Iran

  • Riflessioni su Israele

    Non bisogna essere antisemiti per sentirsi indignati da ciò che Israele ha fatto e sta ancora facendo a Gaza e in Libano. In spregio a ogni presunto diritto internazionale, quelle carneficine senza fine suscitano un naturale rifiuto anche in chi, per sentimento o per convenienza strategica, guarda con simpatia verso Israele e verso gli ebrei in genere. Purtroppo per loro, l’attuale governo di Tel Aviv fa di tutto per alimentare una condanna mondiale e sembrerebbe che perfino Trump non li sopporti più perché gli stanno impedendo di raggiungere con l’Iran una qualunque pace che gli consenta di salvare la faccia. Tuttavia, non va dimenticato che la società israeliana è estremamente composita e a fianco di forsennati nazionalisti e di insopportabili fanatici religiosi c’è un gran numero di cittadini contrari al comportamento del loro governo. Quando nel prossimo ottobre, come previsto, si terranno le elezioni politiche staremo a vedere cosa sceglierà la maggioranza della popolazione.

    Un osservatore di politica internazionale che comunque voglia essere il più possibile obiettivo deve, almeno nel momento dell’analisi, prendere le distanze dalle istintive reazioni emotive e cercare di capire i punti di vista di tutti gli attori in campo.

    Della prospettiva dei palestinesi e di gran parte delle popolazioni arabe conosciamo da lungo tempo la posizione politica. Sin dalla creazione, certificata dall’ONU, dello Stato di Israele gli originali abitanti di quei territori si sono sentiti defraudati dei loro diritti su quelle terre e ben tre guerre principali, perse, erano già avvenute prima dei terribili fatti del 7 ottobre. Come non bastasse, anche i palestinesi che hanno continuato a vivere all’interno di quel che era diventato Israele nella pratica sono soltanto dei cittadini di serie B e tale condizione è stata ulteriormente confermata con la Legge Fondamentale del 2018, voluta dal governo Netanyahu. Tale Legge ha formalmente espresso essere Israele lo “Stato ebraico” (“solo il popolo ebraico ha il diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele” e: “l’ebraico è la lingua ufficiale, mentre l’arabo ha uno status speciale” – cioè minore N.D.A.). Per quanto riguarda Hezbollah e Hamas, essi, a differenza di quanto almeno a parole dichiarava l’Autorità Palestinese, sostengono non esserci alcuna possibilità di avere “due popoli, due Stati” perché entrambe sono nate con l’esplicito obiettivo di eliminare completamente Israele e rientrare in possesso di tutto il territorio. Per questo scopo si sono armate e il rinunciare agli armamenti, come richiesto da Washington e Tel Aviv, significherebbe per loro venir meno alla loro stessa ragion d’essere.

    Prima degli avvenimenti del 7 ottobre diversi Stati arabi della zona più il Sudan, il Marocco, il Kazakhistan e il Somaliland avevano deciso di sottoscrivere con Israele un impegno di collaborazione tramite gli Accordi di Abramo. Perfino l’Arabia Saudita sembrava pronta ad aderirvi e, molto probabilmente, l’assalto del 7 ottobre fu pensato proprio per impedire quest’ultima adesione, provocando una esagerata reazione israeliana e creando così una nuova difficoltà politica per la possibile pacificazione. Pacificazione che, non dimentichiamolo, sarebbe stata comunque raggiunta sulle spalle dei diritti dei palestinesi. Inoltre, chi, per motivi di volontà egemonica sul Medio Oriente, non aveva alcun interesse a che la questione trovasse una pur parziale soluzione era l’Iran, che da tempo finanziava e nutriva con armi sia Hezbollah sia Hamas (in barba alle differenze religiose: primi sunniti, i secondi sciiti come l’Iran) accreditandosi quale unico e vero difensore dei palestinesi e dell’Islam.

    Considerato quanto sopra, le ragioni della volontà israeliana di annientare senza pietà le due organizzazioni e distruggere l’Iran sembrerebbero chiare ed evidenti, ma non si possono disconoscere altri motivi che guidano il comportamento di Netanyahu e del suo governo. Indispensabili per garantire la maggioranza sono anche due partiti di estrema destra, uno più nazionalista e l’altro con forte identità religiosa. Tra questi ultimi il leader è l’attuale Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich che a febbraio scorso non si è trattenuto dall’affermare che uno dei suoi obiettivi politici è: cancellare i maledetti Accordi di Oslo, smantellare l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), imporre la piena sovranità israeliana sulla Cisgiordania e reintrodurre un’amministrazione militare israeliana nei territori occupati. Nel suo partito (e altrove) ci sono anche fanatici religiosi che prendono alla lettera quanto scritto nel Deuteronomio (20:16–18) e cioè uno dei cinque libri della Torah: «Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri…». È pur vero che molti commentatori dei libri sacri ritengono che quelle parole vadano interpretate in senso riduttivo e non letterale, ma lo stesso problema interpretativo si pone anche con il Corano. Infatti, anche tra i musulmani c’è chi si comporta da fanatico quando parla di Jihad e chi invece cerca un’interpretazione del testo più “conciliante”. È bene ricordare che tra i religiosi fanatici israeliani ce ne sono anche che invocano la guerra ma rifiutano di prestare personalmente il servizio militare. Che dire poi di Ben Gvir, Ministro della Sicurezza nazionale, e dei suoi comportamenti visti in televisione e da lui fatti riprendere e diffondere con disgustosa supponenza?

    Di là dei vari fanatismi, se vogliamo trovare una qualunque giustificazione (?!) strategica alla volontà israeliana di estendere il proprio attuale territorio occorre ricordare che il Paese è circondato a sud e a nord dai nemici armati che ne chiedono la distruzione e che tra un confine e l’altro raggiunge al massino 114 chilometri e al minimo circa 10. Le guerre finora condotte, di cui una addirittura preventiva da parte di Tel Aviv, hanno visto la vittoria dell‘IDF grazie sia al forte sostegno americano sia all’abilità strategica dei suoi generali sia alla dedizione di tutti i cittadini. Nessuno può, tuttavia, dare per scontato che queste condizioni si ripetano e che altri eventuali attacchi di guerrieri altrettanto motivati e armati con mezzi moderni siano sempre automaticamente sconfitti. Invero, se la linea del fronte fosse sfondata, i cento chilometri di retrovie sarebbero ben poca cosa per consentire un contrattacco. Ecco perché, anche se ufficialmente non è ammesso, Israele si è dotata dell’arma atomica e vuole impedire che uno qualunque dei potenziali nemici, vedi Iran, se ne possa dotare. Ecco anche perché, indipendentemente dalle farneticanti dichiarazioni di Smotrich, l’IDF cercherà di non lasciare più i territori altrui che ora sta occupando.

