Iran

  • Appello per due gemelle e un’altra donna che l’Iran vuole impiccare

    Due gemelle iraniane arrestate a gennaio scorso durante l’ultima grande ondata di proteste contro il regime, Taraneh e Romina Rahimi, sono state condannata la prima a morte per impiccagione, l’altra a scontare 25 anni di carcere. Ed il mondo sembra voltare le spalle riguardo al loro destino così come le ha voltate a Benjamin Netanyahu durante il suo discorso all’assemblea generale dell’Onu.

    Tra l’8 e il 9 gennaio del 2026 le due sorelle, all’epoca diciannovenni e ancora studentesse al liceo, furono prelevate di notte dalle loro abitazioni a Isfahan da uomini incappucciati, in seguito identificati come appartenenti al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Per quattro mesi la madre delle due ragazze, Marzieh Nourmohammadi, ha cercato invano notizie delle figlie rivolgendosi a ospedali e istituzioni statali, prima di riuscire a rintracciarle in un carcere a Dowlatabad, nella città di Isfahan.

    Quando ha potuto visitarle in carcere, lo scorso maggio, le due ragazze – “trattenute in regime di isolamento” –  erano irriconoscibili, ha spiegato il cugino alla testata britannica. Il racconto che la madre ha fatto al cugino è agghiacciante: a stento ha riconosciuto le sue stesse figlie che, “a seguito di tremende percosse, avevano i volti gravemente tumefatti, con lividi su tutto il corpo, ai gomiti, alle nocche e avevano i piedi rotti”.

    In mancanza di una confessione credibile per il regime – come racconta la testata britannica Guardian – Taraneh avrebbe ricevuto dalle guardie carcerarie la minaccia di uno stupro ai danni della sorella Romina di fronte a lei. Il quotidiano riferisce anche che “il loro cuoio capelluto è stato completamente compromesso. Praticamente – racconta la madre – le due giovani non avevano più capelli perché venivano tirate per i capelli e trascinate da una cella all’altra”.  Una storia che si ripete inesorabile nella Repubblica islamica sciita, da 47 anni impegnata a combattere contro i capelli delle donne costrette a coprirli con un hijab obbligatorio sin dall’età di 7 anni. Così vuole la lettura della sharia e così aveva voluto e vuole la rivoluzione khomeinista.

    Secondo Hengaw, con sede in Norvegia, e dalla Human Rights Activists News Agency (Hrana), con sede negli Stati Uniti, la magistratura iraniana avrebbe condannato anche un’altra donna alla pena capitale con la stessa accusa. Si tratta di Leila Abolhasani 43 anni e madre di due adolescenti, è stata invece giudicata colpevole di aver incendiato un negozio durante le manifestazioni. I suoi familiari hanno respinto l’accusa, affermando che la donna si era limitata a filmare l’incendio.

    Insieme a loro per gli stessi disordini avvenuti in una piazza di Isfahan, sono stati condannati a morte anche nove uomini. Accusati di aver provocato la morte di due persone, tra cui un membro delle forze di sicurezza.

    Dall’inizio della guerra con gli Stati Uniti, Teheran ha giustiziato 29 uomini per reati legati alle proteste, secondo l’ong norvegese Iran Human Rights (IHR). E sono almeno 16 donne le donne “giustiziate” per altri reati dall’inizio dell’anno.

  • Lo Yemen prova a debellare gli Houthi, oltre 300 morti nei primi quattro giorni di scontri

    Proseguono gli scontri tra il movimento yemenita filo-iraniano Ansar Allah, meglio noto come Houthi, e le forze del Consiglio presidenziale con sede ad Aden (riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto dall’Arabia Saudita), in corso dal 3 settembre. Secondo i media del Golfo, l’ultimo bilancio degli scontri è di oltre 300 morti, tra cui sia combattenti di entrambi gli schieramenti che vittime civili. L’escalation militare si concentra perlopiù nella zona occidentale di Taiz e nel sud di Hodeidah, dove le forze Houthi hanno lanciato una vasta offensiva contro le aree controllate dal governo di Aden vicino alla costa del Mar Rosso e allo Stretto di Bab el Mandeb. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), circa 1.790 famiglie sono fuggite a causa dei bombardamenti e degli scontri nei distretti di Maqbanah e Jabal Habashi, a Taiz.

    Questa mattina, l’emittente panaraba saudita “Al Arabiya” ha riferito che le forze armate di Aden hanno preso il controllo del monte Al Kura e di una postazione di sicurezza che era in mano agli Houthi, situate nell’area di Al Kadha a ovest di Taiz. Nel frattempo, sembrano proseguire gli scontri sui valichi di Al Hinaya e nei dintorni del monte Ghabari, a ovest di Al Kadha. Secondo quanto riferito dall’ufficio stampa delle forze armate del governo di Aden, l’aviazione militare ha effettuato una serie di raid contro una sala di comando e controllo e un sistema di rilevamento termico, oltre a raggruppamenti Houthi sulla cima del monte Nasa, sul fronte di Marais, nella provincia di Al Dhalea. I bombardamenti avrebbero colpito anche assembramenti e caserme Houthi sui fronti meridionali di Marib.

    Le forze del Consiglio presidenziale hanno inoltre condotto 13 raid contro obiettivi degli Houthi, tra cui una piattaforma di lancio missilistico, nei distretti di Al Sharia, Dhi Naim, Al Bayda e Al Sawadiya, nella provincia di Al Bayda, in base a quanto riportato da “Al Arabiya”. Dal canto suo, il portavoce militare degli Houthi, il generale di brigata Yahya Saree, afferma che le forze del gruppo filo-iraniano hanno abbattuto un drone da ricognizione CH-4, attribuito all’Arabia Saudita, sulla provincia di Al Jawf. Secondo Saree, il velivolo stava svolgendo “attività ostili” sul distretto di Khabb wa ash Sha’af quando è stato abbattuto con un’arma non specificata. Secondo “Al Arabiya”, l’offensiva lanciata dagli Houthi il 3 settembre ha lo scopo di tagliare le strade che conducono alla città costiera di Mokha, isolandola dal resto delle aree sotto il controllo del governo di Aden, e di avanzare verso il litorale affacciato sullo Stretto di Bab al Mandeb. Questa zona resta infatti fuori dal controllo degli Ansar Allah, i quali dominano invece la città costiera di Hodeidah, situata a nord di Mokha, bersaglio di attacchi continui da parte del gruppo nell’ultimo mese.

