Iran

  • Regimi da abbattere

    L’instaurazione di istituzioni per il controllo democratico dei governanti

    è la sola garanzia per l’eliminazione dello sfruttamento.

    Karl Popper; da La società aperta e i suoi nemici, 1945

    Venerdì scorso, 27 febbraio, durante le prime ore del mattino, il Pakistan ha cominciato l’attacco contro le forze armate talebane in Afghanistan in diverse città del Paese. Da entrambe le parti sono state registrate delle vittime. L’Iran, confinando con i due paesi belligeranti si è dichiarato subito pronto ad avviare un dialogo di pace tra loro.

    Non è passato però più di un giorno, quando, sempre nelle prime ore del mattino di sabato scorso, 28 febbraio, l’Iran è stato attaccato, a sua volta, dalle force speciali congiunte degli Stati Uniti e di Israele, nonostante che fino a poche ore prima fossero in corso delle trattative per un’intesa tra gli Stati Uniti d’America e l’Iran. L’obiettivo degli attacchi aerei era una delle residenze dove, in quelle ore, si trovava Ali Khamenei, la Guida suprema dell’Iran dal 1989. Lui, insieme con alcuni suoi famigliari stretti e molti alti funzionari del regime, sono stati uccisi durante quegli attacchi.

    Bisogna sottolineare che la Costituzione iraniana, entrata in vigore il 3 dicembre 1979, basandosi sulla legge coranica nota come shari’a, riconosce l’Iran come una repubblica islamica. Tutto dopo che la rivoluzione khomeinista costrinse, nel gennaio 1979, lo schià Mohammad Reza Pahlavi a fuggire all’estero. In eguito, il 1o febbraio 1979, il suo avversario, l’ayatollah Khomeynī, tornò in Iran dopo un lungo esilio in Francia. La storia ci insegna però che il regime monarchico venne sostituito da un altro regime teocratico.

    Cosa accade in Iran in seguito è ormai di dominio pubblico. Solo durante questi ultimi anni sono state non poche le proteste contro il regime. Le ultime si sono scatenate, dal 28 dicembre scorso, in diverse città iraniane. Si tratta di proteste massicce che, cominciate per dei motivi economici, si sono trasformate, in seguito, in proteste contro il regime che ha usato metodi crudeli per dissuadere i cittadini a partecipare. E contro la brutale repressione di quelle proteste da parte del regime si dichiarò anche il presidente statunitense, il quale minacciò il regime iraniano di interventi militari. Minacce che dopo poco, chissà perché, sono state “dimenticate”. In seguito sono cominciate le trattative tra gli Stati Uniti d’America e l’Iran per trovare un accordo, soprattutto sul programma nucleare iraniano. Trattative sulle quali il presidente statunitense aveva delle aspettative.

    Ma da sabato scorso il conflitto tra gli Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra continua con degli attacchi reciproci che causano anche molte vittime. Il conflitto ormai si sta allargando, coinvolgendo anche i Paesi vicini, dopo gli attacchi missilistici dell’Iran contro i loro territori. Si tratta di un conflitto che ha attirato tutta l’attenzione sia delle cancellerie dei Paesi più importanti del mondo e delle istituzioni internazionali, che dell’opinione pubblica. Si, perché le conseguenze di questo conflitto potrebbero essere veramente preoccupanti per molti Paesi del mondo e legate al rialzo del prezzo del petrolio e del gas, ma non solo.

    Si tratta, purtroppo, di un conflitto che si aggiunge ad altri in corso in diverse parti del mondo. Soprattutto a quello tra la Russia e l’Ucraina, cominciato il 24 febbraio 2022. Ma anche al conflitto nella Striscia di Gaza scatenato il 7 ottobre 2023 dal gruppo terroristico di Hamas contro Israele. Un conflitto questo per il quale, nonostante da qualche mese gli attacchi e gli scontri armati tra le parti siano diminuiti, ma non cessati, non c’è ancora un accordo di pace che sia diventato funzionante.

    Bisogna sottolineare che nonostante le continue dichiarazioni pubbliche del presidente statunitense per ripristinare e garantire la pace in diverse parti del mondo, purtroppo, da sabato scorso un altro conflitto è ormai in corso. E si tratta di un conflitto in cui sono stati direttamente coinvolti gli Stati Uniti d’America. Chissà se lui riuscirà ad ottenere il tanto ambito premio Nobel per la Pace?

    Bisogna seguire, adesso ed in futuro, gli sviluppi di questo conflitto in Iran. L’uccisione, sabato scorso, della Guida suprema iraniana potrebbe servire per porre fine al regime teocratico in Iran Così come potrebbe suscitare la reazione dei suoi numerosi seguaci, i convinti credenti sciiti. Lo hanno testimoniato anche le piazze subito dopo l’annuncio ufficiale della morte di Khamenei. Domenica mattina sono state migliaia le persone radunatesi nella Piazza della Rivoluzione islamica a Teheran per esprimere il loro cordoglio, piangendo e pregando. Ma la stessa domenica, in diverse città iraniane ed in altre parti del mondo sono stati in tanti anche coloro che esprimevano la loro gioia per la morte della Guida suprema.

