Iran

  • L’Iran limita le ispezioni dell’Aiea, ma apre a un incontro con gli Usa

    L’Iran si prepara a limitare le ispezioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), ma assicura che il suo “programma nucleare resta pacifico” e apre a una cruciale “riunione informale” con gli Stati Uniti mediata dall’Ue. Nel giorno in cui scade l’ultimatum per il nuovo strappo in assenza di una revoca delle sanzioni, Teheran prova comunque a rilanciare il dialogo sul possibile ritorno dell’America di Joe Biden all’intesa nucleare del 2015.

    È stato il ministro degli Esteri e grande negoziatore di quell’accordo, Mohammad Javad Zarif, a cercare di rassicurare il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, volato a Teheran alla vigilia della nuova deadline. “Colloqui produttivi basati sul rispetto reciproco”, li ha definiti l’ambasciatore iraniano presso le agenzie Onu a Vienna, Kazim Gharimbabadi, precisando che i contenuti verranno resi noti al rientro dalla Repubblica islamica di Grossi, che ha incontrato anche il capo della locale Agenzia per l’energia atomica, Ali Akbar Salehi.

    Secondo Zarif, l’Agenzia Onu potrà “continuare a svolgere il proprio compito di mostrare che il programma nucleare dell’Iran resta pacifico” e la collaborazione non verrà interrotta. Anche se, ha ricordato, pure l’arricchimento dell’uranio non si fermerà fino al ritiro delle sanzioni.

    Salvo marce indietro dell’ultim’ora, da martedì le ispezioni dell’Aiea verranno ridotte del 20-30%, ha confermato il viceministro degli Esteri, Abbas Araghchi. I nuovi ostacoli riguarderanno in particolare le visite alle strutture dove si svolgerebbero sospette attività nucleari non censite, compresi siti militari, e lo stop alla trasmissione delle registrazioni delle telecamere di sorveglianza. Misure che il governo moderato del presidente Hassan Rohani è obbligato a mettere in atto da una legge approvata a dicembre dal Parlamento, controllato dai suoi avversari fondamentalisti. Oggi, più di 2 terzi dei deputati del Majlis hanno ribadito in una dichiarazione pubblica che l’esecutivo non ha il potere di rinviare le restrizioni per favorire i negoziati con gli Usa.

    Dopo gli avvertimenti di Biden al G7 sulle risposte americane a possibili “attività destabilizzanti” dell’Iran, il timore è che lo strappo annunciato possa complicare ulteriormente il dialogo. La Repubblica islamica ha comunque aperto alla “riunione informale” proposta dall’Ue, che la riporterebbe per la prima volta allo stesso tavolo con gli Usa dal ritiro unilaterale dall’accordo sul nucleare deciso da Donald Trump nel 2018. “Stiamo studiando la proposta del capo della politica estera dell’Ue Josep Borrell su un incontro informale” con i 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu più la Germania), gli altri firmatari del patto. “Sulla proposta stiamo consultando i nostri partner, comprese Russia e Cina”, ha spiegato Araghchi. Ma anche in vista delle presidenziali di giugno, per Teheran il tempo stringe. “L’Iran – ha avvertito il consigliere alla Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan – è diplomaticamente isolato. La palla sta a loro”.

  • Il Qatar si offre come mediatore tra Usa e Iran

    In attesa di conoscere le prime mosse di politica mediorientale del nuovo presidente americano Joe Biden e di capire cosa rimarrà delle scelte prese dall’ormai ex presidente Usa Donald Trump, il Qatar si offre come possibile mediatore tra Stati Uniti e Iran, ma chiede che Washington torni a essere più presente nei vari scenari di crisi della regione, dalla Libia al Golfo passando per i Territori palestinesi.

    In una intervista con l’Ansa, la portavoce del ministero degli esteri di Doha, Lolwa al Khater ha raccontato quanto la crisi economica globale e regionale, aggravata dalla pandemia, abbia contribuito ad accelerare la fine del blocco commerciale imposto nel 2017 dall’Arabia Saudita, dall’Egitto, dal Bahrein e dagli Emirati Arabi Uniti.