    La denominazione Houthi deriva dalla famiglia di Hussein Badreddin al Houthi, religioso e leader zaidita che guidò il primo conflitto di Saada e venne ucciso dalle forze governative nel settembre del 2004. Il movimento, nato negli anni Novanta intorno all’organizzazione della “Gioventù credente”, adottò successivamente il nome ufficiale di Ansar Allah. Gli Houthi appartengono prevalentemente alla comunità musulmana zaidita, una corrente dell’islam sciita radicata nello Yemen settentrionale, ma non coincidono con l’insieme della popolazione zaidita. La guerra civile nel Paese è scoppiata nella seconda metà del 2014, quando gli Houthi hanno conquistato la capitale Sana’a e ampliato poi progressivamente il proprio controllo su gran parte del nord e dell’ovest del Paese.

    Il presidente internazionalmente riconosciuto Abd Rabbo Mansour Hadi chiese l’intervento dei Paesi del Golfo: nel marzo 2015 una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita – comprendente anche gli Emirati Arabi Uniti – avviò le operazioni contro il movimento ribelle. Il Consiglio di leadership presidenziale fu costituito nell’aprile del 2022 sotto l’egida dell’Arabia Saudita, dopo che Hadi trasferì a Rashad al Alimi i propri poteri. L’organismo, inizialmente composto da otto membri, aveva lo scopo di riunire le diverse componenti politiche e militari del fronte anti-Houthi, compreso il Consiglio di transizione del Sud (Cts), movimento separatista sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti. L’assetto del Consiglio presidenziale è tuttavia cambiato radicalmente nel gennaio 2026, dopo che un’offensiva lanciata dal Cts lo scorso dicembre nell’Hadramaut e nel governatorato di Al Mahra ha provocato uno scontro aperto con le forze di Aden appoggiate da Riad.

    Una controffensiva sostenuta dall’Arabia Saudita riconquistò i territori occupati dai separatisti del sud, mentre il leader del Cts Aidarous al Zubaidi e Faraj al Bahsani furono rimossi dal Consiglio presidenziale e sostituiti da Mahmoud al Subaihi e Salem al Khanbashi. Una delegazione del Cts riunita a Riad ha poi annunciato lo scioglimento del movimento del sud, ma la decisione è stata contestata dall’ex leader del Cts Al Zubaidi e dagli esponenti separatisti rimasti a lui fedeli. Ad oggi il Consiglio presidenziale continua dunque a rappresentare formalmente l’esecutivo riconosciuto a livello internazionale, ma non conserva più la composizione né gli equilibri interni stabiliti nel 2022: la rappresentanza diretta del Cts è stata eliminata e l’influenza saudita sul blocco anti-Houthi si è rafforzata, sullo sfondo di una frattura con gli Emirati.

    A luglio, gli Houthi hanno annunciato un blocco marittimo contro l’Arabia Saudita e hanno iniziato a prendere di mira navi e territorio del Regno, mentre Riad ha effettuato attacchi aerei contro le posizioni del gruppo filo-iraniano. Lo stretto di Bab el Mandeb ha assunto un’importanza significativa dopo che l’Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz alla navigazione commerciale nel contesto della guerra contro gli Stati Uniti. Nel mese di luglio, l’Arabia Saudita ha annunciato una missione per formare un’alleanza internazionale navale finalizzata a proteggere il Mar Rosso dagli attacchi alle imbarcazioni da parte degli Houthi.

  • Ancora un premio per il documentario ‘Stai fermo lì’ della giornalista Clementina Speranza

    Ancora un alloro per il documentario Stai fermo lì, della giornalista Clementina Speranza, che trionfa al Memorial Piero Iuvara, il concorso di cortometraggi dedicato alla figura del poeta, giornalista e apprezzato commediografo catanese. La pellicola, che ha come protagonista il giovane attivista persiano Babak Monazzami, ha conquistato e commosso la platea con la sua potente denuncia sui diritti umani negati, in Iran prima e ancora adesso in Germania, e ha ricevuto il primo premio come Miglior cortometraggio al III Memorial Piero Iuvara – Short Film Fest.

    Clementina Speranza ha presentato una versione inedita di 15 minuti, tratta dall’originale pellicola di 60 minuti. Babak Monazzami ha una forte somiglianza con Johnny Depp, parla sei lingue ed è un artista poliedrico: è stato presentatore di un programma di viaggi in Tv e ha iniziato a vendere a Roma i suoi primi dipinti. Suoi i quadri presenti nel documentario e la copertina del film che presenta un suo autoritratto.

    Il documentario ripercorre la vita di Babak partendo dal ricordo della guerra tra Iran e Iraq. Aveva tre anni durante i bombardamenti degli aerei iracheni, quando con la sua famiglia si rifugiò sulle montagne. La sua vita inizia scappando e rifugiandosi. E prosegue così, perché in Iran molte cose sono proibite: non è permesso professare una religione diversa da quella musulmana, non si può ballare, non si può ascoltare musica occidentale, non si può ballare, non si può giocare a carte, non si può camminare a fianco a una ragazza se non è un parente di primo grado.

    Babak vuole vivere come un giovane occidentale ma questo gli comporta molti problemi, fino a costringerlo alla fuga dall’Iran. È l’Italia il Paese che sceglie. È a Milano che inizia la sua nuova vita dove è finalmente felice e realizza anche un video musicale con la cantante italiana Giusy Ferreri. Ma anche da Milano sarà costretto ad allontanarsi.

    Per un errore della Polizia tedesca viene trattenuto per quasi due anni in un campo di rifugiati, anche se lui era già rifugiato politico in Italia. “Chi ritornerà a Babak i due anni di vita rubati?”, chiede Clementina Speranza rivolgendosi alla platea alla fine della proiezione.

    Nel documentario Babak ha raccontato tanti episodi della sua vita in modo garbato, senza spettacolarizzazioni, con molto pudore. Clementina Speranza ha lasciato che Babak raccontasse e ha poi messo in ordine i ricordi. Forse la bellezza di questo lavoro sta nella spontaneità. Non c’è nulla di artefatto. “È come se Babak stesse parlando con ognuno di noi faccia a faccia”, afferma la giornalista.

    La sala della Delegazione Comunale di Massannunziata (Mascalucia, Catania) Stai Fermo lì si è confrontato con quattro film: I Miricani (Regia di Dan Strano), La fame negata (Regia di Francesco Maricchiolo), Un Rêve a Versailles (Regia di Serena Viviani Siclari) e Embrasse Moi (Regia di Hristo Todorov) che ha ricevuto il Premio della Critica.

    “A Piero piaceva scrivere le sceneggiature per i cortometraggi, sono entusiasta di questo evento. Sono felice che abbia vinto Clementina Speranza, la storia del suo documentario mi ha emozionata e sono certa che anche Piero applaude da lassù e sorride felice che abbia vinto una giovane donna”, ha affermato Mary Lanzafame, moglie di di Piero Iuvara, presente sul palco durante la premiazione.

