medici

  • Sanità

    La sanità è uno dei problemi più urgenti dei quali il governo si deve occupare. Non perché le opposizioni ne parlano spesso, senza proporre soluzioni o dando notizie vuoi parziali, vuoi infondate, ma perché i cittadini hanno necessità di risposte rispetto alla carenza di medici di famiglia, assolutamente sotto numero rispetto alle esigenze dei territori, alle settimane, quando non mesi, di attesa per gli esami clinici, e alla mancanza di cure in alcuni settori, come ad esempio l’odontoiatria.

    La carenza di medici di famiglia, che ha anche portato all’intasamento delle strutture di pronto soccorso con conseguente necessità di aprire piccoli centri ad hoc (che spesso non funzionano), impedisce ai pochi medici presenti sul territorio quelle visite domiciliari che loro competono, specie per i loro pazienti più anziani, senza considerare che alcuni medici non le fanno comunque!

    Aver inoltre imposto ai medici di famiglia un plafond per la prescrizione di esami specialistici, salvo incorrere in sanzioni, sta negando alla popolazione, che è sempre più anziana, tutte quelle iniziative di prevenzione che, non essendo attuate, aggravano le malattie e perciò creano danno sia al singolo soggetto malato sia al costo complessivo della sanità nazionale. Dove non c’è prevenzione, infatti, poi occorre curare.

    Mentre la sanità pubblica non è più in grado di sopperire alle esigenze di chi ha bisogno di visite e di cure, continuano ad aprirsi piccoli e medi centri privati, ai quali si rivolge chi ha veramente bisogno, non appena può permetterselo, con il rischio, sempre più evidente, che lentamente la sanità pubblica vada ad esaurirsi e proliferi sempre più quella privata: poliambulatori, studi specialistici, centri diagnostici nascono anche in Comuni di 4/5 mila abitanti e il loro continuo proliferare attesta chiaramente che i cittadini sono contenti di questo servizio, anche perché non hanno quello pubblico, e chi li apre  ne ha un evidente  beneficio economico oltre che professionale, se no chiuderebbe.

    Sorge pertanto una domanda: se in un centro privato, per esempio, una lastra viene a costare 60 euro e il privato che ha aperto il centro ci guadagna anche affrontando tutte le spese che la prestazione comporta, perché mai nell’ospedale pubblico, allo Stato, questa lastra costa molto di più e soprattutto non è eseguita in tempo utile rispetto alle esigenze terapeutiche del paziente?

    Da anni sappiamo che gli stessi presidi sanitari, da una valvola per il cuore a una siringa per una puntura, acquistata dal pubblico ha un prezzo diverso in Lombardia o in Campania, in Emilia o in Sicilia. Questo dimostra come vi sia qualcosa di molto poco chiaro sul sistema acquisti delle strutture pubbliche.

    Perciò non è vero quanto sostiene Massimo Fabi, assessore regionale emiliano, che le risposte non ci sono perché le risorse sono state ridotte; in verità le risorse sono male utilizzate e la nomina politica dei responsabili delle Asl, una nomina spesso fatta non per merito tecnico e competenza, è uno dei tanti motivi della malasanità pubblica che ha anche il torto di pagare non adeguatamente i propri dipendenti, dall’infermiere al primario, e poi si trova, per supplire alle ovvie carenze di organico, a pagare gettoni astronomici a personale che arriva, anche dall’estero, per attività di 2-3 giorni.

    Un’ultima considerazione riguarda alcune grandi strutture sanitarie private convenzionate che da qualche anno invece di assumere direttamente i propri medici li recluta con contratto professionale. Molti medici di grandi ospedali privati convenzionati sono quindi liberi professionisti non sufficientemente tutelati nella struttura nella quale operano né dal punto di vista professionale né da quello economico.

    Queste poche osservazioni solo per ricordare al Presidente del Consiglio, al Ministro della Sanità e a tutto il governo che i tempi sono più che maturi per affrontare seriamente l’emergenza sanità in Italia.

  • La riorganizzazione della sanità italiana non può più aspettare

    Lunedì, dopo i dati definitivi del referendum, avremo ancora qualche giorno di polemiche, battute e tutto quanto contraddistingue la politica partitica.

    Sperando che tutto questo si esaurisca in poco tempo e tenendo conto che la guerra e le sue conseguenze, di ogni tipo, continueranno ancora per un po’, speriamo poco, ci auguriamo comunque che finalmente qualcuno cominci, seriamente, ad occuparsi dei problemi legati alla salute, o meglio alle malattie, degli italiani.

