Iran

  • Da che parte stare

    Telegram, con 90 milioni di utenti russi, sarà completamente bloccato dal regime di Putin che ormai, da lunghissimo tempo, sta impedendo ai suoi cittadini ogni possibilità di avere notizie da una stampa libera.

    Contemporaneamente Putin accusa gli Stati Uniti ed Israele di violazione delle leggi internazionali perché sono intervenuti in Iran per impedire che il sanguinoso regime degli ayatollah possa minacciare i paesi vicini, con la bomba atomica, e per dare una speranza di libertà agli iraniani che, da anni, stanno combattendo per la loro libertà subendo delle vere e proprie uccisioni di massa.

    A prescindere da personaggi equivoci come Orban, per non dire di peggio, i paesi europei sanno bene da che parte sta la ragione ed il diritto e continuano nel loro impegno in aiuto dell’Ucraina, occorre però che gli Stati Uniti si dimostrino finalmente più decisi nei rapporti con lo zar, troppe volte Trump si è dimostrato accondiscendente.
    L’attacco all’Iran avrà anche il vantaggio di impedire all’Iran di continuare a fornire i suoi micidiali droni alla Russia, che paga generalmente in oro, e che massacrano i civili ucraini.

  • L’Iran ha fatto shopping a Mosca: acquistate armi per 500 milioni di euro

    L’Iran avrebbe firmato a dicembre a Mosca un accordo segreto da 500 milioni di euro con la Russia per acquistare 500 lanciatori Manpads Verba e 2.500 missili 9M336. È quanto emerge da documenti russi visionati dal “Financial Times”, secondo cui le consegne sarebbero previste in tre tranche dal 2027 al 2029, ma alcune unità potrebbero essere già state consegnate. La notizia arriva mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha concentrato forze militari Usa in Medio Oriente, minacciando Teheran di attacchi se non accetterà limiti al programma nucleare.

    L’Iran avrebbe formalmente richiesto i sistemi russi lo scorso luglio, secondo il “Financial Times”, pochi giorni dopo la fine del conflitto di 12 giorni in cui gli Stati Uniti si sono uniti a Israele negli attacchi contro tre importanti impianti nucleari iraniani. Il nuovo accordo sui Verba sarebbe stato negoziato tra Rosoboronexport, l’agenzia statale russa per l’export di armamenti, e il rappresentante a Mosca del ministero iraniano della Difesa e della Logistica delle Forze armate. Il contratto sarebbe stato organizzato da Ruhollah Katebi, funzionario del ministero iraniano con base a Mosca, che in precedenza aveva contribuito a mediare la vendita da parte dell’Iran di centinaia di missili balistici a corto raggio Fath-360 per l’uso nell’invasione russa dell’Ucraina. Gli Usa hanno sanzionato Katebi nel 2024 per aver agito per conto del dicastero di Teheran; il Dipartimento del Tesoro Usa lo ha descritto come “il punto di contatto del governo russo” con il ministero della Difesa iraniano.

    Dal canto suo, l’ambasciatore iraniano a Mosca, Kazem Jalali, aveva già apparentemente confermato questa settimana che diversi voli provenienti dalla Russia in tempi recenti avrebbero contenuto carichi militari. “Sono anni che abbiamo firmato solidi accordi militari e di difesa con la Russia. Posso solo dire che questi aerei dimostrano che quegli accordi vengono attuati”, aveva dichiarato alla televisione di Stato Jalali, senza fornire ulteriori dettagli.

    Un aereo cargo russo Ilyushin Il-76TD ha effettuato almeno tre voli negli ultimi otto giorni da Mineralnye Vody, nel Caucaso settentrionale, alla città iraniana di Karaj e almeno un altro Il-76 ha volato verso l’Iran a fine dicembre. Secondo quanto riportato, l’Iran avrebbe ricevuto fino a sei elicotteri d’attacco Mi-28 russi a gennaio e ne avrebbe utilizzato uno a Teheran questo mese. Secondo i documenti visionati da “Financial Times”, Rosoboronexport venderebbe all’Iran i missili 9M336 al prezzo di 170 mila euro l’uno e i lanciatori Verba a 40 mila euro ciascuno. Inoltre, l’accordo includerebbe anche 500 visori notturni Mowgli-2.

    L’accordo segna una cooperazione militare continua tra Iran e Russia: Teheran ha fornito a Mosca droni e missili negli ultimi due anni durante l’invasione russa dell’Ucraina, e i due Paesi hanno firmato un trattato di rafforzamento dei legami bilaterali nel gennaio 2025; l’Iran ha cercato inoltre di acquisire due squadroni dei caccia avanzati Sukhoi Su-35 dalla Russia, anche se funzionari a Teheran avrebbero lamentato ritardi nell’esecuzione dell’ordine. Secondo Pavel Luzin, senior fellow del Center for European Policy Analysis, citato da “Financial Times”, la disponibilità di Mosca a fornire armi a Teheran indica anche che la Russia non ha alcun interesse a rispettare le sanzioni Onu “snapback” contro l’Iran.