    La storia ci insegna però che dopo la caduta del regime dello schià Reza Pahlavi nel gennaio 1979, è stato costituito un altro regime, quello degli ayatollah. Ma, fatti accaduti alla mano, la storia ci insegna altresì che in quell’area geografica non sempre la caduta di un dittatore ha permesso, in seguito, la costituzione di uno Stato non autoritario, il quale deve poi passare tutte le fasi necessarie per diventare democratico. L’Afghanistan ne rappresenta una significativa testimonianza.

    Anche in altre parti del mondo ci sono dei paesi in cui sono attivi sistemi dittatoriali e autocratici, nonostante le facciate di copertura. L’Albania è uno di loro. Dopo la caduta nel 1991 della dittatura comunista, ormai da circa tredici anni è stato restaurato e si sta consolidando, soprattutto in questi ultimi anni, un regime, una nuova dittatura sui generis, come espressione dell’alleanza occulta del potere politico con la criminalità organizzata, locale ed internazionale. Il nostro lettore, da anni ormai, è stato informato di una simile, preoccupante e pericolosa realtà, sempre con la dovuta e richiesta oggettività e sempre basandosi su fatti accaduti, documentati e pubblicamente noti.

    Dal dicembre scorso, come in Iran, anche in Albania sono ricominciate le proteste contro questo regime, contro la galoppante corruzione, partendo dai massimi livelli del potere politico ed istituzionale, contro l’abuso del potere conferito e/o usurpato, contro la sempre più diffusa povertà ed altro. Proteste alle quali, come in Iran, il regime reagisce con brutalità, usando una polizia di Stato non solo politicizzata, ma anche legata, non di rado, fatti accaduti e documentati alla mano, alla criminalità organizzata.

    Una vera, vissuta e sofferta realtà questa che ha costretto molti albanesi, soprattutto giovani, a lasciare la madre patria per cercare una vita migliore in altri Paesi europei, ma non solo. Si tratta veramente di un fenomeno molto preoccupante, visto i ritmi dello spopolamento, causato non da un conflitto armato, non da scontri etnici, bensì dal consolidamento di un regime autocratico, che cerca di camuffarsi con una facciata pluralista, dal malgoverno, dall’abuso di potere, dalla diffusa e ben radicata corruzione, che fanno svanire le certezze di una vita normale.

    Una realtà quella albanese che, soprattutto in questi ultimi mesi, è stata denunciata anche dai più rinomati media internazionali. Così come è stata espressa ufficialmente ed in altri modi, anche da alcune cancellerie europee, soprattutto quella tedesca, riferendosi a fonti mediatiche ben informate. Ragion per cui il primo ministro albanese, il diretto e principale responsabile di una simile realtà, si trova in situazioni veramente difficili. Situazioni che fino a poco tempo fa, riusciva a gestirle anche grazie alle sue “amicizie” con alcuni “grandi dell’Europa e del mondo”, nonché alle attività lobbistiche milionarie. Ma da qualche tempo queste possibilità sembrano essere diminuite.

    Chi scrive queste righe pensa che anche quello albanese è un regime da abbattere. Ma bisogna tenere presente, altresì, quanto affermava Karl Popper. E cioè che l’instaurazione di istituzioni per il controllo democratico dei governanti è la sola garanzia per l’eliminazione dello sfruttamento.

  • L’ossimoro bellico

    In ambito medicale la prevenzione rappresenta la migliore forma di cura in quanto tende ad intervenire per tempo anticipando le forme gravi di patologia.

    In ambito politico e militare, viceversa, il medesimo concetto di prevenzione stabilisce inequivocabilmente il fallimento di ogni iniziativa precedente finalizzata a destabilizzare un determinato Paese considerato, nel caso dell’Iran con ampia ragione, pericoloso nel contesto internazionale.

    In nome di una prevenzione si cerca di ottenere quei risultati che non sono stati ottenuti attraverso la pressione politica, diplomatica ed economica, ma si utilizza una forma definitiva che nulla ha a che fare con qualsiasi forma di prevenzione, cioè la guerra.

    Questa situazione nasce innanzitutto da un disastro politico attribuibile all’amministrazione Biden (*) la quale ruppe l’alleanza con l’Arabia Saudita in chiave anti-Iran siglata dalla precedente amministrazione Trump, riportando l’Iran, che nel frattempo era stato isolato, all’interno dello scenario internazionale.

    Contemporaneamente in questi anni Israele ha cercato di frenare il processo di arricchimento dell’uranio che rappresenta un pericolo per intero occidente in quanto la bomba nucleare sarebbe divenuta uno strumento di pressione politica non solo di uno stato teocratico, i cui valori in rapporto alla tutela della vita del singolo cittadino sono assolutamente incompatibili con quelli occidentali.

    L’Iran rappresentava e rappresenta tuttora un pericolo assolutamente sottovalutato in ambito internazionale dall’intelligentia europea, la quale ora si trova di fronte ad un ennesimo scenario bellico, senza avere avuto nessun ruolo e soprattutto non le verrà riconosciuto in futuro nella gestione della crisi.