    Non è un mistero, da tempo, che non solo mancano i medici ma che molte realtà sanitarie sono diventate inefficienti anche per ingerenze partitiche.

    I medici di base sono, in gran numero, inferiori al necessario e, in troppe occasioni, irreperibili, demotivati, stressati dalla mancanza di altri colleghi il che procura, ai pochi presenti, un super lavoro, latitanti sulle visite a domicilio, in sintesi non c’è il servizio adeguato e garantito, sulla carta, sia dalla Costituzione che dalla riforma sanitaria.

    La carenza del servizio sul territorio porta al superaffollamento dei pronto soccorsi e non sono certo servite le cosiddette case della salute che continuano, in troppi casi, a non funzionare o a essere chiuse per ristrutturazione dei locali.

    Prenotare un esame diagnostico in ospedale è più difficile che vincere un terno al lotto visto che le attese, anche per necessità urgenti, sono spesso di mesi.

    Se a questi problemi aggiungiamo quelli di coloro che vivono in zone collinari, o di montagna o in piccole realtà, comprendiamo bene perché alcuni rinunciano a curarsi ed altri, quelli che possono, si rivolgono alla sanità privata.

    Basta girare nei paesi, nelle varie realtà delle province italiane e si vedrà subito come, negli ultimi anni, sia in continuo aumento l’apertura di più o meno piccoli ambulatori privati che offrono la presenza e l’assistenza  di medici di diverse specialità e di professionisti della riabilitazione, con apparecchiature moderne e prezzi accettabili.

    Ora se il privato, che giustamente lavora ed investe per guadagnare, può offrire questi servizi perché invece il pubblico è così carente nonostante tutto quello che gli italiani pagano per l’assistenza sanitaria?

    È evidente che c’è più di qualcosa che non funziona e che è urgente e necessario che il governo se ne occupi approfonditamente e con soluzioni innovative ed i certi casi drastiche, parole ne abbiamo sentite anche troppe.
    Tra i progetti che andrebbero seriamente considerati vi è anche l’istituzione di una nuova categoria di medici, tipo medici del territorio, che potrebbero avere funzioni in quelle aree scoperte dai medici di base, un progetto che prenda ad esempio, in chiave moderna e con meno compiti, quello che era il ruolo del medico condotto.

    In sintesi la riorganizzazione della sanità italiana non può più aspettare.

  • La Commissione fa il punto sul lavoro dell’Autorità europea per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie

    La Commissione ha pubblicato una relazione sul lavoro svolto dall’Autorità per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie (HERA) da quando è stata istituita oltre tre anni fa. La relazione mette in evidenza i risultati conseguiti dall’HERA nel rafforzare le capacità di preparazione e risposta a livello dell’UE, nonché nell’assumere nuovi compiti, affrontando ad esempio le questioni relative alla catena di approvvigionamento nei casi di carenza di medicinali critici. La relazione riconosce inoltre la posizione centrale dell’HERA nel quadro rafforzato di sicurezza sanitaria, in quanto contribuisce a far sì che l’UE sia meglio attrezzata per sviluppare, produrre e diffondere prodotti medici necessari per rispondere alle minacce per la salute. Vengono al contempo individuati gli ambiti in cui sono necessari miglioramenti per sfruttare al meglio il potenziale dell’HERA al fine di proteggere i cittadini e rafforzare la preparazione dell’Europa.

    Il riesame conferma che la struttura particolare dell’HERA all’interno della Commissione consente relazioni strette e costanti con le principali parti interessate, quali Stati membri, industria, società civile e agenzie dell’UE. Ciò ha contribuito all’efficacia di un’azione europea congiunta e di una cooperazione con gli attori mondiali per aumentare la sicurezza sanitaria. La relazione mette in luce anche gli ambiti in cui è necessario più lavoro, ad esempio per potenziare il coordinamento e la cooperazione con gli Stati membri e garantire flessibilità nel lavoro dell’HERA volto alla preparazione.

    L’HERA è stata istituita rapidamente nell’ottobre 2021, nel pieno della pandemia di COVID-19. La decisione con cui è stata stabilita come servizio della Commissione prevedeva perciò che quest’ultima effettuasse un riesame approfondito entro il 2025.