  • Che cos’è l’autodefinitasi Repubblica Islamica dell’Iran

    Tra le varie crisi violente attualmente in corso nel mondo voglio mettere la lente di ingrandimento su uno di loro: l’Iran.

    Voglio innanzitutto premettere che ho sempre guardato con disgusto quelle realtà ove chierici di ogni religione o ideologia pretendono di guidare secolarmente la società imponendo a tutti i loro credi e decidendo cosa è giusto e cosa sbagliato. Gli ayatollah iraniani mi ripugnano come gli altri, né più né meno. Più precisamente, li sento pericolosi esattamente come tutti gli invasati, politici o religiosi in buona o cattiva fede che siano, perché non tollerano che possano esistere altre “verità” e usano tutti i mezzi per imporre la loro volontà e mantenere il potere su tutto e su tutti. Fatta questa premessa doverosa, andiamo a guardare cos’è oggi l’autodefinitasi Repubblica Islamica dell’Iran.

    Nonostante la stragrande maggioranza della popolazione si consideri islamica sciita (circa 90%), sono riconosciute nella locale Costituzione altre religioni quali la cristiana (0,2-0,7), l’ebrea (0,01), la islamico-sunnita (7%), lo zoroastrismo (0,1). I cristiani hanno diritto a tre seggi nel locale parlamento (2 per gli armeni e 1 per gli assiri/caldei) e gli zoroastriani e gli ebrei un seggio ciascuno. Non risultano persecuzioni di carattere religioso e, nonostante la fortissima campagna del Governo contro Israele, gli ebrei locali sono comunemente accettati e possono tranquillamente frequentare le loro sinagoghe e condurre una vita regolarmente integrata nella società. I sunniti non hanno seggi assegnati poiché possono regolarmente essere eletti come gli sciiti in quanto islamici. Uno dei principali medici di Khomeini fu ebreo. Nel paese esiste da sempre una forte corruzione in costante crescita, proporzionale alla crisi economica e all’inflazione in gran parte dovute alle sanzioni e alla cattiva amministrazione. La maggior parte del potere economico è entrato via via sotto il controllo dei Pasdaran (le Guardia Rivoluzionarie) anche se c’è anche una fortissima componente privata. Le aziende indipendenti godono di una relativa libertà d’azione, purché questa non disturbi le volontà del Governo e delle Guardie. Molti iraniani devono le loro entrate direttamente o indirettamente allo Stato e ciò garantisce un certo consenso di base. Anche le numerose Organizzazioni Benefiche sono legate al clero locale e ciò costituisce un’altra forma di controllo sulla società. Tuttavia, il discredito di cui gli Ayatollah e i loro accoliti è molto esteso perché a loro si fa giustamente risalire la responsabilità della corruzione, del malgoverno e delle restrizioni alle libertà individuali. Anche se le donne iraniane non godono delle stesse libertà di cui godono in occidente, a differenza di ciò che succede in Afghanistan o perfino in Arabia Saudita, non si può sottovalutare il fatto che si sono avute donne ministro e che alle università sono iscritte più femmine che maschi. Il livello medio d’istruzione è molto più alto che in ogni altro Stato medio-orientale (salvo Israele) e nelle strade, nella musica, nella letteratura e nelle conversazioni private si sente il respiro di una cultura millenaria ben precedente all’arrivo dell’islamismo. Il malcontento è abbastanza diffuso ma, come spesso succede ovunque, è più forte nelle città che nelle campagne. Ciò che ha spinto e spinge ancora i manifestanti nelle strade è più la crisi economica della volontà di un cambiamento di regime, anche se coloro che auspicherebbero la fine del dominio degli Ayatollah sono sempre più numerosi. Quando mi trovai in Iran durante i pochi anni del funzionamento dello JCPOA notai la grande soddisfazione della gente comune nell’intravedere un nuovo legame di collaborazione con i Paesi Europei e con gli Stati Uniti e, soprattutto i giovani, erano finalmente contenti e orgogliosi di potersi confrontare alla pari con qualche cultura diversa. Mentre guardano con una certa simpatia verso l’Occidente, non dimenticano però un loro forte sentimento patriottico unitario nonostante la presenza nel Paese di varie nazionalità. Queste differenze etniche che altrove potrebbero essere oggetto di rivendicazioni separatiste hanno poco risalto in Iran ove la maggior parte di loro, pur nelle differenze si sente “iraniana”. Tale aspetto non può essere sottovalutato poiché, in caso di un attacco straniero dall’esterno, è molto probabile che anche le minoranze si ricompattino con lo Stato centrale contro un possibile “nemico invasore”. A puri fini di statistica, le etnie sono così suddivise: persiani circa il61%, azeri di lingua turca tra il 16 e il 24%, curdi tra il 7 e il 10%, lurs (nelle regioni occidentali) il 7%, arabi 3%, balushi 2%, turkmeni 2%, Qashqai (ex-nomadi turcofoni presenti soprattutto nella regione di Shiraz) e altri 2%.