    L’Unione Europea, infatti, invece di assumere un ruolo importante di mediazione che partisse da una conoscenza minima della crisi mediorientale, che vede una netta contrapposizione religiosa tra gli sciiti iraniani coinvolti in una lotta con i sunniti dell’Arabia Saudita, si ritrova un’altra volta spettatrice di uno scenario bellico dopo avere nei decenni precedenti persino sostenuto, offrendogli un asilo politico, alla massima autorità religiosa iraniana.

    La guerra preventiva, quindi, rappresenta un ossimoro, che trae la propria forza da un sostanziale declino culturale delle principali rappresentanze istituzionali europee e da una crescente pressione dell’Industria bellica.

    “La guerra piace a chi non la conosce” (Dulce bellum inexpertis) titolò Erasmo da Rotterdam uno dei suoi Adagia pubblicati nel 1515. Cinquecento anni dopo la civiltà occidentale come quella medio orientale hanno dimostrato di non aver compiuto nessun passo nella direzione indicata dal saggista e filosofo olandese.

    In un mondo nel quale la complessità si manifesta a tutte le latitudini in ambito economico, strategico, anche militare e per i più diversi motivi, la semplificazione della guerra preventiva rimane l’unico strumento inaccettabile.

    (*) https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-cambio-di-valore-attribuito-alla-guerra/

  • Da che parte stare

    Telegram, con 90 milioni di utenti russi, sarà completamente bloccato dal regime di Putin che ormai, da lunghissimo tempo, sta impedendo ai suoi cittadini ogni possibilità di avere notizie da una stampa libera.

    Contemporaneamente Putin accusa gli Stati Uniti ed Israele di violazione delle leggi internazionali perché sono intervenuti in Iran per impedire che il sanguinoso regime degli ayatollah possa minacciare i paesi vicini, con la bomba atomica, e per dare una speranza di libertà agli iraniani che, da anni, stanno combattendo per la loro libertà subendo delle vere e proprie uccisioni di massa.

    A prescindere da personaggi equivoci come Orban, per non dire di peggio, i paesi europei sanno bene da che parte sta la ragione ed il diritto e continuano nel loro impegno in aiuto dell’Ucraina, occorre però che gli Stati Uniti si dimostrino finalmente più decisi nei rapporti con lo zar, troppe volte Trump si è dimostrato accondiscendente.
    L’attacco all’Iran avrà anche il vantaggio di impedire all’Iran di continuare a fornire i suoi micidiali droni alla Russia, che paga generalmente in oro, e che massacrano i civili ucraini.

  • L’Iran ha fatto shopping a Mosca: acquistate armi per 500 milioni di euro

    L’Iran avrebbe firmato a dicembre a Mosca un accordo segreto da 500 milioni di euro con la Russia per acquistare 500 lanciatori Manpads Verba e 2.500 missili 9M336. È quanto emerge da documenti russi visionati dal “Financial Times”, secondo cui le consegne sarebbero previste in tre tranche dal 2027 al 2029, ma alcune unità potrebbero essere già state consegnate. La notizia arriva mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha concentrato forze militari Usa in Medio Oriente, minacciando Teheran di attacchi se non accetterà limiti al programma nucleare.

    L’Iran avrebbe formalmente richiesto i sistemi russi lo scorso luglio, secondo il “Financial Times”, pochi giorni dopo la fine del conflitto di 12 giorni in cui gli Stati Uniti si sono uniti a Israele negli attacchi contro tre importanti impianti nucleari iraniani. Il nuovo accordo sui Verba sarebbe stato negoziato tra Rosoboronexport, l’agenzia statale russa per l’export di armamenti, e il rappresentante a Mosca del ministero iraniano della Difesa e della Logistica delle Forze armate. Il contratto sarebbe stato organizzato da Ruhollah Katebi, funzionario del ministero iraniano con base a Mosca, che in precedenza aveva contribuito a mediare la vendita da parte dell’Iran di centinaia di missili balistici a corto raggio Fath-360 per l’uso nell’invasione russa dell’Ucraina. Gli Usa hanno sanzionato Katebi nel 2024 per aver agito per conto del dicastero di Teheran; il Dipartimento del Tesoro Usa lo ha descritto come “il punto di contatto del governo russo” con il ministero della Difesa iraniano.

    Dal canto suo, l’ambasciatore iraniano a Mosca, Kazem Jalali, aveva già apparentemente confermato questa settimana che diversi voli provenienti dalla Russia in tempi recenti avrebbero contenuto carichi militari. “Sono anni che abbiamo firmato solidi accordi militari e di difesa con la Russia. Posso solo dire che questi aerei dimostrano che quegli accordi vengono attuati”, aveva dichiarato alla televisione di Stato Jalali, senza fornire ulteriori dettagli.

    Un aereo cargo russo Ilyushin Il-76TD ha effettuato almeno tre voli negli ultimi otto giorni da Mineralnye Vody, nel Caucaso settentrionale, alla città iraniana di Karaj e almeno un altro Il-76 ha volato verso l’Iran a fine dicembre. Secondo quanto riportato, l’Iran avrebbe ricevuto fino a sei elicotteri d’attacco Mi-28 russi a gennaio e ne avrebbe utilizzato uno a Teheran questo mese. Secondo i documenti visionati da “Financial Times”, Rosoboronexport venderebbe all’Iran i missili 9M336 al prezzo di 170 mila euro l’uno e i lanciatori Verba a 40 mila euro ciascuno. Inoltre, l’accordo includerebbe anche 500 visori notturni Mowgli-2.