  • I medici in corsia nel 2032 saranno fin troppi

    Da ‘categoria in estinzione’, o quasi, a settore in sovrannumero. Appare essere questo il destino dei medici ospedalieri, stando ai numeri dell’ultimo studio del sindacato di categoria Anaao-Assomed: fino al 2027, infatti, si potrà ancora parlare di carenza di specialisti negli ospedali del Ssn, stimata in circa 20/25.000 unità. Ma lo scenario potrebbe radicalmente cambiare negli anni successivi quando, almeno fino al 2032, si potrebbe sviluppare il fenomeno contrario, cioè quello della pletora medica con ben 60.000 neolaureati. Un numero “assolutamente superiore a quello necessario a coprire i pensionamenti” e destinato a rimanere “in cerca di lavoro”. Si creerà dunque, avverte il sindacato, un esercito di camici bianchi pronto a foraggiare la sanità privata o i sistemi sanitari di mezza Europa.
    “Chi si illude – commenta Pierino Di Silverio, segretario nazionale Anaao Assomed – che la soluzione più efficace sia aumentare i posti nelle Facoltà di Medicina e Chirurgia, moltiplicando a dismisura il loro numero o quello dei Corsi di Laurea, pubblici e privati, senza prima risolvere le criticità del sistema, dimostra una pericolosa superficialità con il rischio di favorire uno sperpero di risorse pubbliche in mancanza di prospettive occupazionali all’interno del Servizio sanitario nazionale”.  Questo perchè, rileva, “gli interventi limitati all’offerta formativa appaiono sostanzialmente inefficaci nel fermare l’esodo dal sistema sanitario pubblico”, mentre è “cruciale rendere attrattivo il lavoro nell’ospedale e nei servizi territoriali per cercare di accrescere l’opzione in favore del Ssn da parte dei medici specialisti e specializzandi”. Ecco perchè, secondo il sindacato, all’offerta formativa deve essere abbinato un sistema di incentivi e di valorizzazione del lavoro medico in termini di riconoscimento sociale ed economico, oltre che di ruolo all’interno delle aziende. “Il medico oggi abbandona il Ssn perché male retribuito, aggredito, esposto a rischi di contenzioso medico-legale e privato del tempo necessario per dedicarsi senza ostacoli alla vita sociale e familiare”.
    Un ulteriore elemento che emerge dallo studio è legato all’aumento del bisogno di salute conseguente al progressivo invecchiamento della popolazione. Dal 2002 al 2022, l’età media è passata da 41,9 a 46,2 anni, gli over 65 sono passati dal 18,7% al 23,8%, gli over 80 dal 4,38% al 7,6% in rapporto alla popolazione totale. Eppure i medici in questo ventennio, si legge nello studio, “non sono aumentati così come ci si aspetterebbe, ma sono addirittura diminuiti rispetto all’anno di massima espansione delle dotazioni organiche, il 2009, e nel confronto con la media europea in rapporto a 1000 abitanti over 75”.
    Affrontare questa situazione senza interventi adeguati, sottolinea ancora Di Silverio, “è semplicemente impossibile. Non si può pensare di affrontare una richiesta di cure notevolmente più alta di 20 anni fa con una ridotta forza lavoro, stimata in 24.797 medici, tenendo conto della maggiore domanda da parte dei cittadini con oltre 75 anni di età”. Da qui le proposte dell’Anaao-Assomed, tra le quali aumentare subito il numero di medici nel Ssn facendo in modo che i giovani specialisti abbiano la possibilità di essere assunti.
    Ed ancora: “Bisogna abbattere il tetto alla spesa del personale e investire miliardi sul capitale umano, vero motore della sanità italiana”, afferma il leader sindacale. Infine, la retribuzione (con il contratto 2019/21 mediamente circa 85.000 euro lordi/anno) “deve stare al passo con i paesi europei similari: attualmente siamo fanalino di coda in Europa (media europea circa 145.000 euro), assieme a Portogallo e Grecia. Gli altri (Lussemburgo, Islanda, Olanda e Belgio per esempio) – conclude Di Silverio – viaggiano oramai sui 180.000/200.000 euro lordi/anno”.

  • Abusi scandalosi con la salute dei cittadini

    Le istituzioni passano attraverso tre periodi:

    quello dei servizi, quello dei privilegi, quello degli abusi.