    Durante la premiazione Clementina Speranza ha portato i saluti di Babak e ha aggiunto: “Sono molto contenta per questo riconoscimento assegnatomi, oltre che dalla giuria, anche dal consenso del pubblico. Il premio va alla storia di Babak, e desidero dedicarlo ai giovani iraniani morti in nome della libertà. Non mi piace pensare che siano morti invano e continueremo a ricordarli perché sono eroi contemporanei. Se Babak fosse rimasto in Iran sarebbe sicuramente morto come gli oltre 54 mila iraniani uccisi dagli uomini del Regime Islamico. Sembra un paradosso – continua Speranza – se si pensa che tutto questo avviene proprio lì nella terra dell’antica civiltà persiana, lì dove è nato il Cilindro di Ciro il Grande, simbolo di tolleranza religiosa e dei diritti umani risalente al 539 a.C., scoperto a Babilonia e oggi conservato al British Museum di Londra. Il Regime Islamico minaccia anche le voci dei dissidenti in esilio. Dedico questo premio anche a coloro che continuano a lottare fuori dall’Iran per la libertà del loro popolo. Voci come quella di i Rayhane Tabrizi (attivista e presidente dell’Associazione Manaa) finita in una lista nera di dissidenti creata dal regime, o quella di Pegah Moschirpour (attivista nota al gran pubblico dopo l’apparizione sul palco del Festival di Sanremo) che dopo diffamazioni, minacce e un messaggio lasciato dietro la porta di casa, vive tutelata dalle forze dell’ordine italiane. O come quella di Mehrbanoo Memarzadeh danzatrice e attivista politica che nelle sue performance, a Dusseldorf, interpretava il ruolo delle madri iraniane che chiedono giustizia (madri i cui figli sono stati imprigionati o uccisi dalla Repubblica Islamica), e il 21 luglio 2026, appena ha aperto la porta della sua casa di Aachen è stata picchiata brutalmente ed è finita in ospedale. Lo dedico, quindi, anche a coloro che continuano a lottare fuori dall’Iran per la libertà del loro popolo.

    Anche Babak ha subito diverse minacce e aggressioni in Germania, che non sempre gli è stato permesso di denunciare –sottolinea la giornalista –. L’episodio più feroce nel 2022, a Berlino, è finito su tutte le più importanti testate tedesche tra cui BILD, The Guardian, Spiegel, Welt, Berlin Zeitung, Berlin Morgenpost e dove i colpevoli non sono stati mai ritrovati dalla polizia tedesca seppure il fatto sia avvenuto in una strada piena di telecamere e davanti agli occhi di tre sentinelle della polizia che piantonavano l’Ambasciata iraniana. L’ultima aggressione, in strada, davanti casa sua a marzo 2025. Anche Babak ha richiesto di essere tutelato dalla polizia, ma la richiesta non è mai stata presa in considerazione in Germania. Seguo il caso di Babak da diversi anni e sono testimone che anche i suoi diritti di cittadino tedesco non vengono rispettati, come se fosse un ostaggio politico. Sono state le ingiustizie da lui subite a convincermi a narrare la sua storia. L’ultima proprio il 4 agosto 2026, quando alcuni poliziotti tedeschi hanno fatto irruzione nell’alloggio in cui si trovava Babak, con l’anziana mamma e la sorella utilizzando metodi spropositati e parecchio aggressivi per risolvere questioni ordinarie.

    Questa volta ho visto tutto: ero in video chiamata. Sembrava un’irruzione della polizia iraniana in Iran: sembrava di guardare uno dei video che arrivano dall’Iran. Proveremo ad agire legalmente, seppure in Germania è difficile, anzi pressoché impossibile, trovare un avvocato che agisca contro la polizia. Non è normale che non si riesca ad avere tranquillità e sicurezza neanche tra le mura domestiche, non è normale che la polizia continui a sbagliare e a non essere ritenuta responsabile dei danni che provoca. Babak è un mediatore di pace, un artista, credo abbia già avuto una vita difficile e abbia finalmente tutto il diritto di vivere sereno dedicandosi al sociale e all’arte”.

    Il documentario con parte del racconto della vita di Babak ha ricevuto diversi riconoscimenti tra i quali: il Premio per la Pace rilasciato dall’Ambasciata Svizzera, Miglior Film Cine Migrare, Premio USSI (Unione Stampa Sportiva Italiana) con una menzione speciale, Special Prize Trapani Film Festival e Bimonthly Winner Monza Film Festival (Honorable Mention), ed è stato proiettato anche in Corea del Sud, presso il Museo d’Arte Moderna di Ulsan, con sottotitoli in coreano.

    Stai fermo lì è iscritto ad altri Festival e presto a Milano si terranno delle proiezioni con talk con la presenza della regista, del protagonista e altri ospiti.

  • Riflessioni su Israele

    Non bisogna essere antisemiti per sentirsi indignati da ciò che Israele ha fatto e sta ancora facendo a Gaza e in Libano. In spregio a ogni presunto diritto internazionale, quelle carneficine senza fine suscitano un naturale rifiuto anche in chi, per sentimento o per convenienza strategica, guarda con simpatia verso Israele e verso gli ebrei in genere. Purtroppo per loro, l’attuale governo di Tel Aviv fa di tutto per alimentare una condanna mondiale e sembrerebbe che perfino Trump non li sopporti più perché gli stanno impedendo di raggiungere con l’Iran una qualunque pace che gli consenta di salvare la faccia. Tuttavia, non va dimenticato che la società israeliana è estremamente composita e a fianco di forsennati nazionalisti e di insopportabili fanatici religiosi c’è un gran numero di cittadini contrari al comportamento del loro governo. Quando nel prossimo ottobre, come previsto, si terranno le elezioni politiche staremo a vedere cosa sceglierà la maggioranza della popolazione.

    Un osservatore di politica internazionale che comunque voglia essere il più possibile obiettivo deve, almeno nel momento dell’analisi, prendere le distanze dalle istintive reazioni emotive e cercare di capire i punti di vista di tutti gli attori in campo.