    Attualmente gli americani stanno cercando di forzare la mano verso un accordo con il regime usando contemporaneamente il bastone e la carota. Il primo consiste nelle minacce di attacco e lo spiegamento conseguente di grandi forze militari nei mari del Golfo, oltre che un appesantimento delle sanzioni. Il secondo è l’apertura (condivisa) alla possibilità di un’intesa diplomatica. Naturalmente tutti speriamo che sia la “carota” a prevalere ma non ci si può nascondere che la strada di un accordo non sia agevole. Agli americani e ai loro sodali non interessano né l’instaurazione di una qualche democrazia, né, di là dalle dichiarazioni ufficiali, la sorte dei manifestanti rimasti uccisi durante i recenti scontri (mai si è alzata una voce forte del Governo americano contro il massacro dei palestinesi di Gaza). Ciò che a Washington e ai suoi sodali interessa è quanto segue: neutralizzazione totale di ogni velleità atomica di Tehran, eliminazione delle riserve missilistiche, fine del sostegno ai “proxi” in tutto il medio-oriente, diminuzione della vicinanza alla Cina e alla Russia e, possibilmente, crollo del regime immediato o futuro. Ciò che gli iraniani vorrebbero è: fine delle sanzioni o almeno una loro riduzione, certezza che Israele (e gli USA) non attacchino più, libertà di scegliersi gli interlocutori internazionali che preferiscono. Il regime sa bene che il popolo iraniano non riuscirà a resistere al crescente aumento dell’inflazione, alle disparità sociali che aumentano, alla disoccupazione, all’inefficienza delle amministrazioni causate soprattutto da sanzioni economiche paralizzanti. È per questo che ha accettato di provare a negoziare.

    Mentre sull’eliminazione delle velleità nucleari esistono buone possibilità di intendersi (d’altra parte l’Iran, a differenza di Israele, ha firmato da tempo l’accordo per la limitazione delle armi nucleari), rinunciare alle proprie difese missilistiche e abbandonare del tutto la battaglia per i diritti dei palestinesi contro le prepotenze israeliane significherebbe, per Tehran, diventare nel futuro un preda molto più facile da parte di chi è oggi percepito come nemico più o meno mortale quali Israele, l’Arabia Saudita e perfino la Turchia. In altre parole, sarebbe perdere ogni reale sovranità per sottostare ai diktat di chiunque voglia ricattarli con la forza militare. Ovviamente, in diplomazia tutte le strade sono sempre aperte e resta sempre possibile trovare una qualche intesa che salvi a tutti la faccia. Ciò che sarebbe invece, da parte degli americani e dei sodali, un gravissimo errore sarebbe davvero attuare le minacce di guerra perché in questo caso il risultato non sarebbe certo quello ottenuto in Venezuela. Anche l’eliminazione di Khamenei non risolverebbe il problema poiché è già prevista la modalità di una possibile sostituzione e il potere a Tehran è sufficientemente diversificato da sopravvivere a ogni decapitazione. È pur vero che sia possibile che agenti del Mossad, della CIA (o altre agenzie americane) e dei Mujahiddin del Popolo abbiano dei loro infiltrati in alcune strutture istituzionali e tra i protestanti ma questo non basterebbe a impedire una forte reazione dei Pasdaran in tutto il territorio, una reazione avversa della popolazione e il blocco totale dell’economia. L’ipotesi che Reza Pahlevi possa costituire un’alternativa politica viabile è una pura illusione creata soprattutto dagli israeliani perché la sua popolarità in patria è praticamente nulla. Inoltre, gli iraniani, se attaccati, reagirebbero con azioni anche fuori del loro territorio allargando il conflitto almeno su Israele e altrove. Anche durante i recenti bombardamenti israeliani e americani, la reazione di Tehran è stata pronta e molto forte e, nonostante Tel Aviv abbia cercato di minimizzare, i danni subiti da Israele sono stati ingenti. Proprio per l’eventualità giudicata possibile che il conflitto si allarghi, sia la Turchia sia gli Emirati sia l’Arabia Saudita che il Pakistan stanno premendo sugli americani affinché cerchino soltanto soluzioni negoziali e non commettano l’errore di un attacco.

    Anche la Cina, pur prudente come sempre, non potrebbe restare del tutto silente nel caso gli USA o Israele (o entrambi) mettano completamente a rischio le sue forniture di petrolio (scontato) in arrivo dall’Iran.

    In Venezuela Trump è riuscito, almeno per ora (ma ne parleremo), a ottenere ciò che si era prefissato ma la situazione in Iran è molto più complicata, oltre che geograficamente molto lontana.

    Un accordo darebbe certamente al regime una possibilità maggiore di sopravvivenza ma in Iran ogni possibile cambiamento politico non può che derivare da dentro il Paese. Il regime sa di essere in una posizione di debolezza interna e percepisce il crescente malcontento. Infatti ha allentato alcune norme quali l’obbligo del velo alle donne (qui va comunque ricordato che molte donne, per tradizione, lo mettono volontariamente e che è normalmente indossato lasciando fuori il ciuffo frontale, cosa che non succede in Arabia Saudita e nemmeno tra le nostre suore), ha consentito l’elezione di un Presidente (comunque con poteri limitati) considerato “moderato” e ha richiamato all’ordine la prepotenza dei Basiji intimando maggiore tolleranza. Una diminuzione del numero e del tipo di sanzioni economiche darebbe fiato al regime e contribuirebbe a sedare una parte delle proteste popolari ma, a chi conosce un poco l’Iran, ciò che sembra ineluttabile è che il regime secolare degli Ayatollah è sulla strada del disfacimento ed è solo questione di tempo, magari non brevissimo, prima che possa collare del tutto.