    François René de Chateaubriand

    “Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per gli dèi tutti e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto”. Così cominciava il Giuramento scritto da Ippocrate tra il V ed il IV secolo avanti Cristo. Egli giurava, tra l’altro, “Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa”. E poi garantiva: “In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi”. Il testo del Giuramento finiva con l’affermazione: “E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro”. Si trattava di un giuramento che doveva essere fatto da tutti coloro che si prestavano ad esercitare la professione del medico. Nel corso dei secoli il testo del Giuramento di Ippocrate è stato modificato, senza però cambiare la sostanza degli impegni solennemente presi. Il testo attualmente in vigore comincia con l’affermazione: “Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro….”. Un medico giura anche di attenersi “…ai principi morali di umanità e solidarietà nonché a quelli civili di rispetto dell’autonomia della persona”. Il medico finisce il suo giuramento affermando: “E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro”. Così giurano i nuovi medici, ovunque, prima di iniziare la loro professione, prima di impegnarsi a salvare vite umane.

    Questo giuramento lo hanno fatto tutti i medici che esercitano anche in Albania. Ma non tutti loro, purtroppo, hanno rispettato il giuramento fatto. Sono stati molti i casi in cui i pazienti sono stati costretti a pagare quello che doveva essere coperto/rimborsato dai fondi statali. E questo non era un fatto sconosciuto. Anzi! Lo testimonia anche quanto è stato reso pubblicamente noto martedì scorso, 25 giugno. Alcuni medici e specialisti dell’ospedale oncologico della capitale sono stati accusati del reato di abuso d’ufficio. Risulterebbe che loro, invece di trattare i pazienti oncologici presso l’ospedale, li orientavano presso delle strutture private. Disgraziatamente molti pazienti terminali sono stati costretti a pagare un servizio e delle cure che dovevano essere rese gratuitamente dall’ospedale pubblico. In più è stato reso noto che mancavano quasi tutti i medicinali che dovevano essere disponibili presso le strutture pubbliche. Mentre nelle cliniche private, dove esercitavano alcuni dei medici accusati, i medicinali non mancavano. Anzi! Però si doveva pagare caro. Purtroppo, non tutti i pazienti potevano affrontare simili spese, perciò sono state tante le fatali conseguenze. Risulterebbe che, addirittura, spesso i medicinali necessari per la chemioterapia, ma non solo, arrivavano nelle cliniche private anche dall’ospedale pubblico. Ma risulterebbe anche un altro fatto clamoroso che non poteva essere stato attuato solo dall’abuso dei medici. Si tratta dell’apparecchio per la cobaltoterapia. Un apparecchio che era stato installato presso l’ospedale oncologico della capitale nel 2021. Ma purtroppo, da allora ad oggi, risulterebbe che quell’apparecchio non sia stato mai messo in funzione. E non solo. In piena violazione delle normative internazionali per le sorgenti radioattive di cui è munito, l’apparecchio è stato messo in un ambiente non protetto dalle radiazioni. E tutto questo non poteva, mai e poi mai, accadere senza l’approvazione dei dirigenti. E non solo di quelli dell’ospedale, ma anche di quelli del ministero della Sanità. Come mai e chissà perché?! Ma le cattive lingue da anni parlano e dicono quello che è stato reso noto la scorsa settimana. Le cattive lingue non hanno parlato però solo di quello che accadeva presso l’ospedale oncologico. Hanno parlato e parlano tuttora anche di quello che accade in tutti gli ospedali pubblici, e non solo nella capitale albanese. Ma coloro che sono stati e sono i veri responsabili, a tutti i livelli, del funzionamento normale delle strutture ospedaliere ed ambulatorie in Albania non hanno fatto niente perché tutto ciò non si verificasse e non accadesse. E le conseguenze di una simile irresponsabilità, così come dell’irresponsabilità dei medici, anche se non di tutti loro, sono state spesso fatali per i semplici cittadini albanesi. Per tutti coloro che non potevano affrontare le spese presso le cliniche private dove lavoravano e/o erano proprietari anche medici del servizio pubblico.