    L’accordo segna una cooperazione militare continua tra Iran e Russia: Teheran ha fornito a Mosca droni e missili negli ultimi due anni durante l’invasione russa dell’Ucraina, e i due Paesi hanno firmato un trattato di rafforzamento dei legami bilaterali nel gennaio 2025; l’Iran ha cercato inoltre di acquisire due squadroni dei caccia avanzati Sukhoi Su-35 dalla Russia, anche se funzionari a Teheran avrebbero lamentato ritardi nell’esecuzione dell’ordine. Secondo Pavel Luzin, senior fellow del Center for European Policy Analysis, citato da “Financial Times”, la disponibilità di Mosca a fornire armi a Teheran indica anche che la Russia non ha alcun interesse a rispettare le sanzioni Onu “snapback” contro l’Iran.

  • Che cos’è l’autodefinitasi Repubblica Islamica dell’Iran

    Tra le varie crisi violente attualmente in corso nel mondo voglio mettere la lente di ingrandimento su uno di loro: l’Iran.

    Voglio innanzitutto premettere che ho sempre guardato con disgusto quelle realtà ove chierici di ogni religione o ideologia pretendono di guidare secolarmente la società imponendo a tutti i loro credi e decidendo cosa è giusto e cosa sbagliato. Gli ayatollah iraniani mi ripugnano come gli altri, né più né meno. Più precisamente, li sento pericolosi esattamente come tutti gli invasati, politici o religiosi in buona o cattiva fede che siano, perché non tollerano che possano esistere altre “verità” e usano tutti i mezzi per imporre la loro volontà e mantenere il potere su tutto e su tutti. Fatta questa premessa doverosa, andiamo a guardare cos’è oggi l’autodefinitasi Repubblica Islamica dell’Iran.

    Nonostante la stragrande maggioranza della popolazione si consideri islamica sciita (circa 90%), sono riconosciute nella locale Costituzione altre religioni quali la cristiana (0,2-0,7), l’ebrea (0,01), la islamico-sunnita (7%), lo zoroastrismo (0,1). I cristiani hanno diritto a tre seggi nel locale parlamento (2 per gli armeni e 1 per gli assiri/caldei) e gli zoroastriani e gli ebrei un seggio ciascuno. Non risultano persecuzioni di carattere religioso e, nonostante la fortissima campagna del Governo contro Israele, gli ebrei locali sono comunemente accettati e possono tranquillamente frequentare le loro sinagoghe e condurre una vita regolarmente integrata nella società. I sunniti non hanno seggi assegnati poiché possono regolarmente essere eletti come gli sciiti in quanto islamici. Uno dei principali medici di Khomeini fu ebreo. Nel paese esiste da sempre una forte corruzione in costante crescita, proporzionale alla crisi economica e all’inflazione in gran parte dovute alle sanzioni e alla cattiva amministrazione. La maggior parte del potere economico è entrato via via sotto il controllo dei Pasdaran (le Guardia Rivoluzionarie) anche se c’è anche una fortissima componente privata. Le aziende indipendenti godono di una relativa libertà d’azione, purché questa non disturbi le volontà del Governo e delle Guardie. Molti iraniani devono le loro entrate direttamente o indirettamente allo Stato e ciò garantisce un certo consenso di base. Anche le numerose Organizzazioni Benefiche sono legate al clero locale e ciò costituisce un’altra forma di controllo sulla società. Tuttavia, il discredito di cui gli Ayatollah e i loro accoliti è molto esteso perché a loro si fa giustamente risalire la responsabilità della corruzione, del malgoverno e delle restrizioni alle libertà individuali. Anche se le donne iraniane non godono delle stesse libertà di cui godono in occidente, a differenza di ciò che succede in Afghanistan o perfino in Arabia Saudita, non si può sottovalutare il fatto che si sono avute donne ministro e che alle università sono iscritte più femmine che maschi. Il livello medio d’istruzione è molto più alto che in ogni altro Stato medio-orientale (salvo Israele) e nelle strade, nella musica, nella letteratura e nelle conversazioni private si sente il respiro di una cultura millenaria ben precedente all’arrivo dell’islamismo. Il malcontento è abbastanza diffuso ma, come spesso succede ovunque, è più forte nelle città che nelle campagne. Ciò che ha spinto e spinge ancora i manifestanti nelle strade è più la crisi economica della volontà di un cambiamento di regime, anche se coloro che auspicherebbero la fine del dominio degli Ayatollah sono sempre più numerosi. Quando mi trovai in Iran durante i pochi anni del funzionamento dello JCPOA notai la grande soddisfazione della gente comune nell’intravedere un nuovo legame di collaborazione con i Paesi Europei e con gli Stati Uniti e, soprattutto i giovani, erano finalmente contenti e orgogliosi di potersi confrontare alla pari con qualche cultura diversa. Mentre guardano con una certa simpatia verso l’Occidente, non dimenticano però un loro forte sentimento patriottico unitario nonostante la presenza nel Paese di varie nazionalità. Queste differenze etniche che altrove potrebbero essere oggetto di rivendicazioni separatiste hanno poco risalto in Iran ove la maggior parte di loro, pur nelle differenze si sente “iraniana”. Tale aspetto non può essere sottovalutato poiché, in caso di un attacco straniero dall’esterno, è molto probabile che anche le minoranze si ricompattino con lo Stato centrale contro un possibile “nemico invasore”. A puri fini di statistica, le etnie sono così suddivise: persiani circa il61%, azeri di lingua turca tra il 16 e il 24%, curdi tra il 7 e il 10%, lurs (nelle regioni occidentali) il 7%, arabi 3%, balushi 2%, turkmeni 2%, Qashqai (ex-nomadi turcofoni presenti soprattutto nella regione di Shiraz) e altri 2%.