    Poche settimane fa l’Arabia Saudita e gli altri tre Paesi alleati di Riad hanno deciso di metter fine assieme al Qatar alla crisi scoppiata alla metà del 2017, quando Riad e i suoi alleati avevano imposto a Doha un assedio marittimo, aereo e terrestre, accusando il Qatar, alleato della Turchia, di sostenere il terrorismo. Quelle accuse sembrano improvvisamente svanite, tanto che al Khater afferma: “Era evidente che era una crisi creata ad arte”.

    La velocità con cui si è apparentemente risolta la crisi del Golfo è stata forse dovuta al persistere di altre crisi, giudicate più dannose ai rispettivi interessi nazionali: la crisi economica, aggravata dalla crisi del Covid-19. Proprio al vertice saudita dei primi di gennaio, ricorda al Khater, tutti i paesi erano “consapevoli che questi anni di crisi (del Golfo) hanno creato perdite per tutti”. Ecco perché – ha aggiunto – ci si è accordati di riattivare i diversi progetti di cooperazione che erano stati sospesi a causa della crisi (del Golfo) e riprendere la collaborazione anche in ambito sanitario”.

    Gli occhi sono ora tutti puntati su Biden e sulla prossima politica mediorientale degli Stati Uniti. L’ex presidente Trump sarà da molti ricordato come colui che ha contribuito a esasperare le tensioni con l’Iran, che ha di recente ripreso l’attività di arricchimento dell’uranio.

    Il Qatar, a due passi dalla costa iraniana, si sente “nel cuore della questione”. Ma da Doha non si sbilanciano: “è difficile parlare in nome di un’amministrazione (Biden) che finora ha detto poco sull’argomento”. Ma si dicono pronti a svolgere un ruolo di mediatori per “abbassare la tensione”.  “Il Qatar è pronto a svolgere una mediazione tra le parti, a patto che tutte le parti ci chiedano di avere questo ruolo”, ha detto la portavoce in collegamento audio-video da Doha. Anche con i ritrovati alleati arabi del Golfo, tra cui l’Arabia Saudita, arcinemica dell’Iran, il Qatar è comunque d’accordo su un punto: “nessuno vuole una nuova guerra nella regione”. Il Qatar, come molti altri attori dell’area, è coinvolto anche in Libia e nella questione palestinese. Su questo al Khater lancia un appello proprio a Biden: gli Stati Uniti devono tornare a essere presenti nella regione.

  • Iran reportedly considered killing US ambassador to South Africa

    Iran is weighing an assassination attempt against the United States’ ambassador to South Africa Lana Marks, US media reported on Monday.

    The report citied multiple US intelligence sources and a CIA global threats document. It said it would be the Islamic Republic’s preferred method of retaliating against US president Donald Trump’s assassination of Revolutionary Guards commander Qasem Soleimani in January.

    Iran later launched missile strikes on an Iraqi military base housing US troops, but American casualties were low and intelligence officials said it was likely that there would be more attacks at a later date.

    According to US media, the intelligence report is not clear why the South African-born Marks would be Iran’s target for revenge, except that she is a close friend of Trump’s and a member of his exclusive Mar-a-Lago resort club in Florida.

    Iran’s ministry of foreign affairs has strongly denied the report, and called it “anti-Iran propaganda”.

    A US government official said that Marks, who took up her post last October, had been informed and the threat was listed in the CIA’s World Intelligence Review.

  • La Casa Bianca autorizza la Marina americana a usare la forza contro le cannoniere iraniane se minacciata

    Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato via Twitter di aver ordinato alla Marina americana di sparare su qualsiasi cannoniera iraniana che provi a sferrare un attacco. La scorsa settimana, infatti, la Marina degli Stati Uniti ha affermato che quasi una dozzina di navi iraniane del Corpo della Guardia rivoluzionaria islamica si sono ‘approcciate in maniera molesta’ alla flotta statunitense aumentando errori di calcolo e rischi di collisione.