    Della prospettiva dei palestinesi e di gran parte delle popolazioni arabe conosciamo da lungo tempo la posizione politica. Sin dalla creazione, certificata dall’ONU, dello Stato di Israele gli originali abitanti di quei territori si sono sentiti defraudati dei loro diritti su quelle terre e ben tre guerre principali, perse, erano già avvenute prima dei terribili fatti del 7 ottobre. Come non bastasse, anche i palestinesi che hanno continuato a vivere all’interno di quel che era diventato Israele nella pratica sono soltanto dei cittadini di serie B e tale condizione è stata ulteriormente confermata con la Legge Fondamentale del 2018, voluta dal governo Netanyahu. Tale Legge ha formalmente espresso essere Israele lo “Stato ebraico” (“solo il popolo ebraico ha il diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele” e: “l’ebraico è la lingua ufficiale, mentre l’arabo ha uno status speciale” – cioè minore N.D.A.). Per quanto riguarda Hezbollah e Hamas, essi, a differenza di quanto almeno a parole dichiarava l’Autorità Palestinese, sostengono non esserci alcuna possibilità di avere “due popoli, due Stati” perché entrambe sono nate con l’esplicito obiettivo di eliminare completamente Israele e rientrare in possesso di tutto il territorio. Per questo scopo si sono armate e il rinunciare agli armamenti, come richiesto da Washington e Tel Aviv, significherebbe per loro venir meno alla loro stessa ragion d’essere.

    Prima degli avvenimenti del 7 ottobre diversi Stati arabi della zona più il Sudan, il Marocco, il Kazakhistan e il Somaliland avevano deciso di sottoscrivere con Israele un impegno di collaborazione tramite gli Accordi di Abramo. Perfino l’Arabia Saudita sembrava pronta ad aderirvi e, molto probabilmente, l’assalto del 7 ottobre fu pensato proprio per impedire quest’ultima adesione, provocando una esagerata reazione israeliana e creando così una nuova difficoltà politica per la possibile pacificazione. Pacificazione che, non dimentichiamolo, sarebbe stata comunque raggiunta sulle spalle dei diritti dei palestinesi. Inoltre, chi, per motivi di volontà egemonica sul Medio Oriente, non aveva alcun interesse a che la questione trovasse una pur parziale soluzione era l’Iran, che da tempo finanziava e nutriva con armi sia Hezbollah sia Hamas (in barba alle differenze religiose: primi sunniti, i secondi sciiti come l’Iran) accreditandosi quale unico e vero difensore dei palestinesi e dell’Islam.

    Considerato quanto sopra, le ragioni della volontà israeliana di annientare senza pietà le due organizzazioni e distruggere l’Iran sembrerebbero chiare ed evidenti, ma non si possono disconoscere altri motivi che guidano il comportamento di Netanyahu e del suo governo. Indispensabili per garantire la maggioranza sono anche due partiti di estrema destra, uno più nazionalista e l’altro con forte identità religiosa. Tra questi ultimi il leader è l’attuale Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich che a febbraio scorso non si è trattenuto dall’affermare che uno dei suoi obiettivi politici è: cancellare i maledetti Accordi di Oslo, smantellare l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), imporre la piena sovranità israeliana sulla Cisgiordania e reintrodurre un’amministrazione militare israeliana nei territori occupati. Nel suo partito (e altrove) ci sono anche fanatici religiosi che prendono alla lettera quanto scritto nel Deuteronomio (20:16–18) e cioè uno dei cinque libri della Torah: «Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri…». È pur vero che molti commentatori dei libri sacri ritengono che quelle parole vadano interpretate in senso riduttivo e non letterale, ma lo stesso problema interpretativo si pone anche con il Corano. Infatti, anche tra i musulmani c’è chi si comporta da fanatico quando parla di Jihad e chi invece cerca un’interpretazione del testo più “conciliante”. È bene ricordare che tra i religiosi fanatici israeliani ce ne sono anche che invocano la guerra ma rifiutano di prestare personalmente il servizio militare. Che dire poi di Ben Gvir, Ministro della Sicurezza nazionale, e dei suoi comportamenti visti in televisione e da lui fatti riprendere e diffondere con disgustosa supponenza?

    Di là dei vari fanatismi, se vogliamo trovare una qualunque giustificazione (?!) strategica alla volontà israeliana di estendere il proprio attuale territorio occorre ricordare che il Paese è circondato a sud e a nord dai nemici armati che ne chiedono la distruzione e che tra un confine e l’altro raggiunge al massino 114 chilometri e al minimo circa 10. Le guerre finora condotte, di cui una addirittura preventiva da parte di Tel Aviv, hanno visto la vittoria dell‘IDF grazie sia al forte sostegno americano sia all’abilità strategica dei suoi generali sia alla dedizione di tutti i cittadini. Nessuno può, tuttavia, dare per scontato che queste condizioni si ripetano e che altri eventuali attacchi di guerrieri altrettanto motivati e armati con mezzi moderni siano sempre automaticamente sconfitti. Invero, se la linea del fronte fosse sfondata, i cento chilometri di retrovie sarebbero ben poca cosa per consentire un contrattacco. Ecco perché, anche se ufficialmente non è ammesso, Israele si è dotata dell’arma atomica e vuole impedire che uno qualunque dei potenziali nemici, vedi Iran, se ne possa dotare. Ecco anche perché, indipendentemente dalle farneticanti dichiarazioni di Smotrich, l’IDF cercherà di non lasciare più i territori altrui che ora sta occupando.

    La logica di ciò che sta succedendo è ben chiara al Presidente libanese Aoun che, se gli fosse possibile, non solo firmerebbe immediatamente per la pace ma sottoscriverebbe volentieri un qualunque trattato di amicizia con Israele per rassicurarla che, da parte libanese, non dovranno mai temere nulla. Purtroppo tutti sappiamo che il governo di Beirut non controlla Hezbollah e che, nonostante i frequenti e ripetuti inviti al disarmo di tutte le forze politiche libanesi dopo la fine della guerra civile, Hezbollah non l’ha mai accettato e si è sempre comportata come uno Stato nello Stato esercitando il proprio potere, anche con la violenza, su certe fette di territorio (vedi il sud libanese e la Bekaa), sul governo e sui nodi infrastrutturali quali l’aeroporto e il porto di Beirut.

    Ovviamente, tutti auspichiamo che i conflitti si concludano presto e che palestinesi ed ebrei possano convivere pacificamente, magari in due Stati vicini e confinanti, ma la reciproca diffidenza, gli opposti obiettivi e le recenti stragi stanno costruendo un muro che sarà sempre più difficile abbattere.

  • Iran, USA, Israele: quale futuro?

    Riprenderanno, oppure no, le negoziazioni per Iran e Libano? E quando (e se) riprenderanno quali risultati potrebbero ottenere? Il cessate-il-fuoco già sarebbe qualcosa, ma al suo scadere? Rimarrà un perenne armistizio come successo con la guerra di Corea? Sembra piuttosto improbabile. Innanzitutto perché le situazioni geografica e politica sono molto diverse e poi perché le ragioni che hanno scatenato queste guerre sono enormemente diverse da quelle che videro scoppiare il conflitto coreano.

    Partiamo dalla questione iraniana.