  • Meditazioni

    Più o meno da ogni parte, libri, riviste, social, arrivano inviti alla meditazione come strumento di antinvecchiamento, conoscenza di sé, depurazione fisica e psichica.

    Sociologi, psicologi, nutrizionisti ci invitano a dedicare del tempo, specifico e non occasionale, alla meditazione, pratica che da secoli i popoli orientali conoscono e applicano.

    Oggi anch’io vi chiedo cinque minuti, non più di cinque, per una meditazione che ci porti lontano dai social, dalle notizie mordi e fuggi, dalle incombenze della nostra vita divenute sempre più travolgenti, pressanti, coinvolgenti, spesso un po’ angoscianti.

    Chiudiamo gli occhi o fissiamo un punto fermo, un muro, un albero, il nostro amico peloso che dorme felice sapendo di averci vicino, scegliete voi.

    E pensiamo: un black out, un terremoto, una bomba, un hacker, non importa chi, ci ha tolto la corrente, la casa piomba nel buio, il frigorifero sgela le nostre provviste, il riscaldamento è fermo mentre fuori, e poi dentro, la temperatura è sempre più gelida.

    Non possiamo fare nulla se non subire, non possiamo muoverci, i mezzi non vanno, le pompe di benzina non funzionano, radio e tv sono mute, i tanto amati social e tutto internet è bloccato, impensabile poter ritirare soldi dalla banca o pagare col bancomat o comunicare con amici e parenti per trovare conforto, siamo soli, isolati, gelati, tra un po’ saremo anche affamati e la pila della torcia si sta esaurendo.

    Uno scenario impossibile?

    Non se siete in Ucraina

    Non se siete a Gaza o in Iran

    Non se siete anche qui, in Italia, se qualcuno decidesse che è venuto il momento di attaccare anche il nostro bel paese perché, quando il potere ed il denaro stigmatizzano che l’unica legge internazionale che vige è la legge del più forte, noi non siamo che altre pedine di un disegno che ci ha reso dipendenti da strumenti e uomini che non possiamo controllare.

    La nostra è stata una meditazione semplice, breve, che certo non rasserena ma che può metterci un po’ più in sintonia con coloro che queste esperienze, ed altre ben peggiori, le stanno effettivamente vivendo e non solo immaginando e forse, anche se il Covid sembra non averci insegnato niente, potremmo cominciare a ragionare sulla necessità, anche per noi stessi, di provare empatia per gli altri, per il mondo che ci circonda.

    Potremmo riscoprire il dialogo come confronto e non come strumento di reciproca prevaricazione o contestazione, a prescindere dell’altro.

    Potremmo ripensare a cosa si prova vedendo scomparire casa, ricordi, beni come a Niscemi o peggio come nel terremoto di Reggio Calabria e Messina, agli inizi del ‘900, con la morte della metà degli abitanti, potremmo cominciare ad essere grati per quanto abbiamo e pensare a chi è privo di tutto, anche della libertà, quella libertà della quale altri abusano.

  • Le terre rare della Groenlandia valgono più della vita degli iraniani

    Dopo aver dichiarato, durante le violenze del regime iraniano contro il suo popolo sceso nelle strade per cercare libertà, che non avrebbe tollerato ulteriori massacri o esecuzioni, Trump si è fidato della parola degli aguzzini, così sono stati inutilmente trucidate migliaia e migliaia di persone inermi, si sono tornate a programmare le impiccagioni e le famiglie degli uccisi sono ora controllate, ricattate e costrette a pagare per avere indietro le salme dei loro cari.

    Trump pensa alla Groenlandia e perciò non vuole infastidire su altri fronti, Ucraina ed Iran, i colleghi Putin e Xi-Jinping.

    Il regime degli ayatollah sembra aver ripreso il controllo e che una volta ancora il popolo sia stato schiacciato dalla repressione cruenta e crudele.

    Comprendendo la difficoltà di una situazione complessa  come quella di quell’area geografica, è già un passo avanti se diversi i paesi arabi riconoscono Israele mentre ancora si attende se e come saranno demilitarizzati i terroristi di Hamas, non riusciamo però a giustificare la mancanza di alcuni interventi americani che avrebbero aiutato la popolazione a raggiungere lo scopo per il quale tante persone, si parla di trentamila, si sono sacrificate accettando di morire affinché milioni di altri loro concittadini potessero vivere in  libertà, giustizia, democrazia.