    Il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche dell’Iran è un’organizzazione paramilitare, separata dalle forze armate convenzionali dell’Iran. Svolge operazioni in tutto il Medio Oriente, forma le milizie sciite arabe e supervisiona le attività in Iran. L’amministrazione Trump lo scorso aprile ha designato le Guardie rivoluzionarie un’organizzazione terroristica straniera.

  • Le origini storiche del conflitto tra curdi e turchi

    Il Kurdistan è stato affidato alla Turchia, sotto protettorato della Francia, al termine della Prima Guerra Mondiale con lo smembramento dell’Impero Ottomano, ma quando nell’area di Mosul venne scoperto il petrolio buona parte del Kurdistan sotto protettorato francese fu accorpata all’Iraq. I curdi, peraltro, sono di ascendenza iranica e non araba mentre l’Iraq è costituito per la più parte da arabi-sunniti. Fatto sta che buona parte dei curdi passarono dal protettorato francese a quello inglese (sull’Iraq), mentre la Francia venne compensata dello scorporo delle aree petrolifere del Kurdistan con una partecipazione in due compagnie petrolifere. I curdi peraltro non hanno accettato di buon grado di essere divisi e sparsi in Stati diversi, solidarizzando ovviamente tra di loro al di là dei confini che li separavano. La Turchia, di contro, non ha mai accettato di buon grado di vedere circoscritto il proprio raggio d’azione su un’area ben più piccola di quella dell’Impero Ottomano e ancor meno ha accettato la solidarietà sviluppatasi tra curdi al di qua e al di là dei propri confini nazionali. La guerra che la Turchia ha mosso ora ai curdi in Siria trae origine proprio dalle ambizioni egemonica dalla nostalgia del passato di Tayyp Erdogan e parimenti dalla volontà di spezzare quella solidarietà etnica tra componenti del Kurdistan che si vedono separati dal confine tra Turchia e Siria e separati all’interno di due diversi Stati.

  • In attesa di Giustizia: la bandiera della libertà

    Gli avvocati, come noto, non godono di grande popolarità: visti come cavillosi mestatori intenti a fare mercimonio della professione per assicurare impunità ai colpevoli nei processi penali e ragioni non dovute alla parte assistita negli altri settori della giurisdizione.

    La difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del giudizio, recita la nostra Costituzione e – con le inevitabili eccezioni – il ministero degli avvocati è svolto con lealtà e rispetto della legge con l’obiettivo principale di far rispettare le garanzie che ad ognuno spettano in ogni sede giudiziaria.

    Paradigma della sacralità della funzione difensiva è l’avvocata iraniana Nasrin Sotoudeh: impegnata nella difesa di attivisti, oppositori di regime e donne iraniane arrestate per il solo fatto di essersi tolte il velo in pubblico, ha vinto il Premio per la Scrittura per la Libertà nel 2011 e il Premio Sakharov per la libertà di pensiero l’anno dopo.

    Già arrestata e condannata nel suo Paese per aver cooperato con il Centro di difesa per i Diritti Umani, è stata nuovamente catturata e processata per reati contro la sicurezza nazionale, per tali intendendosi il suo quotidiano contrasto a qualsiasi forma di autoritaria compressione della libertà: lo scorso mese è stata condannata a trentotto anni di carcere e centoquarantotto frustate da infliggersi in pubblico affinché sia di esempio.

    Poco si sa del processo a carico di Nasrin Sotoudeh se non che non è stato sostanzialmente consentito un contraddittorio e, quindi, la difesa stessa è stata mutilata irrimediabilmente.

    Una donna a difesa della libertà,  delle donne e non solo, dei diritti fondamentali di tutti che paga con la sua libertà ed il suo sacrificio, un’autentica martire immolatasi sapendo a cosa andava incontro in una battaglia disperata per la giustizia nel suo Paese dove, diversamente da noi, non c’è neppure attesa. Non c’è e basta.

    Un esempio per chiunque, una vicenda di cui si parla poco o nulla un grido nel silenzio sulle atrocità che questa donna coraggiosa ha combattuto da sempre.