    La logica di ciò che sta succedendo è ben chiara al Presidente libanese Aoun che, se gli fosse possibile, non solo firmerebbe immediatamente per la pace ma sottoscriverebbe volentieri un qualunque trattato di amicizia con Israele per rassicurarla che, da parte libanese, non dovranno mai temere nulla. Purtroppo tutti sappiamo che il governo di Beirut non controlla Hezbollah e che, nonostante i frequenti e ripetuti inviti al disarmo di tutte le forze politiche libanesi dopo la fine della guerra civile, Hezbollah non l’ha mai accettato e si è sempre comportata come uno Stato nello Stato esercitando il proprio potere, anche con la violenza, su certe fette di territorio (vedi il sud libanese e la Bekaa), sul governo e sui nodi infrastrutturali quali l’aeroporto e il porto di Beirut.

    Ovviamente, tutti auspichiamo che i conflitti si concludano presto e che palestinesi ed ebrei possano convivere pacificamente, magari in due Stati vicini e confinanti, ma la reciproca diffidenza, gli opposti obiettivi e le recenti stragi stanno costruendo un muro che sarà sempre più difficile abbattere.

  • Iran, USA, Israele: quale futuro?

    Riprenderanno, oppure no, le negoziazioni per Iran e Libano? E quando (e se) riprenderanno quali risultati potrebbero ottenere? Il cessate-il-fuoco già sarebbe qualcosa, ma al suo scadere? Rimarrà un perenne armistizio come successo con la guerra di Corea? Sembra piuttosto improbabile. Innanzitutto perché le situazioni geografica e politica sono molto diverse e poi perché le ragioni che hanno scatenato queste guerre sono enormemente diverse da quelle che videro scoppiare il conflitto coreano.

    Partiamo dalla questione iraniana.

    I due attaccanti, Israele e USA avevano in comune solo alcuni obiettivi: far cadere il regime per sostituirlo con uno accomodante ai desideri dei vincitori, distruggere la maggior parte delle capacità missilistiche offensive degli iraniani e porre fine ai suoi finanziamenti verso i proxi in Libano, a Gaza e altrove. Inoltre, si voleva che Tehran accettasse ufficialmente e definitivamente l’esistenza dello Stato di Israele. Per gli Stati Uniti, inoltre, un vero obiettivo era di ottenere la fine delle forniture di petrolio alla Cina e, soprattutto, che non venissero più fatte attraverso pagamenti in Yuan, confermando altresì l’uso del dollaro. Come comunicazione alle opinioni pubbliche la narrativa di entrambi era che lo scopo principale della guerra fosse impedire all’Iran di costruirsi la bomba atomica e, perfino con una certa ipocrisia, che un nuovo governo applicasse i diritti civili e umani verso la popolazione.

    Ebbene, se tutti questi erano gli obiettivi, nessuno di loro è stato raggiunto e, visto l’andamento del conflitto, non si capisce come potrebbero esserlo in un prossimo futuro. Oggettivamente, qualunque serio e onesto osservatore di politica internazionale e qualunque politico avveduto sapevano che si trattasse di obiettivi irraggiungibili ancora prima che cominciassero i bombardamenti. Obiettivi magari desiderabili, ma impossibili ad ottenersi per almeno due motivi. Il primo dovuto al ferreo controllo che le Guardie Rivoluzionarie hanno sull’economia e sugli armamenti del Paese. Il secondo perché, pur se una parte della popolazione non sopportava più il regime degli Ayatollah, un attacco dall’esterno avrebbe ricompattato (per vari motivi storici e culturali) la stragrande maggioranza dei cittadini attorno al governo nazionale, qualunque esso fosse.

    Perché, allora, Israele e Stati Uniti hanno comunque cominciata una guerra che non potevano vincere? La risposta, purtroppo, è nello stesso tempo sconfortante e semplice: per un misto di ignoranza e di malafede. L’ignoranza viene sia da inefficienti (o bugiardi?) servizi segreti che avevano dipinto l’”operazione” come facilmente fattibile e breve nel suo impiego, sia dalla presunzione del Presidente americano che, sopravvalutando sé stesso e le sue intuizioni personali, non ha ritenuto di considerare le giuste osservazioni e gli avvertimenti espressi da chi era più competente di lui. La malafede è soprattutto nel leader israeliano Netanyahu che conosceva la diffidenza contro l’Iran di tutta la popolazione ebraica del suo Paese e aveva bisogno di recuperare un po’ di consenso ma anche, magari, di allontanare a tempo indefinito il processo cui dovrebbe sottoporsi con la sicura sua condanna che ne potrebbe derivare.