    Attualmente gli americani stanno cercando di forzare la mano verso un accordo con il regime usando contemporaneamente il bastone e la carota. Il primo consiste nelle minacce di attacco e lo spiegamento conseguente di grandi forze militari nei mari del Golfo, oltre che un appesantimento delle sanzioni. Il secondo è l’apertura (condivisa) alla possibilità di un’intesa diplomatica. Naturalmente tutti speriamo che sia la “carota” a prevalere ma non ci si può nascondere che la strada di un accordo non sia agevole. Agli americani e ai loro sodali non interessano né l’instaurazione di una qualche democrazia, né, di là dalle dichiarazioni ufficiali, la sorte dei manifestanti rimasti uccisi durante i recenti scontri (mai si è alzata una voce forte del Governo americano contro il massacro dei palestinesi di Gaza). Ciò che a Washington e ai suoi sodali interessa è quanto segue: neutralizzazione totale di ogni velleità atomica di Tehran, eliminazione delle riserve missilistiche, fine del sostegno ai “proxi” in tutto il medio-oriente, diminuzione della vicinanza alla Cina e alla Russia e, possibilmente, crollo del regime immediato o futuro. Ciò che gli iraniani vorrebbero è: fine delle sanzioni o almeno una loro riduzione, certezza che Israele (e gli USA) non attacchino più, libertà di scegliersi gli interlocutori internazionali che preferiscono. Il regime sa bene che il popolo iraniano non riuscirà a resistere al crescente aumento dell’inflazione, alle disparità sociali che aumentano, alla disoccupazione, all’inefficienza delle amministrazioni causate soprattutto da sanzioni economiche paralizzanti. È per questo che ha accettato di provare a negoziare.

    Mentre sull’eliminazione delle velleità nucleari esistono buone possibilità di intendersi (d’altra parte l’Iran, a differenza di Israele, ha firmato da tempo l’accordo per la limitazione delle armi nucleari), rinunciare alle proprie difese missilistiche e abbandonare del tutto la battaglia per i diritti dei palestinesi contro le prepotenze israeliane significherebbe, per Tehran, diventare nel futuro un preda molto più facile da parte di chi è oggi percepito come nemico più o meno mortale quali Israele, l’Arabia Saudita e perfino la Turchia. In altre parole, sarebbe perdere ogni reale sovranità per sottostare ai diktat di chiunque voglia ricattarli con la forza militare. Ovviamente, in diplomazia tutte le strade sono sempre aperte e resta sempre possibile trovare una qualche intesa che salvi a tutti la faccia. Ciò che sarebbe invece, da parte degli americani e dei sodali, un gravissimo errore sarebbe davvero attuare le minacce di guerra perché in questo caso il risultato non sarebbe certo quello ottenuto in Venezuela. Anche l’eliminazione di Khamenei non risolverebbe il problema poiché è già prevista la modalità di una possibile sostituzione e il potere a Tehran è sufficientemente diversificato da sopravvivere a ogni decapitazione. È pur vero che sia possibile che agenti del Mossad, della CIA (o altre agenzie americane) e dei Mujahiddin del Popolo abbiano dei loro infiltrati in alcune strutture istituzionali e tra i protestanti ma questo non basterebbe a impedire una forte reazione dei Pasdaran in tutto il territorio, una reazione avversa della popolazione e il blocco totale dell’economia. L’ipotesi che Reza Pahlevi possa costituire un’alternativa politica viabile è una pura illusione creata soprattutto dagli israeliani perché la sua popolarità in patria è praticamente nulla. Inoltre, gli iraniani, se attaccati, reagirebbero con azioni anche fuori del loro territorio allargando il conflitto almeno su Israele e altrove. Anche durante i recenti bombardamenti israeliani e americani, la reazione di Tehran è stata pronta e molto forte e, nonostante Tel Aviv abbia cercato di minimizzare, i danni subiti da Israele sono stati ingenti. Proprio per l’eventualità giudicata possibile che il conflitto si allarghi, sia la Turchia sia gli Emirati sia l’Arabia Saudita che il Pakistan stanno premendo sugli americani affinché cerchino soltanto soluzioni negoziali e non commettano l’errore di un attacco.

    Anche la Cina, pur prudente come sempre, non potrebbe restare del tutto silente nel caso gli USA o Israele (o entrambi) mettano completamente a rischio le sue forniture di petrolio (scontato) in arrivo dall’Iran.