    In un mondo globalizzato dove qualsiasi accadimento, anche il più banale e dal più remoto dei luoghi sembra riverberarsi come un’onda d’urto  sull’intero pianeta di vicende come queste l’opinione pubblica di interessa poco e punto e le coscienze che si smuovono non sono molte.

    Tra queste quelle dei suoi Colleghi, degli Avvocati con la A maiuscola, di coloro che preferiscono essere chiamati difensori perché rende meglio l’idea; la mobilitazione è massiccia, simbolicamente tre Camere Penali (Roma, Milano e Brescia) hanno già iscritto come socia onoraria Nasrin Sotoudeh, le altre 127 si stanno muovendo in tal senso e – tra le altre iniziative – il 18 aprile ci sarà un flash mob degli avvocati milanesi: in toga davanti al Consolato della Repubblica Islamica dell’Iran a reclamare la liberazione dell’avvocata.

    Servirà, non servirà? Un significato profondo, tuttavia, questa manifestazione lo esprime: quelle toghe provocatoriamente indossate saranno un simbolo di libertà e di amore, estremo visibile di chi porta nel cuore il destino dei più deboli e degli oppressi, un vessillo che nessuna violenza può ammainare, se mai rendere ancora più orgoglioso chi lo veste con dignità, coraggio, e quotidianamente si impegna nell’interesse di quella Giustizia che deve essere vista  non come strumento repressivo bensì come una categoria dello spirito, comportante vincoli etici ed indicazioni culturali inderogabili.

  • CNPC replaces Total in South Pars gas project, Iran says

    Total said in August it had told Iranian authorities it would withdraw from the South Pars gas project after it failed to obtain a waiver from US sanctions against Iran.

    China National Petroleum Corporation (CNPC) has reportedly replaced France’s energy giant Total in Iran’s massive South Pars gas project. Total has a 50.1% stake in the gas field, CNPC holds a 30% stake and National Iranian Oil Company subsidiary PetroPars holds the remaining 19.9%.

    “China’s CNPC has officially replaced Total in phase 11 of South Pars but it has not started work practically. Talks need to be held with CNPC … about when it will start operations,” ICANA news agency quoted Iran’s Petroleum Minister Bijan Zangeneh as saying on November 25.

    Total signed a contract to develop phase 11 of the South Pars natural gas field in 2017 with an initial investment of $1 billion. It was the first major Western energy investment in Iran after sanctions were lifted under the 2015 nuclear agreement signed between Tehran and six world countries, including the US.

    The US Administration of President Donald J. Trump has pulled out of the Iran agreement and imposed fresh sanctions but the European Union, China and Russia remain committed to the nuclear deal.

    Despite EU efforts to secure companies’ interests in Iran, Total said in August it had told Iranian authorities it would withdraw from the South Pars gas project after it failed to obtain a waiver from US sanctions against Iran.

  • Iran, Israele e Russia: il ‘grande gioco’ in corso in Siria

    L’Iran in Siria determina i combattimenti sul campo da parte della coalizione pro-Assad, controlla i valichi di frontiera Siria-Iraq e Siria-Libano e conduce la riorganizzazione di aree e comunità basate su un elemento etnico. L’influenza spesso decisiva che Teheran esercita sul ritmo dei combattimenti ha luogo in consultazione con la Russia e Assad. Israele, che gode della supremazia dell’intelligence in Siria, attualmente sta ignorando la presenza dei delegati iraniani e delle altre forze sotto il comando iraniano nel sud della Siria, sembra infatti ritenere che queste forze non costituiscano una minaccia imminente, almeno nel prossimo futuro, e si sta concentrando sulla prevenzione del consolidamento di notevoli capacità militari iraniane in Siria, ovvero missili, razzi, veicoli aerei senza equipaggio, sistemi di difesa aerea e armi avanzate. In questa fase, Israele fa affidamento sulla Russia e sul regime di Assad per mantenere le forze iraniane e i suoi delegati lontani dal confine. È altamente discutibile, tuttavia, se la Russia e Assad abbiano la volontà o la capacità di liberarsi della presenza iraniana sul territorio siriano, specialmente in vista dell’integrazione dei comandanti iraniani e dei combattenti sciiti nelle forze locali.