    Ora è certamente possibile che i negoziati non trovino alcuna vera soluzione e che il conflitto ricominci. Un’invasione di terra sarebbe un massacro per i soldati americani ma Netanyahu potrebbe desiderarlo, indifferente alle conseguenze in termini di spreco di risorse, di vite umane e delle conseguenze terribili per le economie di tutto il mondo. Non è così per Trump. Quest’ultimo vorrebbe uscire il più presto possibile dalla trappola in cui si è trovato, ma non può farlo senza poter comunicare una qualche “vittoria” alla sua opinione pubblica, già pesantemente incattivita per i pessimi risultati economici e per essersi sentita trascinata in una guerra che considerano lontana e del tutto inutile per i propri interessi. Senza contare che la sua campagna elettorale fu basata sulla volontà di non fare più guerre e sulla critica a quelle iniziate da altri Presidenti. Malauguratamente per lui, comunque si chiuda, questa guerra è già persa ma deve trovare il modo di uscirne senza presentarsi formalmente come sconfitto. Va considerato che il tempo gioca a suo sfavore mentre gli iraniani sembrano disposti, anche per altre settimane, ad affrontare nuovi e pesanti sacrifici. Senza contare che, se anche si riuscisse a far cadere il Governo di Tehran, ne nascerebbe una guerra civile con esiti ancora più dannosi per la stabilità medio-orientale e per le economie di tutto il mondo. Come uscirne allora? Di là dalle rodomontiche dichiarazioni di Trump, il pallino è oggi nelle mani dei Pasdaran. Avendo subito una aggressione che ritengono giustamente di non aver provocato, oggi pretendono che gli USA si impegnino a finanziare la ricostruzione di tutti i danni subiti, la firma di un patto permanente di non aggressione, la vendita senza ostacoli del petrolio iraniano e dei suoi derivati e un accordo per la gestione libera dello stretto di Hormuz. Dovrebbe anche essere prevista l’eliminazione della maggior parte delle sanzioni attualmente in vigore e la restituzione del denaro iraniano ancora bloccato presso banche estere. In cambio, Tehran potrebbe accettare di rinunciare per sempre alle armi nucleari e di abbassare tutto il suo stock di uranio arricchito a un massimo di concentrazione del 3/4 percento. Il restante potrebbe essere conferito a un consorzio di cui farebbero parte Cina, Russia, Stati Uniti e i vicini del Golfo Persico eventualmente interessati.

    Ovviamente, in ogni negoziazione tutto può essere ri-discusso ma già una soluzione che parta dalla proposta di Tehran riguardo alla questione del nucleare potrebbe salvare la faccia di Trump e consentirgli di vantare una qualche vittoria da vendere alla propria opinione pubblica. Di sicuro Netanyahu farà tutto ciò che gli sarà possibile per far fallire ogni trattativa ma il costo politico ed economico di questa guerra è già troppo gravoso per gli americani e, nonostante le pressioni della lobby israeliana, Trump non può permetterselo.

    Per quanto riguarda il Libano e i bombardamenti israeliani la questione è molto diversa. In questo caso solo Israele è direttamente impegnata e quanto sta facendo in totale spregio delle vittime civili e delle distruzioni inutili, corrisponde esattamente a quanto ha fatto e sta ancora facendo a Gaza e in Cisgiordania. Anche da Tel Aviv arrivano una spiegazione ufficiale e una (seconda) reale. La giustificazione raccontata è che sia indispensabile distruggere definitivamente le capacità offensive di Hamas e di Hezbollah, due organizzazioni che sono nate espressamente con lo scopo di “far sparire” Israele in quanto Stato. Questa motivazione ha una sua verità poiché è da anni che le due organizzazioni continuano a colpire con missili più o meno dannosi i territori e la popolazione israeliana. Ritenere dunque che i militanti di entrambe siano solo delle vittime è del tutto fuorviante. I bombardamenti e le uccisioni non riguardano però soltanto i guerriglieri ma colpiscono tanti palestinesi innocenti che magari neppure erano (almeno prima di ora) fiancheggiatori di Hamas o di Hezbollah. Come non bastasse, tra le vittime dei bombardamenti in Libano ci sono anche cittadini libanesi che nemmeno sono originari palestinesi e che non hanno nessuna colpa né hanno nutrito sentimenti ostili contro Israele. Qual è la seconda ragione di questa guerra che si affianca alla precedente? È quella che solo una frangia della popolazione israeliana osa pronunciare ad alta voce e che i coloni abusivi mettono in pratica: una pulizia etnica e la realizzazione della Grande Israele! Sembra incredibile che in un Paese che abbiamo sempre definito quale “l’unica democrazia del Medio oriente” si coltivi un tale proposito ma è ancora più incredibile che l’Europa non condanni come inaccettabile e condannabile quel comportamento. Dove sono quei “valori” che continuiamo a definire fondanti della nostra civiltà? Perché applicare sanzioni enormi alla Russia per presunte colpe molto meno catastrofiche e nulla fare verso atteggiamenti criminali eseguiti in barba non solo al “diritto internazionale” ma anche al senso comune? L’idea di “pulizia etnica” è diventata estranea alla nostra cultura perfino per quantità di popolazioni molto più ridotte, come possiamo accettare che la si rivolga contro addirittura milioni di persone che da millenni vivono in quelle zone? Tuttavia, cosa pensano di farne quegli ebrei ultra-nazionalisti religiosi che seguono i dettami del loro libro sacro (Deuteronomio 20:16-17 – Nelle città della terra promessa: “non lascerai in vita nulla che respira”) e vedono Amalek in ogni nemico? Ucciderli tutti? O mandarli altrove? E dove?

    Anche se Hamas e Hezbollah fossero distrutti completamente, la verità è che, nell’impossibilità fisica di attuare un genocidio che alcuni fanatici (fortunatamente pochi) auspicano, il problema della convivenza su quelle terre rimarrà irrisolto e nuovi adepti anti-israeliani spunteranno tra la popolazione palestinese. L’unica soluzione vera che porrebbe fine a ogni atto di guerra e di terrorismo sarebbe la co-esistenza dei due Stati: Israele e Palestina, con reciproco riconoscimento e possibili collaborazioni. Purtroppo, oltre a diffusa ostilità tra gli attuali israeliani e tra molti palestinesi verso questa ipotesi, la presenza di almeno 750.000 coloni abusivi che hanno occupato con la violenza terre e abitazioni di palestinesi in Cisgiordania rende quasi impossibile poterlo fare. Quale geografia potrebbe avere uno Stato Palestinese? Qualunque governo a Tel Aviv che volesse provare a ri-trasferire dentro Israele i coloni abusivi pesantemente armati finirebbe con lo scatenare una guerra civile.

    Il problema è che tra israeliani e palestinesi nessuno dei due ha tutte le ragioni o tutti i torti e nessuno riesce, purtroppo, a immaginare come risolvere definitivamente la questione.

  • Iranian footballers say Australia has given them ‘hope’ for safe future

    Two Iranian footballers who were granted asylum in Australia have said the country has given them “hope for a future where we can live and compete in safety”.

    Atefeh Ramezanisadeh and Fatemeh Pasandideh were among seven members of the Iranian team who were originally granted humanitarian visas while in Australia for the Women’s Asian Cup – but the other five changed their minds and returned home.

    It was feared the team would face repercussions for declining to sing the Iranian national anthem at their opening match, days after the war began.