    L’attuale primo ministro albanese ha cominciato il suo primo mandato nel settembre 2013, dopo aver vinto le elezioni il 23 giugno dello stesso anno. Uno dei “punti forti” della sua campagna elettorale allora era “il servizio sanitario gratuito”. Fatti accaduti da allora in poi, fatti tutti documentati e pubblicamente noti alla mano però, testimoniano la falsità di questa promessa. Anzi, tra i primi scandali con gli appalti pubblici, clientelistici e milionari ci sono stati proprio quelli effettuati nel sistema della sanità pubblica. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito di tali scandali. Nel novembre scorso il nostro lettore veniva informato che “…Nelle ultime settimane sono stati resi noti altri dati e fatti che riguardano alcuni altri scandali clamorosi nel settore della sanità pubblica. […]. Si tratta di scandali milionari che hanno privato i poveri cittadini albanesi dei servizi sanitari di prima necessità. Servizi vitali che loro non possono permettersi, finanziariamente, per averli nelle strutture private. Si tratta di scandali che da molti anni ormai stanno arricchendo gli amici sia del primo ministro che di alcuni ministri della Sanità. Tra i più noti e clamorosi ci sono lo scandalo del controllo sanitario, conosciuto come il servizio “Check up”, e quello degli sterilizzatori” (Misere bugie per nascondere clamorosi abusi quotidiani ed altro; 27 novembre 2023). Alcuni anni fa, trattando l’irresponsabilità dei massimi rappresentanti governativi, primo ministro compreso, l’autore di queste righe scriveva per il nostro lettore: “Un altro peccato madornale quello loro, che invece di gestire responsabilmente un settore così importante come quello della Sanità pubblica, hanno parlato soltanto di immaginari successi e hanno sperperato i fondi pubblici devoluti alla Sanità, dividendoli con certi oligarchi, loro sostenitori elettorali” (Dio salvi l’Albania e gli albanesi!; 16 marzo 2020).

    Oggi, di fronte ad una simile e molto evidente realtà, il primo ministro albanese ha cercato di nuovo, come sempre, di scaricare le sue colpe ad altri. Oggi ha scelto i medici. Una preda facile, dopo lo scandalo sopracitato. Ma i medici hanno abusato, beneficiando di quello che il sistema corrotto, capeggiato proprio dal primo ministro, permette. Oggi, il primo ministro ha scoperto che quello che hanno fatto i medici dell’ospedale oncologico era “un crimine non semplicemente contro i malati, ma [contro] tutta l’umanità” (Sic!). Chissà come si dovrebbe chiamare allora quello che lui, il primo ministro ed i suoi collaboratori fanno ogni giorno contro i cittadini albanesi?!

    Chi scrive queste righe è convinto che alcuni medici hanno disonorato il Giuramento di Ippocrate.  Ma il primo ministri ha consapevolmente violato e disonorato la Costituzione della Repubblica, sulla quale ha giurato fedeltà. E, non a caso, durante questi anni si sono verificati anche degli abusi scandalosi con la salute dei cittadini. Aveva ragione François René de Chateaubriand: le istituzioni passano attraverso tre periodi: quello dei servizi, quello dei privilegi, quello degli abusi.

  • Sanità: coraggio di innovare, come Borsani aveva intuito e realizzato

    Il convegno L’impronta di Borsani sulla sanità lombarda, organizzato dall’ Assessore Franco Lucente in Regione Lombardia, ha ricordato la figura di Carlo Borsani e la sua riforma sanitaria che diede ai cittadini lombardi ad avere il diritto di scelta tra strutture sanitarie pubbliche e convenzionate

    Carlo Borsani, dopo una legislatura da consigliere comunale di Milano, divenne consigliere regionale nel 1990 e poi assessore della Sanità della Regione Lombardia dando vita ad una riforma assolutamente innovativa perché si occupava di tutti, Borsani ebbe il coraggio di affermare, nel 1997, che la maggior parte del deficit sanitario era imputabile al governo centrale, specie per quanto riguardava i costi della spesa farmaceutica.

    Il convegno ci dà lo spunto per ricordare che anche oggi gran parte delle risorse che mancano al comparto sanitario sono dovute al mal funzionamento dei controlli ed alla regolamentazione della spesa e che rimangono anche ancora inevasi i problemi legati alla carenza di medici ed alla inadeguatezza del sistema che regolamenta il servizio dei medici di famiglia.

    L’intasamento dei pronto soccorsi e le spropositate lungaggini delle liste di attesa, con le conseguenze dell’aumento dei costi per il cittadino, che deve rivolgersi al privato, o dell’inaccettabile rinuncia alle cure, potrebbero essere evitati con la riorganizzazione effettiva del lavoro dei medici di famiglia, oggi spesso non valorizzati o non sufficientemente formati.

    Il medico di famiglia deve essere il primo referente di ogni cittadino e sappiamo già che nei prossimi anni, di fronte a più di 12.000 medici che andranno in pensione, ne entreranno in servizio solo circa 10.000, lasciando così scoperti migliaia di cittadini e creando ulteriori problemi ai pronto soccorsi e perciò agli ospedali e alle liste di attesa.