    I due attaccanti, Israele e USA avevano in comune solo alcuni obiettivi: far cadere il regime per sostituirlo con uno accomodante ai desideri dei vincitori, distruggere la maggior parte delle capacità missilistiche offensive degli iraniani e porre fine ai suoi finanziamenti verso i proxi in Libano, a Gaza e altrove. Inoltre, si voleva che Tehran accettasse ufficialmente e definitivamente l’esistenza dello Stato di Israele. Per gli Stati Uniti, inoltre, un vero obiettivo era di ottenere la fine delle forniture di petrolio alla Cina e, soprattutto, che non venissero più fatte attraverso pagamenti in Yuan, confermando altresì l’uso del dollaro. Come comunicazione alle opinioni pubbliche la narrativa di entrambi era che lo scopo principale della guerra fosse impedire all’Iran di costruirsi la bomba atomica e, perfino con una certa ipocrisia, che un nuovo governo applicasse i diritti civili e umani verso la popolazione.

    Ebbene, se tutti questi erano gli obiettivi, nessuno di loro è stato raggiunto e, visto l’andamento del conflitto, non si capisce come potrebbero esserlo in un prossimo futuro. Oggettivamente, qualunque serio e onesto osservatore di politica internazionale e qualunque politico avveduto sapevano che si trattasse di obiettivi irraggiungibili ancora prima che cominciassero i bombardamenti. Obiettivi magari desiderabili, ma impossibili ad ottenersi per almeno due motivi. Il primo dovuto al ferreo controllo che le Guardie Rivoluzionarie hanno sull’economia e sugli armamenti del Paese. Il secondo perché, pur se una parte della popolazione non sopportava più il regime degli Ayatollah, un attacco dall’esterno avrebbe ricompattato (per vari motivi storici e culturali) la stragrande maggioranza dei cittadini attorno al governo nazionale, qualunque esso fosse.

    Perché, allora, Israele e Stati Uniti hanno comunque cominciata una guerra che non potevano vincere? La risposta, purtroppo, è nello stesso tempo sconfortante e semplice: per un misto di ignoranza e di malafede. L’ignoranza viene sia da inefficienti (o bugiardi?) servizi segreti che avevano dipinto l’”operazione” come facilmente fattibile e breve nel suo impiego, sia dalla presunzione del Presidente americano che, sopravvalutando sé stesso e le sue intuizioni personali, non ha ritenuto di considerare le giuste osservazioni e gli avvertimenti espressi da chi era più competente di lui. La malafede è soprattutto nel leader israeliano Netanyahu che conosceva la diffidenza contro l’Iran di tutta la popolazione ebraica del suo Paese e aveva bisogno di recuperare un po’ di consenso ma anche, magari, di allontanare a tempo indefinito il processo cui dovrebbe sottoporsi con la sicura sua condanna che ne potrebbe derivare.

    Ora è certamente possibile che i negoziati non trovino alcuna vera soluzione e che il conflitto ricominci. Un’invasione di terra sarebbe un massacro per i soldati americani ma Netanyahu potrebbe desiderarlo, indifferente alle conseguenze in termini di spreco di risorse, di vite umane e delle conseguenze terribili per le economie di tutto il mondo. Non è così per Trump. Quest’ultimo vorrebbe uscire il più presto possibile dalla trappola in cui si è trovato, ma non può farlo senza poter comunicare una qualche “vittoria” alla sua opinione pubblica, già pesantemente incattivita per i pessimi risultati economici e per essersi sentita trascinata in una guerra che considerano lontana e del tutto inutile per i propri interessi. Senza contare che la sua campagna elettorale fu basata sulla volontà di non fare più guerre e sulla critica a quelle iniziate da altri Presidenti. Malauguratamente per lui, comunque si chiuda, questa guerra è già persa ma deve trovare il modo di uscirne senza presentarsi formalmente come sconfitto. Va considerato che il tempo gioca a suo sfavore mentre gli iraniani sembrano disposti, anche per altre settimane, ad affrontare nuovi e pesanti sacrifici. Senza contare che, se anche si riuscisse a far cadere il Governo di Tehran, ne nascerebbe una guerra civile con esiti ancora più dannosi per la stabilità medio-orientale e per le economie di tutto il mondo. Come uscirne allora? Di là dalle rodomontiche dichiarazioni di Trump, il pallino è oggi nelle mani dei Pasdaran. Avendo subito una aggressione che ritengono giustamente di non aver provocato, oggi pretendono che gli USA si impegnino a finanziare la ricostruzione di tutti i danni subiti, la firma di un patto permanente di non aggressione, la vendita senza ostacoli del petrolio iraniano e dei suoi derivati e un accordo per la gestione libera dello stretto di Hormuz. Dovrebbe anche essere prevista l’eliminazione della maggior parte delle sanzioni attualmente in vigore e la restituzione del denaro iraniano ancora bloccato presso banche estere. In cambio, Tehran potrebbe accettare di rinunciare per sempre alle armi nucleari e di abbassare tutto il suo stock di uranio arricchito a un massimo di concentrazione del 3/4 percento. Il restante potrebbe essere conferito a un consorzio di cui farebbero parte Cina, Russia, Stati Uniti e i vicini del Golfo Persico eventualmente interessati.

    Ovviamente, in ogni negoziazione tutto può essere ri-discusso ma già una soluzione che parta dalla proposta di Tehran riguardo alla questione del nucleare potrebbe salvare la faccia di Trump e consentirgli di vantare una qualche vittoria da vendere alla propria opinione pubblica. Di sicuro Netanyahu farà tutto ciò che gli sarà possibile per far fallire ogni trattativa ma il costo politico ed economico di questa guerra è già troppo gravoso per gli americani e, nonostante le pressioni della lobby israeliana, Trump non può permetterselo.