    In their first public statement, Ramezanisadeh and Pasandideh thanked supporters for their compassion and asked for privacy.

    “At this stage, our primary focus is on our safety, our health and beginning the process of rebuilding our lives,” the statement read.

    “We are overwhelmed by the warmth and generosity of the Iranian diaspora community in Australia. Your support has made us feel welcome and less alone as we navigate this transition,” they added.

    The pair also thanked the Australian government for providing them “a safe haven in this beautiful country” and officials from the Home Affairs staff for their “dedicated” assistance.

    Ramezanisadeh and Pasandideh – who have been pictured training with A-League Women’s team Brisbane Roar – said they hope to continue their elite sporting careers in Australia.

    The drama around the Iranian team unfolded against the background of the war back in their home country which erupted on 28 February when Israel and the US launched joint air strikes.

    Concerns grew about the team’s safety after footage emerged of a host on state TV calling them “traitors” who ought to be punished for their silence during the anthem on 2 March.

    The players were moved to Brisbane, about an hour’s drive north from the Gold Coast where they had been staying with their teammates before giving minders the slip and going into the protection of Australian Federal Police.

    Human rights activists have said the women who returned to Iran may have been pressured to reverse their decisions through threats against their families.

    Home Affairs Minister Tony Burke at the time said the Australian government could not “remove the context in which the players are making these incredibly difficult decisions”.

    Iran’s sports ministry said that they had “defeated the enemy’s plans” against them through their “national spirit and patriotism”, and accused Australia’s government of “playing in Trump’s field”.

    News agency Tasnim – which is affiliated with the Islamic Revolutionary Guard Corps – meanwhile reported the players had faced “psychological warfare, extensive propaganda and seductive offers” in Australia.

  • Così lontani, così vicini

    In Israele, il 30 marzo 2026, la Knesset (il parlamento israeliano) ha approvato una legge che introduce la pena di morte per reati di terrorismo. Questa norma, fortemente voluta dalla coalizione di governo (in particolare dal ministro Itamar Ben-Gvir), prevede l’esecuzione per impiccagione. La legge è rivolta a chi commette omicidi con movente nazionalista o razzista con l’intento di danneggiare lo Stato di Israele. La competenza sarà dei tribunali militari e viene assolutamente esclusa la possibilità di chiedere la grazia o clemenza.

    In Iran, come espressione di una repubblica teocratica, le pene di morte sono stabilite e applicate attraverso un sistema giudiziario basato sulla Sharia (legge islamica). L’applicazione della pena di morte esprime un sistema in cui il potere religioso e quello giudiziario sono strettamente intrecciati. In altre parole, che sia un tribunale militare investito dalla possibilità di emettere una condanna a morte oppure un tribunale religioso, entrambi questi Stati esprimono la negazione di uno dei pilastri delle democrazie occidentali, cioè l’indipendenza della Magistratura.

    Mai come ora, Israele, che dice di ispirarsi ad una democrazia occidentale, e Iran, che invece espressamente afferma di essere una teocrazia, sono convinti di essere così lontani nelle loro origini e gestioni statali (democrazia elettiva/teocrazia rivoluzionaria). Nella realtà si ritrovano ad essere così vicini e molto più simili di quanto non credano a causa della sospensione dei diritti civili giustificati sostanzialmente da una simile motivazione religiosa (l’ispirazione dallo stesso stato dell’Iran) alla quale si richiama ora anche lo stesso Stato di Israele (*).

    (*) Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, la conquista della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, è stata vista da alcuni settori religiosi come un miracolo moderno e l’inizio della redenzione messianica, infondendo vigore al movimento per il “Grande Israele”.

  • E’ già una guerra globale

    Una guerra può essere definita mondiale anche in ragione delle proprie conseguenze ed indipendentemente dal numero o dalla geolocalizzazione degli stati coinvolti.

    Il concetto di legittimità di un’azione di guerra se finalizzata al conseguimento di determinati obiettivi politici o della stessa sopravvivenza di uno Stato (Israele ma non certo gli Stati Uniti) può anche venire adottato come giustificazione nei confronti di uno Stato oppressore o, come si suole dire adesso, “canaglia”.

    Come logica conseguenza, se questa guerra in Medioriente viene giustificata con il conseguimento della messa in sicurezza dei confini israeliani oltre a colpire “uno stato canaglia” che finanzia gruppi terroristici, tuttavia andrebbero considerate le pesanti conseguenze che subiscono fin da subito le economie di altri paesi. Questo vale tanto per l’Europa quanto per il mondo intero proprio in ragione delle dirette conseguenze energetiche, ma non solo, che questo conflitto inevitabilmente determina.

    Questa terribile evoluzione, in altre parole, trasforma un conflitto regionale come ce ne sono stati decine nello stesso Medio Oriente e in altre zone del mondo, proprio in ragione delle conseguenze definisce i nuovi confini di una guerra continentale che rappresenta l’anticipazione di uno scenario bellico mondiale del quale ne potranno approfittare altri regimi politici come la Cina (*).

    Allora in questo nuovo contesto mondiale, però, non possono più risultare sufficienti le premesse che hanno scatenato questo conflitto all’inizio, e non esistono più giustificazioni o legittimazioni proprio in ragione delle conseguenze che subiscono gli altri Stati estranei alle tensioni regionali iniziali.

    Come logica conseguenza il conflitto che molti ancora oggi considerano “legittimo” per la sicurezza di Israele, mentre per quanto riguarda gli Stati Uniti la motivazione risulta molto più oscura, proprio in ragione della sua evoluzione continentale e delle  conseguenze per gli Stati non interessati nello scenario geopolitico medio orientale, assume già ora  le caratteristiche di una guerra mondiale.
    Le stesse responsabilità andrebbero quindi attribuite a quelle autorità istituzionali che hanno rifiutato una difficile trattativa diplomatica privilegiando la semplicità della
    guerra non valutando gli effetti della propria decisione per il mondo intero. Le difficoltà incontrate dagli Stati Uniti, i quali erano convinti assieme ad Israele di essere in grado di gestire una guerra lampo, dipendono anche dalle diverse motivazioni (politica vs religiosa) dei due eserciti, le quali non permettono il conseguimento di una ” facile vittoria” come quella auspicata da Trump e Netanyahu.