     

  • Six arrested in Europe for alleged bomb plot against Iranian opposition in France

    Belgium authorities announced an Iranian diplomat was arrested, as well two other people, on suspicion of plotting a bomb attack on a meeting of exiled Iranian opposition groups in France.

    Amir S., 38, and Nasimeh N., 33, husband and wife, both Belgian nationals, “are suspected of having attempted to carry out a bomb attack” on Saturday in the Paris suburb of Villepinte, during a conference organised by the People’s Mujahedin of Iran, a statement from the Belgian federal prosecutor said.

    A close ally of Donald Trump, former New York mayor Rudy Giuliani, was in attendance at the rally. Three arrests were also made in France. The couple, described by prosecutors as being “of Iranian origin”, were carrying 500 grams (about a pound) of the volatile explosive TATP along with a detonation device when an elite police squad stopped them in a residential district of Brussels.

    A diplomat at the Iranian Embassy in Vienna was also arrested in Germany, according to the Belgian statement.

    The arrests came as Iranian President Hassan Rohani began a trip to Europe.

    Iran’s foreign minister Javad Zarif called the news a sinister “false flag ploy” and said Tehran was ready to work with all concerned parties to get to the bottom of it. “How convenient: Just as we embark on a presidential visit to Europe, an alleged Iranian operation and its ‘plotters’ arrested,” Zarif tweeted.

    The Iranian President Hassan Rouhani arrived in Switzerland on Monday evening  for a visit to Europe presented as “paramount” for the future of the Iranian nuclear agreement following the U.S. withdrawal from the pact.

    Rouhani is due to be in Switzerland on Monday and Tuesday before travelling on Wednesday to Vienna, where the July 2015 agreement that ended Iran’s international isolation, in exchange of the freezing of its nuclear programme and its commitment never to develop the atom bomb, was signed.

    Austria took over the rotating presidency of the European Union (EU) for six months on Sunday, while Switzerland represents the interests of the United States in Iran in the absence of diplomatic relations between the two countries. The Vienna Agreement was signed between Iran and the Group of 5 + 1 (China, France, Germany, Great Britain and the United States).

    The People’s Mujahideen Organization of Iran, also known by its Persian name Mujahideen-e-Khalq, was once listed as a terrorist organization by the United States and the European Union but is no longer. Founded in 1965 as a left-wing Muslim group, it staunchly opposed the Shah of Iran and was involved in the protests that led to his downfall and the establishment of the Islamic Republic in 1979.

    It initially endorsed the republic’s founder Ayatollah Khomeini but, after its leader Massoud Rajavi was barred from standing in the first presidential election, the MEK turned against the government.

    It launched an armed struggle to topple the Islamic Republic, claiming responsibility for the assassination of several high-profile figures. After fleeing to France, the movement steadily acquired the characteristics of a cult, with veneration of Massoud Rajavi and his wife, Maryam.

  • I grandi d’Europa chiedono agli Usa una deroga per commerciare con l’Iran

    «I ministri delle finanze e degli esteri di Germania, Francia e Gran Bretagna hanno inviato una richiesta, sottoscritta anche dall’alto rappresentante Federica Mogherini, alle controparti statunitensi, Steve Mnuchin, segretario al tesoro, e Mike Pompeo, segretario di Stato, nel tentativo di ottenere un’esenzione dalle nuove sanzioni all’Iran reintrodotte unilateralmente dall’amministrazione Trump e che entreranno in vigore il prossimo novembre», scrive Paolo Balmas su Transatlantico, rivista a cura di Andrew Spannaus.