    Per quanto riguarda il Libano e i bombardamenti israeliani la questione è molto diversa. In questo caso solo Israele è direttamente impegnata e quanto sta facendo in totale spregio delle vittime civili e delle distruzioni inutili, corrisponde esattamente a quanto ha fatto e sta ancora facendo a Gaza e in Cisgiordania. Anche da Tel Aviv arrivano una spiegazione ufficiale e una (seconda) reale. La giustificazione raccontata è che sia indispensabile distruggere definitivamente le capacità offensive di Hamas e di Hezbollah, due organizzazioni che sono nate espressamente con lo scopo di “far sparire” Israele in quanto Stato. Questa motivazione ha una sua verità poiché è da anni che le due organizzazioni continuano a colpire con missili più o meno dannosi i territori e la popolazione israeliana. Ritenere dunque che i militanti di entrambe siano solo delle vittime è del tutto fuorviante. I bombardamenti e le uccisioni non riguardano però soltanto i guerriglieri ma colpiscono tanti palestinesi innocenti che magari neppure erano (almeno prima di ora) fiancheggiatori di Hamas o di Hezbollah. Come non bastasse, tra le vittime dei bombardamenti in Libano ci sono anche cittadini libanesi che nemmeno sono originari palestinesi e che non hanno nessuna colpa né hanno nutrito sentimenti ostili contro Israele. Qual è la seconda ragione di questa guerra che si affianca alla precedente? È quella che solo una frangia della popolazione israeliana osa pronunciare ad alta voce e che i coloni abusivi mettono in pratica: una pulizia etnica e la realizzazione della Grande Israele! Sembra incredibile che in un Paese che abbiamo sempre definito quale “l’unica democrazia del Medio oriente” si coltivi un tale proposito ma è ancora più incredibile che l’Europa non condanni come inaccettabile e condannabile quel comportamento. Dove sono quei “valori” che continuiamo a definire fondanti della nostra civiltà? Perché applicare sanzioni enormi alla Russia per presunte colpe molto meno catastrofiche e nulla fare verso atteggiamenti criminali eseguiti in barba non solo al “diritto internazionale” ma anche al senso comune? L’idea di “pulizia etnica” è diventata estranea alla nostra cultura perfino per quantità di popolazioni molto più ridotte, come possiamo accettare che la si rivolga contro addirittura milioni di persone che da millenni vivono in quelle zone? Tuttavia, cosa pensano di farne quegli ebrei ultra-nazionalisti religiosi che seguono i dettami del loro libro sacro (Deuteronomio 20:16-17 – Nelle città della terra promessa: “non lascerai in vita nulla che respira”) e vedono Amalek in ogni nemico? Ucciderli tutti? O mandarli altrove? E dove?

    Anche se Hamas e Hezbollah fossero distrutti completamente, la verità è che, nell’impossibilità fisica di attuare un genocidio che alcuni fanatici (fortunatamente pochi) auspicano, il problema della convivenza su quelle terre rimarrà irrisolto e nuovi adepti anti-israeliani spunteranno tra la popolazione palestinese. L’unica soluzione vera che porrebbe fine a ogni atto di guerra e di terrorismo sarebbe la co-esistenza dei due Stati: Israele e Palestina, con reciproco riconoscimento e possibili collaborazioni. Purtroppo, oltre a diffusa ostilità tra gli attuali israeliani e tra molti palestinesi verso questa ipotesi, la presenza di almeno 750.000 coloni abusivi che hanno occupato con la violenza terre e abitazioni di palestinesi in Cisgiordania rende quasi impossibile poterlo fare. Quale geografia potrebbe avere uno Stato Palestinese? Qualunque governo a Tel Aviv che volesse provare a ri-trasferire dentro Israele i coloni abusivi pesantemente armati finirebbe con lo scatenare una guerra civile.

    Il problema è che tra israeliani e palestinesi nessuno dei due ha tutte le ragioni o tutti i torti e nessuno riesce, purtroppo, a immaginare come risolvere definitivamente la questione.

  • Iranian footballers say Australia has given them ‘hope’ for safe future

    Two Iranian footballers who were granted asylum in Australia have said the country has given them “hope for a future where we can live and compete in safety”.

    Atefeh Ramezanisadeh and Fatemeh Pasandideh were among seven members of the Iranian team who were originally granted humanitarian visas while in Australia for the Women’s Asian Cup – but the other five changed their minds and returned home.

    It was feared the team would face repercussions for declining to sing the Iranian national anthem at their opening match, days after the war began.

    In their first public statement, Ramezanisadeh and Pasandideh thanked supporters for their compassion and asked for privacy.

    “At this stage, our primary focus is on our safety, our health and beginning the process of rebuilding our lives,” the statement read.

    “We are overwhelmed by the warmth and generosity of the Iranian diaspora community in Australia. Your support has made us feel welcome and less alone as we navigate this transition,” they added.

    The pair also thanked the Australian government for providing them “a safe haven in this beautiful country” and officials from the Home Affairs staff for their “dedicated” assistance.

    Ramezanisadeh and Pasandideh – who have been pictured training with A-League Women’s team Brisbane Roar – said they hope to continue their elite sporting careers in Australia.

    The drama around the Iranian team unfolded against the background of the war back in their home country which erupted on 28 February when Israel and the US launched joint air strikes.

    Concerns grew about the team’s safety after footage emerged of a host on state TV calling them “traitors” who ought to be punished for their silence during the anthem on 2 March.

    The players were moved to Brisbane, about an hour’s drive north from the Gold Coast where they had been staying with their teammates before giving minders the slip and going into the protection of Australian Federal Police.

    Human rights activists have said the women who returned to Iran may have been pressured to reverse their decisions through threats against their families.

    Home Affairs Minister Tony Burke at the time said the Australian government could not “remove the context in which the players are making these incredibly difficult decisions”.

    Iran’s sports ministry said that they had “defeated the enemy’s plans” against them through their “national spirit and patriotism”, and accused Australia’s government of “playing in Trump’s field”.

    News agency Tasnim – which is affiliated with the Islamic Revolutionary Guard Corps – meanwhile reported the players had faced “psychological warfare, extensive propaganda and seductive offers” in Australia.

  • Così lontani, così vicini

    In Israele, il 30 marzo 2026, la Knesset (il parlamento israeliano) ha approvato una legge che introduce la pena di morte per reati di terrorismo. Questa norma, fortemente voluta dalla coalizione di governo (in particolare dal ministro Itamar Ben-Gvir), prevede l’esecuzione per impiccagione. La legge è rivolta a chi commette omicidi con movente nazionalista o razzista con l’intento di danneggiare lo Stato di Israele. La competenza sarà dei tribunali militari e viene assolutamente esclusa la possibilità di chiedere la grazia o clemenza.

    In Iran, come espressione di una repubblica teocratica, le pene di morte sono stabilite e applicate attraverso un sistema giudiziario basato sulla Sharia (legge islamica). L’applicazione della pena di morte esprime un sistema in cui il potere religioso e quello giudiziario sono strettamente intrecciati. In altre parole, che sia un tribunale militare investito dalla possibilità di emettere una condanna a morte oppure un tribunale religioso, entrambi questi Stati esprimono la negazione di uno dei pilastri delle democrazie occidentali, cioè l’indipendenza della Magistratura.

    Mai come ora, Israele, che dice di ispirarsi ad una democrazia occidentale, e Iran, che invece espressamente afferma di essere una teocrazia, sono convinti di essere così lontani nelle loro origini e gestioni statali (democrazia elettiva/teocrazia rivoluzionaria). Nella realtà si ritrovano ad essere così vicini e molto più simili di quanto non credano a causa della sospensione dei diritti civili giustificati sostanzialmente da una simile motivazione religiosa (l’ispirazione dallo stesso stato dell’Iran) alla quale si richiama ora anche lo stesso Stato di Israele (*).