    In Venezuela Trump è riuscito, almeno per ora (ma ne parleremo), a ottenere ciò che si era prefissato ma la situazione in Iran è molto più complicata, oltre che geograficamente molto lontana.

    Un accordo darebbe certamente al regime una possibilità maggiore di sopravvivenza ma in Iran ogni possibile cambiamento politico non può che derivare da dentro il Paese. Il regime sa di essere in una posizione di debolezza interna e percepisce il crescente malcontento. Infatti ha allentato alcune norme quali l’obbligo del velo alle donne (qui va comunque ricordato che molte donne, per tradizione, lo mettono volontariamente e che è normalmente indossato lasciando fuori il ciuffo frontale, cosa che non succede in Arabia Saudita e nemmeno tra le nostre suore), ha consentito l’elezione di un Presidente (comunque con poteri limitati) considerato “moderato” e ha richiamato all’ordine la prepotenza dei Basiji intimando maggiore tolleranza. Una diminuzione del numero e del tipo di sanzioni economiche darebbe fiato al regime e contribuirebbe a sedare una parte delle proteste popolari ma, a chi conosce un poco l’Iran, ciò che sembra ineluttabile è che il regime secolare degli Ayatollah è sulla strada del disfacimento ed è solo questione di tempo, magari non brevissimo, prima che possa collare del tutto.

  • Meditazioni

    Più o meno da ogni parte, libri, riviste, social, arrivano inviti alla meditazione come strumento di antinvecchiamento, conoscenza di sé, depurazione fisica e psichica.

    Sociologi, psicologi, nutrizionisti ci invitano a dedicare del tempo, specifico e non occasionale, alla meditazione, pratica che da secoli i popoli orientali conoscono e applicano.

    Oggi anch’io vi chiedo cinque minuti, non più di cinque, per una meditazione che ci porti lontano dai social, dalle notizie mordi e fuggi, dalle incombenze della nostra vita divenute sempre più travolgenti, pressanti, coinvolgenti, spesso un po’ angoscianti.

    Chiudiamo gli occhi o fissiamo un punto fermo, un muro, un albero, il nostro amico peloso che dorme felice sapendo di averci vicino, scegliete voi.

    E pensiamo: un black out, un terremoto, una bomba, un hacker, non importa chi, ci ha tolto la corrente, la casa piomba nel buio, il frigorifero sgela le nostre provviste, il riscaldamento è fermo mentre fuori, e poi dentro, la temperatura è sempre più gelida.

    Non possiamo fare nulla se non subire, non possiamo muoverci, i mezzi non vanno, le pompe di benzina non funzionano, radio e tv sono mute, i tanto amati social e tutto internet è bloccato, impensabile poter ritirare soldi dalla banca o pagare col bancomat o comunicare con amici e parenti per trovare conforto, siamo soli, isolati, gelati, tra un po’ saremo anche affamati e la pila della torcia si sta esaurendo.

    Uno scenario impossibile?

    Non se siete in Ucraina

    Non se siete a Gaza o in Iran

    Non se siete anche qui, in Italia, se qualcuno decidesse che è venuto il momento di attaccare anche il nostro bel paese perché, quando il potere ed il denaro stigmatizzano che l’unica legge internazionale che vige è la legge del più forte, noi non siamo che altre pedine di un disegno che ci ha reso dipendenti da strumenti e uomini che non possiamo controllare.

    La nostra è stata una meditazione semplice, breve, che certo non rasserena ma che può metterci un po’ più in sintonia con coloro che queste esperienze, ed altre ben peggiori, le stanno effettivamente vivendo e non solo immaginando e forse, anche se il Covid sembra non averci insegnato niente, potremmo cominciare a ragionare sulla necessità, anche per noi stessi, di provare empatia per gli altri, per il mondo che ci circonda.

    Potremmo riscoprire il dialogo come confronto e non come strumento di reciproca prevaricazione o contestazione, a prescindere dell’altro.

    Potremmo ripensare a cosa si prova vedendo scomparire casa, ricordi, beni come a Niscemi o peggio come nel terremoto di Reggio Calabria e Messina, agli inizi del ‘900, con la morte della metà degli abitanti, potremmo cominciare ad essere grati per quanto abbiamo e pensare a chi è privo di tutto, anche della libertà, quella libertà della quale altri abusano.

  • Le terre rare della Groenlandia valgono più della vita degli iraniani

    Dopo aver dichiarato, durante le violenze del regime iraniano contro il suo popolo sceso nelle strade per cercare libertà, che non avrebbe tollerato ulteriori massacri o esecuzioni, Trump si è fidato della parola degli aguzzini, così sono stati inutilmente trucidate migliaia e migliaia di persone inermi, si sono tornate a programmare le impiccagioni e le famiglie degli uccisi sono ora controllate, ricattate e costrette a pagare per avere indietro le salme dei loro cari.

    Trump pensa alla Groenlandia e perciò non vuole infastidire su altri fronti, Ucraina ed Iran, i colleghi Putin e Xi-Jinping.