    Agli Stati Uniti non mancavano e non mancano certo gli strumenti tecnologici ed informatici che, se utilizzati subito, avrebbero messo in ginocchio il sistema, bastava bloccare le comunicazioni delle televisioni e radio del regime, i sistemi di comunicazione, interne al regime stesso, tra forze armate, guardiani della rivoluzione, centrali elettriche, centri nevralgici e tutto quanto consentiva al potere di organizzare la sanguinaria repressione.

    La guerra si fa anche così, lo sa bene Putin che con i suoi hacker, giusto per dare un saggio di quello che sarebbe in grado di fare, da tempo mette in tilt aeroporti e strutture sensibili europee creando danni apparentemente per ora solo marginali ma che, se usati su larga scala, porterebbero alla paralisi del nostro sistema.

    Non si chiedeva a Trump di rapire la guida suprema iraniana, come ha fatto con Maduro, o di mandare missili o corpi speciali ma di usare la tecnologia americana per dare un aiuto concreto a chi, sfidando, e spesso trovando, la morte si batteva contro uno dei regimi più pericolosi sia verso il suo popolo che verso il contesto internazionale.

    Ancora una volta, per il presidente americano, gli affari hanno prevalso, infatti la Groenlandia si può benissimo difendere da attacchi russi o cinesi attraverso la NATO, della quale gli Stati Uniti fanno ancora parte, e alla quale Trump avrebbe potuto offrire, anche in parte a pagamento, lo scudo dorato che gli Stati Uniti stanno preparando per difendere i cieli da qualunque attacco.

    Prendersela con i paesi europei, minacciando o applicando dazi, oltre che dannoso è ridicolo e tragico nello stesso tempo, gli europei hanno il dovere di difendere la Groenlandia anche per difendere se stessi e quel poco di diritto internazionale che ancora sta in piedi, ma Trump, come Putin e Xi Jinping, vuole le terre rare delle quali la Groenlandia è ricca e che servono a tutti gli Stati per fare funzionare la tecnologia di oggi e di domani.

    Di fronte agli interessi conta veramente poco che siano morti, e moriranno ancora, migliaia di iraniani e di ucraini, le terre rare del Donbass o sepolte sotto i ghiacciai valgono più della vita e della libertà degli esseri umani.

  • Iran, Ucraina, fare la nostra parte

    Da un lato un popolo, oppresso da più di quaranta anni da un regime liberticida e violento, è sceso nelle piazze e nelle strade in cerca di libertà e giustizia, da un altro lato del mondo un popolo sta combattendo da quattro anni contro un invasore, spregiudicato e violento, per mantenere la propria libertà.

    I morti si assommano ai morti in Iran da dove le notizie arrivano molto ridotte mentre il regime spara sulle folle, in Ucraina gli edifici distrutti, compresi gli ospedali, le infrastrutture energetiche colpite testimoniano che Putin, incapace di vincere militarmente, cerca di distruggere la capacità di vivere e perciò di resistere dei civili.

    Nel frattempo a Gaza la fase due del piano di pace non può partire perché la fase uno, di fatto, non si è realizzata e sembra improbabile si realizzi mentre la popolazione civile continua a patire ed a morire.

    Non aiutano certo i palestinesi le violente manifestazioni italiane dei proPal ma forse aiuterebbe il popolo iraniano e quello ucraino se anche noi cittadini, che crediamo nella libertà e nella democrazia, facessimo sentire la nostra voce, al di là di ogni appartenenza politica e sostenessimo, sia nelle piazze che in tutte le occasioni possibili, la fine del regime degli ayatollah e il ritiro di Putin dalle terre ucraine.

    Aiuterebbe sapere con certezza che da oggi in avanti nessuno farà più affari di alcun tipo con l’Iran del regime e con la Russia di Putin, cessando le famigerate triangolazioni che hanno impedite di far sentire con più forza la stretta delle sanzioni ed hanno arricchito alcuni mentre tanti altri morivano.

    Tutti sanno che gli affari poco puliti aiutano i criminali, compresi quelli politici, tutti sembrano non ricordare che molta parte dello sviluppo economico della Cina, sostenitrice di Putin e dell’Iran, si è raggiunto per le tante merci contraffatte ed illegali che anche imprenditori italiani hanno commissionato e venduto.

    Cerchiamo di fare, per quel che possiamo, la nostra parte così, forse, anche la politica smetterà di polemizzare sul nulla e avvierà, anche da parte dell’opposizione, sempre più chiacchierona e mai propositiva, un nuovo percorso che aiuti chi sta morendo in nome della libertà e dei diritti umani che per noi, essendo la norma, sembrano non contare più a sufficienza.

  • Iranian director given jail sentence while on trip to collect US awards

    Award-winning Iranian film-maker Jafar Panahi has been given a prison sentence on charges of creating propaganda against the political system, his lawyer has said, on the same day his new film won a string of awards in the US.

    Panahi has been handed a one-year sentence and a travel ban in Iran, his lawyer said on Monday.

    However, he was in New York to pick up three prizes, including best director, at the Gotham Awards for his latest film, It Was Just An Accident, which he shot illegally in Iran.

    Panahi, 65, has served two previous spells in prison in his home country, and said in an interview shortly before receiving his latest sentence that he planned to return.