    (*) Dopo la guerra dei sei giorni del 1967, la conquista della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, è stata vista da alcuni settori religiosi come un miracolo moderno e l’inizio della redenzione messianica, infondendo vigore al movimento per il “Grande Israele”.

  • E’ già una guerra globale

    Una guerra può essere definita mondiale anche in ragione delle proprie conseguenze ed indipendentemente dal numero o dalla geolocalizzazione degli stati coinvolti.

    Il concetto di legittimità di un’azione di guerra se finalizzata al conseguimento di determinati obiettivi politici o della stessa sopravvivenza di uno Stato (Israele ma non certo gli Stati Uniti) può anche venire adottato come giustificazione nei confronti di uno Stato oppressore o, come si suole dire adesso, “canaglia”.

    Come logica conseguenza, se questa guerra in Medioriente viene giustificata con il conseguimento della messa in sicurezza dei confini israeliani oltre a colpire “uno stato canaglia” che finanzia gruppi terroristici, tuttavia andrebbero considerate le pesanti conseguenze che subiscono fin da subito le economie di altri paesi. Questo vale tanto per l’Europa quanto per il mondo intero proprio in ragione delle dirette conseguenze energetiche, ma non solo, che questo conflitto inevitabilmente determina.

    Questa terribile evoluzione, in altre parole, trasforma un conflitto regionale come ce ne sono stati decine nello stesso Medio Oriente e in altre zone del mondo, proprio in ragione delle conseguenze definisce i nuovi confini di una guerra continentale che rappresenta l’anticipazione di uno scenario bellico mondiale del quale ne potranno approfittare altri regimi politici come la Cina (*).

    Allora in questo nuovo contesto mondiale, però, non possono più risultare sufficienti le premesse che hanno scatenato questo conflitto all’inizio, e non esistono più giustificazioni o legittimazioni proprio in ragione delle conseguenze che subiscono gli altri Stati estranei alle tensioni regionali iniziali.

    Come logica conseguenza il conflitto che molti ancora oggi considerano “legittimo” per la sicurezza di Israele, mentre per quanto riguarda gli Stati Uniti la motivazione risulta molto più oscura, proprio in ragione della sua evoluzione continentale e delle  conseguenze per gli Stati non interessati nello scenario geopolitico medio orientale, assume già ora  le caratteristiche di una guerra mondiale.
    Le stesse responsabilità andrebbero quindi attribuite a quelle autorità istituzionali che hanno rifiutato una difficile trattativa diplomatica privilegiando la semplicità della
    guerra non valutando gli effetti della propria decisione per il mondo intero. Le difficoltà incontrate dagli Stati Uniti, i quali erano convinti assieme ad Israele di essere in grado di gestire una guerra lampo, dipendono anche dalle diverse motivazioni (politica vs religiosa) dei due eserciti, le quali non permettono il conseguimento di una ” facile vittoria” come quella auspicata da Trump e Netanyahu.

    Sembra proprio che le sconfitte in Vietnam e in Afghanistan non abbiano insegnato nulla tanto in campo politico quanto ancor peggio in quello militare.

  • How Iranians are evading internet blocks to contact family abroad

    On the Iran-Turkey border a man sells a service that helps Iranians outside their country keep in touch with loved ones inside.

    His secret is two phones – one connected to the Iranian phone network and one to the Turkish. It’s necessary because international calls into Iran are blocked.

    Customers outside Iran call his Turkish phone on WhatsApp and he then dials their loved ones on his Iranian mobile.

    He holds the two together so people desperate to hear from their families inside Iran can speak to them.

    As he’s on the border, the man can connect to both the Turkish and Iranian mobile networks at the same time.

    It is one of the ways Iranians are circumventing the blocks on internet and phone connections authorities have put in place during the war with the US and Israel – but these services are expensive and patchy.

    Calling abroad rarely works the first time and calls usually last two or three minutes before cutting out.

    And BBC Persian has found that, with money transfer fees, it costs about £28 ($38) for a four- or five-minute call.

    But customers feel it’s a price worth paying.

    Ava (whose name, like the other people quoted in this article, has been changed) was due to get married this week. Her fiance lives in Canada and was due to fly to Tehran for the ceremony before the war brought air travel to an abrupt halt.

    “I’m paying a huge amount of money to be able to connect to the internet to talk to him right now,” she says.

    Hamid also lives in Tehran and has been desperate to find ways to keep in touch with his wife and other relatives abroad.

    “In these past days I tried everything just to connect,” he says. “The cost didn’t matter to me, even though it was a financial burden. I just wanted them to feel a little calmer.”

    He’s been using a virtual private network (VPN), which can bypass the restrictions the Iranian authorities have put on the internet, allowing people to message and call abroad.

    Hamid says the cost of VPNs has “skyrocketed” to around £15 ($20) for a gigabyte of data – a considerable amount given the monthly minimum wage in Iran is only $100 – and that the connection was still “extremely unstable”.

    If the connection cuts out while he is using the VPN, he adds, the data he has bought is gone and cannot be refunded.

    “Whenever I managed to connect to the internet, even briefly, I would message everyone and ask them to send me their families’ phone numbers so I could check on them and send news back,” he says.

    “When I call a mother and mention the name of the child who asked about her, the sound of her laughter and excitement changes my whole world.”

    Negar, who lives in Toronto, Canada, says her family have been managing to make short calls to reassure her they are okay, knowing how anxious she was during the deadly anti-government protests in Iran in January. These have done little to allay her worries.

    “The worst part of the story is that they are under heavy bombardment, yet they call me and say: ‘We’re fine, don’t worry about us.’ That is what is killing me.”

    Shadi lives in Melbourne, in Australia, but her parents’ home is in a neighbourhood of Tehran known as “the hornet’s nest”. It’s close to a major oil depot hit on 7 March and other sensitive sites such as the Ministry of Defence.

    They, too, gather news from relatives and neighbours so it can be passed on to family abroad when they are able to connect, she says.

    Shadi says her father has stopped going for walks after “black rain” fell on him following the nearby oil depot strike.

    Zahra lives in Europe and is anxiously staying in touch with her brother in Iran, who uses a VPN to access Telegram.

    “If he goes offline for more than half an hour or an hour, all kinds of frightening thoughts start running through my mind,” she says.

    Her brother said her family rarely leaves the house given the “terrifying” sounds of fighter jets and explosions.

    She recalls him saying: “Outside, there are also patrols everywhere, standing at every intersection, staring into your eyes. If they don’t like the way you look, they stop you.”

    Being able to work across different platforms and use technical tricks to evade the restrictions has made it hard for less tech-savvy relatives to stay in touch.