    Sembra proprio che le sconfitte in Vietnam e in Afghanistan non abbiano insegnato nulla tanto in campo politico quanto ancor peggio in quello militare.

  • How Iranians are evading internet blocks to contact family abroad

    On the Iran-Turkey border a man sells a service that helps Iranians outside their country keep in touch with loved ones inside.

    His secret is two phones – one connected to the Iranian phone network and one to the Turkish. It’s necessary because international calls into Iran are blocked.

    Customers outside Iran call his Turkish phone on WhatsApp and he then dials their loved ones on his Iranian mobile.

    He holds the two together so people desperate to hear from their families inside Iran can speak to them.

    As he’s on the border, the man can connect to both the Turkish and Iranian mobile networks at the same time.

    It is one of the ways Iranians are circumventing the blocks on internet and phone connections authorities have put in place during the war with the US and Israel – but these services are expensive and patchy.

    Calling abroad rarely works the first time and calls usually last two or three minutes before cutting out.

    And BBC Persian has found that, with money transfer fees, it costs about £28 ($38) for a four- or five-minute call.

    But customers feel it’s a price worth paying.

    Ava (whose name, like the other people quoted in this article, has been changed) was due to get married this week. Her fiance lives in Canada and was due to fly to Tehran for the ceremony before the war brought air travel to an abrupt halt.

    “I’m paying a huge amount of money to be able to connect to the internet to talk to him right now,” she says.

    Hamid also lives in Tehran and has been desperate to find ways to keep in touch with his wife and other relatives abroad.

    “In these past days I tried everything just to connect,” he says. “The cost didn’t matter to me, even though it was a financial burden. I just wanted them to feel a little calmer.”

    He’s been using a virtual private network (VPN), which can bypass the restrictions the Iranian authorities have put on the internet, allowing people to message and call abroad.

    Hamid says the cost of VPNs has “skyrocketed” to around £15 ($20) for a gigabyte of data – a considerable amount given the monthly minimum wage in Iran is only $100 – and that the connection was still “extremely unstable”.

    If the connection cuts out while he is using the VPN, he adds, the data he has bought is gone and cannot be refunded.

    “Whenever I managed to connect to the internet, even briefly, I would message everyone and ask them to send me their families’ phone numbers so I could check on them and send news back,” he says.

    “When I call a mother and mention the name of the child who asked about her, the sound of her laughter and excitement changes my whole world.”

    Negar, who lives in Toronto, Canada, says her family have been managing to make short calls to reassure her they are okay, knowing how anxious she was during the deadly anti-government protests in Iran in January. These have done little to allay her worries.

    “The worst part of the story is that they are under heavy bombardment, yet they call me and say: ‘We’re fine, don’t worry about us.’ That is what is killing me.”

    Shadi lives in Melbourne, in Australia, but her parents’ home is in a neighbourhood of Tehran known as “the hornet’s nest”. It’s close to a major oil depot hit on 7 March and other sensitive sites such as the Ministry of Defence.

    They, too, gather news from relatives and neighbours so it can be passed on to family abroad when they are able to connect, she says.

    Shadi says her father has stopped going for walks after “black rain” fell on him following the nearby oil depot strike.

    Zahra lives in Europe and is anxiously staying in touch with her brother in Iran, who uses a VPN to access Telegram.

    “If he goes offline for more than half an hour or an hour, all kinds of frightening thoughts start running through my mind,” she says.

    Her brother said her family rarely leaves the house given the “terrifying” sounds of fighter jets and explosions.

    She recalls him saying: “Outside, there are also patrols everywhere, standing at every intersection, staring into your eyes. If they don’t like the way you look, they stop you.”

    Being able to work across different platforms and use technical tricks to evade the restrictions has made it hard for less tech-savvy relatives to stay in touch.

    The only person Pooneh, who lives in London, can contact is her sister – “maybe because she is more comfortable with technology and finds ways to make the call”, she explains.

    “I can’t call [my family],” Pooneh adds. “Even this simple thing creates a strange feeling, as if nothing is in my control.”

    Like many, she and her sister have a two-way exchange, the person inside Iran passing on family messages and the one abroad giving updates about the war not available in Iran due to government censorship.

    “It feels as if each of us is missing part of the story, and we have to piece it together through each other.”

  • Regime change a Teheran? Muscardini e il Parlamento europeo lo invocano da 18 anni, con le armi della diplomazia e l’appoggio all’opposizione interna agli ayatollah

    Già 18 anni fa, nel 2008, il Parlamento europeo aveva sollecitato l’Iran ad abbandonare o almeno ammorbidire la politica del pugno di ferro, incarcerazioni ed esecuzioni anche di minorenni, nei confronti della propria popolazione.

    Le istituzioni europee non hanno in questi anni mai sollecitato o intrapreso passi verso quel regime change a Teheran che oggi potrebbe scaturire, ed è verosimilmente tra gli obiettivi, come conseguenza dell’intervento israelo-americano. Un po’ il nanismo politico che contraddistingue l’Unione europea, un po’ la sua scarsa capacità di proiezione internazionale (ancor più in termini di coattività), un po’ anche i vincoli interni e di diritto internazionale della stessa Ue (non rientra tra i suoi compiti né tra i suoi poteri definire l’ordinamento interno di un Paese) hanno obbligato la stessa Unione a non spingersi oltre appelli.

    Il che non significa tuttavia che negli anni da parte delle istituzioni europee e dei suoi rappresentanti non vi siano state attenzione e preoccupazione per quanto accadeva in Iran.

    Cristiana Muscardini firmò insieme al Vicepresidente del Parlamento europeo Alejo Vidal-Quadras, e altri 100 eurodeputati, una lettera al presidente americano Obama per chiedere che il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, Mujaheddin del Popolo, venisse tolto dalla lista nera delle organizzazioni terroristiche dove gli Usa lo avevano inserito quando lo stesso Barack Obama trattava un accordo sul nucleare iraniano col governo iraniano che i Mujaheddin del Popolo avversavano. Fondata nel 1965, con l’obiettivo e di rovesciare il regime dello Shah e poi, dopo il 1979, l’attuale regime islamico, l’organizzazione era stata nel frattempo riconosciuta come oppositore legittimo del regime instaurato dall’ayatollah Khomeini dalla Corte di giustizia europea (inizialmente, anche la Ue aveva inserito i Mujahddin nella propria black list delle organizzazioni terroristiche).

