polizia morale – per il ruolo svolto nel corso delle repressioni (divieto d’ingresso nell’Ue e confisca dei beni). “Sappiamo che non cambierà d’incanto la vita degli iraniani ma si tratta di un messaggio politico che Teheran non gradirà: è il modo che l’Ue ha per iniziare a intervenire su questi temi”, ha notato Borrell.

    L’altro aspetto di peso è stato il dibattito sulla Cina, proprio il giorno successivo al discorso – giudicato come “assertivo” – di Xi al congresso del Partito Comunista. Un documento preparato dal servizio di azione esterna dell’Ue ha raccomandato ai 27 di attuare una postura più severa nei confronti di Pechino; documento che non è stato “confutato” dai ministri presenti. “La Cina è sempre di più un competitor per noi”, ha sentenziato Borrell. “Ma i problemi del mondo non si possono risolvere senza di lei, uno su tutti il cambiamento climatico”.

    Il dibattito continuerà ma l’obiettivo è di potenziare “la resilienza” del blocco e di evitare la ripetizioni di errori del passato. Ovvero rigettare le dipendenze in settori strategici per l’Unione – tipo le “terre rare” – al contrario di quanto fatto con la Russia sul gas.

  • Alla battaglia ideale per l’Ucraina uniamo quella per gli iraniani oppressi

    Le migliaia di giovani che si ribellano alla violenta dittatura iraniana, affiancati da tante donne ed anche uomini adulti che finalmente non tollerano più i troppi divieti che sopprimono ogni libertà, ci ricordano, ancora una volta, quanto sia importante preservare la nostra democrazia e le conquiste di civiltà che abbiamo raggiunto.

    I Cittadini iraniani che sacrificano la loro vita in questi giorni di dura, violenta repressione sono un esempio che deve indurci a cercare tutti di alimentare la speranza con messaggi ed azioni di condivisione e sostegno.

    Uniamo alla battaglia ideale a favore dell’Ucraina anche quella per la libertà degli iraniani oppressi da una violenza barbara.

  • Covid: Thousands of children left without parents in Iran

    More than 51,000 children in Iran have lost a parent to the Covid-19 pandemic, Iranian welfare authorities say.

    One such case is that of Eliza, aged four.

    Eliza was very attached to her father. They read together, sang together, and he was always there to put her to bed.

    But then one day he started coughing and was taken to hospital. Her father, who was 40, died of Covid.

    “She gets very nervous if I’m out of her sight for one minute, she thinks I might not come back, like daddy,” says Afrooz, Eliza’s mother.

    Eliza is one of thousands of children who are coping with the loss of a mother or father to Covid in Iran.

    Many of these children have been home-schooled for the last 18 months and have little access to their support network due to the pandemic restrictions. It is feared the impact could be far-reaching.

    “Children who lose parents feel life is unpredictable,” says Dr Samineh Shaheem, Professor of Psychology and Leadership in London.

    “They feel that they have lost their agency and have little control over their lives. This may have long-term consequences, while increasing the risk of short-term trauma and adverse effects on their health.”

    Compared to many of these children, Eliza is in a better situation because her mother is a teacher and can provide for her.

    For many families though, life is much more difficult – especially those who have lost their primary breadwinner.

    ‘Dire consequences’

    When the pandemic began, the Iranian economy was already struggling due to US-led economic sanctions, widespread corruption and mismanagement.

    In the first year of the crisis more than one million Iranians lost their job, according to Iran’s Islamic Parliament Research Center, with dire consequences.

    “The economic uncertainty and financial difficulties may push some older children out of the education system so that they can provide for their younger siblings, making them vulnerable to exploitation, which may have dire consequences for the whole family,” says Dr Shaheem.

    Iran has suffered one of the worst coronavirus outbreaks in the Middle East.

    The official death toll in the country has reached more than 120,000, but Iranian authorities admit that the real number is much higher.

    Many Iranians blame the scale of Covid fatalities on the decision of Iran’s Supreme Leader, Ayatollah Ali Khamenei, to ban the import of US- and UK-developed vaccines last winter.