    Film-makers ‘risking everything’

    Panahi is one of Iran’s leading directors but has been subjected to constraints from authorities including a ban on making films in the country as well as the prison sentences and travel restrictions.

    He didn’t refer to the new sentence in his Gotham Awards speeches, but praised “film-makers who keep the camera rolling in silence, without support, and at times, by risking everything they have, only with their faith in truth and humanity”.

    He added: “I hope that this dedication will be considered a small tribute to all film-makers who have been deprived of the right to see and to be seen, but continue to create and to exist.”

    It Was Just An Accident also won best screenplay and best international film, and is expected to be a contender at the Oscars in Hollywood in the spring.

    Panahi covertly shot the film, which tells the tale of five ordinary Iranians who are confronted with a man they believed tortured some of them in jail.

    He has said it was partly inspired by his last spell in jail and stories that other prisoners “told me about, the violence and the brutality of the Iranian government”.

    When the film won the top prize at the Cannes Film Festival in France in May, he used his acceptance speech to speak out against the restrictions of the regime.

    Panahi was jailed in 2022 for protesting against the detention of two fellow film-makers who had been critical of the authorities. He was released after seven months of the six-year sentence.

    He was previously sentenced to six years in 2010 for supporting anti-government protests and creating “propaganda against the system”. He was released on conditional bail after two months.

    In an interview with the Financial Times conducted in Los Angeles shortly before his latest sentence was delivered, he recalled a recent conversation with an elderly Iranian exile who he had met in the city.

    “She begged me not to go back,” he said. “But I told her I can’t live outside Iran. I can’t adapt to anywhere else.

    “And I said she shouldn’t worry, because what are the officials going to do that they haven’t done already?”

  • C’è una morale?

    Nei giorni scorsi è stato detto, scritto, dichiarato, in ogni forma, che, grazie all’intervento americano, il nucleare iraniano era stato annientato o almeno reso impossibile da realizzarne per molti anni.

    Ora apprendiamo che l’Iran avrà un ritardo nel suo programma per il nucleare al massimo di due anni!

    Nel frattempo le repressioni, volute dalla guida suprema Ali Khamenei e dalle sue guardie, sono aumentate a dismisura e, cifra ufficiale e perciò da ritenere in realtà decisamente più alta, sono già stati incarcerati e accusati di connivenza col nemico più di mille persone con il solito aumento di condanne a morte precedute da sevizie di ogni tipo.

    Trump e Netanyahu penseranno di aver ottenuto un ottimo risultato, noi pensiamo che una volta di più si sia fatto un grande spettacolo senza tenere conto delle conseguenze che, come sempre, pagano le persone normali mentre i potenti pensano ai loro affari.

    Rimaniamo dell’avviso che di guerra si deve parlare, se si decide di fare la guerra deve essere fatta come un’operazione chirurgica che risolva il problema e non lo rinvii solo di qualche tempo, se l’Iran non deve, per i noti motivi più che legittimi, poter avere la bomba atomica è evidente che la così detta guerra dei dodici giorni non è stata risolutiva ma ha causato nuove repressioni da parte del regime e finché esisterà questo regime in Iran nessuno sarà mai sicuro.

    Abbiamo detto prima affari, gli affari guidano le scelte di troppi capi di Stato, perché si può forse immaginare che Trump, prima di lanciare le sue bombe non abbia parlato con Putin e che non ci sia nessun collegamento con la conseguente posizione moderata dello zar, alleato dell’Iran, di fronte all’attacco americano e poi la dichiarazione del pentagono di non mandare più armi a Kiev?

    Proprio dopo le bombe americane la Russia ha intensificato gli attacchi all’Ucraina.

    Dopo il no del pentagono ora nuovamente Trump fa intendere che potrebbe ripensarci, è già la seconda volta in poco tempo che gli Stati Uniti mollano l’Ucraina e poi dopo nuovi massacri ci ripensa, nel frattempo sono morte un altro po’ di civili per accontentare la sete di sangue di Putin.

    Intanto a Gaza tutto procede come sempre, morti su morti mentre da mesi si blatera inutilmente di tregua e ostaggi da liberare.

    C’è una morale in tutto questo? Sì, che il mondo, in questo momento soprattutto, è governato da persone che non hanno nessuna morale e, cosa che forse è ancora peggio, da troppi leader incapaci di visione del futuro e tesi solo al loro personale ed immediato tornaconto in termini di potere ed affari ed accecati dal loro narcisismo.

  • Ognuno dovrebbe assumersi le proprie responsabilità

    È difficile sapere cosa sia la verità, ma a volte è molto facile riconoscere una falsità.

    Albert Einstein

    L’evangelista Matteo era convinto che l’ipocrisia è un vizio. Nel suo Vangelo, ammoniva in modo perentorio: “Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Matteo 7/5).  Ma l’ipocrisia non è il solo vizio, il solo male del genere umano. I concetti del bene e del male sono trattati già dall’antichità. Per Socrate, il noto filosofo della Grecia antica, “Il male è ignoranza, mentre il bene è conoscenza, cultura, sapienza”. Anche per Platone, un altro rinomato filosofo della Grecia antica, il bene rappresentava l’idea suprema, invece il male era legato all’ignoranza. I sani principi morali, i valori fondamentali, definiti in base alle tante esperienze vissute e spesso anche sofferte del genere umano nel corso dei secoli, rappresentano le fondamenta delle diverse culture e lo sviluppo delle società.