    Sempre nel 2009 la stessa Muscardini, quale vicepresidente della commissione Commercio estero dell’Eurocamera, ricevette a Milano una delegazione dei Mujahddin del Popolo, salutando in loro un «amico dell’Occidente, della democrazia e della libertà» e dichiarando: «In un momento nel quale il Governo iraniano continua ad uccidere giovani donne e tutti coloro che chiedono libertà e giustizia il nostro sostegno alla Mujaheddin del Popolo è sempre più e convinto».

    Nello stesso anno, in una lettera indirizzata all’allora presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso, Muscardini sollecitò lo stesso Barroso a «utilizzare tutta la sua influenza» per garantire il rispetto dei diritti umani in Iran (e Iraq). L’anno successivo Muscardini perorò la stessa causa, il rispetto dei diritti umani, in un intervento all’assemblea parlamentare europea ed ancora nel 2013 invitò tutti gli eurodeputati a mobilitare i propri elettori «chiedendo loro di scrivere una mail alla Ashton, Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea, per convincere l’Europa a intervenire per salvare i residenti iraniani che le forze speciali iraniane stanno uccidendo sul territorio iracheno». Muscardini per prima indirizzò una lettera alla Ashton chiedendole di intervenire «per salvare i sette ostaggi, di cui sei donne, che rischiano la deportazione in Iran, con conseguenti torture e brutalità da parte del regime islamico. L’Europa intervenga subito sul governo iracheno per difendere e salvare gli iraniani che si sono rifugiati in Iraq per salvarsi dal regime, se l’Europa resterà silenziosa sarà connivente di un crimine».

    Le continue esecuzioni in Iran, 150 nei primi 65 giorni del 2014 (il 4 marzo 2014 nella prigione di Isfahan fu impiccata Farzaneh Moradi, una venticinquenne, nota come la «sposa quindicenne”, prima ancora, il 3 marzo, un giovane di 23 anni, di nome Mehrass era stato impiccato a Jooybar mentre il 2 marzo stessa sorte era toccata a un altro ragazzo di 23 anni nella prigione centrale di Zahedan) portarono anche a un’interpellanza ufficiale con cui si chiedeva a Catherine Ashton: «Quali iniziative intende intraprendere per condannare il comportamento barbaro del regime e salvare tante vite umane innocenti, colpevoli soltanto di vivere in un regime teocratico feroce, la cui Corte Suprema ha approvato recentemente la condanna per un ragazzo a cui verrà cavato un occhio e tagliati l’orecchio destro e il naso, come ha pubblicato il quotidiano di Stato Shraq?». «L’Unione europea – rispose ufficialmente la Ashton – ha una ferma posizione di condanna della pena di morte, che vale in tutti i casi e in ogni circostanza, a maggior ragione quando viene applicata ai minori, in violazione delle norme minime internazionali. Questa posizione è stata sistematicamente ribadita alle autorità della Repubblica islamica dell’Iran tramite contatti diretti, canali ufficiali, dichiarazioni pubbliche e sostegno alle risoluzioni delle Nazioni Unite.  L’Unione si è sistematicamente appellata all’Iran chiedendo la sospensione delle esecuzioni e l’abolizione della pena di morte e in tal senso continuerà a dar voce a una profonda apprensione per il numero elevato di esecuzioni nel paese. L’Unione conduce una politica di sanzioni contro chi commette gravi violazioni dei diritti umani e ritiene importante impegnarsi con l’Iran nel settore dei diritti umani. La visita in Iran dell’Alta rappresentante/Vicepresidente lo scorso marzo è stata un’occasione per intavolare la questione e esprimere le preoccupazioni dell’Unione».

    Purtroppo, passati gli anni, oggi ci troviamo di fronte all’impossibilità e incapacità dell’Europa di intervenire di fronte ai 30mila e più morti in seguito alle proteste dei giovani iraniani, alle decisioni unilaterali di USA e Israele di agire per le vie militari contro Teheran e, infine, all’evidenza che il sistema diplomatico, europeo e non solo, per essere efficace e non risultare vano necessita di profondi correttivi.

  • Guerra all’Iran per un’America grande

    Più il tempo passa, più diventa evidente che Trump non è un pazzo incoerente ma con lucidità criminale persegue l’obiettivo che ha sempre dichiarato: fare l’America (ancora) grande e cioè dominante nel mondo. Costi quel che costi.

    La guerra all’Iran, per quanto sia impopolare persino nel suo Paese, è per lui un tassello indispensabile per garantire che gli Stati Uniti possano continuare a rimanere la prima e l’unica grande potenza mondiale. Come? Garantendosi la certezza di diventare il quasi monopolista dell’offerta di gas e petrolio per tutti i mercati.

    Da quando si è sviluppato il metodo di ottenere entrambi dalle rocce sedimentarie chiamate scisti bituminosi gli USA sono diventati il primo produttore mondiale e, checché si dica o si faccia in merito alla “transizione verde”, gas e petrolio resteranno per molti anni ancora la fonte di energia primaria per tutte le economie e per lo sviluppo industriale. Chi è in grado di imporne il prezzo e di controllarne l’accesso acquisisce verso i clienti, volenti o nolenti che siano, il potere di condizionarli in ogni loro decisione politica. A tutt’oggi è l’OPEC, l’organismo che raggruppa molti dei più grandi produttori (ed è associato alla Russia), che fissa le quote di produzione e di conseguenza il prezzo pagato dai mercati. Chi produce ma non ne fa parte deve adattarsi o cercare di ritagliarsi uno spazio nel proprio mercato interno o presso clienti obbligati a comprare da loro. In questo caso, è comunque il riferimento ai prezzi decisi dall’OPEC a dettare le condizioni. Un esempio di come si può obbligare un potenziale cliente ad abbandonare i fornitori tradizionali per acquistare da uno anziché da un altro lo vediamo in Europa che, trascinata nella trappola ucraina e anti russa proprio dagli americani, ha interrotto forniture di gas e petrolio ai prezzi concordati molto favorevoli per poi comprare gli stessi prodotti dagli Stati Uniti e dai loro vassalli medio-orientali o norvegesi a prezzi maggiorati. Oltre all’Europa, due grandi importatori di gas e petrolio e con produzione interna quasi assente o comunque di gran lunga insufficiente sono la Cina, il Giappone e l’india. Senza contare tutti quei Paesi minori che, pur con economie piccole, devono comunque approvvigionarsene (detto per pura informazione: una porta-container o una nave da crociera possono consumare da 300 a 800 tonnellate di carburante al giorno ciascuna, in barba ai desiderata del “risparmio energetico” green).