    Se dopo il corso universitario gli aspiranti medici di famiglia avessero una scuola di specialità come quelli ospedalieri, se fossero loro insegnato l’uso dell’ecografo e dell’elettrocardiografo molte problematiche potrebbero essere risolte prima nei loro ambulatori e senza il continuo ricorso ad altro specialista.

    Il medico di famiglia non può essere un mero estensore di ricette altrui fatto che lo porta a snaturare la sua professionalità, ma deve essere il primo ed insostituibile presidio sul territorio ritornando anche a quelle visite domiciliari, per anziani o malati più gravi, che negli ultimi tempi troppi hanno smesso di fare, anche per gli impegni delle ore alle quali sono obbligati per la presenza alla guardia medica.

    Le case di comunità, che nei piccoli centri possono effettivamente avere un ruolo, non sono però la soluzione al problema che vede anche l’insoddisfazione dei cittadini per non riuscire ad essere visitati sempre dallo stesso medico perdendo così quel rapporto di fiducia che si ha col proprio medico ma anche la possibilità di questi di poter fare una anamnesi completa perché basata sulla conoscenza anche dei pregressi del malato.

    Per la sanità ci sono molte iniziative da prendere e non è solo una questione di spesa, certo occorrono maggiori stanziamenti ma anche il coraggio di innovare, come Borsani aveva intuito e realizzato, di prendere atto che in una società in continua e veloce evoluzione, e mentre una parte di popolazione invecchia ed un’altra parte arriva da paesi lontani, la medicina, nel suo insieme, dipende da un migliore e diverso funzionamento dell’assistenza di base.

  • Dichiarazione della Commissaria Kyriakides in occasione della Giornata mondiale della salute

    In vista della Giornata mondiale della salute del 7 aprile, Stella Kyriakides, Commissaria per la Salute e la sicurezza alimentare, ha dichiarato: “Il tema della Giornata mondiale della salute 2024, “La mia salute, il mio diritto”, sottolinea il fatto che l’accesso a un’assistenza sanitaria di qualità è un diritto fondamentale. Si tratta del principio fondamentale che ha plasmato la solida Unione europea della salute che abbiamo costruito a partire dal 2020. (…) La nostra risposta alla pandemia ha evidenziato il potere della solidarietà e della cooperazione, nonché l’importanza di ottenere risultati uguali per tutti i cittadini. La strategia dell’UE sui vaccini – una sfida senza precedenti – ha fornito a tutti i cittadini dell’UE l’accesso a vaccini sicuri ed efficaci contemporaneamente e alle stesse condizioni. (…)

    La nostra Unione della salute rafforza i nostri sistemi sanitari, mettendo al loro centro i pazienti. La nostra proposta di una storica riforma della legislazione farmaceutica dell’UE garantirà un rapido accesso a medicinali a prezzi accessibili per tutti i cittadini, sostenendo allo stesso tempo la crescita dell’industria farmaceutica. Lo spazio europeo dei dati sanitari consentirà ai cittadini, ai ricercatori e ai responsabili politici di sfruttare appieno il potenziale dei dati sanitari digitali a vantaggio dei pazienti. Il piano europeo di lotta contro il cancro è uno dei modelli d’azione oncologici più ambiziosi e globali al mondo, sostenuto da 4 miliardi di € di finanziamenti dell’UE. Ad appena quattro anni dal suo lancio, sta già facendo la differenza per milioni di pazienti oncologici, famiglie e prestatori di assistenza. Il nostro approccio globale alla salute mentale ha posto la salute mentale e fisica su un piano di parità e ci sta aiutando a porre fine alla stigmatizzazione di tutti i cittadini che si trovano ad affrontare problemi di salute mentale. (…)

    In occasione della Giornata mondiale della salute celebriamo questi progressi e risultati e continuiamo su questa strada nei prossimi anni, a vantaggio di tutti e ovunque”.

  • ANMVI al Ministro Schillaci: il nuovo Dipartimento One Health sia guidato da professionalità veterinarie

    Riceviamo e pubblichiamo un comunicato stampa dell’ANMVI (Associazione Nazionale Italiana dei Medici Veterinari)

    (Cremona, 18 dicembre 2023) –  In vista della riorganizzazione del Ministero della Salute, l’ANMVI (Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani) scrive al Ministro della Salute Orazio Schillaci: il nuovo Dipartimento One Health deve essere guidato da professionalità veterinarie.

    L’ANMVI chiede con forza al Ministro Schillaci che il nuovo “Dipartimento della salute umana, della salute animale e dell’ecosistema (One Health)” sia interamente guidato da professionalità medico veterinarie.