    Il regime degli ayatollah sembra aver ripreso il controllo e che una volta ancora il popolo sia stato schiacciato dalla repressione cruenta e crudele.

    Comprendendo la difficoltà di una situazione complessa  come quella di quell’area geografica, è già un passo avanti se diversi i paesi arabi riconoscono Israele mentre ancora si attende se e come saranno demilitarizzati i terroristi di Hamas, non riusciamo però a giustificare la mancanza di alcuni interventi americani che avrebbero aiutato la popolazione a raggiungere lo scopo per il quale tante persone, si parla di trentamila, si sono sacrificate accettando di morire affinché milioni di altri loro concittadini potessero vivere in  libertà, giustizia, democrazia.

    Agli Stati Uniti non mancavano e non mancano certo gli strumenti tecnologici ed informatici che, se utilizzati subito, avrebbero messo in ginocchio il sistema, bastava bloccare le comunicazioni delle televisioni e radio del regime, i sistemi di comunicazione, interne al regime stesso, tra forze armate, guardiani della rivoluzione, centrali elettriche, centri nevralgici e tutto quanto consentiva al potere di organizzare la sanguinaria repressione.

    La guerra si fa anche così, lo sa bene Putin che con i suoi hacker, giusto per dare un saggio di quello che sarebbe in grado di fare, da tempo mette in tilt aeroporti e strutture sensibili europee creando danni apparentemente per ora solo marginali ma che, se usati su larga scala, porterebbero alla paralisi del nostro sistema.

    Non si chiedeva a Trump di rapire la guida suprema iraniana, come ha fatto con Maduro, o di mandare missili o corpi speciali ma di usare la tecnologia americana per dare un aiuto concreto a chi, sfidando, e spesso trovando, la morte si batteva contro uno dei regimi più pericolosi sia verso il suo popolo che verso il contesto internazionale.

    Ancora una volta, per il presidente americano, gli affari hanno prevalso, infatti la Groenlandia si può benissimo difendere da attacchi russi o cinesi attraverso la NATO, della quale gli Stati Uniti fanno ancora parte, e alla quale Trump avrebbe potuto offrire, anche in parte a pagamento, lo scudo dorato che gli Stati Uniti stanno preparando per difendere i cieli da qualunque attacco.

    Prendersela con i paesi europei, minacciando o applicando dazi, oltre che dannoso è ridicolo e tragico nello stesso tempo, gli europei hanno il dovere di difendere la Groenlandia anche per difendere se stessi e quel poco di diritto internazionale che ancora sta in piedi, ma Trump, come Putin e Xi Jinping, vuole le terre rare delle quali la Groenlandia è ricca e che servono a tutti gli Stati per fare funzionare la tecnologia di oggi e di domani.

    Di fronte agli interessi conta veramente poco che siano morti, e moriranno ancora, migliaia di iraniani e di ucraini, le terre rare del Donbass o sepolte sotto i ghiacciai valgono più della vita e della libertà degli esseri umani.

  • Iran, Ucraina, fare la nostra parte

    Da un lato un popolo, oppresso da più di quaranta anni da un regime liberticida e violento, è sceso nelle piazze e nelle strade in cerca di libertà e giustizia, da un altro lato del mondo un popolo sta combattendo da quattro anni contro un invasore, spregiudicato e violento, per mantenere la propria libertà.

    I morti si assommano ai morti in Iran da dove le notizie arrivano molto ridotte mentre il regime spara sulle folle, in Ucraina gli edifici distrutti, compresi gli ospedali, le infrastrutture energetiche colpite testimoniano che Putin, incapace di vincere militarmente, cerca di distruggere la capacità di vivere e perciò di resistere dei civili.

    Nel frattempo a Gaza la fase due del piano di pace non può partire perché la fase uno, di fatto, non si è realizzata e sembra improbabile si realizzi mentre la popolazione civile continua a patire ed a morire.

    Non aiutano certo i palestinesi le violente manifestazioni italiane dei proPal ma forse aiuterebbe il popolo iraniano e quello ucraino se anche noi cittadini, che crediamo nella libertà e nella democrazia, facessimo sentire la nostra voce, al di là di ogni appartenenza politica e sostenessimo, sia nelle piazze che in tutte le occasioni possibili, la fine del regime degli ayatollah e il ritiro di Putin dalle terre ucraine.

    Aiuterebbe sapere con certezza che da oggi in avanti nessuno farà più affari di alcun tipo con l’Iran del regime e con la Russia di Putin, cessando le famigerate triangolazioni che hanno impedite di far sentire con più forza la stretta delle sanzioni ed hanno arricchito alcuni mentre tanti altri morivano.

    Tutti sanno che gli affari poco puliti aiutano i criminali, compresi quelli politici, tutti sembrano non ricordare che molta parte dello sviluppo economico della Cina, sostenitrice di Putin e dell’Iran, si è raggiunto per le tante merci contraffatte ed illegali che anche imprenditori italiani hanno commissionato e venduto.

    Cerchiamo di fare, per quel che possiamo, la nostra parte così, forse, anche la politica smetterà di polemizzare sul nulla e avvierà, anche da parte dell’opposizione, sempre più chiacchierona e mai propositiva, un nuovo percorso che aiuti chi sta morendo in nome della libertà e dei diritti umani che per noi, essendo la norma, sembrano non contare più a sufficienza.