    Ecco, nel dettaglio, il reportage: «La richiesta proveniente dall’Unione Europea riguarda, in particolare, i settori energetico, finanziario e farmaceutico. L’obiettivo è di evitare la rottura dei contratti firmati dalle proprie imprese con l’Iran a partire dal 2016. La richiesta si fonda sulla convinzione che il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) è il migliore strumento per assicurare che l’Iran non persegua il suo programma di armamento nucleare. Nella richiesta europea, si legge che in qualità di alleati ci si aspetta che gli Stati Uniti non agiranno in modo da ledere gli interessi strategici europei.

    La richiesta è stata inviata dopo che l’Unione Europea aveva avviato, circa due settimane prima, il “blocking statute”, una procedura che difende i cittadini e le imprese europee che potrebbero essere colpite dalle sanzioni di secondo livello (secondary sanctions), in questo caso imposte dagli Usa contro chi commercia con l’Iran. In tal modo, l’UE sta cercando anche di permettere alla Banca europea d’investimento (Bei) di continuare con le attività in Iran e, in generale, di assicurare i pagamenti per le importazioni di greggio iraniano da parte delle banche europee. Malgrado l’impegno delle istituzioni, le imprese europee hanno già dichiarato di volersi ritirare dall’Iran. Il rischio di subire le sanzioni, di avere accesso limitato al mercato statunitense e, soprattutto, di essere colpite sul fronte finanziario, hanno determinato una lunga serie di decisioni in aperta opposizione con i tentativi dell’amministrazione europea. Ciò dimostra quanto gli Stati Uniti abbiano un potere contrattuale incontrastabile, che oggi agisce principalmente attraverso una leva finanziaria. La stessa Bei non ha preso di buon grado la volontà delle istituzioni europee, secondo quanto riporta Reuters, per il fatto che circa un terzo delle sue attività sono denominate in dollari e aumentare l’esposizione in Iran la metterebbe di fronte a potenziali ritorsioni.

    Fra le grandi imprese che sono pronte a ritirarsi dall’Iran vi sono, fra le altre, la Total, la Maersk, la Shell. Ma lo spettro delle sanzioni danneggia, oltre l’Iran e le imprese straniere che vi stanno investendo ormai da due anni, anche quelle imprese europee coinvolte in progetti con controparti iraniane all’estero. Un esempio è la British Potroleum che ha annunciato di voler bloccare le attività nel Mare del Nord che ha intrapreso insieme alla Iranian Oil Company. Il contrasto che è sorto fra il tentativo dei governi di mantenere in vita il JCPOA e le imprese che non vogliono entrare in conflitto con gli Stati Uniti, non riguarda solo l’UE. Anche l’India e la Russia, che sostengono il patto sul nucleare iraniano, vedono le proprie imprese pronte a stracciare i contratti firmati con Teheran. La russa Lukoil ha già confermato di volersi ritirare da tutte le attività aperte in Iran, mentre l’indiana Reliance Industries, ha deciso di bloccare tutte le importazioni di greggio iraniano. Il vuoto che lasceranno queste imprese, almeno per quanto riguarda la Total e la Shell, sarà colmato dalle imprese di Stato cinesi. Infatti, Pechino non ha alcuna intenzione di rinunciare all’Iran, tanto meno al suo petrolio.

    L’abbandono del JCPOA da parte dell’amministrazione Trump ha avuto due principali ripercussioni. La prima è stata la fuga delle imprese dall’Iran, eccezion fatta per quelle cinesi. Anche le imprese sudcoreane e giapponesi impegnate nella realizzazione di nuovi impianti di raffinazione si sono ritirate, o sono sul punto di farlo. Si tratta forse di uno dei danni più gravi all’economia iraniana, in quanto i progetti seguiti dalla Daelim, dalla Hyundai e dalla Chiyoda Corporation, avrebbero aumentato le capacità di raffinazione del 22% e la produzione di materiali di base per l’industria petrolchimica del 57%. Gli investimenti delle imprese coreane e giapponesi superano in totale i 5 miliardi di dollari. Non è un caso che il governo Abe, fortemente colpito anche dai dazi sull’acciaio, abbia utilizzato per la prima volta parole così dure contro Washington. La seconda ripercussione, invece, consiste nell’aver lasciato il campo libero alle imprese cinesi e nell’aver spinto l’Iran ancora di più nell’orbita della Shanghai Cooperation Organization (SCO), l’organizzazione che unisce fra le altre Russia, Cina e India sul piano dello sviluppo e della sicurezza in Asia.