    These vaccines are being imported now, but only 20% of the population have been double-jabbed so far.

    Iran’s president, Ebrahim Raisi, had promised that 70% of the population would be vaccinated by the end of September – a promise that hasn’t been fulfilled.

    And all of this is too late for Eliza’s father.

    Eliza’s mother says: “She keeps saying that when Covid is gone, daddy will come back.”

    It is an impossible wish. Moreover, many children like her will grow up wondering whether the death of their parents could have been prevented, had the vaccine import not been banned.

  • Il primo vero fallimento di Biden

    Sono passati poco più di 6 mesi dall’elezione di Biden ed i primi effetti, soprattutto in politica estera, sono già evidenti. L’amministrazione Trump aveva stretto un’alleanza, confortata e rafforzata anche sul piano economico, con i sauditi sunniti contro l’Iran sciita.

    Il primo produttore mondiale di petrolio (Usa), infatti, poteva gestire, o quantomeno fortemente influenzare, il prezzo del petrolio grazie all’appoggio della nazione con le maggiori riserve del mondo (Arabia Saudita) con evidenti ripercussioni positive per la strategia energetica statunitense. La evidente marginalizzazione dell’Opec negli ultimi quattro anni dallo scenario internazionale ne rappresenta la evidente conseguenza.

    La pressione politica statunitense era riuscita addirittura a rompere l’isolamento politico di Israele con l’avvio di accordi e rapporti diplomatici con due stati arabi dando inizio ad un processo di normalizzazione interamente attribuibile alla innovativa ma soprattutto decisa quanto chiara politica estera dell’amministrazione Trump.

    Viceversa, ora, l’allentamento della pressione della amministrazione Biden nei confronti del principale finanziatore dei terroristi di Hamas ed Hezbollah, lo stato dell’Iran, ha riportato indietro di vent’anni la crisi israelo-palestinese, tanto è vero che persino il processo di arricchimento dell’uranio ha ripreso slancio.

    La politica, specialmente quella estera, viene determinata da fatti concreti e da alleanze basate sempre più spesso sulla convenienza immediata e su una prospettiva a medio termine.

    In questo contesto sicuramente i proclami inneggianti ad un pacifismo da operetta lasciano lo spazio adeguato a chi persegue il rilancio delle tensioni politiche internazionali.

    L’escalation del conflitto israelo-palestinese e la sua responsabilità vanno attribuiti in parte al cambiamento di atteggiamento nei confronti dell’Iran da parte degli Stati Uniti e dall’ultima sua amministrazione appena insediatasi. Una visione geopolitica contestata da chi individua la ragione di questo nuovo conflitto all’interno di logiche inerenti la politica interna israeliana.

    Sfugge evidentemente ai sostenitori di questa “bizzarra teoria” come durante la precedente amministrazione statunitense guidata da Trump Israele avrebbe ancora una volta fatto ricorso alle nuove elezioni anticipate. Viceversa in quest’ultimo caso il lassismo dell’amministrazione Biden verso lo stato iraniano ha permesso ad Hamas di armarsi e di lanciare oltre 3.000 missili. Una strategia di politica estera che ha trovato, come sempre in queste situazioni, anche l’appoggio dell’Unione Europea, da sempre il ventre molle dello scenario internazionale.

    La fragile tregua imposta ai contendenti proprio dalla amministrazione statunitense conferma la precedente insufficiente pressione politica nello scenario medio orientale.

  • Candidati moderati esclusi dalle presidenziali in Iran

    Sette candidati ammessi e un vincitore che, secondo tutti gli analisti, appare già deciso per mancanza di avversari. La scure del Consiglio dei Guardiani cala sulle speranze di un voto almeno parzialmente competitivo nelle presidenziali del 18 giugno in Iran. L’organo incaricato di vagliare le candidature, dominato dai conservatori, taglia fuori dai giochi tutti i principali candidati moderati e riformisti, ammettendo solo due figure meno note al grande pubblico. La corsa alla successione di Hassan Rohani – che ha raggiunto il limite dei due mandati consecutivi – sembra così destinata a diventare un cammino solitario per l’ultraconservatore Ebrahim Raisi, capo della magistratura e considerato uomo di fiducia della Guida suprema Ali Khamenei.