  • Iranian director given jail sentence while on trip to collect US awards

    Award-winning Iranian film-maker Jafar Panahi has been given a prison sentence on charges of creating propaganda against the political system, his lawyer has said, on the same day his new film won a string of awards in the US.

    Panahi has been handed a one-year sentence and a travel ban in Iran, his lawyer said on Monday.

    However, he was in New York to pick up three prizes, including best director, at the Gotham Awards for his latest film, It Was Just An Accident, which he shot illegally in Iran.

    Panahi, 65, has served two previous spells in prison in his home country, and said in an interview shortly before receiving his latest sentence that he planned to return.

    Film-makers ‘risking everything’

    Panahi is one of Iran’s leading directors but has been subjected to constraints from authorities including a ban on making films in the country as well as the prison sentences and travel restrictions.

    He didn’t refer to the new sentence in his Gotham Awards speeches, but praised “film-makers who keep the camera rolling in silence, without support, and at times, by risking everything they have, only with their faith in truth and humanity”.

    He added: “I hope that this dedication will be considered a small tribute to all film-makers who have been deprived of the right to see and to be seen, but continue to create and to exist.”

    It Was Just An Accident also won best screenplay and best international film, and is expected to be a contender at the Oscars in Hollywood in the spring.

    Panahi covertly shot the film, which tells the tale of five ordinary Iranians who are confronted with a man they believed tortured some of them in jail.

    He has said it was partly inspired by his last spell in jail and stories that other prisoners “told me about, the violence and the brutality of the Iranian government”.

    When the film won the top prize at the Cannes Film Festival in France in May, he used his acceptance speech to speak out against the restrictions of the regime.

    Panahi was jailed in 2022 for protesting against the detention of two fellow film-makers who had been critical of the authorities. He was released after seven months of the six-year sentence.

    He was previously sentenced to six years in 2010 for supporting anti-government protests and creating “propaganda against the system”. He was released on conditional bail after two months.

    In an interview with the Financial Times conducted in Los Angeles shortly before his latest sentence was delivered, he recalled a recent conversation with an elderly Iranian exile who he had met in the city.

    “She begged me not to go back,” he said. “But I told her I can’t live outside Iran. I can’t adapt to anywhere else.

    “And I said she shouldn’t worry, because what are the officials going to do that they haven’t done already?”

  • C’è una morale?

    Nei giorni scorsi è stato detto, scritto, dichiarato, in ogni forma, che, grazie all’intervento americano, il nucleare iraniano era stato annientato o almeno reso impossibile da realizzarne per molti anni.

    Ora apprendiamo che l’Iran avrà un ritardo nel suo programma per il nucleare al massimo di due anni!

    Nel frattempo le repressioni, volute dalla guida suprema Ali Khamenei e dalle sue guardie, sono aumentate a dismisura e, cifra ufficiale e perciò da ritenere in realtà decisamente più alta, sono già stati incarcerati e accusati di connivenza col nemico più di mille persone con il solito aumento di condanne a morte precedute da sevizie di ogni tipo.

    Trump e Netanyahu penseranno di aver ottenuto un ottimo risultato, noi pensiamo che una volta di più si sia fatto un grande spettacolo senza tenere conto delle conseguenze che, come sempre, pagano le persone normali mentre i potenti pensano ai loro affari.

    Rimaniamo dell’avviso che di guerra si deve parlare, se si decide di fare la guerra deve essere fatta come un’operazione chirurgica che risolva il problema e non lo rinvii solo di qualche tempo, se l’Iran non deve, per i noti motivi più che legittimi, poter avere la bomba atomica è evidente che la così detta guerra dei dodici giorni non è stata risolutiva ma ha causato nuove repressioni da parte del regime e finché esisterà questo regime in Iran nessuno sarà mai sicuro.

    Abbiamo detto prima affari, gli affari guidano le scelte di troppi capi di Stato, perché si può forse immaginare che Trump, prima di lanciare le sue bombe non abbia parlato con Putin e che non ci sia nessun collegamento con la conseguente posizione moderata dello zar, alleato dell’Iran, di fronte all’attacco americano e poi la dichiarazione del pentagono di non mandare più armi a Kiev?

    Proprio dopo le bombe americane la Russia ha intensificato gli attacchi all’Ucraina.

    Dopo il no del pentagono ora nuovamente Trump fa intendere che potrebbe ripensarci, è già la seconda volta in poco tempo che gli Stati Uniti mollano l’Ucraina e poi dopo nuovi massacri ci ripensa, nel frattempo sono morte un altro po’ di civili per accontentare la sete di sangue di Putin.

    Intanto a Gaza tutto procede come sempre, morti su morti mentre da mesi si blatera inutilmente di tregua e ostaggi da liberare.

    C’è una morale in tutto questo? Sì, che il mondo, in questo momento soprattutto, è governato da persone che non hanno nessuna morale e, cosa che forse è ancora peggio, da troppi leader incapaci di visione del futuro e tesi solo al loro personale ed immediato tornaconto in termini di potere ed affari ed accecati dal loro narcisismo.

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