    Pechino ha sottolineato l’importanza della presenza iraniana nel prossimo summit della SCO, che si terrà fra il 9 e 10 giugno 2018 a Qingdao, in Cina. Il governo cinese ha ricordato che le consultazioni con la controparte iraniana avverranno con l’esplicito intento di mantenere in vita il JCPOA, ma anche di ampliare la cooperazione su un piano bilaterale. L’avvicinamento dell’Iran alla SCO, che dopotutto era già inevitabile, è strettamente legato alle crisi mediorientali, dalla Siria, alla Palestina e allo Yemen, in cui Teheran è direttamente coinvolta, e al rapporto di quest’ultima con Mosca. Il Cremlino si sta impegnando per mediare gli attriti fra Israele e Iran, in relazione alle forze iraniane che operano nei pressi del confine siro-israeliano. L’isolamento di Teheran attraverso le sanzioni non può che avere ripercussioni negative a livello regionale. La risposta iraniana consiste nel riprendere le attività di arricchimento dell’uranio, soluzione che potrebbe innescare confronti ben più preoccupanti.

    La manovra dell’amministrazione Trump è volta certamente a esercitare una pressione estrema per ottenere un maggior controllo e una maggiore presenza in Iran. Se le trattative in stile Trump stanno in parte funzionando con la Cina e la Corea del Nord, non è detto che avranno successo con l’Iran, paese contro il quale i noti storici nemici (Israele e Arabia Saudita) sono disposti a rischiare un conflitto. Un secondo obiettivo di Washington consiste nel rallentare lo sviluppo della produzione e dell’export iraniano di idrocarburi. Le sanzioni segnano la messa fuori gioco di un potenziale avversario nella riorganizzazione del mercato globale del greggio e del gas. Dalla fine del 2015, gli Usa sono divenuti esportatori di greggio, dopo il divieto durato decenni di vendere il proprio petrolio all’estero. Le crisi in Venezuela, in Libia, in Nigeria, e i ritardi in Brasile e in altri paesi, ora in Iran, hanno agevolato la politica commerciale Usa in questo settore, volta inoltre a riequilibrare la propria bilancia commerciale.

    In ogni caso, a perdere insieme all’Iran sarà l’Unione Europea, i cui paesi sono quelli attualmente più coinvolti nel futuro dell’economia iraniana. L’UE ne esce nuovamente indebolita, di fronte alle esigenze delle singole imprese e dei governi che non vogliono rischiare ripercussioni più gravi dagli Stati Uniti. Le recenti vicende politiche di alcuni paesi, come ad esempio l’Italia, in cui sono giunti al governo partiti populisti, si inseriscono in questo delicato contesto internazionale. Il nuovo governo Conte dovrà affrontare il G7 [articolo pubblicato l’8 giugno, n.d.r], che si accavalla nel giorno del 9 giugno al summit SCO, e mantenere una posizione ambigua fra Bruxelles e Washington, in quanto appoggerà la politica dei dazi, ma tenterà di difendere le proprie imprese coinvolte in Iran (l’Italia è il principale partner europeo di Teheran). Inoltre, sosterrà una posizione di apertura alla Russia. Se da un lato Roma potrebbe avere la forza di divenire uno degli strumenti per assicurare il riavvicinamento di Mosca a Bruxelles, sembra lontana l’ipotesi di una posizione di netto contrasto a Washington, o di costruttiva mediazione, sulla questione iraniana. Sotto la minaccia delle secondary sanctions, i paesi europei, che stanno di fatto contribuendo a un processo di pace in Medio Oriente attraverso lo sviluppo di un’economia emergente, quella iraniana, di 80 milioni di persone, rischiano di deragliare insieme al tentativo di regolare le situazioni più delicate della politica internazionale attraverso la diplomazia. Tentativo al quale sono stati dati meno di tre anni di possibilità».

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