    Il suo principale sfidante nei sondaggi, l’ex presidente del Parlamento Ali Larijani, un moderato e attualmente consigliere di Khamenei, non potrà invece presentarsi alle urne, secondo alcuni media per via della residenza negli Stati Uniti della figlia. Con lui è stato escluso anche l’uomo di punta dei riformisti, il primo vicepresidente di Rohani, Eshaq Jahangiri. Fuori causa pure il rampante ministro delle Telecomunicazioni Mohammad Javad Azari Jahromi, esponente moderato della nuova generazione nata dopo la Rivoluzione islamica del 1979. Largamente attesa era invece la bocciatura dell’ex presidente populista Mahmoud Ahmadinejad, come già avvenuto 4 anni fa.

    Nonostante le forti polemiche e le rimostranze che sarebbero state fatte a Khamenei da Rohani, l’esito del voto sembra quindi già deciso e rischia di far schizzare alle stelle l’astensionismo, che alle parlamentari dello scorso anno registrò un record del 57%: frutto anche di una sfiducia crescente, dopo la dura repressione delle proteste contro il carovita del 2019 e dell’inverno 2017-2018 e la grave crisi economica che ha stremato la popolazione a seguito delle sanzioni americane. I restanti candidati in lizza avrebbero pochissime chance di mettere in difficoltà il 60enne Raisi, che nel 2017 con il 38% dei voti fu sconfitto da Rohani e oggi, secondo un sondaggio diffuso dall’agenzia Fars, vicina alla sua fazione, è accreditato di oltre il 72% dei consensi.

    Nella lista degli aspiranti presidenti ammessi figurano altri 4 ultraconservatori: l’ex comandante dei Pasdaran, Mohsen Rezai, l’ex negoziatore nucleare Saeed Jalili, e i deputati Amirhossein Ghazizadeh Hashemi e Alireza Zakani. Due sono invece i riformisti, il governatore della Banca centrale Abdolnasser Hemmati e l’ex vicepresidente Mohsen Mehralizadeh.

    Di fronte ad un esito elettorale che appare già scritto, Rohani proverà a lasciare in eredità il rilancio dell’accordo nucleare del 2015, croce e delizia della sua esperienza di governo. Proprio oggi, dopo l’intesa con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) sull’estensione di un mese dei controlli sui siti nucleari iraniani, sono ripresi a Vienna i negoziati sul possibile rientro degli Usa nel patto e la revoca delle sanzioni imposte da Donald Trump. “Ci sono alcune serie e importanti questioni ancora da risolvere”, ha ammesso il viceministro degli Esteri Abbas Araghchi, capo negoziatore di Teheran, augurandosi però che stavolta possa trattarsi della tornata decisiva.

  • L’Iran si conferma un posto insicuro per le feluche: diplomatica svizzera precipita dal balcone

    È giallo in Iran sulla morte di una diplomatica svizzera, trovata senza vita in un’area verde nei pressi del palazzo in cui abitava a Teheran. Secondo una prima ricostruzione, la 52enne sarebbe precipitata dal 18esimo piano di un edificio nel quartiere di Kamranieh, nella zona nord della città che nel ’79 ospitò l’aggressione e il sequestro degli americani in servizio presso l’ambasciata Usa. Una tragedia su cui le unità specializzate della polizia iraniana hanno aperto un’inchiesta, escludendo al momento l’ipotesi di un suicidio. Quando è stato rinvenuto il cadavere, ha riferito il portavoce del Dipartimento per le emergenze di Teheran, Mojtaba Khaledi, la donna era già “morta da un po’ di tempo”.

    La funzionaria lavorava presso l’ambasciata di Berna, spesso al centro dell’attenzione perché incaricata di curare gli interessi degli Stati Uniti nel Paese dalla rottura delle relazioni diplomatiche con la Repubblica islamica nel 1980. “Stamani, la cameriera della diplomatica è andata a casa sua. Non avendola trovata, ha chiamato la polizia. Successivamente, un addetto alla manutenzione in un giardino vicino all’edificio ha trovato il corpo, che è stato riconosciuto dal portiere del palazzo”, ha riferito Khaledi.