    Occorre allora vedere chi sono attualmente i più grandi produttori di petrolio e gas e dove stanno le maggiori riserve utilizzate o ancora da utilizzare.

    Ebbene, il più grande produttore petrolifero sono oggi gli Stati Uniti, seguiti, in ordine, da Arabia Saudita, Russia, Canada, Iraq, Cina e Brasile. Per il gas: Stati Uniti, Russia, Iran, Cina e Qatar. Quanto alle riserve conosciute i maggiori detentori sono: Venezuela, Arabia Saudita, Iran, Canada, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Russia. Tra le riserve presenti ma meno attualmente sfruttate: Venezuela, Iran e Iraq.  A tutto ciò occorre aggiungere le possibilità nell’Artico che, se e quando utilizzate, potrebbero spostare molto in là il picco di produzione oggi stimato verso i cinquanta anni da oggi.

    Visti questi dati diventa comprensibile che, se gli USA considerano la Cina il più grande e pericoloso concorrente per l’egemonia mondiale, poter controllare la maggior parte delle forniture energetiche verso quel Paese consentirà a Washington avere, come si usa dire, il coltello dalla parte del manico. Ecco allora che diventa chiara l’azione aggressiva contro il Venezuela. Non importava, ma già lo sapevamo, di che tipo fosse il regime a Caracas, bensì contava interrompere le forniture in corso a favore di Pechino e impadronirsene in barba a ogni pseudo “diritto internazionale”. Inoltre, era e resta imprescindibile il fatto che ogni transazione di gas e petrolio si debba svolgere in dollari, garantendo così la supremazia di quella valuta negli scambi mondiali e quindi consentendo agli USA di continuare a emettere dollari a sbafo. L’Arabia Saudita è un problema minore perché i mezzi per condizionarla sono numerosi e il regime, pur con qualche velleità di indipendenza, non può permettersi di passare una “linea rossa”. L’Iraq è particolarmente instabile, corrotto e corruttibile e resta così un problema minore. Con la Russia Trump persegue da tempo un qualche accordo che, apparentemente, riguarda la guerra in Ucraina ma, in realtà, ha obiettivi molto più vasti. Che Mosca sia attualmente legata a Pechino a doppio filo è poco importante poiché tutti sanno che tra i due Paesi non c’è, ne è mai esistito, un rapporto d’amore ma solo di convenienza contingente, suscettibile di cambiare secondo le circostanze. Ciò su cui gli americani non possono transigere è che sia fatta salva la loro egemonia sull’Europa e la Russia lo accetti. Il Canada ha anch’esso qualche velleità di sganciarsi dalle prepotenze statunitensi soprattutto dopo le sparate trumpiane, ma non è nemmeno una tigre di carta visto che la sua economia è legata a doppio filo con quella del più grande e possente Paese che lo confina al sud.

    Tra i grandi produttori e con le maggiori riserve resta l’Iran e da qui si capisce il vero perché di questa guerra. Teheran, oltre alla retorica governativa anti-americana e anti-israeliana, a causa delle sanzioni si è pericolosamente avvicinata alla Cina a cui vende gas e petrolio con pagamenti in yuan e non in dollari. Se fosse ufficialmente riammessa sul mercato internazionale potrebbe sconvolgere tutti gli attuali equilibri di mercato e le sue potenzialità produttive potrebbero garantire le forniture di energia a tutti i potenziali concorrenti degli Stati Uniti. Ecco dunque la “necessità” di cambiare il regime degli Ayatollah per sostituirlo con qualcuno più disponibile a fare ciò che si è ottenuto con il Venezuela. Anche mettendo subito la produzione (e la vendita) gas-petrolifera sotto la tutela degli “amici” americani. Pechino ha ben chiara la situazione e, seppur in modo più discreto di quanto gli occidentali hanno fatto con l’Ucraina contro la Russia, sta aiutando l’Iran in questa nuova guerra che finisce, come l’altra, ad essere una guerra per procura. Poco importa se con i bombardamenti a tappeto si distruggono tutte le infrastrutture economiche del Paese e si massacrano centinaia di cittadini “desiderosi di democrazia”. Se gli americani riusciranno nel loro intento, cosa peraltro niente affatto sicura, poco importa persino se in futuro l’Iran si costruirà centrali atomiche e persino la bomba: ciò che conta è che tutto avvenga sotto la “giusta” tutela. D’altra parte l’amico Israele già ne possiede e a Washington nessuno ne è preoccupato. A proposito di Israele, occorrerebbe domandarsi quanto nelle stragi che stanno continuando a commettere a Gaza e in Libano conti la volontà di garantirsi la propria sicurezza e quanto invece il delirante desiderio di fare quella “Grande Israele” che i forsennati fanatici religiosi ritengono loro promessa dal loro dio.

    Come sempre, quando si scatena una qualunque guerra è necessario convincere le varie opinioni pubbliche e i propri soldati mandati al macello e di averlo fatto per nobili motivi, siano essi “l’esportazione della democrazia”, la “tutela dei diritti umani” o altre motivazioni benemerite e umanitarie di alcun genere. La verità è che, dietro le necessarie propagande dispensate in abbondanza da tutti i fronti, i motivi sono sempre economici e di potenza. Se qualcuno ancora ne dubitasse, vada a controllare con quali Paesi e con quali regimi chi vanta i propri “sacri valori” mantiene le migliori e più profonde relazioni. A partire dagli amici degli Stati Uniti ma senza dimenticare anche con chi la nostra Europa ha ottimi rapporti.

  • Già ora i primi vincitori e perdenti

    Ad oltre due settimane dall’inizio della guerra in Medio Oriente che gli Stati Uniti ed Israele hanno sferrato nei confronti dell’Iran si possono cominciare ad intravedere quali saranno i prossimi scenari bellici che si stanno definendo e soprattutto quali potrebbero già oggi venire definiti i primi vincitori e sconfitti del conflitto medio orientale.