    La lotta tra il bene ed il male non è un tema trattato solo dai filosofi e dai rappresentati delle diverse religioni. La lotta tra il bene ed il male è reale, è presente nella vita quotidiana. Da secoli ormai sono stati definiti e classificati gli atteggiamenti e le azioni dell’essere umano che portano al male. Da secoli quegli atteggiamenti ed azioni sono stati inseriti anche nei codici giuridici, compreso quello penale. E come tali sono stati trattati e giudicati. Ma non sono solo i sistemi giudiziari a svolgere questo compito. In base ai principi morali ormai stabiliti, nonché ai valori fondamentali e ai diritti del genere umano, anche l’opinione pubblica valuta quello che fanno, tra gli altri, anche le persone che hanno delle responsabilità sia a livello locale che a quello internazionale.

    E proprio la responsabilità delle autorità dei singoli Paesi si valuta quando decidono di cominciare dei conflitti armati. Conflitti che, da anni, sono presenti in varie parti del mondo e che hanno causato e tutt’ora stanno causando perdite di innocenti vite umane e tante sofferenze. Purtroppo, dal 13 giungo scorso, un nuovo preoccupante e molto pericoloso conflitto è cominciato nel Medio Oriente, dopo gli attacchi missilistici di Israele contro l’Iran e l’immediata risposta dello stesso Iran. Un conflitto nel quale sono stati direttamente coinvolti, dalle primissime ore di domenica scorsa, 22 giugno, anche gli Stati Uniti d’America, bombardando tre importanti siti nucleari in Iran. L’operazione è stata denominata “Midnight Hammer” (Martello di mezzanotte; n.d.a.). Si è trattato di un pesante bombardamento, nonostante il presidente statunitense avesse dichiarato, alcuni giorni fa, che la decisione su un coinvolgimento degli Stati Uniti doveva essere presa non prima di due settimane. Tempo durante il quale si doveva negoziare con l’Iran.

    Ovviamente si tratta di un conflitto che ad ora coinvolge direttamente Israele, l’Iran e gli Stati Uniti d’America. Ma si tratta di un conflitto che, vista l’importanza, potrebbe oltrepassare i confini regionali, coinvolgendo, direttamente o indirettamente, anche altri Paesi. Sono state immediate le reazioni iraniane. Il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran ha dichiarato perentorio che “L’Iran risponderà con durezza, fermezza e in modo tale da far pentire chi lo ha aggredito!”. Tramite la televisione di Stato, le autorità iraniane hanno dichiarato che “Ogni cittadino americano, o militare nella regione, è ora un legittimo obiettivo”. Mentre i rappresentanti dei Guardiani della Rivoluzione iraniana, una struttura militare costituita nel 1979, noti anche come i pasdaran, hanno dichiarato, dopo gli attacchi statunitensi di domenica scorsa, che “Adesso è iniziata la guerra!”. Subito dopo i bombardamenti dei tre siti nucleari in Iran da parte dell’aviazione degli Stati Uniti, ha reagito anche il movimento yemenita Ansar Allah (I partigiani di Dio; n.d.a.), comunemente noto come “Houthi”, minacciando gravi ripercussioni per gli Stati Uniti.

    Dopo l’attacco aereo sui tre siti nucleari in Iran, ha reagito anche il presidente statunitense. Con il suo solito modo di vantarsi, ormai sfoggiato molto spesso, da quando ha cominciato il suo secondo mandato nel gennaio scorso, il presidente statunitense, riferendosi proprio agli attacchi aerei, ha dichiarato che “….nessun altro esercito al mondo avrebbe potuto fare”. Aggiungendo che si trattava di uno “spettacolare successo militare” e che “adesso è l’ora della pace”. Ma ha anche dichiarato, minacciando l’Iran, che il Futuro dell’Iran è “pace o tragedia”, aggiungendo che “qualsiasi ritorsione dell’Iran contro gli Stati Uniti sarà contrastata con una forza molto superiore a quella di questa sera”. Ma anche questo fa parte dello stile del presidente statunitense. E chissà perché, dopo quegli attacchi aerei, si sta parlando anche della consegna del premio Nobel per la Pace al presidente degli Stati Uniti d’America, per la sua decisione presa!

    Ma sempre dopo gli attacchi aerei statunitensi sui tre siti nucleari in Iran, il segretario di Stato statunitense ha parlato di nuovo, durante il pomeriggio di domenica scorsa, di una ripresa dei negoziati. Lui ha affermato che “Gli Stati Uniti permetterebbero all’Iran di gestire centrali nucleari, ma non di arricchire il proprio combustibile”. In più il segretario di Stato, riferendosi alle massime autorità iraniane, ha dichiarato: “Siamo pronti a parlare con loro domani”. Ma come il suo diretto superiore ha, allo stesso tempo, minacciato le massime autorità iraniane dichiarando che “…Non siamo interessati a conflitti prolungati in Medio Oriente. Ma c’è una domanda su come si raggiunge la pace. E noi crediamo che il modo per raggiungere la pace sia attraverso la forza.”.