    Le indagini non escludono l’incidente né l’omicidio. Il corpo presentava fratture alla testa e a un braccio. Sarà l’autopsia a stabilire se siano effettivamente compatibili con la caduta da un balcone o una finestra, e se siano riscontrabili segni di violenza o colluttazioni. Il corpo è già stato messo a disposizione del medico legale. A Berna, il ministro degli Esteri Ignazio Cassis si è detto “scioccato dalla tragica morte” e ha espresso le sue “più profonde condoglianze alla famiglia”. Le autorità svizzere, che seguono la vicenda in coordinamento con quelle iraniane, non hanno fornito al momento dettagli sulle circostanze del decesso, né il nome della diplomatica per tutelarne la privacy. Dal canto suo, il ministero degli Esteri di Teheran ha inviato le sue condoglianze e promesso una rapida conclusione delle indagini.

    Il drammatico episodio giunge in un momento molto delicato per l’Iran, impegnato a Vienna con i partner dell’accordo nucleare nei negoziati sul ritorno degli Usa e la rimozione delle sanzioni. Trattative che secondo la Russia continuano a far segnare “progressi”. Ma la fase è tesa anche sul piano interno, dove a un mese e mezzo dalle presidenziali è scontro tra i fondamentalisti e i moderati dell’uscente Hassan Rohani sull’audio rubato in cui il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif criticava il generale dei Pasdaran Qassem Soleimani, ucciso dagli Usa nel 2020. Un clima di accuse e sospetti che rischia di avvelenarsi ancora.

  • L’Iran limita le ispezioni dell’Aiea, ma apre a un incontro con gli Usa

    L’Iran si prepara a limitare le ispezioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), ma assicura che il suo “programma nucleare resta pacifico” e apre a una cruciale “riunione informale” con gli Stati Uniti mediata dall’Ue. Nel giorno in cui scade l’ultimatum per il nuovo strappo in assenza di una revoca delle sanzioni, Teheran prova comunque a rilanciare il dialogo sul possibile ritorno dell’America di Joe Biden all’intesa nucleare del 2015.

    È stato il ministro degli Esteri e grande negoziatore di quell’accordo, Mohammad Javad Zarif, a cercare di rassicurare il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, volato a Teheran alla vigilia della nuova deadline. “Colloqui produttivi basati sul rispetto reciproco”, li ha definiti l’ambasciatore iraniano presso le agenzie Onu a Vienna, Kazim Gharimbabadi, precisando che i contenuti verranno resi noti al rientro dalla Repubblica islamica di Grossi, che ha incontrato anche il capo della locale Agenzia per l’energia atomica, Ali Akbar Salehi.

    Secondo Zarif, l’Agenzia Onu potrà “continuare a svolgere il proprio compito di mostrare che il programma nucleare dell’Iran resta pacifico” e la collaborazione non verrà interrotta. Anche se, ha ricordato, pure l’arricchimento dell’uranio non si fermerà fino al ritiro delle sanzioni.

    Salvo marce indietro dell’ultim’ora, da martedì le ispezioni dell’Aiea verranno ridotte del 20-30%, ha confermato il viceministro degli Esteri, Abbas Araghchi. I nuovi ostacoli riguarderanno in particolare le visite alle strutture dove si svolgerebbero sospette attività nucleari non censite, compresi siti militari, e lo stop alla trasmissione delle registrazioni delle telecamere di sorveglianza. Misure che il governo moderato del presidente Hassan Rohani è obbligato a mettere in atto da una legge approvata a dicembre dal Parlamento, controllato dai suoi avversari fondamentalisti. Oggi, più di 2 terzi dei deputati del Majlis hanno ribadito in una dichiarazione pubblica che l’esecutivo non ha il potere di rinviare le restrizioni per favorire i negoziati con gli Usa.