    Le funzioni assegnate dal nuovo regolamento di riorganizzazione al Capo del Dipartimento “One Health” e ai tre Direttori Generali richiedono competenze tecnico-scientifiche disponibili solo nel patrimonio intellettuale della classe medico-veterinaria.

    One Health: un concetto veterinario- L’ANMVI si rivolge al Ministro della Salute nel giorno in cui lo sciopero nazionale dei Dirigenti Veterinari del SSN, rende manifesto il ruolo essenziale dei Medici Veterinari italiani nel garantire quelle funzioni “one health” che saranno proprie del futuro Dipartimento ministeriale, inclusa la salvaguardia delle produzioni nazionali di origine animale, delle filiere e dell’export.

    Il Capo Dipartimento- Affidando a professionalità veterinarie il Dipartimento One Health, il Ministero della Salute acquisirebbe maggiore capacità negoziale nelle politiche one health internazionali. Basti pensare che il Capo del Dipartimento One Health è il Capo dei servizi veterinari italiani e li rappresenterà nelle istituzioni europee ed internazionali. L’ipotesi che non sia incarnato da una professionalità medico-veterinaria non può neppure essere presa in considerazione in una fase post-pandemica di nuove zoonosi emergenti e di strategie europee di matrice veterinaria come la Farm to Fork Strategy e la PAC 2023-2027 (Politica Agricola Comune).

    I Direttori Generali- Quanto alle tre Direzioni Generali del Dipartimento One Health, la guida di professionalità veterinarie – oltre ad essere coerente con le funzioni istituzionali- potenzierebbe il Ministero della Salute al proprio interno e nel concerto con gli altri Dicasteri (Ministero dell’Agricoltura, dell’Ambiente, degli Esteri, del Made in Italy, ecc.).

    L’odierna giornata di mobilitazione veterinaria è la giusta occasione per raccomandare al Ministro della Salute e a tutto il Governo una maggiore considerazione della Veterinaria nelle politiche one health nazionali e internazionali, a tutto vantaggio della loro efficacia nel tutelare la “salute unica”.

  • Si potrebbero evitare 4 tumori su 10 ma il 50% non accetta l’invito a fare lo screening

    Molti tumori sono prevenibili e gli screening possono letteralmente salvare la vita. Eppure, un italiano su due non effettua i test che il Servizio sanitario nazionale (Ssn) offre gratuitamente per tre neoplasie – il cancro al seno, al colon-retto e al collo dell’utero – e ancora troppi ignorano il dato che ben il 40% dei decessi per cancro può essere prevenuto attraverso i corretti stili di vita. A rilanciare il forte invito alla prevenzione è stato, dal Festival di Sanremo, il ministro della Salute Orazio Schillaci, mentre l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) ha annunciato l’avvio di una grande campagna.

    “Oggi abbiamo a disposizione gratuitamente lo screening per tre tipi di tumore e stiamo lavorando per ampliare le possibilità, ma farli è fondamentale perché con lo screening si individua prima la malattia e si può far sì che venga completamente curata. Farlo sapere agli italiani è fondamentale perché purtroppo, ancora oggi il 50% non risponde quando arriva la domanda di effettuare lo screening”, ha detto Schillaci. E la scelta di lanciare questo messaggio proprio dal Festival della canzone non è stata casuale: “Credo sia un valore aggiunto perché si arriva in tutte le case e si parla ai giovani, come agli adulti e agli anziani. Era giusto lanciare da qui un messaggio importante sulla prevenzione oncologica”. Prevenire, ha ribadito, “è fondamentale, perché circa il 40% dei tumori può essere evitato con corretti stili di vita”. E proprio alla prevenzione punta la nuova campagna degli oncologi Aiom, che partirà nelle prossime settimane: un grande progetto di sensibilizzazione per migliorare l’adesione al test contro il cancro al colon-retto, che prevede spot, opuscoli, una campagna social ed il coinvolgimento delle farmacie. In Italia è il secondo tumore più frequente dopo quello alla mammella, con 48.100 casi nel 2022, ovvero +4.400 in 2 anni. Eppure, 7 italiani su 10 non aderiscono allo screening e non eseguono il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci, che il Ssn offre gratuitamente ogni due anni a tutti i 50-69enni.