    Dopo gli attacchi aerei statunitensi sui tre siti nucleari in Iran domenica scorsa, hanno reagito anche il primo ministro israeliano, i massimi rappresentanti europei, nonché i presidenti della Russia, della Cina, della Turchia e di altri Paesi arabi. Il primo ministro israeliano è stato il solo ad aver ringraziato il presidente degli Stati Uniti d’America per la sua decisione di attaccare l’Iran. Una decisione che, come risulta, è stata presa senza consultare il Congresso. Ma questa è una questione interna degli Stati Uniti. Il primo ministro israeliano ha considerato la decisione statunitense una “decisione coraggiosa che cambierà la storia”. In seguito, nel pomeriggio di domenica scorsa, lui è andato al Muro del Pianto a Gerusalemme. Un luogo sacro per gli ebrei dove pregano. Anche il primo ministro israeliano ha pregato per il “successo della guerra contro l’Iran e per Trump”. Da fonti mediatiche si è saputo che nel testo della preghiera era scritto: “…Possa il presidente degli Stati Uniti essere elevato per essersi assunto la responsabilità di espellere il male e l’oscurità dal mondo”. E per il primo ministro israelita, il male risiede in Iran.

    Dopo gli attacchi statunitensi la Russia, la Cina e il Pakistan hanno chiesto l’approvazione di una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per rendere possibile “un cessate il fuoco immediato e incondizionato” tra Iran, Israele e Stati Uniti. La Russia e la Cina avevano espresso, nel frattempo, la loro condanna per gli attacchi aerei statunitensi, mentre i massimi rappresentanti dei Paesi europei hanno chiesto all’Iran di ricominciare i negoziati e di non intraprendere ulteriori azioni che possano destabilizzare la regione. Nel frattempo però il conflitto continua.

    Chi scrive queste righe giudica che ognuno dovrebbe assumersi le proprie responsabilità sia per la situazione in Medio Oriente, sia per le preoccupanti conseguenze ad essa legate, comprese le crisi economiche e finanziarie, che potrebbero verificarsi in seguito. Ma chi scrive queste righe pensa che sarà molto difficile che questo possa accadere. Perché alcuni dei “grandi del mondo” predicano bene ma razzolano male. Per alcuni di loro non valgono i principi, ma i grandi interessi geostrategici e finanziari, compresa anche la vendita delle armi. Ma nel frattempo la lotta tra il bene ed il male continua e non solo nel Medio Oriente. Aveva ragione Albert Einstein, quando affermava che è difficile sapere cosa sia la verità, ma a volte è molto facile riconoscere una falsità.

  • Chi condanna Lavrov?

    Mentre bombe, missili e droni imperversano tra Israele ed Iran e non si ferma il martellamento russo contro i civili ucraini, diventa veramente suggestiva la dichiarazione del ministro degli Esteri russo, parole che suonano come una condanna proprio a Putin, “se il diritto all’autodifesa di ogni paese, sancito dalla carta delle Nazioni Unite, viene interpretato in modo tale che ognuno decida quando esercitare questo diritto senza guardare alla carta questo sarà il caos totale”.
    Non possiamo che condividere le parole di Lavrov che certo si è dimenticato di pensarle e pronunciarle più di tre anni fa quando il suo capo e padrone Putin ha iniziato la sua perfida guerra espansionistica invadendo l’Ucraina,  un paese sovrano e democratico che non aveva bombe atomiche ma solo il desiderio di vivere in pace insieme all’Unione europea ed in futuro alla Nato.
    Come sempre due pesi e due misure, due verità ma una realtà sola, Putin ha invaso l’Ucraina per smania di potere e di possesso e resta una minaccia per i paesi confinanti, Israele e poi gli Stati Uniti hanno attaccato i siti nucleari dell’Iran per impedire una prossima ecatombe non solo degli israeliani.
    L’Iran ha sovvenzionato ed armato Hamas che il 7 ottobre ha compiuto una delle più efferate stragi a freddo che il mondo ricordi, l’Iran ha armato gli Houthi, con i danni conseguenti, e finanzia terroristi in ogni paese, l’Iran, per meglio dire il governo iraniano, perseguita il suo popolo, mettendo ogni giorno in carcere cittadini inermi, esegue ad ogni piè sospinto sentenze di morte, senza neppure una parvenza di  processo, il governo iraniano comanda con  la paura ed il terrore ormai da decenni e condanna le donne a vite miserevoli, questo Iran è un pericolo per la stabilità mondiale.
    Il ministro Lavrov, ministro di un dittatore che è alleato dell’Iran e della Cina e specialmente di Kim Jong-un, paesi dai quali si rifornisce di armi, quando riascolterà le sue dichiarazioni forse si accorgerà di avere condannato non Israele o gli Stati Uniti ma il capo della Russia, del suo Paese

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