    Dopo gli avvertimenti di Biden al G7 sulle risposte americane a possibili “attività destabilizzanti” dell’Iran, il timore è che lo strappo annunciato possa complicare ulteriormente il dialogo. La Repubblica islamica ha comunque aperto alla “riunione informale” proposta dall’Ue, che la riporterebbe per la prima volta allo stesso tavolo con gli Usa dal ritiro unilaterale dall’accordo sul nucleare deciso da Donald Trump nel 2018. “Stiamo studiando la proposta del capo della politica estera dell’Ue Josep Borrell su un incontro informale” con i 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu più la Germania), gli altri firmatari del patto. “Sulla proposta stiamo consultando i nostri partner, comprese Russia e Cina”, ha spiegato Araghchi. Ma anche in vista delle presidenziali di giugno, per Teheran il tempo stringe. “L’Iran – ha avvertito il consigliere alla Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan – è diplomaticamente isolato. La palla sta a loro”.

  • Il Qatar si offre come mediatore tra Usa e Iran

    In attesa di conoscere le prime mosse di politica mediorientale del nuovo presidente americano Joe Biden e di capire cosa rimarrà delle scelte prese dall’ormai ex presidente Usa Donald Trump, il Qatar si offre come possibile mediatore tra Stati Uniti e Iran, ma chiede che Washington torni a essere più presente nei vari scenari di crisi della regione, dalla Libia al Golfo passando per i Territori palestinesi.

    In una intervista con l’Ansa, la portavoce del ministero degli esteri di Doha, Lolwa al Khater ha raccontato quanto la crisi economica globale e regionale, aggravata dalla pandemia, abbia contribuito ad accelerare la fine del blocco commerciale imposto nel 2017 dall’Arabia Saudita, dall’Egitto, dal Bahrein e dagli Emirati Arabi Uniti.

    Poche settimane fa l’Arabia Saudita e gli altri tre Paesi alleati di Riad hanno deciso di metter fine assieme al Qatar alla crisi scoppiata alla metà del 2017, quando Riad e i suoi alleati avevano imposto a Doha un assedio marittimo, aereo e terrestre, accusando il Qatar, alleato della Turchia, di sostenere il terrorismo. Quelle accuse sembrano improvvisamente svanite, tanto che al Khater afferma: “Era evidente che era una crisi creata ad arte”.

    La velocità con cui si è apparentemente risolta la crisi del Golfo è stata forse dovuta al persistere di altre crisi, giudicate più dannose ai rispettivi interessi nazionali: la crisi economica, aggravata dalla crisi del Covid-19. Proprio al vertice saudita dei primi di gennaio, ricorda al Khater, tutti i paesi erano “consapevoli che questi anni di crisi (del Golfo) hanno creato perdite per tutti”. Ecco perché – ha aggiunto – ci si è accordati di riattivare i diversi progetti di cooperazione che erano stati sospesi a causa della crisi (del Golfo) e riprendere la collaborazione anche in ambito sanitario”.

    Gli occhi sono ora tutti puntati su Biden e sulla prossima politica mediorientale degli Stati Uniti. L’ex presidente Trump sarà da molti ricordato come colui che ha contribuito a esasperare le tensioni con l’Iran, che ha di recente ripreso l’attività di arricchimento dell’uranio.

    Il Qatar, a due passi dalla costa iraniana, si sente “nel cuore della questione”. Ma da Doha non si sbilanciano: “è difficile parlare in nome di un’amministrazione (Biden) che finora ha detto poco sull’argomento”. Ma si dicono pronti a svolgere un ruolo di mediatori per “abbassare la tensione”.  “Il Qatar è pronto a svolgere una mediazione tra le parti, a patto che tutte le parti ci chiedano di avere questo ruolo”, ha detto la portavoce in collegamento audio-video da Doha. Anche con i ritrovati alleati arabi del Golfo, tra cui l’Arabia Saudita, arcinemica dell’Iran, il Qatar è comunque d’accordo su un punto: “nessuno vuole una nuova guerra nella regione”. Il Qatar, come molti altri attori dell’area, è coinvolto anche in Libia e nella questione palestinese. Su questo al Khater lancia un appello proprio a Biden: gli Stati Uniti devono tornare a essere presenti nella regione.

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