    The only person Pooneh, who lives in London, can contact is her sister – “maybe because she is more comfortable with technology and finds ways to make the call”, she explains.

    “I can’t call [my family],” Pooneh adds. “Even this simple thing creates a strange feeling, as if nothing is in my control.”

    Like many, she and her sister have a two-way exchange, the person inside Iran passing on family messages and the one abroad giving updates about the war not available in Iran due to government censorship.

    “It feels as if each of us is missing part of the story, and we have to piece it together through each other.”

  • Regime change a Teheran? Muscardini e il Parlamento europeo lo invocano da 18 anni, con le armi della diplomazia e l’appoggio all’opposizione interna agli ayatollah

    Già 18 anni fa, nel 2008, il Parlamento europeo aveva sollecitato l’Iran ad abbandonare o almeno ammorbidire la politica del pugno di ferro, incarcerazioni ed esecuzioni anche di minorenni, nei confronti della propria popolazione.

    Le istituzioni europee non hanno in questi anni mai sollecitato o intrapreso passi verso quel regime change a Teheran che oggi potrebbe scaturire, ed è verosimilmente tra gli obiettivi, come conseguenza dell’intervento israelo-americano. Un po’ il nanismo politico che contraddistingue l’Unione europea, un po’ la sua scarsa capacità di proiezione internazionale (ancor più in termini di coattività), un po’ anche i vincoli interni e di diritto internazionale della stessa Ue (non rientra tra i suoi compiti né tra i suoi poteri definire l’ordinamento interno di un Paese) hanno obbligato la stessa Unione a non spingersi oltre appelli.

    Il che non significa tuttavia che negli anni da parte delle istituzioni europee e dei suoi rappresentanti non vi siano state attenzione e preoccupazione per quanto accadeva in Iran.

    Cristiana Muscardini firmò insieme al Vicepresidente del Parlamento europeo Alejo Vidal-Quadras, e altri 100 eurodeputati, una lettera al presidente americano Obama per chiedere che il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, Mujaheddin del Popolo, venisse tolto dalla lista nera delle organizzazioni terroristiche dove gli Usa lo avevano inserito quando lo stesso Barack Obama trattava un accordo sul nucleare iraniano col governo iraniano che i Mujaheddin del Popolo avversavano. Fondata nel 1965, con l’obiettivo e di rovesciare il regime dello Shah e poi, dopo il 1979, l’attuale regime islamico, l’organizzazione era stata nel frattempo riconosciuta come oppositore legittimo del regime instaurato dall’ayatollah Khomeini dalla Corte di giustizia europea (inizialmente, anche la Ue aveva inserito i Mujahddin nella propria black list delle organizzazioni terroristiche).

    Sempre nel 2009 la stessa Muscardini, quale vicepresidente della commissione Commercio estero dell’Eurocamera, ricevette a Milano una delegazione dei Mujahddin del Popolo, salutando in loro un «amico dell’Occidente, della democrazia e della libertà» e dichiarando: «In un momento nel quale il Governo iraniano continua ad uccidere giovani donne e tutti coloro che chiedono libertà e giustizia il nostro sostegno alla Mujaheddin del Popolo è sempre più e convinto».

    Nello stesso anno, in una lettera indirizzata all’allora presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso, Muscardini sollecitò lo stesso Barroso a «utilizzare tutta la sua influenza» per garantire il rispetto dei diritti umani in Iran (e Iraq). L’anno successivo Muscardini perorò la stessa causa, il rispetto dei diritti umani, in un intervento all’assemblea parlamentare europea ed ancora nel 2013 invitò tutti gli eurodeputati a mobilitare i propri elettori «chiedendo loro di scrivere una mail alla Ashton, Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea, per convincere l’Europa a intervenire per salvare i residenti iraniani che le forze speciali iraniane stanno uccidendo sul territorio iracheno». Muscardini per prima indirizzò una lettera alla Ashton chiedendole di intervenire «per salvare i sette ostaggi, di cui sei donne, che rischiano la deportazione in Iran, con conseguenti torture e brutalità da parte del regime islamico. L’Europa intervenga subito sul governo iracheno per difendere e salvare gli iraniani che si sono rifugiati in Iraq per salvarsi dal regime, se l’Europa resterà silenziosa sarà connivente di un crimine».

    Le continue esecuzioni in Iran, 150 nei primi 65 giorni del 2014 (il 4 marzo 2014 nella prigione di Isfahan fu impiccata Farzaneh Moradi, una venticinquenne, nota come la «sposa quindicenne”, prima ancora, il 3 marzo, un giovane di 23 anni, di nome Mehrass era stato impiccato a Jooybar mentre il 2 marzo stessa sorte era toccata a un altro ragazzo di 23 anni nella prigione centrale di Zahedan) portarono anche a un’interpellanza ufficiale con cui si chiedeva a Catherine Ashton: «Quali iniziative intende intraprendere per condannare il comportamento barbaro del regime e salvare tante vite umane innocenti, colpevoli soltanto di vivere in un regime teocratico feroce, la cui Corte Suprema ha approvato recentemente la condanna per un ragazzo a cui verrà cavato un occhio e tagliati l’orecchio destro e il naso, come ha pubblicato il quotidiano di Stato Shraq?». «L’Unione europea – rispose ufficialmente la Ashton – ha una ferma posizione di condanna della pena di morte, che vale in tutti i casi e in ogni circostanza, a maggior ragione quando viene applicata ai minori, in violazione delle norme minime internazionali. Questa posizione è stata sistematicamente ribadita alle autorità della Repubblica islamica dell’Iran tramite contatti diretti, canali ufficiali, dichiarazioni pubbliche e sostegno alle risoluzioni delle Nazioni Unite.  L’Unione si è sistematicamente appellata all’Iran chiedendo la sospensione delle esecuzioni e l’abolizione della pena di morte e in tal senso continuerà a dar voce a una profonda apprensione per il numero elevato di esecuzioni nel paese. L’Unione conduce una politica di sanzioni contro chi commette gravi violazioni dei diritti umani e ritiene importante impegnarsi con l’Iran nel settore dei diritti umani. La visita in Iran dell’Alta rappresentante/Vicepresidente lo scorso marzo è stata un’occasione per intavolare la questione e esprimere le preoccupazioni dell’Unione».

    Purtroppo, passati gli anni, oggi ci troviamo di fronte all’impossibilità e incapacità dell’Europa di intervenire di fronte ai 30mila e più morti in seguito alle proteste dei giovani iraniani, alle decisioni unilaterali di USA e Israele di agire per le vie militari contro Teheran e, infine, all’evidenza che il sistema diplomatico, europeo e non solo, per essere efficace e non risultare vano necessita di profondi correttivi.

Pulsante per tornare all'inizio