    Il Pentagono, che aveva sconsigliato l’intervento bellico contro l’Iran in quanto avrebbe distolto preziose risorse militari dallo scenario principale che sarà quello che vedrà fronteggiarsi Cina e Stati Uniti per l’isola di Taiwan, sta trasferendo componenti del costoso sistema antimissile THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) e batterie Patriot dalla Corea del Sud verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

    L’obiettivo immediato è quello di rispondere alle stringenti esigenze di una immediata protezione degli Stati del Golfo determinate dalla “inaspettata” risposta della teocrazia iraniana, che di fatto ridicolizza tutte le analisi proposte al Presidente degli Stati Uniti tanto dai servizi di intelligence quanto dagli strumenti di intelligenza artificiale ampiamente utilizzati.

    Il ritiro di queste batterie rappresenta un successo diplomatico a costo zero per Xi Jinping in quanto lascia il prossimo scenario bellico dell’Indo-Pacifico temporaneamente sguarnito. Per Pechino, che punta da decenni alla riunificazione con Taiwan, la “distrazione” americana offre una finestra di opportunità tattica inestimabile tale da poterla indurre ad un anticipo dell’invasione ora ipotizzata per il 2027/28.

    Tornando quindi al punto principale, il primo vero vincitore della guerra ancora in corsa in Medioriente certamente risulta la Cina, la quale si trova protagonista all’interno di un sicuro prossimo scenario, ora privo di quelle armi tattiche da parte degli alleati occidentali che tanto l’avevano preoccupata, probabilmente inducendola fino al ora ad un rinvio dall’invasione dell’isola di Formosa.

    Contemporaneamente Taiwan si dimostra, ancor più adesso, una preda molto più facile rispetto all’inizio della guerra del Medio Oriente, in quanto il proprio primo alleato, gli Stati Uniti, è distratto dagli eventi successivi alla guerra con l’Iran che stanno mettendo in seria difficoltà la potente macchina militare statunitense.

    Taiwan rappresenta sicuramente la prima vittima di questo azzardo bellico statunitense ed israeliano programmato e realizzato con l’ausilio della AI. Questo strumento tecnologico tanto enfatizzato, analizzandolo in rapporto agli effetti degli eventi bellici e alla situazione che si sta determinando tanto in Medio Oriente quanto nello scenario dell’Indo Pacifico, si sta rivelando, se utilizzato per confermare una propria visione e non per alimentare la conoscenza, senza alcun vantaggio strategico ed operativo ma viceversa concorre ad una disfatta tecnologica e sul campo di guerra.

  • Indian firms feel the squeeze as Iran war disrupts gas supplies

    Indian businesses say they are struggling to keep operations running as gas supplies are disrupted by the US and Israel’s war on Iran.

    Restaurant owners are scrambling to keep kitchens running and entrepreneurs in industries like ceramics and fertilisers say they are unable to maintain their production and are warning of shutdowns.

    India has said it is not short of gas but has invoked emergency measures to ensure supplies get to domestic consumers and other key users.

    The country meets half of its total gas consumption through imports, much of which comes through the Strait of Hormuz – a narrow Gulf chokepoint – where shipping has effectively been halted by retaliatory Iranian strikes.

    The conflict – now in its 11th day – has led to millions of barrels of oil and gas getting stuck near the Strait of Hormuz.

    About 40-50% of Indian crude oil imports pass through the narrow waterway. It also carries roughly 50-60% of the country’s liquefied natural gas (LNG) imports and about 80-85% of its liquefied petroleum gas (LPG) shipments.

    For restaurants, cafes and millions of other eateries across India, the top concern is LPG, widely used as cooking gas.

    India imports 80-85% of the LPG it consumes annually – making it the world’s second-largest LPG importer after China. Almost all of it comes from Gulf producers – mainly Qatar, Saudi Arabia, the UAE and Kuwait – passing through the Strait of Hormuz.

    Analysts say LPG supply is the more immediate vulnerability for India. Stocks held by refiners and distributors are estimated to cover only about two to three weeks of demand.

    “Most restaurants hardly have two days of LPG buffer with them currently. Many of them may have to close business in the next few days if the LPG shortage continues,” Manpreet Singh, treasurer of the National Restaurants Association of India, told the BBC.

    Some restaurant owners believe that in a day or two they will have to rely entirely on electric ovens and coal, which will force them to trim their menus.

    “We are not closing down. But it is possible that depending on the stocks of cylinders, hotel owners may decide to reduce the items available on the menu,” Subramanya Holla, president of a hotels’ association in the southern city of Bengaluru, told BBC News Hindi.

    In India, households have to book LPG cylinders with authorised distributors – in the wake of the supply crunch, the government has increased the gap between two bookings from 21 days to 25 days.

    Commercial users, however, can access LPG cylinders at a day’s notice. Commercial cylinders have around 33% more gas than the ones meant for households but cost almost double.

    Some dealers are charging 2,500 rupees ($27; £20) per LPG cylinder these days, hotel owners in Bengaluru and Delhi say.

    “We normally get three cylinders every morning. Today, we received just one… The delivery person told us that if supplies arrive, he will bring the remaining cylinders. If he doesn’t come, we may have to consider shutting down,” says Manjunath Shetty, a restaurant owner in Bengaluru.

    The disruption is not limited to restaurants.

    The fertiliser sector – natural gas being its main feedstock – has been affected. Some manufacturers have announced planned production cuts as gas supplies tighten.

    Industry-wide reductions could curb fertiliser availability just as farmers prepare for the country’s major cereal planting season, Reuters news agency reported.

    The ceramic and tiles industry – which primarily uses propane and natural gas – is also hit.

    “While propane supply has entirely stopped for two days now, natural gas supplies will be there for another five days. We are considering a month-long shutdown from 15 March if the situation does not improve,” says Mukesh Kundariya of the ceramic association in the western city of Morbi, India’s tiles and sanitaryware production hub.

    India’s domestic LNG output meets only a fraction of demand in an economy that increasingly depends on gas for electricity generation, fertiliser production, city gas distribution, transport and industry.

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