    È dimostrato che il test è in grado di ridurre la mortalità di circa il 30%. Non solo. Proprio questa neoplasia è stata l’esempio dell’efficacia dei programmi di prevenzione: nel 2020, i tassi di incidenza erano in diminuzione del 20% rispetto al picco del 2013. Ma lo stop agli screening durante la pandemia ha vanificato i risultati ottenuti. A questo si aggiungono le forti differenze tra le Regioni: oggi, afferma il presidente Aiom Saverio Cinieri, “assistiamo ad un’epidemia di nuove diagnosi. Ma se al Nord il 45% dei cittadini esegue il test del sangue occulto, al Centro è il 31% e al Sud soltanto il 10%. Inoltre, solo 5 Regioni superano il target del 50% di adesione: Veneto, Trentino, Valle d’Aosta, Emilia-Romagna e Friuli”. La prevenzione è dunque prioritaria: “Nel 90% dei casi – spiega Sara Lonardi, direttore Oncologia 3 all’Istituto Oncologico Veneto di Padova – tale tumore si sviluppa da lesioni precancerose. Per questo lo screening è così efficace: ci permette di rimuovere i polipi prima che diventino neoplastici”.

    Ma un grande peso hanno anche gli stili di vita. Tra i fattori di rischio, conclude Filippo Pietrantonio dell’Oncologia Gastroenterologica all’Istituto Tumori di Milano, «rientrano proprio gli stili di vita scorretti: sedentarietà, fumo, sovrappeso, obesità, consumo eccessivo di farine e zuccheri raffinati, carni rosse, alcol, insaccati e ridotta assunzione di fibre vegetali”.

  • In ospedale un medico su tre cambierebbe lavoro

    La fuga dagli ospedali è un desiderio per un medico su tre che si dice disposto a cambiare lavoro per avere più tempo libero e stipendi più alti. Fra i medici più avanti con l’età compare anche l’esigenza di una maggiore sicurezza sul lavoro. E la fascia di età più in crisi è quella tra i 45 e i 55 anni. E’ quanto emerge da una survey del maggior sindacato dei medici ospedalieri Anaao Assomed, a cui hanno risposto 2130 tra medici e dirigenti sanitari. Più della metà (56,1%) tra medici e dirigenti sanitari è insoddisfatta delle condizioni del proprio lavoro e 1 su 4 (26,1%) anche della qualità della propria vita di relazione o familiare. Un sintomo inequivocabile di quanto il lavoro ospedaliero sia divenuto causa di sofferenza e di alienazione.

    Una insoddisfazione che cresce con l’aumentare della anzianità di servizio e delle responsabilità, tanto che i giovani medici in formazione (24,6%) si dichiarano meno insoddisfatti dei colleghi di età più avanzata (36,5%), tra i quali si raggiunge l’apice nella fascia di età tra i 45 e i 55 anni, un periodo della vita lavorativa in cui si aspetta quel riconoscimento professionale che il nostro sistema, però, non riesce a garantire. Per quanto riguarda i cambiamenti desiderati nel lavoro, il podio è occupato da incrementi delle retribuzioni con il 63,9% delle risposte, e da una maggiore disponibilità di tempo con il 55,2%. E sono gli over 65 quelli che considerano prioritaria una maggiore sicurezza. Al contrario, l’esigenza dei giovani di una maggior disponibilità di tempo per la famiglia e il tempo libero è più alta rispetto ai colleghi con maggior anzianità di servizio. In generale, l’aumento delle retribuzioni e del tempo libero hanno un peso maggiore nelle aspettative rispetto alla progressione di carriera. Il 20% degli intervistati si dichiara ancora indeciso, segno del fatto che almeno una volta si è interrogato sul futuro della professione e sul suo ruolo all’interno del sistema.

    La crisi della professione è più sentita al sud rispetto al nord: si va dal 53,6% del nord, passando al 56,3% del centro per finire al sud e isole con ben il 64,2% di insoddisfatti. Ma il dato appare – osserva il sindacato – talmente diffuso da “configurare quasi una patologia endemica con la quale convivere e per la quale non esiste vaccino o terapia”. Pesa il fatto che l’Italia spenda solo il 6,1% del Pil per la sanità, la cifra più bassa tra i paesi del G7, ben al di sotto della media europea di 11,3% con il costo della sanità privata pari al 2,3%, poco sopra la media europea. Occorre immaginare – propone l’Anaao Assomed – un nuovo modello che tenga nella dovuta attenzione la presa in carico del paziente, sia cronico che in acuzie, aumentando posti letto e personale, e implementando quella medicina di prossimità che appare oggi sempre più teorica, liberando i professionisti dalla medicina di carta che sottrae tempo alla cura.

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